Tag Archive: Glossary of musical terminology


Joker Gang
Dispettose Prigioni
Etichetta Indipendente
2012

Era da tempo che volevo farlo… dal 2009 circa, quando ricominciai a suonare dopo tanto tempo. Molti pensano che non dovevo. Non me ne frega un cazzo della loro opinione. Si fottano :-)”

Gia`da questa dichiarazione si capisce la tenacia e l`orgoglio del Joker, una figura che a tutti risulta patetica ma che quasi tutti temono, quel fantoccio con la faccia truccata che puo`permettersi di cambiare faccia ad ogni occasione, anche se questa continua finzione che si mescola con la realta`non e` sempre costruttiva…Joker e`curioso, e la sua curiosita`lo porta ad aprire il Vaso di Pandora della realta`e della Vita, spesso nascosto da quel Velo di Maya che e`l`ignoranza…
Joker “smaschera con la sua maschera ghignante”,con un ghigno beffardo e disincantato, la crudelta`della cruda quotidianita`…

Le storie che vengono raccontate nel cd, con metafore, tinte fosche e colori espressionisti, fanno affiorare una pellicola in bianco e nero, celata dai trucchi (un po`come si fa con Photoshop)…Joker e`l`anti-Photoshop, e`la contraddizione che spacca in mille pezzi la menzogna, che riduce in frantumi la meschinita`della vergogna e dell`omerta`…La verita`e`dura e va raccontata…Un po`come ne Il Testamento di un Pagliaccio, pezzo della Giovane Band IoDrama…Oppure come in Opinioni di un Clown di Heinrich Böll: “Io sono un Clown e faccio collezione di attimi.”.
Anche Giuss, leader del gruppo, afferma che Dispettose Prigioni sia un Album fotografico, in cui si vuole dare una brechtiana, quindi impegnata ed epica lettura della realta`…L`essere umano e`portato lentamente a prendere posizione, a far qualcosa, ad impegnarsi per trarre in salvo la propria liberta`, che sta annegando…Oppure e`stata sequestrata dai flutti di un mare in tempesta, la tempesta dell`inconscio, come una zattera piena di falle…Le falle ci sono, ma possono essere riparate, solo se lo si vuole…

Nell`album ci sono colti riferimenti al Mondo della Musica, soprattutto alla new wave e al dark; ma anche alla Letterattura, alle Arti Figurative, alla Fotografia ovviamente, ma anche alla Psicologia…Nell`insano gesto si vede una possibilita`dell`inconscio, dell`io profondo; esso finalmente puo`dire: “Ascoltatemi, sono qui!!! Non sotterratemi sotto un mucchio di parole inutili e di gesti formali o convenzionalmente etichettati…Voglio far sentire la mia voce anche chi non crede a queste cazzate…”

La verita`e`sempre duale, puo`avere varie interpretazioni, ed in essa possono interagire numerosi elementi, in rapporto dialettico tra di loro…Joker e`un Reporter, un Fotografo che, con la sua Polaroid, immortala proprio quei momenti che ogni giornalista tralascerebbe come dettagli osceni. Joker scappa alla censura, spesso rischiando, ma nello stesso tempo, provando piacere nell`opera di smascheramento…Viviamo tutti quanti in un mondo illusorio, fatto di Sogni di carta e di speranze di fango…Dove siamo come burattini con un burattinaio che ci comanda, che muove i fili; come direbbe Bennato: “Non si scherza, non è un gioco  sta arrivando Mangiafuoco, lui comanda e muove i fili  fa ballare i burattini . State attenti tutti quanti, non fa tanti complimenti, chi non balla, o balla male  lui lo manda all’ospedale  Ma se scopre che tu i fili non ce l’hai se si accorge che tu il ballo non lo fai  allora sono guai – e te ne accorgerai attento a quel che fai – attento ragazzo che chiama i suoi gendarmi  e ti dichiara pazzo!…”

Nonostante la presa di coscienza sia dolorosa e porti ad un autolesionismo, ad un automutilamento continuo ed irrefrenabile, sia nel corpo, con tagli sanguinanti, sia nella mente, con una societa` per cui sei solo un Numero, che ti incasella meccanicamente in base al disturbo mentale o alla classe sociale a cui appartieni, Joker ti capira` ed il suo sussurro ti portera`ad aprirti, a scoperchiare quell`anima fragile che alberga in te, permettendole di scorrere, un po`meno vincolata, per le strade della Vita…

Qual e` la soluzione?? Fare la Rivoluzione?? Rovesciare il Potere??

Felice il Popolo che non ha bisogno di eroi!”. Così diceva il grandissimo Bertolt Brecht, da intellettuale impegnato…Sicché non si può non prenderne atto, anzi è terribilmente controproducente non farlo, far finta di niente, con l’aria dei primi della classe, di quelli che ce la fanno sempre. L’esperienza ha insegnato: i primi della classe non ce l’hanno fatta mai, quelli che al banco erano seduti composti, che si facevano da parte quando qualcuno si alzava per fare caciara, che cercavano di risolvere sempre tutto con la diplomazia, che rispondevano sempre in maniera seria senza alzare la voce o battere i pugni hanno sempre avuto la peggio. Questo perché il Popolo,un  popolo di lavoratori instancabili ma un po’ duri di comprendonio, non ama le risposte articolate, difficili, magari piene di termini in lingua straniera, ma preferisce quelle semplici, secche, nette. Risposte semplici per interrogativi difficili. Al bicchiere di acqua amaro della medicina non vuole un cucchiaino di zucchero, ma vuol togliere completamente la medicina e bere l’acqua dolce che ne rimane.

Qualcuno riuscira`a sentire il grido disperato di chi vuole cambiare musica?? La “ghigliottina” del senno di poi dice che molto probabilmente nessuno ne sarebbe capace, perché la massa e`come inebriata da un fenomeno mistico, venereo, insuperabile, creatosi attorno alla figura di un individuo che, a differenza dei suoi avversari politici, ne è consapevole e ne fa un’arma di distruzione di massa. Perché è inutile parlare dello “tsunami Grillo” se prima non si parla del “diluvio universale berlusconiano”, perché ormai davvero tenere la testa sotto la sabbia è un prendere in giro se stessi. Non resta altro da fare che prendere atto dei dati empirici, con coscienza di sé prima e di chi si trova nei propri paraggi, ricordando che, come diceva Franco Battiato, un’evoluzione sociale non serve al popolo se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero.

For more info: http://www.facebook.com/jokergang e http://jokergang.jimdo.com/

Influenze:

– Litfiba

– Timoria

– Bluvertigo

– Franco Battiato

– Baustelle

http://www.youtube.com/watch?v=sCw7mh2jFs0

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Contatti digitali

Conversazione via Facebook Email nell’Era della Digitalizzazione, della Globalizzazione ed

Internettizzazione dell’Esistenza 

Ragazzi anormali si scrivono a distanza…

di Irene Ramponi

Una ragazza italiana migrante in Olanda scrive all’amico lontano, in risposta alla piccola email che l’amico stesso le ha appena mandato. Nella sua lettera ci fornisce il suo punto di vista sulla vita nel Nord Europa, in Germania ed Olanda in particolare, ci da’ uno spaccato della sua vita di migrante alla ricerca di se’ stessa, in un viaggio senza vento…e senza Tempo (cit. Timoria, Viaggio Senza Vento, Polygram, Giugno/Luglio 1993). Qui ne viene presentato uno stralcio veloce.

“Le medicine tradizionali sono efficaci, certo, ma sempre robaccia chimica rimangono, che costa cara e serve molto ad arricchire le multinazionali farmaceutiche…Ecco perche’ apprezzo quei medici che si rifiutano categoricamente di prescrivere farmaci allopatici come caramelle! […]. Ora vivo sulla linea di confine tra Olanda e Germania, quindi ho tutto il meglio da entrambe le parti: Birra e Cibo dalla Germania, qualita’ a buon prezzo, divertimenti a non finire, stile di vita libero e piu’ rilassato, piu’ sussidi dallo stato se sei disoccupato, artista, creativo, nullatenente, proletario, sottopagato o semplicemente disperato…Qui i senza tetto non esistono perche’ ognuno ha IL FOTTUTO SACROSANTO DIRITTO AD AVERE UNA CAZZO DI CASA!!! Un cazzo di posto dove stare che non sia sotto i ponti…[…]. Ma ovviamente ci sono severi canoni di meritocrazia, mica la danno a tutti, la casa intendo…Nonostante quasi tutti lavorino e la disoccupazione sia irrilevante, il tenore di vita e’ ottimo, la gente e’ rilassata,  fa festa tutte le sere, senza limiti di orario o scuse tipo che deve andare a letto presto perche’ il giorno dopo deve lavorare…[…]. Qui trovi gente di tutti i tipi, tutta simpaticissima:dai punkettoni old school, agli hardcore warriors, dai techno addicted ai metallari, dai red skin che legnano i nazi, quasi nessun hausettaro…Ma anche molti vecchietti comunicativi con tutore, come mio nonno potrebbe essere, qualche impiegatuccio e, come direste voi, per chi NE VUOLE, ce n’e’ davvero per tutti i gusti…No proibizionismo!!!  E soprattutto, non c’e’ il fottuto Vaticano in casa a rompere i coglioni…

Insomma, Paradies Land o Fantasylandia, che dir si voglia…Io collaboro all’allestimento di mostre, studio e miglioro il tedesco e l’inglese, faccio lavoretti di arti minori che poi vendero’ in qualche mercatino, dipingo quadri, scrivo, leggo, giro per mostre e citta’…Insomma, una bella vita, quella che ho sempre sognato…E per tutto questo devo ringraziare il mio ragazzo, tedesco purosangue, che ho conosciuto al matrimonio di mio cugino; praticamente mio cugino di sangue ha sposato la sorella del mio ragazzo, e noi due ci siamo conosciuti al pranzo di matrimonio, agli inizi di maggio…Abbiamo conversato un po’, e poi, siamo rimasti in contatto via Internet…Lui poi e’ tornato in Italia a trovarmi, abbiamo passato del tempo insieme…Intanto il mio lavoro in casa editrice andava a rotoli, ed ero sull’orlo di una crisi di nervi…Ho cosi’ deciso di cercare lavoro in Germania, in Renania Vestfalia, parte Nord Ovest della Germania, in cui le piu’ grandi citta’ sono Dusseldorf, Colonia, Aachen, ed, in seconda battuta, Duisburg (dove hanno fatto la Love Parade del 2010, dove e’ morta tutta quella gente…). Beh, insomma, io stavo a Duisburg, come ragazza alla pari, dovevo curare quattro mocciosi terribili, due gemelli iperattivi e psicotici, e due ragazzine isteriche e con disturbi alimentari…Ok, avevo una stanza tutta per me, dove pero’ non mi era permesso bere e fumare…Assolutamente peggio della Colonia Ticino, dove almeno ci divertivamo… I miei “carcerieri”, ovvero la famiglia per cui lavoravo e facevo da babysitter, era composta da una donna rossocappelluta, con testa di medusa, bocca di vipera, occhi verdi da Maga Circe, nana e totalmente incapace come mamma, quindi, totalmente esaurita, nevrotica, isterica, iperattiva, la classica impiegatucola borghese, che si lamenta perche’ il marito non porta a casa abbastanza soldi; come se non bastassero quelli che guadagna gia’ come avvocato penalista…Fai un po’ te…Il marito incarnava il tipico tipo di uomo di destra, rosso, obeso e rubicondo, perennemente a dieta, senza mai perdere peso e, obbligato dall moglie, non poteva bere…E la moglie non gliela dava…Insomma, mi sono messa in un bel casino!!! Il mio ragazzo ha fatto di tutto per portarmi a vivere con lui al confine tra Olanda e Germania…Ho resistito tre mesi, di cui 2 senza essere pagata…Si’, pagata ma con le mazzate ricevute dai gemelli e a suon di umiliazioni e prese per il culo dalla quella puttanazza della madre di casa, Susanne, ho deciso di mandarli affanculo, o meglio, il mio organismo ha ceduto e mi hanno ricoverata in ospedale una mezza giornata, sotto valium o non so quale altro tranquillante…Nella lettera di dimissioni, hanno scritto che quel lavoro non faceva per me, e che quindi dovevo rinunciarvi…Ho preso armi e bagagli ed ho levato le tende!!! Sono stata a Duisburg dalla meta’ di luglio ai primi di ottobre, da li’ in poi, mi sono trasferita a Kerkrade, in Olanda, a casa del mio ragazzo, proprio al confine con la Germania…Praticamente, solo attraversando la strada, sei gia’ in Germania! Pensa che noi andiamo a far la spesa a piedi…Abbiamo un appartamento di 4 locali, una specie di piccolo centro sociale/circolo arci/Bed&Breakfast all’occorrenza (solo per i turisti, per gli amici l’ospitalita’ e’ gratuita ovviamente!!! ), che e’ anche la nostra casa allo stesso tempo…Ci manca solo la fermata di Macondo Express all’ingresso e abbiamo tutto…Si’, vita molto punkabbestia, ma mi piace, quindi, me ne sbatto di cio’ che dice la gente e vivo meglio…Finalmente vivo per me stessa…Ovviamente con le difficolta’ economiche connesse, ma e’ il prezzo da pagare per la propria indipendenza e conseguente liberta’ di non dipendere da nessuno e di camminare sulle tue gambe, senza rimpianti, risentimenti e sensi di colpa verso parenti, amici, conoscenti ed ex…Ti diro’, sto da dio da quando ho mollato quel mollusco del mio ex, il musicista incompreso, il narcisista del cazzo che pensa di non valere una sega, che sa di non avere le palle, che ha paura di tutto…Ma di fronte agli amici ed ai compagni di merenda, beh, diventa la persona piu’ brillante, piu’ simpatica, piu’ compagnona del mondo…Bleah, che sbocco!!! Ne ho avuto la nausea…Come cazzo fai a convivere da un anno e mezzo e stare quattro mesi senza un minimo di affettivita’??? E senza una coccola, e senza nemmeno un semplice e fraterno abbraccio…Boh, io non lo so, ma tutti gli amici maschi con cui ne ho parlato mi hanno detto che non e’ fottutamente normale…E cosi’, l’ho mollato e sono stata meglio!!! Ovvio che lui mi ha rinfacciato un sacco di cose, nonche’ sparlato alle spalle, ma, detto sinceramente, fotte eminentemente sega…Beh, questa e’ la mia storia…Scusa se mi sono dilungata, ma era da un po’ che non ci sentivamo, quindi volevo spiegarti un po’ com’era andata, tutto qua…Dimmi che non hai impegni il 2 luglio 2013! :-D”.

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DI CARMEN FORINO – La storia di Maria, una donna derubata della speranza di vivere una vita “normale”.

  • Tendi a comportarti in modo eccessivo per evitare che qualcuno si allontani da te?
  • Temi spesso che chi ami possa lasciarti, anche se niente lo lascia presagire?

  • Vedi i tuoi cari in modo completamente positivo o completamente negativo?

  • Sei impulsivo (per es. sesso occasionale, spese compulsive, abuso di droghe o alcool ecc )?

  • Cambia spesso il modo in cui pensi a te stesso, ai tuoi obiettivi o alla tua sessualità?

  • Hai minacciato o tentato di suicidarti o di farti del male ( tagliandoti, bruciandoti ecc)?

  • Cambi umore più volte al giorno?

  • Quando sei stressato o angosciato tendi a diventare sospettoso ?

  • Spesso ti arrabbi così tanto da perdere il controllo, anche per piccole cose?

Se a queste domande, la maggior parte delle risposte è affermativa, per gli psicologi si è affetti da Borderline, un disturbo della personalità caratterizzato da instabilità nelle relazioni interpersonali, nell’immagine di sé e degli altri e da impulsività elevata. Il termine è stato utilizzato per la prima volta nei primi del Novecento per indicare quei pazienti, la cui patologia non era classificabile né come nevrosi, (conflitti e problemi quotidiani condivisi dalla maggior parte delle persone), né come psicosi (i disturbi mentali più gravi, come la schizofrenia), pur presentando sintomi comuni ad entrambe le condizioni.

Il termine Borderline, infatti, significa “limite “ o “linea di confine” e indica la principale caratteristica del disturbo: come una persona che cammina su una linea di confine tenderà a sconfinare in due differenti territori, così il paziente affetto da Disturbo di personalità Borderline oscilla tra normalità e follia, senza vie di mezzo.

Di parole da scrivere ce ne sarebbero ancora tante per questo disturbo ma per ora ci basta sapere che a causa di questa diagnosi, una giovane donna tedesca non potrà riappropriarsi della sua vita.

Maria Verde, ecco come ha voluto (ri)chiamarsi questa giovane, alla quale sono stati rubati gli anni migliori e le è stata tolta soprattutto la speranza (non a caso ha scelto Verde come cognome, come la speranza di una vita migliore di quella attuale)

Già dall’età di 10 anni è stata più volta violentata dal padre. Una madre  “quasi complice” degli abusi che non ha fatto nulla per denunciare il marito –padre violento, ma ha taciuto per non alimentare voci nel piccolo quartiere di un paese della provincia tedesca.

Il tempo è passato. Maria conserva sulla pelle e nel cuore le ferite che fanno fatica a cicatrizzarsi. Una mattina di un freddo mattino invernale trova il coraggio di scappare dalla sua casa-prigione e si reca alla polizia per denunciare cosa avevo subito. Senza documenti non le fu possibile farlo ma non voleva ritornare a casa sua per riprenderseli. Era come arrendersi, era come dargliela vinta. E lei ora non vuole arrendersi. Si reca in ospedale e dopo i primi accertamenti di routine le prescrivono una visita psicologica. Da quel momento in poi, invece di intravedere la luce alla fine del tunnel, tutto le sembrò più buio di prima. Sulla sua cartella clinica c’erano testuali parole: “ La paziente è affetta dal disturbo borderline. Si prescrive ricovero a lungo termine in clinica psichiatrica.”.

Poche parole ed incise che caddero come un macigno sul cuore già infranto di Maria. Non era fuggita dalla prigione, stava per cambiare cella.

Dopo 4 anni non può condurre ancora una vita “normale”.

Ripudiata da tutti i parenti per aver osato fatto conoscere le vicende familiari al paese, emarginata dalla società perché “pazza, schizofrenica”.

Il borderline non è schizofrenia, è un disturbo della personalità, del quale sono affette molte persone senza neppur saperlo.

La legislazione tedesca ha deciso per Maria, quasi per mettere a tacere il tutto. Maria non potrà lasciare la clinica se non ci sarà un parente che garantisca per lei e se i medici non le diranno che per la sua patologia non possa arrecare danni a sé stessi ed ad altri. I parenti l’hanno abbandonata e le vie per la guarigione sono ancor più lunghe, se a ciò si aggiunge la solitudine.

E’ davvero più vantaggioso non darle la possibilità di riappropriarsi di ciò che le è stato rubato piuttosto che offrirle nuove chances per riuscirci?

Da una storia di abusi a una di emarginazione. A volte la legge gioca davvero brutti scherzi.

Un’altra piccola digressione musicale, che riguarda una band emergente di cui ho già parlato, ovvero la Joker Gang. Stavolta mi voglio cimentare con l’analisi di un pezzo che, fra tutti quelli partoriti dal progetto, mi ha colpita particolarmente, mi ha commossa e mi ha movimentato l’anima…Il pezzo in questione è Il Giardino di…Joker Gang. Come molti appassionati di musica potranno intuire, già nel titolo si trovano ben due richiami:

– alla band Giardini di Mirò, di cui, per chi non la conoscesse, facciamo un breve accenno biografico: provengono dalla provincia reggiana. La musica del gruppo vive però di influenze anglossassoni, in particolar modo inizialmente si rifà al post rock per arrivare ora ad un suono proprio che è in un mix di psichedelia,  shoegaze, dream pop, noise, post punk, musica d’autore e molto altro. hanno contribuito allo sviluppo della scena “indie-rock” italiana a cavallo tra fine Novanta e nuovo millennio. Dal post-rock degli esordi, la loro musica si è progressivamente evoluta, assorbendo influenze, soprattutto anglosassoni, ma senza rinunciare a una sua peculiarità tutta italiana. Oggi, per i cinque di Cavriago, è il momento della maturità. Non pare fuori luogo, nel loro caso, parlare di post-rock. La musica della formazione di Cavriago, tuttavia, ha anche una sua peculiarità “mediterranea” che la allontana da possibili modelli anglosassoni. Le parti di chitarra, lineari e melodiche, partono quasi sempre da arpeggi avvolgenti e si evolvono in una serie di esplosioni a catena, dove emergono brandelli ben metabolizzati di Sonic Youth e suggestioni psichedeliche. Una formula che ha subito negli anni progressive contaminazioni ed evoluzioni;

– Il pezzo dei Timoria , Il Giardino di Daria, tratto dall’album Eta Beta (1997), probabilmente il disco più difficile dei Timoria, un album di rottura arrivato al culmine di un periodo che porterà la band e Francesco Renga a dividersi. Eta Beta è un ulteriore passo in avanti rispetto al sound già potente di 2020 e Viaggio senza vento. La musica dei Timoria si fa più “europea”, con sperimentazioni e nuovi suoni che spaziano dal Rock al Dub. Numerose le collaborazioni, tra cui spiccano quelle con Leon Mobley, percussionista di Ben Harper, David “Fuze” Fiuczynski, virtuoso chitarrista di New York e Luca “Zulu” Persico dei 99 Posse. Alle canzoni sono spesso alternate poesie ed haiku di Omar Pedrini, Lawrence Ferlinghetti e Fausto Pirito. Il pezzo è profondamente simbolico, criptico, introspettivo, con riferimenti ad una bucolica malinconia e ad un languore esistenziale in cui, però, il barlume di speranza c’è, tenuto acceso da uno scambio amoroso reciproco e da un affetto corrisposto… Ecco qui il testo e il pezzo:

Il giardino di Daria

(Carlo Alberto Pellegrini, Omar Pedrini)

Guardami, ascoltami
e vedremo l’erba crescere
albero, nascondimi
una foglia basterà per me
sono io lo spirito
vivo nel giardino e vedo lei
nessuno può vedermi ma
Daria il segreto già lo sa
viene qui se soffre un po’
e cresco io con le sue lacrime
e sarò il fiore re
la regina certo sarà lei
rispetta la mia libertà
Daria il segreto già lo sa
vive come noi, ama come noi
ride come noi, non cambiare!
ridono i fiori miei
le sue mani mi accarezzano
sfiorano i miei petali
e non serve una parola sai
nessuno può capire ma
Daria il segreto già lo sa
vive come noi, ama come noi
ride come noi, non cambiare!

Possiamo quindi dire che nel pezzo della Joker Gang si trovi un condensato di citazioni e di richiami a queste due fonti di ispirazione…E’ un pezzo di inestimabile dolcezza, di grande scavo psicologico, un pezzo che narra di un amore, che può essere passionale ma, al contempo, pieno di affetto, di gratitudine, di scambio continuo. E’ un po’ come paragonare il rapporto che un fiore ha con l’acqua, in una comunione naturale ed in uno scorrere di morbide e tiepide emozioni difficili da dimenticare.

Posso davvero dire di essermi commossa nel sentire la grande poesia e la grande passione contenuta nel pezzo, in cui chi l’ha scritto si mette a nudo, si rivela gradualmente, si mostra ma senza presunzione…Se già avevo amato la band per altri pezzi già ascoltati, scoprire Il Giardino di Joker Gang ed entrarci mi ha solo incentivata a diventare sempre più sostenitrice di questo progetto…Da brivido!!!

Premesso che voglio ricominciare a scrivere di musica, dopo un periodo di stallo creativo dovuto a diversi fattori ed impegni, oltre che ad una vera e propria crisi personale, che spero di aver superato, anticipo che queste piccole chicche di musica saranno un appuntamento fisso di questo mio diario telematico…Hanno anticipato queste piccole rubrichette i miei interventi dedicati a due grandi della musica, Kurt Cobain e Sid Vicious, per me punti di vista molto importanti durante l’adolescenza e ancor oggi una sorta di miti…

Scopo di questo angolo musicale è dare visibilità a realtà emergenti nel panorama della musica e dell’arte e sensibilizzare il pubblico su queste tematiche; la prima puntata di questo viaggio nell’underground è dedicata alla Joker Gang, progetto emergente dalla provincia nord-ovest di Milano, in cui milita il mio amico Giuss, che ne è anche il fondatore.  E’ un concentrato di idee ed influenze musicali diverse, che Giuss rielabora personalmente, e fa sue, secondo uno spirito interpretativo molto spiccato e vivace. I pezzi sono tutti scritti a quattro mani da Giuss e dal batterista-tastierista Stefano; agli arrangiamenti, oltre a Giuss, collaborano gli altri membri del progetto; vengono poi pubblicizzati tramite il principale social network che ormai quasi tutti utilizziamo, ovvero, lo sapete tutti, Facebook, e tramite un canale ufficiale di Youtube (http://www.youtube.com/user/jokergangofficial/videos), in cui si possono trovare dei video amatoriali, ma molto ben fatti, di tutti i pezzi già scritti.

Il nome della band si ispira al personaggio del pagliaccio, The Joker per l’appunto, nemico numero uno di Batman; e le influenze musicali vanno dal dark-gothic rock al rock italiano (Litfiba, Timoria), fino ad arrivare, nei testi di alta profondità e grande introspezione, allo stile di Franco Battiato; non è un caso che proprio quello che si ascolta sia ciò che influenza maggiormente nella composizione e negli arrangiamenti di lavori propri…Giuss però ha una forte capacità di elaborazione personale, e questo si può notare da due cover che ha inciso recentemente: Mad World, dei Tears For Fears e DottorM  dei Litfiba (con cui la Joker Gang ha avuto un personale rendez-vous alla Fnac di Torino e a quella di Milano…)

Ma adesso vediamo un po’ i loro pezzi, che, in un prossimo post, vedrò di analizzare, magari anche con l’aiuto di Giuss (chissà, magari riuscirò ad intervistarlo personalmente; inserirò in questo blog i link ai loro video, in modo che possiate fruirne direttamente…Keep In Touch!!! 🙂

Rock En Rose

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Mi chiedo come andrà a finire…Dopo innumerevoli sbattimenti fallimentari con band di merda che non meritano nemmeno di essere considerate tali, dopo aver incontrato gente infame che pensa di suonare bene, quando in realtà dovrebbe andare a scuola di umiltà, dopo notevoli inculate sotto molti fronti (da chi ti dice che non servi perché “i coinvolgimenti emotivi tra musicisti dello stesso gruppo non fanno bene”, a chi ti dice che sei troppo seria ed impostata per cantare un certo genere…), siamo ammessi a Rock En Rose, sul palco di Palazzo Granaio, palco molto ambito e, a volte, non sempre raggiungibile da tutti.

Viene fuori quest’occasione, un contest per band che abbiano almeno una componente donna e cantantesse emergenti…Dopo una gavetta di qualche anno e continue lezioni di canto e di umiltà insieme alla mitica Fiorella, ci troviamo a cantare insieme, esperienza che abbiamo già fatto durante i concerti all’Accademia di Castellanza, preparati con molto studio, prove e sacrifici…Siamo io, Gaia e Francy Francy alle voci, a cui poi si aggiunge Alice, giovanissimo fenomeno alla chitarra classica (che tira in mezzo anche un suo amico, con cui vive quasi musicalmente in simbiosi) e poi Marco, bassista hard rock da parecchi anni, che si presta ad accompagnarci nella ritmica…

Il progetto è messo in piedi in poco tempo…In esso deve risaltare l’elemento voce, come preponderante, e poi, l’elemento femminile…Tre cantanti donne che si esibiscono in acustico non passano di certo inosservate…Nascono le The Satin Dolls, nome ispirato ad un pezzo del grande Duke Ellington…Inizialmente doveva essere un progetto in rappresentaza della Scuola, ma poi si decide di farci le ossa da sole e provare questa esperienza…

Non sappiamo come andrà a finire, ma di certo ci metteremo tutto l’impegno, la buona volontà, lo spirito di corpo e la fiducia in noi stesse; è questo che ci ha insegnato ad essere l’Accademia Musicale, che oltre ad essere Scuola di Musica, è anche Scuola di Vita, essendo un valido aiuto per formare le nostre personalità a volte alla deriva e per fortificarci il carattere…

Ringraziamo Lela Rose Produzioni per aver messo in piedi tutto questo! Ringrazio poi personalmente chi mi ha sostenuta, prendendo parte o semplicemente partecipando emotivamente al progetto, o abbracciando a piene mani la propria partecipazione; inoltre ringrazio la Silligan, che per me è stata veicolo di nuovi orizzonti e nuove aperture mentali… 😉

Psicologia delle Parafilie

A cura di Monica Barassi, Psicologia in Movimento

Parafilie, cosa sono: Si tratta di quelle manifestazioni patologiche della sessualità che sono state chiamate dapprima perversioni e poi deviazioni sessuali.

Ad esse non appartiene più, da quasi trent’anni, l’omosessualità.
Il nuovo termine vuole indicare che la deviazione (para) dipende dall’oggetto fonte di attrazione (filia).
Prima che nelle forme di rilievo clinico, se ne possono vedere nuclei non necessariamente patologici in soggetti che possono avere comunque difficoltà a vivere la relazione intima in modo anche emotivamente coinvolgente.
Di solito si presentano associate ad un desiderio sufficiente, all’incapacità di investire in una direzione oggettuale definita e alla necessità di far fronte a sentimenti di vuoto. Nelle loro espressioni più benigne, le parafile presentano ancora un certo grado di flessibilità e il soggetto non ne è imprigionato senza via d’uscita.

Ciò invece avviene nelle forme parafiliche organizzate , le quali hanno una codificazione diagnostica ben definita.
Secondo l’ultima edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV) prodotto dall’American Association of Psychiatry:

le caratteristiche essenziali di una parafilia sono fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che riguardano:

oggetti inanimati;
la sofferenza o l’umiliazione di se stessi o del partner;
bambini o altre persone non consenzienti.
Devono manifestarsi per almeno sei mesi.

Il DAM-IV aggiunge che :
Per alcuni soggetti, fantasie o stimoli parafilici sono indispensabili per l’eccitazione sessuale e sono sempre inclusi nell’attività sessuale. In altri casi, le preferenze parafiliche si manifestano solo episodicamente (per esempio, durante periodi di stress), mentre altre volte il soggetto riesce a funzionare sessualmente senza fantasie o stimoli parafilici. Il comportamento, i desideri sessuali, o le fantasie causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre importanti aree di funzionamento. Le fantasie parafiliche possono essere agite con un partner non consenziente, in modo da risultare lesive per il partner stesso. Il soggetto può andare incontro ad arresto e reclusione. I reati sessuali contro i bambini costituiscono una parte significativa di tutti i crimini sessuali riportati e i soggetti con esibizionismo, pedofilia e voyeurismo costituiscono la maggior parte dei criminali sessuali arrestati. …Le relazioni sociali e sessuali possono essere danneggiate se altri trovano il comportamento sessuale vergognoso o ripugnante o se il partner sessuale del soggetto rifiuta di condividere le preferenze sessuali inusuali.In alcuni casi, il comportamento inusuale (per esempio, atti esibizionistici o la collezione di oggetti feticistici) può diventare l’attività sessuale principale nella vita dell’individuo“.

L’evoluzione della definizione di attività sessuale perversa o parafilie rivela quanto la nosografia psichiatrica rifletta la società che la esprime. Nel contesto di una cultura che considerava la sessualità in termini relativamente ristretti, Freud (1905) definì l’attività sessuale perversa secondo diversi criteri:
1) focalizzata su regioni del corpo non genitali;
2) soppianta e sostituisce l’abituale pratica di rapporti genitali con un partner dell’altro sesso;
3) tende ad essere la pratica esclusiva dell’individuo.

Dal primo scritto di Freud, gli atteggiamenti culturali relativi alla sessualità sono radicalmente cambiati. È emerso che le coppie normali hanno una varietà di comportamenti sessuali. I rapporti orali-genitali, sono stati accettati come comportamento sessuale sano. L’omosessualità e la penetrazione anale sono state rimosse dalla lista delle attività perverse.

Secondo la McDougall (1986) fantasie perverse si riscontrano in tutto il comportamento sessuale adulto, ma causano pochi problemi in quanto non vengono esperite come compulsive. Ha inoltre suggerito di utilizzare il termine neosessualità per indicare le parafilie. Infatti, l’autrice propone di non utilizzare termini intrisi di toni moralistici e peggiorativi e di spostare, così, il focus e la riflessione sulla natura innovativa della pratica e l’intenso investimento dell’individuo nel suo conseguimento.
Lo studioso Stoller (1975, 1985) ha invocato una definizione più ristretta di perversione sessuale. Riferendosi alla perversione come alla forma erotica dell’odio ha asserito che la crudeltà, il desiderio di umiliare e di degradare il partner sessuale, e anche se stessi, sono i determinanti cruciali per classificare un comportamento perverso. Secondo questa prospettiva, l’intenzione dell’individuo è una variabile critica nel definire la perversione. Un individuo viene definito perverso, solo quando l’atto erotico viene utilizzato per evitare una relazione a lungo termine, emotivamente intima con un’altra persona.

La definizione delle parafilie del DSM-IV (American Psychiatric Association, 1994), nel tentativo di essere non giudicante, ha suggerito la restrizione del termine alle situazioni in cui vengono utilizzati oggetti non umani, vengono inflitti a sé o al proprio partner un effettivo dolore o umiliazione, o vengono coinvolti bambini o adulti non consenzienti. Per considerare il continuum fra fantasia e azione, il DSM-IV ha elaborato uno spettro di gravità. Nelle forme lievi, i pazienti sono turbati dalle loro spinte sessuali parafiliache, ma non le mettono in atto.
Nelle condizioni di gravità moderata, i pazienti traducono la spinta in azione, ma solo occasionalmente. Nei casi gravi, i pazienti mettono ripetutamente in atto le loro spinte parafiliache.

Comprensione psicodinamica delle parafilie
L’eziologia delle parafilie rimane in gran parte piena di mistero. Nonostante alcuni studi abbiano suggerito che fattori biologici contribuiscano alla patogenesi delle perversioni, i dati sono lungi dall’essere definitivi. Anche se sono presenti fattori biologici, sono ovviamente ragioni psicologiche che giocano un ruolo nel determinare la scelta della parafilia e il significato sottostante agli atti sessuali. La visione classica delle perversioni, secondo la teoria pulsionale di Freud (1905) riteneva che in questi disturbi “l’istinto” e “l’oggetto” fossero separati l’uno dall’altro. Scrive Freud che “la pulsione sessuale probabilmente è in un primo tempo indipendente dal proprio oggetto”. Secondo il padre della psicoanalisi, nelle perversioni, le fantasie diventano coscienti e vengono espresse direttamente come piacevoli attività egosintoniche. Secondo Fenichel (1945) il fattore decisivo che impedisce il raggiungimento dell’orgasmo attraverso il rapporto genitale convenzionale è l’angoscia di castrazione. Le perversioni, secondo questa visione classica, assolvono, quindi, la funzione di negare la castrazione. Secondo lo studioso Stoller (1975, 1985) l’essenza della perversione è la conversione “di un trauma infantile in un trionfo adulto”. I pazienti sono spinti dalle loro fantasie di vendicare umilianti traumi infantili causati dai genitori. Il loro metodo di vendetta è di umiliare o disumanizzare il partner durante la fantasia o l’atto perverso. Secondo Michell (1988) l’attività sessuale perversa può anche essere una fuga dalla relazionalità oggettuale. Molte persone che soffrono di parafilie si sono separate e individualizzate in maniera incompleta dalle loro rappresentazioni intrapsichiche della madre. Il risultato è che sentono che la loro identità come persone separate viene costantemente minacciata da una fusione da parte di oggetti interni o esterni. L’espressione sessuale può essere l’unica area nella quale riescono ad affermare la loro indipendenza. La McDougall (1986), che come sopracitato, propone l’utilizzo del termine neosessualità, suggerisce che il comportamento sessuale evolve da una complicata matrice di identificazioni e controidentificazioni con i genitori. Ciascun bambino è coinvolto in un teatro psicologico inconscio che sorge dai desideri e conflitti erotici inconsci dei genitori. Per cui la natura obbligatoria di ogni neosessualità è programmata da copioni genitoriali interiorizzati dal bambino. Infine, secondo l’autrice, certe pratiche ed oggetti sessuali diventano come una droga che il paziente usa per curare un senso di morte interno e una paura di disintegrazione del Sé. Per Kohut (1971, 1977), l’attività perversa comprende un tentativo disperato di ristabilire l’integrità e la coesione del Sé in assenza di risposte empatiche da oggetto-Sé da parte degli altri. L’attività o fantasia sessuale può aiutare il paziente a sentirsi vivo ed integro quando minacciato dall’abbandono o dalla separazione. Un comportamento perverso in terapia può essere una reazione a fallimenti di empatia da parte del terapeuta, che portano ad un temporaneo scompiglio nella matrice Sé/oggetto-Sé. Per quanto concerne, nello specifico, lo studio delle perversioni femminili, la Kaplan (1991) sottolinea che esse implicano dinamiche più sottili rispetto alla sessualità più prevedibile delle perversioni maschili. Delle attività sessuali che derivano dalle parafilie femminili fanno parte le tematiche della separazione, dell’abbandono e della perdita. Concludendo, prima di prendere in esame le dinamiche di ciascuna parafilia, dobbiamo ricordare che la preferenza individuale di una fantasia perversa piuttosto che di un’altra rimangono oscure. Pertanto, la comprensione psicodinamica di un paziente coinvolto in un’attività sessuale perversa implica una comprensione esauriente del modo in cui la perversione interagisce con la sottostante struttura caratterologica del paziente.

Esibizionismo e voyeurismo
Esponendo pubblicamente i propri genitali alle donne e alle bambine sconosciute, l’esibizionista si rassicura di non essere castrato (Freud, 1905 – Fenichel 1945). Le reazioni di shock che queste azioni provocano lo aiuta a fronteggiare l’angoscia di castrazione e gli dà un senso di potere sul sesso opposto. Lo studioso Stoller (1985) ha messo in evidenza che le azioni esibizionistiche tipicamente fanno seguito a una situazione nella quale il responsabile si è sentito umiliato, spesso da parte di una donna. Inoltre, l’atto di mostrare i suoi genitali permette all’uomo di riguadagnare un qualche senso di valore e di identità maschile positiva. Spesso questi uomini rivelano una profonda insicurezza rispetto al loro senso di mascolinità. Secondo Mitchell (1988) gli esibizionisti spesso sentono di non aver avuto nessun impatto su nessuna persona della propria famiglia hanno pertanto dovuto ricorrere a misure straordinarie per essere notati. Anche l’altra faccia dell’esibizionismo, il voyeurismo, comporta la violazione del privato di una donna sconosciuta, un trionfo aggressivo, ma segreto sul sesso femminile. Fenichel (1945) ha associato le tendenze voyeuristiche a una fissazione alla scena primaria infantile, nella quale il bambino assiste o ode a un rapporto sessuale tra i genitori. Questa precoce esperienza traumatica potrebbe stimolare l’angoscia di castrazione del bambino e portarlo poi, una volta adulto, a rimettere in atto la scena più e più volte nel tentativo di padroneggiare attivamente un trauma vissuto passivamente. Infine, lo studioso identificò anche una componente aggressiva nel guardare, concettualizzandola come uno spostamento del desiderio di essere direttamente distruttivo verso le donne, al fine di evitare sentimenti di colpa.

Sadismo e masochismo
Il sadismo e il masochismo, sono le uniche parafilie che si riscontrano regolarmente nei due sessi. I pazienti afferenti da sadismo, stanno spesso inconsciamente tentano di capovolgere scenari infantili nei quali sono stati vittime di abuso fisico o sessuale. Infliggendo ad altri quello che accadde a loro quand’erano bambini, ottengono al medesimo tempo vendetta e un senso di padronanza sulle esperienze infantili di abuso (Fenichel 1945). In termini relazionali, secondo Michell (1988), il sadismo spesso si sviluppa da una particolare relazione interna nella quale l’oggetto rifiutante e distante necessita di uno sforzo energico per superare la propria resistenza rispetto alla propria rappresentazione del Sé. Anche i pazienti masochisti, che hanno bisogno di umiliazioni e addirittura di dolore per raggiungere il piacere sessuale, possono star ripetendo delle esperienze infantili di abuso. Secondo Fenichel (1945), i pazienti masochisti possono essere fortemente convinti di meritare delle punizioni per i loro desideri sadici conflittuali e che l’accettazione di un atto sadico è un “male minore” rispetto alla loro paura di castrazione. Secondo la corrente della Psicologia del Sé, il comportamento masochista può essere esperito dal paziente come capace di ristrutturare il Sé. A tal proposito, una paziente masochista scrisse al proprio terapeuta “il dolore fisico è meglio della morte spirituale”. Infine, secondo Mitchell (1988) la resa masochista è la messa in atto di una relazione d’oggetto interna nella quale l’oggetto risponderà al Sé solo quando viene umiliato.

Feticismo
Per raggiungere l’eccitamento sessuale, i feticisti hanno bisogno di usare un oggetto inanimato, spesso un articolo di biancheria intima femminile, o una scarpa, oppure una parte non genitale del corpo. Freud originariamente spiegò il feticismo come derivato dall’angoscia di castrazione. L’oggetto scelto come feticcio rappresenta il pene femminile, uno spostamento che aiuta i feticisti a superare l’angoscia di castrazione. Seguendo la premessa secondo la quale la consapevolezza maschile dei genitali femminili accresce la paura dell’uomo di perdere i suoi stessi genitali e di diventare come una donna, Freud pensò che questa simbolizzazione inconscia spiegasse la presenza relativamente comune del feticismo. Il fondatore della psicoanalisi utilizzò questa formulazione per sviluppare il suo concetto di scissione dell’io (1938): nella mente del feticista coesistono due idee contraddittorie: la negazione della castrazione e l’affermazione della castrazione. Il feticcio le rappresenta entrambe. Secondo la studiosa Greenacre (1979) il feticismo deriva da gravi problemi nella relazione madre-bambino: il bambino non può essere consolato dalla madre o da oggetti transazionali. Per esperire un’integrità corporea, il bambino ha bisogno pertanto di un feticcio, un oggetto rassicurante, duro, inflessibile, immutabile e duraturo. Questi precoci disturbi pregenitali vengono in seguito riattivati quando il maschio bambino o adulto è preoccupato riguardo all’integrità genitale. In sostanza la Greenacre ha visto il feticcio operante come un oggetto transizionale.
Anche, lo studioso Kohut (1977), ha sostenuto una visione abbastanza simile del feticismo, sebbene espressa in termini di Psicologia del Sé. Secondo la sua visione, il feticista, in contrasto con i sentimenti di impotenza nei riguardi della madre, può avere un controllo completo sulla versione non umana dell’oggetto-Sé. Pertanto, quello che appare come un intenso bisogno sessuale di un oggetto narcisistico può in realtà riflettere una grave ansia riguardo alla perdita del proprio senso di Sé (Mitchell, 1988).

Pedofilia
Secondo la visione classica (Fenichel, 1945; Freud, 1905), la pedofilia rappresenta una scelta oggettuale narcisistica; questo significa che il pedofilo vede il bambino come un’immagine che rappresenta se stesso. I pedofili venivano anche considerati come individui impotenti e deboli che cercano i bambini come oggetti sessuali in quanto ponevano minori resistenze o creavano minore ansia dei partner adulti, permettendo così ai pedofili di evitare l’angoscia di castrazione.
Nella pratica clinica si riscontra come l’attività sessuale con bambini prepuberi può puntellare la fragile stima di Sé. D’altra parte, il pedofilo spesso idealizza i bambini: l’attività sessuale con loro comporta la fantasia inconscia di fusione con un oggetto ideale o di ristrutturazione di un Sé giovane, idealizzato. A un livello più profondo, l’unione con un bambino rappresenta il desiderio di incorporare il seno della madre e pertanto di compensare l’effettiva assenza di cure materne nella prima infanzia. Inoltre, i pedofili sono frequentemente stati vittime di abusi sessuali infantili. Dinamiche sadiche e un senso di trionfo e di potere può accompagnare la trasformazione di un trauma passivo in una vittimizzazione perpetrata attivamente.
Concludendo, anche il potere e l’aggressività sono preoccupazioni importanti nei pedofili la cui attività sessuale è limitata a relazioni incestuose con i propri figli o figliastri. Questi uomini spesso non si sentono amati dalle loro mogli, e sollecitano delle risposte di protezione da parte dei figli presentando se stessi come vittime. L’altra faccia del loro autopresentarsi come martiri è, tuttavia, un senso di controllo e di potere sul proprio partner sessuale. Questi padri incestuosi covano una straordinaria aggressività verso la donna, e pensano spesso al loro pene come a un’arma da utilizzare in atti di vendetta contro la donna.

Travestitismo
In questa comune parafilia, il paziente maschio si veste da donna per creare in sé un eccitamento sessuale che porta a un rapporto sessuale eterosessuale o alla masturbazione. Il paziente si comporta in maniera tradizionalmente maschile quando è vestito da uomo, ma diventa effeminato quando è vestito da donna. La classica comprensione psicoanalitica del travestirsi da donna comporta la nozione di madre fallica. Immaginando che la madre possieda un pene, anche se questo non è chiaramente visibile, il bambino maschio supera la sua angoscia di castrazione. L’atto di travestirsi da donna può pertanto essere un’identificazione con la madre fallica (Fenichel, 1945).
A livello più primitivo, il bambino piccolo può identificarsi con la madre per evitare l’ansia relativa alla separazione. La sua consapevolezza delle differenze sessuali tra lui e la madre può attivare l’ansia di perderla perché essi sono persone separate.

Approcci terapeutici
I pazienti affetti da parafilie sono notoriamente difficili da trattare. La maggior parte dei parafiliaci sono poco interessati a rinunciare alle proprie perversioni, vissute come spesso come egosintoniche e fonte di piacere. La maggior parte dei pazienti va in terapia a seguito di pressioni esercitate da altri (es. crisi coniugale, causa giudiziaria etc etc) e possono cercare di dare un’immagine di sé distorta per ottenere dei vantaggi secondari. A volte i pazienti parafiliaci presentano, anche un disturbo di personalità (es. antisociale, borderline, narcisista) e necessitano di trattamenti terapeutici integrati accuratamente personalizzati.

Psicoterapia individuale
La psicoterapia individuale espressivo-supportiva con enfasi espressiva è spesso il metodo preferito di trattamento, ma le aspettative di un terapeuta devono però essere modeste. Anche se diversi pazienti potranno migliorare in termini di relazionalità oggettuale e funzionamento dell’Io, le tendenze perverse sono meno facilmente modificabili. In genere, gli individui con organizzazione del carattere di più alto livello hanno un esito migliore di quelli con organizzazione borderline. Inoltre, la prognosi è più favorevole, allorché i pazienti posseggano una mentalità psicologica, abbiano un qualche grado di motivazione, provino un certo disagio per i loro sintomi e siano curiosi riguardo alle origini di tali sintomi. Tipicamente, il trattamento dei pazienti parafiliaci presenta alcuni problemi. Nello specifico: il diniego del disturbo, ovvero i pazienti raramente desiderano focalizzarsi sulla perversione, il terapeuta deve integrare il comportamento parafiliaco con il settore centrale del funzionamento della personalità del paziente per permettergli di affrontarlo; l’importanza da parte del terapeuta di non assumere un atteggiamento punitivo verso il paziente: il comportamento perverso facilmente evoca nei terapeuti delle risposte di forte disapprovazione che ostacolano l’alleanza terapeutica e lo svolgimento del trattamento. Compiti prioritari del terapeuta per il trattamento delle parafilie sono: cercare insieme al paziente i significati inconsci del sintomo e la sua funzione all’interno della personalità dell’individuo e spiegare le connessioni del sintomo con gli altri stati emotivi e gli eventi della vita che possono accrescere il bisogno del sintomo. Concludendo, nessuna terapia presa singolarmente è efficace per tutte le parafilie, sono assolutamente necessari approcci individualizzati, nel corso dei quali il paziente deve arrivare ad accettare completamente la responsabilità delle proprie azioni e dei danni causati conseguentemente ai comportamenti patologici.

Terapia coniugale
La terapia della coppia può essere cruciale per il successo del trattamento delle parafilie. Aiuta a delineare come l’attività perversa rifletta difficoltà sessuali ed emotive nella diade coniugale. Può anche alleviare nella moglie gli infondati sentimenti di colpa e responsabilità circa i comportamenti del coniuge e farla sentire partecipe alla risoluzione del comportamento del marito. L’esplorazione del disaccordo coniugale può anche rivelare che la parafilia è un contenitore o un capro espiatorio che sposta l’attenzione da uno o più aree problematiche del matrimonio.

Terapia della famiglia
La terapia della famiglia è soprattutto indicata nei casi di pedofilia che si verificano nel contesto di un incesto. Il terapeuta che si accosta a questo tipo di patologia familiare cercando di punire i colpevoli incontrerà una resistenza massiccia: i membri della famiglia “faranno quadrato” per escludere l’azione del terapeuta come fosse un aggressore esterno che va ad alterare precari equilibri omeostatici esistenti nel nucleo familiare. Il terapeuta, deve invece, riconoscere e rispettare la fedeltà e la protezione della vittima nei confronti del padre incestuoso. È importante che il terapeuta focalizzi l’attenzione sul desiderio del padre di relazionalità e vicinanza emotiva, piuttosto che sulla sessualità o perversione sul minore. E infine, il terapeuta deve prendere in esame con empatia l’impoverimento delle risorse emotive della madre, che pure collude inconsciamente al perpetuarsi della dinamica familiare incestuosa.

Trattamento ospedaliero
Il trattamento ospedaliero è indicato soprattutto per i pedofili, ma anche per gli esibizionisti, incapaci di controllare il proprio comportamento se trattati in modo ambulatoriale. Tuttavia, molti pazienti e specie i pedofili, per evitare di doversi confrontare in merito alla propria perversione con gli altri durante le riunioni di gruppo possono: ammaliare gli altri pazienti per bloccare le risposte di feedback che vengono invece date agli altri pazienti; mentire sul proprio comportamento e, infine, fingere di seguire effettivamente il trattamento.

Psicoterapia di gruppo
La psicoterapia di gruppo è indicata soprattutto per i pazienti affetti da voyeurismo ed esibizionismo. L’esperienza del gruppo fornisce un misto di sostegno e di confronto con altri aggressori che hanno intima familiarità con il problema del paziente.

Farmacoterapia
I farmaci antiandrogeni, come il ciproterone acetato (CPA) e il medrossiprogesterone acetato (MPA, Depo-Provera), rappresentano comuni strumenti terapeutici. Ma il loro utilizzo è comunque limitato a causa di effetti collaterali sulla salute del paziente. Infine, è notevolissimo il problema della bassa compliance dei prodotti e il fatto che non risolvano la deviazione in sé. Se il farmaco viene interrotto, infatti, il comportamento deviante riappare.

Bibliografia

– Quick Reference to the Diagnostic Criteria from DSM-IV by American Psychiatric Association, Washington D.C., 1994-1995.
– Gabbard Glen O. (2000), Psychodynamic Psychiatry in Clinical Practice, American Psychiatry Press, Inc.(trad. it. Psichiatria psicodinamica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002).
– Simonelli C. (1996), Diagnosi e trattamento delle disfunzioni sessuali, Franco Angeli, Milano.

Questa è la relazione del dott. Salvatore Valvo, psichiatra “alternativo”, esposta nel corso del Convegno “Le nuove vie del benessere”, che si è tenuto a Ragusa, il 26 marzo 2004, su un tema che ultimamente mi sta facendo riflettere…

Saluto i partecipanti e ringrazio il Prof. Pippo Palazzolo dell’invito rivoltomi. Sono uno psichiatra e come tale mi occupo di disturbi mentali da quasi un ventennio. La mia formazione nel corso di questi anni si è sviluppata su due fronti uno di matrice organica e meccanicista, l’altro umanistico, olistico ed esperenziale (gestalt, danzaterapia, psicodramma e rebirthing). Quest’ultimo genere di formazione mi ha aiutato e mi aiuta quotidianamente a capire meglio le mie emozioni e a cercare di comprendere la sofferenza della persona che chiede aiuto. Inoltre l’esperienza quotidiana alimenta sempre più la convinzione che angoscia, tristezza, rabbia, euforia o passione non siano solo il risultato di una danza di molecole, ma qualcosa di più complesso che ha radici nei vissuti personali e relazionali di ognuno di noi.

 Inoltre io ritengo che una società civile debba strutturare i suoi servizi sanitari e formare i suoi operatori nel recupero di una dimensione etica e umana dell’individuo che soffre e non solo nella ricerca di nuove molecole (pillole della felicità!).

Il tema da me scelto per questo convegno: “La ferita narcisistica e la ricerca della felicità”  dove io aggiungerei “perduta”, è scaturito dall’idea di proporre una riflessione sul significato da attribuire al termine peraltro oggi molto inflazionato.

Prima di procedere nella storia di questo concetto, che riguarderà necessariamente il livello teorico e quindi rischierà di essere arida o difficile, può essere utile partire dal dato clinico, affinché possiamo tenerlo come punto di riferimento durante la discussione successiva. Le nostre disquisizioni teoriche sono sterili se non ci aiutano a comprendere la clinica. A questo proposito, il disturbo narcisistico di personalità è diventato molto di moda negli ultimi tempi, e l’uso di questo termine, originariamente diffusosi nella letteratura psicoanalitica, si nota sempre di più anche nel linguaggio comune. Sembra che l’aggettivo “narcisista”, assieme a quello di “borderline” (che significa caso “al limite” o “al confine” tra nevrosi e psicosi), a poco a poco abbiano preso il posto dell’aggettivo “isterico”, usato per vari decenni anche questo in modo non sempre rigoroso.

Quando una parola viene usata per molto tempo, può diventare meno efficace, e alcune parole nuove, forse solo per il fatto stesso di essere nuove, acquistano più forza, forse perché vi è la fantasia che un interlocutore al quale esse non sono familiari venga preso alla sprovvista e sia disposto a dare ragione a chi magicamente le pronuncia; quando anch’esse si saranno diffuse, probabilmente dovranno essere riciclate, e altre parole nuove avranno maggiore fortuna. Ci si accorge a volte che ci lasciamo andare a tacciare un paziente di “narcisismo” solo per il fatto di avere una sintomatologia vaga o di difficile inquadramento diagnostico, oppure non facile da affrontare psicoterapeuticamente, se non addirittura per scaricare la nostra frustrazione o aggressività, proprio come a volte si faceva col termine “isterico”.

Evoluzione storica del concetto

L’immagine che ritrae il famoso Narciso di Caravaggio, mi permette di parlare del Mito di Narciso, giovane di Tespi di eccezionale bellezza, figlio della ninfa Liriope e del Dio del fiume Cefiso. Quando nacque il veggente Tiresia gli profetizzo che sarebbe vissuto fino a tarda età se solo non si fosse visto.

Quando Narciso ebbe raggiunto i sedici anni si era lasciato alle spalle una schiera di amanti respinti di ambo i sessi. Tra gli spasimanti vi era pure la ninfa Eco che fu punita da Era, perché la distraeva raccontandole lunghe favole mentre le concubine di Zeus sfuggivano ai suoi occhi, privandola della parola e lasciandole solo la possibilità di ripetere le ultime sillabe delle parole udite.

Narciso respinge bruscamente Eco e gli Dei (Artemide) lo condannano a innamorarsi senza poter soddisfare la propria passione. E così mentre Narciso passeggiava si avvicinò ad una fonte incontaminata, e vide l’immagine riflessa di cui si innamorò, ogni volta che tentava di abbracciare o baciare quel bel fanciullo l’immagine scompariva, cosi capì che era se stesso e rimase ore a fissarsi riflesso nell’acqua. L’amore gli veniva concesso e negato, egli si struggeva per il dolore ma insieme godeva del tormento ben sapendo che almeno non avrebbe tradito se stesso. Cosi morì, alcuni sostengono d’inedia, altri dicono che si trafisse il petto con una spada, comunque si trasformò in un fiore il narciso che cresce lungo i bordi dei corsi d’acqua.(fiore bianco con la corolla rossa da cui pare si estragga un unguento la Cheronea con proprietà antiinfiammatoria, antidolorifica).
E’ significativo che Narciso si innamorò della sua immagine solo dopo aver respinto l’amore di Eco. L’innamorarsi della propria immagine – diventare cioè narcisisti – è interpretato nel mito come una forma di punizione per l’incapacità di amare. Ma chi è Eco? Se non uno specchio sonoro, potrebbe essere la nostra stessa voce che ritorna a noi? Se cosi fosse e Narciso avesse potuto dire : “ti amo” Eco avrebbe ripetuto queste parole e il giovane si sarebbe sentito amato. Ma l’incapacità di dire queste parole identifica il narcisista, avendo ritirato la libido verso il proprio Io.

 Definizione: il termine narcisismo descrive una condizione sia psicologica che culturale. Per comprendere come mai la personalità narcisista acquistò una tale importanza sulla scena psichiatrica da essere inclusa nel 1980 nel DSM-III dall’American Psychiatric Association, occorre conoscere e comprendere alcuni sviluppi avvenuti sia in campo sociale che psicoanalitico. Per quanto riguarda i primi, si pensi solamente al famoso libro del 1978 di Christopher Lasch La cultura del narcisismo [Milano: Bompiani, 1981], cultura che caratterizzerebbe l’era del benessere delle società avanzate, in cui la crisi dei valori e altre complesse trasformazioni sociali avrebbero letteralmente stravolto il significato dell’esistenza dell’uomo facendolo per così dire “ripiegare su se stesso”: è ormai un luogo comune dei mass media definire le ultime decadi di questo secolo come “l’era del narcisismo

 A livello culturale il Narciso può essere inteso: come una “perdita di valori umani”, viene a mancare l’interesse per l’ambiente, per la qualità della vita, per i propri simili.

Una società che sacrifica l’ambiente naturale al profitto e al potere rivela la sua insensibilità, per le esigenze umane.

Quando la ricchezza occupa una posizione più alta della saggezza o la notorietà è più ammirata della dignità e quando il successo è più importante del rispetto di se allora vuol dire che la cultura stessa sopravvaluta l’immagine e deve essere ritenuta narcisista.

A livello individuale: indica un disturbo della personalità caratterizzato da un esagerato investimento sulla propria immagine (a spese del Se, intendendo per Se secondo A. Lowen sentimenti e percezioni del proprio corpo).

I narcisisti sono più preoccupati di come appaiono che non di cosa sentono.

Il quadro clinico

Per avere un’idea più precisa di cosa si intente per narcisismo in termini descrittivi, è utile vedere i criteri diagnostici del DSM-IV-TR

In ambito clinico il concetto di Narciso acquista un significato specifico, nel campo della patologia esiste infatti un Disturbo narcisistico della personalità, dove per disturbi della personalità intendiamo disturbi psichici caratterizzati da tratti permanenti del carattere che pur essendo patologici, non vengono avvertiti dal soggetto come aspetti problematici.

I criteri diagnostici del D.NarcisoD.P secondo il DSM IV sono principalmente: una modalità pervasiva di grandiosità, nelle fantasie, nel comportamento ed uno stile relazionale basato sullo sfruttamento dell’altro.

In entrambi i casi il soggetto si pone sul palcoscenico e relega gli altri al ruolo di spettatori sia che decida di occupare la scena prepotentemente reclamando gli applausi, sia che preferisca restare nascosto dietro le quinte in attesa dell’occasione propizia al trionfo.

Sia il Narciso arrogante, che parla senza rivolgersi a nessuno come se fosse davanti ad un vasto pubblico che il Narciso schivo, che sfugge gli sguardi per difendere le sue fantasie di grandiosità, proiettano sullo specchio quell’ideale di perfezione che li allontana da  se stessi e dal mondo.

Il termine infatti è etimologicamente connesso alla parola greca Narkè che significa torpore. Infatti il Narciso è il torpore di chi insegue il miraggio di un ideale senza riuscire a vedere oltre i vapori delle sue fantasie di grandiosità.

La psicoanalista Kerberg afferma che i Narciso non sono in grado di distinguere tra l’immagine di chi credono di essere e l’immagine di chi effettivamente sono.

Criteri diagnostici

Per quanto riguarda i criteri diagnostici secondo il DSM IV TR andando un po’ di più nel particolare si deve dire che perché sia diagnosticato come disturbo di personalità è necessario che almeno cinque dei seguenti elementi siano presenti:

     1)     Ha un senso grandioso d’importanza (per es. esagera i risultati e i talenti, si aspetta di essere notato come superiore senza una adeguata motivazione)

2)     E’ assorbito da fantasie illimitate di successo, potere, fascino, bellezza e amore ideale.

3)     Crede di poter essere speciale e unico e di dover frequentare e poter essere capito solo da altre persone speciali o di classe elevata.

4)     Richiede eccessiva ammirazione

5)     Ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, cioè la irragionevole aspettativa di trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative.

6)     Sfruttamento interpersonale

7)     Mancanza di empatia, è incapace di riconoscere e di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri.

8)     E’ spesso invidioso degli altri o crede che gli altri lo invidino

9)     Mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi

Molti individui di grande successo manifestano tratti di personalità che potrebbero essere considerati narcisistici, ma soltanto quando questi tratti diventano inflessibili, maladattativi e persistenti e causano conseguentemente compromissione funzionale significativa o sofferenza soggettiva, configurano il quadro che abbiamo descritto come Disturbo narcisistico di personalità.

Manifestazioni e disturbi associati: la vulnerabilità dell’autostima, rende l’individuo con D.NarcisoD.P molto sensibile alle ferite dovute alle critiche o alla frustrazione. La critica può tormentarli e lasciarli umiliati, avviliti, vanificati e svuotati. Tali esperienze conducono a ritiro sociale o a una parvenza di umiltà che può mascherare e proteggere la grandiosità.
Talvolta il funzionamento professionale può essere molto basso riflettendo l’avversione ad accettare il rischio in situazioni competitive.

Sentimenti persistenti di umiliazione e vergogna e l’autocritica che li accompagna, possono associarsi a ritiro sociale, umore depresso, e disturbo distimico o depressivo maggiore. Al contrario periodi prolungati di grandiosità possono associarsi con umore ipomaniacale. Il D.NarcisoD.P. può essere associato con l’anoressia nervosa, con i disturbi correlati a sostanze (specialmente con la cocaina). Anche altri disturbi di personalità come: Istrionico, Borderline, Antisociale, Paranoide, possono essere associati al D.NarcisoD.P.

Se riteniamo inutilizzabile il concetto di narcisismo inteso solo come un eccessivo amore per se stessi, sia per la superficialità che per la chiara intonazione moralistica, allora dobbiamo chiederci, nell’utilizzare questo termine, a cosa esattamente ci riferiamo.

 In quanto medico psichiatra la mia ottica è orientata sul D.NarcisoD.P.

Ma per fare chiarezza e proporre un discorso univoco sul narcisismo, mi sembra necessario partire da due ipotesi.

La prima è che il Narciso è strettamente correlato, in senso genetico e psicodinamico con la formazione e la struttura dell’Io.

 La seconda è che la patologia non si esaurisce esclusivamente nel cosiddetto D.NarcisoD.P. ma pur con tratti diversificati può attraversare una gran parte della psicopatologia.
In Psicologia la storia del Narciso viene in genere fatta risalire a Freud con il suo lavoro del 1914  “Introduzione al Narcisismo”; studio finalizzato ad opporsi alle critiche di Jung circa l’impossibilità di applicare la teoria della libido per spiegare la psicosi schizofrenica.

Freud parti dall’osservazione che in origine il termine Narciso era riferito a quei soggetti che derivano una soddisfazione erotica dalla contemplazione del proprio corpo, si accorse che molti aspetti di questo atteggiamento potevano essere riscontrati nella maggior parte delle persone, quindi pensò che il Narciso potesse far parte del normale decorso dello sviluppo sessuale.

 Secondo Freud noi abbiamo originariamente due oggetti sessuali: noi stessi e la persona che si prende cura di noi (madre). Questa convinzione nasce dall’osservazione che un bambino può derivare piacere erotico dal proprio corpo come anche da quello della madre. Pensando a questo Freud ipotizzò che un “narcisismo primario” sia presente in ogni essere umano, Narciso che può per alcuni rivelarsi l’elemento dominante della scelta oggettuale.

Con Narcisismo primario Freud intende quello stato precoce in cui il bambino investe tutta la sua libido in se stesso prima di scegliere degli oggetti esterni.

Con narcisismo secondario Freud indica indica al contrario un ripiegamento sull’Io della libido che verrebbe cosi sottratta ai suoi investimenti oggettuali.

Il problema è : se esiste una fase normale di narcisismo primario, come avvenga nello sviluppo patologico il fallimento dell’evoluzione da una fase di amore di se (narcisismo primario) all’amore d’oggetto(diretto verso gli altri).

E’ implicito in questo fallimento una mancanza che blocca la normale crescita.

 Altri autori negli anni successivi hanno chiarito meglio di Freud in che cosa consista questa mancanza e anche se non descrivono direttamente il Narciso propongono delle dinamiche che risultano importanti per la comprensione di questa istanza.  

Il primo è Fairbairn, che descrive un Io libidico alla ricerca di un contatto emotivo-affettivo che è presente già alla nascita e un Io antilibidico che si sviluppa per una cronica indisponibilità emotiva della madre e che è il frutto del rapporto con l’oggetto rifiutante.

La tensione che nasce dal conflitto tra questi due aspetti costringe il bambino ad operare una scissione tramite una funzione definita Io realtà.

La concezione di Fairbairn propone la psicopatologia come la scissione di un Io primario unificato e coeso che ha però bisogno di un oggetto gratificante e di una situazione ambientale favorevole.

Con la concezione del Sé vero e Sé falso Winnicott amplia successivamente questa concezione.

“Non è la soddisfazione istintuale che fa si che il bambino cominci ad essere e a sentire che la vita è reale e degna di essere vissuta” (Gioco e realtà). Perché questo succeda è necessaria una holding (azione di contenimento) che gli permetta di esperire un ambiente affidabile fonte di quel senso di Se progressivamente emergente che si manifesta come sentimento di essere vivi, d’integrazione e di personalizzazione. Ma se le situazioni esterne non sono favorevoli il bambino percepirà ogni esperienza come interferenza o sopruso. Di fronte a questo vissuto sarà costretto a costruirsi un falso Se necessario a proteggere il Se vero dallo sfruttamento e dall’annientamento.

La madre funge da intermediario con la realtà esterna, è l’area del gioco e dell’oggetto transizionale che rende possibile la separazione e il ritirarsi in se stesso.

Un autore meno conosciuto è Grunberger che nel 1971 pubblica il suo lavoro sul narcisismo. La tesi centrale è la seguente il Narciso è una energia psichica che trova origine nello stato di elazione prenatale, costituita da una perfetta omeostasi in assenza di bisogni, perché questi sono automaticamente soddisfatti.

Dopo la nascita il bambino deve affrontare le inevitabili frustrazioni dovute al rapporto con la realtà, per sopperire al crollo del suo universo narcisistico ha bisogno di elementi narcisistici provenienti dall’esterno (la madre).

In un sano sviluppo è necessario che abbia luogo un rapporto dialettico tra la componente istintuale-pulsionale e la componente narcisistica.

Per realizzarsi nel modo più favorevole, questa dialettica narcisismo-pulsioni, dovra appoggiarsi su due momenti o forme relazionali, la prima consiste nella “valorizzazione narcisistica speculare”, rispecchiandosi nel genitore che gli conferma attraverso l’amore il narcisismo.

Quest’apporto (madre) non potrà tuttavia essere sempre completo, di qui la necessità di una seconda forma di valorizzazione (di solito il padre) alla quale sarà dato un valore unico ed esclusivo.Essa sarà idealizzata, divenendo il supporto dell’ideale dell’Io (super Io) per il bambino. D’ora in poi, per amarsi, dovrà passare attraverso la mediazione di questa formazione ideale.

Quanto più precoci e intense saranno state le ferite narcisistiche tanto più rigorosa diventerà questa istanza (super Io) e più difficile l’integrazione con la componente pulsionale. La distanza tra l’Io e il suo ideale (Super Io) sempre maggiore porterà a sentimenti di vergogna e a movimenti in senso depressivo (1971, Studio sulla depressione).

Ma e’ stato probabilmente Kohut l’autore che ha contribuito in modo decisivo a stimolare l’interesse attorno al disturbo della personalità narcisista: autorevole analista di Chicago, e già vice presidente dell’International Psychoanalytic Association, Kohut ha ispirato un grosso movimento all’interno della psicoanalisi definito “Psicologia del Sé”, in aperto contrasto con la corrente psicoanalitica tradizionale nota come “Psicologia dell’Io”. Il movimento kohutiano, che secondo alcuni rappresenta la più potente corrente di dissidenza all’interno della psicoanalisi contemporanea ha posto al centro della teorizzazione il concetto più esperienziale fenomenico di Self (il Sé, contrapposto a quello di Io, più impersonale ed astratto), ha fatto leva su certe debolezze della tecnica interpretativa classica riproponendo l’importanza di fattori quali l'”empatia”, ha posto vari interrogativi sulla concezione tradizionale dei fattori terapeutici della psicoanalisi, e così via. La sua influenza sul movimento psicoanalitico è stata così grande che, al culmine del successo e della espansione del movimento della Psicologia del Sé, alcuni addirittura hanno affermato che Kohut sta a Freud come Einstein sta a Newton, nel senso del discepolo che ha trasformato la teoria del maestro.

Il pensiero di Kohut

Ma vediamo brevemente come Heinz Kohut concepisce la psicodinamica dei disturbi narcisistici. Kohut [1971, cit.] incominciò col notare due particolari tipi di transfert nei pazienti narcisistici, che chiamò transfert “speculare” e transfert “idealizzante”. Nel primo il paziente esprimerebbe il bisogno di essere ammirato e “rispecchiato” dal terapeuta, mentre nel secondo esprimerebbe il bisogno complementare di idealizzare e ammirare il terapeuta stesso. Egli poi postulò che il compito del terapeuta non è quello di frustrare questi bisogni, magari interpretandoli come difese, ma quello di accettarli in quanto tali e di corrispondere empaticamente ad essi per permettere al Sé di svilupparsi. Infatti secondo Kohut la genesi dei disturbi narcisistici va ricercata in un atteggiamento “poco empatico” da parte dei genitori che ha provocato l’arresto dello sviluppo a un “Sé grandioso arcaico”, del quale appunto i due tipi di transfert prima menzionati sarebbero la riattivazione nel transfert. E’ solo quindi permettendo al paziente di ripercorrere queste tappe evolutive attraverso un rapporto empatico col terapeuta, il quale ammira il paziente e permette a sua volta di farsi ammirare da lui, che il paziente riesce gradualmente a mitigare o modificare il suo Sé grandioso attraverso quelle che Kohut chiama “internalizzazioni trasmutanti”.

Già da questi pochi accenni si può intravedere la radicale diversità della teoria kohutiana da quella freudiana classica. Kohut concepisce il Sé come qualcosa che dipende dall’ambiente, che può farlo crescere o arrestare a seconda di determinate proprie caratteristiche (come l’empatia dei genitori); il conflitto è quindi tra il Sé e gli oggetti, e non è intrapsichico, come vuole la teoria classica che postula una conflittualità tra Io, Es e Super-Io (in questo senso si può dire che Kohut appartenga alla scuola della “teoria delle relazioni oggettuali”, secondo la quale l’ambiente ha una grossa responsabilità nella costituzione del soggetto).

Ma perché si crea e che funzioni assolve questo Sé grandioso arcaico?

Alla nascita il bambino per mantenere un senso di benessere a fronte delle difficoltà e delle delusioni della realtà esterna, crea un’immagine grandiosa ed esibizionistica del Sé (Sé grandioso) che successivamente verrà trasferita su un oggetto-Sé transizionale che è la madre.

Ed il bambino può mantenere questa immagine positiva (Sé grandioso), solo se trova un reale oggetto che gli rinforza questo sentimento.

“L’accettazione speculare della madre conferma la grandiosità nucleare del bambino; il suo tenerlo e portarlo in braccio permette esperienze di fusione con l’onnipotenza idealizzata dell’oggetto-Sé”.

Se ci sono invece situazioni eccessivamente frustranti, si produce un arresto evolutivo ed una messa in crisi traumatica del Sé grandioso che si manifesterà, successivamente, come disturbo narcisistico di personalità.

Il pensiero di A. Lowen

Uno degli studiosi che più di tutti mi ha interessato per le sue teorie e il suo metodo nella cura dei pazienti con disturbo narcisistico di personalità è A. Lowen medico psicoanalista formatosi alla scuola di Wilhelm Reich.

Lowen è d’accordo sulla definizione di Narciso come “disturbo della personalità”, mentre non è d’accordo con Freud quando afferma che esiste un narcisismo primario, ed interpreta il Narciso patologico come un fallimento del bambino nella evoluzione dall’amore di se all’amore oggettuale, egli ritiene invece che ogni forma di Narciso sia secondaria ad una difficoltà relazionale nel rapporto tra genitore e figlio.

Lowen è convinto che sia il Narciso dei genitori ad essere proiettato sul figlio.

L’autore sostiene che il neonato nasce con un Se che è un fenomeno biologico, l’Io è invece una organizzazione mentale che cresce e si sviluppa insieme al bambino.

Il senso o la coscienza del proprio Se prende forma e si sviluppa man mano che l’Io mentale si definisce attraverso la consapevolezza.

Es.: “Io mi sento adirato”.

I narcisisti operano una separazione o dissociazione dell’Io dal corpo, risultandone una personalità scissa in due, una attiva che osserva: l’Io, e una passiva l’oggetto osservato: il corpo.

Cosi se sentiamo il nostro corpo entriamo in contatto con il nostro Se, se invece ne abbiamo un immagine facciamo un contatto indiretto e falso.

Una persona sana ha entrambe le esperienze e ciò non gli crea problemi, perché l’immagine e l’esperienza diretta coincidono e vengono accettate.

L’accettazione di se manca ai narcisisti che investono la propria libido sull’Io e non sul corpo ritirandola dalle relazioni oggettuali, troncando o falsificando i rapporti con il mondo esterno.

Alice Miller si basa sugli stessi presupposti del pensiero di Lowen, essa ha avuto modo di verificare, nella lunga esperienza con pazienti narcisisti, come la modalità relazionale con le figure genitoriali e in special modo come un rapporto non nutriente con la madre possa determinare un blocco o una distorsione nella evoluzione del Se autentico del bambino.

Spesso i genitori non danno un sostegno e un affetto adeguato disconoscendo e non rispettando l’individualità del proprio figlio, e al tempo stesso con la seduzione cercano di plasmare il bambino e di farlo corrispondere alla immagine che se ne sono fatti.

 Il trattamento dei pazienti narcisisti secondo le tecniche bioenergetiche è diretto ad aiutarli a essere in contatto con il proprio corpo, a recuperare i sentimenti soppressi e a riacquistare l’umanità perduta.

Per fare questo occorre ridurre le tensioni muscolari e le rigidità che impediscono ai sentimenti e alle sensazioni di esprimersi.

La chiave della terapia sta nella comprensione, senza di essa nessun approccio o tecnica terapeutica ha senso o è efficace a livello profondo.

 Tutti i pazienti hanno un disperato bisogno di qualcuno che li capisca, in quanto da bambini non furono capiti, considerati e rispettati dai genitori.
Il terapista che non riesce a capire la pena dei suoi pazienti, a sentire la loro paura e a conoscere l’intensità della loro lotta per difendere il proprio equilibrio in una situazione familiare che potrebbe condurre alla pazzia, non sarà mai in grado di aiutare i pazienti a superare la ferita e il disturbo narcisistico.
Lowen è d’accordo sulla definizione di Narciso come “disturbo della personalità”, mentre non è d’accordo con Freud quando afferma che esiste un narcisismo primario, ed interpreta il Narciso patologico come un fallimento del bambino nella evoluzione dall’amore di se all’amore oggettuale, egli ritiene invece che ogni forma di Narciso sia secondaria ad una difficoltà relazionale nel rapporto tra genitore e figlio.

Lowen è convinto che sia il Narciso dei genitori ad essere proiettato sul figlio.

L’autore sostiene che il neonato nasce con un Se che è un fenomeno biologico, l’Io è invece una organizzazione mentale che cresce e si sviluppa insieme al bambino.

Il senso o la coscienza del proprio Se prende forma e si sviluppa man mano che l’Io mentale si definisce attraverso la consapevolezza.

Es.: “Io mi sento adirato”.

I narcisisti operano una separazione o dissociazione dell’Io dal corpo, risultandone una personalità scissa in due, una attiva che osserva: l’Io, e una passiva l’oggetto osservato: il corpo.

Cosi se sentiamo il nostro corpo entriamo in contatto con il nostro Se, se invece ne abbiamo un immagine facciamo un contatto indiretto e falso.

Una persona sana ha entrambe le esperienze e ciò non gli crea problemi, perché l’immagine e l’esperienza diretta coincidono e vengono accettate.

L’accettazione di se manca ai narcisisti che investono la propria libido sull’Io e non sul corpo ritirandola dalle relazioni oggettuali, troncando o falsificando i rapporti con il mondo esterno.

Alice Miller si basa sugli stessi presupposti del pensiero di Lowen, essa ha avuto modo di verificare, nella lunga esperienza con pazienti narcisisti, come la modalità relazionale con le figure genitoriali e in special modo come un rapporto non nutriente con la madre possa determinare un blocco o una distorsione nella evoluzione del Se autentico del bambino.

Spesso i genitori non danno un sostegno e un affetto adeguato disconoscendo e non rispettando l’individualità del proprio figlio, e al tempo stesso con la seduzione cercano di plasmare il bambino e di farlo corrispondere alla immagine che se ne sono fatti.

 Il trattamento dei pazienti narcisisti secondo le tecniche bioenergetiche è diretto ad aiutarli a essere in contatto con il proprio corpo, a recuperare i sentimenti soppressi e a riacquistare l’umanità perduta.

Per fare questo occorre ridurre le tensioni muscolari e le rigidità che impediscono ai sentimenti e alle sensazioni di esprimersi.

La chiave della terapia sta nella comprensione, senza di essa nessun approccio o tecnica terapeutica ha senso o è efficace a livello profondo.

 Tutti i pazienti hanno un disperato bisogno di qualcuno che li capisca, in quanto da bambini non furono capiti, considerati e rispettati dai genitori.

Il terapista che non riesce a capire la pena dei suoi pazienti, a sentire la loro paura e a conoscere l’intensità della loro lotta per difendere il proprio equilibrio in una situazione familiare che potrebbe condurre alla pazzia, non sarà mai in grado di aiutare i pazienti a superare la ferita e il disturbo narcisistico.

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