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Contatti digitali

Conversazione via Facebook Email nell’Era della Digitalizzazione, della Globalizzazione ed

Internettizzazione dell’Esistenza 

Ragazzi anormali si scrivono a distanza…

di Irene Ramponi

Una ragazza italiana migrante in Olanda scrive all’amico lontano, in risposta alla piccola email che l’amico stesso le ha appena mandato. Nella sua lettera ci fornisce il suo punto di vista sulla vita nel Nord Europa, in Germania ed Olanda in particolare, ci da’ uno spaccato della sua vita di migrante alla ricerca di se’ stessa, in un viaggio senza vento…e senza Tempo (cit. Timoria, Viaggio Senza Vento, Polygram, Giugno/Luglio 1993). Qui ne viene presentato uno stralcio veloce.

“Le medicine tradizionali sono efficaci, certo, ma sempre robaccia chimica rimangono, che costa cara e serve molto ad arricchire le multinazionali farmaceutiche…Ecco perche’ apprezzo quei medici che si rifiutano categoricamente di prescrivere farmaci allopatici come caramelle! […]. Ora vivo sulla linea di confine tra Olanda e Germania, quindi ho tutto il meglio da entrambe le parti: Birra e Cibo dalla Germania, qualita’ a buon prezzo, divertimenti a non finire, stile di vita libero e piu’ rilassato, piu’ sussidi dallo stato se sei disoccupato, artista, creativo, nullatenente, proletario, sottopagato o semplicemente disperato…Qui i senza tetto non esistono perche’ ognuno ha IL FOTTUTO SACROSANTO DIRITTO AD AVERE UNA CAZZO DI CASA!!! Un cazzo di posto dove stare che non sia sotto i ponti…[…]. Ma ovviamente ci sono severi canoni di meritocrazia, mica la danno a tutti, la casa intendo…Nonostante quasi tutti lavorino e la disoccupazione sia irrilevante, il tenore di vita e’ ottimo, la gente e’ rilassata,  fa festa tutte le sere, senza limiti di orario o scuse tipo che deve andare a letto presto perche’ il giorno dopo deve lavorare…[…]. Qui trovi gente di tutti i tipi, tutta simpaticissima:dai punkettoni old school, agli hardcore warriors, dai techno addicted ai metallari, dai red skin che legnano i nazi, quasi nessun hausettaro…Ma anche molti vecchietti comunicativi con tutore, come mio nonno potrebbe essere, qualche impiegatuccio e, come direste voi, per chi NE VUOLE, ce n’e’ davvero per tutti i gusti…No proibizionismo!!!  E soprattutto, non c’e’ il fottuto Vaticano in casa a rompere i coglioni…

Insomma, Paradies Land o Fantasylandia, che dir si voglia…Io collaboro all’allestimento di mostre, studio e miglioro il tedesco e l’inglese, faccio lavoretti di arti minori che poi vendero’ in qualche mercatino, dipingo quadri, scrivo, leggo, giro per mostre e citta’…Insomma, una bella vita, quella che ho sempre sognato…E per tutto questo devo ringraziare il mio ragazzo, tedesco purosangue, che ho conosciuto al matrimonio di mio cugino; praticamente mio cugino di sangue ha sposato la sorella del mio ragazzo, e noi due ci siamo conosciuti al pranzo di matrimonio, agli inizi di maggio…Abbiamo conversato un po’, e poi, siamo rimasti in contatto via Internet…Lui poi e’ tornato in Italia a trovarmi, abbiamo passato del tempo insieme…Intanto il mio lavoro in casa editrice andava a rotoli, ed ero sull’orlo di una crisi di nervi…Ho cosi’ deciso di cercare lavoro in Germania, in Renania Vestfalia, parte Nord Ovest della Germania, in cui le piu’ grandi citta’ sono Dusseldorf, Colonia, Aachen, ed, in seconda battuta, Duisburg (dove hanno fatto la Love Parade del 2010, dove e’ morta tutta quella gente…). Beh, insomma, io stavo a Duisburg, come ragazza alla pari, dovevo curare quattro mocciosi terribili, due gemelli iperattivi e psicotici, e due ragazzine isteriche e con disturbi alimentari…Ok, avevo una stanza tutta per me, dove pero’ non mi era permesso bere e fumare…Assolutamente peggio della Colonia Ticino, dove almeno ci divertivamo… I miei “carcerieri”, ovvero la famiglia per cui lavoravo e facevo da babysitter, era composta da una donna rossocappelluta, con testa di medusa, bocca di vipera, occhi verdi da Maga Circe, nana e totalmente incapace come mamma, quindi, totalmente esaurita, nevrotica, isterica, iperattiva, la classica impiegatucola borghese, che si lamenta perche’ il marito non porta a casa abbastanza soldi; come se non bastassero quelli che guadagna gia’ come avvocato penalista…Fai un po’ te…Il marito incarnava il tipico tipo di uomo di destra, rosso, obeso e rubicondo, perennemente a dieta, senza mai perdere peso e, obbligato dall moglie, non poteva bere…E la moglie non gliela dava…Insomma, mi sono messa in un bel casino!!! Il mio ragazzo ha fatto di tutto per portarmi a vivere con lui al confine tra Olanda e Germania…Ho resistito tre mesi, di cui 2 senza essere pagata…Si’, pagata ma con le mazzate ricevute dai gemelli e a suon di umiliazioni e prese per il culo dalla quella puttanazza della madre di casa, Susanne, ho deciso di mandarli affanculo, o meglio, il mio organismo ha ceduto e mi hanno ricoverata in ospedale una mezza giornata, sotto valium o non so quale altro tranquillante…Nella lettera di dimissioni, hanno scritto che quel lavoro non faceva per me, e che quindi dovevo rinunciarvi…Ho preso armi e bagagli ed ho levato le tende!!! Sono stata a Duisburg dalla meta’ di luglio ai primi di ottobre, da li’ in poi, mi sono trasferita a Kerkrade, in Olanda, a casa del mio ragazzo, proprio al confine con la Germania…Praticamente, solo attraversando la strada, sei gia’ in Germania! Pensa che noi andiamo a far la spesa a piedi…Abbiamo un appartamento di 4 locali, una specie di piccolo centro sociale/circolo arci/Bed&Breakfast all’occorrenza (solo per i turisti, per gli amici l’ospitalita’ e’ gratuita ovviamente!!! ), che e’ anche la nostra casa allo stesso tempo…Ci manca solo la fermata di Macondo Express all’ingresso e abbiamo tutto…Si’, vita molto punkabbestia, ma mi piace, quindi, me ne sbatto di cio’ che dice la gente e vivo meglio…Finalmente vivo per me stessa…Ovviamente con le difficolta’ economiche connesse, ma e’ il prezzo da pagare per la propria indipendenza e conseguente liberta’ di non dipendere da nessuno e di camminare sulle tue gambe, senza rimpianti, risentimenti e sensi di colpa verso parenti, amici, conoscenti ed ex…Ti diro’, sto da dio da quando ho mollato quel mollusco del mio ex, il musicista incompreso, il narcisista del cazzo che pensa di non valere una sega, che sa di non avere le palle, che ha paura di tutto…Ma di fronte agli amici ed ai compagni di merenda, beh, diventa la persona piu’ brillante, piu’ simpatica, piu’ compagnona del mondo…Bleah, che sbocco!!! Ne ho avuto la nausea…Come cazzo fai a convivere da un anno e mezzo e stare quattro mesi senza un minimo di affettivita’??? E senza una coccola, e senza nemmeno un semplice e fraterno abbraccio…Boh, io non lo so, ma tutti gli amici maschi con cui ne ho parlato mi hanno detto che non e’ fottutamente normale…E cosi’, l’ho mollato e sono stata meglio!!! Ovvio che lui mi ha rinfacciato un sacco di cose, nonche’ sparlato alle spalle, ma, detto sinceramente, fotte eminentemente sega…Beh, questa e’ la mia storia…Scusa se mi sono dilungata, ma era da un po’ che non ci sentivamo, quindi volevo spiegarti un po’ com’era andata, tutto qua…Dimmi che non hai impegni il 2 luglio 2013! :-D”.

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DI CARMEN FORINO – La storia di Maria, una donna derubata della speranza di vivere una vita “normale”.

  • Tendi a comportarti in modo eccessivo per evitare che qualcuno si allontani da te?
  • Temi spesso che chi ami possa lasciarti, anche se niente lo lascia presagire?

  • Vedi i tuoi cari in modo completamente positivo o completamente negativo?

  • Sei impulsivo (per es. sesso occasionale, spese compulsive, abuso di droghe o alcool ecc )?

  • Cambia spesso il modo in cui pensi a te stesso, ai tuoi obiettivi o alla tua sessualità?

  • Hai minacciato o tentato di suicidarti o di farti del male ( tagliandoti, bruciandoti ecc)?

  • Cambi umore più volte al giorno?

  • Quando sei stressato o angosciato tendi a diventare sospettoso ?

  • Spesso ti arrabbi così tanto da perdere il controllo, anche per piccole cose?

Se a queste domande, la maggior parte delle risposte è affermativa, per gli psicologi si è affetti da Borderline, un disturbo della personalità caratterizzato da instabilità nelle relazioni interpersonali, nell’immagine di sé e degli altri e da impulsività elevata. Il termine è stato utilizzato per la prima volta nei primi del Novecento per indicare quei pazienti, la cui patologia non era classificabile né come nevrosi, (conflitti e problemi quotidiani condivisi dalla maggior parte delle persone), né come psicosi (i disturbi mentali più gravi, come la schizofrenia), pur presentando sintomi comuni ad entrambe le condizioni.

Il termine Borderline, infatti, significa “limite “ o “linea di confine” e indica la principale caratteristica del disturbo: come una persona che cammina su una linea di confine tenderà a sconfinare in due differenti territori, così il paziente affetto da Disturbo di personalità Borderline oscilla tra normalità e follia, senza vie di mezzo.

Di parole da scrivere ce ne sarebbero ancora tante per questo disturbo ma per ora ci basta sapere che a causa di questa diagnosi, una giovane donna tedesca non potrà riappropriarsi della sua vita.

Maria Verde, ecco come ha voluto (ri)chiamarsi questa giovane, alla quale sono stati rubati gli anni migliori e le è stata tolta soprattutto la speranza (non a caso ha scelto Verde come cognome, come la speranza di una vita migliore di quella attuale)

Già dall’età di 10 anni è stata più volta violentata dal padre. Una madre  “quasi complice” degli abusi che non ha fatto nulla per denunciare il marito –padre violento, ma ha taciuto per non alimentare voci nel piccolo quartiere di un paese della provincia tedesca.

Il tempo è passato. Maria conserva sulla pelle e nel cuore le ferite che fanno fatica a cicatrizzarsi. Una mattina di un freddo mattino invernale trova il coraggio di scappare dalla sua casa-prigione e si reca alla polizia per denunciare cosa avevo subito. Senza documenti non le fu possibile farlo ma non voleva ritornare a casa sua per riprenderseli. Era come arrendersi, era come dargliela vinta. E lei ora non vuole arrendersi. Si reca in ospedale e dopo i primi accertamenti di routine le prescrivono una visita psicologica. Da quel momento in poi, invece di intravedere la luce alla fine del tunnel, tutto le sembrò più buio di prima. Sulla sua cartella clinica c’erano testuali parole: “ La paziente è affetta dal disturbo borderline. Si prescrive ricovero a lungo termine in clinica psichiatrica.”.

Poche parole ed incise che caddero come un macigno sul cuore già infranto di Maria. Non era fuggita dalla prigione, stava per cambiare cella.

Dopo 4 anni non può condurre ancora una vita “normale”.

Ripudiata da tutti i parenti per aver osato fatto conoscere le vicende familiari al paese, emarginata dalla società perché “pazza, schizofrenica”.

Il borderline non è schizofrenia, è un disturbo della personalità, del quale sono affette molte persone senza neppur saperlo.

La legislazione tedesca ha deciso per Maria, quasi per mettere a tacere il tutto. Maria non potrà lasciare la clinica se non ci sarà un parente che garantisca per lei e se i medici non le diranno che per la sua patologia non possa arrecare danni a sé stessi ed ad altri. I parenti l’hanno abbandonata e le vie per la guarigione sono ancor più lunghe, se a ciò si aggiunge la solitudine.

E’ davvero più vantaggioso non darle la possibilità di riappropriarsi di ciò che le è stato rubato piuttosto che offrirle nuove chances per riuscirci?

Da una storia di abusi a una di emarginazione. A volte la legge gioca davvero brutti scherzi.

A cura del Dott. Salvatore Valvo, psichiatra olistico

Franz aveva poco più di trent’anni quando mi consultò, circa la sua incapacità di esprimere i sentimenti.

Aveva un corpo ben fatto, muscoloso: era cresciuto in campagna e lavorava nella fattoria dei genitori. A scuola aveva praticato la lotta (i lottatori sanno incassare bene i colpi).

Franz era il primo di cinque fratelli. “Per quanto riesco a ricordare,” narrò, “mio padre non sapeva fare altro che gridarmi dietro, darmi dello stupido e dirmi che “non valevo niente”.

Inoltre mi picchiava ogni volta che facevo qualcosa che lo infastidiva –sul lavoro, a tavola e perfino quando dormivo.Una volta, avevo undici anni, mi picchiò con un tubo di gomma finché crollai sul pavimento pensando che mi volesse uccidere e sentendo che stavo per morire. Mia madre, che era presente, mi disse: “Franz, cerca di fare il bravo e fai quello che ti dice tuo padre.”

Durante il racconto Franz non mostrò tracce di emozione. E’ vero che, avendomi chiesto un consulto, voleva darmi rapidamente le informazioni necessarie, ma la sua impassibilità mi sorprese.

Poi raccontò di un ricordo che risaliva all’infanzia, “ricordo che avevo una angoscia terribile e mi rotolavo sul pavimento mentre mia madre mi diceva che ero un bambino cattivo. Non riuscivo a frenarmi, ero incapace di scappare. Mi sentivo come se fossi posseduto da un spirito maligno.” Sono esperienze che non possono non lasciare il segno, ma Franz aveva usato tutta la sua volontà per superare questo vissuto devastante.

“Alle scuole superiori e all’università,” proseguì, “ero duro e freddo. Dopo essermi specializzato in psicologia, lavorai in un centro psicosociale, ma avendo a che fare con gente che aveva dei problemi capii che anche in me c’era qualcosa che non andava, arrivai al punto che durante un colloquio con un paziente, mi parve di guardarmi allo specchio, sentivo di avere bisogno di una terapia ma fu difficile ammettere di fronte a me stesso che in me c’era davvero qualcosa che non andava.” “Ho dei problemi con le figure autoritarie e con i pazienti, nei confronti delle prime provo terrore e rabbia, e ora so che hanno origine dall’esperienza con mio padre. Con i pazienti mi sento superiore e mi comporto come se sapessi già tutto.Mi accorgo d avere un forte atteggiamento di sfida, un rifiuto che mi impedisce una qualsiasi azione positiva. Adesso capisco che blocco me stesso per paura del fallimento e del successo, che mento a me stesso su chi sono, che non posso concedermi un intervallo di benessere. Mi è difficile lasciarmi andare all’intimità, reprimo la rabbia e la collera e mi sono abituato a subire la violenza in maniera masochistica.”

Il racconto della brutalità subita da Franz  mi sconcertò e mi venne in mente una domanda: perché non era diventato uno psicopatico? Non avevo dubbi sul fatto che potesse uccidere ma ero certo che non avrebbe tradotto in azione i suoi impulsi. Aveva un sufficiente autocontrollo e c’era una incrinatura e non una scissione nella sua personalità.

Il consulto era stato deciso per vedere che cosa potessi fare per aiutare Franz a ritrovare il contatto con la tristezza latente e con la collera che aveva represso.

Piangere, per Franz, significava ammettere di non essere capace di incassare. Era dimostrando di saper sopportare qualsiasi cosa che aveva sconfitto il padre.

Con l’esperienza che gli derivava dalla sua professione , Franz era in grado di capire le dinamiche della sua condizione, mi basai dunque su questa consapevolezza e usai un metodo molto semplice per farlo piangere.

Lo feci sedere su uno sgabello con le mani protese verso una sedia dietro di lui.

E’ una posizione stancante e se il corpo è rigido può essere anche dolorosa.

Per resistere allo sforzo il paziente è costretto a respirare più a fondo. La respirazione profonda carica il corpo di energia, perché permette di introdurre più ossigeno nei polmoni.

Mentre era steso sullo sgabello Franz fu incoraggiato ad emettere un suono fino a che non avesse espulso tutta l’aria dai polmoni. Fare uscire completamente l’aria agisce contro la tendenza a trattenersi e facilita così l’espressione dei sentimenti.

Mentre il paziente emette questo suono prolungato, arriva un punto, verso la fine dell’espirazione, in cui la voce si rompe.

Il suono che ne risulta è molto simile ad un singhiozzo, quindi se indugia nel punto di rottura il paziente comincia a singhiozzare via via sempre più profondamente man mano che cominciano a fluire i sentimenti soppressi di tristezza. Questo sfogo si verifica se la persona vi è preparata e l’accetta.

Quando fece questo esercizio Franz si abbandonò a una tristezza e a un pianto profondo, tra i singhiozzi espresse anche la pena e la collera che provava.

Dio mio, perché mi hai fatto tanto male? Ti odio Come hai potuto farmi questo?”

Il pianto e le grida durarono diversi minuti e per lui fu una vera conquista.

Ma Franz aveva bisogno anche di esprimere più completamente la sua collera……(lavoro sul lettino con pugni e racchetta). Il paziente può abbandonare il controllo perché sa che c’è il terapista che lo mantiene.

Agli occhi di chi guarda lo sfogo può sembrare spaventoso e pazienti sembrano dei pazzi. Ma sono solo infuriati, non folli perché sanno quello che stanno facendo

Per arrivare a conoscere se stessi i narcisisti devono ammettere la loro paura della follia e sentire la rabbia omicida che hanno dentro e che identificano con la follia.

Ma possono farlo solo se il terapista conosce questi loro aspetti e non ne ha paura.

La vera pazzia è quella che loro considerano un segno di equilibrio mentale, cioè la mancanza di emozioni.

Comincia, piccolo fanciullo,

a riconoscere dal sorriso tua madre,

comincia piccolo fanciullo;

a chi i genitori non sorrisero,

nessun dio lo degnerà della mensa,

nessuna dea del suo letto.

(Virgilio: Ecloga IV,vv 60-63)

Mi rendo sempre più conto di come sia entrata più volte in contatto con gente narcisista, consapevolmente o inconsapevolmente…Ho una maledetta paura di incontrare persone bloccate nei loro sentimenti, incapaci di amare e di instaurare relazioni, per mancanza di volontà, disorientamento o semplicemente a causa delle emozioni bloccate, cristallizzate e ghiacciate nell’anima, che non sono in grado di liberare e che covano dentro di loro come un perverso cancro…

In psicologia dicono che si ha paura di qualcosa o ci si incazza verso un aspetto degli altri proprio perché questo ci appatiene, ci riguarda molto da vicino, è una proiezione di una parte di noi che c’è e che odiamo profondamente, ma che non riusciamo a debellare, dal momento che fa parte del nostro inconscio…Che io non sopporti così tanto il narcisismo proprio perché, forse, un po’ narcisista lo sono anch’io…Chi lo sa…

Questo mi ha portato a fare un eventuale approfondimento su questa tematica sulle pagine di Mal d’Amore…Non è un caso che gran parte delle sofferenze dell’anima e della mente nascano da una problematica comportamentale, comunicativa e relazionale…La sfera dell’affettività, dell’amore (non solo anche quello passionale ma anche quello genitoriale…) influisce molto su quelli che sono i tormenti della psiche…

[…] egli si avvicinò un giorno ad una fonte chiara come l’argento né mai contaminata da armenti, uccelli, belve o rami caduti da alberi vicini; non appena Narciso, esausto, sedette sulla riva di quella fonte si innamorò della propria immagine. Dapprima tentò di abbracciare e baciare il bel fanciullo che gli stava dinanzi, poi riconobbe se stesso e rimase per ore a fissare lo specchio d’acqua alla fonte, quasi fosse incantato. L’amore gli veniva al tempo stesso concesso e negato, egli si struggeva per il dolore e insieme godeva del suo tormento, ben sapendo che almeno non avrebbe tradito se stesso qualunque cosa accadesse. (R. Graves, I miti greci)

Il narcisismo appare ora spostato su questo nuovo io ideale, che si trova in possesso, come l’io di quando si era bambini, di tutte le più preziose qualità. L’uomo si è dimostrato ancora una volta, come sempre nell’ambito della libìdo, incapace di rinunciare a un soddisfacimento di cui ha goduto in passato. Non vuol essere privato della perfezione narcisistica della sua infanzia e se – importunato dagli ammonimenti altrui e dal destarsi del suo stesso giudizio critico – non è riuscito a serbare questa perfezione negli anni dello sviluppo, si sforza di riconquistarla nella nuova forma di un ideale dell’io. Ciò che egli proietta avanti a sé come proprio ideale è il sostituto del narcisismo perduto dell’infanzia, di quell’epoca cioè in cui egli stesso era il proprio ideale. (S. Freud, Introduzione al narcisismo , Boringhieri, Torino, 1976, p. 48)

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Innanzitutto raccontiamo il mito di Narciso

Narciso era Figlio della ninfa Liriope e del dio del fiume Cefiso ed alla nascita l’indovino Tiresia aveva vaticinato che il ragazzo avrebbe vissuto a lungo solo a patto che non conoscesse mai sé stesso.

Narciso era un giovane bellissimo che destava l’ammirazione e l’interesse di tutti coloro che incontrava, sia uomini che donne. Tra gli innamorati di Narciso ci fù la Ninfa Eco che per una maledizione, era stata privata della parola dalla dea Era, e poteva soltanto ripetere le parole degli altri. Eco era quindi incapace di esprimere il proprio amore a Narciso, il quale la respinse. La ninfa morì di crepacuore. Gli dei adirati allora, decisero di punire Narciso per la durezza con cui aveva trattato la Ninfa facendolo innamorare della sua immagine. Fu così che un giorno Narciso passeggiando presso Danacone, si avvicinò a una fonte chiara e limpida e non appena sedette sulla sponda di quella fontana s’ innamorò all’istante del proprio riflesso. Dapprima tentò di abbracciare e baciare il bel fanciullo che gli stava davanti, poi quell’amore che gli veniva al tempo stesso concesso e negato, cominciò a struggerlo di dolore e insieme a farlo godere del suo tormento, fino a quando non morì di languore trasformandosi in un narciso, il fiore che cresce ai bordi delle fonti.

Dal mito di narciso si genera il concetto di narcisista a definire tutte quelle persone in un certo senso innamorate di sé stesse, e poco attente agli altri. È vero che i narcisisti sembrano avere una scarsa considerazione nei confronti di altre persone, ma è anche vero che, paradossalmente, queste persone sono completamente incapaci di provare amore per sé e, di conseguenza, per chiunque.

Nella quarta edizione del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), il narcisismo è collocato tra i disturbi di personalità del gruppo B, e può avere livelli di gravità diversi.
Secondo il DSM IV i criteri diagnostici del narcisismo sono i seguenti:

A)Un quadro pervasivo di grandiosità (nella fantasia o nel comportamento), necessità di ammirazione e mancanza di empatia, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

1. ha un senso grandioso di importanza (per esempio: esagera risultati e talenti, si aspetta di essere notato come superiore senza un’adeguata motivazione);

2. è assorbito da fantasie di illimitati successo, potere, fascino, bellezza, e di amore ideale;

3. crede di essere “ speciale ” e unico, e di dover frequentare e poter essere capito solo da altre persone (o istituzioni)speciali o di classe elevata;

4. richiede eccessiva ammirazione;

5. ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, cioè, la irragionevole aspettativa di trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative;

6. sfruttamento interpersonale, cioè usa gli altri per raggiungere i propri scopi;

7. manca di empatia: è incapace di riconoscere o identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri;

8. è spesso invidioso degli altri, o crede che gli altri lo invidino;

9. mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi.
Aggiungerei ai suddetti criteri diagnostici, anche i seguenti:

Tendono a mostrarsi affascinanti, imprevedibili e seduttivi
Sottolineano la propria superiorità
Temono l’intimità affettiva
Si ritengono indispensabili
Non sono consapevoli delle proprie emozioni e dei propri bisogni
Non accettano le critiche a cui reagiscono con veemenza
Tutto ciò che ‘scelgono’ viene ritenuto di ‘valore’
Ritengono di essere state ‘vittime’ di situazioni o eventi.
Cercano di provocare l’altro
Manifestano un atteggiamento giudicante, svalutante e critico nei confronti degli altri
Pretendono la “devozione” in tutti i sensi dell’altro all’interno della relazione
Desiderano che l’altro sia debole per poterlo aiutare
Tendono ad intuire le debolezze altrui e ad evidenziarle
Talvolta scelgono una donna forte per renderla debole
Qualunque cosa faccia l’altro non và mai bene
Nel descrivere la personalità narcisistica citerò brani del libro “Il narcisismo” dello psicanalista A.Lowen uno dei massimi studiosi del fenomeno. Egli nel suddetto libro distingue cinque turbe narcisistiche in ordine crescente di gravità:
– Carattere Fallico-narcisistico
– Carattere narcisistico
– Personalità borderline
– Personalità psicopatica
– Personalità paranoide.

Leggiamo alcuni suoi passi

“Comunemente viene definito ‘Narcisista’ una persona che si preoccupa solo di se stessa escludendo tutti gli altri, dunque: un soggetto in grado di agire quasi completamente in assenza di sentimenti…
….Già nel 1914 tale disturbo della personalità fu oggetto di studio da parte di Freud, ma se consideriamo il quadro culturale in cui viviamo oggi, possiamo affermare che tale patologia è caratteristica della nostra epoca. I costumi sessuali che paiono essere di gran lunga più liberi, la
facilità nel passare da un partner all’altro, l’esibizionismo, la pornografia, la smania di costruirsi un’immagine vincente agli occhi del mondo, tutti questi fattori hanno certamente contribuito, contrariamente agli usi e costumi che distinguevano l’età vittoriana, allo sviluppo incalzante delle personalità narcisistiche. Sicuramente è questa eccessiva importanza legata all’immagine un indizio inequivocabile della tendenza al narcisismo…
…C’è da dire comunque che un sano interesse per la nostra apparenza, basato quindi sul senso di sé, e lo spostamento di identità dal ‘sé immagine’, è ciò che si trova alla base dello stato narcisistico.
I narcisisti dimostrano, è vero, una mancanza d’interesse per gli altri, ma sono altrettanto indifferenti anche ai propri più veri bisogni. Spesso il loro comportamento è autodistruttivo. Inoltre, quando parliamo dell’amore dei narcisisti per se stessi, dobbiamo operare una distinzione. Il narcisismo denota un investimento nell’immagine invece che nel sé. I narcisisti amano la propria immagine non il loro sé reale. Hanno un senso di sé debole, e non è in base ad esso che orientano le loro emozioni. Ciò che fanno è piuttosto diretto ad incrementare l’immagine, spesso a discapito del sé. … D’altra parte l’ammirazione che il narcisista riceve gonfia soltanto il suo io e non fa nulla per il sé. Alla fine allora il narcisista respingerà gli ammiratori nello stesso modo in cui ha respinto il
proprio sé autentico”A. Lowen.

Lowen, effettua sempre nello stesso libro, un interessante analisi della ninfa Eco.

“…Potrebbe essere la nostra stessa voce che riviene a noi. Così, se Narciso avesse potuto dire ‘ti amo’, la ninfa lo avrebbe ripetuto e il giovane si sarebbe sentito appagato, amato. L’incapacità di dire queste parole identifica il narcisista. Avendo ritratto la libido dal mondo esterno, i narcisisti sono condannati ad innamorarsi della loro immagine dirigendo quindi la libido verso il proprio io. ….Un’altra interpretazione è probabile. La voce è espressione dell’essere interiore, del sé corporeo in opposizione all’apparenza superficiale. Nel termine persona è implicita la capacità di riconoscere un individuo dal suono della voce. Secondo questa interpretazione perciò, Narciso respingendo Eco ha respinto la propria stessa voce, il suo essere interiore in favore dell’apparenza, manovra tipica dei narcisisti…
…E’ significativo che Narciso s’innamori del suo riflesso soltanto dopo aver respinto l’amore di Eco. L’innamorarsi della propria immagine in questa vicenda rappresenta una forma di punizione per l’incapacità di amare…
…Qual’è l’importanza della profezia proferita da Tiresio? Su cosa poteva basarsi la sua predizione?
A mio avviso sull’eccezionale bellezza di Narciso. Una bellezza che spesso, sia per un uomo quanto per una donna, può rappresentare una sventura più che una fortuna. La consapevolezza di tale dono può dare alla testa, rendere egocentrici, o ancora suscitare violente passioni di desiderio e invidia degli altri. Un indovino, essendo un saggio, capisce bene questi particolari”. A. Lowen

Ma Lowen analizza anche il libro “Il ritratto di Dorian Gray” di Wilde, che è un romanzo che rappresenta in qualche modo uno studio della personalità narcisistica.
“Come Narciso, Dorian era un giovane bellissimo, gentile, affascinante, che destò presto l’interesse di un pittore che lo volle come modello per un ritratto e di Lord Henry che si premurò di iniziarlo alle maniere di quel mondo. Così con studiata adulazione Lord Henry, indusse Dorian a pensare d’essere speciale per la sua bellezza fisica. E uno dei modi per mantenere intatta quella bellezza era che nessun forte sentimento o emozione turbasse la sua mente o lasciasse segni sul corpo. In mancanza di sentimenti allora, il giovane trascorreva la vita alla ricerca di sensazioni ( ‘seduzioni’), possedendo e abbandonando le donne che incontrava, corrompendo ai vizi e alle droghe gli uomini che lo ammiravano. La sua giovinezza era intatta, solo il ritratto era testimone di quanto accadeva veramente al suo corpo e alla sua anima col trascorrere degli anni. Ma Dorian la sua immagine dipinta su quella tela( il suo vero sé ), non la guardava mai, non affrontava mai la realtà, come non provava rimorsi per quanto di più orribile aveva commesso nella sua ‘fredda esistenza’.
“La storia di Dorian Gray è immaginaria, ma l’idea che una persona possa avere un aspetto che contraddice il suo modo di essere interiore è valida.
E’ straordinario come spesso i narcisisti sembrino molto più giovani della loro età: non permettono che la vita li tocchi, in particolare non permettono agli eventi della vita interiore di raggiungere la
superficie della mente e del corpo. Operano, insomma, una negazione dei sentimenti. Ma quanto esseri umani, non sono immuni dalla vita e allora invecchiano dentro.
Alla fine, come nel caso di Dorian, il dolore e la bruttezza vincono la negazione e il soggetto sembra invecchiare d’un tratto…
… Chi non si sente bene nel proprio corpo può soltanto proiettare l’immagine di quello che dovrebbe essere secondo lui un bell’aspetto. E più si concentra su queste immagini, più gli vengono a mancare le sensazioni e i sentimenti piacevoli.” A. Lowen

Un riferimento attuale a tale tipo di personalità è l’ideale del narcisista tardo-moderno del sociologo Bauman, secondo il quale sarebbe tale quel soggetto che costringe l’altro della relazione a dare senza prendere, a offrire senza chiedere, ad appagre senza opprimere, ad essere un oggetto “usa e getta” che si può recuperare all’occorrenza e abbandonare quando non serve più.
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Nichilismo

Il nichilismo (volontà del nulla) è un orientamento filosofico che nega l’esistenza di valori e di realtà comunemente ammessi.

La diffusione del termine risale alla fine del ‘700 (latino NIHIL=nulla) quando Jacobi caratterizzò come nichilista la filosofia trascendentale di Kant e soprattutto la ripresa fattane da Fichte. Secondo Jacobi il sistema della pura ragione “annichila ogni cosa che sussista fuori di sé”.
Successivamente Schopenhauer riprese in chiave nichilista il problema della conoscibilità e dell’essenza del reale. La realtà fenomenica è l’apparenza nullificante e dolorosa della Volontà irrazionale e inconscia che origina il cosmo intero. L’uomo può liberarsi solo cessando di volere la vita e il volere stesso, per abbracciare il nulla.
Con Dostoevskij il termine indicava la perdita dei valori tradizionali cristiani nel mondo moderno, il destino della modernità dopo “la morte di Dio“. Per Dostoevskij la morte e la negazione di Dio da un lato, e la fede nel Dio negato ma redentore proprio perché sofferente (capace di salvare la sofferenza, prendendola su di sé, dall’insensatezza e dal vuoto nulla) dall’altro, avrebbero potuto ricondurre, attraverso il crogiuolo del nichilismo, il cristianesimo al rinnovamento.
Per Nietzsche il nichilismo appartiene alla vicenda del cristianesimo, che insegnando a cercare la verità in un altrove metafisico, condanna il mondo e Dio stesso al nulla.

Il termine di nichilismo fu usata da Nietzsche in tre occasioni principali:
nel passato è esistito un nichilismo intrinseco a tutte le metafisiche, dato dal prevalere in esse di un atteggiamento contrario alla vita.
Secondo Nietzsche tutti i sistemi etici, le religioni e le filosofie elaborate nell’intera storia dell’Occidente sono interpretabili come stratagemmi elaborati per infondere sicurezza alla gente, a coloro che non riescono ad accettare la natura imprevedibile della vita e quindi si rifugiano in un mondo trascendente; sono reazioni protettive di un uomo insicuro, spaventato dalla propria stessa natura (dalle passioni, dall’istinto) ed incapace di accettarsi. La massima espressione di questa nullificazione dell’uomo è stata la religione ebraico-cristiana: l’etica dell’amore, della pietà e della mortificazione del corpo in vista di una ipotetica felicità ultraterrena è solo una perversione dello spirito, una patologia dell’umanità;
in una seconda accezione Nietzsche intese con nichilismo la morte di Dio, ossia la condizione dell’uomo moderno, che a partire dall’Illuminismo ed a causa di una “accresciuta potenza dello spirito”, crede sempre di meno nei valori tradizionali. E’ una crisi di una civiltà che Nietzsche riassume con la formula “Dio è morto”, dove Dio è il simbolo di tutte le fedi e di tutte le metafisiche. Nietzsche descrisse in termini efficaci questo nichilismo (la crisi di valori) dell’epoca attuale: notò ad esempio come il venir meno di ogni certezza, l’abbandono di ogni prospettiva religiosa o oltremondana, provochino nell’uomo contemporaneo un forte senso di fallimento e smarrimento esistenziale. Ne consegue una nostalgia del passato, il rimpianto per quel periodo felice in cui ancora si credeva alle favole metafisiche. L’uomo moderno non crede più, ma vorrebbe credere; d’altra parte non sa più in cosa credere e non riesce più ad usare i miti ed i riti del passato. Finisce quindi con l’inventarsene di nuovi, crea nuove fedi in sostituzione delle antiche spesso investendo di senso religioso le ideologie politiche. Nelle esperienze tragiche della storia moderna, nel proliferare delle sette religiose, nel persistere di credenze magiche (astrologia, parapsicologia, ufologia) e persino mistiche (le apparizioni della Madonna) si può vedere un disperato nichilismo, una “volontà di credere ad ogni costo” a qualcosa;
esiste infine per Nietzsche, un nichilismo attivo e positivo: l’atteggiamento proprio dell’oltreuomo che accetta la “morte di Dio” e con essa la fine di ogni metafisica ed è capace di reggerne psicologicamente le conseguenze.
In questo senso Nietzsche rivendicò per sé il titolo di primo nichilista.

Così Nietzsche parla di sé:
“Ciò che io racconto e’ la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo. Questa storia può già ora essere raccontata; perché la necessità stessa e’ qui all’opera. Questo futuro parla già per mille segni, questo destino si annunzia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie sono già in ascolto. Tutta la nostra cultura europea si muove in una torturante tensione che cresce da decenni in decenni, come protesa verso una catastrofe: irrequieta, violenta, precipitosa; simile ad una corrente che vuole giungere alla fine, che non riflette più ed ha paura di riflettere. – Chi prende qui la parola sinora non ha fatto altro che riflettere: come filosofo ed eremita d’istinto, che ha trovato vantaggio nell’appartarsi, nel restar fuori, nel ritardare, come uno spirito audace, indagatore e tentatore che già si e’ smarrito in ogni labirinto dell’avvenire;…che guarda indietro mentre narra ciò che avverrà, come il primo nichilista compiuto d’Europa, che ha già vissuto in sé sino il nichilismo sino alla fine, e ha il nichilismo dietro di sé, sotto di se, fuori di se” (Wille zur Macht)
Il filosofo individua accanto a un “nichilismo attivo”, segno di forza e crescita dello spirito, anche un “nichilismo passivo” determinato dall’attenuarsi dell’energia dello spirito e che comporta l’accettazione rassegnata della crisi dell’epoca.
Sotto questi riguardi, il nichilismo si rivela chiuso in un equivoco che lascia aperta la possibilità di essere “per l’una o per l’altra, ma anche per l’una e per l’altra”

[…] Nichilismo come segno della cresciuta potenza dello spirito: come nichilismo attivo.
Può essere un segno di forza: l’energia dello spirito può essere cresciuta tanto, che i fini sinora perseguiti (“convinzioni, articoli di fede”) le riescano inadeguati.[…]
Nichilismo come declino e regresso della potenza dello spirito: il nichilismo passivo: come segno di debolezza: l’energia dello spirito può essere stanca,
2. presupposti di quest’ipotesi: Che non ci sia una verità; che non ci sia una costituzione assoluta delle cose, una “cosa in sé”; ciò stesso è un nichilismo, è anzi il nichilismo estremo. Esso ripone il valore delle cose proprio nel fatto che a tale valore non corrisponda né abbia corrisposto nessuna realtà, ma solo un sintomo di forza da parte di chi pone il valore, una semplificazione ai fini della vita.
(tratto da: F. Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, in Id., Opere complete, trad. it. di S. Giametta, vol. VIII, tomo II, Adelphi, Milano 1971, pp. 12-14)
fonte: http://www.matmatprof.it

Le attendiamo. Spesso con ansia. Mi riferisco alle ferie. Perché su di un punto sembriamo essere d’accordo: vi è un tempo per lavorare e un tempo per riposarsi. E il riposo va preteso, a volte imposto. I tempi del lavoro e dell’impegno quotidiano ci appaiono definitivamente separati dagli altri. Per chissà quale motivo, o per quale perversa ideologia, ci si può riposare solo durante uno  o più periodi dell’anno. A volte può accadere nei fine settimana, sempre se non occupiamo anche quelli. E’ come se avessimo digerito una concezione liturgica e carnevalesca dell’esistenza espellendo  dal quotidiano il tempo per sé e per i nostri interessi. Figuratevi che mi è capitato, recentemente, che un amico mi abbia confidato di aver acquistato durante l’anno una serie di libri che poi ha riposto su di una mensola. Ora li porterà in vacanza dove avrà, finalmente, il tempo per leggerli. Viviamo in un tempo verticale e sincopato nel quale si confondono il lavoro con l’esistenza, la felicità con il divertimento. Il riposo ci appare solo come un aspetto del modello idraulico della nostra vita : meccanicamente vi si alternano la fase di compressione a quella di scarico. Sorrido pensando che ci siamo imposti punizioni superiori a quelle divine. Dio aveva maledetto solo il lavoro

GIANFRANCO BREVETTO * da gbrevetto.blogspot.com

Secondo Freud tutto l’insieme dei problemi affettivi della seconda infanzia (3-6 anni), la conseguenza di una precisa spinta istintuale: in questo periodo, infatti, la sessualità infantile raggiunge un livello di sviluppo definito come “fase fallica”. La libido del bambino si concentra, cioè, in corrispondenza della zona genitale, che assume il carattere di zona erogena, così come precedentemente era avvenuto per la “zona anale” ed ancor prima per quella “orale”. Nonostante la sua localizzazione nell’organo genitale, la libido del periodo fallico, ovviamente, non consente ancora l’espletamento della sessualità matura. Non mancano, però manifestazioni che indicano l’attivazione della zona in senso erotico. E’ in questa età, infatti, che compaiono le prime manifestazioni di masturbazione, di esibizione degli organi sessuali, di vivaci curiosità relative alle differenze anatomiche fra i due sessi, ecc. In questo contesto, proprio la scoperta di tali differenze, contribuisce ad attivare nel bambino delle paure inconsce di perdere o di vedere danneggiato il proprio organo sessuale. E queste paure giocano un ruolo molto importante nella complessa dinamica dei rapporti fra il bambino e i suoi genitori. Il maschietto teme di essere punito per la sua rivalità verso il padre, proprio attraverso la privazione di quell’organo genitale del quale va tanto fiero e di cui la bimba è priva, forse per effetto di una punizione inflittale. Questo timore lo porta, così a modificare il proprio atteggiamento. Trasformando la sua aggressività verso il padre in imitazione e in identificazione, il bambino abbandona quella posizione così pericolosa di aperta rivalità. La femminuccia, d’altra parte, vive anch’essa la stessa “ansia di castrazione”: fantasticando di poter essere invasa, distrutta e dilaniata nell’interno del suo corpo, a motivo della lotta accesasi con la madre per ottenere il possesso esclusivo, affettivo ed erotico del padre. Lentamente, anche in questo caso, lo scontro si tramuta in identificazione: decidere di assomigliare alla madre perchè è in questo modo che si può piacere al padre.
Tutta questa complessa vicissitudine è stata teorizzata e descritta dalla psicoanalisi, inizialmente da S. Freud e successivamente da M. Klein, la quale ha addirittura osservato che queste difficoltà nella relazione a tre, questo desiderio di possesso esclusivo nei confronti di uno dei genitori con l’eliminazione dell’altro, inizia già nel primo anno di vita, quando il neonato stabilisce un rapporto distinto con entrambi, madre e padre.
Ora, come noto, Freud ha creduto di poter ritrovare il simbolo di questa situazione affettiva nella leggenda di Edipo, il re tebano che il destino conduce ad uccidere il proprio padre Laio e a sposare – sempre inconsapevolmente – la propria madre Giocasta.
Questo mito rappresenterebbe, sostiene Freud in “Totem e tabù”, il residuo simbolico delle tremende passioni dell’uomo della preistoria, il quale, privo di freni inibitori, non temette, probabilmente, di uccidere il proprio padre, capo della tribù, per conquistarne le donne. Col passare dei millenni, nulla di tutto ciò si ripete; rimane, però, nell’animo umano, presente ed operante, il problema affettivo del rapporto dei figli con i genitori, dei giovani con gli adulti. E’ ovvio che riconoscere l’esistenza e l’importanza di queste problematiche edipiche non significa vedere in ogni bimbo un incestuoso, un parricida, ma semplicemente considerare certi aspetti del comportamento infantile e anche adulto, alla luce della specifica rete affettiva ed emozionale che si instaura all’interno della situazione edipica. Il mancato superamento di questa “condizione” produce notevoli conseguenze nella successione dell’evoluzione psicologica e sessuale. Anzi, come possiamo ben osservare durante il lavoro psicoterapeutico con i nostri pazienti, questo problema costituisce il nucleo conflittuale più forte della nevrosi e determina tutta una serie di sintomi e di atteggiamenti compensatori, che possono rendere davvero difficile la vita di un individuo e di coloro che gli stanno accanto. All’origine dei disturbi della personalità, è innegabile che ci possono anche essere delle circostanze traumatizzanti momentanee che possono determinare una situazione edipica complessa, ma al contrario di quanto comunemente si crede, ciò è molto raro. Risultano, invece, molto più gravi le influenze continue ed inadeguate di un ambiente familiare perturbante. Un buon equilibrio sessuale di una coppia genitoriale, infatti, è la garanzia più sicura di un superamento dell’Edipo nel bambino. Dove l’uomo e la donna non hanno correttamente affrontato e risolto il loro Edipo, vi è incapacità a realizzare una buona armonia sessuale: le pesanti conseguenze si riversano sulla coppia stessa e, quel che ancora più tragico, sui loro figli.
Nel primo caso si hanno tutte le possibili manifestazioni di problematiche sessuali, dai disturbi del desiderio a quelli del piacere, fino alle vere e proprie deviazioni della sessualità.
Nel secondo caso, le pulsioni inappagate della coppia si riverseranno sui loro figli. I sentimenti edipici, in effetti, sono reciproci. Se il figlio è legato alla madre, questa è altrettanto legata al figlio e così dicasi per la figlia con il padre. Nel caso di un mancato superamento dell’Edipo nei genitori, questo sentimento si tramuta in attaccamento “forte”, secondo cui il figlio amato è visto come un bene di cui si vuole godere esclusivamente, paralizzando sin dall’inizio tutti i tentativi che questo fa per conquistare la sua autonomia e di instaurare altre relazioni con persone estranee alla famiglia, in particolare al momento dell’evoluzione adolescenziale.
Casi del genere emergono dalla clinica psicoterapeutica più frequentemente di quel che non si immagini: già dalla prima infanzia, i figli sono vittime di carenze affettive, di strumentalizzazioni, di iper-gratificazioni o di seduzioni. Alla tutto sommato più rara violenza fisica e sessuale, si deve spesso aggiungere quella del non riconoscere, del non accettare, del non rispettare i propri figli. A monte di tutto questo ci sono, come si diceva, grosse problematiche edipiche irrisolte. Esempi concreti ricavabili dalla pratica psicoanalitica possono chiarire meglio quanto sto dicendo.
Una coppia sessualmente frustrata nel proprio rapporto matrimoniale, può sentirsi spinta verso i propri bambini al fine di ottenere quel tipo di soddisfazione affettiva che dovrebbe scaturire dal rapporto coniugale. In questo senso, un padre con desideri sessuali immaturi e non ben integrati, può mostrarsi eccessivamente seduttivo con la propria bambina. Questa incoraggiata da tali aspetti infantili della personalità paterna vivrà nella fantasia, quando addirittura non subirà nella realtà, questo rapporto segreto e colpevole che implica l’esclusione della madre ed il trionfo su di lei. Ciò potrà portarla a sentirsi, da un punto di vista psicologico, unica responsabile dell’esclusione della madre. Tutto ciò può renderle difficile, con il sopraggiungere dell’adolescenza e dell’età adulta, l’allontanarsi dalla famiglia, perchè le sembrerà che la madre abbia bisogno di lei. Inoltre, quel legame segreto avuto o fantasticato, grazie agli atteggiamenti del padre, e sentito come colpevole, potrà crearle serie difficoltà nella realizzazione di una vita sessuale matura con un altro uomo.
Allo stesso modo, difficoltà di vario genere possono sorgere quando vi è un’intesa di questo tipo tra il bambino e la madre e quando il padre viene estromesso come una figura insignificante o come un bruto insensibile. Anche qui ciò può accadere quando la madre non soddisfatta della sua relazione sessuale, ha paura di questo tipo di rapporto con un uomo e cerca di raggiungere una specie di soddisfazione sessuale più infantile (quindi meno angosciante) con il figlio, che viene considerato come propria creazione e quindi fonte di soddisfazione narcisistica.
Ma, si badi bene: tale intimità genitori – figli, anche quando non chiaramente esplicitata, è quasi sempre impregnata di seduzione erotica. Vi sono infatti molti modi sottili attraverso cui un genitore può eccitare sessualmente il figlio: il tono di voce, il modo di curarsi esteticamente quando lo incontra, il trattenerlo con premure eccessive, il difenderlo dall’altro genitore, il non difendere quest’ultimo dall’arroganza del figlio/a, nel fare con lui/lei il sonnellino pomeridiano, nel fare il bagno o la doccia insieme, nel girare più o meno nudi per casa, nell’asciugare con troppa cura i genitali del figlio/a, ecc. ecc.
E’ così rileva Dacquino che:
difficoltà affettive da parte di uomini verso le figure femminili o di donne verso quelle maschili mascherano un complesso di Edipo non superato. Il vivere da adulti una situazione amorosa virulenta genera in loro quei sensi di colpa che traggono origine dal rapporto esagerato, morboso e frustrante avuto con la prima donna o con il primo uomo della vita, cioè la madre o il padre. Tali soggetti amano i genitori di sesso opposto fino al punto da non poterli “tradire”.
Ora, è solo dopo un lungo e paziente lavoro terapeutico fra analista e analizzando che si possono individuare e quindi risolvere i problemi che da tali rapporti nascono. Ciò può accadere grazie al fatto che il terapeuta, attraverso lo strumento del transfert, prende “il posto del padre e della madre naturali”, e permette, in tal modo, I’evidenziarsi ed il rivivere consapevolmente il particolare tipo di legame instauratosi fra il paziente e le proprie figure genitoriali. Proprio in virtù di tale caratteristica, il rapporto terapeutico stesso inteso come “riedizione” della relazione figlio – genitore e, proprio ancora in ragione di ciò, quello che emerge dal processo psicoanalitico può essere inteso, secondo le indicazioni di Freud, come una nuova crescita, una seconda educazione, una ri-nascita.

LAURA BOGGIO GILOT
Il narcisista è un uomo tragico,
guidato da ideali impossibili e da ambizioni che non ama.
La vergogna e l’odio insorgono
quando non sa vivere all’altezza di questo irrealismo
Due sono le fondamentali ragioni per cui lo studio del narcisismo appare di grande rilevanza nella psicoterapia. La prima ragione è che il narcisista rappresenta il perdente per antonomasia e colui al quale è riservato il più grande quoziente di sofferenza inutile e autoprodotta; la seconda ragione è che il narcisismo non è solo una sofferenza mentale in sé, ma anche il fondamento e il cuore di ogni tipo di sofferenza mentale, di cui costituisce il nucleo della distruttività.
La distruttività narcisistica si ritrova sia nelle diverse forme di psicopatologia conclamate da sintomi, sia nelle forme mascherate di psicopatologia, che sono quelle della tossicodipendenza, della devianza sociale e della delinquenza comune, sia nella cosiddetta psicopatologia della normalità, che informa la sofferenza dell’io separato dall’Anima, fatta di egoismo difensivo, paura, vuoto e mancanza di significato della vita.
Per la sua pervasività il narcisismo, più che una psicopatologia a sé stante, può essere considerata una malattia immunitaria della psiche, poiché rappresenta un sostrato di fragilità e di illusorietà su cui attecchiscono con facilità i sintomi clinici.

Fortemente radicato nella società moderna, il narcisismo può essere letto come un inquinamento ecologico della psiche collettiva, che è nutrita da miti socioculturali perniciosi, contrari alla salute mentale e all’evoluzione della coscienza verso forme di vita più creativa, serena e consapevole.
IL CARATTERE NARCISISTICO
Il carattere narcisistico è emblematizzato dal bisogno inappagabile di essere sempre considerato migliore. Associato ad intensa ambizione e a scarsi valori, il carattere narcisistico è polarizzato su miti esteriori di successo, ricchezza, prestigio e su obiettivi superficiali di bellezza e potere.
Sottende il carattere narcisistico l’aspettativa idealistica che tutto debba avvenire come si desidera e si crede giusto secondo prospettive egocentrate. Il rifiuto della frustrazione, la ricerca di conferma sempre e comunque, l’estrema vulnerabilità alle critiche, l’intima insicurezza e l’esterna arroganza e presunzione sono gli aspetti più evidenti del carattere narcisistico.
Dipendente dall’approvazione altrui, e peraltro non libero e condizionato, il narcisista è improntato in maniera onnipotente e irrealistica al controllo e al potere, in nome del quale si dissocia dai propri sentimenti di fragilità e dai bisogni più profondi del proprio essere, vissuti spesso come minaccia per le proprie finalità autoaffermatorie di successo e possesso.
Il fanatico innamoramento di sé, tipico del narcisista, e l’ostinata       negazione dei propri difetti, limiti ed errori, porta al rifiuto del sentimento della colpa reale, all’incapacità di amare, allo sviluppo del cinismo, dell’indifferenza e della manipolazione, nonché a gravi disarmonie nell’equilibrio psicosomatico.
Penetrando nella fenomenologia della sofferenza narcisistica si

può riconoscere che il narcisista rappresenta la tipologia psicologica più separata dalla reale natura del Sé; incarnando un falso sé grandioso e illusorio, il narcisista è per emblema la personalità più lontana dalla conoscenza della sua vera natura, dall’espressione delle proprie potenzialità e dei propri talenti, così come dalla consapevolezza della propria debolezza e dei propri reali bisogni.
A causa della basica non conoscenza di se stesso, il narcisista sceglie, senza saperlo, ciò che è male per sé, prende strade sbagliate, considerandole giuste, fa scelte inopportune, credendo di fare ciò che è utile a sé, e per questa grande illusorietà si trova a raccogliere frutti opposti a ciò che crede di avere seminato, senza dubbio assai lontani da quello che realmente occorre ad ogni essere umano per essere sano, forte e felice.
Intorno al nucleo dell’inconsapevolezza di sé e delle conseguenti scelte di vita e di relazioni sbagliate, si articola un coacervo di esperienze fallimentari che sviluppano nel narcisista un’immagine di sé impoverita, latrice di senso di inferiorità e di vergogna, in contrasto con il modello ideale grandioso che sottende le sue motivazioni, e un’immagine della realtà negativa, troppo potente e minacciosa, che produce paura, avversione e invidia.
La relazione disfunzionale con se stesso e con il mondo costruisce nella mente narcisistica una somma di conflitti (interni ed esterni), complessi (inferiorità e abbandono) ed emozioni dolorose (paura, rabbia, impotenza e vergogna), che lo spingono sempre più ad attività difensive ed a scelte compensatorie di carattere materialistico, estrovertito ed edonistico.
Preda del falso sé, che corre dietro alle lucciole dell’ “avere”, del successo esteriore e dell’acclamazione altrui, il narcisista sperimenta la drammatica rinuncia alla conoscenza della bontà e della dignità intrinseca alla natura umana, rappresentando per antonomasia un’esistenza apparentemente socializzata ma intimamente solitaria e priva di valori, in cui il terrore della morte, della vecchiaia e della malattia si sviluppano col passare del tempo accanto ad un vuoto di autostima e di sfiducia nella vita.
Va sottolineato che se la direzione del narcisismo è guidata dal principio del piacere, il suo effetto, viceversa, è legato all’istinto di morte: come sottolinea il mito di Narciso, questi, fanaticamente attratto dalla sua immagine riflessa nell’acqua, muore cadendovi dentro. Il tema della morte è emblematico degli effetti dell’inconsapevolezza egocentrica, che produce azioni in contrasto con la vera natura del Sé e con i veri bisogni e valori dell’esistenza, estraniando la coscienza dalle necessità evolutive e da quelle certezze che si trovano solo nel cuore di ogni essere umano.
GRADI DI STRUTTURAZIONE NARCISISTICA
Le conoscenze della psicoterapia insegnano che il narcisismo si presenta come un disturbo della strutturazione della personalità che è generato da una patologia del super-io, ovvero dalla disfunzionalità, sino all’assenza completa, di quella struttura fondamentale della mente che impone i limiti morali, le regole e le normative realistiche. E’ attraverso questo opus direttivo del super-io che l’io regola l’assolutezza del piacere, evoca il senso di colpa in caso di danno reale e spinge alla riparazione, mantenendo in tal modo l’autostima. In assenza di un super-io ben strutturato si realizza una carenza del senso del dovere e del senso morale, un abuso del principio del piacere ai danni del principio della realtà, con una conseguente assenza di capacità autocritica e di visione realistica delle cose, che è necessariamente fonte di un rapporto disfunzionale con la realtà e con il prossimo. Da questo rapporto disfunzionale si genera il senso di inadeguatezza che indebolisce l’autostima e il rapporto con la vita.

NARCISISMO DELL’IO
SEPARATO DALL’ANIMA
•    Super-io conformistico
•    Inconsapevolezza del Sé e chiusura nell’io storico
•    Fattori non etici egoistici: orgoglio, avidità, volontà di potenza
•    Vuoto spirituale – aridità affettiva
•    Paura della morte e fuga nell’esteriorità

NARCISISMO
NEVROTICO
•    Super-io contenente residuati idealizzanti e onnipotenti
•    Difese secondarie (rimozione e razionalizzazione)
•    Differenziazione sé-oggetto
•    Paura, odio, invidia, rabbia, vergogna…sotto controllo
•    Comportamenti sociali adattati ma conflittuali

NARCISISMO
BORDERLINE
•    Assenza di super-io e aspettative idealistiche e onnipotenti
•    Difese primarie di scissione (idealizzazione primitiva, identificazione proiettiva, ecc.)
•    Indifferenziazione sé-oggetto
•    Paura, odio, invidia, rabbia, vergogna…fuori controllo
•    Comportamento sociale disadattato

Non guidato da un super-io realistico e da un corrispondente adattamento ai limiti della realtà, privo in altre parole della guida di quel “genitore interno” che educa e protegge con retto rigore, il mondo del narcisista è fondamentalmente egoista, infantile e abitato dalla pretesa eccessiva verso gli altri e verso se stesso, dalla cui frustrazione originano i sentimenti di rabbia e odio a cui il narcisista oppone difese diverse, che lo portano ad esistere in una dimensione sempre più alienata e compensatoria di soddisfazioni mancate.
Centrata su aspettative che non possono trovare conferma e su una visione falsa e idealizzata della realtà, l’immagine che il narcisista ha di se stesso è deludente, così come lo è il mondo che lo circonda. È naturale che la vergogna di se stesso, la paura del mondo e la rabbia verso di esso siano le emozioni che fanno da corollario alla patologia narcisistica.
Integrando le prospettive della psicoterapia con la sapienza meditativa, l’approccio integrale, derivante da Ken Wilber, consente di studiare il narcisismo nella cornice di riferimento evolutiva che riconosce questo disturbo della personalità come il risultato di una cattiva metabolizzazione delle esperienze nelle diverse fasi dello sviluppo, dallo stadio pre-egoico a quello transegoico-transpersonale.
Il narcisismo borderline, descritto nella tradizione psicoanalitica, è relativo ad un disturbo dello sviluppo nella fase di separazione/individuazione (precedente quindi la strutturazione del super-io).
Il narcisismo nevrotico deriva da una cattiva metabolizzazione della struttura tripartita (super-io, es, io), a causa di un super-io che non ha dissolto i residuati idealizzanti ed è portatore di richieste onnipotenti e irrealizzabili.
Nel narcisismo dell’io separato dall’Anima, il super-io è strutturato realisticamente, ma la personalità è troppo identificata con
credenze, morale e valori conformistici che si cementano sui falsi miti dell’età moderna (successo, ricchezza e prestigio), opponendosi di per sé a ciò che è necessario per la realizzazione del Sé.
Quest’ultima patologia narcisistica, meno riconosciuta ma più pervasiva delle prime, è essenziata da egoismo e da inconsapevolezza, che impedisce il riconoscimento del significato e del compito connesso all’esistenza, determinando la separazione della vita individuale dalla realtà universale a cui è collegata.
Questo stato dell’ego scisso dalla vita universale, immerso nell’illusione della caducità della vita, si manifesta con un complesso di attaccamenti al proprio corpo, ai propri averi, ai propri credi e ai propri pensieri, attaccamenti che si sviluppano come difesa dalla paura, che sperimenta il senso dell’identità incapsulata nel corpo ed esistente in un mondo senza significato.
La terapia integrale del narcisismo richiede la diagnosi evolutiva, per riconoscere il grado del narcisismo e quali sono le strutture patologiche della mente che devono essere trasformate.
È bene ricordare che l’eventuale sintomatologia (fobica, depressiva, ossessiva, ecc.) presente nei conflitti narcisistici non va soffocata e affrontata in sé e per sé, ma tenuta presente e valorizzata come l’espressione del disturbo strutturale, con la consapevolezza che il sintomo non potrà essere risolto se non cambierà la strutturazione mentale.
Il risanamento narcisistico richiede di procedere dalla strutturazione più bassa, e quindi richiede come prima tappa la costruzione di un buon super-io.  Questo obiettivo è comune ad ogni tipo di psicoterapia: diverso per l’approccio integrale è il fine della psicoterapia e ciò che veramente significa superare il narcisismo.
Mentre la psicoterapia ordinaria, nell’affrontare il narcisismo, vuole liberare il paziente dalla sofferenza che lo opprime (paura,
odio, vergogna, rabbia), e per questo usa strumenti di rinforzo dell’io e di occultamento del male che l’io non può sopportare, la psicoterapia integrale si rivolge alla trasformazione di più profonde strutture disfunzionali della mente narcisistica, che consistono nell’inconsapevolezza ontologica e nei fattori egoistici, tra i quali l’orgoglio, l’avidità e la volontà di potenza.
Mentre la psicoterapia ordinaria troppo spesso sviluppa l’egocentrismo, ignorando i danni del vuoto spirituale, la psicoterapia integrale vede nella trasformazione delle motivazioni egocentriche e nelle scelte spirituali di vita e di valori la liberazione da veleni di base della mente, che costruiscono una sofferenza inutile e impediscono una guarigione duratura.
Nella prospettiva integrale la guarigione richiede non solo la liberazione dalla sofferenza clinica, ma l’espansione della coscienza alle fonti di bellezza, verità e bontà presenti nell’animo umano e, attraverso questo, la riappropriazione di un senso universalistico della vita, garante di significato e certezze.
CENNI DI TRATTAMENTO TERAPEUTICO DEL NARCISISMO
L’approccio integrale alla terapia del narcisismo contempla l’utilizzazione delle conoscenze psicoterapiche e delle pratiche di consapevolezza e trasformazione appartenenti alle tradizioni meditative.
Poiché il narcisismo nelle forme borderline e nevrotiche si radica nell’infanzia e nella relazione genitori-bambino, occorre penetrare nella sfera personale antica della vita infantile e nella qualità delle relazioni genitoriali interiorizzate. Fondamentali per questo obiettivo sono le conoscenze della psicoanalisi, in particolare le teorie delle relazioni oggettuali, e infine le pratiche introspettive analitiche, che aiutano a far emergere il passato storico del paziente.
Kernberg sottolinea come l’investigazione delle relazioni ogget¬tuali interiorizzate, ovvero delle vicissitudini dei rapporti genitoriali e interpersonali che sono divenute parte della psiche, nonché l’esame dello sviluppo delle relazioni affettive, rappresentino le componenti fondamentali dell’approccio terapeutico ai disturbi della personalità narcisistico-borderline.
Nell’approccio integrale, accanto all’investigazione introspettiva psicoanalitica, di particolare utilità ci sembra l’uso di alcune tecniche meditative di consapevolezza corporea, che facilitano l’integrazione dei vissuti emotivi e affettivi. La dinamica affettiva è infatti strettamente correlata all’esperienza corporea e sensoriale: gli affetti comprendono sempre una componente soggettiva cognitiva e un’esperienza soggettiva fisica ed emotiva di natura piacevole o spiacevole, con fenomeni di scarico neurovegetativi che hanno a che fare con l’attivazione psicomotoria e la comunicazione nel corpo.
Semplici pratiche di movimento libero, o di catarsi corporea, associate a più precise tecniche meditative di attenzione selettiva al corpo ed alle sue sensazioni, sviluppano una maggiore possibilità di consapevolezza sensoriale ed emotiva, facilitando la possibilità di differenziazione e di autoriflessione che collabora all’integrazione di emozioni rimosse, contribuendo ad un senso dell’identità più concreto e unificato.
Per affrontare il narcisismo nevrotico è fondamentale il lavoro sulla struttura tripartita (super-io, es, io), che nell’approccio integrale può essere visto come conflitto tra tre subpersonalità: il Bambino, il Genitore e il Mediatore interno.
Il risanamento della struttura tripartita narcisistica richiede che si abbia una nozione chiara della maturità psicologica a questo livello dello sviluppo, e delle forme di pensiero ad essa connesse.

Nella struttura tripartita sana, la capacità di controllare gli impulsi considerati inaccettabili, la possibilità di accettare i propri errori con il desiderio di risanarli, il porsi di fronte alle proprie colpe e alle proprie debolezze senza perdere l’autostima, ma volendo riparare, determina la capacità di autocritica, di retto rimorso e di responsabilità verso le proprie azioni, nonché la possibilità di pagare i propri errori e le proprie colpe senza sentirsene annientati.
Questi elementi sani del comportamento mentale sono fondamentali per lo sviluppo futuro dell’identità e fanno capo a una buona strutturazione del super-io.
Nella misura in cui la normativa superegoica si sposta verso l’insensatezza dell’ipermoralismo o dell’idealismo onnipotente, si produrrà un bambino sofferente e un mediatore che troverà sempre più difficile la sua opera di transizione tra le richieste interne e quelle della realtà esterna.
Questa disfunzione del comportamento interno porta a disfunzionali relazioni interpersonali che impediscono l’adattamento.
Il disturbo del super-io, in altre parole, produce diverse fasce di sofferenza che possono essere viste come conflitti tra subpersonalità. Nella psicoterapia integrale vanno affrontate le sofferenze del bambino vittima, la sofferenza aggressiva del genitore e quella del mediatore difensivo diviso tra genitore e bambino, nelle componenti relazionali che si riferiscono alla percezione, all’affettività, al pensiero e al comportamento:
    la sofferenza emotiva del bambino vittima (paura, rabbia, impotenza, vergogna, invidia, gelosia);
    la sofferenza aggressiva del genitore onnipotente (intolleranza, ipercriticismo…);
    la sofferenza del mediatore difensivo (diviso tra il genitore e il bambino).

Grande attenzione va data alla comprensione delle aspettative narcisistiche idealiste e onnipotenti ed al superamento delle difese che si ergono contro il pericolo delle cariche distruttive dovute alla sofferenza reattiva del bambino interiore.
L’osservazione attenta della relazione genitore-bambino svela l’operato difensivo del mediatore, che cerca di occultare gli aspetti che acuiscono il conflitto tra i due, alleandosi con il genitore o il bambino e rimuovendo i fattori dell’aggressività, della debolezza e dei limiti produttori di paura e di vergogna.
È il vittimismo, quale sentimento di essere trattato ingiustamente, che va posto in primo piano, come la voce del bambino interiore in risposta alla pretesa onnipotente del genitore.
L’autorappresentazione di se stesso vittima e carnefice, quale risultato dell’agire interrelato delle subpersonalità del bambino e del genitore, dovrà cedere il posto a una più matura autorappresentazione, che riconoscerà questa dualità interna da una più unificata e sapiente posizione. Dovrà, in altre parole, svilupparsi un nuovo centro di coscienza che, invece di occultare, accolga l’imperfezione e i limiti e, con essa, la frustrazione inevitabile che la vita dà, e medi, secondo principi realistici, le richieste morali, quelle pulsionali e quelle della realtà.
I conflitti narcisistici sono impregnati di egoismo e non sono risolubili senza una trasformazione delle motivazioni verso la vita e del pensiero che guida l’azione: prima tra di esse è l’importanza personale esagerata, da cui è generata l’aspettativa irrealistica di come dovremmo essere, di come dovremmo trattare il mondo e di come dovremmo essere trattati dal mondo.
Il risanamento della struttura tripartita richiede un’elaborazione emotiva, attraverso pratiche che implicano il lavoro con il corpo, ed un’elaborazione cognitiva, che riconosca il modo di pensare
disfunzionale e gli atteggiamenti idealistici e onnipotenti che lo preparano e lo sottendono. Nel narcisismo le emozioni di impotenza, rabbia, risentimento, vergogna, invidia e odio sono il risultato di un pensiero disfunzionale che non contempla la capacità di accettare i propri limiti e di assumersi le implicazioni di questa accettazione, che richiede di accettare la disconferma altrui.
Occorre sapere qual è il retto modo di pensare che precede l’agire: senza la consapevolezza di ciò che è bene e di ciò che è sano le componenti emotive diventano drammatiche. La rabbia e il senso illusorio di essere non capiti e maltrattati, tipici del narcisista, non possono essere affrontati in se stessi se non si comprende che essi sono la risposta a un non retto pensare, ovvero al pensiero di chi in realtà cerca nel mondo solo uno specchio che accetti indiscriminatamente il proprio modo di essere.
La psicoanalisi parla di disillusione ottimale, quale prassi terapeutica che sposta l’ambizione narcisistica su scopi realistici (questo segue il passaggio da una patologia nevrotica a un narcisismo “normale” che non lede l’adattamento alla realtà). Come vedremo, la prospettiva integrale include questa disillusione ottimale ma mira a più profonde trasformazioni, perché ha come finalità anche il superamento del narcisismo dell’io separato dall’Anima, ovvero quello della cosiddetta psicopatologia della normalità.
D’accordo con le teorie psicoanalitiche, l’approccio integrale affronta l’ingiunzione irrealistica e grandiosa del genitore e le reazioni del bambino interiore, nonché la natura dei meccanismi difensivi, ma affronta anche le origini non etiche del narcisismo che fanno capo ai fattori egoistici dell’avidità, dell’orgoglio e della volontà di potenza.
Occorre tener presente che la genesi del narcisismo è sì nel bisogno di assoluta stima, conferma e successo che si radicano in un
vissuto primario infantile di una ferita di amore, ma è anche fondato su fattori del carattere di base che rappresentano un terreno fertile per lo sviluppo dell’egoismo, il padre del narcisismo.
Riappropriarsi delle proprie ferite d’amore è uno scopo della psicoterapia, ma affrontare l’egoismo e coltivare qualità spirituali è un mezzo imprescindibile della integrale guarigione narcisistica.
Lavoro psicologico e lavoro spirituale dovranno incontrarsi per una vera soluzione di questa sofferenza paralizzante la salute mentale e lo sviluppo autorealizzativo.
In questo contesto, le valenze narcisistiche e non etiche della personalità vanno sempre tenute presenti e fatte riconoscere al paziente. Nel trattamento della struttura narcisistica è necessario rivisitare e trasformare gli atteggiamenti mentali di criticismo e intolleranza e rivalutare il pensiero positivo e benevolente, ma anche maturare l’accettazione degli altri e la capacità di donare.
I fattori non etici del carattere narcisistico: arroganza, superbia, presunzione andranno riconosciuti come radici del conflitto della struttura tripartita, concause della rigidità e della chiusura ostile che produce sofferenza mentale, nonché della fragilità e della fondamentale incapacità di amare.
È necessario riconoscere come gli atteggiamenti narcisistici infantili costruiscono l’opposto di ciò che cercano e ispessiscono la percezione irrealistica di se stessi e del mondo. Esempio:
    la richiesta onnipotente costruisce il sentimento d’impotenza;
    la pretesa di essere sempre accettati costruisce l’incapacità di asserire opinioni e dissenso per paura del giudizio altrui;
    la paura della propria assertività crea l’incapacità di difendersi dall’aggressività altrui;

    l’incapacità di riconoscere i propri errori e le colpe reali porta alla confusione tra bene e male;
    l’incapacità di assumersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni porta al fallimento dell’intenzionalità;
    l’incapacità di accettare che altri siano preferiti e migliori di se stessi perché si vuole essere il migliore porta a incertezza e fallacità.
Nella psicoterapia della struttura tripartita vanno affrontati anche i miti distruttivi che si formano nelle pieghe del pensiero narcisistico.
I miti distruttivi sono caratterizzati da assunzioni inconsce e da coazioni a ripetere modalità distruttive, che si manifestano in comportamenti ripetitivi intessuti di un simbolismo carico di istinto di morte. Ogni mito distruttivo è incarnato da una specifica maschera e da un’ombra che corrisponde a ciò che la maschera vela.
    Narciso (è il mito vanaglorioso di chi vive la vita in funzione di appropriazione, che cela l’egoismo che uccide).
    Icaro (è il mito dell’onnipotenza, che cela il rifiuto del limite).
    Prometeo (è il mito della volontà di potenza, che cela l’orgoglio).
    Lucifero (è il mito della modalità disobbediente e traditrice, che cela l’avidità e l’invidia verso l’autorità).
    Il vincitore (è il mito di colui che vuole sempre essere il migliore, che cela il  rifiuto del fallimento).
    L’angelo del focolare (è il mito dell’obbedienza cieca all’autorità, che cela la paura).
    La vittima (è il mito di colui che è sempre permeato di sconfitte, che cela l’incapacità di essere grato).

Concludendo questa breve panoramica dell’approccio integrale al narcisismo, in particolare al narcisismo nevrotico, voglio sottolineare che, per sviluppare la consapevolezza delle componenti narcisistiche, di grande utilità è la pratica meditativa Vedanta di autosservazione, che allena ad osservare nel qui ed ora il soggetto sperimentatore della realtà, ed il pensiero che usa per giudicare la realtà. Questa esplorazione pone facilmente in contatto con le subpersonalità.
L’osservazione della natura del pensiero porta a riconoscere i danni del pensiero violento o limitato o pregiudiziale ed a favorirne la trasformazione.
Lo sviluppo di un pensiero portatore di verità rieduca l’orgoglio di appartenere a se stesso e l’avidità di beni transitori, verso forme più garanti e sicure di esistenza.
È ancora il pensiero purificato dalla visione spirituale ciò che rivoluziona gli atteggiamenti narcisistici apportatori di dolore, verso atteggiamenti apportatori di serenità e di ottimismo.
Accanto alla pratica meditativa di autosservazione è di grande utilità la pratica meditativa, insegnata nella tradizione Yoga-Vedanta, dell’evocazione del sentimento positivo, che coltiva qualità come il perdono, la comprensione, l’accettazione e l’umiltà.
Queste pratiche spirituali rappresentano la migliore terapia del comportamento grandioso e orgoglioso del super-io disfunzionale, smontano la pretesa onnipotente e la richiesta idealistica che si fa a se stessi e agli altri, sviluppando aspettative più realistiche che contribuiscono all’accettazione dei propri limiti, della propria incompiutezza e quindi di quella altrui.
L’atteggiamento spirituale che accetta il coraggio di esistere in un mondo imperfetto e vuole comprendere e perdonare gli errori
propri e altrui aiuta a non reagire con rabbia alla frustrazione, superando così la sofferenza narcisistica più dolorosa.
Nella pratica spirituale, di grande utilità è la lettura dei testi sapienziali, come la Bhagavad-Gita, gli Yoga-Sutra di Patanjali, commentati da Raphael, che aiuta a disidentificarsi dal limitato e debole senso dell’io ordinario e dall’autorappresentazione egocentrata, acquistando speranza e fiducia nelle potenzialità del Sé, che è parte indivisa della vita universale.
La visione spirituale del Sé come anima immortale, abitatrice della vita universale che è incarnata con un compito e uno scopo, dà significato a quei limiti ed a quei fallimenti ineluttabili nella vita di ogni essere umano, che il narcisista non sopporta, aiutandolo a comprendere che la sofferenza che si incontra nella vita non è una sterile sconfitta che sviluppa disistima, ma un’opportunità di trasformazione, crescita e conoscenza.
Se il narcisista capirà il senso spirituale della vita e il suo radicamento nella vita universale, se potrà accettare la sofferenza come opportunità di crescita, potrà ridurre la sua basica insicurezza e sviluppare un senso di responsabilità verso la vita che mitigherà le sue pretese onnipotenti, i suoi terrori e i suoi odi.
CENNI SUL RAPPORTO TERAPEUTA-PAZIENTE
Nella psicoterapia integrale, cruciale per la soluzione dei conflitti narcisistici e delle aspettative irrealistiche che li sottendono è il rapporto terapeuta-paziente. Il lavoro con il paziente narcisista richiede non solo una relazione terapeutica profonda ed empatica, ma anche una reale modalità attiva da parte del terapeuta, rivolta a favorire il riconoscimento degli oggetti narcisistici, tale da consentire il ripristino del principio della realtà sull’idealizzazione narcisistica.
Nella relazione terapeutica, l’intervento del terapeuta facilita
l’elaborazione dell’aspetto cognitivo delle relazioni affettive, che riflette sempre il rapporto tra una rappresentazione di sé ed una dell’oggetto. Inoltre, la personalità matura del terapeuta potrà favorirne i processi di interiorizzazione e identificazione con una figura genitoriale positiva, che consenta la costruzione del super-io sano.
Il lavoro con il paziente narcisista richiede molta centralità e pazienza. Nel transfert che lega il paziente al terapeuta, si manifestano i vissuti delle pulsioni sessuali e aggressive, dalle reazioni iniziali di attaccamento come affetto di base, alla rabbia, all’odio come stato affettivo reattivo alle aspettative deluse, proiettate nel setting terapeutico. A queste si aggiunge l’invidia conscia o inconscia, che si sviluppa facilmente verso il terapeuta, e che è particolarmente perniciosa nel borderline.
Nel trattare i disturbi narcisistici va privilegiata una situazione terapeutica forte, attenta ed amorevole, e un rapporto terapeutico con uno psicoterapeuta maturo, libero da valenze narcisistiche.
Quanto più il terapeuta è capace di accettare e di essere in pace con i suoi limiti, con un’attiva responsabilità volta alla loro trasformazione, tanto più sarà capace di accogliere i limiti del paziente ed esserne valido specchio.
Quanto più il terapeuta avrà trasceso la vulnerabilità, la rabbia e le difese narcisistiche, tanto più potrà venire in contatto con la rabbia narcisistica del paziente e comprenderne le difese. Quanto più egli incarnerà un modello realistico e accettante il bene e il male, tanto più potrà favorire un nuovo modello da introiettare, che favorirà lo sviluppo di un super-io con richieste morali giuste.
Lo psicoterapeuta ideale è quel meditante progredito che, ben oltre il disordine dei disturbi narcisistici, cosciente dei limiti e delle potenzialità, è allineato al Sé, da cui riceve guida e nutrimento.
Se lo psicoterapeuta può incarnare il Sé piuttosto che l’io, egli apparirà come un centro di discriminazione, armonia e saggezza  amorevole, di per sé altamente trasformatorio.
Non va dimenticato che il Sé, come centro e totalità della psiche, è capace di conciliare gli opposti: esso non solo è la sorgente delle forze superiori dell’interiorità, ma è anche l’organo di accettazione per eccellenza.
Alleandosi con il Sé, lo psicoterapeuta dovrà trasmettere la natura dell’accettazione, non come passiva acquiescenza alla negatività e agli errori del paziente (che significherebbe un’iperindulgenza, priva di discriminazione e sottomessa al male), ma come capacità di riconoscere errori e negatività ed assumersene umilmente la responsabilità, onde dare avvio a un processo di trasformazione centrato sulla volontà di bene e sull’affermazione della dignità della propria vita.
L’atteggiamento di vera accettazione, così spesso confusa con l’iperindulgenza, richiede e porta seco il sentimento di responsabile e riparatoria considerazione per il male e per il danno inferto a se stessi e agli altri.
Uno psicoterapeuta efficiente non sarà mai critico e svalutativo, ma neanche iperindulgente: come il Virgilio dantesco, guiderà il paziente nel suo “inferno” narcisistico e gli farà riconoscere i suoi fantasmi e i suoi mostri, così come i suoi talenti e le sue qualità, rimanendo in ogni caso centrato in un cuore lucido e compassionevole, capace di un’intenzionalità volta alla liberazione dal male, che non potrebbe realizzarsi senza la fiducia nelle forze buone del Sé e nella sua costante opera di risanamento e illuminante influsso.

http://iochiaraeloscuro.blog.rai.it

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Boggio Gilot L., Crescere oltre l’io, Cittadella editrice, Assisi 1997
Boggio Gilot L., Il narcisismo nevrotico, Dispense di insegnamenti tenuti all’AIPT
Boggio Gilot L., Il narcisismo borderline, Dispense di insegnamenti tenuti all’AIPT
Kernberg O., Sindromi marginali e narcisismo patologico, Boringhieri, Torino 1989
Kohut H., Narcisismo e analisi del sé, Boringhieri, Torino 1976
Lowen A., Il narcisismo, edizioni Feltrinelli, Milano 1985
McWilliams N., La diagnosi psicoanalitica, edizioni Astrolabio, Roma 1999
Raphael, Tu sei quello, Asram Vidya, Roma 1982
Raphael, Al di là del dubbio, Asram Vidya, Roma 1987
Raphael, Scienza dell’amore, Asram Vidya, Roma 1996

Aspetto dell'elemento

Metallo reattivo, lo Zinco è un minerale essenziale per il benessere ed il mantenimento della salute psico-fisiologica dell’individuo poiché possiede numerose proprietà funzionali tra le quali spicca quella antiossidante. E’ presente in tutte le cellule ed è necessario in piccole quantità; tale sostanza appartiene infatti al sottogruppo dei Sali Minerali chiamati “Microelementi”.

Configurazione elettronica

Lo Zinco risulta indispensabile sulla base delle sue virtù anti invecchiamento e protettive nei confronti di possibili danni ossidativi e anche del fatto che rappresenta un elemento costitutivo di moltissimi enzimi preposti a molteplici dinamiche metaboliche.

Lo Zinco si dimostra allora capace, attraverso le sue caratteristiche antiossidanti, di proteggere la cellula dagli attacchi dei Radicali liberi, ovvero delle sostanze di scarto derivanti da processi organici interni o da reazioni metaboliche dovute a sostanze arrivate dall’esterno, come ad esempio fumi di combustione di tabacco o di smog, molecole lipidiche, sostanze alcoliche, etc.

Come detto lo Zinco va inoltre a formare ed attivare molteplici sostanze enzimatiche, rendendosi così indispensabile, come coenzima, per lo sviluppo psico-fisico, per il buon funzionamento dei vari apparati organici (compreso il sistema immunitario), per la sintesi e la differenziazione cellulare, per la metabolizzazione di vari principi nutritivi (come ad esempio Carboidrati e Fosforo) e per l’assorbimento di alcuni di essi (ad esempio le Vitamine), così come per la formazione di altri ancora (ad esempio le Proteine) ed infine per la produzione di energia.

Lo Zinco è cruciale anche per la sintesi del DNA e per la costruzione di nuovo tessuto fisiologico, confermando in tal modo la sua necessaria presenza per un corretto sviluppo ed una adeguata crescita del neonato.

Lo Zinco è fondamentale altresì per certe funzioni e meccanismi neuropsichici, ormonali, fisici e di senso (ad esempio per la vista ed il gusto). Esso regola infatti il corretto funzionamento di vari Ormoni, come ad esempio quelli sessuali, l’Insulina e l’Ormone della crescita, media la contrattilità muscolare ed il funzionamento psico-cognitivo, ed infine mantiene in buona salute l’apparato olfattivo, gustativo e visivo, proteggendo quest’ultimo da patologie della vista come la degenerazione maculare o la cecità crepuscolare.

Ulteriori funzioni propositive dello Zinco sono quelle di favorire la guarigione di possibili ferite o scottature, agevolando e velocizzando i processi di cicatrizzazione delle medio-piccole lesioni sia interne (ad esempio ulcere), che esterne (ad esempio escoriazioni o tagli). Inoltre riesce a ridurre la secrezione sebacea, migliorando la situazione fisiologica di stati acneici e/o di dermatite seborroica.

 Lo Zinco è anche efficace nei casi di Diabete sulla base della sua azione regolatrice sull’Insulina a livello ematico, la quale prolunga l’effetto di tale fondamentale ormone nel sangue. Inoltre tale Sale minerale insieme a Iodio e Selenio influenza la funzionalità della Tiroide.

Per quanto detto una carenza di Zinco può determinare maggior spossatezza psico-fisica, per la ridotta produzione di energia e sintesi di Proteine, difficoltà cognitive, dolori articolari e muscolari, problemi dermici e minor reattività di guarigione in caso di lesioni cutanee e/o infezioni, visto anche il rallentamento della formazione di collagene.

La scarsità prolungata di Zinco può inoltre comportare la comparsa di smagliature sulla pelle e di macchie sulle unghie, così come la crescita di capelli più fragili e decolorati e la loro maggiore caduta. Si può inoltre osservare un generale e pericoloso invecchiamento precoce dell’apparato dermico e dei suoi annessi con l’aggravarsi ed il cronicizzarsi dei suddetti problemi fisiologici.

Una situazione di carenza del livello di Zinco può comportare anche manifestazioni psico-fisiche di eccessiva stanchezza, con un rallentamento delle capacità e sensibilità psico-cognitive e sensoriali e un’alterazione dell’appetito e del sonno.

Nei casi più gravi la mancanza di Zinco può favorire o portare anche ritardo dello sviluppo sessuale e della crescita, ciclo mestruale irregolare, diminuzione del desiderio sessuale, impotenza maschile, problemi e disturbi psicologici (ora si capiscono tante cose!!!)

La presenza di Zinco può essere garantita attraverso l’alimentazione; in tal modo la sua introduzione e disponibilità, come quella degli altri principi nutritivi, passa attraverso una dieta variegata ed equilibrata (come ad esempio quella Mediterranea).

Allo stesso modo una carenza eccessiva di Zinco solitamente è determinata da una alimentazione irregolare, con l’ingestione di quantità eccesive di certi cibi e l’assenza di altri dal menù quotidiano (ad esempio una dieta con pochissima presenza di carne).

Anche l’abuso di alcol può portare alla scarsità di tale Sale minerale, poiché le molecole alcoliche lo spingono fuori dal fegato; ulteriori situazioni che possono interferire con le giuste quantità organiche di Zinco sono l’eccessiva sudorazione, l’utilizzo di antibiotici, corticosteroidi e/o diuretici, l’introduzione di grosse quantità di Calcio (che è suo antagonista a livello dei recettori di assorbimento), ma anche situazioni di forte stress psicologico e/o fisico.

Lo Zinco viene assorbito organicamente a livello dell’intestino tenue ed eventualmente le quantità che non servono vengono rilasciate sempre per via intestinale (e in minima parte per via urinaria o attraverso la normale traspirazione dermica).

Tale Microelemento si ritrova in particolare nel fegato, nei muscoli, nelle ossa, nei denti, nella pelle, nei capelli nei globuli rossi e bianchi, mentre i cibi che ne contengono maggiori quantità sono: carne rossa, cereali, cioccolato e cacao, crostacei, fegato, formaggi, frutta secca, germe di grano, latte, legumi, lievito di birra, pesce, semi di zucca, uova. (Frutta e verdura invece contrastano l’assorbimento di Zinco a livello intestinale a causa dei loro cospicui contenuti di fitati e fibre).

Il fabbisogno quotidiano di Zinco per una persona adulta è di circa 10-12 milligrammi (leggermente inferiore per la donna), mentre durante la crescita tali dosi dovrebbero essere più basse e salire poi progressivamente da 5 a 10-12 mg. Durante gravidanza ed allattamento l’assunzione di Zinco dovrebbe infine essere incrementato, per integrare l’aumento di necessità nutrizionali tipici di tali periodi.

 

Questo minerale è ubiquitario nell’organismo. È essenziale per alcune fondamentali funzioni come la digestione, la riproduzione e la crescita; lo zinco è legato alla funzionalità di molti apparati dell’organismo. L’elenco dei suoi benefici è esteso e a volte ambizioso…

L’integrazione di zinco può essere utile nel trattamento di problemi della pelle, come ad esempio le piaghe sugli arti, ma solo per chi ha dei bassi livelli di zinco. Le creme allo zinco applicate direttamente su una ferita sono più efficaci di un’integrazione alimentare nel ridurre l’infezione e nello stimolare la guarigione e oggi si ritrova comunemente lo zinco nelle creme per l’acne e negli shampoo per problemi al cuoio capelluto per stimolare la guarigione.

Lo zinco fa parte di oltre 200 complessi enzimatici ed è necessario per il corretto funzionamento di molti ormoni, inclusa l’insulina, l’ormone della crescita e gli ormoni sessuali. L’organismo ne contiene da 1,4 a 2,5 g, immagazzinati per lo più nei muscoli, nei globuli rossi e in quelli bianchi.

CARENZA: gravi carenze di zinco sono poco frequenti e sono caratterizzate da alterazioni cutanee, diarrea, perdita dei capelli, disturbi mentali e infezioni ricorrenti a causa dell’indebolimento delle funzioni immunitarie. Una carenza di zinco può inoltre predisporre ad una carenza di vitamina A.

Principali funzioni dello zinco

Lo zinco è un componente fondamentale di molti enzimi implicati nel metabolismo energetico. Ha proprietà antiossidanti, favorisce il normale funzionamento della prostata e partecipa alla crescita e al differenziamento cellulare; stimola inoltre la rigenerazione dei tessuti. Per questo motivo è molto importante includere nella propria dieta alimenti ricchi di zinco.

“Solitudine e bisogno esistenziale di unione nell’ Arte di amare di Erich Fromm,“ in: P. L. Eletti (Ed.), Incontro con Erich Fromm. Atti del Simposio Internazionale su Erich Fromm: „Dalla necrofilia alla
biofilia: linee per una psicoanalisi umanistica“ Firenze 1986, Firenze (Edizioni Medicea) 1988, pp. 287-292.”

Di Eda Ciampini Gazzarrini

Il tema esplicito del libro di Fromm, l’Arte di Amare“, è l’interrogativo sulla possibilità di amare nella civiltà contemporanea, incentrata sul profitto e sullo scambio di mercato. Tuttavia argomenti centrali dell’opera appaiono la solitudine umana e quell’insopprimibile anelito di unione“ che troverà acquietamento nell’amore.
È il bisogno di unione“, di un incontro risolutore tra gli uomini quello che Fromm percepisce nella società americana e in quelle a sviluppo tecnologico, dietro l’apparente stato di benessere. Sarà questo stesso bisogno, preannunciante di per sé la possibilità di amare, a generare nell’uomo insoddisfazione per le pseudosoluzioni adottate.
Ci ha colpito di questo libro la presenza di nostalgia di un bene perduto“, dietro il quale è il mistero, di cui Fromm, insieme a noi, cerca il nome. Fromm chiama questa nostalgia desiderio di ritorno al Paradiso Terrestre“ dove l’uomo può vivere senza consapevolezza di sé, dove non si sono ancora sviluppate le dicotomie esistenziali.
Paradiso come condizione perduta di armonia, con la natura e con se stesso.
Ma è stato fatto divieto ad Adamo ed Eva di rimanere, dopo che si sono cibati del frutto dell’albero del bene e del male. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Con la nuova dimensione della consapevolezza Adamo ed Eva si mettono fuori dal regno dell’indistinto, dell’istinto, della natura e si sentono soli e colpevoli.
I cherubini con la spada di fuoco sono a testimoniare la colpa commessa e l’impossibilità di  un ritorno.
Con questo dramma, dirà Fromm, inizia, per la razza umana, il destino di uomo.
Parimenti, con la separazione dalla madre iniziano per il bambino il destino di individuo e la ricerca di un nuovo incontro.
Anche il bambino alla nascita viene sbalzato da una situazione chiara come l’istinto in una incerta, ma il senso di solitudine del neonato è annullato dalla presenza fisica della madre dal suo contatto, dall’odore della sua pelle. Fromm dirà che più il bambino, nella crescita, si libera dai vincoli primitivi, più intenso resta in lui il bisogno di nuove vie“ per ripristinare l’unione”.
L’autore batte l’accento sull’isolamento e sul vuoto che il bambino prova quando si rende conto della separazione dalla madre.
Il senso di solitudine è, per Fromm, l’origine di ogni ansia che, se intollerabile, porta a cancellare il senso di separazione e con esso il mondo esterno. L’individuo si chiude in un isolamento che è follia. Per il nostro autore l’umanità, di qualsiasi civiltà, si è trovata di fronte alla soluzione dell’eterno problema di come superare la solitudine e raggiungere l’unione“. Questo è l’interrogativo che si è posto l’uomo delle caverne così come l’uomo di oggi.
È un problema, continuerà a dire Fromm, che nasce dalla condizione dell’esistenza umana, di fronte al quale la storia delle religioni e della filosofia sono tentativi di soluzione.
È convinzione di Fromm che anche la società capitalistica risponda a suo modo, a salvaguardia dei privilegi, al bisogno dell’uomo di superare la solitudine, ammannendo il „conformismo“, la “routine di lavoro e del piacere” e”idoli” privi di qualità umane.
E l’uomo è solo più di sempre.
Fromm ci avverte che la maggior parte della gente non si rende conto di cosa nasconda il conformismo: „Come potrebbe un uomo prigioniero della
ragnatela della routine ricordarsi che è un uomo, un individuo ben distinto, uno al quale è concessa una unica occasione di vivere, con speranze e delusioni e dolori e timori, col desiderio di amare e il terrore della solitudine e del nulla?“
Fromm tocca uno dei più scottanti temi attuali e denuncia che i movimenti socio-politici e le vertiginose scoperte tecnologiche sono sempre più al servizio di una società retta da una costrittiva
economia competitiva.
È esplicito in Fromm che per l’uomo di oggi il problema della solitudine e di una ricerca di „integrazione“ senza perdita della propria individualità sia altrettanto importante quanto lo studio della sessualità ai tempi di Freud. La stessa spinta sessuale, per Fromm, è causata solo parzialmente dal bisogno di sopprimere una tensione mentre la necessità principale è data dall’istanza di „unione“ con l’altro polo sessuale.
Nel processo della separazione che fa parte della crescita, che è anche euforia e gioia, Fromm richiama la nostra attenzione sullo stato di sofferenza che ne consegue e sulla paura del vuoto, dell’isolamento. L’uomo Fromm sembra molto preso da questa condizione umana di „separazione“ che non avviene una volta per tutte ma che si ripete, con rinnovato senso di perdita ad ogni cambiamento, sempre dolorosa.
Così si ritrova in lui, non acquietata, la nostalgia. di una felice unione perduta.
Fromm, sociologo, è preoccupato per le condizioni della società attuale, per il futuro dell’uomo che rischia la distruzione, anche perché la società conia strategie di mascheramento del disagio e l’uomo rimane „consapevolmente inconsapevole“.
Con questa ultima affermazione dell’ambiguità dell’individuo, Frómm pare minare la speranza di una risoluzione nella quale egli tuttavia crede.
Dei messaggi di Fromm, sembra essersi fatto araldo in questi ultimissimi tempi, il linguaggio dell’artista. I temi di Fromm hanno trovato espressione
e particolare incisività attraverso la macchina da presa e le immagini che rendono più accessibili i significati. Michel del film del regista Ferreri „I love you“ ripropone il problema esistenziale di una propria individuazione e il
fallimento di un ritiro dalle relazioni umane verso un oggetto meccanico che sostituisce l’incontro con l’altro.
Michel è l’uomo che Fromm in una opera più tarda chiamerà uomo monocerebrale preso dal meccanismo tecnologico a tale punto da stabilire fra lui e la macchina una specie di rapporto
simbiotico. Fromm troverà una sorprendente analogia fra questo tipo di uomo monocerebrale e gli schizofrenici.
Sempre attraverso lo strumento della macchina da presa ci arriva un altro messaggio. È la volta di Kaos dei registi Taviani. Kaos è il mondo prima dell’atto della creazione, nel quale tutte le forme erano indefinite. Il film si presta a significare un ritorno regressivo alla Grande Madre, la nostalgia di un „eterno presente“. Il protagonista, a maturità avanzata, torna nei luoghi dell’infanzia e ricorda la madre: „Ora che sei morta e non mi pensi più, io
non sono vivo per te“. Possiamo cogliere in altri aspetti della cultura il segno del disagio ed anche modalità di copertura, strategie, che negano „il
vuoto“. Stiamo pensando al „trompe d’oeil“ (inganno dell’occhio) in architettura, a quel movimento che cerca di coprire con pitture di modelli architettonici del passato Rinascimento le pareti di vetro e cemento dell’edilizia moderna.

Aggiungiamo queste immagini ingannevoli, tratte dai nostri giorni, a quelle che Fromm mette a nudo nel suo libro sia relative alla vita dell’individuo che della società. Sembra non possano esserci altre soluzioni che follia, regressione, inganno e che la società debba andare verso la distruzione totale. Fromm indica la possibilità di superare la solitudine e di sfuggire il vuoto, nella capacità di amare dell’uomo e in una organizzazione sociale improntata dall’amore.
Scrive dell’amore come di un sentimento attivo, la cui caratteristica si sintetizza nel concetto del „dare“. “Dare”come la più alta forma di potenza per cui l’uomo prova la sua forza, la sua ricchezza, il suo potere. Il „principio“ dell’amore per Fromm è incompatibile con il „principio“ che anima la società capitalistica, basata sul profitto. Tuttavia egli ammette che il capitalismo, nella sua reale estrinsecazione, è complesso e in continua evoluzione, da dare adito ad una certa dose di anticonformismo e di giudizio critico.
Questa dialettica di Fromm ci porterebbe ad affrontare il problema della polarità e della integrazione nel suo pensiero.
La polarità sembra corrispondere più al Fromm sociologo per il compito che si è assegnato di togliere l’uomo dalla confusione, dalla ignoranza consapevole, con visioni chiare di vita. Anche quando illustra la crescita
dell’individuo differenzierà nettamente l’amore, definendone le caratteristiche di premura, responsabilità, rispetto e conoscenza, degli stati di simbiosi, di narcisismo, di dipendenza. Egli sembra lasciare tra la condizione matura dell’amore e gli stati affettivi più elementari come un vuoto che disorienta.
Sara, una adolescente seguita in psicoterapia, al culmine della sua ambivalenza, esposta alla disperazione depressiva per l’oggetto buono sentito come perduto, chiede: „Nella dipendenza c’è amore?“ .
Cerchiamo con Sara, presi dalla conflittualità dei nostri sentimenti, una rassicurazione da Fromm.
E Fromm terapeuta abbandona la polarità e tocca il tema della sofferenza mentale con la sua affermazione carica di empatia:„Mentre si è coscientemente timorosi di non essere amati, il vero, sebbene inconscio timore è quello di riuscire ad amare“. Sara ci chiede di ricercare la presenza di amore là dove è fusione, narcisismo, dipendenza e colpa. Ci invita ad andare a ricercare più indietro le radici della capacità di amare.
E Fromm ci viene ancora incontro con il „principio dell’amore materno“ rappresentato dalla figura della madre, principio che è al di sopra delle prestazioni reali della mamma con il proprio bambino.
È un amore incondizionato che dice al figlio: „Non c’è peccato, né delitto che ti possa privare del mio amore, del desiderio che tu sia vivo e felice“.
L’amore incondizionato corrisponde ad uno dei più profondi aneliti di ogni essere umano, dirà Fromm.
Una nota studiosa dell’infanzia chiamerà questo anelito „Oggetto di bontà unica di cui il neonato sa inconsciamente“ ricorrendo in certo qual modo ad una eredità filogenetica.
Fromm è un uomo che ha fede nella capacità individuale di amore e la ritiene unica reale soluzione al problema della solitudine. Ha fede nella possibilità dell’amore come fenomeno sociale, e afferma che le forme maligne di aggressione e sadismo possono essere sostanzialmente ridotte se le condizioni socio-economiche si evolvono in modo da favorire lo sviluppo del potere creativo dell’uomo, come suo autentico obiettivo.

Bibliografia
S. Ferenczi, Thalassa, Roma, 1965, Astrolabio. Freud,
S., Tre saggi sulla sessualità, Milano, 1975, Boringhieri.
E. Fromm, L’Arte di Amare, Milano 1963 – „I Corvi“
dall’Oglio – Il Saggiatore
E. Fromm, Anatomia della distruttività umana, Milano,
1975, A. Mondadori.
E. Fromm, Avere o Essere?, Milano 1977, A. Mondadori.
M. Klein, Scritti,l92l-1958, Torino 1978, Boringhieri.

Per chi non lo conoscesse:

L’Arte di amare di Erich Fromm

“ Ogni essere umano avverte dentro di sé in modo istintivo e insopprimibile l’assoluta necessità dell’amore. Eppure, in molti casi, si ignora il vero significato di questo complesso e totalizzante aspetto della vita. Per lo più l’amore viene scambiato con il bisogno di essere amati. In questo modo un atto creativo dinamico e stimolante si trasforma in un tentativo egoistico di piacere. Ma il vero amore, sostiene Erich Fromm, è un sentimento molto più profondo che richiede sforzo e saggezza, umiltà e coraggio. E, soprattutto, è qualcosa che si può imparare. “

 

Ecco un altro film di un altro genio cinematografico (David Croneberg) che mi riproporrò di vedere non appena riuscirò a ritagliarmi un po’ di tempo libero…Si tratta di A Dangerous Method, basato sulla storia della Psicologia e che ha come protagonisti i due maggiori esponenti della scienza della mente, ovvero Jung e Freud. La mente mi affascina da sempre, così come l’approfondimento di discipline che riguardano lo studio del comportamento, dell’agire dell’essere umano mi hanno sempre interessata moltissimo…Ecco quindi uno spunto per approciarsi alla psicoanalisi in modo più umano…E con uno strumento di cura molto utile, la filmterapia…

“Zurigo 1904. Carl Gustav Jung ha ventinove anni, è sposato, in attesa di una figlia e affascinato dalle teorie di Sigmund Freud. Nell’ospedale Burgholzli in cui esercita la professione di psichiatra viene portata una giovane paziente, Sabina Spielrein. Jung decide di applicare le teorie freudiane sul caso di questa diciottenne che si scoprirà aver vissuto un’infanzia in cui le violenze subite dal padre hanno condizionato la visione della sessualità. Nel frattempo Freud, che vede in Jung il suo potenziale successore, gli manda come paziente lo psichiatra Otto Gross​, tossicodipendente e dichiaratamente amorale. Saranno i suoi provocatori argomenti contro la monogamia a far cadere le ultime barriere e a convincere Jung ad iniziare una relazione intima con Sabina.
Non è difficile capire quanto questa sceneggiatura (che risale alla metà degli anni Novanta) e soprattutto questa storia con protagonisti che hanno rivoluzionato le scienze umane abbiano suscitato l’interesse di David Croneberg attento, come sempre, a vicende in cui siano centrali la complessità dell’essere umano e il coacervo di sentimenti e pulsioni che ne promuovono l’agire. Non c’è carne esposta o martoriata in questo film e neppure la violenza che esplodeva improvvisa nelle sue due ultime opere. C’è semmai un ritorno all’indagine della psiche già affrontato in Spider sotto l’egida di un romanzo di McGrath.
Sul rapporto tra Sabina Spielrein e Jung si era già puntata la macchina da presa di Roberto Faenza quando girò Prendimi l’anima. Cronenberg assume la stessa prospettiva mostrandoci l’evolvere della relazione Jung/Spielerein ma entrando in profondità anche nel rapporto maestro/discepolo che si va costruendo tra Freud e Jung. Una giovane donna urlante riempie lo schermo e una carrozza nelle prime inquadrature del film. Quel grido progressivamente si placherà ma resterà sempre sottotraccia, pronto a riemergere. Perché a Cronenberg interessa analizzare ancora una volta la fragilità dell’agire anche quando, a livelli culturali elevati, si tenta di lavorare sullo smascheramento delle cause del disagio finendo poi con il precipitarvi. C’è un’inquadratura di Carl Gustav e Sabine sdraiati vicini sul fondo di un’imbarcazione. Sembrano prigionieri di una bara in cui cercano di allentare una passione che contrasta con il lavoro che compiono sui pazienti e con la stessa deontologia professionale. In questo film poi i segni dell’elaborazione delle pulsioni cercano di trovare un incanalamento nella parola. Non solo in quella detta in sede di analisi ma anche in quella, scritta, del carteggio intercorso tra i tre protagonisti. Se Freud ammise il contributo dato dalla Spielrein alla psicoanalisi, Jung non lo fece, ma anche nel suo caso l’apporto è innegabile. Gli splendidi titoli di testa e di coda ci ricordano come i segni dell’inchiostro, su una carta che assume la porosità della pelle, abbiano inciso profondamente sulla storia del Novecento passando attraverso le illuminazioni e le contraddizioni di tre personalità in costante ricerca.” (Giancarlo Zappoli).

Da Micromega, Ottobre 2011:

Cronenberg racconta “A Dangerous Method”

Conversazione con David Cronenberg intorno ai temi del suo ultimo film “A Dangerous Method“, in questi giorni nelle sale.

di Barbara Sorrentini

Ci descrive il contesto storico temporale che lei ha scelto di rappresentare nel film, a partire dalla nascita della psicoanalisi?
Freud viveva a Vienna sotto l’impero austroungarico, determinato da un atteggiamento di forte antisemitismo. Era una società basata sull’ordine, che dava ai propri cittadini tutto ciò di cui avevano bisogno e si riteneva che il progresso dell’umanità continuasse, che gli esseri umani si stessero trasformando da animali in angeli, che ci fosse la chiave per risolvere tutti i problemi. Sigmund Freud invece con le sue teorie ha dimostrato che sotto questa apparente verità si nascondevano delle forze distruttive per la civiltà, creando un acceso dibattito perchè sosteneva che l’umanità era rimasta una tribù, un crogiolo di uomini capaci di compiere gesti distruttivi. Nel film lo vediamo costantemente minacciato per le sue tesi e assistiamo al tentativo da parte dell’intera società di seppellirlo. Motivo per cui vengono alla superficie tutti i pregiudizi che c’erano all’epoca contro gli ebrei e in particolare contro la sua teoria sulla sessualità. L’atteggiamento antisemita sviluppato nei suoi confronti e di tutto il suo gruppo di lavoro, era il motivo per cui Freud ci teneva che Jung diventasse il suo successore e arrivasse a promulgare le sue teorie e a diffonderle. Freud aveva un suo modo di fare tagliente, con un umorismo un po’ cattivo, ma non lo ritengo un aspetto negativo perché era positiva la rivoluzione che lui stava portando nel modo di pensare nell’Europa di quegli anni. Su Jung ci sono più testimonianze rispetto a Freud, su youtube ci sono delle interviste di quando era anziano. Mi è sembrato un personaggio quasi religioso, dolce, con un atteggiamento paterno o da nonno. Certo è comprovato che lui abbia avuto un sacco di relazioni e che sua moglie le abbia tollerate, però ai miei occhi Jung è stato soprattutto un leader religioso ed è il motivo per cui Freud ad un certo punto lo ha attaccato, per questo sua deriva mistica. Per Freud era fondamentale che le sue teorie fossero dimostrate come scientifiche e promulgate da persone che avessero un atteggiamento puramente scientifico.

Che valore attribuisce alla psicoanalisi oggi?
Recentemente ho letto un articolo sul New York Times che diceva che la psicoanalisi freudiana sta diventando molto popolare in Cina e che funziona. E’ una cosa sorprendente se si considera la diversità culturale che c’è tra la cultura orientale cinese e quella europea. Jung era arrivato ad affermare che la psicoanalisi freudiana funzionava soltanto sugli ebrei e invece la dimostrazione della sua popolarità lo ha smentito. Negli ultimi 15 anni la psicoanalisi freudiana è tornata molto di moda, attraverso alcuni esami clinici, come la risonanza magnetica e la tac, è stata dimostrata l’esistenza di un pensiero non conscio, simile all’inconscio. Un concetto che Freud aveva identificato e di cui oggi c’è la prova scientifica. Il problema è che oggi un’analisi costa tantissimo, Freud non avrebbe mai concepito un Woody Allen che resta in analisi per 30 anni, avrebbe concepito solo qualche breve seduta per cercare di aiutare una persona a risolvere i suoi problemi e non avrebbe mai immaginato che noi potessimo diventare dipendenti dall’analisi con lo siamo oggi. Ormai gli psichiatri hanno pochissimo tempo per curare i pazienti, un quarto d’ora al massimo a seduta, e a quel punto ricorrono alle terapie farmacologiche, prescrivendo vari farmaci per le diverse sintomatologie, dall’ansia a tutto il resto. Sicuramente è più veloce e costa meno, ma non è detto che risolva il problema.

Questo film basato molto sulla parola e con testi molto teorici da far interpretare agli attori. Come mai l’immagine passa quasi in secondo piano?
Per me il volto è un’immagine forte, un paesaggio visivo importante e il fatto di concentrarmi sui primi piani e sui volti spiega molto di me e del mio tipo di cinema. Ho sentito varie volte usare il verbo “cronenberghizzare”, non voglio essere un regista che viene identificato per qualche cosa di strano, di bizzarro e particolare nel mio cinema. Quando giro sono totalmente devoto alla mia sceneggiatura e al mio progetto e resto concentrato su questo senza stare ad elaborare tutta una serie di teorie sul mio cinema. Invece, riguardo ai dialoghi anche Inseparabili era un film molto parlato. In “A Dangerous Method” ci sono anche le immagini del lago, c’è tutta l’ambientazione e la ricostruzione storica della Vienna dell’epoca, le location, lo studio di Freud.

Ci descrive la figura di Sabina Spielrein, di Freud e di Jung, dal suo punto di osservazione?
Sabina Spielrein è quella che introduce il concetto di distruzione come forza creativa ed è vero che in questo senso è la scienziata che crea la svolta. E’ una figura che può terrorizzare e che può essere paragonata allo scienziato del mio film La Mosca, perchè fa questa scoperta così innovativa e così lontana da quelle che erano le teorie del tempo. Quello che a me interessava in questo film non era tanto la struttura, ma la tematica. Io sono partito dalla pièce teatrale di Christopher Hampton, The talking cure, e quello che mi ha incuriosito di più è stato questo mènage à trois a livello intellettuale che si instaura tra di loro. Sabina è il nucleo essenziale del film, è lei che crea la situazione per un’evoluzione della teoria psicoanalitica: da un lato lei è quella che evolve di più, passando dalla malattia e dalla sua nevrosi a diventare lei stessa una psicoanalista, dall’altro mette in crisi Jung sulle sue teorie. Sigmund Freud invece, pur essendo uno psicoanalista affermato che aveva già trovato parecchi elementi scientifici a sostegno delle sue teorie, arriva ad assorbire il contributo che Sabina gli dà introducendo l’elemento fondamentale della pulsione di morte. Ognuno dei tre personaggi arriva, a modo suo, ad un’evoluzione.

Che tipo di ricerca e di documentazione ha fatto sulle teorie psicoanalitiche e come è riuscito a tradurle in materia cinematografica?
Ho letto tantissimi testi di Freud, da sempre. Mi hanno sempre appassionato, non solo per le teorie, ma anche perchè sono scritti molto bene e in tedesco hanno un valore letterario. La storia di Sabina l’ho conosciuta attraverso il testo teatrale di Hampton e mi ha affascinato la storia d’amore. Però non volevo fissare l’attenzione solo su questa passione e neanche solo sull’aspetto intellettuale. Mi interessava l’aspetto scientifico, ma volevo cogliere anche quello artistico. Ho utilizzato anche un altro testo, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo di Stefan Zweig che dimostra quanto umorismo c’era nell’ambiente viennese scientifico del tempo. Volevamo essere molto accurati nelle ricostruzioni e mi piaceva l’idea di riprodurre questo scambio epistolare fertile fra tutti gli scienziati e che nel film è concentrato su loro tre. Si diceva che a Vienna la posta veniva consegnata cinque volte al giorno, era come le mail di oggi.

E quello strumento affascinante sulla libera associazione di idee?
E’ la ricostruzione accurata di un macchinario realmente esistito.

“A Dangerous Method” di David Cronenberg

di Giona A. Nazzaro

L’unico metodo pericoloso è quello di David Cronenberg.

Per anni Cronenberg ha dato forma, meglio carne, a quello che, mutuando una celebre espressione di J.G. Ballard, possiamo definire “lo spazio interiore”. Per anni ha lavorato intorno all’ossessione del corpo come entità in grado di produrre, proprio come un virus, altri corpi. Da discepolo di William S. Burroughs, Cronenberg ha sempre saputo che “language is a virus”. E come Burroughs ha condotto la sua indagine sino ai margini estremi del pensiero contemporaneo. Tutta la sua filmografia è un’indagine accurata è meticolosa, quasi tassonomica, delle teratomorfie implicite nel corpo. Come il Leslie Fiedler di Freaks, i film di Cronenberg hanno indagato le possibilità di vita al di là dei codici esistenti.

La grande intuizione filosofica di Cronenberg è stata di avere compreso, attraverso lo studio di Marshall McLuhan e William Burroughs, come il nostro sistema nervoso si sarebbe trasformato a contatto con la modificazione del principio d’individuazione e di realtà introdotti dalle nuove tecnologie digitali. Cronenberg, come Burroughs, ha condotto queste sue sperimentazioni in territorio analogico, proprio come l’autore de Il pasto nudo che studiando i cut up dei nastri magnetici ha dato corpo e forma totalitarismo della comunicazione di massa.

Marshall McLuhan interviene nella costruzione dell’universo poetico di Cronenberg attraverso la sua convinzione che i media, e soprattutto l’introduzione di nuovi media, rappresentano delle vere e proprie guerre psichiche. Ossia i nuovi sistemi di decodifica della realtà sostituiscono i precedenti e in questo processo attivano delle trasformazioni (anche fisiche). Per intenderci: il cervello di un bambino che usa il computer oggi è senz’altro diverso da quello di un suo coetaneo di venti o trent’anni fa. Videodrome, per esempio, raccontava proprio questo processo di mutazione e come e se era possibile intervenire su e in esso. Ogni nuovo media è un’estensione del sistema nervoso. E se il sistema nervoso modificato s’innamora di un virus e produce un nuovo organo? La poetica di Cronenberg danza sempre sulla sottile linea che separa il principio d’individuazione dal principio di realtà. L’uno modifica impercettibilmente l’altro, come dimostra M Butterfly.

La geniale perversione di Cronenberg è di trattare il corpo come uno strumento di comunicazione. Una morbida macchina che serve per (in)scrivere nuovi codici e processare realtà altre. I virus, in questo, sono gli agenti di un cambiamento, un po’ come gli zombi per Romero. Il corpo, dunque, è il luogo-narrazione, metastabile per definizione, il teatro del cambiamento.

Cronenberg, con il tempo, è progressivamente stato sempre più attratto dal versante invisibile della mutazione. Basti pensare alla scelta di eliminare tutti gli effetti speciali a vista da Inseparabili o a M Butterfly dove tutto accade nello sguardo del protagonista. E, ovviamente, il cinema di Cronenberg è uno schiaffo per i fautori della “verosimiglianza” che mal tollerano le incongruenze psicologiche dei suoi film (quando non c’è il rifiuto basato sul semplice rigetto moralistico della violenza).

Non sorprende, dunque, che il regista che in Inseparabili teorizzava concorsi di bellezza per gli organi interni, nel corso degli anni abbia messo progressivamente a punto una strategia che a partire dall’evidenza del corpo e delle sue manifestazioni arretrasse verso il cervello. Il primo sintomo di questa strategia, e per chi scrive l’unico parziale passo falso del regista, s’era manifestato con Spider, la schizofrenia come l’alba della scrittura (e quindi del linguaggio). Progressivamente il regista ha continuato a muoversi lungo queste coordinate, e con A History of Violence, una vicenda di mutazioni senza mutazioni (apparentemente) e con La promessa dell’assassino, un’altra storia di scritture e corpi mutanti, ha trovato le energie necessarie per confrontarsi compiutamente con quella che sembra offrirsi come la scena primaria del cinema cronenberghiano.

A Dangerous Method, a dispetto di coloro che rimproverano al regista di essersi convertito a una sorta di accademismo inerte, e ai tutori del verbo freudiano offesi dalle libertà che il regista si è concesso, sembra invece, a tutti gli effetti, la reinvenzione delle origini del cinema cronenberghiano.

Sin da Transfer, il suo primissimo cortometraggio del 1966, Cronenberg mette in scena uno psichiatra perseguitato da un suo paziente. In From the Drain, film dell’anno seguente, due uomini in una tinozza parlano, mimando il processo dell’analisi, sino a che uno dei due non viene strangolato da una pianta misteriosa (l’inconscio che emerge dal basso…). Ma sono soprattutto Stereo e Crimes of the Future che sembrano già preconizzare A Dangerous Method, con la centralità del medico-guru che torna in tutti i film del regista insieme alla relazione medico (analista)-paziente.

A Dangerous Method, quindi, è l’origine ideale dei melodrammi virali di Cronenberg. Non a caso attraverso la psicosi del personaggio femminile è possibile dare vita a un processo di scrittura che viene decifrato a sua volta dal corpo di un macchinario che letteralmente trascrive i processi del corpo (e siamo sempre in territori burroughsiani: non si scrive mai, al massimo si trascrive). Il sesso è il virus liberato dal corpo in trasformazione e la scrittura diventa la mappa di un nuovo mondo. Tutto il cinema di Cronenberg si ritrova distillato in A Dangerous Method.

In questo senso anche il classicismo del regista, sinora rimasto sempre all’ombra delle sue invenzioni più visionarie, emerge per la prima volta in maniera compiuta. L’inquietudine è affidata a impercettibili movimenti di macchina, a angolazioni di ripresa inconsuete, a lievi torsioni dell’immagine. Anche il film di Cronenberg replica le strategie mimetiche dei corpi: si vede sempre un’altra immagine e l’immagine visibile è solo la copertura mimetica, strategica dell’altra. La quintessenza del cinema di Cronenberg.

Ed è in questa danza dominata dall’immagine invisibile che il gioco di seduzione fra parola, scrittura e corpo che A Dangerous Method formula un progetto politico preciso: il corpo come sperimentazione di patti sociali ancora tutti da immaginare.

Ci sono persone che portano con sé un alone di confusione, d’incoerenza, di contraddizioni, che sembrano smarrirsi in un mondo privo di scopi e significati profondi, e rischiano di far smarrire anche gli altri, tra anche i propri terapeuti. Una ragazza lo ha espresso in questo modo: “Ci sono giorni che passano perché devono passare, cose che faccio perché devo farle, ma non c’è più un obiettivo, qualcosa per cui andare avanti, una meta o un desiderio così forte per cui ha senso continuare”. E’ come se queste persone dovessero vivere senza sapere bene chi sono, sentendosi scaraventate in modo repentino e inspiegabile da uno stato d’animo ad un altro; dalla gioia e allegria alla disperazione e angoscia più profonda; da un senso di speranza e fiducia verso la vita, dal vortice di mille pensieri e idee, all’immobilità, al vuoto e noia. Il momento presente, i sentimenti e i vissuti del qui e ora, intensi e travolgenti, sembrano tenere impegnate tutte le energie della persona, mentre pare venir meno il contatto con il passato, con le risorse che l’elaborazione delle esperienze vissute o della propria storia può dare; viene meno la possibilità di proiettarsi nel futuro verso mete e scopi che diano significato alla propria esistenza. Altrettanto rapido potrà essere il passaggio da un’idea di sé come persona valida e degna di fiducia a un sentimento di non valore, d’indegnità, colpa e vergogna; e anche gli altri seguiranno lo stesso destino d’idealizzazione e svalutazione. L’identità personale e le relazioni saranno spesso in pericolo; la possibilità d’intimità e di scambi autentici sarà sempre compromessa e anche la relazione terapeutica verrà messa a dura prova da quest’instabilità, con il cliente in bilico fra il bisogno d’appoggio e sostegno e il timore dell’abbandono, del tradimento, dell’attacco che può arrivare anche all’interno del setting. L’impegno a sostituire nel tempo l’impulsività e la reattività con la riflessione, a sviluppare o rafforzare un “sé osservante”, sarà molto gravoso con questi clienti che non sembrano disponibili all’esplorazione di sé e chiedono invece un aiuto immediato, dato dall’urgenza. Spesso lo chiedono con impazienza o in termini molto difensivi, nascondendo la fragilità e vulnerabilità dietro grandiosità e arroganza. “Aiutami, ma non darmi l’impressione di essere aiutato, poiché posso fare tutto da solo”, sembra essere il grido di aiuto del narcisista. Se prevalgono invece le difese di tipo borderline la persona vivrà confusione e caos; ed è come se attraverso il disordine e il caos il cliente borderline dicesse “Sono una persona che sta male; aiutami a sopravvivere”. E con queste persone non sempre la relazione terapeutica si configurerà nei termini che ci sono più noti, ma ci impegnerà a trovare nuove vie per l’incontro. L’importante sarà non perdere le nostre mappe. “Sarà pertanto fondamentale accogliere il cliente nel suo unico modo possibile di chiedere aiuto, nel suo sé provvisorio, con un’empatia ben bilanciata e misurata”, lasciando per il futuro il lavoro terapeutico vero e proprio.

Il disturbo borderline di personalità è da tantissimi anni oggetto di studio e controversie in ambito psichiatrico e psicoterapeutico; problematica è stata la diagnosi differenziale rispetto ad altri disturbi come quelli schizotipici della personalità o maniaco-depressivi, mentre attualmente l’ipotesi di esperienze traumatiche infantili nella sua eziogenesi lo avvicina piuttosto al Disturbo Post Traumatico da Stress.

Anche i criteri diagnostici del DSM IV non sempre sono di aiuto. Secondo Paris, per esempio, non discriminano con esattezza da altri disturbi della personalità dello spettro impulsivo. I nove criteri, e ne bastano cinque per formulare la diagnosi, hanno in ogni caso permesso di focalizzare gli aspetti fenomenologici di tale sofferenza, che le principali teorie avevano evidenziato con maggiore o minore rilievo.

Riguardano una drammatica incertezza e instabilità rispetto alla propria identità (chi sono io? questa cosa mi piace o no? quali sono i miei valori? sono omosessuale o eterosessuale?); rispetto alle relazioni affettive, con l’alternarsi delle polarità di idealizzazione e svalutazione (“ho incontrato una persona meravigliosa.E ieri si è comportata in modo tale che la odio, non la voglio più vedere”); rispetto all’umore e alla reattività emotiva. Spesso sono presenti forti sentimenti di angoscia, vulnerabilità all’abbandono e sforzi per evitarlo; sentimenti cronici di vuoto e noia; frequenti esplosioni di rabbia e collera immotivata; comportamenti impulsivi e autolesivi (sessuali, alimentari, di abuso di sostanze, comportamenti pericolosi in genere); minacce o tentativi di suicidio; sintomi transitori di tipo paranoide o dissociativi.

Consigli efficaci??

1) AUTOCONTROLLO, centrare su se stessi la propria esistenza –> Centrare la propria forza su se stessi come possibilità di riuscita. Aver fiducia nelle proprie risorse personali, vedere i propri limiti come potenzialità ancora svelare. Convincersi che niente e nessuno potrà  farvi del male o soffrire se vi amate e vi accettate serenamente per quello che siete. Ristrutturare la visione della vostra vita presente, passata e futura.

2) CONSAPEVOLEZZA –> è la rabbia repressa che vi fa agire con impulso e aggressività….. davanti a situazioni nuove, incomprensibili dove ti puoi sentire a disagio… Quindi prima di reagire impulsivamente riflettete sulle conseguenze del vostro agire e rivalutate  profondamente la causa del vostro disagio.

Detto ciò partiamo con l’analisi vera e propria….

A partire da questo post riporterò le caratteristiche salienti dei borderline. Nello specifico copierò alcune frasi significative tratte direttamente dal sito sopra menzionato. Il tutto verrà suddiviso in diverse sezioni:

INTRODUZIONE

1) DIPENDENZA

.2) GELOSIA, possessività, pensieri ossessivi, delirio amoroso/TRADIMENTO, coinvolgimento mutevole, frustrazioni,  TUTTO o NULLA senza gradazioni

.3) RIGIDITà MENTALE, relazionale + disregolazione/instabilità emotiva + PROIEZIONI

.4) ATTESA, ANGOSCIA ABBANDONICA, senso di insicurezza, timore di perdere l’altro

.5) DIMENSIONE TEMPORALE e CAMBIAMENTO

.6) CONFLITTI E CRISI DI RABBIA-DOLORE + MANIPOLAZIONE= far finta di: cambiare casa, cambiare indirizzo mail, etc…)

.7) SPAZIO comunicativo PERSONALE,  VALUTAZIONE LOGICA DEI VISSUTI ANSIOSI, Percezione delle emozioni e della distanza affettiva + GLISSARE su argomenti per ridurre ansia basale

.

Cosa Fare? Come Comportarsi con un Familiare con Disturbo Borderline?
i comportamenti, le azioni e le comunicazioni all’interno del sistema familiare e, più in generale, di vita del paziente con diagnosi di disturbo borderline di personalità, messe in atto al fine di aiutare la persona, nella maggior parte dei casi, si rivelano insufficienti. La situazione sembra sfuggire di mano fino ad arrivare a situazioni limite in cui tutte le forze, i pensieri, le energie sono concentrate sul problema.
Si può arrivare in condizioni in cui si sente che si è smesso praticamente di vivere. Sentimenti di frustrazione, forte angoscia, impotenza sono comuni in questi casi.

Oggi sappiamo che le modalità di comunicazione e comportamento tese a contrastare il problema spesso sono proprio quelle azioni che lo mantengono e che potrebbero contribuire al suo aggravamento.
Questo avviene non tanto per colpa di chi aiuta la persona ma per il fatto che chi cerca di aiutare risponde ad una percezione del problema e dei sintomi che nascono all’interno di un contesto bio-psico-sociale come risposta del paziente ad un sistema che, per un motivo o per l’altro, egli rifiuta.
I tentativi di aiuto, quindi, diremo che colludono con il problema perché, in qualche modo, confermano le aspettative patologiche del paziente.

Comportamenti da Evitare
Di fronte ad un paziente con diagnosi di disturbo borderline di personalità vanno generalmente evitate tutte quelle forme tese alla rassicurazione o al far comprendere al paziente di essere malato.
La tendenza a spiegare alla persona che i propri comportamenti non sono sani genera intensa rabbia e sensazione di profonda incomprensione ed alimenta i tratti paranoidi. Si passa da un ruolo di soccorritore al ruolo di persecutore. Si genera forte odio che può sfociare anche in gravi comportamenti aggressivi auto ed etero-diretti.
Ognuno di noi sa, ad esempio, che l’abuso di cocaina, cannabis, alcol, ecc. sono condotte lesive per il soggetto. Chi le mette in atto ne è perfettamente consapevole. Come è consapevole ogni fumatore che il fumo nuoce gravemente alla salute ma, nonostante questa consapevolezza, continua a fumare.
Lo stesso vale per altri tipi di sostanze e per altre condotte impulsive di cui il soggetto borderline non può e non desidera fare a meno.
E’ sufficiente chiedere al soggetto se uno specifico comportamento piace o meno. Se la risposta è sul versante del piacere ricordiamo che, sul momento, non potrà essere ridotto. Quindi, anziché contrastare inutilmente il comportamento, dobbiamo passivamente accettare che non potrà essere cambiato con la sola consapevolezza del suo aspetto disfunzionale.

La Terapia Psicologica Indiretta: Aiutare la Famiglia ad Aiutare
Abbiamo oggi a disposizione un nuovo strumento per l’intervento indiretto sul paziente ma diretto sulla famiglia (di origine o attuale).
Lo psicologo è in grado di suggerire, dopo una valutazione dettagliata di ogni specifico caso e soltanto quando riscontra che la famiglia può essere utilizzata come risorsa, comportamenti e comunicazioni da adottare in grado di ridurre i rischi di aggravamento della situazione e migliorare le condizioni di vita del sistema familiare.
Gli interventi indiretti si applicano soltanto nei casi in cui il sistema familiare od il partner siano realmente motivati ad aiutare il familiare con il disturbo.

Gestire una situazione familiare di questo tipo è molto complesso senza un supporto psicologico costante rivolto alle famiglie. Spesso la famiglia di un paziente con diagnosi di disturbo borderline si trova isolata, non sa come comportarsi, si sente impotente in quanto sente che ogni tipo di comportamento e comunicazione non produce nessun beneficio. Sembra anzi che più si cerca di aiutare più la situazione si complica.
In genere i pazienti con diagnosi di disturbo borderline di personalità utillzzano l’arma del senso di colpa. Riescono a fare leva sui sensi di colpa della famiglia, degli amici e dei parenti per manipolare l’ambiente e le loro relazioni.
Il problema principale è sicuramente l’impulsività che si può manifestare con condotte dannose come bulimia, abbuffate, sessualità promiscua e spesso mancato uso di protezione in rapporti sessuali occasionali, spendere eccessivamente, non conservazione di denaro, guida spericolata e uso di sostanze come hashish, cocaina, acidi e molto spesso alcol.
Ci possono essere serie difficoltà in ogni impegno che richieda costanza e responsabilità (andare a scuola, lavoro, andare dallo psicologo,…). Sono persone costantemente annoiate e che alternano stati di pessimismo, a momenti in cui possono sembrare più euforici ma sempre con una certa rabbia (a volte con eccessi di ira incontrollati ma di durata breve).

Sono essenzialmente delle persone che utilizzano una modalità drammatica di relazionarsi con gli altri ed i familiari.
Una delle condotte che possiamo definire impulsive più drammatiche è sicuramente l’autolesionismo (tagli su braccia e gambe, bruciature di sigarette, graffiarsi, procurarsi ferite e contusioni, ecc.) e ciò che ruota intorno all’idea di suidicio che va dall’ideazione sucidaria (pensieri di morte), fino ai tentativi di suicidio multipli.

Lo spettro del disturbo borderline di personalità è molto ampio ed è caratterizzato, oltre che dall’impulsività, anche una forte alterazione dell’immagine di sé, degli altri e soprattutto dell’umore.
Sono persone che temono l’abbandono e potrebbero fare di tutto, soprattutto come tentativo di vendetta, se pensano di essere abbandonate o se si verifica un reale abbandono.

La famiglia di fronte a situazioni così drammatiche si trova ovviamente in una situazione di forte impotenza dovuta all’impossibilità di gestione del proprio figlio e, soprattutto, vive in una condizione di costante angoscia e paura.

E’ molto difficile che la persona che soffre del disturbo si renda pienamente conto che le proprie condotte siano disfunzionali, considerando i propri comportamenti più come caratteristiche peculiari e distintive del proprio carattere. E’ molto più facile che quando un amico o un familiare cerca di convincerli a curarsi rispondano che i malati sono gli altri e non loro stessi.

Questo impedisce alla persona di recarsi da uno psicologo esperto in materia (inoltre ci sono pochi psicologi che affrontano questo tipo di problematiche) e la famiglia si trova isolata.

Gli interventi di tipo indiretto sono metodi tra i più efficaci per questo tipo di problematiche e richiedono una certa adesione al trattamento da parte della famiglia.

Siete pronti??? Qui si parla difficile…So che magari gran parte di voi non capirà una mazza di quanto c’è scritto qui…In ogni caso è importante analizzare gli aspetti sia psicologici sia medici, in modo da fornire un grado di affidabilità allo studio di questo difficile e complesso disturbo…

ASPETTI CLINICI FONDAMENTALI DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA
La definizione diagnostica del Disturbo Borderline di Personalità (DBP) inserito nell’Asse II del DSM III dell’American Psychiatric Association (1) è stata caratterizzata dall’intento di distinguerlo dal disturbo schizotipico di personalità (2). Il preteso impianto diagnostico ateoretico, cui s’ispirava il DSM III, non si è dimostrato, in realtà, tale. I criteri diagnostici del DBP sono, infatti, un insieme non del tutto coerente di tratti e di comportamenti, evidenziati e studiati con differenti e non sempre compatibili orientamenti clinici (3). Selezionare alcuni criteri diagnostici provenienti da diverse impostazioni teoretiche e cliniche di studio aveva l’intento di permettere una valutazione più obiettiva e condivisibile per clinici con orientamenti teorici e impostazioni differenti. Gli otto criteri diagnostici selezionati nel DSM III sono risultati numericamente pochi e, sostanzialmente, astratti e semplicistici, al punto di non permettere al clinico di cogliere il nucleo psicopatologico del DBP (4-5). I criteri del DSM III R (6) per il DBP hanno fatto riferimento a cinque diverse aree diagnostiche: 1. diffusione d’identità con stati d’animo disfunzionali come labilità dell’umore, rabbia intensa e incontrollabile, sensazione di vuoto e noia; 2. relazioni interpersonali disturbate come relazioni interpersonali caratterizzate da ipervalutazione, idealizzazione e successiva repentina svalutazione; 3. paura d’abbandono reale o immaginario; 4. comportamento impulsivo; 5. comportamento autodistruttivo e suicidario. Secondo Stone (3), questi criteri diagnostici derivavano dagli studi di Kernberg su identità, impulsività, vuoto e noia, nonché dagli studi di Gunderson su relazioni interpersonali intense e instabili, impulsività, rabbia, autolesività, instabilità emotiva, paura e disagio in condizioni di solitudine e/o abbandono (7-13).

ASPETTI SINDROMICI DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA
L’insieme dei sintomi, utilizzati come criteri, proposti per la diagnosi del DBP dal DSM III e dal DSM III R, risultano provenire da diversi orientamenti teorici e clinici alla psicopatologia. Essi si sono dimostrati poco utili sia in ambito clinico sia in ambito di ricerca, per la scarsa coerenza interna. Una serie di criteri diagnostici con più forti correlazioni reciproche risulta essere più razionale dal punto di vista teorico e più utile in ambito clinico e terapeutico. Lo studio del DBP, tanto in ambito psicologico e familiare quanto nella ricerca di correlati genetici e neurobiologici, necessita di cluster di sintomi, con un’intrinseca validità di costrutto (construct validity).
Gli interventi terapeutici farmacologici per dimostrare la loro efficacia hanno bisogno, per esempio, di valutare variazioni obiettivabili di tratti comportamentali, con una coerente struttura interna.
Gli otto criteri diagnostici per il DBP, proposti dal DSM III, sono stati raggruppati in tre cluster, in uno studio su un campione di 465 pazienti borderline (14). Secondo questi Autori, le relazioni costanti e coerenti tra i criteri diagnostici, raggruppati in cluster, avrebbero potuto indicare la presenza di fattori ezio-patogenetici sottostanti comuni, indicando, consensualmente, possibili target terapeutici (15).
Un primo raggruppamento di criteri diagnostici (cluster), il cluster degli impulsi, comprende l’impulsività in due o più aree, nonché il comportamento autolesivo. Un secondo cluster, il cluster degli affetti, include i sintomi correlati alla labilità affettiva, alla rabbia impulsiva e alle relazioni interpersonali instabili, caratterizzate da ipervalutazione, idealizzazione e svalutazione. Il terzo cluster, il cluster dell’identità, è composto dai criteri d’Asse II riguardanti la diffusione d’identità, le sensazioni di vuoto e noia, e la scarsa tolleranza della solitudine.
TAB. 1 Cluster sintomatologici del disturbo borderline di personalità

A. Cluster degli impulsi

l. Impulsività
2. Ricorrenti tentativi di suicidio ed episodi d’autolesionismo

B. Cluster degli affetti

3. Rabbia inappropriata, intensa e/o incontrollata
4. Relazioni interpersonali intense ed instabili
5. Labilità dell’umore ed instabilità affettiva

C. Cluster dell’identità

6. Disturbo d’identità
7. Sentimenti cronici di vuoto e di noia
8. Scarsa tolleranza alla solitudine con tentativi frenetici di evitare l’abbandono

Tali cluster hanno origine non teoretica ma empirica e risultano essere dotati di validità interna evidente. La diffusione d’identità si correla direttamente alle sensazioni di vuoto. La scarsa tolleranza alla solitudine si correla significativamente al bisogno di rapporto e sostegno interpersonale.
Il cluster degli affetti evidenzia il coesistere in questi pazienti di rabbia, labilità emotiva, espressioni interpersonali di collera irragionevole. Inoltre, gli atti impulsivi, riguardanti cibo, alcol, droghe e sesso promiscuo si correlano alle azioni suicidarie e autolesive. Il cluster dell’impulsività include comportamenti veri e propri, quindi, variabili nel tempo, e non solo aspetti pervasivi e costanti di personalità. Invece, il cluster sindromico affettivo si presenta com’espressione di un’insufficiente modulazione degli affetti con instabilità emotiva. Il cluster d’identità si correla, significativamente, ad aspetti più costanti nel tempo, di strutturazione problematica dell’identità personale. Nell’analisi del paziente borderline i comportamenti impulsivi sembrano non essere parte della struttura di personalità, ma, piuttosto, comportamenti sintomatici fluttuanti nel tempo.
Un paziente necessita di cinque degli otto criteri per la diagnosi DSM-III-R di DBP. Egli potrebbe, perciò, essere classificato come “borderline” con un numero variabile dei sintomi e dei cluster citati.
I pazienti, cui più frequentemente è diagnosticato un disturbo borderline di personalità, sono quelli che presentano i sintomi psicopatologici prevalenti, raggruppati nel cluster affettivo ed in quello impulsivo.
Naturalmente, i pazienti con DBP più gravemente disturbati sono coloro che hanno i sintomi presenti in tutti e tre i cluster. Questi pazienti presentano disturbi del comportamento (cluster degli impulsi), disturbi degli affetti (cluster dell’instabilità affettiva), e disturbi d’identità (cluster d’identità).
I pazienti borderline meno gravi presentano sintomi afferenti al cluster degli affetti e/o dell’identità.
Il DSM IV (16) definisce il DBP come una modalità pervasiva d’instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore con una marcata impulsività, comparse nel corso della prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da cinque o più dei seguenti elementi:
1. sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono;
2. un quadro di relazioni interpersonali instabili ed intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi d’iperidealizzazione e svalutazione;
3. alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili;
4. impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto, quali spendere, sesso, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate;
5. ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamento automutilante;
6. instabilità affettiva dovuta a marcata reattività dell’umore (p.es. episodica intensa disforia, irritabilità o ansia che di solito durano poche ore e soltanto raramente più di pochi giorni);
7. sentimenti cronici di vuoto;
8. rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia (p.es. accessi di ira, rabbia costante, ricorrenti scontri fisici, etc.);
9. ideazione paranoide o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress.
L’ideazione paranoide è stata aggiunta tra i criteri diagnostici, nel DSM IV (17). L’inclusione di una sintomatologia simil-psicotica è stata materia di controversia tra gli studiosi sin dalla stesura del DSM III (2,11,18). La versione originaria di questo criterio includeva numerosi e diversi sintomi della serie psicotica, quali: idee di riferimento, ideazione paranoie, distorsioni percettive ipnagogiche, allucinazioni, distorsioni delle immagini corporee (19).
La definizione accettata dal DSM IV pone l’accento solo sui sintomi dissociativi e sull’ideazione paranoie, stressandone la natura reattiva. Il criterio “episodi simil-psicotici occasionali e transitori con illusioni intense” risulta essere, secondo i criteri dell’IC-10, caratteristico del disturbo schizotipico di personalità, anziché del DBP (20). Gunderson et al. (10-13) sostengono, tuttavia, che questo criterio differenzi significativamente il DBP dal disturbo schizotipico, sulla base di studi pilota. Secondo quest’ottica, le anomalie cognitive e percettive riscontrabili nel disturbo schizotipico risultano essere più stabili e durature, rispetto a quelle brevi, transitorie e reattive dei pazienti con DBP (10, 21).
La risposta terapeutica, dopo tempi sufficientemente prolungati, ottiene, in primo luogo, alcuni cambiamenti nel comportamento impulsivo, seguiti da un qualche controllo della modulazione degli stati d’animo, e, infine, cambiamenti graduali e progressivi negli aspetti dell’identità.

EZIOLOGIA DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ
Eterogeneità eziologica e patogenetica del DBP.
I fattori eziopatogenetici coinvolti nell’insorgenza del disturbo borderline di personalità erano ricercati in una prospettiva restrittivamente psicologica, sino circa venti anni fa.
Secondo Masterson e Rinsley (22) per esempio, la psicogenesi del DBP era dovuta alle madri che interferivano con i bisogni dei propri figli, impedendo loro di raggiungere una condizione di autonomia emotiva e di matura individualizzazione.
Masterson aveva evidenziato che le madri dei pazienti con DBP erano state, di frequente, a loro volta, affette da DBP e aveva sostenuto che il disturbo fosse psicologicamente “trasmissibile”.
Altri autori hanno sostenuto una trasmissibilità non psicologica ma genetica, giacché un numero elevato di madri (più elevato di quanto prevedibile) dei pazienti con DBP, presentano lo stesso disturbo (23).
Altri studi hanno evidenziato nelle famiglie di soggetti affetti da DBP una predisposizione familiare verso lo spettro dei disturbi affettivi (24-25). Non esistono, però, prove per sostenere che per tutti i pazienti con DBP tale fattore familiare sia rilevante. Alcuni studiosi hanno evidenziato la presenza di una patologia affettiva familiare soltanto in una percentuale di pazienti con DBP. Tale fattore può, perciò, rappresentare un fattore aspecifico, in quanto comune nelle famiglie con soggetti affetti da altri disturbi di personalità (26-27).
Negli ultimi anni le ipotesi ezio-patogenetiche sono state orientate diversamente. Le cause del DBP sono state cercate nelle varie forme d’abuso infantile intrafamiliare, sul piano psicologico, fisico e/o sessuale.
Numerosi ricercatori ritengono che l’ambiente familiare caratterizzato da episodi d’abuso sia un elemento specifico nelle storie di pazienti borderline, non altrettanto comune nelle vite di pazienti con altri disturbi di personalità, se si esclude il disturbo antisociale di personalità (28).
Molti soggetti borderline ed antisociali hanno la tendenza a mettere in atto, in età adulta, proprio quei comportamenti che, durante l’infanzia, hanno maggiormente contribuito allo sviluppo di un disturbo di personalità. I soggetti abusati in età infantile potrebbero, infatti, sviluppare cronici sintomi d’irritabilità e rabbia. Questi individui in età adulta, spesso compromettono, con la loro impulsività ed aggressività, le situazioni lavorative e le relazioni affettive. Le difficoltà coniugali e la perdita dell’impiego diventano “eventi di vita” ulteriormente stressanti che peggiorano la condizione clinica di questi soggetti con disturbi di personalità (29).
Nella patogenesi del DBP si sommano e s’intersecano diversi fattori: una componente genetica e costituzionale, la figura materna eccessivamente opprimente, una storia d’abuso in epoca infantile nell’ambito familiare. L’importanza relativa di ognuno di questi fattori, nella storia clinica d’ogni specifico paziente con DBP resta ovviamente da stabilire.
E’ opportuno esaminare i dati clinici e di ricerca relativi da un lato ai traumi infantili e dall’altro ai correlati neurobiologici.

Traumi infantili

Molti pazienti con DBP hanno subito gravi traumi psicologici nei primi anni di vita. Storie d’incesto sono relativamente frequenti tra le donne con DBP ricoverate (3, 30-31). In alcuni studi, tale frequenza varia dal 33% al 70%, in pratica, da due a quattro volte superiore rispetto alla frequenza osservata negli studi epidemiologici sulla popolazione generale (32). Esistono alcune evidenze (30) che dimostrano una frequenza d’incesto più elevata nelle pazienti con DBP e disturbo antisociale, rispetto a donne con altri disturbi di personalità. Qualora altri studi epidemiologici confermassero tali dati, su campioni più numerosi, verrebbe suffragata l’ipotesi di un rapporto causale tra comportamenti incestuosi tra padri/patrigni e figlie, disturbo da stress post-traumatico cronico e lo strutturarsi di un disturbo antisociale e borderline di personalità.
Le violenze subite da parte di un genitore potrebbero facilitare l’insorgere di un quadro clinico persistente o cronico con irritabilità e rabbia particolarmente evidenti (30-33). I maschi sembrano essere vittime di tali abusi infantili più frequentemente delle femmine. L’incesto genera solitamente rabbia e senso di colpa, mentre, la violenza genera rabbia intensa, e, solo raramente, senso di colpa. Un quadro di DBP, che consegue a questi fattori patogenetici, presenta una forte tendenza alla violenza eterodiretta anziché all’autolesionismo. I maschi che hanno subito abusi fisici e che sviluppano un DBP, presentano spesso diversi comportamenti antisociali. E’ frequente, in psichiatria forense, una tale combinazione di fattori patogenetici, nella biografia di famosi pluri-omicidi e serial killer, cui era stato diagnosticato un sottostante DBP, spesso associato con comportamenti antisociali (34).
A livello fenotipico gli effetti d’ereditarietà e ambiente culturale non possono essere separati, se non a fini euristici. In alcune società l’incesto è molto raro (35). Varia da cultura a cultura anche la tolleranza del comportamento impulsivo e aggressivo. Il DBP potrebbe essere proporzionalmente meno frequente, per esempio, in certe società asiatiche, in cui i comportamenti incestuosi sono impediti e puniti fortemente.
In queste culture, temperamenti geneticamente più miti potrebbero essersi sommati, nel corso delle generazioni, ad un’educazione dei bambini meno violenta, con effetti di minore incidenza del DBP.
In questa prospettiva, i soggetti con un numero sufficiente di fattori di rischio che hanno sviluppato un DBP nella nostra cultura, avrebbero potuto avere uno sviluppo diverso se fossero stati educati in un differente ambiente socio-culturale, magari sviluppando altri e diversi quadri psicopatologici, ma non il DBP.
Per verificare il ruolo causale di tali fattori culturali nell’esordio del DBP sarebbe opportuno un lavoro epidemiologico, condotto in nazioni con diverse culture.

Disturbi del tono dell’umore
Il rapporto tra BPD e disturbi del tono dell’umore è stato ripetutamente studiato. Va sottolineato che è importante tenere nel giusto rilievo non solo l’eterogeneità eziologica, ma anche la variabilità dei campioni esaminati in questi studi. Nel gruppo di pazienti con DBP che ha partecipato ad uno studio di follow-up (P.I.-500) le storie d’abuso erano scarsamente presenti, mentre un disturbo affettivo tra parenti di primo grado era invece piuttosto frequente e circa l’8,5% dei pazienti con DBP ha sviluppato, dopo vari anni dalla dimissione, una malattia affettiva unipolare o bipolare (25, 36). In oltre la metà di un campione di pazienti australiane è stata riscontrata una storia d’incesto. Includendo anche l’abuso fisico e le estreme umiliazioni, da parte di chi avrebbe dovuto prendersi cura di loro in età infantile, il fattore “abuso” era presente nella storia di circa il 90% dei pazienti (3, 30, 35). In questo studio, la presenza di una malattia affettiva grave è stata rilevata in un numero limitato di parenti di primo grado dei pazienti con DBP, inoltre, nei pazienti con disturbi depressivi, era difficile dirimere l’effetto patogenetico dei fattori biologici dall’effetto degli eventi stressanti di vita. In Giappone, hanno evidenziato che tali pazienti presentano comportamenti suicidari aggravati dalla solitudine e/o dalla lontananza dagli stretti legami familiari oppure in rapporto al rifiuto subito in una relazione sentimentale, diversamente da entrambi i gruppi dei pazienti con DBP già citati (37). Inoltre, in Giappone è raro riscontrare una storia d’abuso fisico o sessuale nell’infanzia di questi pazienti con DBP. Queste considerazioni dimostrano come diversi studiosi tendono ad attribuire diversa rilevanza a differenti fattori eziopatogenetici coinvolti nelle genesi del DBP, anche in funzione della diversa cultura di provenienza. Nessuna teoria del quadro causale del DBP sarà possibile formulare fino a quando non si riuscirà ad allontanarsi da orizzonti di ricerca ristretti, valutando i campioni raccolti in diverse società e culture. Un consistente numero di pubblicazioni tratta il complesso problema del rapporto tra la patologia affettiva e il DBP (37). La comorbidità tra DBP e disturbo affettivo è talmente frequente da aver indotto numerosi studiosi a formulare l’ipotesi che il DBP rappresenti solo una forma cronica e sottosoglia di disturbo affettivo. I pazienti con DBP e distimia hanno bisogno di un più alto numero di ricoveri e manifestano una maggior frequenza di sintomi di scissione, sintomi suicidari, dipendenza e noia, rispetto ai pazienti con DBP che non manifestano distimia concomitante (38). Tal evidenza ha portato questi studiosi alla conclusione che il DBP è eziologicamente eterogeneo ed include, probabilmente, diverse varietà di disturbi depressivi e di personalità, con differenti livelli di funzionamento socio-lavorativo e d’outcome.

Comportamenti aggressivi ed impulsivi

Una delle principali caratteristiche sintomatologiche del DBP è rappresentata dalla rabbia inappropriata, intensa ed incontrollata. Questa rabbia può presentarsi con diverse espressioni cliniche, come: ostilità omnipervasiva, esplosioni di rabbia transitoria ed incontrollabile, permalosità eccessiva. Secondo alcuni studiosi, tale aggressività potrebbe avere correlati rilevanti di tipo neurologico (39).
L’ambiente clinico è sicuramente indicato per esaminare i tratti comportamentali costanti ma non per valutare i tratti comportamentali episodici, secondo Gardner e Cowdry (40).
Lo studio del flusso ematico cerebrale e l’utilizzo della metodica PET (positron-emission tomography) per ovvi motivi clinici ed etici, non sono stati applicati su pazienti con DBP, in un momento d’esplosione di rabbia. Ciò nonostante, recenti studi in letteratura sull’aggressività prendono in considerazione la sintomatologia aggressiva presente nei soggetti affetti da DBP.
In uno studio su 128 carcerati violenti, Merikangas (41) ha enucleato tre fattori principali alla base del comportamento aggressivo: 1. il fattore pulsionale (drive), 2. la suscettibilità allo stimolo (soglia) e 3. la capacità d’inibizione della risposta (controllo). Alti livelli pulsionali, bassa soglia di reazione e incapacità d’inibire la risposta aggressiva erano tutti fattori associati a più frequenti atti di violenza. Era, talora, evidente una suscettibilità patologica che induceva a rispondere in modo aggressivo anche a minacce minime.
Frequentemente sono presenti epilessia, anomalie bioelettriche cerebrali e altri segni di danno cerebrale. Simili anomalie sono state evidenziate da Andrulonis et al. (42) nel loro campione di pazienti affetti da DBP, costituito in prevalenza da giovani maschi, con episodico disturbo del controllo degli impulsi, rappresentato, soprattutto, da aggressività impulsiva.
Applicando il suo modello di “information processing” per l’aggressività, Huesman (43) sostiene l’ipotesi dell’esistenza di stili di comportamento aggressivo (copioni compor-tamentali) acquisiti nell’infanzia e tendenti a resistere ad ogni cambiamento.
Alcuni soggetti, inoltre, dopo aver subito violenze o dopo esserne stati diretti testimoni, diventano aggressivi e presentano la tendenza ad evocare risposte aggressive negli altri, con atteggiamenti di derisione o di minaccia, difendendosi, così, dalla paura latente evocata dal rapporto sociale e rinforzando, in se stessi, la convinzione acritica che “gli altri sono sempre pericolosi” (44).
Se non è criticato questo tipo d’apprendimento reiterato può costruire una modalità d’interpretazione delle comunicazioni sociali tendenzialmente persistente, che induce al comportamento aggressivo.
I soggetti con DBP, soprattutto quelli che hanno subito violenze fisiche o sessuali, tendono a reagire a stimoli sociali neutri, interpretati come potenzialmente pericolosi, con comportamenti aggressivi subitanei volti a prevenire e/o punire atteggiamenti altrui potenzialmente negativi, in una sorta di cortocircuito comportamentale, ispirato ad una sorta di filosofia di vita del tipo “chi aggredisce per primo si salva”.
In alcune situazioni, tale modalità di risposta impulsiva ed immediata, acquisita per apprendimento e, probabilmente, condizionata da fattori neurobiologici, può condurre a comportamenti gravemente violenti. Fra i 285 pazienti “borderline” inclusi nello studio P.I.-500, quattro maschi avevano ucciso una o più volte nel periodo di follow-up.
Il comportamento aggressivo è un comportamento arcaico, volto alla sopravvivenza dell’individuo, controllato da strutture cerebrali filogeneticamente antiche. Ciò nonostante presenta una sua intrinseca complessità declinandosi in diversi aspetti, secondo Valzelli (45). L’aggressività territoriale, quella competitiva, quella predatoria, quella protettivo-materna, e quella protettivo-difensiva possono essere significativamente differenti sul piano psico-comportamentale e neurobiologico. Nell’ambito di ciascuno di questi aspetti possono essere coinvolte diverse strutture cerebrali, con alcune specificità per un tipo particolare d’aggressività, ma anche con alcune sovrapposizioni neuro-funzionali tra le diverse forme d’aggressività.
L’aggressività protettivo-difensiva è particolarmente rilevante nello studio dei soggetti con DBP. Questa forma d’aggressività è evocata dall’attacco, reale o presunto, di un avversario. In laboratorio si studia dopo aver somministrato stimoli dolorosi o avversivi ad animali da esperimento solitamente ristretti in coppia in un unico ambiente. L’aggressività protettivo-difensiva solitamente si presenta con intensità sproporzionata allo stimolo offensivo (l’accesso di rabbia reattiva del paziente con DBP), ma, anche, con la tendenza ad aggredire non chi direttamente reca un’offesa, ma spesso solo chi n’esprime un innocuo equivalente simbolico.
Nei soggetti con DBP gli abusi subiti nell’infanzia potrebbero plasmare nel sistema nervoso una circuitazione paleo-archi-corticale, in costante preallarme, predisposta a reagire sul piano comportamentale, in tempi rapidissimi e con modalità eccessive, a minacce reali o presunte. Le strutture neurologiche correlate funzionalmente a questi pattern d’attivazione e reattività del Sistema Nervoso Centrale (SNC) sono state studiate, negli ultimi decenni, con risultati interessanti sul piano euristico e clinico.

FATTORI GENETICI E STUDI SULLE FAMIGLIE
Negli studi sulla famiglia, se una maggior prevalenza di un disturbo psicopatologico si manifesta nei parenti naturali dei probandi, portatori di tale disturbo, ne viene confermata la familiarità (46). Gli studi sulla famiglia non differenziano i fattori ambientali da quelli genetici. La ricerca di tale differenziazione richiede altri metodi e campi di ricerca, come gli studi su gemelli o sulle adozioni.
Alcuni ricercatori hanno svolto studi sulla famiglia per verificare se il DBP è più frequentemente nelle famiglie di pazienti, in cui qualche componente è affetto da DBP. Questi studi (23, 47-50) hanno evidenziato anche una maggiore frequenza in queste famiglie d’altri disturbi del controllo degli impulsi. In tutti questi studi è stata evidenziata una maggior prevalenza di DBP tra i componenti delle famiglie di pazienti con DBP.
I parenti di primo grado di pazienti con DBP sono stati messi a confronto con i parenti di primo grado di pazienti con altri disturbi di personalità e con i parenti di primo grado di pazienti schizofrenici maschi (51). L’instabilità affettiva cronica e l’impulsività cronica sono risultate significativamente più evidenti nei parenti di pazienti con DBP rispetto ai gruppi di controllo. Questi Autori hanno suggerito, perciò, per gli studi futuri, un esame più approfondito dei tratti comportamentali di base anziché la mera diagnosi di DBP. Vari studi hanno evidenziato una prevalenza del disturbo borderline di personalità nei parenti di primo grado, del paziente designato.
Gli studi familiari hanno evidenziato, inoltre, nelle famiglie dei pazienti con DBP più alta incidenza di:
· schizofrenia (52);
· disturbi affettivi (25);
· abuso di sostanze e personalità antisociale (10).
In sintesi diverse osservazioni cliniche rilevanti hanno dimostrato che:
1. il DBP si manifesta più frequentemente nelle famiglie di pazienti con DBP, che nelle famiglie di pazienti affetti da schizofrenia, disturbo bipolare, distimia, personalità schizotipica o antisociale;
2. nelle famiglie di pazienti con DBP c’è solo un aumento lieve della prevalenza di schizofrenia;
3. nei parenti di primo grado di pazienti con DBP si manifestano frequentemente tendenze all’alcolismo e all’abuso di sostanze;
4. la maggior parte delle prove non evidenzia un rapporto specifico fra DBP e disturbo affettivo, tranne che per pazienti borderline con storia di concomitante depressione maggiore.

Studi su gemelli, adozioni e analisi di segregazione.

Torgersen (27), in uno studio su gemelli, ha valutato il peso dei fattori genetici nello sviluppo del disturbo di personalità schizotipico e/o borderline. Le diagnosi psicopatologiche dei gemelli erano state effettuate in accordo con i criteri del DSM-III. Il clinico in fase diagnostica non sapeva del carattere di monozigosi o dizigosi dei gemelli. Su 69 probandi con diagnosi di disturbo di personalità, solo dieci presentavano un DBP. I risultati non sembrano sostenere un’eziologia genetica del DBP. Infatti, nessuno dei tre rispettivi gemelli monozigoti di probandi con DBP e solo due dei sette rispettivi cogemelli dizigoti presentavano il DBP.
Altri efficaci metodi di ricerca, utilizzati per evidenziare il contributo rispettivo dell’ereditarietà e dell’ambiente nell’ezio-patogenesi dei disturbi psicopatologici, sono rappresentati dagli studi sulle adozioni (53). Sono stati effettuati diversi studi specifici, con differenti metodologie.
Negli “studi della famiglia naturale degli adottati problematici” vengono confrontati i parenti naturali di figli adottivi patologici, con il gruppo di controllo, di parenti naturali di figli adottivi non patologici. La diversa prevalenza fra i parenti di famiglie naturali e di controllo fornisce una valutazione dei fattori genetici e ambientali.
Negli “studi sugli adottati” sono confrontate le prevalenze di un disturbo fra figli adottivi nati da genitori patologici e non patologici.
Negli studi “cross-fostering” i figli adottivi, nati da genitori patologici, sono confrontati con i figli adottivi, nati da genitori non patologici, ma cresciuti con un genitore adottivo affetto dal disturbo in esame (53). Gli studi sulle adozioni hanno evidenziato l’importanza dei fattori genetici nell’eziologia dell’alcolismo, tuttavia, prove meno consistenti sono state raccolte per sostenere che anche il disturbo antisociale di personalità sia geneticamente trasmesso. Non è stato ancora pubblicato alcuno studio sulle adozioni che abbia valutato con rigore scientifico genitori o figli adottivi con diagnosi di DBP. L’adozione di figli di genitori borderline avviene frequentemente. Soprattutto alla madre borderline è spesso negata la tutela dei propri figli. In un campione di gemelli dello stesso sesso, Torgersen (27) ha studiato, in differenti disturbi di personalità, il ruolo svolto da fattori ereditari e ambientali. Il fattore denominato “impulsività-aggressività” fu considerato, da quest’autore, fattore ambientale, derivante dal contesto familiare e educativo, nonché dal modello culturale di riferimento, più che da fattori genetici.
I quattro principali modelli genetici dell’ereditarietà (autosomico dominante, autosomico recessivo, poligenico e legato al cromosoma X) sono stati sottoposti ad analisi di segregazione. Questi modelli sono stati applicati nella ricerca della comparsa di malattia psichiatrica, nei parenti di primo grado, di pazienti con DBP. Nessuno di questi modelli è stato validato nel confronto tra prevalenze ed incidenze attese e osservate di fratelli/sorelle o figli con psicopatologia in atto.
Queste considerazioni non vanno considerate come definitive. Esse rilevano la necessità d’ulteriori studi su gemelli e adozioni, alla ricerca del ruolo dei fattori genetici nell’ezio-patogenesi del DBP. Va rilevata la più alta incidenza di DBP nelle famiglie di pazienti con DBP. Rimane ancora incerta la presenza di uno specifico fenotipo, quale espressione della patologia ereditata nel DBP. Una critica più radicale alla ricerca di correlati genetici del DBP va fatta, in quest’ambito, al concetto diagnostico stesso di DBP. Probabilmente esiste una specifica ereditarietà per aspetti sintomatici specifici, quali impulsività, instabilità emotiva, disturbi dissociativi, aggressività, ma non per il DBP, in quanto tale. Ciò non dovrebbe portare alla conclusione di una ininfluenza dei fattori genetici nella ezio-patogenesi del disturbo. Al contrario, dovrebbe far riflettere i clinici sulla stessa esistenza del DBP, in quanto entità nosografica. Probabilmente, il futuro della ricerca genetica, in questo settore, ma anche in tutto l’ambito diagnostico psichiatrico, ci fornirà informazioni rilevanti e rivoluzionarie. In quelle che attualmente consideriamo entità nosografiche psichiatriche potrebbero svolgere un ruolo specifico diversi quadri eziologici genetici. D’altronde, non è improbabile che uno stesso danno genetico possa contribuire alla vulnerabilità specifica per diversi disturbi psicopatologici, nosograficamente distanti nelle convenzioni diagnostiche, che sono oggi largamente condivise, in ambito clinico.
I dati di ricerca, attualmente disponibili, sembrano maggiormente orientati a sostenere l’ipotesi che gli eventi traumatici, quindi i fattori ambientali, svolgano un ruolo ezio-patogenetico nell’insorgenza del DBP (54). Diverse evidenze scientifiche dimostrano che la presenza di uno o più genitori affetti da psicopatologia può associarsi significativamente ad episodi d’abuso infantile. In breve, numerose prove raccolte indicano che il DBP consegue all’aver vissuto la propria infanzia con genitori affetti da una patologia mentale. La malattia psichiatrica genitoriale, l’instabilità affettiva e i conseguenti comportamenti traumatizzanti sarebbero, in questa prospettiva, elementi predittivi di un significativo disturbo dello sviluppo nell’infanzia e nell’adolescenza e, quindi, di un conseguente disturbo borderline di personalità, nell’età adulta. Non va, comunque, sottovalutato, anche in quest’ambito di ricerche, il ruolo della vulnerabilità specifica e delle basi genetiche che a questa vulnerabilità possono essere sottese.

DISFUNZIONI CEREBRALI CORRELATE AL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA’

Le disfunzioni cerebrali, presenti nel DBP, includono:
· i danni cerebrali neurologici;
· i deficit neuropsicologici;
· la specifica neuro-biologia del disturbo con lo studio delle anomalie neuro-comportamentali e delle alterazioni del funzionamento cerebrale, in risposta al trattamento.
L’associazione fra personalità borderline e disfunzioni cerebrali è stata valutata, con diversi metodi di ricerca sperimentale, su pazienti e gruppi di controllo. Alcuni studi hanno confrontato la prevalenza di danni cerebrali, in pazienti con DBP, confrontandola con la prevalenza, di tali danni, in pazienti con altre diagnosi. Altri studi hanno utilizzato tecniche investigative e diagnostiche specifiche, per verificare la presenza di una disfunzione cerebrale nei pazienti con personalità borderline.
Presenza di disfunzioni cerebrali in pazienti con DBP rispetto ad altri pazienti
Alcuni dati preliminari hanno suggerito la presenza di un danno cerebrale nel 29% delle femmine e nel 56% dei maschi affetti da DBP (42). Questo gruppo di pazienti con “danno d’organo” poteva essere distinto in due sottogruppi. Un sottogruppo, con disfunzioni cerebrali minime, includeva pazienti con anamnesi positiva per il disturbo da deficit dell’attenzione e per le difficoltà d’apprendimento. Un secondo sottogruppo includeva pazienti che avevano danni cerebrali conseguenti o correlabili ad epilessia, traumi ed encefaliti.
In uno studio, i pazienti borderline con “danno d’organo” presentavano:
– esordio precoce della malattia;
– frequenti acting out;
– alta incidenza d’abuso di sostanze in famiglia.
Questo studio riguardava un gruppo di pazienti resistenti al trattamento, trattati in aperto, in cui non era stato previsto un gruppo di controllo (55).
In uno studio di follow-up sono stati studiati pazienti con DBP e pazienti con diagnosi di schizofrenia, secondo i criteri previsti dal DSM-III, accoppiati per sesso ed età (56). La percentuale di pazienti con DBP, maschi e femmine, che avevano avuto un danno cerebrale, era sostanzialmente sovrapponibile alla percentuale riscontrata in precedenza (42). I pazienti schizofrenici avevano meno danni cerebrali, rispetto ai pazienti con DBP (56).
Andrulonis e Vogel (57) hanno studiato l’incidenza di “danno d’organo”, confrontando i pazienti con DBP, con due gruppi di controllo, uno costituito da pazienti con schizofrenia e uno costituito da pazienti con disturbi affettivi. I pazienti con personalità borderline presentavano un danno d’organo nel 40% dei maschi e nel 14 % delle femmine. Solo il 25% dei pazienti schizofrenici e solo i1 7% dei pazienti con disturbi affettivi avevano segni, sintomi o storie di danno cerebrale acquisito. La prevalenza di danni cerebrali, riscontrata nei borderline maschi rispetto alle femmine, non fu evidenziata nei gruppi di controllo, che non avevano differenze legate al sesso.
Soloff e Millward (58-59) hanno esaminato un gruppo di pazienti selezionati con l’Intervista Diagnostica per Borderline (60), a confronto sia con pazienti con diagnosi di depressione maggiore sia con pazienti con diagnosi di schizofrenia. Gli elementi significativamente più frequenti tra i soggetti con DBP risultarono essere le complicazioni prenatali, con un 17,8% dei pazienti con DBP vs 0,05% dei pazienti schizofrenici e 4,8% dei soggetti di controllo depressi. Questo studio non manca di qualche significativo “bias”, cioè l’assenza di un’osservazione in cieco, un’eccessiva fiducia nei dati raccolti in modo retrospettivo e criteri diagnostici poco definiti, per i disturbi dello sviluppo neurologico.
Un gruppo di pazienti, affetti da un disturbo borderline di personalità, ricoverati in un ospedale per veterani, è stato studiato da Van Reekum e collaboratori (39). Secondo questo studio retrospettivo 1’81% dei pazienti con DBP, rispetto al solo 22% dei pazienti di controllo (P<0,0001), presentava una storia certa di ritardo dello sviluppo (44% dei pazienti con DBP) oppure di danno acquisito al Sistema Nervoso Centrale (58% dei pazienti con DBP). Nell’ambito del “ritardo dello sviluppo” erano inclusi: il disturbo da deficit dell’attenzione, il disturbo dell’apprendimento e gli altri ritardi dello sviluppo mentale. I danni al SNC acquisiti includevano gli effetti di traumi, le crisi epilettiche e altre lesioni del SNC, quali: tumori; idrocefalo; encefalite. Questo studio presenta risultati largamente simili a quelli di Andrulonis et al. (42) e presenta, anch’esso, dei limiti metodologici legati alla mancanza di un disegno in cieco e di uno studio dei fattori che potrebbero aver influenzato la scelta del campione e la disponibilità dei dati anamnestici necessari.
La comorbidità tra DBP ed epilessia è stata studiata (61-62). Mendez et al. (63), in uno studio su quest’associazione, hanno esaminato pazienti ricoverati presso l’University Hospital of Cleveland, negli anni fra il 1981 e il 1987, in seguito a tentativi di suicidio, per overdose. Il 45,5% dei pazienti epilettici presentava un DBP, contro il 13,6% dei soggetti di controllo (P<0,0l). Una maggior prevalenza di psicosi (P = 0,06) ed una minor capacità d’adattamento (P<0,05) è stata evidenziata, nel gruppo di pazienti epilettici, rispetto al gruppo di controllo. L’incidenza di depressione e disturbi dell’umore era sostanzialmente sovrapponibile nei due gruppi.

Studi neurologici prospettici del disturbo borderline di personalità

Uno studio ha rilevato una maggior presenza d’anomalie bioelettriche cerebrali all’elettroencefalogramma (EEG) in soggetti con DBP, rispetto a soggetti di controllo depressi (64). Un altro studio ha evidenziato una prevalenza d’anomalie all’EEG in pazienti borderline, rispetto a soggetti di controllo distimici (65). Una più marcata prevalenza d’anomalie bioelettriche cerebrali è stata riscontrata in altri studi che hanno confrontato pazienti con DBP e pazienti con altre diagnosi psichiatriche, incluse le diagnosi di Asse II (66). La prevalenza delle anomalie bioelettriche cerebrali, di qualsiasi natura ed entità, nei soggetti con DBP, è risultata variare dal 18,8% al 59% (66). Anomalie bioelettriche più specifiche o gravi sono state registrate in percentuali incluse tra il 13% (66) ed il 41% (64). Nei pazienti borderline non sono stati evidenziati specifici aspetti, per sede o natura, delle anomalie EEG. Inoltre, non è conosciuto il tipo di relazione esistente tra queste anomalie bioelettriche cerebrali e le alterazioni psico-comporlamentali tipiche del paziente con DBP.
La prevalenza di crisi epilettiche parziali complesse è stata studiata da Cowdry et al. (64) in una popolazione di pazienti con DBP. La raccolta di prove cliniche, a favore del fenomeno epilettico, ha supportato un’interpretazione, in senso ezio-patogenetico, delle anomalie bioelettriche cerebrali, presenti nei soggetti con personalità borderline, secondo questi autori.
La ricerca d’anomalie cerebrali strutturali in pazienti con DBP è stata effettuata con la metodica della tomografia computerizzata (TC) (67-68). Snyder et al. (69) hanno esaminato le TC di pazienti con DBP senza riscontrare anomalie anatomiche. Schulz (68) ha confrontato le TC di pazienti con DBP, di un gruppo di pazienti schizofrenici e di una popolazione normale di controllo. Il volume dei ventricoli cerebrali dei pazienti schizofrenici è risultato significativamente maggiore, rispetto agli altri due gruppi. In particolare, i soggetti con DBP e i soggetti normali di controllo non presentavano differenze significative. In uno studio in cieco, Lucas et al. (70) hanno studiato pazienti con DBP e soggetti di controllo normali, senza evidenziare differenze significative nelle dimensioni dei ventricoli cerebrali, né altre variazioni anatomiche, degne di nota. Solo in un piccolo gruppo di pazienti con DBP, sottoposto ad esame TC, van Reekum et al. (39) hanno evidenziato una più alta presenza d’anomalie. La mancata rilevazione alla TC di segni patologici, nei soggetti con personalità borderline, non esclude la possibilità che nel DBP è presente una sottostante patofisiologia cerebrale. Molti altri disturbi cerebrali, spesso associati al disturbo borderline di personalità, quali gli esiti di danno cerebrale su base traumatica, l’epilessia, il disturbo da deficit dell’attenzione, i disturbi dell’apprendimento non presentano specifici quadri patologici alla TC.
Sono stati condotti studi più sofisticati d’approfondimento diagnostico neurofisiopatologico. Chapin et al. (71) hanno studiato i tempi di reazione, confrontando fra loro pazienti con DBP e pazienti affetti da altre quattro diverse psico-patologie. In questo studio i pazienti con DBP presentavano risultati, significativamente diversi, dai pazienti schizofrenici e dai pazienti con disturbo schizotipico di personalità. I tempi di latenza dei soggetti con DBP differivano significativamente da quelli dei pazienti schizotipici e da quelli dei soggetti di controllo normali. I dati raccolti, su pazienti con DBP, non differivano da quelli raccolti, su pazienti con depressione maggiore. Gli autori hanno, quindi, concluso che i soggetti con personalità borderline hanno pattern neurofisiopatologici diversi dai soggetti schizotipici.
Kutcher et al. (72), studiando la P300 e altri potenziali evocati cerebrali a lunga latenza, hanno dimostrato, nei pazienti con DBP e nei pazienti schizofrenici “disfunzioni di neuro-integrazione acustica”. I pazienti con DBP presentavano una latenza della P300 più lunga con un’ampiezza più bassa. Questi dati sono stati evidenziati nei soggetti con DBP e nei soggetti schizofrenici, in contrasto con quanto registrato nei soggetti normali, nei depressi e nei pazienti con disturbi di personalità non borderline. Questi dati non identificano spazialmente la disfunzione cerebrale e non chiariscono il significato delle affinità neuro-biologiche tra DBP e schizofrenia.
Gardner et al. (73) hanno esaminato, in aperto, un gruppo di donne con DBP, valutando i segni neurologici minori, in confronto con soggetti normali di controllo. Il gruppo di soggetti con DBP aveva più numerosi ed evidenti segni neurologici minori rispetto ai soggetti sani di controllo (P<0,02). Una differenza significativa tra i soggetti con DBP (65%) e i soggetti di controllo (32%, P<0,05) è stata evidenziata, utilizzando un cut-off di due o più segni neurologici minori. (74-75)
In sintesi, gli studi sui correlati neuro-biologici del DBP suggeriscono la presenza di una disfunzione cerebrale, lieve, non focale, in assenza di grossolane alterazioni strutturali anatomiche. I dati raccolti sono, comunque, non sufficienti per permettere una chiara interpretazione dei risultati. Saranno opportuni ulteriori e più sofisticati studi, con l’utilizzo di tecnologie più sensibili, nell’esplorazione del funzionamento cerebrale, in quest’ambito di ricerca, nel futuro.

Studi di neuropsicologia del DBP
Pochi studi sono stati effettuati alla ricerca dei correlati neuro-psicologici del DBP. Cornelius et al. (55) li hanno studiati, escludendo dal loro campione di pazienti con DBP, i pazienti in cui era verosimile riscontrare una “organicità manifesta” ed i pazienti con deficit intellettivo. In questi pazienti, affetti da DBP “non organici”, le prove di memoria, linguaggio, funzionamento motorio e visuo-spaziale sono risultate normali. Tali risultati non devono meravigliare, considerati i criteri d’inclusione nello studio del campione esaminato. I disturbi clinici dei pazienti con DBP non suggeriscono la presenza d’anomalie motorie, del linguaggio, della memoria e del funzionamento visuo-spaziale. Al contrario, ciò che è più evidente, nei pazienti con DBP, è l’impulsività, il comportamento auto-mutilante, l’instabilità emotiva ed affettiva. Tali comportamenti suggeriscono un coinvolgimento funzionale, nella loro genesi, delle regioni limbiche e frontali.
Van Reekum et al. (39) hanno studiato un gruppo di l0 soggetti con DBP, somministrando una serie di tests neuropsicologici. I risultati, interpretati in cieco rispetto alla condizione di DBP, hanno evidenziato, su nove pazienti che avevano completato la batteria di tests, che ben sette presentavano segni neuropsicologici di deficit frontale. I deficit ineludevano: impulsività; bassa elasticità cognitiva; insufficiente autocontrollo; tendenza alla perseverazione. Questi dati sono stati ottenuti mediante Wisconsin Card Sort (76), Trails B (77), test della Figura Complessa di Rey Osterreith (78). Gli altri test neuropsicologici somministrati non hanno dato risultati patologici. Questi dati, in conclusione, sembrano confermare la presenza di deficit neuropsicologici, correlati alla regione frontale.
Studio della correlazione tra danno cerebrale e DBP.
La forza dell’associazione tra disfunzioni cerebrali e disturbo borderline di personalità può essere valutata, utilizzando i criteri di causalità formulati da Hill, nel 1965, (79) vale a dire:
· forza dell’associazione;
· coerenza dei risultati;
· specificità causale;
· rapporto temporale;
· gradiente biologico;
· plausibilità biologica;
· risultati sperimentali e clinici.
Gli studi epidemiologici, le ricerche neurofisiopatologiche e neurologiche, i test neuropsicologici evidenziano una possibile associazione tra danno cerebrale e disturbo borderline di personalità. Una larga percentuale degli studi effettuati ha evidenziato una disfunzione cerebrale in un largo numero di pazienti con DBP. Ad oggi manca la certezza di un rapporto causale specifico. La complessità delle variabili e delle loro interazioni, sin qui evidenziate, giustificano, almeno in parte, le diverse ipotesi patogenetiche avanzate. Deficit cerebrali specifici sono stati ipotizzati nell’ezio-patogenesi d’altri disturbi psicopatologici, come il disturbo antisociale di personalità e la schizofrenia. Lo studio del rapporto temporale tra disfunzione cerebrale e successivo esordio del DBP richiede studi prospettici, attualmente non disponibili, nella letteratura scientifica internazionale. È verosimile, inoltre, che il disturbo del controllo degli impulsi, associato, per esempio all’abuso di sostanze, possa indurre, nei pazienti con DBP, danni cerebrali organici o traumatici. In tal caso, la presenza di disfunzioni cerebrali potrebbe conseguire al disturbo e non causarlo. Ciò nonostante, i danni cerebrali potrebbero accentuare i tratti di carattere e, probabilmente, potrebbero necessitare di un trattamento integrato multimodale, specifico e personalizzato (80-85).
L’esistenza di un gradiente biologico, per cui ad un aumento delle disfunzioni cerebrali si associa un aumento della gravità del DBP, è stato evidenziato solo da van Reekum et al. (39) che hanno correlato direttamente il numero di disfunzioni cerebrali con il punteggio ottenuto alla DIB (Intervista Diagnostica per Borderline), nel loro campione di pazienti studiati.
La plausibilità biologica dell’ipotesi per cui una disfunzione cerebrale può indurre effetti comportamentali è già acquisita in base ai numerosi studi sul danno traumatico cerebrale, sull’epilessia e sulle alterazioni dello sviluppo neuro-cognitivo. Numerose scale di valutazione clinica del DBP, per esempio, presentano un significativo “overlapping” con quelle utilizzate per valutare gli effetti comportamentali dei danni cerebrali (86-87). I dati degli studi neuro-psicologici indicano la presenza di deficit frontali e, soprattutto, del sistema orbito-limbico-frontale. Questo dati sono, sostanzialmente, in accordo con gli effetti evidenziati in seguito a danno traumatico cerebrale (88) ed in rapporto al disturbo da deficit dell’attenzione (89-91). Per esempio, la descrizione clinica fornita da Cummings (92) sugli effetti comportamentali delle lesioni orbito-frontali è molto simile al comportamento dei pazienti con DBP. “Lesioni in questa regione sembrano separare i sistemi di controllo frontali dall’input limbico, dando come risultato una sindrome di comportamenti disinibiti, in cui gli impulsi sono agiti senza alcuna considerazione delle loro conseguenze, e, in cui si manifestano azioni antisociali e con labilità emotiva molto evidente”. È, quindi, verosimile che una disfunzione del sistema orbito-limbico-frontale (93-95) possa essere considerato il principale fattore ezio-patogenetico del DBP, almeno in una sottopopolazione di soggetti con personalità borderline.
Le verifiche sperimentali, sul ruolo svolto dalla disfunzione cerebrale nell’ezio-patogenesi del disturbo borderline di personalità, sono fortemente limitate da fattori etici. In alcuni studi osservazionali clinici, l’uso di diversi trattamenti farmacologici ha indotto a considerazioni significative, anche in termini d’interpretazione ezio-patogenetica. Alcuni studiosi hanno evidenziato l’efficacia del metilfenidato su un paziente con disturbo borderline di personalità e consensuale disturbo da deficit dell’attenzione (96). In uno studio controllato, altri studiosi hanno evidenziato un miglioramento soggettivo e comportamentale, in un gruppo di pazienti con disturbo da deficit dell’attenzione, in età adulta, dopo analogo trattamento (97). In un altro studio clinico randomizzato in doppio-cieco è stato evidenziato un miglioramento clinico, somministrando carbamazepina, su 16 soggetti, di sesso femminile, con DBP (64). Una verifica sperimentale specifica potrebbe derivare da studi che correlassero i miglioramenti della disfunzione cerebrale con il miglioramento del funzionamento comportamentale. In analogia con quanto provato per il disturbo antisociale di personalità, disturbo frequentemente sovrapposto al disturbo borderline di personalità (98), i risultati di questi studi osservazionali, dopo somministrazione di trattamenti farmacologici, dimostrano come la disfunzione cerebrale svolga un ruolo patogeneticamente rilevante nel disturbo borderline di personalità (99).

Ruolo ezio-patogenetico delle disfunzioni cerebrali nel determinismo clinico del DBP
I risultati di numerosi studi in letteratura scientifica suggeriscono che le disfunzioni cerebrali possono influire significativamente sui comportamenti psico-patologici del DBP, inducendoli o aggravandoli. L’ipotesi che le disfunzioni cerebrali possano determinare i comportamenti psico-patologici può essere sostenuta sulla base degli studi effettuati sulle lesioni orbito-frontali (92). E’ plausibile, comunque, che, per indurre stabili cambiamenti comportamentali, le disfunzioni cerebrali debbano interagire con fattori legati all’ambiente ed all’apprendimento (93-95). Quest’interazione risulta, ovviamente, di difficile studio, senza adeguati studi prospettici, che permettono, contemporaneamente, la valutazione, qualitativa e quantitativa, delle disfunzioni cerebrali, dei fattori ambientali e dei fattori d’apprendimento implicati.
Ciò nonostante, nei pazienti con DBP, disturbi cerebrali e deficit cognitivi sono stati, ripetutamente, evidenziati ed andrebbero sempre ricercati, nella pratica clinica. Tali anomalie neuro-funzionali potrebbero essere, frequentemente, riscontrate nei pazienti con più gravi disturbi comportamentali.
Queste considerazioni ezio-patogenetiche hanno, infatti, evidenti implicazioni clinico-terapeutiche Linehan (100). La riabilitazione comportamentale dei pazienti con DBP dovrebbe, infatti, permettere modificazioni clinicamente rilevanti dei deficit cognitivi e comportamentali, d’ogni paziente. Un trattamento farmacologici, specifico e personalizzato, dei disturbi neuro-biologici sottostanti risulta, in questa prospettiva, opportuno e necessario. I pazienti con deficit dell’attenzione ed iperattività (101) potrebbero giovarsi dell’assunzione di metilfenidato e psicostimolanti. I pazienti con disturbo epilettico potrebbero essere trattati con carbamazepina ed altri antiepilettici, stabilizzatori dell’umore (99).
La prevenzione degli “acting-out” e dei più importanti disturbi impulsivi, in soggetti con disturbi cerebrali ad alto rischio, potrebbe avvalersi dello specifico trattamento del disturbo cerebrale, associato con opportuni interventi psico-educazionali sulla famiglia e/o psicoterapeutici, utilizzando strumenti d’intervento fruibili, anche da chi presenta limitazioni cognitive evidenti.

NEURO-BIOLOGIA DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ.
L’ipotesi di un’eziologia neuro-biologica del disturbo borderline di personalità sottintende che nell’individuo ci siano dei fattori endogeni, su base genetica o acquisiti, che provocano disfunzioni cerebrali e, di conseguenza, specifici disturbi comportamentali.
Una visione dell’uomo, che non tenga conto dell’influenza esercitata sul comportamento sia da fattori ambientali sia da fattori costituzionali, è sicuramente riduttiva e semplicistica.
Di seguito saranno esaminati i dati ottenuti dalla ricerca scientifica, sui fattori genetici implicati nell’eziologia del disturbo borderline di personalità, ma, anche, i dati sulle disfunzioni cerebrali acquisite che possono svolgere un ruolo ezio-patogenetico sull’insorgenza del disturbo.
Verranno, inoltre, considerati i marker biochimici, che potranno rivelare eventuali fattori patogenetici comuni fra DBP e altri disturbi psicopatologici, suggerendo i possibili meccanismi fìsiopatologici sottesi al DBP. Ciò può contribuire alla comprensione di come fattori genetici o acquisiti possano interagire nello sviluppo del DBP.
Alcuni segni patologici minori di tipo neurologico sono stati associati alle anomalie comportamentali, nei pazienti con DBP da Gardner et al. (73).
Anomalie del potenziale evocato acustico P300 nel DBP sono state correlate all’aggressività impulsiva, che si osserva nel DBP (102). Il potenziale evocato acustico P300 sembra essere in rapporto con il processo d’elaborazione cognitiva degli stimoli (103). Non è stata, però, dimostrata una specificità di questo dato neuro-fisiologico nel differenziare i pazienti affetti da DBP dai pazienti con altri disturbi di personalità o con altri disturbi affettivi. Ulteriori studi saranno necessari per determinare se le alterazioni del P300, riscontrate nei pazienti con DBP, siano conseguenti all’espressione clinica del disturbo oppure rappresentino un vero e proprio marker di vulnerabilità (104). Una latenza P300, particolarmente lunga, si correla con l’incapacità di strutturare risposte condizionate a stimoli ambientali specifici. Tale anomalia nei soggetti con DBP potrebbe essere correlata a difficoltà nell’apprendimento operante, in altre parole, nell’acquisizione di nuovi e diversi repertori comportamentali, in risposta a stimoli ambientali già conosciuti, una sorta d’incapacità a modulare i propri comportamenti condizionati, spesso appresi in età infantile. Inoltre, potrebbe essere alla base del fenomeno di ricerca di sensazioni nuove e forti (sensation seeking) (105-106), un aspetto presente in molti pazienti con DBP, soprattutto in quelli che manifestano comportamenti antisociali.
In uno studio sui potenziali evocati, in soggetti normali che cercano sensazioni forti sono state evidenziate variazioni marcate, in funzione dell’ampiezza e dell’intensità dello stimolo, della componente acustica evocata N1/P2 (107). Quest’aspetto neuro-fisiologico potrebbe essere correlato al “bisogno di nuove ed eccitanti sensazioni”, alla riduzione d’interesse veloce per stimoli ripetuti e, quindi, ad un’elevata tendenza a sperimentare noia. Probabilmente, molti dei pazienti ciclotimici e con diagnosi di Cluster-B, in Asse II, potrebbero presentare simili correlati neuro-fisiologici, considerato che tendono a mostrare analoghe modalità di ricerca di sensazioni.
Il comportamento dei pazienti con DBP è condizionato, principalmente, dall’ultima impressione sensoriale, insorta in un rapporto interpersonale, piuttosto che da tutto il vissuto precedente (3). E’ come se essi vivessero in un eterno presente reattivo, senza le modulazioni comportamentali normalmente dettate dalla memoria affettiva. Anni di rapporti amorevoli con un partner possono, in un solo istante, essere rimossi dalla memoria ed il soggetto, con DBP, può reagire all’ultima interazione sociale interpretata, a torto o a ragione, come disturbante, con un’esplosione di rabbia incontrollata.
Un soggetto con DBP si comporta come se i rapporti tra memoria a breve e memoria a lungo termine, soprattutto per quanto attiene ai rapporti interpersonali ed affettivi, fossero gravemente deficitari. Le conoscenze sul processo di memorizzazione e sui sistemi neuronali coinvolti sono ancora molto parziali e ben lontani dal fornirci strumenti di interpretazione del comportamento dei soggetti con personalità borderline (108).
Il funzionamento mnesico è regolato da vari ormoni, alcuni dei quali sono rilasciati in seguito ad esperienze avversive, che attivano, per esempio, i recettori noradrenergici all’interno del complesso amigdaloideo (109). Le esperienze traumatiche del passato potrebbero lasciare tracce mnesiche, talmente forti nella memoria emozionale d’alcuni pazienti con DBP, da indurre, in seguito a successivi stimoli, che evocano anche solo lontanamente tali esperienze, risposte comportamentali incongrue. Sarebbe minimizzata la rilevanza di successive esperienze gratificanti, indipendentemente da quanto intense e costanti possano essere state.
Ciò potrebbe essere l’espressione, quindi, di un disturbo primitivo del sistema omeostatico di gratificazione, dei soggetti con DBP, che potrebbero essere affetti, in altre parole, da una “disedonia” di fondo (110).
Le caratteristiche della memoria emozionale ed i comportamenti connessi indicano nell’amigdala e nel sistema limbico, in generale, la regione cerebrale più direttamente coinvolta, nelle varie manifestazioni cliniche del DBP.
La procaina e.v. attiva le strutture del lobo temporale e del sistema limbico, in pazienti con malattie affettive, DBP e soggetti normali di controllo, provocando distorsioni cognitive e sensoriali, una maggior increzione di cortisolo ed aumento dei ritmi rapidi elettroencefalografici nei lobi temporali (111).
Nel gruppo con DBP non è stata evidenziata alcuna significativa correlazione tra il grado di attivazione EEG, indotta dalla procaina, e il grado di miglioramento indotto dalla successiva somministrazione di carbamazepina. La procaina potrebbe essere uno strumento farmacologico di valutazione della funzionalità del sistema limbico. I dati scientifici in nostro possesso non permettono, però, di sapere se tale strumento può differenziare specificamente il DBP dagli altri disturbi di personalità.
Una sovrapposizione diagnostica tra disturbi del lobo temporale, crisi epilettiche parziali e DBP è stata frequente, in passato. Analogamente il disturbo da personalità multipla ha ricevuto diagnosi di DBP e, a volte, di manifestazioni di crisi epilettiche parziali.
La personalità multipla può essere efficacemente differenziata dalle crisi epilettiche parziali, utilizzando la Dissociative Disorders lnterview Schedule (112). Il disturbo da personalità multipla non è, semplicemente, un disturbo del lobo temporale. I pazienti con crisi epilettiche parziali però, talvolta, soddisfano i criteri diagnostici per il DBP e/o per il disturbo da personalità multipla. Questa constatazione rende ancora più difficile determinare, se la presenza di un disturbo del lobo temporale, almeno in un sottogruppo di pazienti con DBP, non possa avere una specifica importanza patogenetica (42). In quest’ottica, il DBP, il disturbo da personalità multipla e le crisi epilettiche parziali complesse potrebbero avere alcuni fattori patogenetici ed alcuni correlati neuro-biologici in comune, senza che questo faccia perdere ad ognuna di queste condizioni cliniche la sua specificità.
La personalità multipla sembra essere indotta da gravi episodi d’abuso e rappresenta una “scissione” estrema, affine, ma non sovrapponibile, a quanto avviene nel DBP.
Le crisi epilettiche parziali possono essere conseguenza di un trauma cranico, ma non sempre tra trauma e sindrome comiziale esiste un nesso di causalità. Così l’esistenza di una correlazione patogenetica tra DBP e disturbi, anatomici o funzionali, del lobo temporale è possibile, sebbene non clinicamente rilevata con sufficiente frequenza.
Il sistema limbico è parte del più complesso sistema di risposta allo stress limbico-ipotalamo-ipofisi-surrenalico (LIIS) (113). Il coinvolgimento del sistema neuroendocrino LIIS è stato evidenziato, in risposta allo stress acuto, ma, anche, in relazione ai disturbi depressivi (114).
Considerato il livello di stress, sopportato e indotto, dai soggetti con DBP, gli steroidi e i peptidi implicati nel sistema neuro-endocrino LIIS potrebbero presentare variazioni significative, anche se non sono stati studiati, specificamente, in questi pazienti.
I gangli della base, precisamente, caudato e putamen, sembrano contribuire al cosiddetto “habit” o sistema di memoria procedurale (115). Tali strutture neuro-biologiche sembrano svolgere un ruolo centrale nel processo di memorizzazione dei pattern cognitivo-comportamentali, non verbali, che includono le convinzioni non criticate e le identificazioni formatesi nell’infanzia.
Prove cliniche e sperimentali sostengono che il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) è associato alla funzione di tale sistema mnesico (116-117). Una comorbidità per il DOC è stata evidenziata, in alcuni pazienti con BPD. In tali soggetti, le convinzioni irrazionali sembrano esercitare un evidente effetto sui processi di pensiero razionale. Nei pazienti anoressici e bulimici, possono essere esempi di tal effetto, la distorsione irrazionale e non criticabile dell’immagine corporea, nonché la paura dei cambiamenti, che, su tale immagine corporea, possono essere indotti, da variazioni delle loro abitudini alimentari.
I soggetti con DBP, sessualmente, fisicamente e verbalmente abusati negli anni dell’infanzia, tenderebbero, in questa prospettiva a strutturare “habit”, pattern cognitivo-comportamentali di percezione e di reazione, conseguenti alla loro condizione di vittime degli abusi. Tali “habit” possono essere fortemente disadattivi nei rapporti interpersonali, nel corso della vita. Ciò nonostante, questi soggetti sono così acriticamente e fortemente legati alle loro distorsioni cognitive, da accettare raramente interpretazioni del reale più adeguate.
Negli ultimi anni, sono stati proposti approcci terapeutici volti a riprogrammare il sistema mnesico abitudinario, di questi pazienti, con nuovi strumenti di trattamento, che includono la somministrazione di farmaci serotoninergici e forme specifiche di terapia cognitiva e di gruppo. In particolare la terapia di gruppo s’ispira a quanto acquisito dai gruppi d’auto-mutuo-aiuto, orientati al controllo di specifici impulsi disturbanti, come per gli Alcolisti Anonimi.
Il suicidio e l’aggressività sono, spesso, associati a bassi livelli di serotonina nel SNC. La serotonina è uno dei neuro-trasmettitori coinvolti nella modulazione dell’inibizione comportamentale. Un deficit di serotonina è associato solitamente a disinibizione comportamentale (118-119).
La clorimipramina e la fluoxetina, per esempio, sembrano migliorare i sintomi di DOC. Ciò ha aumentato l’interesse per lo studio di tale neurotrasmettitore anche nel DBP (120). I pazienti bulimico-anoressici spesso presentano tratti di tipo ossessivo-compulsivo, ed entrambe tali sindromi sono presenti in alcuni sottogruppi di pazienti con DBP.
L’aggressività impulsiva, con tentativi plurimi di violenta auto ed etero diretta, è tipica dei pazienti con DBP. Alcuni pazienti con DBP manifestano una riduzione dell’aggressività dopo la somministrazione di farmaci, che accrescono i livelli di serotonina, come clomipramina, SSRI e, indirettamente, carbamazepina (99).
Le donne con DBP, spesso, manifestano distimia e disforia, con tendenza alla depressione e all’irritabilità, durante la fase premestruale. Le donne con disturbi alimentari possono manifestare sintomi bulimici o anoressici, più intensi, in fase premestruale. Ulteriori studi sul coinvolgimento funzionale del tono serotoninergico centrale, in funzione del ciclo mestruale, potrebbe fornire risultati interessanti sui correlati fisio-patologici di tale fenomeno.
Deficit neurologici aspecifici, incluso il disturbo da deficit dell’attenzione con iperattività, ed eventi stressanti infantili, quali abusi verbali, fisici o sessuali, sembrano svolgere un ruolo ezio-patogenetico nella genesi del DBP. Alcuni fattori prenatali, inoltre, sembrano in grado di predisporre al DBP. L’abuso cronico, nell’infanzia, può lasciare tracce mnesiche emotive e indurre risposte comportamentali stereotipate, per mezzo d’effetti attivanti sul SNC, tanto marcati e resistenti alle terapie, quanto lo sono quei disturbi comportamentali, che originano da fattori organici.
La sintomatologia clinica, d’alcuni pazienti con disturbi di personalità, non presenta affinità con i quadri psicopatologici d’Asse I. Non è irrazionale ipotizzare, però, alla luce della più recente letteratura scientifica sull’argomento, che, almeno alcuni sintomi, presenti in un sottogruppo di soggetti con disturbo di personalità, possano essere patogeneticamente correlati ai disturbi mentali maggiori (121).
I disturbi psico-comportamentali presenti nel DBP sembrano correlarsi funzionalmente, almeno in parte, con il sistema limbico, che in circostanze normali funziona come un filtro emozionale, attraverso cui passano stimoli e risposte (122). Un sistema limbico eccessivamente reattivo, in risposta a stimoli interpersonali minimi, che possono essere vissuti come stressanti o come minacce all’incolumità personale, può sollecitare risposte comportamentali estreme, di tipo aggressivo auto ed eterodirette. Le interpretazioni psicologiche non sempre sono in grado di interpretare queste reazioni improvvise ed estreme, a stimoli spesso poco significativi, ma aiutano a definire, in modo relativamente utile e preciso, le modalità di interazione sociale, che innescano tali risposte impulsive. Le frustrazioni infantili possono essere più o meno rilevanti, sul piano ezio-patogenetico, nella genesi del DBP, in rapporto ad un substrato neuro-fisiologico più o meno anomalo. Una vulnerabilità neuro-biologica di fondo, sostanzialmente correlata ad un deficit funzionale del sistema omeostatico di gratificazione, la “disedonia” (110), può essere alla base del DBP. Un disturbo del sistema di memoria procedurale, sembra svolgere un ruolo in tale vulnerabilità, nella modulazione di risposte comportamentali del tipo “tutto-o-nulla” tipiche del disturbo borderline di personalità. Ulteriori ricerche potrebbero facilitare, in futuro, la diagnosi di DBP, con markers più specifici, la sottotipizzazione dei pazienti, nonché la predisposizione di trattamenti integrati più efficaci, in un’ottica bio-psico-sociale.


COMORBIDITA’PSICHIATRICA E MARKERS NEURO-BIOLOGICI DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA’
Diversi indici neuro-biologici sono stati studiati alla ricerca di possibili markers del disturbo borderline di personalità. I risultati di tali studi presentano importanti implicazioni, sul piano diagnostico, interpretativo e terapeutico. La presenza di markers neuro-biologici comuni a diversi disturbi psico-patologici induce a formulare l’ipotesi della presenza di un’analoga pato-fisiologia alla loro base. Ciò non può non indurre ad una radicale revisione del concetto di diagnosi in psichiatria. Inoltre, la conoscenza dei meccanismi neuro-biologici, alla base di diversi quadri psico-patologici, potrebbe facilitare la ricerca di nuovi approcci psico-farmacologici e terapeutici integrati, per il loro trattamento.
Sono stati effettuati studi che hanno utilizzato tre diverse metodologie di ricerca nello studio dei markers neuro-chimici e neuro-biologici nel disturbo borderline di personalità. La metodologia più diffusamente utilizzata è stata quella d’investigare la prevalenza di questi markers, in vari gruppi di pazienti, con diversa psicopatologia in atto, confrontandola con la loro prevalenza nei soggetti con personalità borderline (121-123). Un’altra metodologia di ricerca ha utilizzato i risultati degli studi psico-farmacologici, osservazionali e clinici, per comprendere la fisio-patologia del disturbo borderline di personalità (40). In ultimo, sono stati predisposti specifici trattamenti sperimentali psico-farmacologici nella ricerca di tali markers del DBP (124).
Riassumeremo, in breve, l’utilizzo dei markers neuro-chimici e neuro-biologici nella ricerca delle possibili associazioni ezio-patogenetiche tra DBP ed altri quadri psico-patologici.

Disturbi del tono dell’umore
Il rapporto tra disturbo borderline di personalità e disturbi del tono dell’umore, è stato, probabilmente, quello più studiato. I markers neuro-biologici più ricercati si sono avvalsi dello studio del test di soppressione al desametazone (DST), dello studio del sonno, nonché dell’efficacia di specifici stimoli farmacologici.
In pazienti con DBP, il test di soppressione al DST ha una sensibilità piuttosto bassa, variabile da circa il 10% all’85% e una specificità che varia dal 37,5% al 92,3 % (121). I problemi tecnici e i criteri di selezione del campione di studio, quando si utilizza il test di soppressione al DST, rendono la valutazione dei dati, così raccolti, circa questo marker neuro-biologico, poco affidabili nella valutazione dei pazienti borderline. I pazienti borderline hanno, spesso, disturbi alimentari e/o disturbi da abuso d’alcol e droghe che inficiano la validità dei risultati ottenuti al test.
I disturbi affettivi, soprattutto la depressione maggiore, si correlano ad una diminuzione della latenza del sonno REM. La comorbidità tra DBP e depressione maggiore si correla a significative anomalie della latenza e dell’intensità dei movimenti oculari rapidi (sonno REM). Tale ambito di ricerca sembra confermare l’affinità fisio-patologica esistente tra disturbi affettivi e disturbo borderline di personalità. Tale associazione non è stata, però, confermata con l’utilizzo d’altri marker biologici, come il DST e le risposte a stimoli farmacologici specifici (123).
Gli studi sperimentali con l’utilizzo tests psicofarmacologici non hanno dimostrato una significativa associazione tra il disturbo borderline di personalità e i disturbi affettivi. Alcuni studi, su pazienti con DBP, non hanno evidenziato alcuna risposta dei sintomi depressivi al trattamento con triciclici. Un solo studio ha dimostrato una certa risposta dei sintomi affettivi al trattamento con inibitori della monoaminossidasi (99). Non risulta, comunque, verificato che esista un rapporto tra le risposte dei sintomi bersaglio e il tipo di farmaco utilizzato.

Sindromi schizofreniche
Diversi markers neuro-biologici sono stati studiati nella ricerca della comorbidità tra schizofrenia e disturbo borderline di personalità. In particolare, lo studio del tracciato oculare di inseguimento visivo (smooth pursuit eye tracking), i potenziali acustici evocati, l’elettroencefalografia computerizzata ed il dosaggio della monoaminoassidasi piastriniche.
In alcuni studi, sono stati evidenziati in soggetti con DBP potenziali evocati a lunga latenza acustica P300 simili a quelli registrati in individui schizofrenici (125). Questo marker biologico differenziava significativamente i pazienti con DBP dai pazienti depressi di controllo.
Alcuni studi hanno evidenziato un coinvolgimento del tono dopaminergico nell’ezio-patogenesi del DBP. Una risposta disforica alle amfetamine è stata evidenziata da Schulz et al.(101). Effetti analoghi sono stati registrati dopo somministrazione di metilfenidato da Lucas et al. (70). Dati clinici attendibili hanno evidenziato l’efficacia dei neurolettici, a basso dosaggio, sui sintomi psico-patologici, dei soggetti con personalità borderline.
In sintesi, alcuni risultati sembrano sostenere che potrebbe esistere un’associazione significativa, sul piano fisio-patologico tra schizofrenia e DBP. Un rapporto tra queste due entità nosografiche, sul piano ezio-patogenetico, potrebbe coinvolgere anche alcuni sintomi della sintomatologia schizotipica. Ulteriori studi sono necessari per chiarire i rapporti esistenti tra questi diversi quadri sindromici.

Disturbi del controllo degli impulsi
Il disturbo borderline di personalità si associa, spesso, ad un disturbo del controllo degli impulsi (10). Una diminuzione del release di prolattina, in risposta al trattamento con fenfluramina, è stata evidenziata in pazienti aggressivo-impulsivi (118-119). I risultati ottenuti in questo gruppo di pazienti suggeriscono la presenza di una riduzione del tono serotoninergico centrale. Questa riduzione del tono serotoninergico centrale è indirettamente confermata dall’efficacia clinica del litio versus placebo e desipramina (124,126). Il litio tende a diminuire l’aggressività, la rabbia e i comportamenti etero ed autoaggressivi impulsivi. Al contrario, la desipramina tende ad aumentare tali sintomi (126). Probabilmente, il trattamento con sali di litio potrebbe avere un effetto terapeutico, sugli aspetti impulsivi del DBP, modulando il tono serotoninergico. La carbamazepina, farmaco antiepilettico, ma, anche, stabilizzatore dell’umore, è risultata efficace nel contenere gli aspetti comportamentali di perdita del controllo sugli impulsi, tipici del DBP.
In conclusione, non è ancora possibile stabilire chiare correlazioni fisio-patologiche tra disturbi psicopatologici d’Asse I e disturbo borderline di personalità, sulla base dei markers neuro-biologici, sino ad oggi studiati. In futuro, tale approccio di ricerca dovrebbe permettere anche di comprendere le fluttuazioni della sintomatologia di questi pazienti. Inoltre, variazioni dei diversi marker biologici potrebbero essere correlati agli eventi ambientali stressanti, inclusi i traumi infantili ed i conseguenti quadri dissociativi, oltre che a condizioni di vulnerabilità e predisposizione, geneticamente determinati.

CRITICA AL CONCETTO DI DIAGNOSI IN PSICHIATRIA.
Una domanda provocatoria: esistono le malattie mentali? Una seconda domanda provocatoria: il concetto di diagnosi in medicina ed in psichiatria ha lo stesso valore euristico? In Medicina una diagnosi clinica presuppone la conoscenza dei fattori ezio-patogenetici e di decorso clinico di un disturbo, con chiari correlati organici, fisio-patologici ed anatomo-patologici (tavolo autoptico). A tutt’oggi, in Psichiatria una diagnosi clinica nasconde la mancata conoscenza dei fattori eziologici e patogenetici della malattia, nonché, una sostanziale incapacità di predire il decorso nel tempo, di un disturbo, che non ha chiari correlati patologici organici. Il concetto di comorbidità in Medicina presuppone la presenza nello stesso paziente, con sovrapposizione temporale, di due o più specifici quadri patologici (aventi specifiche ezio-patogenesi, fisio-patologia, decorso, prognosi, etc.). La diagnosi psichiatrica è, per sua natura, una descrizione sindromica, un insieme di sintomi, raggruppati convenzionalmente in specifici disturbi, nosograficamente rilevanti, sulla cui ezio-patogenesi, decorso, prognosi etc. poco ancora sappiamo. La comorbidità in Psichiatria nasce dal sovrapporsi, nello stesso paziente, di segni e sintomi sufficienti per porre diagnosi, presenti in diverse entità nosografiche psichiatriche, che restano convenzionalmente identificate. Lo sviluppo della ricerca in campo psico-biologico e psico-farmacologico ha evidenziato variazioni di parametri largamente sovrapponibili in disturbi mentali nosograficamente distanti. Numerosi studi neuro-morfologici, neuro-fisiologici, neuro-endocrinologici e d’andamento inter-generazionale delle malattie mentali depongono per una continuità patologica tra i diversi disturbi dello spettro schizofrenico. I disturbi d’ansia ed i disturbi dell’umore potrebbero essere interpretati come entità distinte o come un fenomeno dimensionale unico. Da un lato è possibile evidenziare l’esistenza di dimensioni patologiche trans-sindromiche, dall’altro l’approccio categoriale non permette di cogliere le similarità sintomatologiche parcellari tra sindromi diverse che potrebbero sottendere comuni meccanismi patogenetici. “Le categorie diagnostiche in psichiatria erano null’altro che ampi cesti che contenevano una varietà di sindromi più o meno collegate tra loro, non certo entità patologiche genuine” (127). Si è passati da un approccio diagnostico/ terapeutico rigidamente categoriale (depressione / antidepressivo; ansia / ansiolitico, psicosi / antipsicotico) ad un approccio dimensionalistico che tende a non considerare come entità reali le categorie diagnostiche psichiatriche (ipersemplificazioni del reale), considerando i diversi sintomi autonomamente, in un continuum trans-nosografico. Negli ultimi anni si va, perciò, verso una visione psicopatologica disfunzionale, cambiando l’approccio diagnostico a favore di una visione dimensionalistica dei disturbi mentali, anziché rigidamente categoriale.

CRITICA DEL CONCETTO DI EZIOLOGIA IN PSICHIATRIA.
Nel concetto di “eziologia” di un disturbo in Medicina e, ancor più, in Psichiatria vi sono diverse questioni implicite e date per scontate, ma che invece devono essere sempre prese in considerazione nella pratica clinica.
La prima considerazione generale va riferita al concetto stesso di causalità. In termini epistemologici già da molti anni il mondo scientifico, soprattutto nell’ambito della fisica teoretica (relatività, teoria quantistica) ha messo in crisi il concetto di spazio-tempo e di causalità lineare. Senza entrare in sottili disquisizioni fisico-filosofiche, una concezione della causalità in termini di linearità di relazione tra un agente causale (eziologico) ed un effetto conseguente (malattia) è messo in crisi dalla clinica quotidianamente. Non sempre, forse mai, l’esposizione allo stesso agente patogeno induce quadri clinici perfettamente sovrapponibili in due soggetti diversi. Ciò dipende, ovviamente, dal complesso rapporto che viene a crearsi tra un agente patogeno, spesso esogeno ed ambientale, ed organismo inteso come sistema organico, con specifiche caratteristiche geneticamente determinate, in relativo equilibrio omeostatico (salute). In Medicina, la malattia, intesa come perdita dell’equilibrio omeostatico bio-psico-sociale dell’individuo, nasce dall’interazione complessa tra fattori esogeni e fattori endogeni, in un determinato ambiente. In Psichiatria, il modello concettuale, cui ci si riferisce più diffusamente nella teorizzazione ezio-patogenetica dei disturbi mentali, prevede l’interazione complessa di fattori ambientali esogeni (agenti stressanti) con le capacità adattive dell’individuo (vulnerabilità). L’esposizione allo stesso agente stressante può indurre effetti psicopatologici diversi in soggetti diversi, analogamente a quanto avviene negli altri ambiti clinici, studiati dalla diverse branche mediche. Ogni condizione ambientale può divenire più o meno stressante sul piano psico-patogenetico, in rapporto alla specifica sensibilità di soglia del soggetto. Non solo, ma lo stesso stimolo soggettivamente stressante può avere diversa valenza psico-patogenetica, nello stesso individuo, in tempi diversi oppure in contesti diversi. Lungi dal considerare il rapporto eziologico come relazione lineare tra un evento antecedente ed un disturbo mentale conseguente, bisogna approcciare con estrema cautela l’universo dei rapporti che intercorrono tra stimoli ambientali, più o meno soggettivamente stressanti, e malattie mentali, cui si è più o meno vulnerabili.
I problemi legati alla ricerca e alla discussione dell’eziologia di una condizione psico-patologica diventano, obiettivamente, inestricabili se vi è un’estrema difficoltà nel verificare, se tale quadro patologico esiste come entità a se stante. La ricerca eziologica è ulteriormente ostacolata dalla definizione stessa del quadro clinico psico-patologico, in senso clinico e diagnostico-nosografico. Se “esiste in sé”, come definire o delimitare il quadro patologico, in modo soddisfacente? Come si può cercare le cause di qualcosa se non sappiamo di cosa si tratta e, soprattutto, quando non sappiamo se è una cosa sola? Paradossalmente la ricerca delle cause di una condizione clinica, volta a stabilire e definire la condizione clinica medesima, si è dimostrato essere un metodo molto utile in ambito medico. La ricerca d’eventi antecedenti e di correlazioni passate e presenti, nonché la previsione di andamenti evolutivi futuri, aiuta a definire più precisamente le ipotesi ezio-patogenetiche, a dirimere raggruppamenti sindromici disomogenei, associati casualmente, ma anche a strutturarne altri, inizialmente poco evidenti. Comunque, nella ricerca di fattori eziologici del DBP ci sono delle intrinseche difficoltà, in assenza di un costrutto teoretico e di un metodo esterno di validazione. Si crea, infatti, una certa circolarità tra quale aspetto specifico della psicopatologia borderline è considerato fondamentale, nella definizione del disturbo, e quali fattori causali sono privilegiati nella ricerca e nella selezione del campione di individui, definiti come borderline.
Gli studiosi che definiscono il DBP, stressandone gli aspetti clinici affettivi, trovano più evidenti meccanismi affettivi alla base del disturbo. Coloro che definiscono il DBP, sottolineandone i sintomi dissociativi ed i comportamenti autolesivi, sono più inclini ad evidenziare in senso patogenetico le esperienze di abuso sessuale infantile come fattore causale principale del disturbo. Chi definisce il DBP come un disturbo da perdita del controllo sugli impulsi, tende a considerare come principale fattore patogenetico la stessa impulsività, evidenziando con più enfasi i rapporti tra sintomi clinici e loro correlati neuro-biologici.
Il paziente borderline può far emergere le contraddizioni ed i conflitti esistenti, in senso clinico ed interpretativo, tra formazione e prassi clinica ad indirizzo biologico ed approcci clinico-terapeutici di ispirazione psicologica, non solo tra i diversi membri dell’equipe psichiatrica, ma anche stressare, in questo ambito, la vulnerabilità specifica del singolo terapeuta.
Il tentativo scientifico-nosografico di catalogare ed interpretare, in senso ezio-patogenetico, il DBP facilita, più del solito, il confliggere d’atteggiamenti interpretativo-terapeutici di diversa impostazione teorica. Trattare la conflittualità e contraddittorietà intrinseca alla patologia borderline induce, quasi contagiosamente, conflittualità tra gli operatori psichiatrici di diversa formazione clinico-terapeutica, e confusione negli operatori con doppia formazione, medica e psicoterapeutica. Questa conflittualità psichiatrica coinvolge da un lato gli aspetti clinico-terapeutici a orientamento biologico, che considerano i fattori genetici e costituzionali le cause principali delle malattie mentali, privilegiando gli interventi curativi farmacologici, dall’altro la formazione di ispirazione psicologica, che, assiomaticamente, interpreta i disturbi mentali come conseguenti ad esperienze esistenziali negative e, quindi, gli interventi psicoterapeutici, quali fondamentali metodi di cura.
L’esagerata dicotomia tra ognuna di queste posizioni teoretiche tende a sostenere un’interpretazione ezio-patogenetica riduzionistica del disturbo borderline, sia nell’ottica neuro-biologica, sia in quella psico-socio-ambientale.
Tale dicotomia porterà gli operatori psichiatrici di diversa formazione, nel migliore dei casi ad un confronto dialettico, con tendenza ad una progressiva “sintesi” inclusiva di diverse interpretazioni, nel peggiore dei casi all’enunciazione di “verità” inconciliabili ed alla conflittualità esplicita.
Un’ulteriore considerazione critica va avanzata alla assegnazione, in ambito psichiatrico, di una causa specifica ad eventi o comportamenti non specifici. La medicina ed ancor più la psichiatria si configura come una clinica della complessità. Ogni essere umano è, per sua natura unico ed irripetibile nelle sue caratteristiche squisitamente individuali, tanto genetiche che esperienziali. Ogni esperienza di vita è particolarmente complessa e ricca di sfumature, largamente soggettive. Gli esseri umani sono, per loro natura, molto versatili e capaci di notevole adattamento. Le nostre esperienze di vita sono esperite all’interno di una complessa rete di rapporti interpersonali, in contesti socio-culturali diversi ed estremamente variabili. Gli stessi psichiatri non possono esimersi dal partecipare della natura umana, in un determinato contesto sociale e culturale, nonché in una complessa relazione interpersonale con il paziente, su cui proporre diagnosi e ricerche ezio-patogenetiche, non scevre da preconcetti e da errori prospettici ed interpretativi.
Ipotizzare semplicisticamente che un evento qualsiasi o un fattore costituzionale qualsiasi è causa di un qualsiasi aspetto del comportamento umano, è, in sé, fuorviante. Nonostante la consapevolezza della intrinseca complessità, sottesa al comportamento umano, è pur sempre vero che la clinica psichiatrica, ma anche la scienza nella sua interezza, tende a isolare il meccanismo mediante il quale un “fattore eziologico” è il necessario e sufficiente antecedente di un determinato disturbo psico-comportamentale. La questione di una causalità lineare è ovviamente molto più problematica per le “scienze” del comportamento rispetto ad altri settori della ricerca scientifica e della stessa prassi medica, in altri settori della clinica. Se un qualsiasi fattore eziologico fosse necessario e sufficiente per indurre il DBP si dovrebbe correttamente affermare che in ogni paziente affetto da disturbo borderline di personalità dovrebbe sempre essere riconoscibile la presenza di tale fattore causale. L’inversione dell’ordine dei fattori risulta, nella pratica clinica, impossibile. Non si può, cioè, sulla base della diagnosi di DBP prevedere quale specifico fattore eziologico lo abbia causato, in tutti i pazienti riconosciuti come affetti da una personalità borderline.
La presenza per esempio di un disturbo affettivo può essere condizione necessaria ma non sufficiente per l’insorgere di un DBP, tant’è che non tutti i pazienti con disturbi affettivi sviluppano una personalità borderline. Il disturbo affettivo potrebbe essere una concausa, in senso ezio-patogenetico, quindi uno dei fattori implicati nella genesi del DBP, in un sottogruppo di pazienti, ma non può essere considerato “tout court” il fattore causale, forse neanche in un singolo paziente.
Tali considerazioni possono essere riproposte con la stessa validità per i traumi infantili, i disturbi del controllo degli impulsi ed i correlati neuro-biologici. In altri termini, il DBP può essere eziologicamente correlato al disturbo affettivo maggiore, al trauma infantile, al discontrollo degli impulsi, alla disedonia, senza che uno solo di tali quadri sindromici possa essere considerato il fattore eziologicamente specifico per il BPD.
In questa ottica, ha più senso parlare di concause diversamente combinate tra loro che possono contribuire in soggetti con specifica vulnerabilità all’insorgere di un DBP.
Paul Meehl (128) ha studiato questi aspetti delle eziologia del DBP enfatizzando il concetto di “forte influenza”. L’assenza dei fattori eziopatogenetici suddescritti rende improbabile l’insorgenza di un DBP. La loro presenza non è necessaria e sufficiente ad indurre sicuramente e direttamente un DBP, ma aumenta fortemente la probabilità di un’insorgenza del disturbo borderline.
La ricerca sull’eziologia del DBP deve coinvolgere, perciò, una serie di fattori concausali, che possono contribuire, parzialmente, con maggiore o minore incisività, sullo sviluppo del disturbo borderline.
Qualsiasi teoria eziologica deve, inoltre, tenere in debito conto il principio cognitivo-comportamentale, secondo cui i comportamenti gratificanti e/o rinforzati diventano abituali e stabili, talora quasi indipendentemente dalle condizioni di stimolo, che li hanno generati. Alcuni comportamenti, apparentemente disadattivi, come l’infliggersi ferite superficiali multiple o i disturbi dell’alimentazione possono rispondere ad una disturbo di fondo di tipo disedonico, ma anche essere considerati soggettivamente, nel tempo, come efficaci meccanismi di riduzione delle tensioni, non più legati alle condizioni specifiche, che ne hanno prodotto, in origine, l’insorgenza.
La varietà delle ipotesi eziologiche si correla alla varietà delle terapie logicamente conseguenti a ciascuna di queste impostazioni teoretiche.
La dicotomia tra le diverse teorie eziologiche del DBP sembra ripercorrere in termini clinici l’annosa disputa filosofica tra ciò che è innato e ciò che è appreso, nell’ambito del comportamento umano, normale e patologico. E’ ovvio che ciò che ogni essere umano è e diventa viene determinato tanto dalle diverse esperienze esistenziali, quanto da fattori costituzionali e genetici. La dicotomia innato-appreso si esprime, perciò, nella diversa valenza che viene data ai diversi fattori ezio-patogenetici suddescritti su particolari aspetti clinici del DBP.
In termini puramente logici, una plausibile teoria eziologica dovrebbe chiarire il rapporto causale tra fattori ezio-patogenetici e sintomi del DBP, fornendo prove scientificamente valide di tale rapporto. La diversa gravità dei fattori ezio-patogenetici presenti dovrebbe, inoltre, indurre diversi livelli di gravità del disturbo, secondo un continuum dimensionale prevedibile. Una teoria ezio-patogenetica completa dovrebbe anche dare razionali spiegazioni della variabilità di decorso del DBP. Infine, l’efficacia clinica degli approcci terapeutici dovrebbe essere comparabile e correlabile, logicamente, ai fattori eziologici ipotizzati.
Diversi autori hanno prodotto dati clinici che corroboravano i loro assunti assiomatici di partenza rispetto all’ezio-patogenesi del DBP.
Van Reekum e coll., studiando i rapporti tra neuroscienze e quadro clinico del DBP, hanno proposto un’analisi particolarmente suggestiva ed obiettiva. (39)
La trasmissione genetica del DBP non è stata provata scientificamente. Ciò nonostante, sulla base di studi effettuati negli U.S.A. su gemelli separati (129), che hanno studiato l’ereditarietà del temperamento e di tratti della personalità o di predisposizioni comportamentali, tra i quali l’esposizione al rischio e la prudenza (avoidance) è emersa una certa influenza genetica, alla base di alcuni tratti comportamentali, che svolgono un ruolo nello sviluppo del DBP. In altre parole, probabilmente non esiste una genetica del DBP, ma esiste un genetica di fattori comportamentali, più elementari, dal cui sommarsi deriva il DBP.
Alcune disfunzioni cerebrali si verificano più frequentemente nei soggetti con DBP, rispetto alla popolazione di controllo. Ciò si correla all’importanza del ruolo patogenetico svolto dall’impulsività e dalla perdita del controllo sugli impulsi, nella genesi del DBP.
Van Reekum et al. (39) hanno precisato, comunque, nei loro studi su quest’argomento, che le prove scientifiche anche in questo settore restano insufficienti.
130Altri studiosi hanno sottolineato nei pazienti con DBP l’importanza relativa dei comportamenti di tipo impulsivo, quali aggressività, autodistruttività, disturbi della condotta sociale, disturbi della condotta alimentare ed abuso di sostanze. Zanarini et al. (19) hanno, inoltre, evidenziato l’importanza relativa dei substrati biochimici e neurofisiologici dei tratti maladattivi di personalità, come l’impulsività, nell’ezio-patogenesi del DBP, come suggerito anche da Soloff (130).
I soggetti con disturbo borderline di personalità presentano difficoltà nel controllo degli impulsi, ma anche iperreattività a stimoli apparentemente irrilevanti e scarsa modulazione delle espressioni emozionali. Tali sintomi possono presentare specifici ed autonomi substrati biologici, sostanzialmente non differenti dai substrati biologici che controllano quegli stessi comportamenti, anche in soggetto sani (3, 131-132).
Molti studi sui fattori ezio-patogenetici ambientali sottesi al DBP utilizzano come prove gli studi retrospettivi.
I rischi della falsificazione retrospettiva sono alti (37, 133-135) con alti rischi di ipersemplificazione. L’ingiustificata e popolare ipotesi sull’abuso, come fattore principale nella genesi del DBP, suggerisce un semplice e diretto rapporto tra abuso subito e personalità borderline. Tali interpretazioni ezio-patogenetiche risultano sicuramente le più diffusamente accettate fra tutte le altre ipotesi attualmente proposte dagli studiosi.
Le prove che identificano nell’abuso il principale fattore ambientale in grado di indurre o facilitare l’insorgere di un DBP sono forti, molto più dei fattori in origine ipotizzati, ma non adeguatamente verificati in ambito clinico, da Masterson (136).
Il persistere di forti adesioni alle ipotesi interpretative di Masterson e la scarsa rilevanza data all’abuso infantile, nell’ambito della ricerca di fattori ambientali alla base del DBP, insegna quanto sia umano prediligere il pensiero astratto sistematico alla ricerca operativa sul campo, che fornisce dati reali, ma parziali, anziché visioni d’insieme rassicuranti, ma meno aderenti alla realtà.
L’ipotesi dell’abuso infantile, come fattore eziopatogenetico ambientale del DBP non è immune da critiche, soprattutto riguardo alla specificità del rapporto che intercorre tra abuso e genesi delle personalità borderline. Non tutti i soggetti con DBP hanno subito abusi infantili e non tutti i bambini che hanno subito abuso sono divenuti, da adulti, soggetti borderline. Abuso è un termine troppo aspecifico che può includere esperienze traumatiche molto diverse, per tipo, durata ed intensità soggettiva dell’esperienza. Inoltre, gli eventi traumatici hanno diversa risonanza affettiva, in soggetti diversi ed in contesti diversi (25, 131, 137). L’episodica violenza subita da un bambino o da un adolescente, può essere meno destruente dell’ambiente affettivo-relazionale in cui queste violenze vengono perpetrate, avvelenato da abuso di alcol e droghe, trasgressioni, violenze ripetute, inversione del ruolo genitore-figlio, trasformazione di una figura familiare protettiva in una fonte di pericolo e di allarme, relazioni affettive e sessuali caotiche. In questi contesti familiari disturbati e disturbanti, l’interiorità del bambino che ha subito violenza viene irrimediabilmente segnata. Non esistono più relazioni interpersonali sicure, né figure di riferimento e rifugio. Non si può fuggire ai propri pensieri ed ai propri sogni, che ripropongono continuamente, nella mente del bambino la scena della violenza, tutte le sue conseguenze reali o immaginarie, il senso di colpa, la confusione, l’autoaccusa, la vergogna, il senso di indegnità, l’autocondanna.
L’abuso infantile o adolescenziale può non essere episodico, ma protrarsi per tempi ed in ambiti diversi. L’abuso può, quindi, influire sia sullo sviluppo di personalità, sia sull’insorgere di sintomi specifici. L’ipotesi dell’abuso è suggestiva soprattutto perché correla gli eventi infantili con i sintomi e la personalità adulta. Uno degli effetti dell’esposizione ad eventi stressanti, singolo o ripetuti, significativi per l’individuo può essere rappresentato dalle esperienze simil-psicotiche transitorie, legate allo stress. Ciò si correla alle alterazioni cognitive e alle esperienze dissociative dei pazienti borderline, con qualche affinità con la sindrome post-traumatica da stress.
Il problema della specificità resta in ogni caso ancora aperto. Non tutti i bambini violentati divengono poi borderline. L’abuso infantile associarsi anche ad altri quadri psicopatologici. Alcuni studi hanno mostrato che una percentuale variabile tra il 25 % ed il 50% delle pazienti affette da patologia psichiatrica ha subito violenza sessuale o fisica in età infantile e/o adolescenziale (138-148). L’abuso in se stesso, senza qualifiche ulteriori, non è sufficiente a giustificare l’insorgere specificamente di un disturbo borderline.
Sarebbe, perciò, necessario studiare il rapporto esistente tra le caratteristiche del trauma (tipo, intensità, frequenza, età d’inizio e durata degli abusi, rapporti con la figura specifica del responsabile dell’abuso) con specifici quadri clinici psicopatologici (134,135,137,149).
A prescindere da questioni nosografiche è probabile che tutti o quasi i bambini vittime di abusi che hanno superato una specifica e, forse, individuale soglia di violenza, coercizione, intrusività e durata, sviluppino impulsività, comportamenti autolesivi, instabilità nelle relazioni affettive, labilità di umore, episodi dissociativi post-traumatici e problemi di identità.
D’altro canto non tutti i bambini che hanno subito violenza sviluppano necessariamente un disturbo psichiatrico clinicamente rilevante o un disturbo borderline di personalità. Tali soggetti sono meno vulnerabili allo stress, in pratica con migliori capacità d’adattamento e migliori capacità di recupero dopo eventi traumatici. I meccanismi che possono svolgere tali funzioni potrebbero avere base genetica, ma esprimersi anche nella capacità di stabilire una relazione con un’altra persona, che ha fornito un sostegno, un attaccamento ed un accadimento sufficiente a compensare la violenza e l’abbandono subito.
In tal senso, nella ricerca delle basi ezio-patogenetiche della personalità borderline può essere necessario prendere nella giusta considerazione il rapporto reciproco esistente tra basi biologiche del comportamento e fattori esperienziali.
Il problema metodologico principale con cui bisogna confrontarsi in questo tipo di ricerca è quello della falsificazione retrospettiva.
Le tracce mnesiche subiscono vari gradi di distorsione. I pazienti borderline tendono a idealizzare e a svalutare le figure sociali principali di riferimento. L’esperienza pratica con questi pazienti insegna che spesso le loro critiche ed i loro rancori, comprese quelle rivolte al terapeuta, sono ingiustificate e distorte. Qual è il grado d’attendibilità di questi pazienti nella rievocazione d’eventi, emotivamente significativi, ma avvenuti 20 o 30 anni prima? Probabilmente molti pazienti borderline non hanno trascorso un’infanzia terribile con i loro genitori, anche se la descrivono soggettivamente come tale. Le distorsioni mnesiche diventano perciò estremamente rilevanti.
I limiti metodologici succitati, circa la ricerca dei fattori eziopatogenetici ambientali, sottesi all’insorgere di una personalità borderline, sono presenti, evidenti e rilevanti negli studi psicoanalitici.
Le varie teorie psicoanalitiche proposte da Kernberg (150-155), Masterson (136), Rinsley (156), e Adler (157) ipotizzano gravi disturbi dello sviluppo, prevalenti nella fase (18-30 mesi d’età) di separazione-individuazione.
In sintesi, la psicopatologia della madre non permetterebbe, secondo queste interpretazioni, una sana separazione / individuazione e non permetterebbe lo sviluppo di un’introiezione autoconsolatoria. In conseguenza di ciò, le componenti libidiche e aggressive delle rappresentazioni del sé e dell’oggetto non verrebbero integrate. Le emozioni negative, in quest’ottica, non possono essere tollerate. Ne deriverebbe un fragile senso d’identità e il persistere di difese primitive (scissione e identificazione proiettiva) nella vita adulta.
Purtroppo non è mai stata portata alcuna prova sperimentale e scientifica a sostegno di tali complesse interpretazioni psicoanalitiche. Nessuno ha mai dimostrato che i pazienti borderline hanno effettivamente avuto una problematica fase di separazione-individuazione, né che tale gruppo di pazienti n’abbia avuto in maniera significativamente diversa rispetto ai pazienti con altri problemi psichiatrici. Nessuno ha mai dimostrato scientificamente che le difficoltà incontrate a 18-30 mesi d’età sono stati più rilevanti nella genesi del disturbo borderline rispetto a esperienze stressanti successive. Il paradosso, in questo tipo di studi, è rappresentato non dal fatto che le prove raccolte siano dubbie o contraddittorie, ma che non sia presentata né ricercata nessuna prova diversa dalla ricostruzione psicoanalitica di ricordi e rievocazioni anamnestiche del paziente adulto A tal proposito Gedo (158) scrive: “Quando ci si impegna a stabilire una serie di assunti teorici, l’uso potenziale dei dati osservabili si restringe a un esercizio paragonabile all’indossare vestiti ‘pret a porter’ con l’idea che siano fatti su misura”.
Sulle cause sociali e culturali della condizione borderline molto è stato detto, sebbene, ancora una volta, poco è stato dimostrato scientificamente rispetto alla specificità dell’eventuale rapporto causale. Le nuove condizioni sociali che riducono e conflittualizzano i rapporti tra genitori e figli, la perdita di coesione durata dell’istituto familiare e delle altre istanze sociali, più stabili e rassicuranti in epoche e società diverse da quella occidentale moderna, non possono essere chiamate semplicisticamente a giustificare l’insorgere del DBP. L’apparente aumento del numero di soggetti con personalità borderline può, però, dipendere dalla perdita delle capacità familiari di contenimento ed integrazione dei sintomi che costituiscono il quadro borderline. L’odierna perdita di senso dei valori sociali e del valore sociale dell’individuo è un dato di facile constatazione. Tuttavia, forse da sempre, ogni generazione ha guardato alla generazione successiva come fonte di deterioramento dei valori tradizionali. Sebbene le condizioni sociali non sono cause specifiche dello sviluppo del DBP, la perdita dei valori sociali fondanti è, contemporaneamente, causa ed effetto dell’instabilità delle famiglie, della perdita di un solido e condiviso senso morale e della inconsapevole legittimazione dell’egoismo. Tali condizioni possono predisporre la nostra gioventù a sintomi e comportamenti di tipo borderline (159-162).
Il DBP resta storicamente figlio della cosiddetta “schizofrenia pseudonevrotica” (52), così definita per inquadrare nosograficamente quei pazienti “difficili”, che durante la psicoterapia peggioravano (163-164). Parte della popolazione borderline è stata inquadrata, in questa categoria diagnostica, quindi, sulla base degli strumenti terapeutici dei clinici. Non va sottovalutata, in questa prospettiva una componente iatrogena, ma non un fattore eziologico propriamente detto, nella genesi del fenomeno borderline.
Sulla base dei dati anamnestici e d’evoluzione clinica del DBP possono essere distinguibili due principali sottogruppi di soggetti con personalità borderline: I. coloro che hanno subito abusi nell’infanzia e nell’adolescenza, affetti da una sorta di disturbo post-traumatico da stress cronico, con particolari aspetti temperamentali e caratteriali; II. coloro che presentano un rapporto stretto tra disturbi del tono dell’umore e sintomi borderline nell’adolescenza e nella prima parte dell’età adulta e che normalmente presentano una sintomatologia in regressione entro la quarta decade di vita. Tutti i fattori ambientali incidono, comunque, su esseri umani, frutto di una lunghissima e complessa evoluzione biologica. Va sempre considerato, perciò, con attenzione il ruolo svolto dalla neuro-biologia nella patogenesi dei sintomi, in ogni soggetto affetto da personalità borderline, come in ogni altra condizione psicopatologica (165-174).

CONCLUSIONI
In conclusione si può ipotizzare l’esistenza di quattro possibili modelli ezio-patogenetici per il disturbo borderline di personalità.
I. Un danno cerebrale, prevalente a livello della regione orbito-limbico-frontale, potrebbe causare un disturbo del controllo degli impulsi, instabilità emotiva ed affettiva, disfunzioni cognitive specifiche ed una vulnerabilità allo scompenso psicotico. La condizione neuro-biologica predisponente potrebbe dipendere da danni anatomo-funzionali (175), disfunzioni cognitive ed iperattività limbica, con o senza crisi epilettiche (64), oppure ad alterazioni neuro-chimiche monoaminiche, coinvolgenti il tono serotoninergico e dopaminergico cerebrale (176). La sintomatologia clinica, sociale e interpersonale, verrebbe, comunque, modulata, successivamente, da fattori sociali, educativi e traumatici (177-187).
II. I pazienti con DBP potrebbero convivere nella loro infanzia con altri membri della famiglia, spesso i genitori stessi, con il medesimo disturbo. Ciò esporrebbe i pazienti a comportamenti disturbanti quali l’abuso di sostanze, l’instabilità delle figure genitoriali, la conflittualità espressa tra genitori, nonché episodi di ‘abuso fisico e/o sessuale. Comportamenti di questo genere possono alterare persistentemente lo sviluppo psico-sessuale normale ed indurre modelli comportamentali disfunzionali attraverso l’apprendimento per imitazione. L’insorgere di una personalità borderline potrebbe conseguire, in tale prospettiva ad un disturbo dello sviluppo del paziente per esposizione a comportamenti aggressivi, messi in atto da membri della famiglia, con analogo disturbo dello sviluppo. Paradossalmente, lo sviluppo di tale disturbo di personalità potrebbe essere adattivo al contesto familiare in cui il paziente è vissuto in età infantile e adolescenziale.
III. Il disturbo borderline di personalità è da considerarsi alla stregua di un disturbo di controllo degli impulsi, con aspetti di predisposizione genetica. Lo scarso controllo degli impulsi faciliterebbe il rischio di danni cerebrali, traumatici o da abuso di sostanze, che, a loro volta, possono peggiorare il preesistente disturbo di controllo degli impulsi (188) con conseguenti e secondari deficit cognitivi. In alcuni pazienti, la disfunzione cerebrale potrebbe non dipendere da un precedente disturbo del controllo degli impulsi, svolgendo, in questa sottopopolazione di pazienti con DBP il ruolo di causa principale ed organica dell’impulsività. I comportamenti impulsivi e gli aspetti cognitivi connessi, in assenza di capacità d’autocontrollo e modulazione nei rapporti interpersonali, indurrebbero ripetuti fallimenti nelle relazioni affettive e sociali, associandosi in seguito, a depressione, rabbia ed episodi dissociativi.
IV. La strutturazione evolutiva della personalità potrebbe necessitare di un livello minimo di funzionamento cognitivo, e quindi, di un livello minimo di integrità funzionale del SNC. Qualsiasi fattore esogeno o endogeno sufficiente ad indurre danni cognitivi, superiori a questo livello minimo di funzionamento, potrebbe indurre lo sviluppo di una personalità borderline. Infatti, i danni cerebrali, in soggetti con precedenti elevati livelli di funzionamento, influiscono poco sui comportamenti e sulla strutturazione di personalità rispetto a quanto gli stessi insulti cerebrali possano influire nel caso di individui in età evolutiva e con minori capacità cognitive. Una predisposizione genetica, la contemporanea presenza di un disturbo affettivo o di una vulnerabilità psicotica, ma anche le conseguenze di un’esperienza traumatica, episodica o ripetuta nel tempo, potrebbero condurre allo sviluppo di una personalità borderline (189-198).
Tali ipotesi interpretative possono non essere reciprocamente alternative. Si può, cioè, ipotizzare che sussistano nel singolo paziente diversi fattori neuro-biologici di predisposizione e diversi fattori ambientali, educativi e traumatici, che abbiano svolto un loro specifico ruolo nella genesi del disturbo di personalità. Razionalmente, non tutti i pazienti con lo stesso disturbo “finale” di personalità devono, perciò, necessariamente presentare una sequenza rigida di fattori predisponenti, causali o concausali rispetto allo sviluppo psicopatologico (199-201). La condizione di personalità borderline potrebbe essere, perciò, generata da fattori diversi in soggetti diversi, sebbene i principali fattori patogenetici, implicati in questo sviluppo psicopatologico, possano essere riconosciuti tra quelli trattati in questa breve rassegna.
Un’interpretazione causale lineare è semplicistica e riduttiva nelle scienze fisiche, alla luce delle più moderne teorizzazioni scientifiche, che trattano, ormai, di causalità circolare. In medicina ed ancor più in psichiatria la ricerca di una causalità rigidamente lineare risulta, nei fatti, anacronistica e lontana dalla realtà clinica.
Tali considerazioni conclusive risultano essere gravide di conseguenze cliniche sia sul piano diagnostico sia sul piano terapeutico. Ulteriori sforzi vanno riservati alla valutazione obiettiva dei risultati terapeutici ottenuti con l’applicazione di strumenti di intervento sia psicoterapeutici sia farmacologici, in una ottica ampia di tipo bio-psico-sociale (202-210).

Il termine “Borderline” è nato nei primi del novecento (Huges, 1884; Rosse, 1890) per indicare alcuni pazienti la cui patologia non era classificabile né come nevrosi (i conflitti e i problemi quotidiani condivisi dalla maggior parte delle persone), né come psicosi (i disturbi mentali più gravi, come la schizofrenia), pur presentando sintomi comuni ad entrambe le condizioni.

Il termine Borderline, infatti, significa “limite” o “linea di confine”, e indica la principale caratteristica del disturbo: come una persona che cammina su una linea di confine tenderà a sconfinare in due differenti territori, così il paziente affetto da Disturbo di Personalità Borderline oscilla tra normalità e follia, senza vie di mezzo.

A partire da questa iniziale definizione, ormai in larga parte abbandonata, Zanarini e Gunderson nel 1990 basandosi soprattutto su criteri diagnostici descrittivi individuarono i seguenti tratti distintivi del disturbo borderline: tendenza a perdere il contatto con la realtà; automutilazioni (tagli, bruciature); tentativi di suicidio; paura di essere abbandonati; intenso bisogno e ricerca dell’altro alternato a comportamenti apparentemente  arroganti e sprezzanti.

I pazienti Borderline spesso alternano periodi di relativa normalità, in cui si mostrano sufficientemente equilibrati, a periodi in cui il funzionamento psichico appare fortemente compromesso, con violente crisi di rabbia, tentativi di suicidio, paranoia.

Il disturbo borderline di personalità è una entità diagnostica molto controversa. Talvolta non viene neanche riconosciuto come un disturbo specifico, ma come una classificazione in cui inserire tutti quei casi non meglio diagnosticabili in altro modo. In realtà il disturbo borderline presenta delle caratteristiche specifiche piuttosto ben riconoscibili.
E’ fondamentalmente un disturbo della relazione, che impedisce al soggetto di stabilire rapporti di amicizia, affetto o amore stabili nel tempo. Si tratta di persone che trascorrono delle vite in uno stato di estrema confusione ed i cui rapporti sono destinati a fallire o risultano emotivamente distruttivi per gli altri. Le persone affette da questo disturbo  trascinano altri, parenti e partner in un vortice di emotività,  dal quale spesso è difficile uscire, se non con l’aiuto di un esperto. Questi soggetti, infatti, sperimentano emozioni devastanti e le manifestano in modo eclatante, drammatizzano ed esagerano molti aspetti della loro vita o i loro sentimenti, proiettano le loro inadempienze sugli altri, sembrano vittime degli altri quando ne sono spesso i carnefici e si comportano in modo diverso nel giro di qualche minuto o ora.
Il disturbo borderline è stato spesso associato a eventi traumatici subiti nell’infanzia, quali abusi sessuali o fisici, ma non è detto che ciò sia sempre vero.
L’aspetto più evidente e preoccupante del disturbo borderline è che presenta sintomi potenzialmente dannosi per il soggetto (abbuffate, uso e abuso di sostanze, guida spericolata, sessualità promiscua, condotte antisociali, tentativi di suicidio, ecc.) e si associa a scoppi improvvisi di rabbia intensi.
Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quarta edizione (APA, 1994) il disturbo borderline è caratterizzato da:

Una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore ed una marcata impulsività, comparse nella prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:
1) sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono.
2) un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione.
3) alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili.
4) impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto come ad esempio spendere eccessivamente, promiscuità sessuale, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate, ecc.
5) ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari, o comportamento automutilante.
6) instabilità affettiva dovuta ad una marcata reattività dell’umore (per es., episodica intensa disforia, irritabilità o ansia, che di solito durano poche ore, e soltanto raramente più di pochi giorni).
7) sentimenti cronici di vuoto.
8) rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia (per es., frequenti accessi di ira o rabbia costante, ricorrenti scontri fisici).
9) ideazione paranoide, o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress.

I Disturbi del Comportamento Alimentare maggiormente diffusi e studiati sono l’Anoressia Nervosa e la Bulimia Nervosa. Essi sono frequenti tra i pazienti Borderline (soprattutto tra le donne) probabilmente a causa della funzione assunta dal disturbo alimentare nella gestione delle emozioni: astenersi dal cibo, abbuffarsi, o vomitare sono strategie spesso utilizzate dal Borderline per distrarsi o contenere le emozioni dolorose. Caratteristica comune ad entrambi i disturbi è la presenza di una distorsione nella percezione del peso corporeo e della propria immagine; la variante più grave di quest’ultima caratteristica viene definita Disturbo di Dismorfismo Corporeo o “Dismorfofobia”, e comporta eccessiva preoccupazione per una caratteristica fisica, immaginata o esagerata (spesso seno, cosce, fianchi per le donne e torace, addome, genitali, capelli per gli uomini).

LA DIAGNOSI DEL DISTURBO DI PERSONALITA’ BORDERLINE

Il manuale dei disturbi mentali (DSM-IV, APA, 1994) definisce i tratti di personalità come “modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi”.

Questi tratti, normalmente flessibili e adattabili, in soggetti affetti da Disturbo di Personalità sono caratterizzati da rigidità e difficoltà di adattamento a contesti diversi.

Lo strumento diagnostico più affidabile per la valutazione dei tratti della personalità, e della loro possibile variante patologica, è indubbiamente l’intervista diagnostica SCID-II (Structured Clinical Interwiew For DSM-IV Axis II). Questa intervista semi-strutturata, che si basa direttamente sui criteri del DSM-IV, si sviluppa attraverso uno o più colloqui clinici approfonditi, con valutatore esperto (per una durata massima di 2 – 3 ore), atti a valutare l’eventuale presenza di un disturbo della personalità, o anche solo di alcuni tratti di personalità patologici. Questo procedimento diagnostico viene definito categoriale, comportando come prodotto finale l’inserimento, o il non inserimento, del paziente in una categoria diagnostica (ad es. il Disturbo Borderline).

Westen e Shedler hanno cercato di risolvere alcune criticità della SCID-II creando uno strumento denominato SWAP-200 (Shedler Westen Assessment Procedure). La diagnosi in questo caso avviene attraverso la compilazione 200 descrittori da parte del clinico (non è richiesta la presenza del paziente), che deve comunque possedere una conoscenza approfondita, sia dello strumento, sia del paziente in oggetto (dovrebbe aver sostenuto almeno 3-4 colloqui clinici). Il test offre un risultato sia categoriale, sia dimensionale, rispetto alle categorie diagnostiche standard del DSM-IV, e alle categorie identificate dagli autori come significative, solo parzialmente sovrapponibili alle precedenti; ciò si traduce nella possibilità di osservare anche minime sfumature patologiche, così come potenziali risorse cui fare appello.

Esistono anche dei protocolli diagnostici specifici per il Disturbo Borderline di Personalità, ma la loro specificità potrebbe determinare una perdita di materiale importante rispetto ad altri disturbi “limitrofi”, quindi vengono utilizzati maggiormente in contesti dui ricerca, piuttosto che clinici.

Più nel dettaglio, il Disturbo di Personalità Borderline è caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, instabilità dell’immagine di sé e degli affetti, e impulsività.

I pazienti con Disturbo Borderline spesso vivono nel timore dell’abbandono e compiono sforzi disperati per evitarlo: anche nel caso di separazioni di breve durata reagiscono con rabbia e disperazione.

Le relazioni con gli altri nel Disturbo Borderline sono instabili ed intense, caratterizzate da iniziale idealizzazione, che li induce a desiderare una vicinanza ed intimità totali e incondizionate anche con persone appena conosciute, ma che spesso si tramuta rapidamente in svalutazione di fronte alla sensazione che questi non si dedichino completamente a loro.

I soggetti Borderline attuano frequenti cambiamenti d’obiettivo, di valori, d’aspirazioni riguardanti carriera, identità sessuale, amicizie. Manifestano impulsività in differenti aree potenzialmente dannose per il sé: spese eccessive, sessualità, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate alimentari.

Frequenti sono anche i comportamenti autolesivi, come il procurarsi volontariamente tagli e bruciature, e i tentativi di suicidio, che giungono a compimento nell’8-10% dei casi. I soggetti con Disturbo Borderline sembrano trarre sollievo dalle emozioni violente generate dai comportamenti autolesivi poiché ristabiliscono la capacità di provare sensazioni e di percepirsi come vivi e reali (utilizzando il dolore fisico come un’automedicazione, come un modo per annullare i sintomi dissociativi di derealizzazione e depersonalizzazione), ma vengono anche considerate come una giusta punizione per la propria inadeguatezza.

L’umore è spesso incontrollabile e passa rapidamente da tristezza, ad ansia, a irritabilità, a manifestazioni di rabbia intensa e inappropriata, espressa con frasi sarcastiche, esplosioni verbali o vere e proprie aggressioni. Queste reazioni violente vengono scatenate in particolar modo dalla sensazione di essere abbandonati e vengono seguite da sentimenti di vergogna e di colpa.

Talvolta pazienti con Disturbo Borderline si dichiarano afflitti da sentimenti cronici di vuoto, noia, necessità di intraprendere una qualsiasi attività, ma che non riescono ad incanalare verso una precisa direzione.

Durante periodi di intenso stress possono comparire aspetti bizzari (percepirsi come se osservassero dall’esterno il proprio corpo o i propri processi mentali; sensazione che la realtà intorno a sé sia strana, artefatta).

I Disturbi della Personalità

Il Disturbo Antisociale è caratterizzato da inosservanza e violazione dei diritti altrui. Gli individui affetti da questo disturbo (tradizionalmente definiti “psicopatici” o “sociopatici”) sembrano incapaci di adeguarsi alle norme sociali e di vivere nella legalità. Sono spesso disonesti e manipolativi, non curanti di diritti, sentimenti o desideri delle persone che li circondano, che non esitano a truffare e manipolare, mentendo e assumendo false identità per ottenere profitto o piacere personale.

Il Disturbo Istrionico è caratterizzato da emotività eccessiva e ricerca d’attenzione. Questi individui tendono ad attrarre l’attenzione su di sé, affascinando inizialmente per l’entusiasmo, l’apertura e la seduttività, qualità che tendono a passare in secondo piano con il progredire della conoscenza e l’avanzare di richieste d’attenzione sempre più pressanti e adesive. Essi si dimostrano spesso sessualmente provocanti o seduttivi anche nei confronti di persone dalle quali non si sentono attratti e in contesti decisamente inappropriati, come il luogo di lavoro. L’emotività è mutevole e scarsamente prevedibile, caratterizzata da continui sbalzi che vanno dai toni più elevati e quasi maniacali, alla più cupa depressione.

Il Disturbo Narcisistico è caratterizzato da grandiosità, bisogno di ammirazione e marcata carenza di empatia. Questi soggetti sono caratterizzati da un senso grandioso di autostima che li porta a sopravvalutare le proprie capacità, apparendo spesso presuntuosi e vanesi, e che contemporaneamente li induce a svalutare i meriti altrui. L’illimitata autostima che li caratterizza rivela la sua inconsistenza nelle continue preoccupazioni riguardanti il giudizio altrui e nel continuo bisogno di ammirazione, che li induce ad attrarre il più possibile l’attenzione degli altri sul proprio comportamento.

Il Disturbo Borderline è caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e degli affetti, e da marcata impulsività.

La Personalità Borderline

I pazienti con tale disturbo di personalità sono al limite tra la nevrosi e la psicosi e sono caratterizzati da una straordinaria instabilità dell’affettività, dell’umore, del comportamento, delle relazioni con gli oggetti e dell’immagine del sé. Il disturbo è stato anche definito schizofrenia deambulatoria, personalità come-se (termine coniato da Helene Deutsch ), schizofrenia pseudonevrotica (descritta da Paul Hoch e Phillip Politan). Nell’ICD-10 è definito disturbo di personalità emotivamente instabile.
(Leggi anche la pagina del sito sui Disturbi della Personalità)

Caratteristiche cliniche: i pazienti appaiono quasi sempre in stato di crisi. Sono comuni rapide modificazioni dell’umore. I soggetti possono essere polemici in un momento e depressi subito dopo e lamentarsi di non avere sentimenti in un altro momento. Possono manifestare brevi episodi psicotici piuttosto che conclamate fratture psicotiche; i sintomi psicotici sono quasi sempre circoscritti, fugaci o dubbi. Il comportamento dei pazienti con disturbo borderline di personalità è assolutamente imprevedibile; di conseguenza, raramente essi realizzano in pieno le loro capacità. La natura tormentata della loro vita si riflette in ripetuti atti autodistruttivi. Possono procurarsi automutilazioni per sollecitare aiuto dagli altri, per esprimere rabbia o per cercare di attutire sentimenti soverchianti.

Poiché si sentono sia dipendenti sia ostili, i soggetti con disturbo borderline di personalità hanno relazioni interpersonali tumultuose. Possono essere dipendenti dalle persone cui sono legati ed esprimere un’enorme rabbia nei confronti dei loro amici quando vengono frustrati. Tuttavia, non riescono a tollerare la solitudine e preferiscono una frenetica ricerca di compagnia, indipendentemente da quanto possa essere insoddisfacente, al rimanere da soli. Per alleviare la solitudine, anche se solo per brevi periodi, accettano l’amicizia di persone estranee o hanno comportamenti promiscui. Spesso lamentano una cronica sensazione di vuoto e di noia e la mancanza di un senso coerente di identità (diffusione dell’identità); quando sono sottoposti a pressione, spesso si lamentano di quanto si sentono depressi per la maggior parte del tempo, malgrado il fermento degli altri affetti.

Funzionalmente, gli individui affetti dal disturbo borderline distorcono le loro relazioni classificando ogni persona in una categoria, completamente buono o completamente cattivo. Vedono gli altri come figure protettive, cui legarsi strettamente, oppure come persone odiose e sadiche, che li deprivano dei bisogni di sicurezza e minacciano di abbandonarli ogni volta che si sentono dipendenti. Come conseguenza di questa scissione, le persone buone vengono idealizzate e quelle cattive svalutate. Alcuni medici usano i concetti di panfobia, panansia, panambivalenza per delineare le caratteristiche dei pazienti con disturbo borderline di personalità.

Diagnosi differenziale:

la differenziazione dalla schizofrenia viene fatta sulla base del fatto che i pazienti borderline non hanno episodi psicotici prolungati, disturbi del pensiero o altri classici segni schizofrenici.

I soggetti con disturbo schizotipico di personalità (vedi) presentano evidenti peculiarità di pensiero, stranezze nell’ideazione e ricorrenti idee di riferimento.

I pazienti con disturbo paranoide di personalità sono caratterizzati da estrema sospettosità, quelli con disturbo istrionico (vedi) e antisociale di personalità sono difficili da distinguere da quelli con disturbo borderline di personalità.

In generale, l’individuo affetto da patologia borderline presenta croniche sensazioni di vuoto ed episodi psicotici di breve durata; agisce impulsivamente ed è straordinariamente esigente nelle relazioni strette; può automutilarsi e tentare il suicidio a scopo manipolativo.

La condizione è piuttosto stabile, poiché i pazienti cambiano poco nel tempo. Gli studi longitudinali non mostrano una progressione verso la schizofrenia, ma i pazienti hanno un’elevata incidenza di episodi di disturbo depressivo maggiore. La diagnosi viene di solito fatta prima dell’età di 40 anni, quando i soggetti stanno tentando di fare scelte lavorative, coniugali e di altro tipo e non sono in grado di affrontare i normali stadi del ciclo della vita.

Psicoterapia.

La psicoterapia della personalità borderline è oggetto di estesi studi e viene considerata il trattamento di scelta. Recentemente, per migliorare i risultati, al regime terapeutico è stata aggiunta la farmacoterapia.

La psicoterapia è difficile per i pazienti, ma anche per il terapista. Nei soggetti borderline si verifica facilmente una regressione; costoro mettono in atto i loro impulsi e dimostrano transfert positivi o negativi labili, che sono difficili da analizzare. L’identificazione proiettiva può anche causare problemi di controtransfert, se il terapista non è consapevole del fatto che il paziente sta tentando inconsciamente di costringerlo a manifestare un certo tipo di trattamento. Il meccanismo di difesa della scissione fa si che l’individuo alternativamente odi e ami il terapista e le altre persone del suo ambiente. Un approccio orientato alla realtà è più efficace di un’interpretazione in profondità dell’inconscio.

DISTURBI DI PERSONALITA’

I disturbi di personalità non sono caratterizzati da specifici sintomi o sindromi, come ad esempio il disturbo ossessivo-compulsivo, la depressione o gli attacchi di panico, ma dalla presenza esasperata e rigida di alcune caratteristiche di personalità.
La personalità (o carattere) è stata definita in molti modi, ma si può dire che sia l’insieme delle caratteristiche, o tratti stabili, che rappresentano il modo con il quale ciascuno di noi risponde, interagisce, percepisce e pensa a ciò che gli accade.
Si può anche dire che la personalità sia il modo stabile che ciascuno di noi si è costruito, con le proprie esperienze ed a partire dal proprio temperamento innato, di rapportarsi con gli altri e con il mondo.
I tratti che la compongono rappresentano le caratteristiche del proprio stile di rapporto con gli altri: così esiste per esempio il tratto della dipendenza dagli altri, o della sospettosità, o della seduzione, oppure quello dell’amor proprio.
Normalmente questi tratti devono essere abbastanza flessibili a seconda delle circostanze: così in alcuni momenti sarà utile essere più dipendenti o passivi del solito, mentre in altri sarà più funzionale essere seducenti.
I disturbi della personalità sono caratterizzati dalla rigidità e dalla presentazione inflessibile di tali tratti, anche nelle situazioni meno opportune. Ad esempio, alcune persone tendono sempre a presentarsi in modo seducente indipendentemente dalla situazione nella quale si trovano, rendendo così difficile gestire la situazione; altre persone, invece, tendono ad essere sempre talmente dipendenti dagli altri che non riescono a prendere autonomamente proprie decisioni.
Solitamente tali tratti diventano così consueti e stabili che le persone stesse non si rendono conto di mettere in atto comportamenti rigidi e inadeguati, da cui derivano le reazioni negative degli altri nei loro confronti, ma si sentono sempre le vittime della situazione e alimentano il proprio disturbo.
Così, ad esempio, una persona che presenta un disturbo paranoide di personalità, non capisce che, con il suo comportamento sospettoso, non dà fiducia agli altri, e si “tira addosso” fregature e reazioni aggressive, confermandosi l’idea che non ci si può fidare di nessuno.
I disturbi di personalità sono stati classificati, secondo la più diffusa classificazione psicopatologica, in tre categorie:

Disturbi caratterizzati dal comportamento bizzarro:
Disturbo paranoide di personalità: chi ne soffre tende ad interpretare il comportamento degli altri come malevolo, comportandosi così sempre in modo sospettoso.
Disturbo schizoide di personalità: chi ne soffre non è interessato al contatto con gli altri, preferendo uno stile di vita riservato e distaccato dagli altri.
Disturbo schizotipico di personalità: solitamente è presentato da persone eccentriche nel comportamento, che hanno scarso contatto con la realtà e tendono a dare un’assoluta rilevanza e certezza ad alcune intuizioni magiche.

Disturbi caratterizzati da un’alta emotività:
Disturbo borderline di personalità: solitamente chi ne soffre presenta una marcata impulsività ed una forte instabilità sia nelle relazioni interpersonali sia nell’idea che ha di sé stesso, oscillando tra posizioni estreme in molti campi della propria vita.
Disturbo istrionico di personalità: chi ne soffre tende a ricercare l’attenzione degli altri, ad essere sempre seduttivo e a manifestare in modo marcato e teatrale le proprie emozioni.
Disturbo narcisistico di personalità: chi ne soffre tende a sentirsi il migliore di tutti, a ricercare l’ammirazione degli altri e a pensare che tutto gli sia dovuto, data l’importanza che si attribuisce.
Disturbo antisociale di personalità: chi ne soffre è una persona che non rispetta in alcun modo le leggi, tende a violare i diritti degli altri, non prova senso di colpa per i crimini commessi.

Disturbi caratterizzati da una forte ansietà:
Disturbo evitante di personalità: chi ne soffre tende a evitare in modo assoluto le situazioni sociali per la paura dei giudizi negativi degli altri, presentando quindi una marcata timidezza.
Disturbo dipendente di personalità: chi ne soffre presenta un marcato bisogno di essere accudito e seguito da parte degli altri, delegando quindi tutte le proprie decisioni.
Disturbo ossessivo compulsivo di personalità: chi ne soffre presenta una marcata tendenza al perfezionismo ed alla precisione, una forte preoccupazione per l’ordine e per il controllo di ciò che accade.

Ecco un omaggio al Blues, la Musica che mi sta facendo rinascere…

Il Blues intorno a me…”Questa è una storia blues. Il Blues è una musica semplice ed io sono un uomo semplice. Il Blues non è una scienza, non può essere analizzato come la matematica. Il Blues è un mistero, ed i misteri non sono mai semplici come sembrano” (B.B. King)

David Ritz, già scrittore e collaboratore di famose biografie come quelle su Marvin Gaye, Ray Charles e Etta James, segue per più di un anno la B.B.King’s Band nei suoi tour. B.B. King dedica parte del suo tempo allo scrittore, conversando sulla propria vita e dai racconti che riempiono i lunghi pomeriggi dedicati agli spostamenti da una città all’altra, dove il celebre bluesman si esibisce la sera, viene estratto questo appassionante libro. Questa autobiografia non è solamente una descrizione della vita di un grande musicista, ma una serie di ricordi del cuore di un uomo, le cui vicissitudini hanno ruotato, nel bene e nel male, costantemente per ormai 78 anni attorno al blues. B.B. King si è messo sulla strada nel 1951, e da allora non si è più fermato. Vivere di musica ha un suo prezzo, a volte anche molto caro, e B (è così che lo chiamano gli amici) per cantare il suo blues ha dovuto sacrificare gran parte dei suoi affetti, affrontare momenti difficili, ma in suo aiuto c’è sempre stato l’amore per la musica e per la sua chitarra, “mi piace considerare la mia chitarra come una donna, per rilassarmi, mi siedo assieme a Lucille, la prendo tra le mie braccia e aspetto finché un’allegra combinazione di note non esce dalla sua bocca e mi fa sentire un gran calore dentro”. 

Il blues non richiede grande tecnica esecutiva e neppure un egocentrico sex-appeal tipico di altri generi musicali, ma pretende solo tantissima sincerità, perché mette a nudo la propria anima per comunicare emozioni a chi ascolta ed è così che B.B. King parla di sé in questo libro: non ci sono trucchi, non c’è un personaggio da recitare o un mito da celebrare, bensì ricordi di un’infanzia finita troppo presto, la sopravvivenza nelle piantagioni di un Sud spietatamente segregazionista, un amore viscerale per sua madre e per tutte le donne della sua vita.Il racconto non segue sempre un ordine cronologico, ma rimbalza da un emozione all’altra; sentimenti rimasti evidentemente indelebili nella memoria di B.B. King, in altre parole è il cuore (così come nella sua musica) che ha la meglio nel guidare il nostro eroe nel ricordo dei momenti più significativi della sua vita. E’ su questa sottile linea rossa che racconta le proprie avventure a volte con amarezza, a volte con incredibile dolcezza, ma sempre con una disarmante voglia di andare avanti, di superare le avversità guardando al futuro, di sorridere con dignità alla vita, sia nella cattiva che nella buona sorte osservando il mondo sempre attraverso gli occhi di quel semplice ragazzotto di campagna, orgoglioso di andare a guidare per tutto il giorno il trattore nei candidi campi di cotone del Mississipi.

Se si sta cercando di capire cos’è il blues, non solo come genere musicale, ma anche come modo di vivere, nella ricerca dell’essenziale, della semplicità, dell’emozione profonda dell’animo umano, chi meglio di colui che ha contribuito più di tutti a far conoscere al mondo questo affascinante universo musicale, può raccontarci attraverso la sua vita di che cosa stiamo parlando. “Considero ogni concerto come una specie di test, voglio che il pubblico si senta  a casa propria; però, posso far sentire al pubblico che siamo tutti parte di una stessa famiglia? Posso far capire al pubblico quanto amo il blues? Posso fargli capire che il blues ama il proprio pubblico? Se la risposta è sì, ho fatto il mio lavoro; altrimenti, la sera dopo ci riprovo, magari sforzandomi un po’ di più”.

Una chitarra come una donna, da coccolare, vezzeggiare, rispettare, amare. Perché è una compagna di vita, una presenza più che uno strumento, qualcosa a cui aggrapparsi nei momenti difficili. BB King, re del blues, nella sua lunga vita ("è sulla strada dal 1958 e non ha ancora smesso" avverte il risvolto di copertina) è stato forse più fedele alla sua chitarra Lucille che alle proprie donne. E lo ammette senza riserve, in questa autobiografia sincera, raccontata con linguaggio semplice e diretto, che a tratti sembra un romanzo di Faulkner o Caldwell. Si comincia nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti, a Indianola, Mississippi dove scoppia la "vocazione" di BB (per gli amici solo B): "ruppi un trattore e allora capii che non era quello il mio lavoro", per passare attraverso gli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, Ottanta e Novanta. BB King ha rappresentato una straordinaria continuità del blues attraverso gli anni, riuscendo quasi sempre a conquistarsi il rispetto e l'ammirazione delle nuove generazioni di turno, ha vissuto le ondate del rock'n'roll, del soul, del beat, della musica psichedelica, del punk, del grunge e oggi della techno senza farsi mai travolgere, rimanendo fedele alla propria musica, anche se è stato spesso accusato dai puristi di annacquare il blues e dai progressisti del momento di essere solo un vecchio in ritardo sui tempi. E allora, come ha fatto a suonare con gente di estrazione diversa come Frank Sinatra, John Fogerty, Jeff Beck, Eric Clapton, i Crusaders, gli U2 (che lo hanno rivelato ai giovani dei tardi anni Ottanta con la sua splendida partecipazione a Rattle and Hum)?. Forse questo libro può aiutare a risolvere il dilemma.

Tratte da “Il Blues intorno a Me” L’ Autobiografia di B.B. King.
1-Miles Davis su B.B.:
“Ah, quel gran pezzo di m***a di B.B. King, quello sì che è in gamba.
Quel negraccio lo sa suonare per davvero, il Blues.”
2-Miles Davis aveva chiesto a Coltrane di abbreviare gli assolo, lui gli aveva risposto:
“Ci ho provato, ma continuano a venirmi in mente delle idee, e non so come fare per fermarmi.”
Al che Miles gli aveva detto:
“Perchè non provi a toglierti quel c***o di sassofono dalla bocca?

“Perhaps on some quiet night the tremor of far-off drums, sinking, swelling, a
tremor vast, faint; a sound weird, appealing, suggestive, and wild.”
Joseph Conrad, Heart Of Darkness.

1.1. LE FONTI DEL BLUES (Ps: Grazie Goio!!! Gran bella tesi!!!
Alcune delle affermazioni più interessanti al riguardo delle origini del blues provengono dai
rappresentanti della scena del blues che ebbero modo di illustrare non solo con la musica, ma
anche con preziose interviste, la loro opinione su che cosa sia il blues e da dove venga. E
sono proprio questi uomini e queste donne che il blues l’hanno vissuto e ne sono stati
protagonisti a venire incontro all’obbiettivo principale di questa tesi, dal momento che le loro
parole contengono in modo evidente e, possiamo dire, prepotente, quella appartenenza alla
terra che, del blues è probabilmente la componente più significativa e caratterizzante. Le
parole secche e semplici di questa gente costituiscono la testimonianza più interessante perché
rifuggono da facili tentazioni retoriche di cui spesso il blues è vittima (soprattutto fuori dagli
USA16) e vanno dritte al cuore del problema. A proposito delle origini musicali del blues e del
jazz esiste già una ricca bibliografia tecnica. Saranno qui riassunte le componenti principali
che contribuirono alla costituzione di un genere più o meno ben definito, chiamato blues.
Il blues come genere musicale a se stante nasce e si forma come unione e commistione di più
componenti nel corso di un periodo che va grossomodo dalla metà del XIX secolo fino agli
16 Almeno in Italia, dal momento che la cultura del blues, è un dato di fatto, non la si possiede, si cerca
spesso di ricostruirla in modo fittizio ed enfatico, facendo propri ma distorcendoli, quegli elementi reali e
costitutivi del blues stesso che troviamo nelle canzoni e nelle parole dei bluesmen. In altri termini ciò che
c’è di vero nel blues viene spesso utilizzato in modo acritico e usato con faciloneria nel tentativo costruire
un’identità che non si possiede e non si possiederà mai, con il risultato che nella scena blues nazionale si
assiste spesso ad una retorica che nasce appunto dallo sforzo per calarsi in un mondo che non può per sua
natura appartenerci. Le parole dei bluesmen vengono, anche se spesso in buona fede, spesso travisate e
decontestualizzate con il risultato di apporre al blues una maschera che non è sua. Si assiste a uno sforzo
continuo e snervante di arrivare al blues. Aveva visto bene Bob Dylan quando ebbe a dire, con un’ironia che
andava al nocciolo della questione, che le nuove generazioni (allora degli anni ’60) bianche cercavano di
immergersi nel blues, laddove i neri del Sud cercavano di scapparne (citato in MONGE L., I Got The Blues,
Arcana, Milano, 2008, p. 259). Il nero cerca di fuggire da una realtà, che è anche geografica, in cui è,
semplicemente, nato per accidente. L’appartenenza ad una realtà territoriale ben definita non è esportabile se
non a fatica e mai con i risultati desiderati: ancora oggi il blues continua ad appartenere ed ad essere
inscindibilmente legato a quella realtà e non ad un’altra. Lo scopo di questa tesi è anche ripulire il blues
della sua veste più romanticizzata ma che alla fine non gli appartiene, per giungere a osservarne e
considerarne l’armatura costitutiva e ritrovarne almeno in parte la vera natura e, nella fattispecie, la sua
natura di stampo marcatamente territoriale.
11
albori di quello scorso17, e spesso è difficile anche valutare quanto e in che misura una di
queste componenti sia responsabile del risultato finale.
Ciò che interessa maggiormente sono quelle composizioni direttamente legate al lavoro, e cioè
quell’insieme complesso, magmatico ma al tempo stesso ben definito di musiche e canti
(perché tecnicamente di canti si tratta) che prendono il nome generico work songs, hollers e
richiami. Si tratta di musiche che, a seconda della situazione, contribuivano ad accompagnare
il lavoro individuale nei campi piuttosto che nei cantieri ferroviari o nelle work-gangs, canti
che erano profondamente radicati con il tipo di lavoro e col territorio, sia naturale che
antropizzato. Questi canti o modulazioni vocali, sebbene riuniti sotto la generica
denominazione di “richiami” sono in realtà vari e diversi tra di loro e sono stati distinti in
precise tipologie. Abbiamo quindi la seguente suddivisione:
a) hollers, arwhoolie, che erano canti di lavoro individuali;
b) calls, ovverosia richiami veri e propri che dovendo trasmettere un significato erano
caratterizzati da una particolare cura nella modulazione; nei calls è compreso l’uso
dell’abbellimento noto come yodel;
c) cries, analoghi ai calls per la loro funzione comunicativa;
d) altre modulazioni riunite sotto i nomi i yells, groans, moans che, a seconda dei nomi,
esprimevano un diverso stato d’animo;
e) distinti e caratterizzati da una funzione specifica è la work-song.
La work song è tra le più antiche forme di canto in quanto, a differenza ad esempio degli
hollers, risalgono ai tempi della schiavitù, quando sussistevano le squadre di lavoro (work
gangs), sparite dopo l’emancipazione. Questa rese obsolete le grandi piantagioni di stampo
schiavista e la proprietà venne frammentata. La diretta conseguenza in senso musicale fu la
scomparsa della work-song a favore dei suddetti canti individuali, soprattutto gli hollers, che
meglio si confacevano alla nuova condizione. Naturalmente non è tutto così schematico e i
diversi tipi di canti dovettero sopravvivere spesso insieme, soprattutto i richiami veri e propri
che aveano un duplice ruolo: in primo luogo quello di tranquillizzare il sorvegliante sulla
propria presenza; dall’altro lato il call conteneva sovente modulazioni tali che lo rendeva un
vero e proprio messaggio in codice. Il grido, a seconda delle modulazioni, cambiava il
17 Vedi “tabella 1”
12
significato. Questo è un retaggio che si è soliti ricondurre all’Africa e ai cosiddetti linguaggi
tonali18, uniti all’uso della comunicazione a distanza tramite l’uso dei tamburi. In altre parole,
il call riprendeva da un lato il canto di lavoro che era già diffuso in Africa, e dall’altro aveva
subito una metamorfosi e si era adattato, data la mancanza di percussioni, a svolgere il ruolo
di queste ultime e di conseguenza si era alzato anche di volume. Quindi ciò che il sorvegliante
di turno accettava ed anzi incoraggiava era in realtà un arma a doppio taglio, perché un
messaggio lanciato da uno schiavo poteva essere ripetuto e diffuso per chilometri e chilometri:
e i messaggi erano suscettibili di occultare incitamenti alla fuga o alla rivolta.
Risulta chiaro come la work-song sia sopravvissuta solo in ambito carcerario, dove
continuava a sussistere il lavoro di gruppo nel campo dei lavori forzati: le testimonianze
registrate in tale senso sono per fortuna numerosissime e costituiscono una documentazione di
estremo interesse in quanto ci permettono di valutare, anche se con una certa approssimazione,
la caratteristica di una vecchia work-song di periodo antecedente alla Guerra Civile.
Nel blues, tutti questi elementi confluirono prepotentemente, andando a formarne il
linguaggio e gli stilemi nei quali è facilissimo trovare la traccia, rimasta viva ed evidente,
degli antichi richiami e canti di lavoro. Due testimonianze, entrambe provenienti dal Delta,
sono assai significative per i fatto che una si riferisce ai cosiddetti hollers, mentre la seconda,
anche se non le cita esplicitamente, si riferisce in modo evidente ai calls.
E’ il chitarrista e cantante David “Honeyboy” Edwards, nato a Shaw, nel cuore del Delta sulla
Highway 61, a parlare degli hollers legandoli alle origini del blues:
“Blues came from holler songs. People used to work in the fields, and they worked from
slavery, and they’d work all day long, and they didn’t have nothing to do because they was
tired and everything, and somebody came along and they started singing a song. They
started singing the songs, and they are called the holler songs. In the ’20s, Ma Rainey and
Bessie Smith adn ida Cox and all of those back in the ’20s, they started playing it and
named it the blues. But before the it was holler songs.”19
18 Per i linguaggi tonali e la ritmica dell’Africa Subsahariana, cfr. CERCHIARI L., Il jazz, Bompiani, Milano,
1997, pp. 32-54.
19 DUNAS J., State of the blues, Aperture Fundation, New York, 2005, p. 72.
13
Ai calls si riferisce invece Big Daddy Kinsey, nativo di Pleasant Grove, ai margini della zona
delle Hills. Il suo racconto, che affonda le radici forse nella memoria di qualche suo avo,
conferma la corrispondenza tra i calls e il periodo della schiavitù, dove invece Honeyboy
Edwards si riferiva certamente al periodo successivo in cui, come si è appena detto, queste
forme di comunicazione (e anche la work-song) non aveva più ragione di essere, cedendo
invece all’individuale holler. Il racconto di Kinsey è tuttavia ambiguo, in quanto, se da un lato
è chiaramente riferito alle grida modulate in funzione comunicativa, dall’altro però la
descrizione che ne fa assomiglia più ad una work song. Probabilmente non si tratta di un vero
e proprio errore, ma di una confusione che ha creato nella narrazione una commistione tra le
due forme di canto, nata dal fatto che anche la work-song aveva una funzione comunicativa
tramite messaggi più o meno in codice:
“Well, it goes way back. It goes way back to the slavery. Really. It was a form of getting
messages across to toher plantations – one group of slaves communicating with another
group, but without the master knowing what was going on. You know they did it in a
discreet way, when you might hear one guy, ‘I’m goin’ to leave in the morn-in. I’m gon’
leave in the morn-nn-ing.’ Then another one would say, ‘When the su-un goes down.’So, in
other words, that means when the sun go down, they gonna be gone. In other words,
escaping, you know […]”.20
C’è una terza testimonianza che non viene dal Mississippi ma è di estrema importanza in
quanto si tratta sicuramente della memoria più antica di un call ed è estendibile, a quel che si
evince leggendo la descrizione, a tutto il blues in quanto rappresenta l’embrione di alcuni
elementi costituivi della futura devil’s music. Le parole non sono di un bluesman, bensì di un
giornalista newyorchese del Daily Times, Frederick Law Olmsted, il cui racconto viene anche
riportato da Paul Oliver21 e risale al 1853, cioè a dodici anni prima dell’abolizione della
schiavitù; il suo racconto riporta ciò che vide e sentì nei pressi di un cantiere ferroviario nella
Carolina del Sud:
20 Ibid., pp. 72-73.
21 OLIVER P., The story of the blues, Barrie & Jenkins, London, 1969.
14
“I strolled off until I reached an opening in the woods, in which was a cotton-field and
some negro-cabins, and beyond it large girdled trees, among which were two negroes with
dogs, barking, yelping, hacking, shouting, and whistling, after ‘coons and ‘possums.
Returning to the rail-road, I found a comfortable, warm passenger-car, and, wrapped in
my blanket, went to sleep. At midnight I was awakened by loud laughter, and, looking out,
saw that the loading gang of negroes had made a fire, and were enjoying a right merry
repast. Suddenly, one raised such a sound as I never heard before; a long, loud, musical
shout, rising, and falling, and breaking into falsetto, his voice ringing through the woods
in the clear, frosty night air, like a bugle-call. As he finished, the melody was caught up by
another, and then, another, and then, by several in chorus. When there was silence again,
one of them cried out, as if bursting with amusement: “Did yer see de dog?–when I began
eeohing, he turn roun’ an’ look me straight into der face; ha! ha! ha!” and the whole party
broke into the loudest peals of laughter, as if it was the very best joke they had ever heard.
After a few minutes I could hear one urging the rest to come to work again, and soon he
stepped towards the cotton bales, saying, “Come, brederen, come; let’s go at it; come now,
eoho! roll away! eeoho-eeoho-weeioho-i!”–and the rest taking it up as before, in a few
moments they all had their shoulders to a bale of cotton, and were rolling it up the
embankment […]”.22
La descrizione fatta di questo canto o, meglio, di questa modulazione vocale, rimanda
direttamente a quei vocalizzi così diffusi nel blues e che li caratterizzano in modo
inequivocabile e, al tempo stesso, interessa direttamente questa ricerca in quanto collega le
origini del blues al territorio e al lavoro che in esso veniva svolto, fosse la raccolta del cotone,
l’aratura di un campo o la posa delle traversine di una linea ferroviaria. In particolare questo
canto è stato definito come “canto di riposo” e inquadrabile come “cry”23.
Risulta a questo punto chiaro come il canto derivi (semplicemente) da una mera necessità, una
necessità che nasce dal tipo di lavoro effettuato, con uno scopo che alla fine è duplice: aiutare
il lavoro quando esso necessiti di una coordinazione tra più uomini (work-songs) e, su un
piano che trascende la pratica immediata, giungere a ciò che potremmo definire una cura
22 LAW OLMSTED F., A journey in the seabord slave States, pp. 394-395. New York, 1856. La citazione qui
riportata è più ampia rispetto a quella estrapolata da Paul Oliver e fornisce una visione più ampia e
contestualizzata dell’evento in questione.
23 Cfr. POLILLO A., Il jazz, Mondadori, Milano, 1975 (nuova edizione 1997), p. 23.
15
dell’anima nel tentativo di tirare avanti in condizioni spesso durissime, che è altrettanto
importante, come possiamo capire leggendo le parole di un altro grande bluesman: Billy Boy
Arnold, che nacque a Chicago ma nel suo essere nero conosceva bene come potesse essere la
realtà del Sud, forse anche attraverso i racconti della sua gente di cui, ed è questo soprattutto
che emerge dalle sue affermazioni, sente molto forte la sua appartenenza:
“And the reason why it started in the South is because that’s where the slaves were brought
to work the fields, and that’s where they were oppressed. Now, Mississippi is noted to be
the worst Jim Crow state of them all, the most suppressed state. All the blacks were
brought to the South. They took them off the boats down South to pick the cotton and work
the fields and do the manual labor to build up the country. All blacks came from the South.
And the reason why Mississippi, it had all the plantations. That’s where they had a lot of
work, and that’s where the most supreme effort was to suppress the blacks and mistreat
them. So the blacks in Mississippi, on the plantation, you had to have the blues. In
Mississippi you are sad most of the time, because you are oppressed, not a free man,
here’s a man got control over you, telling you what to do, here’s a man who have power of
life or death over you. So you start singing the blues. See, the blues is a sort of way out.
You know what I mean? It gives you something to go on. You sing about it, and it a sort of
eases the misery of everyday’s life.”24
Ciò che da queste testimonianze (esclusa quella di Frederick Law Olmsted) emerge come
elemento fondamentale non sono solo i racconti o le riflessioni in quanto tali, bensì il fatto
stesso che il bluesman in quanto testimone percepisce proprio in quel modo la nascita del
blues.
Parlando di fonti, non è possibile non fare un accenno all’Africa. Per quanto i legami con le
terre da cui gli schiavi venivano razziati sia oggetto di diverse teorie, soprattutto riguardo alle
aree di provenienza degli schiavi, è indubbio che nel blues, oltre che nel jazz, elementi africani
siano confluiti in modo evidente. Tuttavia, oltre che sulle aree di provenienza, dubbi
sussistono anche in riferimento a elementi più tecnici, il più celebre dei quali riguarda la scala
pentatonica che, se si trova presente in certi elementi africani, è altrettanto costitutiva della
24 DUNAS J., op. cit., p. 74.
16
base di molta musica anglosassone. E’ comunque certo che, seguendo determinate linee
evolutive, mutando molto e adattandosi, l’Africa abbia portato molto di sé nella musica dei
neri d’America. L’elemento africano unito a quello bianco ha creato così alcune delle forme
musicali più originali e più influenti del XX secolo. Il blues e il jazz sono le musiche meno
occidentali che hanno influenzato più di ogni altra gli sviluppi della musica occidentale per
eccellenza: il rock e i generi che da esso derivano. Gli anelli di congiunzione tra il blues e il
rock sono molti, ma uno sopra tutti detiene l’onore di aver portato la musica nera lungo strade
completamente nuove: Elvis Presley, che trasse dal blues un genere completamente nuovo
destinato a cambiare per sempre il modo di concepire la musica25.
25 Una delle dissertazioni più complete sul rapporto tra Africa e blues si trova in KUBIK G., Africa And The
Blues, University Press Of Mississippi, Jackson MS, 1999.

1.2. DEFINIZIONE GENERALE
Il blues è una “Forma lirica musicale emersa e affermatasi tra fine Ottocento e inizio
Novecento nel Meridione afroamericano, con le sue principali aree di diffusione
originarie nel Texas, nel Mississippi, negli stati del Sudest. Spesso caratterizzato da una
strofa in 12 misure a cui si adattano tre versi poetici in rima e quasi immancabilmente in
prima persona (il primo verso generalmente ripetuto per creare tensione, attesa), il blues
– con il suo schietto immaginoso linguaggio erotico, i suoi riflessi della condizione
esistenziale nera – è stato tradotto sul pentagramma e “urbanizzato” da un compositore
come W.C. Handy negli anno ’10, e quindi registrato su disco tanto nella sua veste
rustica, genuina, che in quella elaborata, da vaudeville, durante il decennio successivo.
La struttura del blues (armonicamente sintetizzabile come I-I-I-I-IV-IV-I-I-V-IV-I-I nella
forma in 12 battute e come I-I7-IV-IVmin.-I-V-I-I in quella in 8 misure) e i suoi vari elementi
espressivi vocali e strumentali (come la “blue note”, la terza nota della scala modulata in
una chiave ambigua, intermedia tra minore e maggiore, e capace di suggerire un senso
peculiare e complesso di malinconia) hanno avuto una propria importante evoluzione
attraverso il secolo, e sono stati anche adottati ed elaborati da altri generi musicali, neri e
bianchi, dal jazz al R&R al gospel e al country.”26
Particolare attenzione va posta alla considerazione sulle modalità di espressione del bluesman
che si esprime “quasi immancabilmente in prima persona”. Questa frase è estremamente
importante perché aiuta a stabilire che cosa sia il blues nella sua vera essenza. Per una
definizione del blues, infatti, bisogna prima di tutto superare l’opinione, secondo cui si
tratterebbe di una musica “folklorica” o popolare che dir si voglia. Il dato di fatto conclusivo è
che il blues non è una musica folklorica: e anche la definizione dell’Enciclopedia, nella sua
descrizione non confina il blues in nessun involucro prestabilito e comunque non ne parla in
questo senso. Il blues non possiede nessuna veste folk nel senso stretto del termine: la
spiegazione risiede nel fatto che il bluesman, per quanto inserito nella tradizione e nella
cultura della sua gente, è e rimane un autore che prende e attinge anche dal folklore, ma ne
trae un’opera che è del tutto originale e, soprattutto, personale. Poco conta se in tanti blues,
ascoltando i testi, sentiamo versi ripetuti e riutilizzati che potrebbero dare l’impressione di un
26 AA. VV., Enciclopedia del blues e della musica nera, Arcana Edizioni, Milano 1994, p. 891.
19
corpus poetico limitato e monotono. Questo è un aspetto che non incide sulla natura personale
della composizione poetico-musicale. Il bluesman usa questo materiale per raccontare
qualcosa che riguarda lui: la sua è un’esperienza personale. Per cui il blues è definibile senza
alcun dubbio come “musica d’autore”. Anche un autore “sintetico” e “catalizzatore” come
Robert Johnson, che sfruttò e saccheggiò un patrimonio già esistente, lo rielaborò e lo ricreò
verso una sua originale poetica.27
Al tempo stesso, però, il bluesman è uomo della propria gente, che vive accanto ad essa, e del
proprio mondo vive tutti gli aspetti che conosce profondamente. Egli è paragonabile, senza
troppe forzature, ad un cantastorie che riutilizza la tradizione. E in questo senso vive
comunque la realtà del territorio in cui risiede e di cui fa parte. In altri termini, il bluesmancantastorie
è un autore che ri-crea dalla tradizione e nella tradizione è immerso. Egli è uomo
del proprio tempo e della propria terra:
“Si è detto anche ‘Il blues è una lamentazione.’ Forse. Ma una lamentazione molto ben
recepita da chi l’ascoltava, perché il cantore viveva di fatto nello stesso modo
dell’ascoltatore, con le sue tribolazioni, con la sua stessa impotenza contro le ingiustizie e
contro le calamità della natura.”28
In questo ambito, esiste un pezzo il cui testo, composto da chi, probabilmente più di altri,
seppe usare la tradizione e trasportarla nel proprio vissuto, creando qualcosa che era
tradizione e novità insieme, senza che i due aspetti si escludessero a vicenda: il brano è The
Goat29 di Rice Miller (Sonny Boy Williamson II), le cui parole sono proposte qui di seguito
per intero:
There was an animal called a goat, he butted his way out of the Supreme Court
Said, “Let him go”
Yeah, said, “Let him go, because he butt so hard till you can’t use him in our court no
more”
27 Per la presenza della tradizione in Robert Johnson, vedere MONGE L., Robert Johnson, I Got The Blues,
Arcana, Milano, 2008, passim.
28 RONCAGLIAG. C., Il jazz e il suo mondo, Einaudi, Torino, 1998, p. 66.
29 The Very Best Of Sonny Boy Williamson, Charlie Records, CD1.
20
Judge give him five hours to get out of town, he got five miles down the road and
committed another crime
That’s when the high sheriff happened to be coming along, and caught the billy goat
eating up an old farmer’s corn
High sheriff taken the billy goat to the county jail, but the desk sergeant can’t said that “I’ll
go his bail, let him go”
A medicine doctor bought the billy goat, had a great big stage show
The billy goat got mad and butt him right down in the lonesome floor
So let him go, please, please, let him go, because he butt so hard till I can’t use him in our
court no more
Ooh
Questo testo straordinario è interessante perché altro non è che la trasposizione ai tempi in cui
la canzone venne composta (anni ’50) di una tradizione a cui appartiene un lunga teoria di
racconti e canzoni afroamericani sugli animali30: si tratta di testi allegorici in cui l’animale in
questione è simbolo della strenua resistenza contro la cattiveria o la stupidità umana, con
chiaro riferimento al rapporto tra il nero che resiste e il bianco ottuso che si ostina nel suo
tentativo di sottometterlo. Canti che rientrano in questa tipologia sono: The Grey Goose31,
30 “Gli animali rappresentano un elemento fondamentale della favolistica africana ed afroamericana, nelle
storie che riguardano ad esempio Fratel Coniglio, la Rana, Sorella Volpe, Fratello Procione, ecc. Gli animali
dei racconti afro-americani sono i discendenti diretti degli animali mitici delle fiabe africane, protagonisti di
miti eziologici e figure familiari alla vita quotidiana.” (Slave Songs Of The United States, L’Epos, Palermo
2004, p. 281. Edizione originale, Simpson, New York, 1867).
Venturini (op. cit. p.64), con respiro più ampio, in riferimento ai canti sugli animali nota: “Un elemento
tipicamente afroamericano e comune alla ballata come alla worksong, al blues e agli spirituals, è
l’allentamento dei nessi logici delle strofe. Mentre le canzoni narrative anglosassoni raccontano un
fato di cronaca, servendosi di uno sviluppo consequenziale dei fatti, nela negro-ballad la logica con
cui la rappresentazione si aggroviglia a rappresentazioni di vario genere, a punti di vista e a commenti
personali, a interiezioni e a una serie di frammenti provenienti da altri brani folklorici, si rivela
talvolta inestricabile.” Per questa tematica, che coinvolge la produzione musicale dei neri d’America nella
sua interezza cfr. anche nota 110.
31 The Grey Goose è il racconto paradossale di un oca che viene cacciata ma ci mette sei settimane a cadere
e i cacciatori impiegano altrettanto a trovarla. Sei settimane ci mettono a spennarla e ci mette sei mesi a
bollire. Forchette e coltelli si infrangono sulla sua carne e, gettata a i maiali, spacca la mascella della scrofa
per poi rompere i denti di una sega. Alla fine l’oca viene vista volare starnazzando seguita da una lunga fila
di ochette. (in ROFFENI A. (a cura di), Blues, ballate e canti di lavoro afroamericani, Newton Compton
Editori, Roma, 1976., p. 58-59 e relativa nota a p. 268).
21
Grizzly Bear32, Bool Weevil33 Blues, Shake It Mister Gator34 o Rabbit In The Garden35.
Tranne nel caso di Grizzly Bear, tutti gli altri animali sono la rappresentazione del nero che
sfugge, nonostante gli sforzi, alla cieca violenza dell’uomo bianco.
Così, in The Goat, Rice Miller utilizza il black lore per dipingere una situazione dei propri
tempi e rappresenta con tutte le probabilità se stesso (“Goat” era infatti anche un suo
soprannome derivato dalla barba a punta che era solito portare sul mento) in quanto uomo
spesso in lotta con la legge e che qui, quasi in virtù di un potere soprannaturale e magico, è
impossibile trattenere e imprigionare contro la sua volontà.
L’interesse in questo tipo di definizione del blues risiede nel fatto che la creatività personale,
che non muta in questa sua intrinseca natura, si innesta, senza contraddizione ma anzi, in
piena complementarietà, nel territorio in cui il bluesman risiede; territorio da cui egli non può
prescindere e che è fonte della sua creatività.
E’ anche ipotizzabile per la prima volta un legame tra il blues come musica d’autore e il
territorio come luogo di viaggio e di mobilità, tutte cose che, come vedremo, caratterizzano
profondamente il blues: questo legame si può congetturare sulla base del fatto che, finita
l’epoca della schiavitù, il nero si è trovato libero e al tempo stesso soggetto individuale, in
continuo, perpetuo movimento alla ricerca costante di un luogo migliore o semplicemente di
un lavoro. Ora, è plausibile ritenere che proprio questo cambiamento di status (da massa a
individuo, da schiavo a contadino, almeno formalmente, libero) sia l’input e la causa che ha
stimolato naturalmente l’istinto a creare una musica e un canto che fosse rivolto al privato.
Non a caso lo sviluppo e la nascita del blues propriamente detto prende le mosse a cominciare
32 Questo canto, pur rientrando nella casistica dei racconti che hanno gli animali come protagonisti, è diverso
dagli altri in quanto il grizzly è immagine dell’uomo bianco con la sua violenza cieca e ottusa.
33 Probabilmente il più famoso di questi canti, fu eseguito in numerosissime versioni che però concordano
nella sostanza: il bool weevil era l’insetto parassita del cotone, chiara allegoria del nero che prende la sua
rivincita contro il farmer bianco. Il bool weevil (“antonomo del cotone”) fu responsabile, sul declinare
dell’800, della distruzione di numerose piantagioni in tutto il Sud. (cfr. VENTURINI F., op. cit. p. 66).
34 Canto in cui il forzato cerca di fuggire dalla prigionia. Il ritornello recita: “Won’t you shake it Mr. Gator,
doggone your soul, / Won’t you shake it Mr. Gator, to your muddy hole.” (in ROFFENI A., Blues, ballate e
canti di lavoro afroamericani, op. cit., pp. 96-98).
35 Affine a The Grey Goose, il canto sintetizzabile così: il cane non riesce a prendere il coniglio, il fucile
non riesce a colpirlo, la mamma non riesce a spellarlo, il cuoco non riesce a cucinarlo e la gente non lo
riesce a mangiare (vedi VENTURINI F., op. cit. pp. 65-66).
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dal periodo successivo all’abolizione della schiavitù (1865) e con il periodo post-bellico della
ricostruzione.
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1.3. LE TESTIMONIANZE
Per definire il blues in relazione al territorio, uno strumento utile è fare ricorso alle
testimonianze dirette di bluesmen che parlano del duro lavoro dei neri nei campi, fatto risalire
addirittura ai tempi della schiavitù, vista spesso dai musicisti neri come il punto di partenza da
cui tutto ebbe origine36: qui sono raccolte sei testimonianze (di cui cinque di musicisti nati e
cresciuti nel Delta). La prima è di Bukka Whit