Category: Spiritualità ed esoterismo


La Storia

Prologo
Nell’anno 2084 gli scienziati hanno trovato un modo di mandare messaggi nel tempo, usando la telepatia. Con la Terra quasi distrutta da innumerevoli cause, hanno speranza solamente in quell’esperimento: avvertire il passato di ciò che succederà in futuro per invertire le sorti della Terra.

Atto Primo


Il destinatario dei messaggi telepatici è Ayreon, un menestrello cieco che vive nel VI Secolo in Inghilterra. Ha vissuto la sua vita nell’oscurità fin dalla nascita, ma, un giorno propizio, tutto cambia. — Ayreon è in grado di vedere immagini. Il menestrello crede che queste visioni gli siano state mandate dal Signore del Tempo. Inconsapevole di quanto tempo dovrà passare prima che la Terra sia distrutta, Ayreon si ingegna per raccontare la storia della fine della Terra, cantando canzoni di guerre, disastri naturali e tecnologia informatica. Le terrificanti storie spaventano gli abitanti del villaggio, che lo scacciano via.

Atto Secondo


Solo, e messo al bando dal proprio villaggio, Ayreon va al castello di Re Artù, e, essendo un menestrello di fama, gli è concesso cantare le proprie visioni ad una cerchia ristretta nella corte del Re.

Atto Terzo

Geloso della sua abilità di predire il futuro, Merlino, mago di corte, non è d’accordo con il messaggio di Ayreon, e convince la corte che il menestrello sia un mendace.

Atto Quarto

Merlino pensa che sia necessario zittire Ayreon per sempre e lo maledice. Quando il maleficio è compiuto, Merlino si accorge del proprio errore, ma è troppo tardi.  Il mago predice che il messaggio arriverà alla mente di un altro menestrello alla fine del XX secolo…

http://arjenlucassen.com/

Il progetto Ayreon

AYREON è un progetto nato due decadi fa;  il suo fondatore, Arjen Lucassen è stato velocemente e inesplicabilmente invaso dalla compulsione di creare opere rock. Questo un po’ prima degli anni 90, l’era del grunge e dell’alternative rock, quindi, l’idea di rilanciare un’opera rock era inconcepibile per la maggior parte della gente ragionevole. Tuttavia la storia ha dimostrato che l’impulso creativo di Arjen non era solo un trionfo personale; esso ha preconizzato un’intera era di opere rock (vedi Avantasia).

Un vasto numero di musicisti e cantanti ha preso parte al progetto, e molti hanno ambito a lavorare con Arjen. Gli artisti in un album di Ayreon sono tutti severamente e cautamente scelti da lui per essere la perfetta incarnazione musicale del ruolo che Arjen ha in mente di assegnar loro.

Musicalmente, gli album di Ayreon tendono ad essere caratterizzati da estremi opposti: chitarre heavy inframmezzate da dolci mandolini, tonanti Hammond classici che collidono con urlanti synth digitali e borbottii di scura morte con angeliche voci celtiche. I drammatici concept spaziano dal fantasy  (Actual Fantasy) alla fantascienza (01011001) al paesaggio interiore dell’emozione umana (The Human Equation).

Thierry-Otto Loves

 

Diceva Giuseppe Ungaretti, in versi concisi quanto incisivi, “Si sta come d’autunno, sugli alberi, le foglie” (da Soldati, 1918)…Non c’è modo migliore per esprimere il concetto della caducità umana e la consapevolezza della precarietà della vita umana.

Tale concetto è ripreso in diverse culture e accompagna l’intera Storia dell’Uomo, si trova in pressoché ogni ambito geografico ed in diverse riflessioni della mente umana… In particolare, nella cultura giapponese e nella filosofia zen, l’elucubrazione relativa alla caducità è ferma e serena allo stesso tempo, come ci si poteva aspettare da questo tipo di meditazione, sempre molto fatalista, ma anche molto positivo.

Ho approfondito un po’ ed ecco l’interessante risultato, che porta addirittura ad un paragone ed ad una vicinanza concettuale con la letteratura latina (Virgilio in primis)…Stiamo andando verso un concetto-chiave dell’estetismo giapponese, l’aware.

L’odierno significato di questa parola, come aggettivo, è “compassionevole”. Più precisamente, aware si riferisce alla qualità emotiva insita nelle cose, nella natura, nell’arte, ma anche, in senso più generico, alla reazione interiore di una persona dinanzi a uno stimolo estetico.

Il senso dell’ aware ebbe la sua massima espressione in Giappone durante l’Epoca Heian, intorno l’anno 1000. Nell’allora capitale di Heiankyō, la corte imperiale dei Fujiwara viveva praticamente racchiusa in un mondo completamente artificiale, in un ambiente che in quanto ad eleganza formale, gusto per la bellezza, meticolosità, cura dei dettagli, ha avuto ben pochi uguali nella storia umana. A quell’epoca i gentiluomini, anche quando raggiungevano posizioni elevate, mostravano ben poco interesse per le responsabilità pubbliche e preferivano dedicare il loro tempo a vergare poesie su fogli di carta colorata, o a controllare i dettagli più minuti del loro abbigliamento. Le dame vivevano truccate come bambole dietro ai loro paraventi, dedicandosi alle lettere e all’amore. La civiltà heian tendeva alla ricerca della perfezione estetica. Un minimo errore di gusto poteva distruggere la reputazione di un gentiluomo.

Nell’Epoca Heian tutti gli uomini colti scrivevano in cinese, lingua della burocrazia e della cultura, e dunque furono le donne a creare i grandi capolavori della letteratura giapponese. Dame di corte come Murasaki Shikibu o Sei Shōnagon si sforzarono di analizzare la percezione infinitesimale dei sentimenti, riuscendo a rasentare limiti assoluti di delicatezza stilistica. Gli ideali di bellezza che contrassegnarono il gusto di quest’epoca possiamo appunto incontrarli negli scritti di queste dame, nelle loro lunghe contemplazioni e riflessioni. Leggiamo ad esempio nel diario di Izumi Shikibu:

“Voglio aprire le imposte a guardare la luna che scende verso l’orizzonte occidentale. Sembra lontana e serenamente diafana (c’è una nebbiolina sopra la terra) e arrivano insieme il suono di una campana e il canto dei galli. Non ci sarà mai più un momento come questo né nel passato né nel futuro…”

Infinite frasi come queste si rintracciano nella letteratura heian: c’è la contemplazione della bellezza unita all’idea della sua irripetibilità e caducità. Izumi Shikibu la tratta con dolcezza e melanconia, Sei Shōnagon col suo spirito beffardo. Nel Libro del Guanciale, quest’ultima procede mescolando il dato autobiografico a baluginanti elencazioni di immagini.

“Particolari eleganti e graziosi. Un’ampia sopravveste candida gettata su una veste rossa. Le uova di anatra. Un dolce di zucchero conservato nel ghiaccio e presentato in una piccola coppa di metallo. Un rosario dai grani di cristallo. I fiori di glicine. I fiori di prugno con la neve che cade. Un bambino graziosissimo intento a mangiar fragole…”

Lo spirito dell’aware pervade tutta la letteratura Heian” scrive Hisamatsu Senichi. “Si manifesta nei sentimenti che ci ispira una lucente mattina di primavera, ma anche nella tristezza che ci sopraffà in una sera d’autunno. Il suo significato primario, comunque, è una delicata melanconia, che può diventare una vera sofferenza.”

Gli esempi più significativi li ritroviamo però nella Storia di Genji, il diluviale romanzo di Murasaki Shikibu, primo romanzo della letteratura giapponese e capolavoro assoluto della letteratura mondiale. Ci sarebbe moltissimo da dire su questo romanzo ricco di personaggi e privo di trama, che, in quello che potrebbero essere additati come difetti formali, rasenta invece la perfezione. L’autrice ne domina i mille rivoli con un’attenzione e una sensibilità assolute, e sembra che nel romanzo la parola aware sia ripetuta più di mille volte. I giapponesi hanno dato origine a innumerevoli ed erudite disquisizioni sull’esatto significato diella parola nei vari contesti in cui viene a cadere ed è ben comprensibile l’imbarazzo dei traduttori occidentali che ogni volta che si trovano a definirne l’esatta sfumatura.

Il protagonista del romanzo, Hikaru Genji, è figlio dell’imperatore e di una concubina, ragion per cui non è destinato al trono. È un giovane avvenente, dal gusto ricercato, lo spirito brillante e l’umore velato da una melanconia un po’ decadente. È l’immagine di tutto ciò che una donna potrebbe chiedere a un uomo, alla corte dei Fujiwara e nell’epoca Heian. L’autrice stessa è evidentemente innamorata del suo personaggio, il quale “nessuno poteva guardarlo senza provarne piacere”.

Nel corso del romanzo, Genji si sofferma spesso a contemplare un giardino inargentato dalla luna, ad ammirare la danza di un mimo dinanzi alla tormenta, ad ascoltare le note di un koto vibrare nel crepuscolo. C’è una scena bellissima in cui il principe, recandosi da una delle sue amanti, avverte, nel buio della notte, il profumo di un fiore appena sbocciato. Fa fermare la portantina e rimane a lungo ad assaporare quella fragranza che la brezza già sta sbriciolando e disperdendo. Questo è il gusto che sorregge l’intero romanzo: la finzione narrativa si fonde con quello che era l’effettivo ideale di vita dell’Epoca Heian. Quando Genji viene esiliato a Suma, a metà romanzo, la contemplazione della bellezza si fonde a una nostalgia totale, struggente:

“In una tranquilla notte di luna, in cui un limpido cielo s’inarcava sul vasto mare, Genji se ne stava a guardare la baia. Pensava ai laghi e ai fiumi del suo paese natio. L’uniforme distesa del mare non destava in lui che una vaga e generica nostalgia. Non c’era un segno familiare intorno a cui si potessero concentrare le sue associazioni, non un punto preciso in cui i suoi occhi si volgessero. Davanti a lui, in tutto lo spazio deserto, solo l’isola di Awaji si stagliava fermamente e attirava l’attenzione. – Awaji, grano di spuma allo sguardo lontano – citò egli e recitò il verso: – Oh, isola maculata di spuma che per me non eri niente, persino un dolore come il mio in questa notte di meravigliosa bellezza tu hai il potere di guarire!”

E per impulso Genji afferra il suo koto e comincia a provare una melodia cinese: il suono, mescolato coi sospiri dei pini e il sussurro delle onde, si ode lungo il pendio, fin nelle case vicine. Il governatore è straziato da quel canto e dalla nostalgia che lo riporta ai giorni in cui si trovava nella corte di Heiankyō, arriva alle stanze di Genji e geme: – L’incanto di una musica come questa non è unicamente terreno! Non dirige forse i nostri pensieri verso quelle melodie celesti che ci accoglieranno quando finalmente raggiungeremo la mèta dei nostri desideri?

Nel senso principale dell’aware c’è infatti una nota malinconica. È sì, l’emozione suscitata dalla bellezza del mondo, ma senza dimenticare che questa bellezza è destinata a svanire, come chi la osserva. È “compassione” nel senso etimologico della parola, dal latino cum-patire, e dunque un condividere il nostro sentire con ciò che ci circonda, di cui facciamo parte e con cui condividiamo il destino. All’amore per la contemplazione della natura, di stampo scintoista, si fonde l’idea dell’impermanenza del mondo affermata dalle dottrine buddhiste. Come nota Anesaki Masaharu, la convinzione della continuità delle esistenze nel ciclo delle morti e delle rinascite approfondisce la nota sentimentale ed amplia infinitamente l’ambito simpatetico dell’aware.

Mono no aware, “l’emozione delle cose”. Ci si commoveva percependo la relazione fra bellezza e tristezza del mondo, relazione che l’animo sensibile avvertiva nella bellezza della natura o nel suo materializzarsi nell’arte, non solo perché ne subiva l’impatto estetico, ma anche perché essa gli faceva prender più che mai coscienza della natura effimera di ogni cosa. Aware non era dunque soltanto emozione dovuta a contemplazione, ma addirittura dolore. Dolore perché quest’attimo di assoluta perfezione che stiamo sperimentando è destinato a scomparire nel volgere di un battito di cuore, così come ogni altra cosa del nostro mondo temporale. Nell’aware, nota Joseph Campbell, arriva un eco, molto lontana, della pena del giovane principe Siddharta, il futuro Buddha, che uscendo per la prima volta dal suo splendido palazzo scoprì la realtà del dolore e della morte. Ma i cavalieri e le dame di corte giapponesi non amavano soffermarsi su argomenti funerei, così ritornano nelle loro prigioni dorate e sublimarono tale dolorosa consapevolezza cantando piuttosto la bellezza dei fiori che cadono.

C’è una bella frase di Virgilio che rappresenta molto bene questa sensazione. Enea, giunto alla reggia di Didone, osserva i dipinti che rappresentano gli eventi dinanzi alla piana di Troia, le gesta eroiche dei guerrieri e il dolore degli sconfitti, e commenta:

“- Quale luogo ormai, quale parte del mondo non conosce le nostre pene! Guarda Priamo: qui c’è ancora un premio alla virtù, gli affanni muovono il pianto e la miseria umana desta pietà.”

Isolato dal suo contesto, quest’ultimo celebre verso s’illumina di un significato assoluto. Sunt lacrymæ rerum et mentem mortalia tangunt. “Queste sono le lacrime delle cose e la mortalità ci taglia fino al cuore”. Quant’è vicino Virgilio al senso dell’aware! Se dovessimo tradurre mono no aware in latino, lacrymæ rerum sarebbe l’espressione più vicina all’originale. La percezione delle cose connaturata alla consapevolezza della loro mortalità!

Tuttavia non si pensi che il rapimento estetico dell’aware fosse qualcosa di travolgente come lo Sturm und Drang dei nostri romantici. La sensibilità heian era contenuta entro i limiti di un gusto estremamente controllato. Raramente degenerava in sentimentalismo; mai varcava i limiti del patetico. Si trattava di una calma rassegnazione, di uno spirito che potremmo definire, prese le dovute distanze, più stoico che epicureo. I gentiluomini finivano per sublimare nell’estetismo le loro emozioni più strazianti: nella letteratura assistiamo a scene dove persino il dolore per la morte dell’amata viene trasformato in eleganti tanka di trentun sillabe imperniate su immagini tratte dal più trito repertorio stilistico.

Se si può imputare un difetto alla letteratura dell’epoca, che della civiltà Heian fu fedele specchio e ritratto, è che questa tendenza all’appagamento estetico tendeva a cancellare dal proprio orizzonte mentale tutto ciò che non vi si adeguava. Il Giappone dell’anno 1000, al di là della corte dei Fujiwara, era povertà e squallore. Eppure, la letteratura non fa il minimo accenno al mondo esterno. Sei Shōnagon, che delle scrittrici fu la più anticonformista, si limita una sola volta ad annotare di aver visto dei villani… ma avevano un aspetto così sgradevole!

Ne consegue un’ultima annotazione. L’eleganza e la raffinatezza erano considerate qualcosa di aristocratico. La percezione della bellezza dipendeva dal gusto [shumi] o dal cuore [kokoro], o comunque dalla sensibilità della persona che riusciva a coglierla. Ed era proprio questa capacità di lasciarsi “folgorare” dall’esperienza estetica a definire la misura del vero gentiluomo. L’attitudine di provare un tal genere di emozione estetica [mono no aware o shiru] equivaleva alla virtù morale, era il segno distintivo delle persone di qualità. La gente delle classi inferiori mai avrebbero potuto sperare di possederla. In questo, il senso dell’aware aveva alcuni punti in comune, ancora una volta notati da Campbell, con gli ideali dei trovatori che frequentavano le corti europee nel XII secolo. Anche qui si parlava di un “cor gentile” capace di elevarsi spiritualmente attraverso l’amore per una donna. Ma l’aware giapponese era un sentimento assai più vasto, perché avvolgeva nel suo manto l’intero universo, la natura e le cose.

In seguito le guerre civili e l’avvento dei samurai avrebbero cancellato la ricercata e fragile civiltà Heian, ma quest’ideale di aristocratica bellezza, che era insieme rapimento e tormento, contemplazione e commozione, e quindi illuminazione istantanea e sovrarazionale, rimase fissato nella mentalità giapponese fino ai nostri giorni, per oggi suggerire al mondo intero nuovi codici espressivi ed estetici, certo diversi dai nostri… ugualmente profondi, però, e altrettanto validi.

BIBLIOGRAFIA

  • Joseph Campbell. Mitologia orientale. Mondadori 1991.
  • Irene Iarocci [a cura di]. Mille haiku. Guanda, 1987.
  • Fosco Maraini. Ore giapponesi. Corbaccio 2000.
  • Ivan Morris. Il mondo del Principe splendente. Adelphi, 1984.
  • Murasaki Shikibu. Storia di Genji, il principe splendente. Einaudi 1992 [2 voll.].
  • Sei Shōnagon. Il libro del guanciale. Mondadori 1989.Giorgia Valensin [a cura di]. Diari di dame di corte dell’antico Giappone. Einaudi 1981

“Solitudine e bisogno esistenziale di unione nell’ Arte di amare di Erich Fromm,“ in: P. L. Eletti (Ed.), Incontro con Erich Fromm. Atti del Simposio Internazionale su Erich Fromm: „Dalla necrofilia alla
biofilia: linee per una psicoanalisi umanistica“ Firenze 1986, Firenze (Edizioni Medicea) 1988, pp. 287-292.”

Di Eda Ciampini Gazzarrini

Il tema esplicito del libro di Fromm, l’Arte di Amare“, è l’interrogativo sulla possibilità di amare nella civiltà contemporanea, incentrata sul profitto e sullo scambio di mercato. Tuttavia argomenti centrali dell’opera appaiono la solitudine umana e quell’insopprimibile anelito di unione“ che troverà acquietamento nell’amore.
È il bisogno di unione“, di un incontro risolutore tra gli uomini quello che Fromm percepisce nella società americana e in quelle a sviluppo tecnologico, dietro l’apparente stato di benessere. Sarà questo stesso bisogno, preannunciante di per sé la possibilità di amare, a generare nell’uomo insoddisfazione per le pseudosoluzioni adottate.
Ci ha colpito di questo libro la presenza di nostalgia di un bene perduto“, dietro il quale è il mistero, di cui Fromm, insieme a noi, cerca il nome. Fromm chiama questa nostalgia desiderio di ritorno al Paradiso Terrestre“ dove l’uomo può vivere senza consapevolezza di sé, dove non si sono ancora sviluppate le dicotomie esistenziali.
Paradiso come condizione perduta di armonia, con la natura e con se stesso.
Ma è stato fatto divieto ad Adamo ed Eva di rimanere, dopo che si sono cibati del frutto dell’albero del bene e del male. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Con la nuova dimensione della consapevolezza Adamo ed Eva si mettono fuori dal regno dell’indistinto, dell’istinto, della natura e si sentono soli e colpevoli.
I cherubini con la spada di fuoco sono a testimoniare la colpa commessa e l’impossibilità di  un ritorno.
Con questo dramma, dirà Fromm, inizia, per la razza umana, il destino di uomo.
Parimenti, con la separazione dalla madre iniziano per il bambino il destino di individuo e la ricerca di un nuovo incontro.
Anche il bambino alla nascita viene sbalzato da una situazione chiara come l’istinto in una incerta, ma il senso di solitudine del neonato è annullato dalla presenza fisica della madre dal suo contatto, dall’odore della sua pelle. Fromm dirà che più il bambino, nella crescita, si libera dai vincoli primitivi, più intenso resta in lui il bisogno di nuove vie“ per ripristinare l’unione”.
L’autore batte l’accento sull’isolamento e sul vuoto che il bambino prova quando si rende conto della separazione dalla madre.
Il senso di solitudine è, per Fromm, l’origine di ogni ansia che, se intollerabile, porta a cancellare il senso di separazione e con esso il mondo esterno. L’individuo si chiude in un isolamento che è follia. Per il nostro autore l’umanità, di qualsiasi civiltà, si è trovata di fronte alla soluzione dell’eterno problema di come superare la solitudine e raggiungere l’unione“. Questo è l’interrogativo che si è posto l’uomo delle caverne così come l’uomo di oggi.
È un problema, continuerà a dire Fromm, che nasce dalla condizione dell’esistenza umana, di fronte al quale la storia delle religioni e della filosofia sono tentativi di soluzione.
È convinzione di Fromm che anche la società capitalistica risponda a suo modo, a salvaguardia dei privilegi, al bisogno dell’uomo di superare la solitudine, ammannendo il „conformismo“, la “routine di lavoro e del piacere” e”idoli” privi di qualità umane.
E l’uomo è solo più di sempre.
Fromm ci avverte che la maggior parte della gente non si rende conto di cosa nasconda il conformismo: „Come potrebbe un uomo prigioniero della
ragnatela della routine ricordarsi che è un uomo, un individuo ben distinto, uno al quale è concessa una unica occasione di vivere, con speranze e delusioni e dolori e timori, col desiderio di amare e il terrore della solitudine e del nulla?“
Fromm tocca uno dei più scottanti temi attuali e denuncia che i movimenti socio-politici e le vertiginose scoperte tecnologiche sono sempre più al servizio di una società retta da una costrittiva
economia competitiva.
È esplicito in Fromm che per l’uomo di oggi il problema della solitudine e di una ricerca di „integrazione“ senza perdita della propria individualità sia altrettanto importante quanto lo studio della sessualità ai tempi di Freud. La stessa spinta sessuale, per Fromm, è causata solo parzialmente dal bisogno di sopprimere una tensione mentre la necessità principale è data dall’istanza di „unione“ con l’altro polo sessuale.
Nel processo della separazione che fa parte della crescita, che è anche euforia e gioia, Fromm richiama la nostra attenzione sullo stato di sofferenza che ne consegue e sulla paura del vuoto, dell’isolamento. L’uomo Fromm sembra molto preso da questa condizione umana di „separazione“ che non avviene una volta per tutte ma che si ripete, con rinnovato senso di perdita ad ogni cambiamento, sempre dolorosa.
Così si ritrova in lui, non acquietata, la nostalgia. di una felice unione perduta.
Fromm, sociologo, è preoccupato per le condizioni della società attuale, per il futuro dell’uomo che rischia la distruzione, anche perché la società conia strategie di mascheramento del disagio e l’uomo rimane „consapevolmente inconsapevole“.
Con questa ultima affermazione dell’ambiguità dell’individuo, Frómm pare minare la speranza di una risoluzione nella quale egli tuttavia crede.
Dei messaggi di Fromm, sembra essersi fatto araldo in questi ultimissimi tempi, il linguaggio dell’artista. I temi di Fromm hanno trovato espressione
e particolare incisività attraverso la macchina da presa e le immagini che rendono più accessibili i significati. Michel del film del regista Ferreri „I love you“ ripropone il problema esistenziale di una propria individuazione e il
fallimento di un ritiro dalle relazioni umane verso un oggetto meccanico che sostituisce l’incontro con l’altro.
Michel è l’uomo che Fromm in una opera più tarda chiamerà uomo monocerebrale preso dal meccanismo tecnologico a tale punto da stabilire fra lui e la macchina una specie di rapporto
simbiotico. Fromm troverà una sorprendente analogia fra questo tipo di uomo monocerebrale e gli schizofrenici.
Sempre attraverso lo strumento della macchina da presa ci arriva un altro messaggio. È la volta di Kaos dei registi Taviani. Kaos è il mondo prima dell’atto della creazione, nel quale tutte le forme erano indefinite. Il film si presta a significare un ritorno regressivo alla Grande Madre, la nostalgia di un „eterno presente“. Il protagonista, a maturità avanzata, torna nei luoghi dell’infanzia e ricorda la madre: „Ora che sei morta e non mi pensi più, io
non sono vivo per te“. Possiamo cogliere in altri aspetti della cultura il segno del disagio ed anche modalità di copertura, strategie, che negano „il
vuoto“. Stiamo pensando al „trompe d’oeil“ (inganno dell’occhio) in architettura, a quel movimento che cerca di coprire con pitture di modelli architettonici del passato Rinascimento le pareti di vetro e cemento dell’edilizia moderna.

Aggiungiamo queste immagini ingannevoli, tratte dai nostri giorni, a quelle che Fromm mette a nudo nel suo libro sia relative alla vita dell’individuo che della società. Sembra non possano esserci altre soluzioni che follia, regressione, inganno e che la società debba andare verso la distruzione totale. Fromm indica la possibilità di superare la solitudine e di sfuggire il vuoto, nella capacità di amare dell’uomo e in una organizzazione sociale improntata dall’amore.
Scrive dell’amore come di un sentimento attivo, la cui caratteristica si sintetizza nel concetto del „dare“. “Dare”come la più alta forma di potenza per cui l’uomo prova la sua forza, la sua ricchezza, il suo potere. Il „principio“ dell’amore per Fromm è incompatibile con il „principio“ che anima la società capitalistica, basata sul profitto. Tuttavia egli ammette che il capitalismo, nella sua reale estrinsecazione, è complesso e in continua evoluzione, da dare adito ad una certa dose di anticonformismo e di giudizio critico.
Questa dialettica di Fromm ci porterebbe ad affrontare il problema della polarità e della integrazione nel suo pensiero.
La polarità sembra corrispondere più al Fromm sociologo per il compito che si è assegnato di togliere l’uomo dalla confusione, dalla ignoranza consapevole, con visioni chiare di vita. Anche quando illustra la crescita
dell’individuo differenzierà nettamente l’amore, definendone le caratteristiche di premura, responsabilità, rispetto e conoscenza, degli stati di simbiosi, di narcisismo, di dipendenza. Egli sembra lasciare tra la condizione matura dell’amore e gli stati affettivi più elementari come un vuoto che disorienta.
Sara, una adolescente seguita in psicoterapia, al culmine della sua ambivalenza, esposta alla disperazione depressiva per l’oggetto buono sentito come perduto, chiede: „Nella dipendenza c’è amore?“ .
Cerchiamo con Sara, presi dalla conflittualità dei nostri sentimenti, una rassicurazione da Fromm.
E Fromm terapeuta abbandona la polarità e tocca il tema della sofferenza mentale con la sua affermazione carica di empatia:„Mentre si è coscientemente timorosi di non essere amati, il vero, sebbene inconscio timore è quello di riuscire ad amare“. Sara ci chiede di ricercare la presenza di amore là dove è fusione, narcisismo, dipendenza e colpa. Ci invita ad andare a ricercare più indietro le radici della capacità di amare.
E Fromm ci viene ancora incontro con il „principio dell’amore materno“ rappresentato dalla figura della madre, principio che è al di sopra delle prestazioni reali della mamma con il proprio bambino.
È un amore incondizionato che dice al figlio: „Non c’è peccato, né delitto che ti possa privare del mio amore, del desiderio che tu sia vivo e felice“.
L’amore incondizionato corrisponde ad uno dei più profondi aneliti di ogni essere umano, dirà Fromm.
Una nota studiosa dell’infanzia chiamerà questo anelito „Oggetto di bontà unica di cui il neonato sa inconsciamente“ ricorrendo in certo qual modo ad una eredità filogenetica.
Fromm è un uomo che ha fede nella capacità individuale di amore e la ritiene unica reale soluzione al problema della solitudine. Ha fede nella possibilità dell’amore come fenomeno sociale, e afferma che le forme maligne di aggressione e sadismo possono essere sostanzialmente ridotte se le condizioni socio-economiche si evolvono in modo da favorire lo sviluppo del potere creativo dell’uomo, come suo autentico obiettivo.

Bibliografia
S. Ferenczi, Thalassa, Roma, 1965, Astrolabio. Freud,
S., Tre saggi sulla sessualità, Milano, 1975, Boringhieri.
E. Fromm, L’Arte di Amare, Milano 1963 – „I Corvi“
dall’Oglio – Il Saggiatore
E. Fromm, Anatomia della distruttività umana, Milano,
1975, A. Mondadori.
E. Fromm, Avere o Essere?, Milano 1977, A. Mondadori.
M. Klein, Scritti,l92l-1958, Torino 1978, Boringhieri.

Per chi non lo conoscesse:

L’Arte di amare di Erich Fromm

“ Ogni essere umano avverte dentro di sé in modo istintivo e insopprimibile l’assoluta necessità dell’amore. Eppure, in molti casi, si ignora il vero significato di questo complesso e totalizzante aspetto della vita. Per lo più l’amore viene scambiato con il bisogno di essere amati. In questo modo un atto creativo dinamico e stimolante si trasforma in un tentativo egoistico di piacere. Ma il vero amore, sostiene Erich Fromm, è un sentimento molto più profondo che richiede sforzo e saggezza, umiltà e coraggio. E, soprattutto, è qualcosa che si può imparare. “

 

Ecco un altro film di un altro genio cinematografico (David Croneberg) che mi riproporrò di vedere non appena riuscirò a ritagliarmi un po’ di tempo libero…Si tratta di A Dangerous Method, basato sulla storia della Psicologia e che ha come protagonisti i due maggiori esponenti della scienza della mente, ovvero Jung e Freud. La mente mi affascina da sempre, così come l’approfondimento di discipline che riguardano lo studio del comportamento, dell’agire dell’essere umano mi hanno sempre interessata moltissimo…Ecco quindi uno spunto per approciarsi alla psicoanalisi in modo più umano…E con uno strumento di cura molto utile, la filmterapia…

“Zurigo 1904. Carl Gustav Jung ha ventinove anni, è sposato, in attesa di una figlia e affascinato dalle teorie di Sigmund Freud. Nell’ospedale Burgholzli in cui esercita la professione di psichiatra viene portata una giovane paziente, Sabina Spielrein. Jung decide di applicare le teorie freudiane sul caso di questa diciottenne che si scoprirà aver vissuto un’infanzia in cui le violenze subite dal padre hanno condizionato la visione della sessualità. Nel frattempo Freud, che vede in Jung il suo potenziale successore, gli manda come paziente lo psichiatra Otto Gross​, tossicodipendente e dichiaratamente amorale. Saranno i suoi provocatori argomenti contro la monogamia a far cadere le ultime barriere e a convincere Jung ad iniziare una relazione intima con Sabina.
Non è difficile capire quanto questa sceneggiatura (che risale alla metà degli anni Novanta) e soprattutto questa storia con protagonisti che hanno rivoluzionato le scienze umane abbiano suscitato l’interesse di David Croneberg attento, come sempre, a vicende in cui siano centrali la complessità dell’essere umano e il coacervo di sentimenti e pulsioni che ne promuovono l’agire. Non c’è carne esposta o martoriata in questo film e neppure la violenza che esplodeva improvvisa nelle sue due ultime opere. C’è semmai un ritorno all’indagine della psiche già affrontato in Spider sotto l’egida di un romanzo di McGrath.
Sul rapporto tra Sabina Spielrein e Jung si era già puntata la macchina da presa di Roberto Faenza quando girò Prendimi l’anima. Cronenberg assume la stessa prospettiva mostrandoci l’evolvere della relazione Jung/Spielerein ma entrando in profondità anche nel rapporto maestro/discepolo che si va costruendo tra Freud e Jung. Una giovane donna urlante riempie lo schermo e una carrozza nelle prime inquadrature del film. Quel grido progressivamente si placherà ma resterà sempre sottotraccia, pronto a riemergere. Perché a Cronenberg interessa analizzare ancora una volta la fragilità dell’agire anche quando, a livelli culturali elevati, si tenta di lavorare sullo smascheramento delle cause del disagio finendo poi con il precipitarvi. C’è un’inquadratura di Carl Gustav e Sabine sdraiati vicini sul fondo di un’imbarcazione. Sembrano prigionieri di una bara in cui cercano di allentare una passione che contrasta con il lavoro che compiono sui pazienti e con la stessa deontologia professionale. In questo film poi i segni dell’elaborazione delle pulsioni cercano di trovare un incanalamento nella parola. Non solo in quella detta in sede di analisi ma anche in quella, scritta, del carteggio intercorso tra i tre protagonisti. Se Freud ammise il contributo dato dalla Spielrein alla psicoanalisi, Jung non lo fece, ma anche nel suo caso l’apporto è innegabile. Gli splendidi titoli di testa e di coda ci ricordano come i segni dell’inchiostro, su una carta che assume la porosità della pelle, abbiano inciso profondamente sulla storia del Novecento passando attraverso le illuminazioni e le contraddizioni di tre personalità in costante ricerca.” (Giancarlo Zappoli).

Da Micromega, Ottobre 2011:

Cronenberg racconta “A Dangerous Method”

Conversazione con David Cronenberg intorno ai temi del suo ultimo film “A Dangerous Method“, in questi giorni nelle sale.

di Barbara Sorrentini

Ci descrive il contesto storico temporale che lei ha scelto di rappresentare nel film, a partire dalla nascita della psicoanalisi?
Freud viveva a Vienna sotto l’impero austroungarico, determinato da un atteggiamento di forte antisemitismo. Era una società basata sull’ordine, che dava ai propri cittadini tutto ciò di cui avevano bisogno e si riteneva che il progresso dell’umanità continuasse, che gli esseri umani si stessero trasformando da animali in angeli, che ci fosse la chiave per risolvere tutti i problemi. Sigmund Freud invece con le sue teorie ha dimostrato che sotto questa apparente verità si nascondevano delle forze distruttive per la civiltà, creando un acceso dibattito perchè sosteneva che l’umanità era rimasta una tribù, un crogiolo di uomini capaci di compiere gesti distruttivi. Nel film lo vediamo costantemente minacciato per le sue tesi e assistiamo al tentativo da parte dell’intera società di seppellirlo. Motivo per cui vengono alla superficie tutti i pregiudizi che c’erano all’epoca contro gli ebrei e in particolare contro la sua teoria sulla sessualità. L’atteggiamento antisemita sviluppato nei suoi confronti e di tutto il suo gruppo di lavoro, era il motivo per cui Freud ci teneva che Jung diventasse il suo successore e arrivasse a promulgare le sue teorie e a diffonderle. Freud aveva un suo modo di fare tagliente, con un umorismo un po’ cattivo, ma non lo ritengo un aspetto negativo perché era positiva la rivoluzione che lui stava portando nel modo di pensare nell’Europa di quegli anni. Su Jung ci sono più testimonianze rispetto a Freud, su youtube ci sono delle interviste di quando era anziano. Mi è sembrato un personaggio quasi religioso, dolce, con un atteggiamento paterno o da nonno. Certo è comprovato che lui abbia avuto un sacco di relazioni e che sua moglie le abbia tollerate, però ai miei occhi Jung è stato soprattutto un leader religioso ed è il motivo per cui Freud ad un certo punto lo ha attaccato, per questo sua deriva mistica. Per Freud era fondamentale che le sue teorie fossero dimostrate come scientifiche e promulgate da persone che avessero un atteggiamento puramente scientifico.

Che valore attribuisce alla psicoanalisi oggi?
Recentemente ho letto un articolo sul New York Times che diceva che la psicoanalisi freudiana sta diventando molto popolare in Cina e che funziona. E’ una cosa sorprendente se si considera la diversità culturale che c’è tra la cultura orientale cinese e quella europea. Jung era arrivato ad affermare che la psicoanalisi freudiana funzionava soltanto sugli ebrei e invece la dimostrazione della sua popolarità lo ha smentito. Negli ultimi 15 anni la psicoanalisi freudiana è tornata molto di moda, attraverso alcuni esami clinici, come la risonanza magnetica e la tac, è stata dimostrata l’esistenza di un pensiero non conscio, simile all’inconscio. Un concetto che Freud aveva identificato e di cui oggi c’è la prova scientifica. Il problema è che oggi un’analisi costa tantissimo, Freud non avrebbe mai concepito un Woody Allen che resta in analisi per 30 anni, avrebbe concepito solo qualche breve seduta per cercare di aiutare una persona a risolvere i suoi problemi e non avrebbe mai immaginato che noi potessimo diventare dipendenti dall’analisi con lo siamo oggi. Ormai gli psichiatri hanno pochissimo tempo per curare i pazienti, un quarto d’ora al massimo a seduta, e a quel punto ricorrono alle terapie farmacologiche, prescrivendo vari farmaci per le diverse sintomatologie, dall’ansia a tutto il resto. Sicuramente è più veloce e costa meno, ma non è detto che risolva il problema.

Questo film basato molto sulla parola e con testi molto teorici da far interpretare agli attori. Come mai l’immagine passa quasi in secondo piano?
Per me il volto è un’immagine forte, un paesaggio visivo importante e il fatto di concentrarmi sui primi piani e sui volti spiega molto di me e del mio tipo di cinema. Ho sentito varie volte usare il verbo “cronenberghizzare”, non voglio essere un regista che viene identificato per qualche cosa di strano, di bizzarro e particolare nel mio cinema. Quando giro sono totalmente devoto alla mia sceneggiatura e al mio progetto e resto concentrato su questo senza stare ad elaborare tutta una serie di teorie sul mio cinema. Invece, riguardo ai dialoghi anche Inseparabili era un film molto parlato. In “A Dangerous Method” ci sono anche le immagini del lago, c’è tutta l’ambientazione e la ricostruzione storica della Vienna dell’epoca, le location, lo studio di Freud.

Ci descrive la figura di Sabina Spielrein, di Freud e di Jung, dal suo punto di osservazione?
Sabina Spielrein è quella che introduce il concetto di distruzione come forza creativa ed è vero che in questo senso è la scienziata che crea la svolta. E’ una figura che può terrorizzare e che può essere paragonata allo scienziato del mio film La Mosca, perchè fa questa scoperta così innovativa e così lontana da quelle che erano le teorie del tempo. Quello che a me interessava in questo film non era tanto la struttura, ma la tematica. Io sono partito dalla pièce teatrale di Christopher Hampton, The talking cure, e quello che mi ha incuriosito di più è stato questo mènage à trois a livello intellettuale che si instaura tra di loro. Sabina è il nucleo essenziale del film, è lei che crea la situazione per un’evoluzione della teoria psicoanalitica: da un lato lei è quella che evolve di più, passando dalla malattia e dalla sua nevrosi a diventare lei stessa una psicoanalista, dall’altro mette in crisi Jung sulle sue teorie. Sigmund Freud invece, pur essendo uno psicoanalista affermato che aveva già trovato parecchi elementi scientifici a sostegno delle sue teorie, arriva ad assorbire il contributo che Sabina gli dà introducendo l’elemento fondamentale della pulsione di morte. Ognuno dei tre personaggi arriva, a modo suo, ad un’evoluzione.

Che tipo di ricerca e di documentazione ha fatto sulle teorie psicoanalitiche e come è riuscito a tradurle in materia cinematografica?
Ho letto tantissimi testi di Freud, da sempre. Mi hanno sempre appassionato, non solo per le teorie, ma anche perchè sono scritti molto bene e in tedesco hanno un valore letterario. La storia di Sabina l’ho conosciuta attraverso il testo teatrale di Hampton e mi ha affascinato la storia d’amore. Però non volevo fissare l’attenzione solo su questa passione e neanche solo sull’aspetto intellettuale. Mi interessava l’aspetto scientifico, ma volevo cogliere anche quello artistico. Ho utilizzato anche un altro testo, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo di Stefan Zweig che dimostra quanto umorismo c’era nell’ambiente viennese scientifico del tempo. Volevamo essere molto accurati nelle ricostruzioni e mi piaceva l’idea di riprodurre questo scambio epistolare fertile fra tutti gli scienziati e che nel film è concentrato su loro tre. Si diceva che a Vienna la posta veniva consegnata cinque volte al giorno, era come le mail di oggi.

E quello strumento affascinante sulla libera associazione di idee?
E’ la ricostruzione accurata di un macchinario realmente esistito.

“A Dangerous Method” di David Cronenberg

di Giona A. Nazzaro

L’unico metodo pericoloso è quello di David Cronenberg.

Per anni Cronenberg ha dato forma, meglio carne, a quello che, mutuando una celebre espressione di J.G. Ballard, possiamo definire “lo spazio interiore”. Per anni ha lavorato intorno all’ossessione del corpo come entità in grado di produrre, proprio come un virus, altri corpi. Da discepolo di William S. Burroughs, Cronenberg ha sempre saputo che “language is a virus”. E come Burroughs ha condotto la sua indagine sino ai margini estremi del pensiero contemporaneo. Tutta la sua filmografia è un’indagine accurata è meticolosa, quasi tassonomica, delle teratomorfie implicite nel corpo. Come il Leslie Fiedler di Freaks, i film di Cronenberg hanno indagato le possibilità di vita al di là dei codici esistenti.

La grande intuizione filosofica di Cronenberg è stata di avere compreso, attraverso lo studio di Marshall McLuhan e William Burroughs, come il nostro sistema nervoso si sarebbe trasformato a contatto con la modificazione del principio d’individuazione e di realtà introdotti dalle nuove tecnologie digitali. Cronenberg, come Burroughs, ha condotto queste sue sperimentazioni in territorio analogico, proprio come l’autore de Il pasto nudo che studiando i cut up dei nastri magnetici ha dato corpo e forma totalitarismo della comunicazione di massa.

Marshall McLuhan interviene nella costruzione dell’universo poetico di Cronenberg attraverso la sua convinzione che i media, e soprattutto l’introduzione di nuovi media, rappresentano delle vere e proprie guerre psichiche. Ossia i nuovi sistemi di decodifica della realtà sostituiscono i precedenti e in questo processo attivano delle trasformazioni (anche fisiche). Per intenderci: il cervello di un bambino che usa il computer oggi è senz’altro diverso da quello di un suo coetaneo di venti o trent’anni fa. Videodrome, per esempio, raccontava proprio questo processo di mutazione e come e se era possibile intervenire su e in esso. Ogni nuovo media è un’estensione del sistema nervoso. E se il sistema nervoso modificato s’innamora di un virus e produce un nuovo organo? La poetica di Cronenberg danza sempre sulla sottile linea che separa il principio d’individuazione dal principio di realtà. L’uno modifica impercettibilmente l’altro, come dimostra M Butterfly.

La geniale perversione di Cronenberg è di trattare il corpo come uno strumento di comunicazione. Una morbida macchina che serve per (in)scrivere nuovi codici e processare realtà altre. I virus, in questo, sono gli agenti di un cambiamento, un po’ come gli zombi per Romero. Il corpo, dunque, è il luogo-narrazione, metastabile per definizione, il teatro del cambiamento.

Cronenberg, con il tempo, è progressivamente stato sempre più attratto dal versante invisibile della mutazione. Basti pensare alla scelta di eliminare tutti gli effetti speciali a vista da Inseparabili o a M Butterfly dove tutto accade nello sguardo del protagonista. E, ovviamente, il cinema di Cronenberg è uno schiaffo per i fautori della “verosimiglianza” che mal tollerano le incongruenze psicologiche dei suoi film (quando non c’è il rifiuto basato sul semplice rigetto moralistico della violenza).

Non sorprende, dunque, che il regista che in Inseparabili teorizzava concorsi di bellezza per gli organi interni, nel corso degli anni abbia messo progressivamente a punto una strategia che a partire dall’evidenza del corpo e delle sue manifestazioni arretrasse verso il cervello. Il primo sintomo di questa strategia, e per chi scrive l’unico parziale passo falso del regista, s’era manifestato con Spider, la schizofrenia come l’alba della scrittura (e quindi del linguaggio). Progressivamente il regista ha continuato a muoversi lungo queste coordinate, e con A History of Violence, una vicenda di mutazioni senza mutazioni (apparentemente) e con La promessa dell’assassino, un’altra storia di scritture e corpi mutanti, ha trovato le energie necessarie per confrontarsi compiutamente con quella che sembra offrirsi come la scena primaria del cinema cronenberghiano.

A Dangerous Method, a dispetto di coloro che rimproverano al regista di essersi convertito a una sorta di accademismo inerte, e ai tutori del verbo freudiano offesi dalle libertà che il regista si è concesso, sembra invece, a tutti gli effetti, la reinvenzione delle origini del cinema cronenberghiano.

Sin da Transfer, il suo primissimo cortometraggio del 1966, Cronenberg mette in scena uno psichiatra perseguitato da un suo paziente. In From the Drain, film dell’anno seguente, due uomini in una tinozza parlano, mimando il processo dell’analisi, sino a che uno dei due non viene strangolato da una pianta misteriosa (l’inconscio che emerge dal basso…). Ma sono soprattutto Stereo e Crimes of the Future che sembrano già preconizzare A Dangerous Method, con la centralità del medico-guru che torna in tutti i film del regista insieme alla relazione medico (analista)-paziente.

A Dangerous Method, quindi, è l’origine ideale dei melodrammi virali di Cronenberg. Non a caso attraverso la psicosi del personaggio femminile è possibile dare vita a un processo di scrittura che viene decifrato a sua volta dal corpo di un macchinario che letteralmente trascrive i processi del corpo (e siamo sempre in territori burroughsiani: non si scrive mai, al massimo si trascrive). Il sesso è il virus liberato dal corpo in trasformazione e la scrittura diventa la mappa di un nuovo mondo. Tutto il cinema di Cronenberg si ritrova distillato in A Dangerous Method.

In questo senso anche il classicismo del regista, sinora rimasto sempre all’ombra delle sue invenzioni più visionarie, emerge per la prima volta in maniera compiuta. L’inquietudine è affidata a impercettibili movimenti di macchina, a angolazioni di ripresa inconsuete, a lievi torsioni dell’immagine. Anche il film di Cronenberg replica le strategie mimetiche dei corpi: si vede sempre un’altra immagine e l’immagine visibile è solo la copertura mimetica, strategica dell’altra. La quintessenza del cinema di Cronenberg.

Ed è in questa danza dominata dall’immagine invisibile che il gioco di seduzione fra parola, scrittura e corpo che A Dangerous Method formula un progetto politico preciso: il corpo come sperimentazione di patti sociali ancora tutti da immaginare.

Sociologia degli afroamericani attraverso il jazz

Prefazione all’edizione italiana

George Morland, The Slave Trade, 1788
Anonimo suonatore di banjo fotografato da Victor C. Schreck vicino a Savannah, Georgia, nel 1902
Manifesto per un gruppo mistrel nero
Manifesto per un gruppo mistrel nero
Bessie Smith
Bessie Smith
Blind Willie McTell
Blind Willie McTell
Sonny Boy Williamson
Sonny Boy Williamson
Meade “Lux” Lewis
Meade “Lux” Lewis
Uno spettacolo di Ethel Waters
Uno spettacolo di Ethel Waters
Chicago, anni quaranta
Chicago, anni quaranta
Louis Armstrong, Johnny St. Cyr e Johnny Dodds
Louis Armstrong, Johnny St. Cyr e Johnny Dodds
B.B. King
B.B. King
Joe Turner
Joe Turner
Swinging in un juke joint
Swinging in un juke joint
Miles Davis
Miles Davis

L’estetica blues e l’estetica nera

di Amiri Baraka

 Il termine “estetica blues”, recentemente proposto da alcuni accademici, è utile solo se esso non comporta la depoliticizzazione del referente. È possibile, infatti, rivendicare l’esistenza di un’estetica del blues anche separando l’evoluzione storica del blues dalla sua origine nazionale e internazionale, dalla vita e dalla storia delle popolazioni africane, panafricane e, più precisamente, afroamericane.

L’estetica blues è solo un aspetto della totalità dell’estetica afroamericana. Una cosa ovvia, dal momento che il blues rappresenta solo uno dei vettori espressivi di un’unica origine materiale, storica e psicologica.

La cultura è il risultato di “uno sviluppo psicologico comune”, che a sua volta si fonda sull’esperienza di condizioni materiali comuni che, in ultima analisi, appaiono politicamente ed economicamente definite.

La cultura afroamericana nasce come vivida esperienza e sviluppo storico del popolo afroamericano, un popolo dell’emisfero occidentale, la cui storia e retaggio dipendono tanto dall’Africa quanto dall’America.

Alle soglie del Diciannovesimo secolo questo nuovo popolo si era consolidato a tal punto che il “ritorno in Africa” cessò di rappresentare una via di fuga per i prigionieri e venne sostituito dalla sottomissione psicologica e politica di una piccola parte della popolazione afroamericana e dalla più diffusa ideologia del “restare e lottare”.

Il blues ha origine dalla spinta tardo ottocentesca della cultura musicale secolarizzata afroamericana, la cui eredità lirica e musicale più antica era africana, ma la cui forma mutevole più recente riassumeva la vita e la storia in Occidente!

Il blues rispecchia sia gli stadi iniziali di un linguaggio e di un’esperienza musicale afroamericani, sia forme nuove, sviluppatesi dopo la Guerra civile, quando la cultura afroamericana non era più strettamente circoscritta ai riferimenti religiosi o alle restrizioni sociali della schiavitù.

Il blues è profano, ma anche postschiavitù. La sonorità dei cori africani non accompagnati dalle percussioni, tipico delle sorrow song (come Black Ladysmith Mambazo), lascia spazio a un suono più vivace, in realtà più “africano”, più moderno. Anche lo stile del tardo gospel riflette questa evoluzione.

Già all’inizio del Diciannovesimo secolo diversi africani erano diventati afroamericani e il blues, dallo spiritual e dalla work song, attraverso l’introduzione di holler, shout e arwhoolies, si era innalzato per celebrare l’entrata dei neri in una dimensione meno repressiva, più incerta, ma meno dura, anche se, per molti aspetti, sempre tragica e deprivativa.

Il blues, in quanto forma lirica e musicale, è solo uno dei tanti aspetti possibili. In questa sede si tenterà di circoscrivere il quadro intero, lo sguardo estetico d’insieme, la matrice culturale di cui il blues rappresenta una espressione. In termini più specifici, il blues è una forma profana afroamericana, rurale e urbana. Quella rurale è la più antica, e risale all’epoca della schiavitù. Le diverse forme urbane riflettono, invece, il movimento storico e sociale dei primi neri che, dalla Guerra civile in avanti, si spostarono dalle piantagioni alle città meridionali e che, verso la fine degli anni Ottanta del secolo scorso, iniziarono a spingersi verso nord per sfuggire all’opera di ricostruzione e al Ku Klux Klan, oltre che per cercare un mondo nuovo.

L’estetica blues, dal punto di vista storico ed emozionale, racchiude inevitabilmente l’essenza dell’antichità africana, ma è anche un’estetica occidentale, per il fatto di essere espressione di un popolo occidentale, anche se afroamericano. (In fondo l’Europa non è l’Ovest, mentre lo sono le Americhe! Dirigendosi a ovest dall’Europa si arriva nel Jersey! A ovest delle Americhe sta l’Oriente!)

Il blues deve, quindi, esprimere la rivelazione umana della vita all’esterno delle piantagioni (o al di là, anche se non ci siamo spinti molto oltre). Esso ha carattere regionale o meridionale o urbano, e così via. La sua strumentazione varia, riflettendo il livello delle forze produttive della gente e la loro organizzazione sociale, politica ed economica.

Questo per quanto riguarda la forma variabile e in continuo cambiamento del blues in quanto blues. Nell’essenza, comunque, esso risulta più profondo e più vecchio di se stesso.

Studiando Equiano, DuBois, Douglass, Diop, Robert Thompson e LeRoi Jones si comprende come la matrice culturale africana, unica ma infinitamente varia, stia alla base non solo di ciò che va sotto il nome di estetica blues, ma anche di qualunque estetica nera.

Prima di tutto, gli africani sono il raggruppamento umano più antico del pianeta, e ogni estetica che abbia a che fare con la società umana deve assumerli almeno come punto di partenza!

Perfino l’approccio europeo della cosiddetta estetica apollinea (formalismo e contenimento), caratteristico della cultura attica ateniense, risulta particolarmente significativo perché emerge dal contrasto con il metodo filosofico ed estetico più antico, quello dionisiaco (espressionistico e umanistico, incentrato sull’emozione).

Si tratta di una risistemazione della sensibilità e delle priorità umane, fondamentale per la creazione di un’epoca tanto quanto il Mediterraneo, l’inondazione che divise il mondo. Siamo ancora dominati dalle tribù che emersero a nord di questa via d’acqua dai riferimenti biblici.

In pillole, l’estetica africana, nelle sue manifestazioni apparentemente più antiche, è prima di tutto un’espressione della visione animistica del mondo dei nostri antenati più antichi. Secondo la sensibilità africana classica, infatti, ogni cosa sulla Terra è viva e, fatto ancora più importante, ogni cosa esistente (al presente, perché sia il passato sia il futuro esistono unicamente nel presente e come evoluzione speculativa dell’essere la “divinità” africana Essere) è parte della stessa realtà!

Tutte le cose sono una sola cosa, una creatura viva. In questo caso si può comprendere come anche il cosiddetto “monoteismo” sia simile al “rock’n’roll” (il mio modo di indicare la cultura borghese dell’emisfero settentrionale). L’idea di “un dio” è ormai decrepitezza jive della filosofia dell’antico. La qualifica di selvaggio non deriva dalla credenza in “un dio” invece che in molti, ma dalla consapevolezza che “tutte le cose sono il tutto”, ogni cosa è tutte le altre! “Allah” significa letteralmente “tutto”, ogni cosa come parte del medesimo elemento. Allo stesso modo in cui sia la ciambella sia il buco sono spazio!

Quindi, la continuità, l’infinitezza, la forza espressiva nella moltitudine di forme diverse caratterizzano l’Uno, ciò che è, l’Essere.

La continuità, in quanto tratto distintivo della religiosità africana, ha trovato un corrispettivo fondamentale nella ripetizione della formula “chiamata e risposta” fra il sacerdote e la congregazione: l’Uno e i tanti sono una cosa sola. Essi, in quanto esistenti, non sono scindibili, come nel battito del cuore, il beat (suono e non suono al tempo stesso), l’esistenza è indivisibile dalla scansione temporale.

Monk sostiene che gli africani celebrano la manifestazione. La sua vita, infatti, è intesa consapevolmente come manifestazione. In questo modo essa risulta materiale, cioè manifestazione naturale piuttosto che artificio, quindi formalismo. Ogni cosa si trova in essa e può essere utilizzata, riflettendo nella sua equità la forma economica e sociale più primitiva di comunanza [communalism] dei beni.

Al di sopra del Mediterraneo, l’aspetto delle cose era più importante della loro essenza o delle loro attitudini. Nella culla meridionale l’attitudine, l’esperienza, il contenuto erano invece primari.

La religione africana (si veda DuBois a proposito delle sorrow song e “The Faith of the Fathers” in Songs of Black Folk) si articolava attraverso il sacerdote e la congregazione, la chiamata e la risposta (“due sono Uno” dicono Monk e Marx)… il carattere dialettico di ciò che è, la negazione della negazione, l’unità degli opposti. La religione deve avvalersi anche della musica, dal momento che “lo spirito non può discendere senza il canto”.

Lo spirito è letteralmente respiro: inspirare, espirare. Aspirare riguarda, invece, la direzione e la meta, come nel caso dell’elevazione della chiesa. Niente respiro, niente vita. Il tamburo che riproduce il primo strumento umano e il Sole che si riproduce dentro di noi preservano la vita. Notte e giorno: il beat. Dentro e fuori: il respiro. Arrivo e partenza: il Tutto. Il battito, il flusso, l’elemento ritmico. (Il tempo, invece, è forma, è l’opposto della sensibilità espressionista.)

Quindi, come spiega DuBois, il sacerdote, la congregazione, la musica fanno discendere lo Spirito (da dove? L’anima è l’influsso invisibile della sfera solare, è il senso della vita, l’io infinitesimale e l’occhio più ampio).

Gli africani ritenevano che l’utilità della musica, sia dal punto di vista scientifico sia come risultato di una percezione storico-culturale, consistesse nel trasporto, nel possesso dell’anima, e che, attraverso essa, si potesse raggiungere una ricombinazione fra due elementi distinti, cioè il singolo e il Tutto, la redenzione, la felicità. Essa era una via d’accesso alla coscienza del cosmo, che trascendeva la comprensione parziale del singolo.

L’estasi dell’Essere, l’Essere/vita. Il jazz è, quindi, musica della venuta, musica che crea. A venire è la presenza spirituale della totalità dell’esistenza che il singolo si è concentrato a inalare.

L’estetica settentrionale non ha mai assimilato la sessualità, ritenendo il sesso un fatto sporco o imbarazzante. Anche l’esperienza sessuale è, comunque, un riflesso esplicito della dialettica “due sono Uno”, oltre a riflettere il rovesciamento dei diritti materni (l’antica società matriarcale africana) e l’asservimento femminile. Il carattere antifemminista della civiltà settentrionale, come nel caso dei roghi delle streghe a Salem (con il fine specifico dell’estirpazione definitiva di residui dionisiaci), è storicamente ben attestato.

Quindi, la qualità rivelatoria, “a uscire”, della cultura afroamericana, sotto forma di musica o altro, è evidente e costante, dall’ambito religioso a quello sociale.

I poliritmi della musica africana sono un riflesso ulteriore di una cultura a base animista: non solo nella musica, ma anche nel vestiario, negli ornamenti per il corpo o i capelli, nelle forme artistiche popolari scritte o orali, come punti fermi in una caratterizzazione della cultura panafricana e del suo significato internazionale.

I colori sgargianti della cultura panafricana sono un riflesso proprio di questi stessi poliritmi, il riconoscimento dell’esistenza simultanea di diversi livelli, settori o “luoghi” di vita.

Quindi, il carattere cosmopolita delle popolazioni africane, aperte e accoglienti, incuriosite dalla diversità e “dall’altro”, risulta storicamente rintracciabile. In modo ironico Diop fa notare la natura essenzialmente non africana del nazionalismo. Ancora una volta si fa ritorno al riconoscimento che tutte le cose sono il Tutto e che ogni cosa è tutte le altre.

Il tentativo di denigrare le popolazioni panafricane attraverso stereotipi razzisti che li classificano come gente in grado unicamente di cantare e ballare (ok, lasciateci gestire la situazione! Quante persone possiamo accogliere e istruire con i 93 milioni di dischi venduti da Michael J.?) ha origine dal fatto che “siamo quasi una nazione di cantanti e ballerini”, come sottolinea Equiano. Il canto e la danza costituivano la dimensione sociale della gente, in quanto espressioni dell’esistenza, in ogni occasione. (L’equivalente americano è lo stereotipo del fan sportivo.) Gli africani iniziarono a socializzare attorno a canzoni e a danze, grazie alla partecipazione e al contributo di tutti. L’arte stessa era espressione collettiva e comunitaria, oltre a essere funzionale e sociale.

Perfino il colore blu dei nostri stessi volti protokrishna risulta da un eccesso di nero. Diop parla delle popolazioni dell’India meridionale come delle più nere della Terra. Come Krishna, anch’esse blu. Equiano, inoltre, ci racconta che il “blu”, quel meraviglioso blu della Guinea, era “il nostro colore preferito”.

Agli italiani, anche se scuri, non piaceva essere chiamati “schiavi neri”. Noi, naturalmente, siamo le vere ghinee, con la testa sull’omonima moneta d’oro inglese che prende nome dall’antica costa guineiana o “d’oro”.

Il blues, come espressione di dolore, dovrebbe contenere, anche in questo caso, un ovvio riferimento alla tristezza della vita degli schiavi africani. Inoltre esso contiene il segnale che, dopo essere notte (Black Mama), il Sole farà subito ritorno alla nostra porta. Come recita una mia poesia: “Il blues giunse/ Prima che il Giorno/ Arrivasse”.

Quindi, l’estetica blues non ha solo un valore storico, in quanto portatrice di tutti i tratti distintivi del popolo afroamericano, ma, al tempo stesso, sociale. Esso deve riguardare come e che cosa sia l’esistenza nera e come essa rifletta su se stessa: riguarda lo stile e la forma, ma anche lo sviluppo del contenuto, delle idee, l’articolazione dei sentimenti che è critica, oltre a essere il modo della forma. D’altra parte, la forma e il contenuto sono espressione l’uno dell’altra.

Per quanto riguarda la forma del verso, la tipica forma blues AAB, per struttura e dinamica si concentra sull’enfatizzazione (ripetizione del primo verso), sul cambiamento e sull’equilibrio (il verso introdotto nello schema metrico AA BB).

Le 3e e le 5e abbassate, le legature delle note cantate o strumentali sono riconducibili ai tratti culturali e alla percezione della realtà antico-camiti. kam o Ham significa cambiamento (cambiamenti, chimica; il chimico o camita). I camiti sono stati i primi chimici. Il cambiamento qualitativo di un elemento in un altro è la dialettica stessa dell’esistenza, “due sono Uno”, come affermò Lenin nella spiegazione della dialettica nei Quaderni filosofici ogni cosa è contemporaneamente se stessa e altro: ciò che è e che sta diventando.

Le 12 battute sono i 4/4 di 360 (4 archi , cioè stagioni), della trinità presente-passato-futuro, la piramide stessa di movimento e dimensione, sono ritmo, non tempo, ballo, non i passi di Arthur Murray, che sono pubblicità e denaro, cioè assenza totale di ballo.

Il blues non è neppure necessariamente in 12; l’insistenza su questa forma è formalismo (ciò di cui si rende colpevole Martin Smithsonian quando afferma che Billie Holiday non era una cantante blues perché le sue canzoni non erano di 12 battute!).

Il blues è, prima di tutto, un sentimento, una conoscenza sensoriale, un’entità, non una teoria, in cui il sentimento è la forma e viceversa.

John Coltrane è stato capace di trasformare My Favourite Things di Julie Andrews nella nostra esistenza effettiva: il chimico che opera cambiamenti (ritmo e cambi, rhythm & blues) a livello di percezione, non di calcolo. (Il blues è sottoporsi ai cambiamenti.)

Gridiamo: “Fatti da parte Beethoven”, collegandolo alla nostra condizione in tutti i modi possibili. “Blueseggiamo” o “jazziamo”, sincopiamo qualunque cosa. Siamo sincopatori. Due sono Uno. Uno si divide in due.

La donna nera è la madre di tutti, l’addomesticatrice che rende umano l’animale; l’uomo nero è l’animale addomesticato una seconda volta: opera di sua moglie!

La causa della corruzione della cosiddetta “trinità cristiana” sta nella mancanza dell’elemento femminile. Questo spiega il simbolo della croce. Nel crocifisso cristiano mancano il capo e i genitali, escludendo, così, riproduzione e creatività, e rendendolo un simbolo di morte.

Quindi, la cultura settentrionale resta aggrappata a reminiscenze dell’antica chiesa nera (blues) attraverso frammenti della Madonna nera, ma la chiesa romana è rock’n’roll. Gesù si evolve (Cristo), approda a una dimensione più alta, attraverso la rinascita o una costante progressione.

“Sono hip” è il messaggio di Cristo, cioè, “sono diventato hip”. Fred sosteneva: “Non c’è progressione senza la lotta”. Non si tratta del travisamento del messaggio di Betty Wright e dei politicanti neri: “Niente progressione senza dolore”. In questo caso non si menziona il dolore ma la lotta; come a dire: “Il Sole splenderà un giorno anche per me”.

Il passato (la notte nera è tua madre) è anche il futuro (ciò che è vicino è prossimo). Il presente era qui già prima del passato e dopo il futuro.

Il mondo è una tragedia, è il contenuto, il peso, i cambiamenti, il ritmo e non il tempo, la percezione e non il calcolo.

Ogni cosa è legata alle altre come fossero una sola: parte dell’intero, intero di una parte, il Tutto e ciò che vi entra ed esce, materia in continua creazione (come in principio, ora e sempre, il mondo senza fine eccetera). La storia, ciò che va e viene è funky.

Il blues è la prima procreazione di nero e rosso, l’ultima a farvi ritorno dopo essersi allontanata, come in un ciclo, un cerchio. Il rosso (fatica): ri-congiunzione, riproduzione, rivoluzione; rosso antico che sconfina nel nero e fa ritorno attraverso il blue Mood Indigo.

Quindi, il blues è il passato, l’andato, tutto ciò che è stato espresso e l’espressivo, cioè ciò che esprime; è perdita, ciò che è stato espresso e che esprime, l’esperienza andata, l’ignoto che verrà e ogni cosa al di fuori del tempo.

Ci rattristiamo per ciò che era e non è più e per ciò che è e non dovrebbe essere, e ci rallegriamo solo per le sensazioni.

L’essere e il cambiare, l’andare e il venire, felicità e tristezza: si tratta del sentimento vitale, della rivelazione, evoluzione, sollevamento; rah rah rah diciamo rivolgendoci verso l’alto, Rah Rah Rah, l’esistenza è sacralità. Come Mao espose spiegando la teoria marxista della conoscenza, la consapevolezza che, in ultimo, combina il conoscere e il modo è la percezione, l’utilizzo della coscienza a base razionale.

La Sacra famiglia dell’umanità non include né esclude separazioni, per esempio fra la forma e il contenuto, o la forma e la sensazione. Amleto, con l’essere o non essere, ne rappresenta la controparte settentrionale, incerto perfino se valga la pena di vivere.

Noi ricerchiamo completezza, redenzione.

Non vogliamo nessun Nietzsche a dirci che la sensazione ostacola il pensiero. Per noi ciò che non può sentire non può pensare. Definiscono Dr. J., Magic, Michael Air “istintivi”, mentre Larry B. dei Boston lo chiamano intelligente. La massima intelligenza sta nel ballo, non nella pubblicità di Arthur Murray! Il pensiero massimo è concreto, vivo, non astratto.

L’improvvisazione, la spontaneità, l’intuizione, la sensazione si caricano di un valore enorme, proprio come il verso B nello schema AAB, che risulta dal riconoscimento della forma ma anche dall’affermazione del primato del contenuto. Come il manifestarsi dell’estasi della congregazione, che, rapita, passa dalla felicità all’angoscia, dall’euforia alla commozione, come ciò che è, sarà ed è statoÉ anche B rappresenta la nostra provenienza, la nostra storia, la nostra coda, proprio come il serpente che se la morde.

Se definiamo noi stessi racconto, non possiamo accettare un’estetica blues che tenti di sottrarsi alla politica di completezza, come è accaduto nel caso della recente tendenza reazionaria dei buppie/yuppie, che cercavano di cogliere lo “stile” dei neri a prescindere dalla sostanza, la lotta, i cambiamenti. Fred diceva: “Vogliono il mare senza il suo rumore assordante”. È il caso del negro che per questa strada tenta di scavalcare la politica di liberazione determinando così l’avanzamento economico e sociale dell’approfittatore. Quelli che fanno del blues autentico lo portano dentro, perché non è cosa da imparare sui libri di scuola, e gli approfittatori corrotti e molli del commercio, che senza annerire sperano di arricchirsi, possono farlo solo attraverso lo spaccio.

In una prospettiva storica, politica e sociale, l’esistenza nera è la forma e il contenuto del blues. Come sostiene Langston, è il significante che ci ha contraddistinti come categoria animale superiore; comunque, anche se siamo stati i primi a drizzarci, la qualifica di umanità sembra ancora lontana. Il senso, la parabola dei semi, la nostra provenienza e la nostra direzione perdono significato senza il significante. È il significante a distinguere l’uomo dalla scimmia. Tolte le parole (passato, passa il testimone corridore, corri, scandisci il tempo sul legno o la pelle, perfino sulla tua, rapper), i segni “respiro” e “cambiamento” e tutto il resto, rimane un disegno senza chiave. L’uomo chiave, lui lo ha dischiuso.

È in corso una tendenza reazionaria di artisti neri che vedono l’esistenza nera come una caricatura. C’è una diversa corrente all’interno della stessa tendenza, la cosiddetta “nuova estetica nera”, che tenta di distaccare l’arte nera dall’esistenza nera, rendendola in questo modo solo uno “stile”; ma queste non sono certo le correnti principali, né ora né in passato. L’estetica nera è tratteggiata dall’esistenza dei neri nel mondo reale e questo vale necessariamente anche per la cosiddetta “estetica blues”.

Nelle forme e nel contenuto dell’estetica nera, in ogni sua componente storica o culturale sono racchiusi la volontà, il desiderio, l’invocazione di libertà. Monk parlava proprio di questo. Libertà! Bird, Trane, Duke, Count, Sassy, Bessie, MonkÉ

La tendenza reazionaria buppie/yuppie non riesce a venire a patti con l’estetica afroamericana perché essa, quando parla, “parla sporco”, da Rap al rap e da Fred al Big Red. Il primo significante dell’estetica nera, comunitaria, rivelatoria, estatica, espressionistica e incentrata sul contenuto, significa sempre libertà: nuova vita, rivelazione, evoluzione, rivoluzione. Nelle canzoni, nei balli, nel vestiario: Freedom Now, Freedom Suite, Free Jazz! A proposito del jazz, Monk disse: “Riguarda la libertà, andare oltre sarebbe complicato”.

Non può darsi un riflesso autentico del movimento principale dell’estetica afroamericana che non affronti la ricerca di libertà da parte del singolo o membro dell’Uno.

La simbologia afroamericana racchiude l’espressione di libertà, si tratti di Br’er Rabbit, che appoggiandosi a un simbolo si rese comprensibile attraverso l’astuzia (apparendo nella cultura americana come Bugs Bunny), o del suo opposto dialettico come, per esempio, Stagolee o John Henry o Jimmy Brown, tutti appartenenti a una sfera di forza e potere. La nostra storia è piena di eroi ed eroine dialetticamente contraddittori.

Una depoliticizzazione dell’estetica afroamericana comporta il suo distacco dall’esistenza effettiva degli afroamericani e rappresenta un’esplicita offerta nei confronti dei detentori del potere. Dobbiamo, cioè, comprendere che non è solo la nostra storia ad apparire esteticamente contraddittoria per la cosiddetta “civiltà settentrionale”, ma che, in quanto schiavi e, ora, nazione oppressa, la contraddizione schiavo/schiavo-padrone è la più preoccupante di tutte.

Senza il dissidio, la lotta, l’involucro del contenuto, non ci può essere un’estetica né nera né blu, ma solo un’estetica di sottomissione, per denaro o a causa dell’ignoranza e della depravazione ideologica.

George Morland, The Slave Trade, 1788George Morland, The Slave Trade, 1788

Io ammiro i vigili del fuoco, che, per un misero stipendio, salvano la vita agli altri, rischiando loro stessi la vita, io ammiro i volontari o chi lavora sulle ambulanze, persone sempre pronte a correre, alle volte anche costrette a manovre impossibili in mezzo al traffico, per soccorrere la gente che sta male, vittima di terribili incidenti stradali o domestici, di un ictus, di un attaco cardiaco, di una tremenda caduta, di un attacco di panico e via dicendo…Io ammiro chi fa lavori pesanti, pericolosi o sottopagati, senza aver nemmeno diritto ad un contratto, e che non sa nemmeno cosa siano la tredicesima e la quattordicesima…Io ammiro i malati di malattie gravi, in fase terminale o conclamata, che lottano contro in dolore fisico e spirituale, alle volte anche quando sanno che sono già destinati a morire, io ammiro i bambini, che con la loro innocenza, spensieratezza, trasparenza ed immediatezza, non sono ancora corrotti dalle brutture di questo mondo, io ammiro chi vive con poco, chi si accontenta di quello che ha, chi spesso non ha soldi per mangiare e stringe i denti, chi paga regolarmente le tasse, chi non rinuncia alla propria onestà e dignità, chi vive di stenti ma mantiene la testa alta, chi non si vergogna della propria povertà, chi ha il coraggio di non drogarsi per dimenticare…Io ammiro chi si mette al servizio dei più deboli, rinunciando ad una vita agiata, e mettendosi sullo stesso piano dei poveri…Io ammiro i disabili con handicap fisici o mentali, che, con la loro dolcezza , distribuiscono affetto disenteressato e, nei problemi, come nei dolori, nelle pene e nelle difficoltà che la loro minorazione presenta loro davanti, riescono ancora a trovare l’entusiasmo nel vivere…Io ammiro chi sa dire di no, chi resta sincero, chi non si maschera di conformismo, chi è capace di non vergognarsi dei propri sentimenti e che li sa esternare con immediatezza e spontaneità…Io ammiro chi non si nasconde dalle proprie emozioni, chi vince una paura e chi, più semplicemente, la affronta, senza esserne del tutto schiacciato…Io ammiro chi non è raccomandato, chi riesce ad affermarsi grazie al proprio merito, alla propria voglia di fare, alle proprie idee…Io ammiro chi lotta per i propri ideali, per la propria libertà, per migliorare la propria situazione o condizione, chi rischia, anche a costo di fallire, chi tenta, chi si mette in gioco o in discussione…Io ammiro chi presta servizio alla comunità, senza lasciarsi corrompere da giochi di palazzo, dalle mafie, dalla sete di potere e di soldi…Io ammiro chi, a costo della vita, si rifiuta di pagare il pizzo, di entrare in associazioni a delinquere, di essere connivente con dinamiche malavitose, di essere omertoso…Io ammiro chi sa essere se stesso, senza aver vergogna della propria immagine o del proprio modo di essere…Io ammiro chi non rinuncia a lottare per quello in cui crede, chi accetta critiche costruttive e si fa scivolare addosso quelle inutili, chi resiste all’invidia ed alla cattiveria altrui, chi tiene spenta la tv e si aggiorna con la controinformazione…Chi non teme la morte ed è in grado di vincerla con serenità…Chi si accontenta e gode di un pasto semplice e genuino, chi sa convivere con la propria solitudine, chi non ha rimpianti e vive il presente, ricorda il passato, sogna il fututo…Io ammiro chi va controcorrente, chi vive da persona, chi non sarà solo un automa, chi si ribella e protesta per una giusta causa, chi aiuta chiunque sia in difficoltà e non si fa totalmente i fatti suoi…Io ammiro chi è curioso, chi non smette mai di imparare, chi studia perennemente, chi preferisce un buon libro ad un reality, chi scrive poesie, chi allieta gli animi con la propria musica, chi accetta una critica costruttiva, chi ha il coraggio di migliorarsi sempre, chi si mette talvolta in discussione, chi è pronto a sacrificarsi per coloro a cui tiene veramente…Io ammiro quell'”ordine pubblico”, sempre se ancora esiste, che non si asservisce allo Stato, che non si sottomette a logiche ed indottrinamenti post-fascisti di ritorno, chi fa il suo dovere ed è obbiettivo, chi non usa il manganello un paio di scarpe, chi effettivamente accorre al momento giusto e non inveisce sui pacifici o gli indifesi…Io ammiro chi non si ferma alle apparenze, chi non discrimina, chi sa ascoltare, chi non gira l’opinione a seconda del vento che tira, chi si oppone all’ingustizia, chi combatte la mafia a costo della vita, chi sta con i rifiutati, chi è tra quelli considerati sfigati, senza vestiti firmati, chi è brutto ma si piace, chi è sorridente e solare, chi vede quasi sempre il bicchiere mezzo pieno, chi riesce ad essere ottimista ed a vedere qualcosa di bello ed iluminato anche nella più buia e critica delle situazioni, chi è in grado di mettersi in discissione e non fa il saputello, chi è colto e non erudito, chi non segue le mode, chi ha voglia di agire, chi dona e si dona senza chiedere nulla in cambio, chi è generoso ed altruista, chi non odia il diverso, chi si diverte con poco, chi vive ogni giorno come se fosse l’ultimo, chi si organizza ma non segue sempre schemi preordinati…Chi mette la propria professione o il proprio al servizio della comunità (Medici senza Frontiere,  Ordini monastici in controtendenza e non bigotti), chi non giudica al primo sguardo, chi guarda la sostanza più che la forma, chi non si adegua agli stereotipi, chi rifiuta a conformarsi troppo, chi non rinuncia ad essere se stesso, chi combatte strenuamente l’ingiustizia, chi ha il coraggio di chiedere consiglio e chi di consigliare, chi si affida, confida e si confida, chi ha il coraggio di aprirsi a se stesso e agli altri, di mettere da parte l’orgoglio, di fare un pianto liberatorio, chi non si vergogna di soffrire e di essere sensibile, chi si accetta così com’è, chi non rimane chiuso in se stesso, chi rifiuta di lavare i panni sporchi in famiglia, chi odia l’omertà e combatte la falsità, chi sa assumersi le proprie responsabilità ed ammette i propri errori, chi ha la forza e la pazienza di aspettare, chi non vuole tutto e subito, chi ha ancora la forza di sperare che un mondo diverso sia ancora possibile…to be continued…

Calavino - Nel rione antico di Calavino, attorno alla roggia, la semplicità del Natale vissuto attraverso le occupazioni degli artigiani di 100 anni fa. - 06/01/2009 [Gianni Zotta]

Tutto è partito dopo aver guardato il calendario, che recistava: Giovedì, 5 maggio 2011, Sant’Irene…Boh, mi sono detta, da quello che sapevo io, il mio onomastico è il 20 ottobre…Da buona detective, anche grazie alla deformazione professionale, dopo un anno di lavoro qui, che ha maggiormente forgiato in me la curiosità ed ha potenziato nella mia persona, un po’ pigra a cercare, alle volte, mi sono data da fare…Ecco cosa ho approfondito: di Santi’Irene ce ne sono diverse, ma le due più famose e conosciute sono, in ordine cronologico, Irene di Tessalonica e Irene del Portogallo (nella cui storia mi sento abbastanza coinvolta; le due omonime sante sono rispettivamente festeggiate il 5 aprile ed il 20 ottobre…Ma diamo uno sguardo più in profondità… Cominciamo da Sant’Irene da Tessalonica e poi, spostandoci nei secoli, fino ad arrivare a Sant’Irene di Portogallo…

Etimologia:  Pace, pacifica, dal greco.      

Emblema: Palma

Irene di Tessalonica:

Irene di Tessalonica, o Irene di Salonicco (Aquileia, III secoloSalonicco, 304), fu una martire italiana che subì il supplizio nella città greca di Salonicco (o Tessalonica); è venerata come santa sia dalla Chiesa cattolica che da quella ortodossa. Quasi sicuramente la devozione verso i santi martiri, quali santa Irene di Tessalonica, san Demetrio, santa Chionia ecc., fu importata nel sud dell’Italia durante il dominio bizantino.Quello di Irene in realtà non era un culto molto importante rispetto a quello di altri santi (ad es. san Demetrio), in quanto insieme con lei furono innumerevoli i martiri di quel periodo, specialmente nella città di Tessalonica, uno dei primi e dei più importanti centri di diffusione del Cristianesimo; tuttavia Irene, insieme alle due sorelle Agape e Chionia (o Chione), oggi è annoverata tra i primissimi personaggi che sacrificarono la vita per amore di Dio.

 

 

I cristiani che, durante il periodo delle persecuzioni di Diocleziano, erano imprigionati, prima di essere condannati al martirio dovevano subire un processo. Durante il suo svolgimento, un compilatore prendeva nota di tutto ciò che avveniva durante le varie sedute, riportando fedelmente i gesti ed i dialoghi che avvenivano tra i vari personaggi; tutti questi verbali (quelli tessalonicesi erano detti upomnhmata, che si legge ypomnemata ) erano conservati negli archivi proconsolari della città in cui il processo si svolgeva.

 

A Pio Franchi de’ Cavalieri spetta il merito di aver scoperto la redazione autentica dei documenti processuali di Agape, Chionia ed Irene, e di averne preparato un’edizione nel 1902, corredandola di preziose note critiche; ancora oggi questo è il solo ed unico documento primitivo ed autentico che ci testimonia la vita delle tre sorelle. Tale rinvenimento ha permesso di correggere diversi errori, e di colmare molte lacune negli scritti custoditi dalla Chiesa che narrano la vita delle sante martiri.

 

Il compilatore che ha redatto questi verbali doveva certamente essere tessalonicese: si capisce dalle parole di elogio per la città e dallo stile della narrazione. Egli è stato molto scrupoloso nella compilazione degli atti: da un’attenta analisi del testo è possibile comprendere quanto egli sia stato fedele alle vicende che si svolsero durante il processo, e la sua intenzione di non voler assolutamente falsare la realtà agli occhi del lettore. È tuttavia noto che gli upomnhmata in alcuni casi fossero accessibili al pubblico: così dovette essere di quelli di Agape, Chionia ed Irene; alcuni abitanti di Tessalonica poterono averli, forse in cambio di denaro.

 

Quest’ipotesi trova conferma analizzando lo stile della parte finale del documento: essa, infatti, narra in modo semplice, ed allo stesso tempo e ricco di enfasi, tutti i patimenti che l’ultima delle tre martiri dovette subire, e gli ultimi istanti della sua vita. Tutto ciò contrasta nettamente con il linguaggio schematico e procedurale della parte iniziale: sicuramente, quindi, questi documenti sono stati modificati nel tempo, non per quel che riguarda il loro contenuto, che dovrebbe essere autentico (dato che lo svolgimento dei fatti è simile a quello narrato in molti altri documenti processuali dell’epoca) ma per quanto concerne lo “stile” della narrazione.

 

Tale supposizione è confermata dall’analisi di Giuliana Lanata; nelle sue note, ella afferma che il processo contro le sorelle Agape, Irene e Chionia occupò diverse sedute. I verbali riguardanti questi interrogatori furono successivamente collegati tra loro, in modo da costituire un unico racconto, da un agiografo che inoltre ha premesso agli atti un prologo generale, ha inserito in un ambiente narrativo di dubbia attendibilità il verbale (o parte di esso) dell’ultima seduta riguardante Irene, ed ha raccontato in un breve epilogo la fine di Irene, e comunicato la data della sentenza e della sua esecuzione: il 1 aprile del 304.

 

Le note della Lanata confermano inoltre l’autenticità dei fatti narrati in questi documenti, alla luce di quelle che erano le leggi in vigore in quel periodo, dello svolgimento di molti altri processi simili, di quanto prescritto dall’editto imperiale; ella ostenta soltanto alcune perplessità per quanto riguarda l’ultima parte del documento, non tanto dal punto di vista del contenuto, quanto per quel che riguarda lo stile narrativo che gli è stato impresso in seguito. Ai Tessalonicesi doveva interessare molto il ricordo delle tre sorelle, e di queste custodirono gelosamente gli atti; negli archivi proconsolari della città si trovavano forse anche le memorie della condanna di Eutichia, Filippa, Cassia ed Agatone, nominati soltanto nel primo interrogatorio: ma questi, forse perché non erano di condizione agiata (al contrario delle tre sorelle) o forse non essendo ancora neppure di Tessalonica, non destarono altrettanta attenzione.

Il Martirio:

I cristiani che, durante il periodo delle persecuzioni di Diocleziano, erano imprigionati, prima di essere condannati al martirio dovevano subire un processo. Durante il suo svolgimento, un compilatore prendeva nota di tutto ciò che avveniva durante le varie sedute, riportando fedelmente i gesti ed i dialoghi che avvenivano tra i vari personaggi; tutti questi verbali (quelli tessalonicesi erano detti upomnhmata, che si legge ypomnemata ) erano conservati negli archivi proconsolari della città in cui il processo si svolgeva.

 

A Pio Franchi de’ Cavalieri spetta il merito di aver scoperto la redazione autentica dei documenti processuali di Agape, Chionia ed Irene, e di averne preparato un’edizione nel 1902, corredandola di preziose note critiche; ancora oggi questo è il solo ed unico documento primitivo ed autentico che ci testimonia la vita delle tre sorelle. Tale rinvenimento ha permesso di correggere diversi errori, e di colmare molte lacune negli scritti custoditi dalla Chiesa che narrano la vita delle sante martiri.

 

Il compilatore che ha redatto questi verbali doveva certamente essere tessalonicese: si capisce dalle parole di elogio per la città e dallo stile della narrazione. Egli è stato molto scrupoloso nella compilazione degli atti: da un’attenta analisi del testo è possibile comprendere quanto egli sia stato fedele alle vicende che si svolsero durante il processo, e la sua intenzione di non voler assolutamente falsare la realtà agli occhi del lettore. È tuttavia noto che gli upomnhmata in alcuni casi fossero accessibili al pubblico: così dovette essere di quelli di Agape, Chionia ed Irene; alcuni abitanti di Tessalonica poterono averli, forse in cambio di denaro.

 

Quest’ipotesi trova conferma analizzando lo stile della parte finale del documento: essa, infatti, narra in modo semplice, ed allo stesso tempo e ricco di enfasi, tutti i patimenti che l’ultima delle tre martiri dovette subire, e gli ultimi istanti della sua vita. Tutto ciò contrasta nettamente con il linguaggio schematico e procedurale della parte iniziale: sicuramente, quindi, questi documenti sono stati modificati nel tempo, non per quel che riguarda il loro contenuto, che dovrebbe essere autentico (dato che lo svolgimento dei fatti è simile a quello narrato in molti altri documenti processuali dell’epoca) ma per quanto concerne lo “stile” della narrazione.

 

Tale supposizione è confermata dall’analisi di Giuliana Lanata; nelle sue note, ella afferma che il processo contro le sorelle Agape, Irene e Chionia occupò diverse sedute. I verbali riguardanti questi interrogatori furono successivamente collegati tra loro, in modo da costituire un unico racconto, da un agiografo che inoltre ha premesso agli atti un prologo generale, ha inserito in un ambiente narrativo di dubbia attendibilità il verbale (o parte di esso) dell’ultima seduta riguardante Irene, ed ha raccontato in un breve epilogo la fine di Irene, e comunicato la data della sentenza e della sua esecuzione: il 1 aprile del 304.

 

Le note della Lanata confermano inoltre l’autenticità dei fatti narrati in questi documenti, alla luce di quelle che erano le leggi in vigore in quel periodo, dello svolgimento di molti altri processi simili, di quanto prescritto dall’editto imperiale; ella ostenta soltanto alcune perplessità per quanto riguarda l’ultima parte del documento, non tanto dal punto di vista del contenuto, quanto per quel che riguarda lo stile narrativo che gli è stato impresso in seguito.

 

Ai Tessalonicesi doveva interessare molto il ricordo delle tre sorelle, e di queste custodirono gelosamente gli atti; negli archivi proconsolari della città si trovavano forse anche le memorie della condanna di Eutichia, Filippa, Cassia ed Agatone, nominati soltanto nel primo interrogatorio: ma questi, forse perché non erano di condizione agiata (al contrario delle tre sorelle) o forse non essendo ancora neppure di Tessalonica, non destarono altrettanta attenzione.

La santa è venerata sia dalle Chiese ortodosse orientali che dalla Chiesa cattolica, che la ricordano il 5 aprile. Resti del corpo della santa sono conservati nella Chiesa dei santi Felice e Baccolo di Sorrento.

 

 

Sant’Irene del Portogallo:

Sono più d’una, nei calendari, le Sante con il nome di Irene. Nome bello nel suono e nel significato, perché deriva dalla parola greca che significa ” pace “. La Santa Irene di oggi è una delle più note, grazie soprattutto a una pittoresca leggenda che ha incontrato grande popolarità in molti paesi, benché abbia ben poco di verosimile. Narra dunque come Irene, nata nel Portogallo sulla metà del VI secolo, fosse religiosa in un monastero di vergini consacrate a Dio. Benché modesta e pudica, ella spiccava tra le consorelle per la sua eccezionale bellezza di lineamenti.
Si innamorò di lei un giovane signore, che più volte la chiese in sposa. Irene gli fece capire come ciò fosse impossibile, e non per sprezzo o antipatia, ma per restare fedele a un impegno più alto. Al rifiuto, il giovane, sinceramente innamorato, si afflisse tanto da ridursi gravemente ammalato. Spronata dalla carità, Irene si recò a visitarlo, e lo consolò con parole così ispirate da far presto guarire l’innamorato giovane.
Ma la storia non finì lì. Un religioso indegno, turbato dalla bellezza di Irene, tentò di corrompere la giovane, sua penitente. Non riuscendovi, egli si vendicò atrocemente. Offrì alla fanciulla una misteriosa bevanda, e poco dopo Irene mostrò i segni di una prossima maternità.
Lo scandalo dilagò. Lo seppe anche il primo pretendente, il quale, giustamente si ritenne odiosamente beffato. Mandò perciò un sicario per punire la donna, da lui ritenuta menzognera e impudica.
Il sicario recise con la spada la testa di Irene, poi ne gettò il corpo nelle acque di un fiume. La corrente portò il corpo di Irene fino al Tago, poi lo fece arenare presso la città di Scallabis; dove viveva un Abate, zio della fanciulla. Avvertito in visione dell’accaduto, l’Abate si recò in processione a raccogliere le spoglie dell’uccisa.
Non fu difficile comprovare l’innocenza della fanciulla, Martire senza colpa. La sua vicenda commosse l’intera città, tanto che da allora venne chiamata, non più Scallabis, ma Santarèm, cioè ” Sant’Irene “.
Abbiamo già detto che questa popolarissima leggenda non ha nessun fondamento reale. La Santa di oggi, la Santa Irene di Santarèm, altro non è che l’immaginario ” doppione ” di un’altra Martire dallo stesso nome.
Sant’Irene, Martire di Tessalonica nei primi secoli, era particolarmente venerata a Scallabis, dove si trovavano alcune sue reliquie. La devozione per l’antica Martire orientale dette corpo alla leggenda della Santa dallo stesso nome, ma con le fattezze di una fanciulla portoghese. Si volle insomma rendere più edificante e commovente un esempio di virtù e di eroismo, non però allo scopo di ingannare i fedeli, ma al contrario per accrescere il loro zelo e ravvivare il loro affetto per la Santa.

 

pace, pacifica, dal greco

aFile:Agape.irene.chiopia.jpg

Sant-Irene

Cos’è l’Ipnosi Regressiva?

“Poniti dinanzi agli eventi come un
bambino, e sii pronto ad abbandonare ogni
preconcetto, vai umilmente ovunque e in
qualunque abisso la Natura ti conduca: o non
apprenderai nulla.”
A.L. Huxley

La terapia regressiva è una forma di psicoterapia che al pari della terapia analitica junghiana lavora sulle immagini foriere di simboli presenti nell’inconscio. Da circa 20 anni si parla di Trance Regressiva riferendoci a quel particolare stato di coscienza che permettendo il contatto con le immagini, le sensazioni, le percezioni in profondo rilassamento, determina l’ingresso non solo nei nuclei archetipici dei soggetti – presenti da sempre nell’inconscio – ma facendo anche ipotizzare la nascita di queste immagini da situazioni realmente vissute in epoca antecedente la propria attuale vita. In esperienze cliniche ripetute in tutto il mondo, dall’India di Osho, all’America di B.Weiss, alla Germania di T. Dethlefsen, all’Italia di A. Bona, alcuni pazienti sembrano riferire attraverso le immagini accadimenti, luoghi ed epoche non parimenti rintracciabili con la sola terapia verbale. L’ipotesi di vite precedenti diventa allora plausibile….ma al di là della certezza di essere già stati su questo pianeta – che non avremo mai – quello che ci viene in aiuto dalla filosofia orientale è l’idea che il ritorno in questa terra sia legato ad un compito (Karma); che il compito si esplichi attraverso la missione che ognuno di noi incarna e che tale missione sia ravvisabile negli archetipi di cui siamo portatori. Lo stato di trance attraverso il rilassamento e lo sganciamento degli emisferi cerebrali, induce la comparsa di quelle immagini capaci di far comprendere al soggetto quale possa essere stato il compito interrotto in vite precedenti da completare o modificare in questa vita. A ben vedere siamo di fronte al lavoro più puro con l’inconscio, le cui censure diminuite dalla trance, permettono di “giocare” con le visioni interiori al fine di comprendere il telòs della propria esistenza .
La terapia regressiva in psicoterapia ha lo scopo di comprendere il senso di eventi che si ripetono senza alcuna variazione e che sembrano sfuggire ad ogni sorta d’interpretazione analitica. Non è soltanto l’esperienza new age della vita precedente (ammesso che possiamo averne certezza), ma soprattutto il collegamento tra il qui ed ora ed il là ed allora dell’inconscio….restituire senso e legittimazione alle immagini archetipiche che ci muovono nel mondo.
Non è possibile pensare di fare un percorso regressivo senza una psicoterapia: la regressione è soltanto una tecnica che – utilizzata a seconda dei casi – permette di approfondire maggiormente l’espressione dell’inconscio. Non tutti, infatti, possono accedervi: soggetti affetti da psicosi, sindromi borderline, gravi depressioni, donne in stato di gravidanza e minorenni non possono accedervi. 

LIBERTA’ COME CAPACITA’ DI SCEGLIERE ALL’INTERNO DEL PROPRIO DESTINO
La libertà non è star sopra un albero
Non è neanche il volo di un moscone
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione
G. Gaber

La parola sanscrita Karman indica un principio di causalità, l’effetto risultante da un’azione. In particolare indica gli effetti delle azioni compiute lungo l’arco della vita che raccoglieremo nelle vite successive. Il Karma è frutto dell’azione ed è ciò che spinge la mente del soggetto ad agire, pensare, identificarsi, esistere in una data condizione. Il karma, dunque, costringe l’individuo a migrare nel perenne ciclo del divenire (samsara), passando da una condizione esistenziale all’altra.
A prima vista tale definizione sembra rappresentare una visione pessimistica della vita, quasi un’espiazione di quanto compiuto in precedenza. Consideriamo però la questione da altri punti di vista . Molti effetti derivanti dalle nostre azioni si manifesteranno all’interno della stessa vita, mentre altri agiranno nelle vite future.
La concatenazione di causa-effetto investe tutti gli aspetti dell’uomo e per aspetti umani intendiamo ricondurci alla trinità presente in ognuno di noi: spirito, corpo, anima.
Lo spirito, come principio immateriale di vita che ha la sua manifestazione più pura nella divinità, indica sostanzialmente il soffio, il respiro, lo spirito vitale che anima e conferisce movimento all’intero universo ordinandolo e dirigendolo al contempo. In tal senso lo spirito indica la libertà creatrice.
Il corpo può essere considerato come l’involucro attraverso cui spirito ed anima si manifestano nella espressione visibile e maggiormente ancorata alla natura e quindi alla necessità (Anànke). Diventa così la forma manifesta nell’universo.
L’anima , come terzo tra corpo e spirito, oscilla tra i due poli mediando tra la necessità e la libertà creatrice. L’anima come Ermes-Mercurio, dio dei viandanti ed accompagnatore di anime, naviga tra il mondo ctonio, infero, ed il mondo supero. Gli obiettivi che ogni essere umano si prefigge nascono dalla compartecipazione della trinità succitata, e si delineano lungo la tensione tra ideali da raggiungere e senso di realtà. Compito dell’anima quindi è quello di mediare tra spirito e natura.
Ovviamente l’uomo è ancorato alla sua dimensione fisica, alla famiglia entro cui nasce e cresce, alle sue esigenze interiori e culturali, alle sue aspirazioni, ma anche e soprattutto alle esperienze che la vita gli pone. Tutto ciò però non indica un crudele determinismo contro cui nessuno può combattere. Più che combattere si tratterebbe dunque, di accettare, che quel tipo di necessità è funzionale per la nostra comprensione ed evoluzione. Si tratta, quindi, di SCEGLIERE cosa fare delle possibilità che in questa vita ci sono date. Lungi dal pensare che all’interno di una vita problematica non si possa scegliere, il compito destinale diviene la comprensione degli accadimenti sulla base di una nostra pre-natale scelta d’esistenza. Platone nella Repubblica parla del mito di Er narrando come le anime dopo la morte si scelgano di volta in volta la vita adatta a loro da rivivere. E’ necessario però, dopo aver compiuto la nuova scelta, bere l’acqua dell’oblio dal fiume Amelete presso la pianura del Lete, al fine di dimenticare la vita precedente e poter riaccedere a nuovi spazi di vita futura. Nella scelta della nuova vita intervengono le figlie di Anànke , le Moire . La prima Moira si chiama Lachesi ed è colei che assegna all’uomo il suo fato; la seconda si chiama Cloto e dona all’uomo le forze necessarie di volta in volta per affrontare le esperienze; la terza si chiama Atropo e dona all’uomo tutto ciò che gli serve per la sua evoluzione e che non può essere evitato, finanche il momento della morte.
Anche in questa tripartizione tutto sembra stabilito. Ma ciò che in realtà è stabilito- un po’ come le stelle fisse in astrologia il cui movimento è talmente lento da sembrare inesistente-, è la base di partenza, ovvero ciò da cui dobbiamo partire per accrescere o completare l’evoluzione. La base di partenza in questo caso, può essere il corpo, la famiglia, la cultura in cui nasciamo. Come manipoleremo le basi partenza e come interverremo negli accadimenti che chiamiamo “caso” ma che non sono mai frutto del caso, in quanto inconsciamente attesi ed autodeterminati, sarà frutto di una libera scelta. La differenza terminologica ma anche concettuale tra la parola destino e la parola karma sta nel fatto che mentre la prima rimanda ad una impossibilità personale di azione dove gli eventi vengono subiti, il karma indica invece la scelta del tipo di esperienze cui si va incontro, scelta determinata dalle esigenze interiori che rimandano ad un compito interrotto nelle vite precedenti. Ma se non vogliamo scomodare le vite precedenti, è opportuno ricordare che nella pratica psicoterapeutica ogni giorno assistiamo ad eventi che il cliente narra e che rimandano all’esigenza personale di incontro-scontro con gli stessi al fine di superare nodi irrisolti che affondano le radici nelle prime esperienze infantili e culturali che costelleranno in futuro le scelte di vita. James Hillman, noto psicoterapeuta di matrice junghiana, parla della coazione a ripetere non come di un ritorno al rimosso secondo la classica accezione freudiana, ma come un bisogno dell’anima di ripercorrere se stessa al fine di comprendere chi è e quale è il suo compito in questa vita. Attraverso la coazione a ripetere non si mette in scena solo l’ancoraggio patologico ma il punto di partenza da cui l’anima deve guardare di volta in volta per espandersi.
Mentre il passato è già accaduto e non può essere modificato, ciò che invece possiamo ancora fare è non omettere nel futuro le nostre possibili azioni . Secondo la dottrina dello Yoga il potere, non nel senso della manipolazione bensì nel senso delle possibilità, è ben rappresentato dal centro energetico che congiunge il mondo delle emozioni a quello della spiritualità manipura, terzo chakra posto al livello del plesso solare. Volontà è , quindi, potere. Questo non indica che tutti gli obiettivi prefissati vengano raggiunti, ma il raggiungimento degli stessi è legato anche ad un tempo evolutivo , ad una maturazione spirituale presente in tutte le cose, ma anche ad una gerarchia di azioni da compiere. In tal senso la volontà di agire non può essere condotta nell’isolamento sociale e spirituale. Volontà è anche partecipazione. Partecipazione del singolo con altri singoli in quel movimento più o meno latente che le anime determinano inconsapevolmente da sempre, e spesso in modo sincronico, e che Carl Gustav Jung ha denominato Inconscio Collettivo.
Il presente deriva, quindi, dalla tensione tra il passato ed il futuro, dalle necessità dell’anima con i suoi pensieri già pensati, le esperienze vissute, il suo rapporto con la morte; mentre lo spirito osserva cosa può servire a quest’anima per proseguire nella sua evoluzione. A tal uopo un recente film Vai e vivrai di R. Mihaileanu (2005) narra la storia di un ragazzo etiope che vive in un campo profughi in Sudan il quale per sfuggire al fatale destino del suo paese, viene aiutato dalla madre a trasferirsi con un espediente in Israele, fingendosi ebreo. Qui, adottato da una famiglia di larghe vedute socio-politiche, lotta costantemente tra il suo segreto, la nostalgia della madre naturale lasciata in Sudan, e un’identità nascente determinata dall’incontro con un’altra cultura. Riesce a compiere gli studi di medicina per ritornare nel suo paese d’origine mettendosi al servizio della sofferenza e ritrovando la madre. Si tratta certamente di un epistrophé, ovvero un ritorno alla causa. Ma la causa che ha generato un fatto o un emozione è anche il motore dell’evoluzione. Singolare è la frase che la madre naturale dice al figlio all’inizio del film durante l’addio: Vai e diventa…Diventare ovvero divenire…Ma il divenire è sempre legato ad un compito, ed il compito è sempre stabilito a priori del momento attuale. Il Karma è , quindi, un frapposto tra passato e futuro, determinato dal Kairos che in greco indica il particolare momento evolutivo che ognuno di noi si trova dinanzi più volte nella vita, e agendo come un insight ci svela il compito stabilito, o frammenti di esso. Sta a noi poi abbracciarlo oppure no.
E la scelta che l’uomo compie dinanzi al kairos, attraverso un meccanismo circolare, ripetitivo,amplifica o diminuisce le possibilità di migliorarsi. Karma, quindi, non come espiazione, ma come possibilità di avvicinarsi sempre più al samadhi, ovvero a quell’identità trascendente che va al di là dell’apparente distinzione formale. Leggere gli avvenimenti karmici, permette, infatti, di osservare tutte le cose “in trasparenza” -citando J. Hillman, al fine di azzerare le polarità presenti nel nostro mondo concettuale (bello brutto /buono cattivo/ giusto sbagliato/ normale patologico). La legge del karma indica la compresenza di tutte le cose e saper leggere in trasparenza rimanda alla presa di coscienza dell’esistenza di aspetti che preferiamo non vedere all’interno degli accadimenti. Un accadimento , per quanto negativo, si pone come collegamento di ciò che possiamo migliorare, di ciò che abbiamo lasciato interrotto, come nostra necessità in questa o in altre vite.” Per l’anima non vi è né nascita né morte. La sua esistenza non ha avuto inizio nel passato, non ha inizio nel presente e non avrà inizio nel futuro. Essa è non nata, eterna, sempre esistente e primordiale. Non muore quando il corpo muore”(Bhagavad-gita 2:20)

 ATTACCAMENTO O PERDITA?
LA FINALITA’ DEL CAMBIAMENTO ATTRAVERSO LA COMPRENSIONE DEI KLESA
“Il dolore nella vita è inevitabile ma la sofferenza è facoltativa”
P. Yogananda

La terapia regressiva si fonda sul rintracciamento dei nuclei di tensione karmica che come scrive A. Bona costituiscono “le cattive emozioni e i tormentosi affetti che devono fluire dal cuore, racchiuse in allegoriche bolle che manifestano una dolorosa tensione superficiale” (Bona, 2006). Tali nuclei permettono lo svelamento dei nessi karmici, ovvero l’esplicazione delle radici nelle precedenti vite del conflitto della vita attuale. Ma di cosa sono piene queste bolle? Cosa intendiamo per cattive emozioni e tormentosi affetti? Ancora una volta la filosofia yoga ci fa da Maestra illuminandoci il cammino verso la comprensione.
Il termine sanscrito klesa significa afflizione, sofferenza di carattere esistenziale dovuta all’ignoranza della propria natura di Essere-Coscienza-Beatitudine assoluti, che determina una identificazione del soggetto con gli accadimenti della propria vita. Non conoscendo la propria vera natura, che è sempre divina e completa, l’uomo è abituato a definirsi in base ai ruoli assunti nella vita ed in base agli accadimenti che ne costellano il suo dipanarsi. Esiste, altresì, un altro tipo d’identificazione, ovvero quella col proprio corpo. Al lettore sembrerà difficile comprendere come non ci si possa identificare con le proprie afflizioni o col proprio corpo, ma in realtà ciò che con tali aspetti s’identifica, non è il Sè supremo, la più profonda natura dell’Essere – completa e trascendente – bensì l’Io. L’Io, seguendo il linguaggio psicoanalitico della classica tripartizione psichica freudiana – peraltro condivisa da tutte le scuole di pensiero psicologico – si costituisce come il mediatore tra gli impulsi dell’Es (inconscio) – che sono sempre primitivi ed immediati – e la coscienza (determinata anche dalle proibizioni del Super-Io), che al contrario dell’Es opera un principio di realtà sulle cose e, quindi, di discernimento.
Affermiamo, dunque, che l’Io – se integro – si pone come punto d’equilibrio tra le spinte sotterranee della psiche e le richieste della mente conscia, frutto di un attento esame di realtà. Ma per compiere questa difficilissima , nonché dispendiosa operazione, l’Io sacrifica la natura più intima del Sé, poiché il mantenimento dell’esame di realtà comporta un allontanamento dalla natura divina per accostarsi alle richieste sociali derivanti dall’ambiente in cui si è inseriti. Le richieste sociali costituiscono le spinte verso l’assunzione di ruoli; le richieste sociali nascono dal bisogno di soddisfare i propri personali desideri che a loro volta porteranno all’assunzione costante e continua di ulteriori desideri, non appena quelli precedenti saranno stati soddisfatti. E’ ovvio che il desiderio muove la curiosità e, quindi, il mondo. Ma il nocciolo della sofferenza sta nel come desideriamo e , soprattutto, se identifichiamo o meno tutto il nostro essere con la realizzazione di quel tale desiderio. Buddha, stabilisce come causa di tutte le sofferenze, proprio il desiderio: Quando questo ha il sopravvento sul Sé, l’Io inizia a stabilire una serie di parametri rispetto a come dovrebbe essere la vita dell’individuo che esso rappresenta. Da qui l’identificazione con tutto ciò che lo avvolge, dentro e fuori. Per identificazione, intendiamo l’eccessiva vicinanza con le emozioni determinate dagli eventi: di qualunque natura essi siano.
Nelle afflizioni, quindi, troviamo anche il piacere, poiché il perseguimento di esso genererà sofferenza: o perché impossibile da raggiungere o perché subito dopo si genereranno altri desideri, creando un costante senso d’insoddisfazione.
Patanjali afferma che la mancanza di consapevolezza della realtà, il senso dell’egoismo (nei termini dell'”io sono” in quanto identificazione con gli eventi), le attrazioni e le repulsioni, nonché il forte attaccamento alla vita, generano tutte le miserie dell’esistenza. Queste componenti emozionali presenti in ogni individuo – rintracciabili all’interno dei nuclei di tensione karmica cui accennato in apertura – costituiscono i Klesa: Avidya , Asmita, Raga, Dvesa e Abbinivesa.
Avidya è la radice degli altri quattro e rappresenta l’illusione (Maya) in cui la coscienza si lascia coinvolgere identificandosi con la materia e, quindi, con gli avvenimenti. E’ la forma dignoranza per eccellenza in cui si prende il non-eterno, l’impuro e il male , per eterno, puro e buono.
Asmita è l’identificazione della coscienza con quanto si percepisce, ove l’Io-sono nel senso della pura coscienza si confonde con “io sono questo o quest’altro”. Ci si identifica, dunque, col veicolo con cui opera: nella fattispecie col corpo. Ma forme più evidenti di asmita sono rappresentate dall’identificazione con le operazioni della mente.
Raga è l’attrazione che si prova verso le persone, gli oggetti o gli eventi che sono fonte di desiderio. In questo caso è un desiderio legato alla possibilità di procurarsi piacere fisico, emotivo o mentale, senza considerare che dall’attrazione discenderà sofferenza non appena il desiderio verrà frustrato o svanirà a causa della mutevolezza insita in tutte le cose.
Dvesa, di conseguenza, è la polarità opposta al raga, ovvero la repulsione provata verso le cose poiché foriere d’infelicità. Le repulsioni determinano attaccamento quanto le attrazioni, poiché ci legano ad eventuali ingiustizie che sentiamo inappropriate alla nostra esistenza. L’ingiustizia e l’idiosincrasia che avvertiamo verso eventi comporta il tentativo costante di evitarli, con un dispendio notevole d’energia accompagnato da emozioni negative come rabbia (desiderio di vendetta) o tristezza.
Infine, Abbinivesa è il forte attaccamento alla vita – negando la polarità vita-morte come un tutt’uno – considerando buona la vita ma cattiva la morte: la morte viene vista come evento da procrastinare quanto più possibile vista la sua ineluttabilità. La paura della morte nasce appunto dall’identificazione dell’Io col corpo, dimenticando che l’anima, lo spirito ed il Sé non sono il corpo, ma qualcosa che sopravvive alla morte. In tal senso la morte non esiste in quanto evento finale in assoluto, ma solo in quanto evento di questo corpo in questa vita.
Risulta chiaro, quindi, che l’attaccamento a tutto ciò che ci circonda, corrisponda all’azione dei cinque klesa succitati, e che la perdita o l’attenuazione di essi determini, di contro, l’apertura verso la realtà suprema del Sé. Realtà che è composta dalla compresenza di tutte le polarità, poiché è falsità la netta separazione tra buono/cattivo, inizio/fine, giusto/sbagliato. Con questo non si vuole cadere in un cieco nichilismo per cui nulla esiste e tutto è possibile: al contrario, riteniamo che la capacità di discernimento operata da una mente saggia ed evoluta sia capace di evitare dolori e sofferenze a sé e ad altri.
La vera risoluzione del conflitto generato dalle polarità, sta nel comprendere che la finalità di tutte le cose sta nell’elevazione al di sopra del bene e del male: accadimento possibile solo nel momento in cui si attua quel distacco auspicato dalla filosofia yoga attraverso il mantenimento della disciplina, ed in particolare, come afferma Patanjali, con il costante esercizio del Kriya-yoga. La comprensione dell’inutilità del male (che viene compiuto solo a fini egoistici), come dell’inutilità dell’inseguimento senza sosta del piacere  (anch’esso finalità dell’ego), comporta il distacco dalle cose del mondo, finalità cui l’umanità è chiamata al fine di comprendere la vera essenza della vita: l’Amore , inteso non come possesso e piacere, ma come comprensione dell’Uno e della totalità. Comprensione – possibile grazie al dolore e al piacere – di quanto l’individuo sia particella del tutto e di quanto le polarità bene/male si ritorcano sempre, nel tempo, su ognuno di noi , anche se non siamo gli attori principali di quel particolare male o bene. Si potrebbe obiettare che occorra, dunque, far solo del bene. Sarebbe opportuno , solo se venisse compiuto senza l’attaccamento alla gratifica che ne potrebbe conseguire: far del bene , procurare piacere – solo per riceverne – innesca circolarmente, la lotta del possesso e , quindi, della competizione e sofferenza.
Kriya yoga (scuola di pensiero simile al karma yoga che fa capo a Yogananda) significa yoga dell’azione: implica l’azione connessa al pensiero, alla devozione, alla respirazione ed alla meditazione. Questo tipo specifico di yoga (ricordiamo che le suddivisioni dello yoga sono principalmente dodici), attenua i klesa sopraccitati conducendo l’adepto al samadhi, ovvero alla realtà trascendente dell’uomo e delle cose. L’attenuazione dei klesa comporta il distacco emotivo da tutti gli accadimenti sia interni che esterni , ove per distacco s’intende l’elevazione spirituale che permette di osservare l’evento considerandoci esterno ad esso. Tale meccanismo, oltre ad essere la chiave d’accesso per la spiritualità, è in prima battuta un potente meccanismo psicologico che permette di leggere l’accadimento nella sua interezza, da più angolature, e di poterne, quindi, estrapolare soluzioni per dare ad esso un senso rintracciandone possibilità di cambiamento. Non esiste cambiamento quando c’è identificazione e , quindi, attaccamento. Il cambiamento è possibile solo quando ci si apre alla rinuncia e, quindi, alla perdita. Per rinuncia e perdita ci riferiamo alla rinuncia dell’attaccamento alle emozioni, sia positive che negative, da parte dell’io. Forse il compito più arduo per l’uomo, che vive, invece, di continua ricerca di gratifica dell’io , tralasciando con tale atteggiamento l’intera personalità costituita da realtà divina immanente e la cui sola realizzazione avviene attraverso – citando C. G. Jung – la funzione trascendente, finalità ultima dell’esistenza ove conscio ed inconscio s’incontrano dentro e fuori si sé, nell’evoluzione dell’anima del mondo. La terapia regressiva, analizzando i klesa contenuti nei nuclei di tensione karmica, permette ad essi di svelare i loro archetipi e, quindi, di rintracciarne le origini al fine di trasformarli. I klesa accompagnano la vita di ogni individuo; se al momento della morte essi saranno ancora pienamente attivi e non attenuati o sradicati, si ripresenteranno nelle vite successive con la stessa intensità ed allo stesso livello con cui avranno lasciato la vita precedente: si determinerà, in pratica, continuità ma non cambiamento, ripetizione senza fine dell’errore dell’attaccamento alle emozioni ed alla vita terrena.

Con aria e fattezze sognanti, vorrei dedicare questo post alla mia anima gemella, che forse ho trovato…Adesso sto solo aspettando di parlare col mio inconscio per avere una risposta più precisa alle mie domande e qualche soluzione ai miei dubbi, che da così tanto tempo mi fanno arrovellare in mille pensieri ed in mille elucubrazioni…

All’anima gemella (forse un folle…)

Questo è dedicato al Nelson che c’è in me, alla mia parte maschile, al mio uomo ideale e speculare…

 

 

Cosa significa sognare una colomba bianca?? A me è successo per ben due volte qualche giorno fa…Il sogno era ambientato a Venezia per giunta…Ci sono diverse interpretazioni relativamente a quello che la colomba possa rappresentare; ovviamente l’animale è per antonomasia simbolo di pace, di speranza, a livello cristiano è la raffigurazione dello Spirito Santo…Visto che il mio sogno è stato curioso, vorrei approfondire il tema, ed ecco qui!

Diciamo subito che fare sogni del genere è davvero molto difficile e dovremmo avere una forte spiritualità. Perchè ? Vediamo cosa il nostro subconscio vuole dirci con questo forte simbolo onirico.

Sappiamo benissimo che la colomba ha un significato molto forte al livello religioso, soprattutto per i cristiani Infatti, la colomba bianca con il ramoscello di ulivo in bocca, indica pace. Per questo, se si è delle persone molto pie e si frequenta spesso la Chiesa, o comunque si leggono testi religiosi, può capitare di vedere le colombe in sogno. Ma anche e pur non avendo una forte spinta verso le letture religiose o verso le frequentazioni di luoghi religiosi, potremmo comunque avere una forte spiritualità.

Sognare una colomba deve farci riflettere su quello che siamo nella realtà, perchè, se pur essa indichi gioia e pace, bisogna pur dire che questa gioia e pace vanno conquistate. Il sogno ci comunica infatti che il nostro inconscio, che la nostra mente, hanno le capacità di raggiungere una pace interiore e, di riflesso, esteriore. Sognare la colomba bianca può capitare in un periodo molto difficile della nostra vita, in cui magari, ci affidiamo, per la risoluzione dei nostri problemi, alla preghiera. In questo tipo di sogni si evince il fatto che, grazie alla nosta fede, forza spirituale ed energia, riusciremo ad oltrepassare questo periodo negativo. (Guarda caso, sembra un sogno apposta per me! 🙂 )
Non escludo il fatto che sognare una colomba bianca indichi proprio un aiuto da su, un aiuto venuto grazie alla nostra grande fede e continua preghiera. L’aiuto però potrebbe anche riguardare una persona nella realtà o anche una situazione che possono soccorrerci e risolvere alcune faccende. Quindi, la venuta di una colomba in sogno è senz’altro un indice molto positivo e favorevole, un indice di uscita dal tunnel, di risoluzione di tanti problemi, di una pace interiore raggiunta o di li ad esserlo.
Sperem!!! 🙂
 

di Jorge N. Ferrer

Nel buddismo, la gioia compassionevole (mudita) è vista come una dei “quattro stati incommensurabili” o qualità dell’essere illuminato-gli altri tre sono: la gentilezza amorevole (metta) la compassione (karuna) e l’equanimità (upeksha). La gioia compassionevole si riferisce alla capacità umana di partecipare alla gioia degli altri e sentirsi felici quando gli altri lo sono.

Anche se con diversa enfasi, tale comprensione può essere ritrovata negli insegnamenti alla contemplazione di molte altre tradizioni religiose, come la Kabbalah, il Cristianesimo o il Sufismo, che nei loro rispettivi linguaggi, si riferiscono alla gioia compassionevole, per esempio, in termini di apertura dell’“occhio del cuore”.

Stando a queste e altre tradizioni, il coltivare la gioia compassionevole, può squarciare l’ultimo lembo di falsa dualità tra sé e gli altri, ed essere, pertanto, un potente aiuto nel cammino verso il superamento dell’egocentrismo ed ottenerne la liberazione.

Sebbene l’obiettivo ultimo di molte pratiche religiose sia lo sviluppo della gioia compassionevole verso tutti gli esseri senzienti, le relazioni intime offrono agli esseri umani – che siano o no praticanti di spiritualità – una preziosa opportunità di assaggiare il suo sapore esperienziale. Molti individui per natura equilibrati, condividono in certa misura la felicità dei loro partner.

La beatitudine e la gioia possono facilmente emergere dentro di noi nel sentire la gioia in un ballo estatico col partner, nel godimento di una spettacolo artistico, nel gustare il piatto preferito, o nella contemplazione serena di uno splendido tramonto. E questa innata capacità per la gioia compassionevole nelle relazioni intime, spesso raggiunge il suo picco emotivo nelle esperienze emozionali profondamente condivise, nello scambio sensuale e nel fare l’amore. Quando siamo innamorati, la gioia rappresentata dall’amato diventa molto contagiosa.

E se la gioia sessuale ed emotiva del partner non dovesse sorgere in relazione a noi, ma verso altri? Per la maggior parte della gente, la reazione immediata probabilmente non sarebbe di apertura e amore, quanto piuttosto di paura contratta, rabbia e forse anche violenza. Il cambiamento di una singola variabile ha rapidamente trasformato l’appagamento disinteressato della gioia compassionevole nel “il mostro dagli occhi verdi” della gelosia, come Shakespeare chiama questa emozione compulsiva.

Forse a causa della sua diffusione, la gelosia è ampiamente accettata come “normale” nella maggior parte delle culture, e molte delle sue violente conseguenze, sono state spesso considerate come comprensibili, moralmente giustificabili, e persino legalmente permesse. (Vale la pena ricordare, come alla fine degli anni ’70, le leggi di Stati come il Texas, l’Utah e il New Mexico, consideravano “ragionevole” l’omicidio del partner adultero, se colto sul fatto!).

Sebbene ci siano circostanze in cui la consapevole espressione di una giusta rabbia (non violenta), possa essere una risposta adeguata contemporanea -ad esempio, nel caso di rottura di adulteri all’interno di impegni monogamici – la gelosia spesso fa la sua comparsa in situazioni interpersonali in cui il tradimento non è avvenuto o quando razionalmente sappiamo che non esiste una minaccia reale (per esempio, guardando il nostro compagno ballare con una bella persona ad un party).  In generale, il risveglio di gioia e simpatia osservando la felicità del nostro partner in un rapporto con una persona percepita come rivale è una perla estremamente rara da trovare. Nel contesto delle relazioni romantiche, la gelosia funziona come ostacolo alla gioia simpatetica.

Quali sono le radici di questa diffusa difficoltà nel vivere la gioia simpatetica nelle arene delle esperienze amorose e sessuali?  In ultima analisi, cosa c’è in agguato dietro un tale comportamento apparentemente defilato come la gelosia?  La gelosia può essere trasformata attraverso una più ampia espressione di gioia compassionevole all’interno dei nostri rapporti intimi?  Che risposta emotiva può prendere il posto della gelosia?  E, nel trasformare la gelosia, quali sono le implicazioni per le nostre scelte spirituali nelle relazioni?  Per cominciare ad approfondire queste domande, dobbiamo passare alle scoperte della moderna psicologia evolutiva.

La mappa dell’evoluzione e la funzione della gelosia è stata tracciata con chiarezza dagli psicologi evoluzionisti, da antropologi e zoologi. Nonostante il suo tragico impatto nel mondo moderno (la schiacciante maggioranza mondiale di partner maltrattati e di omicidi nell’ambito matrimoniale è causata dalla violenza generata da gelosia), essa è emersa molto probabilmente intorno a 3 milioni e mezzo di anni fa, nei nostri antenati ominidi, come risposta d’adattamento vitale per ambedue i sessi. Mentre il ricorrere in modo decisivo alla gelosia, per i maschi rappresentava la certezza della paternità e per evitare lo spreco di risorse a supporto dei figli di altri , per le femmine si è evoluto come meccanismo volto a garantire la protezione e le risorse per i figli biologici. In breve: avendo un partner fisso, la gelosia emerse nei nostri antenati a protezione, nei maschi dal “calo sessuale” e nelle femmine dall’essere abbandonate.

E’ per questo che ancora oggi l’uomo tende a vivere dei sentimenti più intensi di gelosia che non la donna, quando si sospetta un’infedeltà sessuale, mentre la donna si sente più minacciata, quando il suo partner si sente attratto da un’altra donna e spende con lei tempo e soldi. La moderna ricerca dimostra come questa “logica evolutiva” in relazione agli schemi di genere sessuale specifici alla gelosia, opera largamente in culture e paesi diversi: dalla Svezia alla Cina, dal Nord America e Olanda, al Giappone e Corea.

Il problema, naturalmente è che, molte reazioni istintive che avevano un significato evolutivo in tempi remoti, non hanno molto senso nel nostro mondo moderno. Ci sono oggi ,ad esempio, molte madri single che non necessitano o desiderano supporto finanziario – o anche emozionale – dai padri dei loro figli, che ancora oggi si ingelosiscono quando i loro ex-partner hanno attenzioni verso altre donne. La maggior parte degli uomini e delle donne soffrono di gelosia indipendentemente se hanno figli o programmano di averli. Come presenta lo psicologo evoluzionista nel suo acclamato“The evolution of Desire”, molti esseri umani associano meccanismi e risposte come fossero attuali “fossili viventi” forgiati dalle pressioni genetiche della nostra storia evolutiva.

Approfondendo, le radici genetiche della gelosia sono esattamente le stesse di quelle che sottostanno al desiderio di esclusività sessuale (o di possessività) che abbiamo chiamato “monogamia”. In contrasto all’uso convenzionale, comunque , il termine monogamo significa semplicemente “un coniuge” e non necessariamente concerne la fedeltà sessuale. In ogni evento, mentre la gelosia non è esclusività dei legami monogami (anche scambisti e poligami avvertono la gelosia), le origini della gelosia e della monogamia sono intimamente connesse nel nostro passato primitivo.

In verità, la psicologia evolutiva ce lo dice:la gelosia emerge come meccanismo di difesa sensibile contro il disastro geneticamente possibile di avere un partner sfuggito alla monogamia. Nelle antiche savane per le donne era imperativo assicurarsi un partner stabile che provvedesse al cibo e proteggesse i loro figli dai predatori, mentre per gli uomini era sicuro che non stavano investendo tempo ed energia per le progenie di qualcun altro. Ponendoci semplicemente da un punto di vista evolutivo, lo scopo principale della monogamia e della gelosia, è di provvedere all’inseminazione di DNA.

In un contesto di aspirazione spirituale, che punti ad una graduale scoperta e alla trasformazione di crescenti forme sottili di autocentratura, possiamo forse riconoscere che la gelosia, alla fine, serve come forma di egotismo che potremmo chiamare “egoismo genetico” – da non confondere con la teoria dell’”gene egoista” di Richard Dawkins, che riduce gli esseri umani allo stato di macchine viventi al servizio della replica genetica. L’egoismo genetico è così arcaico, pandemico, e profondamente immerso nella natura umana che invariabilmente non fa notizia tanto nella cultura contemporanea quanto nei circoli spirituali. Un esempio può aiutare a rivelare l’elusiva natura dell’egoismo genetico.

Nel film “Cinderella Man” un ufficiale della compagnia d’elettricità è sul punto di tagliare l’energia elettrica nella casa di tre bambini che potrebbero addirittura morire senza il riscaldamento – è un inverno a New York ai tempi della Grande Depressione. Quando la madre dei tre bambini si appella alla compassione dell’ufficiale, scongiurandolo di non togliere l’energia elettrica, egli risponde che i suoi bambini patiranno lo stesso destino se non farà il suo lavoro. Guardandomi intorno nella sala di proiezione, ho notato tanti tra gli spettatori, annuire con la testa in stato di commovente comprensione.

Possiamo tutti compatire la posizione dell’ufficiale. Dopotutto, chi non farebbe lo stesso in simili circostanze? Non è umanamente incontestabile e moralmente giustificabile favorire la sopravvivenza delle nostre progenie piuttosto che quella di altri? Dovendo salvare solo il nostro bambino, condanneremmo a morire tre o quattro bambini di qualcun altro? Il numero ha qualche significato in queste decisioni? In queste situazioni estreme, quale azione è più allineata con la compassione universale? Qualsiasi sforzo nell’ottenere una risposta generica a queste domande è probabilmente errato; ogni situazione concreta richiede un’attenta indagine del contesto, della varietà di prospettive, e dei sistemi di conoscenza. Il mio obbiettivo nel sollevare queste questioni non è quello di offrire delle soluzioni, ma soltanto trasmettere come tacitamente l’egoismo genetico, nella condizione umana, venga incarnato come “seconda natura”.

La discussione sulle stesse origini evolutive della gelosia e della monogamia solleva altre domande: la gelosia può davvero essere trasformata? Quale risposta emozionale può rimpiazzare la gelosia nell’esperienza umana? Come può influire la trasformazione della gelosia sulle nostre scelte relazionali?
Per mia conoscenza, contrariamente agli altri stati emozionali, la gelosia non ha opposti in qualsiasi linguaggio umano. E’ probabilmente per questo che la comunità di Kerista – un gruppo poligamo di San Francisco, sciolto nei primi anni novanta – ha coniato il termine “comparsione” riferendosi alla risposta emozionale opposta alla gelosia.

I Kerista definirono comparsione “il sentimento di portare gioia nella gioia degli altri che amano condividerla.” Da quando il termine emerse nel contesto della pratica della “polifedeltà” (per molti infedeltà), la gioia dei sensi vi fu inclusa, ma la comparsione veniva coltivata solo quando una persona amava i legami con tutto il gruppo annesso. Comunque, il sentimento di comparsione può essere esteso ad ogni situazione nella quale il nostro partner senta gioia emozionale-/sensuale per altri in modo sano e costruttivo. In queste situazioni possiamo gioire della gioia del nostro partner, sempre che ci teniamo nascosto il “terzo incomodo”.

Con l’esperienza, la comparsione può essere avvertita come una presenza tangibile nel cuore, il cui risveglio può accompagnarsi a onde di calore, piacere, e riconoscenza, all ’idea che il nostro partner ami altri e sia riamato in modo sano e reciprocamente benefico. In questa luce, suggerisco che la comparsione possa essere vista come una nuova estensione della gioia compassionevole nel regno delle relazioni intime e, in particolare, alle situazioni interpersonali che convenzionalmente rievocano sentimenti di gelosia.

Il lettore che conosce il Buddismo Vajrayana potrebbe chiedersi se si tratta semplicemente di un romanzo. La trasformazione della gelosia in gioia compassionevole non è forse stata descritta nella letteratura tantrica? Beh, sì e no. Nel Buddismo Vajrayana, la gelosia è considerata un’imperfezione (klesha) di attaccamento legato all’egocentrismo che si è trasmutato in gioia compassionevole, equanimità, e saggezza dal Signore del Karma, Amoghasiddhi, uno dei cinque Buddha Dhyani (i Buddha visualizzati in meditazione). Dal suo corpo verde Amoghasiddhi emana la sua consorte, la dea Verde Tara che si dice abbia anche il potere di tramutare la gelosia in abilità a rimescolare la felicità altrui .

A prima vista, sembra come se gli dei e le dee verdi del panteon Buddista abbiano sconfitto il mostro dagli occhi verdi della gelosia. Analizzando meglio, comunque diventa chiaro che questa percezione necessita di correzioni. Il problema è che i termini buddisti tradotti come “gelosia – come issa (pali), phrag dog (tibetano), o irshya (sanscrito) – vanno letti con più precisione come “invidia”. Nelle varie descrizioni buddiste di “gelosia”, generalmente vi troviamo immagini di amarezza e risentimento verso la felicità, il talento, o fortuna, ma molto raramente, quasi mai di paura contratta e rabbia come risposta ad unioni emozionali o sessuali del partner verso altri.

Nel’Abhidhamma, ad esempio, la gelosia (issa) è considerata uno stato mentale immorale caratterizzato da sentimenti di scarsa accettazione verso il successo e la prosperità altrui. La descrizione del reame “dei gelosi” (asura-loka) supporta anche questa affermazione. Benché sia comunemente detta “gelosia”, gli asura dicono di essere invidiosi degli dei del regno dei cieli (devas) e posseduti da sentimenti di ambizione, odio, e paranoia.

Discutendo il mandala samsarico, Chögyam Trungpa scrive ne ”L’ordine nel caos “: “Non è esattamente gelosia, non esiste il termine appropriato nella lingua inglese. E’ un’attitudine paranoide di confronto piuttosto che vera gelosia… un senso di competizione. Sarebbe ovvio che tutte queste descrizioni si riferiscano all’”invidia” che il Dizionario d’Inglese di Oxford definisce come: “Sentirsi dispiaciuti e inermi alla superiorità altrui riguardo felicità, successo, reputazione o possesso di qualcosa di desiderabile” e non alla “gelosia” che è una risposta alla reale o immaginata minaccia di perdere il partner o che la relazione includa terzi. Da quando gli insegnamenti buddisti sulla gelosia furono indirizzati a monaci per i quali non era previsto che sviluppassero attaccamenti emozionali (persino quelli coinvolti in atti sessuali tantrici), la mancanza di riflesso sistematico nel Buddismo di gelosia romantica non fu certo una sorpresa.

Esploriamo adesso le conseguenze nel trasformare la gelosia nelle nostre relazioni intime. Segnalo che la trasformazione della gelosia nel coltivare la gioia compassionevole rafforza il risveglio del cuore . Dissolvendosi la gelosia, la compassione universale e l’amore senza condizioni diventano più disponibili all’individuo. La compassione umana è universale nell’abbracciare tutti gli esseri senzienti, senza distinzioni. L’amore umano è anche onnicomprensivo ed incondizionato – un amore libero dalla tendenza al possesso e che non vuole niente in cambio.

Sebbene amare senza condizioni sia generalmente più facile nel caso d’amore fraterno e spirituale, segnalo come nel guarire lo strappo tra amore spirituale (agape) ed amore sensuale (eros), lo spiegarsi della gioia compassionevole a più ampie forme d’amore, ne diventi il suo naturale sviluppo. E quando l’amore incarnato si è emancipato dalla possessività, emerge organicamente una gamma più ricca di relazioni spiritualmente legittimate. Mentre le persone diventano più integre e libere da certe paure di base (es. abbandono, indegnità), si spalancano per l’amore incarnato delle nuove possibilità d’espressione, come sentimento naturale, sicuro e sano piuttosto che indesiderabile, minacciato, o moralmente discutibile.

Per esempio, una volta che la gelosia si trasforma in gioia compassionevole e l’amore sensuale e spirituale sono integrati, una coppia potrebbe sentirsi attirata ad estendere l’amore verso altri oltre la struttura del legame di coppia. In breve, una volta che la gelosia allenta la presa sul sé, l’amore umano può raggiungere una dimensione più ampia, incorporabile nella vita di ognuno, che può naturalmente portare all’attenzione verso connessioni intime più omogenee.

Anche se attenta ed aperta, l’inclusione di altre connessioni amorose nel contesto di un sodalizio può suscitare le due classiche obiezioni alla nonmonogamia (o poligamia): primo, in pratica non funziona,secondo, porta alla distruzione del rapporto. (Non ho qui considerato la profonda e radicata opposizione morale all’idea della poligamia legata all’eredità della Cristianità nell’Occidente.) Come obiezione, sebbene la poligamia maschile sia ancora prevalente nel mondo – su 853 culture umane conosciute, l’84 per cento permette la poligamia maschile – sembra innegabile che a parte qualche moderna eccezione che spinge verso una maggiore uguaglianza sessuale – i legami aperti non abbiano avuto molto successo.

Tuttavia lo stesso si potrebbe dire a proposito della monogamia. Dopotutto, la storia della monogamia è la storia dell’adulterio. Come ha scritto H.H. Munro, “ la monogamia è l’usanza occidentale di una moglie e raramente senza alcuna amante”. Valutando la disponibile evidenza, David Buss stima che approssimativamente dal 20 al 40 per cento delle donne americane e dal 30 al 50 per cento degli uomini americani, hanno almeno una relazione durante il matrimonio, “e recenti indagini suggeriscono che il caso che un membro di una coppia moderna commetta infedeltà durante il matrimonio può raggiungere il 76 per cento – numeri che aumentano ogni anno. Sebbene la maggior parte delle persone della nostra cultura si considerino – o credano di essere – monogami, indagini anonime rivelano che lo sono socialmente ma non biologicamente.

In altre parole, la monogamia sociale, in un sempre più significativo numero di coppie, maschera frequentemente la poligamia biologica. Nel suo “Anatomia di un amore” l’illustre antropologo Helen Fisher suggerisce che il desiderio umano per il sesso clandestino extraconiugale è geneticamente fondato sui vantaggi evolutivi nel procurarsi altri partner per ambo i sessi, nei tempi antichi: ulteriori opportunità per spargere DNA per gli uomini, ed ulteriore protezione e risorse ad acquisire sperma potenzialmente migliore per le femmine.

Può anche essere importante notare che il paradigma prevalente nelle relazioni del moderno occidente non è più la monogamia a vita (finché morte non ci separi) ma una monogamia seriale (molti partner in sequenza), spesso costellata da adulterio. La monogamia seriale con adulterio clandestino è in molti punti non tanto diversa dalla poligamia, escluso forse il fatto che il secondo è più onesto, etico, e convincentemente meno dannoso . In questo contesto l’attenta esplorazione della poligamia (praticata con piena cognizione ed approvazione di tutto ciò che concerne) può aiutare ad alleviare la sofferenza causata dall’incredibile numero di relazioni clandestine nella nostra cultura moderna.

Inoltre, potrebbe essere poco saggio trascurare uno sviluppo culturale potenzialmente emancipatorio poiché le sue prime manifestazioni non sono riuscite perfettamente. Riguardando la storia dei movimenti di emancipazione nell’occidente – dal femminismo all’abolizione degli schiavi, alla conquista dei diritti civili da parte degli americani-africani – possiamo osservarle come le prime ondate del prometeo impulso che frequentemente porta problemi e distorsioni che solo più tardi saranno riconosciuti e risolti.

Questo non è il luogo per esaminare la sua storica evidenza, ma congedare la poligamia per i suoi precedenti fallimenti può equivalere all’aver scritto contro il femminismo nei luoghi ove le prime mogli fallirono nel reclamare i valori genuini della femminilità o delle donne libere dal patriarcato (diventando mascoline “superdonne” capaci di avere successo in un mondo patriarcale).

Ma aspettate un attimo. Le relazioni diadiche sono già abbastanza difficili. Perché complicarle ulteriormente aggiungendo altre parti all’equazione? Risposta: da un punto di vista spirituale, una relazione intima può essere vista come una struttura attraverso la quale gli esseri umani possono imparare ad esprimere e ricevere amore in diverse forme. Sebbene esiterei a considerare la poligamia più spirituale ed evoluta della monogamia, è chiaro che se una persona non ha imparato le lezioni e le sfide della struttura diadica, lui o lei non sarà pronto a portare quelle sfide in forme più complesse di relazioni. Dunque l’obiezione di impraticabilità può essere valida in molti casi.

La seconda tipica obiezione alla poligamia è che risulta nella dissoluzione del vincolo della coppia. La ragione è che il contatto intimo con altri aumenta le possibilità che un membro della coppia abbandoni l’altro e fugga col partner più attraente. La faccenda è comprensibile, ma di fatto la gente che ha relazioni, si innamora e abbandona il partner nel contesto dei voti monogami. Come abbiamo visto l’adulterio va di pari passo con la monogamia, e la monogamia a vita è stata spesso rimpiazzata con la monogamia seriale ( o poligamia sequenziale) nella nostra cultura.

Tra parentesi, i voti di una vita monogama creano spesso aspettative irrealistiche che aggiungono sofferenza al dolore implicato prodotto da una relazione al termine – e si potrebbero quasi sollevare questioni riguardo la bontà dei bisogni psicologici di sicurezza e garanzia che tali voti normalmente incontrano. In ogni caso, sebbene possa suonare non intuitivo all’inizio, la minaccia di abbandono può essere ridotta nella poligamia, dato che il legame d’amore che il nostro partner può sviluppare con un’altra persona, non necessariamente significa che lui o lei debbano scegliere tra loro e noi (o mentirci).

In modo più positivo, le nuove qualità e passioni che le nuove connessioni intime riescono a risvegliare dentro una persona possono anche apportare un rinnovato senso di dinamismo creativo alla vita emozionale/sessuale della coppia, la cui frequente stasi dopo tre quattro anni (sette in alcuni casi) è la causa principale delle relazioni clandestine e di separazioni. Come dimostrano recenti studi, il numero di coppie che oltrepassano il cosiddetto prurito dal quarto al settimo anno, decresce ogni anno.

Un’attenta poligamia può anche offrire un’alternativa alla solita inesauribile natura della tipica monogamia seriale in quelle persone che cambiano partner spesso negli anni, beneficiando di profondità emozionali e spirituali che può essere dato solo da un legame stabile con un altro essere umano. In un contesto di crescita psicospirituale, solo l’esplorazione può creare opportunità uniche allo sviluppo della maturità emozionale, la trasmutazione della gelosia in gioia compassionevole, l’emancipazione dell’amore incarnato dalla possessività e dall’esclusività, e l’integrazione tra amore dei sensi e spirituale.

Come sosteneva il mistico cristiano Riccardo di St. Victor , l’amore maturo tra l’amante e l’amato si estende naturalmente aldilà di se stesso verso una terza realtà, e questa apertura, sostengo, potrebbe essere in alcuni casi cruciale sia a superare tendenze coodipendenti che a migliorare la salute, la vitalità creativa, e forse anche la longevità delle relazioni intime.

Evidenzio le obiezioni alla poligamia poiché la monogamia per tutta la vita o quella seriale (insieme al celibato) sono ampiamente considerati gli unici o i più “spiritualmente corretti” stili di relazione nel moderno occidente. In aggiunta alle prescrizioni cristiane di una vita monogama, molti influenti maestri buddisti contemporanei in occidente fanno simili raccomandazioni. Consideriamo, per esempio, la lettura del precetto buddista del “trattenersi da una cattiva condotta sessuale” di Thich Nhat Hanh. Originariamente questo precetto significava, per i monaci, di evitare di intraprendere qualsiasi atto sessuale e, per i laici di non impegnarsi in “inappropriati” comportamenti sessuali che avessero a che fare con specifiche parti del corpo, luoghi e tempi.

In “In futuro sarà possibile”, Thich Nhat Hanh spiega che i monaci del suo ordine seguono le regole del celibato tradizionale per usare l’energia sessuale come catalizzatore per aprire un varco spirituale. Per i praticanti laici comunque, Thich Nhat Hanh legge i precetti come modo per evitare tutti i contatti umani a meno che non siano nel contesto di un “impegno a lungo termine tra due persone”, poiché c’è incompatibilità tra amore e sesso causale (il matrimonio monogamo è una pratica comune per i laici del suo ordine).

In questa lettura, Thich Nhat Hanh reinterpreta i precetti buddisti come prescrizione per monogamia a lungo termine, escludendo la possibilità non solo di sane relazioni poligame, ma anche di intimi incontri spiritualmente edificanti (è importante notare, comunque che , “impegno a lungo termine” non equivale a monogamia, poiché è perfettamente fattibile considerare un impegno a lungo termine con più di un partner intimi.)

Ne “L’arte della felicità”, il Dalai Lama presuppone una struttura monogama come contenitore per il sesso appropriato nelle relazioni intime. Poiché la riproduzione è il fine biologico delle relazioni sessuali, ci dice, l’impegno a lungo termine e la sessualità esclusiva sono desiderabili per la salute delle relazioni d’amore.

Nonostante il grande rispetto che nutro nei confronti di questi ed altri maestri buddisti che parlano in modo simile, devo confessare la mia perplessità. Queste valutazioni d’espressione di sesso appropriato, divenute linee guida d’influenza per molti buddisti occidentali contemporanei, sono spesso offerte ad individui celibi la cui esperienza sessuale è limitata, se non quasi inesistente. Se c’è qualcosa che abbiamo imparato dallo sviluppo psicologico, è che un individuo ha bisogno di realizzare diversi “lavori di sviluppo” per ottenere competenza (e buonsenso) in vari contesti: cognitivi, emozionali, sessuali, e così via.

Spesso, quando offerti con le migliori intenzioni, i consigli offrono aspetti della vita nei quali non si è realizzata una competenza di sviluppo come nella diretta esperienza, e saranno illusori e discutibili. Quando questi consigli sono offerti da figure culturalmente venerate come autorità spirituali, la situazione può divenire ancora più problematica.
C’è di più, nel contesto della prassi spirituale, che queste asserzioni possano argutamente essere viste come incongruenti rispetto all’enfasi data alla diretta conoscenza, caratteristica del Buddismo.

Vale la pena ricordare che il Buddha stesso incoraggiava la poligamia piuttosto che la monogamia in certi casi. Nello Jakata (storie sulle incarnazioni precedenti del Buddha), un bramino chiede al Buddha dei consigli a proposito di quattro pretendenti che corteggiavano le sue quattro figlie. Dice il bramino: “Uno è bello e forte, un altro è un po’avanti negli anni, il terzo un uomo di nobile famiglia, e il quarto è buono.”
“Ci saranno sempre bellezza e buone qualità”, rispose il Buddha, “un uomo va disdegnato se scarseggia in virtù. Quindi la forma non è la misura di un uomo, quelle che mi piacciono sono le virtù”. Ascoltato ciò, il bramino donò tutte le sorelle al virtuoso pretendente.

Come illustrano i consigli del Buddha, diverse forme di relazioni possono considerarsi spiritualmente sane (nel significato buddista di guida alla liberazione) accordandosi a varie caratteristiche umane e situazioni. Storicamente, il Buddismo ha sempre fortemente considerato lo stile di un legame in modo più integrale di altri per i laici ed è stato incline a supportare diversi stili di relazione a seconda dei fattori culturali e karmici.

Dalla prospettiva buddista degli abili mezzi (upaya) e della natura salvifica della sua etica, ne consegue che la chiave etica che valuta l’appropriatezza di ogni intima connessione – potrebbe non essere la sua forma, ma piuttosto la sua forza nello sradicare la sofferenza da sè e dagli altri. Credo che oggigiorno ci sia tanto da imparare dagli approcci non dogmatici e pragmatici del buddismo storico verso le relazioni intime, un approccio che non era collegato a nessuna specifica struttura di relazione ma era guidato essenzialmente da una enfasi radicale verso la liberazione.

Come si sa, il Giudaismo permetteva e spesso incoraggiava la poligamia maschile, per secoli sino a Rabbeinu Gershom (c.960-1028) con l’emanazione di un editto contro lo sposare più di una moglie, a meno che non fosse permesso per motivi speciali da almeno 100 rabbini di tre diverse regioni. In maniera interessante, come spiega Rav Yaakov Emden, la ragione del divieto non fu morale ma sociale. L’editto era una reazione al pericolo che poteva portare agli ebrei nell’avere più di una moglie, in un’Europa sempre più dominata dalla Cristianità, che stava tentando di abolire dal 600 D.C. al 900 D.C.

In breve, lo scopo dell’editto era proteggere il popolo ebraico dall’essere attaccato o massacrato dai Cristiani fondamentalisti pieni di risentimento. Inoltre, in accordo con le autorità, il divieto si supponeva avesse validità sino alla fine del quinto millennio del calendario ebraico, così non ha mai avuto la forza di un divieto sino all’anno 1240 D.C., sebbene continuasse come costume in molti posti. (Originariamente, la proibizione fu limitata geograficamente a certe regioni e paesi europei.)

Se la Torah e la legge biblica permetteva la poligamia, se la logica per la proibizione era contestuale, e se la validità della proibizione fu considerata solo sino alla fine dell’anno 1240 D.C.,dopo, per l’attuale osservazione del rabbino Cherem Gershom, sembrò ingiustificata. Naturalmente, alla luce della moderna ricostruzione del Giudaismo attuata dal rabbino Michael Lerner ed altri, gli Ebrei contemporanei possono guardare all’adesione tradizionale della poligamia e alla proibizione di quella femminile, come un costume “sessista” dell’antico Giudaismo e, conseguentemente poter voler esplorare creativamente ulteriori forme egualitarie di poligamia.

Per varie ragioni storiche ed evolutive, la poligamia ha un “letto a torchio” nella cultura occidentale e nei circoli spirituali – essendo automaticamente legati, per esempio, alla promiscuità, l’irresponsabilità, l’inaffidabilità e spesso l’edonismo narcisistico. Aperta la crisi corrente della monogamia nella nostra cultura, si potrebbe comunque valutare di esplorare seriamente il potenziale sociale di forme responsabili di nonmonogamia. E rivelato il potenziale spirituale di tale esplorazione, potrebbe essere anche importante espandere la portata delle scelte relazionali spiritualmente legittimate che come individui possiamo creare in diversi nodi karmici della nostra vita.

Spero che questo saggio spalanchi vie di dialogo e di ricerca nei circoli spirituali a proposito della trasformazione delle relazioni intime. Spero anche che contribuisca all’estensione delle virtù spirituali, come la gioia compassionevole, verso tutte le aree della vita, in particolare a coloro che per ragioni storiche, culturali e forse evolutive, sono stati tradizionalmente esclusi o non hanno considerato temi quali la sessualità e l’amore romantico.

L’opinione culturalmente prevalente – supportata da molti maestri spirituali contemporanei – che le uniche opzioni sessuali spiritualmente corrette siano il celibato o la monogamia è un mito che può causare sofferenza superflua e che sia necessario, quindi, che tale bisogno sia messo a riposo. E’ perfettamente plausibile sostenere simultaneamente più di un amante o legame sessuale in un contesto di attenzione ,integrità etica, e crescita spirituale, per esempio, lavorando alla trasformazione della gelosia in gioia compassionevole e all’integrazione di amore sensuale e spirituale.

Aggiungerei giustamente che, in ultimo, credo che la più alta espressione di libertà spirituale nelle relazioni intime, non si nasconde in pignole rigorosità verso un particolare stile di vita – sia monogamo che poligamo – ma piuttosto in una radicale apertura al dinamico svelarsi della vita che elude una struttura fissa o predeterminata delle relazioni. Sarebbe ovvio, per esempio, che si possa seguire uno stile specifico di legame come di “giusto” (che accresce la vita) o “sbagliato” (basato sulla paura); tutti questi stili di relazione possono ugualmente limitare le ideologie spirituali; e le diverse condizioni interne ed esterne ci possono richiamare ad intraprendere diversi stili di relazione in varie circostanze della vita.

E’ in questo spazio aperto catalizzato dal movimento oltre la poligamia e la monogamia, io credo che possa emergere una posizione esistenziale profondamente armonizzata alla visuale dello Spirito. Nonostante ciò, accrescendo la consapevolezza delle nostre origini, soprattutto quelle arcaiche, la natura degli impulsi evolutivi che dirige la nostra risposta sessuale/emozionale e le scelte relazionali possono autorizzarci a creare consapevolmente un futuro nelle quali forme espanse di libertà spirituale possono avere una maggiore opportunità per sbocciare.

Chissà, forse estendendo la pratica spirituale alle relazioni intime, nuovi petali di liberazione sboccerebbero non emancipando solo le nostre menti, i nostri cuori e la consapevolezza, ma anche i nostri corpi ed il mondo istintuale. Possiamo intravedere un “voto integrale di bodhisattva” in cui la mente consapevole rinunci alla piena liberazione finché il corpo ed il mondo primario possano essere completamente liberi?

L’articolo è stato originariamemte pubblicato su Tikkun: Culture, Spirituality, Politics (2007, Jan/Feb), pp. 37-43, 60-62

TESTIMONIANZE DI GRANDI PERSONAGGI SULLA
REINCARNAZIONE

Esiste una quantità straordinaria di testimonianze di grandi personaggi d’ogni tempo nazionalità che hanno espresso il loro pensiero sulla reincarnazione. Ci limitiamo ai più importanti.

OVIDIO, poeta latino (43 a. C.-17 d. C )

«… La cosiddetta morte è solo il rivestirsi di una cosa vecchia in nuova
forma e abito… È lo spirito disincarnato vola qua e là… gettato da una dimora all’altra.
L’anima è sempre la
stessa, solo la forma è perduta».

VIRGILIO, poeta latino (70-19 a.C)

«Tutte queste anime, trascorsi mille anni, un Dio le chiama in folta schiera
sulle acque del
Lete… Così che, smemorate della trascorsa vita, tornino a visitare i regni
della Terra, sotto
la volta del cielo, desiderose di avere un corpo vivente».

CICERONE, scrittore, oratore e politico romano (106 43 a. C)

«Altra possente prova che gli uomini conoscono molte cose prima della
nascita è la loro
capacità, nella tenera infanzia, di afferrare fatti innumerevoli con una
rapidità che dimostra
come essi non ricevano questi fatti dentro di loro per la prima volta, ma li
ricordino e li
richiamino alla mente».


EMPEDOCLE, filosofo e statista greco (circa 490-430 a. C.)

«Io una volta fui ragazzo e ragazza, cespuglio e uccello, e muto pesce nelle
onde. La Natura
cambia tutte le cose, avvolgendo le anime in strane tuniche di carne. Le più
degne dimore per
le anime degli uomini».

PLATONE, filosofo greco (427-347 a.C)

«O giovane… sappi che se divieni peggiore andrai in un’anima peggiore, e
in un’anima migliore
se migliorerai, e in ogni successione di vita e di morte farai e soffrirai
ciò che il simile ha
del simile. Questa è la giustizia celeste…».

PITAGORA, filosofo greco (571-497 a. C)

«Il ritorno e il karma sono necessari per lo sviluppo dell’anima».

PLOTINO, filosofo neoplatonico (205-270 d. C.)

«Quando avviene l’uccisione di un personaggio in un dramma, l’attore cambia
il suo trucco ed
entra in una nuova parte. Naturalmente l’attore non è stato veramente
ucciso; ma, se morire è
solo cambiare corpo come l’attore cambia costume, o anche uscire dal corpo
come l’attore esce
dalla scena quando non ha più nulla da dire o da fare, cosa c’è di tanto
pauroso in questa
trasformazione degli esseri viventi l’uno nell’altro? Le uccisioni, la
morte… tutto deve
apparirci come lo spettacolo del cambiamento delle scene a teatro… [Sul
palcoscenico] ogni
uomo ha il suo posto, un posto che si conviene al giusto come al malvagio:
…là parla
e agisce, nella bestemmia e nel delitto come in ogni forma di bontà; perché
gli attori
portano in questa commedia quello che erano prima che la commedia fosse
messa in scena…».

JALALU’L-DIN RUM, poeta mistico persiano (1207-1273)

«Morii come minerale e divenni una pianta; morii come pianta e divenni
animale; morii come
animale e fui uomo. Perché dovrei temere? Quando diminuii morendo? E
tuttavia, ancora una volta
morirò come uomo per elevarmi con gli angeli benedetti; ma anche lo stato di
angelo
supererò…».

PARACELSO, medico e alchimista svizzero (1493-1541)

«…Ogni essere umano ha le sue proprie tendenze: queste tendenze
appartengono al suo spirito e
indicano il suo stato in cui esisteva prima di nascere… Distrutto questo
corpo, se ne crea un
altro con proprietà simili o superiori».

GIORDANO BRUNO, filosofo, poeta e commediografo italiano (1548-1600)

«Io ho ritenuto e ritengo che le anime siano immortali… I Cattolici
insegnano che non passano
da un corpo in un altro, ma vanno in Paradiso, nel Purgatorio o
nell’Inferno. Ma io ho
ragionato profondamente e, parlando da filosofo, poiché l’anima non si trova
senza corpo e
tuttavia non è corpo, può essere in un corpo o in un altro, o passare da un
corpo all’altro.
Questo, se anche può non esser vero, è almeno verosimile, secondo l’opinione
di Pitagora…».

VOLTAIRE, filosofo  e scrittore francese (1694-1778)

«La dottrina della metempsicosi non è, soprattutto, né assurda né inutile…
Non è più
sorprendente essere nati due volte che una sola; tutto in natura è
risurrezione».

BENJAMIN FRANKLIN, statista, scienziato e filosofo americano (1706-1790)

«Quando vedo che niente si annulla e nemmeno una goccia d’acqua va
distrutta, non posso
sospettare l’annichilamento delle anime, né credere che Dio voglia
sopportare la distruzione
giornaliera di menti già fatte, che adesso esistono, e darsi la continua
pena di farne delle
nuove. Così, trovandomi a esistere nel mondo, credo che, in una forma o
nell’altra, esisterò
sempre… Non faccio obiezioni a una nuova edizione di me stesso, sperando
tuttavia che gli
errata dell’ultima edizione possano essere corretti».

GOTTHOLD EPHRAIM LESSING, scrittore e filosofo tedesco (1729-1781)

«…Perché non dovrei tornare su questa terra tutte le volte che sia in
grado di acquistare
nuova conoscenza e nuovo potere? Raggiungo forse, in un solo soggiorno,
tante cose da rendere
inutile il mio ritorno? No certo!… O forse perderei troppo tempo? Perdere
tempo! Che bisogno
ho di affrettarmi? Non possiedo forse tutta l’eternità?».

JEAN PAUL RICHTER, scrittore tedesco (1763-1825)

«Perché non accettare questa teoria [della reincarnazione] e godere
pienamente una luce che un
Platone, un Pitagora e intere nazioni ed epoche non hanno disdegnato?…
L’anima torni pure
quante volte desidera. Certo, la Terra è abbastanza ricca per concederle
nuovi doni, nuovi
secoli, nuove regioni, nuove menti, nuove scoperte e speranze».

GEORGE W.F.HEGEL, filosofo tedesco (1770-1831)

«Lo spirito, consumando l’involucro della sua esistenza, non passa
semplicemente entro un altro
involucro, né risorge ringiovanito dalle ceneri della sua precedente forma;
ne esce esaltato,
glorificato, come spirito più puro… La vita dello spirito sempre presente
è
un circolo di progressive incarnazioni che, viste sotto un altro aspetto,
appaiono passate».

FRIEDRICH VON SCHLEGEL, filosofo tedesco (1772-1829)

«…L’uomo, quale è adesso, è troppo imperfetto, troppo materiale per
pretendere quel più alto
tipo di immortalità. Egli deve ancora entrare in forme e sviluppi terreni,
sebbene più
raffinati e trasfigurati, prima di poter direttamente partecipare alla
gloria eterna del divino
mondo della luce… L’idea della metempsicosi, accolta dal misticismo, è
notevole in se stessa
per la sua antichità… Essa non permette che l’anima passi alla piena
libertà prima di essersi
incarnata in molti corpi».

CHARLES FOURIER, filosofo ed economista francese (1772-1837)

«… Nei periodi in cui è libera dal corpo umano, l’anima rivive
immediatamente nella grande
anima del mondo, di cui è parte integrante, e disdegna la vita presente,
come al momento del
risveglio noi cerchiamo di dimenticare o di ricordare un sogno a seconda che
sia stato
piacevole o spiacevole… Dopo un periodo trascorso nella grande anima, le
anime vanno a
dormire e rinascono sulla Terra in un nuovo corpo… Alcuni individui
eccezionali… ricordano
la loro passata esistenza».

HONORÉ DE BALZAC, romanziere francese (1799-1850)

«Un’intera vita è necessaria per ottenere le virtù che annullino gli errori
della vita
precedente. Le virtù che acquistiamo, sviluppandosi lentamente entro di noi,
sono gli
invisibili legami che collegano ogni nostra esistenza alle altre: esistenze
che solo lo spirito
ricorda, perché la materia non ha memoria per le cose spirituali».

ALBERT SCHWEITZER, fisico, ecclesiastico, musicista tedesco (1875-1965)

«L’idea della reincarnazione contiene una molto confortante spiegazione
della realtà per mezzo
della quale il pensiero indiano sormonta difficoltà che sfidano i pensatori
europei».

CARL GUSTAV JUNG, psichiatra svizzero (1875-1961)

«La rinascita, nelle sue varie forme di reincarnazione, resurrezione e
trasformazione, è
un’affermazione che deve essere contata tra le prime affermazioni
dell’uomo».

CAMILLE FLAMMARION, astronomo francese (1842-1925)

«Se l’anima sopravvive all’organismo fisico, essa esisteva prima di questo
organismo; dietro di
noi c’è la stessa eternità che si stende dinanzi a noi… Ognuno di noi
entra in questo mondo
con attitudini particolari, la cui origine non si trova nell’ereditarietà».

JOHANN WOLFGANG GOETHE, scrittore tedesco (1749 1832)

«Sono certo che, come mi vedete, ho già vissuto cento volte, e spero anche
di tornare ancora
cento volte».

ARTHUR SCHOPENHAUER, filosofo tedesco (1788-1860)

«Se un asiatico mi domandasse la definizione dell’Europa, sarei obbligato a
rispondere: è
quella parte del mondo infestata dall’incredibile illusione che l’uomo sia
stato creato dal
nulla e che la sua nascita sia la sua prima venuta nella vita».
«Le qualità innate che troviamo in un uomo e mancano in un altro non sono il
grazioso regalo di
qualche divinità sconosciuta, ma il frutto delle azioni personali di ogni
uomo in un’altra
vita».

IMMANUEL KANT, filosofo tedesco (1724-1804)

«Se potessimo scorgere noi stessi e gli altri oggetti quali essi sono in
realtà, ci vedremmo in
un mondo di nature spirituali: la comunità alla quale apparteniamo, che non
ha avuto inizio con
la nostra nascita, né avrà fine con la morte del nostro corpo».

Federico IL GRANDE, re di Prussia (1712-1786)

«So che, dopo la mia morte, la parte più nobile di me non cesserà di vivere.
Anche se nella mia
vita futura non sarò re, tanto meglio: sopporterò minore ingratitudine».

Elisabetta D’AUSTRIA, imperatrice (1837-1898)

«Dante e gli altri grandi sono anime che, da un’epoca lontanissima, sono
ritornate nuovamente
sulla Terra per continuare l’opera e anticipare il perfezionamento di coloro
che devono
venire…».

ALBERT EINSTEIN, fisico d’origine tedesca (1879-1955)

«Il Buddhismo è l’insieme sistematico di idee che meglio si adatta all’uomo
d’oggi, l’unica via
per la conoscenza e l’autoconoscenza individuale».

Giuseppe MAZZINI, uomo politico italiano (1805-1872)

«Voi credete che l’anima possa passare d’un balzo dall’umana esistenza alla
somma beatitudine o
andar d’un balzo sommersa nell’assoluta irrevocabile perdizione: noi
crediamo il periodo umano
troppo lontano dal sommo ideale, troppo guasto d’imperfezione, perché la
virtù della quale
siamo capaci quaggiù possa d’un tratto meritare di raggiungere il vertice
della scala che guida
a Dio. Noi crediamo in una serie indefinita di reincarnazioni dell’anima, di
vita in vita, di
mondo in mondo, ciascuna delle quali rappresenta un miglioramento
nell’interiore».

MAURICE MAETERLINCK, scrittore belga (1862-1949)

«Non vi fu mai più bella, più giusta, più pura, più morale, più feconda e
consolante e, in
certa misura, più probabile fede di quella della reincarnazione. Essa sola,
con la sua teoria
delle espiazioni e delle purificazioni successive, riesce a spiegare tutte
le diseguaglianze
fisiche e intellettuali, tutte le iniquità sociali, tutte le ripugnanti
ingiustizie del fato».

MOHANDAS K. GANDHI, uomo politico indiano (1869-1948)

«Non posso pensare a una inimicizia permanente fra l’uomo e
l’uomo e, credendo, come credo, nella teoria della rinascita, vivo
nella speranza che, se non in questa nascita, in qualche altra potrò
stringere tutta l’umanità in un amichevole abbraccio».

GEORGE SAND, scrittrice francese (1803-1876)

«Siamo gettati in questa vita come in un alambicco, dove, dopo una
precedente esistenza che
abbiamo dimenticato, siamo destinati a essere rifatti, rinnovati, temprati
dalle sofferenze,
dalle lotte, dalla passione, dalla malattia, dal dubbio, dalla morte. Noi
sopportiamo tutti
questi mali per il nostro bene, per la nostra purificazione e, per così
dire, per renderci
perfetti».

RALPH WALDO EMERSON, filosofo, saggista e poeta americano (1803-1882)

«L’anima è un’emanazione della Divinità, una parte dell’anima del mondo, un
raggio della
sorgente di luce. Viene dall’esterno nel corpo umano, come in una dimora
temporanea, ed esce
nuovamente da esso; vaga nelle regioni eteree, torna a visitarlo… passa in
altre dimore,
perché l’anima è immortale».

WALT WHITMAN, poeta americano (1819-1892)

«…E calcolando la vostra vita, siete il residuo di molte morti; certo, io
stesso sono morto
già diecimila volte…».
«E guarderò ancora fra una o due ventine di secoli, e incontrerò il vero
padrone di casa
perfetto e illeso in ogni sua parte come me stesso…».

EDGAR ALLAN POE, scrittore americano (1809-1849)

«È ozioso dire che non sono vissuto in precedenza, che l’anima non ha avuto
un’esistenza
anteriore… Lo negate? Non discutiamo l’argomento. Convinto io stesso, non
cerco di
convincere».

ROBERT BROWNING, poeta inglese (1812-1889)

«Mai, negli anni che mi restano, dipingerò o scolpirò. Questa mia vita mi
concede solo i
versi… Altre altezze raggiungerò in altre vite, se Dio vorrà».

RICHARD WAGNER, compositore tedesco (1813-1883)

«In confronto con la reincarnazione e il karma, tutte le altre concezioni
appaiono frivole e
anguste».

LEV TOLSTOJ, scrittore russo (1828-1910)

«Le opere della vita precedente danno un orientamento alla vita attuale;
questo è ciò che gli
Indù chiamano karma».
«I sogni della nostra esistenza presente sono l’ambiente in cui elaboriamo
le impressioni, i
pensieri, i sentimenti di una vita precedente…».

LOUISE MAYALCOTT, scrittrice americana (1832-1888)

«Penso che l’immortalità sia il passaggio dell’anima attraverso molte
esperienze di vita, e ciò
che è stato schiettamente vissuto, usato e imparato, aiuti la vita
successiva
divenendo più ricco, felice e alto».

PAUL GAUGUIN, pittore francese (1848-1903)

«L’anima, dimorando temporaneamente in un particolare organismo, vi sviluppa
le sue qualità
animali… e quando questo organismo finisce, l’anima, sopravvivendo,
diviene un germe
qualificato a salire di metamorfosi in metamorfosi verso una vita
generale… salendo di
gradino in gradino… come nella parabola della scala di Giacobbe, che
saliva dalla terra al
cielo… [Alla fine] tutti gli uomini diverranno dei Buddha».

ARTHUR CONAN DOYLE, romanziere inglese (1859-1930)

«Quando ci si pone la domanda “dove eravamo prima di essere nati?”, abbiamo
una risposta
precisa nel sistema del lento sviluppo per incarnazione, con lunghi
intervalli di riposo dello
spirito fra l’una e l’altra incarnazione…».

GUSTAV MAHLER, compositore tedesco (1860-1911)

«Tutti noi torniamo: questa certezza dà un significato alla vita e non ha
alcuna importanza il
fatto che in una incarnazione successiva si ricordi o non si ricordi la vita
precedente. Quello
che conta non è l’individuo e il suo benessere, ma la grande aspirazione al
perfetto e al puro
che avanza in ogni incarnazione».

HENRY FORD, industriale americano (1863-1947)

«Ho adottato la teoria della reincarnazione quando avevo ventisei anni. Fu
come se avessi
scoperto il piano dell’universo… Non ero più schiavo delle lancette
dell’orologio. Il genio è
esperienza. Alcuni sembrano pensare che sia un dono o un talento, ma è il
frutto di una lunga
esperienza di molte vite».

RUDYARD KIPLING, scrittore inglese (1865-1936)

«Quando considero le mie incarnazioni, in ogni razza ed età, faccio le mie
genuflessioni agli
dei…».

HERMANN HESSE, scrittore tedesco (1877-1962)

«Sono già morto di tutte le morti, e devo ancora morire di tutte le morti…
Ancora molte volte
mi cercherete dalla morte alla nascita nella penosa via delle creazioni,
sulla gloriosa via
delle creazioni».

ALDOUS HUXLEY, scrittore e saggista inglese (1894-1963)

«La teoria della reincarnazione ha le sue radici nel mondo della realtà,
come l’evoluzione, e
non potrà essere respinta che da pensatori avventati».

KAHLIL GIBRAN, poeta libanese (1883-1931)

«Brevi sono stati i miei giorni fra voi… ma, per quanto la morte possa
nascondermi, …io
tornerò con la marea… Sappiate dunque che tornerò dal grande silenzio…
Non dimenticate che
sarò ancora tra voi… Una breve interruzione, un momento di riposo sul
vento e un’altra donna
mi porterà».

THOMAS EDISON, inventore americano (1847-1931)

«L’unica sopravvivenza che posso concepire è di ricominciare un altro ciclo
sulla Terra».
«Non dubito nemmeno per un istante che una vita produca un’altra vita».

ÉDOUARD SCHURÉ, poeta e letterato francese (1841-1929)

«La dottrina della reincarnazione dà una ragion d’essere, secondo la
giustizia e la logica
eterna, ai mali spaventosi come alle felicità più desiderate. L’idiota ci
sembrerà spiegabile,
se pensiamo che la sua imbecillità, di cui ha semi-coscienza e di cui
soffre, è
la punizione d’un suo uso criminoso dell’intelligenza in altra vita».

SOMERSET MAUGHAM, scrittore inglese (1874-1965)

«Ho trovato solo una spiegazione al problema del male che piacesse
egualmente alla mia
sensibilità e alla mia immaginazione: ed è la dottrina della trasmigrazione
delle anime».

DAVID HERBERT LAWRENCE, scrittore inglese (1885-1930)

«Ciò che è in cielo può tornare in terra».

HENRY MILLER, scrittore americano (1981-1980)

«Prima di conoscere la teoria della reincarnazione, ero solito biasimare la
mia famiglia, la
società, mia moglie… Ora so con chiarezza che non devo biasimare nessun
altro che me stesso.
Adesso sono libero, nessun altro è responsabile».

HERMANN OBERTH, ingegnere e fisico tedesco (1894-1989)

«L’anima si serve del corpo per fare le sue esperienze, e l’insegnamento
dura oltre la morte,
nell’aldilà, valutando i ricordi della vita vissuta, così che in una vita
successiva noi
possiamo imparare più facilmente e meglio quello che in precedenza sapevamo
in modo
imperfetto».

ARNOLD SCHONBERG, compositore austriaco (1874-1951)

«So di continuare un cammino spirituale iniziato in epoca remota: prima
della nascita di Gesù
ero predicatore in Palestina».
Nel nostro secolo
Ci limitiamo, anche in questo caso, a una selezione. Sarebbe lunghissimo
l’elenco dei
personaggi del nostro tempo che hanno testimoniato la loro credenza nella
dottrina delle
rinascite, spesso collegandosi al Buddhismo o all’Induismo.

EMILIO SERVADIO, psicoanalista (1904-1995)

«Al termine del nostro ciclo di esistenze ciascuno di noi è come un’onda che
entra nel mare. Io
credo in questa visione vedanta, secondo cui la scintilla divina che è in
noi è destinata a
entrare nel Tutto, nel Dio assoluto, l’Atma».

PETER SELLERS, attore inglese (1925-1980)

«So di aver vissuto molte altre vite. Nell’interpretare i personaggi dei
miei film, molto
spesso sento di ispirarmi a esperienze ed emozioni che mi tornano alla
memoria da altri tempi,
da mie precedenti incarnazioni».

FEDERICO FELLINI, regista (1920- 1993)

«So di aver avuto altre vite in passato. Nelle ultime sono stato un buffone,
sì, un clown, di
quelli che andavano nelle piazze a far ridere la gente. Come in questa vita
del resto…».

ERICH FROMM, Psicoanalista tedesco (1900 1980)

«Ho fatto la conoscenza del Buddhismo verso il 1926 e per me è stata una
delle più alte
esperienze. n mio interesse per il Buddhismo è sempre rimasto vivissimo,
anzi, è andato
aumentando grazie allo studio dello Zen».

Mia MARTINI, cantante (1947-1995)

«Molte mie paure, molti miei terrori li ho capiti e superati quando,
attraverso vie esoteriche,
ho scoperto d’aver vissuto una tragica esperienza di morte in una vita
precedente».

CARLO COCCIOLI, scrittore

«Credo nell’altissima dottrina del karma. Siamo le conseguenze, i figli
delle nostre azioni.
Causa-effetto. Azione, reazione. Tutto ciò presuppone, evidentemente, un
oceano di esistenze
anteriori a quella che viviamo ora. L’idea del karma attenua un poco il
supremo orrore dell’universo».

KARLHEINZ STOCKHAUSEN, compositore tedesco

«Sono sicuro di aver già vissuto qualche vita nel passato. In Giappone, in
India. Chissà quando
ho davvero scoperto l’arte del tè, dei fiori, del teatro No e Katakali».

GLENN FORD, attore americano

«Non chiedetemi come lo so, ma è così. Sono stato un cavaliere francese nel
Seicento e un
insegnante scozzese di pianoforte nel Settecento».

ALBERTO BEVILACQUA, scrittore e regista

«La nuova fisica spiega la periodicità del rifarsi delle vite. Afferma che
non esiste una sola
resurrezione finale dell’energia, ma molteplici. È una teoria che si chiama
tecnica delle
resurrezioni successive, che coincide con alcune delle intuizioni
fondamentali del Buddhismo e
le avvalorano. E spiegano anche la reincarnazione».

FRANZ BECKENBAUER, calciatore tedesco ex campione del mondo

«In una vita futura spero di rinascere donna. Sono stato prima una pianta,
poi un animale. Come
donna, avrò la grande gioia di partorire bambini».

ROBERTO BAGGIO, calciatore

«La fede buddhista e la preghiera mi hanno permesso di capire i miei difetti
e, di conseguenza,
mi hanno aiutato a combatterli… Ora riesco a tirar fuori il meglio di me:
forza, energia, concentrazione, entusiasmo, creatività. Adesso faccio tutto con ‘valore’».

CATHERINE SPAAK, attrice francese

«La sensazione d’esser già vissuta a Roma l’ho avuta appena arrivai la prima
volta in questa
città: un clamoroso fenomeno di déjà-vu. I testi buddhisti sono da tempo una
delle mie letture
preferite. Mi sono sottoposta anche a degli esperimenti in leggero stato di
ipnosi per sapere
chi ero nella mia vita precedente. Ho rivissuto una situazione di morte, ma
non voglio
parlarne».

BERNARDO BERTOLUCCI, regista

«All’inizio degli anni Sessanta, Elsa Morante mi regalò una biografia del
poeta e santo
tibetano Milarepa. Il mio interesse al Buddhismo risale ad allora. Nel 1991,
l’incontro col
Dalai Lama mi folgorò. Ai miei occhi il Buddhismo è qualcosa di estremamente
importante, ed è
giusto diffondere il suo pensiero».

FAYE DUNAWAY, attrice americana

«La filosofia orientale mi ha sempre attratta. Poi ho scoperto che in una
mia vita precedente
sono vissuta in Oriente».

LEONARD COHEN, cantautore e scrittore canadese

«Il Buddhismo dà tutte le risposte. E tutte le indicazioni per non produrre
più karma
negativo».

RICHARD GERE, attore americano

«È stato determinante il mio incontro con il Dalai Lama e col Buddhismo. Ha
cambiato la miavita. Mi ha aiutato a liberarmi dei sensi di colpa che mi portavo dentro sin
dalla nascita.
Dentro ognuno di noi c’è un’enorme quantità di dolore. Nel Buddhismo non
esiste un inizio per
la sofferenza, ma esiste un modo per porvi fine. Ora io sono un uomo più
sereno e in pace col mondo».

LILIANA CAVANI, regista

«Il Buddhismo è come un cannocchiale che permette di avere una percezione
diversa della realtà
e di allargare le proprie conoscenze».

TINA TURNER, cantante americana

«Convertendomi al Buddhismo ho cominciato a conoscermi e a credere in me
stessa. Per via
medianica conosco una mia vita passata. Mi sono recata apposta in Egitto,
nella terra dei
Faraoni, sulle tracce di Hatshepsut, figlia di un faraone vissuto 1500 anni
prima di Cristo. Le
sue vicissitudini ricordano molto da vicino quelle che ho sopportato io in
questa vita».

MILVA, cantante

«Sono credente e credo anche nella reincarnazione. Sono sicura di aver avuto
altre vite».

GIORGIO ALBERTAZZI, attore

«So di avere avuto più vite. E potrei parlare a lungo di tutte le mie
esperienze in campo esoterico».

OLIVER STONE, regista americano

«Io sono sia cristiano sia buddhista. Il Buddhismo è una filosofia di vita,
assai più che una religione».

FRANCO BATTIATO, musicista

«Da anni studio le dottrine orientali. Nella mia opera Gilgamesh ho narrato
la storia del
sovrano assiro-babilonese che muore e poi si reincarna nella persona di un
sufi del periodo di Federico II».
«L’inconscio ci comunica coi segni i frammenti di verità sepolta: quando fui
donna o prete di
campagna o un mercenario o un padre di famiglia» (Dalla canzone “Il Café de la Paix”).

SHIRLEY MACLAINE, attrice e scrittrice americana

«Tutti noi partecipiamo al nostro stesso dramma karmico, da una vita
all’altra. La vita,
infatti, non è altro che un lungo processo d’apprendimento; se solo
riuscissimo a considerarla
da questo punto di vista, riusciremmo ad assorbire con molta disinvoltura
quelle che ai nostri
occhi miopi potrebbero sembrare solo delle sofferenze, magari gratuite».

OMBRETTA COLLI, attrice ed eurodeputata

«Nella mia vita precedente sono vissuta in Egitto. Ho avuto l’esperienza del
dejà-vu anni fa,visitando per la prima volta l’Egitto e le piramidi: conoscevo tutto in
precedenza con esattezza matematica».

SUSANNA TAMARO, scrittrice

«Non a caso, nel mio romanzo ‘Va dove ti porta il cuore’ si parla di reincarnazione. Credo
fermamente in questa dottrina. Senza che nessuno me ne parlasse, fin dall’infanzia ho avuto la
netta sensazione d’essere già venuta su questa terra. Mi sentivo smarrita, mi chiedevo dove
fosse la casa dov’ero cresciuta. Dicevo che il mio nome non era Susanna;
 se mi chiamavano, non rispondevo, mi facevo chiamare con un altro nome,
un nome straniero. Col passar degli anni, quella lontana sensazione infantile è diventata
lucida certezza. Ci ho riflettuto a lungo, ho letto libri, testimonianze.
Uno psicanalista indiano mi ha spiegato che questi ricordi affiorano nei bambini che nella
vita precedente sono
morti prima del tempo, di morte violenta. È un’ipotesi che ritengo
attendibile».

Inoltre:
Più in breve, altri personaggi importanti legati in vario modo al mondo
esoterico e alla
dottrina della reincarnazione:

FERDINANDO PESSOA, il noto scrittore portoghese, credeva nella successione
delle vite, ed era
appassionato studioso di Teosofia.

JACK KEROUAC e ALLEN GINSBERG, noti esponenti della beast generation,
scrissero libri sul Buddhismo e sulle credenze orientali.

CAT STEVENS, cantante e compositore pop inglese, si è convertito
all’Islamismo, assumendo il nome di Yusuf Islam, e ha musicato versi del Corano nell’album ‘La vita
dell’ultimo profeta’.

ARTURO TOSCANINI e GEORGE SMITH PATTON, il primo grande direttore
d’orchestra, il secondo famoso generale, sono stati citati in una trasmissione radiofonica per il
loro vivo interesse verso la dottrina della reincarnazione.

CHARLES DICKENS e BORIS PASTERNAK, hanno espresso chiaramente nei loro più
famosi romanzi (David Copperfield e Il Dottor Zivago) il concetto di reincarnazione.

DAVID BOWIE, cantante-attore inglese, ha espresso anche in alcune sue
composizioni la sua adesione alle religioni orientali.

MICHELANGELO ANTONIONI, grande regista, è in stretto contatto col maestro
orientale Mayi Chid Vilasananda. E sua moglie, Enrica Fico, tiene corsi di meditazione
trascendentale.

CAROLYN CARLSON, danzatrice americana, da trent’anni studia il Sufismo e le
altre dottrine orientali.

Conclusione

«E se non fosse così?», può domandarsi qualcuno. Se la dottrina delle rinascite fosse soltanto un’ipotesi, una delle tante?
Domanda legittima. Ma proviamo a escludere questa ipotesi per ritornare al concetto dell’unica vita. Che succederebbe? Che senso avrebbe l’esistenza? Lo vediamo ogni giorno ascoltando le riflessioni di molti vegliardi che fanno il bilancio della loro vita, o leggendo le numerose inchieste sulla terza età. Nell’ottanta per cento dei casi, gente che al termine dei suoi giorni si sente tradita dalla vita: l’avvilimento della giovinezza perduta, delle forze che mancano, della mente offuscata, del corpo avvizzito, della solitudine, dell’emarginazione, dell’impotenza.Con la segreta paura della morte incombente, del nulla. Va un po’ meglio per chi crede nell’aldilà e nell’incontro con Dio. Ma anche tra costoro, nella maggioranza dei casi, il bilancio è fallimentare. Provano la profonda amarezza dei loro errori, delle loro imperfezioni, della infinita distanza tra quanto hanno fatto e quanto avrebbero dovuto fare secondo coscienza. E anche loro temono l’incognita del giudizio divino: Paradiso? Purgatorio? Inferno?C’è poi una minoranza del dieci per cento che, dotata di grande talento creativo, si sente più forte di fronte alla morte: sa di lasciare una propria traccia nel mondo: capolavori in musica, pittura, letteratura, teatro,architettura. Oppure grandi imprese politiche, grandi scoperte scientifiche.Ma anche tra costoro non mancano quelli che, avendo usato l’arte o la mente solo per ingigantire se stessi,non si rassegnano all’idea che il sipario si chiuda sugli applausi (e temono pure loro,segretamente, le ipotesi più minacciose: il Nulla, il Purgatorio,l’Inferno).

Rimane la percentuale ancora minore di chi, dotato di grandi virtù e qualità morali, può dire in piena coscienza di averle utilizzate al meglio per il bene degli altri:lascia dietro di sé un prezioso patrimonio d’affetti, di insegnamenti, la realizzazione di opere umanitarie.Costoro non temono la morte, molti anzi le sorridono sapendo che li ricongiunge con il loro amato Signore Iddio, il Padre Celeste. Sono gli Iniziati. Possono chiamarsi San Francesco o Gandhi, Teresa di Calcutta o Sai Baba, oppure non avere nome, essere l’umile santa sconosciuta della porta accanto, non importa. Sono l’élite privilegiata. Eppure, anche tra loro c’è talvolta  il privilegiato cattolico che, stupito dei doni gratuiti ricevuti da Dio fin dalla nascita, si domanda perché Iddio li abbia riservati a lui e non ad altri. E in qualche caso è proprio questa riflessione che gli fa scoprire la teoria equanime del karma.
Per tutti gli altri, ripetiamo, il bilancio della vita è disperante. È molto difficile per loro trovare una logica nel breve e unico soggiorno sulla Terra. Chi poi è stato perseguitato dalla sventura, da atroci sofferenze, o spinto dagli eventi verso il Male, finisce la sua vita col senso totale del vuoto. Sono i nichilisti, i negatori di un Dio ingiusto che possono approdare al suicidio o ricorrere alla droga come fuga dall’assurdo esistenziale.

Qualcuno obietterà: se costoro pensassero alla misericordia di Dio, al Purgatorio che può redimerli, sarebbero salvi. Può essere. Ma è quasi fatale che chi ha subito tante ingiurie dalla sorte rimanga un tenace bestemmiatore che non crede più in nulla e men che meno in un Purgatorio dove l’aiuto divino è accompagnato da secoli o millenni di severe
punizioni. «Non è con le punizioni (post-mortem, aggiungiamo noi) che si può correggere chi sbaglia», dicono illustri pedagoghi.

È molto più logico pensare che possiamo rimediare ai nostri errori se l’amoroso Padre Celeste ci offre la chance di tornare altre volte su questa terra, finché noi stessi, con azioni più meritorie, avremo rinnovato il nostro cuore.  

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