Category: Psicologia


Joker Gang
Dispettose Prigioni
Etichetta Indipendente
2012

Era da tempo che volevo farlo… dal 2009 circa, quando ricominciai a suonare dopo tanto tempo. Molti pensano che non dovevo. Non me ne frega un cazzo della loro opinione. Si fottano :-)”

Gia`da questa dichiarazione si capisce la tenacia e l`orgoglio del Joker, una figura che a tutti risulta patetica ma che quasi tutti temono, quel fantoccio con la faccia truccata che puo`permettersi di cambiare faccia ad ogni occasione, anche se questa continua finzione che si mescola con la realta`non e` sempre costruttiva…Joker e`curioso, e la sua curiosita`lo porta ad aprire il Vaso di Pandora della realta`e della Vita, spesso nascosto da quel Velo di Maya che e`l`ignoranza…
Joker “smaschera con la sua maschera ghignante”,con un ghigno beffardo e disincantato, la crudelta`della cruda quotidianita`…

Le storie che vengono raccontate nel cd, con metafore, tinte fosche e colori espressionisti, fanno affiorare una pellicola in bianco e nero, celata dai trucchi (un po`come si fa con Photoshop)…Joker e`l`anti-Photoshop, e`la contraddizione che spacca in mille pezzi la menzogna, che riduce in frantumi la meschinita`della vergogna e dell`omerta`…La verita`e`dura e va raccontata…Un po`come ne Il Testamento di un Pagliaccio, pezzo della Giovane Band IoDrama…Oppure come in Opinioni di un Clown di Heinrich Böll: “Io sono un Clown e faccio collezione di attimi.”.
Anche Giuss, leader del gruppo, afferma che Dispettose Prigioni sia un Album fotografico, in cui si vuole dare una brechtiana, quindi impegnata ed epica lettura della realta`…L`essere umano e`portato lentamente a prendere posizione, a far qualcosa, ad impegnarsi per trarre in salvo la propria liberta`, che sta annegando…Oppure e`stata sequestrata dai flutti di un mare in tempesta, la tempesta dell`inconscio, come una zattera piena di falle…Le falle ci sono, ma possono essere riparate, solo se lo si vuole…

Nell`album ci sono colti riferimenti al Mondo della Musica, soprattutto alla new wave e al dark; ma anche alla Letterattura, alle Arti Figurative, alla Fotografia ovviamente, ma anche alla Psicologia…Nell`insano gesto si vede una possibilita`dell`inconscio, dell`io profondo; esso finalmente puo`dire: “Ascoltatemi, sono qui!!! Non sotterratemi sotto un mucchio di parole inutili e di gesti formali o convenzionalmente etichettati…Voglio far sentire la mia voce anche chi non crede a queste cazzate…”

La verita`e`sempre duale, puo`avere varie interpretazioni, ed in essa possono interagire numerosi elementi, in rapporto dialettico tra di loro…Joker e`un Reporter, un Fotografo che, con la sua Polaroid, immortala proprio quei momenti che ogni giornalista tralascerebbe come dettagli osceni. Joker scappa alla censura, spesso rischiando, ma nello stesso tempo, provando piacere nell`opera di smascheramento…Viviamo tutti quanti in un mondo illusorio, fatto di Sogni di carta e di speranze di fango…Dove siamo come burattini con un burattinaio che ci comanda, che muove i fili; come direbbe Bennato: “Non si scherza, non è un gioco  sta arrivando Mangiafuoco, lui comanda e muove i fili  fa ballare i burattini . State attenti tutti quanti, non fa tanti complimenti, chi non balla, o balla male  lui lo manda all’ospedale  Ma se scopre che tu i fili non ce l’hai se si accorge che tu il ballo non lo fai  allora sono guai – e te ne accorgerai attento a quel che fai – attento ragazzo che chiama i suoi gendarmi  e ti dichiara pazzo!…”

Nonostante la presa di coscienza sia dolorosa e porti ad un autolesionismo, ad un automutilamento continuo ed irrefrenabile, sia nel corpo, con tagli sanguinanti, sia nella mente, con una societa` per cui sei solo un Numero, che ti incasella meccanicamente in base al disturbo mentale o alla classe sociale a cui appartieni, Joker ti capira` ed il suo sussurro ti portera`ad aprirti, a scoperchiare quell`anima fragile che alberga in te, permettendole di scorrere, un po`meno vincolata, per le strade della Vita…

Qual e` la soluzione?? Fare la Rivoluzione?? Rovesciare il Potere??

Felice il Popolo che non ha bisogno di eroi!”. Così diceva il grandissimo Bertolt Brecht, da intellettuale impegnato…Sicché non si può non prenderne atto, anzi è terribilmente controproducente non farlo, far finta di niente, con l’aria dei primi della classe, di quelli che ce la fanno sempre. L’esperienza ha insegnato: i primi della classe non ce l’hanno fatta mai, quelli che al banco erano seduti composti, che si facevano da parte quando qualcuno si alzava per fare caciara, che cercavano di risolvere sempre tutto con la diplomazia, che rispondevano sempre in maniera seria senza alzare la voce o battere i pugni hanno sempre avuto la peggio. Questo perché il Popolo,un  popolo di lavoratori instancabili ma un po’ duri di comprendonio, non ama le risposte articolate, difficili, magari piene di termini in lingua straniera, ma preferisce quelle semplici, secche, nette. Risposte semplici per interrogativi difficili. Al bicchiere di acqua amaro della medicina non vuole un cucchiaino di zucchero, ma vuol togliere completamente la medicina e bere l’acqua dolce che ne rimane.

Qualcuno riuscira`a sentire il grido disperato di chi vuole cambiare musica?? La “ghigliottina” del senno di poi dice che molto probabilmente nessuno ne sarebbe capace, perché la massa e`come inebriata da un fenomeno mistico, venereo, insuperabile, creatosi attorno alla figura di un individuo che, a differenza dei suoi avversari politici, ne è consapevole e ne fa un’arma di distruzione di massa. Perché è inutile parlare dello “tsunami Grillo” se prima non si parla del “diluvio universale berlusconiano”, perché ormai davvero tenere la testa sotto la sabbia è un prendere in giro se stessi. Non resta altro da fare che prendere atto dei dati empirici, con coscienza di sé prima e di chi si trova nei propri paraggi, ricordando che, come diceva Franco Battiato, un’evoluzione sociale non serve al popolo se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero.

For more info: http://www.facebook.com/jokergang e http://jokergang.jimdo.com/

Influenze:

– Litfiba

– Timoria

– Bluvertigo

– Franco Battiato

– Baustelle

http://www.youtube.com/watch?v=sCw7mh2jFs0

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Contatti digitali

Conversazione via Facebook Email nell’Era della Digitalizzazione, della Globalizzazione ed

Internettizzazione dell’Esistenza 

Ragazzi anormali si scrivono a distanza…

di Irene Ramponi

Una ragazza italiana migrante in Olanda scrive all’amico lontano, in risposta alla piccola email che l’amico stesso le ha appena mandato. Nella sua lettera ci fornisce il suo punto di vista sulla vita nel Nord Europa, in Germania ed Olanda in particolare, ci da’ uno spaccato della sua vita di migrante alla ricerca di se’ stessa, in un viaggio senza vento…e senza Tempo (cit. Timoria, Viaggio Senza Vento, Polygram, Giugno/Luglio 1993). Qui ne viene presentato uno stralcio veloce.

“Le medicine tradizionali sono efficaci, certo, ma sempre robaccia chimica rimangono, che costa cara e serve molto ad arricchire le multinazionali farmaceutiche…Ecco perche’ apprezzo quei medici che si rifiutano categoricamente di prescrivere farmaci allopatici come caramelle! […]. Ora vivo sulla linea di confine tra Olanda e Germania, quindi ho tutto il meglio da entrambe le parti: Birra e Cibo dalla Germania, qualita’ a buon prezzo, divertimenti a non finire, stile di vita libero e piu’ rilassato, piu’ sussidi dallo stato se sei disoccupato, artista, creativo, nullatenente, proletario, sottopagato o semplicemente disperato…Qui i senza tetto non esistono perche’ ognuno ha IL FOTTUTO SACROSANTO DIRITTO AD AVERE UNA CAZZO DI CASA!!! Un cazzo di posto dove stare che non sia sotto i ponti…[…]. Ma ovviamente ci sono severi canoni di meritocrazia, mica la danno a tutti, la casa intendo…Nonostante quasi tutti lavorino e la disoccupazione sia irrilevante, il tenore di vita e’ ottimo, la gente e’ rilassata,  fa festa tutte le sere, senza limiti di orario o scuse tipo che deve andare a letto presto perche’ il giorno dopo deve lavorare…[…]. Qui trovi gente di tutti i tipi, tutta simpaticissima:dai punkettoni old school, agli hardcore warriors, dai techno addicted ai metallari, dai red skin che legnano i nazi, quasi nessun hausettaro…Ma anche molti vecchietti comunicativi con tutore, come mio nonno potrebbe essere, qualche impiegatuccio e, come direste voi, per chi NE VUOLE, ce n’e’ davvero per tutti i gusti…No proibizionismo!!!  E soprattutto, non c’e’ il fottuto Vaticano in casa a rompere i coglioni…

Insomma, Paradies Land o Fantasylandia, che dir si voglia…Io collaboro all’allestimento di mostre, studio e miglioro il tedesco e l’inglese, faccio lavoretti di arti minori che poi vendero’ in qualche mercatino, dipingo quadri, scrivo, leggo, giro per mostre e citta’…Insomma, una bella vita, quella che ho sempre sognato…E per tutto questo devo ringraziare il mio ragazzo, tedesco purosangue, che ho conosciuto al matrimonio di mio cugino; praticamente mio cugino di sangue ha sposato la sorella del mio ragazzo, e noi due ci siamo conosciuti al pranzo di matrimonio, agli inizi di maggio…Abbiamo conversato un po’, e poi, siamo rimasti in contatto via Internet…Lui poi e’ tornato in Italia a trovarmi, abbiamo passato del tempo insieme…Intanto il mio lavoro in casa editrice andava a rotoli, ed ero sull’orlo di una crisi di nervi…Ho cosi’ deciso di cercare lavoro in Germania, in Renania Vestfalia, parte Nord Ovest della Germania, in cui le piu’ grandi citta’ sono Dusseldorf, Colonia, Aachen, ed, in seconda battuta, Duisburg (dove hanno fatto la Love Parade del 2010, dove e’ morta tutta quella gente…). Beh, insomma, io stavo a Duisburg, come ragazza alla pari, dovevo curare quattro mocciosi terribili, due gemelli iperattivi e psicotici, e due ragazzine isteriche e con disturbi alimentari…Ok, avevo una stanza tutta per me, dove pero’ non mi era permesso bere e fumare…Assolutamente peggio della Colonia Ticino, dove almeno ci divertivamo… I miei “carcerieri”, ovvero la famiglia per cui lavoravo e facevo da babysitter, era composta da una donna rossocappelluta, con testa di medusa, bocca di vipera, occhi verdi da Maga Circe, nana e totalmente incapace come mamma, quindi, totalmente esaurita, nevrotica, isterica, iperattiva, la classica impiegatucola borghese, che si lamenta perche’ il marito non porta a casa abbastanza soldi; come se non bastassero quelli che guadagna gia’ come avvocato penalista…Fai un po’ te…Il marito incarnava il tipico tipo di uomo di destra, rosso, obeso e rubicondo, perennemente a dieta, senza mai perdere peso e, obbligato dall moglie, non poteva bere…E la moglie non gliela dava…Insomma, mi sono messa in un bel casino!!! Il mio ragazzo ha fatto di tutto per portarmi a vivere con lui al confine tra Olanda e Germania…Ho resistito tre mesi, di cui 2 senza essere pagata…Si’, pagata ma con le mazzate ricevute dai gemelli e a suon di umiliazioni e prese per il culo dalla quella puttanazza della madre di casa, Susanne, ho deciso di mandarli affanculo, o meglio, il mio organismo ha ceduto e mi hanno ricoverata in ospedale una mezza giornata, sotto valium o non so quale altro tranquillante…Nella lettera di dimissioni, hanno scritto che quel lavoro non faceva per me, e che quindi dovevo rinunciarvi…Ho preso armi e bagagli ed ho levato le tende!!! Sono stata a Duisburg dalla meta’ di luglio ai primi di ottobre, da li’ in poi, mi sono trasferita a Kerkrade, in Olanda, a casa del mio ragazzo, proprio al confine con la Germania…Praticamente, solo attraversando la strada, sei gia’ in Germania! Pensa che noi andiamo a far la spesa a piedi…Abbiamo un appartamento di 4 locali, una specie di piccolo centro sociale/circolo arci/Bed&Breakfast all’occorrenza (solo per i turisti, per gli amici l’ospitalita’ e’ gratuita ovviamente!!! ), che e’ anche la nostra casa allo stesso tempo…Ci manca solo la fermata di Macondo Express all’ingresso e abbiamo tutto…Si’, vita molto punkabbestia, ma mi piace, quindi, me ne sbatto di cio’ che dice la gente e vivo meglio…Finalmente vivo per me stessa…Ovviamente con le difficolta’ economiche connesse, ma e’ il prezzo da pagare per la propria indipendenza e conseguente liberta’ di non dipendere da nessuno e di camminare sulle tue gambe, senza rimpianti, risentimenti e sensi di colpa verso parenti, amici, conoscenti ed ex…Ti diro’, sto da dio da quando ho mollato quel mollusco del mio ex, il musicista incompreso, il narcisista del cazzo che pensa di non valere una sega, che sa di non avere le palle, che ha paura di tutto…Ma di fronte agli amici ed ai compagni di merenda, beh, diventa la persona piu’ brillante, piu’ simpatica, piu’ compagnona del mondo…Bleah, che sbocco!!! Ne ho avuto la nausea…Come cazzo fai a convivere da un anno e mezzo e stare quattro mesi senza un minimo di affettivita’??? E senza una coccola, e senza nemmeno un semplice e fraterno abbraccio…Boh, io non lo so, ma tutti gli amici maschi con cui ne ho parlato mi hanno detto che non e’ fottutamente normale…E cosi’, l’ho mollato e sono stata meglio!!! Ovvio che lui mi ha rinfacciato un sacco di cose, nonche’ sparlato alle spalle, ma, detto sinceramente, fotte eminentemente sega…Beh, questa e’ la mia storia…Scusa se mi sono dilungata, ma era da un po’ che non ci sentivamo, quindi volevo spiegarti un po’ com’era andata, tutto qua…Dimmi che non hai impegni il 2 luglio 2013! :-D”.

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DI CARMEN FORINO – La storia di Maria, una donna derubata della speranza di vivere una vita “normale”.

  • Tendi a comportarti in modo eccessivo per evitare che qualcuno si allontani da te?
  • Temi spesso che chi ami possa lasciarti, anche se niente lo lascia presagire?

  • Vedi i tuoi cari in modo completamente positivo o completamente negativo?

  • Sei impulsivo (per es. sesso occasionale, spese compulsive, abuso di droghe o alcool ecc )?

  • Cambia spesso il modo in cui pensi a te stesso, ai tuoi obiettivi o alla tua sessualità?

  • Hai minacciato o tentato di suicidarti o di farti del male ( tagliandoti, bruciandoti ecc)?

  • Cambi umore più volte al giorno?

  • Quando sei stressato o angosciato tendi a diventare sospettoso ?

  • Spesso ti arrabbi così tanto da perdere il controllo, anche per piccole cose?

Se a queste domande, la maggior parte delle risposte è affermativa, per gli psicologi si è affetti da Borderline, un disturbo della personalità caratterizzato da instabilità nelle relazioni interpersonali, nell’immagine di sé e degli altri e da impulsività elevata. Il termine è stato utilizzato per la prima volta nei primi del Novecento per indicare quei pazienti, la cui patologia non era classificabile né come nevrosi, (conflitti e problemi quotidiani condivisi dalla maggior parte delle persone), né come psicosi (i disturbi mentali più gravi, come la schizofrenia), pur presentando sintomi comuni ad entrambe le condizioni.

Il termine Borderline, infatti, significa “limite “ o “linea di confine” e indica la principale caratteristica del disturbo: come una persona che cammina su una linea di confine tenderà a sconfinare in due differenti territori, così il paziente affetto da Disturbo di personalità Borderline oscilla tra normalità e follia, senza vie di mezzo.

Di parole da scrivere ce ne sarebbero ancora tante per questo disturbo ma per ora ci basta sapere che a causa di questa diagnosi, una giovane donna tedesca non potrà riappropriarsi della sua vita.

Maria Verde, ecco come ha voluto (ri)chiamarsi questa giovane, alla quale sono stati rubati gli anni migliori e le è stata tolta soprattutto la speranza (non a caso ha scelto Verde come cognome, come la speranza di una vita migliore di quella attuale)

Già dall’età di 10 anni è stata più volta violentata dal padre. Una madre  “quasi complice” degli abusi che non ha fatto nulla per denunciare il marito –padre violento, ma ha taciuto per non alimentare voci nel piccolo quartiere di un paese della provincia tedesca.

Il tempo è passato. Maria conserva sulla pelle e nel cuore le ferite che fanno fatica a cicatrizzarsi. Una mattina di un freddo mattino invernale trova il coraggio di scappare dalla sua casa-prigione e si reca alla polizia per denunciare cosa avevo subito. Senza documenti non le fu possibile farlo ma non voleva ritornare a casa sua per riprenderseli. Era come arrendersi, era come dargliela vinta. E lei ora non vuole arrendersi. Si reca in ospedale e dopo i primi accertamenti di routine le prescrivono una visita psicologica. Da quel momento in poi, invece di intravedere la luce alla fine del tunnel, tutto le sembrò più buio di prima. Sulla sua cartella clinica c’erano testuali parole: “ La paziente è affetta dal disturbo borderline. Si prescrive ricovero a lungo termine in clinica psichiatrica.”.

Poche parole ed incise che caddero come un macigno sul cuore già infranto di Maria. Non era fuggita dalla prigione, stava per cambiare cella.

Dopo 4 anni non può condurre ancora una vita “normale”.

Ripudiata da tutti i parenti per aver osato fatto conoscere le vicende familiari al paese, emarginata dalla società perché “pazza, schizofrenica”.

Il borderline non è schizofrenia, è un disturbo della personalità, del quale sono affette molte persone senza neppur saperlo.

La legislazione tedesca ha deciso per Maria, quasi per mettere a tacere il tutto. Maria non potrà lasciare la clinica se non ci sarà un parente che garantisca per lei e se i medici non le diranno che per la sua patologia non possa arrecare danni a sé stessi ed ad altri. I parenti l’hanno abbandonata e le vie per la guarigione sono ancor più lunghe, se a ciò si aggiunge la solitudine.

E’ davvero più vantaggioso non darle la possibilità di riappropriarsi di ciò che le è stato rubato piuttosto che offrirle nuove chances per riuscirci?

Da una storia di abusi a una di emarginazione. A volte la legge gioca davvero brutti scherzi.

Ilaria Buccioni
BORDERLINE: LINEA DI CONFINE

La parola inglese borderline significa: linea di confine.
Questa definizione è stata scelta intorno agli anni ‘30-’40 per descrivere alcuni disturbi di personalità in soggetti che mostravano forti oscillazioni dell’umore e rabbia improvvisa. Tali persone comunque non erano così gravi da essere valutate come schizofreniche, ma in ogni caso erano troppo disturbate per essere trattate con la psicoanalisi. Sono stati identificati 4 sottogruppi di pazienti borderline:
>    Un primo gruppo che presenta comportamenti inappropriati sul versante psicotico. La persona può esprimere apertamente rabbia e avere difficoltà a valutare la realtà.
>    Il secondo gruppo, in cui le persone possono incontrare difficoltà a mantenere relazioni interpersonali stabili ed hanno una bassa autostima e considerazione di sé.
>    Nel terzo gruppo – definito “Come se”- queste persone possono essere anaffettive ed avere una tendenza ad  imitare gli altri, appropriandosi dell’identità altrui.
>    Nell’ultimo gruppo si possono identificare persone che soffrono di una depressione ciclica e  di ansia elevata.

Le persone identificate come borderline hanno serie difficoltà a relazionarsi con gli altri e quindi spesso si “consumano” nel tentativo di sviluppare relazioni o amicizie esclusive con un’unica persona, con la quale non vi sia alcun dubbio o rischio di venire abbandonate. Inoltre spesso queste non sanno definirsi rispetto a scelte quali il lavoro, o l’orientamento sessuale, arrivando in molti casi a fare uso di sostanze alcool correlate.
Vivere le relazioni affettive per loro significa soffrire forti sensazioni di insicurezza e di ansia espresse attraverso atteggiamenti manipolativi e contraddittori. Possono temere con il passare del tempo di essere come “fagocitati” e invasi dall’altra persona, e di conseguenza possono avere  paura di perdere la loro identità.

Ma allo stesso tempo la persona borderline può percepire una angosciosa sensazione di terrore al pensiero di poter essere abbandonata in qualsiasi momento. Allora, potrà richiedere attenzione e rassicurazione al partner usando atteggiamenti sia manipolatori che comportamenti autodistruttivi o autolesivi.
Le persone che soffrono di tale disturbo spesso possono non avere la percezione del problema, ed in molti casi possono venire spronate dagli altri (parenti, genitori, compagno/a, figli) ad affrontare un percorso psicologico.

La meta principale dell’intervento psicologico è quella di cercare di rafforzare l’Io, cioè facendo tollerare meglio al paziente l’ansia e cercando di fargli controllare meglio gli impulsi, proponendogli un modo di vivere diverso dal solito con l’obiettivo di provare una sensazione di maggiore coerenza di sé, innalzando così la sua autostima.

Di conseguenza per il paziente borderline sarà più sopportabile la separazione dalle figure significative.
Il risultato della terapia individuale potrà dipendere molto anche dal tipo di relazione terapeutica che si instaurerà tra il terapeuta ed il paziente.

Oltre all’intervento individuale, svolgere un lavoro con l’intera famiglia  potrà portare a dei risultati molto positivi ed in breve tempo.

La presenza della famiglia sarà molto utile per individuare il ruolo giocato dalle interazioni familiari nella patologia del paziente.

La terapia familiare in questo caso è da considerarsi un essenziale complemento per l’intero trattamento.

Film consigliati:
♦    “Ragazze interrotte” (1999) con Winona Ryder e Angelina Jolie.
♦    “Prozac Nation” ( 2001) con Christina Ricci, Jessica Lange e Jason Biggs.

Psicologia delle Parafilie

A cura di Monica Barassi, Psicologia in Movimento

Parafilie, cosa sono: Si tratta di quelle manifestazioni patologiche della sessualità che sono state chiamate dapprima perversioni e poi deviazioni sessuali.

Ad esse non appartiene più, da quasi trent’anni, l’omosessualità.
Il nuovo termine vuole indicare che la deviazione (para) dipende dall’oggetto fonte di attrazione (filia).
Prima che nelle forme di rilievo clinico, se ne possono vedere nuclei non necessariamente patologici in soggetti che possono avere comunque difficoltà a vivere la relazione intima in modo anche emotivamente coinvolgente.
Di solito si presentano associate ad un desiderio sufficiente, all’incapacità di investire in una direzione oggettuale definita e alla necessità di far fronte a sentimenti di vuoto. Nelle loro espressioni più benigne, le parafile presentano ancora un certo grado di flessibilità e il soggetto non ne è imprigionato senza via d’uscita.

Ciò invece avviene nelle forme parafiliche organizzate , le quali hanno una codificazione diagnostica ben definita.
Secondo l’ultima edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV) prodotto dall’American Association of Psychiatry:

le caratteristiche essenziali di una parafilia sono fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che riguardano:

oggetti inanimati;
la sofferenza o l’umiliazione di se stessi o del partner;
bambini o altre persone non consenzienti.
Devono manifestarsi per almeno sei mesi.

Il DAM-IV aggiunge che :
Per alcuni soggetti, fantasie o stimoli parafilici sono indispensabili per l’eccitazione sessuale e sono sempre inclusi nell’attività sessuale. In altri casi, le preferenze parafiliche si manifestano solo episodicamente (per esempio, durante periodi di stress), mentre altre volte il soggetto riesce a funzionare sessualmente senza fantasie o stimoli parafilici. Il comportamento, i desideri sessuali, o le fantasie causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre importanti aree di funzionamento. Le fantasie parafiliche possono essere agite con un partner non consenziente, in modo da risultare lesive per il partner stesso. Il soggetto può andare incontro ad arresto e reclusione. I reati sessuali contro i bambini costituiscono una parte significativa di tutti i crimini sessuali riportati e i soggetti con esibizionismo, pedofilia e voyeurismo costituiscono la maggior parte dei criminali sessuali arrestati. …Le relazioni sociali e sessuali possono essere danneggiate se altri trovano il comportamento sessuale vergognoso o ripugnante o se il partner sessuale del soggetto rifiuta di condividere le preferenze sessuali inusuali.In alcuni casi, il comportamento inusuale (per esempio, atti esibizionistici o la collezione di oggetti feticistici) può diventare l’attività sessuale principale nella vita dell’individuo“.

L’evoluzione della definizione di attività sessuale perversa o parafilie rivela quanto la nosografia psichiatrica rifletta la società che la esprime. Nel contesto di una cultura che considerava la sessualità in termini relativamente ristretti, Freud (1905) definì l’attività sessuale perversa secondo diversi criteri:
1) focalizzata su regioni del corpo non genitali;
2) soppianta e sostituisce l’abituale pratica di rapporti genitali con un partner dell’altro sesso;
3) tende ad essere la pratica esclusiva dell’individuo.

Dal primo scritto di Freud, gli atteggiamenti culturali relativi alla sessualità sono radicalmente cambiati. È emerso che le coppie normali hanno una varietà di comportamenti sessuali. I rapporti orali-genitali, sono stati accettati come comportamento sessuale sano. L’omosessualità e la penetrazione anale sono state rimosse dalla lista delle attività perverse.

Secondo la McDougall (1986) fantasie perverse si riscontrano in tutto il comportamento sessuale adulto, ma causano pochi problemi in quanto non vengono esperite come compulsive. Ha inoltre suggerito di utilizzare il termine neosessualità per indicare le parafilie. Infatti, l’autrice propone di non utilizzare termini intrisi di toni moralistici e peggiorativi e di spostare, così, il focus e la riflessione sulla natura innovativa della pratica e l’intenso investimento dell’individuo nel suo conseguimento.
Lo studioso Stoller (1975, 1985) ha invocato una definizione più ristretta di perversione sessuale. Riferendosi alla perversione come alla forma erotica dell’odio ha asserito che la crudeltà, il desiderio di umiliare e di degradare il partner sessuale, e anche se stessi, sono i determinanti cruciali per classificare un comportamento perverso. Secondo questa prospettiva, l’intenzione dell’individuo è una variabile critica nel definire la perversione. Un individuo viene definito perverso, solo quando l’atto erotico viene utilizzato per evitare una relazione a lungo termine, emotivamente intima con un’altra persona.

La definizione delle parafilie del DSM-IV (American Psychiatric Association, 1994), nel tentativo di essere non giudicante, ha suggerito la restrizione del termine alle situazioni in cui vengono utilizzati oggetti non umani, vengono inflitti a sé o al proprio partner un effettivo dolore o umiliazione, o vengono coinvolti bambini o adulti non consenzienti. Per considerare il continuum fra fantasia e azione, il DSM-IV ha elaborato uno spettro di gravità. Nelle forme lievi, i pazienti sono turbati dalle loro spinte sessuali parafiliache, ma non le mettono in atto.
Nelle condizioni di gravità moderata, i pazienti traducono la spinta in azione, ma solo occasionalmente. Nei casi gravi, i pazienti mettono ripetutamente in atto le loro spinte parafiliache.

Comprensione psicodinamica delle parafilie
L’eziologia delle parafilie rimane in gran parte piena di mistero. Nonostante alcuni studi abbiano suggerito che fattori biologici contribuiscano alla patogenesi delle perversioni, i dati sono lungi dall’essere definitivi. Anche se sono presenti fattori biologici, sono ovviamente ragioni psicologiche che giocano un ruolo nel determinare la scelta della parafilia e il significato sottostante agli atti sessuali. La visione classica delle perversioni, secondo la teoria pulsionale di Freud (1905) riteneva che in questi disturbi “l’istinto” e “l’oggetto” fossero separati l’uno dall’altro. Scrive Freud che “la pulsione sessuale probabilmente è in un primo tempo indipendente dal proprio oggetto”. Secondo il padre della psicoanalisi, nelle perversioni, le fantasie diventano coscienti e vengono espresse direttamente come piacevoli attività egosintoniche. Secondo Fenichel (1945) il fattore decisivo che impedisce il raggiungimento dell’orgasmo attraverso il rapporto genitale convenzionale è l’angoscia di castrazione. Le perversioni, secondo questa visione classica, assolvono, quindi, la funzione di negare la castrazione. Secondo lo studioso Stoller (1975, 1985) l’essenza della perversione è la conversione “di un trauma infantile in un trionfo adulto”. I pazienti sono spinti dalle loro fantasie di vendicare umilianti traumi infantili causati dai genitori. Il loro metodo di vendetta è di umiliare o disumanizzare il partner durante la fantasia o l’atto perverso. Secondo Michell (1988) l’attività sessuale perversa può anche essere una fuga dalla relazionalità oggettuale. Molte persone che soffrono di parafilie si sono separate e individualizzate in maniera incompleta dalle loro rappresentazioni intrapsichiche della madre. Il risultato è che sentono che la loro identità come persone separate viene costantemente minacciata da una fusione da parte di oggetti interni o esterni. L’espressione sessuale può essere l’unica area nella quale riescono ad affermare la loro indipendenza. La McDougall (1986), che come sopracitato, propone l’utilizzo del termine neosessualità, suggerisce che il comportamento sessuale evolve da una complicata matrice di identificazioni e controidentificazioni con i genitori. Ciascun bambino è coinvolto in un teatro psicologico inconscio che sorge dai desideri e conflitti erotici inconsci dei genitori. Per cui la natura obbligatoria di ogni neosessualità è programmata da copioni genitoriali interiorizzati dal bambino. Infine, secondo l’autrice, certe pratiche ed oggetti sessuali diventano come una droga che il paziente usa per curare un senso di morte interno e una paura di disintegrazione del Sé. Per Kohut (1971, 1977), l’attività perversa comprende un tentativo disperato di ristabilire l’integrità e la coesione del Sé in assenza di risposte empatiche da oggetto-Sé da parte degli altri. L’attività o fantasia sessuale può aiutare il paziente a sentirsi vivo ed integro quando minacciato dall’abbandono o dalla separazione. Un comportamento perverso in terapia può essere una reazione a fallimenti di empatia da parte del terapeuta, che portano ad un temporaneo scompiglio nella matrice Sé/oggetto-Sé. Per quanto concerne, nello specifico, lo studio delle perversioni femminili, la Kaplan (1991) sottolinea che esse implicano dinamiche più sottili rispetto alla sessualità più prevedibile delle perversioni maschili. Delle attività sessuali che derivano dalle parafilie femminili fanno parte le tematiche della separazione, dell’abbandono e della perdita. Concludendo, prima di prendere in esame le dinamiche di ciascuna parafilia, dobbiamo ricordare che la preferenza individuale di una fantasia perversa piuttosto che di un’altra rimangono oscure. Pertanto, la comprensione psicodinamica di un paziente coinvolto in un’attività sessuale perversa implica una comprensione esauriente del modo in cui la perversione interagisce con la sottostante struttura caratterologica del paziente.

Esibizionismo e voyeurismo
Esponendo pubblicamente i propri genitali alle donne e alle bambine sconosciute, l’esibizionista si rassicura di non essere castrato (Freud, 1905 – Fenichel 1945). Le reazioni di shock che queste azioni provocano lo aiuta a fronteggiare l’angoscia di castrazione e gli dà un senso di potere sul sesso opposto. Lo studioso Stoller (1985) ha messo in evidenza che le azioni esibizionistiche tipicamente fanno seguito a una situazione nella quale il responsabile si è sentito umiliato, spesso da parte di una donna. Inoltre, l’atto di mostrare i suoi genitali permette all’uomo di riguadagnare un qualche senso di valore e di identità maschile positiva. Spesso questi uomini rivelano una profonda insicurezza rispetto al loro senso di mascolinità. Secondo Mitchell (1988) gli esibizionisti spesso sentono di non aver avuto nessun impatto su nessuna persona della propria famiglia hanno pertanto dovuto ricorrere a misure straordinarie per essere notati. Anche l’altra faccia dell’esibizionismo, il voyeurismo, comporta la violazione del privato di una donna sconosciuta, un trionfo aggressivo, ma segreto sul sesso femminile. Fenichel (1945) ha associato le tendenze voyeuristiche a una fissazione alla scena primaria infantile, nella quale il bambino assiste o ode a un rapporto sessuale tra i genitori. Questa precoce esperienza traumatica potrebbe stimolare l’angoscia di castrazione del bambino e portarlo poi, una volta adulto, a rimettere in atto la scena più e più volte nel tentativo di padroneggiare attivamente un trauma vissuto passivamente. Infine, lo studioso identificò anche una componente aggressiva nel guardare, concettualizzandola come uno spostamento del desiderio di essere direttamente distruttivo verso le donne, al fine di evitare sentimenti di colpa.

Sadismo e masochismo
Il sadismo e il masochismo, sono le uniche parafilie che si riscontrano regolarmente nei due sessi. I pazienti afferenti da sadismo, stanno spesso inconsciamente tentano di capovolgere scenari infantili nei quali sono stati vittime di abuso fisico o sessuale. Infliggendo ad altri quello che accadde a loro quand’erano bambini, ottengono al medesimo tempo vendetta e un senso di padronanza sulle esperienze infantili di abuso (Fenichel 1945). In termini relazionali, secondo Michell (1988), il sadismo spesso si sviluppa da una particolare relazione interna nella quale l’oggetto rifiutante e distante necessita di uno sforzo energico per superare la propria resistenza rispetto alla propria rappresentazione del Sé. Anche i pazienti masochisti, che hanno bisogno di umiliazioni e addirittura di dolore per raggiungere il piacere sessuale, possono star ripetendo delle esperienze infantili di abuso. Secondo Fenichel (1945), i pazienti masochisti possono essere fortemente convinti di meritare delle punizioni per i loro desideri sadici conflittuali e che l’accettazione di un atto sadico è un “male minore” rispetto alla loro paura di castrazione. Secondo la corrente della Psicologia del Sé, il comportamento masochista può essere esperito dal paziente come capace di ristrutturare il Sé. A tal proposito, una paziente masochista scrisse al proprio terapeuta “il dolore fisico è meglio della morte spirituale”. Infine, secondo Mitchell (1988) la resa masochista è la messa in atto di una relazione d’oggetto interna nella quale l’oggetto risponderà al Sé solo quando viene umiliato.

Feticismo
Per raggiungere l’eccitamento sessuale, i feticisti hanno bisogno di usare un oggetto inanimato, spesso un articolo di biancheria intima femminile, o una scarpa, oppure una parte non genitale del corpo. Freud originariamente spiegò il feticismo come derivato dall’angoscia di castrazione. L’oggetto scelto come feticcio rappresenta il pene femminile, uno spostamento che aiuta i feticisti a superare l’angoscia di castrazione. Seguendo la premessa secondo la quale la consapevolezza maschile dei genitali femminili accresce la paura dell’uomo di perdere i suoi stessi genitali e di diventare come una donna, Freud pensò che questa simbolizzazione inconscia spiegasse la presenza relativamente comune del feticismo. Il fondatore della psicoanalisi utilizzò questa formulazione per sviluppare il suo concetto di scissione dell’io (1938): nella mente del feticista coesistono due idee contraddittorie: la negazione della castrazione e l’affermazione della castrazione. Il feticcio le rappresenta entrambe. Secondo la studiosa Greenacre (1979) il feticismo deriva da gravi problemi nella relazione madre-bambino: il bambino non può essere consolato dalla madre o da oggetti transazionali. Per esperire un’integrità corporea, il bambino ha bisogno pertanto di un feticcio, un oggetto rassicurante, duro, inflessibile, immutabile e duraturo. Questi precoci disturbi pregenitali vengono in seguito riattivati quando il maschio bambino o adulto è preoccupato riguardo all’integrità genitale. In sostanza la Greenacre ha visto il feticcio operante come un oggetto transizionale.
Anche, lo studioso Kohut (1977), ha sostenuto una visione abbastanza simile del feticismo, sebbene espressa in termini di Psicologia del Sé. Secondo la sua visione, il feticista, in contrasto con i sentimenti di impotenza nei riguardi della madre, può avere un controllo completo sulla versione non umana dell’oggetto-Sé. Pertanto, quello che appare come un intenso bisogno sessuale di un oggetto narcisistico può in realtà riflettere una grave ansia riguardo alla perdita del proprio senso di Sé (Mitchell, 1988).

Pedofilia
Secondo la visione classica (Fenichel, 1945; Freud, 1905), la pedofilia rappresenta una scelta oggettuale narcisistica; questo significa che il pedofilo vede il bambino come un’immagine che rappresenta se stesso. I pedofili venivano anche considerati come individui impotenti e deboli che cercano i bambini come oggetti sessuali in quanto ponevano minori resistenze o creavano minore ansia dei partner adulti, permettendo così ai pedofili di evitare l’angoscia di castrazione.
Nella pratica clinica si riscontra come l’attività sessuale con bambini prepuberi può puntellare la fragile stima di Sé. D’altra parte, il pedofilo spesso idealizza i bambini: l’attività sessuale con loro comporta la fantasia inconscia di fusione con un oggetto ideale o di ristrutturazione di un Sé giovane, idealizzato. A un livello più profondo, l’unione con un bambino rappresenta il desiderio di incorporare il seno della madre e pertanto di compensare l’effettiva assenza di cure materne nella prima infanzia. Inoltre, i pedofili sono frequentemente stati vittime di abusi sessuali infantili. Dinamiche sadiche e un senso di trionfo e di potere può accompagnare la trasformazione di un trauma passivo in una vittimizzazione perpetrata attivamente.
Concludendo, anche il potere e l’aggressività sono preoccupazioni importanti nei pedofili la cui attività sessuale è limitata a relazioni incestuose con i propri figli o figliastri. Questi uomini spesso non si sentono amati dalle loro mogli, e sollecitano delle risposte di protezione da parte dei figli presentando se stessi come vittime. L’altra faccia del loro autopresentarsi come martiri è, tuttavia, un senso di controllo e di potere sul proprio partner sessuale. Questi padri incestuosi covano una straordinaria aggressività verso la donna, e pensano spesso al loro pene come a un’arma da utilizzare in atti di vendetta contro la donna.

Travestitismo
In questa comune parafilia, il paziente maschio si veste da donna per creare in sé un eccitamento sessuale che porta a un rapporto sessuale eterosessuale o alla masturbazione. Il paziente si comporta in maniera tradizionalmente maschile quando è vestito da uomo, ma diventa effeminato quando è vestito da donna. La classica comprensione psicoanalitica del travestirsi da donna comporta la nozione di madre fallica. Immaginando che la madre possieda un pene, anche se questo non è chiaramente visibile, il bambino maschio supera la sua angoscia di castrazione. L’atto di travestirsi da donna può pertanto essere un’identificazione con la madre fallica (Fenichel, 1945).
A livello più primitivo, il bambino piccolo può identificarsi con la madre per evitare l’ansia relativa alla separazione. La sua consapevolezza delle differenze sessuali tra lui e la madre può attivare l’ansia di perderla perché essi sono persone separate.

Approcci terapeutici
I pazienti affetti da parafilie sono notoriamente difficili da trattare. La maggior parte dei parafiliaci sono poco interessati a rinunciare alle proprie perversioni, vissute come spesso come egosintoniche e fonte di piacere. La maggior parte dei pazienti va in terapia a seguito di pressioni esercitate da altri (es. crisi coniugale, causa giudiziaria etc etc) e possono cercare di dare un’immagine di sé distorta per ottenere dei vantaggi secondari. A volte i pazienti parafiliaci presentano, anche un disturbo di personalità (es. antisociale, borderline, narcisista) e necessitano di trattamenti terapeutici integrati accuratamente personalizzati.

Psicoterapia individuale
La psicoterapia individuale espressivo-supportiva con enfasi espressiva è spesso il metodo preferito di trattamento, ma le aspettative di un terapeuta devono però essere modeste. Anche se diversi pazienti potranno migliorare in termini di relazionalità oggettuale e funzionamento dell’Io, le tendenze perverse sono meno facilmente modificabili. In genere, gli individui con organizzazione del carattere di più alto livello hanno un esito migliore di quelli con organizzazione borderline. Inoltre, la prognosi è più favorevole, allorché i pazienti posseggano una mentalità psicologica, abbiano un qualche grado di motivazione, provino un certo disagio per i loro sintomi e siano curiosi riguardo alle origini di tali sintomi. Tipicamente, il trattamento dei pazienti parafiliaci presenta alcuni problemi. Nello specifico: il diniego del disturbo, ovvero i pazienti raramente desiderano focalizzarsi sulla perversione, il terapeuta deve integrare il comportamento parafiliaco con il settore centrale del funzionamento della personalità del paziente per permettergli di affrontarlo; l’importanza da parte del terapeuta di non assumere un atteggiamento punitivo verso il paziente: il comportamento perverso facilmente evoca nei terapeuti delle risposte di forte disapprovazione che ostacolano l’alleanza terapeutica e lo svolgimento del trattamento. Compiti prioritari del terapeuta per il trattamento delle parafilie sono: cercare insieme al paziente i significati inconsci del sintomo e la sua funzione all’interno della personalità dell’individuo e spiegare le connessioni del sintomo con gli altri stati emotivi e gli eventi della vita che possono accrescere il bisogno del sintomo. Concludendo, nessuna terapia presa singolarmente è efficace per tutte le parafilie, sono assolutamente necessari approcci individualizzati, nel corso dei quali il paziente deve arrivare ad accettare completamente la responsabilità delle proprie azioni e dei danni causati conseguentemente ai comportamenti patologici.

Terapia coniugale
La terapia della coppia può essere cruciale per il successo del trattamento delle parafilie. Aiuta a delineare come l’attività perversa rifletta difficoltà sessuali ed emotive nella diade coniugale. Può anche alleviare nella moglie gli infondati sentimenti di colpa e responsabilità circa i comportamenti del coniuge e farla sentire partecipe alla risoluzione del comportamento del marito. L’esplorazione del disaccordo coniugale può anche rivelare che la parafilia è un contenitore o un capro espiatorio che sposta l’attenzione da uno o più aree problematiche del matrimonio.

Terapia della famiglia
La terapia della famiglia è soprattutto indicata nei casi di pedofilia che si verificano nel contesto di un incesto. Il terapeuta che si accosta a questo tipo di patologia familiare cercando di punire i colpevoli incontrerà una resistenza massiccia: i membri della famiglia “faranno quadrato” per escludere l’azione del terapeuta come fosse un aggressore esterno che va ad alterare precari equilibri omeostatici esistenti nel nucleo familiare. Il terapeuta, deve invece, riconoscere e rispettare la fedeltà e la protezione della vittima nei confronti del padre incestuoso. È importante che il terapeuta focalizzi l’attenzione sul desiderio del padre di relazionalità e vicinanza emotiva, piuttosto che sulla sessualità o perversione sul minore. E infine, il terapeuta deve prendere in esame con empatia l’impoverimento delle risorse emotive della madre, che pure collude inconsciamente al perpetuarsi della dinamica familiare incestuosa.

Trattamento ospedaliero
Il trattamento ospedaliero è indicato soprattutto per i pedofili, ma anche per gli esibizionisti, incapaci di controllare il proprio comportamento se trattati in modo ambulatoriale. Tuttavia, molti pazienti e specie i pedofili, per evitare di doversi confrontare in merito alla propria perversione con gli altri durante le riunioni di gruppo possono: ammaliare gli altri pazienti per bloccare le risposte di feedback che vengono invece date agli altri pazienti; mentire sul proprio comportamento e, infine, fingere di seguire effettivamente il trattamento.

Psicoterapia di gruppo
La psicoterapia di gruppo è indicata soprattutto per i pazienti affetti da voyeurismo ed esibizionismo. L’esperienza del gruppo fornisce un misto di sostegno e di confronto con altri aggressori che hanno intima familiarità con il problema del paziente.

Farmacoterapia
I farmaci antiandrogeni, come il ciproterone acetato (CPA) e il medrossiprogesterone acetato (MPA, Depo-Provera), rappresentano comuni strumenti terapeutici. Ma il loro utilizzo è comunque limitato a causa di effetti collaterali sulla salute del paziente. Infine, è notevolissimo il problema della bassa compliance dei prodotti e il fatto che non risolvano la deviazione in sé. Se il farmaco viene interrotto, infatti, il comportamento deviante riappare.

Bibliografia

– Quick Reference to the Diagnostic Criteria from DSM-IV by American Psychiatric Association, Washington D.C., 1994-1995.
– Gabbard Glen O. (2000), Psychodynamic Psychiatry in Clinical Practice, American Psychiatry Press, Inc.(trad. it. Psichiatria psicodinamica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002).
– Simonelli C. (1996), Diagnosi e trattamento delle disfunzioni sessuali, Franco Angeli, Milano.

Il collo è la sede di importantissimi organi connessi con vari sistemi:

Digerente (faringe, esofago);
Respiratorio (laringe, trachea, polmoni);
Circolatorio (importanti arterie e vene come la carotide e la giugulare);
Endocrino (ghiandole vitali come tiroide, paratiroidi, timo)
Nervoso periferico (i primi tre gangli che regolano la circolazione, il funzionamento della tiroide, le funzioni cardiaca e polmonare).

I muscoli di questo segmento sono disposti in tre strati:

Lo strato profondo è costituito dai muscoli che aderiscono posteriormente e anteriormente alla colonna vertrebrale cervicale.

Questi muscoli tengono unite le vertebre cervicali alle clavicole, sterno, coste, scapole.

La tensione di questi muscoli profondi può generare un non allineamento delle vertebre (percepibile alla palpazione), è responsabile della morfologia del collo (sottile o grosso, lungo o corto) e della famosa artrosi cervicale.

È bene conoscere la differenza fra un cattivo allineamento delle vertebre del collo e una “frattura” dell’allineamento stesso.

Quest’ultima è indicativa di una condizione schizoide, che è rilevabile osservando la persona in piedi: all’altezza del collo la linea della colonna si “interrompe” per poi proseguire “spostata” rispetto all’asse della colonna intera.

Ovviamente la tensione cronica di questi muscoli è responsabile anche delle cifosi (gobba o arrotondamento in genere nella parte superiore della colonna) o scoliosi (deformità laterale della colonna).

Nello Strato medio si trovano i muscoli che anteriormente ricoprono la laringe e la tiroide e che provengono sia dalla mandibola che dal torace.

Per produrre suoni, nel pianto, nel riso la laringe deve poter essere mobile, quindi una tensione cronica a questo livello ha le conseguenze che immaginate.

La ghiandola tiroide è formata da due lobi posti lateralmente alla trachea. La tiroide svolge un ruolo importantissimo nel controllo del metabolismo, è fondamentale per la crescita ossea e per la rapidità dei processi mentali.

La funzionalità della tiroide è controllata dall’ipotalamo e da un’altra ghiandola: l’ipofisi.

La condizione ipertiroidea è tipica di soggetti ansiosi ma molto controllati e quindi chiusi e orgogliosi. L’ansia al primo livello li porta a caricare l’ipotalamo che stimolando l’ipofisi aumenta la produzione di calcitonina (calcio) con sintomi neuro-vegetativi come tremito, ipersudorazione, tachicardia ecc.

La condizione ipotiroidea porta ad un rallentamento dei processi mentali. La condizione di deficit energetico è caratteristica dello stato borderline che può presentare a volte allucinazioni e fobie.
muscoli del Terzo strato sono rilevanti ai fini della postura del capo.

Sono localizzati posteriormente, come ad es. il trapezio e lateralmente, come gli scaleni e lo sternocleidomastoideo.

Una condizione riconducibile alla tensione di questi muscoli è il torcicollo. La limitazione dei movimenti del collo corrisponde psicologicamente ad una diminuzione nella capacità del soggetto di “guardarsi intorno”, ad avere un’ottica ristretta e un comportamento rigido che gli fa perdere di vista l’insieme a favore del dettaglio e lo porta su posizioni di egoismo.

Inoltre la trazione dei muscoli del collo influenza il torace gonfiando e comprimendo la gabbia toracica soffocando il cuore e compromettendo la capacità amorosa.

L’importanza degli organi situati nel collo per la salvaguardia della vita fa sì che il collo rappresenti più di ogni altra parte del soma, l’istinto di conservazione. È il luogo privilegiato della difesa dalla minaccia di annientamento somatico e psichico.

Nel collo troviamo i ricordi che fanno riferimento alle situazioni in cui ci hanno mortificato e umiliato. Purtroppo l’integrità psicologica dei bambini è spesso violata costringendoli ad ingoiare “cose” che altrimenti rifiuterebbero.

La tensione muscolare di questo segmento rappresenta una difesa inconscia contro la possibilità di essere costretti ad ingoiare qualunque “cosa” inaccettabile proveniente dall’esterno.

È anche, al tempo stesso, una difesa o un controllo inconscio contro l’espressione di sentimenti che si teme possano essere inaccettabili per gli altri.

Il collo finisce così per rappresentare “il controllo” per eccellenza, una specie di stazione in cui si decide cosa far passare in entrata o in uscita.

Nel collo è localizzato il sef-control, che cronicizzato impedisce a causa della rigidità psicologica, (non solo fisica), di potersi concedere e abbandonare a se stessi e all’altro.

Da un punto di vista somatopsicodinamico per Federico le infiammazioni a carico della faringe, condotto posto tra la bocca e l’esofago, sono somatizzazioni riconducibili alla difficoltà a “inghiottire” o “digerire” una novità sgradevole.

La laringite, invece, (l’apertura delle vie respiratorie), caratterizzata da disfonia o afonia, è collegata ad una situazione affettiva in cui ci s’impedisce di parlare e urlare.

Il narcisismo
Le offese e le umiliazioni del passato sono gli ingredienti della “ferita narcisistica”, la matrice dell’odio vendicativo, come abbiamo visto in altre sezioni di questo sito (Antonio Mazzetti, Laura Rita, Antonio Mercurio).

La presenza d’organi indispensabili alla sopravvivenza e il ruolo rilevante del collo nel controllo delle sensazioni, emozioni e sentimenti fa di questo livello il luogo in cui troviamo rappresentati l’orgoglio e il narcisismo.

Vi sono un narcisismo primario (fisiologico) e uno secondario (nevrotico).

Il narcisismo primario nasce nel periodo in cui il bambino, ormai muscolarmente capace, scopre il suo corpo e il piacere che può darsi da sé.

Questo tipo di narcisimo compare in forma inconscia verso i nove mesi, e coscientemente verso i due anni di vita. Siamo nella fase dell’autoerotismo, dell’inizio della masturbazione e della scoperta della propria identità sessuale.

Scoprendosi capace di darsi piacere, il bambino scopre due parti di sé:

il “me”
cioè il contatto con se stesso, l’energia auto-indirizzata
l'”io”
cioè il contatto con gli altri, l’energia etero-indirizzata.
Si può dire, quindi, che il bambino scopre se stesso attraverso il piacere che può darsi. Quando questo processo di scoperta è impedito o contrastato l’identità personale non può fondersi e integrarsi armoniosamente con quella del proprio genere sessuale: qui nasce l’ambivalenza e l’omosessualità latente.

Il collo rappresenta l’identità personale; il bacino con le pelvi, invece, l’identità sessuale. Tra i due esiste, quindi, un collegamento naturale, ciò fa sì che collegato al blocco del terzo livello vi sia sempre un blocco al settimo: la pelvi.

L’impossibilità ad abbandonarsi tipica del blocco narcisistico coinvolgendo il bacino impedisce l’abbandono orgastico e, nelle donne, un facile svolgimento del parto.

Dalla repressione del narcisismo primario, nasce Il narcisismo secondario.

In altre parole l’energia destinata al contatto con gli altri è ripiegata, reindirizzata reattivamente sull’io che s’ingigantisce. Si crea qui il Super-io primitivo (l’altro si trova nel bacino), e al piacere si sostituisce l’insoddisfazione di sé.

Ci sono due Super-Io, uno legato al collo: super-io come ideale dell’io, per cui il soggetto ha paura del proprio giudizio; il secondo super-io è invece legato alla pelvi, e in quel caso il soggetto ha paura dell’opinione degli altri che rappresentano, fantasmaticamente, l’entità autoritaria che giudica il sesso una cosa sporca.

Cominciano, così, auto-richieste sempre più pressanti di perfezione che spingeranno poi il soggetto, all’ambizione, competizione, carrierismo, lo priveranno dell’umiltà e della possibilità di sentire i propri limiti rendendolo sempre più orgoglioso e rigido.
Narcisismo e carattere
Il tentativo costante di superare noi stessi e le nostre paure ci fa vivere continuamente in ansia. Quest’ansia stabilisce un’unione naturale tra il collo e il diaframma dove troviamo il MASOCHISMO.

Il narcisista ha anche un tratto masochista, perché per la sua brama di potere elabora progetti a lungo termine che impongono sacrifici e lo privano della gioia del presente.

Il masochista è anche un narcisista a rovescio. Facendo una vita di sacrifici si sente un martire, un eroe e un santo.

Il soggetto per vanitosa presunzione, si “carica” sulla nuca le responsabilità del mondo intero sviluppando così, quello che è conosciuto come il “Complesso di Atlante”. (In anatomia è chiamata “atlante” la prima vertebra cervicale; nella mitologia classica, Atlante è il titano che sorregge l’intera volta celeste).

Il tratto narcistico è, con aspetti diversi, presente in ogni tipo caratteriale: orale, coatto, fallico e isterico.

La posizione fallico-narcista, per esempio, ha la sua genesi verso i tre anni di età quando il bambino o la bambina si avvicinano edipicamente al genitore di sesso opposto.

Quando la richiesta del bambino, che è naturalmente seduttiva ed esibizionistica, è repressa o respinta ciò genera, in lui, una condizione di ambivalenza con desiderio di conquista e vendetta insieme.

Quest’angoscia di castrazione fa sì che il fallico-narcista s’identifichi con il fallo, (nelle donne vi è la fantasia di averlo) e che utilizzi la sessualità come un’arma per vendicarsi.
“Sono sicuro che alcuni di noi hanno conosciuto quei momenti di gioia in cui l’io si fa da parte e il bambino che è in noi è libero di ridere e di amare. Purtroppo perdiamo troppo presto la nostra innocenza e, ancora peggio, ne siamo lieti. Non vogliamo essere innocenti perché questo ci rende vulnerabili al ridicolo e alle ferite. Preferiamo essere sofisticati, cosa che ci permette di sentirci superiori. Ci sembra che la gente sofisticata si diverta di più: feste, baldorie, stranezze, assenza di limiti.
Che cos’hanno gli innocenti? Un cuore aperto, piaceri semplici, fede. Quanto è più allettante saperla lunga, conoscere tutto della vita, gli alti e i bassi, avere potenza, essere ammirati, sentirsi speciali. E’ difficile resistere alla seduzione del potere, in modo particolare quando da bambini si è stati feriti e traditi da chi si amava.
Vendere il regno dei cieli per il potere è un patto con il diavolo.
Il narcisista lo accetta.”
Alex Lowen, Il narcisismo – L’identità rinnegata (1983)

A cura del Dott. Salvatore Valvo, psichiatra olistico

Franz aveva poco più di trent’anni quando mi consultò, circa la sua incapacità di esprimere i sentimenti.

Aveva un corpo ben fatto, muscoloso: era cresciuto in campagna e lavorava nella fattoria dei genitori. A scuola aveva praticato la lotta (i lottatori sanno incassare bene i colpi).

Franz era il primo di cinque fratelli. “Per quanto riesco a ricordare,” narrò, “mio padre non sapeva fare altro che gridarmi dietro, darmi dello stupido e dirmi che “non valevo niente”.

Inoltre mi picchiava ogni volta che facevo qualcosa che lo infastidiva –sul lavoro, a tavola e perfino quando dormivo.Una volta, avevo undici anni, mi picchiò con un tubo di gomma finché crollai sul pavimento pensando che mi volesse uccidere e sentendo che stavo per morire. Mia madre, che era presente, mi disse: “Franz, cerca di fare il bravo e fai quello che ti dice tuo padre.”

Durante il racconto Franz non mostrò tracce di emozione. E’ vero che, avendomi chiesto un consulto, voleva darmi rapidamente le informazioni necessarie, ma la sua impassibilità mi sorprese.

Poi raccontò di un ricordo che risaliva all’infanzia, “ricordo che avevo una angoscia terribile e mi rotolavo sul pavimento mentre mia madre mi diceva che ero un bambino cattivo. Non riuscivo a frenarmi, ero incapace di scappare. Mi sentivo come se fossi posseduto da un spirito maligno.” Sono esperienze che non possono non lasciare il segno, ma Franz aveva usato tutta la sua volontà per superare questo vissuto devastante.

“Alle scuole superiori e all’università,” proseguì, “ero duro e freddo. Dopo essermi specializzato in psicologia, lavorai in un centro psicosociale, ma avendo a che fare con gente che aveva dei problemi capii che anche in me c’era qualcosa che non andava, arrivai al punto che durante un colloquio con un paziente, mi parve di guardarmi allo specchio, sentivo di avere bisogno di una terapia ma fu difficile ammettere di fronte a me stesso che in me c’era davvero qualcosa che non andava.” “Ho dei problemi con le figure autoritarie e con i pazienti, nei confronti delle prime provo terrore e rabbia, e ora so che hanno origine dall’esperienza con mio padre. Con i pazienti mi sento superiore e mi comporto come se sapessi già tutto.Mi accorgo d avere un forte atteggiamento di sfida, un rifiuto che mi impedisce una qualsiasi azione positiva. Adesso capisco che blocco me stesso per paura del fallimento e del successo, che mento a me stesso su chi sono, che non posso concedermi un intervallo di benessere. Mi è difficile lasciarmi andare all’intimità, reprimo la rabbia e la collera e mi sono abituato a subire la violenza in maniera masochistica.”

Il racconto della brutalità subita da Franz  mi sconcertò e mi venne in mente una domanda: perché non era diventato uno psicopatico? Non avevo dubbi sul fatto che potesse uccidere ma ero certo che non avrebbe tradotto in azione i suoi impulsi. Aveva un sufficiente autocontrollo e c’era una incrinatura e non una scissione nella sua personalità.

Il consulto era stato deciso per vedere che cosa potessi fare per aiutare Franz a ritrovare il contatto con la tristezza latente e con la collera che aveva represso.

Piangere, per Franz, significava ammettere di non essere capace di incassare. Era dimostrando di saper sopportare qualsiasi cosa che aveva sconfitto il padre.

Con l’esperienza che gli derivava dalla sua professione , Franz era in grado di capire le dinamiche della sua condizione, mi basai dunque su questa consapevolezza e usai un metodo molto semplice per farlo piangere.

Lo feci sedere su uno sgabello con le mani protese verso una sedia dietro di lui.

E’ una posizione stancante e se il corpo è rigido può essere anche dolorosa.

Per resistere allo sforzo il paziente è costretto a respirare più a fondo. La respirazione profonda carica il corpo di energia, perché permette di introdurre più ossigeno nei polmoni.

Mentre era steso sullo sgabello Franz fu incoraggiato ad emettere un suono fino a che non avesse espulso tutta l’aria dai polmoni. Fare uscire completamente l’aria agisce contro la tendenza a trattenersi e facilita così l’espressione dei sentimenti.

Mentre il paziente emette questo suono prolungato, arriva un punto, verso la fine dell’espirazione, in cui la voce si rompe.

Il suono che ne risulta è molto simile ad un singhiozzo, quindi se indugia nel punto di rottura il paziente comincia a singhiozzare via via sempre più profondamente man mano che cominciano a fluire i sentimenti soppressi di tristezza. Questo sfogo si verifica se la persona vi è preparata e l’accetta.

Quando fece questo esercizio Franz si abbandonò a una tristezza e a un pianto profondo, tra i singhiozzi espresse anche la pena e la collera che provava.

Dio mio, perché mi hai fatto tanto male? Ti odio Come hai potuto farmi questo?”

Il pianto e le grida durarono diversi minuti e per lui fu una vera conquista.

Ma Franz aveva bisogno anche di esprimere più completamente la sua collera……(lavoro sul lettino con pugni e racchetta). Il paziente può abbandonare il controllo perché sa che c’è il terapista che lo mantiene.

Agli occhi di chi guarda lo sfogo può sembrare spaventoso e pazienti sembrano dei pazzi. Ma sono solo infuriati, non folli perché sanno quello che stanno facendo

Per arrivare a conoscere se stessi i narcisisti devono ammettere la loro paura della follia e sentire la rabbia omicida che hanno dentro e che identificano con la follia.

Ma possono farlo solo se il terapista conosce questi loro aspetti e non ne ha paura.

La vera pazzia è quella che loro considerano un segno di equilibrio mentale, cioè la mancanza di emozioni.

Comincia, piccolo fanciullo,

a riconoscere dal sorriso tua madre,

comincia piccolo fanciullo;

a chi i genitori non sorrisero,

nessun dio lo degnerà della mensa,

nessuna dea del suo letto.

(Virgilio: Ecloga IV,vv 60-63)

Questa è la relazione del dott. Salvatore Valvo, psichiatra “alternativo”, esposta nel corso del Convegno “Le nuove vie del benessere”, che si è tenuto a Ragusa, il 26 marzo 2004, su un tema che ultimamente mi sta facendo riflettere…

Saluto i partecipanti e ringrazio il Prof. Pippo Palazzolo dell’invito rivoltomi. Sono uno psichiatra e come tale mi occupo di disturbi mentali da quasi un ventennio. La mia formazione nel corso di questi anni si è sviluppata su due fronti uno di matrice organica e meccanicista, l’altro umanistico, olistico ed esperenziale (gestalt, danzaterapia, psicodramma e rebirthing). Quest’ultimo genere di formazione mi ha aiutato e mi aiuta quotidianamente a capire meglio le mie emozioni e a cercare di comprendere la sofferenza della persona che chiede aiuto. Inoltre l’esperienza quotidiana alimenta sempre più la convinzione che angoscia, tristezza, rabbia, euforia o passione non siano solo il risultato di una danza di molecole, ma qualcosa di più complesso che ha radici nei vissuti personali e relazionali di ognuno di noi.

 Inoltre io ritengo che una società civile debba strutturare i suoi servizi sanitari e formare i suoi operatori nel recupero di una dimensione etica e umana dell’individuo che soffre e non solo nella ricerca di nuove molecole (pillole della felicità!).

Il tema da me scelto per questo convegno: “La ferita narcisistica e la ricerca della felicità”  dove io aggiungerei “perduta”, è scaturito dall’idea di proporre una riflessione sul significato da attribuire al termine peraltro oggi molto inflazionato.

Prima di procedere nella storia di questo concetto, che riguarderà necessariamente il livello teorico e quindi rischierà di essere arida o difficile, può essere utile partire dal dato clinico, affinché possiamo tenerlo come punto di riferimento durante la discussione successiva. Le nostre disquisizioni teoriche sono sterili se non ci aiutano a comprendere la clinica. A questo proposito, il disturbo narcisistico di personalità è diventato molto di moda negli ultimi tempi, e l’uso di questo termine, originariamente diffusosi nella letteratura psicoanalitica, si nota sempre di più anche nel linguaggio comune. Sembra che l’aggettivo “narcisista”, assieme a quello di “borderline” (che significa caso “al limite” o “al confine” tra nevrosi e psicosi), a poco a poco abbiano preso il posto dell’aggettivo “isterico”, usato per vari decenni anche questo in modo non sempre rigoroso.

Quando una parola viene usata per molto tempo, può diventare meno efficace, e alcune parole nuove, forse solo per il fatto stesso di essere nuove, acquistano più forza, forse perché vi è la fantasia che un interlocutore al quale esse non sono familiari venga preso alla sprovvista e sia disposto a dare ragione a chi magicamente le pronuncia; quando anch’esse si saranno diffuse, probabilmente dovranno essere riciclate, e altre parole nuove avranno maggiore fortuna. Ci si accorge a volte che ci lasciamo andare a tacciare un paziente di “narcisismo” solo per il fatto di avere una sintomatologia vaga o di difficile inquadramento diagnostico, oppure non facile da affrontare psicoterapeuticamente, se non addirittura per scaricare la nostra frustrazione o aggressività, proprio come a volte si faceva col termine “isterico”.

Evoluzione storica del concetto

L’immagine che ritrae il famoso Narciso di Caravaggio, mi permette di parlare del Mito di Narciso, giovane di Tespi di eccezionale bellezza, figlio della ninfa Liriope e del Dio del fiume Cefiso. Quando nacque il veggente Tiresia gli profetizzo che sarebbe vissuto fino a tarda età se solo non si fosse visto.

Quando Narciso ebbe raggiunto i sedici anni si era lasciato alle spalle una schiera di amanti respinti di ambo i sessi. Tra gli spasimanti vi era pure la ninfa Eco che fu punita da Era, perché la distraeva raccontandole lunghe favole mentre le concubine di Zeus sfuggivano ai suoi occhi, privandola della parola e lasciandole solo la possibilità di ripetere le ultime sillabe delle parole udite.

Narciso respinge bruscamente Eco e gli Dei (Artemide) lo condannano a innamorarsi senza poter soddisfare la propria passione. E così mentre Narciso passeggiava si avvicinò ad una fonte incontaminata, e vide l’immagine riflessa di cui si innamorò, ogni volta che tentava di abbracciare o baciare quel bel fanciullo l’immagine scompariva, cosi capì che era se stesso e rimase ore a fissarsi riflesso nell’acqua. L’amore gli veniva concesso e negato, egli si struggeva per il dolore ma insieme godeva del tormento ben sapendo che almeno non avrebbe tradito se stesso. Cosi morì, alcuni sostengono d’inedia, altri dicono che si trafisse il petto con una spada, comunque si trasformò in un fiore il narciso che cresce lungo i bordi dei corsi d’acqua.(fiore bianco con la corolla rossa da cui pare si estragga un unguento la Cheronea con proprietà antiinfiammatoria, antidolorifica).
E’ significativo che Narciso si innamorò della sua immagine solo dopo aver respinto l’amore di Eco. L’innamorarsi della propria immagine – diventare cioè narcisisti – è interpretato nel mito come una forma di punizione per l’incapacità di amare. Ma chi è Eco? Se non uno specchio sonoro, potrebbe essere la nostra stessa voce che ritorna a noi? Se cosi fosse e Narciso avesse potuto dire : “ti amo” Eco avrebbe ripetuto queste parole e il giovane si sarebbe sentito amato. Ma l’incapacità di dire queste parole identifica il narcisista, avendo ritirato la libido verso il proprio Io.

 Definizione: il termine narcisismo descrive una condizione sia psicologica che culturale. Per comprendere come mai la personalità narcisista acquistò una tale importanza sulla scena psichiatrica da essere inclusa nel 1980 nel DSM-III dall’American Psychiatric Association, occorre conoscere e comprendere alcuni sviluppi avvenuti sia in campo sociale che psicoanalitico. Per quanto riguarda i primi, si pensi solamente al famoso libro del 1978 di Christopher Lasch La cultura del narcisismo [Milano: Bompiani, 1981], cultura che caratterizzerebbe l’era del benessere delle società avanzate, in cui la crisi dei valori e altre complesse trasformazioni sociali avrebbero letteralmente stravolto il significato dell’esistenza dell’uomo facendolo per così dire “ripiegare su se stesso”: è ormai un luogo comune dei mass media definire le ultime decadi di questo secolo come “l’era del narcisismo

 A livello culturale il Narciso può essere inteso: come una “perdita di valori umani”, viene a mancare l’interesse per l’ambiente, per la qualità della vita, per i propri simili.

Una società che sacrifica l’ambiente naturale al profitto e al potere rivela la sua insensibilità, per le esigenze umane.

Quando la ricchezza occupa una posizione più alta della saggezza o la notorietà è più ammirata della dignità e quando il successo è più importante del rispetto di se allora vuol dire che la cultura stessa sopravvaluta l’immagine e deve essere ritenuta narcisista.

A livello individuale: indica un disturbo della personalità caratterizzato da un esagerato investimento sulla propria immagine (a spese del Se, intendendo per Se secondo A. Lowen sentimenti e percezioni del proprio corpo).

I narcisisti sono più preoccupati di come appaiono che non di cosa sentono.

Il quadro clinico

Per avere un’idea più precisa di cosa si intente per narcisismo in termini descrittivi, è utile vedere i criteri diagnostici del DSM-IV-TR

In ambito clinico il concetto di Narciso acquista un significato specifico, nel campo della patologia esiste infatti un Disturbo narcisistico della personalità, dove per disturbi della personalità intendiamo disturbi psichici caratterizzati da tratti permanenti del carattere che pur essendo patologici, non vengono avvertiti dal soggetto come aspetti problematici.

I criteri diagnostici del D.NarcisoD.P secondo il DSM IV sono principalmente: una modalità pervasiva di grandiosità, nelle fantasie, nel comportamento ed uno stile relazionale basato sullo sfruttamento dell’altro.

In entrambi i casi il soggetto si pone sul palcoscenico e relega gli altri al ruolo di spettatori sia che decida di occupare la scena prepotentemente reclamando gli applausi, sia che preferisca restare nascosto dietro le quinte in attesa dell’occasione propizia al trionfo.

Sia il Narciso arrogante, che parla senza rivolgersi a nessuno come se fosse davanti ad un vasto pubblico che il Narciso schivo, che sfugge gli sguardi per difendere le sue fantasie di grandiosità, proiettano sullo specchio quell’ideale di perfezione che li allontana da  se stessi e dal mondo.

Il termine infatti è etimologicamente connesso alla parola greca Narkè che significa torpore. Infatti il Narciso è il torpore di chi insegue il miraggio di un ideale senza riuscire a vedere oltre i vapori delle sue fantasie di grandiosità.

La psicoanalista Kerberg afferma che i Narciso non sono in grado di distinguere tra l’immagine di chi credono di essere e l’immagine di chi effettivamente sono.

Criteri diagnostici

Per quanto riguarda i criteri diagnostici secondo il DSM IV TR andando un po’ di più nel particolare si deve dire che perché sia diagnosticato come disturbo di personalità è necessario che almeno cinque dei seguenti elementi siano presenti:

     1)     Ha un senso grandioso d’importanza (per es. esagera i risultati e i talenti, si aspetta di essere notato come superiore senza una adeguata motivazione)

2)     E’ assorbito da fantasie illimitate di successo, potere, fascino, bellezza e amore ideale.

3)     Crede di poter essere speciale e unico e di dover frequentare e poter essere capito solo da altre persone speciali o di classe elevata.

4)     Richiede eccessiva ammirazione

5)     Ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, cioè la irragionevole aspettativa di trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative.

6)     Sfruttamento interpersonale

7)     Mancanza di empatia, è incapace di riconoscere e di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri.

8)     E’ spesso invidioso degli altri o crede che gli altri lo invidino

9)     Mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi

Molti individui di grande successo manifestano tratti di personalità che potrebbero essere considerati narcisistici, ma soltanto quando questi tratti diventano inflessibili, maladattativi e persistenti e causano conseguentemente compromissione funzionale significativa o sofferenza soggettiva, configurano il quadro che abbiamo descritto come Disturbo narcisistico di personalità.

Manifestazioni e disturbi associati: la vulnerabilità dell’autostima, rende l’individuo con D.NarcisoD.P molto sensibile alle ferite dovute alle critiche o alla frustrazione. La critica può tormentarli e lasciarli umiliati, avviliti, vanificati e svuotati. Tali esperienze conducono a ritiro sociale o a una parvenza di umiltà che può mascherare e proteggere la grandiosità.
Talvolta il funzionamento professionale può essere molto basso riflettendo l’avversione ad accettare il rischio in situazioni competitive.

Sentimenti persistenti di umiliazione e vergogna e l’autocritica che li accompagna, possono associarsi a ritiro sociale, umore depresso, e disturbo distimico o depressivo maggiore. Al contrario periodi prolungati di grandiosità possono associarsi con umore ipomaniacale. Il D.NarcisoD.P. può essere associato con l’anoressia nervosa, con i disturbi correlati a sostanze (specialmente con la cocaina). Anche altri disturbi di personalità come: Istrionico, Borderline, Antisociale, Paranoide, possono essere associati al D.NarcisoD.P.

Se riteniamo inutilizzabile il concetto di narcisismo inteso solo come un eccessivo amore per se stessi, sia per la superficialità che per la chiara intonazione moralistica, allora dobbiamo chiederci, nell’utilizzare questo termine, a cosa esattamente ci riferiamo.

 In quanto medico psichiatra la mia ottica è orientata sul D.NarcisoD.P.

Ma per fare chiarezza e proporre un discorso univoco sul narcisismo, mi sembra necessario partire da due ipotesi.

La prima è che il Narciso è strettamente correlato, in senso genetico e psicodinamico con la formazione e la struttura dell’Io.

 La seconda è che la patologia non si esaurisce esclusivamente nel cosiddetto D.NarcisoD.P. ma pur con tratti diversificati può attraversare una gran parte della psicopatologia.
In Psicologia la storia del Narciso viene in genere fatta risalire a Freud con il suo lavoro del 1914  “Introduzione al Narcisismo”; studio finalizzato ad opporsi alle critiche di Jung circa l’impossibilità di applicare la teoria della libido per spiegare la psicosi schizofrenica.

Freud parti dall’osservazione che in origine il termine Narciso era riferito a quei soggetti che derivano una soddisfazione erotica dalla contemplazione del proprio corpo, si accorse che molti aspetti di questo atteggiamento potevano essere riscontrati nella maggior parte delle persone, quindi pensò che il Narciso potesse far parte del normale decorso dello sviluppo sessuale.

 Secondo Freud noi abbiamo originariamente due oggetti sessuali: noi stessi e la persona che si prende cura di noi (madre). Questa convinzione nasce dall’osservazione che un bambino può derivare piacere erotico dal proprio corpo come anche da quello della madre. Pensando a questo Freud ipotizzò che un “narcisismo primario” sia presente in ogni essere umano, Narciso che può per alcuni rivelarsi l’elemento dominante della scelta oggettuale.

Con Narcisismo primario Freud intende quello stato precoce in cui il bambino investe tutta la sua libido in se stesso prima di scegliere degli oggetti esterni.

Con narcisismo secondario Freud indica indica al contrario un ripiegamento sull’Io della libido che verrebbe cosi sottratta ai suoi investimenti oggettuali.

Il problema è : se esiste una fase normale di narcisismo primario, come avvenga nello sviluppo patologico il fallimento dell’evoluzione da una fase di amore di se (narcisismo primario) all’amore d’oggetto(diretto verso gli altri).

E’ implicito in questo fallimento una mancanza che blocca la normale crescita.

 Altri autori negli anni successivi hanno chiarito meglio di Freud in che cosa consista questa mancanza e anche se non descrivono direttamente il Narciso propongono delle dinamiche che risultano importanti per la comprensione di questa istanza.  

Il primo è Fairbairn, che descrive un Io libidico alla ricerca di un contatto emotivo-affettivo che è presente già alla nascita e un Io antilibidico che si sviluppa per una cronica indisponibilità emotiva della madre e che è il frutto del rapporto con l’oggetto rifiutante.

La tensione che nasce dal conflitto tra questi due aspetti costringe il bambino ad operare una scissione tramite una funzione definita Io realtà.

La concezione di Fairbairn propone la psicopatologia come la scissione di un Io primario unificato e coeso che ha però bisogno di un oggetto gratificante e di una situazione ambientale favorevole.

Con la concezione del Sé vero e Sé falso Winnicott amplia successivamente questa concezione.

“Non è la soddisfazione istintuale che fa si che il bambino cominci ad essere e a sentire che la vita è reale e degna di essere vissuta” (Gioco e realtà). Perché questo succeda è necessaria una holding (azione di contenimento) che gli permetta di esperire un ambiente affidabile fonte di quel senso di Se progressivamente emergente che si manifesta come sentimento di essere vivi, d’integrazione e di personalizzazione. Ma se le situazioni esterne non sono favorevoli il bambino percepirà ogni esperienza come interferenza o sopruso. Di fronte a questo vissuto sarà costretto a costruirsi un falso Se necessario a proteggere il Se vero dallo sfruttamento e dall’annientamento.

La madre funge da intermediario con la realtà esterna, è l’area del gioco e dell’oggetto transizionale che rende possibile la separazione e il ritirarsi in se stesso.

Un autore meno conosciuto è Grunberger che nel 1971 pubblica il suo lavoro sul narcisismo. La tesi centrale è la seguente il Narciso è una energia psichica che trova origine nello stato di elazione prenatale, costituita da una perfetta omeostasi in assenza di bisogni, perché questi sono automaticamente soddisfatti.

Dopo la nascita il bambino deve affrontare le inevitabili frustrazioni dovute al rapporto con la realtà, per sopperire al crollo del suo universo narcisistico ha bisogno di elementi narcisistici provenienti dall’esterno (la madre).

In un sano sviluppo è necessario che abbia luogo un rapporto dialettico tra la componente istintuale-pulsionale e la componente narcisistica.

Per realizzarsi nel modo più favorevole, questa dialettica narcisismo-pulsioni, dovra appoggiarsi su due momenti o forme relazionali, la prima consiste nella “valorizzazione narcisistica speculare”, rispecchiandosi nel genitore che gli conferma attraverso l’amore il narcisismo.

Quest’apporto (madre) non potrà tuttavia essere sempre completo, di qui la necessità di una seconda forma di valorizzazione (di solito il padre) alla quale sarà dato un valore unico ed esclusivo.Essa sarà idealizzata, divenendo il supporto dell’ideale dell’Io (super Io) per il bambino. D’ora in poi, per amarsi, dovrà passare attraverso la mediazione di questa formazione ideale.

Quanto più precoci e intense saranno state le ferite narcisistiche tanto più rigorosa diventerà questa istanza (super Io) e più difficile l’integrazione con la componente pulsionale. La distanza tra l’Io e il suo ideale (Super Io) sempre maggiore porterà a sentimenti di vergogna e a movimenti in senso depressivo (1971, Studio sulla depressione).

Ma e’ stato probabilmente Kohut l’autore che ha contribuito in modo decisivo a stimolare l’interesse attorno al disturbo della personalità narcisista: autorevole analista di Chicago, e già vice presidente dell’International Psychoanalytic Association, Kohut ha ispirato un grosso movimento all’interno della psicoanalisi definito “Psicologia del Sé”, in aperto contrasto con la corrente psicoanalitica tradizionale nota come “Psicologia dell’Io”. Il movimento kohutiano, che secondo alcuni rappresenta la più potente corrente di dissidenza all’interno della psicoanalisi contemporanea ha posto al centro della teorizzazione il concetto più esperienziale fenomenico di Self (il Sé, contrapposto a quello di Io, più impersonale ed astratto), ha fatto leva su certe debolezze della tecnica interpretativa classica riproponendo l’importanza di fattori quali l'”empatia”, ha posto vari interrogativi sulla concezione tradizionale dei fattori terapeutici della psicoanalisi, e così via. La sua influenza sul movimento psicoanalitico è stata così grande che, al culmine del successo e della espansione del movimento della Psicologia del Sé, alcuni addirittura hanno affermato che Kohut sta a Freud come Einstein sta a Newton, nel senso del discepolo che ha trasformato la teoria del maestro.

Il pensiero di Kohut

Ma vediamo brevemente come Heinz Kohut concepisce la psicodinamica dei disturbi narcisistici. Kohut [1971, cit.] incominciò col notare due particolari tipi di transfert nei pazienti narcisistici, che chiamò transfert “speculare” e transfert “idealizzante”. Nel primo il paziente esprimerebbe il bisogno di essere ammirato e “rispecchiato” dal terapeuta, mentre nel secondo esprimerebbe il bisogno complementare di idealizzare e ammirare il terapeuta stesso. Egli poi postulò che il compito del terapeuta non è quello di frustrare questi bisogni, magari interpretandoli come difese, ma quello di accettarli in quanto tali e di corrispondere empaticamente ad essi per permettere al Sé di svilupparsi. Infatti secondo Kohut la genesi dei disturbi narcisistici va ricercata in un atteggiamento “poco empatico” da parte dei genitori che ha provocato l’arresto dello sviluppo a un “Sé grandioso arcaico”, del quale appunto i due tipi di transfert prima menzionati sarebbero la riattivazione nel transfert. E’ solo quindi permettendo al paziente di ripercorrere queste tappe evolutive attraverso un rapporto empatico col terapeuta, il quale ammira il paziente e permette a sua volta di farsi ammirare da lui, che il paziente riesce gradualmente a mitigare o modificare il suo Sé grandioso attraverso quelle che Kohut chiama “internalizzazioni trasmutanti”.

Già da questi pochi accenni si può intravedere la radicale diversità della teoria kohutiana da quella freudiana classica. Kohut concepisce il Sé come qualcosa che dipende dall’ambiente, che può farlo crescere o arrestare a seconda di determinate proprie caratteristiche (come l’empatia dei genitori); il conflitto è quindi tra il Sé e gli oggetti, e non è intrapsichico, come vuole la teoria classica che postula una conflittualità tra Io, Es e Super-Io (in questo senso si può dire che Kohut appartenga alla scuola della “teoria delle relazioni oggettuali”, secondo la quale l’ambiente ha una grossa responsabilità nella costituzione del soggetto).

Ma perché si crea e che funzioni assolve questo Sé grandioso arcaico?

Alla nascita il bambino per mantenere un senso di benessere a fronte delle difficoltà e delle delusioni della realtà esterna, crea un’immagine grandiosa ed esibizionistica del Sé (Sé grandioso) che successivamente verrà trasferita su un oggetto-Sé transizionale che è la madre.

Ed il bambino può mantenere questa immagine positiva (Sé grandioso), solo se trova un reale oggetto che gli rinforza questo sentimento.

“L’accettazione speculare della madre conferma la grandiosità nucleare del bambino; il suo tenerlo e portarlo in braccio permette esperienze di fusione con l’onnipotenza idealizzata dell’oggetto-Sé”.

Se ci sono invece situazioni eccessivamente frustranti, si produce un arresto evolutivo ed una messa in crisi traumatica del Sé grandioso che si manifesterà, successivamente, come disturbo narcisistico di personalità.

Il pensiero di A. Lowen

Uno degli studiosi che più di tutti mi ha interessato per le sue teorie e il suo metodo nella cura dei pazienti con disturbo narcisistico di personalità è A. Lowen medico psicoanalista formatosi alla scuola di Wilhelm Reich.

Lowen è d’accordo sulla definizione di Narciso come “disturbo della personalità”, mentre non è d’accordo con Freud quando afferma che esiste un narcisismo primario, ed interpreta il Narciso patologico come un fallimento del bambino nella evoluzione dall’amore di se all’amore oggettuale, egli ritiene invece che ogni forma di Narciso sia secondaria ad una difficoltà relazionale nel rapporto tra genitore e figlio.

Lowen è convinto che sia il Narciso dei genitori ad essere proiettato sul figlio.

L’autore sostiene che il neonato nasce con un Se che è un fenomeno biologico, l’Io è invece una organizzazione mentale che cresce e si sviluppa insieme al bambino.

Il senso o la coscienza del proprio Se prende forma e si sviluppa man mano che l’Io mentale si definisce attraverso la consapevolezza.

Es.: “Io mi sento adirato”.

I narcisisti operano una separazione o dissociazione dell’Io dal corpo, risultandone una personalità scissa in due, una attiva che osserva: l’Io, e una passiva l’oggetto osservato: il corpo.

Cosi se sentiamo il nostro corpo entriamo in contatto con il nostro Se, se invece ne abbiamo un immagine facciamo un contatto indiretto e falso.

Una persona sana ha entrambe le esperienze e ciò non gli crea problemi, perché l’immagine e l’esperienza diretta coincidono e vengono accettate.

L’accettazione di se manca ai narcisisti che investono la propria libido sull’Io e non sul corpo ritirandola dalle relazioni oggettuali, troncando o falsificando i rapporti con il mondo esterno.

Alice Miller si basa sugli stessi presupposti del pensiero di Lowen, essa ha avuto modo di verificare, nella lunga esperienza con pazienti narcisisti, come la modalità relazionale con le figure genitoriali e in special modo come un rapporto non nutriente con la madre possa determinare un blocco o una distorsione nella evoluzione del Se autentico del bambino.

Spesso i genitori non danno un sostegno e un affetto adeguato disconoscendo e non rispettando l’individualità del proprio figlio, e al tempo stesso con la seduzione cercano di plasmare il bambino e di farlo corrispondere alla immagine che se ne sono fatti.

 Il trattamento dei pazienti narcisisti secondo le tecniche bioenergetiche è diretto ad aiutarli a essere in contatto con il proprio corpo, a recuperare i sentimenti soppressi e a riacquistare l’umanità perduta.

Per fare questo occorre ridurre le tensioni muscolari e le rigidità che impediscono ai sentimenti e alle sensazioni di esprimersi.

La chiave della terapia sta nella comprensione, senza di essa nessun approccio o tecnica terapeutica ha senso o è efficace a livello profondo.

 Tutti i pazienti hanno un disperato bisogno di qualcuno che li capisca, in quanto da bambini non furono capiti, considerati e rispettati dai genitori.
Il terapista che non riesce a capire la pena dei suoi pazienti, a sentire la loro paura e a conoscere l’intensità della loro lotta per difendere il proprio equilibrio in una situazione familiare che potrebbe condurre alla pazzia, non sarà mai in grado di aiutare i pazienti a superare la ferita e il disturbo narcisistico.
Lowen è d’accordo sulla definizione di Narciso come “disturbo della personalità”, mentre non è d’accordo con Freud quando afferma che esiste un narcisismo primario, ed interpreta il Narciso patologico come un fallimento del bambino nella evoluzione dall’amore di se all’amore oggettuale, egli ritiene invece che ogni forma di Narciso sia secondaria ad una difficoltà relazionale nel rapporto tra genitore e figlio.

Lowen è convinto che sia il Narciso dei genitori ad essere proiettato sul figlio.

L’autore sostiene che il neonato nasce con un Se che è un fenomeno biologico, l’Io è invece una organizzazione mentale che cresce e si sviluppa insieme al bambino.

Il senso o la coscienza del proprio Se prende forma e si sviluppa man mano che l’Io mentale si definisce attraverso la consapevolezza.

Es.: “Io mi sento adirato”.

I narcisisti operano una separazione o dissociazione dell’Io dal corpo, risultandone una personalità scissa in due, una attiva che osserva: l’Io, e una passiva l’oggetto osservato: il corpo.

Cosi se sentiamo il nostro corpo entriamo in contatto con il nostro Se, se invece ne abbiamo un immagine facciamo un contatto indiretto e falso.

Una persona sana ha entrambe le esperienze e ciò non gli crea problemi, perché l’immagine e l’esperienza diretta coincidono e vengono accettate.

L’accettazione di se manca ai narcisisti che investono la propria libido sull’Io e non sul corpo ritirandola dalle relazioni oggettuali, troncando o falsificando i rapporti con il mondo esterno.

Alice Miller si basa sugli stessi presupposti del pensiero di Lowen, essa ha avuto modo di verificare, nella lunga esperienza con pazienti narcisisti, come la modalità relazionale con le figure genitoriali e in special modo come un rapporto non nutriente con la madre possa determinare un blocco o una distorsione nella evoluzione del Se autentico del bambino.

Spesso i genitori non danno un sostegno e un affetto adeguato disconoscendo e non rispettando l’individualità del proprio figlio, e al tempo stesso con la seduzione cercano di plasmare il bambino e di farlo corrispondere alla immagine che se ne sono fatti.

 Il trattamento dei pazienti narcisisti secondo le tecniche bioenergetiche è diretto ad aiutarli a essere in contatto con il proprio corpo, a recuperare i sentimenti soppressi e a riacquistare l’umanità perduta.

Per fare questo occorre ridurre le tensioni muscolari e le rigidità che impediscono ai sentimenti e alle sensazioni di esprimersi.

La chiave della terapia sta nella comprensione, senza di essa nessun approccio o tecnica terapeutica ha senso o è efficace a livello profondo.

 Tutti i pazienti hanno un disperato bisogno di qualcuno che li capisca, in quanto da bambini non furono capiti, considerati e rispettati dai genitori.

Il terapista che non riesce a capire la pena dei suoi pazienti, a sentire la loro paura e a conoscere l’intensità della loro lotta per difendere il proprio equilibrio in una situazione familiare che potrebbe condurre alla pazzia, non sarà mai in grado di aiutare i pazienti a superare la ferita e il disturbo narcisistico.

Mi rendo sempre più conto di come sia entrata più volte in contatto con gente narcisista, consapevolmente o inconsapevolmente…Ho una maledetta paura di incontrare persone bloccate nei loro sentimenti, incapaci di amare e di instaurare relazioni, per mancanza di volontà, disorientamento o semplicemente a causa delle emozioni bloccate, cristallizzate e ghiacciate nell’anima, che non sono in grado di liberare e che covano dentro di loro come un perverso cancro…

In psicologia dicono che si ha paura di qualcosa o ci si incazza verso un aspetto degli altri proprio perché questo ci appatiene, ci riguarda molto da vicino, è una proiezione di una parte di noi che c’è e che odiamo profondamente, ma che non riusciamo a debellare, dal momento che fa parte del nostro inconscio…Che io non sopporti così tanto il narcisismo proprio perché, forse, un po’ narcisista lo sono anch’io…Chi lo sa…

Questo mi ha portato a fare un eventuale approfondimento su questa tematica sulle pagine di Mal d’Amore…Non è un caso che gran parte delle sofferenze dell’anima e della mente nascano da una problematica comportamentale, comunicativa e relazionale…La sfera dell’affettività, dell’amore (non solo anche quello passionale ma anche quello genitoriale…) influisce molto su quelli che sono i tormenti della psiche…

[…] egli si avvicinò un giorno ad una fonte chiara come l’argento né mai contaminata da armenti, uccelli, belve o rami caduti da alberi vicini; non appena Narciso, esausto, sedette sulla riva di quella fonte si innamorò della propria immagine. Dapprima tentò di abbracciare e baciare il bel fanciullo che gli stava dinanzi, poi riconobbe se stesso e rimase per ore a fissare lo specchio d’acqua alla fonte, quasi fosse incantato. L’amore gli veniva al tempo stesso concesso e negato, egli si struggeva per il dolore e insieme godeva del suo tormento, ben sapendo che almeno non avrebbe tradito se stesso qualunque cosa accadesse. (R. Graves, I miti greci)

Il narcisismo appare ora spostato su questo nuovo io ideale, che si trova in possesso, come l’io di quando si era bambini, di tutte le più preziose qualità. L’uomo si è dimostrato ancora una volta, come sempre nell’ambito della libìdo, incapace di rinunciare a un soddisfacimento di cui ha goduto in passato. Non vuol essere privato della perfezione narcisistica della sua infanzia e se – importunato dagli ammonimenti altrui e dal destarsi del suo stesso giudizio critico – non è riuscito a serbare questa perfezione negli anni dello sviluppo, si sforza di riconquistarla nella nuova forma di un ideale dell’io. Ciò che egli proietta avanti a sé come proprio ideale è il sostituto del narcisismo perduto dell’infanzia, di quell’epoca cioè in cui egli stesso era il proprio ideale. (S. Freud, Introduzione al narcisismo , Boringhieri, Torino, 1976, p. 48)

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Innanzitutto raccontiamo il mito di Narciso

Narciso era Figlio della ninfa Liriope e del dio del fiume Cefiso ed alla nascita l’indovino Tiresia aveva vaticinato che il ragazzo avrebbe vissuto a lungo solo a patto che non conoscesse mai sé stesso.

Narciso era un giovane bellissimo che destava l’ammirazione e l’interesse di tutti coloro che incontrava, sia uomini che donne. Tra gli innamorati di Narciso ci fù la Ninfa Eco che per una maledizione, era stata privata della parola dalla dea Era, e poteva soltanto ripetere le parole degli altri. Eco era quindi incapace di esprimere il proprio amore a Narciso, il quale la respinse. La ninfa morì di crepacuore. Gli dei adirati allora, decisero di punire Narciso per la durezza con cui aveva trattato la Ninfa facendolo innamorare della sua immagine. Fu così che un giorno Narciso passeggiando presso Danacone, si avvicinò a una fonte chiara e limpida e non appena sedette sulla sponda di quella fontana s’ innamorò all’istante del proprio riflesso. Dapprima tentò di abbracciare e baciare il bel fanciullo che gli stava davanti, poi quell’amore che gli veniva al tempo stesso concesso e negato, cominciò a struggerlo di dolore e insieme a farlo godere del suo tormento, fino a quando non morì di languore trasformandosi in un narciso, il fiore che cresce ai bordi delle fonti.

Dal mito di narciso si genera il concetto di narcisista a definire tutte quelle persone in un certo senso innamorate di sé stesse, e poco attente agli altri. È vero che i narcisisti sembrano avere una scarsa considerazione nei confronti di altre persone, ma è anche vero che, paradossalmente, queste persone sono completamente incapaci di provare amore per sé e, di conseguenza, per chiunque.

Nella quarta edizione del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), il narcisismo è collocato tra i disturbi di personalità del gruppo B, e può avere livelli di gravità diversi.
Secondo il DSM IV i criteri diagnostici del narcisismo sono i seguenti:

A)Un quadro pervasivo di grandiosità (nella fantasia o nel comportamento), necessità di ammirazione e mancanza di empatia, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

1. ha un senso grandioso di importanza (per esempio: esagera risultati e talenti, si aspetta di essere notato come superiore senza un’adeguata motivazione);

2. è assorbito da fantasie di illimitati successo, potere, fascino, bellezza, e di amore ideale;

3. crede di essere “ speciale ” e unico, e di dover frequentare e poter essere capito solo da altre persone (o istituzioni)speciali o di classe elevata;

4. richiede eccessiva ammirazione;

5. ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, cioè, la irragionevole aspettativa di trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative;

6. sfruttamento interpersonale, cioè usa gli altri per raggiungere i propri scopi;

7. manca di empatia: è incapace di riconoscere o identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri;

8. è spesso invidioso degli altri, o crede che gli altri lo invidino;

9. mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi.
Aggiungerei ai suddetti criteri diagnostici, anche i seguenti:

Tendono a mostrarsi affascinanti, imprevedibili e seduttivi
Sottolineano la propria superiorità
Temono l’intimità affettiva
Si ritengono indispensabili
Non sono consapevoli delle proprie emozioni e dei propri bisogni
Non accettano le critiche a cui reagiscono con veemenza
Tutto ciò che ‘scelgono’ viene ritenuto di ‘valore’
Ritengono di essere state ‘vittime’ di situazioni o eventi.
Cercano di provocare l’altro
Manifestano un atteggiamento giudicante, svalutante e critico nei confronti degli altri
Pretendono la “devozione” in tutti i sensi dell’altro all’interno della relazione
Desiderano che l’altro sia debole per poterlo aiutare
Tendono ad intuire le debolezze altrui e ad evidenziarle
Talvolta scelgono una donna forte per renderla debole
Qualunque cosa faccia l’altro non và mai bene
Nel descrivere la personalità narcisistica citerò brani del libro “Il narcisismo” dello psicanalista A.Lowen uno dei massimi studiosi del fenomeno. Egli nel suddetto libro distingue cinque turbe narcisistiche in ordine crescente di gravità:
– Carattere Fallico-narcisistico
– Carattere narcisistico
– Personalità borderline
– Personalità psicopatica
– Personalità paranoide.

Leggiamo alcuni suoi passi

“Comunemente viene definito ‘Narcisista’ una persona che si preoccupa solo di se stessa escludendo tutti gli altri, dunque: un soggetto in grado di agire quasi completamente in assenza di sentimenti…
….Già nel 1914 tale disturbo della personalità fu oggetto di studio da parte di Freud, ma se consideriamo il quadro culturale in cui viviamo oggi, possiamo affermare che tale patologia è caratteristica della nostra epoca. I costumi sessuali che paiono essere di gran lunga più liberi, la
facilità nel passare da un partner all’altro, l’esibizionismo, la pornografia, la smania di costruirsi un’immagine vincente agli occhi del mondo, tutti questi fattori hanno certamente contribuito, contrariamente agli usi e costumi che distinguevano l’età vittoriana, allo sviluppo incalzante delle personalità narcisistiche. Sicuramente è questa eccessiva importanza legata all’immagine un indizio inequivocabile della tendenza al narcisismo…
…C’è da dire comunque che un sano interesse per la nostra apparenza, basato quindi sul senso di sé, e lo spostamento di identità dal ‘sé immagine’, è ciò che si trova alla base dello stato narcisistico.
I narcisisti dimostrano, è vero, una mancanza d’interesse per gli altri, ma sono altrettanto indifferenti anche ai propri più veri bisogni. Spesso il loro comportamento è autodistruttivo. Inoltre, quando parliamo dell’amore dei narcisisti per se stessi, dobbiamo operare una distinzione. Il narcisismo denota un investimento nell’immagine invece che nel sé. I narcisisti amano la propria immagine non il loro sé reale. Hanno un senso di sé debole, e non è in base ad esso che orientano le loro emozioni. Ciò che fanno è piuttosto diretto ad incrementare l’immagine, spesso a discapito del sé. … D’altra parte l’ammirazione che il narcisista riceve gonfia soltanto il suo io e non fa nulla per il sé. Alla fine allora il narcisista respingerà gli ammiratori nello stesso modo in cui ha respinto il
proprio sé autentico”A. Lowen.

Lowen, effettua sempre nello stesso libro, un interessante analisi della ninfa Eco.

“…Potrebbe essere la nostra stessa voce che riviene a noi. Così, se Narciso avesse potuto dire ‘ti amo’, la ninfa lo avrebbe ripetuto e il giovane si sarebbe sentito appagato, amato. L’incapacità di dire queste parole identifica il narcisista. Avendo ritratto la libido dal mondo esterno, i narcisisti sono condannati ad innamorarsi della loro immagine dirigendo quindi la libido verso il proprio io. ….Un’altra interpretazione è probabile. La voce è espressione dell’essere interiore, del sé corporeo in opposizione all’apparenza superficiale. Nel termine persona è implicita la capacità di riconoscere un individuo dal suono della voce. Secondo questa interpretazione perciò, Narciso respingendo Eco ha respinto la propria stessa voce, il suo essere interiore in favore dell’apparenza, manovra tipica dei narcisisti…
…E’ significativo che Narciso s’innamori del suo riflesso soltanto dopo aver respinto l’amore di Eco. L’innamorarsi della propria immagine in questa vicenda rappresenta una forma di punizione per l’incapacità di amare…
…Qual’è l’importanza della profezia proferita da Tiresio? Su cosa poteva basarsi la sua predizione?
A mio avviso sull’eccezionale bellezza di Narciso. Una bellezza che spesso, sia per un uomo quanto per una donna, può rappresentare una sventura più che una fortuna. La consapevolezza di tale dono può dare alla testa, rendere egocentrici, o ancora suscitare violente passioni di desiderio e invidia degli altri. Un indovino, essendo un saggio, capisce bene questi particolari”. A. Lowen

Ma Lowen analizza anche il libro “Il ritratto di Dorian Gray” di Wilde, che è un romanzo che rappresenta in qualche modo uno studio della personalità narcisistica.
“Come Narciso, Dorian era un giovane bellissimo, gentile, affascinante, che destò presto l’interesse di un pittore che lo volle come modello per un ritratto e di Lord Henry che si premurò di iniziarlo alle maniere di quel mondo. Così con studiata adulazione Lord Henry, indusse Dorian a pensare d’essere speciale per la sua bellezza fisica. E uno dei modi per mantenere intatta quella bellezza era che nessun forte sentimento o emozione turbasse la sua mente o lasciasse segni sul corpo. In mancanza di sentimenti allora, il giovane trascorreva la vita alla ricerca di sensazioni ( ‘seduzioni’), possedendo e abbandonando le donne che incontrava, corrompendo ai vizi e alle droghe gli uomini che lo ammiravano. La sua giovinezza era intatta, solo il ritratto era testimone di quanto accadeva veramente al suo corpo e alla sua anima col trascorrere degli anni. Ma Dorian la sua immagine dipinta su quella tela( il suo vero sé ), non la guardava mai, non affrontava mai la realtà, come non provava rimorsi per quanto di più orribile aveva commesso nella sua ‘fredda esistenza’.
“La storia di Dorian Gray è immaginaria, ma l’idea che una persona possa avere un aspetto che contraddice il suo modo di essere interiore è valida.
E’ straordinario come spesso i narcisisti sembrino molto più giovani della loro età: non permettono che la vita li tocchi, in particolare non permettono agli eventi della vita interiore di raggiungere la
superficie della mente e del corpo. Operano, insomma, una negazione dei sentimenti. Ma quanto esseri umani, non sono immuni dalla vita e allora invecchiano dentro.
Alla fine, come nel caso di Dorian, il dolore e la bruttezza vincono la negazione e il soggetto sembra invecchiare d’un tratto…
… Chi non si sente bene nel proprio corpo può soltanto proiettare l’immagine di quello che dovrebbe essere secondo lui un bell’aspetto. E più si concentra su queste immagini, più gli vengono a mancare le sensazioni e i sentimenti piacevoli.” A. Lowen

Un riferimento attuale a tale tipo di personalità è l’ideale del narcisista tardo-moderno del sociologo Bauman, secondo il quale sarebbe tale quel soggetto che costringe l’altro della relazione a dare senza prendere, a offrire senza chiedere, ad appagre senza opprimere, ad essere un oggetto “usa e getta” che si può recuperare all’occorrenza e abbandonare quando non serve più.
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Nichilismo

Il nichilismo (volontà del nulla) è un orientamento filosofico che nega l’esistenza di valori e di realtà comunemente ammessi.

La diffusione del termine risale alla fine del ‘700 (latino NIHIL=nulla) quando Jacobi caratterizzò come nichilista la filosofia trascendentale di Kant e soprattutto la ripresa fattane da Fichte. Secondo Jacobi il sistema della pura ragione “annichila ogni cosa che sussista fuori di sé”.
Successivamente Schopenhauer riprese in chiave nichilista il problema della conoscibilità e dell’essenza del reale. La realtà fenomenica è l’apparenza nullificante e dolorosa della Volontà irrazionale e inconscia che origina il cosmo intero. L’uomo può liberarsi solo cessando di volere la vita e il volere stesso, per abbracciare il nulla.
Con Dostoevskij il termine indicava la perdita dei valori tradizionali cristiani nel mondo moderno, il destino della modernità dopo “la morte di Dio“. Per Dostoevskij la morte e la negazione di Dio da un lato, e la fede nel Dio negato ma redentore proprio perché sofferente (capace di salvare la sofferenza, prendendola su di sé, dall’insensatezza e dal vuoto nulla) dall’altro, avrebbero potuto ricondurre, attraverso il crogiuolo del nichilismo, il cristianesimo al rinnovamento.
Per Nietzsche il nichilismo appartiene alla vicenda del cristianesimo, che insegnando a cercare la verità in un altrove metafisico, condanna il mondo e Dio stesso al nulla.

Il termine di nichilismo fu usata da Nietzsche in tre occasioni principali:
nel passato è esistito un nichilismo intrinseco a tutte le metafisiche, dato dal prevalere in esse di un atteggiamento contrario alla vita.
Secondo Nietzsche tutti i sistemi etici, le religioni e le filosofie elaborate nell’intera storia dell’Occidente sono interpretabili come stratagemmi elaborati per infondere sicurezza alla gente, a coloro che non riescono ad accettare la natura imprevedibile della vita e quindi si rifugiano in un mondo trascendente; sono reazioni protettive di un uomo insicuro, spaventato dalla propria stessa natura (dalle passioni, dall’istinto) ed incapace di accettarsi. La massima espressione di questa nullificazione dell’uomo è stata la religione ebraico-cristiana: l’etica dell’amore, della pietà e della mortificazione del corpo in vista di una ipotetica felicità ultraterrena è solo una perversione dello spirito, una patologia dell’umanità;
in una seconda accezione Nietzsche intese con nichilismo la morte di Dio, ossia la condizione dell’uomo moderno, che a partire dall’Illuminismo ed a causa di una “accresciuta potenza dello spirito”, crede sempre di meno nei valori tradizionali. E’ una crisi di una civiltà che Nietzsche riassume con la formula “Dio è morto”, dove Dio è il simbolo di tutte le fedi e di tutte le metafisiche. Nietzsche descrisse in termini efficaci questo nichilismo (la crisi di valori) dell’epoca attuale: notò ad esempio come il venir meno di ogni certezza, l’abbandono di ogni prospettiva religiosa o oltremondana, provochino nell’uomo contemporaneo un forte senso di fallimento e smarrimento esistenziale. Ne consegue una nostalgia del passato, il rimpianto per quel periodo felice in cui ancora si credeva alle favole metafisiche. L’uomo moderno non crede più, ma vorrebbe credere; d’altra parte non sa più in cosa credere e non riesce più ad usare i miti ed i riti del passato. Finisce quindi con l’inventarsene di nuovi, crea nuove fedi in sostituzione delle antiche spesso investendo di senso religioso le ideologie politiche. Nelle esperienze tragiche della storia moderna, nel proliferare delle sette religiose, nel persistere di credenze magiche (astrologia, parapsicologia, ufologia) e persino mistiche (le apparizioni della Madonna) si può vedere un disperato nichilismo, una “volontà di credere ad ogni costo” a qualcosa;
esiste infine per Nietzsche, un nichilismo attivo e positivo: l’atteggiamento proprio dell’oltreuomo che accetta la “morte di Dio” e con essa la fine di ogni metafisica ed è capace di reggerne psicologicamente le conseguenze.
In questo senso Nietzsche rivendicò per sé il titolo di primo nichilista.

Così Nietzsche parla di sé:
“Ciò che io racconto e’ la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo. Questa storia può già ora essere raccontata; perché la necessità stessa e’ qui all’opera. Questo futuro parla già per mille segni, questo destino si annunzia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie sono già in ascolto. Tutta la nostra cultura europea si muove in una torturante tensione che cresce da decenni in decenni, come protesa verso una catastrofe: irrequieta, violenta, precipitosa; simile ad una corrente che vuole giungere alla fine, che non riflette più ed ha paura di riflettere. – Chi prende qui la parola sinora non ha fatto altro che riflettere: come filosofo ed eremita d’istinto, che ha trovato vantaggio nell’appartarsi, nel restar fuori, nel ritardare, come uno spirito audace, indagatore e tentatore che già si e’ smarrito in ogni labirinto dell’avvenire;…che guarda indietro mentre narra ciò che avverrà, come il primo nichilista compiuto d’Europa, che ha già vissuto in sé sino il nichilismo sino alla fine, e ha il nichilismo dietro di sé, sotto di se, fuori di se” (Wille zur Macht)
Il filosofo individua accanto a un “nichilismo attivo”, segno di forza e crescita dello spirito, anche un “nichilismo passivo” determinato dall’attenuarsi dell’energia dello spirito e che comporta l’accettazione rassegnata della crisi dell’epoca.
Sotto questi riguardi, il nichilismo si rivela chiuso in un equivoco che lascia aperta la possibilità di essere “per l’una o per l’altra, ma anche per l’una e per l’altra”

[…] Nichilismo come segno della cresciuta potenza dello spirito: come nichilismo attivo.
Può essere un segno di forza: l’energia dello spirito può essere cresciuta tanto, che i fini sinora perseguiti (“convinzioni, articoli di fede”) le riescano inadeguati.[…]
Nichilismo come declino e regresso della potenza dello spirito: il nichilismo passivo: come segno di debolezza: l’energia dello spirito può essere stanca,
2. presupposti di quest’ipotesi: Che non ci sia una verità; che non ci sia una costituzione assoluta delle cose, una “cosa in sé”; ciò stesso è un nichilismo, è anzi il nichilismo estremo. Esso ripone il valore delle cose proprio nel fatto che a tale valore non corrisponda né abbia corrisposto nessuna realtà, ma solo un sintomo di forza da parte di chi pone il valore, una semplificazione ai fini della vita.
(tratto da: F. Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, in Id., Opere complete, trad. it. di S. Giametta, vol. VIII, tomo II, Adelphi, Milano 1971, pp. 12-14)
fonte: http://www.matmatprof.it

Come in tutti i problemi che sono vicini alla formazione del carattere umano, due fattori determinano la normalità e l’anormalità dello sviluppo psichico dell’individuo: le disposizioni ereditarie innate e le influenze regolatrici dell’ambiente sullo sviluppo pulsionale, soprattutto quello della prima infanzia.

Il carattere, secondo Burness E. Moore e Bernard D. Fine, è quell’“aspetto della personalità… che riflette i modi abituali in cui l’individuo riesce ad armonizzare i propri bisogni interni e le richieste del mondo esterno”.

Anna Freud ha visto la formazione del carattere sotto svariati aspetti, tutti correlati tra di loro: la formazione del carattere rappresenta il conseguimento dell’“indipendenza morale”, “l’esito di una lotta dinamica”.

Peter Blos ha presentato alcune concezioni interessanti e utili del carattere. Ad esempio, il carattere è visto come il risultato della “internalizzazione di un ambiente stabile e protettivo”. Sfortunatamente, vengono internalizzati anche ambienti instabili e non protettivi. Nell’infanzia, tuttavia, il carattere è “prevalentemente un modello degli atteggiamenti dell’Io, stabilizzato da identificazioni che… possono subire una revisione estremamente radicale durante l’adolescenza”.

Marie Jahoda propone cinque criteri per la valutazione del carattere normale e cioè:

assenza di malattia mentale;
comportamento normale;
adattamento all’ambiente;
unità interiore della personalità;
percezione corretta della realtà.
Sigmund Freud definisce il carattere normale come copresenza di lieben und arbeiten (amare e lavorare).

Karl Menninger afferma che il carattere normale è l’adattamento degli esseri umani al mondo e ai rapporti reciproci con il massimo di efficacia e di felicità.

Erich Fromm sottolinea che: “una persona può dirsi normale o sana se è capace di svolgere il ruolo che è tenuta ad assumere in quella determinata società”.

Il comitato degli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito carattere normale e salute mentale come la “capacità di stabilire relazioni interpersonali armoniose”.

Comunque gli attributi che definiscono il carattere normale sono: maturità, stabilità, realismo, altruismo, senso di responsabilità sociale, effettiva integrazione nel lavoro e nei rapporti umani. Nel carattere patologico prevalgono invece tratti di rigidità comportamentale, identità coartata e automatica, incapacità di adattarsi all’interazione sociale, tendenza alla rigidità e alla ripetitività.

Il carattere del bambino
Un genitore che desidera un carattere normale nel proprio figlio non dovrebbe valutare solamente i fatti materiali, né tantomeno dare importanza solo alla sua salute fisica e mentale, ma dovrebbe soprattutto curare le relazioni affettive che il bambino ha con il suo mondo interno e con l’ambiente esterno, le cui conseguenze sono definitive nell’evoluzione del carattere dell’infante. Le tendenze profonde dell’istinto e delle pulsioni affettive del bambino verso se stesso o verso l’altro (genitori, fratelli e sorelle, maestro/a, amichetto o compagni) si armonizzano o al contrario si oppongono.

Il presupposto fondamentale per poter ottenere buoni risultati nel rapporto del bambino con il proprio mondo interno ed esterno è quello di una migliore conoscenza, da parte degli adulti, del suo mondo psichico.

È intuitivo che se, nonostante la migliore buona volontà, l’adulto (e in particolare il genitore) non saprà rendersi conto dei bisogni istintivi, affettivi e delle manifestazioni emotive del bambino, se non saprà ricordare quella che è stata la propria infanzia, il comportamento infantile resterà per lui molto oscuro ed enigmatico ed egli rischierà di fare del male, anche quando sarà convinto di essere stato realmente buono.

L’incomprensione del bambino da parte dell’adulto è un fatto non più scusabile nella nostra società attuale, che ha accentuato le richieste di un rapido ed efficiente adattamento sociale, moltiplicandole di giorno in giorno, con il risultato non proprio moderno che chi non è preparato per la lotta viene sopraffatto, oppure assume degli atteggiamenti antisociali, o si ammala “nell’anima” chiudendosi a riccio nel suo mondo interno.

Queste tre situazioni sono emblematiche per comprendere i tre tipi di carattere patologico che il bambino puo mostrare: il carattere dipendente (o di continua richiesta), il carattere aggressivo (o di discontrollo degli impulsi), il carattere narcisistico (o di chiusura nel proprio mondo).

Il carattere dipendente infantile

Il bambino con un carattere dipendente mostra in genere le seguenti caratteristiche:

manifestazioni di ambivalenza: copresenza di espressioni al tempo stesso positive e negative di desideri pulsionali, o di tendenze affettive ostili e amichevoli;
manifestazioni amplificate di desiderio e forti aspirazioni;
presenza di impulsi avidi;
tendenza a succhiare cose dolci;
sintomi di fame continua o, al contrario, rifiuto di nutrirsi;
comportamento simbiotico: eccessiva richiesta di contatto con la madre o con la maestra;
pianto eccessivo nella separazione dalla madre, dalla maestra, o da un amichetto;
timidezza eccessiva;
paura di cose assurde;
instabilità nei compiti;
capriccio ed egoismo;
ribellione se frustrato, remissione se gratificato;
noia, tristezza e scoraggiamento verso la scuola;
sentimenti di impotenza verso gli amici;
dipendenza eccessiva dal voto, dallo studio, dalla televisione, dagli oggetti;
fobie: paure degli animali, paura degli oggetti, paura di situazioni anche normali, paura degli elementi naturali;
disturbi funzionali: difficoltà ad addormentarsi, lagnanze di natura ipocondriaca (mal di pancia, mal di testa);
lamentele “somatiche” per ottenere vicinanza e sostegno.
Da adolescente poi potrà mostrare comportamenti di:

rifiuto o, al contrario, richiesta eccessiva di cibo;
sentimenti di vuoto;
“grandi amicizie e grandi perdite”;
dipendenza amorosa;
dipendenza eccessiva dalla critica, dallo studio, dal voto;
facili innamoramenti e facili cambiamenti;
dipendenza da fumo, alcool e droghe.
Il carattere dipendente nel bambino è legato, oltre che a fattori innati, al comportamento materno (o dei sostituti ambientali) soprattutto durante il suo primo anno di vita, ossia durante la fase orale, che si chiama così perché la bocca è la prima parte del corpo del bambino a sperimentare un piacere, il piacere di succhiare latte dal seno materno o dal biberon.

La fase orale si suddivide in due stadi:

il primo si incentra intorno all’attività nutritiva: la qualità del benessere fisico e psicologico del bambino durante la poppata determina i suoi primi sentimenti verso la nascente vita sociale. Un’attenzione continua, certa e amorevole in questo periodo determinerà fiducia (in luogo del suo opposto, cioè sfiducia), che si esprimerà nella prima impresa sociale del bambino, senza che sia preso da eccessiva angoscia o collera.
il secondo si instaura con l’inizio della dentizione, quando il bambino impara che può mantenere cio che gli viene dato – apprende cioè la modalità dell’afferrare – e lo può mordere. In questo stadio, inoltre, il bambino sviluppa il suo primo “senso di cattiveria”, quando il seno, amata fonte di conforto, viene bruscamente ritirato.
Se durante questo periodo:

il primissimo desiderio di piacere viene soddisfatto in modo manchevole;
la beatitudine dell’età neonatale non è goduta a sufficienza;
la stessa epoca è straordinariamente ricca di piacere;
ad ogni richiesta di piacere corrisponde il suo immediato soddisfacimento;
lo svezzamento è ritardato, difficoltoso o si completa dopo anni;
la stimolazione ambientale è eccessiva e/o disarmonica, con presenza coatta intorno al bambino;
il contatto fisico è minimo;
avvengono continui cambiamenti di baby-sitter o sostituti materni;
avviene una brusca separazione dalla madre;
si verifica una trascuratezza concreta legata a bisogni reali (ciclo veglia-sonno, regolarità dell’allattamento, ecc.);
l’assenza d’amore è esplicita nel contatto e nel dialogo;
allora il bambino può sedimentare al suo interno affetti ed emozioni caotiche che lo porteranno a ricercare l’oggetto per riparare a quell’amore che, gestito per difetto o per eccesso, lo ha reso dipendente.

Una elaborazione ben riuscita del periodo orale rappresenta il primo e forse più importante presupposto di un comportamento futuro normale, dal punto di vista sia sociale che sessuale, ma soprattutto una buona cura della dipendenza.

Se pure l’unità biologica e affettiva della coppia madre/bambino – con il narcisismo della madre che si estende al bambino e il bambino che include la madre nel suo “ambiente narcisistico interno” – è massima in questo periodo, dobbiamo comunque sfatare alcune credenze.

Ad esempio la credenza che la brava madre debba sacrificarsi, e che il bambino si espande a spese della madre, è un mito duro a morire.

La ritroviamo nei pregiudizi più comuni, secondo cui:

la madre deve dare sino a soffrire;
se non è disposta a sacrificarsi è una cattiva madre;
l’amore si dimostra con la pena e con il danno della madre;
la rinuncia a se stessa è cosa nobile, esaltante;
abbiamo verso nostra madre un debito che non potremo mai ripagare.
Se in condizioni anormali può esistere un fondo di verità nel tema del sacrificio, in condizioni normali le cose non stanno così: non è affatto vero che l’infante si espande a spese della madre, piuttosto è vero che il benessere della madre e quello del bambino formano un tutt’uno.

Il carattere aggressivo infantile

Il bambino con un carattere aggressivo mostra:

eccessiva attività;
eccessiva affettuosità e continuo bisogno di attenzione;
ricerca di contatto e stimolazione fisica, per esempio attraverso pressioni fisiche e movimenti intensi;
irritazione e pianti violenti quando si nega un giocattolo o quando lo possiede il fratellino;
avidità vissuta come desiderio di possedere tutte le cose buone di cui si ha bisogno;
aggressività eccessiva vissuta come credenza che gli altri hanno sempre qualcosa in più;
continua scontentezza e sofferenza;
occhi penetranti che sembrano registrare incessantemente paragoni;
forte gelosia verso il fratellino o sorellina appena nati;
eccesso di ordine, perfezionismo e controllo mentale a spese della flessibilità, dell’apertura mentale tipica della sua età;
troppa obbedienza nel seguire le regole e molta coscienziosità rispetto a doveri come compiti scolastici e faccende di casa;
assenza di controllo con forte ostinazione tale da opprimere le loro famiglie e il loro ambiente;
rabbia e ostinazione;
compulsione e perfezionismo;
irritazione, difficoltà e resistenze alle transizioni e ai cambiamenti.
Da adolescente potrà essere:

intollerante all’ambiente e sempre pronto ad aggredire;
intollerante alle persone e incapace di identificarsi;
intollerante alle regole e incapace di controllare le sue pulsioni;
isolato e incapace di costruire una relazione con l’oggetto d’amore, ma sempre pronto a distruggerlo;
deprivato dai contatti sociali e quindi pericoloso;
antisociale con comportamenti di bullismo.
Il carattere aggressivo nel bambino è dovuto, oltre che a fattori costituzionali, al comportamento materno, paterno e dei vari sostituti avuto durante il periodo che va dal primo al terzo anno circa di vita del figlio, ossia durante la fase anale. Per S. Freud “i bambini esperimentano piacere nell’evacuazione dell’urina e del contenuto dell’intestino, e molto presto si sforzano di manipolare queste azioni in modo che la contemporanea eccitazione delle membrane in queste zone erogene possa assicurar loro la massima gratificazione possibile” (S. Freud, 1913-1917).

Il bambino puo quindi ricavare piacere sia con l’eliminazione che con la ritenzione degli escrementi, da qui il termine anale. Il particolare modo di educazione sfinterica messo in atto dalla madre e i suoi sentimenti nei riguardi della defecazione possono avere degli effetti di notevole portata sulla formazione di tratti e valori specifici nel bambino:

Se, per esempio, i metodi usati dalla madre sono particolarmente ristretti e repressivi il bambino puo trattenere le sue feci e divenir costipato (carattere ritentivo). Se questo tipo di reazione si generalizza verso altri modi di comportamento, il bambino puo sviluppare quello che viene chiamato il carattere ritentivo, divenendo ostinato e avaro.
D’altra parte, di fronte a misure repressive dello stesso tipo, un altro bambino puo dare sfogo alla sua collera espellendo le feci nei momenti meno adatti. Cio in genere viene considerato come il prototipo di tutti i tipi di tratti espulsivi, e cioè: crudeltà, vandalismo, eccessi di collera e accentuata trascuratezza per l’ordine.
Se, d’altra parte, la madre è il tipo di persona che supplica il suo bambino affinché vada di corpo e che lo elogia quando egli defeca, egli finisce per convincersi che tutta l’attività della produzione delle feci è estremamente importante. Quest’idea viene spesso considerata come la base della creatività e della produttività.

Ma vediamo altre situazioni di educazione sfinteriale distorta:

genitori che costringono prima del tempo il bambino ad un’abitudine per la quale manca ancora la preparazione psichica;

genitori che, ignorando il fatto che agli escrementi e alle sue prestazioni escretorie il bambino dà potenza narcisistica, onnipotenza dei propri pensieri e dei propri desideri e considera le feci equivalenti ad un dono da offrire al proprio genitore, svalutano il primitivo senso di potenza presente nell’orgoglio del bambino per l’evacuazione, il cui prodotto è per lui un vero e proprio regalo da offrire: “ L’ho fatta!” urla il bambino che ha appena fatto la cacca nel vasino e che è impaziente di portarla ai suoi genitori, che spesso rispondono con uno sciatto “Buttala via!” mostrando di non comprendere che il bambino con orgoglio la vuole condividere, con cio condividendo il suo vissuto sadico che altrimenti sarebbe inevitabilmente introiettato oppure espulso ferocemente sull’oggetto;
donne o madri che redigono un programma minuzioso del tipo: alzarsi, mettersi sul vasino, lavarsi le mani, ecc…;
la “madre-sergente” che usa esprimersi così: “A che punto sei? Ore 9.15!”;
madri o genitori che non tollerano vedere i loro figli sporcarsi;
madri che dispensano i loro figli dalla prestazione della defecazione, somministrando loro senza indugio clisteri o purganti, smisuratamente;
educazione sfinteriale ritardata.
Al momento degli sforzi imposti dalla madre per l’addestramento alla pulizia, il bambino puo mostrare rituali diversi e talvolta tenaci:

fa i suoi bisogni solo sul proprio vasino;
rifiuta di orinare quando è fuori di casa;
rifiuta di toccare il pene durante la minzione;
ricorre a tutto un cerimoniale per defecare, raccontandosi storie interminabili.
Nell’insieme questi rituali sembrano costituirsi senza angoscia apparente: cionondimeno la madre non deve intimidire il bambino, ma deve scioglierne i conflitti riportandolo ad una dolce disciplina.

In questo periodo sopravvengono poi alcuni comportamenti sintomatici tipici:

piccoli rituali e cerimoniali nell’andare a dormire;
piccole manifestazioni di insonnia o chiamate notturne, spesso contemporanee ai progressi della motricità e del linguaggio;
accessi d’ansia notturna;
tic che sono espressione motoria di ossessioni.
Madri rigide che applicano strategie educative in maniera ossessiva o genitori incoerenti che sottopongono i figli ai regimi più diversi – a seconda che siano aggressivi e ansiosi o calmi e positivi – non facilitano il superamento di tali comportamenti, anzi li fissano, talvolta definitivamente, a tale stadio.

Sempre in questo periodo si attivano sentimenti di paura e di fobia dovuti alla formazione del Super-Io primitivo, che nella mente infantile si materializza in fantasie assurde, irreali, fantastiche: draghi, lupi mannari, streghe, orchi, “l’uomo nero” e così via. Ma per il bambino la fantasia è realtà!

Ebbene il Super-Io primitivo è un coacervo di queste terrificanti figure di fantasia: in esse si celano le ombre genitoriali. Inoltre le stesse fantasie sono emozioni distruttive del suo psichismo, proiettate all’esterno e personificate in figure archetipiche, volte a colpire cio che si ama: temendo pero di perdere l’oggetto amato, il bambino preferisce creare un mondo ostile esterno a sé piuttosto che riconoscere la propria aggressività interna. Dopo questa complessa operazione psichica il bambino è comunque sopraffatto dalla paura di subire aggressioni incredibilmente crudeli sia da parte dei suoi oggetti interni, vissuti tramite il Super-Io, sia da parte degli oggetti reali.

Si instaura così un circolo vizioso per cui:

l’angoscia proveniente dal Super-Io spinge il bambino a distruggere i suoi oggetti;
la distruzione si traduce in un aumento dell’angoscia;
l’angoscia a sua volta torna a spingere il bambino contro gli oggetti.
L’angoscia che lo spinge a distruggere gli oggetti ostili per sfuggire ai loro attacchi determina un incremento delle sue pulsioni sadiche.

Questo circolo vizioso costituisce il meccanismo psicologico che è alla base di:

tendenze asociali;
tendenze criminali;
prevalenza di istinti bassi, quali crudeltà, violenza, rabbia, invidia, avidità, egoismo fuori misura;
relazioni oggettuali ed emozionali difettose.
Il bambino reagisce al Super-Io primitivo dalle mille perfide fantasie non con paura, ma addirittura con una vera e propria fobia verso l’oggetto crudele (streghe, orchi, ecc. ), che rasenta il panico.

Se non si tiene conto di questi vissuti fobici del bambino, continuando a:

metterlo, o minacciare di metterlo, per punizione in una stanza o in un armadio, al buio;
utilizzare racconti spettrali o fiabe dell’oscuro bosco delle fate, con orribili streghe e giganti, o impaurirlo con figure “cattive” quale l’“uomo nero”, al solo scopo di indurlo all’ubbidienza;
permettere la visione di filmati e racconti non adatti alla sua età;
accogliere con facilità il bambino nel lettone o lasciare la luce accesa nella sua stanza sino a che si addormenti, dando così inconsciamente prova che esiste una qualche base obiettiva che giustifichi la fobia;
lasciar cadere, piuttosto che risolvere, paure estemporanee per persone, animali domestici, temporali, scarafaggi, mosche, rumori e via dicendo;
il bambino crescerà con forti sentimenti di inferiorità, sentimenti di colpa, aggressività ed invidia.

Quindi nel rapporto col bambino è bene:

che la madre eviti di immettervi ansietà a lui intollerabili;
non accentuare il peso della responsabilità verso gli educatori;
evitare, quali adulti, atteggiamenti le cui motivazioni possano risultargli oscure o confuse;
non adottare tecniche rozze quali suggestione, persuasione o seduzione;
evitare misure repressive e coercitive.
Il carattere narcisistico infantile

Il bambino con un carattere narcisistico:

preferisce starsene in un angolo o giocare solo con le sue cose;
tende ad essere irrequieto e a camminare in modo inquieto e senza uno scopo preciso;
talvolta guarda fisso davanti a sé, come se fosse assente o allucinato;
parla poco ed tende ad evitare contatti personale;
è poco ricettivo agli stimoli dell’ambiente, né trova in sé la giusta spinta per vivere la sua età, senza provarne disagio e restando “tranquillamente passivo”;
trascura il proprio aspetto esteriore, spesso mangia senza appetito;
è soggiogato dal mondo della sua immaginazione, tanto da avere difficoltà aimpegnarsi in cio che succede nel qui e ora;
talvolta apatico e letargico, dà l’impressione di non avere quella spinta interna alla socializzazione e all’esplorazione motoria tipica della maggior parte dei bambini;
mostra goffaggine e comportamenti poco modulati;
puo essere in grado di far fronte agli urti, alle cadute, ai tagli, alle abrasioni e agli oggetti che possono causare bruciature o gelo ma solo perché mostra di non sentirne il dolore;
spesso assorbito in se stesso, difficile da coinvolgere, ha un apparente disinteresse per l’esplorazione delle relazioni e per i giochi e gli oggetti stimolanti;
mostra di stancarsi facilmente;
già da molto piccolo può iniziare a interessarsi agli oggetti per mezzo dell’esplorazione solitaria anziché in un contesto interattivo;
è disattento, facilmente distratto o preoccupato, specialmente quando non è attratto da un compito o da un’interazione;
in età prescolare tende a rifugiarsi nella fantasia quando si confronta con minacce esterne;
si annoia facilmente nel giocare con amici preferendo un gioco solitario, in cui mostra spesso grande immaginazione e creatività.
Da adolescente può mostrare:

una forte rabbia o al contrario vergogna ed umiliazione come reazione alle critiche;
una tendenza a sfruttare gli altri per i propri interessi;
un eccesso di grandiosità, cioè sensazione di essere importanti, anche in modoimmeritato;
di sentirsi unico o speciale, e compreso solo da certe persone;
fantasie di illimitato successo, potere, amore, bellezza;
di sentirsi in diritto di meritare privilegi più degli altri;
eccessive richieste di attenzione o ammirazione;
mancanza di empatia verso i problemi altrui;
persistente invidia.
Il carattere narcisistico nel bambino è dovuto, oltre che a fattori costituzionali, al comportamento materno, paterno, genitoriale, e dei vari sostituti avuti durante il periodo che va pressappoco dal terzo al quinto anno di vita. È noto che in questa fase detta “fallica” il bambino scopre, per cosi dire, gli organi genitali e impara a ricavarne sensazioni di piacere mediante la stimolazione manuale. Durante questo periodo gli organi genitali vengono investiti di potenti cariche energetiche, anche se ci vorrà ancora del tempo prima che tutta l’eccitazione sessuale si concentri sui genitali e venga scaricata dalla loro interazione nel rapporto sessuale.

Inoltre nel bambino in questa fase si manifesta il complesso di Edipo.

Durante lo stadio fallico, il comportamento del bambino è caratteristicamente intrusivo per i maschi e ricettivo per le femmine, non soltanto in rapporto alla zona genitale ma anche per cio che riguarda il modo di maneggiare gli oggetti, il passeggiare e il calpestare, il chiacchierare e il porre domande. Diviene per lui importante anche provare i limiti della curiosità e dell’aggressività.

L’influenza che questo periodo eserciterà sulla personalità futura dell’individuo dipende in larga misura dal modo in cui i genitori riescono a sviluppare un senso di partecipazione, responsabilità e iniziativa delle inclinazioni e degli interessi del bambino, e non lo gravano con i vari sensi di colpa. In questo stadio lo sviluppo di una forma di Super-Io più crudele e rigida di quella che si struttura nella fase anale puo avere degli effetti disastrosi su tutta la vita successiva.

Ma come può questa forma di Super-Io essere sviluppata dall’ambiente circostante?

Le situazioni che potenziano il Super-Io determinando nel bambino angosce di castrazione possono essere molteplici. Le più comuni:

vedendo il figlio che si tocca i genitali, il genitore lo minacciano di “tagliargli il pene”;
l’ambiente può ridicolizzare o schernire un bambino che gioca con i suoi genitali e che neppure se ne rende conto o una bambina che arrossisce perché dondolandosi sull’altalena scopre che quel piacere può diventare eccitazione;
perfino le esperienze che oggettivamente non contengono alcuna minaccia possono essere fraintese da un bambino che già si sente colpevole: per esempio scoprire che esistono “esseri senza pene” mediante l’osservazione del genitale femminile;
dopo un’operazione chirurgica, la paura di castrazione puo spostarsi dalla zona operata – le tonsille, per esempio – alla parte genitale;
un bambino, che sia stato presente alla decapitazione di un pollo, o impressionato da favole circa la decapitazione, puo sostituire all’idea di decapitazione quella di castrazione.
Spesso il bambino narcisista diventa tale:

perché è rinforzato e guidato all’interno di una famiglia o di una istituzione ad un’eccessiva idealizzazione del modello (padre, madre, nonno, insegnante) e si relaziona illusoriamente soltanto con esso, escludendo ogni tipo di relazione reale (illusione di idealizzazione);
perché vive una fantasia simbiotica di essere identico a qualcun altro, di avere contenuti psichici interscambiabili, per cui penserà che “lui e sua madre” o “lui e suo padre” si bastano a vicenda e il mondo esterno è automaticamente designificato in quanto privo di valore (illusioni di identicità o illusione di gemellarità);
perché ha sviluppato fantasie idealizzanti verso uno o più personaggi di fantasia creati ad arte dalla potente industria dell’intrattenimento che attivano in lui una onnipotenza che potremmo esprimere così: “Io ed il mio eroe ci bastiamo, siamo un tutt’uno ed io con lui mi sento forte” (illusione di grandiosità).
È chiaro che si tratta di dinamiche pericolose, perché il bambino finisce per negare l’esistenza dell’oggetto esterno con cui avrebbe potuto avere una sana relazione: invece con il modello, il genitore o il suo beniamino non potrà mai avere una relazione alla pari, ma il bambino è pero convinto di averla. Lo si puo già immaginare da adulto con in mano il suo gadget tecnologico, a dimenticarsi la sua donna all’area di servizio o peggio ancora il figlio chiuso in macchina sotto il sole.

Ma allora il narcisista non riesce ad amare un oggetto d’amore?

Non riesce ad amare, perché ha paura: intuisce che amare vuol dire mettersi in gioco e teme che dare si risolva in un perdere.

Forse il narcisista ha paura che l’oggetto del suo amore non sia alla sua altezza?

In realtà è lui che teme di non essere all’altezza dell’oggetto d’amore.

Il narcisista nasconde un innegabile senso o sentimento di inferiorità verso l’oggetto esterno, vissuto come fattore di sofferenza, ma soprattutto come agente straniero e perturbatore dell’equilibrio (già oltremodo precario) e della tranquillità del suo Io: l’oggetto esterno è il suo oggetto-trauma (ossia la sua dannazione), che, non curato, col tempo si trasforma in “oggetto folle”. In realtà basterebbe impegnarsi seriamente verso l’oggetto esterno per essere già sulla via della guarigione.

Riferimenti bibliografici

Wolman, B. B. (1974). Manuale di psicoanalisi infantile. Vol. I: I fondamenti (Astrolabio-Ubaldini, Roma 1974).

Warren, N. – Jahoda, M. (1975). Gli atteggiamenti (Boringhieri, Torino 1975).

Menninger, K. (1979). Teoria della tecnica psicoanalitica (Boringhieri, Torino 1979).

Fromm, E. (2004). Io difendo l’uomo (Bompiani, Milano 2004).

Secondo Freud tutto l’insieme dei problemi affettivi della seconda infanzia (3-6 anni), la conseguenza di una precisa spinta istintuale: in questo periodo, infatti, la sessualità infantile raggiunge un livello di sviluppo definito come “fase fallica”. La libido del bambino si concentra, cioè, in corrispondenza della zona genitale, che assume il carattere di zona erogena, così come precedentemente era avvenuto per la “zona anale” ed ancor prima per quella “orale”. Nonostante la sua localizzazione nell’organo genitale, la libido del periodo fallico, ovviamente, non consente ancora l’espletamento della sessualità matura. Non mancano, però manifestazioni che indicano l’attivazione della zona in senso erotico. E’ in questa età, infatti, che compaiono le prime manifestazioni di masturbazione, di esibizione degli organi sessuali, di vivaci curiosità relative alle differenze anatomiche fra i due sessi, ecc. In questo contesto, proprio la scoperta di tali differenze, contribuisce ad attivare nel bambino delle paure inconsce di perdere o di vedere danneggiato il proprio organo sessuale. E queste paure giocano un ruolo molto importante nella complessa dinamica dei rapporti fra il bambino e i suoi genitori. Il maschietto teme di essere punito per la sua rivalità verso il padre, proprio attraverso la privazione di quell’organo genitale del quale va tanto fiero e di cui la bimba è priva, forse per effetto di una punizione inflittale. Questo timore lo porta, così a modificare il proprio atteggiamento. Trasformando la sua aggressività verso il padre in imitazione e in identificazione, il bambino abbandona quella posizione così pericolosa di aperta rivalità. La femminuccia, d’altra parte, vive anch’essa la stessa “ansia di castrazione”: fantasticando di poter essere invasa, distrutta e dilaniata nell’interno del suo corpo, a motivo della lotta accesasi con la madre per ottenere il possesso esclusivo, affettivo ed erotico del padre. Lentamente, anche in questo caso, lo scontro si tramuta in identificazione: decidere di assomigliare alla madre perchè è in questo modo che si può piacere al padre.
Tutta questa complessa vicissitudine è stata teorizzata e descritta dalla psicoanalisi, inizialmente da S. Freud e successivamente da M. Klein, la quale ha addirittura osservato che queste difficoltà nella relazione a tre, questo desiderio di possesso esclusivo nei confronti di uno dei genitori con l’eliminazione dell’altro, inizia già nel primo anno di vita, quando il neonato stabilisce un rapporto distinto con entrambi, madre e padre.
Ora, come noto, Freud ha creduto di poter ritrovare il simbolo di questa situazione affettiva nella leggenda di Edipo, il re tebano che il destino conduce ad uccidere il proprio padre Laio e a sposare – sempre inconsapevolmente – la propria madre Giocasta.
Questo mito rappresenterebbe, sostiene Freud in “Totem e tabù”, il residuo simbolico delle tremende passioni dell’uomo della preistoria, il quale, privo di freni inibitori, non temette, probabilmente, di uccidere il proprio padre, capo della tribù, per conquistarne le donne. Col passare dei millenni, nulla di tutto ciò si ripete; rimane, però, nell’animo umano, presente ed operante, il problema affettivo del rapporto dei figli con i genitori, dei giovani con gli adulti. E’ ovvio che riconoscere l’esistenza e l’importanza di queste problematiche edipiche non significa vedere in ogni bimbo un incestuoso, un parricida, ma semplicemente considerare certi aspetti del comportamento infantile e anche adulto, alla luce della specifica rete affettiva ed emozionale che si instaura all’interno della situazione edipica. Il mancato superamento di questa “condizione” produce notevoli conseguenze nella successione dell’evoluzione psicologica e sessuale. Anzi, come possiamo ben osservare durante il lavoro psicoterapeutico con i nostri pazienti, questo problema costituisce il nucleo conflittuale più forte della nevrosi e determina tutta una serie di sintomi e di atteggiamenti compensatori, che possono rendere davvero difficile la vita di un individuo e di coloro che gli stanno accanto. All’origine dei disturbi della personalità, è innegabile che ci possono anche essere delle circostanze traumatizzanti momentanee che possono determinare una situazione edipica complessa, ma al contrario di quanto comunemente si crede, ciò è molto raro. Risultano, invece, molto più gravi le influenze continue ed inadeguate di un ambiente familiare perturbante. Un buon equilibrio sessuale di una coppia genitoriale, infatti, è la garanzia più sicura di un superamento dell’Edipo nel bambino. Dove l’uomo e la donna non hanno correttamente affrontato e risolto il loro Edipo, vi è incapacità a realizzare una buona armonia sessuale: le pesanti conseguenze si riversano sulla coppia stessa e, quel che ancora più tragico, sui loro figli.
Nel primo caso si hanno tutte le possibili manifestazioni di problematiche sessuali, dai disturbi del desiderio a quelli del piacere, fino alle vere e proprie deviazioni della sessualità.
Nel secondo caso, le pulsioni inappagate della coppia si riverseranno sui loro figli. I sentimenti edipici, in effetti, sono reciproci. Se il figlio è legato alla madre, questa è altrettanto legata al figlio e così dicasi per la figlia con il padre. Nel caso di un mancato superamento dell’Edipo nei genitori, questo sentimento si tramuta in attaccamento “forte”, secondo cui il figlio amato è visto come un bene di cui si vuole godere esclusivamente, paralizzando sin dall’inizio tutti i tentativi che questo fa per conquistare la sua autonomia e di instaurare altre relazioni con persone estranee alla famiglia, in particolare al momento dell’evoluzione adolescenziale.
Casi del genere emergono dalla clinica psicoterapeutica più frequentemente di quel che non si immagini: già dalla prima infanzia, i figli sono vittime di carenze affettive, di strumentalizzazioni, di iper-gratificazioni o di seduzioni. Alla tutto sommato più rara violenza fisica e sessuale, si deve spesso aggiungere quella del non riconoscere, del non accettare, del non rispettare i propri figli. A monte di tutto questo ci sono, come si diceva, grosse problematiche edipiche irrisolte. Esempi concreti ricavabili dalla pratica psicoanalitica possono chiarire meglio quanto sto dicendo.
Una coppia sessualmente frustrata nel proprio rapporto matrimoniale, può sentirsi spinta verso i propri bambini al fine di ottenere quel tipo di soddisfazione affettiva che dovrebbe scaturire dal rapporto coniugale. In questo senso, un padre con desideri sessuali immaturi e non ben integrati, può mostrarsi eccessivamente seduttivo con la propria bambina. Questa incoraggiata da tali aspetti infantili della personalità paterna vivrà nella fantasia, quando addirittura non subirà nella realtà, questo rapporto segreto e colpevole che implica l’esclusione della madre ed il trionfo su di lei. Ciò potrà portarla a sentirsi, da un punto di vista psicologico, unica responsabile dell’esclusione della madre. Tutto ciò può renderle difficile, con il sopraggiungere dell’adolescenza e dell’età adulta, l’allontanarsi dalla famiglia, perchè le sembrerà che la madre abbia bisogno di lei. Inoltre, quel legame segreto avuto o fantasticato, grazie agli atteggiamenti del padre, e sentito come colpevole, potrà crearle serie difficoltà nella realizzazione di una vita sessuale matura con un altro uomo.
Allo stesso modo, difficoltà di vario genere possono sorgere quando vi è un’intesa di questo tipo tra il bambino e la madre e quando il padre viene estromesso come una figura insignificante o come un bruto insensibile. Anche qui ciò può accadere quando la madre non soddisfatta della sua relazione sessuale, ha paura di questo tipo di rapporto con un uomo e cerca di raggiungere una specie di soddisfazione sessuale più infantile (quindi meno angosciante) con il figlio, che viene considerato come propria creazione e quindi fonte di soddisfazione narcisistica.
Ma, si badi bene: tale intimità genitori – figli, anche quando non chiaramente esplicitata, è quasi sempre impregnata di seduzione erotica. Vi sono infatti molti modi sottili attraverso cui un genitore può eccitare sessualmente il figlio: il tono di voce, il modo di curarsi esteticamente quando lo incontra, il trattenerlo con premure eccessive, il difenderlo dall’altro genitore, il non difendere quest’ultimo dall’arroganza del figlio/a, nel fare con lui/lei il sonnellino pomeridiano, nel fare il bagno o la doccia insieme, nel girare più o meno nudi per casa, nell’asciugare con troppa cura i genitali del figlio/a, ecc. ecc.
E’ così rileva Dacquino che:
difficoltà affettive da parte di uomini verso le figure femminili o di donne verso quelle maschili mascherano un complesso di Edipo non superato. Il vivere da adulti una situazione amorosa virulenta genera in loro quei sensi di colpa che traggono origine dal rapporto esagerato, morboso e frustrante avuto con la prima donna o con il primo uomo della vita, cioè la madre o il padre. Tali soggetti amano i genitori di sesso opposto fino al punto da non poterli “tradire”.
Ora, è solo dopo un lungo e paziente lavoro terapeutico fra analista e analizzando che si possono individuare e quindi risolvere i problemi che da tali rapporti nascono. Ciò può accadere grazie al fatto che il terapeuta, attraverso lo strumento del transfert, prende “il posto del padre e della madre naturali”, e permette, in tal modo, I’evidenziarsi ed il rivivere consapevolmente il particolare tipo di legame instauratosi fra il paziente e le proprie figure genitoriali. Proprio in virtù di tale caratteristica, il rapporto terapeutico stesso inteso come “riedizione” della relazione figlio – genitore e, proprio ancora in ragione di ciò, quello che emerge dal processo psicoanalitico può essere inteso, secondo le indicazioni di Freud, come una nuova crescita, una seconda educazione, una ri-nascita.

LAURA BOGGIO GILOT
Il narcisista è un uomo tragico,
guidato da ideali impossibili e da ambizioni che non ama.
La vergogna e l’odio insorgono
quando non sa vivere all’altezza di questo irrealismo
Due sono le fondamentali ragioni per cui lo studio del narcisismo appare di grande rilevanza nella psicoterapia. La prima ragione è che il narcisista rappresenta il perdente per antonomasia e colui al quale è riservato il più grande quoziente di sofferenza inutile e autoprodotta; la seconda ragione è che il narcisismo non è solo una sofferenza mentale in sé, ma anche il fondamento e il cuore di ogni tipo di sofferenza mentale, di cui costituisce il nucleo della distruttività.
La distruttività narcisistica si ritrova sia nelle diverse forme di psicopatologia conclamate da sintomi, sia nelle forme mascherate di psicopatologia, che sono quelle della tossicodipendenza, della devianza sociale e della delinquenza comune, sia nella cosiddetta psicopatologia della normalità, che informa la sofferenza dell’io separato dall’Anima, fatta di egoismo difensivo, paura, vuoto e mancanza di significato della vita.
Per la sua pervasività il narcisismo, più che una psicopatologia a sé stante, può essere considerata una malattia immunitaria della psiche, poiché rappresenta un sostrato di fragilità e di illusorietà su cui attecchiscono con facilità i sintomi clinici.

Fortemente radicato nella società moderna, il narcisismo può essere letto come un inquinamento ecologico della psiche collettiva, che è nutrita da miti socioculturali perniciosi, contrari alla salute mentale e all’evoluzione della coscienza verso forme di vita più creativa, serena e consapevole.
IL CARATTERE NARCISISTICO
Il carattere narcisistico è emblematizzato dal bisogno inappagabile di essere sempre considerato migliore. Associato ad intensa ambizione e a scarsi valori, il carattere narcisistico è polarizzato su miti esteriori di successo, ricchezza, prestigio e su obiettivi superficiali di bellezza e potere.
Sottende il carattere narcisistico l’aspettativa idealistica che tutto debba avvenire come si desidera e si crede giusto secondo prospettive egocentrate. Il rifiuto della frustrazione, la ricerca di conferma sempre e comunque, l’estrema vulnerabilità alle critiche, l’intima insicurezza e l’esterna arroganza e presunzione sono gli aspetti più evidenti del carattere narcisistico.
Dipendente dall’approvazione altrui, e peraltro non libero e condizionato, il narcisista è improntato in maniera onnipotente e irrealistica al controllo e al potere, in nome del quale si dissocia dai propri sentimenti di fragilità e dai bisogni più profondi del proprio essere, vissuti spesso come minaccia per le proprie finalità autoaffermatorie di successo e possesso.
Il fanatico innamoramento di sé, tipico del narcisista, e l’ostinata       negazione dei propri difetti, limiti ed errori, porta al rifiuto del sentimento della colpa reale, all’incapacità di amare, allo sviluppo del cinismo, dell’indifferenza e della manipolazione, nonché a gravi disarmonie nell’equilibrio psicosomatico.
Penetrando nella fenomenologia della sofferenza narcisistica si

può riconoscere che il narcisista rappresenta la tipologia psicologica più separata dalla reale natura del Sé; incarnando un falso sé grandioso e illusorio, il narcisista è per emblema la personalità più lontana dalla conoscenza della sua vera natura, dall’espressione delle proprie potenzialità e dei propri talenti, così come dalla consapevolezza della propria debolezza e dei propri reali bisogni.
A causa della basica non conoscenza di se stesso, il narcisista sceglie, senza saperlo, ciò che è male per sé, prende strade sbagliate, considerandole giuste, fa scelte inopportune, credendo di fare ciò che è utile a sé, e per questa grande illusorietà si trova a raccogliere frutti opposti a ciò che crede di avere seminato, senza dubbio assai lontani da quello che realmente occorre ad ogni essere umano per essere sano, forte e felice.
Intorno al nucleo dell’inconsapevolezza di sé e delle conseguenti scelte di vita e di relazioni sbagliate, si articola un coacervo di esperienze fallimentari che sviluppano nel narcisista un’immagine di sé impoverita, latrice di senso di inferiorità e di vergogna, in contrasto con il modello ideale grandioso che sottende le sue motivazioni, e un’immagine della realtà negativa, troppo potente e minacciosa, che produce paura, avversione e invidia.
La relazione disfunzionale con se stesso e con il mondo costruisce nella mente narcisistica una somma di conflitti (interni ed esterni), complessi (inferiorità e abbandono) ed emozioni dolorose (paura, rabbia, impotenza e vergogna), che lo spingono sempre più ad attività difensive ed a scelte compensatorie di carattere materialistico, estrovertito ed edonistico.
Preda del falso sé, che corre dietro alle lucciole dell’ “avere”, del successo esteriore e dell’acclamazione altrui, il narcisista sperimenta la drammatica rinuncia alla conoscenza della bontà e della dignità intrinseca alla natura umana, rappresentando per antonomasia un’esistenza apparentemente socializzata ma intimamente solitaria e priva di valori, in cui il terrore della morte, della vecchiaia e della malattia si sviluppano col passare del tempo accanto ad un vuoto di autostima e di sfiducia nella vita.
Va sottolineato che se la direzione del narcisismo è guidata dal principio del piacere, il suo effetto, viceversa, è legato all’istinto di morte: come sottolinea il mito di Narciso, questi, fanaticamente attratto dalla sua immagine riflessa nell’acqua, muore cadendovi dentro. Il tema della morte è emblematico degli effetti dell’inconsapevolezza egocentrica, che produce azioni in contrasto con la vera natura del Sé e con i veri bisogni e valori dell’esistenza, estraniando la coscienza dalle necessità evolutive e da quelle certezze che si trovano solo nel cuore di ogni essere umano.
GRADI DI STRUTTURAZIONE NARCISISTICA
Le conoscenze della psicoterapia insegnano che il narcisismo si presenta come un disturbo della strutturazione della personalità che è generato da una patologia del super-io, ovvero dalla disfunzionalità, sino all’assenza completa, di quella struttura fondamentale della mente che impone i limiti morali, le regole e le normative realistiche. E’ attraverso questo opus direttivo del super-io che l’io regola l’assolutezza del piacere, evoca il senso di colpa in caso di danno reale e spinge alla riparazione, mantenendo in tal modo l’autostima. In assenza di un super-io ben strutturato si realizza una carenza del senso del dovere e del senso morale, un abuso del principio del piacere ai danni del principio della realtà, con una conseguente assenza di capacità autocritica e di visione realistica delle cose, che è necessariamente fonte di un rapporto disfunzionale con la realtà e con il prossimo. Da questo rapporto disfunzionale si genera il senso di inadeguatezza che indebolisce l’autostima e il rapporto con la vita.

NARCISISMO DELL’IO
SEPARATO DALL’ANIMA
•    Super-io conformistico
•    Inconsapevolezza del Sé e chiusura nell’io storico
•    Fattori non etici egoistici: orgoglio, avidità, volontà di potenza
•    Vuoto spirituale – aridità affettiva
•    Paura della morte e fuga nell’esteriorità

NARCISISMO
NEVROTICO
•    Super-io contenente residuati idealizzanti e onnipotenti
•    Difese secondarie (rimozione e razionalizzazione)
•    Differenziazione sé-oggetto
•    Paura, odio, invidia, rabbia, vergogna…sotto controllo
•    Comportamenti sociali adattati ma conflittuali

NARCISISMO
BORDERLINE
•    Assenza di super-io e aspettative idealistiche e onnipotenti
•    Difese primarie di scissione (idealizzazione primitiva, identificazione proiettiva, ecc.)
•    Indifferenziazione sé-oggetto
•    Paura, odio, invidia, rabbia, vergogna…fuori controllo
•    Comportamento sociale disadattato

Non guidato da un super-io realistico e da un corrispondente adattamento ai limiti della realtà, privo in altre parole della guida di quel “genitore interno” che educa e protegge con retto rigore, il mondo del narcisista è fondamentalmente egoista, infantile e abitato dalla pretesa eccessiva verso gli altri e verso se stesso, dalla cui frustrazione originano i sentimenti di rabbia e odio a cui il narcisista oppone difese diverse, che lo portano ad esistere in una dimensione sempre più alienata e compensatoria di soddisfazioni mancate.
Centrata su aspettative che non possono trovare conferma e su una visione falsa e idealizzata della realtà, l’immagine che il narcisista ha di se stesso è deludente, così come lo è il mondo che lo circonda. È naturale che la vergogna di se stesso, la paura del mondo e la rabbia verso di esso siano le emozioni che fanno da corollario alla patologia narcisistica.
Integrando le prospettive della psicoterapia con la sapienza meditativa, l’approccio integrale, derivante da Ken Wilber, consente di studiare il narcisismo nella cornice di riferimento evolutiva che riconosce questo disturbo della personalità come il risultato di una cattiva metabolizzazione delle esperienze nelle diverse fasi dello sviluppo, dallo stadio pre-egoico a quello transegoico-transpersonale.
Il narcisismo borderline, descritto nella tradizione psicoanalitica, è relativo ad un disturbo dello sviluppo nella fase di separazione/individuazione (precedente quindi la strutturazione del super-io).
Il narcisismo nevrotico deriva da una cattiva metabolizzazione della struttura tripartita (super-io, es, io), a causa di un super-io che non ha dissolto i residuati idealizzanti ed è portatore di richieste onnipotenti e irrealizzabili.
Nel narcisismo dell’io separato dall’Anima, il super-io è strutturato realisticamente, ma la personalità è troppo identificata con
credenze, morale e valori conformistici che si cementano sui falsi miti dell’età moderna (successo, ricchezza e prestigio), opponendosi di per sé a ciò che è necessario per la realizzazione del Sé.
Quest’ultima patologia narcisistica, meno riconosciuta ma più pervasiva delle prime, è essenziata da egoismo e da inconsapevolezza, che impedisce il riconoscimento del significato e del compito connesso all’esistenza, determinando la separazione della vita individuale dalla realtà universale a cui è collegata.
Questo stato dell’ego scisso dalla vita universale, immerso nell’illusione della caducità della vita, si manifesta con un complesso di attaccamenti al proprio corpo, ai propri averi, ai propri credi e ai propri pensieri, attaccamenti che si sviluppano come difesa dalla paura, che sperimenta il senso dell’identità incapsulata nel corpo ed esistente in un mondo senza significato.
La terapia integrale del narcisismo richiede la diagnosi evolutiva, per riconoscere il grado del narcisismo e quali sono le strutture patologiche della mente che devono essere trasformate.
È bene ricordare che l’eventuale sintomatologia (fobica, depressiva, ossessiva, ecc.) presente nei conflitti narcisistici non va soffocata e affrontata in sé e per sé, ma tenuta presente e valorizzata come l’espressione del disturbo strutturale, con la consapevolezza che il sintomo non potrà essere risolto se non cambierà la strutturazione mentale.
Il risanamento narcisistico richiede di procedere dalla strutturazione più bassa, e quindi richiede come prima tappa la costruzione di un buon super-io.  Questo obiettivo è comune ad ogni tipo di psicoterapia: diverso per l’approccio integrale è il fine della psicoterapia e ciò che veramente significa superare il narcisismo.
Mentre la psicoterapia ordinaria, nell’affrontare il narcisismo, vuole liberare il paziente dalla sofferenza che lo opprime (paura,
odio, vergogna, rabbia), e per questo usa strumenti di rinforzo dell’io e di occultamento del male che l’io non può sopportare, la psicoterapia integrale si rivolge alla trasformazione di più profonde strutture disfunzionali della mente narcisistica, che consistono nell’inconsapevolezza ontologica e nei fattori egoistici, tra i quali l’orgoglio, l’avidità e la volontà di potenza.
Mentre la psicoterapia ordinaria troppo spesso sviluppa l’egocentrismo, ignorando i danni del vuoto spirituale, la psicoterapia integrale vede nella trasformazione delle motivazioni egocentriche e nelle scelte spirituali di vita e di valori la liberazione da veleni di base della mente, che costruiscono una sofferenza inutile e impediscono una guarigione duratura.
Nella prospettiva integrale la guarigione richiede non solo la liberazione dalla sofferenza clinica, ma l’espansione della coscienza alle fonti di bellezza, verità e bontà presenti nell’animo umano e, attraverso questo, la riappropriazione di un senso universalistico della vita, garante di significato e certezze.
CENNI DI TRATTAMENTO TERAPEUTICO DEL NARCISISMO
L’approccio integrale alla terapia del narcisismo contempla l’utilizzazione delle conoscenze psicoterapiche e delle pratiche di consapevolezza e trasformazione appartenenti alle tradizioni meditative.
Poiché il narcisismo nelle forme borderline e nevrotiche si radica nell’infanzia e nella relazione genitori-bambino, occorre penetrare nella sfera personale antica della vita infantile e nella qualità delle relazioni genitoriali interiorizzate. Fondamentali per questo obiettivo sono le conoscenze della psicoanalisi, in particolare le teorie delle relazioni oggettuali, e infine le pratiche introspettive analitiche, che aiutano a far emergere il passato storico del paziente.
Kernberg sottolinea come l’investigazione delle relazioni ogget¬tuali interiorizzate, ovvero delle vicissitudini dei rapporti genitoriali e interpersonali che sono divenute parte della psiche, nonché l’esame dello sviluppo delle relazioni affettive, rappresentino le componenti fondamentali dell’approccio terapeutico ai disturbi della personalità narcisistico-borderline.
Nell’approccio integrale, accanto all’investigazione introspettiva psicoanalitica, di particolare utilità ci sembra l’uso di alcune tecniche meditative di consapevolezza corporea, che facilitano l’integrazione dei vissuti emotivi e affettivi. La dinamica affettiva è infatti strettamente correlata all’esperienza corporea e sensoriale: gli affetti comprendono sempre una componente soggettiva cognitiva e un’esperienza soggettiva fisica ed emotiva di natura piacevole o spiacevole, con fenomeni di scarico neurovegetativi che hanno a che fare con l’attivazione psicomotoria e la comunicazione nel corpo.
Semplici pratiche di movimento libero, o di catarsi corporea, associate a più precise tecniche meditative di attenzione selettiva al corpo ed alle sue sensazioni, sviluppano una maggiore possibilità di consapevolezza sensoriale ed emotiva, facilitando la possibilità di differenziazione e di autoriflessione che collabora all’integrazione di emozioni rimosse, contribuendo ad un senso dell’identità più concreto e unificato.
Per affrontare il narcisismo nevrotico è fondamentale il lavoro sulla struttura tripartita (super-io, es, io), che nell’approccio integrale può essere visto come conflitto tra tre subpersonalità: il Bambino, il Genitore e il Mediatore interno.
Il risanamento della struttura tripartita narcisistica richiede che si abbia una nozione chiara della maturità psicologica a questo livello dello sviluppo, e delle forme di pensiero ad essa connesse.

Nella struttura tripartita sana, la capacità di controllare gli impulsi considerati inaccettabili, la possibilità di accettare i propri errori con il desiderio di risanarli, il porsi di fronte alle proprie colpe e alle proprie debolezze senza perdere l’autostima, ma volendo riparare, determina la capacità di autocritica, di retto rimorso e di responsabilità verso le proprie azioni, nonché la possibilità di pagare i propri errori e le proprie colpe senza sentirsene annientati.
Questi elementi sani del comportamento mentale sono fondamentali per lo sviluppo futuro dell’identità e fanno capo a una buona strutturazione del super-io.
Nella misura in cui la normativa superegoica si sposta verso l’insensatezza dell’ipermoralismo o dell’idealismo onnipotente, si produrrà un bambino sofferente e un mediatore che troverà sempre più difficile la sua opera di transizione tra le richieste interne e quelle della realtà esterna.
Questa disfunzione del comportamento interno porta a disfunzionali relazioni interpersonali che impediscono l’adattamento.
Il disturbo del super-io, in altre parole, produce diverse fasce di sofferenza che possono essere viste come conflitti tra subpersonalità. Nella psicoterapia integrale vanno affrontate le sofferenze del bambino vittima, la sofferenza aggressiva del genitore e quella del mediatore difensivo diviso tra genitore e bambino, nelle componenti relazionali che si riferiscono alla percezione, all’affettività, al pensiero e al comportamento:
    la sofferenza emotiva del bambino vittima (paura, rabbia, impotenza, vergogna, invidia, gelosia);
    la sofferenza aggressiva del genitore onnipotente (intolleranza, ipercriticismo…);
    la sofferenza del mediatore difensivo (diviso tra il genitore e il bambino).

Grande attenzione va data alla comprensione delle aspettative narcisistiche idealiste e onnipotenti ed al superamento delle difese che si ergono contro il pericolo delle cariche distruttive dovute alla sofferenza reattiva del bambino interiore.
L’osservazione attenta della relazione genitore-bambino svela l’operato difensivo del mediatore, che cerca di occultare gli aspetti che acuiscono il conflitto tra i due, alleandosi con il genitore o il bambino e rimuovendo i fattori dell’aggressività, della debolezza e dei limiti produttori di paura e di vergogna.
È il vittimismo, quale sentimento di essere trattato ingiustamente, che va posto in primo piano, come la voce del bambino interiore in risposta alla pretesa onnipotente del genitore.
L’autorappresentazione di se stesso vittima e carnefice, quale risultato dell’agire interrelato delle subpersonalità del bambino e del genitore, dovrà cedere il posto a una più matura autorappresentazione, che riconoscerà questa dualità interna da una più unificata e sapiente posizione. Dovrà, in altre parole, svilupparsi un nuovo centro di coscienza che, invece di occultare, accolga l’imperfezione e i limiti e, con essa, la frustrazione inevitabile che la vita dà, e medi, secondo principi realistici, le richieste morali, quelle pulsionali e quelle della realtà.
I conflitti narcisistici sono impregnati di egoismo e non sono risolubili senza una trasformazione delle motivazioni verso la vita e del pensiero che guida l’azione: prima tra di esse è l’importanza personale esagerata, da cui è generata l’aspettativa irrealistica di come dovremmo essere, di come dovremmo trattare il mondo e di come dovremmo essere trattati dal mondo.
Il risanamento della struttura tripartita richiede un’elaborazione emotiva, attraverso pratiche che implicano il lavoro con il corpo, ed un’elaborazione cognitiva, che riconosca il modo di pensare
disfunzionale e gli atteggiamenti idealistici e onnipotenti che lo preparano e lo sottendono. Nel narcisismo le emozioni di impotenza, rabbia, risentimento, vergogna, invidia e odio sono il risultato di un pensiero disfunzionale che non contempla la capacità di accettare i propri limiti e di assumersi le implicazioni di questa accettazione, che richiede di accettare la disconferma altrui.
Occorre sapere qual è il retto modo di pensare che precede l’agire: senza la consapevolezza di ciò che è bene e di ciò che è sano le componenti emotive diventano drammatiche. La rabbia e il senso illusorio di essere non capiti e maltrattati, tipici del narcisista, non possono essere affrontati in se stessi se non si comprende che essi sono la risposta a un non retto pensare, ovvero al pensiero di chi in realtà cerca nel mondo solo uno specchio che accetti indiscriminatamente il proprio modo di essere.
La psicoanalisi parla di disillusione ottimale, quale prassi terapeutica che sposta l’ambizione narcisistica su scopi realistici (questo segue il passaggio da una patologia nevrotica a un narcisismo “normale” che non lede l’adattamento alla realtà). Come vedremo, la prospettiva integrale include questa disillusione ottimale ma mira a più profonde trasformazioni, perché ha come finalità anche il superamento del narcisismo dell’io separato dall’Anima, ovvero quello della cosiddetta psicopatologia della normalità.
D’accordo con le teorie psicoanalitiche, l’approccio integrale affronta l’ingiunzione irrealistica e grandiosa del genitore e le reazioni del bambino interiore, nonché la natura dei meccanismi difensivi, ma affronta anche le origini non etiche del narcisismo che fanno capo ai fattori egoistici dell’avidità, dell’orgoglio e della volontà di potenza.
Occorre tener presente che la genesi del narcisismo è sì nel bisogno di assoluta stima, conferma e successo che si radicano in un
vissuto primario infantile di una ferita di amore, ma è anche fondato su fattori del carattere di base che rappresentano un terreno fertile per lo sviluppo dell’egoismo, il padre del narcisismo.
Riappropriarsi delle proprie ferite d’amore è uno scopo della psicoterapia, ma affrontare l’egoismo e coltivare qualità spirituali è un mezzo imprescindibile della integrale guarigione narcisistica.
Lavoro psicologico e lavoro spirituale dovranno incontrarsi per una vera soluzione di questa sofferenza paralizzante la salute mentale e lo sviluppo autorealizzativo.
In questo contesto, le valenze narcisistiche e non etiche della personalità vanno sempre tenute presenti e fatte riconoscere al paziente. Nel trattamento della struttura narcisistica è necessario rivisitare e trasformare gli atteggiamenti mentali di criticismo e intolleranza e rivalutare il pensiero positivo e benevolente, ma anche maturare l’accettazione degli altri e la capacità di donare.
I fattori non etici del carattere narcisistico: arroganza, superbia, presunzione andranno riconosciuti come radici del conflitto della struttura tripartita, concause della rigidità e della chiusura ostile che produce sofferenza mentale, nonché della fragilità e della fondamentale incapacità di amare.
È necessario riconoscere come gli atteggiamenti narcisistici infantili costruiscono l’opposto di ciò che cercano e ispessiscono la percezione irrealistica di se stessi e del mondo. Esempio:
    la richiesta onnipotente costruisce il sentimento d’impotenza;
    la pretesa di essere sempre accettati costruisce l’incapacità di asserire opinioni e dissenso per paura del giudizio altrui;
    la paura della propria assertività crea l’incapacità di difendersi dall’aggressività altrui;

    l’incapacità di riconoscere i propri errori e le colpe reali porta alla confusione tra bene e male;
    l’incapacità di assumersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni porta al fallimento dell’intenzionalità;
    l’incapacità di accettare che altri siano preferiti e migliori di se stessi perché si vuole essere il migliore porta a incertezza e fallacità.
Nella psicoterapia della struttura tripartita vanno affrontati anche i miti distruttivi che si formano nelle pieghe del pensiero narcisistico.
I miti distruttivi sono caratterizzati da assunzioni inconsce e da coazioni a ripetere modalità distruttive, che si manifestano in comportamenti ripetitivi intessuti di un simbolismo carico di istinto di morte. Ogni mito distruttivo è incarnato da una specifica maschera e da un’ombra che corrisponde a ciò che la maschera vela.
    Narciso (è il mito vanaglorioso di chi vive la vita in funzione di appropriazione, che cela l’egoismo che uccide).
    Icaro (è il mito dell’onnipotenza, che cela il rifiuto del limite).
    Prometeo (è il mito della volontà di potenza, che cela l’orgoglio).
    Lucifero (è il mito della modalità disobbediente e traditrice, che cela l’avidità e l’invidia verso l’autorità).
    Il vincitore (è il mito di colui che vuole sempre essere il migliore, che cela il  rifiuto del fallimento).
    L’angelo del focolare (è il mito dell’obbedienza cieca all’autorità, che cela la paura).
    La vittima (è il mito di colui che è sempre permeato di sconfitte, che cela l’incapacità di essere grato).

Concludendo questa breve panoramica dell’approccio integrale al narcisismo, in particolare al narcisismo nevrotico, voglio sottolineare che, per sviluppare la consapevolezza delle componenti narcisistiche, di grande utilità è la pratica meditativa Vedanta di autosservazione, che allena ad osservare nel qui ed ora il soggetto sperimentatore della realtà, ed il pensiero che usa per giudicare la realtà. Questa esplorazione pone facilmente in contatto con le subpersonalità.
L’osservazione della natura del pensiero porta a riconoscere i danni del pensiero violento o limitato o pregiudiziale ed a favorirne la trasformazione.
Lo sviluppo di un pensiero portatore di verità rieduca l’orgoglio di appartenere a se stesso e l’avidità di beni transitori, verso forme più garanti e sicure di esistenza.
È ancora il pensiero purificato dalla visione spirituale ciò che rivoluziona gli atteggiamenti narcisistici apportatori di dolore, verso atteggiamenti apportatori di serenità e di ottimismo.
Accanto alla pratica meditativa di autosservazione è di grande utilità la pratica meditativa, insegnata nella tradizione Yoga-Vedanta, dell’evocazione del sentimento positivo, che coltiva qualità come il perdono, la comprensione, l’accettazione e l’umiltà.
Queste pratiche spirituali rappresentano la migliore terapia del comportamento grandioso e orgoglioso del super-io disfunzionale, smontano la pretesa onnipotente e la richiesta idealistica che si fa a se stessi e agli altri, sviluppando aspettative più realistiche che contribuiscono all’accettazione dei propri limiti, della propria incompiutezza e quindi di quella altrui.
L’atteggiamento spirituale che accetta il coraggio di esistere in un mondo imperfetto e vuole comprendere e perdonare gli errori
propri e altrui aiuta a non reagire con rabbia alla frustrazione, superando così la sofferenza narcisistica più dolorosa.
Nella pratica spirituale, di grande utilità è la lettura dei testi sapienziali, come la Bhagavad-Gita, gli Yoga-Sutra di Patanjali, commentati da Raphael, che aiuta a disidentificarsi dal limitato e debole senso dell’io ordinario e dall’autorappresentazione egocentrata, acquistando speranza e fiducia nelle potenzialità del Sé, che è parte indivisa della vita universale.
La visione spirituale del Sé come anima immortale, abitatrice della vita universale che è incarnata con un compito e uno scopo, dà significato a quei limiti ed a quei fallimenti ineluttabili nella vita di ogni essere umano, che il narcisista non sopporta, aiutandolo a comprendere che la sofferenza che si incontra nella vita non è una sterile sconfitta che sviluppa disistima, ma un’opportunità di trasformazione, crescita e conoscenza.
Se il narcisista capirà il senso spirituale della vita e il suo radicamento nella vita universale, se potrà accettare la sofferenza come opportunità di crescita, potrà ridurre la sua basica insicurezza e sviluppare un senso di responsabilità verso la vita che mitigherà le sue pretese onnipotenti, i suoi terrori e i suoi odi.
CENNI SUL RAPPORTO TERAPEUTA-PAZIENTE
Nella psicoterapia integrale, cruciale per la soluzione dei conflitti narcisistici e delle aspettative irrealistiche che li sottendono è il rapporto terapeuta-paziente. Il lavoro con il paziente narcisista richiede non solo una relazione terapeutica profonda ed empatica, ma anche una reale modalità attiva da parte del terapeuta, rivolta a favorire il riconoscimento degli oggetti narcisistici, tale da consentire il ripristino del principio della realtà sull’idealizzazione narcisistica.
Nella relazione terapeutica, l’intervento del terapeuta facilita
l’elaborazione dell’aspetto cognitivo delle relazioni affettive, che riflette sempre il rapporto tra una rappresentazione di sé ed una dell’oggetto. Inoltre, la personalità matura del terapeuta potrà favorirne i processi di interiorizzazione e identificazione con una figura genitoriale positiva, che consenta la costruzione del super-io sano.
Il lavoro con il paziente narcisista richiede molta centralità e pazienza. Nel transfert che lega il paziente al terapeuta, si manifestano i vissuti delle pulsioni sessuali e aggressive, dalle reazioni iniziali di attaccamento come affetto di base, alla rabbia, all’odio come stato affettivo reattivo alle aspettative deluse, proiettate nel setting terapeutico. A queste si aggiunge l’invidia conscia o inconscia, che si sviluppa facilmente verso il terapeuta, e che è particolarmente perniciosa nel borderline.
Nel trattare i disturbi narcisistici va privilegiata una situazione terapeutica forte, attenta ed amorevole, e un rapporto terapeutico con uno psicoterapeuta maturo, libero da valenze narcisistiche.
Quanto più il terapeuta è capace di accettare e di essere in pace con i suoi limiti, con un’attiva responsabilità volta alla loro trasformazione, tanto più sarà capace di accogliere i limiti del paziente ed esserne valido specchio.
Quanto più il terapeuta avrà trasceso la vulnerabilità, la rabbia e le difese narcisistiche, tanto più potrà venire in contatto con la rabbia narcisistica del paziente e comprenderne le difese. Quanto più egli incarnerà un modello realistico e accettante il bene e il male, tanto più potrà favorire un nuovo modello da introiettare, che favorirà lo sviluppo di un super-io con richieste morali giuste.
Lo psicoterapeuta ideale è quel meditante progredito che, ben oltre il disordine dei disturbi narcisistici, cosciente dei limiti e delle potenzialità, è allineato al Sé, da cui riceve guida e nutrimento.
Se lo psicoterapeuta può incarnare il Sé piuttosto che l’io, egli apparirà come un centro di discriminazione, armonia e saggezza  amorevole, di per sé altamente trasformatorio.
Non va dimenticato che il Sé, come centro e totalità della psiche, è capace di conciliare gli opposti: esso non solo è la sorgente delle forze superiori dell’interiorità, ma è anche l’organo di accettazione per eccellenza.
Alleandosi con il Sé, lo psicoterapeuta dovrà trasmettere la natura dell’accettazione, non come passiva acquiescenza alla negatività e agli errori del paziente (che significherebbe un’iperindulgenza, priva di discriminazione e sottomessa al male), ma come capacità di riconoscere errori e negatività ed assumersene umilmente la responsabilità, onde dare avvio a un processo di trasformazione centrato sulla volontà di bene e sull’affermazione della dignità della propria vita.
L’atteggiamento di vera accettazione, così spesso confusa con l’iperindulgenza, richiede e porta seco il sentimento di responsabile e riparatoria considerazione per il male e per il danno inferto a se stessi e agli altri.
Uno psicoterapeuta efficiente non sarà mai critico e svalutativo, ma neanche iperindulgente: come il Virgilio dantesco, guiderà il paziente nel suo “inferno” narcisistico e gli farà riconoscere i suoi fantasmi e i suoi mostri, così come i suoi talenti e le sue qualità, rimanendo in ogni caso centrato in un cuore lucido e compassionevole, capace di un’intenzionalità volta alla liberazione dal male, che non potrebbe realizzarsi senza la fiducia nelle forze buone del Sé e nella sua costante opera di risanamento e illuminante influsso.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Boggio Gilot L., Crescere oltre l’io, Cittadella editrice, Assisi 1997
Boggio Gilot L., Il narcisismo nevrotico, Dispense di insegnamenti tenuti all’AIPT
Boggio Gilot L., Il narcisismo borderline, Dispense di insegnamenti tenuti all’AIPT
Kernberg O., Sindromi marginali e narcisismo patologico, Boringhieri, Torino 1989
Kohut H., Narcisismo e analisi del sé, Boringhieri, Torino 1976
Lowen A., Il narcisismo, edizioni Feltrinelli, Milano 1985
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Raphael, Tu sei quello, Asram Vidya, Roma 1982
Raphael, Al di là del dubbio, Asram Vidya, Roma 1987
Raphael, Scienza dell’amore, Asram Vidya, Roma 1996

Angoscia e nevrosi

Quasi tutti hanno conosciuto in un certo momento della loro vita quel sentimento spiacevole di apprensione per un qualcosa d’indefinito e indefinibile. E’ proprio l’indefinitezza, il non riuscire a dare un senso logico e razionale alla propria apprensione che caratterizza il sentimento dell’angoscia. In alcuni momenti questi stati di apprensione possono avere delle impennate improvvise e, apparentemente, ingiustificate, dando luogo alle cosiddette “crisi d’ansia”. Quando ciò accade, il quadro ansioso si complica con l’insorgenza di svariati sintomi quali un aumento del battito cardiaco, sudorazione, dispnea, l’impressione di perdere la conoscenza e, tra tutti i sintomi il più spiacevole, quello di essere sul punto di morire.

Nei primi tentativi di dare un significato al sentimento dell’angoscia, già in ambiti filosofici, l’angoscia era presentata come la minaccia all’integrità del Sé. Quando si percepisce soltanto la minaccia, si può parlare di ansia normale, quando, invece, si ha l’impressione che sia in atto un processo di dissoluzione del Sé, è il caso di parlare di ansia neurotica. Occorre distinguere, ancora, tra paura ed ansia. Nel primo caso la minaccia è riferita ad un qualcosa di esterno e oggettivo, nel secondo caso, ad un pericolo interno, irrazionale e inconscio, che il soggetto non è in grado di spiegare.

Prima di addentrarci nella descrizione della psicodinamica ansiosa, è opportuno considerare che nell’uomo c’è una fisiologica e, quindi, normale preoccupazione della propria condizione esistenziale. Questa preoccupazione  viene dalla consapevolezza dei propri limiti. E così, l’idea della morte o della malattia o che il Caso possa portarci in qualche situazione di vita impegnativa dalla quale si può uscire sconfitti, porta ad un senso di fragilità che sfocia, inevitabilmente, nel sentimento dell’angoscia.

Ciò che ad un uomo interessa più di qualsiasi altra cosa è sfuggire alla morte vissuta non soltanto come morte fisica ma come dissoluzione del proprio Sé. Perfino il bambino è preoccupato ed interessato a questo. Solitamente si crede che il bambino sia interessato al gioco e, quindi, che il suo mondo abbia una sola valenza, quella del piacere. Non c’è dubbio che il bambino sia dominato dal “principio del piacere”. Tuttavia occorre considerare che se il bambino non si sente protetto da quel senso di dissolvimento di cui abbiamo detto, tende ad evitare il gioco e a chiudersi in se stesso: diventa depresso, aggressivo, s’incattivivisce, insomma, si difende da un pericolo che, pur non essendo reale, è vissuto intensamente e con enorme timore. Nella persona adulta, tutto questo è pure presente. Se da un lato l’adulto ha strumenti di controllo del proprio mondo interno e di quello esterno più perfezionati e più efficaci di quelli del bambino, tuttavia, anche l’adulto è sottoposto a sollecitazioni e rischi che, in condizioni normali, sono risparmiati al bambino, dalla vita e dagli altri.

Ma passiamo ora alla psicodinamica dell’ansia, per come si può cogliere nell’organizzazione neurotica di personalità. Facendo riferimento a Karen Horney, bisogna partire dai bisogni e dalle necessità del bambino per arrivare a definire quei sentimenti di “ansia di base” dai quali parte il conflitto neurotico. Il bambino ha due necessità prevalenti: di essere protetto nella sua debolezza e di essere accettato. La protezione non deve essere eccessiva, trasformandosi in iper-protezione, perché, se così è, il bambino non può espandersi e, soprattutto, non può canalizzarsi in modo autentico, per quelle che sono le sue attitudini e i suoi veri bisogni. L’accettazione non deve essere formale, vale a dire, espressione di bisogni narcisistici del genitore, ma vero riconoscimento del bambino anche nei suoi aspetti meno positivi.

 Se il bambino non è aiutato nei suoi sforzi di individuarsi per quello che è, oppure è spinto ad una definizione del Sé che soddisfi la rappresentazione che del figlio ha il genitore ma non la vera natura del bambino, questi ha due possibilità: sottomettersi o ribellarsi, o le due cose insieme. Il più delle volte non si verifica una delle due reazioni, la sottomissione o la ribellione, ma entrambe. E così, sono state gettate le basi del conflitto.

 Il bambino all’inizio tende a ribellarsi ma, col tempo, tende a aderire alle richieste dei genitori per evitare il rifiuto ed il ritiro dell’affetto. In alcuni casi, il bambino può dare l’impressione di essere autonomo nelle scelte manifestando comportamenti di tipo oppositivo ma, dopo qualche tempo, tende ad uniformarsi alle richieste ed ai bisogni degli altri per non andare incontro alla disapprovazione e, in pratica, alla solitudine.

Si capisce che una condizione di solitudine nel bambino determina in lui una situazione d’incertezza circa i modi e le strategie che egli deve trovare per raggiungere i propri equilibri. Insomma, se il bambino deve scegliere tra ciò che è veramente e ciò che gli altri pensano di lui, tra il suo progetto, portato avanti da solo, ed un progetto altrui che è presentato con le garanzie del massimo appoggio, il bambino tende ad accettare la soluzione apparentemente più facile ed agibile: quella proposta dagli altri.

Parliamo di soluzione apparentemente più facile perché in realtà il bambino con il tempo è costretto a rinunciare ad un bisogno importantissimo che è quello dell’autorealizzazione. Per questa rinuncia, il bambino prova un sentimento di ostilità molto forte che, intanto, non potendolo manifestare, s’incista per effetto delle prime “rimozioni” e, poi, tende a ritornare sul proprio Io, nel timore che la collera possa passare le barriere della censura.

Insomma, si viene a delineare uno schema neurotico che ha il significato di conciliare due bisogni contrastanti: quello di essere accettato ed amato dagli altri ed il bisogno di essere se stessi. Per essere accettato, il bambino attiva comportamenti convenzionalmente accettati quali l’ubbidienza, la bontà, la solidarietà e tanti altri atteggiamenti che sarebbero difficili da realizzare, perfino, se fossero veri. Diventano pesantissimi se contrastano altri bisogni, quali un naturale e fisiologico egoismo, un bisogno di competere, e tra tutti, il bisogno di essere se stessi, anche con le proprie miserie.

L’inevitabile conseguenza di questa dinamica psicologica è una più o meno forte “rimozione” degli impulsi inaccettabili, spesso considerati tali perché non accettati, che tuttavia continuano a spingere per manifestarsi e realizzarsi. Il timore che la spinta dei bisogni possa superare la censura è ciò che stiamo definendo ansia. Insistiamo sul fatto che la rimozione dei propri bisogni rende incerto il processo di acquisizione del proprio Sé. Il soggetto senza un adeguato senso della propria identità non può vivere bene. Egli si difende neuroticamente dalle proprie dinamiche, trovando sollievo in certi casi o in certi momenti, ma allontanandosi sempre più dal suo vero Sé.

La Horney parla di “ricerca della gloria” da parte del nevrotico ansioso che cerca soluzioni sempre più efficaci. In altre parole, il soggetto cerca un’idealizzazione del proprio Sé dove i caratteri dominanti sono la perfezione, il senso d’onnipotenza e onniscienza. In questo modo, il nevrotico s’illude di aver trovato i propri equilibri, di aver superato l’odio di Sé, di aver conquistato l’approvazione degli altri. Insomma è come se il nevrotico dicesse: sono come voi volete che io sia ma anche come io stesso voglio essere. In questo modo s’illude di aver superato il conflitto di base, vale a dire, l’antitesi tra il proprio bisogno d’autorealizzazione, spesso in conflitto con i bisogni degli altri, e il bisogno degli altri di vedere il soggetto uniformato alle indicazioni prevalenti e convenzionali della società.

Si capisce facilmente, che i tentativi del neurotico di superare i conflitti, che sono partiti dall’ansia di base e si sono strutturati e cristallizzati in schemi neurotici funzionali al bisogno di sfuggire alla sofferenza e al conflitto, non possono funzionare. Non possono funzionare perché, intanto, la perfezione non appartiene a nessun essere umano e, poi, perché tutta la vita del soggetto diventa una fatica e una finzione. A partire da questo momento il soggetto è costretto a realizzare, nel lavoro, nei rapporti di relazione, nella sua dimensione sentimentale, quella perfezione che oggettivamente non è possibile. Egli cerca di dare concretezza al suo Sé idealizzato ma, inevitabilmente, fallisce. Per qualche tempo il soggetto può credere di aver raggiunto i suoi risultati. Con sforzi davvero patognonomici fa di tutto per essere un uomo dal comportamento ineccepibile nella valutazione degli altri e di se stesso. Ad un certo punto, però, scopre di essere molto lontano dal personaggio fittizio che egli stesso ha creato, e la reazione è forte, sofferta, disadattiva. Si sente meschino ed in colpa per il fatto di non essere riuscito a raggiungere quegli obiettivi di perfezione che si era prefissato. Di qui il bisogno di colpire il proprio Sé inadeguato con sentimenti di disprezzo e di odio. In ultima analisi, nella psicodinamica del nevrotico c’è una tendenza all’autodistruzione che vanifica, a parte tutte le altre difficoltà, qualsiasi sforzo di essere, perfino, normale, vale a dire, come gli altri, negli aspetti positivi e negativi. E così, partendo dall’affermazione “Io sono”, affermazione che esprime una necessità psicologica ed esistenziale, il nevrotico arriva all’altra affermazione “Io non sono”. Il bisogno di sparire, dunque, si realizza ed il soggetto ha l’impressione di non esistere. E’ questa una condizione esistenziale di profonda disperazione che scaturisce da un senso di alienazione, irrimediabile ed insopportabile.

Ad un livello d’analisi interpretativa più classica che si rifà alla teoria freudiana delle pulsioni, è il cambiamento dello stato d’arginatura dell’Io che determina una situazione d’allarme. L’ irrompere nella coscienza della pulsione originaria rimossa  può portare ad un’intensificazione della difesa che, tuttavia, non sempre riesce ad evitare lo stato d’allarme. Certe volte avviene un compromesso tra l’impulso e la difesa, in base al quale, l’impulso rimane inconscio mentre aumentano le controcariche dell’Io per contenere la spinta della pulsione. Naturalmente tutta l’operazione psichica è accompagnata da reazioni d’angoscia che sono proporzionali al rischio che la pulsione possa rendersi manifesta.

In “Inibizione sintomo e angoscia” Freud, dopo aver precisato che l’inibizione ha un preciso rapporto con la funzione e non necessariamente  esprime una qualche patologia, fa notare che il rapporto tra inibizione e angoscia è evidente, non può essere a lungo ignorato, e si manifesta soprattutto nella funzione sessuale inibita. In questo caso, l’angoscia non sempre si manifesta come angoscia fluttuante. In alcuni casi, si presenta come disgusto, altre volte, è legata a qualche situazione od oggetto specifici o è convertita in sintomo, somatico o psichico. Insomma una funzione dell’Io può essere diminuita o eliminata del tutto per non entrare in conflitto con L’Es. Oppure, sono i sensi di colpa che vengono elicitati dalla funzione dell’Io e, quando ciò accade, la funzione è inibita, in parte o completamente, per non entrare in conflitto con il Super-io.

Più avanti, Freud spiega che per comprendere la dinamica della reazione d’angoscia, occorre fare riferimento al meccanismo della rimozione. In base a questo meccanismo di difesa dell’Io, meccanismo che opera al di fuori della sfera del conscio, un impulso dell’Es inaccettabile dall’Io è bloccato nel suo soddisfacimento. C’è da chiedersi, posto che Freud ha sempre considerato l’Io più debole dell’Es, da dove viene la capacità dell’Io di fronteggiare con successo la spinta pulsionale. Si può rispondere a questa domanda osservando che l’Io è abile nei confronti dell’Es piuttosto che forte. Detto semplicemente, l’Io trasforma il piacere connesso alla pulsione in dispiacere (angoscia) e, così facendo, legittima il rifiuto del soddisfacimento delle richieste dell’Es. Per la verità, un qualche soddisfacimento l’Es lo trova nel sintomo, inteso come sostituto pulsionale, ma “molto sciupato, spostato, inibito, che non è neanche più riconoscibile come soddisfacimento”(ibid.). Freud, precisando ancora, spiega che non è avvertita come pericolosa la pulsione in sé, quanto le conseguenze che il soddisfacimento della pulsione potrebbe determinare.

Quali conseguenze teme l’Io se la pulsione rimossa si dovesse affermare? Il pericolo più grave per l’Io è rappresentato dal rischio dell’evirazione. Un’altra conseguenza temuta è quella che si riferisce alla disapprovazione del Super-io, fatto questo che determina angoscia sociale o morale indeterminata. L’Io cerca di superare i timori connessi al pericolo che la rimozione possa essere superata in tanti modi. Può negare il contenuto di fondo della sua angoscia con una reazione fobica, attribuendo a fatti e situazioni esterne al proprio mondo psichico il pericolo e, in questo caso, tende ad attivare una reazione fobica. Un’altra reazione può essere quella isterica, vale a dire, la conversione in sintomi psichici o somatici del vissuto spiacevole dell’angoscia. Nelle nevrosi ossessive, l’angoscia è evitata aderendo scrupolosamente, con appropriati rituali, “ agli ordini, le prescrizioni e le penalità che gli sono imposte (dal Super-io)”(ibid). Quando tutte queste strategie di difesa falliscono o non possono essere sostenute efficacemente “…allora insorge subito uno stato di disagio estremamente penoso, in cui noi possiamo ravvisare l’equivalente dell’angoscia, e che gli ammalati stessi paragonano all’angoscia”(ibid).

Quale che sia il modello teorico interpretativo che si voglia scegliere per dare un senso all’angoscia, appare evidente che il sintomo sottenda una psicodinamica complessa nei suoi significati, non del tutto chiarita nei suoi aspetti epistemologici, impegnativa per il paziente. Se un essere umano si allontana da un principio che è biologico prima ancora che psicologico, contrasta la naturale tendenza dell’Io a cercare il piacere, preferendo di andare incontro al dispiacere, è verosimile pensare che la posta in gioco sia molto alta. Di là dai fraintendimenti e dalla distorsione neurotica dei fatti psichici, la ricerca di un equilibrio psichico fittizio non esprime evidentemente una difesa generica, nei confronti di un qualche pericolo più o meno grave, ma è specificamente correlata al bisogno di conservare la propria integrità minacciata da un senso di annichilimento che, prima ancora che doloroso, è percepito, appunto, con terrore. E a ragione. Un Io destrutturato, non solo, avrebbe difficoltà ad affrontare i compiti della vita ma, cosa ancora più grave, potrebbe non riuscire a sopravvivere. In questo senso, si può capire come l’idea della morte, percepita, come abbiamo già detto, non solo come morte fisica quanto soprattutto come dissolvimento del Sé, scomparsa, alienazione, basta e avanza per spingere  un essere umano a cercare qualsiasi strategia possibile per sfuggire a questo rischio mortale. Che poi, nella realtà, le cose non siano esattamente così, il rimedio sia peggiore del male, è cosa evidente per tutti quelli che non sono rimasti impigliati nella psicodinamica che abbiamo descritto. Ma per il paziente non ci sono argomentazioni e rassicurazioni convincenti. Sarà compito di una psicoterapia, capace di andare in profondità, quello di convincere il paziente a confrontarsi con i suoi fantasmi, evocarli e mandarli via o, al peggio, come diceva Oscar Wilde, farli danzare.

Una filosofa racconta di come l’anoressia le abbia insegnato a vivere.
inserito da Roberta Yasmine Catalano

Michela Marzano, Volevo essere una farfalla, Mondadori, Milano 2011, pp. 210.

Alzi la mano chi non ha sudato sette camicie sui libri di filosofia, tra profondi entusiasmi e terribili scoraggiamenti. Può capitare tuttavia di riavvicinarsi a una delle più ostiche materie scolastiche grazie a una brillante filosofa, che scrive libri illuminanti e accattivanti. Michela Marzano è una giovane filosofa italiana che vive e insegna in Francia. Mentre cercavo approfondimenti per un lavoro sulle donne, ho incontrato il suo notevole Sii bella e stai zitta, divorandolo tutto d’un fiato. Poi è stata la volta di Della fedeltà o il vero amore, anche qui una piacevolissima sorpresa. E ho pensato che non avrebbe potuto stupirmi di più. Mi sbagliavo. Avevo appena terminato di leggere il suo pensiero sulla fedeltà, quando è uscito Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere. Mi chiedevo se sarebbe riuscita a trattare un argomento così delicato e difficile e doloroso con la stessa nitidezza di pensiero, con la stessa lucida semplicità. Ci è riuscita.
Credo di aver letto quasi tutti i libri sui disturbi alimentari e mi incuriosiva lo sguardo di una filosofa. Ho trovato lo sguardo di una donna. Che ha avuto un coraggio ragguardevole. Perché non è facile dire “anch’io”. Perché i panni sporchi si lavano in casa e c’è sempre qualcuno pronto a ricordartelo. Perché mostrare le proprie debolezze significa mettersi a nudo, esporsi allo sguardo altrui che spesso è uno sguardo giudicante.
Il libro catapulta immediatamente dentro il cuore del problema: “Nel bene come nel male, non riesco a non essere eccessiva… Se c’è un termine che mi definisce veramente è ‘troppo’. Mi innamoro troppo. Mi appassiono troppo. Mi stanco troppo. Mi arrabbio troppo”. E riconoscersi dà già le vertigini. Fino alla tregua: “Ormai so che, prima o poi, passerà. Non rispondere al telefono. Non accendere il computer. Non parlare. Non muovermi. Non fare nulla”. L’unica soluzione possibile quando il cavallone si annuncia, arriva e ti travolge. Perché “quando si soffre, si è soli. È come se l’altro percepisse il dolore da lontano e volesse proteggersene. Lo sente, ma lo nega. Se ne allontana. Torna al proprio lavoro. (…) Soprattutto quando non riesce a capire cosa succede, quelle lacrime improvvise, quel brusco ‘non è niente’, quella paura che si spalanca…”. E poi l’importanza dello sguardo altrui, perché essere visti significa esistere, significa non essere trasparenti. E i sogni, che sono sempre incubi. E quel momento, perché c’è sempre quel momento, in cui tutto si spezza e, inesorabilmente, “nessuno si accorge di nulla”. E allora ecco la fame, ma “la fame non è appetito (…). La fame può anche essere una lotta. Un tira e molla quotidiano. Una sfida”.
Bambine diligenti. Ragazze e donne perfette. Che si adattano a tutto. Accomunate dalla negazione di qualsiasi forma di debolezza, “come se non si avesse il diritto di esistere, ci si scusasse di ‘occupare’ un po’ di spazio, si supplicasse il permesso di ‘essere’…”. “Se sta bene agli altri allora sta bene anche a me!” “Tutto pur di non ‘pesare’ sugli altri.” È tutta questione di volontà, perché “ci vuole una forza di volontà sovrumana per non mangiare, nonostante la fame. Ci vuole una forza di volontà sovrumana per non ‘cedere’, anche quando si muore di freddo”. Perché imparare a dire no alla vita significa imparare a dire no al dolore, controllare tutto, annullare le emozioni, fino a non sentire più male, fino a non sentire più niente, e galleggiare sull’onnipotenza. “Mi ero convinta che se fossi riuscita a diventare leggera come una farfalla, tutto sarebbe andato a posto. Sarei diventata forte, indipendente, libera. E non avrei mai più avuto bisogno di nessuno”. Sbriciolare il passato, vomitare la rabbia, punirsi per essere sporche, sporche perché non si è state capaci di difendersi, complici, comunque colpevoli. Del resto, se lo sguardo degli altri non ha visto, non è accaduto nulla. Raccogliamo veloci le briciole e buttiamole sotto il tappeto, ché lì forse non le vedrà nessuno.
Un libro importante, necessario. Anche per infrangere tabù e disinformazione: “Basta allora con tutti questi luoghi comuni che dicono che ‘le anoressiche’ rifiutano il mondo, mentre le ‘bulimiche’ si lascerebbero andare al magma delle pulsioni! Non esistono le anoressiche e le bulimiche. Esistono solo tante persone che utilizzano il cibo per dire qualcosa. Che non sanno più bene come e quando ‘aprirsi’ o ‘chiudersi’ al mondo”. E ancora, “ma perché attaccarsi a questo maledetto sintomo e cercare a tutti i costi di far entrare tutte coloro che ne soffrono nello stesso schema? Perché non ascoltare quello che ognuno dice, cerca, rivendica, supplica?”
“L’anoressia porta allo scoperto quello che non va nel profondo. È un’occasione per mettere un po’ tutto in discussione. Ma è anche una protezione. Che mette a distanza la disperazione. Che contiene il magma che si agita all’interno”. Ma attenzione, riprendere a mangiare non significa essere guariti: “Allora non basta ricominciare a mangiare. Non basta smettere di vomitare. (…) Niente cambia se non si scava dentro, profondamente, dove fa più male. (…) Si deve solo capire che non è tanto il ‘sintomo’ che fa soffrire, ma la sofferenza che si trasforma in sintomo. Per negoziare con la realtà il prezzo della propria libertà. Anche se le ferite non si cancellano mai”. La ricetta è tutta lì: smettere di fingere che vada tutto bene. Abbandonare il maledetto “come se”. Ed è già rivoluzione. E allora parlare, scrivere, denudarsi, perché “certe cose non esistono veramente finché non vengono raccontate. (…) Perché ci vuole un coraggio immenso per smetterla di soffrire”.
Nella storia delle persone che soffrono di disturbi alimentari, c’è sempre un genitore che per proteggersi ha scelto l’anaffettività, o la considerazione spasmodica di cosa dirà la gente, o le regole imposte senza via di scampo, e allora bisogna essere figlie irreprensibili, corrispondere perfettamente a quel modello. Spesso sono le madri. Qui c’è un padre, che commette l’errore più grave, e così dannatamente frequente: non mettersi mai in discussione. Che poi è l’ennesimo modo di fare “come se”, come se fosse giusto, come se fosse normale, come se fosse naturale. E allora si scatena l’esercito dei “se”: se riuscissi a dirglielo, se potessi spiegarglielo, se solo fossi in grado di parlargliene. Sono storie in cui è evidente che qualcosa non ha funzionato. “È chiaro che c’è stato un non-amore”. L’unico modo per uscirne è partire da lì. Scardinarlo, fotografarlo, dirlo e ridirlo, raccontarlo per esorcizzarlo. E infine perdonarsi, per perdonarlo.
La cosa più difficile è far capire agli altri, quando apparentemente non ci sono segni, quando sembra che vada tutto bene. “Hai tutto. Assolutamente tutto. Bellezza, intelligenza, sensibilità. Una famiglia, degli amici, dei diplomi. (…) per gli altri sei tu all’origine del tuo male”. E quant’è difficile spiegare, soprattutto quando non se ne ha alcuna voglia. Dire l’abisso, le tenebre, la paura di uscire, la sensazione di non valere nulla, l’ossessione, la disperazione, il terrore di non essere accettati, un dolore legato all’infanzia che all’improvviso ricompare, a tradimento, come un rigurgito violento, e “in quei momenti, non è la morte che fa paura. È la vita”.
Si può guarire. Si può usare quest’esperienza atroce per imparare a vivere. Imparando a dire no. Usando il fermo immagine e indugiandoci davanti: osservare, prendere tempo, spegnere tutto e riposare il motore. Azzerare. Accettare di commettere il peccato mortale di perdere tempo. Si può fare. Ma, soprattutto, “smettere di voler riparare il passato”.
Michela Marzano ci fa attraversare frammenti di dolore indicibile, laddove piangere non è concesso, dove il dolore è classificato come malattia mentale. E lo fa in punta di piedi, dicendo solo poco, piccoli flash, ché tanto non c’è bisogno di dire altro, si respira tutta la disperazione.
La Marzano analizza anche la relazione amorosa, l’innamoramento, il difficile equilibrio, la necessità di aprirsi, di confrontarsi, “perché per amare bisognerebbe potersi abbandonare”. Perché gli amori impossibili non sono veri amori.
Ma anche l’importanza della psicoterapia, la difficoltà di lasciarsi andare, di analizzare e rianalizzare. Risalire al momento in cui si è smesso di mangiare per dire no a tutti, “smettere di mangiare per far capire una buona volta per tutte a quella bambina che doveva smetterla di chiamare. Tanto nessuno le avrebbe mai risposto”.
Infine, la filosofa ci offre la preziosa occasione di comprendere la difficoltà di vivere e scrivere in due lingue, “perché non basta sapere come si dice qualcosa. Bisogna trovare la sfumatura giusta. Spezzare la distanza che esiste tra la parola e la cosa. Scivolare nei segni. Riuscire ad abitarli. Cambiare i gesti che li accompagnano”. Fa pensare allo splendido Amour bilingue di Abdelkebir Khatibi, dove l’autore si innamora in una lingua e si disinnamora in un’altra. Quando vivere in due lingue significa vivere due vite, scindersi in due, col rischio di perdersi. Sembrano cose semplici, ma non lo sono affatto. Come dire “ama il prossimo tuo come te stesso”: come la mettiamo con quel “come te stesso”? Perché la cosa più difficile non è amare il prossimo, ma amare se stessi.
Questo non è solo un libro sull’anoressia. È un viaggio che partendo da lì attraversa il male di vivere, i conti col quotidiano, la vita. “La vita non è meravigliosa. È difficile, piena di inceppi, faticosa. Talvolta anche deludente. Ma è un’avventura… E allora capita anche di essere felici.”. Bisogna imparare a stare bene, anche se nessuno ce lo insegna. Capire cosa ci piace e darci il permesso di farlo. Di desiderarlo. Imparare la gioia, abdicare a essa. “Stare di fronte alla montagna e decidere di non scalarla. (…) E non fare altro che ascoltare il passo delle nuvole sul prato”. Imparare a dire di no agli altri che non significa dire di no a noi stessi. Perdonarci. Per amarci. Finalmente.

 Il 30 agosto 2011 è stato pubblicato l’ultimo libro della Marzano, affermata filosofa italiana che vive in Francia ormai da anni, edito dalla casa editrice Mondadori: Volevo essere una farfalla”.

Volevo essere una farfalla” non è un libro sull’anoressia com’è stato da taluni definito forse troppo frettolosamente, ma piuttosto un racconto sul come l’anoressia l’abbia accompagnata per anni, costringendola quasi a sopravvivere più che a vivere, a rimettersi quotidianamente in gioco e in questione a prezzo di dure lotte con se stessa, a voler infine riprendere a vivere a tutti i costi.

L’autrice ci fa dono di un libro autobiografico il cui tema centrale verte sul modo in cui l’anoressia le abbia insegnato a vivere, ad accettare i difetti, l’imperfezione, il non poter tenere tutto sotto controllo. L’ordine, la ragione, la perfezione, il controllo del cibo: un diktat della mente sul proprio corpo che per anno l’ha ossessionata e quasi annientata.

Quello che emerge dalla lettura del libro è un grido di sofferenza, pagina dopo pagina, rigo dopo rigo, l’urlo di un corpo spezzato [brisé] e lacerato che vorrebbe tornare ad essere leggero, leggero come una farfalla come recita il titolo, libero dal peso, dalle oppressioni, dalle incombenze e dalla gravità del vivere quotidiano. Chi tenta il suicidio è di norma una persona che desidera la vita con tutte le proprie forze, proprio come la Marzano che, con il cibo, instaura un rapporto ambivalente e patologico fin da adolescente e che la porterà al confine tra la vita e la morte, relegandola a vivere in bilico sul filo sottile che le separa. Ma Michela non vuole rifiutare la vita, non disdegna il cibo: lei ha fame, fame insaziabile di vita, di affetto, di cibo, di conoscenza, di tutto: per la prima volta racconta di essere sempre stata eccessiva, di innamorarsi troppo, di pretendere troppo da se stessa e dagli altri, di impegnarsi troppo.

 Quali sono i meccanismi che si insinuano poi in una bambina ancora piccola, che si sente abbandonata dalla madre ricoverata in ospedale per due settimane, e che esperisce giorno dopo giorno un complesso rapporto con un padre autoritario il quale esige da lei sempre e soltanto la perfezione assoluta? Ecco insinuarsi la dicotomia tra l’essere e il dover-essere, tra ciò che si è veramente, che si desidera –  un’adolescente con tutti i sogni, desideri e aspirazioni – e il tu devi kantiano, la necessità di dover essere sempre la più brava della classe, la più preparata (lei stessa lo ammetterà: “Non è da tutti vincere il dottorato alla Normale”), anche se poi si laurea con i suoi 35 chili e i capelli che le cadono perché doveva essere la migliore, a dimostrazione del fatto che lei è speciale, che ce la può fare, nell’erronea convinzione che suo padre non la amerebbe se non fosse così. Emergono così paure, violenze, ricordi del passato, che è sempre lì, dietro la porta, pronto ad assalirci se i nostri meccanismi di difesa non vigilassero costantemente.  Quanta difficoltà e fatica nel liberarsi da quei retaggi ancestrali e dalle norme che ci vengono inculcate sin da bambini, e che ci portiamo dietro, dovunque andiamo. Non basta allora scappare, non è sufficiente dimenticare, è necessario soffermarsi attraverso un incessante esame di se stessi, parlare e affrontare definitivamente tutte le paure.

L’autrice (foto) parla in seguito anche dei suoi rapporti con gli uomini, degli uomini che ha incontrato sul suo cammino e che non amano vedere una donna che piange perché si sentono fragili e disorientati dalle lacrime, e che la lasciano anche se lei è la donna della loro vita.

Anche in amore Michela sembra volere o tutto o niente, mentre l’unica cosa al mondo che più desidererebbe è quella di essere abbracciata. E non importa se lui è più grande, se è il suo professore, se l’abbandona, l’importante è dirlo sempre e comunque, come se le parole non dette perdessero di consistenza rispetto al mero pensarle: ecco spuntar fuori l’espressione più temuta e desiderata al tempo stesso, ti amo. Cinque lettere che in italiano suonano in una determinata maniera:  è infatti diverso dire ‘ti amo’ da ‘ti voglio bene’, o ‘mi piace’. Ma il ti voglio bene non le basta, non la soddisfa, lei vuole di più. E qui entra in gioco la lingua francese con tutte le sue accezioni, sfumature e ambivalenze.

Ricominciare a studiare una lingua sconosciuta, che suo padre conosce poco, lei in Francia ci è andata per seguire un uomo che pensava di amare e non perché si considerasse uno di quei cervelli in fuga di cui oggi è tanto di moda parlare, tornare a fare analisi in francese, in una lingua che non è la sua, non è la lingua materna, la lingua del cuore e del pensare. E l’inconscio, in che lingua ci parla l’inconscio? Ed ecco la scissione interiore di Michela, l’italiano che le fa dire ti amo, emblema della sua vita passata in Italia, e il francese del je t’aime, un peu, beaucoup, passionnément, à la folie.  Da una parte, c’è l’amore vagheggiato, sognato, anelato: quello impossibile. Proprio perché impossibile, esso non esiste nella realtà. E dall’altra parte, c’è quello vero, fatto di quotidianità, di condivisione, di discussioni, di piatti da lavare impilati nel lavandino e vestiti da stirare, quello che deve limitarsi ad accettare l’altro per quello che è, in quanto altro, la cui alterità sarà sempre irriducibile, non potrà mai essere fagocitato o del tutto inglobato dal Medesimo, proprio perché le persone non si cambiano, ma si possono solo smussare gli angoli, accettare insieme dei compromessi, cercare di ammorbidirle. E poi c’è sempre quella porta che dev’essere lasciata aperta, affinché l’altro si possa sentire libero di andarsene quando vuole, se è quello che desidera. L’altro potrà starci accanto, certo, sempre a modo suo, perché non è un nostro riflesso, costruito a nostra immagine e somiglianza, non sarà mai come lo vorremmo. Anche se le ferite non si rimarginano mai completamente, anche se quello che ci fa star male continua a gridare dentro di noi, anche se parlare era diventato necessario per poter fare pace con se stessi e poter spiegare i motivi per cui si è diventati quel che si è oggi, ci sono sempre delle stanze segrete, dei segreti intimi che nessuno conoscerà mai, cui gli altri non potranno mai accedere. Ed è a questo che serve la filosofia: la filosofia non è una disciplina arida, il sapere nobile par excellence proprio perché non serve a nulla.

La filosofia deve insegnare l’arte di vivere, la gioia, deve poter raccontare il dolore, la morte e la finitezza ma deve anche aiutare a superare i conflitti, le contraddizioni, ad accogliere i difetti, a perdonarsi, accettarsi ed essere maggiormente indulgenti verso se stessi.

La filosofia non servirebbe a niente quindi se la si riducesse in un sistema di tesi e antitesi, se fosse resa sterile, svuotata di contenuti, impoverita allorquando si pretende di spiegare tutto lo scibile racchiudendolo all’interno di un sistema metafisico rigido e valido una volta per tutte. In realtà non esistono verità o spiegazioni incontrovertibili: non la si può banalizzare declassandola a ricetta per la felicità; la filosofia è e deve essere spirito critico, occhio lucido e disincantato sulla realtà e deve poter aiutare a sfuggire allo specchio deformante dello sguardo di altri.

Questo in definitiva il messaggio della Marzano, che condividiamo in pieno e ringraziamo, per aver voluto mettere a nudo il proprio cuore e la propria anima, per aver saputo accettare le contraddizioni, superato il timore dello sguardo critico e pietrificante di altri, e averci fatto dono di questa preziosa e coraggiosa testimonianz

David Paul Cronenberg regista e sceneggiatore cinematografico, nasce il 16 marzo 1943 a Toronto (Ontario, Canada). Le sue inquietanti pellicole esplorano diversi tipi di incubi, colpendo gli spettatori con uno stile visuale del tutto personale.

Inizialmente David Cronenberg si dedica agli studi letterari e alla fotografia prima di debuttare come regista in alcuni cortometraggi (ad esempio “Transfer” del 1966). Dopo aver firmato due opere di avanguardia e sperimentali, dal 1976 si afferma come uno dei più grandi maestri del cinema fantastico contemporaneo.

Iscrittosi alla University of Toronto, Cronenberg sfrutta i suoi interessi principali – la lettura e la scienza – e comincia a scrivere un numero impressionante di racconti fantascientifici che poi spedisce a riviste specializzate. Quando si laurea, nel 1967, in lingua e letteratura inglese (dopo aver cambiato facoltà), ha già all’attivo due cortometraggi: il già citato “Transfert” e “From the Drain”.

Nel 1969 realizza in 35 mm “Stereo”, a cui si ispirerà per “Scanners”, mentre l’anno successivo è la volta di “Crimes of the Future”. Inizia in questo periodo una breve carriera televisiva terminata nel 1976, in cui si specializza nella regia di alcuni telefilm.

Dopo un viaggio in Europa, Cronenberg realizza nel 1974 il suo primo lungometraggio: “Il demone sotto la pelle” un film decisamente scandaloso, soprattutto per la mentalità e il gusto medio che domina in quegli anni, tanto che la pellicola si merita un’interrogazione parlamentare.

Con il tempo, comunque, lo stile del regista non sembra perdere i connotati esibiti in origine. Il cinema di Cronenberg è un cinema “difficile, colmo di violenza e di orrori e che porta alla luce tematiche come quelle legate all’identità negata, in relazione ad una società messa in crisi dal disordine e dal dubbio pervasivo“.

Tema fondamentale della quasi totalità dei film di Cronenberg è l’ossessione per la “mutazione del corpo”. Citiamo, ad esempio, oltre a quelli enumerati in precedenza, film come “Rabid” (1976), “Brood, la covata malefica” (1979); “Scanners” (1980); “La zona morta” (1983); “La mosca” (1986); “Inseparabili” (1988).

Affascinato da quello che si cela all’interno del corpo, proprio dal punto organico e fisico, l’artista mette in risalto nelle sue opere visionarie tutto ciò che in genere il buon gusto della società ritiene scabroso, filtrando il materiale fantastico attraverso le più diverse ossessioni umane.

Qualcuno ha sostenuto che alla base del cinema filosofico e crepuscolare di David Cronenberg ci sia il trauma infantile della lenta morte del padre musicista avvenuta per cancro.
Da quell’evento in poi, ecco che il suo inconscio avrebbe elaborato delle ossessioni circa le mutazioni e aberrazioni del corpo.
A prescindere dalla plausibilità o meno di tale influenza sull’opera di Cronenberg, è sempre esistito da parte del regista canadese un amore sviscerato per il cinema e la letteratura di fantascienza e dell’orrore.

In un’intervista concessa ad un critico ha affermato: “Credo che la gente che fa film sia attirata dal film di fantasia a causa della creatività e dell’inventiva che essi comportano“.

In un’altra occasione, sollecitato a descrivere il suo rapporto con il cinema, ha raccontato: “Una volta ho sognato che stavo guardando un film, e il film provocava in me un invecchiamento rapido. Lo stesso film mi stava contagiando, mi stava trasmettendo una malattia che provocava l’invecchiamento; lo schermo diventava uno specchio in cui io mi vedevo invecchiare. Mi sono svegliato in preda al terrore. Ecco di cosa sto realmente parlando, è qualcosa di più di un qualsiasi piccolo virus“.

Tra i suoi ultimi lavori: “eXistenZ” (1999), “Camera” (2000), “Spider” (2002), “A history of violence” (2005).

Cronenberg non ha mai lavorato con grandi budget, tuttavia la possibilità di farlo non gli è mancata. In un primo momento il suo nome era stato preso in considerazione da George Lucas come possibile regista de “Il ritorno dello Jedi” (poi assegnato a Richard Marquand). Il regista canadese lavorò anche per circa un anno al film “Atto di forza” ma per per alcune divergenze con il produttore Dino de Laurentiis abbandonò il progetto; una versione differente dello stesso film sarà poi realizzata da Paul Verhoeven. Alla fine degli anni ’90, Cronenberg è stato annunciato come regista del sequel del film “Basic Instinct” (di Paul Verhoeven), ma anche questo non andò in porto.

L’esistenza è il corpo. Conversazione con David Cronenberg

‘Un viaggio filosofico in cui rifletto sulla vita e sulla condizione umana e invito il pubblico a farlo con me’: questo è il cinema per David Cronenberg. Profeta delle avventure dell’incontro del nostro corpo con la tecnologia, della carne con il metallo e la plastica. E indagatore dell’uomo a partire dal suo aspetto più universale: la mortalità.

cura di Mario Sesti, da MicroMega 6/2010

David Cronenberg venne a Roma nell’ottobre del 2008 per esporre i 50 fotogrammi di Chromosomes: la sua prima mostra da artista e creatore puro, fatta di 50 inquadrature dei suoi film, elaborate al computer e trasformate in opere d’arte per una mostra che ebbe luogo durante il Festival di Roma, al Palazzo delle Esposizioni (il direttore di Cannes, Thierry Frémaux, venne nella capitale, un solo giorno, solo per vedere questa mostra). Era una sorta di endoscopia all’interno del cinema di uno degli autori più originali e sorprendenti dell’immaginazione, e non solo del cinema, contemporanei. Chi l’ha vista sa che a volte si trattava di interventi di microchirurgia sulla pelle del proprio cinema (i dettagli delle mani), a volte erano l’equivalente di stemmi araldici del proprio universo immaginario (la vestizione di Jeremy Irons in Inseparabili, come se fosse il cardinale di un diabolico rito uterino), a volte ritagliavano uno sguardo e non solo degli oggetti (da Crash, da Inseparabili, da La promessa dell’assassino, per esempio), a volte, da sole, innescavano un racconto (Spider, M. Butterfly), a volte, semplicemente, sottolineavano ambienti e design (La mosca, eXistenZ) con lo stesso implacabile nitore con il quale la luce di un frigorifero inonda uno yogurt o un tubetto di maionese al proprio interno. È come se Cronenberg avesse fatto dei prelievi dentro i propri film e in ciascuno di essi scoprisse qualcosa di prezioso e segreto che egli stesso scruta con più attenzione e stupore di quanto avesse potuto fare quando dava vita a quelle immagini su un set. Endoscopia, prelievi, sezioni. Non è un lessico casuale per chi ha intimità con il mondo di questo regista che ha iniziato raccontando di medici borderline, ha studiato biologia e ha istruito, con Inseparabili, un indimenticabile dramma da camera (operatoria) con protagonisti due gemelli ginecologi. Profeta delle avventure dell’incontro del nostro corpo con la tecnologia, della carne con il metallo e la plastica, anche da artista sembra impegnato a capire se essi, insieme, saranno davvero capaci di fondersi in un linguaggio completamente diverso da quello da noi conosciuto fino ad oggi. Tra i pochissimi registi a essersi imposto nel cinema di genere (l’horror) per poi essere riconosciuto dalla critica come autore dotato di un mondo e di uno stile inconfondibili, Cronenberg ha affrontato la grande letteratura di Burroughs, Ballard, McGrath, ha dato vita a un cinema che pesca nell’inquietudine del futuro e delle mutazioni del corpo, ma anche nella profondità capillare dei sentimenti, nella pietà della passione, nell’allucinazione della solitudine: il suo occhio clinico sa vivere, imperturbabile, l’intensità di ogni emozione (paura, disgusto, desiderio, amore, dolore) senza disperderla ma anche senza compromettere il rigore e la precisione dell’occhio. Quella che segue è la stesura della conversazione che si è tenuta a Roma, al Festival del Cinema del 2008, di fronte a giornalisti, spettatori, appassionati, condotta da chi scrive e Antonio Monda.

Lei è uno dei maestri riconosciuti del genere horror e anche uno tra coloro che più efficacemente hanno contribuito a rivoluzionarlo. Vorrei sapere se, secondo lei, in questo genere sia più efficace o, in altre parole faccia più paura, mostrare o meno?
Il non mostrare è sempre stato una sorta di luogo comune sostenuto da coloro che non amano vedere sullo schermo immagini disturbanti e situazioni molto fisiche. Io penso sempre a Hitchcock, un vero maestro nel risvegliare la paura non mostrando le cose; però penso anche al suo film Frenzy che è estremamente violento, anche sessualmente intendo, al punto di far vedere la scena di uno stupro in cui un uomo strangola una donna usando la propria cravatta. Una scena in cui si mostra ogni cosa. La ragione per cui Hitchcock non esponeva le cose è che allora non gli era consentito; a quei tempi negli Stati Uniti era vietato mostrare determinate scene, quando però lui ebbe la possibilità di farlo diede libero sfogo alla sua volontà e al suo desiderio. Mostrare cose scomode, orribili e indicibili implica che queste alberghino nella propria coscienza, il che significa il doversi confrontare con se stessi e con la realtà, riconoscendo che gli esseri umani sono capaci di fare certe cose. Mostrarle o meno dipende però anche dal tipo di film che si realizza. The Dead Zone (La zona morta, 1983), ad esempio, è un film in cui compaiono alcune scene di violenza ma è un tipo di film diverso. Per certi versi, infatti, è il film a dire le proprie esigenze, perché inizia a vivere una propria vita organica e chiede quello di cui ha bisogno al punto da rendere impossibile imporgli cose ad esso incompatibili. Questo è semplicemente il rapporto tra l’artista e la sua creazione. Dopo aver diretto The Dead Zone, la gente ha iniziato ad affermare: «Cronenberg è divenuto più sadico, più simile a Hitchcock», successivamente però ho girato The Fly (La mosca, 1986) che è realizzato in quel modo semplicemente perché è un tipo di film diverso. È più legato al corpo umano e alla malattia. Al tempo in cui questo film fu realizzato, la gente volle associarlo al tema dell’Hiv. Io risposi che una malattia come l’invecchiamento è ancor più diffusa dell’Aids. Secondo me la forza di questa pellicola è dovuta al fatto che tratta un tema con cui dobbiamo tutti confrontarci perché, se viviamo abbastanza a lungo, affrontiamo tutti la disintegrazione dei nostri corpi e, per gli esseri umani, è sempre difficile accettare la propria estinzione. Quello che credo di affrontare nei miei film è anche la mia mortalità.

Penso che Dead Ringers (Inseparabili, 1988) sia uno dei suoi film più belli e misteriosi, oltre ad avere una delle più belle colonne sonore di Howard Shore. Sicuramente tra le più originali. Nella pellicola c’è poi una delle più sorprendenti teorie della forma: lei fa dire a uno dei personaggi che se si potesse vedere il corpo umano dall’interno, esso avrebbe una bellezza – di colori, forme e strutture – forse ancor più interessante di quella a cui siamo abituati. È un po’ come dire che la nostra concezione della bellezza è stata dominata dall’arte classica, da Fidia e dalla grande arte antica, per intenderci, ma ce ne potrebbe anche essere una completamente diversa che riguarda il corpo e che è a noi completamente sconosciuta.
Uno dei gemelli, Elliot, afferma: «Perché non ci sono concorsi di bellezza per l’interno del corpo umano ma solo per il suo esterno?» e significa che non abbiamo ancora affrontato la totalità di ciò che siamo. Secondo me, il corpo è il fattore primario dell’esistenza umana. Ed è facile perdere di vista questo fatto perché vi sono numerose forze nella cultura e nella società che tentano di sviare l’attenzione da questa realtà, e ovviamente intendo la religione, molta arte, il lavoro e le interazioni sociali. Molte sono le cose che ci aiutano a evadere dalla realtà del corpo umano che per me, ateo che non crede a una vita ultraterrena e allo spirito che vive separatamente dal corpo, è un’evasione dalla realtà della condizione umana. Ne comprendo la ragione, perché è davvero qualcosa molto difficile da affrontare. Fondamentalmente si tratta della mortalità e la morte, unitamente alla nostra estinzione, sono cose difficili da immaginare. Come la propria inesistenza. È quindi assai più facile inventare un’esistenza che proseguirà nonostante tutto. Detto questo, come accennavo prima, parte di quel che faccio nella mia attività di regista è provare ad affrontare la mia mortalità ovvero quello che è l’esistenza umana. Mi considero un esistenzialista, cosa che oggi è davvero fuori moda, contrariamente a quanto avveniva un tempo. Ovviamente anche del mio esistenzialismo ho un’interpretazione personale: vivere la vita autentica essenzialmente significa affrontarla con una reale comprensione della realtà della condizione umana. Molto difficile a farsi ma credo questa sia una delle cose che vado esplorando in tutti i miei film, si pensi a eXistenZ, e naturalmente a Dead Ringers, realizzato prima dell’avvento del computer. In quest’ultimo si tratta il tema dell’identità così come anche nel film Spider. Io ritengo si debba lavorare molto per conservare un’identità, perché non è qualcosa con cui si nasce bensì qualcosa che l’uomo crea, un atto creativo. Ogni mattino, al risveglio, si ricompone quell’identità e si deve lavorare molto per conservarla. Lo si può vedere in tutte quelle persone che hanno smarrito la volontà di mantenere una personalità, lo si scorge nella schizofrenia o in molte condizioni mentali in cui la volontà di tenere assieme la personalità viene meno e ci si disintegra.

Lei ha spiegato che il mostrare i corpi dilaniati sia un modo per raccontare qualcosa che è intrinseco alla vita umana, alla mortalità dell’uomo. Vedendo i suoi film, però, mi chiedo se lei non pensi che l’uomo sia intrinsecamente anche violento, se sia impossibile per un uomo o una donna sfuggire alla propria violenza.
Sono riuscito a sfuggire alla violenza facendo film. È evidente che vi sia una parte innata della natura umana che è violenta, non si deve certo essere dei geni per intuirlo. Siamo animali, dopotutto, nonostante l’intelligenza che ci contraddistingue, l’inventiva e il nostro linguaggio, il pollice prensile e così via. Rimaniamo sempre estremamente violenti. La differenza tra noi e gli altri animali è che noi possiamo osservare questa violenza, meditarci e specularci sopra e considerare la possibilità di vivere facendone a meno, nonostante non siamo mai riusciti a farlo. Molte persone mi hanno detto: «I tuoi film sono estremamente violenti», ma rispetto ai comuni film d’azione il numero degli atti di scontro nei miei lavori è estremamente ridotto. Se si considera la durata delle scene, la maggior parte dei miei film in effetti ritrae persone che parlano. Dal momento che considero molto seriamente la violenza, però, e non la ritengo una forma di intrattenimento, comprendo che quei momenti hanno un significativo impatto sul pubblico che reagisce vigorosamente a certe immagini – come ad esempio alla visione grottesca di una mandibola distrutta. Per certi versi il senso di quelle scene sta nel fatto che il pubblico gradisce vedere il cattivo che viene ucciso ma allo stesso tempo resta scioccato quando vede che si spara in testa a qualcuno, perché è un’immagine estremamente efferata.
A History of Violence tratta l’aspetto sociale della violenza in un modo che i lavori precedenti hanno fatto in maniera più metaforica perché, nella maggior parte dei miei film, essa aveva una componente fantascientifica che credo protegga le persone. Per certi versi, il genere fantascientifico o l’horror difendono il pubblico, gli consentono di esperire ogni cosa pur restandone a distanza proprio perché le storie non si presentano in forma realistica, come leggendole su un quotidiano. In un film come A History of Violence, invece, si ha a che fare con la violenza sociale in un modo più realistico, privo quindi di quella protezione data dall’elemento fantastico, cosa di cui ero ben consapevole durante la sua realizzazione. Io sono non violento. Non mi diverte la violenza che in vita mia ho solo vista sulle strade una o due volte. È estremamente scioccante, anche quando si tratta di una semplice scazzottata. Per non parlare della sola volta in cui sono stato preso a pugni, durante un trip sotto effetto di Lsd, posso solo dire che fu la cosa più violenta che mi sia capitata. Ero però anestetizzato dalla droga e alla fine non mi fece così male.

Potrà sembrare naïf e ingenuo ma il primo aspetto che si nota è che lei come persona sembra emanare un senso di serenità e di tranquillità, la stessa che appare anche nei suoi film, assieme a qualcosa di molto inquietante. Soprattutto i suoi primi lavori sono stati immediatamente contraddistinti da questa caratteristica: producevano delle reazioni piuttosto evidenti nelle persone, nel pubblico. Inizialmente sembrano proprio concepiti per far reagire le persone in termini di disgusto e paura. So che tutti i film horror lo fanno ma, rivedendo ora il suo cinema che si è evoluto in questa maniera, si ha l’impressione che lei, sin dagli esordi, avesse ben chiara questa diversa tastiera, ovvero la possibilità che si ha col cinema di generare reazioni anche fisiche, corporee.
Credo siano molti i registi che hanno iniziato a lavorare con il genere horror tra cui anche Francis Ford Coppola, il cui primo film era un horror; Scorsese realizzò alcuni gangster-movie; Kubrick iniziò realizzando film di genere. E a pensarci oggi, sembrò una strategia astuta iniziare con questi horror a basso costo che avevano un loro mercato mentre i gangster-movie o i film d’autore a basso costo non avevano alcun pubblico. Si tratta però di quello che volevo fare davvero. Avevo realizzato un paio di film d’essai che furono presentati a festival cinematografici, lungometraggi underground da 65’, ma anche quelli erano un po’ fantascientifici. Il primo trattava il tema della telepatia e il secondo dei crimini del futuro. Quando iniziai a girare Shivers (Il demone sotto la pelle, 1975) feci proprio quello che volevo; non avevo alcuna strategia, non pensai a come riuscire a realizzare un film o a quale fosse il modo migliore per iniziare a farlo. Era esattamente il mio desiderio, era la mia sensibilità. Amavo il tipo di creatività che puoi permetterti in un film horror o di fantascienza. Puoi inventarti fisiologie, tipi diversi di creature e questo mi affascinava molto. Nel mio secondo film Rabid (Rabid – Sete di sangue, 1977), infatti, inventai ricerche sulle cellule staminali. In quella pellicola inventai davvero alcune cose che immaginavo fossero possibili ma allora non lo erano ancora: l’idea che si potesse avere un tessuto umano che fosse neutro e che potesse trasformarsi in un tipo qualsiasi di organo o tessuto del corpo. Tutto questo appare in Rabid che risale alla fine degli anni Settanta e quel tipo di ricerca è divenuto realtà soltanto negli ultimi due anni. Ma esiste. Dalle indagini fatte potei prevedere che si trattava di una possibilità concreta. Mi piaceva quella occasione di inventare. Per questo non concepirei l’horror come modo per suscitare una reazione dal pubblico; se si guarda quei film, si comprende che sono anche molto filosofici. Il mio lavoro di regista è come un viaggio filosofico in cui rifletto sulla vita e sulla condizione umana e invito il pubblico a farlo con me. Non ho mai provato la sensazione di Hitchcock di essere un burattinaio, di manipolare il pubblico. Egli sosteneva di poterlo far saltare, ridere e piangere a comando e a lui tutto questo piaceva. Questo non è il processo in cui sono impegnato. In quei film, io parlavo a me stesso e quel che dicevo era qualcosa di spaventoso. Terrorizzavo innanzitutto me stesso e poi chiedevo al pubblico di esprimere la propria reazione. Questo, secondo me, è il processo creativo.

Vedendo in parallelo la sequenza nella sauna di Eastern Promises (La promessa dell’assassino, 2007) e di Othello (1952) diretto da Orson Welles, la prima domanda spontanea è sapere se David Cronenberg ha in qualche modo studiato, ammirato e citato la sequenza di Welles, visto che si tratta, in tutti e due i casi, di una sequenza (in entrambi i casi una sequenza che è una sorta di assolo di regia) in cui si ambienta una scena di un omicidio in una sauna.
Non ho mai visto l’Otello di Welles prima, per cui non è certo stata un’ispirazione. Ammiro però molte delle sue pellicole, trovo affascinanti gli alti e bassi della sua carriera; è stato un personaggio straordinario che ha realizzato alcuni film semplicemente fantastici. Ero certo di non essere stato il primo ad aver immaginato una lotta con coltello in un bagno turco, ero infatti certo che fosse già avvenuto in precedenza, magari in qualche film giapponese. Quando lavoro non ho riferimenti o referenti cinematografici benché io sia influenzato da tanti film. Non ho mai seguito alcun corso di cinema, sono un autodidatta e la mia scuola è stata vedere pellicole; così come si impara a scrivere un romanzo leggendone, allo stesso modo si impara a girare film vedendoli. In questo senso mi è stato quindi insegnato a fare film da molte persone. Penso però che certe cose emergano organicamente dai personaggi, dall’ambiente – nel caso di Eastern Promises dalla mafia russa a Londra – e la scena del bagno turco è dovuta al fatto che volevo mostrare i tatuaggi del protagonista, quei segni che raccontano l’intera storia di quello che queste persone sono, la storia di quel che è l’affiliazione in termini di criminalità. Il solo posto in cui i tatuaggi possano veramente vedersi in modo chiaro e inequivocabile è quindi nel bagno turco. I personaggi si incontrano lì per una ragione precisa.
Eastern Promises, ed è la sua caratteristica, è veramente low-tech, quelli impiegati sono coltelli con lame retrattili, strumenti davvero semplici, e non compaiono pistole. Per qualche strana ragione, credo si tratti della visione della tecnologia più primitiva di tutti i miei film. Anche gli strumenti per realizzare i tatuaggi sono del tipo impiegato nelle prigioni russe, si tratta di attrezzi ottenuti trasformando campanelli elettrici che vibrano, questo perché i criminali laggiù non hanno alcun accesso ad attrezzature moderne neppure per fare dei tatuaggi. Nei miei film mostro sempre un certo interesse per la tecnologia e per quello che essa è, questo perché il regista deve necessariamente impiegare la tecnologia dal momento che non è uno scultore né un pittore. C’è un suo impiego sempre maggiore nella realizzazione di film e si tratta sempre di una tecnologia estremamente avanzata; non importa di quale tipo si tratti ma se è avanzata presto o tardi finisce sempre con l’essere impiegata nel cinema. Si sente spesso la gente parlare della disumanizzazione dovuta alla tecnologia e lo trovo davvero sconcertante perché essa è interamente umana nel senso che non esiste alcun altro tipo di tecnologia se non quella umana. Si tratta quindi di un prodotto della mente e dello spirito creativo degli uomini e, sostanzialmente, nasce come estensione del corpo. Basta pensare a un telefono cellulare che non è altro che un’estensione dell’orecchio e della voce, del sentire e del parlare, e poi, se si possiede un iPhone, ci sono altre cose che si possono fare, come il navigatore satellitare che è estremamente utile. Ritengo quindi che la tecnologia sia un nostro riflesso e che ci riveli quel che siamo, quali siano le nostre ispirazioni e fantasie. Quel che intendo è che anche il luogo in cui siamo in questo momento è sostanzialmente tecnologia. Questo stesso edificio non è un prato in cui piove, tutto questo spazio è guidato dalla tecnologia ma riflette quel che vogliamo, la comodità, la protezione dal mondo esterno, la creazione di un nostro mondo, l’amplificazione della mia voce che di certo non sarebbe possibile sentire senza questo microfono. Come stavo dicendo, quindi, la tecnologia è estremamente umana e in tal senso non disumanizzante ma rivelatoria della nostra condizione e questa è la ragione per cui in molti dei miei film riservo molto spazio ad essa o mi piace inventarne di nuove, come in eXistenZ, dove tratto il mondo dei videogame che ben presto è divenuto assolutamente reale. Credo sia effettivamente molto difficile tenere il passo della tecnologia.

Nei suoi lavori è evidente una ricerca, un percorso d’autore, una personalità molto forte. Mi chiedo come sia stato possibile e, soprattutto, come reagì quando l’industria hollywoodiana le propose di girare prima Star Wars (Guerre Stellari) e poi Top Gun (1986).
Non so quanto seria fosse l’offerta per Top Gun ma ricevetti la sceneggiatura dal mio agente. Si trattava di un film estremamente patriottico, militaristico ma, essendo io un canadese, per me è diverso e ho una sensibilità differente. Qualche volta ricevo sceneggiature che non riesco a comprendere perché non sono abbastanza americano. E lo dico sul serio. Nel caso di Star Wars, mi pare ricevetti una telefonata mentre facevo colazione in cucina da quello che credo fosse uno dei produttori del terzo Star Wars – The Return of the Jedi (Guerre Stellari – Il ritorno dello Jedi, 1983). Mi fu chiesto se fossi interessato a incontrare George Lucas e a girare quel film; io risposi: «Di solito non faccio film di altri» e la persona replicò: «Va bene. La saluto». Suppongo di non aver dimostrato abbastanza entusiasmo per il mondo di Star Wars e nei loro confronti. Questo è quanto sono stato vicino a dirigere quel film ma al tempo stesso risposi seriamente in quel modo, perché giravo solo pellicole di cui avessi scritto io stesso la sceneggiatura e non comprendevo cosa mai potessi apportare a qualcosa così controllato da George Lucas.

Come è nato The Dead Zone (La zona morta, 1983)?
Mi era stato inviato il copione che inizialmente rifiutai. Poi incontrai la produttrice Debra Hill a qualche festa a Los Angeles. Io non sono uno che va a molte feste. Lì lei mi propose nuovamente questo soggetto e riuscì a essere molto persuasiva, dicendomi che Dino De Laurentiis, il produttore del film, era molto interessato ad avermi nel progetto. Non ricordo perché ma, per qualche strana ragione, tutto quello che stavo facendo allora non riusciva mai a concretizzarsi, accettai così di incontrare Dino. Esistevano ben 5 stesure della sceneggiatura, una di loro addirittura curata da Stephen King, ed era sicuramente la peggiore di tutte, e lo dico sul serio. I suoi fan mi avrebbero ucciso se avessi usato quella sceneggiatura perché, per qualche motivo, aveva trasformato il suo racconto in un film su un serial killer. Comunque sia, scelsi l’autore della versione che ritenevo a me più vicina e lavorai con lui e quella fu la prima volta che giravo un film basato su un racconto e su una sceneggiatura di qualcun altro. Ci lavorammo su parecchio e fu un’esperienza davvero interessante; sino ad allora, infatti, rispettavo solo quei cineasti che realizzavano film scritti da loro ma in quell’occasione compresi che non tutti i bravi registi sanno scrivere. Puoi essere un bravo regista e non necessariamente un bravo scrittore e viceversa. Fu davvero una bella esperienza realizzare The Dead Zone, mi divertii molto e fui orgoglioso del film e pensai che era una cosa interessante, che si può lavorare su materiale di altri e quando lo si fa è come una fusione di vedute con un altro. È quasi come il sesso. Quasi, però. Vabbé, no, non è come il sesso ma è una combinazione dei rispettivi materiali genetici, senza implicazioni sessuali. Fu una cosa veramente buona per me perché dopo mi si aprirono le strade per fare qualcosa come Crash, la mia versione almeno, basata sul libro di James Graham Ballard, non quella di Paul Haggis, poi Naked Lunch (Il pasto nudo, 1991) basato sul lavoro di William Burroughs, e M. Butterfly, tratto dalla piéce di David Henry Hwang. È stato un bene per me perché mi ha tirato fuori da quella sorta di stato mentale estremamente rigoroso per cui si deve fare solo un certo tipo di cose e non altro; ho così compreso che ovviamente un film è sempre una collaborazione e una pellicola può trarre origine da qualsiasi cosa: un sogno, un articolo di giornale, un racconto, un testo teatrale o dallo spazio. Per questo non ha alcun senso limitarsi a un solo modo di fare cinema.

(domande dal pubblico)

Vorrei fare una domanda su un ruolo che David Cronenberg ha ricoperto nella storia del cinema, ovvero quello di interprete. Mi sento particolarmente legato a un film come Nightbreed (Cabal, 1990) in cui lei interpreta il ruolo dell’antagonista. Vorrei sapere com’è stata l’esperienza attoriale in quel film in cui incarnava il male, nei panni di un assassino puro implacabile, così come in To Die For (Da morire, 1995) di Gus van Sant, nonostante nella vita reale lei dica di sgomentarsi di fronte alla violenza.
Sono molti i registi che segretamente vorrebbero recitare. Il ruolo che ho interpretato in Nightbreed è stato il tipo di recitazione più serio che abbia fatto. Ho trascorso ben 3 mesi a Londra esclusivamente occupato come attore, benché fossi anche impegnato a scrivere la sceneggiatura di Naked Lunch, si è trattato però del tipo più estremo di recitazione con cui mi sono misurato. Tutti gli altri ruoli che ho interpretato mi hanno impegnato per due o tre giorni, in genere a Toronto, proprio come nel film di Gus van Sant. Si è trattato comunque di un’esperienza molto interessante; è stata infatti la prima volta in cui ho esperito quello che chiamano il «tempo dell’attore», durante il quale si vive in un’altra città, di solito lontano dalla propria famiglia, si trascorrono le giornate accanto al telefono, aspettando il momento in cui ti dicano: «Vieni sul set!». A volte però non sono ancora pronti a girare ma tu non puoi allontanarti. Sono stati momenti in cui ero molto cupo, depresso, perché la famiglia è stata con me solo per un po’, poi è dovuta andar via. Io vivevo solo, in una grande casa a St. John’s Wood e proprio non sapevo come fare, come fare a vivere da attore, sulla location, recitando. C’era un altro interprete del film, Charlie Haid, abbastanza noto per aver lavorato nella serie Hill Street Blues (Hill Street giorno e notte), che mi disse: «David, tu sbagli. Non puoi restartene a casa, devi uscire, devi fare qualcosa, esplorare la città. Dai, ce ne andremo a Stratford-on-Avon e noleggeremo una barca per scendere lungo il fiume Avon, fino a Londra». E così abbiamo fatto. Noi due soli in barca, lungo una sorprendente serie di affluenti. Ed è lì che ho capito da dove nascono tutti quei racconti per bambini alla Beatrix Potter, quelle storie ambientate in una campagna che credevo fossero solo un’invenzione e invece esiste davvero. Per me è stato interessante sotto molti aspetti comprendere non solo la psicologia di un attore sul set ma la loro psicologia di persone che vivono come zingari. È un tipo di vita tanto strano quanto emozionante che necessita di un carattere molto particolare per essere vissuta e debbo ammettere che non sono abbastanza serio come attore per ripetere quel tipo di esperienza e trascorrere ancora tre o quattro mesi a recitare da qualche parte dove si gira un film. Suppongo comunque che se si trattasse di un progetto o di un regista abbastanza interessanti prenderei in considerazione l’offerta ma oggi le proposte che ricevo sono solo per interpretare uno scienziato pazzo oppure uno psichiatra omicida, un medico o cose simili a cui non sono molto interessato. Proprio come ogni attore, ti aspetti che qualcuno scopra il tuo vero «io», che qualcuno riveli il genio che è in te, perché un attore non riesce a farlo da solo. Si dipende troppo dalla sceneggiatura o dal progetto o dal regista ed è questo il motivo per cui la maggior parte degli interpreti prestano particolare attenzione ai cineasti con cui lavorano, sebbene, lo ammetto, per quanto riguarda la mia esperienza, il personaggio viene prima d’ogni altra cosa. Se a un attore interessa interpretare un certo ruolo è disposto a lavorare con un regista che non ammira perché desidera fortemente la parte. Ho capito molto della psicologia degli attori e anche il fatto che, come interprete, tu hai un corpo e quello è lo strumento con cui devi lavorare: non hai alcuna tecnologia a disposizione, hai solo te stesso, il tuo corpo, il tuo tutto. Il corpo è lo strumento che suoni e il cast è l’orchestra.

Il sesso è molto importante nei suoi film. Spesso figura una componente omo-erotica. Vorrei lei ne parlasse più approfonditamente.
Quando delineo un personaggio, in una sceneggiatura, cerco di restare quanto più aperto ad ogni genere di esperienze. Non è come quando si scrive un’autobiografia. Quando le persone vanno al cinema, una delle attrattive principali è riuscire a vivere le vite degli altri, vite che non ci appartengono e che, forse, non vorremmo vivere ma che c’incuriosiscono comunque. È evidente che se il corpo umano è una priorità nella tua vita creativa, allora la sessualità occupa un ruolo centrale. Vorrei tanto essere stato il primo a capire lo stretto rapporto tra il sesso e la violenza ma sono diverse migliaia di anni che gli artisti lo hanno compreso. Nei primi due film che ho realizzato, Stereo (1969) e Crimes of the Future (1970), l’attore protagonista era un mio amico omosessuale, perciò si è trattato di una vera e propria collaborazione, molto spontanea. Non esisteva infatti alcuna sceneggiatura per quei film. I quali hanno quindi un orientamento piuttosto omosessuale per via di quell’attore, qualcosa che allora m’interessava molto e che non ho tentato di reprimere. Il protagonista somigliava un po’ all’attore svedese Max von Sydow, noto per aver interpretato i film di Ingmar Bergman. Per certi versi, quello fu l’inizio del processo collaborativo. Mi piacciono i personaggi delineati nella sceneggiatura ma gli attori sono molto più interessanti. Mi incuriosisce quello che disse Fellini quando affermò che si pensa a un personaggio biondo, alto 1 metro e 90 e poi ti ritrovi con un attore bruno e alto 1 metro e 50 che però è reale mentre il tuo personaggio è solo una fantasia. Si inizia allora a pensare che forse quel personaggio dovrebbe essere davvero bruno e alto solo 1 metro e 50. Anche per me è così: subisco molto l’influenza della presenza degli attori, anche se sono io a selezionarli sono loro a influenzarmi successivamente. Nel momento in cui decidi che nel tuo film esplori la sessualità, sarebbe strano escludere uno degli aspetti principali della sessualità che è l’omosessualità. L’attore di cui dicevo ne parlò sin dal mio primo film, la definimmo «onnisessualità» che è la perversione omnimorfa freudiana, l’idea che in un bimbo la sessualità sia in ogni cosa, ogni aspetto della vita sia sessuale e che è solo più tardi che si diventa specifici sulla propria natura maschile o femminile. Tutto questo mi affascina, è molto reale, molto umano, molto valido. Credo che in una pellicola come Crash compaiano tutti i tipi di sessualità. Quando ero a Parigi per girare Naked Lunch, fui intervistato da un giornalista affetto da aids, un omosessuale militante che era molto arrabbiato perché, per lui, William Burroughs era un’icona gay. Ma Burroughs stesso si definiva «checca» e non gay. Era sposato, faceva sesso con donne e trascorse un lungo periodo della propria vita negando la sua omosessualità. Pensai quindi che quel che stavo facendo con Naked Lunch era vero rispetto alla vita di Burroughs, rispetto alla sua evoluzione e al suo sviluppo e che, con questo film, non stavo tentando di affermare alcuna tesi politica sul piano sessuale. Conoscevo bene Burroughs e avevo trascorso molto tempo in sua compagnia. Credo sia molto pericoloso per un artista essere politico nel senso più stretto del termine.

Una domanda sul suo Videodrome (1983). Quando lo vidi rimasi sconvolto dal finale surreale e da allora mi sono chiesto se il protagonista del film divenisse suicida soltanto nei suoi incubi, considerando che le visioni all’inizio della pellicola sono proiettate singolarmente da lui, o meglio: Videodrome le proietta singolarmente nella sua mente. Guardando al programma di Videodrome ho pensato metaforicamente a questo programma violento un po’ come al precursore della violenza in tv, oggi ben più evidente. Vorrei quindi sapere se, quando ha pensato alla storia del film, nutriva qualche speranza per il protagonista di fronte alla smisurata tecnologia del film che provoca angoscia. Allo stesso modo vorrei sapere se vi è qualche speranza per noi, oggi, di fronte a tutta la violenza trasmessa dalla tv.
Sono molte le cose che ho sperimentato in Videodrome. Sono in molti a ritenere che quel film fu profetico perché precorreva la tv interattiva, internet, tutto questo genere di cose. Quello che mettevo in discussione era il modo in cui costruiamo la realtà nella mente. Quello che intendo è che si può camminare in una strada calma e tranquilla mentre nella propria testa permangono immagini di violenza in altre città, in altri luoghi e si prova angoscia, paura. Tutto questo non ha niente a che vedere con la realtà fisica che si vive in quel preciso momento. Ci sono persone che sono particolarmente impressionate da quel che leggono o vedono, non soltanto in tv o in internet. Eppure, se si presta attenzione alla reale esperienza delle loro vite fisiche questa ci appare assolutamente pacifica, calma e priva di pericoli. Ho indagato fino a che punto l’influenza di un mezzo d’informazione come la televisione potesse spingersi fino a modificare la realtà perché, come dicevo prima, noi creiamo la nostra realtà. Se infatti si pensa a un’altra cultura in cui si parla un’altra lingua e si è fortemente religiosi e vi sono molti rituali particolari, quella realtà è ben diversa dalla mia e ne hai un’altra. È quindi molto difficile parlare di realtà oggettiva con gli esseri umani. Ci guardiamo attorno, ad esempio, e pensiamo: «Questa è la realtà», ma ovviamente, se io fossi un cane, mi guarderei attorno e vedrei cose completamente diverse, i colori, le forme, l’olfatto importerebbe ben più della vista, si tratterebbe di una percezione completamente diversa della stessa realtà fisica. Per cui, ogni animale risponderebbe diversamente a quel che vediamo in questa stanza. Allora tentai di comprendere tutto questo e trasmetterlo ai miei personaggi per affermare: ecco un ruolo che ha permesso ai media di assumere il controllo di ogni altro tipo di realtà e reagisce a tutto questo come fosse la sola realtà. I miei film non sono affatto contro la speranza perché se fossi disperato non farei cinema. Se sei disperato non puoi creare. Secondo me, fare un film è un atto di speranza.

Ecco un altro film di un altro genio cinematografico (David Croneberg) che mi riproporrò di vedere non appena riuscirò a ritagliarmi un po’ di tempo libero…Si tratta di A Dangerous Method, basato sulla storia della Psicologia e che ha come protagonisti i due maggiori esponenti della scienza della mente, ovvero Jung e Freud. La mente mi affascina da sempre, così come l’approfondimento di discipline che riguardano lo studio del comportamento, dell’agire dell’essere umano mi hanno sempre interessata moltissimo…Ecco quindi uno spunto per approciarsi alla psicoanalisi in modo più umano…E con uno strumento di cura molto utile, la filmterapia…

“Zurigo 1904. Carl Gustav Jung ha ventinove anni, è sposato, in attesa di una figlia e affascinato dalle teorie di Sigmund Freud. Nell’ospedale Burgholzli in cui esercita la professione di psichiatra viene portata una giovane paziente, Sabina Spielrein. Jung decide di applicare le teorie freudiane sul caso di questa diciottenne che si scoprirà aver vissuto un’infanzia in cui le violenze subite dal padre hanno condizionato la visione della sessualità. Nel frattempo Freud, che vede in Jung il suo potenziale successore, gli manda come paziente lo psichiatra Otto Gross​, tossicodipendente e dichiaratamente amorale. Saranno i suoi provocatori argomenti contro la monogamia a far cadere le ultime barriere e a convincere Jung ad iniziare una relazione intima con Sabina.
Non è difficile capire quanto questa sceneggiatura (che risale alla metà degli anni Novanta) e soprattutto questa storia con protagonisti che hanno rivoluzionato le scienze umane abbiano suscitato l’interesse di David Croneberg attento, come sempre, a vicende in cui siano centrali la complessità dell’essere umano e il coacervo di sentimenti e pulsioni che ne promuovono l’agire. Non c’è carne esposta o martoriata in questo film e neppure la violenza che esplodeva improvvisa nelle sue due ultime opere. C’è semmai un ritorno all’indagine della psiche già affrontato in Spider sotto l’egida di un romanzo di McGrath.
Sul rapporto tra Sabina Spielrein e Jung si era già puntata la macchina da presa di Roberto Faenza quando girò Prendimi l’anima. Cronenberg assume la stessa prospettiva mostrandoci l’evolvere della relazione Jung/Spielerein ma entrando in profondità anche nel rapporto maestro/discepolo che si va costruendo tra Freud e Jung. Una giovane donna urlante riempie lo schermo e una carrozza nelle prime inquadrature del film. Quel grido progressivamente si placherà ma resterà sempre sottotraccia, pronto a riemergere. Perché a Cronenberg interessa analizzare ancora una volta la fragilità dell’agire anche quando, a livelli culturali elevati, si tenta di lavorare sullo smascheramento delle cause del disagio finendo poi con il precipitarvi. C’è un’inquadratura di Carl Gustav e Sabine sdraiati vicini sul fondo di un’imbarcazione. Sembrano prigionieri di una bara in cui cercano di allentare una passione che contrasta con il lavoro che compiono sui pazienti e con la stessa deontologia professionale. In questo film poi i segni dell’elaborazione delle pulsioni cercano di trovare un incanalamento nella parola. Non solo in quella detta in sede di analisi ma anche in quella, scritta, del carteggio intercorso tra i tre protagonisti. Se Freud ammise il contributo dato dalla Spielrein alla psicoanalisi, Jung non lo fece, ma anche nel suo caso l’apporto è innegabile. Gli splendidi titoli di testa e di coda ci ricordano come i segni dell’inchiostro, su una carta che assume la porosità della pelle, abbiano inciso profondamente sulla storia del Novecento passando attraverso le illuminazioni e le contraddizioni di tre personalità in costante ricerca.” (Giancarlo Zappoli).

Da Micromega, Ottobre 2011:

Cronenberg racconta “A Dangerous Method”

Conversazione con David Cronenberg intorno ai temi del suo ultimo film “A Dangerous Method“, in questi giorni nelle sale.

di Barbara Sorrentini

Ci descrive il contesto storico temporale che lei ha scelto di rappresentare nel film, a partire dalla nascita della psicoanalisi?
Freud viveva a Vienna sotto l’impero austroungarico, determinato da un atteggiamento di forte antisemitismo. Era una società basata sull’ordine, che dava ai propri cittadini tutto ciò di cui avevano bisogno e si riteneva che il progresso dell’umanità continuasse, che gli esseri umani si stessero trasformando da animali in angeli, che ci fosse la chiave per risolvere tutti i problemi. Sigmund Freud invece con le sue teorie ha dimostrato che sotto questa apparente verità si nascondevano delle forze distruttive per la civiltà, creando un acceso dibattito perchè sosteneva che l’umanità era rimasta una tribù, un crogiolo di uomini capaci di compiere gesti distruttivi. Nel film lo vediamo costantemente minacciato per le sue tesi e assistiamo al tentativo da parte dell’intera società di seppellirlo. Motivo per cui vengono alla superficie tutti i pregiudizi che c’erano all’epoca contro gli ebrei e in particolare contro la sua teoria sulla sessualità. L’atteggiamento antisemita sviluppato nei suoi confronti e di tutto il suo gruppo di lavoro, era il motivo per cui Freud ci teneva che Jung diventasse il suo successore e arrivasse a promulgare le sue teorie e a diffonderle. Freud aveva un suo modo di fare tagliente, con un umorismo un po’ cattivo, ma non lo ritengo un aspetto negativo perché era positiva la rivoluzione che lui stava portando nel modo di pensare nell’Europa di quegli anni. Su Jung ci sono più testimonianze rispetto a Freud, su youtube ci sono delle interviste di quando era anziano. Mi è sembrato un personaggio quasi religioso, dolce, con un atteggiamento paterno o da nonno. Certo è comprovato che lui abbia avuto un sacco di relazioni e che sua moglie le abbia tollerate, però ai miei occhi Jung è stato soprattutto un leader religioso ed è il motivo per cui Freud ad un certo punto lo ha attaccato, per questo sua deriva mistica. Per Freud era fondamentale che le sue teorie fossero dimostrate come scientifiche e promulgate da persone che avessero un atteggiamento puramente scientifico.

Che valore attribuisce alla psicoanalisi oggi?
Recentemente ho letto un articolo sul New York Times che diceva che la psicoanalisi freudiana sta diventando molto popolare in Cina e che funziona. E’ una cosa sorprendente se si considera la diversità culturale che c’è tra la cultura orientale cinese e quella europea. Jung era arrivato ad affermare che la psicoanalisi freudiana funzionava soltanto sugli ebrei e invece la dimostrazione della sua popolarità lo ha smentito. Negli ultimi 15 anni la psicoanalisi freudiana è tornata molto di moda, attraverso alcuni esami clinici, come la risonanza magnetica e la tac, è stata dimostrata l’esistenza di un pensiero non conscio, simile all’inconscio. Un concetto che Freud aveva identificato e di cui oggi c’è la prova scientifica. Il problema è che oggi un’analisi costa tantissimo, Freud non avrebbe mai concepito un Woody Allen che resta in analisi per 30 anni, avrebbe concepito solo qualche breve seduta per cercare di aiutare una persona a risolvere i suoi problemi e non avrebbe mai immaginato che noi potessimo diventare dipendenti dall’analisi con lo siamo oggi. Ormai gli psichiatri hanno pochissimo tempo per curare i pazienti, un quarto d’ora al massimo a seduta, e a quel punto ricorrono alle terapie farmacologiche, prescrivendo vari farmaci per le diverse sintomatologie, dall’ansia a tutto il resto. Sicuramente è più veloce e costa meno, ma non è detto che risolva il problema.

Questo film basato molto sulla parola e con testi molto teorici da far interpretare agli attori. Come mai l’immagine passa quasi in secondo piano?
Per me il volto è un’immagine forte, un paesaggio visivo importante e il fatto di concentrarmi sui primi piani e sui volti spiega molto di me e del mio tipo di cinema. Ho sentito varie volte usare il verbo “cronenberghizzare”, non voglio essere un regista che viene identificato per qualche cosa di strano, di bizzarro e particolare nel mio cinema. Quando giro sono totalmente devoto alla mia sceneggiatura e al mio progetto e resto concentrato su questo senza stare ad elaborare tutta una serie di teorie sul mio cinema. Invece, riguardo ai dialoghi anche Inseparabili era un film molto parlato. In “A Dangerous Method” ci sono anche le immagini del lago, c’è tutta l’ambientazione e la ricostruzione storica della Vienna dell’epoca, le location, lo studio di Freud.

Ci descrive la figura di Sabina Spielrein, di Freud e di Jung, dal suo punto di osservazione?
Sabina Spielrein è quella che introduce il concetto di distruzione come forza creativa ed è vero che in questo senso è la scienziata che crea la svolta. E’ una figura che può terrorizzare e che può essere paragonata allo scienziato del mio film La Mosca, perchè fa questa scoperta così innovativa e così lontana da quelle che erano le teorie del tempo. Quello che a me interessava in questo film non era tanto la struttura, ma la tematica. Io sono partito dalla pièce teatrale di Christopher Hampton, The talking cure, e quello che mi ha incuriosito di più è stato questo mènage à trois a livello intellettuale che si instaura tra di loro. Sabina è il nucleo essenziale del film, è lei che crea la situazione per un’evoluzione della teoria psicoanalitica: da un lato lei è quella che evolve di più, passando dalla malattia e dalla sua nevrosi a diventare lei stessa una psicoanalista, dall’altro mette in crisi Jung sulle sue teorie. Sigmund Freud invece, pur essendo uno psicoanalista affermato che aveva già trovato parecchi elementi scientifici a sostegno delle sue teorie, arriva ad assorbire il contributo che Sabina gli dà introducendo l’elemento fondamentale della pulsione di morte. Ognuno dei tre personaggi arriva, a modo suo, ad un’evoluzione.

Che tipo di ricerca e di documentazione ha fatto sulle teorie psicoanalitiche e come è riuscito a tradurle in materia cinematografica?
Ho letto tantissimi testi di Freud, da sempre. Mi hanno sempre appassionato, non solo per le teorie, ma anche perchè sono scritti molto bene e in tedesco hanno un valore letterario. La storia di Sabina l’ho conosciuta attraverso il testo teatrale di Hampton e mi ha affascinato la storia d’amore. Però non volevo fissare l’attenzione solo su questa passione e neanche solo sull’aspetto intellettuale. Mi interessava l’aspetto scientifico, ma volevo cogliere anche quello artistico. Ho utilizzato anche un altro testo, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo di Stefan Zweig che dimostra quanto umorismo c’era nell’ambiente viennese scientifico del tempo. Volevamo essere molto accurati nelle ricostruzioni e mi piaceva l’idea di riprodurre questo scambio epistolare fertile fra tutti gli scienziati e che nel film è concentrato su loro tre. Si diceva che a Vienna la posta veniva consegnata cinque volte al giorno, era come le mail di oggi.

E quello strumento affascinante sulla libera associazione di idee?
E’ la ricostruzione accurata di un macchinario realmente esistito.

“A Dangerous Method” di David Cronenberg

di Giona A. Nazzaro

L’unico metodo pericoloso è quello di David Cronenberg.

Per anni Cronenberg ha dato forma, meglio carne, a quello che, mutuando una celebre espressione di J.G. Ballard, possiamo definire “lo spazio interiore”. Per anni ha lavorato intorno all’ossessione del corpo come entità in grado di produrre, proprio come un virus, altri corpi. Da discepolo di William S. Burroughs, Cronenberg ha sempre saputo che “language is a virus”. E come Burroughs ha condotto la sua indagine sino ai margini estremi del pensiero contemporaneo. Tutta la sua filmografia è un’indagine accurata è meticolosa, quasi tassonomica, delle teratomorfie implicite nel corpo. Come il Leslie Fiedler di Freaks, i film di Cronenberg hanno indagato le possibilità di vita al di là dei codici esistenti.

La grande intuizione filosofica di Cronenberg è stata di avere compreso, attraverso lo studio di Marshall McLuhan e William Burroughs, come il nostro sistema nervoso si sarebbe trasformato a contatto con la modificazione del principio d’individuazione e di realtà introdotti dalle nuove tecnologie digitali. Cronenberg, come Burroughs, ha condotto queste sue sperimentazioni in territorio analogico, proprio come l’autore de Il pasto nudo che studiando i cut up dei nastri magnetici ha dato corpo e forma totalitarismo della comunicazione di massa.

Marshall McLuhan interviene nella costruzione dell’universo poetico di Cronenberg attraverso la sua convinzione che i media, e soprattutto l’introduzione di nuovi media, rappresentano delle vere e proprie guerre psichiche. Ossia i nuovi sistemi di decodifica della realtà sostituiscono i precedenti e in questo processo attivano delle trasformazioni (anche fisiche). Per intenderci: il cervello di un bambino che usa il computer oggi è senz’altro diverso da quello di un suo coetaneo di venti o trent’anni fa. Videodrome, per esempio, raccontava proprio questo processo di mutazione e come e se era possibile intervenire su e in esso. Ogni nuovo media è un’estensione del sistema nervoso. E se il sistema nervoso modificato s’innamora di un virus e produce un nuovo organo? La poetica di Cronenberg danza sempre sulla sottile linea che separa il principio d’individuazione dal principio di realtà. L’uno modifica impercettibilmente l’altro, come dimostra M Butterfly.

La geniale perversione di Cronenberg è di trattare il corpo come uno strumento di comunicazione. Una morbida macchina che serve per (in)scrivere nuovi codici e processare realtà altre. I virus, in questo, sono gli agenti di un cambiamento, un po’ come gli zombi per Romero. Il corpo, dunque, è il luogo-narrazione, metastabile per definizione, il teatro del cambiamento.

Cronenberg, con il tempo, è progressivamente stato sempre più attratto dal versante invisibile della mutazione. Basti pensare alla scelta di eliminare tutti gli effetti speciali a vista da Inseparabili o a M Butterfly dove tutto accade nello sguardo del protagonista. E, ovviamente, il cinema di Cronenberg è uno schiaffo per i fautori della “verosimiglianza” che mal tollerano le incongruenze psicologiche dei suoi film (quando non c’è il rifiuto basato sul semplice rigetto moralistico della violenza).

Non sorprende, dunque, che il regista che in Inseparabili teorizzava concorsi di bellezza per gli organi interni, nel corso degli anni abbia messo progressivamente a punto una strategia che a partire dall’evidenza del corpo e delle sue manifestazioni arretrasse verso il cervello. Il primo sintomo di questa strategia, e per chi scrive l’unico parziale passo falso del regista, s’era manifestato con Spider, la schizofrenia come l’alba della scrittura (e quindi del linguaggio). Progressivamente il regista ha continuato a muoversi lungo queste coordinate, e con A History of Violence, una vicenda di mutazioni senza mutazioni (apparentemente) e con La promessa dell’assassino, un’altra storia di scritture e corpi mutanti, ha trovato le energie necessarie per confrontarsi compiutamente con quella che sembra offrirsi come la scena primaria del cinema cronenberghiano.

A Dangerous Method, a dispetto di coloro che rimproverano al regista di essersi convertito a una sorta di accademismo inerte, e ai tutori del verbo freudiano offesi dalle libertà che il regista si è concesso, sembra invece, a tutti gli effetti, la reinvenzione delle origini del cinema cronenberghiano.

Sin da Transfer, il suo primissimo cortometraggio del 1966, Cronenberg mette in scena uno psichiatra perseguitato da un suo paziente. In From the Drain, film dell’anno seguente, due uomini in una tinozza parlano, mimando il processo dell’analisi, sino a che uno dei due non viene strangolato da una pianta misteriosa (l’inconscio che emerge dal basso…). Ma sono soprattutto Stereo e Crimes of the Future che sembrano già preconizzare A Dangerous Method, con la centralità del medico-guru che torna in tutti i film del regista insieme alla relazione medico (analista)-paziente.

A Dangerous Method, quindi, è l’origine ideale dei melodrammi virali di Cronenberg. Non a caso attraverso la psicosi del personaggio femminile è possibile dare vita a un processo di scrittura che viene decifrato a sua volta dal corpo di un macchinario che letteralmente trascrive i processi del corpo (e siamo sempre in territori burroughsiani: non si scrive mai, al massimo si trascrive). Il sesso è il virus liberato dal corpo in trasformazione e la scrittura diventa la mappa di un nuovo mondo. Tutto il cinema di Cronenberg si ritrova distillato in A Dangerous Method.

In questo senso anche il classicismo del regista, sinora rimasto sempre all’ombra delle sue invenzioni più visionarie, emerge per la prima volta in maniera compiuta. L’inquietudine è affidata a impercettibili movimenti di macchina, a angolazioni di ripresa inconsuete, a lievi torsioni dell’immagine. Anche il film di Cronenberg replica le strategie mimetiche dei corpi: si vede sempre un’altra immagine e l’immagine visibile è solo la copertura mimetica, strategica dell’altra. La quintessenza del cinema di Cronenberg.

Ed è in questa danza dominata dall’immagine invisibile che il gioco di seduzione fra parola, scrittura e corpo che A Dangerous Method formula un progetto politico preciso: il corpo come sperimentazione di patti sociali ancora tutti da immaginare.

 

Liberamente tratto da www.iltuopsicologo.it, sito molto curato e fatto veramente bene dal Dott. Roberto Cavaliere.

Ancora quella sensazione. Ti svegli e vedi sangue sulle lenzuola e sul tappeto. Libri e pezzi di carta sparsi in tutta la stanza. Mobili rotti. Quel pizzicore familiare sulle braccia, sul torso. La faccia è sbavata di rosso. Stava andando così bene: tredici giorni dall’ultima volta. Ti senti intorpidito, confuso, mezzo ubriaco, stupido. Hai appena le forze per alzarti: non mangi da tre giorni e hai perso molto sangue. Che cosa stai cercando di dimostrare? La cameriera entra e vede i fazzolettini macchiati di sangue sul pavimento, ti guarda non è sicura di capire bene. Cerchi di ricotruire esattamente quello che è successo durante la notte…

Hai lavorato fino a tardi, volevi uscire e rilassarti, divertirti. Non c’era nessuno. Sei andato all’enoteca, hai comprato da bere, ti sei seduto nella tua stanza, ascoltando la tua musica preferita, violenta e deprimente. Ti accorgi che qualcosa, dentro, sta traboccando. Ti sembra di essere sul punto di esplodere da un momento all’altro. Ti si riempiono di lacrime gli occhi, cominci a piagere. Il pianto si trasforma in grida, lamenti, urla. Cerchi di trattenerti. Cominci a prendere a calci la porta. Butti la roba in giro per la stanza, fuori dalla finestra. Non riesci a calmarti. Non sai neppure che cosa ti abbia ridotto in questo stato. Ti pianti le unghie nella pelle del polso. Non senti niente. É come se stessi guardando un film su qualcun’altro, non sei tu. Ti togli la camicia, ti guardi allo specchio. Odio, disgusto, frustrazione, rabbia, rimorso. Quasi come in un rituale, senza nemmeno pensare a quel che fai, prendi la lametta… sangue che gocciola. Ci sfreghi su qualcosa di antisettico, lo rifai, fino a quando sei calmo, soddisfatto. Spalmi sangue in giro. É brutto, ma il sangue è reale, è umano, ti fa sentire bene! Al tempo stesso, provi dolore, te lo meriti. Lo racconti a qualcuno.

Ti dicono che sei un manipolatore, che cerchi attenzione. Ci credi. Serve solo a farti stare peggio. Alcuni pensano che tu sia malato, o matto. Poche persone capiscono ma sono ancora troppo preoccupate, scioccate dalla cosa. Qualcuno pensa che tu abbia tendenze suicide. Non è vero.

Tagliarsi non è un modo per cercare attenzione. Non è una manipolazione. É un meccanismo per affrontare i problemi, punitivo, gradevole, potenzialmente pericoloso, ma efficace. Mi aiuta a sopportare le forti emozioni che non so come gestire. Non ditemi che sono malato, non ditemi di smettere. Non cercate di farmi sentire in colpa, mi accade già. Ascoltatemi, sostenetemi, aiutatemi.

Dal libro “Un urlo rosso sangue” di Marilee Strong


 

L’autolesionismo (il termine tecnico è Repetitive Self-Harm Syndrome Sindrome da auto-lesionismo ripetuto)viene in genere definito come il tentativo di causare intenzionalmente un danno al proprio corpo, lesionandosi in modo di solito abbastanza grave da provocare danni ai tessuti o agli organi. E’ considerata una vera e propria patologia. Le persone affette da questo disturbo si fanno del male in diversi modi: tagliandosi con una lametta, bruciandosi con una sigaretta, graffiandosi, strappandosi i capelli, sbattendo contro qualcosa, ecc..

Forme di autolesionismo.
Si possono identificare, grosso modo, tre forme di autolesionismo:

  • Automutilazione grave (molto rara), che produce un danno irreversibile ad un parte del proprio corpo, ad esempio uno sfregio permanente in viso.
  • Automutilazione leggera (la più diffusa) che si manifesta col tagliarsi, bruciarsi, strapparsi i capelli, fratturarsi un osso, urtare, ed ogni altro metodo usato per ferirsi.
  • Automutilazione latente (la più subdola) perchè si nasconde in determinate forme di dipendenza e disagio come la tossicodipendenza, la bulimia, l’attività fisica eccessiva. Esse possono considerarsi forme poco manifeste, ma molto insidiose.

Chi è l’autolesionista:

Può colpire tutti, indipendentemente dall’età, dal grado di istruzione e dalla classe sociale, anche se sono in prevalenza donne, forse, a causa di fattori sociali. Tradizionalmente, agli uomini viene permesso di esprimere la propria aggressività, alle donne viene invece insegnato a reprimerla o quando questo non è più possibile, a rivolgerla verso se stesse.
Le donne, spesso, oltre all’ autolesionismo presentano disturbi del comportamento alimentare come anoressia e bulimia. Alcune ragazze di fronte ad un momento di malessere reagiscono alternando comportamenti bulimici (abbuffate seguite da vomito o abuso di lassativi) a quelli autolesivi.
Inoltre l’autolesionista, a volte, presenta depressione, con pensieri di tipo suicida. In alcuni casi, il malessere è così forte che la persona sente che o si taglia o si suicida.
Non si piace, odia il suo corpo, non ha fiducia in se e neppure negli altri.
Molti degli autolesionisti tendono ad essere perfezionisti, incapaci di gestire e di manifestare verbalmente intense emozioni. Non si piacciono, odiano il proprio corpo e possono avere gravi sbalzi d’umore. È possibile, talvolta, che abbiano subito abusi sessuali o violenza psicologica nell’infanzia.
L’autolesionista non rappresenta un pericolo per la società perché la violenza è sempre e solo rivolta verso di sé, mai verso altri. Perché?
Vari possono essere i motivi.

  • Per scaricare lo stress: autolesionarsi ed il dolore fisico correlato placano lo stress. Tutti il disagio interiore che non si è in grado di gestire viene tramutato in sofferenza fisica, quindi più facilmente gestibile e più reale della sofferenza emozionale che è impalpabile. Per un po’ ci si occupa solo del dolore fisico, distogliendosi temporaneamente da quello interiore
  • Per mostrare agli altri che si sta davvero soffrendo, offrendo loro qualcosa di concreto e di comunemente accettato come “dolore”. Così si esiste agli occhi degli altri. Le cicatrici sulla pelle rendono visibile esteriormente la sofferenza che si ha dentro, è un modo per comunicare agli altri il proprio dolore .I comportamenti autolesivi sono una richiesta di aiuto.
  • Ci si sente talmente morti dentro, talmente apatici dal ricercare nella sofferenza fisica una prova che si è ancora vivi.Non si è in legame con il proprio corpo e il dolore fisico è l’unico modo che si ha per sentire di esistere, per percepire il proprio corpo.
  • Come sostituto di un desiderio di suicidio.
  • Per punirsi di proprie azioni o sensi di colpa .

Io amo riassumere le possibili cause di un comportamento autolesionista in questa frase: “Si preferisce provare un dolore fisico per non provare un più profondo e doloroso dolore interiore”

Indicazioni utili:

  • Non isolarsi ma far presente la problematica ad una persona a noi significativa al fine che possa diventare un “sos” nei momenti di crisi acuta.
  • Nel momento in cui si manifesta la crisi acuta svolgere un’attivita “lesionistica” rivolta ad un oggetto esterno, quale “picchiare” un oggetto morbido al fine di “scaricare” la rabbia.
  • Uscire immediatamente di casa .
  • Nei momenti non di crisi acuta praticare un’attività fisica che “svuota” in qualche maniera della rabbia accumulata.
  • Esprimere la propria rabbia anche attraverso qualche forma artistica, come dipingere e disegnare ad esempio.

Ma soprattutto non bisogna vergognarsi di ammettere di essersi volutamente feriti, per timore di non essere capiti, di essere giudicati negativamente o di essrere considerati dei pazzi. Invece non c’è motivo di cui vergognarsi, sia perché gli autolesionisti non sono pazzi, sia perché tale fenomeno è più comune di quanto si creda, in forma più o meno patologica .
Se la buona volontà personale di combattere l’autolesionismo non produce significativi miglioramenti bisogna chiedere, senza esitazione, timore e vergogna, aiuto ad un’esperto.

LETTURE CONSIGLIATE:

Il disturbo Borderline di Personalità, Giorgio Caviglia, Carla Iuliano, Raffaella Perrella, Carocci Editore, 2005

Testo divulgativo, conciso, sintetico, quindi utile per studenti alle prime armi o non professionisti che vogliano avere informazioni generali sul Disturbo Borderline.

Trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo borderline, Marsha Linehan, Cortina Editore, 2001

E’ il testo di riferimento italiano della Dialectical Behavior Therapy (DBT), la Terapia Dialettico-Comportamentale sviluppata da Marsha Linehan per il trattamento di pazienti Borderline, in particolare affetti da autolesionismo e suicidarietà. Si tratta di un manuale operativo molto corposo, specificamente formulato per l’utilizzo da parte di specialisti che vogliano implementare la loro pratica clinica con strumenti provenienti dall’area delle Terapie Cognitivo-Comportamentali.

Trattato dei Disturbi di Personalità, Oldham J.M., Skodol A.E., Bender D.S., Cortina Editore, 2008

Primo testo specialistico, completo ed esaustivo, completamente dedicato ai Disturbi della Personalità. Voluminoso e piuttosto costoso, è quindi dedicato a specialisti che vogliano arricchire le proprie conoscenze teoriche su questa categoria diagnostica.

La Personalità Borderline. Una Guida Clinica, John Gunderson, Cortina Editore, 2003

Una descrizione della dimensione Borderline, e del suo trattamento, da parte di uno dei principali sviluppatori del modello personologico di interpretazione di questo complessa categoria diagnostica.

Il Trattamento Basato sulla Mentalizzazione. Psicoterapia con il paziente borderline, Anthony Bateman, Peter Fonagy, Cortina Editore, 2006

Questo testo costituisce un importante riferimento in quanto descrittivo dell’unico approccio psicodinamico (oltre alla TFP di Kernberg, descritta oltre) ad aver  fornito prove di efficacia con il Disturbo Borderline. Tutto l’impianto teorico si basa sulla promozione della capacità del paziente di riflettere sui contenuti mentali propri ed altrui, definita dagli autori come capacità di mentalizzazione (ma anche capacità riflessiva, o funzione riflessiva), ritenuta un aspetto di importante deficitarietà caratteristica del Disturbo.

Borderline. Struttura, categoria, dimensione, Cesare Maffei, Cortina Editore, 2008

Questo testo fornisce una definizione dello stato dell’arte rispetto alla definizione del costrutto “Borderline”, la cui eterogeneità di utilizzo ha da sempre generato difficoltà ed impasse, sia nella ricerca, sia nel dialogo tra clinici afferenti a diversi approcci teorici.

Psicoterapia delle Personalità Borderline, John Clarkin, Frank Yeomans, Otto Kernberg, Cortina Editore, 2000

Questo testo presenta un altro approccio al trattamento psicodinamico del paziente Borderline, validato empiricamente e supportato da un’imponente teoria di riferimento, sviluppato dall’equipe coordinata da Otto Kernberg, personaggio di spicco della cultura psicoanalitica su scala mondiale e tra i primi ad essersi occupato di tale disturbo a partire dagli anni settanta.

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Ci sono persone che portano con sé un alone di confusione, d’incoerenza, di contraddizioni, che sembrano smarrirsi in un mondo privo di scopi e significati profondi, e rischiano di far smarrire anche gli altri, tra anche i propri terapeuti. Una ragazza lo ha espresso in questo modo: “Ci sono giorni che passano perché devono passare, cose che faccio perché devo farle, ma non c’è più un obiettivo, qualcosa per cui andare avanti, una meta o un desiderio così forte per cui ha senso continuare”. E’ come se queste persone dovessero vivere senza sapere bene chi sono, sentendosi scaraventate in modo repentino e inspiegabile da uno stato d’animo ad un altro; dalla gioia e allegria alla disperazione e angoscia più profonda; da un senso di speranza e fiducia verso la vita, dal vortice di mille pensieri e idee, all’immobilità, al vuoto e noia. Il momento presente, i sentimenti e i vissuti del qui e ora, intensi e travolgenti, sembrano tenere impegnate tutte le energie della persona, mentre pare venir meno il contatto con il passato, con le risorse che l’elaborazione delle esperienze vissute o della propria storia può dare; viene meno la possibilità di proiettarsi nel futuro verso mete e scopi che diano significato alla propria esistenza. Altrettanto rapido potrà essere il passaggio da un’idea di sé come persona valida e degna di fiducia a un sentimento di non valore, d’indegnità, colpa e vergogna; e anche gli altri seguiranno lo stesso destino d’idealizzazione e svalutazione. L’identità personale e le relazioni saranno spesso in pericolo; la possibilità d’intimità e di scambi autentici sarà sempre compromessa e anche la relazione terapeutica verrà messa a dura prova da quest’instabilità, con il cliente in bilico fra il bisogno d’appoggio e sostegno e il timore dell’abbandono, del tradimento, dell’attacco che può arrivare anche all’interno del setting. L’impegno a sostituire nel tempo l’impulsività e la reattività con la riflessione, a sviluppare o rafforzare un “sé osservante”, sarà molto gravoso con questi clienti che non sembrano disponibili all’esplorazione di sé e chiedono invece un aiuto immediato, dato dall’urgenza. Spesso lo chiedono con impazienza o in termini molto difensivi, nascondendo la fragilità e vulnerabilità dietro grandiosità e arroganza. “Aiutami, ma non darmi l’impressione di essere aiutato, poiché posso fare tutto da solo”, sembra essere il grido di aiuto del narcisista. Se prevalgono invece le difese di tipo borderline la persona vivrà confusione e caos; ed è come se attraverso il disordine e il caos il cliente borderline dicesse “Sono una persona che sta male; aiutami a sopravvivere”. E con queste persone non sempre la relazione terapeutica si configurerà nei termini che ci sono più noti, ma ci impegnerà a trovare nuove vie per l’incontro. L’importante sarà non perdere le nostre mappe. “Sarà pertanto fondamentale accogliere il cliente nel suo unico modo possibile di chiedere aiuto, nel suo sé provvisorio, con un’empatia ben bilanciata e misurata”, lasciando per il futuro il lavoro terapeutico vero e proprio.

Il disturbo borderline di personalità è da tantissimi anni oggetto di studio e controversie in ambito psichiatrico e psicoterapeutico; problematica è stata la diagnosi differenziale rispetto ad altri disturbi come quelli schizotipici della personalità o maniaco-depressivi, mentre attualmente l’ipotesi di esperienze traumatiche infantili nella sua eziogenesi lo avvicina piuttosto al Disturbo Post Traumatico da Stress.

Anche i criteri diagnostici del DSM IV non sempre sono di aiuto. Secondo Paris, per esempio, non discriminano con esattezza da altri disturbi della personalità dello spettro impulsivo. I nove criteri, e ne bastano cinque per formulare la diagnosi, hanno in ogni caso permesso di focalizzare gli aspetti fenomenologici di tale sofferenza, che le principali teorie avevano evidenziato con maggiore o minore rilievo.

Riguardano una drammatica incertezza e instabilità rispetto alla propria identità (chi sono io? questa cosa mi piace o no? quali sono i miei valori? sono omosessuale o eterosessuale?); rispetto alle relazioni affettive, con l’alternarsi delle polarità di idealizzazione e svalutazione (“ho incontrato una persona meravigliosa.E ieri si è comportata in modo tale che la odio, non la voglio più vedere”); rispetto all’umore e alla reattività emotiva. Spesso sono presenti forti sentimenti di angoscia, vulnerabilità all’abbandono e sforzi per evitarlo; sentimenti cronici di vuoto e noia; frequenti esplosioni di rabbia e collera immotivata; comportamenti impulsivi e autolesivi (sessuali, alimentari, di abuso di sostanze, comportamenti pericolosi in genere); minacce o tentativi di suicidio; sintomi transitori di tipo paranoide o dissociativi.

Consigli efficaci??

1) AUTOCONTROLLO, centrare su se stessi la propria esistenza –> Centrare la propria forza su se stessi come possibilità di riuscita. Aver fiducia nelle proprie risorse personali, vedere i propri limiti come potenzialità ancora svelare. Convincersi che niente e nessuno potrà  farvi del male o soffrire se vi amate e vi accettate serenamente per quello che siete. Ristrutturare la visione della vostra vita presente, passata e futura.

2) CONSAPEVOLEZZA –> è la rabbia repressa che vi fa agire con impulso e aggressività….. davanti a situazioni nuove, incomprensibili dove ti puoi sentire a disagio… Quindi prima di reagire impulsivamente riflettete sulle conseguenze del vostro agire e rivalutate  profondamente la causa del vostro disagio.

Detto ciò partiamo con l’analisi vera e propria….

A partire da questo post riporterò le caratteristiche salienti dei borderline. Nello specifico copierò alcune frasi significative tratte direttamente dal sito sopra menzionato. Il tutto verrà suddiviso in diverse sezioni:

INTRODUZIONE

1) DIPENDENZA

.2) GELOSIA, possessività, pensieri ossessivi, delirio amoroso/TRADIMENTO, coinvolgimento mutevole, frustrazioni,  TUTTO o NULLA senza gradazioni

.3) RIGIDITà MENTALE, relazionale + disregolazione/instabilità emotiva + PROIEZIONI

.4) ATTESA, ANGOSCIA ABBANDONICA, senso di insicurezza, timore di perdere l’altro

.5) DIMENSIONE TEMPORALE e CAMBIAMENTO

.6) CONFLITTI E CRISI DI RABBIA-DOLORE + MANIPOLAZIONE= far finta di: cambiare casa, cambiare indirizzo mail, etc…)

.7) SPAZIO comunicativo PERSONALE,  VALUTAZIONE LOGICA DEI VISSUTI ANSIOSI, Percezione delle emozioni e della distanza affettiva + GLISSARE su argomenti per ridurre ansia basale

.

_

___________
Welcome to where time stands still
No one leaves and no one will
Moon is full, never seems to change
Just labeled mentally deranged
Dream the same thing every night
I see our freedom in my sight
No locked doors, no windows barred
No things to make my brain seem scarredSleep my friend and you will see
That dream is my reality
They keep me locked up in this cage
Can’t they see that’s why my brain says rage

Sanitarium, leave me be
Sanitarium, just leave me alone

Build my fear of what’s out there
And cannot breathe the open air
Whisper things into my brain
Assuring me that I’m insane
They think our heads are in their hands
But violent use brings violent plans
Keep him tied, it makes him well
He’s getting better, can’t you tell?

No more can they keep us in
Listen, damn it, we will win
They see it right, they see it well
But they think this saves us from our hell

Sanitarium, leave me be
Sanitarium, just leave me alone

Fear of living on
Natives getting restless now
Mutiny in the air
Got some death to do
Mirror stares back hard
Kill, it’s such a friendly word
Seems the only way
For reaching out again

Benvenuto dove il tempo si è fermato
Nessuno se ne va e nessuno se ne andrà
La luna è piena non sembra cambiare mai
Soltanto etichettato mentalmente instabile
Sogno la stessa cosa ogni notte
Vedo la nostra libertà nel mio sguardo
Niente porte chiuse, niente finestre sbarrate
Niente che possa sembrare lesionarmi il cervello Dormi amico mio e vedrai
Che il sogno è la mia realtà
Mi tengono rinchiuso in questa gabbia
Non capiscono che è per questo che il mio cervello esprime rabbia?

Manicomio, lasciatemi stare
Manicomio, lasciatemi solo e basta

Costruiscono la mia paura su ciò che c’è fuori
E non mi lasciano respirare l’aria aperta
Sussurrano cose nella mia testa
Assicurandomi che sono pazzo
Pensano che le nostre teste sono nelle loro mani
Ma un uso violento comporta piani violenti
Tienilo legato, gli fà bene
Sta migliorando, che ne dici?

Non possono più tenerci chiusi
Ascolta dannazione, vinceremo noi
Vedono giusto, vedono bene
Ma pensano che questo ci salvi dal nostro inferno

Manicomio, lasciatemi stare
Manicomio, lasciatemi solo e basta

Paura di continuare a vivere
I compagni non riescono a stare fermi
La ribellione è nell’aria
C’ è qualche morte da compiere
Lo specchio riflette un’ immagine dura
Uccidere, è una parola così amichevole
Sembra l’unico modo
Per uscirne fuori di nuovo

Questa società ci porta a lavorare di continuo, ad un’iperattività ed ipercineticità incredibili e senza fine, ad un continuo attivismo, fisico in primis, e mentale per alcuni…Per questo i tempi per la riflessione e per l’ozio sano e costruttivo sono stati sacrificati, con la convinzione di molti che, “essendo queste attività improduttive e non finalizzate a produzione e profitto”, non siano degne di essere annoverate con dignità tra le attività umane…

Leggendo qua e là e nei miei giri di cazzeggio in internet (in realtà stavo cercando un indirizzo per un’amica che ne aveva bisogno…) mi sono imbattuta nel sito di Solidare, Società Cooperativa Sociale ONLUS che si occupa di aiuto e sostegno psicologico, ma anche di attività di prevenzione e trattamento del disagio psicologico e sociale, attraverso la psicoterapia (affidata ad un’equipe di psicologi, psichiatri, educatori, operatori sociali); sul sito c’è una sezione dedicata proprio al tempo libero; viene sottolineato quanto sia importante per l’evoluzione e l’edificazione della persona, per la crescita personale, per l’autoaiuto.

Gli esempi lampanti sono i libri e, soprattutto, il cinema, attività di svago che permette di riflettere rilassandosi…

Ecco uno stralcio dei consigli di letture e di film che vengono fornite a chi legge:

FILM

“Non c’è come un film, una scena o un dialogo del grande schermo per illuminare qualcosa di noi che fino a quel momento era avvolto nel buio.

Premesso che la selezione risente di una inevitabile soggettività – e che alcuni titoli possono fare riflettere su più argomenti, oltre a quello indicato – ecco alcune proposte di Solidare per capire meglio noi stessi e gli altri”.

The tree of life di Terrence Malick
I vissuti della nostra vita sono spesso così: ricordi affastellati, frasi folgoranti, dolori indicibili, silenzi densi di curiosità. La fatica nel fare un film del genere, e a volte nel seguirne lo sviluppo, sta proprio nella sua frammentarietà e nel rifiutare la classica sequenza di scene con un inizio e una fine, che talvolta risultano “artificiali” nel momento in cui ci voltiamo a guardare il nostro passato. Ma proprio qui sta anche la sua grandezza.
Per molti versi ricorda Koyaanisqatsi, un vecchio film passato inosservato.

Habemus Papam di Nanni Moretti
Geniale e inquietante: la storia di un papa che appena eletto si scopre smarrito, atterrito e refrattario all’idea di ricoprire un simile ruolo, gettando il mondo in uno “spazio bianco” ansiogeno, ci riporta alla fatiche dell’uomo moderno di essere all’altezza del proprio compito e delle reciproche aspettative. Lo psicanalista Moretti ci trascina nel surreale, mentre la fragilità di un superbo Michel Piccoli ci conduce nei luoghi del dubbio, quasi un nuovo Cristo che si confonde in strada tra le persone comuni. Uomo tra gli uomini. Smarriti.

Locandina The Tree of Life

Il discorso del re di Tom Hooper
Seguendo con trepida ammirazione le lezioni di dizione che re Giorgio VI prende dall’eclettico logopedista Logue (merito soprattutto delle superbe interpretazioni), è facile vedere in controluce il percorso che paziente e terapeuta intraprendono per portare alla luce il valore e il significato “della parola”, espressione di una voce interiore che fatica a uscire…

Hereafter di Clint Eastwood
Mentre Allen ha appena firmato una commedia che risulta mortifera, il talentuoso Clint affronta il tema della morte riconciliandoci con la vita. Lo fa intrecciando le storie di tre persone – che sul finale si incontreranno “casualmente” a Londra – con un garbo e una leggerezza inconsueti. Dialoghi misurati, osservazioni essenziali, un ritmo pacato che inchioda e un epilogo superbo. Tutti bravissimi gli interpreti. Un capolavoro.

Departures, di Yojiro Takita
Daigo è un violoncellista disoccupato che accetta – con evidente ritrosia – il lavoro di abbellimento dei defunti per il loro ultimo viaggio. A dispetto della trama il film trabocca di amore, e già a metà della storia ti conquista. Difficile trovare un’opera che con tanta grazia e incisività tratti il tema della morte come continuità della vita, attraverso continui spunti (essere figli, genitori, amanti, testimoni) che ripropongono da diversi punti di vista la fatica e lo stupore di vivere. Commovente e toccante.

 

E inoltre…

Genitori e figli
City Island / L’aria salata / Animal Kingdom / Mine vaganti / Anche libero va bene / Big fish / Music box / Kramer contro Kramer / L’amore nascosto / Il mio amico Eric / Little Miss Sunshine / Stella

L’Altro come sofferenza
Un cuore in inverno / The reader

L’Altro come sorpresa
Welcome / Il paese dell’abbondanza / Chocolat / Confidenze troppo intime

Differenze che separano (l’Altro come minaccia)
La zona / L’onda / Crash / Le vite degli altri / La giusta distanza / La casa di sabbia e nebbia / The village / Il dubbio

Differenze che uniscono  (avvicinarsi all’Altro)
L’ospite inatteso / Invictus / Il giardino dei limoni / Cars / Qualcosa è cambiato / Si può fare / Shrek / Una giornata particolare / Indovina chi viene a cena / L’amore ha due facce / Dopo mezzanotte / Due volte genitori / Parada / Ratatouille

Rinascere
Departures / Il concerto / L’uomo che verrà / Un’altra donna / Lo spazio bianco / Gente comune / L’attimo fuggente / L’uomo che verrà

Sentimenti “oltre” la sessualità
Brotherhood, Fratellanza / Le fate ignoranti / Yentl / Brokeback Mountain / Philadelphia / A single man / Transamerica / Domenica maledetta domenica / A qualcuno piace caldo / Saturno contro

Identità in gioco
Terminal / The Truman show / Chorus line / Tootsie

Vite alla prova
I ragazzi stanno bene / Una vita tranquilla / Tra le nuvole / Lourdes / Match point / La vita è bella / Nove vite da donna / American beauty / Good night e good luck / Revolutionary road / Train de vie

La vita col sorriso
Happy family / Gli amici del bar Margherita / Il diavolo veste Prada / Basta che funzioni / Forrest Gump

 

 

 

 

LIBRI

L’edificazione di sè, di Salvatore Natoli
Lo scorso anno era venuto a Solidare a parlare di Etica e felicità, e aveva entusiasmato tutti per la capacità di parlare in maniera semplice di questioni impegnative. In questo suo agile lavoro, uscito poche settimane fa, l’incanto si ripete: qui ci suggerisce alcune “istruzioni sulla vita interiore” passando attraverso la riscoperta delle virtù..

Chiedo scusa, di Francesco Abate e Saverio Mastrofranco (in arte Valerio Mastandrea)
E’  la storia di una lenta e sofferta rinascita. Valter pensa che il mondo debba chiedergli scusa, ma quando una malattia lo porta a un’odissea senza fine nel dolore, sente che è lui a chiedere scusa a tutti. Perché quello che credeva il suo dolore è una goccia del dolore del mondo. Una goccia dell’ingiustizia senza rimedio e spiegazione.
E allora, forse, Valter può scoprire la gioia; la gioia nel saper accettare un “dono” e di vivere. “E’ arrivato un dono per lei”  sono le parole solitamente scandite per chiamare con urgenza un paziente in attesa di trapianto e comunicargli che l’attesa è finita. Una  narrazione commovente, cruda , ma anche un’indimenticabile dichiarazione di speranza.

Tratto da

http://www.repubblica.it/cronaca/2011/07/20/news/g8_il_trauma_psicopolitico_10_anni_dopo-19371943/

A dieci anni dai giorni che sconvolsero Genova, un volume analizza gli effetti che ebbe sulle persone. Gli autori parlano di una sofferenza sociale che le istituzioni non hanno mai affrontato: “I cittadini traumatizzati e delegittimati non si sentono più tali”

di RANIERI SALVADORINI

“A 10 anni dal G8, che cosa è rimasto dentro chi ha vissuto Genova?” È stata la domanda guida uno studio curato da Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto. I due psicologi sociali, che per un decennio hanno coordinato un team di otto ricercatori, si sono smarcati dal tradizionale campo d’indagine “che cosa davvero è accaduto a Genova?”, per centrare l’attenzione sulle persone che in quei giorni erano per le strade, alla Diaz, a Bolzaneto. E hanno subito violenza.

I ricercatori, che in questi anni hanno costruito un articolato dialogo con centinaia di vittime del G8 (con lunghi scambi di email, interviste, questionari), hanno così fondato un nuovo concetto: quello di “trauma psicopolitico”. Perché questo tipo di sofferenza non si fa chiudere nelle griglie di diagnosi – ne sono state presentate molte – come quella per Disturbo post traumatico da stress. C’è dell’altro. “La paura che ancora si portano appresso queste persone, nel quotidiano, è un’emozione politica – dice per esempio Zamperini, che insegna Psicologia sociale all’Università di Padova – e questo significa che hanno subito una violenza simbolica insieme a quella fisica, che ha devastato la loro autostima, ma sopratutto li ha portati ad essere fortemente delegittimati come cittadini”.  “Ancora oggi molti sobbalzano alla vista di una divisa. È una psicologia simile a quella degli immigrati quando si sono regolarizzati – spiega lo studioso – durante il periodo di clandestinità

sviluppano un senso di sfiducia verso tutti quelli che sono in divisa e, anche quando sono a posto, non si sentono mai come gli altri”.

Genova ha colpito chiunque. È la specificità del G8. Accanto ai manifestanti abituati alle durezze della piazza, o ai sindacalisti, a essere colpiti dalle Forze dell’Ordine furono insegnanti, boy scout, famiglie, mondo cattolico, ecc. È questo il vero lascito di Genova, secondo i ricercatori: “ha colpito in modo orizzontale”. L’obiettivo del lavoro è stato così di rintracciare, in questa eterogeneità di storie, un unico “profilo di sofferenza”, capace di svelare il tentativo di chiudere quelle violenze negli studi di psicoterapia, invece che scriverle sui libri di storia contemporanea. Spiegano i ricercatori, raccogliere mille storie con “s” minuscola non sarebbe stato utile a mostrare che è in corso un vero e proprio tentativo di diniego: “ti dò i soldi, ti fai la terapia, e la finiamo qui”. Perché sarebbe “un tentativo di chiudere nel privato un episodio di storia sociale, mentre la sofferenza di quella persone è di tutti noi, dice la dottoressa Marialuisa Menegatto, psicologa e ricercatrice presso la Società italiana di scienze psicosociali per la pace”.

La reazione psicologica. Nelle interviste questo senso di isolamento della sofferenza è emerso in modo forte: “Se una parte di loro – spiega Menegatto – ha potuto attivarsi tramite i comitati, la stragrande maggioranza ancora oggi non ha il coraggio di raccontare ai propri cari quel che ha subito”. È un punto delicato. Quelli con più “risorse” hanno rispedito al mittente, sul piano politico, questo tentativo di delegittimazione. Ma le molte persone “nuove alla piazza”, soprattutto quelle appartenenti al mondo cattolico, continuano attribuirsi l’errore: “E questo relega la sofferenza nel privato – dice la psicologa – e quindi anche il rimedio alla stessa”.

Uomini trattati come animali. Per ricostruire questo profilo di sofferenza gli studiosi hanno studiato la violenza agita dalle Forze dell’Ordine. “Non ci siamo chiesti – dice Zamperini – se chi ha commesso quelle violenze avesse intenzione di farlo come l’ha fatto. Abbiamo cercato di capire quanto questa violenza potesse essere sistematica e disumanizzante. In altre parole, non siamo partiti dalle intenzioni ma dagli effetti prodotti”. Gli studiosi non si sono occupati di quante costole sono state rotte, ma di quanto in profondità abbiano “picchiato” sul piano simbolico. “Si è prodotta la stessa logica di disumanizzazione agita nelle grandi atrocità collettive del Novecento – spiega lo studioso  – è difficile dare un calcio tra le gambe a una persona se la consideri tale, se invece la consideri un animale, un insetto, allora è diverso”.

“Espulsione civica”.
Se una parte di popolazione soffre e le istituzioni non se ne occupano, è in corso “uno scarico civico”. Il tribunale, dicono i ricercatori, in qualche modo ha sanato la ferita, ma solo in parte, ma adesso sono le istituzioni che devono fare dei “gesti di restituzione”. È il momento, cioè, che le istituzioni restituiscano cittadinanza e umanità, di cui a Genova ci fu un “ladrocinio”, per riprendere un termine ricorrente nel lavoro. La restituzione non basterà, è ovvio, ma per ora è “la pagina mancante del G8”. Come Bolzaneto, definita nel lavoro “zona rossa della memoria”, uno spazio dove fisicamente si è cercato di cancellare la memoria del G8, il suo alone di orrore. “Iniziative anche lodevoli, come istituire una biblioteca  –  spiega Zamperini – hanno operato un diniego, tolgono memoria di quel che è accaduto”. Lo squarcio nel vetro alla Stazione di Bologna è il segnale non cancellato di una bomba. E così il lastrone di marmo scheggiato in Piazza della Loggia. “Togliere qualsiasi segno, come invece è stato fatto per Bolzaneto, è come voler voltare pagina senza riconoscere quel che è accaduto in quel luogo. E questo ferisce una seconda volta”.

Il G8 è un tabù? “Abbiamo incrociato un insegnante che da anni cerca di inserire il G8 nella storia contemporanea, scontrandosi con il sistematico ostracismo dei colleghi”. E questo la dice lunga, secondo Menegatto, sul clima di tensione che circonda questo evento. “È curioso – prosegue la psicologa – che si possa parlare nelle scuole, di mafia, di Piazza della Loggia, e di tutte quelle tragedie della nostra storia con ampie falle veritative, mentre di quel che è successo a Genova, dove lo statuto di verità è fortissimo, c’è sempre una tensione altissima”.

Affrontare la realtà. La verità su quel che è accaduto è nero su bianco, sulle carte dei processi che hanno supplito il silenzio istituzionale fungendo da “libri della memoria”, come li hanno definiti gli studiosi. Si entra così in una zona spinosa: prendersi in carico Genova, oltre le intenzioni di chi ne è stato protagonista. “Rispetto a quanto è accaduto, nonostante permangano alcune zone d’ombra, ancora oggi l’analisi, il dibattito, sembrano prigionieri dell’ethos del conflitto. E secondo Zamperini tutto ciò trattiene i vari protagonisti nel loro passato, irretiti in una logica di contrapposizione. Chiude lo psicologo: “E’ necessario considerare che il G8 ha prodotto degli effetti pratici che vanno oltre le intenzioni di chi li ha messi in campo, ed è dagli aspetti pratici la collettività deve ripartire, facendosene carico”. Perché come dicono in apertura gli studiosi, ben sa la scienza, la psicologia come le neuroscienze, che “tutto si può dire del passato, fuorché che sia passato”.

“Cittadinanza politica e trauma psicopolitico.  Dopo il G8 di Genova: il lavoro della memoria e la ricostruzione delle relazioni sociali”
Prefazione di Nando Dalla Chiesa
Liguori Editore, 18.99 euro, 200 pag.
Il ricavato andrà al Comitato Verità e Giustizia per Genova

(20 luglio 2011)

Termini di uso comune ma dal significato non sempre così chiaro…

AFFETTO: combinazione tra le emozioni e le rappresentazioni mentali a cui tali esperienze si associano; dipende dalla storia di vita di ciascuno.

EMOZIONE: modificazione psicofisiologica innata dell’organismo. Può essere o meno percepita dal soggetto, spingere verso un comportamento (aspetto motivazionale) e comunicare un messaggio agli altri. Esempi: rabbia, gioia, paura.

CRISI: il termine significa “scelta”, perciò occasione di rottura di un equilibrio per raggiungerne un altro potenzialmente più funzionale ed efficace rispetto ai cambiamenti avvenuti nella propria vita.

COMPORTAMENTO: qualsiasi reazione di un organismo a stimolazioni esterne o a pressioni motivazionali interne. Può essere osservabile (“overt” o manifesto) o inferibile (“covert” o privato).

MOTIVAZIONE: caratteristica inferibile di un organismo, caratterizzata dal livello di attivazione richiesto per il raggiungimento di uno scopo.

CAMBIAMENTO: trasformazione di un individuo a fronte di un processo di autorealizzazione o come risultato della tendenza alla mutazione e delle resistenze ad essa. La nozione di cambiamento assume sfumature differenti in base al modello psicologico assunto.

IMPULSIVITA’: Carattere, aspetto di ciò che è fatto, detto ecc. senza riflettere.

COMPULSIONE: impulso alla ripetizione involontaria di un comportamento irrazionale che affonda le sue radici.nell’inconscio.

AGGRESSIVITA’: impulso alla violenza.

DISFORIA: stato di angoscia, di ansia, di irritabilità.

RABBIA: violenta irritazione, spesso accompagnata da parole o da azioni incontrollate.

OSSESSIONE: pensiero che ritorna continuamente e in modo tormentoso.

 

Cosa Fare? Come Comportarsi con un Familiare con Disturbo Borderline?
i comportamenti, le azioni e le comunicazioni all’interno del sistema familiare e, più in generale, di vita del paziente con diagnosi di disturbo borderline di personalità, messe in atto al fine di aiutare la persona, nella maggior parte dei casi, si rivelano insufficienti. La situazione sembra sfuggire di mano fino ad arrivare a situazioni limite in cui tutte le forze, i pensieri, le energie sono concentrate sul problema.
Si può arrivare in condizioni in cui si sente che si è smesso praticamente di vivere. Sentimenti di frustrazione, forte angoscia, impotenza sono comuni in questi casi.

Oggi sappiamo che le modalità di comunicazione e comportamento tese a contrastare il problema spesso sono proprio quelle azioni che lo mantengono e che potrebbero contribuire al suo aggravamento.
Questo avviene non tanto per colpa di chi aiuta la persona ma per il fatto che chi cerca di aiutare risponde ad una percezione del problema e dei sintomi che nascono all’interno di un contesto bio-psico-sociale come risposta del paziente ad un sistema che, per un motivo o per l’altro, egli rifiuta.
I tentativi di aiuto, quindi, diremo che colludono con il problema perché, in qualche modo, confermano le aspettative patologiche del paziente.

Comportamenti da Evitare
Di fronte ad un paziente con diagnosi di disturbo borderline di personalità vanno generalmente evitate tutte quelle forme tese alla rassicurazione o al far comprendere al paziente di essere malato.
La tendenza a spiegare alla persona che i propri comportamenti non sono sani genera intensa rabbia e sensazione di profonda incomprensione ed alimenta i tratti paranoidi. Si passa da un ruolo di soccorritore al ruolo di persecutore. Si genera forte odio che può sfociare anche in gravi comportamenti aggressivi auto ed etero-diretti.
Ognuno di noi sa, ad esempio, che l’abuso di cocaina, cannabis, alcol, ecc. sono condotte lesive per il soggetto. Chi le mette in atto ne è perfettamente consapevole. Come è consapevole ogni fumatore che il fumo nuoce gravemente alla salute ma, nonostante questa consapevolezza, continua a fumare.
Lo stesso vale per altri tipi di sostanze e per altre condotte impulsive di cui il soggetto borderline non può e non desidera fare a meno.
E’ sufficiente chiedere al soggetto se uno specifico comportamento piace o meno. Se la risposta è sul versante del piacere ricordiamo che, sul momento, non potrà essere ridotto. Quindi, anziché contrastare inutilmente il comportamento, dobbiamo passivamente accettare che non potrà essere cambiato con la sola consapevolezza del suo aspetto disfunzionale.

La Terapia Psicologica Indiretta: Aiutare la Famiglia ad Aiutare
Abbiamo oggi a disposizione un nuovo strumento per l’intervento indiretto sul paziente ma diretto sulla famiglia (di origine o attuale).
Lo psicologo è in grado di suggerire, dopo una valutazione dettagliata di ogni specifico caso e soltanto quando riscontra che la famiglia può essere utilizzata come risorsa, comportamenti e comunicazioni da adottare in grado di ridurre i rischi di aggravamento della situazione e migliorare le condizioni di vita del sistema familiare.
Gli interventi indiretti si applicano soltanto nei casi in cui il sistema familiare od il partner siano realmente motivati ad aiutare il familiare con il disturbo.

Gestire una situazione familiare di questo tipo è molto complesso senza un supporto psicologico costante rivolto alle famiglie. Spesso la famiglia di un paziente con diagnosi di disturbo borderline si trova isolata, non sa come comportarsi, si sente impotente in quanto sente che ogni tipo di comportamento e comunicazione non produce nessun beneficio. Sembra anzi che più si cerca di aiutare più la situazione si complica.
In genere i pazienti con diagnosi di disturbo borderline di personalità utillzzano l’arma del senso di colpa. Riescono a fare leva sui sensi di colpa della famiglia, degli amici e dei parenti per manipolare l’ambiente e le loro relazioni.
Il problema principale è sicuramente l’impulsività che si può manifestare con condotte dannose come bulimia, abbuffate, sessualità promiscua e spesso mancato uso di protezione in rapporti sessuali occasionali, spendere eccessivamente, non conservazione di denaro, guida spericolata e uso di sostanze come hashish, cocaina, acidi e molto spesso alcol.
Ci possono essere serie difficoltà in ogni impegno che richieda costanza e responsabilità (andare a scuola, lavoro, andare dallo psicologo,…). Sono persone costantemente annoiate e che alternano stati di pessimismo, a momenti in cui possono sembrare più euforici ma sempre con una certa rabbia (a volte con eccessi di ira incontrollati ma di durata breve).

Sono essenzialmente delle persone che utilizzano una modalità drammatica di relazionarsi con gli altri ed i familiari.
Una delle condotte che possiamo definire impulsive più drammatiche è sicuramente l’autolesionismo (tagli su braccia e gambe, bruciature di sigarette, graffiarsi, procurarsi ferite e contusioni, ecc.) e ciò che ruota intorno all’idea di suidicio che va dall’ideazione sucidaria (pensieri di morte), fino ai tentativi di suicidio multipli.

Lo spettro del disturbo borderline di personalità è molto ampio ed è caratterizzato, oltre che dall’impulsività, anche una forte alterazione dell’immagine di sé, degli altri e soprattutto dell’umore.
Sono persone che temono l’abbandono e potrebbero fare di tutto, soprattutto come tentativo di vendetta, se pensano di essere abbandonate o se si verifica un reale abbandono.

La famiglia di fronte a situazioni così drammatiche si trova ovviamente in una situazione di forte impotenza dovuta all’impossibilità di gestione del proprio figlio e, soprattutto, vive in una condizione di costante angoscia e paura.

E’ molto difficile che la persona che soffre del disturbo si renda pienamente conto che le proprie condotte siano disfunzionali, considerando i propri comportamenti più come caratteristiche peculiari e distintive del proprio carattere. E’ molto più facile che quando un amico o un familiare cerca di convincerli a curarsi rispondano che i malati sono gli altri e non loro stessi.

Questo impedisce alla persona di recarsi da uno psicologo esperto in materia (inoltre ci sono pochi psicologi che affrontano questo tipo di problematiche) e la famiglia si trova isolata.

Gli interventi di tipo indiretto sono metodi tra i più efficaci per questo tipo di problematiche e richiedono una certa adesione al trattamento da parte della famiglia.

Siete pronti??? Qui si parla difficile…So che magari gran parte di voi non capirà una mazza di quanto c’è scritto qui…In ogni caso è importante analizzare gli aspetti sia psicologici sia medici, in modo da fornire un grado di affidabilità allo studio di questo difficile e complesso disturbo…