Category: passato e futuro


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Contatti digitali

Conversazione via Facebook Email nell’Era della Digitalizzazione, della Globalizzazione ed

Internettizzazione dell’Esistenza 

Ragazzi anormali si scrivono a distanza…

di Irene Ramponi

Una ragazza italiana migrante in Olanda scrive all’amico lontano, in risposta alla piccola email che l’amico stesso le ha appena mandato. Nella sua lettera ci fornisce il suo punto di vista sulla vita nel Nord Europa, in Germania ed Olanda in particolare, ci da’ uno spaccato della sua vita di migrante alla ricerca di se’ stessa, in un viaggio senza vento…e senza Tempo (cit. Timoria, Viaggio Senza Vento, Polygram, Giugno/Luglio 1993). Qui ne viene presentato uno stralcio veloce.

“Le medicine tradizionali sono efficaci, certo, ma sempre robaccia chimica rimangono, che costa cara e serve molto ad arricchire le multinazionali farmaceutiche…Ecco perche’ apprezzo quei medici che si rifiutano categoricamente di prescrivere farmaci allopatici come caramelle! […]. Ora vivo sulla linea di confine tra Olanda e Germania, quindi ho tutto il meglio da entrambe le parti: Birra e Cibo dalla Germania, qualita’ a buon prezzo, divertimenti a non finire, stile di vita libero e piu’ rilassato, piu’ sussidi dallo stato se sei disoccupato, artista, creativo, nullatenente, proletario, sottopagato o semplicemente disperato…Qui i senza tetto non esistono perche’ ognuno ha IL FOTTUTO SACROSANTO DIRITTO AD AVERE UNA CAZZO DI CASA!!! Un cazzo di posto dove stare che non sia sotto i ponti…[…]. Ma ovviamente ci sono severi canoni di meritocrazia, mica la danno a tutti, la casa intendo…Nonostante quasi tutti lavorino e la disoccupazione sia irrilevante, il tenore di vita e’ ottimo, la gente e’ rilassata,  fa festa tutte le sere, senza limiti di orario o scuse tipo che deve andare a letto presto perche’ il giorno dopo deve lavorare…[…]. Qui trovi gente di tutti i tipi, tutta simpaticissima:dai punkettoni old school, agli hardcore warriors, dai techno addicted ai metallari, dai red skin che legnano i nazi, quasi nessun hausettaro…Ma anche molti vecchietti comunicativi con tutore, come mio nonno potrebbe essere, qualche impiegatuccio e, come direste voi, per chi NE VUOLE, ce n’e’ davvero per tutti i gusti…No proibizionismo!!!  E soprattutto, non c’e’ il fottuto Vaticano in casa a rompere i coglioni…

Insomma, Paradies Land o Fantasylandia, che dir si voglia…Io collaboro all’allestimento di mostre, studio e miglioro il tedesco e l’inglese, faccio lavoretti di arti minori che poi vendero’ in qualche mercatino, dipingo quadri, scrivo, leggo, giro per mostre e citta’…Insomma, una bella vita, quella che ho sempre sognato…E per tutto questo devo ringraziare il mio ragazzo, tedesco purosangue, che ho conosciuto al matrimonio di mio cugino; praticamente mio cugino di sangue ha sposato la sorella del mio ragazzo, e noi due ci siamo conosciuti al pranzo di matrimonio, agli inizi di maggio…Abbiamo conversato un po’, e poi, siamo rimasti in contatto via Internet…Lui poi e’ tornato in Italia a trovarmi, abbiamo passato del tempo insieme…Intanto il mio lavoro in casa editrice andava a rotoli, ed ero sull’orlo di una crisi di nervi…Ho cosi’ deciso di cercare lavoro in Germania, in Renania Vestfalia, parte Nord Ovest della Germania, in cui le piu’ grandi citta’ sono Dusseldorf, Colonia, Aachen, ed, in seconda battuta, Duisburg (dove hanno fatto la Love Parade del 2010, dove e’ morta tutta quella gente…). Beh, insomma, io stavo a Duisburg, come ragazza alla pari, dovevo curare quattro mocciosi terribili, due gemelli iperattivi e psicotici, e due ragazzine isteriche e con disturbi alimentari…Ok, avevo una stanza tutta per me, dove pero’ non mi era permesso bere e fumare…Assolutamente peggio della Colonia Ticino, dove almeno ci divertivamo… I miei “carcerieri”, ovvero la famiglia per cui lavoravo e facevo da babysitter, era composta da una donna rossocappelluta, con testa di medusa, bocca di vipera, occhi verdi da Maga Circe, nana e totalmente incapace come mamma, quindi, totalmente esaurita, nevrotica, isterica, iperattiva, la classica impiegatucola borghese, che si lamenta perche’ il marito non porta a casa abbastanza soldi; come se non bastassero quelli che guadagna gia’ come avvocato penalista…Fai un po’ te…Il marito incarnava il tipico tipo di uomo di destra, rosso, obeso e rubicondo, perennemente a dieta, senza mai perdere peso e, obbligato dall moglie, non poteva bere…E la moglie non gliela dava…Insomma, mi sono messa in un bel casino!!! Il mio ragazzo ha fatto di tutto per portarmi a vivere con lui al confine tra Olanda e Germania…Ho resistito tre mesi, di cui 2 senza essere pagata…Si’, pagata ma con le mazzate ricevute dai gemelli e a suon di umiliazioni e prese per il culo dalla quella puttanazza della madre di casa, Susanne, ho deciso di mandarli affanculo, o meglio, il mio organismo ha ceduto e mi hanno ricoverata in ospedale una mezza giornata, sotto valium o non so quale altro tranquillante…Nella lettera di dimissioni, hanno scritto che quel lavoro non faceva per me, e che quindi dovevo rinunciarvi…Ho preso armi e bagagli ed ho levato le tende!!! Sono stata a Duisburg dalla meta’ di luglio ai primi di ottobre, da li’ in poi, mi sono trasferita a Kerkrade, in Olanda, a casa del mio ragazzo, proprio al confine con la Germania…Praticamente, solo attraversando la strada, sei gia’ in Germania! Pensa che noi andiamo a far la spesa a piedi…Abbiamo un appartamento di 4 locali, una specie di piccolo centro sociale/circolo arci/Bed&Breakfast all’occorrenza (solo per i turisti, per gli amici l’ospitalita’ e’ gratuita ovviamente!!! ), che e’ anche la nostra casa allo stesso tempo…Ci manca solo la fermata di Macondo Express all’ingresso e abbiamo tutto…Si’, vita molto punkabbestia, ma mi piace, quindi, me ne sbatto di cio’ che dice la gente e vivo meglio…Finalmente vivo per me stessa…Ovviamente con le difficolta’ economiche connesse, ma e’ il prezzo da pagare per la propria indipendenza e conseguente liberta’ di non dipendere da nessuno e di camminare sulle tue gambe, senza rimpianti, risentimenti e sensi di colpa verso parenti, amici, conoscenti ed ex…Ti diro’, sto da dio da quando ho mollato quel mollusco del mio ex, il musicista incompreso, il narcisista del cazzo che pensa di non valere una sega, che sa di non avere le palle, che ha paura di tutto…Ma di fronte agli amici ed ai compagni di merenda, beh, diventa la persona piu’ brillante, piu’ simpatica, piu’ compagnona del mondo…Bleah, che sbocco!!! Ne ho avuto la nausea…Come cazzo fai a convivere da un anno e mezzo e stare quattro mesi senza un minimo di affettivita’??? E senza una coccola, e senza nemmeno un semplice e fraterno abbraccio…Boh, io non lo so, ma tutti gli amici maschi con cui ne ho parlato mi hanno detto che non e’ fottutamente normale…E cosi’, l’ho mollato e sono stata meglio!!! Ovvio che lui mi ha rinfacciato un sacco di cose, nonche’ sparlato alle spalle, ma, detto sinceramente, fotte eminentemente sega…Beh, questa e’ la mia storia…Scusa se mi sono dilungata, ma era da un po’ che non ci sentivamo, quindi volevo spiegarti un po’ com’era andata, tutto qua…Dimmi che non hai impegni il 2 luglio 2013! :-D”.

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La Storia

Prologo
Nell’anno 2084 gli scienziati hanno trovato un modo di mandare messaggi nel tempo, usando la telepatia. Con la Terra quasi distrutta da innumerevoli cause, hanno speranza solamente in quell’esperimento: avvertire il passato di ciò che succederà in futuro per invertire le sorti della Terra.

Atto Primo


Il destinatario dei messaggi telepatici è Ayreon, un menestrello cieco che vive nel VI Secolo in Inghilterra. Ha vissuto la sua vita nell’oscurità fin dalla nascita, ma, un giorno propizio, tutto cambia. — Ayreon è in grado di vedere immagini. Il menestrello crede che queste visioni gli siano state mandate dal Signore del Tempo. Inconsapevole di quanto tempo dovrà passare prima che la Terra sia distrutta, Ayreon si ingegna per raccontare la storia della fine della Terra, cantando canzoni di guerre, disastri naturali e tecnologia informatica. Le terrificanti storie spaventano gli abitanti del villaggio, che lo scacciano via.

Atto Secondo


Solo, e messo al bando dal proprio villaggio, Ayreon va al castello di Re Artù, e, essendo un menestrello di fama, gli è concesso cantare le proprie visioni ad una cerchia ristretta nella corte del Re.

Atto Terzo

Geloso della sua abilità di predire il futuro, Merlino, mago di corte, non è d’accordo con il messaggio di Ayreon, e convince la corte che il menestrello sia un mendace.

Atto Quarto

Merlino pensa che sia necessario zittire Ayreon per sempre e lo maledice. Quando il maleficio è compiuto, Merlino si accorge del proprio errore, ma è troppo tardi.  Il mago predice che il messaggio arriverà alla mente di un altro menestrello alla fine del XX secolo…

http://arjenlucassen.com/

Il progetto Ayreon

AYREON è un progetto nato due decadi fa;  il suo fondatore, Arjen Lucassen è stato velocemente e inesplicabilmente invaso dalla compulsione di creare opere rock. Questo un po’ prima degli anni 90, l’era del grunge e dell’alternative rock, quindi, l’idea di rilanciare un’opera rock era inconcepibile per la maggior parte della gente ragionevole. Tuttavia la storia ha dimostrato che l’impulso creativo di Arjen non era solo un trionfo personale; esso ha preconizzato un’intera era di opere rock (vedi Avantasia).

Un vasto numero di musicisti e cantanti ha preso parte al progetto, e molti hanno ambito a lavorare con Arjen. Gli artisti in un album di Ayreon sono tutti severamente e cautamente scelti da lui per essere la perfetta incarnazione musicale del ruolo che Arjen ha in mente di assegnar loro.

Musicalmente, gli album di Ayreon tendono ad essere caratterizzati da estremi opposti: chitarre heavy inframmezzate da dolci mandolini, tonanti Hammond classici che collidono con urlanti synth digitali e borbottii di scura morte con angeliche voci celtiche. I drammatici concept spaziano dal fantasy  (Actual Fantasy) alla fantascienza (01011001) al paesaggio interiore dell’emozione umana (The Human Equation).

Thierry-Otto Loves

 

Diceva Giuseppe Ungaretti, in versi concisi quanto incisivi, “Si sta come d’autunno, sugli alberi, le foglie” (da Soldati, 1918)…Non c’è modo migliore per esprimere il concetto della caducità umana e la consapevolezza della precarietà della vita umana.

Tale concetto è ripreso in diverse culture e accompagna l’intera Storia dell’Uomo, si trova in pressoché ogni ambito geografico ed in diverse riflessioni della mente umana… In particolare, nella cultura giapponese e nella filosofia zen, l’elucubrazione relativa alla caducità è ferma e serena allo stesso tempo, come ci si poteva aspettare da questo tipo di meditazione, sempre molto fatalista, ma anche molto positivo.

Ho approfondito un po’ ed ecco l’interessante risultato, che porta addirittura ad un paragone ed ad una vicinanza concettuale con la letteratura latina (Virgilio in primis)…Stiamo andando verso un concetto-chiave dell’estetismo giapponese, l’aware.

L’odierno significato di questa parola, come aggettivo, è “compassionevole”. Più precisamente, aware si riferisce alla qualità emotiva insita nelle cose, nella natura, nell’arte, ma anche, in senso più generico, alla reazione interiore di una persona dinanzi a uno stimolo estetico.

Il senso dell’ aware ebbe la sua massima espressione in Giappone durante l’Epoca Heian, intorno l’anno 1000. Nell’allora capitale di Heiankyō, la corte imperiale dei Fujiwara viveva praticamente racchiusa in un mondo completamente artificiale, in un ambiente che in quanto ad eleganza formale, gusto per la bellezza, meticolosità, cura dei dettagli, ha avuto ben pochi uguali nella storia umana. A quell’epoca i gentiluomini, anche quando raggiungevano posizioni elevate, mostravano ben poco interesse per le responsabilità pubbliche e preferivano dedicare il loro tempo a vergare poesie su fogli di carta colorata, o a controllare i dettagli più minuti del loro abbigliamento. Le dame vivevano truccate come bambole dietro ai loro paraventi, dedicandosi alle lettere e all’amore. La civiltà heian tendeva alla ricerca della perfezione estetica. Un minimo errore di gusto poteva distruggere la reputazione di un gentiluomo.

Nell’Epoca Heian tutti gli uomini colti scrivevano in cinese, lingua della burocrazia e della cultura, e dunque furono le donne a creare i grandi capolavori della letteratura giapponese. Dame di corte come Murasaki Shikibu o Sei Shōnagon si sforzarono di analizzare la percezione infinitesimale dei sentimenti, riuscendo a rasentare limiti assoluti di delicatezza stilistica. Gli ideali di bellezza che contrassegnarono il gusto di quest’epoca possiamo appunto incontrarli negli scritti di queste dame, nelle loro lunghe contemplazioni e riflessioni. Leggiamo ad esempio nel diario di Izumi Shikibu:

“Voglio aprire le imposte a guardare la luna che scende verso l’orizzonte occidentale. Sembra lontana e serenamente diafana (c’è una nebbiolina sopra la terra) e arrivano insieme il suono di una campana e il canto dei galli. Non ci sarà mai più un momento come questo né nel passato né nel futuro…”

Infinite frasi come queste si rintracciano nella letteratura heian: c’è la contemplazione della bellezza unita all’idea della sua irripetibilità e caducità. Izumi Shikibu la tratta con dolcezza e melanconia, Sei Shōnagon col suo spirito beffardo. Nel Libro del Guanciale, quest’ultima procede mescolando il dato autobiografico a baluginanti elencazioni di immagini.

“Particolari eleganti e graziosi. Un’ampia sopravveste candida gettata su una veste rossa. Le uova di anatra. Un dolce di zucchero conservato nel ghiaccio e presentato in una piccola coppa di metallo. Un rosario dai grani di cristallo. I fiori di glicine. I fiori di prugno con la neve che cade. Un bambino graziosissimo intento a mangiar fragole…”

Lo spirito dell’aware pervade tutta la letteratura Heian” scrive Hisamatsu Senichi. “Si manifesta nei sentimenti che ci ispira una lucente mattina di primavera, ma anche nella tristezza che ci sopraffà in una sera d’autunno. Il suo significato primario, comunque, è una delicata melanconia, che può diventare una vera sofferenza.”

Gli esempi più significativi li ritroviamo però nella Storia di Genji, il diluviale romanzo di Murasaki Shikibu, primo romanzo della letteratura giapponese e capolavoro assoluto della letteratura mondiale. Ci sarebbe moltissimo da dire su questo romanzo ricco di personaggi e privo di trama, che, in quello che potrebbero essere additati come difetti formali, rasenta invece la perfezione. L’autrice ne domina i mille rivoli con un’attenzione e una sensibilità assolute, e sembra che nel romanzo la parola aware sia ripetuta più di mille volte. I giapponesi hanno dato origine a innumerevoli ed erudite disquisizioni sull’esatto significato diella parola nei vari contesti in cui viene a cadere ed è ben comprensibile l’imbarazzo dei traduttori occidentali che ogni volta che si trovano a definirne l’esatta sfumatura.

Il protagonista del romanzo, Hikaru Genji, è figlio dell’imperatore e di una concubina, ragion per cui non è destinato al trono. È un giovane avvenente, dal gusto ricercato, lo spirito brillante e l’umore velato da una melanconia un po’ decadente. È l’immagine di tutto ciò che una donna potrebbe chiedere a un uomo, alla corte dei Fujiwara e nell’epoca Heian. L’autrice stessa è evidentemente innamorata del suo personaggio, il quale “nessuno poteva guardarlo senza provarne piacere”.

Nel corso del romanzo, Genji si sofferma spesso a contemplare un giardino inargentato dalla luna, ad ammirare la danza di un mimo dinanzi alla tormenta, ad ascoltare le note di un koto vibrare nel crepuscolo. C’è una scena bellissima in cui il principe, recandosi da una delle sue amanti, avverte, nel buio della notte, il profumo di un fiore appena sbocciato. Fa fermare la portantina e rimane a lungo ad assaporare quella fragranza che la brezza già sta sbriciolando e disperdendo. Questo è il gusto che sorregge l’intero romanzo: la finzione narrativa si fonde con quello che era l’effettivo ideale di vita dell’Epoca Heian. Quando Genji viene esiliato a Suma, a metà romanzo, la contemplazione della bellezza si fonde a una nostalgia totale, struggente:

“In una tranquilla notte di luna, in cui un limpido cielo s’inarcava sul vasto mare, Genji se ne stava a guardare la baia. Pensava ai laghi e ai fiumi del suo paese natio. L’uniforme distesa del mare non destava in lui che una vaga e generica nostalgia. Non c’era un segno familiare intorno a cui si potessero concentrare le sue associazioni, non un punto preciso in cui i suoi occhi si volgessero. Davanti a lui, in tutto lo spazio deserto, solo l’isola di Awaji si stagliava fermamente e attirava l’attenzione. – Awaji, grano di spuma allo sguardo lontano – citò egli e recitò il verso: – Oh, isola maculata di spuma che per me non eri niente, persino un dolore come il mio in questa notte di meravigliosa bellezza tu hai il potere di guarire!”

E per impulso Genji afferra il suo koto e comincia a provare una melodia cinese: il suono, mescolato coi sospiri dei pini e il sussurro delle onde, si ode lungo il pendio, fin nelle case vicine. Il governatore è straziato da quel canto e dalla nostalgia che lo riporta ai giorni in cui si trovava nella corte di Heiankyō, arriva alle stanze di Genji e geme: – L’incanto di una musica come questa non è unicamente terreno! Non dirige forse i nostri pensieri verso quelle melodie celesti che ci accoglieranno quando finalmente raggiungeremo la mèta dei nostri desideri?

Nel senso principale dell’aware c’è infatti una nota malinconica. È sì, l’emozione suscitata dalla bellezza del mondo, ma senza dimenticare che questa bellezza è destinata a svanire, come chi la osserva. È “compassione” nel senso etimologico della parola, dal latino cum-patire, e dunque un condividere il nostro sentire con ciò che ci circonda, di cui facciamo parte e con cui condividiamo il destino. All’amore per la contemplazione della natura, di stampo scintoista, si fonde l’idea dell’impermanenza del mondo affermata dalle dottrine buddhiste. Come nota Anesaki Masaharu, la convinzione della continuità delle esistenze nel ciclo delle morti e delle rinascite approfondisce la nota sentimentale ed amplia infinitamente l’ambito simpatetico dell’aware.

Mono no aware, “l’emozione delle cose”. Ci si commoveva percependo la relazione fra bellezza e tristezza del mondo, relazione che l’animo sensibile avvertiva nella bellezza della natura o nel suo materializzarsi nell’arte, non solo perché ne subiva l’impatto estetico, ma anche perché essa gli faceva prender più che mai coscienza della natura effimera di ogni cosa. Aware non era dunque soltanto emozione dovuta a contemplazione, ma addirittura dolore. Dolore perché quest’attimo di assoluta perfezione che stiamo sperimentando è destinato a scomparire nel volgere di un battito di cuore, così come ogni altra cosa del nostro mondo temporale. Nell’aware, nota Joseph Campbell, arriva un eco, molto lontana, della pena del giovane principe Siddharta, il futuro Buddha, che uscendo per la prima volta dal suo splendido palazzo scoprì la realtà del dolore e della morte. Ma i cavalieri e le dame di corte giapponesi non amavano soffermarsi su argomenti funerei, così ritornano nelle loro prigioni dorate e sublimarono tale dolorosa consapevolezza cantando piuttosto la bellezza dei fiori che cadono.

C’è una bella frase di Virgilio che rappresenta molto bene questa sensazione. Enea, giunto alla reggia di Didone, osserva i dipinti che rappresentano gli eventi dinanzi alla piana di Troia, le gesta eroiche dei guerrieri e il dolore degli sconfitti, e commenta:

“- Quale luogo ormai, quale parte del mondo non conosce le nostre pene! Guarda Priamo: qui c’è ancora un premio alla virtù, gli affanni muovono il pianto e la miseria umana desta pietà.”

Isolato dal suo contesto, quest’ultimo celebre verso s’illumina di un significato assoluto. Sunt lacrymæ rerum et mentem mortalia tangunt. “Queste sono le lacrime delle cose e la mortalità ci taglia fino al cuore”. Quant’è vicino Virgilio al senso dell’aware! Se dovessimo tradurre mono no aware in latino, lacrymæ rerum sarebbe l’espressione più vicina all’originale. La percezione delle cose connaturata alla consapevolezza della loro mortalità!

Tuttavia non si pensi che il rapimento estetico dell’aware fosse qualcosa di travolgente come lo Sturm und Drang dei nostri romantici. La sensibilità heian era contenuta entro i limiti di un gusto estremamente controllato. Raramente degenerava in sentimentalismo; mai varcava i limiti del patetico. Si trattava di una calma rassegnazione, di uno spirito che potremmo definire, prese le dovute distanze, più stoico che epicureo. I gentiluomini finivano per sublimare nell’estetismo le loro emozioni più strazianti: nella letteratura assistiamo a scene dove persino il dolore per la morte dell’amata viene trasformato in eleganti tanka di trentun sillabe imperniate su immagini tratte dal più trito repertorio stilistico.

Se si può imputare un difetto alla letteratura dell’epoca, che della civiltà Heian fu fedele specchio e ritratto, è che questa tendenza all’appagamento estetico tendeva a cancellare dal proprio orizzonte mentale tutto ciò che non vi si adeguava. Il Giappone dell’anno 1000, al di là della corte dei Fujiwara, era povertà e squallore. Eppure, la letteratura non fa il minimo accenno al mondo esterno. Sei Shōnagon, che delle scrittrici fu la più anticonformista, si limita una sola volta ad annotare di aver visto dei villani… ma avevano un aspetto così sgradevole!

Ne consegue un’ultima annotazione. L’eleganza e la raffinatezza erano considerate qualcosa di aristocratico. La percezione della bellezza dipendeva dal gusto [shumi] o dal cuore [kokoro], o comunque dalla sensibilità della persona che riusciva a coglierla. Ed era proprio questa capacità di lasciarsi “folgorare” dall’esperienza estetica a definire la misura del vero gentiluomo. L’attitudine di provare un tal genere di emozione estetica [mono no aware o shiru] equivaleva alla virtù morale, era il segno distintivo delle persone di qualità. La gente delle classi inferiori mai avrebbero potuto sperare di possederla. In questo, il senso dell’aware aveva alcuni punti in comune, ancora una volta notati da Campbell, con gli ideali dei trovatori che frequentavano le corti europee nel XII secolo. Anche qui si parlava di un “cor gentile” capace di elevarsi spiritualmente attraverso l’amore per una donna. Ma l’aware giapponese era un sentimento assai più vasto, perché avvolgeva nel suo manto l’intero universo, la natura e le cose.

In seguito le guerre civili e l’avvento dei samurai avrebbero cancellato la ricercata e fragile civiltà Heian, ma quest’ideale di aristocratica bellezza, che era insieme rapimento e tormento, contemplazione e commozione, e quindi illuminazione istantanea e sovrarazionale, rimase fissato nella mentalità giapponese fino ai nostri giorni, per oggi suggerire al mondo intero nuovi codici espressivi ed estetici, certo diversi dai nostri… ugualmente profondi, però, e altrettanto validi.

BIBLIOGRAFIA

  • Joseph Campbell. Mitologia orientale. Mondadori 1991.
  • Irene Iarocci [a cura di]. Mille haiku. Guanda, 1987.
  • Fosco Maraini. Ore giapponesi. Corbaccio 2000.
  • Ivan Morris. Il mondo del Principe splendente. Adelphi, 1984.
  • Murasaki Shikibu. Storia di Genji, il principe splendente. Einaudi 1992 [2 voll.].
  • Sei Shōnagon. Il libro del guanciale. Mondadori 1989.Giorgia Valensin [a cura di]. Diari di dame di corte dell’antico Giappone. Einaudi 1981

 

Testo di un’attualità disarmante…

Il ratto della chitarra

Dal centrosinistra all’autunno caldo (1963-1969)

La mia povera chitarra
ha subito un incidente
l'altro giorno fu rapita
da un ignoto malvivente
era una chitarra vecchia,
senza classe, un po' ridicola
non aveva sangue illustre
nè una cifra di matricola

Non so proprio la ragione
che me l'han portata via
e no ho neppur pensato
d'avvertir la polizia
perchè so che alla questura
era in fondo un po' mal vista
l'han schedata sotto il nome
di "chitarra comunista"

Cantava senza paura
dei versi un poco insolenti
in barba alla censura,
contro i padroni e i potenti
era alle volte estremista,
e la sua grande ambizione
era di accompagnare la musica
della rivoluzione

La chitarra ripulita
ben lavata ed elegante
sarà spinta a far la parte
di chitarra benpensante
per seguire la corrente,
per salvarsi un po' la faccia
d'ora in poi dovrà evitare
di dir qualche parolaccia

Mi vorrei proprio sbagliare
ma so già che il rapitore
porterà la mia chitarra
sulla via del disonore
prostituta e svergognata
un bel dì la sentiremo
a suonar sui marciapiedi
le canzoni di Sanremo

 Cantava senza timore,
 senza badare agli offesi
 anche argomenti d'amore,
 ma senza far sottointesi
 Si era una coppia ideale,
 c'era una splendida intesa
 si stava insieme anche se non
 eravamo sposati in chiesa

Non mi han detto fino ad ora
qual'è il prezzo del riscatto
ma ci sono altre maniere
per far ben fruttare un ratto
per esempio legalmente
non c'è manco un codicillo
che consideri reato
lo sfruttar chitarre squillo

Istruiranno la chitarra
a sedurre gli italiani
miagolando e dando baci
su dei ritmi afro-cubani
prenderanno loro i soldi
ed a mo' di conclusione
la faranno anche cantare
alla Rai Televisione

 La mia chitarra perduta
 era chitarra d'onore
 non si sarebbe venduta
 neppure per un milione
 poichè era molto espansiva
 non era certo illibata
 ma concedeva i propri favori
 soltanto se innamorata
 ma concedeva i propri favori
 soltanto se innamorata...

Fonte: Jona Emilio, Straniero Michele L., Cantacronache – Un’avventura politico-musicale degli anni cinquanta, Torino, Crel, 1996

«Noi siamo la generazione senza legami e senza profondità. La nostra profondità è l’abisso. Noi siamo la generazione senza felicità, senza casa e senza commiato… Così siamo la generazione senza Dio, poiché noi siamo la generazione senza legami, senza passato, senza riconoscimento» 

(Wolfgang-Borchert)

 

Liberamente tratto da www.iltuopsicologo.it, sito molto curato e fatto veramente bene dal Dott. Roberto Cavaliere.

Ancora quella sensazione. Ti svegli e vedi sangue sulle lenzuola e sul tappeto. Libri e pezzi di carta sparsi in tutta la stanza. Mobili rotti. Quel pizzicore familiare sulle braccia, sul torso. La faccia è sbavata di rosso. Stava andando così bene: tredici giorni dall’ultima volta. Ti senti intorpidito, confuso, mezzo ubriaco, stupido. Hai appena le forze per alzarti: non mangi da tre giorni e hai perso molto sangue. Che cosa stai cercando di dimostrare? La cameriera entra e vede i fazzolettini macchiati di sangue sul pavimento, ti guarda non è sicura di capire bene. Cerchi di ricotruire esattamente quello che è successo durante la notte…

Hai lavorato fino a tardi, volevi uscire e rilassarti, divertirti. Non c’era nessuno. Sei andato all’enoteca, hai comprato da bere, ti sei seduto nella tua stanza, ascoltando la tua musica preferita, violenta e deprimente. Ti accorgi che qualcosa, dentro, sta traboccando. Ti sembra di essere sul punto di esplodere da un momento all’altro. Ti si riempiono di lacrime gli occhi, cominci a piagere. Il pianto si trasforma in grida, lamenti, urla. Cerchi di trattenerti. Cominci a prendere a calci la porta. Butti la roba in giro per la stanza, fuori dalla finestra. Non riesci a calmarti. Non sai neppure che cosa ti abbia ridotto in questo stato. Ti pianti le unghie nella pelle del polso. Non senti niente. É come se stessi guardando un film su qualcun’altro, non sei tu. Ti togli la camicia, ti guardi allo specchio. Odio, disgusto, frustrazione, rabbia, rimorso. Quasi come in un rituale, senza nemmeno pensare a quel che fai, prendi la lametta… sangue che gocciola. Ci sfreghi su qualcosa di antisettico, lo rifai, fino a quando sei calmo, soddisfatto. Spalmi sangue in giro. É brutto, ma il sangue è reale, è umano, ti fa sentire bene! Al tempo stesso, provi dolore, te lo meriti. Lo racconti a qualcuno.

Ti dicono che sei un manipolatore, che cerchi attenzione. Ci credi. Serve solo a farti stare peggio. Alcuni pensano che tu sia malato, o matto. Poche persone capiscono ma sono ancora troppo preoccupate, scioccate dalla cosa. Qualcuno pensa che tu abbia tendenze suicide. Non è vero.

Tagliarsi non è un modo per cercare attenzione. Non è una manipolazione. É un meccanismo per affrontare i problemi, punitivo, gradevole, potenzialmente pericoloso, ma efficace. Mi aiuta a sopportare le forti emozioni che non so come gestire. Non ditemi che sono malato, non ditemi di smettere. Non cercate di farmi sentire in colpa, mi accade già. Ascoltatemi, sostenetemi, aiutatemi.

Dal libro “Un urlo rosso sangue” di Marilee Strong


 

L’autolesionismo (il termine tecnico è Repetitive Self-Harm Syndrome Sindrome da auto-lesionismo ripetuto)viene in genere definito come il tentativo di causare intenzionalmente un danno al proprio corpo, lesionandosi in modo di solito abbastanza grave da provocare danni ai tessuti o agli organi. E’ considerata una vera e propria patologia. Le persone affette da questo disturbo si fanno del male in diversi modi: tagliandosi con una lametta, bruciandosi con una sigaretta, graffiandosi, strappandosi i capelli, sbattendo contro qualcosa, ecc..

Forme di autolesionismo.
Si possono identificare, grosso modo, tre forme di autolesionismo:

  • Automutilazione grave (molto rara), che produce un danno irreversibile ad un parte del proprio corpo, ad esempio uno sfregio permanente in viso.
  • Automutilazione leggera (la più diffusa) che si manifesta col tagliarsi, bruciarsi, strapparsi i capelli, fratturarsi un osso, urtare, ed ogni altro metodo usato per ferirsi.
  • Automutilazione latente (la più subdola) perchè si nasconde in determinate forme di dipendenza e disagio come la tossicodipendenza, la bulimia, l’attività fisica eccessiva. Esse possono considerarsi forme poco manifeste, ma molto insidiose.

Chi è l’autolesionista:

Può colpire tutti, indipendentemente dall’età, dal grado di istruzione e dalla classe sociale, anche se sono in prevalenza donne, forse, a causa di fattori sociali. Tradizionalmente, agli uomini viene permesso di esprimere la propria aggressività, alle donne viene invece insegnato a reprimerla o quando questo non è più possibile, a rivolgerla verso se stesse.
Le donne, spesso, oltre all’ autolesionismo presentano disturbi del comportamento alimentare come anoressia e bulimia. Alcune ragazze di fronte ad un momento di malessere reagiscono alternando comportamenti bulimici (abbuffate seguite da vomito o abuso di lassativi) a quelli autolesivi.
Inoltre l’autolesionista, a volte, presenta depressione, con pensieri di tipo suicida. In alcuni casi, il malessere è così forte che la persona sente che o si taglia o si suicida.
Non si piace, odia il suo corpo, non ha fiducia in se e neppure negli altri.
Molti degli autolesionisti tendono ad essere perfezionisti, incapaci di gestire e di manifestare verbalmente intense emozioni. Non si piacciono, odiano il proprio corpo e possono avere gravi sbalzi d’umore. È possibile, talvolta, che abbiano subito abusi sessuali o violenza psicologica nell’infanzia.
L’autolesionista non rappresenta un pericolo per la società perché la violenza è sempre e solo rivolta verso di sé, mai verso altri. Perché?
Vari possono essere i motivi.

  • Per scaricare lo stress: autolesionarsi ed il dolore fisico correlato placano lo stress. Tutti il disagio interiore che non si è in grado di gestire viene tramutato in sofferenza fisica, quindi più facilmente gestibile e più reale della sofferenza emozionale che è impalpabile. Per un po’ ci si occupa solo del dolore fisico, distogliendosi temporaneamente da quello interiore
  • Per mostrare agli altri che si sta davvero soffrendo, offrendo loro qualcosa di concreto e di comunemente accettato come “dolore”. Così si esiste agli occhi degli altri. Le cicatrici sulla pelle rendono visibile esteriormente la sofferenza che si ha dentro, è un modo per comunicare agli altri il proprio dolore .I comportamenti autolesivi sono una richiesta di aiuto.
  • Ci si sente talmente morti dentro, talmente apatici dal ricercare nella sofferenza fisica una prova che si è ancora vivi.Non si è in legame con il proprio corpo e il dolore fisico è l’unico modo che si ha per sentire di esistere, per percepire il proprio corpo.
  • Come sostituto di un desiderio di suicidio.
  • Per punirsi di proprie azioni o sensi di colpa .

Io amo riassumere le possibili cause di un comportamento autolesionista in questa frase: “Si preferisce provare un dolore fisico per non provare un più profondo e doloroso dolore interiore”

Indicazioni utili:

  • Non isolarsi ma far presente la problematica ad una persona a noi significativa al fine che possa diventare un “sos” nei momenti di crisi acuta.
  • Nel momento in cui si manifesta la crisi acuta svolgere un’attivita “lesionistica” rivolta ad un oggetto esterno, quale “picchiare” un oggetto morbido al fine di “scaricare” la rabbia.
  • Uscire immediatamente di casa .
  • Nei momenti non di crisi acuta praticare un’attività fisica che “svuota” in qualche maniera della rabbia accumulata.
  • Esprimere la propria rabbia anche attraverso qualche forma artistica, come dipingere e disegnare ad esempio.

Ma soprattutto non bisogna vergognarsi di ammettere di essersi volutamente feriti, per timore di non essere capiti, di essere giudicati negativamente o di essrere considerati dei pazzi. Invece non c’è motivo di cui vergognarsi, sia perché gli autolesionisti non sono pazzi, sia perché tale fenomeno è più comune di quanto si creda, in forma più o meno patologica .
Se la buona volontà personale di combattere l’autolesionismo non produce significativi miglioramenti bisogna chiedere, senza esitazione, timore e vergogna, aiuto ad un’esperto.

LETTURE CONSIGLIATE:

Il disturbo Borderline di Personalità, Giorgio Caviglia, Carla Iuliano, Raffaella Perrella, Carocci Editore, 2005

Testo divulgativo, conciso, sintetico, quindi utile per studenti alle prime armi o non professionisti che vogliano avere informazioni generali sul Disturbo Borderline.

Trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo borderline, Marsha Linehan, Cortina Editore, 2001

E’ il testo di riferimento italiano della Dialectical Behavior Therapy (DBT), la Terapia Dialettico-Comportamentale sviluppata da Marsha Linehan per il trattamento di pazienti Borderline, in particolare affetti da autolesionismo e suicidarietà. Si tratta di un manuale operativo molto corposo, specificamente formulato per l’utilizzo da parte di specialisti che vogliano implementare la loro pratica clinica con strumenti provenienti dall’area delle Terapie Cognitivo-Comportamentali.

Trattato dei Disturbi di Personalità, Oldham J.M., Skodol A.E., Bender D.S., Cortina Editore, 2008

Primo testo specialistico, completo ed esaustivo, completamente dedicato ai Disturbi della Personalità. Voluminoso e piuttosto costoso, è quindi dedicato a specialisti che vogliano arricchire le proprie conoscenze teoriche su questa categoria diagnostica.

La Personalità Borderline. Una Guida Clinica, John Gunderson, Cortina Editore, 2003

Una descrizione della dimensione Borderline, e del suo trattamento, da parte di uno dei principali sviluppatori del modello personologico di interpretazione di questo complessa categoria diagnostica.

Il Trattamento Basato sulla Mentalizzazione. Psicoterapia con il paziente borderline, Anthony Bateman, Peter Fonagy, Cortina Editore, 2006

Questo testo costituisce un importante riferimento in quanto descrittivo dell’unico approccio psicodinamico (oltre alla TFP di Kernberg, descritta oltre) ad aver  fornito prove di efficacia con il Disturbo Borderline. Tutto l’impianto teorico si basa sulla promozione della capacità del paziente di riflettere sui contenuti mentali propri ed altrui, definita dagli autori come capacità di mentalizzazione (ma anche capacità riflessiva, o funzione riflessiva), ritenuta un aspetto di importante deficitarietà caratteristica del Disturbo.

Borderline. Struttura, categoria, dimensione, Cesare Maffei, Cortina Editore, 2008

Questo testo fornisce una definizione dello stato dell’arte rispetto alla definizione del costrutto “Borderline”, la cui eterogeneità di utilizzo ha da sempre generato difficoltà ed impasse, sia nella ricerca, sia nel dialogo tra clinici afferenti a diversi approcci teorici.

Psicoterapia delle Personalità Borderline, John Clarkin, Frank Yeomans, Otto Kernberg, Cortina Editore, 2000

Questo testo presenta un altro approccio al trattamento psicodinamico del paziente Borderline, validato empiricamente e supportato da un’imponente teoria di riferimento, sviluppato dall’equipe coordinata da Otto Kernberg, personaggio di spicco della cultura psicoanalitica su scala mondiale e tra i primi ad essersi occupato di tale disturbo a partire dagli anni settanta.

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Ci sono persone che portano con sé un alone di confusione, d’incoerenza, di contraddizioni, che sembrano smarrirsi in un mondo privo di scopi e significati profondi, e rischiano di far smarrire anche gli altri, tra anche i propri terapeuti. Una ragazza lo ha espresso in questo modo: “Ci sono giorni che passano perché devono passare, cose che faccio perché devo farle, ma non c’è più un obiettivo, qualcosa per cui andare avanti, una meta o un desiderio così forte per cui ha senso continuare”. E’ come se queste persone dovessero vivere senza sapere bene chi sono, sentendosi scaraventate in modo repentino e inspiegabile da uno stato d’animo ad un altro; dalla gioia e allegria alla disperazione e angoscia più profonda; da un senso di speranza e fiducia verso la vita, dal vortice di mille pensieri e idee, all’immobilità, al vuoto e noia. Il momento presente, i sentimenti e i vissuti del qui e ora, intensi e travolgenti, sembrano tenere impegnate tutte le energie della persona, mentre pare venir meno il contatto con il passato, con le risorse che l’elaborazione delle esperienze vissute o della propria storia può dare; viene meno la possibilità di proiettarsi nel futuro verso mete e scopi che diano significato alla propria esistenza. Altrettanto rapido potrà essere il passaggio da un’idea di sé come persona valida e degna di fiducia a un sentimento di non valore, d’indegnità, colpa e vergogna; e anche gli altri seguiranno lo stesso destino d’idealizzazione e svalutazione. L’identità personale e le relazioni saranno spesso in pericolo; la possibilità d’intimità e di scambi autentici sarà sempre compromessa e anche la relazione terapeutica verrà messa a dura prova da quest’instabilità, con il cliente in bilico fra il bisogno d’appoggio e sostegno e il timore dell’abbandono, del tradimento, dell’attacco che può arrivare anche all’interno del setting. L’impegno a sostituire nel tempo l’impulsività e la reattività con la riflessione, a sviluppare o rafforzare un “sé osservante”, sarà molto gravoso con questi clienti che non sembrano disponibili all’esplorazione di sé e chiedono invece un aiuto immediato, dato dall’urgenza. Spesso lo chiedono con impazienza o in termini molto difensivi, nascondendo la fragilità e vulnerabilità dietro grandiosità e arroganza. “Aiutami, ma non darmi l’impressione di essere aiutato, poiché posso fare tutto da solo”, sembra essere il grido di aiuto del narcisista. Se prevalgono invece le difese di tipo borderline la persona vivrà confusione e caos; ed è come se attraverso il disordine e il caos il cliente borderline dicesse “Sono una persona che sta male; aiutami a sopravvivere”. E con queste persone non sempre la relazione terapeutica si configurerà nei termini che ci sono più noti, ma ci impegnerà a trovare nuove vie per l’incontro. L’importante sarà non perdere le nostre mappe. “Sarà pertanto fondamentale accogliere il cliente nel suo unico modo possibile di chiedere aiuto, nel suo sé provvisorio, con un’empatia ben bilanciata e misurata”, lasciando per il futuro il lavoro terapeutico vero e proprio.

Il disturbo borderline di personalità è da tantissimi anni oggetto di studio e controversie in ambito psichiatrico e psicoterapeutico; problematica è stata la diagnosi differenziale rispetto ad altri disturbi come quelli schizotipici della personalità o maniaco-depressivi, mentre attualmente l’ipotesi di esperienze traumatiche infantili nella sua eziogenesi lo avvicina piuttosto al Disturbo Post Traumatico da Stress.

Anche i criteri diagnostici del DSM IV non sempre sono di aiuto. Secondo Paris, per esempio, non discriminano con esattezza da altri disturbi della personalità dello spettro impulsivo. I nove criteri, e ne bastano cinque per formulare la diagnosi, hanno in ogni caso permesso di focalizzare gli aspetti fenomenologici di tale sofferenza, che le principali teorie avevano evidenziato con maggiore o minore rilievo.

Riguardano una drammatica incertezza e instabilità rispetto alla propria identità (chi sono io? questa cosa mi piace o no? quali sono i miei valori? sono omosessuale o eterosessuale?); rispetto alle relazioni affettive, con l’alternarsi delle polarità di idealizzazione e svalutazione (“ho incontrato una persona meravigliosa.E ieri si è comportata in modo tale che la odio, non la voglio più vedere”); rispetto all’umore e alla reattività emotiva. Spesso sono presenti forti sentimenti di angoscia, vulnerabilità all’abbandono e sforzi per evitarlo; sentimenti cronici di vuoto e noia; frequenti esplosioni di rabbia e collera immotivata; comportamenti impulsivi e autolesivi (sessuali, alimentari, di abuso di sostanze, comportamenti pericolosi in genere); minacce o tentativi di suicidio; sintomi transitori di tipo paranoide o dissociativi.

Consigli efficaci??

1) AUTOCONTROLLO, centrare su se stessi la propria esistenza –> Centrare la propria forza su se stessi come possibilità di riuscita. Aver fiducia nelle proprie risorse personali, vedere i propri limiti come potenzialità ancora svelare. Convincersi che niente e nessuno potrà  farvi del male o soffrire se vi amate e vi accettate serenamente per quello che siete. Ristrutturare la visione della vostra vita presente, passata e futura.

2) CONSAPEVOLEZZA –> è la rabbia repressa che vi fa agire con impulso e aggressività….. davanti a situazioni nuove, incomprensibili dove ti puoi sentire a disagio… Quindi prima di reagire impulsivamente riflettete sulle conseguenze del vostro agire e rivalutate  profondamente la causa del vostro disagio.

Detto ciò partiamo con l’analisi vera e propria….

A partire da questo post riporterò le caratteristiche salienti dei borderline. Nello specifico copierò alcune frasi significative tratte direttamente dal sito sopra menzionato. Il tutto verrà suddiviso in diverse sezioni:

INTRODUZIONE

1) DIPENDENZA

.2) GELOSIA, possessività, pensieri ossessivi, delirio amoroso/TRADIMENTO, coinvolgimento mutevole, frustrazioni,  TUTTO o NULLA senza gradazioni

.3) RIGIDITà MENTALE, relazionale + disregolazione/instabilità emotiva + PROIEZIONI

.4) ATTESA, ANGOSCIA ABBANDONICA, senso di insicurezza, timore di perdere l’altro

.5) DIMENSIONE TEMPORALE e CAMBIAMENTO

.6) CONFLITTI E CRISI DI RABBIA-DOLORE + MANIPOLAZIONE= far finta di: cambiare casa, cambiare indirizzo mail, etc…)

.7) SPAZIO comunicativo PERSONALE,  VALUTAZIONE LOGICA DEI VISSUTI ANSIOSI, Percezione delle emozioni e della distanza affettiva + GLISSARE su argomenti per ridurre ansia basale

.

Da quando mi è successa una cosa, ormai agli inizi di luglio di quest’anno, quindi ormai più di un mese fa,  sto cominciando a cambiare modo di pensare, rispetto solo a poco tempo fa…

A me è sempre piaciuto bere qualche bicchiere in più, essere brilla, ma anche di più, esagerare, ; non ho quasi mai vomitato, e, quelle poche volte che è successo, è stato per un mischione di sostanze alcooliche di vario tipo.

Fino a qualche tempo fa consideravo il bere come un divertimento, come una forma di trasgressione;  non mi ero mai resa conto che l’alcool, da un po’ di tempo a questa parte, non solo non era più così divertente nel bere “un po’ di più”, ma, al contrario, l’esagerazione portava ad un’esasperazione incontrollata i miei difetti, le mie tristezze, la mia turbolenza interiore, le mie paranoie…Ed il senso di rabbia distruttiva ed autodistruttiva si accresceva alla grande…

Ora l’alcool mi fa quasi paura…Mi rendo conto di quali danni, nell’immediato, e, badate bene, non sto parlando di danni di salute, può provocare…Ed ho paura che le persone che ieri bevevano con me e che continuano a farlo, soprattutto alcune a cui tengo di più, si possano danneggiare con i loro atteggiamenti, oppure danneggiare me…

Questo sfogo era necessario, e mi scuso…La mia intenzione non è di essere bacchettona o sapientona,  ma, viste le tendenze di sempre, in alcuni ambienti, ad andare oltre il limite, raggiungendo un tasso alcoolico non indifferente per disinibirsi, per essere trasgressivi, per cacciare indietro la paura, per fare gruppo (tendenze di cui solo adesso, forse, mi sono resa veramente conto con la giusta dose di preoccupazione…), mi sembra giusto esternare i miei sentimenti…

Per fare due esempi di distruttività alcoolica (anche se l’elenco sarebbe molto più lungo e vario…), uno più popolare e l’altro un po’ più di settore, ecco qui:

le compagnie di ragazzini: mi è capitato, durante le vacanze appena trascorse, di aver assisitito ad una situazione molto sgradevole.  Un gruppo di ragazzi e ragazzini, formatosi in campeggio e formato da occupanti dello stesso, una sera, in preda alla boria alcoolica, ha danneggiato il campeggio in alcuni punti e strutture, ha assalito il custode pesantemente il custode, lanciandogli bottiglie e sottoponendolo ad un pestaggio collettivo senza ritegno, ma forse ha anche fatto altro…Risultato: l’arrivo dei carabinieri ed il danneggiamento di persone e cose…Ma non ci si può divertire anche senza arrivare a questi

l’ambiente musicale: molto spesso i musicisti bevono. Questo perché vogliono essere maledetti, ribelli, trasgressivi…Ma anche perché vogliono far cadere le inibizioni una volta che salgono sul palco, tenere a bada l’emozione di fronte al loro pubblico, concedersi gesti che magari, per timidezza o altro, non sarebbero mai in grado di fare se non alterati da qualcosa, nella speranza di migliorare la propria performance con un goccio un più, per darsi coraggio…Questo succede in quasi tutte le band (anche se non in tutte), dalla più sconosciuta alla più famosa…E succede anche per una sorta di “eticchetta comportamentale” dell’artista (in questo caso di musicista appartenente ad un certo genere), che, per rispecchiare perfettamente il proprio modo di essere, deve a tutti i costi bere (“il punk o il metallaro, il folkettaro o il grungettone, se non bevono non sono nessuno…”).

E va beh…Detto questo, ecco un interessante articolo relativo all’alcoolismo giovanile…Cose trite e ritrite?? Dette e ridette?? Sarà, ma meglio dirle che tacere…

Un problema che sembra farsi sempre più pressante e pericoloso:

 “l’alcolismo giovanile”

 “Siamo ragazzi di oggi”, cantava a San Remo, nel lontano 1984, un impacciato Eros Ramazzotti, “pensiamo sempre all’America, guardiamo lontano”, “camminiamo da soli, nella notte più scura, anche se il domani ci fa un po’ paura”, e poi, quasi un’invocazione, “finché qualcuno ci darà, una Terra Promessa, un mondo diverso, dove crescere i nostri pensieri”.

La fortunata canzone di Eros Ramazzotti, Terra Promessa, descriveva la ricerca di ideali, la tensione verso un futuro nuovo, le illusioni, i sogni, le aspirazioni dei giovani di allora. Tutt’altra musica nell’estate 2003: è scattato infatti in Italia l’allarme della crescita esponenziale del fenomeno dell’alcolismo giovanile e delle droghe cosiddette leggere. Sapevamo già tutto, ma l’abbiamo colpevolmente dimenticato un po’ tutti: genitori, politici, amministratori, uomini di chiesa e di scuola… Abbiamo rimosso il problema, affibbiandogli l’etichetta di “fenomeno tipico della fase adolescenziale, con la complicità della cultura del consumismo e di una certa ideologia di stampo radical/libertario”. Problema individuato e definito. Tutto a posto. E invece no! Leggendo vari articoli sull’alcolismo giovanile, mi è venuta in mente un’altra canzone, altrettanto famosa (e degli stessi anni), Vita spericolata, di un altro profeta, ascoltato, idolatrato, osannato, cantato e imitato da migliaia di giovani: Vasco Rossi. Sembra che oggi moltissimi giovani, attraverso il crescente consumo di alcol, droghe e sesso irresponsabile, abbiano deciso di vivere una vita spericolata e maleducata, una vita che se ne frega di tutto sì, una vita esagerata, piena di guai, in cui ognuno vive la propria alienazione (‘ognuno col suo viaggio’ eufemismo per dire evasione, allucinazione o ‘trip’ da droga).

ANNEGARE IN UN BICCHIERE

Recita un proverbio giapponese: “Prima l’uomo beve un bicchiere, poi il bicchiere beve un bicchiere. Infine il bicchiere beve l’uomo”. Nel campo delle droghe (e l’alcol è una droga) è proprio vero che a un certo punto non è più l’uomo che comanda ma il bicchiere. E inizia così un penoso processo di auto schiavizzazione con la conseguente graduale autodistruzione. L’allarme alcolismo giovanile è scattato in Europa e anche in Italia. La conferma che anche i nostri giovani sono sulla strada del graduale suicidio da alcol, come i loro colleghi del centro e nord Europa, è venuta da una ricerca dell’Università Vita-Salute del S. Raffaele di Milano. L’inchiesta fu fatta su un campione di 2362 studenti delle scuole superiori attraverso questionari anonimi, con domande sull’uso e abuso di droghe e alcol e sui comportamenti sessuali a rischio di contagio Hiv-Aids. Desolante il risultato. E non stiamo parlando di extra terrestri, ma dei giovani che troviamo per strada, sui mezzi di trasporto, sui banchi di scuola,  nei super mercati. Qualcuno ha confessato di essersi ubriacato in un mese ben 17 volte, spesso da solo. In alcuni casi, con un pericolosissimo mix di marijuana e alcol. Il 42% ha usato droghe almeno una volta. Il primo contatto con sostanze stupefacenti illegali è individuabile a circa 14 anni e mezzo. La marijuana è la droga più diffusa tra i ragazzi (80% degli intervistati). E’  una droga anche se viene chiamata leggera. Aggettivo che è fuorviante (come la pubblicità ingannevole sulle sigarette, chiamate light, leggere!).

LA MIA CLASSE

In questi ultimi anni, insomma, si è aggiunta prepotentemente anche la droga alcol. Che fa paura! Ho detto droga a ragion veduta: crea assuefazione, distrugge l’organismo (con gradualità diversa, ma lo fa) e rende schiavi proprio come le altre. L’alcol è droga, non una sostanza innocua per fanciulli innocenti o adolescenti di primo pelo. Una droga presente e sottovalutata, quotidianamente pubblicizzata e abbondantemente consumata. Una droga che distrugge, cellula dopo cellula, la vita di giovani e non, che riempie prigioni e ospedali, uccide su strade e autostrade. Un flagello sociale! Una rivista americana l’ha battezzata legal drug, droga legale, senza eufemismi o circonlocuzioni di parole. E l’alcol è il killer numero uno dei giovani americani.

LIBERTÀ DAL BICCHIERE

D’altra parte per un ragazzo il bere ha un valore simbolico e psicologico, così come per il primo pacchetto di sigarette. E’ la sensazione di entrare in questo modo nel mondo degli adulti, di sentirsi più liberi e indipendenti. Come diceva un ragazzo nell’inchiesta di De Spiegel: «Bere, bere…ti fa sentire adulto». L’alcol diventa quasi una «pozione magica» che ti dà senza sforzo quell’extra di cui hai bisogno per sentirti forte, coraggioso, super. Quasi sempre l’iniziazione alla bottiglia avviene in gruppo, dove ogni adolescente trova risposta al suo bisogno di socializzare, di evadere, di costruire la propria identità.

Insomma i ragazzi bevono per sentirsi grandi, abusano di alcol per essere accettati dal gruppo, si ubriacano per essere trasgressivi e muoiono da imbecilli, perché non sono più padroni di se stessi. In realtà non bevono, piuttosto sono bevuti dall’alcol. Si stanno poi diffondendo mode pericolose, come gareggiare in vere e proprie maratone alcoliche: una forma di bulimia che porta a bere fino al vomito, per poi ricominciare. Un altro fenomeno, chiamato binge drinking, consiste nell’assunzione esagerata e compulsiva di alcol, fatta spesso in solitudine. Una sorte di sindrome di cui soffre anche il 5% dei maschi italiani e il 2% delle femmine: tre o quattro volte al mese ci si stordisce con l’alcol. I giovani così non sanno di andare incontro a conseguenze terrificanti (una vita piena di guai). L’abuso di alcol provoca un aumento della mortalità in molte malattie, dalla cirrosi epatica, allo stesso alcolismo, alle psicosi di origine alcolica, alle miopatie alcoliche, polinevriti, gastriti, apoplessia cerebrale e cancro; ed è all’origine di comportamenti devianti e violenti, di suicidi, crimini familiari, esclusioni sociali e di incidenti stradali mortali (le cosiddette stragi del sabato sera). Le cause? Molteplici. Tra cui il disagio esistenziale e la fragilità psicologica di chi affronta l’insostenibile leggerezza della propria vita con mezzi pericolosi come l’alcol. Il fatto poi di vivere in una società consumistica, che spesso ti mette a disposizione il denaro ma non l’educazione ai valori facilita l’abuso alcolico. E la pubblicità. Inutile nasconderlo. E’ un martellamento pressante, subdolo, suadente, senza scampo. Fatto sui  figli di una cultura edonista, radicale e individualista, dove i desideri sono  legge, dove prospera la cultura del rischio e del tutto è lecito,dove l’imperativo è la libertà di auto/determinazione… fino all’auto/distruzione! Una cultura religiosamente indifferente, dove l’adorazione dell’io ha scalzato l’adorazione di Dio. La sfida è proprio quella dell’educazione al valore della propria libertà  fino al corretto e responsabile comportamento davanti al bicchiere da bere, per non  correre il pericolo di essere ‘bevuti’ perdendo così la propria dignità e la vita.

 

ALCOLISMO GIOVANILE L’alcol è il killer numero uno dei giovani americani. Ma anche in Germania e in Italia il consumo di alcol tra i giovani è diventato problematico.

Definizione:

L’alcolismo può essere definito come un cronico disordine comportamentale, caratterizzato dalla ripetuta ingestione di bevande alcoliche in eccesso rispetto agli usi dietetici e/o sociali della comunità, con gravi conseguenze sulla salute del bevitore e sulle sue funzioni socio-economiche (Conte).

Conseguenze:

1.  Con il consumo dell’alcol sono aumentati le gravidanze involontarie, gli stupri, e ora anche l’AIDS. Con l’alcol ogni precauzione scivola via, ogni paura viene esorcizzata. «Un terzo degli omicidi commessi negli Stati Uniti avviene in stato di ubriachezza», denuncia un medico, ufficiale delle forze armate USA. «La metà degli incidenti stradali mortali che uccidono ragazzi avvengono in stato di ubriachezza. Circa 400 mila studenti sono bevitori accaniti prima di arrivare alla terza media; 600 mila si sbronzano regolarmente all’ultimo anno della scuola superiore». E gli studenti universitari escono dai college anche laureati in alcolismo.

2. Lo stato di intossicazione cronica appare immediatamente come una condizione di malattia sia per la disorganizzazione cognitiva della persona e le conseguenze sull’ambiente familiare e sociale, sia per l’induzione di una dipendenza fisica che richiede, pena una dolorosa crisi d’astinenza, la continuazione dell’abitudine tossica. Una più sottile distinzione fra vizio e malattia si pone, invece, circa la motivazione e il contesto che favoriscono l’iniziale abuso e i successivi occasionali episodi d’ebbrezza, da un lato, e, dall’altro, circa la forza morale necessaria alla sopportazione dei disagi dell’astinenza e dei percorsi terapeutici.

3. Una prima riflessione etica si riferisce ad alcune strutture culturali e sociali: dalla ovvia e suadente propaganda delle case produttrici delle bevande alcoliche alla caratterizzazione edonistica della società occidentale volta genericamente, ma in maniera pervasiva, alla soddisfazione del bisogno (del piacere) più che alla sua elaborazione. Inoltre, si pone forte la domanda etica circa la liceità del benessere proprio a scapito del benessere altrui. Se è inevitabile che le condizioni morbose e certe non morbose (scelte di vita, ecc.) causino sofferenza nelle persone che ci circondano, tuttavia ciò che qualifica in senso morale determinate manifestazioni è l’indifferenza al dolore altrui. Tale sentimento varia dall’incomprensione del dolore, alla noncuranza, alla beffa, fino ad arrivare all’esaltazione del potere e del godimento.

4. Nell’uso dell’alcol (come per tutte le droghe in generale) la prevaricazione del benessere altrui è frequente: dall’esposizione di familiari e colleghi a comportamenti inopportuni e disturbanti, alla permalosità e aggressività accresciute dall’intossicazione, fino alle vere e proprie offese fisiche e al patrimonio. Il caso più eclatante e doloroso riguarda l’uso dell’alcol in gravidanza, dove l’esposizione del feto al tossico può portare a futuri danni organici irrimediabili e la cui responsabilità è appena celata dall’ignoranza di quegli effetti.

5. Un altro aspetto importante è l’illusorietà del benessere. Illusorio è il benessere delle bevande alcoliche che sollevano da forme d’ansia patologiche o da fobie sociali, non riconosciute precedentemente come tali, e che, sedate dal farmaco-alcol, lo rendono di conseguenza estremamente appetibile, ne giustificano l’uso e ne reclamano, anzi, la liceità di fronte a tutti quelli che asseriscono il contrario.

6. Infine, i rischi legati all’indebolimento delle capacità superiori della coscienza: ideazione, volizione, assunzione di responsabilità.  L’esperienza della sedazione del malessere, di per sé lecita, favorisce meccanismi psichici di scissione ed espulsione (proiezione) di aspetti inaccettabili (dolorosi) di sé. Questo percorso psichico, che appare assai drammatico, caratterizza lo sviluppo evolutivo di ogni singolo uomo e, in negativo, qualifica in varia misura gli stati di dipendenza dall’alcol, come si mostra anche nell’esperienza terapeutica: l’uso dell’alcol, inficiando in varia misura le capacità cognitive, rallenta e rende meno incisiva la volontà.

Da http://www.ilfattoquotidiano.it, 20/07/2011

Dieci anni fa, venerdì 20 luglio 2001 si apriva il G8 di Genova. Una giornata contraddistinta da scontri di piazza e soprattutto dalla morte del manifestante Carlo Giuliani. Ma quell’evento drammatico non è l’unico di un pomeriggio in cui si capì subito che la situazione era sfuggita di mano e che l’intero weekend sarebbe stato caratterizzato da una guerriglia senza regole. Oggi sono tantissime le ricostruzioni, le testimonianze, le verità processuali sull’accaduto che parlano di “democrazia sospesa”. Ma come è stata raccontata quella giornata in presa diretta? Qui di seguito una cronologia ora per ora con i lanci dell’agenzia Ansa del 20 luglio 2001, con titoli originali e orari di pubblicazione: gli arrivi dei manifestanti in città, i falsi allarmi bomba, poi la violazione della “zona Rossa”, l’assalto a Marassi, i black block infiltrati nei cortei, le cariche della polizia, in particolare quella di via Tolemaide che ha preceduto le “voci di un manifestante morto in via Caffa”. E la conferma, pochi minuti dopo. E ancora i primi commenti a caldo e l’appello del sindaco di Genova in vista della grande manifestazione del 21 luglio.

7.05 – G8: MANIFESTANTI TRENO ANTI-GLOBAL VERSO GENOVA SU PULLMAN (ANSA) – ROMA, 20 LUG – Sono stati fatti salire dalla polizia francese su sei pullman i circa 300 manifestanti anti-global che erano a bordo del treno proveniente da Londra – e diretto a Ventimiglia – deviato in nottata a Modane. Una giornalista freelance che era a bordo del convoglio, ha riferito che la polizia francese ha detto ai dimostranti che li avrebbe trasferiti a Genova con i pullman.

10.16 – G8: TERZO TRENO SPECIALE DA TORINO, PARTITE 180 PERSONE INTANTO CONTINUANO I FALSI ALLARMI BOMBA IN CITTA’ (ANSA) – TORINO, 20 LUG – E’ partito stamane alle 8.35 dalla stazione di Porta Nuova, con 10 minuti di ritardo, il terzo e ultimo treno speciale organizzato dal Torino Social Forum per portare a Genova i manifestanti che parteciperanno alle iniziative contro il G8. Intanto stamattina altri due falsi allarme bomba hanno mobilitato le forze dell’ ordine. Sono 180 i militanti (circa 150 si erano prenotati nei giorni scorsi e una trentina si sono aggiunti stamane alla spicciolata) che sono partiti con le tre carrozze straordinarie aggiunte al treno diretto per Novi Ligure, citta’ dove il gruppo verra’ poi trasferito su un servizio navetta con arrivo a Genova nella tarda mattinata. Altri due treni del Torino Social Forum erano partiti ieri, mentre il grosso dei manifestanti torinesi e piemontesi arrivera’ nel capoluogo ligure domattina con una formazione di oltre 40 pullman. Stamane le operazioni di imbarco sono filate via in modo assolutamente tranquillo. Lo spiegamento di poliziotti impegnati nei controlli era molto minore di quello del primo giorno: sono stati sequestrati solo due o tre caschi di plastica, di quelli gialli da muratore, che gli stessi manifestanti hanno lasciato prima di salire sul treno. Per quanto riguarda la psicosi attentati, dopo quello di ieri mattina presso il Santuario della Consolata, continuano a Torino i falsi allarmi bomba, alimentati dalla febbrile atmosfera pre-G8. Il primo ha riguardato la presenza di un involucro sospetto nella centralissima Piazza Castello, che pero’, dopo i controlli della polizia, ha rivelato al suo interno solo panni sporchi. Altra segnalazione, sempre stamattina, un po’ piu’ in periferia, in Corso Tassoni, dove e’ stata trovata una valigia, che pero’, oltre a rivelarsi vuota, era stata gettata via da un residente nei pressi di un cassonetto.

11.53 – G8: ASSEDIO; IL VIA ALLE 14 CON SUONO SIRENA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Sara’ il suono di una sirena alle 14 a segnare l’ inizio dell’azione. Da quel momento, nei vari punti di assedio alla zona rossa, i vari gruppi manifesteranno secondo diverse modalita’ per protestare contro la morsa di ferro in cui e’ stata chiusa la citta’ per il vertice dei G8. I contestatori tutti insieme alle 14, al suono della sirena si sdraieranno per terra. Intanto nelle varie piazze tematiche organizzate dal Gsf si stanno completando i raduni.

12.16 – G8: PROTESTE; A MIGLIAIA IN PIAZZA DA NOVI, SPUNTANO MAZZE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – In piazza Paolo da Novi, una delle piazze piu’ vicine alla zona rossa, si stanno concentrando migliaia di persone: lavoratori Cobas, ragazzi dei centri sociali e del Network per i diritti globali. Si attendono entro le 14 circa settemila persone. Attorno alla piazza, pero’, si stanno gia’ componendo gruppi estranei al movimento, secondo Piero Bernocchi dei Cobas, con caschi, mazze e con i volti coperti. Si tratterebbe di frange estranee al Genoa social forum, forse ”black block”, anarchici insurrezionalisti.

12.31 – +++G8: PROTESTE; PRIMI SCONTRI, POLIZIA SPARA LACRIMOGENI+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Sono cominciati gli scontri tra dimostranti e polizia nella zona di piazza Paolo da Novi. La polizia ha cominciato a carica re i dimostranti e lancia lacrimogeni.Nei pressi di piazza Da Novi la polizia ha caricato il gruppo di estremisti che stava affrontando le forze dell’ ordine con lancio di pietre e uso di mazze. Alla carica della polizia gli estremisti, che si proteggono con maschere, caschi e mazze, hanno risposto dapprima lanciando pietre e poi sono fuggiti verso piazza Palermo, in direzione Levante. Le forze dell’ ordine hanno lanciato lacrimogeni e stanno cercando di bloccare gli estremisti al centro di un cordone di agenti.

12.48 – G8: PROTESTE; INFERMIERE BASTONATO PER ERRORE DA POLIZIA ERA IN SERVIZIO, E’ STATO PRESO A CALCI E MANGANELLATE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – In piazza Savonarola la carica della polizia ha colpito per errore un infermiere professionale che stava telefonando in una cabina e che aveva il volto coperto da un fazzoletto per proteggersi dai lacrimogeni. I poliziotti gli si sono avventati addosso nonostante urlasse ”sono un medico, sono un medico”. Decine di manganellate, di calci, anche quando l’ uomo era a terra. L’ uomo e’ stato poi soccorso dal gruppo medico del Genoa social forum e portato in ospedale. Si chiama Lorenzo Marvelli ed e’ in salvo. E’ un infermiere professionale venuto da Pescara. ”Guardate come mi hanno conciato – ha detto – E pensare che ero venuto qui per curare la gente. Incredibile”.

13.17 – G8: VIA AL VERTICE, DURI SCONTRI PER LE STRADE DI GENOVA BATTAGLIA FRA POLIZIA ED ANARCHICI BLACK BLOCK (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – In coincidenza con l’inizio del summit del G8 a Palazzo Ducale sono cominciati i primi duri scontri fra polizia e frange estremiste di manifestanti nelle strade di Genova, in alcuni casi con uso di lacrimogeni da parte degli agenti e con lancio di pietre e almeno due bottiglie molotov da parte dei dimostranti. Gli anarchici di Black Block sono partiti in corteo da Corso Torino verso Piazzale Kennedy ed hanno cominciato a fracassare vetrine al loro passaggio. Gli scontri tra dimostranti e polizia hanno avuto inizio nella zona di piazza Paolo da Novi. La polizia ha cominciato a caricare i dimostranti ed a lanciare lacrimogeni: in breve fitte nuvole di fumo si sono alzate sopra la citta’. Alla cariche della polizia gli estremisti, che si proteggono con maschere, caschi e mazze e sono circa 400, hanno risposto lanciando pietre e poi sono fuggiti verso piazza Palermo, in direzione Levante. Gli anarchici, tutti vestiti di nero ed armati di spranghe bastoni e pietre, si sono poi concentrati in piazza Tommaseo, nel quartiere Foce (vicino al quartier generale del Genoa Scoiasl Forum) e hanno in breve ridotto la zona circostante ad un campo di battaglia metropolitano: cassonetti bruciati, diverse auto in fiamme, sanpietrini divelti dal selciato. Fittissimo anche qui il lancio di lacrimogeni da parte della polizia e di molotov da parte dei dimostranti: gli agenti hanno dunque cominciato a caricare ed a sgombrare Piazza Tommaseo.

14.47 – +++G8: PROTESTE; VIOLATA ZONA ROSSA IN PIAZZA DANTE +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – La zona rossa e’ stata violata in piazza Dante da quattro giovani che sono riusciti a sfondare il varco di accesso. La polizia ha cercato di respingere l’ assalto con gli idranti, allontanando un gruppo piu’ folto che tentava di entrare.

14.57 – +++G8: PROTESTE; ANARCHICI ATTACCANO CARCERE MARASSI+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Gli anarchici hanno attaccato il carcere di Marassi. Vengono lanciate bottiglie molotov e sassi. Sono state infrante le finestre degli uffici al primo piano. Tre bottiglie molotov sono state lanciate contro il portone e le finestre del carcere, bersagliati anche da una grandinata di sassi. Una persiana ha preso fuoco. Due furgoni e tre auto dei carabinieri, che presidiavano l’ istituto di pena hanno tentato una reazione con un carosello, I militari hanno lanciato lacrimogeni, ma hanno dovuto ripiegare per inferiorita’ numerica.

14.57 – G8: PROTESTE; TUTE BIANCHE, I VIOLENTI SONO DEGLI INFAMI (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – I ‘disobbedienti’ del Carlini, le Tute bianche, hanno criticato i manifestanti coinvolti nelle violenze, dicendo che sono degli ”infami”. Il corteo dei ‘disobbedienti’ sta arrivando presso il centro della citta’. All’ incrocio tra corso Gastaldi e via Tolemaide, di fronte a due carcasse di auto bruciate dagli anarchici passati da li’ circa due ore prima, dalla testa del corteo e’ stato ribadito ai megafoni il no alla violenza. ”Queste auto bruciate, tutto questo – hanno gridato – non e’ disobbedienza civile. Coloro che hanno fatto tutto questo sono degli infami”.

15.17 – G8: PROTESTE; VIOLAZIONE SIMBOLICA ZONA ROSSA, SALE TENSIONE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Dopo un primo momento di calma, seguito alla violazione simbolica della zona rossa compiuta da quattro ragazzi, in piazza Dante sta salendo la tensione. I manifestanti premono infatti sulla grata che viene sostenuta all’ interno della zona rossa da un autoblindo. Due mezzi della Forestale sui quali sono montati degli idranti hanno acceso i motori e sono pronti ad intervenire. Un reparto di agenti di polizia, in assetto antisommossa, e’ schierato una ventina di metri piu’ indietro a difesa della strada che conduce al Palazzo Ducale, a circa 200 metri di distanza.

15.30 – +++G8: PROTESTE; POLIZIA CARICA IN PIAZZA MANIN, FERITI+++ TRA I FERITI ANCHE PARLAMENTARE PRC ELETTRA DEIANA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – La Polizia ha caricato in piazza Manin il gruppo di anarchici ”black block” che era davanti al presidio della rete Lilliput, dei pacifisti e delle donne. Alcuni dimostranti, tra i quali la parlamentare di Prc Elettra Deiana, sono rimasti feriti. I pacifisti della rete Lilliput e l’ on. Elettra Deiana erano seduti per terra con le mani alzate, dipinte di bianco. Quando la polizia ha lanciato i lacrimogeni e caricato gli anarchici, sono stati travolti anche loro e sono rimasti feriti. Il gruppo degli anarchici ha proseguito la sua azione come se nulla fosse accaduto e si e’ attestato in via Palestro. Da qui, approfittando della strada in discesa, ha cominciato a lanciare cassonetti di rifiuti contro lo schieramento di Polizia.

15.52 – G8: PROTESTE; VIOLAZIONE SIMBOLICA ZONA ROSSA, LA DINAMICA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – La violazione, seppur simbolica, della zona rossa, da parte di antiglobal e’ avvenuta all’ altezza di un cancello al centro della lunga inferriata che taglia in due piazza Dante. Per oltre un’ ora, oltre a battere sistematicamente contro le grate di ferro gridando slogan e lanciando bottiglie d’ acqua, torsoli di mela e palloncini oltre l’ ostacolo all’ indirizzo delle forze dell’ ordine, alcuni manifestanti hanno iniziato a premere ripetutamente sulle ante del cancello, fino ad aprirlo. Un urlo di gioia si e’ levato nel gruppo quando una delle due ante si e’ spalancata. Quattro antiglobal sono riusciti ad entrare nella zona rossa passando in uno stretto corridoio tra il cancello divelto e una grata applicata alla parte anteriore di un mezzo blindato sistemato ad ulteriore protezione del varco. Dopo pochi metri i quattro ”violatori” sono stati bloccati dalle forze dell’ ordine e respinti oltre il varco.

16.18 – G8: PROTESTE, SECONDO SKY NEWS POLIZIOTTO HA SPARATO IN ARIA (ANSA) – LONDRA, 20 LUG – L’emittente satellitare britannica Sky News ha detto che un poliziotto ha sparato colpi di arma da fuoco in aria a Genova. Secondo il racconto fatto dall’inviata di Sky, l’agente era stato circondato da un gruppo di manifestanti.

16.51 – +++G8: PROTESTE; AGNOLETTO INVITA A LASCIARE LA PIAZZA+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Il portavoce del Gsf, Vittorio Agnoletto, ha invitato con un megafono i manifestanti in piazza Dante a lasciare la piazza. Ha cosi’ accolto l’ appello del sindaco Pericu. I dimostranti pacifici si stanno gia’ ritirando. ”Abbiamo vinto” ha ripetuto due volte in italiano e una volta in inglese. ”Perfino il sindaco della citta’ – ha aggiunto Agnoletto – ha detto che la polizia ha esagerato”. Il leader del GSF ha quindi invitato i manifestanti a lasciare la piazza e a formare un corteo. I manifestanti lo hanno ascoltato e poco a poco stanno liberando l’ area. Alcuni irriducibili restano pero’ appoggiati alle grate e non accennano a muoversi.

17.23 – G8: PROTESTE, TUTE BIANCHE SI RITIRANO VERSO STADIO CARLINI (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Migliaia di tute bianche stanno arretrando verso lo stadio Carlini. L’appello di Vittorio Agnoletto pare aver sortito i primi effetti. Dall’incrocio fra corso Torino e via Tolemaide, dove erano schierate, proprio nel cuore della zona della guerriglia, le tute bianche stanno tornando indietro verso lo stadio Carlini lungo via Gastaldi. Dalla zona del corteo delle tute bianche si sentono provenire scoppi a ripetizione e ancora si nota il fumo dei lacrimogeni. Il corteo in questo momento ha raggiunto la zona di San Martino.

17.26 – +++ G8: BERLUSCONI, CHI SI OPPONE A G8 COMBATTE OCCIDENTE+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”Chi si oppone al G8, non combatte otto protagonisti eletti democraticamente nei loro Paesi, ma combatte l’occidente, combatte la sua filosofia, combatte la libera iniziativa e il libero mercato”. Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nella cerimonia di presentazione del Fondo per la salute e la lotta all’Aids.Il presidente del Consiglio ha aggiunto, nel suo breve intervento, che, ”progredendo nel libero mercato e nella difesa dei diritti di tutti, ci puo’ essere una ricchezza che aumenta per tutti”. Inoltre, bisogna fare del nostro ”pianeta, in questo passaggio di millennio, un pianeta che guardi al futuro concretamente, operando affinche’ il futuro sia un futuro di benessere, di liberta’, di sicurezza e di salute per – ha concluso – il maggior numero possibile dei suoi abitanti”.

17.44 – G8: PROTESTE, RIPRENDONO SCONTRI IN VIA TOLEMAIDE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Dopo una lunga pausa sono ripartiti gli scontri in via Tolemaide. Una parte delle migliaia di giovani dello stadio Carlini, fermi all’incrocio con corso Torino, ha cercato di ritornare verso il centro cittadino. A questo punto e’ partita un’ autoblindo della polizia verso i giovani in corteo, seguita da un folto numero di agenti che hanno lanciato lacrimogeni. Le forze dell’ordine hanno intimato con i manganelli alzati di fermarsi. L’intera zona e’ ad altissimo rischio, tra macchine sfondate, capovolte, e vetrine infrante. Anche i giornalisti sono stati invitati ad allontanarsi.

18.00 – +++G8: PROTESTE; VOCI SU GIOVANE MORTO IN VIA CAFFA+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Secondo una soccorritrice volontaria del Genoa Social Forum, un giovane dimostrante sarebbe morto in via Caffa, nei pressi di piazza Tommaseo. Ma la notizia, sparsasi tra i dimostranti, non ha trovato sinora conferma ne’ dalla Polizia ne’ dal 118.

18.01 – +++G8: PROTESTE; CONFERMATA DA AUTORITA’ MORTE DIMOSTRANTE++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – La notizia della morte di un dimostrante ha trovato conferma da fonti della Polizia. Il corpo del giovane, intorno ai vent’ anni si trova in via Caffa, coperto da un telo bianco. Secondo quanto riferito da una volontaria del soccorso del GSF, di nome Valeria, il ragazzo morto, di neppure 20 anni, avrebbe due segni evidenti sul viso: uno sotto l’ occhio destro, ”come di un colpo di pietra” ha spiegato la giovane; l’ altro sulla fronte, ”e questo – ha aggiunto – non sembrava un colpo di pietra”. Secondo altre informazioni, riferite da infermieri intervenuti per soccorrere il giovane, la vittima sarebbe invece stato investito da un mezzo. Il corpo del ragazzo si trova ancora a terra, coperto con un lenzuolo bianco, in via Caffa, una strada che collega piazza Alimonda a piazza Tommaseo, dove si sono svolti gli scontri piu’ violenti. Sul posto si stanno recando il magistrato di turno, un funzionario di polizia ed un medico legale per verificare le cause della morte del giovane. Nella zona della tragedia nel pomeriggio e’ avvenuta una fitta sassaiola.

18.28 – +++ G8: PROTESTE, DONNA GRAVEMENTE FERITA, TESTIMONI +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Una donna sarebbe stata ferita in maniera grave nella zona intorno a Via Caffa, la stessa dove e’ morto un dimostrante. Lo riferiscono alcuni testimoni.(ANSA).

18.34 – G8: MANIFESTANTE MORTO; TESTIMONE, COSI’ L’HANNO COLPITO EDIZIONE STRAORDINARIA DEL TG1 CON LE IMMAGINI DEL CADAVERE (ANSA) – ROMA, 20 LUG – ”Ero a cinque metri dal ragazzo, e’ stato colpito sotto la fronte, vicino all’occhio, da un colpo di pistola o da un fumogeno sparato dal camioncino dei carabinieri. Poteva colpire anche me”. E’ la testimonianza data nell’edizione straordinaria del Tg1 durante la quale sono andate in onda le immagini del ragazzo morto. Era stata Rainews 24 la prima emittente a dare, alle 18, la conferma dela morte del ragazzo negli incidenti di Genova. Subito dopo, alle 18,05, la programmazione della prima rete Rai e’ stata interrotta con un’edizione straordinaria del Tg1 di dieci minuti. Durante il Tg1, oltre alle immagini del ragazzo morto, e’ andata in onda la ricostruzione del testimone.

18.38 – G8: PROTESTE, TESTIMONI RACCONTANO PESTAGGIO DIMOSTRANTE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Alcuni testimoni degli incidenti avvenuti nel pomeriggio nella zona di via Montevideo hanno raccontato di un ragazzo rimasto gravemente ferito per un pestaggio ad opera dei poliziotti. ”E’ arrivata a tutta velocita’ una camionetta della polizia – ha detto ai giornalisti l’ avvocato Andrea Sandra -, si e’ avvicinata ad un ragazzo isolato, sono scesi i celerini bardati da combattimento. Il ragazzo era disarmato e non diceva nulla. L’ hanno buttato a terra e l’ hanno picchiato. E’ intervenuta una collega avvocato che e’ stata allontanata e hanno continuato a picchiarlo”. Il pestaggio del giovane dimostrante e’ stato confermato anche da una donna e dal figlio. ”Le madri della zona – hanno raccontato – dalle finestre gridavano ‘Basta, lo state ammazzando, fermatevi’. E’ intervenuto anche un signore, sulla cinquantina, che e’ uscito dal portone di casa ed ha cercato di bloccare i poliziotti: ha ripetuto ‘basta, fermatevi, basta’. Poi il ragazzo, tutto insanguinato, e’ stato caricato su una camionetta e portato via. Questa citta’ oggi e’ in mano a tutta questa gente”.

18.41 – G8: MANIFESTANTE MORTO; GRIDA ‘ASSASSINI’ CONTRO FORZE ORDINE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Manifestanti si stanno concentrando in piazza Alimonda, dove il cadavere del ragazzo ucciso e’ tuttora a terra. Un cordone di uomini delle forze dell’ ordine circonda il cadavere. Contro i carabinieri e i poliziotti e’ cominciato anche un lancio di pietre e vengono lanciate grida di ”assassini, assassini!”. Secondo quanto riferito da una reporter del giornale alternativo francese Transfer, giunto sul luogo dell’ incidente nel momento stesso in cui avvenivano gli scontri, il ragazzo morto sarebbe stato colpito alla testa. Non ha precisato se da un colpo di arma da fuoco o da un lacrimogeno.

18.56 – G8: PROTESTE; 1 MORTO E 85 FERITI, BILANCIO ORE 18.30 (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – E’ di un morto e 85 feriti il bilancio alle 18:30 degli scontri di oggi a Genova. Lo si apprende dall’ unita’ sanitaria della Regione Liguria per il G8. Un altro giovane dimostrante sarebbe ricoverato in gravi condizioni all’ ospedale San Martino. Sara’ inoltre operato a breve il carabiniere con l’ orbita sfondata, colpito da una bomba carta in Corso Torino.

19.02 – G8: MANIFESTANTE MORTO; AGNOLETTO, PROVE SPARI FORZE ORDINE CI SONO VIDEO E PROVE ”INEQUIVOCABILI” CHE HA SPARATO -(ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Il portavoce del Genoa Social Forum, Vittorio Agnoletto, ha annunciato che ci sono video e prove ”inequivocabili” del fatto che ”la polizia, quando ha caricato le tute bianche e i giovani comunisti ha sparato: e quando si spara si spara per uccidere”. Agnoletto ha riferito le notizie che sono giunte finora al GSF: un morto, un ragazzo giovane, forse di venti anni. ”Sembra che sia stato colpito – ha detto Agnoletto – da un colpo di pistola”. In questo momento i gruppi del Genoa Social Forum sono divisi in tre luoghi. In piazzale Kennedy, accanto al palco dove si e’ esibito Manu Chao, c’e’ una parte dei manifestanti. Secondo quanto ha riferito Agnoletto, le tute bianche e i giovani comunisti sono bloccati al Carlini, la Rete Lilliput e gli altri pacifisti che erano a Castelletto sono fermi a Brignole. ”Starebbero trattando – ha detto Agnoletto – con la polizia per riuscire a raggiungere piazzale Kennedy”.

19.02 – +++ G8: MANIFESTANTE MORTO; CIAMPI, SGOMENTO E DOLORE IMMENSO +++ DICO AI DIMOSTRANTI ‘CESSATE OGNI VIOLENZA’ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”Provo sgomento e dolore immenso per la giovane vita spezzata. Mi rivolgo – ha detto il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi – ai dimostranti perche’ cessi da subito questa cieca violenza che non da’ contributo alcuno alla soluzione dei problemi della poverta’ nel mondo. Il vertice che stiamo tenendo a Genova vede per la prima volta riuniti insieme i responsabili dei Paesi industrializzati e dei Paesi poveri del mondo e i vertici delle istituzioni internazionali in cui gli uni e gli altri collaborano congiuntamente. Le grandi attese e speranze suscitate da questo vertice non debbono essere vanificate da atti insensati, indegni della nostra democrazia e della nostra civilta”’.

19.08 – G8: MANIFESTANTE MORTO, RIMOSSO IL CORPO (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Sempre protetto da un cordone di manifestanti, e’ rimasto circa un’ ora sul selciato di piazza Gaetano Alimonda il corpo del giovane manifestante morto negli scontri a Genova. Alle 19 e’ giunta sul posto un mezzo dell’ azienda trasporti funebri di Genova, sempre protetto dal cordone di agenti, e il corpo e’ stato portato via, mentre molti dei giovani presenti urlavano ”assassini, assassini”. Non si hanno particolari certi sulla nazionalita’ della vittima. Secondo i manifestanti che dicono di conoscerlo, si tratterebbe di un ragazzo spagnolo, forse basco, di circa venti anni.

19.12 – +++ G8: MANIFESTANTE MORTO; NUOVI SCONTRI PIAZZA ALIMONDA +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Subito dopo la rimozione del corpo della giovane vittima i manifestanti presenti all’ angolo tra via Caffa e piazza Alimonda hanno gettato di tutto contro le forze dell’ ordine che arretravano. Da una parte volavano bottiglie molotov, pietre, bottiglie vuote; dall’altra i lacrimogeni.

19.13 – +++ G8: BERLUSCONI, MI UNISCO AL DOLORE DI CIAMPI +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”Mi unisco ai sentimenti di dolore del presidente della Repubblica”, ha detto il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, che si trovava insieme a Carlo Azeglio Ciampi alla Prefettura di Genova. Cosi’ Berlusconi ha commentato i gravi incidenti. ”Mi spiace quanto e’ accaduto sia stato contestuale agli sforzi che nel G8 si sono portati innanzi proprio per uno sforzo aggiuntivo rispetto a cio’ che fino ad ora si e’ fatto per combattere la poverta’ e le grandi epidemie nel mondo. Per la prima volta come ha ricordato il presidente Ciampi, il G8 si e’ aperto anche a Paesi in via di sviluppo e insieme a loro stiamo tentando di trovare una soluzione che sia nuova e piu’ efficace, proprio per rimediare a questi gravi inconvenienti (epidemie, malattie, poverta’ e dolore), che riguardano una larga parte della popolazione mondiale”.

19.32 – G8: GSF; OLTRE 100 FERMATI, IMPEDITI CONTATTI CON LEGALI (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Sono oltre cento, secondo i legali del Genoa social forum, i ragazzi che si trovano in questo momento in questura fermati o arrestati. Secondo quanto riferito dall’ associazione giuristi democratici, ”viene loro impedito di mettersi in contatto con difensori. Questo – hanno detto in una conferenza stampa del Gsf – e’ una violazione gravissima dei diritti costituzionali che crediamo, tra l’ altro, avallata dalla procura”. L’ associazione giuristi democratici – e’ stato riferito – e’ impegnata a tentare di mettersi in contatto con i ragazzi bloccati dalle forze dell’ ordine.

19.34 – G8: SMENTITE DA POLIZIA VOCI SU SECONDA VITTIMA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Fonti della polizia hanno smentito che ci sia stata una seconda vittima negli scontri di Genova. La voce, che ha continuato a circolare anche negli ambienti politici, si riferiva ad un giovane rimasto gravemente ferito in scontri in via Montevideo, a poche decine di metri da via Caffa, dove e’ morto l’ altro dimostrante. La vicinanza tra i due luoghi fa ritenere che i testimoni abbiano confuso i due episodi. Anche il 118, in serata, dopo la polizia, ha smentito ufficialmente le voci di una seconda vittima. L’ ipotesi si era diffusa nel tardo pomeriggio e riguardava una delle persone ricoverate negli ospedali genovesi a seguito degli scontri fra dimostranti e polizia.

19.41 – G8: MANIFESTANTE MORTO; TESTIMONI, UCCISO DA COLPO ARMA FUOCO (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Secondo alcune testimonianze, la morte del giovane sarebbe stata causata da un colpo di pistola sparato da un componente delle forze dell’ ordine, forse un carabiniere, che si trovava all’ interno di un mezzo circondato da una folla di manifestanti. Il militare avrebbe impugnato l’ arma e avrebbe sparato per difendersi dall’ assalto dei manifestanti. Sulla vicenda, oltre alla procura di Genova stanno indagando i carabinieri. Sul punto dove il ragazzo e’ stato trovato morto, c’ e’ una pozza di sangue oramai rappreso coperto da segatura, sulla quale sono gia’ stati collocati moltissimi fiori rossi presi da un’ aiuola di fronte alla chiesa di Piazza Alimonda e sistemati in un bossolo di lacrimogeno, usato come portafiori. Nello stesso punto e’ stata posata una canottiera bianca con alcune scritte fatte a pennarello, la piu’ grande delle quali, in rosso dice ”respect”.

20.11 – G8: ATTAC DENUNCIA, MINISTRO INTERNI AVEVA ESCLUSO USO ARMI (ANSA) – PARIGI, 20 LUG – Il responsabile delle relazioni internazionali dell’associazione Attac-France, Christophe Aguitton, ha definito la morte del giovane manifestante a Genova ”il fatto piu’ drammatico che potesse accadere”. Ha poi denunciato ”il ministro degli interni che aveva garantito in modo formale che nessun poliziotto avrebbe usato armi”. Intervistato da Genova dall’emittente RTL, Aguitton si e’ detto ”costernato” e ha denunciato l’atteggiamento della polizia italiana e dei gruppi anarchici ”che non hanno assolutamente nulla a che vedere” con l’essenziale dei manifestanti, che sono ”pacifisti”.

20.28 – G8: PROTESTE; AGNOLETTO, BLOCCO NERO E’ SPUNTATO INDISTURBATO (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”E’ assolutamente incomprensibile come 400 violenti del cosiddetto blocco nero, conosciuti dalle varie polizie, abbiamo potuto spuntare stamane poco prima delle 11:00 nel mezzo delle nostre iniziative”. Il portavoce del Genoa social forum, Vittorio Agnoletto, ha confermato che stamane, poco prima delle 11:00, i ‘Black Blocks’ hanno fatto inaspettatamente la loro comparsa in piazza Paolo da Novi dove il Gsf, i lavoratori dei cobas e il network per i diritti globali avrebbero dato vita alla propria manifestazione. ”Si sono presentati con strumenti di tutti i tipi – ha detto Agnoletto -; io chiedo quindi alle forze dell’ ordine e al capo della polizia, che hanno fermato treni e traghetti di persone pacifiche, come questi 400 siano potuti arrivare nel centro di Genova”. ”E chiedo – ha proseguito Agnoletto – perche’ poi le cariche delle forze dell’ ordine sono state fatte in modo tale da spingere queste persone nei cortei, nei quali si sono infiltrati”.

20.51 – +++ G8: MANIFESTANTE MORTO; BUSH, UN FATTO TRAGICO +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Il presidente americano George W. Bush considera la morte di un manifestante a Genova ”un fatto tragico”: lo ha detto un alto funzionario della Casa Bianca. ”Il presidente Bush e’ stato informato delle violenze, dei feriti e del morto. Il presidente si rammarica delle violenze, considera il ferimento di agenti e di manifestanti molto lamentevole e giudica la morte di un manifestante un fatto tragico”. La reazione della Casa Bianca alle violenze e alla tragedia e’ venuta quando i leader dei Grandi stavano per iniziare la cena che chiude la prima giornata dei loro lavori. Prima del Vertice, a piu’ riprese, il presidente Bush aveva espresso il suo parere che ”i nemici della globalizzazione e della liberalizzazione degli scambi non sono amici dei poveri”.

21.24 – G8: PROTESTE; UN MINUTO DI SILENZIO AL GSF (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Un minuto di silenzio e’ stato osservato dalle migliaia di manifestanti presenti a Piazzale Kennedy, questa sera, alle 21.15. Intanto sono riuniti i responsabili dei diversi gruppi del Genoa social forum per valutare la situazione. Dal palco e’ stato annunciato che il Tg5 ha mostrato la sequenza di immagini conclusasi con la morte del ragazzo. L’ appuntamento con la manifestazione di domani e’ stato confermato con forza da tutte le componenti del Gsf.

21.53 – G8: SINDACO E GIUNTA CHIEDONO SICUREZZA PER CITTA’ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”Assicurare lo svolgimento del vertice non deve escludere che venga garantita la sicurezza di tutta la citta”’. Lo chiedono il sindaco di Genova, Giuseppe Pericu, e la giunta comunale, riunita questa sera in seduta straordinaria, al ministro degli interni Claudio Scajola. Nell’ esprimere ”il profondo cordoglio per la morte del giovane manifestante e la piu’ sincera partecipazione per tutti coloro che sono stati feriti negli scontri”, e’ scritto in una nota diffusa in serata, la giunta ritiene ”inaccettabile che lo svolgimento di un vertice internazionale sollevi un tale livello di contraddizioni e di contrapposizioni capace di provocare la morte di persone”. (…) Nel lasciare agli organizzatori la valutazione dell’ opportunita’ di effettuare la marcia a suo tempo programmata per domani, ”se verra’ deciso di effettuarla la giunta chiede che si svolga pacificamente e senza recare ulteriori ferite alla citta”’. Infine la Giunta comunale ritiene che ”tutti coloro che hanno subito danni debbono essere risarciti ed operera’ affinche’ si raggiunga questo risultato” e ha garantito che ”gli uffici comunali gia’ da questa sera inizieranno a fare quanto di loro competenza per ridare vivibilita’ alle zone cosi’ gravemente danneggiate”.

22.37 – G8:MANIFESTANTE MORTO; CARABINIERE FOTO INTERROGATO A ORE (ANSA) – ROMA, 20 LUG – Sara’ interrogato nelle prossime ore dal magistrato il carabiniere ritratto nelle fotografie che documentano l’incidente nel quale ha perso la vita un giovane manifestante a Genova. Il militare si trova in ospedale perche’, durante gli scontri, ha riportato ferite alla testa e alle braccia. I manifestanti infatti, secondo quanto si e’ appreso, hanno accerchiato la camionetta dei carabinieri e rotto il vetro che ha ferito il militare. Il carabiniere, che e’ gia’ stato sentito dai suoi colleghi, sara’ interrogato dal magistrato in ospedale.

23.02 – +++ G8: MANIFESTANTE MORTO; IDENTIFICATA LA VITTIMA +++ (ANSA) – ROMA, 20 LUG – Il giovane manifestante morto nel pomeriggio a Genova durante gli scontri con le forze dell’ordine si chiamava Carlo Giuliani. Era di Roma, ma residente a Genova. A quanto si e’ appreso aveva precedenti per resistenza a pubblico ufficiale e per oltraggio.

23.29 – G8: PRODI, MORTE RAGAZZO UNA TRAGEDIA PER NOSTRI PROPOSITI (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”La morte di quel ragazzo e’ una tragedia per gli scopi che ci siamo proposti”: cosi’ Romano Prodi, presidente della Commissione europea, commenta la morte del giovane manifestante durante gli scontri a margine del G8 di Genova. ”Mi addolora – ha dichiarato Prodi, uscendo dal pranzo offerto in prefettura dal Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi – il grande senso di distanza tra coloro che lavorano dentro la stanza e tutto il mondo che e’ fuori”. Ai cronisti che gli chiedevano se sia il caso di sospendere il G8, Prodi ha risposto: ”non sono io che posso prendere queste decisioni. Quello che posso dire e’ che oggi e’ stato fatto un lavoro serio, pieno di spirito di cooperazione, rivolto nella direzione giusta”.

23.32 – G8: NOTTE TRA PAURA E STANCHEZZA, DOMANI TIMORE NUOVI SCONTRI GENOVA, MANIFESTANTI SI RITIRANO STREMATI DA UNA LUNGA GIORNATA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Erano le 23 quando sul cielo di Genova per l’ ennesima volta si e’ alzato in volo un elicottero per continuare il controllo della citta’. Quel volo notturno e’ l’ emblema di come Genova si appresta a vivere la notte di vigilia della grande manifestazione di domani. Dopo la lotta senza quartiere della giornata, le tute bianche sono tornate a concentrarsi allo stadio Carlini: sono 5, 6 mila persone riunite in assemblea dalle 8 di sera. Stremate: in molti si lamentano della mancanza di acqua, di viveri. Le entrate allo stadio, cosi’ come le uscite, sono presidiate dalla polizia che vieta ogni ingresso. Gli agenti non sono peraltro presenti in misura massiccia, e su tutti prevale la stanchezza estrema da ogni punto di vista. Gli anarchici e altri centri sociali sono invece tornati al circolo ‘Pinelli’, alla ‘Sciorba’, nel quartiere di Marassi. Anch’essi stremati, riferiscono i portavoce del circolo. Non sono segnalate particolari tensioni, cosi’ come non c’e’ tensione ma solo stanchezza alla scuola Diaz, concentramento del Genoa Social Forum, dove peraltro prevale la delusione e la rabbia per la giornata di guerriglia. L’ intera citta’ di Genova resta comunque presidiata da un ingente numero di reparti di polizia e carabinieri. Tutto il perimetro della ‘zona rossa’ continua ad protetto da decine di camionette, ed anche la polizia a cavallo se necessario e’ pronta a intervenire. Una convinzione e’ comunque diffusa, sia tra le forze dell’ordine, sia tra i ragazzi dei centri sociali: domani non e’ escluso che ci siano altri scontri. Ma c’e’ una grande differenza con la tensione che a Genova si respirava la notte precedente: nelle ore della vigilia, si attendevano gli scontri come gesto di sfida al G8. Questa notte, invece, la morte di Carlo Giuliani e’ presente col suo significato pesantissimo. Per quanto i portavoce delle tute bianche radunate al Carlini non abbiamo dubbi: ”E’ un ragazzo che non abbiamo mai sentito nominare. Non e’ dei nostri. E’ un black blocker, su questo non c’e’ alcun dubbio”. Analoga la risposta degli anarchici genovesi, radunati alla ‘Sciorba’. ”Non sappiamo chi sia”. Dai ‘Black Block’, invece, nessun commento. Le tute nere sembrano invece essersi dissolte. Scese dalle colline di Albaro questa mattina, dopo aver messo a ferro e a fuoco dalla citta’, si sono volatilizzate. Ma sono in molti a ritenere che domani si rifaranno vive a suon di spranghe, molotov e bastoni.

 

IL PUNTO DI VISTA DI UN POLIZIOTTO (Non sono tutti uguali, N.d.r): “Mancò chiarezza”; ordini confusi e giovani impreparati allo sbaraglio

GENOVA – Lo sgomento, la preoccupazione, la sensazione che ”sarebbero successe cose che potevano travolgerci”. Ma soprattutto, ”la totale mancanza di chiarezza: perche’ in quei giorni Genova venne commissariata dal Viminale e da questo punto di vista lo e’ ancora. La chiarezza manco’ in quei giorni e su quei fatti manca ancora”. Roberto Traverso, poliziotto, segretario generale provinciale del Silp-Cgil, ricorda i giorni del G8 di Genova. Parla, e il piano umano e quello professionale si fondono.

Oggi come allora, la voce e’ intrisa di tensione, preoccupazione, dolore. Dieci anni fa, in quei giorni che cambiarono la storia, Traverso si trovava al Palasport dove era stata costituita una postazione sindacale della polizia. Quando arrivarono le prime notizie di disordini ”abbiamo provato un profondo sgomento – ricorda – e abbiamo cominciato ad avvertire la totale mancanza di chiarezza sui fatti”. Genova, continua Traverso, ”venne commissariata 10 giorni prima del G8. E lo e’ ancora. Ci fu un commissariamento dell’attivita’ con una linea d’azione che partiva dal centro”. I disordini, poi la morte di Carlo Giuliani. Quando arrivo’ la notizia ”si diffuse tra noi un forte senso di sgomento. Ci chiedevamo come fosse possibile che la situazione fosse precipitata cosi’ – si interroga ancora oggi – che fosse successa una cosa come quella. Sentivamo che qualcosa stava per travolgerci”. Non trova le parole, Traverso, perche’ ancor oggi lo spessore di quel dolore e’ intatto.

”Posso dire qualcosa di tecnico: e cioe’ che la pistola e’ l’ultima cosa che devi usare, anche se in quel momento non si trattava piu’ di solo ordine pubblico. Ma ci chiedevamo perche’ sia stato mandato in ordine pubblico personale impreparato. Ci chiedevamo perche’ fosse successo”. Il mondo intero guardava i poliziotti di Genova, ”e ci sarebbe voluto qualcuno che ci spiegava cosa stava succedendo – ammette il poliziotto-sindacalista – ma non c’era”. La citta’ era irriconoscibile: un inferno fatto di macchine in fiamme, di dolore, di lacrime e di sangue. ”Il personale impiegato era tantissimo: 15 mila, tra polizia, carabinieri e guardia di finanza, ma sembravamo pochissimi. Tre giorni prima dell’inizio – spiega Traverso – la zona gialla fu abolita e cosi’ il personale all’interno della zona rossa era di 7 mila unita’. Tantissimi. Altri 8 mila erano fuori, pochissimi. E i funzionari non conoscevano il territorio”. Dopo la morte di Giuliani c’e’ stata quella che fu definita, proprio da un poliziotto, ”la macelleria messicana” della Diaz, poi Bolzaneto.

”Ho cercato di trovare una spiegazione tecnica, cercavo di capire perche’ eravamo arrivati a questo. Forse, dopo ore e ore di servizio il personale aveva in corpo troppa adrenalina, come pentole a pressione sul punto di esplodere. Il personale del reparto mobile, a oggi, a causa dei continui tagli di personale fa fino a 200 ore di straordinario al mese”. Il G8 di Genova ha segnato una svolta in negativo dei rapporti tra citta’ e polizia. ”Ma la polizia continua a garantire sicurezza – sottolinea – ed e’ amata dalla gente. E la polizia sa che la protesta di piazza, quella democratica, va sempre tutelata perche’ e’ l’unica che puo’ portare il cambiamento. Ma ci sono alcuni, pochissimi, soggetti che entrano nelle piazze per destabilizzare. Vanno isolati e in questo chiediamo aiuto alla magistratura, nei confronti della quale mai si e’ esaurita la fiducia”. (Da Ansa.it, 20/07/2011)

Tratto da Blues Summit, rivista online interamente dedicata al Blues: 

http://www.bluessummit.com/it/it.htm

Ricostruendo le origini

“ Il cantante era seduto sullo scolorito linoleum che copriva l’irregolare e polveroso suolo di una piccola capanna vicino alla foce del fiume Gambia, nell’Africa del Sud. Un tappeto tessuto a mano separava dalla polvere i suoi abiti scuri. Un gruppo di persone, che aveva sentito la musica passando di lì, si accalcava nel piccolo spazio. Siccome non c’era la porta, bastava aprire la tenda a fiori che pendeva dall’apertura dell’entrata. Egli un po’ cantava e un po’ recitava lunghi versi, liberi e poetici che raccontavano la storia di un re del posto prima dell’arrivo degli europei, un re che stava lottando contro una tribù che aveva invaso il suo territorio. Mentre cantava, le persone che affollavano la stanza mormoravano ed assentivano con la testa. Aveva in mano un piccolo strumento a corda fatto in casa, che suonava ripetendo una serie di figure ritmiche con il tono soave e smorzato delle corde, conferendo così un lieve e affrettato accompagnamento alla profonda risonanza della sua voce. Il pausato suono dei piedi nudi che battevano sul linoleum seguiva i movimenti delle sue dita .”

Questo è un frammento tratto da una raccolta di scritti di viaggio, appartenuti ad un avventuriero inglese chiamato Jobson vissuto attorno alla metà del ‘800. Il cantante della capanna era un griot della tribù wolof, ed è probabile che qualcuno come lui abbia per la prima volta incominciato a rappresentare la musica che oggi è conosciuta come blues. Il termine “blues” era una parola di uso corrente nel Nord America molto prima che nascesse l’omonima musica; si può risalire fino all’epoca elisabettiana e verso la metà dell’ottocento quando tale vocabolo si usava negli Stati Uniti con molte delle accezioni che attualmente possiede. Dire I’ve got the blues, negli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, significava “annoiarsi”; ma già verso la metà del medesimo secolo, aveva la connotazione d’infelicità, tristezza, malinconia. Accadde dopo il XVIII secolo che alcuni negrieri, possessori di colonie sulle coste dell’Africa, iniziarono il trasporto di carichi di neri da vendere in America, dove la manodopera degli uomini di colore era ritenuta di  minore costo e indispensabile; è la stagione della grande migrazione forzata, lo sradicamento dalla propria terra: siamo già al tempo storico del degrado dei neri al rango di animali, nulla avevano potuto recare con sé, ammassati come bestie nelle stive delle grandi navi dei colonizzatori europei, tranne l’urlo, il grido di dolore delle loro anime, strappate per sempre dalle loro capanne, dalla giungla dove avevano organizzato la loro esistenza in armonia con le forze della natura. Con fatale progressione, agli occhi dell’uomo bianco del Sud degli Stati Uniti, dove la maggior parte degli schiavi fu condotta per lavorare nei grandi possedimenti terrieri, il nero si traduce, da strumento passivo e controllabile qual’era prima dell’abolizione della schiavitù, in un potenziale nemico da temere e combattere. In questo contesto storico – sociale si sviluppa all’interno delle comunità nere degli stati del Sud  un substrato culturale dal quale trae origine alla fine del XIX secolo quel genere musicale che prenderà in seguito la definizione di Blues. Una serie di fatti suggeriscono che il Blues possa aver preso forma fra le povere colline dello stato del Mississipi. Questo Stato aveva una grande ed isolata popolazione afro-americana ed era un’area di diffusa povertà, il che significava che la gente era costretta a crearsi da sola attività di divertimento. Nelle contee a nord- ovest del  Mississipi, la famosa campagna del delta dell’omonimo fiume, dove l’unica possibilità di lavorare era quella di passare le giornate curvi a raccogliere cotone nelle immense piantagioni, la concentrazione di comunità afro-americane era così densa (90% del totale della popolazione) che la vita musicale del luogo presentava melodie e stili strumentali direttamente correlati a elementi tipici provenienti dall’Africa e che in seguito si diffonderanno in tutto il Sud: dalla Louisiana, al Texas, al Tennensee, all’Alabama fino all’Oklahoma. Ciò che porta a considerare il Mississipi come luogo di nascita del Blues, è il numero di cantanti provenienti dalle contee del Delta che per primi registrarono il loro repertorio e le fonti dalle quali tale materiale musicale originò: le grandi piantagioni di cotone e i gruppi di carcerati che lavoravano lungo le strade in regime di lavori forzati. E’ sempre difficile resistere alla tentazione di continuare a ricercare nelle influenze sociali invece che nel genio del singolo musicista le logiche che stanno dietro allo sviluppo del Blues: in periodi differenti possiamo comunque  individuare diversi grandi bluesmen che si possono definire come veri e propri motori di sviluppo di questo genere musicale: ad esempio Charley Patton , Blind Lemon Jefferson, Robert Johnson, John Lee Hooker, Muddy Waters e tanti altri. Gli antichi blues, dal ritmo libero e semplice con strofe brevi composte da una o due frasi, vengono chiamati generalmente hollers e sono queste melodie che rappresentano una delle due più importanti fonti dalle quali derivò il Blues. L’altra importante origine sono i canti di lavoro, con i suoi ritmi ossessivi e i versi poco rimati. Venti o trenta anni fa, attraversando le deserte statali del Sud si potevano ancora incrociare gruppi di prigionieri neri segregati che lavoravano per le strade del Mississipi, della Louisiana e del Texas, intenti a tagliare erbacce, sradicare ceppi e raccogliere fogliame. Mentre lavoravano, seguivano il solista che cantava e che manteneva l’unità canora con brevi frasi improvvisate, alle quali loro rispondevano con un unico verso, ripetuto come un ritornello. La struttura del Blues è composta quindi da tutti questi elementi: il modo in cui cantavano i griots nell’Africa del Sud, gli hollers, i canti di lavoro e le canzoni tradizionali delle campagne, in cui più culture si fondevano insieme. L’unico dato che ci manca e sempre ci mancherà, è chi cantò per la prima volta un Blues. Tuttavia, questo vitale stile musicale, nel corso di cento anni, ha saputo avvalersi di diversi modi per conservare la propria unicità e tradizione, pur cambiando e rinnovandosi nel tempo

La gente continua a domandarmi dove nacque il Blues. Tutto quello che posso dire è che, quando io ero ragazzino, nelle campagne, cantavamo sempre. In realtà non cantavamo, gridavamo, però inventavamo le nostre canzoni raccontando le cose che ci stavano succedendo in quel momento. Credo che fu allora quando nacque il Blues .” ( Eddie Son House )

C’era una volta il profondo Sud   

Nessuno può dire con precisione dove il Blues sia nato, ma l’evidenza suggerisce fortemente che ciò avvenne in qualche luogo all’interno di quella vasta area che partendo dalla verde campagna della Georgia e del Mississipi ,  attraversando le intricate foreste paludose della Louisiana arriva fino all’arido immenso Texas. Il cotone era il re dell’intera regione del Sud ed un enorme numero di lavoratori neri passavano le incandescenti giornate a raccoglierlo prima come schiavi poi come lavoratori stagionali , qualche volta come affittuari oppure raramente come proprietari della terra. Tale attività era molto intensa, sia nella vasta zona che da Memphis arriva fino a New Orleans, il famoso Delta del fiume Mississipi, sia nella “Black Belt of Alabama”, dove la popolazione nera raggiungeva anche il 90% degli abitanti. La maggior parte dei Bluesmen che svilupparono questo genere musicale proveniva da questa area o comunque da qui partirono le loro carriere. Molti ricercatori fanno risalire il luogo di sviluppo del Blues nelle città di New Orleans, St. Louis e Shreveport verso la fine del XIX secolo, ma sicuramente la musica venne portata in queste città da emigranti provenienti dalla vicina campagna. Charles Peabody, ricercatore e sociologo vissuto all’inizio del XX secolo, notò che i lavoratori neri della comunità  di Stovall cantavano spesso canzoni improvvisate accompagnate a volte da strumenti a corda come la chitarra o il banjo oppure a fiato come l’armonica , a volte prive di qualsiasi supporto strumentale che raccontavano della vita di tutti i giorni nelle sue sfumature di gioia e di dolore. Queste performance musicali avevano luogo dopo il lavoro, dopo la celebrazione della messa domenicale, per puro divertimento in occasione di feste o ritrovi sociali, sovente semplicemente sulla porta di casa oppure davanti al fuoco del camino di fronte ad amici. I primi Bluesmen erano soprattutto uomini in cerca di occupazione stagionale, pagata in contanti come operaio in cantieri per la costruzione di ferrovie o strade, come raccoglitore di cotone nelle grandi piantagioni oppure come sguattero nelle navi che risalivano il Grande Fiume Mississipi; a questo status di lavoratore itinerante, si affiancavano giocatori d’azzardo ed ex-carcerati. I Bluesmen viaggiavano in treno per attraversare le grandi distanze da una città all’altra, certe volte in cerca di ingaggi nei vari saloon, altre volte chiamati dalle compagnie perchè allietassero i fine settimana degli operai; questo ci spiega del perché poi il treno diviene spesso argomento delle canzoni Blues o comunque ritroviamo in esse sonorità e ritmi che richiamano al principale mezzo di trasporto dell’epoca. Le città centro di questa vita on the road erano Memphis, Jackson, Greenville, Clarkdale, Houston, Dallas, Shreveport: in questo contesto i musicisti possono imparare l’uno dall’altro, sintetizzare molte idee musicali sviluppando così un  loro stile personale. Sebbene i migliori artisti blues possedevano un immediato riconoscibile stile personale, c’era un certo grado di omogeneità stilistica soprattutto fra coloro che scorazzavano nel profondo Sud e nel Texas: un forte senso di intensità, sincerità e convinzione nella loro musica; il musicista dà l’impressione di essere un tutt’uno con la sua musica, non sono gli strumenti che presentano la canzone, ma quando si ascolta la canzone, si ascolta il musicista e quello che ha da raccontare di questa grande avventura che è la vita. Ogni nota è fortemente sentita e va a riempire quegli spazi vuoti lasciati da una voce ruvida, stridente, appassionata nel racconto con un alternarsi di alti e bassi, proprio a sottolineare la forte emotività che coinvolge l’esecutore. I primi osservatori ci raccontano soprattutto del contesto sociale dove la musica si sviluppa, ma essi ci dicono poco a riguardo di specifici musicisti, preferendo considerarli in modo anonimo come membri di una classe sociale piuttosto omogenea. E’ solo con l’avvento dell’era delle registrazioni commerciali che cominciamo a distinguere un artista dall’altro in termini di carriera musicale e stile. Era il 1926 quando con le registrazioni di Blind Lemon Jefferson, il leggendario folk-bluesman di origine texana, cominciò l’invasione nel mercato musicale del cosiddetto down-home blues, il blues proveniente dalle campagne del Delta. Nei successivi sei anni più di 200 artisti o piccoli gruppi registrarono le loro canzoni destinate ad essere commercializzate. Cosa noi conosciamo dei primi Blues era filtrato attraverso i gusti e l’istinto di uomini come Frank Walker, direttore delle scelte commerciali della Columbia Records. Diversi fattori contribuirono durante quel periodo a promuovere le registrazioni di questo genere musicale: in primo luogo l’invenzione di processi di registrazione elettronici permetteva di offrire un prodotto privo di eccessivi rumori di sottofondo, una percezione del suono degli strumenti più chiara e la possibilità di distinguere chiaramente le parole dei cantanti spesso rese di difficile comprensione per il forte accento regionale. In secondo luogo le maggiori etichette erano disponibili ad investire in campagne di scoperta di talenti, allestendo studi di registrazione provvisori itineranti nelle più grandi città del Sud come Memphis, Nashville, Dallas, Atlanta, New Orleans, Shreveport, San Antonio, Richmond, Jackson etc. etc. In terzo luogo la crescente popolarità della radio rappresentava uno strumento di diffusione di enorme efficacia. L’intensa attività di registrazione durò fino al 1932, da quel momento in poi tutte le maggiori compagnie di registrazione fecero bancarotta a causa della Grande Depressione economica che investì gli Stati Uniti in quegli anni, ma il Blues continuò la sua diffusione, così come era nato, attraverso i suoi eroi di strada.

“Registriamo in un piccolo hotel di Atlanta e siamo soliti far alloggiare i musicisti pagando un dollaro al giorno per il loro mangiare e il pernottamento in un altro piccolo albergo. Poi passiamo la nottata andando da una stanza all’altra a selezionare le differenti canzoni che loro conoscono, perché sarebbe inutile proporre canzoni scritte da altri, il loro repertorio consiste di una decina di pezzi che fanno bene e ciò è tutto quello che conoscono. Dalla sessione di registrazione possono venire fuori sei o sette buone registrazioni fatte in quel momento, niente verrebbe  fuori di migliore se ripetuto decine di volte. Ci si saluta e loro tornano a casa contenti per il fatto di aver fatto una registrazione che ai loro occhi è ciò che più si avvicinava ad essere Presidente degli Stati Uniti.”

Questa intervista fu rilasciata da uno dei responsabili della Columbia Record durante una delle sessioni di registrazione degli anni Venti.

La Tradizione Gospel

Il blues è la risposta profana alla povertà, alla disperazione e segregazione sociale della comunità afro-americana, mentre il Gospel rappresenta viceversa la risposta sacra, religiosa, piena di gioia nella visione e nella luce di Dio. Il blues celebra i piaceri della carne, mentre la musica sacra celebra la libertà dello spirito dalle catene del mondo. Uno è l’olio, l’altro l’acqua, non si fondono, rimangono agli antipodi. Almeno, questa è la visione tradizionale del rapporto fra blues e gospel. Entrambe voci della medesima comunità, rappresenterebbero due vie opposte che si escludono mutualmente: Dio o il Diavolo, Paradiso o Inferno, Blues o Gospel! Oggi, molti appassionati, guardano ai musicisti e cantanti blues, specialmente gli artisti del Delta, identificandoli per certi versi ai poeti maledetti del romanticismo del XIX secolo: ribelli verso le convenzioni sociali, inebriati dal sacro fuoco dell’arte, morti giovani a causa di dipendenze e vizi. Il mito del poeta dannato di stampo romantico, brillante, insolente e autodistruttivo, ha rappresentato per più di 150 anni un simbolo di potenza quasi disumana nella cultura occidentale. Quel mito si è trascinato per tutto il XX secolo investendo la generazione beat degli anni Cinquanta, le rock-star degli anni Sessanta e Settanta, per le quali vita ed arte sono inseparabili, l’uno prende l’energia dall’altro, in una serie di conflitti e contraddizioni fino all’autodistruzione, martire di sé stesso. Il problema nel trasportare questa visione dell’artista su i musicisti blues consiste nel fatto che la cultura in cui essi vivevano e lavoravano non aveva nessun tipo di collegamento con la tradizione romantica del diciannovesimo secolo. Se qualche blues man definiva la propria musica come diabolica, però nessuno sembra che si sia avviato ad una consapevole “via demoniaca” alla ricerca di una verità superiore, così come invece aspiravano alcuni romantici europei (“La via dell’eccesso conduce al palazzo della saggezza”- William Blake -). La romantica deificazione dell’individuo è fondamentalmente estranea alla cultura afro-americana e la proiezione del personaggio alla Byron nei musicisti blues ci racconta molto più di chi osserva che dell’osservato. Questo non significa che il dualismo fra musica del diavolo e musica sacra sia soltanto una creazione intellettuale della cultura occidentale. Certamente no, però dobbiamo sottolineare che sacro e profano sono fortemente intrecciati nell’afro-americano sin dalle origini più remote delle tribù africane, una sorta di complicità, di simbiosi, all’interno della stessa famiglia in cui la natura più legata ai piaceri materiali viene tollerata più di quanto la presenza di una forte retorica religiosa potrebbe apparentemente suggerire. Come spiegare altrimenti il fatto che il cantante blues e il predicatore rappresentano due distinte figure, con funzioni differenti all’interno della comunità, ma accomunate dal medesimo rispetto sociale e dalla musica come strumento per raggiungere la loro meta: l’uno il divertimento, lo sfogo di un’anima in perenne tormento, il godimento dei beni materiali (dal film Oh fratello, dove sei?: …ho venduto l’anima al diavolo per incantare con la chitarra….tanto non mi serviva!), l’altro l’elevarsi a Dio attraverso la salvezza dell’anima. Il grande business della deportazione dei neri d’Africa nel Nuovo Continente fu seguito da un’ulteriore disumanizzazione: la distruzione, con la vendita per asta degli schiavi, di qualsiasi legame tribale e familiare. Espressioni della cultura e religione africana furono largamente soppressi per paura che potessero diventare un primo passo verso un’insurrezione collettiva. Privati della loro identità culturale ed impedito loro di ricostruirsene una nuova, gli africani d’America rimasero senza una qualsiasi istituzione che fosse espressione delle loro radici, un punto d’incontro oltre il mondo dei bianchi. Tutto questo terminò con il sorgere delle prime congregazioni cristiane di afro-americani. Il primo battesimo registrato di un colored nelle colonie del Nord America risale al 1641. La premura missionaria nel Nuovo Continente era temperata dal dubbio se il Battesimo comunque conferisse una sorta di libertà per l’africano. Per le leggi questo era praticamente improponibile, ma vi era comunque una certa fretta nel voler cristianizzare questo patrimonio umano. Tutto ciò cambiò improvvisamene nel 1730 con l’avvento del Great Awakening, un movimento religioso che investì l’Inghilterra e l’America e che alla fine fece sì che gli schiavi fossero riconosciuti come essere umani convertiti al Cristianesimo. Tra i missionari che vennero in America nel 1730, c’era John Wesley, fondatore della Chiesa Metodista. Le sue prediche erano sottolineate dagli inni di Dr. Isaac Watts, un pastore protestante inglese, compositore di musica le cui liriche si avvicinavano più alla lingua parlata che ai freddi salmi della domenica. Un’edizione degli inni spirituali di Watts venne pubblicata nel 1739 ed ebbe una notevole diffusione fra gli schiavi. Oltre un milione di neri vivevano negli USA verso il 1800. Più di centomila erano liberi e fra quest’ultimi c’erano i fondatori delle prime congregazioni: Richard Allen fondò la Bethel African Methodist Episcopal Church a Philadelphia nel 1794 e nel 1801 pubblicò la prima raccolta di inni solamente ad uso delle congregazioni nere. La creazione di chiese riservate a gente di colore era da una parte una risposta alla indesiderabilità della loro presenza nei luoghi sacri, dall’altra forniva un vero centro di comunità lontano dai pregiudizi e dalle punizioni dei bianchi. Quel piccolo centro rappresentò un sostegno di forza per generazioni e produsse dei veri e propri leader, i suoi predicatori. Un secondo risveglio religioso investì gli USA nei primi anni del XIX secolo, caratterizzato da raduni di una settimana ( i cosiddetti, camp meetings) in grandi parchi, durante la quale si pregava, si predicava e si cantava tutti insieme, bianchi e neri, l’entusiasmo di quest’ultimi spesso travolgeva quello delle comunità anglo-sassoni. Nel 1867, la prima collezione di “spirituals” venne pubblicata, “Slave Songs of the United States”, raccolta da William Allen, Charles Ware e Lucy Garrison. In questa raccolta si potevano trovare sia gli inni di Dr. Watts sia i vari Folk Spirituals dei Camp Meetings. Nel 1866, Fisk University, aperta agli studenti neri, fu fondata a Nashville. Dalle sue fila vennero fuori i Fisk Jubilee Singers, il primo gruppo a cantare in concerto gli “Spirituals”. Intrapresero il loro primo tour nazionale nel 1871 ed in seguito, nel 1886, anche un tour mondiale che arrivò in Europa, facendo conoscere ed apprezzare le canzoni sacre afro-americane. Gli elementi costitutivi delle “sacred songs” rimasero costanti per generazioni, anche se, soprattutto all’inizio del XX secolo, vari stili ed interpretazioni si susseguirono, in relazione ad esempio alla fondazione di nuove congregazioni come la New Holiness Church che sfidava il dominio delle Chiese Battiste e Metodiste, proponendo un nuovo approccio alla musica Gospel con primitive jazz band. Inoltre, la diffusione del Pentacolismo all’inizio della Prima Guerra Mondiale che enfatizzava lo stato di trance ed il parlato nelle sue Messe cantate. Negli anni si sono susseguiti numerosi interpreti e compositori: Thomas Dorsey, Rev. Gates, Arizona Dranes, Blind Willie Johnson, Washington Phillips, Gary Davis, Bertha Lee, The Tindley Quaker City gospel Singers, The Golden Gate Quartet, Mahalia Jackson, Rosetta Tharpe, The Swan Silvertones, The Stample Singers. Per tornare all’intreccio fra Blues e Gospel, molti musicisti sono passati dall’uno all’altro favorendo così un’incisiva contaminazione reciproca, fra questi ricordiamo Son House, Thomas Dorsey (ex pianista di Tampa Red), Gary Davis, Skip James, Mamie Smith, Little Richard. In ogni caso, l’antichissima tradizione Gospel costituisce un tassello irrinunciabile per avere una visione più completa del variegato e controverso patrimonio culturale afro-americano.

RAGTIME:

Il Ragtime rappresenta la fonte principale di quel genere musicale che poi sarebbe divenuto celebre all’inizio del ventesimo secolo con il nome di jazz. Anche il Blues deve la sua diffusione per molti aspetti al Ragtime, soprattutto in citta’ come St. Louis, Atlanta, Charlotte, Richmond, dove si sviluppo’ un particolare stile divenuto celebre con il nome di East Coast Piedmont Style.

Spesso, erroneamente, si pensa che il Ragtime sia nato come genere musicale da musicisti bianchi, perche’ furono i primi a commercializzarlo, ma in realta’ il Ragtime nacque dalla ricerca dei pianisti neri che suonavano nei bordelli di New Orleans di ricreare il sound delle Brass Band della citta’: la mano sinistra manteneva un ritmo regolare sulle note basse, mentre la destra sviluppava una melodia sincopata. Noi cercarono mai di simpatizzarsi il pubblico bianco e il genere rimase una musica underground per molti anni.

I primi brani di Ragtime risalgono alla fine dell’ 800: New Coon in Town (1884), Ma Ragtime Baby (1893) composto da Fred Stone , You’ve Been a Good Old Wagon (1895) di Ben Harney e Mississipi Rag (1897) di William Krell.

Da New Orleans questo genere si diffuse velocemente in tutte le grandi citta’ del Sud, portato dai musicisti in cerca di fortuna in Memphis e St. Louis. I musicisti di ragtime attingevano alle piu’ varie direzioni musicali, dal cakewalk, alle ballate europee, dalla polka e al valzer. Sopratutto St. Louis divenne la casa del Ragtime: citta’ di 500.000 abitanti nel 1895, era il paradiso di avventurieri, bevitori e tutti coloro dediti al piacere; era descritta come la vita dei peccatori. La vita notturna era intensa e un grande musicista era sempre il benvenuto in saloon e locali di vario tipo.

Il compositore, al quale si lega inesorabilmnte il Ragtime, e’ Scott Joplin. Nato in una famiglia di musicisti, divenne celebre per Maple Leaf Rag (1903) e Treemonisha (1906).
Mori’ all’eta’ di 49 anni nel 1917 a causa della sifilide.

Il Blues venne fortemente influenzato dal Ragtime; fra i Bluesmen che seguirono questa direzione troviamo il grande Blind Blake, unico chitarrista, Jolly Roll Morton, Charles Davenport, Rufus Perryman, Roosvelt Sykes e tutti quei pianisti che dettero poi vita negli anni Trenta al fenomeno Boogie Woogie.

Le Regine del Blues

Le donne hanno rappresentato in passato una pagina importante, troppo spesso dimenticata, del Blues. Le pianiste Bertha Gonsoulin e Lil Hardin, che lavorarono tra l’altro nella band di King Oliver; la pianista Mary Lou Williams di Kansas City; Dolly Jones, il cui spettacolo di varietà includeva anche una sua esibizione alla tromba Jazz, appartenevano ad una piccola minoranza di donne che lavoravano come musiciste nelle varie orchestre delle grandi città. Ad eccezione di Lovie Austin che riuscì a registrare qualche brano per la Paramount Records, le altre non riuscirono a farsi conoscere da un vasto pubblico.  In seguito alla prosperità che regnava negli Stati Uniti dopo la Prima Guerra Mondiale, si diffusero nel paese le case da varietà “Black Vaudeville Houses” accanto alle quali fiorirono innumerevoli locali, cafè e ristoranti, venendo così a crearsi piccoli quartieri musicali, dove ognuno poteva esibire il proprio talento. I più celebri distretti notturni sorsero a Chicago (Pekin e Vendom) ed a New York (Lincoln e Lafayette). La natura egualitaria del palcoscenico dava alle giovani donne di colore, l’opportunità di esibire le proprie capacità vocali e d’intrattenimento, per avere un reddito decente e condurre così una vita indipendente e fuori dalla povertà del ghetto. Quando, all’inizio degli anni Venti, si cominciò a capire che il Blues poteva essere una fonte di guadagno, sia per gli artisti, sia per coloro che giravano attorno a tale mondo, fu creato dalla T.O.B.A. (Theater Owner’s Booking Association) l’associazione che raccoglieva tutti i proprietari di teatri del Paese, un circuito che collegava tra loro i palcoscenici di grandi e piccole città. Le giovani cantanti si esibivano in bellissimi abiti da sera cantando e intrattenendo il pubblico con piccole scene di cabaret. Non bisogna dimenticare che la storia del Blues è inseparabile da quella delle apparecchiature di registrazione che svolsero un ruolo cruciale nella diffusione e popolarità della musica di questo secolo. Fino agli anni Venti, l’industria discografica americana era ben lontana dalle cantanti nere che venivano lasciate ai margini, concentrandosi viceversa sul mondo dello spettacolo bianco già dai primi anni del ‘900. Stranamente, alcune delle più famose compagnie di registrazione come la Victor, Columbia ed Edison, non sdegnavano di investire del denaro nella musica sud americana o caraibica, andando addirittura a cercare direttamente nei paesi come Cuba, Puerto Rico o Brasile dei potenziali talenti da importare negli States. Viceversa, la musica presente nelle comunità nere degli Stati Uniti veniva usurpata e “ripulita” facendola cantare da interpreti della upper-class bianca in lussuosi teatri. Difficilmente venivano prese in considerazioni composizioni di autori neri, come ad esempio, James A. Bland, Gussie L. Davis, Creamer e Layton, Shelton Brooks, bollati come scrittori di brani dialettali e lontani dall’interesse del pubblico. Date queste condizioni, si può facilmente capire come l’apparizione di Mamie Smith nell’industria discografica nel 1920, rappresenti un evento storico. Il suo esordio in sala di registrazione avvenne all’età di 37 anni, dopo una lunghissima gavetta come ballerina, corista e cantante di cabaret. Il suo primo successo commerciale fu “Crazy Blues” di cui furono vendute moltissime copie, aprendo la strada a tante altre cantanti di colore: Edith Wilson, Mary Stafford, Lucille Hegamin, Trixie Smith, Ethel Waters. Quasi tutte le registrazioni avvenivano a New York, dove la passione per il Blues scarseggiava tra la gente; si narra che nel 1918, durante un concerto al Lafayette Theater, la banda di W.C. Handy proveniente da Memphis, venne sbeffeggiata dal sofisticato pubblico newyorkese quando iniziò a suonare il Blues. Certamente, i successi delle grandi cantanti, “Crazy Blues”, “Arkansas Blues”, “Down Home Blues” degli anni seguenti, imposero il Blues all’attenzione della gente dimostrando che non aveva niente da invidiare agli altri generi più eleganti e aristocratici. Quindi il ruolo svolto da queste grandi interpreti fu determinante nel diffondere la musica di umile provenienza, ma dall’intensità unica. La vera esplosione delle cantanti Blues avvenne nel 1923 con Bessie Smith, la cui voce dolce e profonda fu notata da Frank Walker, produttore della Columbia Records. Solitamente veniva accompagnata nei brani solamente da un pianista per far emergere a pieno la sua voce, ma altrettante belle registrazioni la vedono accompagnata da un’intera orchestra, tra cui spicca un bellissimo duetto con Louis Armstrong. I successi di Bessie Smith si susseguirono senza pausa fino agli anni Trenta, quando la Grande Crisi travolse il mondo dello spettacolo e soprattutto l’industria discografica di New York con fallimenti a catena delle più importanti etichette americane dell’epoca. Un’altra regina del Blues negli anni Venti fu “Ma” Rainey, che con la sua band divenne uno dei nomi più popolari ed ammirati; la sua voce non aveva niente da invidiare a quella di Bessie Smith, l’unica differenza fra le due è che la Smith ebbe la fortuna di registrare negli studi di New York, con apparecchiature più efficienti, così che la sua voce è arrivata ai giorni nostri in maniera più limpida e chiara. Altre meravigliose voci erano quelle di Ida Cox, Victoria Spivey, Lucille Bogan, Memphis Minnie, Billie Holiday. Alla fine degli anni Trenta la generazione delle grandi cantanti Blues cominciò a tramontare a causa della morte di alcune di queste star, Bessie Smith e Lucille Bogan morirono in un incidente stradale, ed anche perché il repertorio cominciava a spostarsi verso altre direzioni. Il Blues cominciò a diventare quasi esclusivamente musica maschile e la generazione dei grandi urlatori urbani, i grandi chitarristi e cantanti del Sud, vedi Hooker, Waters, Hopkins presero il sopravvento sulle donne che si spostarono più verso il jazz, soul, musica pop e rhythm and blues. L’era delle regine del Blues cominciò all’inizio del diciannovesimo secolo e terminò alla fine degli anni Venti per una serie di motivi che vanno dalla Grande Depressione, alla guerra e al cambiamento nei gusti del pubblico. Oggi, la voce nel Blues è prevalentemente maschile, accompagnata da chitarre elettriche e strumenti amplificati che esprimono soprattutto energia, ma non dobbiamo dimenticare che il Blues deve molto alla grande dolcezza femminile.

The Field Trips, 1924-44

Mentre la session di Mamie Smith nel 1920 rappresenta la data d’inizio delle registrazioni blues eseguite da musicisti neri a fini commerciali, le documentazioni audio raccolte nei campi di lavoro risalgono ai primissimi anni del XX secolo. Il pioniere di questo tipo di progetti fu Howard W. Odum, il quale si diresse verso il Mississipi e Georgia in cerca delle tracce di quella cultura afro-americana che cominciava ad avere una sua vasta solidità nelle comunità del Sud. Sfortunatamente nessuna di queste prime testimonianze registrate con strumentazioni ancora molto approssimative è sopravvissuta al tempo. Ma i testi, sia sacri che profani vennero pubblicati prima sottoforma di articoli ed in seguito in libri. Si possono definire dei veri e propri blues arcaici quelli raccolti da Odum destinati esclusivamente negli anni successivi ad un pubblico nero, specialmente negli anni Venti. Le prime registrazioni sopravvissute sono presubilmente quelle effettuate da Lawrence Gellert in Greenville, South Caroline, nel 1924. Questo prezioso materiale comprende sia blues di protesta accompagnati da una sessione ritmica composta da quattro chitarre, sia altri canti eseguiti da gruppi di carcerati impegnati nei lavori forzati lungo le strade polverose di molti Stati del Sud. Le strumentazioni utilizzate da Gellert in quel periodo erano ancora ai primi stadi di sviluppo, anche se si cominciava ad utilizzare le prime macchine a funzionamento elettrico. Nel 1928 Robert W. Gordon venne nominato a dirigere il nuovo Archivio della musica folk americana presso la Biblioteca del Congresso e mantenne questa carica fino al 1933. L’idea di Gordon di ricerca si allontanava nell’obiettivo da quella di Gellert: egli considerava le canzoni di protesta della comunità nera come un’occasione di documentare il grido di ingiustizia di questa gente che altrimenti sarebbe rimasto soffocato nel timore di ritorsioni. Il progetto riuscì anche se gli autori conservarono l’anonimato, ma quello che più contava per Gordon era l’esser riuscito a raccogliere numerose registrazioni dai carceri del Nord e Sud Caroline e Georgia. Nello stesso periodo, a New York cominciò a muoversi un altro collezionista di musica folk che in seguito diverrà il principale ricercatore di testimonianze musicali nel profondo Sud per la Biblioteca del Congresso, John A. Lomax. Infatti, nel 1932 Lomax propose al suo editore la pubblicazione di un antologia intitolata “American Ballads and Folk Songs”. Con sua grande sorpresa l’idea venne accettata. Dopo il grande successo Lomax si accordò con la Bibliotaca del Congresso per allestire un’attrezzatura efficiente e pratica per una spedizione nelle campagne del Sud alla ricerca di musicisti blues e folk nel tentativo di ricostruire il puzzle dell’entità musicale americana. Così come era nell’idea di Gordon, Lomax voleva far emergere un patrimonio musicale che fosse considerato al pari della musica europea un prodotto degno di essere definito cultura con la lettera maiuscola. John Lomax e suo figlio Alan, riuscirono in questa loro impresa di spazzare via tutti i pregiudizi verso questo tipo di musica popolare e farla accettare al grande pubblico al pari della cosiddetta musica “alta”. Nel giugno del 1933, padre e figlio Lomax partirono dalla loro casa nel Texas e seguirono il loro istinto attraverso locali notturni, campagne, prigioni e campi di lavoro forzato. I primi musicisti ad essere registrati furono James Baker, Mose Platt, Lightnin’ Washington, Warnest Williams Starting e molti altri. Purtroppo, niente di queste registrazioni fu mai pubblicato, anche se i testi vennero messi in commercio con il titolo American Ballads and Folks Songs (New York, 1934). L’attrezzatura per eseguire delle buone registrazioni arrivò da New York solo a luglio quando Lomax si trovava a Baton Rouge, Louisiana. Al contrario di quello che accadde in Texas, in Louisiana molti penitenziari non permettevano ai loro detenuti di cantare durante i lavori forzati; nonostante tale delusione, i Lomax scoprirono nel carcere di Angola un grande musicista fino ad allora sconosciuto, Huddie Ledbetter, al secolo Leadbelly, il quale si proclamava il re della chitarra a dodici corde. Leadbelly dimostrò di avere un repertorio vastissimo, l’unico inconveniente era che doveva scontare una pena per tentato omicidio. Leadbelly fornì un gran numero di brani che vennero inclusi nella raccolta American Ballads and Folks Songs: Ella Speed, Frankie and Albert, Honey Take a Whiff on Me, Western Cowboy, Julie Ann Johnson. Dopo questa felice tappa in Louisisana si diressero verso il Mississipi e Tennessee, per terminare il loro viaggio a Washington D.C., dove iniziarono a settembre a lavorare per presentare la raccolta alla Library of Congress. Con il successo che ottenne la pubblicazione i Lomax furono incoraggiati a proseguire, sia dalla Library of Congress, sia dall’interesse che suscitò il loro progetto nell’ambiente attirando versò di sè offerte di sponsorizzazione che permisero il  miglioramento delle attrezzature: dal 1934 fino 1939 John Lomax e suo figlio Alan viaggiarono in tutte le carceri e piantagioni del Sud scoprendo musicisti come Uncle Rich Brown, Rochelle French, Gabriel Brown, Sampson Pittman, Calvin Frazier, Albert Ammons, Meade Lewis, Jimmie Johnson, Sonny Terry, Blind Boy Fuller, Oscar Woods, Joe Harris, Kid West e molti altri. Un giorno ad Atlanta, Ruby T. Lomax (la moglie) individuò un uomo di colore non vedente che stava suonando la chitarra vicino ad un barbecue; questo musicista era Blind Willie McTell, già celebre per aver registrato alcuni brani per il circuito commerciale. Il giorno dopo questo incontro, McTell suonò incidendo diversi brani per i Lomax: ballate, brani gospel, musica popolare e blues di ogni tipo. La più significativa registrazione fu quella realizzata da Alan Lomax nel 1941 in collaborazione con la Fisk University; la regione selezionata fu quella al confine tra il Mississipi e il Tennessee, nelle contee di Cahoma e Bolivar, dove scoprirono un giovane chitarrista e cantante corrispondente al nome di McKinley Morganfield, meglio conosciuto come Muddy Waters. Questo ragazzo aveva appreso la tecnica del bottleneck da un nome leggendario come quello di Son House. Attraverso Muddy Waters, Alan Lomax riuscì a rintracciare anche Son House che aveva fatto perdere le sue tracce alcuni anni prima. Arrivati all’inizio degli anni Quaranta, l’era dei viaggi pionieristici nel Sud si interruppe a causa della mancanza di fondi che vennero invece destinati all’impegno bellico degli Stati Uniti. Nonostante ciò, proseguì la ricerca per migliorare le apparecchiature di registrazione e tutte il materiale raccolto negli anni precedenti venne pubblicato e messo in commercio. Grazie a gente come Howard Odum, Robert Gordon, John and Alan Lomax, John Worke e Lewis Jones (quest’ultimi studiosi della Fisk University) la musica popolare nera è considerata oggi patrimonio imprescindibile della cultura americana e per questo degno contributo della comunità nera al mondo intero.

La scoperta dell’East Coast

La storia del Blues sin dalle sue originiNel 1940 Edgar Rogie Clark, direttore dell’annuale Arts Festival che si teneva nel Fort Valley State College a Perry County, Georgia, inviò una lettera a tutti i musicisti e amanti della musica dello Stato, dove annunciava l’inizio di uno speciale programma di diffusione musicale che avrebbe avuto inizio il 6 Aprile di quell’anno. L’occasione era un invito da parte di Clark a tutti i chitarristi, i suonatori di banjo, cantanti, armonicisti ad esibirsi al festival organizzato dal Fort Valley College, così da creare per la prima volta un genuino festival di musica folk unico nel suo genere: musicisti neri che suonano musica nera all’interno di uno spettacolo allestito da un college per soli studenti neri, appunto il Fort Valley College. Purtroppo, quest’esperimento non ebbe un gran seguito nelle altre città, rimanendo un evento isolato, anche se riuscì a collezionare dieci edizioni. Innanzi tutto, si può asserire che in assenza di una qualsiasi documentazione, la musica si sarebbe evoluta secondo fattori sociali, economici, storici e geografici, così da avere una genuina, incontaminata musica locale. Dall’altra parte non si può negare il fatto che la presenza di fattori commerciali abbia avuto una notevole importanza nella diffusione del Blues, tirandolo fuori da quella realtà di campagna che per quasi mezzo secolo lo aveva protetto da un lato, ma isolato dall’altro. L’accettazione del Blues oggi come parte della cultura americana, contrasta fortemente con l’ignoranza e la denigrazione di ieri. Probabilmente, la musica arrivò nel sud-est più tardi che altrove, per esempio in Mississipi; certamente già nei primi anni precedenti la prima guerra mondiale si può trovare le prime tracce di una consistente attività. Oggi, si può parlare senza dubbio di uno stile regionale per il Blues del sud-est, ma nei primi anni di sviluppo, i musicisti della zona non pensavano sicuramente di far parte di una corrente artistica con una sua ben definibile personalità musicale; si acquistavano i dischi che più piacevano senza fare delle distinzioni settarie. Il primo vero gigante che emerse dal South-East fu Blind Blake: di lui abbiamo solo una foto e scarsissime notizie biografiche; fortunatamente registrò a cavallo degli anni venti un’ottantina di brani, eguagliando in vendite forse il più conosciuto Blues man del tempo, cioè Blind Lemon Jefferson. Blind Blake era un fenomenale chitarrista che portava con sé tutti quegli elementi che avrebbero contraddistinto la scena di Atlanta, Charlotte, Durham, Richmond, Baltimore, Jacksonville, West Virginia, Charleston; i classici canoni del Blues del Sud si fondevano al ragtime, al bluegrass, alla musica country, andando a comporre un intricato intreccio di culture. Negli anni Venti le varie case discografiche del tempo crearono dei loro centri nelle città del sud-est, dove poter registrare gli artisti della zona e dalle quali poter partire per esplorare le campagne alla ricerca di talenti nascosti. Il La storia del Blues sin dalle sue originiBlues del South-East è fortemente influenzato dalla chitarra, infatti, i principali musicisti sono grandi chitarristi: Peg Leg Howell, Barbecue Bob, Charlie Lincoln, Curley Weaver, Buddy Moss, Blind Boy Fuller, Brownie McGhee, Gary Davis, Joshua White e Blind Willie McTell. Con il crollo della borsa del 1929 terminò anche l’incensante attività di registrazione: i soldi erano pochi, la crisi economica investiva tutto il paese, molte case discografiche fallirono e il Blues cascò nuovamente nell’oblio. Fortunatamente, studiosi della Biblioteca del Congresso, tra cui John Lomax e Harold Spivacke, iniziarono una serie di viaggi nell’intero Sud per documentare a fini non commerciali lo sviluppo della cultura afro-americana. Lomax fu protagonista di un lavoro preziosissimo, visitando remote colline, penitenziari, lontane fattorie, riuscendo a creare un patrimonio che sarà poi tramandato alle generazioni future; il figlio Alan, suo collaboratore, di quel periodo ricorda: “In quei giorni il Blues era uno dei migliori generi musicali registrati. Raramente ci annoiavamo a registrare quei cantanti, erano per la maggior parte fenomenali. Eravamo profondamente interessati alla ricerca delle più antiche radici della musica del secolo”. Lawrence Gellert, altro ricercatore e critico musicale, si adoperò molto per raccogliere registrazioni a fini non commerciali negli anni Trenta. Gellert registrava soprattutto le cosiddette protest songs, canzoni il cui autore rimaneva anonimo che davano voce al forte disagio sociale dei neri: rimangono memorabili i testi di alcuni celebri Blues di protesta come We Don’t Get No Justice in Atlanta oppure Gonna Leave Atlanta. Quando negli anni Quaranta il Blues ritornò prepotentemente alla ribalta, la scena del South-East si era come dissolta;  Chicago era diventata il centro indiscusso del genere e l’attenzione degli addetti ai lavori si era completamente focalizzata sulla grande città del Nord e quasi tutti i protagonisti di alcuni anni prima si erano trasferiti a New York, dove le possibilità di lavorare nei numerosissimi club della metropoli erano molto più reali che nel vecchio e povero Sud. Negli anni Cinquanta i ricercatori si concentrarono soprattutto sul profondo sud, Alabama, Louisiana e Mississipi, sottovalutando, ad esempio la Georgia ed in parte la Florida che in passato avevano dato grandi musicisti al circuito Blues. Col passare del tempo le differenze di stile fra le varie regioni si attenuarono convogliandosi in modelli nazionali, facendo gridare qualcuno alla fine del Blues come prodotto di particolarismi regionali. Probabilmente, tutto questo ha un fondamento di verità, è il segnale di una società che progressivamente si ingloba in un unico corpo omogeneo, ma esiste la storia, testimoniata da vecchie registrazioni, personaggi indimenticabili, emozioni che resistono al passare del tempo e delle mode che in ogni caso hanno determinato quello che siamo oggi. Anche il South-East ha dato il suo contributo alla diffusione e sviluppo del Blues ed anche se poco considerato, detiene tutt’oggi un’importanza storica fondamentale.

Le luci delle grandi città

Gli anni Trenta si caratterizzarono soprattutto per una specie di black-out verificatosi nell’economia americana; la grave crisi economica e finanziaria che investì gli Stati Uniti provocò una vera e propria trasformazione del paese da un punto di vista socio-geografico: la mancanza di lavoro causò un vero e proprio esodo delle comunità nere dagli stati del Sud verso le grandi città del nord come Chicago, Detroit, New York, Memphis. Qui sorsero i primi quartieri neri, South Side a Chicago ed Harlem a New York. Tutto questo, ripeto, ebbe importanti risvolti da un punto di vista sociale, ma come logica conseguenza anche musicale, infatti così come era successo in passato i musicisti si trasferirono là dove c’era la possibilità di guadagnare, nelle città che potevano offrire possibilità di lavoro, dove la gente aveva i soldi per divertirsi la sera nei locali notturni. Le tante luci, i numerosi clubs dove ci si poteva divertire fino al mattino, la vita stimolante della grande città, luogo delle opportunità, erano solo una parte della storia, infatti anche qui essere nero significava essere segregato in quartieri dove il tasso di criminalità era elevatissimo, l’alcool e la droga ne facevano da padrone insieme alla prostituzione e disoccupazione. In poche parole la vita dell’emigrato dal Sud verso la città non era certo migliorata, anzi, tutto era diventato molto più difficile, aveva lasciato il razzista Sud per chiudersi in veri e propri ghetti da dove era duro uscire per non dire sopravvivere. Il dopoguerra presentò una situazione migliore da un punto di vista economico, con conseguente ripresa dell’industria musicale che ricominciò a macinare registrazioni ed a riscoprire vecchi e nuovi talenti. Le grandi città, Chicago prima di tutte, divennero il centro della vita musicale del Paese. Il nuovo contesto sociale contribuì alla trasformazione del Blues da espressione culturale strettamente contadina come era quella della valle del Mississipi ad una musica dalle sfumature molto più cittadine, sia nel suo sound, sia nei temi affrontati. Al posto del singolo musicista o del duo acustico del periodo pre-guerra, si creano le prime band dal sound moderno, con strumenti amplificati, vedi chitarre e bassi elettrici, l’armonica viene alla ribalta anche come strumento solista insieme al sassofono e la batteria assume un ruolo centrale nella ritmica; il suono diviene più incisivo, più vigoroso, meno grezzo, in qualche caso si avvicina più alla tradizione jazz, una sorta di rivoluzione dalla quale prendono forma generi musicali come il Soul, il Funky, il Rythm & Blues, il Rock and Roll . La band deve intrattenere la clientela del locale, farla divertire e ballare ed in conseguenza di ciò anche i temi affrontati dalle canzoni non raccontano solo di emarginazione, amori falliti, frustrazione, malinconia della vita rurale del Sud e cittadina del Nord , bensì anche di gioie, divertimenti, voglia di vivere in maniera spensierata, nel tentativo di allontanare quella dolce amarezza che comunque rimane presente, incisa a fuoco nel cuore del popolo afro-americano. Questo cambiamento geografico del centro di sviluppo del Blues, come ho già detto, fece approdare a nuove sonorità, nuovi interessi nelle tematiche affrontate dalle canzoni, ma anche ad un nuovo modo di vedere la carriera di musicista che da solitario zingaro girovago dei primi anni del secolo diviene un professionista a tutti gli effetti che si esibisce con frequenza nei locali della propria città e viaggia con la propria band suonando di fronte ad un pubblico che diviene sempre più “bianco” ed in un certo senso la figura del Blues man perde quello spirito di avventura, di genuinità, di vita estrema “on the road” che aveva caratterizzato i pionieri del Delta. Questo non significa che vi sia stata una caduta nella qualità, nello spirito dei musicisti e della musica proposta, anzi al contrario, tutto ciò che si verifica a cavallo fra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta a Chicago, a Memphis ed a Detroit rappresenta solamente una trasformazione di un genere musicale che nelle sue varie fasi ha comunque sempre avuto i suoi degni  paladini che hanno generosamente dato il loro contributo perché la tradizione rimanesse intatta, affinché il Blues entrasse non solo nella coscienza degli americani, ma anche degli amanti della musica di tutto il mondo. Fra i protagonisti di questo nuovo filone cittadino abbiamo grandi artisti come Lonnie Johnson, Leroy Carr, Tampa Red, Big Bill Broonzy, T-Bone Walker, Muddy Waters, B.B. King, Howling Wolf, Sonny Boy Williamson, Albert King, Freddy King, Elmore James, Buddy Guy, Lowell Fulson, John Lee Hooker e tanti altri. Fra alcuni di loro nacque anche una leale e sana rivalità che ebbe come risultato quello di far crescere questo microcosmo musicale ad una velocità mai conosciuta prima di allora, con stili ed idee sempre nuove; ogni nome era un marchio di garanzia riconoscibile dalla prima nota, ogni loro serata significava una nuova pagina nella storia del Blues. 

Buddy Guy : “Quando arrivai a Chicago negli anni 50 Muddy Waters, B.B. King e gli altri erano già famosi, ma avresti dovuto sentire gli sconosciuti! Appena arrivato in città ne ho visto uno in un locale che mi ha quasi convinto a tornarmene a casa. Ho suonato con un armonicista e un batterista che probabilmente nessuno ha mai conosciuto al di fuori di Chicago e, mio Dio, che cosa erano! Forse avrei dovuto buttar via la chitarra perché c’erano chitarristi che potevano farmi veramente girare come una trottola…….ora io sono qui ma non perché fossi il più bravo, forse ho avuto più fortuna di tanti altri, più possibilità. Quando suona qualcuno come Muddy Waters o B.B. King, Buddy Guy si ferma e ascolta.” 

B.B. King :“Vedere suonare T-Bone Walker e Django Reinhardt significava farmi trasportare in un lungo sogno in cui ogni nota significava qualcosa per me, valeva più di un lungo assolo. Questo valeva anche per altri musicisti, ad esempio il sassofonista Louis Jordan . Muddy Waters è stato ed è tuttora un punto di riferimento, da quando lo ascoltavo ancora teenager. Uno di quelli che non cambiano pelle. Sonny Boy non aveva un carattere facile, amava bere, ma eravamo amici e che sessions indimenticabili. Elmore James lo conoscevo, ma non così bene. Si comportava in modo strano, appena lo incontravi capivi che era un musicista; era un tipo tranquillo, ma quando suonava la chitarra slide, allora sì che era uno spettacolo.”

Il revival degli anni 60   (1°parte)

Nel 1960 Willie Dixon e Memphis Slim partirono da Chicago per alcuni concerti  in Europa. Questo rappresentò per certi versi lo sbarco del Blues nel vecchio continente, infatti tale viaggio fu il collegamento cruciale nella catena di eventi che si susseguirono negli anni ‘60 e che cambiarono il rapporto fra il Blues, fino ad allora fenomeno limitato al Sud ed alle grandi città degli Stati Uniti, ed il resto del mondo. Nel frattempo, negli States si stavano verificando molti cambiamenti sociali, una sorta di ribellione generazionale che trovò in San Francisco l’ambiente ideale dal quale diffondere una visione della vita e del mondo alternativa ed in contrapposizione alla società  perbenista e conservatrice degli anni cinquanta. San Francisco, città portuale e sede di molte università, era sempre stata una meta per coloro che si sentivano in catene nel modello di società americano che dell’efficienza, della competizione, dell’arrivismo sociale ne ha fatto da sempre concetti-guida. Mentre molti blues men avevano fin da allora continuato a suonare la loro musica, con la quale erano cresciuti, senza preoccuparsi molto di quello che succedeva altrove, la nuova generazione americana degli anni ‘60 abbracciò questo genere musicale come espressione di una cultura  alternativa, onesta, diretta, più a misura d’uomo rispetto all’Establishment culture di quel periodo ed i media cominciarono a parlare di riscoperta, di rinascita, di revival, di rivoluzione nei costumi del popolo americano. Ciò che è certo è che il Blues conobbe una decade, in cui ampliò notevolmente la sua diffusione superando confini razziali, culturali e geografici, riuscì ad assumere una dimensione cosmopolita. A distanza di 60 anni il Blues si trasformò da musica della campagna del Sud a fenomeno internazionale. Fece presa fra gli studenti dei college, fra i frequentatori dei cafè, delle sale da ballo, dei teatri e fra le folle dei festival. Il Blues venne analizzato, trascritto, categorizzato e criticato da professori, collezionisti, scrittori, sociologi. Riviste musicali, libri, album e festival cominciarono finalmente a stabilire una percezione pubblica del Blues non solo come una legittima forma di arte, ma anche caratterizzata da una  propria identità, differente dal folk, dal jazz e dal rock, di quest’ultimi generi fino ad allora considerata un sotto-genere o un derivato. Comunque, il rock and roll, il folk e il jazz svolsero un ruolo fondamentale nel portare nuovi ascoltatori al Blues: gran parte dell’audience bianco fu introdotto al Blues da musicisti bianchi, prima con il boom della musica folk alla fine degli anni Cinquanta, poi con l’invasione di band rock-blues inglesi a metà degli anni Sessanta. La diffusione del jazz in Europa favorì il proliferarsi di festival folk-blues  nel vecchio continente  che portò musicisti del calibro di John Lee Hooker, Sonny Boy Williamson, Howlin’ Wolf ed altri ad esibirsi sempre più frequentemente in questa nuova terra di conquista. Gruppi inglesi come i Rolling Stones impararono la musica dei loro idoli e a sua volta portarono il Blues al pubblico americano attraverso le radio, i dischi ed i concerti. Willie Dixon era determinato a portare alla luce il Blues in Europa e nel 1960 cominciò a pianificare con il promoter tedesco Horst Lippman una serie di concerti che avrebbe dovuto prevedere la presenza nel cast dei musicisti  John Lee Hooker, T-Bone Walker, Sonny Terry, Brown McGhee, Memphis Slim, lo stesso Willie Dixon, Sonny Boy Williamson, Big Joe Williams, Otis Rush, Buddy Guy, Muddy Waters ed altri. L’American Folk Blues Festival tour of Europe prese il via nel 1962 e subito catalizzò l’attenzione non solo dei fans presenti in particolar modo in Inghilterra ed in Francia, ma soprattutto coinvolse molte delle pop star inglesi del tempo vedi Beatles, Rolling Stones, Yardbirds, Cream, John Mayall, Animals per citare quelle più celebrate; fu proprio l’interesse di queste band per le sonorità blues che permise una più facile diffusione della musica del diavolo in Europa. L’influenza degli eventi in Europa fu notevole, ma fu necessario del tempo perché il Blues completasse il suo ciclo transatlantico di riscoperta in patria attraverso le band bianche inglesi . In effetti una delle cause per cui il Blues negli anni Cinquanta fu messo da parte nel mercato americano può essere rintracciabile nel fatto che era indiscutibilmente musica nera, il cui successo e diffusione veniva mal digerito dall’élite anglo-sassone che aveva in mano tutte le leve dell’economia americana e che non tollerava che l’industria discografica, in piena espansione, vedesse la comunità nera come dominatrice assoluta da un punto di vista artistico. Non dimentichiamoci che erano anni di forti tensioni sociali fra comunità nere e bianche negli Stati Uniti: nel Sud permanevano gravi discriminazioni razziali (fino a pochi anni prima i neri non potevano utilizzare mezzi pubblici e scuole frequentate da bianchi), mentre la comunità nera rispondeva con il gruppo organizzato delle pantere nere, con la presenza di leader carismatici come Malcom X e Martin Luther King, impegnati entrambi nella guerra per i diritti civili del popolo afro-americano, anche se quest’ultimo era contrario ad uno scontro frontale con “il fratello bianco”. Partendo da queste considerazioni politico-sociali si può capire anche il perché dell’esplosione alla metà degli anni Cinquanta del fenomeno Elvis Presley, cantante di Rock and Roll che al di là di un indubbio carisma sul palcoscenico ed una bella voce, non servì ad altro alla classe politica dirigente bianca che a cercare di trasformare, agli occhi della gente, un genere musicale come il rock and roll che stava spopolando fra i giovani americani da musica prettamente nera (Chuck Berry, Bo Diddley, Little Richard e molti altri) in un prodotto della razza bianca. Tale operazione politico-commerciale proseguì in maniera sistematica fino al punto da rendere il povero Elvis un fenomeno da baraccone (il suo arruolamento nell’esercito divenne un fatto nazionale, l’esempio da seguire per i giovani americani). Non ci si spiega altrimenti il perché dell’incredibile successo mondiale di un personaggio come Elvis Presley che a malapena sapeva suonare un paio di accordi sulla chitarra e che comunque può essere considerato la prima rock-star della storia della musica, con tutto ciò che questo comportava: in primo luogo, la trasformazione dell’uomo in mito, dato in pasto a televisione e cinema; in secondo luogo, la trasformazione della musica in un fenomeno strettamente commerciale; un peso troppo pesante per le spalle di un solo uomo. Questo triste teatrino durò per quasi 20 anni, finché Presley morì nell’estate del 1977 nella sua casa di Memphis, Graceland, all’età di 42 anni a causa dell’abuso di alcool e droghe. Elvis Presley fu la prima vittima del “rock-star system”, sacrificato sull’altare dello show-business. Al di là di queste personali considerazioni, comunque, gli Stati Uniti dovettero attendere la Beatles-mania (altri musicisti bianchi) agli inizi degli anni Sessanta, perché potessero riscoprire almeno in parte le sonorità blues. In seguito sbarcarono dall’Europa altri grandi musicisti come i Rolling Stones, John Mayall, i Fleetwood Mac, talentuosi chitarristi come Eric Clapton, Jeff Beck, Jimi Page (in seguito fondatore dei Led Zeppelin) e Jimi Hendrix che seppur americano di nascita dovette trasferirsi in Inghilterra a metà anni Sessanta per poter trovare uno spazio nel mondo musicale, per poi tornare in patria, poco dopo, per fare la storia della musica. Questi grandi musicisti tributarono il loro giusto riconoscimento ai grandi del Blues,  indirettamente attraverso le numerose cover  presenti nei loro album e direttamente durante le interviste che rilasciavano alla stampa e alla televisione americana ed europea. Fu così che le nuove generazioni si convertirono alla musica di Muddy Waters, Robert Johnson, B.B.King, John Lee Hooker, Freddy King e molti altri . Certamente il rock-blues proveniente dall’Inghilterra fu più apprezzato dai giovani rispetto al blues canonico chicagoniano, per non parlare di quello originario del Delta; in ogni caso lo zoccolo duro  si era rinforzato grazie a questa nuova stagione di riscoperta che durerà per più di un decennio. 

Bob Messinger (manager di Muddy Waters): “Una delle prime cose che i Beatles dissero quando arrivarono negli Stati Uniti fu che avrebbero voluto assistere ad un concerto di Muddy Waters e Bo Diddley. Davanti a tale desiderio alcuni giornalisti americani domandarono: “Dove si svolgono questi concerti?”. 

Muddy Waters: “I Rolling Stones scelsero il nome per la loro band dopo aver ascoltato la mia canzone ed in seguito registrarono il mio brano “Just Make Love to Me”. Fu così che la gente negli Stati Uniti imparò a conoscere chi era Muddy Waters!”.

Il revival degli anni 60 (2° parte)

Il revival degli anni Sessanta non si tradusse in rilevanti benefici economici per gli ormai anziani musicisti del Delta, sia a causa delle tasse che dovevano pagare sui compensi derivanti dalle performance dal vivo, sia dagli scarsi pagamenti che erano versati loro dalle rock band inglesi ed americane per la pubblicazione delle canzoni sui loro album. Inoltre, solamente una piccola percentuale di musicisti fu coinvolta nei numerosi festival organizzati in quel periodo. Coloro che beneficiarono di questo fenomeno furono solo alcune delle figure leggendarie che avevano pubblicato precedentemente registrazioni come Sleepy John Estes, Big Joe Williams, Roosevelt Sykes, Fred Mc Dowell, Son House oppure blues men che stavano riadattando la loro musica per un pubblico sempre più “bianco”. In seguito, l’attenzione generale si rivolse anche verso un piccolo gruppo di grandi chitarristi di un Blues più moderno, prodotto delle città del Nord, al quale apparteneva B.B. King, Otis Rush, Buddy Guy, Freddy King and Albert King. Tale riscoperta era commentata da B.B.King durante un’intervista dell’epoca con le seguenti parole: “Pochi giorni fa, mentre leggevo un articolo su un giornale riguardo ad un mio concerto della sera prima, notai che il titolo diceva – B.B.King, la nuova scoperta del Blues – peccato che io suono da ben 21 anni senza cambiare la mia musica di una virgola. Poi, c’è un’altra cosa che vorrei dire, finalmente veniamo trattati con rispetto, lo stesso che viene riservato ad altri artisti”. Il pubblico di colore comprava ancora i dischi Blues; B.B.King si riferiva alla loro musica che doveva essere rispettata. Il Blues soffriva di problemi d’immagine fra i neri negli anni Sessanta: questo era dovuto alla crescente consapevolezza di classe della comunità nera che nella sua lenta affermazione sociale rifiutava di essere identificata con la musica Blues che comunque volenti o nolenti era il prodotto di un contesto sociale che richiamava i tempi della schiavitù, storie di disperazione e di fame della povera campagna del Mississipi, dei ghetti cittadini, della discriminazione razziale. Molti musicisti mantenevano un vasto pubblico fra le persone della medio ed alta classe sociale di colore, ma questi ultimi difficilmente lo ammettevano in pubblico, perché non volevano essere associati a quella musica che portava con sé una cultura contadina, storie di povera gente che viveva alla giornata e spesso al limite della sopravvivenza. Buddy Guy lamentava: “La nostra gente cerca di allontanarsi dallo stile Blues. Non ascoltano Muddy Waters alla radio, né lo guardano in televisione. E ciò che non ascolti, non ti piacerà mai”. Il selvaggio Blues del Sud necessitava di essere ripulito e raffinato per essere accolto dalle nuove generazioni; tale approccio raggiunse la sua perfezione con B.B.King che grazie al suo talento chitarristico e vocale ed al suo gran carisma sul palco riuscì, all’inizio degli anni Sessanta, a far riavvicinare i neri al Blues; qualche giornalista commentava: “B.B.King è l’unico musicista Blues in America con un pubblico vasto, adulto e quasi interamente nero”.  E’ stato detto che nessun sviluppo stilistico caratterizzò il Blues dopo il 1960; questo è vero, la struttura musicale di base rimase invariata, ma invece di segnare la fine di questa musica, il 1960 rappresenta il raggiungimento di un nuovo livello di maturità: i suoi messaggi, le performance dal vivo e le emozioni continuarono a diffondersi con la stessa efficacia ed energia. Il Blues conservava quel potenziale energetico che nelle performance dal vivo esplodeva ogni volta coinvolgendo l’intero pubblico. Come parte del processo di maturazione, il Blues venne erroneamente certificato come musica per i neri di una certa età, una musica che trattava di esperienze di vita che i giovani non potevano apprezzare fino in fondo. Quando le classifiche delle canzoni più vendute divennero soprattutto espressione dei gusti dei giovani, il Blues scivolò lentamente verso il basso, anche perché non solo rappresentava la musica dei genitori, ma si era trasformata nelle valutazioni collettive da musica per ballare in musica da ascolto. Ciò che veniva ora considerata musica da ballo erano altri generi come il soul, funky, disco, provocando un senso di frustrazione in quei Blues men che giudicavano l’impatto della loro performance in base a quante persone si alzavano e cominciavano a ballare. Gradualmente la percezione del Blues da parte della società afro-americana acquistò il carattere di orgoglio, di eredità culturale, testimonianza di un percorso doloroso che partito dalle stive delle navi dei negrieri vede tutt’oggi in corso la battaglia delle comunità nere per l’affermazione dei propri diritti civili. “Blues Power!” divenne il grido dei seguaci del Blues dopo la sua proclamazione da parte di Albert King nel suo storico concerto al Fillmore West nel 1968. Il Jazz con il suo vasto pubblico costituiva una parte importante di supporto per il Blues negli anni Sessanta. Nonostante ciò, la maggior parte dei musicisti Blues non lavorava nel circuito di locali Jazz e i jazzisti che più si avvicinavano come stile al Blues non partecipavano ai Festival di quel periodo. Qualche eccezione in ogni modo può essere riscontrata nella partecipazione a certi Blues Festival di alcuni Blues men dallo stile più jazzistico come Lonnie Johnson, Big Joe Turner, T-Bone Walker; sull’altro versante si può rintraciare la presenza di Muddy Waters e John Lee Hooker ad alcuni Jazz Festival. I musicisti Jazz rispettavano il Blues, anche quello più genuino e selvaggio del profondo Sud, perché in ogni modo era parte delle radici, elemento consistente del tronco del grande albero dal quale in seguito si sono sviluppati numerosi rami e foglie.

Il revival degli anni 60   (3° parte)

Le persone si avvicinavano al Blues da ogni angolo e attraverso qualsiasi canale, musicale o letterario. Perché questo accadeva proprio adesso ed in modo così inaspettatamente spettacolare? Oltre alla presenza di una considerevole discografia del passato e di numerosi storici e collezionisti, oltre all’aspetto strettamente legato al divertimento ed al ballo durante le feste, oltre all’attrazione verso sonorità e ritmi molto istintivi e relativamente nuovi per loro, cosa c’era che incuriosiva così tanto le nuove generazioni bianche? Perché i giovani bianchi appartenenti prevalentemente alla classe medio-borghese erano così attratti da una cultura così lontana da quella con la quale erano cresciuti fino ad allora? Cosa c’era dietro al Blues di così affascinante ai loro occhi? La contro-cultura degli anni Sessanta, dell’alienata gioventù bianca americana, adottò la musica del Delta come parte di un suo modo d’espressione, d’identità. Molti vedevano nel Blues un sistema di valori, uno stile di vita, un modo d’approcciarsi al mondo. Rappresentava una cultura alternativa dalle sfumature incredibilmente esotiche e romantiche. Era la voce di gente oppressa e alienata, rifiutata ed emarginata dalla classe media americana. Un genere musicale autentico, naturale, fisico, disinibito, erotico, quasi ipnotico, insomma, profondamente immerso nelle passioni umane; tema principale delle canzoni Blues era spesso la battaglia fra sessi, confltti sentimentali fra uomini e donne. Questo era molto vicino alla rivoluzione sessuale di quel periodo, il movimento femminista, la ribelle generazione Beat che rifiutava qualsiasi inglobamento nei valori della conservatrice ed autoritaria middle-class degli anni Cinquanta e Sessanta degli Stati Uniti. Il Blues permetteva di esprimere tutto ciò; era musica suonata da anti-eroi, persone che erano fuori dalle convenzioni del lavoro, della famiglia, della fede religiosa, dei tradizionali ruoli sociali. Il revival degli anni Sessanta era un gesto d’amore di una parte del ceto medio verso la musica e lo stile di vita degli emarginati neri. La vita romantica di un vecchio Blues man non era basata solamente sul senso di ribellione, ma sull’aver vissuto in modo rustico in luoghi e in tempi esotici, quasi mitologici. Larry Cohn, grande scrittore e studioso della cultura Blues, spiegava: “La vita del mezzadro nero che soffriva sotto il sole di mezzogiorno del Sud, ferendosi le mani raccogliendo cotone, coltivando canna da zucchero, gridando la sua frustrazione, l’alienazione, la sofferenza fisica ed interiore; in tutto questo c’era una tremenda visione romantica che emergeva, un mistero che colpiva profondamente l’immaginario delle giovani generazioni”. La rivista specializzata  Rhythm and Blues scriveva di Lighting Hopkins nel 1963: “Lightin’ non pensa che il giovane pubblico bianco capirà ciò di cui sta parlando, così evita di cantare i Blues più aspri e malinconici. Per il pubblico è un affascinante  narratore delle leggendarie storie del popolo afro-americano, di conseguenza lui offre solamente una piccola parte di se stesso”. Il revival degli anni Sessanta non fu nient’altro che un fenomeno pieno di romanticismo e stereotipi. Per coloro che effettivamente vivevano il Blues in prima persona, la vita era tutt’altro che esotica, romantica e spensierata. “Il Blues – come diceva Willie Dixon (grandissimo musicista ed autore dei Blues più belli degli anni 40, 50 e 60) – era l’eredità di generazioni vissute nella povertà, nella discriminazione razziale, nella rabbia, nella disperazione più profonda che a volte assumeva tratti più morbidi che si alternavano a momenti più aspri, alternava piccole gioie a grandi dolori, ma che manteneva, in ogni modo, un substrato fortemente malinconico di rassegnazione”. Jeff Titon (giornalista) scriveva: “La gioventù d’oggi può condividere l’alienazione dell’uomo di colore, ma non l’eredità culturale”. Ma il Blues, in fin dei conti, poteva essere considerata effettivamente una musica di protesta? La musica Folk, gli Spiritual, i Gospel ed anche il Jazz avevano in sé elementi che li legavano direttamente alla battaglia dei diritti civili per la comunità afro-americana, sia nei testi sia nella musica. Ma il Blues??!! Con le sue storie di amanti, truffatori, bevitori, emarginati, con la sua musica ad uno stato così “primitivo”, come poteva essere espressione di movimenti politici che lottavano per la libertà, contro lo sfruttamento della gente di colore? Fra il Blues e il movimento dei diritti civili ci sono parallelismi, interazioni, contributi reciproci, ma anche conflitti e controversie, soprattutto perché i Blues men non si sono mai voluti identificare con nessuna battaglia politica, non hanno mai chiesto niente alla società bianca, forse per un certo spirito di dignità ed orgoglio; hanno sempre gridato il loro bisogno di umanità, di liberazione dalle catene della discriminazione, ma sempre a testa alta, senza piegarsi, fieri del loro passato di uomini di campagna, abituati a resistere alle più difficili e deprimenti situazioni. Ciò che è certo è che hanno soprattutto pensato a suonare e a cantare le loro storie di tutti i giorni ovunque e per chiunque, comunicando emozioni e sentimenti comuni a tutte le persone, a qualsiasi razza o ceto sociale esse appartenessero. Il Blues nacque dalla comunità nera del Sud degli Stati Uniti alla fine del 1800 e porta con sé tutta l’eredità di quella cultura, per poi essere in grado, oggi, di entrare nello spirito di tutti coloro che sentono propria tale storia, indipendentemente che siano bianchi o neri; questo spiega anche la presenza nella storia del Blues di grandi musicisti ed interpreti bianchi: Eric Clapton, Mike Bloomfield, John Mayall, Bonnie Raitt, Steve Ray Vaughan, Johnny Winter, Rory Gallagher, John Hammond, Charlie Musselwhite, uomini che hanno vissuto, e vivono tuttora alcuni di loro, il Blues fino in fondo, come stile di vita. Così come il Jazz è riconosciuto musica cosmopolita e multietnica, perché non lo dovrebbe essere anche il Blues??!! Troppe volte bistrattato ed erroneamente considerato una sorta di brutto anatroccolo della cultura afro-americana.

British Blues parte 1

Quando si parla di British Blues, ci si riferisce a quella generazione di musicisti inglesi che svolse un ruolo determinante nella nascita del Blues Revival degli anni Sessanta. La diffusione del Blues in Europa nel secondo dopoguerra fu favorito da una tradizione jazzistica piuttosto radicata nel Vecchio Continente: a Parigi lo swing aveva imperversato negli anni Trenta grazie a musicisti come Django Reinhardt, Vincent Grapelli e la straordinaria popolarità di Louis Armstrong. Dopo la parentesi del conflitto mondiale, fu nella Londra del secondo dopoguerra che si diffusero negli hotel di lusso e nei numerosi club le esibizioni delle jazz band protagoniste del revival dei primi anni cinquanta, durante i quali si riscoprirono le composizioni piu’ celebri di Louis Armstrong, Oliver King, Jelly Roll Morton, insomma, il grande jazz di New Orleans di inizio secolo. Una figura su tutte spiccava in quegli anni, Ken Coyler: trombettista inglese che ripropose con grande passione e istinto il Dixie-style, prima di imbarcarsi clandestino su una nave della marina inglese diretta negli Stati Uniti, per poi suonare con i piu’ celebri musicisti di New Orleans.

Negli anni Cinquanta, molti bluesmen decisero di trasferirsi in Europa in cerca di un pubblico che duravano fatica a trovare negli Stati Uniti, accecata dal mito di Elvis Presley e dalla musica country. Fra questi, vi erano grandi personaggi della storia del Blues come Big Bill Broonzy, Brownie McGhee, Sonny Terry e Sister Rosetta Tharpe, quest’ultima apparve anche ad un celebre show televisivo dell’epoca riscuotendo un clamoroso successo.

Contemporaneamente, un’altra moda musicale contribui’ ad attirare un sempre maggiore interesse verso la musica popolare americana da parte delle nuove generazioni inglesi: lo skiffle di Lonnie Donegan. Musica targata decisamente Gran Bretagna, si rifaceva pero’ al folk americano di Woodie Guthrie, Leadbelly, Johnny Rodgers, Hank Williams che a loro volta erano gran parte il prodotto della tradizione musicale dei Monti Appalachi, piena di sonorita’ e melodie tipiche della musica irlandese con violini, banjo, organetti e percussioni rudimentali. Quindi, una sorta di cerchio che si chiudeva e che si rinnovava verso  nuove direzioni.

I club di Londra come The Sin Club, Flamingo, The Roaring Twenties, Stax, Ealing, all’inizio degli anni Sessanta, si riempivano di soldati americani che accorrevano ad ascoltare questi giovani ragazzi bianchi suonare tutta la notte per loro il boogie woogie, il blues rurale, il rhythm and blues, facendoli sentire a casa. Questi giovani musicisti inglesi, sempre in cerca di materiale proveniente d’oltreoceano, spinti da una grande passione per qualcosa che veniva da lontano, ma che sentivano istintivamente cosi’ vicino, erano John Mayall, Eric Clapton, Steve Winwood, Jack Bruce, Ginger Brown, Keith Richard, Jimmy Page, Pete Thousend, Jeff Beck, Mick Taylor, Andy Fraser, Peter Green, John McVie, Albert Lee, Mick Fleetwood, Van Morrison, Mick Jagger e molti altri.

British Blues parte 2

All’inizio degli anni Sessanta le numerose radio inglesi e la AFN (American Forces Network) trasmettevano i blues più celebri e nei negozi adesso si poteva acquistare i dischi di Howling Wolf, Muddy Waters, John Lee Hooker, Chuck Berry, Bo Diddley, Little Richards, Sonny Boy Williamson, T-Bone Walker. Nel 1962, Willie Dixon porto’ proprio questi grandi musicisti all’apice del loro successo in giro per l’Europa con festival itineranti. Sempre piu’ frequenti iniziarono le collaborazioni con questi ragazzi bianchi che entrarono in contatto con i loro eroi, dando lo slancio definitivo per l’ esplosione del Blues targato British. L’industria discografica americana cominciò ad interessarsi a questo fenomeno europeo e iniziò ad importare dall’Inghilterra ciò che già esisteva da ormai più di 50 anni al proprio interno, ma che veniva non casualmente ignorato, tenuto lontano alle nuove generazioni. L’operazione di Dixon dette un contributo fondamentale per l’inizio del Blues Revival e la musica del Mississipi conobbe una delle stagioni più grandiose della sua storia e un grande merito va certamente proprio al grande arrangiatore, compositore e discografico, Willie Dixon. 

Certamente, gli anni Sessanta si presentarono negli Stati Uniti come un periodo di grandi trasformazioni: prendeva piede la cultura beat, hippy, si imponeva prepotentemente all’opinione pubblica il movimento dei diritti civili di Martin Luther King, le nuove generazioni erano stanche del conformismo paternalistico della società, l’inizio del dramma del Vietnam, la continua emigrazione dal Sud agricolo verso l’industria del Nord. Tutti questi fenomeni entrarono nella vita quotidiana e produssero il decennio più interessante dal punto di vista sociologico degli ultimi 50 anni nella società americana e, naturalmente, la musica fu lo specchio di questi grandi cambiamenti.

Questa ondata inglese permise di riscoprire vecchi bluesmen dimenticati nelle campagne del Sud come Son House, Mississipi John Hurt, Johnny Shines, Lighting Hopkins e di rilanciare grandi musicisti come B.B.King, John Lee Hooker e il grande blues urbano di Chicago, Memphis, St.Louis: gli americani riscoprirono le loro radici musicali attraverso la musica dei Beatles, Rolling Stones, Animals, Who, Yardbirds, Fleetwood Mac, John Mayall & Bluesbreakers e Cream; quest’ultimi, nel 1966, furono fra i primi a mettere insieme la celebre formazione del Power Trio (chitarra, basso e batteria) e riscuotere un successo clamoroso negli Stati Uniti. Quasi tutte queste band cominciarono registrando cover di Muddy Waters, Chuck Berry, Bo Diddley, Howling Wolf, per poi sviluppare un proprio stile, più rock & roll, ma sempre strettamente collegato alla musica blues. La Beatles-mania e i Rolling Stones rappresentarono solamente la punta commerciale di un iceberg che aveva una base solidissima nel talento di questa generazione. Chitarristi come Eric Clapton, Jimi Hendrix (emigrato in Inghilterra a metà anni Sessanta per poi tornare, come il Blues, negli Stati Uniti alcuni anni dopo) e Jeff Beck rappresentavano la tipica figura del guitar-hero: esiste una celebre foto del periodo che ritrae un muro di Londra su cui fu scritto da un fan, Clapton is God. Il fanatismo verso questi idoli raggiunse livelli mai registrati precedentemente. Molto può essere detto sul fatto che questi giovani musicisti guadagnassero molti soldi con la musica di bluesmen che, seppur essendo gli autori di quegli stessi brani e quindi a loro spettasse il denaro delle royalties, riuscivano a malapena a mantenere un livello di vita dignitoso. Quando i Rolling Stones arrivarono per la prima volta a Chicago per conoscere Muddy Waters, lui faceva l’imbianchino nello studio in cui loro avrebbero registrato il giorno dopo!

Muddy Waters: “I Rolling Stones scelsero il nome per la loro band dopo aver ascoltato la mia canzone ed in seguito registrarono il mio brano “Just Make Love to You”. Fu così che la gente negli Stati Uniti imparò a conoscere chi era Muddy Waters!”.

Bob Messinger (manager di Muddy Waters): “Una delle prime cose che i Beatles dissero quando arrivarono negli Stati Uniti fu che avrebbero voluto assistere ad un concerto di Muddy Waters e Bob Diddley. Davanti a tale desiderio alcuni giornalisti americani domandarono: “Dove si svolgono questi concerti?”.

In ogni caso, quello che accadde fu che tutto il movimento blues riuscì a trarne grande beneficio e i vari organizzatori e discografici americani adesso facevano a gara per assicurarsi le performance di Howling Wolf, John Lee Hooker, Freddie King, Albert King, BB King che pur essendo la fonte ispiratrice del British Blues, avrebbero durato fatica a imporsi all’attenzione mondiale se non ci fossero stati questi ragazzi inglesi a dare loro una mano.


Ecco un omaggio al Blues, la Musica che mi sta facendo rinascere…

Il Blues intorno a me…”Questa è una storia blues. Il Blues è una musica semplice ed io sono un uomo semplice. Il Blues non è una scienza, non può essere analizzato come la matematica. Il Blues è un mistero, ed i misteri non sono mai semplici come sembrano” (B.B. King)

David Ritz, già scrittore e collaboratore di famose biografie come quelle su Marvin Gaye, Ray Charles e Etta James, segue per più di un anno la B.B.King’s Band nei suoi tour. B.B. King dedica parte del suo tempo allo scrittore, conversando sulla propria vita e dai racconti che riempiono i lunghi pomeriggi dedicati agli spostamenti da una città all’altra, dove il celebre bluesman si esibisce la sera, viene estratto questo appassionante libro. Questa autobiografia non è solamente una descrizione della vita di un grande musicista, ma una serie di ricordi del cuore di un uomo, le cui vicissitudini hanno ruotato, nel bene e nel male, costantemente per ormai 78 anni attorno al blues. B.B. King si è messo sulla strada nel 1951, e da allora non si è più fermato. Vivere di musica ha un suo prezzo, a volte anche molto caro, e B (è così che lo chiamano gli amici) per cantare il suo blues ha dovuto sacrificare gran parte dei suoi affetti, affrontare momenti difficili, ma in suo aiuto c’è sempre stato l’amore per la musica e per la sua chitarra, “mi piace considerare la mia chitarra come una donna, per rilassarmi, mi siedo assieme a Lucille, la prendo tra le mie braccia e aspetto finché un’allegra combinazione di note non esce dalla sua bocca e mi fa sentire un gran calore dentro”. 

Il blues non richiede grande tecnica esecutiva e neppure un egocentrico sex-appeal tipico di altri generi musicali, ma pretende solo tantissima sincerità, perché mette a nudo la propria anima per comunicare emozioni a chi ascolta ed è così che B.B. King parla di sé in questo libro: non ci sono trucchi, non c’è un personaggio da recitare o un mito da celebrare, bensì ricordi di un’infanzia finita troppo presto, la sopravvivenza nelle piantagioni di un Sud spietatamente segregazionista, un amore viscerale per sua madre e per tutte le donne della sua vita.Il racconto non segue sempre un ordine cronologico, ma rimbalza da un emozione all’altra; sentimenti rimasti evidentemente indelebili nella memoria di B.B. King, in altre parole è il cuore (così come nella sua musica) che ha la meglio nel guidare il nostro eroe nel ricordo dei momenti più significativi della sua vita. E’ su questa sottile linea rossa che racconta le proprie avventure a volte con amarezza, a volte con incredibile dolcezza, ma sempre con una disarmante voglia di andare avanti, di superare le avversità guardando al futuro, di sorridere con dignità alla vita, sia nella cattiva che nella buona sorte osservando il mondo sempre attraverso gli occhi di quel semplice ragazzotto di campagna, orgoglioso di andare a guidare per tutto il giorno il trattore nei candidi campi di cotone del Mississipi.

Se si sta cercando di capire cos’è il blues, non solo come genere musicale, ma anche come modo di vivere, nella ricerca dell’essenziale, della semplicità, dell’emozione profonda dell’animo umano, chi meglio di colui che ha contribuito più di tutti a far conoscere al mondo questo affascinante universo musicale, può raccontarci attraverso la sua vita di che cosa stiamo parlando. “Considero ogni concerto come una specie di test, voglio che il pubblico si senta  a casa propria; però, posso far sentire al pubblico che siamo tutti parte di una stessa famiglia? Posso far capire al pubblico quanto amo il blues? Posso fargli capire che il blues ama il proprio pubblico? Se la risposta è sì, ho fatto il mio lavoro; altrimenti, la sera dopo ci riprovo, magari sforzandomi un po’ di più”.

Una chitarra come una donna, da coccolare, vezzeggiare, rispettare, amare. Perché è una compagna di vita, una presenza più che uno strumento, qualcosa a cui aggrapparsi nei momenti difficili. BB King, re del blues, nella sua lunga vita ("è sulla strada dal 1958 e non ha ancora smesso" avverte il risvolto di copertina) è stato forse più fedele alla sua chitarra Lucille che alle proprie donne. E lo ammette senza riserve, in questa autobiografia sincera, raccontata con linguaggio semplice e diretto, che a tratti sembra un romanzo di Faulkner o Caldwell. Si comincia nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti, a Indianola, Mississippi dove scoppia la "vocazione" di BB (per gli amici solo B): "ruppi un trattore e allora capii che non era quello il mio lavoro", per passare attraverso gli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, Ottanta e Novanta. BB King ha rappresentato una straordinaria continuità del blues attraverso gli anni, riuscendo quasi sempre a conquistarsi il rispetto e l'ammirazione delle nuove generazioni di turno, ha vissuto le ondate del rock'n'roll, del soul, del beat, della musica psichedelica, del punk, del grunge e oggi della techno senza farsi mai travolgere, rimanendo fedele alla propria musica, anche se è stato spesso accusato dai puristi di annacquare il blues e dai progressisti del momento di essere solo un vecchio in ritardo sui tempi. E allora, come ha fatto a suonare con gente di estrazione diversa come Frank Sinatra, John Fogerty, Jeff Beck, Eric Clapton, i Crusaders, gli U2 (che lo hanno rivelato ai giovani dei tardi anni Ottanta con la sua splendida partecipazione a Rattle and Hum)?. Forse questo libro può aiutare a risolvere il dilemma.

Tratte da “Il Blues intorno a Me” L’ Autobiografia di B.B. King.
1-Miles Davis su B.B.:
“Ah, quel gran pezzo di m***a di B.B. King, quello sì che è in gamba.
Quel negraccio lo sa suonare per davvero, il Blues.”
2-Miles Davis aveva chiesto a Coltrane di abbreviare gli assolo, lui gli aveva risposto:
“Ci ho provato, ma continuano a venirmi in mente delle idee, e non so come fare per fermarmi.”
Al che Miles gli aveva detto:
“Perchè non provi a toglierti quel c***o di sassofono dalla bocca?

“Perhaps on some quiet night the tremor of far-off drums, sinking, swelling, a
tremor vast, faint; a sound weird, appealing, suggestive, and wild.”
Joseph Conrad, Heart Of Darkness.

1.1. LE FONTI DEL BLUES (Ps: Grazie Goio!!! Gran bella tesi!!!
Alcune delle affermazioni più interessanti al riguardo delle origini del blues provengono dai
rappresentanti della scena del blues che ebbero modo di illustrare non solo con la musica, ma
anche con preziose interviste, la loro opinione su che cosa sia il blues e da dove venga. E
sono proprio questi uomini e queste donne che il blues l’hanno vissuto e ne sono stati
protagonisti a venire incontro all’obbiettivo principale di questa tesi, dal momento che le loro
parole contengono in modo evidente e, possiamo dire, prepotente, quella appartenenza alla
terra che, del blues è probabilmente la componente più significativa e caratterizzante. Le
parole secche e semplici di questa gente costituiscono la testimonianza più interessante perché
rifuggono da facili tentazioni retoriche di cui spesso il blues è vittima (soprattutto fuori dagli
USA16) e vanno dritte al cuore del problema. A proposito delle origini musicali del blues e del
jazz esiste già una ricca bibliografia tecnica. Saranno qui riassunte le componenti principali
che contribuirono alla costituzione di un genere più o meno ben definito, chiamato blues.
Il blues come genere musicale a se stante nasce e si forma come unione e commistione di più
componenti nel corso di un periodo che va grossomodo dalla metà del XIX secolo fino agli
16 Almeno in Italia, dal momento che la cultura del blues, è un dato di fatto, non la si possiede, si cerca
spesso di ricostruirla in modo fittizio ed enfatico, facendo propri ma distorcendoli, quegli elementi reali e
costitutivi del blues stesso che troviamo nelle canzoni e nelle parole dei bluesmen. In altri termini ciò che
c’è di vero nel blues viene spesso utilizzato in modo acritico e usato con faciloneria nel tentativo costruire
un’identità che non si possiede e non si possiederà mai, con il risultato che nella scena blues nazionale si
assiste spesso ad una retorica che nasce appunto dallo sforzo per calarsi in un mondo che non può per sua
natura appartenerci. Le parole dei bluesmen vengono, anche se spesso in buona fede, spesso travisate e
decontestualizzate con il risultato di apporre al blues una maschera che non è sua. Si assiste a uno sforzo
continuo e snervante di arrivare al blues. Aveva visto bene Bob Dylan quando ebbe a dire, con un’ironia che
andava al nocciolo della questione, che le nuove generazioni (allora degli anni ’60) bianche cercavano di
immergersi nel blues, laddove i neri del Sud cercavano di scapparne (citato in MONGE L., I Got The Blues,
Arcana, Milano, 2008, p. 259). Il nero cerca di fuggire da una realtà, che è anche geografica, in cui è,
semplicemente, nato per accidente. L’appartenenza ad una realtà territoriale ben definita non è esportabile se
non a fatica e mai con i risultati desiderati: ancora oggi il blues continua ad appartenere ed ad essere
inscindibilmente legato a quella realtà e non ad un’altra. Lo scopo di questa tesi è anche ripulire il blues
della sua veste più romanticizzata ma che alla fine non gli appartiene, per giungere a osservarne e
considerarne l’armatura costitutiva e ritrovarne almeno in parte la vera natura e, nella fattispecie, la sua
natura di stampo marcatamente territoriale.
11
albori di quello scorso17, e spesso è difficile anche valutare quanto e in che misura una di
queste componenti sia responsabile del risultato finale.
Ciò che interessa maggiormente sono quelle composizioni direttamente legate al lavoro, e cioè
quell’insieme complesso, magmatico ma al tempo stesso ben definito di musiche e canti
(perché tecnicamente di canti si tratta) che prendono il nome generico work songs, hollers e
richiami. Si tratta di musiche che, a seconda della situazione, contribuivano ad accompagnare
il lavoro individuale nei campi piuttosto che nei cantieri ferroviari o nelle work-gangs, canti
che erano profondamente radicati con il tipo di lavoro e col territorio, sia naturale che
antropizzato. Questi canti o modulazioni vocali, sebbene riuniti sotto la generica
denominazione di “richiami” sono in realtà vari e diversi tra di loro e sono stati distinti in
precise tipologie. Abbiamo quindi la seguente suddivisione:
a) hollers, arwhoolie, che erano canti di lavoro individuali;
b) calls, ovverosia richiami veri e propri che dovendo trasmettere un significato erano
caratterizzati da una particolare cura nella modulazione; nei calls è compreso l’uso
dell’abbellimento noto come yodel;
c) cries, analoghi ai calls per la loro funzione comunicativa;
d) altre modulazioni riunite sotto i nomi i yells, groans, moans che, a seconda dei nomi,
esprimevano un diverso stato d’animo;
e) distinti e caratterizzati da una funzione specifica è la work-song.
La work song è tra le più antiche forme di canto in quanto, a differenza ad esempio degli
hollers, risalgono ai tempi della schiavitù, quando sussistevano le squadre di lavoro (work
gangs), sparite dopo l’emancipazione. Questa rese obsolete le grandi piantagioni di stampo
schiavista e la proprietà venne frammentata. La diretta conseguenza in senso musicale fu la
scomparsa della work-song a favore dei suddetti canti individuali, soprattutto gli hollers, che
meglio si confacevano alla nuova condizione. Naturalmente non è tutto così schematico e i
diversi tipi di canti dovettero sopravvivere spesso insieme, soprattutto i richiami veri e propri
che aveano un duplice ruolo: in primo luogo quello di tranquillizzare il sorvegliante sulla
propria presenza; dall’altro lato il call conteneva sovente modulazioni tali che lo rendeva un
vero e proprio messaggio in codice. Il grido, a seconda delle modulazioni, cambiava il
17 Vedi “tabella 1”
12
significato. Questo è un retaggio che si è soliti ricondurre all’Africa e ai cosiddetti linguaggi
tonali18, uniti all’uso della comunicazione a distanza tramite l’uso dei tamburi. In altre parole,
il call riprendeva da un lato il canto di lavoro che era già diffuso in Africa, e dall’altro aveva
subito una metamorfosi e si era adattato, data la mancanza di percussioni, a svolgere il ruolo
di queste ultime e di conseguenza si era alzato anche di volume. Quindi ciò che il sorvegliante
di turno accettava ed anzi incoraggiava era in realtà un arma a doppio taglio, perché un
messaggio lanciato da uno schiavo poteva essere ripetuto e diffuso per chilometri e chilometri:
e i messaggi erano suscettibili di occultare incitamenti alla fuga o alla rivolta.
Risulta chiaro come la work-song sia sopravvissuta solo in ambito carcerario, dove
continuava a sussistere il lavoro di gruppo nel campo dei lavori forzati: le testimonianze
registrate in tale senso sono per fortuna numerosissime e costituiscono una documentazione di
estremo interesse in quanto ci permettono di valutare, anche se con una certa approssimazione,
la caratteristica di una vecchia work-song di periodo antecedente alla Guerra Civile.
Nel blues, tutti questi elementi confluirono prepotentemente, andando a formarne il
linguaggio e gli stilemi nei quali è facilissimo trovare la traccia, rimasta viva ed evidente,
degli antichi richiami e canti di lavoro. Due testimonianze, entrambe provenienti dal Delta,
sono assai significative per i fatto che una si riferisce ai cosiddetti hollers, mentre la seconda,
anche se non le cita esplicitamente, si riferisce in modo evidente ai calls.
E’ il chitarrista e cantante David “Honeyboy” Edwards, nato a Shaw, nel cuore del Delta sulla
Highway 61, a parlare degli hollers legandoli alle origini del blues:
“Blues came from holler songs. People used to work in the fields, and they worked from
slavery, and they’d work all day long, and they didn’t have nothing to do because they was
tired and everything, and somebody came along and they started singing a song. They
started singing the songs, and they are called the holler songs. In the ’20s, Ma Rainey and
Bessie Smith adn ida Cox and all of those back in the ’20s, they started playing it and
named it the blues. But before the it was holler songs.”19
18 Per i linguaggi tonali e la ritmica dell’Africa Subsahariana, cfr. CERCHIARI L., Il jazz, Bompiani, Milano,
1997, pp. 32-54.
19 DUNAS J., State of the blues, Aperture Fundation, New York, 2005, p. 72.
13
Ai calls si riferisce invece Big Daddy Kinsey, nativo di Pleasant Grove, ai margini della zona
delle Hills. Il suo racconto, che affonda le radici forse nella memoria di qualche suo avo,
conferma la corrispondenza tra i calls e il periodo della schiavitù, dove invece Honeyboy
Edwards si riferiva certamente al periodo successivo in cui, come si è appena detto, queste
forme di comunicazione (e anche la work-song) non aveva più ragione di essere, cedendo
invece all’individuale holler. Il racconto di Kinsey è tuttavia ambiguo, in quanto, se da un lato
è chiaramente riferito alle grida modulate in funzione comunicativa, dall’altro però la
descrizione che ne fa assomiglia più ad una work song. Probabilmente non si tratta di un vero
e proprio errore, ma di una confusione che ha creato nella narrazione una commistione tra le
due forme di canto, nata dal fatto che anche la work-song aveva una funzione comunicativa
tramite messaggi più o meno in codice:
“Well, it goes way back. It goes way back to the slavery. Really. It was a form of getting
messages across to toher plantations – one group of slaves communicating with another
group, but without the master knowing what was going on. You know they did it in a
discreet way, when you might hear one guy, ‘I’m goin’ to leave in the morn-in. I’m gon’
leave in the morn-nn-ing.’ Then another one would say, ‘When the su-un goes down.’So, in
other words, that means when the sun go down, they gonna be gone. In other words,
escaping, you know […]”.20
C’è una terza testimonianza che non viene dal Mississippi ma è di estrema importanza in
quanto si tratta sicuramente della memoria più antica di un call ed è estendibile, a quel che si
evince leggendo la descrizione, a tutto il blues in quanto rappresenta l’embrione di alcuni
elementi costituivi della futura devil’s music. Le parole non sono di un bluesman, bensì di un
giornalista newyorchese del Daily Times, Frederick Law Olmsted, il cui racconto viene anche
riportato da Paul Oliver21 e risale al 1853, cioè a dodici anni prima dell’abolizione della
schiavitù; il suo racconto riporta ciò che vide e sentì nei pressi di un cantiere ferroviario nella
Carolina del Sud:
20 Ibid., pp. 72-73.
21 OLIVER P., The story of the blues, Barrie & Jenkins, London, 1969.
14
“I strolled off until I reached an opening in the woods, in which was a cotton-field and
some negro-cabins, and beyond it large girdled trees, among which were two negroes with
dogs, barking, yelping, hacking, shouting, and whistling, after ‘coons and ‘possums.
Returning to the rail-road, I found a comfortable, warm passenger-car, and, wrapped in
my blanket, went to sleep. At midnight I was awakened by loud laughter, and, looking out,
saw that the loading gang of negroes had made a fire, and were enjoying a right merry
repast. Suddenly, one raised such a sound as I never heard before; a long, loud, musical
shout, rising, and falling, and breaking into falsetto, his voice ringing through the woods
in the clear, frosty night air, like a bugle-call. As he finished, the melody was caught up by
another, and then, another, and then, by several in chorus. When there was silence again,
one of them cried out, as if bursting with amusement: “Did yer see de dog?–when I began
eeohing, he turn roun’ an’ look me straight into der face; ha! ha! ha!” and the whole party
broke into the loudest peals of laughter, as if it was the very best joke they had ever heard.
After a few minutes I could hear one urging the rest to come to work again, and soon he
stepped towards the cotton bales, saying, “Come, brederen, come; let’s go at it; come now,
eoho! roll away! eeoho-eeoho-weeioho-i!”–and the rest taking it up as before, in a few
moments they all had their shoulders to a bale of cotton, and were rolling it up the
embankment […]”.22
La descrizione fatta di questo canto o, meglio, di questa modulazione vocale, rimanda
direttamente a quei vocalizzi così diffusi nel blues e che li caratterizzano in modo
inequivocabile e, al tempo stesso, interessa direttamente questa ricerca in quanto collega le
origini del blues al territorio e al lavoro che in esso veniva svolto, fosse la raccolta del cotone,
l’aratura di un campo o la posa delle traversine di una linea ferroviaria. In particolare questo
canto è stato definito come “canto di riposo” e inquadrabile come “cry”23.
Risulta a questo punto chiaro come il canto derivi (semplicemente) da una mera necessità, una
necessità che nasce dal tipo di lavoro effettuato, con uno scopo che alla fine è duplice: aiutare
il lavoro quando esso necessiti di una coordinazione tra più uomini (work-songs) e, su un
piano che trascende la pratica immediata, giungere a ciò che potremmo definire una cura
22 LAW OLMSTED F., A journey in the seabord slave States, pp. 394-395. New York, 1856. La citazione qui
riportata è più ampia rispetto a quella estrapolata da Paul Oliver e fornisce una visione più ampia e
contestualizzata dell’evento in questione.
23 Cfr. POLILLO A., Il jazz, Mondadori, Milano, 1975 (nuova edizione 1997), p. 23.
15
dell’anima nel tentativo di tirare avanti in condizioni spesso durissime, che è altrettanto
importante, come possiamo capire leggendo le parole di un altro grande bluesman: Billy Boy
Arnold, che nacque a Chicago ma nel suo essere nero conosceva bene come potesse essere la
realtà del Sud, forse anche attraverso i racconti della sua gente di cui, ed è questo soprattutto
che emerge dalle sue affermazioni, sente molto forte la sua appartenenza:
“And the reason why it started in the South is because that’s where the slaves were brought
to work the fields, and that’s where they were oppressed. Now, Mississippi is noted to be
the worst Jim Crow state of them all, the most suppressed state. All the blacks were
brought to the South. They took them off the boats down South to pick the cotton and work
the fields and do the manual labor to build up the country. All blacks came from the South.
And the reason why Mississippi, it had all the plantations. That’s where they had a lot of
work, and that’s where the most supreme effort was to suppress the blacks and mistreat
them. So the blacks in Mississippi, on the plantation, you had to have the blues. In
Mississippi you are sad most of the time, because you are oppressed, not a free man,
here’s a man got control over you, telling you what to do, here’s a man who have power of
life or death over you. So you start singing the blues. See, the blues is a sort of way out.
You know what I mean? It gives you something to go on. You sing about it, and it a sort of
eases the misery of everyday’s life.”24
Ciò che da queste testimonianze (esclusa quella di Frederick Law Olmsted) emerge come
elemento fondamentale non sono solo i racconti o le riflessioni in quanto tali, bensì il fatto
stesso che il bluesman in quanto testimone percepisce proprio in quel modo la nascita del
blues.
Parlando di fonti, non è possibile non fare un accenno all’Africa. Per quanto i legami con le
terre da cui gli schiavi venivano razziati sia oggetto di diverse teorie, soprattutto riguardo alle
aree di provenienza degli schiavi, è indubbio che nel blues, oltre che nel jazz, elementi africani
siano confluiti in modo evidente. Tuttavia, oltre che sulle aree di provenienza, dubbi
sussistono anche in riferimento a elementi più tecnici, il più celebre dei quali riguarda la scala
pentatonica che, se si trova presente in certi elementi africani, è altrettanto costitutiva della
24 DUNAS J., op. cit., p. 74.
16
base di molta musica anglosassone. E’ comunque certo che, seguendo determinate linee
evolutive, mutando molto e adattandosi, l’Africa abbia portato molto di sé nella musica dei
neri d’America. L’elemento africano unito a quello bianco ha creato così alcune delle forme
musicali più originali e più influenti del XX secolo. Il blues e il jazz sono le musiche meno
occidentali che hanno influenzato più di ogni altra gli sviluppi della musica occidentale per
eccellenza: il rock e i generi che da esso derivano. Gli anelli di congiunzione tra il blues e il
rock sono molti, ma uno sopra tutti detiene l’onore di aver portato la musica nera lungo strade
completamente nuove: Elvis Presley, che trasse dal blues un genere completamente nuovo
destinato a cambiare per sempre il modo di concepire la musica25.
25 Una delle dissertazioni più complete sul rapporto tra Africa e blues si trova in KUBIK G., Africa And The
Blues, University Press Of Mississippi, Jackson MS, 1999.

1.2. DEFINIZIONE GENERALE
Il blues è una “Forma lirica musicale emersa e affermatasi tra fine Ottocento e inizio
Novecento nel Meridione afroamericano, con le sue principali aree di diffusione
originarie nel Texas, nel Mississippi, negli stati del Sudest. Spesso caratterizzato da una
strofa in 12 misure a cui si adattano tre versi poetici in rima e quasi immancabilmente in
prima persona (il primo verso generalmente ripetuto per creare tensione, attesa), il blues
– con il suo schietto immaginoso linguaggio erotico, i suoi riflessi della condizione
esistenziale nera – è stato tradotto sul pentagramma e “urbanizzato” da un compositore
come W.C. Handy negli anno ’10, e quindi registrato su disco tanto nella sua veste
rustica, genuina, che in quella elaborata, da vaudeville, durante il decennio successivo.
La struttura del blues (armonicamente sintetizzabile come I-I-I-I-IV-IV-I-I-V-IV-I-I nella
forma in 12 battute e come I-I7-IV-IVmin.-I-V-I-I in quella in 8 misure) e i suoi vari elementi
espressivi vocali e strumentali (come la “blue note”, la terza nota della scala modulata in
una chiave ambigua, intermedia tra minore e maggiore, e capace di suggerire un senso
peculiare e complesso di malinconia) hanno avuto una propria importante evoluzione
attraverso il secolo, e sono stati anche adottati ed elaborati da altri generi musicali, neri e
bianchi, dal jazz al R&R al gospel e al country.”26
Particolare attenzione va posta alla considerazione sulle modalità di espressione del bluesman
che si esprime “quasi immancabilmente in prima persona”. Questa frase è estremamente
importante perché aiuta a stabilire che cosa sia il blues nella sua vera essenza. Per una
definizione del blues, infatti, bisogna prima di tutto superare l’opinione, secondo cui si
tratterebbe di una musica “folklorica” o popolare che dir si voglia. Il dato di fatto conclusivo è
che il blues non è una musica folklorica: e anche la definizione dell’Enciclopedia, nella sua
descrizione non confina il blues in nessun involucro prestabilito e comunque non ne parla in
questo senso. Il blues non possiede nessuna veste folk nel senso stretto del termine: la
spiegazione risiede nel fatto che il bluesman, per quanto inserito nella tradizione e nella
cultura della sua gente, è e rimane un autore che prende e attinge anche dal folklore, ma ne
trae un’opera che è del tutto originale e, soprattutto, personale. Poco conta se in tanti blues,
ascoltando i testi, sentiamo versi ripetuti e riutilizzati che potrebbero dare l’impressione di un
26 AA. VV., Enciclopedia del blues e della musica nera, Arcana Edizioni, Milano 1994, p. 891.
19
corpus poetico limitato e monotono. Questo è un aspetto che non incide sulla natura personale
della composizione poetico-musicale. Il bluesman usa questo materiale per raccontare
qualcosa che riguarda lui: la sua è un’esperienza personale. Per cui il blues è definibile senza
alcun dubbio come “musica d’autore”. Anche un autore “sintetico” e “catalizzatore” come
Robert Johnson, che sfruttò e saccheggiò un patrimonio già esistente, lo rielaborò e lo ricreò
verso una sua originale poetica.27
Al tempo stesso, però, il bluesman è uomo della propria gente, che vive accanto ad essa, e del
proprio mondo vive tutti gli aspetti che conosce profondamente. Egli è paragonabile, senza
troppe forzature, ad un cantastorie che riutilizza la tradizione. E in questo senso vive
comunque la realtà del territorio in cui risiede e di cui fa parte. In altri termini, il bluesmancantastorie
è un autore che ri-crea dalla tradizione e nella tradizione è immerso. Egli è uomo
del proprio tempo e della propria terra:
“Si è detto anche ‘Il blues è una lamentazione.’ Forse. Ma una lamentazione molto ben
recepita da chi l’ascoltava, perché il cantore viveva di fatto nello stesso modo
dell’ascoltatore, con le sue tribolazioni, con la sua stessa impotenza contro le ingiustizie e
contro le calamità della natura.”28
In questo ambito, esiste un pezzo il cui testo, composto da chi, probabilmente più di altri,
seppe usare la tradizione e trasportarla nel proprio vissuto, creando qualcosa che era
tradizione e novità insieme, senza che i due aspetti si escludessero a vicenda: il brano è The
Goat29 di Rice Miller (Sonny Boy Williamson II), le cui parole sono proposte qui di seguito
per intero:
There was an animal called a goat, he butted his way out of the Supreme Court
Said, “Let him go”
Yeah, said, “Let him go, because he butt so hard till you can’t use him in our court no
more”
27 Per la presenza della tradizione in Robert Johnson, vedere MONGE L., Robert Johnson, I Got The Blues,
Arcana, Milano, 2008, passim.
28 RONCAGLIAG. C., Il jazz e il suo mondo, Einaudi, Torino, 1998, p. 66.
29 The Very Best Of Sonny Boy Williamson, Charlie Records, CD1.
20
Judge give him five hours to get out of town, he got five miles down the road and
committed another crime
That’s when the high sheriff happened to be coming along, and caught the billy goat
eating up an old farmer’s corn
High sheriff taken the billy goat to the county jail, but the desk sergeant can’t said that “I’ll
go his bail, let him go”
A medicine doctor bought the billy goat, had a great big stage show
The billy goat got mad and butt him right down in the lonesome floor
So let him go, please, please, let him go, because he butt so hard till I can’t use him in our
court no more
Ooh
Questo testo straordinario è interessante perché altro non è che la trasposizione ai tempi in cui
la canzone venne composta (anni ’50) di una tradizione a cui appartiene un lunga teoria di
racconti e canzoni afroamericani sugli animali30: si tratta di testi allegorici in cui l’animale in
questione è simbolo della strenua resistenza contro la cattiveria o la stupidità umana, con
chiaro riferimento al rapporto tra il nero che resiste e il bianco ottuso che si ostina nel suo
tentativo di sottometterlo. Canti che rientrano in questa tipologia sono: The Grey Goose31,
30 “Gli animali rappresentano un elemento fondamentale della favolistica africana ed afroamericana, nelle
storie che riguardano ad esempio Fratel Coniglio, la Rana, Sorella Volpe, Fratello Procione, ecc. Gli animali
dei racconti afro-americani sono i discendenti diretti degli animali mitici delle fiabe africane, protagonisti di
miti eziologici e figure familiari alla vita quotidiana.” (Slave Songs Of The United States, L’Epos, Palermo
2004, p. 281. Edizione originale, Simpson, New York, 1867).
Venturini (op. cit. p.64), con respiro più ampio, in riferimento ai canti sugli animali nota: “Un elemento
tipicamente afroamericano e comune alla ballata come alla worksong, al blues e agli spirituals, è
l’allentamento dei nessi logici delle strofe. Mentre le canzoni narrative anglosassoni raccontano un
fato di cronaca, servendosi di uno sviluppo consequenziale dei fatti, nela negro-ballad la logica con
cui la rappresentazione si aggroviglia a rappresentazioni di vario genere, a punti di vista e a commenti
personali, a interiezioni e a una serie di frammenti provenienti da altri brani folklorici, si rivela
talvolta inestricabile.” Per questa tematica, che coinvolge la produzione musicale dei neri d’America nella
sua interezza cfr. anche nota 110.
31 The Grey Goose è il racconto paradossale di un oca che viene cacciata ma ci mette sei settimane a cadere
e i cacciatori impiegano altrettanto a trovarla. Sei settimane ci mettono a spennarla e ci mette sei mesi a
bollire. Forchette e coltelli si infrangono sulla sua carne e, gettata a i maiali, spacca la mascella della scrofa
per poi rompere i denti di una sega. Alla fine l’oca viene vista volare starnazzando seguita da una lunga fila
di ochette. (in ROFFENI A. (a cura di), Blues, ballate e canti di lavoro afroamericani, Newton Compton
Editori, Roma, 1976., p. 58-59 e relativa nota a p. 268).
21
Grizzly Bear32, Bool Weevil33 Blues, Shake It Mister Gator34 o Rabbit In The Garden35.
Tranne nel caso di Grizzly Bear, tutti gli altri animali sono la rappresentazione del nero che
sfugge, nonostante gli sforzi, alla cieca violenza dell’uomo bianco.
Così, in The Goat, Rice Miller utilizza il black lore per dipingere una situazione dei propri
tempi e rappresenta con tutte le probabilità se stesso (“Goat” era infatti anche un suo
soprannome derivato dalla barba a punta che era solito portare sul mento) in quanto uomo
spesso in lotta con la legge e che qui, quasi in virtù di un potere soprannaturale e magico, è
impossibile trattenere e imprigionare contro la sua volontà.
L’interesse in questo tipo di definizione del blues risiede nel fatto che la creatività personale,
che non muta in questa sua intrinseca natura, si innesta, senza contraddizione ma anzi, in
piena complementarietà, nel territorio in cui il bluesman risiede; territorio da cui egli non può
prescindere e che è fonte della sua creatività.
E’ anche ipotizzabile per la prima volta un legame tra il blues come musica d’autore e il
territorio come luogo di viaggio e di mobilità, tutte cose che, come vedremo, caratterizzano
profondamente il blues: questo legame si può congetturare sulla base del fatto che, finita
l’epoca della schiavitù, il nero si è trovato libero e al tempo stesso soggetto individuale, in
continuo, perpetuo movimento alla ricerca costante di un luogo migliore o semplicemente di
un lavoro. Ora, è plausibile ritenere che proprio questo cambiamento di status (da massa a
individuo, da schiavo a contadino, almeno formalmente, libero) sia l’input e la causa che ha
stimolato naturalmente l’istinto a creare una musica e un canto che fosse rivolto al privato.
Non a caso lo sviluppo e la nascita del blues propriamente detto prende le mosse a cominciare
32 Questo canto, pur rientrando nella casistica dei racconti che hanno gli animali come protagonisti, è diverso
dagli altri in quanto il grizzly è immagine dell’uomo bianco con la sua violenza cieca e ottusa.
33 Probabilmente il più famoso di questi canti, fu eseguito in numerosissime versioni che però concordano
nella sostanza: il bool weevil era l’insetto parassita del cotone, chiara allegoria del nero che prende la sua
rivincita contro il farmer bianco. Il bool weevil (“antonomo del cotone”) fu responsabile, sul declinare
dell’800, della distruzione di numerose piantagioni in tutto il Sud. (cfr. VENTURINI F., op. cit. p. 66).
34 Canto in cui il forzato cerca di fuggire dalla prigionia. Il ritornello recita: “Won’t you shake it Mr. Gator,
doggone your soul, / Won’t you shake it Mr. Gator, to your muddy hole.” (in ROFFENI A., Blues, ballate e
canti di lavoro afroamericani, op. cit., pp. 96-98).
35 Affine a The Grey Goose, il canto sintetizzabile così: il cane non riesce a prendere il coniglio, il fucile
non riesce a colpirlo, la mamma non riesce a spellarlo, il cuoco non riesce a cucinarlo e la gente non lo
riesce a mangiare (vedi VENTURINI F., op. cit. pp. 65-66).
22
dal periodo successivo all’abolizione della schiavitù (1865) e con il periodo post-bellico della
ricostruzione.
23
1.3. LE TESTIMONIANZE
Per definire il blues in relazione al territorio, uno strumento utile è fare ricorso alle
testimonianze dirette di bluesmen che parlano del duro lavoro dei neri nei campi, fatto risalire
addirittura ai tempi della schiavitù, vista spesso dai musicisti neri come il punto di partenza da
cui tutto ebbe origine36: qui sono raccolte sei testimonianze (di cui cinque di musicisti nati e
cresciuti nel Delta). La prima è di Bukka White, celebre chitarrista e cantante di Aberdeen,
Mississippi:
“Il blues viene dal culo del mulo. Oggi puoi avere i blues anche seduto al ristorante o in
un hotel, ma il blues è nato camminando dietro a un mulo, ai tempi della schiavitù.37”
La seconda testimonianza è quella del violinista James Butch Cage:
“Il blues risale ai tempi della schiavitù. Quando eravamo schiavi mangiavamo ossa e
cotenna di maiale: la carne andava ai bianchi. Erano tempi duri; ci si faceva sopra delle
canzoni per consolarsi, ma la vita era un inferno.38”
La terza, di Son House, dipinge un’immagine più legata ai tempi contemporanei alla sua
giovinezza, e comunque si nota come il tipo di descrizione sia analoga alle due precedenti:
“Quando ero un ragazzo si cantava nei campi, ma non erano vere canzoni, erano lamenti.
Poi abbiamo iniziato a cantare la nostra vita quotidiana e credo che sia nato il blues.39”
36 Queste testimonianze non si basano certamente su argomenti scientifici e storicamente provati, ma sono
comunque significative in quanto rappresentative del modo in cui i neri percepivano il blues e il suo legame
con la terra. L’inizio della schiavitù è naturalmente visto come l’anno zero della loro storia, almeno
musicale, anche se sappiamo che il periodo schiavista e anche quello immediatamente successivo non
conosceva il blues in quanto tale. Su questa percezione, anche il chitarrista, armonicista e cantante J.D.
Short afferma in un intervista (The Sonet Blues Story – J.D. Short – A Last Legacy Of The Blues From a
Pioneer Blues Singer, 1962) che il blues proviene dai canti degli schiavi.
37 MARINI S., Il colore del blues? Black & White, Luna Nera, Ranfusina, Varzi (PV), p. 7.
38 Ibid., p. 8.
39 Ibid., p. 9.
24
Uscendo temporaneamente dal Delta, di seguito sono riportate le parole dell’armonicista
Sonny Terry40, che riporta direttamente a ciò che afferma Butch Cage:
“Il blues è nato nei campi di cotone dove si lavorava duro e il padrone non pagava. Così
si cantava: ‘Ohhh, uno di questi giorni lascerò questo posto per non tornare mai più,
ohhh yeah!’. Era un modo per alimentare la speranza.41”
Interessante a proposito un’intervista a Willie Foster, armonicista del Delta, scomparso nel
2001 e che fu quindi uno degli ultimi testimoni del mondo musicale di quella regione e che
incise quattro dischi già in età avanzata. Foster ci parla della sua infanzia e ci fornisce un’idea
di cosa fosse, anche per un bambino, il Delta delle piantagioni nella prima metà del secolo
scorso:
“Well, now, I was born in 1921 about 4 miles east of Leland, Mississippi. My mother was
pickin’ cotton when I was born. I kept on a goin’ till I was 6 or 7 years old. I went to work
when I was eight years old. I was making thirty cents a day from sunup ‘till sundown. My
daddy used to tell me, “Pick fifty pounds of cotton and I’ll let you go play” and I learned
how to pick and I picked it about three o’ clock and he say, “I believe I want you to pick
about 75 pounds”, and so I went to pickin’ that about three o’ clock and he’d say, “Well
you goin’ to play too early so you pick me 100 pounds42”.
La citazione che segue è tratta dall’intervista fatta nel 2007 da due studenti della Delta State
University di Cleveland, Mississippi, a uno dei protagonisti del Delta Blues: John Nolden,
armonicista nero di Renova, un sobborgo di Cleveland, tutt’oggi attivo sulla scena blues: (una
delle sue performance più recenti risale al giugno del 2008 in occasione della nona edizione
dell’Highway 61 Blues Festival di Leland, Mississippi). La testimonianza di Nolden è
interessante perché parte descrivendo la propria infanzia per arrivare ad una definizione del
blues secondo il suo punto di vista. E’, in un certo senso, il sunto delle precedenti anche se si
40 Sonny Terry, autentica icona del blues che seppe proseguire la propria carriera, anche fuori dagli U.S.A.,
fino alla sua morte nel 1984, nacque a Greensboro, nel North Carolina.
41 MARINI, S., op. cit., p. 9.
42 Note di copertina a I Found Joy, Palindrome Records.
25
discosta leggermente dalla classica affermazione di derivazione del blues direttamente dal
lavoro dei campi. E vale la pena citarla per intero:
“Well, I come up kinda … well, it was all right, but I had to work all the time, you know,
something you ain’t never seen. I used to plow on mules, and you know I couldn’t go to
school much so I didn’t get no good learning, sure didn’t. No, I had, got to try in that
muddy water, lining up mules. … One time after we go to the woods and hauled wood, cut
trees down … y’all might have heard (inaudible) tell something like that, but I know you
don’t know nothing ‘bout that, but back in that time people would take a crosscut saw, two
men, pulling, and you cut your own winter wood. I was on a farm, and it didn’t have this
geared stuff like we got now, not out in the rural area. You had to take a hack saw or
sledge hammer, go out and cut the wood, take away the mule, haul it back to the house.
And, uh, you had your winter supply right there in your yard. That’s kind of a rough way
but it work. […]
I was, used to, be around with B.B. King over in that area, over in Sunflower County. And,
his name was Riley King, and we had gospel groups. He had the St. John’s Gospel
Singers, I had my four brothers, called the Four Nolden brothers. We broadcast WGRM,
oh about, in the same times. He would come on, we would come on a little earlier than he
would. He would come on, he had the St. John Gospel Singers, he would come on, about,
well, one o’clock and they, we come around 9:00, 9:30, back then, but we broadcast. I had
four brothers and he had … I don’t know who he had. I know he had the St. John Gospel
Singers. […]
I wouldn’t have fooled with no Blues, but I got hurt one day. I had a, I should not go into
this but I got to tell you. A lady I thought so much of, she went away and left, and I ain’t
got straight yet. That’s a long time ago (laughs) and I don’t think I’ll never get it right …
well, the lady caught me good, you know. I just went off into it, sittin’ there, you know. I
couldn’t stay out of it. Well, when you get worried—now, let’s, let’s make a long story
short. Some way, you’re gonna make a move one way or the other. Am I right? And so
that’s what got me really started, kept on doing it. I used to be a church man, used to be
going to church every Sunday. But I’m gonna tell you something. I don’t want to talk too
much but you know, when you get hurt it don’t help you to go to church with it. It be, you
26
be hurting and don’t care where you go. Folks say, “Oh, you’ll be all right.” I don’t know.
You don’t get all right like that. It takes a little time … a long time (laughs). […]
Well, I think Blues means you don’t got a word for it. You got someone you care about and
they left you, them’s the Blues in my mind, you know, cause you can’t get at it hard
enough. It’s so hard to get out. The first thing you … you go to sleep and it ain’t gonna
help you none cause you, all you’re gonna do is lay there … thinking a long time. You
hurt, and uh, you want to see somebody you can’t find, the Blues (laughs). I ain’t got the
good long talk too properly but you know but I’m telling you the way I feel. Expressions,
that’s the way I feel.”43
Il discorso di Nolden è più articolato rispetto alle testimonianze precedenti e le sue parole sono
sensibilmente differenti da quelle dei musicisti precedenti, che fanno un collegamento diretto
tra vita dei campi (prima degli schiavi e poi dei sharecroppers) e la nascita del blues. Ma ciò
non muta il quadro ed è anzi, se si legge bene tra le righe, una conferma del legame tra musica
e luoghi di nascita dei bluesmen: nel senso che Nolden non sente nemmeno il bisogno di dire
ciò che è quasi ovvio, vale a dire che la musica che ha cominciato a suonare deriva per forza
di cose da lì e da quella vita, e non potrebbe essere diversamente.
43 Da http://www.birthplaceoftheblues.com
27
1.4 ASPETTI MUSICALI
Il blues è codificato per lo più in due categorie o, meglio, due schemi metrici standard: quello
a dodici e quello a otto battute.
Prendendo ad esempio in considerazione la struttura a dodici battute44, che è poi la forma più
comune e usata, essa si sviluppa secondo una struttura tripartita: c’è il primo verso che dura
per le prime quattro battute. Questo viene ripetuto, uguale o quasi (su un accordo diverso)
nelle battute dalla cinque alla otto, con la funzione di ribadire accentuando ciò che è stato
appena esposto; e infine il terzo verso scioglie, su un altro accordo ancora, la tensione creata
dai primi due. Il cerchio si chiude sulla dodicesima battuta per poi ricominciare da capo.
Il terzo verso è molto importante perché, come la musica, dal punto di vista armonico,
completa il giro, così le parole che si snodano nelle ultime quattro battute sono una
conclusione di ciò che i primi due versi hanno esposto come tensione sospesa. In altre parole, i
primi due versi preparano un discorso che il terzo risolve.
Un pezzo esemplificativo è Jinx Blues n.1, una celeberrima creazione di uno dei padri del
Delta blues, Eddie James “Son” House:
Well, I got up this morning jinx45 all ‘round, jinx all ‘round, ‘round
[my bed,
I said, I got up his morning with the jinx all ‘round my bed,
You know I thought about you now I’d like to kill me dead.46
Come si vede chiaramente, I primi due versi propongono in maniera sostanzialmente identica
un’idea iniziale che però rimane sospesa, finché il terzo verso risolve o comunque chiude il
discorso. La fine del secondo verso è quindi il culmine di un climax ascendente che inizia col
44 La battuta, variabile nei tempi e nella durata, è definibile come una cellula ritmica che ha durata di tempo
uguale alle altre e che costituisce l’unità minima che sta alla base di ogni composizione musicale.
45 Al proposito è interessante il significato di Jinx, una parola che si può tradurre con “sfortuna”, “jella”, e
che si ipotizza derivi dai jinn , sorta di genietti o spiriti maligni diffusi nella tradizione araba e islamica. Ciò
fa ipotizzare un legame tra il blues e la musica moresca e, in ultima analisi araba: frutto dunque di un
remoto retaggio che alcuni schiavi di tribù islamizzate o a contatto con la cultura islamica, avrebbero portato
con sé. (cfr. VENTURINI F., op. cit., p. 181 e passim.).
46 Da Jinx Blues n.1 di Son House, in: ROFFENI A. (a cura di), Il Blues – Canti dei negri d’America,
Edizioni Accademia, Milano, 1973. La registrazione è reperibile in The Complete Library of Congress
Sessions, 1941-1942, Travelin’ Man.
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primo verso e che il secondo aumenta fino al parossismo47 per poi trovare lo sfogo finale
nell’ultima parte della strofa48. In sostanza la musica non è un semplice accompagnamento,
ma è l’immagine speculare del discorso poetico e ad esso parallelo. La musica insomma è
funzionale alle parole, e questa è probabilmente una delle ragioni che fanno del blues un
musica “semplice” e che, almeno nelle sue forme più classiche, poco concede agli
abbellimenti. Il blues deve esprimere qualcosa e non usa, né nelle parole, né nella musica,
nulla che ecceda, e questo si rifletta nella struttura poetica, melodica e armonica. Tutto è
necessario. E’ una musica diretta, essenziale. Ogni nota si trova in un determinata posizione
perché deve, anche se di fatto con il tempo la tendenza a ornare la musica si è sempre più
diffusa, in certi casi andando oltre il discorso che fa di quella musica un blues e non altro.
Queste, in linea di massima, le caratteristiche basilari della forma più comune di blues.
Tuttavia, si comprende facilmente come la struttura a dodici (o otto) battute sia solo
l’esemplificazione di qualcosa che, a monte, era molto più variegato e irregolare: ascoltando
molti bluesmen delle origini, non ultimo il “padre” Charlie Patton, sono riscontrabili
frastagliature e, soprattutto per la nostra concezione musicale di tipo occidentale, diverse
anomalie, che provocano sfasature per eccesso o per difetto dalla rigida struttura sopra
descritta. Al tempo stesso però, il legame tra i vari blues e comunque una morfologia che li
accomuna tutti è sempre esistita, e gli schemi a dodici e a otto altro non sono che una sorta di
comune denominatore che può soddisfare e sotto il quale possono rientrare tutti i tipi che
rispondono ad un’idea di base condivisa. Va ricordato anche che i primi bluesmen erano
totalmente estranei alla concezione eurocolta della musica e nella maggior parte dei casi
ignoravano anche le più elementari nozioni di teoria musicale. La tradizionale mancanza di
conoscenza della musica è qualcosa che si è protratta spesso fino ai giorni nostri, in cui
troviamo ancora musicisti blues anche non americani che imparano da autodidatti, avendo
una conoscenza scarsa o nulla della teoria, e anche questo sta ad indicare che il blues in ultima
47 L’aumento della tensione, musicalmente, è data da una specifica successione di accordi che fornisce
l’armonia caratteristica del blues.
48 In realtà le cose sono più complesse perché il culmine della tensione di fatto si sposta, armonicamente,
fino a metà circa del terzo verso per poi iniziare la vera “curva” discendente fino ad arrivare al giro
conclusivo (in gergo: turn-around) della dodicesima battuta, che funge da conclusione della strofa e
insieme da raccordo con quella successiva. Concettualmente e poeticamente, però, è comunque il terzo
verso nella sua totalità a costituire il momento di scioglimento della tensione. Vale la pena ribadire che nel
work song (vedi par. 1.1), una delle fonti da cui il blues trasse il proprio DNA, il verso era ripetuto due
volte o anche più volte prima di essere oggetto di una risposta.
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analisi sfugge ai tentativi di ingabbiarlo in schemi prestabiliti; tanto più che i recenti tentativi
di trasporre su pentagramma le inafferrabili sfumature del blues sono qualcosa che si è
rivelato nulla più di un abile esercizio. La musica, va sottolineato, si caratterizza per una
marcata ambiguità, che si può tradurre, senza scomodare troppo la terminologia musicale, in
un’incertezza tonale (nel senso squisitamente tecnico di tonalità) che dà quel senso di
malinconia che tuttavia non è mai definita ed è sempre suscettibile di portare l’ascoltatore
verso altri e diversi sentimenti.
Gli scheletri ritmico-armonici delle dodici o otto battute furono adottati molto presto anche in
virtù del fatto che per suonare in gruppo si rese necessario avere un ritmo e delle sequenze
precise da seguire, anche se non è sempre così e nella musica delle prime band si riscontra più
di una libertà esecutiva. Inoltre, ancora nel blues moderno, si trovano abbondanti esempi di
blues che seguono la ritmica personale dell’esecutore, come avviene ad esempio nelle tessiture
melodiche del texano Sam “Lightnin’” Hopkins o nelle ritmiche ossessive e pulsanti di John
Lee Hooker.
Il blues è peraltro caratterizzato da quelli che si potrebbero definire sottogeneri e che non sono
inquadrabili secondo schemi precisi: in questo ambito rientrano ad esempio il fox chase e il
train time. Il primo affonda le proprie origini nella musica anglosassone e altro non è che
l’imitazione dell’andamento frenetico caccia alla volpe con l’uso dell’armonica inframezzata da
urla. Il train time è invece l’imitazione dell’andamento sferragliante del treno che da sempre
viene soprattutto eseguita con l’armonica: ogni bluesman nel corso della sua carriera ha
cantato canzoni sui treni, e ogni armonicista (ma anche tanti chitarristi) ha suonato almeno
una volta l’imitazione della locomotiva a vapore.
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1.5. TEMATICHE E POETICA
Osservando il blues dal punto di vista dei temi in esso trattati, esso sviluppa una serie di
soggetti che attingono, in generale, ai problemi della vita quotidiana. D’altronde basta sentire
una delle tante interviste fatte a più di un bluesman tra quelli che vennero riscoperti dagli anni
’60 in poi, per sentire più o meno le stesse parole sul blues e sui motivi per cui si sviluppò e,
di conseguenza, sulle tematiche.
Un gran numero di blues ha come argomento l’amore infelice e, più in generale, tutte le
problematiche dei rapporti tra donna e uomo. Esse spaziano dall’abbandono, alle prospettive e
speranze di conquista, al maltrattamento, ai problemi economici, ai temi esplicitamente
sessuali. Troppo vasta è la casistica dei testi che si occupano di questi temi, e qui non è
possibile nemmeno antologizzarli per fornire un’idea di massima. Il tema dell’amore
tormentato, di per sé vecchio quanto l’uomo, assume nel blues una valenza del tutto
particolare, in quanto deriva in linea diretta dalla condizione dei neri sotto la schiavitù,
almeno a sentire le parole del vecchio bluesman Willie King, intervistato da Corey Harris (a
sua volta giovane chitarrista blues) nel film di Martin Scorsese The Blues – Feel Like Goin’
Home49: egli spiega chiaramente come, almeno nei primi blues, parlare della donna che
maltratta era uno schermo, un modo per mascherare la vera identità della persona in oggetto,
che altri non era che il padrone o il sorvegliante. E’ chiaro poi che il tema amoroso assunse
presto una propria autonomia e, anzi, all’interno dell’universo blues, assume e occupa un
ruolo preponderante, quasi prepotente, diventando la tematica per eccellenza, benché non la
sola. Riguardo a questo sono illuminanti le parole di Son House, esponente di punta del Delta
blues: “I giovani suonano quattro accordi e pensano di star facendo del Blues, ma c’è un solo
tipo di Blues: quello che racconta del sofferenze legate all’amore di un uomo per una donna”.
Lasciando fuori dal discorso la polemica verso la banalizzazione del blues da parte delle
nuove generazioni50, risulta chiaro come, almeno per Son House, il vero e unico blues
(nell’intervista scandisce anche le lettere facendo lo spelling: B.L.U.E.S) altro non sia che
quello appunto legato all’amore. Nel seguito dell’intervista, House prosegue affermando che
l’amore non è mai paritario, e quando due persone dicono di essere innamorate, una delle due
inganna l’altra: da qui proviene il dramma che si estrinseca e prende la forma del blues.
49 SCORSESE M., The Blues – Feel Like Goin’ Home, USA, Mikado, 2002.
50 l’intervista è un’immagine di repertorio degli anni ’60.
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Quindi per il grande bluesman, blues coincide esattamente proprio con il rapporto uomodonna.
Le altre tematiche sono le condizioni economiche disagiate e il duro lavoro, o addirittura
l’assenza di lavoro. E’ facile comprendere come questi problemi siano entrati a far parte della
poetica afroamericana se si considerano le condizioni a cui, soprattutto negli anni della
Grande Depressione, i neri in particolare erano soggetti. In questo tipo di blues ricorrono
spessissimo i nomi delle monete: nickel, dime, etc…
Un altro argomento caro al blues è quello del carcere: essere condannato al di là della
colpevolezza reale e finire in galera, per un nero era (e ad oggi troviamo ancora delle
drammatiche coincidenze) molto facile, e così numerosi bluesmen (Son House stesso, Bukka
White, Rice Miller e tanti altri) passarono periodi più o meno prolungati nelle carceri più dure
degli stati: tristemente famosa tra i neri e cantata in un omonimo blues da Bukka White, è il
penitenziario di Parchman, Mississippi. A lato vanno citati i numerosi canti non sul carcere,
ma registrati nelle carceri51 soprattutto da Alan Lomax, canti che costituiscono un
inestimabile repertorio. Il tema dei blues carcerari registrati sul campo meriterebbe un
discorso a parte che in questa sede non è possibile sviluppare pienamente.
Questi canti costituiscono una fonte preziosissima a cui attingere per comprendere quali siano
le origini del blues, nel senso che spesso i canti carcerari sono stati tramandati da una lunga
tradizione e, rimanendo chiusi (anche fisicamente) in un ambito del tutto particolare, hanno
conservato molto delle loro matrici originarie: si tratta perlopiù di canti di lavoro individuali o
di squadra. Naturalmente non dobbiamo pensare che tali canti siano identici a quelli che
avremmo potuto ascoltare ai tempi della schiavitù, ma costituiscono comunque l’esempio più
vicino di cui disponiamo per comprendere in linea di massima come potesse ad esempio essere
una worksong nei tempi che precedettero lo sviluppo del blues come forma autonoma.
Strettamente correlato alle tematiche della legalità e del carcere è il tema dell’alcol: i
bluesmen, come accadeva per tanti musicisti, erano spesso forti consumatori di bevande
alcoliche, spesso distillate di contrabbando. Uno dei blues più famosi sul tema è Canned Heat
Blues52 di Tommy Johnson, capolavoro assoluto del grande chitarrista, con un testo dalle tinte
51 E’ evidente che i canti registrati nelle carceri riguardano spesso anche il carcere stesso.
52 Tommy Johnson, Complete Recorded Works In Chronological Order, 1928-29, DOCD 5001.
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particolarmente oscure e sinistre che parla di questo mefitico intruglio (il canned heat
appunto) a base di un combustibile, lo sterno, mischiato ad alcol e limone, molto in voga nel
Sud della Depressione. In epoca più recente, anche l’armonicista Carey Bell cantò un pezzo
intitolato The Alcoholic Man53.
Queste, schematicamente, le tematiche più diffuse del blues. Ma si cadrebbe in errore se si
considerasse il blues semplicemente come “musica che parla di cose tristi” o, peggio, di
“musica triste”: infatti il blues è molto più complesso e articolato, in quanto esso è, al
contrario, musica “per scacciare la tristezza” e non un canto di autocommiserazione. In altri
termini, cantare la tristezza per scacciarla è la base e la motivazione del blues che, sempre
secondo Willie King, fu mandato da Dio per dare ai neri qualcosa per sopravvivere54. Il blues
è sopravvivenza e ha una vera funzione guaritrice, dove il bluesman assume quasi il ruolo di
officiatore di questo rito taumaturgico (lo stesso John Lee Hooker, a detta di Willie King55, si
definiva un guaritore56).
Ma tutti questi temi, che sono spesso correlati tra di loro e si intersecano, hanno spesso se non
quasi sempre una matrice, o meglio, una confluenza comune: il viaggio, di cui mi occuperò
più avanti. Il viaggio si inserisce come tematica a se stante in quanto il viaggio è una specie di
sottofondo, una sorta di basso continuo che percorre come un fiume carsico il mondo del
blues, a volte in modo esplicito, a volte espresso in modo velato.
53 Harp Legends vol.II, Catfish Records 105.
54 The Blues – Feel Like Goin’ Home, op. cit.
55 Ibid.
56 A conferma, esiste un disco, benché recente, di John Lee Hooker intitolato The Healer (Chameleon).

In caso vogliate leggere questa intera ed interessantissima tesi, andate al link: 

http://ebookbrowse.com/goio-geografia-del-mississippi-delta-attraverso-il-blues-un-ipotesi-di-relazione-tra-musica-e-territorio-pdf-d65884076

 

 

Sulla cronaca parlamentare di qualche settimana fa c’era un articoletto che spiega che recentemente il Parlamento ha
votato, all’UNANIMITA’ e senza astenuti, un aumento di stipendio per i parlamentari pari a circa
                                         € 1.135,00 al mese

Inoltre la mozione è stata camuffata in modo tale da non risultare  nei verbali ufficiali.

STIPENDIO                                     €uro  19.150,00 AL MESE

STIPENDIO BASE                         circa €uro 9.980,00 al mese

PORTABORSE                               circa Euro 4.030,00 al mese (generalmente parente o familiare)

RIMBORSO SPESE AFFITTO           circa Euro 2.900,00 al mese, perché con lo stipendio che pigliano non possono pagarsi l’affitto

INDENNITA’ DI CARICA     (da Euro 335,00 circa a Euro 6.455,00)   TUTTI ESENTASSE

Inoltre:

TELEFONO CELLULARE  gratis;  TESSERA DEL CINEMA gratis; TESSERA TEATRO gratis; TESSERA AUTOBUS – METROPOLITANA gratis;
FRANCOBOLLI  gratis;  VIAGGI AEREO NAZIONALI gratis; CIRCOLAZIONE AUTOSTRADE gratis; PISCINE E PALESTRE gratis; FS
 gratis;
AEREO DI STATO gratis;  AMBASCIATE gratis; CLINICHE  gratis; ASSICURAZIONE INFORTUNI gratis; ASSICURAZIONE MORTE gratis;
AUTO BLU CON AUTISTA gratis; RISTORANTE gratis (nel 1999 hanno mangiato e bevuto gratis per €uro 1.472.000,00).

Intascano uno stipendio e hanno diritto alla pensione dopo 35 mesi in parlamento (anche se sono stati presenti un solo giorno) mentre obbligano i cittadini a 35 anni di contributi (41 anni per il pubblico impiego !!!)

Incassano circa €uro 103.000,00  con il rimborso spese elettorali (in violazione alla legge sul finanziamento ai partiti), oltre ai privilegi (come se non bastasero) per tutti coloro che hanno ricoperto la carica di Presidente della Repubblica, Presidente del Senato o Presidente  della Camera.

(Es: la sig.ra Pivetti ha a disposizione e gratis un ufficio, una segretaria, l’auto blu ed una scorta sempre al suo servizio)

La classe politica ha causato al paese un danno di

1 MILIARDO e 255 MILIONI di €URO.

La sola camera dei deputati costa ai cittadini

€uro 2.215,00 al MINUTO !!

Far circolare.

Si sta promuovendo un referendum per l’ abolizione dei privilegi di tutti i parlamentari   ……….
queste informazioni possono  essere lette solo attraverso Internet in quanto quasi tutti i massmedia rifiutano di portarle a conoscenza degli italiani……

                 falla girare se sei d’accordo – grazie

Oggi è davvero una giornata che passerà alla Storia, e che i nostri successori sicuramente studieranno sui libri…Sarà una coincidenza numerica ma i successi calcistici di una “squadretta” piccola e marginale, il Novara, che, fino all’anno scorso era in Serie C, meritatamente promossa in A, coincidano con un importante traguardo politico…Abbiamo raggiunto il Quorum al famoso referendum dei “Quattro Quesiti”, tutti molto dibattuti, ovvero, privatizzazione dell’acqua, nucleare e legittimo impedimento (Norma Salvapremier)…Ed il tanto agognato Sì, sta stra-vincendo!!! Anzi, ha ormai stravinto!!! 🙂 Questo vuol dire che l’acqua, bene pubblico x eccellenza, non sarà privatizzata, che le centrali nucleari non saranno costruite in Italia e che il PREMIER POTRA’ ESSERE REGOLARMENTE PROCESSATO, DATO CHE LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI, LA COSTITUZIONE PARLA CHIARO!!!

I dati parlano chiaro, e ancora lo scrutinio non è finito…Questa è l’ennesima riconferma di come il vento abbia ricominciato a fischiare, di come forse gli Italiani  si siano svegliati ed abbiano tolto lo standby, dopo aver lasciato il cervello in letargo per quasi vent’anni…

E oggi è il 13 giugno, data di passaggio del Novara in serie A, dopo 55 anni…Che il 13 porti davvero fortuna??

Ma adesso lasciamo parlare la stampa ed i fatti, le foto e la cronaca che, un giorno, sarà storia…E speriamo che il vento sia cambiato una volta per tutte…

Qui un breve ripasso sui quesiti referendari:

http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/referendum/quesito1.html; http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/referendum/quesito2.html; http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/referendum/quesito3.html; http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/referendum/quesito4.html.

 REFERENDUM

E dopo quella del Web
esplode la gioia della piazza

La manifestazione a Roma, alla “Bocca della Verità”, riunisce tutti i comitati che in questi giorni hanno lavorato per raggiungere il quorum e per far vincere i “Sì” ai quattro quesiti. Un patto generazionale che si vede anche fisicamente tra i manifestanti

di CARMINE SAVIANO (Da La Repubblica)

E dopo quella del Web esplode la gioia della piazza

ROMA –  Dopo un a campagna elettorale giocata sul web, adesso si guardano negli occhi. Gruppi, comitati, associazioni, esponenti dei partiti. Tutti a Roma, in piazza della Bocca della Verità, per festeggiare insieme il raggiungimento del quorum alle consultazioni referendarie. Le cifre passano di bocca in bocca. “Siamo sopra il 55%, ci siamo riusciti. Abbiamo portato a votare quasi 30 milioni di italiani”. L’acqua, il nucleare, la giustizia. Temi su cui “abbiamo ripreso la parola per dire che i beni pubblici devono restare tali”. Un lavoro durato più di un anno. Fatto di micro iniziative in tutte le città italiane. E che oggi si conclude in una festa colorata e spontanea. Contro tutto e contro tutti. La gioia è diffusa, certo. Ma in tanti sottolineano le ultime, “insostenibili”, dichiarazioni di Silvio Berlusconi e del ministro Maroni. “Hanno giocato sporco, tentando fino all’ultimo istante di condizionare il voto”. Ma “gli italiani non si sono fatti ingannare”. Poi la felicità prende il sopravvento. Abbracci, slogan, sorrisi. I rappresentanti dei comitati stringono mani e rilasciano le prime dichiarazioni: “E’ la vittoria della democrazia dal basso, dei cittadini contro una politica sorda e disinteressata ai problemi reali”. Ed è una piazza intergenerazionale. Genitori e figli, accomunati dalla realizzazione di quello che in tanti definiscono un miracolo. “Prima le amministrative, e adesso il referendum.

 

Quarantenni allo sbaraglio, a cura di Barbara Mennitti

La nuova, geniale definizione l’ha tirata fuori il Corriere della Sera qualche settimana fa. “Second teen”, cioè teen-ager da Second life, il mondo parallelo virtuale che dona a tutti una seconda chance, un posto dove essere una persona diversa. Un tempo si usava l’espressione, un po’ condiscendente, “eterni Peter Pan”, per descrivere quella tipologia prevalentemente maschile (ma non solo) di persone anagraficamente adulte, che si rifiutavano ostinatamente di crescere, di assumersi responsabilità, di varcare la soglia della maturità. Oggi, invece, la società comincia a guardarli con un occhio un po’ più benevolo e comprensivo. D’altronde, visto che la vita media si è così tanto allungata negli ultimi cinquant’anni, non si capisce bene perché si dovrebbe scegliere di allungare proprio la vecchiaia fra tutte le fasi dell’esistenza umana. Non sarà che in fondo hanno ragione loro, gli adolescenti quarantenni, che scelgono di prolungare il più possibile la fase della spensieratezza?

Finalmente sdoganati, i quarantenni adolescenti non sono più oggetto della riprovazione nazionale e cominciano anzi ad avere i loro profeti e ad essere celebrati nel cinema e nella narrativa. Circa un mese fa è arrivato nelle sale cinematografiche il film di Federico Moccia (il vate della categoria) “Scusa ma ti chiamo amore”, nel quale lo splendido quarantenne Raoul Bova si innamora perdutamente di una diciassettenne. Peccato che quella screanzata di Michela Quattrociocche, la teen-ager che ha impersonato la fortunata, abbia dichiarato in un’intervista che per lei “Raoul Bova è come un padre” e abbia poi concluso, con spietata ingenuità, di riconoscersi totalmente nei romanzi di Moccia: “Anzi, mi stupisco che abbia quanrant’anni, perché ha la testa di un adolescente!”. Appunto. Solo qualche mese prima, il film di Vincenzo Salemme “Sms. Sotto mentite spoglie”, dipingeva genitori quarantenni, indistinguibili dai loro figli, che si lanciano in storie d’amore clandestine in seguito a un sms inviato alla persona sbagliata. Anche in libreria l’orgoglio dei Peter Pan inizia a riempire gli scaffali. E non solo quelli della sociologia ma, soprattutto, della letteratura umoristica, dove fanno capolino veri e propri manuali di sopravvivenza e di resistenza per i refrattari alla maturità.

Ed ecco, dunque, che la schiera dei second teen si infoltisce. Da una parte c’è il nocciolo duro della categoria: gli eterni Peter Pan, quelli che non si sono mai sposati, che anzi si sono innamorati solo una volta, a 12 anni, e da allora hanno il cuore irrimediabilmente bruciato, quelli che corteggiano cinque ragazze per volta e mandano sms teneroni ma poi fuggono a gambe levate al primo profilarsi di un rapporto stabile. Insomma, quelli che non si sono mai sognati di crescere, nemmeno per sbaglio. A loro si affiancano gli adolescenti di ritorno, quelli che in realtà ci hanno anche provato, si sono sposati, magari giovani, si sono moltiplicati, hanno trovato il posto fisso, hanno comprato casa e acceso un mutuo ventennale. Poi, intorno ai quarant’anni, hanno iniziato a sentire un nodo allo stomaco, un malessere diffuso, una voglia di leggerezza… Hanno cominciato con una partita di calcetto e si sono ritrovati second teen. Passano ore a chattare (e flirtare) su internet, si scambiano file musicali e film con coetanei dei loro figli, affollano le discoteche, si disinteressano della politica, leggono i fumetti. E, soprattutto, tornano a fare sport.

Già, perchè se lo spirito è da teen-ager, spesso il fisico tradisce e allora diventa imperativo rimediare alla pancetta o al muscolo giù di tono. E allora via allo sport, anzi agli sport, visto che la polisportività (la pratica di più di tre sport contemporaneamente) tocca il suo picco proprio fra i quarantenni con una percentuale del 13 per cento. C’è chi si lancia temerariamente sulle piste da sci, chi impugna la racchetta da tennis e chi approfitta dell’estate per esibirsi nel beach volley. Ma lo sport principe del quarantenne nostrano è senza dubbio il calcetto: col suo sapore di infanzia, quando si giocava in cortile col portiere volante, esercita un fascino irresistibile. E dunque eccoli, i second teen, la sera dopo il lavoro, pronti a partire per campetti sintetici di periferia, bardati manco fosse la finale dei mondiali, con gli scarpini scintillanti ai piedi e lo sguardo luccicante. Farebbero anche un po’ invidia, se non fosse per l’allarme lanciato dalla Società ortopedica italiana. La mania del calcetto, ammoniscono i medici, si sta risolvendo in un’ecatombe di menischi rotti, articolazioni fuori posto, legamenti lesionati e caviglie rotte e i più colpiti sono proprio i quarantenni, improvvisati e poco allenati. Pensate che questo li scoraggerà? Secondo noi no. In fondo l’adolescenza val bene un menisco.

Tratto da Global Talking (www.ideazione.it)

Lettera aperta con alcune mie riflessioni…Blowing in the wind…

Cari tutti,

Qualche osservazione relativa alle Elezioni Amministrative 2011; mi piace conservare un po’ di ottimismo, questo soprattutto perché mi hanno molto confortata i primi ed ottimi risultati delle Amministrative nella mia città, Milano, in cui sono nata e cresciuta, in cui ho abitato per quasi vent’anni, prima di trasferirmi in quel di Castellanza (Alto Milanese o Basso Varesotto che dir si voglia).

Dunque, Milano: dopo tutti questi anni di malgoverno, di regime del terrore, di politiche insane la grande rimonta!!! (aspettiamo il ballottaggio, ma arrivare 7 punti sopra Lady Tatcher Moratti al primo turno è già una grande vittoria, almeno per me…). Incredibile ma VERO: GIULIANO PISAPIA, con la “politica della gentilezza”, come l’ha definita lui stesso su “La Repubblica”, a Milano ce l’ha quasi fatta!!! Anche se il ballottaggio lo aspetta al varco, esce comunque forte e soddisfatto da questa prima votazione.

Ora parliamo dei risultati elettorali del “Paesone” in cui ho abitato per ben 9 anni, Castellanza (ora abito a Saronno, “cittadina-cimitero, fino a qualche anno fa, resa tale dalle precedenti Amministrazioni, in cui Lega, Pdl e An, quando ancora esisteva, hanno sempre spopolato, con la loro dogmatica “Dottrina della Sicurezza” , senza ottenere risultati ovviamente, ma in cui, adesso, dopo anni e anni, il CENTROSINISTRA è salito in città, compatto, unito, seppur con mille difficoltà, ma con progetti concreti, che già sta mettendo in atto, e questo si vede, ve l’assicuro, visto che ormai ci vivo e ci abito!!! Senza contare che le assemblee e le riunioni della Coalizione e del Pd stesso sono attive, propositive, vivaci, non ci si scanna e non ci si da contro tra poveri, come invece è successo altrove…); del resto, ritornando in ambito castellanzese, cosa si pensava di ottenere con la presentazione di ben 3 LISTE DI CENTROSINISTRA A CASTELLANZA?? Per la seconda volta consecutiva si è ripetuto un errore gravissimo, visto che già alle scorse Elezioni Amministrative si era presentato lo stesso, apocalittico scenario…Mi sono ri-vergognata!!! Prima di tutto per i toni di cattiveria e di polemica che, fin dai primi tempi di campagna elettorale, si sono notati tra le file del Centrosinistra. Voi direte, giustamente: “Ma questa qui parla, ma dov’era in tutto questo tempo??? Comodo parlare e non far nulla per cambiare…”. Non è così, visto che ho provato a frequentare per qualche tempo la sezione del Pd, quando ancora abitavo a Castellanza, ci ho provato…Purtroppo però, qui ho trovato un dibattito sempre sterile, una mancanza di concretezza di fondo, un darsi contro nelle discussioni, toni sempre concitati, poco assertivi e molto aggressivi tra i vari partecipanti alle assemblee…Io credo alla partecipazione per cambiare, ma non ho trovato in Sezione il riscontro che mi sarei aspettata.

Ancora ricordo, quando arrivai a Castellanza nel 2002, il bellissimo ambiente, molto accogliente e pulito di quella che, ai tempi, quando era Sindaco Livio Frigoli (l’unica persona che, anche in Sezione, mi era sembrato il più concreto e quello con le idee più chiare in assoluto, con un progetto politico serio ed attuabile), era una ridente cittadina, ricca di iniziative culturali e ricreative, verde e vivace, civile ed a misura di persona, con servizi tutto sommato efficienti e funzionanti…Ora non è più così, ormai a partire dal 2006, quando il Centrodestra è salito a “governare” il territorio, con un appiattimento generale notevole della Città di Castellanza, che è ritornata ad essere una città dormitorio.

Il miraggio di rimonta in me c’è stato solo durante quei pochi mesi in cui ho preso parte alle riunioni del Pd, in cui per me è stata un’emozione ed un impegno partecipare alle Primarie (Bersani, Franceschini o Marino, questo era il dilemma, ricordate??), ma anche semplicemente ascoltare se c’era qualcosa da proporre, oppure imparare, con l’ascolto attivo e partecipato, da persone che in politica avevano indubbiamente più esperienza di me…

Purtoppo, i fatti parlano, alla fine è andata diversamente; l’unica lista in grado di portare qualche ventata di rinnovamento, un po’ di gioventù in Consiglio Comunale, la novità che in molti cercavano (parlo di Pro-Muovere Castellanza ovviamente) è stata osteggiata perché composta da “persone inesperte che sanno poco o nulla di politica”, che non sono state ritenute in grado di cambiare (o forse troppo pulite??); questa lista è stata attaccata senza esclusione di colpi…Nelle altre due liste non mi sembra che siano state presentate idee innovative, ma tanta, tanta retoricaccia vecchio stile…L’unificazione e la coesione sarebbero state possibili, ne sono convinta; ce l’hanno fatta persino a Caronno Pertusella (Va), paese democristiano prima e leghista dopo da sempre, dove la coalizione di Centro Sinistra (Pd, Idv, Sel, Rifondazione, e due gruppi di orientamento progressista, tra cui Caronno Pertusella Giovani), si è presentata compatta, unita, in cui le nomenklature ed i personalismi sono stati superati, in cui si è lavorato, anche a costo di mettere da parte qualche “anziano ed interessato politicante di vecchia data” che voleva rovinare tutto con i propri odi o simpatie personali…Hanno vinto sul Sindaco uscente, la cattolicissima ed oratoriana Augusta Maria Borghi, anche se solo per poco, giusto una manciata di voti, ma quei nove voti che, comunque, hanno assicurato loro di salire a governare il paese.

Parlavo prima di organizzazione e superamento dei personalismi; a parer mio è necessario cominciare a lavorare SIN DA ORA nel Centrosinistra, per cercare di ricucire, di mettersi insieme in vista delle prossime elezioni, per abbattere le barriere della propria volontà di affermazione, per andare al di là del proprio naso, per non litigare tra di noi ma per creare progetti concreti, realizzabili, partendo dal basso, dalla gente, coinvolgendola non con i soliti mezzi, ma con persone nuove (Matteo Mazzucco potrebbe essere il punto di riferimento in questo senso), che permettano anche ai delusi ed ai disillusi di partecipare, di dar voce alle proprie esigenze, di riscattarsi e di farsi una nuova idea di Sinistra, degradata da tempo dai Media in primis, ma anche per la pessima immagine di sè che ha dato (raccogliendo i pareri nell’elettorato è emersa una visione di un Centrosinistra che “non è capace di stare unito, che non vuole mettersi d’accordo, che basa sul pettegolezzo tutte le sue discussioni, che usa l’attacco personale come unica arma di opposizione”… e via dicendo…).

Ho concluso, grazie per l’attenzione

Irene Ramponi

Domenica pomeriggio, uno splendido e caldo pomeriggio di sole; sfruttiamo il tempo per andare a fare una passeggiata a Saronno centro e andare a vedere il mercatino dei Fiori, allestito in Corso Italia, e la Fiera del Des, ovvero dell’Equo e Solidale, nei dintorni della Biblioteca e del Santuario (http://www.des.varese.it/index.php?option=com_content&view=article&id=115:alla-fiera-del-des-2011&catid=25:eventi-del-des).

Facciamo un bel giro, ci fermiamo ad uno dei banchetti nel parco per chiedere informazioni sui GAS, Gruppi di Acquisto Solidale (http://www.retegas.org/index.php) e decidiamo di iscriverci…Poi la sete ci riporta in centro, decidiamo di sederci ad un tavolino della nostra gelateria preferita, il Monti, e di prenderci una granita…Ci sediamo, finalmente possiamo riposarci dopo la lunga camminata…Rifletto e penso che stranamente non abbiamo ancora incontrato nessuna delle nostre conoscenze in giro…Manco a farlo apposta, vedo il mio compagno sbracciarsi e, poco dopo, capisco il perché: un suo amico, o dobbiamo chiamarlo compagno di merende, si sta avvicinando alla gelateria con la morosa…Guarda caso, anche loro sono venuti a prendersi un gelato…”Poco male” – penso io – “non ci si vede da un po’, magari è l’occasione per scambiarsi quattro parole…”. Ci vengono incontro, con sorriso a trentadue denti, fare baldanzoso ed entusiasta…Sembra quasi che si vogliano fermare lì con noi…Baci e abbracci, ovvero i soliti convenevoli del caso, conditi dalle solite frasi di circostanza: “Come sei dimagrita…”, “Che capelli lunghi che hai…”, “Oddio, quanto ti sono cresciuti i capelli…”.

Vabbé…Il mio compagno è felice di rivedere il suo “amico”, dopo tanto tempo, dopo che era da un po’ che non si faceva sentire…Si va avanti a parlare, inizialmente di futilità, come, ad esempio, del fatto che avrebbero voluto fare un giro in montagna quella mattina, ma la pigrizia (ma daiii!!!) ha avuto il sopravvento, quindi sono usciti di casa solo da poco…Noi, in realtà stiamo ad ascoltare, visto che non ci chiedono nulla di noi, evidentementemente a loro non interessa…Poi passiamo di palo in frasca, l’amico del mio compagno dice: “Ma sai che è morta la zia di un nostro amico…Setticemia!”; io mi informo sui dettagli, solite storiacce di mala-sanità. Ma dico?? Ci si conosce da una vita e ci si riduce a parlare di altra gente, relativamente a storie brutte…No comment!!!

Finito il racconto, i due si congedano, dicendo che vanno a prendere un gelato…Non passa loro neppure per la testa di fermarsi, magari sedersi al tavolo e, mentre consumano il loro gelato, magari continuare a scambiare quattro chiacchere con noi, visto che ci si vede sempre una volta ogni morte di papa…Guardo la faccia del mio compagno: per quanto lo nasconda bene, si capisce che gli dispiace, che questa freddezza e questo distacco del suo amico lo urtano, sebbene lui cerchi sempre di farsi scivolare le cose addosso… Addirittura i due, dopo avere preso il loro fottuto cono, se ne vanno, uscendo dall’altra parte per non passare davanti al nostro tavolo…

Io non ho davvero parole…Fosse stato un po’ di tempo fa, mi sarei stupita…Ora non mi stupisco più di niente…E’ proprio vero che da certe persone è meglio non aspettarsi niente…Simpatiche quanto vuoi ma davvero un po’ incoerenti…Come cazzo si fa, dopo tanto tempo senza vedersi, a parlare di un funerale?? Come cazzo si fa, dopo anni di minchiate, di vaccate, di uscite, di concerti, di sbronze, di vacanze in compagnia, trattare così un tuo amico?? Evidentemente la mia concezione di amicizia è diametralmente oppposta a quella di certa gente…Amicizia non è solo ubriacarsi insieme, fare cazzate, fare atti di vandalismo insieme, uscire con la cumpa, andare ai concerti insiemeAmicizia è ben altro!!! E’ un legame fatto di confidenza, di aiuto reciproco, di compassione, di felicità e dolore condivisi, di lealtà, senza ombra di opportunismo o rapporto d’uso (per la serie: se ci sei ci sei, se non ci sei AMEN!), è quella parola che resta quando sei solo, è chi ti accetta per quello che sei, anche se non ti uniformi al resto del gruppo, è franchezza, sincerità, dirsi le cose in faccia ma con modo, mandarsi anche a fare in culo, discutere della vita, continuare a vedersi anche quando ci si fidanza e molto altro…

Non so il perché di questo sfogo, del perché me la prendo così tanto per una questione che mi riguarda ma solo di striscio…Il fatto è che io mi immedesimo troppo nella gente, ho il vizio di soffrire a mia volta quando gli altri sono contrariati, soffrono o stanno male per qualcosa o qualcuno, piccoli o grandi che siano…

CERTA GENTE MEGLIO PERDERLA CHE TROVARLA…A MALINCUORE, TE NE RENDI CONTO CON L’ETA’…

 

 

 

Io ammiro i vigili del fuoco, che, per un misero stipendio, salvano la vita agli altri, rischiando loro stessi la vita, io ammiro i volontari o chi lavora sulle ambulanze, persone sempre pronte a correre, alle volte anche costrette a manovre impossibili in mezzo al traffico, per soccorrere la gente che sta male, vittima di terribili incidenti stradali o domestici, di un ictus, di un attaco cardiaco, di una tremenda caduta, di un attacco di panico e via dicendo…Io ammiro chi fa lavori pesanti, pericolosi o sottopagati, senza aver nemmeno diritto ad un contratto, e che non sa nemmeno cosa siano la tredicesima e la quattordicesima…Io ammiro i malati di malattie gravi, in fase terminale o conclamata, che lottano contro in dolore fisico e spirituale, alle volte anche quando sanno che sono già destinati a morire, io ammiro i bambini, che con la loro innocenza, spensieratezza, trasparenza ed immediatezza, non sono ancora corrotti dalle brutture di questo mondo, io ammiro chi vive con poco, chi si accontenta di quello che ha, chi spesso non ha soldi per mangiare e stringe i denti, chi paga regolarmente le tasse, chi non rinuncia alla propria onestà e dignità, chi vive di stenti ma mantiene la testa alta, chi non si vergogna della propria povertà, chi ha il coraggio di non drogarsi per dimenticare…Io ammiro chi si mette al servizio dei più deboli, rinunciando ad una vita agiata, e mettendosi sullo stesso piano dei poveri…Io ammiro i disabili con handicap fisici o mentali, che, con la loro dolcezza , distribuiscono affetto disenteressato e, nei problemi, come nei dolori, nelle pene e nelle difficoltà che la loro minorazione presenta loro davanti, riescono ancora a trovare l’entusiasmo nel vivere…Io ammiro chi sa dire di no, chi resta sincero, chi non si maschera di conformismo, chi è capace di non vergognarsi dei propri sentimenti e che li sa esternare con immediatezza e spontaneità…Io ammiro chi non si nasconde dalle proprie emozioni, chi vince una paura e chi, più semplicemente, la affronta, senza esserne del tutto schiacciato…Io ammiro chi non è raccomandato, chi riesce ad affermarsi grazie al proprio merito, alla propria voglia di fare, alle proprie idee…Io ammiro chi lotta per i propri ideali, per la propria libertà, per migliorare la propria situazione o condizione, chi rischia, anche a costo di fallire, chi tenta, chi si mette in gioco o in discussione…Io ammiro chi presta servizio alla comunità, senza lasciarsi corrompere da giochi di palazzo, dalle mafie, dalla sete di potere e di soldi…Io ammiro chi, a costo della vita, si rifiuta di pagare il pizzo, di entrare in associazioni a delinquere, di essere connivente con dinamiche malavitose, di essere omertoso…Io ammiro chi sa essere se stesso, senza aver vergogna della propria immagine o del proprio modo di essere…Io ammiro chi non rinuncia a lottare per quello in cui crede, chi accetta critiche costruttive e si fa scivolare addosso quelle inutili, chi resiste all’invidia ed alla cattiveria altrui, chi tiene spenta la tv e si aggiorna con la controinformazione…Chi non teme la morte ed è in grado di vincerla con serenità…Chi si accontenta e gode di un pasto semplice e genuino, chi sa convivere con la propria solitudine, chi non ha rimpianti e vive il presente, ricorda il passato, sogna il fututo…Io ammiro chi va controcorrente, chi vive da persona, chi non sarà solo un automa, chi si ribella e protesta per una giusta causa, chi aiuta chiunque sia in difficoltà e non si fa totalmente i fatti suoi…Io ammiro chi è curioso, chi non smette mai di imparare, chi studia perennemente, chi preferisce un buon libro ad un reality, chi scrive poesie, chi allieta gli animi con la propria musica, chi accetta una critica costruttiva, chi ha il coraggio di migliorarsi sempre, chi si mette talvolta in discussione, chi è pronto a sacrificarsi per coloro a cui tiene veramente…Io ammiro quell'”ordine pubblico”, sempre se ancora esiste, che non si asservisce allo Stato, che non si sottomette a logiche ed indottrinamenti post-fascisti di ritorno, chi fa il suo dovere ed è obbiettivo, chi non usa il manganello un paio di scarpe, chi effettivamente accorre al momento giusto e non inveisce sui pacifici o gli indifesi…Io ammiro chi non si ferma alle apparenze, chi non discrimina, chi sa ascoltare, chi non gira l’opinione a seconda del vento che tira, chi si oppone all’ingustizia, chi combatte la mafia a costo della vita, chi sta con i rifiutati, chi è tra quelli considerati sfigati, senza vestiti firmati, chi è brutto ma si piace, chi è sorridente e solare, chi vede quasi sempre il bicchiere mezzo pieno, chi riesce ad essere ottimista ed a vedere qualcosa di bello ed iluminato anche nella più buia e critica delle situazioni, chi è in grado di mettersi in discissione e non fa il saputello, chi è colto e non erudito, chi non segue le mode, chi ha voglia di agire, chi dona e si dona senza chiedere nulla in cambio, chi è generoso ed altruista, chi non odia il diverso, chi si diverte con poco, chi vive ogni giorno come se fosse l’ultimo, chi si organizza ma non segue sempre schemi preordinati…Chi mette la propria professione o il proprio al servizio della comunità (Medici senza Frontiere,  Ordini monastici in controtendenza e non bigotti), chi non giudica al primo sguardo, chi guarda la sostanza più che la forma, chi non si adegua agli stereotipi, chi rifiuta a conformarsi troppo, chi non rinuncia ad essere se stesso, chi combatte strenuamente l’ingiustizia, chi ha il coraggio di chiedere consiglio e chi di consigliare, chi si affida, confida e si confida, chi ha il coraggio di aprirsi a se stesso e agli altri, di mettere da parte l’orgoglio, di fare un pianto liberatorio, chi non si vergogna di soffrire e di essere sensibile, chi si accetta così com’è, chi non rimane chiuso in se stesso, chi rifiuta di lavare i panni sporchi in famiglia, chi odia l’omertà e combatte la falsità, chi sa assumersi le proprie responsabilità ed ammette i propri errori, chi ha la forza e la pazienza di aspettare, chi non vuole tutto e subito, chi ha ancora la forza di sperare che un mondo diverso sia ancora possibile…to be continued…

Calavino - Nel rione antico di Calavino, attorno alla roggia, la semplicità del Natale vissuto attraverso le occupazioni degli artigiani di 100 anni fa. - 06/01/2009 [Gianni Zotta]

Mario Capanna

 

Lettera a mio figlio sul Sessantotto

 

“Un’esperienza nuova per il nostro tempo è entrata nel gioco politico: ci si è accorti che agire è divertente. Questa generazione ha scoperto quella che il diciottesimo secolo aveva chiamato la ‘felicità pubblica’, il che vuol dire che quando l’uomo partecipa alla vita pubblica apre a se stesso una dimensione di esperienza umana che altrimenti gli rimane preclusa, e che in qualche modo rappresenta parte di una felicità completa”

Hannah Arendt

 

Una maglietta avuta in dono dalla moglie è il pretesto per scrivere e dedicare al figlio questo libro. Infatti la scritta 68 e tutti gli eventi di quell’anno brevemente descritti da quella t-shirt avevano suscitato grande curiosità tra gli amici del figlio che la indossava. Allora il Sessantotto può ancora interessare i ragazzi? Constatato questo, uno dei protagonisti di quegli “anni formidabili” decide di sintetizzare, in una lunga lettera al figlio, l’origine, il farsi, le conseguenze di quella rivoluzione e di tracciarne un breve giudizio storico. Tutto ciò con un linguaggio semplice e immediato, di facile comprensione per un adolescente. Quell’anno, o meglio quegli anni, che ancora fanno discutere, nascono dall’esigenza di una intera generazione di farsi protagonista della storia. Non interessa la conquista del potere, si vuole un modo diverso di far politica. E questo appare chiaro fin dall’inizio: un’improvvisato presidio e un megafonaggio davanti all’Università Cattolica, vengono trasformati da Capanna in una tenzone oratoria con gli studenti fascisti che si contrappongono. Nessuna violenza quindi da parte di chi inizia ad “alzare la testa”, solo il bisogno insopprimibile di dire le proprie ragioni. Il Movimento, giorno dopo giorno, cresce e si afferma, diventa davvero un movimento di massa, una contestazione globale. Contestazione ad un modo di concepire il mondo, lo studio, la propria individualità e i rapporti interpersonali, rifiuto dell’utile come unico scopo dell’agire, rifiuto della passività e delle gerarchie vuote di contenuto. Globale la contestazione di quegli anni lo fu anche da un punto di vista geografico: mai era accaduto che un movimento di idee circolasse tanto velocemente attraverso il mondo, mai si erano visti tanti giovani di culture, economie, razze e regimi politici diversi, uscire nelle piazze e rivendicare una nuova e diversa libertà, una nuova e diversa società. I giovani, gli studenti, sono i primi ad entrare in agitazione; a questi faranno seguito, in Italia, gli operai e le loro richieste saranno sicuramente influenzate dalla nuova aria che si respira: non solo rivendicazioni salariali, ma di miglioramento della qualità della vita e della propria preparazione culturale. Il ’69 operaio raggiungerà il suo massimo obiettivo con l’approvazione dello Statuto dei lavoratori, che darà all’Italia uno dei più avanzati strumenti di democrazia nel mondo.
Ma il Sessantotto studentesco è invece fallito? Sono in molti, e Capanna riporta le opinioni di personaggi famosi di aree culturali e politiche diverse, a credere di no. Sicuramente nel costume, nella mentalità collettiva sono, da quell’anno, cambiate moltissime cose e ciò è avvenuto in modo irreversibile. Con un paragone forse un po’ ambizioso, Capanna mette in relazione la contestazione globale di quegli anni con la Rivoluzione francese: certo al 1789 hanno fatto seguito Napoleone e la Restaurazione, ma i grandi valori di liberté, égalité, fraternité, sono ancora vivi e attuali.
Nel volume viene poi contrastata con forza la tesi che il terrorismo è figlio del Sessantotto, e questa mi sembra essere forse la parte più appassionata e sentita dall’autore. Con ben circostanziate analisi si vede come non certo dall’entusiasmo e dalla carica vitale di quegli anni sia derivata la buia stagione del terrorismo, quanto in particolare dalle stragi, dalla strategia della tensione, prima fra tutte la strage di Piazza Fontana a Milano.
In questi ultimi anni sono molti i libri indirizzati ai propri figli, Savater iniziò qualche anno fa con la sua lezione di etica, ma forse questo è dedicato a una nuova generazione, ai figli di “quelli del Sessantotto”, così diversi, un po’ marziani per i padri, ma sicuramente quelli che potranno… portare avanti il discorso.

 

Lettera a mio figlio sul Sessantotto di Mario Capanna
Pag.166, Lit.20.000 – Edizioni Rizzoli
ISBN 88-17-52162-0

 

Le prime righe

Caro Dario,

una lettera non breve, e tuttavia sintetica rispetto all’ampiezza della materia, credo sia il modo migliore per rispondere alle domande, crescenti con l’età, che mi vieni rivolgendo sul ’68 e dintorni.
Ci pensavo da tempo, ma ero restio a cominciare. Non tanto per il timore di caricarti di un peso (tale non è mai la riflessione sul passato, perché aiuta a capire il presente e a immaginare meglio il futuro), quanto per la preoccupazione di apparirti, anche se involontariamente, saccente. Rischio che i genitori corrono spesso. E i padri, forse, più delle madri.
A determinare la decisione è stato il simpatico aneddoto che, tuo malgrado, ti ha visto protagonista nell’estate ’97.
Quando la mamma mi regalò, con dolce malizia perché sapeva che non avrei mai osato indossarla, la maglietta extralarge con “68” stampigliato sul davanti in caratteri cubitali e circondato da un intrico di scritte minute che ricordavano i principali avvenimenti di quell’anno nel mondo, e io la passai a te, né Ivana né io pensavamo sul serio che ti sarebbe piaciuta e che l’avresti usata. Non foss’altro per le dimensioni: ancora oggi ti arriva quasi alle ginocchia.
Tu, invece, decidesti di indossarla, un pomeriggio, durante la vacanza che eri andato a trascorrere, insieme ai tuoi amici, in un centro sportivo sull’Appennino parmense.
E quel giorno passasti buona parte del tuo tempo stando fermo, “bloccato” soprattutto dai ragazzi più grandi, quindici-diciassettenni provenienti da varie parti d’Italia, che ti pregavano di stare immobile per poter leggere le scritte minute degli avvenimenti.
Sei, quando vuoi, davvero un buon narratore. Il tuo racconto ricostruiva in modo vivo la scena, sì che pareva di assistere quasi dal vero ai capannelli, tu al centro a mo’ di ragazzo-sandwich e gli altri di fronte e intorno intenti alla lettura.
E di percepire i commenti e le osservazioni: “Mia madre mi ha parlato dell’assassinio di Martin Luther King e di Robert Kennedy”, diceva lo spilungone dai capelli biondi e lunghi; “c’era anche mio padre alla contestazione alla Scala”, notava, fiero, il grassoccio rapato a zero.
Bisogna apprezzare, te ne va dato atto, che non hai fatto pesare il tuo esercizio di immobilità paziente. Posso immaginare che ti sia costato non poco, visto che per te, come per tutti gli adolescenti, il muoversi è vita.
“Non è vero che il ’68 è passato, è ben vivo tra i ragazzi”: fu questa la conclusione, lapidaria e priva di incertezze, del tuo racconto.

© 1998, R.C.S. Libri S.p.A.

Giulio Mozzi – Giuseppe Caliceti
Quello che ho da dirvi
Autoritratto delle ragazze e dei ragazzi italiani
A cura di Giuseppe Caliceti e Giulio Mozzi

“Vorrei che i miei genitori facessero la mia conoscenza”

(F*, Liguria)

Nel febbraio 1997 sono apparsi manifesti, avvisi nelle bacheche scolastiche e box pubblicitari sulle pagine di quotidiani e periodici che invitavano i giovani a scrivere, a raccontare a tirare fuori quello che avevano da dire, principalmente in quanto figli e figlie. Naturalmente a questo invito hanno risposto in molti, o per meglio dire in molte, dato che la maggioranza dei messaggi arrivano da ragazze. “Le lettere ricevute presso la redazione di Stile Libero di Einaudi riempivano tre ceste” come raccontano i curatori nelle note introduttive. Ridistribuite in dieci scatole da scarpe e suddivise secondo l’argomento generale trattato, le lettere hanno fornito il supporto, la base su cui costruire il volume, anzi, rappresentano esse stesse l’opera. La prima parte del libro, presentata sotto il titolo Enciclopedia dell’adolescenza, contiene brevi considerazioni, raccolte in ordine alfabetico, su temi strettamente legati all’adolescenza e alla famiglia: da Abbandono a Zero responsabilità, passando attraverso voci come Bacio, Bugie necessarie, Complicità, Cordone ombelicale, Dolore, Essere ascoltati, Fallimenti, Fare la fila al bagno, Fumo, Incoraggiamento, Jim Morrison, Libertà, Madre (in tutte le sue forme), Padre (in tante forme anch’esso), Prof (anche questi non mancano), Ruoli, Separazione, Sesso, Territori domestici, e molti, molti altri. Ne esce un quadro divertente o drammatico, inquietante o semplicemente “naturale” di una generazione giovane in questo decennio, ma non così differente dalle generazioni che l’hanno preceduta. Ne escono pensieri analoghi a quelli espressi dai genitori ai tempi dell’adolescenza; ne emerge un grande desiderio di dialogo, di affetto, di confronto con gli adulti, che spesso si rivelano invece sfuggenti, inadempienti. L’eterno rapporto conflittuale, che alterna amore e odio, tra genitori e figli, parzialmente stigmatizzato in una frase di L*, ragazzo del Veneto: “Ti amo perché sei madre, ti odio perché sei la mia”.
Parte di questi argomenti sono presenti anche nella seconda parte del volumetto, dal titolo Diciotto storie più una, dove è stato lasciato uno spazio maggiore ad alcune selezionate storie, reputate più interessanti di altre. I curatori raccontano: “In questa scelta ha contato parecchio, com’è naturale, la qualità della scrittura. Ci piaceva l’idea di mostrare non solo come vive e cosa pensa questa generazione, ma di mostrare anche come sa esprimersi (per mezzo della parola scritta).”
Ancora una nota su una “trovata” che dal punto di vista della grafica, dell’impaginazione, ma soprattutto, della lettura è molto interessante: a fianco dei brani compaiono lateralmente richiami ad altri argomenti trattati, nella forma degli appunti che solitamente sono fatti a penna o a matita studiando un testo. Capita così che alla voce Gesù e Anna Frank, di lato si trovi un rinvio a Jim Morrison e che alla voce Urlare si richiami quella Sorelle…


Quello che ho da dirvi. Autoritratto delle ragazze e dei ragazzi italiani, a cura di Giuseppe Caliceti e Giulio Mozzi
206 pag., Lit. 14.000 – Edizioni Einaudi, (Einaudi Tascabili. Stile libero n.505) ISBN 88-06-14488-X


Le prime righe

Enciclopedia dell’adolescenza
A

Abbandono. […] Io ho diciassette anni ed è già da quand’ero piccolo che mio padre non è con me. Si fa vedere ogni tanto e poi… “Ciao Pippino, lo sai che io ti voglio bene, sei tu l’unica cosa che ho al mondo”. Eppure, mica sta con me. Non è in casa mia (che, fra l’altro, mia non è più, visto che l’ha venduta… e non c’ha lasciato niente). Vive, e scopa, con una donna che ha dato della mignotta a mia madre, ignorando d’esser lei la prima, avendo appena concluso di affermare la bellezza del chiavare col marito di colei che le è stata amica. […] Mia madre non so neanch’io come prenderla. Anche lei dice che sono tutto per lei, eppure appena può se ne va. Non sono ancora riuscito a instaurare un dialogo con lei, nonostante i diciassette anni di convivenza. Per lei un figlio è solo da mantenere. “Lavoro tutto il giorno perché devo darti da mangiare e un’istruzione”. Ma non è di questo che io ho bisogno da lei. Io voglio affetto. Io esigo amore. È nell’amore che c’è la vita. Non nei soldi. Eppure lei non mi capisce. Non so come farmi capire. Da lei. […] (A*, Lombardia).

Abbraccio (1). Ciao mamma. […] Quando hai provato ad abbracciarmi, te lo ricordi?, mi hai stretta fino quasi a soffocarmi, era la prima volta che lo facevi, come se volessi farmi capire che nella forza di quell’abbraccio c’era tutto il tuo amore, ma non era tutto il calore che avevo accumulato in tanti anni e di cui avevo bisogno in quel momento. Vorrei che me lo dicessi adesso: cosa c’era in quell’abbraccio? Perché non ho potuto conoscere, prima di quella sera, il tuo abbraccio e vedere, prima di quella sera, le tue lacrime? Come siamo diverse, mamma. Hai provato a farmi crescere come sei cresciuta tu, a diventare come tu sei diventata. Non ci sei riuscita. Hai voluto farmi provare le tue stesse amarezze, le tue stesse delusioni, quando già sapevi che mi avresti fatto soffrire, mi hai lasciato il ricordo della tua rabbia per sempre sul viso – e quella sera piangevi. Piangevi e le tue lacrime mi facevano soffrire tanto, quasi da mettere in crisi la mia decisione, dentro di me piangevo con te per tutto quello che non ci siamo mai dette, per tutto quello che non c’è mai stato, anche se avevo gli occhi asciutti. Amarezza. Non ci sono altre parole per dirti cosa sento di me adesso: solo amarezza, dopo tutto questo tempo sento la stessa amarezza di quella sera e credo che resterà con me tutta la vita ogni volta che ci penserò. Adesso vorrei che me lo dicessi: cosa c’era in quell’abbraccio? […] (T*, Lombardia).

© 1998, Giulio Einaudi editore s.p.a.

I curatori
Giulio Mozzi ha pubblicato nel 1996 presso Einaudi, La felicità terrena (Finalista Premio Strega). Da Theoria sono usciti tra l’altro Questo è il giardino e la raccolta di saggi Parole private dette in pubblico.

Giuseppe Caliceti ha pubblicato per Marsilio il romanzo Fonderia Italghisa.


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Precari: ‘Il nostro tempo è adesso’, il 6 maggio l’Italia si ferma, fermiamoci anche noi
Prossima tappa per la mobilitazione dei giovani precari lo sciopero generale proclamato dalla CGIL per il prossimo 6 maggio. “E’ necessario – affermano – difendere i diritti ed estenderli a tutti: dalla malattia, al diritto di voto per la rappresentanza sindacale, allo stesso diritto di sciopero”.

Lo sciopero generale della CGIL proclamato per il 6 maggio sarà la prossima tappa della mobilitazione dei giovani precari che il 9 aprile scorso, dietro l’appello ‘Il nostro tempo è adesso’, sono scesi in piazza in tutta Italia per rivendicare un lavoro stabile e dignitoso.

“Il 6 maggio l’Italia si ferma, fermiamoci anche noi”, scrivono in una lettera aperta i promotori dell’appello invitando tutti i precari a scioperare e a manifestare, affinchè spiegano “si costruisca una giornata in cui i lavoratori precari siano i protagonisti e possano prima di tutto rivendicare, in tutte le forme possibili, il diritto di sciopero”. Un diritto, proseguono “intrinsecamente negato ai precari. Un precario o un autonomo che decide di astenersi dal lavoro lo fa a proprio rischio e pericolo: chi per l’estrema ricattabilità a cui è sottoposto; chi, perché lavorando a progetto, carica su di sè il lavoro mancato; chi perché non vedrà conteggiato il proprio giorno di sciopero, tecnicamente inesigibile per alcune tipologie”.

E’ per queste ragioni che i giovani del comitato ‘Il nostro tempo è adesso’ invitano tutti ad aderire alla campagna ‘Precari/e in sciopero!’. Chi non potrà astenersi dal lavoro potrà comunque aderirvi attraverso il sito raccontando la modalità di sciopero scelta, anche se solo simbolica, e raccontando perchè è stato negato il diritto di sciopero “sarete simbolicamente in piazza con noi” scrivono.

Il lavoro e i suoi diritti, uno dei temi alla base dello sciopero generale, perchè come più volte ripetuto dalla leader della CGIL, Susanna Camusso “non può esserci lavoro senza diritti”, questo il principio che verrà ribadito in tutti i luoghi di lavoro e nelle piazze il 6 maggio, perchè “lavoro, persona e diritti sono un insieme inscindibile” e come sottolineato nella lettera aperta: è necessario difendere i diritti ed estenderli a tutti dalla malattia, al diritto di voto per la rappresentanza sindacale, allo stesso diritto di sciopero. “Quelle tutele che qualcuno preferisce strumentalmente definire ‘privilegi’ per pochi, diventino patrimonio per tutti”.

Ed ecco il manifesto, ovvero la lettera in cui i precari fanno sentire le loro ragioni e confermano di aderire allo sciopero:

Il 9 aprile la nostra generazione si è presa la scena, non solo portando in piazza la condizione
di precarietà da cui vogliamo liberarci, ma anche dimostrando che siamo la buona notizia in un
paese quotidianamente umiliato da chi ci governa.
Con il 9 aprile abbiamo chiesto a tutti di prendere posizione sull’emergenza precarietà, e hanno
risposto in molti.
Le nostre istanze sono state gridate in maniera netta da tutte le piazze: vogliamo che ad un
lavoro stabile corrisponda un contratto stabile; che siano garantiti a tutti, anche ai lavoratori
strutturalmente discontinui, gli stessi diritti, compresa la certezza della retribuzione; che sia
garantita la continuità di reddito per chi ha perso il lavoro, chi lo cerca, chi non lo trova; che sia
garantita alle nuove generazioni piena autonomia, accesso alla casa, alla cultura, al sapere.
Il 9 aprile si è manifestato il popolo degli invisibili, i nuovi ghostwriter, coloro che non hanno
volto e voce nel dibattito pubblico, ma soprattutto un popolo che ha capito che solo attraverso
l’azione collettiva è possibile riconquistare i diritti negati.
Per questo il 9 aprile è stato solo l’inizio.
L’inizio di un percorso che vogliamo sia lungo e incisivo e che ha già un appuntamento da non
mancare: lo sciopero generale indetto per il 6 maggio dalla CGIL.
Il paese intero è chiamato a fermarsi e manifestare, contro una politica che continua a far
pagare ai più deboli i costi della crisi e mette in discussione i diritti fondamentali, tra cui la
rappresentanza e la democrazia sindacale.
Gli stessi diritti fondamentali che i precari non hanno mai visto e conosciuto, come la malattia, il
diritto di voto per la rappresentanza sindacale, lo stesso diritto di sciopero.
Siamo utilizzati come un esercito di riserva, un popolo a diritti zero e disposto a tutto, che suo
malgrado è diventato la scusa per indebolire le tutele collettive, conquistate in anni di lotte
sindacali e sancite nei contratti collettivi di lavoro. Quelle tutele che qualcuno preferisce strumentalmente definire “privilegi” per pochi, piuttosto che patrimonio di tutti.
Il 6 maggio la nostra condizione deve diventare il cuore dello sciopero: perché per
difendere i diritti è necessario estenderli a tutti. E’ questa la grande sfida del movimento
dei lavoratori.
La nostra unica forza è infatti la solidarietà, l’unico strumento per combattere la ricattabilità e
migliorare concretamente la condizione di ognuno.
Vogliamo costruire una giornata in cui i lavoratori precari siano i protagonisti e possano prima di
tutto rivendicare, in tutte le forme possibili, il diritto di sciopero.
Un diritto intrinsecamente negato ai precari. Un precario o un autonomo che decide di astenersi
dal lavoro lo fa a proprio rischio e pericolo: chi per l’estrema ricattabilità a cui è sottoposto; chi,
perché lavorando a progetto, carica su di sè il lavoro mancato; chi perché non vedrà
conteggiato il proprio giorno di sciopero, tecnicamente inesigibile per alcune tipologie.
Il 6 maggio vogliamo uscire dall’invisibilità e chiediamo a tutti di partecipare, aderendo
alla campagna “Precari/e in sciopero!” e rendendo ovunque visibile il logo (profilo facebook,
posto di lavoro, abitazione..).
Chiediamo a tutti i precari di sfidare collettivamente il ricatto, di renderlo pubblico, di raccontare
la propria esperienza condividendo una battaglia comune per l’affermazione dei diritti.
Saremo tutti con voi – se vorrete – davanti al posto di lavoro e in piazza.
A chi non potrà scioperare chiediamo di aderire attraverso il sito, raccontando perché non potrà
farlo, perché i ricatti che subiamo diventino oggetto di una denuncia collettiva e perché chi
sciopererà possa portare simbolicamente in piazza con sé anche la condizione di chi non potrà
esserci
Il 6 maggio l’Italia si ferma, fermiamoci anche noi!
Il 6 maggio noi ci saremo, per dimostrare a questo paese quanto vale il nostro lavoro e
quanto vale la nostra dignità. Per cambiare i rapporti di forza, sappiamo di poterci
riuscire, insieme.

Aderisci alla campagna PRECARI/E IN SCIOPERO!
Scarica il logo e usalo come tuo avatar su facebook, nella tua postazione di lavoro, nel tuo pc,
ovunque tu vorrai.

Scriveteci e raccontateci:
-L’esperienza di organizzazione dello sciopero nella vostra realtà lavorativa, sfidiamo insieme
il ricatto: il 6 maggio renderemo pubblico lo sciopero dei precari.
-La vostra modalità di sciopero (qualsiasi essa sia….), e raccontateci perchè vi è negato il
diritto di sciopero. Saremo simbolicamente in piazza anche noi!.
Non esistate a condividere tutto ciò che vorrete foto, video…inviatele a

info@ilnostrotempoeadesso.it

 

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 Una disfunzione neurologica alla base dell’anoressia

“Una superattività del recettore della dopamina, la sostanza che regola la percezione del piacere.”

 Ci potrebbe essere una precisa disfunzione neurologica alla base dell’anoressia, il devastante disturbo dell’alimentazione che colpisce soprattutto le donne. Lo rivela uno studio realizzato da scienziati dell’università di Pittsburg (Usa)e pubblicato sulla rivista Biological Psychiatry, che ha scoperto nel cervello di donne sofferenti di anoressia una superattività del recettore della dopamina, la sostanza che regola la percezione del piacere.

Le anoressiche – ipotizzano gli esperti – continuerebbero in una sorta di circolo infinito a perdere peso senza riuscire a trarre alcun piacere da questo fatto. Mentre gli individui normali sono soddisfatti se la dieta che seguono per dimagrire funziona. Lo studio potrebbe così aprire la strada non solo a una più ampia comprensione della malattia, ma anche a diagnosi più precoci e forse, nel tempo, a cure.

Ragazza magra

© JIU 2008

Voglio essere magra a tutti i costi

Anoressia, bulimia e rapporti copulsivi con il cibo: la cronaca recente ci obbliga a riflettere.

Con la morte, a poche settimane di distanza, di due giovanissime modelle è tornato prepotentemente d’attualità il tema dell’anoressia nervosa. In realtà, a soffrire di questa malattia è una percentuale molto bassa della popolazione. Secondo un’indagine condotta negli Usa dai ricercatori di Harvard e pubblicata sulla rivista «Biological Psychiatry», solo lo 0,6% degli americani è affetto da questa grave patologia.

Gli studiosi lo hanno stabilito monitorando per tre anni un campione di 2.900 uomini e donne. Appena un po’ più alta è risultata la percentuale delle persone che soffre di bulimia (1%), l’altro disturbo alimentare finora universalmente riconosciuto. Ma il dato che colpisce di più è il numero di chi ha con il cibo un rapporto compulsivo: ben il 2,8% della popolazione. E benché a questo comportamento non corrisponda una definizione psichiatrica vera e propria, si tratta di un disordine alimentare in forte crescita e che necessita di cure specifiche, tanto quanto l’anoressia e la bulimia.

A proposito dell’anoressia, è recente la notizia che avrebbe una base genetica. Lo dice uno studio promosso dal National Institutes of Health degli Stati Uniti e realizzato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Tulsa, in Oklahoma. La ricerca è durata 10 anni e ha preso in esame gli abitanti di 8 città americane e 2 città europee, arrivando a questa conclusione: chi ha precedenti di anoressia in famiglia rischia 12 volte di più di ammalarsi.

 ragazza prende le misure in vita

© JIU2008
Mi vedo sempre grassa

Anche se sono in forma, si sentono con qualche chilo di troppo. E lottano continuamente con l’ago della bilancia.

Introduzione

“Mi dicono tutti che ho un fisico perfetto, con le curve al punto giusto, ma io mi vedo grassa”, confida Maria, 31 anni, taglia 42, 56 chili spalmati su 168 centimetri. “Ho la vita e le spalle troppo strette e i fianchi troppo larghi. E poi, quella ciccia sulle cosce…”. Quello di Maria non è un caso isolato. In genere non ci si vede mai come si è. “La percezione che abbiamo di noi stessi è distorta, deformata dalle nostre emozioni, dai nostri ricordi d’infanzia e dallo sguardo degli altri”, spiega Lucia Chiarioni, psicologa e psicoterapeuta a Milano e Monza. “E oggi l’insoddisfazione per il proprio aspetto attraversa tutte le età, in una società che fa sempre più dell’immagine il proprio biglietto da visita”. Un’ossessione tutta al femminile: “Gli uomini si accettano maggiormente ed entrano meno in competizione rispetto al corpo”, aggiunge l’esperta. “Per affermarsi, giocano di più sui soldi, sull’auto, sulla vacanza esclusiva come status symbol”.

Rifiuto della femminilità
“Indosso quasi esclusivamente tuniche lunghe che mi coprono bene bene”, racconta Paola, 44 anni, insegnante a Trieste. “Mi vergogno del mio seno prosperoso e del sedere a mandolino…”. Quando ci si considera grasse, ci si comporta come tali. Come marionette goffe che si mascherano sotto abiti troppo larghi e si muovono in modo impacciato. “Dietro questo atteggiamento si può nascondere il rifiuto della femminilità, segno di un rapporto irrisolto e conflittuale con la propria madre”, spiega Ezio Benelli, psicologo e psicoterapeuta, presidente dell’International Foundation Erich Fromm a Firenze. “E allora è più facile desiderare il corpo di un’adolescente, meno formoso e accogliente, che gioca con l’amore, ma senza impegno e responsabilità”.

Difficoltà ad accettare il tempo che passa
“La gravidanza mi ha lasciato solo un paio di chili in più, ma io non mi sento più quella di prima”, rivela Luna, 40 anni, manager a Riccione. “Questa sensazione è una lotta contro il tempo, che scaturisce dalla difficoltà di accettare il ciclo della vita, i cambiamenti, dal matrimonio alla maturità, dalla maternità fino alla menopausa”, puntualizza Chiarioni. E il fatto che il corpo possa variare con l’età, come una fisarmonica che si allarga e si stringe. “Le radici di questo disagio affondano nell’infanzia, quando i bambini hanno la sensazione di non essere visti dai genitori. A quel punto o fagocitano cibo per colmare il vuoto affettivo o lo rifiutano affinché gli altri, soprattutto mamma e papà, si preoccupino di loro. Crescendo, svilupperanno inoltre una cattiva immagine di sé”.

Mancanza di autostima
“Magro è bello e vincente”: pubblicità e mass media passano prevalentemente quest’immagine. “Un concetto che colpisce chi ha un’autostima già fragile”, afferma Benelli. “Raggiungendo una sorta di perfezione ideale e rientrando nei canoni estetici stabiliti dalla società ci si crede allora più vincenti e piacenti”. Ma la vera forza non sta nell’unicità?

A cura di Vania Crippa

Briciole – Una storia di Anoressia

Ho paura…della vita’– dice Sandra. Una frase che accompagna un cammino lungo, un tunnel in cui il protagonista assoluto è il cibo, rifiutato, odiato, negato eppure sempre presente. Tra anoressia e bulimia (di grande impatto l’immagine della ragazza che mangia in modo famelico davanti allo specchio) ‘Briciole’, un tv movie per la regia di Ilaria Cirino, tratto dall’omonimo libro di Alessandra Arachi edito da Feltrinelli, racconta la storia di una ragazza e della sua famiglia. Una famiglia. I genitori (Franco Castellano e Elisabetta Castellotti), sposati da ventanni, cominciano lentamente a distaccarsi. Una ragazza al culmine dell’adolescenza, Sandra (interpretata da Claudia Zanella), 18 anni, carina intelligente ed un amore ‘impossibile’ per un ragazzo, Saverio (interpretato da Gabriele Mainetti). La sorella maggiore Roberta (Francesca Figus) aggrappata quasi nevroticamente al fidanzato che spesso, forse troppo oppresso, si allontana. Stefania (Angelica De Salve), 9 anni, la più piccola, osservatrice, acuta, allegra che ad un tratto dice: ‘io non voglio crescere’ e bisogna comprenderla per forza, visto il mondo adulto che la circonda.
Ma dopo aver perso i primi chili, Sandra non riesce piu’ a fermarsi: l’ago della bilancia, che ogni giorno scende un pochino, le regala brividi di emozione, la fa sentire sempre piu’ sicura di se’, forte come l’’ostinazione con cui respinge le tentazioni del cibo. Sandra e’ anoressica, ma non sa, o non le interessa saperlo, che di anoressia si puo’ anche morire.Questa e’ anche la storia della famiglia di Sandra, di come reagisce alla malattia e come, nonostante tutto, non puo’ evitare il proprio naturale percorso e andare in pezzi: i suoi genitori, sposati da vent’anni e fino a quel momento molto uniti, reagiscono in modo diverso. Elena comincia a cercare ossessivamente le sue colpe di madre mentre tra lei e la figlia si alza un muro altissimo; in Vittorio, Franco Castellano, suo marito, affiorano antiche debolezze, incomprensioni mai espresse. Il loro matrimonio, che a tutti sembrava perfetto, comincia a sfaldarsi piano piano.
Anche Roberta, la sorella maggiore di Sandra, risente del filo di follia che serpeggia in casa e si aggrappa ancora piu’ nevroticamente a un fidanzato che ogni tano la abbandona.
Solo Stefania, Angelica De Salve, nove anni, la sorellina piu’ piccola, resiste a questa tempesta che scuote le pareti della sua famiglia. Resiste, osserva ed e’ l’unica che riesce a vedere la verita’.Sandra, dopo essere finita in clinica e aver attraversato anche la bulimia, ritrovera’ Saverio, il suo antico amore. Ma lo perdera’ subito. Solo piu’ tardi, alle soglie di un matrimonio sbagliato, scoprira’ che lui e’ morto e che lei gli deve almeno un tentativo di farcela, di uscire dal buco nero della sua malattia. Elena e Vittorio, invece, dovranno separarsi, per capire se davvero si vogliono bene. Roberta riuscira’ a liberarsi delle sue paure solo quando si decidera’ ad affrontare la vita da sola. Cosi’, alla fine di questa storia, Sandra e la sua famiglia cominceranno a ritrovarsi e soprattutto a guardarsi negli occhi.

 Storia di una profonda sofferenza, scene abbastanza crude, essenziali, realistiche. Racconta Claudia Zanella: ‘per interpretare il ruolo di Sandra sono dimagrita 7 chili. Mi è stato chiesto e l’ho fatto anche per scelta personale, per capire meglio. Mangiavo solo frutta, verdura e pesce. Naturalmente sono stata seguita da medici specializzati eppure, terminate le riprese, per 6/7 mesi ho avuto dei problemi a riprendere uno stile di vita sano. Il mio corpo si era disabituato al cibo…immaginate cosa può succedere alle ragazze malate per anni e anni’.

Presentata da Agostino Saccà in termini davvero entusiastici (‘un racconto intenso, appassionato, bellissimo. Questo film è una carezza a chi soffre di questo profondo disagio psichico’), questa fiction ha sicuramente il merito di essere molto attuale e di raccontare un dramma comune con tutta l’amarezza ma anche la forza necessaria a chi vuole combatterlo.

Un percorso difficile quello della guarigione ma non impossibile. Tante persone ogni giorno guariscono. Purtroppo sono altrettanto numerose quelle che si ammalano, senza distinzione di sesso (anche se la maggioranza resta femminile), di età, di stato sociale( preferite comunque le classi medio-alte). Questo film, delicato e crudo allo stesso tempo, può essere un modo per riflettere, sulla propria persona, sugli altri, sulla vita. Per non rifiutarla, per assaporarla, per imparare a gustarla, briciola dopo briciola…

Con aria e fattezze sognanti, vorrei dedicare questo post alla mia anima gemella, che forse ho trovato…Adesso sto solo aspettando di parlare col mio inconscio per avere una risposta più precisa alle mie domande e qualche soluzione ai miei dubbi, che da così tanto tempo mi fanno arrovellare in mille pensieri ed in mille elucubrazioni…

All’anima gemella (forse un folle…)

Questo è dedicato al Nelson che c’è in me, alla mia parte maschile, al mio uomo ideale e speculare…

 

 

 

Alicia Gimenez Bartlett

Alicia Gimenez-Bartlett è nata ad Almansa nel 1951 e vive dal 1975 a Barcellona. Laureata in Letteratura e Filologia Moderna, ha insegnato per tredici anni letteratura spagnola e, dopo il successo dei suoi romanzi, ha deciso di dedicarsi completamente alla scrittura. Prima di ottenere infatti un enorme successo in patria con i romanzi Ritos de muerte e Dias de Perros la Bartlett ha pubblicato diversi libri: con Una abitacion ajena, che racconta il difficile rapporto tra Virginia Woolf e la sua cameriera, ha vinto nel 1997 il premio Feminino Lumen per la miglior scrittrice spagnola. Si è poi dedicata alla serie con protagonista l’ispettrice Petra Delicado, che l’ha consacrata in Spagna come una delle più seguite e amate gialliste. In Italia è considerata una Camilleri spagnola per la vivacità della scrittura e l’originalità delle storie.

Sulla strada e gli amori di un camionista

vita-camionistaAlicia Giménez-Bartlett nel romanzo “Vita sentimentale di un camionista (Sellerio, 2010) penetra con abilità nella psicologia maschile di Rafael, un camionista, egocentrico e dongiovanni, che ha scelto di vivere perennemente sulla strada, per godere di tutte le libertà possibili, comprese le donne. Ma l’universo femminile, in continuo cambiamento, sorprenderà tanto Rafael, quanto il lettore.

Rafael ha deciso di guidare un camion perché gli consente la libertà di non rimanere chiuso fra quattro mura e di poter variare continuamente la sua esistenza. Ha una moglie e due figlie, ma vive sempre sulla strada, guadagna e mantiene bene la  famiglia, ma torna a casa solo quando vuole.  Bell’uomo, classico maschilista egocentrico vuol disporre delle donne a suo piacere.

L’universo femminile è d’altra parte molto complesso: la Giménez-Bartlett, infatti, mette in luce con profondità varie figure di donne: la moglie, risentita, astuta e calcolatrice, l’innamorata sognatrice e  fragile, la donna indipendente e appassionata di sesso. In lei Rafael ha trovato il suo corrispondente femminile. Ma potrà durare una simile storia? Certo è che il mondo delle donne sconcerta il protagonista: tutte, per un verso o per l’altro, non sono come egli le vorrebbe. Alla fine egli si ritroverà libero, come ha sempre desiderato, ma avvertirà con sgomento la sua mancanza di radici e l’inevitabile solitudine che ne consegue.

Un’acuta analisi psicologica, la scoperta di un universo femminile in  trasformazione, il fascino del Don Giovanni, sempre alla ricerca di nuove prede, costituiscono il pregio ed anche il centro drammatico del romanzo della Giménez-Bartlett, che si distacca dalla sua produzione di giallista e costituisce una delle opere  a lei particolarmente care. Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1993, per una collana di libri di stampo femminista, anche se non contiene esplicite rivendicazioni in favore della causa, ma anzi è soprattutto uno specchio della situazione di fatto e della complessità dei rapporti umani tra i sessi.

Alicia Giménez-Bartlett (Almansa, 1951) è la creatrice dei polizieschi di grande successo, con protagonista Petra Delicado, tutti pubblicati da Sellerio. Ha anche scritto numerose opere di narrativo non di genere, tra cui: Una stanza per tutti gli altri, Segreta Penelope e Giorni d’amore e inganno. Nel 2006 ha vinto il Premio Piemonte Grinzane Noir e il Premio La Baccante nato nell’ambito del Women’s Fiction Festival di Matera. Nel 2008 il Raymond Chandler Award del Courmayeur Noir in Festival.

Autore: Alicia Giménez-Bartlett
Titolo: Vita sentimentale di un camionista
Editore: Sellerio
Anno di pubblicazione: 2010

Lui è l’archetipo della perdizione, dell’oblio, del bruciarsi, del devastarsi, del farsi del male, della distruzione mentale e corporea, dell’autodistruggersi in ogni senso, della gioventù che non si vuole bene e che non crede in alcun futuro, la generazione senza commiato, senza ideali, senza dei…L’archetipo del nichilismo, del culto del niente, unico concetto in cui abbandonarsi…

“L’estetica sta nel contenuto”

“…mina la loro pomposa autorità, rifiuta i loro standard morali, fa dell’anarchia e del disordine i tuoi marchi di di fabbrica, causa più caos e confusione possibili, ma non lasciare che ti prendano vivo…”

“Sono stato innamorato solo di una bottiglia e di uno specchio.”

“Dalla vita nessuno è uscito vivo.”

(Sid Vicious, 1957 – 1979)

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