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Contatti digitali

Conversazione via Facebook Email nell’Era della Digitalizzazione, della Globalizzazione ed

Internettizzazione dell’Esistenza 

Ragazzi anormali si scrivono a distanza…

di Irene Ramponi

Una ragazza italiana migrante in Olanda scrive all’amico lontano, in risposta alla piccola email che l’amico stesso le ha appena mandato. Nella sua lettera ci fornisce il suo punto di vista sulla vita nel Nord Europa, in Germania ed Olanda in particolare, ci da’ uno spaccato della sua vita di migrante alla ricerca di se’ stessa, in un viaggio senza vento…e senza Tempo (cit. Timoria, Viaggio Senza Vento, Polygram, Giugno/Luglio 1993). Qui ne viene presentato uno stralcio veloce.

“Le medicine tradizionali sono efficaci, certo, ma sempre robaccia chimica rimangono, che costa cara e serve molto ad arricchire le multinazionali farmaceutiche…Ecco perche’ apprezzo quei medici che si rifiutano categoricamente di prescrivere farmaci allopatici come caramelle! […]. Ora vivo sulla linea di confine tra Olanda e Germania, quindi ho tutto il meglio da entrambe le parti: Birra e Cibo dalla Germania, qualita’ a buon prezzo, divertimenti a non finire, stile di vita libero e piu’ rilassato, piu’ sussidi dallo stato se sei disoccupato, artista, creativo, nullatenente, proletario, sottopagato o semplicemente disperato…Qui i senza tetto non esistono perche’ ognuno ha IL FOTTUTO SACROSANTO DIRITTO AD AVERE UNA CAZZO DI CASA!!! Un cazzo di posto dove stare che non sia sotto i ponti…[…]. Ma ovviamente ci sono severi canoni di meritocrazia, mica la danno a tutti, la casa intendo…Nonostante quasi tutti lavorino e la disoccupazione sia irrilevante, il tenore di vita e’ ottimo, la gente e’ rilassata,  fa festa tutte le sere, senza limiti di orario o scuse tipo che deve andare a letto presto perche’ il giorno dopo deve lavorare…[…]. Qui trovi gente di tutti i tipi, tutta simpaticissima:dai punkettoni old school, agli hardcore warriors, dai techno addicted ai metallari, dai red skin che legnano i nazi, quasi nessun hausettaro…Ma anche molti vecchietti comunicativi con tutore, come mio nonno potrebbe essere, qualche impiegatuccio e, come direste voi, per chi NE VUOLE, ce n’e’ davvero per tutti i gusti…No proibizionismo!!!  E soprattutto, non c’e’ il fottuto Vaticano in casa a rompere i coglioni…

Insomma, Paradies Land o Fantasylandia, che dir si voglia…Io collaboro all’allestimento di mostre, studio e miglioro il tedesco e l’inglese, faccio lavoretti di arti minori che poi vendero’ in qualche mercatino, dipingo quadri, scrivo, leggo, giro per mostre e citta’…Insomma, una bella vita, quella che ho sempre sognato…E per tutto questo devo ringraziare il mio ragazzo, tedesco purosangue, che ho conosciuto al matrimonio di mio cugino; praticamente mio cugino di sangue ha sposato la sorella del mio ragazzo, e noi due ci siamo conosciuti al pranzo di matrimonio, agli inizi di maggio…Abbiamo conversato un po’, e poi, siamo rimasti in contatto via Internet…Lui poi e’ tornato in Italia a trovarmi, abbiamo passato del tempo insieme…Intanto il mio lavoro in casa editrice andava a rotoli, ed ero sull’orlo di una crisi di nervi…Ho cosi’ deciso di cercare lavoro in Germania, in Renania Vestfalia, parte Nord Ovest della Germania, in cui le piu’ grandi citta’ sono Dusseldorf, Colonia, Aachen, ed, in seconda battuta, Duisburg (dove hanno fatto la Love Parade del 2010, dove e’ morta tutta quella gente…). Beh, insomma, io stavo a Duisburg, come ragazza alla pari, dovevo curare quattro mocciosi terribili, due gemelli iperattivi e psicotici, e due ragazzine isteriche e con disturbi alimentari…Ok, avevo una stanza tutta per me, dove pero’ non mi era permesso bere e fumare…Assolutamente peggio della Colonia Ticino, dove almeno ci divertivamo… I miei “carcerieri”, ovvero la famiglia per cui lavoravo e facevo da babysitter, era composta da una donna rossocappelluta, con testa di medusa, bocca di vipera, occhi verdi da Maga Circe, nana e totalmente incapace come mamma, quindi, totalmente esaurita, nevrotica, isterica, iperattiva, la classica impiegatucola borghese, che si lamenta perche’ il marito non porta a casa abbastanza soldi; come se non bastassero quelli che guadagna gia’ come avvocato penalista…Fai un po’ te…Il marito incarnava il tipico tipo di uomo di destra, rosso, obeso e rubicondo, perennemente a dieta, senza mai perdere peso e, obbligato dall moglie, non poteva bere…E la moglie non gliela dava…Insomma, mi sono messa in un bel casino!!! Il mio ragazzo ha fatto di tutto per portarmi a vivere con lui al confine tra Olanda e Germania…Ho resistito tre mesi, di cui 2 senza essere pagata…Si’, pagata ma con le mazzate ricevute dai gemelli e a suon di umiliazioni e prese per il culo dalla quella puttanazza della madre di casa, Susanne, ho deciso di mandarli affanculo, o meglio, il mio organismo ha ceduto e mi hanno ricoverata in ospedale una mezza giornata, sotto valium o non so quale altro tranquillante…Nella lettera di dimissioni, hanno scritto che quel lavoro non faceva per me, e che quindi dovevo rinunciarvi…Ho preso armi e bagagli ed ho levato le tende!!! Sono stata a Duisburg dalla meta’ di luglio ai primi di ottobre, da li’ in poi, mi sono trasferita a Kerkrade, in Olanda, a casa del mio ragazzo, proprio al confine con la Germania…Praticamente, solo attraversando la strada, sei gia’ in Germania! Pensa che noi andiamo a far la spesa a piedi…Abbiamo un appartamento di 4 locali, una specie di piccolo centro sociale/circolo arci/Bed&Breakfast all’occorrenza (solo per i turisti, per gli amici l’ospitalita’ e’ gratuita ovviamente!!! ), che e’ anche la nostra casa allo stesso tempo…Ci manca solo la fermata di Macondo Express all’ingresso e abbiamo tutto…Si’, vita molto punkabbestia, ma mi piace, quindi, me ne sbatto di cio’ che dice la gente e vivo meglio…Finalmente vivo per me stessa…Ovviamente con le difficolta’ economiche connesse, ma e’ il prezzo da pagare per la propria indipendenza e conseguente liberta’ di non dipendere da nessuno e di camminare sulle tue gambe, senza rimpianti, risentimenti e sensi di colpa verso parenti, amici, conoscenti ed ex…Ti diro’, sto da dio da quando ho mollato quel mollusco del mio ex, il musicista incompreso, il narcisista del cazzo che pensa di non valere una sega, che sa di non avere le palle, che ha paura di tutto…Ma di fronte agli amici ed ai compagni di merenda, beh, diventa la persona piu’ brillante, piu’ simpatica, piu’ compagnona del mondo…Bleah, che sbocco!!! Ne ho avuto la nausea…Come cazzo fai a convivere da un anno e mezzo e stare quattro mesi senza un minimo di affettivita’??? E senza una coccola, e senza nemmeno un semplice e fraterno abbraccio…Boh, io non lo so, ma tutti gli amici maschi con cui ne ho parlato mi hanno detto che non e’ fottutamente normale…E cosi’, l’ho mollato e sono stata meglio!!! Ovvio che lui mi ha rinfacciato un sacco di cose, nonche’ sparlato alle spalle, ma, detto sinceramente, fotte eminentemente sega…Beh, questa e’ la mia storia…Scusa se mi sono dilungata, ma era da un po’ che non ci sentivamo, quindi volevo spiegarti un po’ com’era andata, tutto qua…Dimmi che non hai impegni il 2 luglio 2013! :-D”.

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“Solitudine e bisogno esistenziale di unione nell’ Arte di amare di Erich Fromm,“ in: P. L. Eletti (Ed.), Incontro con Erich Fromm. Atti del Simposio Internazionale su Erich Fromm: „Dalla necrofilia alla
biofilia: linee per una psicoanalisi umanistica“ Firenze 1986, Firenze (Edizioni Medicea) 1988, pp. 287-292.”

Di Eda Ciampini Gazzarrini

Il tema esplicito del libro di Fromm, l’Arte di Amare“, è l’interrogativo sulla possibilità di amare nella civiltà contemporanea, incentrata sul profitto e sullo scambio di mercato. Tuttavia argomenti centrali dell’opera appaiono la solitudine umana e quell’insopprimibile anelito di unione“ che troverà acquietamento nell’amore.
È il bisogno di unione“, di un incontro risolutore tra gli uomini quello che Fromm percepisce nella società americana e in quelle a sviluppo tecnologico, dietro l’apparente stato di benessere. Sarà questo stesso bisogno, preannunciante di per sé la possibilità di amare, a generare nell’uomo insoddisfazione per le pseudosoluzioni adottate.
Ci ha colpito di questo libro la presenza di nostalgia di un bene perduto“, dietro il quale è il mistero, di cui Fromm, insieme a noi, cerca il nome. Fromm chiama questa nostalgia desiderio di ritorno al Paradiso Terrestre“ dove l’uomo può vivere senza consapevolezza di sé, dove non si sono ancora sviluppate le dicotomie esistenziali.
Paradiso come condizione perduta di armonia, con la natura e con se stesso.
Ma è stato fatto divieto ad Adamo ed Eva di rimanere, dopo che si sono cibati del frutto dell’albero del bene e del male. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Con la nuova dimensione della consapevolezza Adamo ed Eva si mettono fuori dal regno dell’indistinto, dell’istinto, della natura e si sentono soli e colpevoli.
I cherubini con la spada di fuoco sono a testimoniare la colpa commessa e l’impossibilità di  un ritorno.
Con questo dramma, dirà Fromm, inizia, per la razza umana, il destino di uomo.
Parimenti, con la separazione dalla madre iniziano per il bambino il destino di individuo e la ricerca di un nuovo incontro.
Anche il bambino alla nascita viene sbalzato da una situazione chiara come l’istinto in una incerta, ma il senso di solitudine del neonato è annullato dalla presenza fisica della madre dal suo contatto, dall’odore della sua pelle. Fromm dirà che più il bambino, nella crescita, si libera dai vincoli primitivi, più intenso resta in lui il bisogno di nuove vie“ per ripristinare l’unione”.
L’autore batte l’accento sull’isolamento e sul vuoto che il bambino prova quando si rende conto della separazione dalla madre.
Il senso di solitudine è, per Fromm, l’origine di ogni ansia che, se intollerabile, porta a cancellare il senso di separazione e con esso il mondo esterno. L’individuo si chiude in un isolamento che è follia. Per il nostro autore l’umanità, di qualsiasi civiltà, si è trovata di fronte alla soluzione dell’eterno problema di come superare la solitudine e raggiungere l’unione“. Questo è l’interrogativo che si è posto l’uomo delle caverne così come l’uomo di oggi.
È un problema, continuerà a dire Fromm, che nasce dalla condizione dell’esistenza umana, di fronte al quale la storia delle religioni e della filosofia sono tentativi di soluzione.
È convinzione di Fromm che anche la società capitalistica risponda a suo modo, a salvaguardia dei privilegi, al bisogno dell’uomo di superare la solitudine, ammannendo il „conformismo“, la “routine di lavoro e del piacere” e”idoli” privi di qualità umane.
E l’uomo è solo più di sempre.
Fromm ci avverte che la maggior parte della gente non si rende conto di cosa nasconda il conformismo: „Come potrebbe un uomo prigioniero della
ragnatela della routine ricordarsi che è un uomo, un individuo ben distinto, uno al quale è concessa una unica occasione di vivere, con speranze e delusioni e dolori e timori, col desiderio di amare e il terrore della solitudine e del nulla?“
Fromm tocca uno dei più scottanti temi attuali e denuncia che i movimenti socio-politici e le vertiginose scoperte tecnologiche sono sempre più al servizio di una società retta da una costrittiva
economia competitiva.
È esplicito in Fromm che per l’uomo di oggi il problema della solitudine e di una ricerca di „integrazione“ senza perdita della propria individualità sia altrettanto importante quanto lo studio della sessualità ai tempi di Freud. La stessa spinta sessuale, per Fromm, è causata solo parzialmente dal bisogno di sopprimere una tensione mentre la necessità principale è data dall’istanza di „unione“ con l’altro polo sessuale.
Nel processo della separazione che fa parte della crescita, che è anche euforia e gioia, Fromm richiama la nostra attenzione sullo stato di sofferenza che ne consegue e sulla paura del vuoto, dell’isolamento. L’uomo Fromm sembra molto preso da questa condizione umana di „separazione“ che non avviene una volta per tutte ma che si ripete, con rinnovato senso di perdita ad ogni cambiamento, sempre dolorosa.
Così si ritrova in lui, non acquietata, la nostalgia. di una felice unione perduta.
Fromm, sociologo, è preoccupato per le condizioni della società attuale, per il futuro dell’uomo che rischia la distruzione, anche perché la società conia strategie di mascheramento del disagio e l’uomo rimane „consapevolmente inconsapevole“.
Con questa ultima affermazione dell’ambiguità dell’individuo, Frómm pare minare la speranza di una risoluzione nella quale egli tuttavia crede.
Dei messaggi di Fromm, sembra essersi fatto araldo in questi ultimissimi tempi, il linguaggio dell’artista. I temi di Fromm hanno trovato espressione
e particolare incisività attraverso la macchina da presa e le immagini che rendono più accessibili i significati. Michel del film del regista Ferreri „I love you“ ripropone il problema esistenziale di una propria individuazione e il
fallimento di un ritiro dalle relazioni umane verso un oggetto meccanico che sostituisce l’incontro con l’altro.
Michel è l’uomo che Fromm in una opera più tarda chiamerà uomo monocerebrale preso dal meccanismo tecnologico a tale punto da stabilire fra lui e la macchina una specie di rapporto
simbiotico. Fromm troverà una sorprendente analogia fra questo tipo di uomo monocerebrale e gli schizofrenici.
Sempre attraverso lo strumento della macchina da presa ci arriva un altro messaggio. È la volta di Kaos dei registi Taviani. Kaos è il mondo prima dell’atto della creazione, nel quale tutte le forme erano indefinite. Il film si presta a significare un ritorno regressivo alla Grande Madre, la nostalgia di un „eterno presente“. Il protagonista, a maturità avanzata, torna nei luoghi dell’infanzia e ricorda la madre: „Ora che sei morta e non mi pensi più, io
non sono vivo per te“. Possiamo cogliere in altri aspetti della cultura il segno del disagio ed anche modalità di copertura, strategie, che negano „il
vuoto“. Stiamo pensando al „trompe d’oeil“ (inganno dell’occhio) in architettura, a quel movimento che cerca di coprire con pitture di modelli architettonici del passato Rinascimento le pareti di vetro e cemento dell’edilizia moderna.

Aggiungiamo queste immagini ingannevoli, tratte dai nostri giorni, a quelle che Fromm mette a nudo nel suo libro sia relative alla vita dell’individuo che della società. Sembra non possano esserci altre soluzioni che follia, regressione, inganno e che la società debba andare verso la distruzione totale. Fromm indica la possibilità di superare la solitudine e di sfuggire il vuoto, nella capacità di amare dell’uomo e in una organizzazione sociale improntata dall’amore.
Scrive dell’amore come di un sentimento attivo, la cui caratteristica si sintetizza nel concetto del „dare“. “Dare”come la più alta forma di potenza per cui l’uomo prova la sua forza, la sua ricchezza, il suo potere. Il „principio“ dell’amore per Fromm è incompatibile con il „principio“ che anima la società capitalistica, basata sul profitto. Tuttavia egli ammette che il capitalismo, nella sua reale estrinsecazione, è complesso e in continua evoluzione, da dare adito ad una certa dose di anticonformismo e di giudizio critico.
Questa dialettica di Fromm ci porterebbe ad affrontare il problema della polarità e della integrazione nel suo pensiero.
La polarità sembra corrispondere più al Fromm sociologo per il compito che si è assegnato di togliere l’uomo dalla confusione, dalla ignoranza consapevole, con visioni chiare di vita. Anche quando illustra la crescita
dell’individuo differenzierà nettamente l’amore, definendone le caratteristiche di premura, responsabilità, rispetto e conoscenza, degli stati di simbiosi, di narcisismo, di dipendenza. Egli sembra lasciare tra la condizione matura dell’amore e gli stati affettivi più elementari come un vuoto che disorienta.
Sara, una adolescente seguita in psicoterapia, al culmine della sua ambivalenza, esposta alla disperazione depressiva per l’oggetto buono sentito come perduto, chiede: „Nella dipendenza c’è amore?“ .
Cerchiamo con Sara, presi dalla conflittualità dei nostri sentimenti, una rassicurazione da Fromm.
E Fromm terapeuta abbandona la polarità e tocca il tema della sofferenza mentale con la sua affermazione carica di empatia:„Mentre si è coscientemente timorosi di non essere amati, il vero, sebbene inconscio timore è quello di riuscire ad amare“. Sara ci chiede di ricercare la presenza di amore là dove è fusione, narcisismo, dipendenza e colpa. Ci invita ad andare a ricercare più indietro le radici della capacità di amare.
E Fromm ci viene ancora incontro con il „principio dell’amore materno“ rappresentato dalla figura della madre, principio che è al di sopra delle prestazioni reali della mamma con il proprio bambino.
È un amore incondizionato che dice al figlio: „Non c’è peccato, né delitto che ti possa privare del mio amore, del desiderio che tu sia vivo e felice“.
L’amore incondizionato corrisponde ad uno dei più profondi aneliti di ogni essere umano, dirà Fromm.
Una nota studiosa dell’infanzia chiamerà questo anelito „Oggetto di bontà unica di cui il neonato sa inconsciamente“ ricorrendo in certo qual modo ad una eredità filogenetica.
Fromm è un uomo che ha fede nella capacità individuale di amore e la ritiene unica reale soluzione al problema della solitudine. Ha fede nella possibilità dell’amore come fenomeno sociale, e afferma che le forme maligne di aggressione e sadismo possono essere sostanzialmente ridotte se le condizioni socio-economiche si evolvono in modo da favorire lo sviluppo del potere creativo dell’uomo, come suo autentico obiettivo.

Bibliografia
S. Ferenczi, Thalassa, Roma, 1965, Astrolabio. Freud,
S., Tre saggi sulla sessualità, Milano, 1975, Boringhieri.
E. Fromm, L’Arte di Amare, Milano 1963 – „I Corvi“
dall’Oglio – Il Saggiatore
E. Fromm, Anatomia della distruttività umana, Milano,
1975, A. Mondadori.
E. Fromm, Avere o Essere?, Milano 1977, A. Mondadori.
M. Klein, Scritti,l92l-1958, Torino 1978, Boringhieri.

Per chi non lo conoscesse:

L’Arte di amare di Erich Fromm

“ Ogni essere umano avverte dentro di sé in modo istintivo e insopprimibile l’assoluta necessità dell’amore. Eppure, in molti casi, si ignora il vero significato di questo complesso e totalizzante aspetto della vita. Per lo più l’amore viene scambiato con il bisogno di essere amati. In questo modo un atto creativo dinamico e stimolante si trasforma in un tentativo egoistico di piacere. Ma il vero amore, sostiene Erich Fromm, è un sentimento molto più profondo che richiede sforzo e saggezza, umiltà e coraggio. E, soprattutto, è qualcosa che si può imparare. “

 

Il mito della monogamia. Animali e uomini (in)fedeli

In questo libro David Barash e Judith Lipton fanno a pezzi l’ideale della monogamia sulla base delle molte evidenze che provengono dalle scienze dell’uomo ma anche dalle ricerche di zoologia comparata. Proprio nelle specie animali abitualmente ritenute monogamiche lo scambio dei partner è la regola, non l’eccezione. Ma allora, se la poligamia è la norma e la monogamia quasi un’aberrazione, com’è che grandi tradizioni e culture hanno potuto sviluppare questa bizzarra tendenza? Com’è che sofisticate filosofie hanno potuto presentare come “naturale” l’unicità del partner sessuale? Tra natura e cultura la sfida è ancora aperta.

“È un basilisco per i miei occhi e m’uccide se lo guardo”: così Shakespeare, nel Cimbelino , fa dire a Postumo, in preda a una violenta angoscia di fronte alla prova dell’adulterio della moglie. Perché l’essere umano è così geloso? Risponde Dumas figlio: “Le catene del matrimonio sono così pesanti che ci vogliono due persone per portarle, qualche volta tre”. Ironia a parte, perché tutto questo? Perché la gelosia? Perché il tradimento? Anzi, capovolgendo la prospettiva: perché il matrimonio, o monogamia che dir si voglia? In effetti si tratta di un’istituzione, o meglio di un sistema riproduttivo, la cui stessa esistenza non è affatto scontata. Che la monogamia non fosse la regola nel regno animale lo si sapeva già, ma è soltanto da pochi anni che le ricerche di etologia e biologia evoluzionistica, grazie a nuove tecniche di indagine molecolare, hanno cominciato a sollevare il velo sotto cui si celerebbe la virtuale assenza di monogamia persino in quelle specie (soprattutto uccelli, come la rondine, la tortora o la cornacchia) che, ritenute strettamente monogame, ne erano nel frattempo diventate veri e propri testimonial.

La nuova minaccia allo statu quo non proviene cioè dalle “strutture a harem”, dalle organizzazioni sociali di specie che hanno istituzionalizzato la poligamia o addirittura la più totale promiscuità, facendosi platealmente beffe fin dal principio dei nostri meschini moralismi. È proprio dietro la facciata della monogamia sociale – ovvero dietro le tante coppie “istituzionali”, apparentemente fedeli, in certi casi fino alla morte – e lontano dagli occhi “l’uno dell’altra” che si nasconde invece la sorpresa più grossa: l’insistente e capillare diffusione delle cosiddette Cec, le copulazioni “extraconiugali”, le vere protagoniste di un libro che, contandole, stimandole, osservandole ma soprattutto deducendole, ci rivela la lampante, conclamata realtà di un’onnipresente poligamia di fatto. Deducendole perché nella stragrande maggioranza dei casi gli stessi ricercatori non se ne sono accorti fino a quando la possibilità di prelevare le cosiddette impronte genetiche non ha dischiuso loro nuovi orizzonti, o meglio nuove uova, visto che si è scoperto che anche nel nido della più fedele e casta mogliettina giacciono uova il cui Dna non coincide affatto con quello del partner “marito”.

Poligamia come poliginia, ma anche come poliandria: una distinzione importante poiché, se è vero che le nuove ricerche sferrano un brutto colpo al mito della fedeltà in generale, un dato altrettanto notevole è quello che ci obbliga a restituire tutta la sua millenaria (e dunque vincente, evoluzionisticamente parlando) dignità alla parità dei sessi. Già negli anni settanta, con i fondamentali lavori del noto evoluzionista Robert L. Trivers, si era capito (posto che ce ne fosse bisogno) che per un maschio la strategia vincente è quella cosiddetta “mista”: la sicurezza di una famiglia “istituzionale” affiancata dal più facile e poco dispendioso “volar di fiore in fiore”, che alla trasmissione dei “geni egoisti” può dare molto, togliendo quasi niente. Le nuove ricerche non fanno che aggiungere nomi (per quanto insospettabili) all’elenco delle specie in cui tale abitudine sarebbe stata per così dire smascherata. Ed è vero che i differenti ruoli riproduttivi del maschio e della femmina sembrano portare i primi a inseguire “spensieratamente” la quantità e le seconde a badare maggiormente alla qualità: tant’è vero che è di solito la femmina a godere del “privilegio” di operare un’accurata selezione tra i maschi variopinti e galanti che gareggiano azzuffandosi per lei, e a compiere infine la cosiddetta “scelta sessuale”, preludio certo a un festoso accoppiamento. Ma anche la ricerca della qualità passa spesso per la quantità, ed è così che il “disdicevole” comportamento del gentil sesso assurge agli onori della cronaca.

La verità è che, al di là dei tutto sommato rari casi di poliandria sociale istituzionale (si pensi al sistema sociale degli strani uccelli jacana, dove tanti piccoli maschi subordinati si prendono cura di un nido ciascuno all’interno del territorio di un’unica “sultana”, ben più grossa di loro e molto più aggressiva), le femmine non sembrano aver nulla da invidiare ai maschi in fatto di ricerca, pratica, “sfruttamento” e (soprattutto) dissimulazione delle famigerate Cec. Seguendo una complessa serie di coordinate, e guardandosi bene dal farsi scoprire dal loro partner (intento, del resto, in attività del tutto paragonabili), le femmine della stragrande maggioranza delle specie animali non cessano mai – a quanto pare – di dedicarsi all’accurata selezione del maschio “migliore”. Anche dopo aver messo su famiglia, se poco poco vedono passare un individuo molto attraente (e dunque, in linea di principio – ma naturalmente si parla di principi inscritti nel Dna – molto adatto a garantire protezione, cibo, cure parentali e soprattutto ottimi geni che rendano la prole maggiormente adatta a sopravvivere) in un momento in cui il loro partner ufficiale è fuori “a caccia” (di cibo o di amanti che sia), esse non disdegnano affatto di mostrarsi carine con lui (anzi, spesso e volentieri sono proprio loro a darsi da fare: le scimpanzé si allontanano dal gruppo penetrando nel folto della boscaglia, sfuggendo in tal modo anche agli occhi dei ricercatori, che a quanto sembra non sono ancora riusciti a coglierne una sul fatto). Specialmente – come hanno mostrato recenti e mirati esperimenti – se lo sconosciuto è non soltanto attraente, ma più attraente del “marito”. Un’eco evolutiva del termine “irresistibile”: se a volte fanno resistenza, potrebbe trattarsi semplicemente di una strategia che finisce per farle vantaggiosamente cedere al maschio più “irresistibile”, che per forza di cose (oltre che di muscoli) è il migliore. Dalle Cec le femmine otterrebbero la fondamentale possibilità di “ripensarci”, qualora si profili l’occasione di accoppiarsi con un nuovo partner di migliore qualità (incontrato troppo tardi per “fare sul serio”, o magari irrimediabilmente “sposato” con un’altra), nonché una serie di benefici secondari ma non irrilevanti offerti dall’amante di turno (tra i quali, nel caso per esempio della scimpanzé, la “prevenzione” dell’infanticidio praticato da maschi di altri branchi: a scoraggiarli basta infatti un pur vago sospetto di paternità).

Certo, un testo che propone questi temi può facilmente scivolare nel redigere leggi morali “naturali” per la specie umana, rischiando di incappare nell’antropomorfizzazione degli animali e nella “animalizzazione” dell’uomo. Del resto la divulgazione delle nuove scoperte è quasi invariabilmente accompagnata da tanto entusiastiche quanto frettolose semplificazioni. Se è difficile tenersi lontani da simili tentazioni, gli autori (coppia di lunga data, apparentemente monogama) per lo meno ci avvertono del pericolo. E lo fanno più di una volta quando decidono di “raccontarci i particolari”.

Tutto quanto accade tra gli animali sarebbe reso possibile dal controintuitivo principio del “vantaggio dell’ultimo”: il maschio i cui spermatozoi raggiungono per ultimi la cloaca della femmina è quello che – semplicemente spo(de)stando i prodotti sessuali dei suoi predecessori – ha maggiori probabilità di fecondarne le uova. Quando il gioco si fa duro, in prossimità della “porta”, occorre infatti spostarsi sul nuovo e sdrucciolevole terreno della cosiddetta sperm competition , la competizione tra gli spermatozoi che sono già riusciti a penetrare nell’apparato riproduttivo femminile, illudendosi forse di aver raggiunto la meta. Alla “scelta sessuale” classica seguirebbe la “scelta criptica”, rappresentata dalle strategie con le quali la femmina facilita la fecondazione delle sue uova ad alcuni spermatozoi rispetto ad altri. È per questo che gli apparati riproduttivi sono spesso anfratti convoluti e superaccidentati, all’interno dei quali un’elevata acidità del pH, legioni di leucociti, barriere irsute di anticorpi, e chi più ne ha più ne metta, rendono letteralmente la vita impossibile all’esercito dei piccoli conquistatori che – al grido di “vinca il migliore” – si lanciano alla volta delle uova, trofeo sempre lontano e ben nascosto (e qui un certo vantaggio lo conferisce in effetti un pene lungo, in grado di deporre gli spermatozoi il più vicino possibile alla cervice).

Tra maschi e femmine sembrerebbe in atto un autentico conflitto, ma in realtà si tratta di una sfida infinita, continuamente rilanciata e mai vinta. Del resto, per tornare alla parità dei sessi, la sopravvivenza stessa di una specie non può che reggersi su quella che il biologo van Valen ha chiamato “l’ipotesi della Regina Rossa” – in omaggio al paese delle meraviglie di Louis Carroll, in cui la regina spiegava ad Alice che, essendo il mondo in movimento, occorreva correre semplicemente per rimanere nello stesso posto. I conflitti che esplodono tra i due sessi nella corsa alla trasmissione dei propri geni non possono infatti avere altro esito che una serie di adattamenti e contro-adattamenti, in cui per definizione – come si dice, it takes two to tango — nessuno dei due può vincere a spese dell’altro. I duellanti si sfidano sempre ad armi pari, ma, proprio grazie alla sfida evolutiva, le armi si fanno sempre più efficaci e specializzate.

E infatti apprendiamo che, di fronte all’immane impresa, i maschi non se ne stanno con le mani in mano. Non si limitano a competere strenuamente per avere accesso alle femmine, né a sorvegliarle strettamente e ad abbandonarle se colte in flagranza di adulterio. È ben oltre che devono arrivare, se vogliono davvero aggiungere “tacche alla pistola”. Ecco perché “in molti animali (e particolarmente negli insetti) il pene non è solo un condotto per lo sperma: è anche, a seconda dei casi, un raschietto, una sgorbia, un punteruolo, un cavatappi, un vero coltello dell’esercito svizzero pieno di gadget e accessori, atti a togliere il seme di tutti i maschi precedenti”. Se le piovre pigmee possiedono all’uopo un tentacolo specializzato, gli squali fanno alle loro compagne una sorta di “doccia precoitale”, grazie a un “rimarchevole pene a doppia canna”, una delle quali contiene un idrante ad alta pressione che rimuove il liquido depositato dai rivali! E se alcuni “spermatozoi kamikaze” (con coda a serpentina) parrebbero specializzati non per la fecondazione ma per il combattimento corpo a corpo con i loro simili, nello sperma di alcuni animali è contenuta una vera e propria sostanza spermicida: il moscerino della frutta ne utilizza una che si rivela addirittura “subletale” per la femmina che la riceve, raggiungendo così il duplice scopo di mettere fuori combattimento con un sol colpo sia gli spermatozoi dei rivali sia l’ardimentosità sessuale della poveretta, che, viva per miracolo, ci penserà due volte prima di guardare un altro moscerino. Per non parlare della “paternità per delega” delle cimici dei pipistrelli delle caverne, che iniettano lo sperma direttamente nei rivali perché essi (in cambio di calorie) lo trasferiscano nelle femmine con cui si accoppieranno.

L’infedeltà diffusa getta una nuova luce su diversi importanti costrutti sociobiologici ed etologici, ridimensionando per esempio l’importanza delle teorie che spiegavano il fenomeno degli “zii” aiutanti al nido per mezzo della selezione di parentela: più che di un “altruismo” motivato dalla condivisione di parte del patrimonio genetico, potrebbe trattarsi di un vero e proprio investimento genitoriale in seguito a Cec occasionali. Anche il fenomeno del parassitismo di covata (classico è quello del cucùlo) potrebbe prendere nuovi contorni e rappresentare al più un semiparassitismo se si pensa che in molti casi l’uovo che la femmina mette alla chetichella nel nido di un’altra per liberarsi del fardello della cova potrebbe essere stato fecondato proprio dal marito adultero della padrona di casa. Ipotesi, però, tutta da convalidare.

Tale è la mole di dati che al lettore diventa ben presto evidente che “è già notevole il solo fatto che (la monogamia) esista”, e occorre dunque paradossalmente domandarsi perché. Fra tante ipotesi, l’unica certezza è che, al di là di una valenza di scelta di comodo (poco rischiosa e poco impegnativa) oppure obbligata (in mancanza di alternative), la monogamia (passando a quanto pare per il tallonamento stretto della partner e dunque per la certezza della paternità) ha un’importanza davvero capitale per l’allevamento dei piccoli. Non è un caso che essa si sia evoluta principalmente negli uccelli, i cui pulcini hanno un metabolismo talmente rapido da rendere necessario l’approvvigionamento continuo di grosse quantità di cibo e dunque la collaborazione dei due genitori; e nell’uomo, mammifero che, pur allattando e non avendo dunque bisogno in linea di principio di cure biparentali, mette al mondo una prole spiccatamente inetta e destinata a rimanere per lungo tempo notevolmente dipendente e bisognosa di cure.

L’ Homo sapiens sarebbe dunque “il più ‘uccellesco’ dei primati”. Se da un lato la sua storia evolutiva di primate gli rimanda insistenti eco di poliginia, dall’altro la sua “somiglianza” agli uccelli parla di dedizione assoluta alle Cec. Dal canto loro, una serie di indizi provenienti dalla nostra anatomia e fisiologia – primi tra tutti il dimorfismo e il bimaturismo sessuale, ma si parla anche di tratti psicologici e comportamentali, come la gelosia, nonché delle tanto discusse “dimensioni” – sembrerebbero inchiodarci all’evidenza che la monogamia è per noi, evoluzionisticamente parlando, un vero scoop. Nulla insomma avrebbe fatto pensare che essa sarebbe diventata uno dei pilastri della società occidentale. Ma, allora, come è potuto accadere? Tra le ipotesi più accreditate vi è quella che, partendo da Rousseau e passando addirittura per Engels, mette in relazione l’evoluzione della monogamia con quella della proprietà privata. D’altro canto è evidente che, se confrontato con la promiscuità e con la poliginia (sistemi entrambi basati su un principio del tipo libero mercato), il sistema monogamico incarna un ideale di egualitarismo e di democrazia, in cui a tutti (persino ai meno “adatti”) sia permesso avere una femmina e riprodursi. Tutti i nostri problemi di coppia potrebbero persino derivare dalla rivoluzione industriale, e in particolare dall’astuzia dei primi capitani d’industria che, ricchi e potenti e dunque minacciati dalle masse, avrebbero trovato una soluzione del tipo panem et circenses : si sarebbero assicurati l’appoggio degli “oi polloi” concedendogli una donna ciascuno.

Questo per quanto riguarda la monogamia sociale, istituzionale. Con un misto di umana ironia e di scientifico realismo, gli autori dichiarano che sessualmente o geneticamente “monogami gli uomini possono esserlo, ma è cosa insolita e difficile”. E non c’era bisogno di dirlo. Per il resto, il capitolo finale a noi umani dedicato è (per fortuna) tutto un rincorrersi di ipotesi, dubbi e boutades sul nostro elusivo comportamento sessuale. In merito alla questione umana non si può certo riposare su “animalesche” certezze, e se si è tentati di trarre qualche generica conclusione (soprattutto grazie alla generosa collaborazione di volenterosi soggetti sperimentali che si sono prestati a ogni genere di misurazione e questionario), la porta va comunque lasciata giudiziosamente aperta: benché forse, da un altro punto di vista, essa sia addirittura più “aperta” di prima. Qualche “scampolo”, da prendere più o meno sul serio: l’eccitazione che nasce dalla pornografia o dall’ultima moda di organizzare incontri in cui il marito possa vedere la moglie “in azione” con un altro deriva forse dal bisogno di correre a copulare con la traditrice per essere l’ultimo a inseminarla? E la prescrizione della verginità fino al matrimonio non sarà nata per garantire all’uomo l’assenza di rivali pregressi?

Né sono ancora risolti quelli che gli autori chiamano i “misteri della sessualità femminile”. La sincronia mestruale potrebbe essere “un’antica reazione preistorica di adattamento alla poliginia dei primati”, che serviva a ostacolare i maschi che avrebbero voluto fecondare con comodo più femmine. E ancora: è dall’ovulazione nascosta che deriva la monogamia o viceversa? È per lasciargli la possibilità di fare una scappatella di tanto in tanto che le femmine hanno smesso di segnalare al loro “padrone” il proprio periodo fertile? O invece costui si è messo a controllarle dappresso per l’intero ciclo ovulatorio proprio perché non aveva più questa certezza? Nella nostra specie, l’esistenza stessa della competizione tra spermatozoi è ancora una pura e semplice congettura, ma c’è già chi avanza l’ipotesi della strategia che si potrebbe definire del “riflusso differenziato”, mediante la quale le donne, alzandosi in piedi più o meno velocemente dopo un rapporto, potrebbero “scegliere” quanto sperma ritenere a seconda del “valore” del partner con cui si sono intrattenute. E se scoprissimo un giorno che, come i babbuini, le femmine gridano durante l’orgasmo allo scopo di attirare altri maschi e innescare tra loro una competizione che garantisca loro il migliore? E pensare che gli uomini hanno sempre scambiato i gridolini femminili per il riconoscimento definitivo dell’inarrivabile livello della loro performance, e dunque della loro indiscutibile desiderabilità…

Nell’attesa di qualche risposta possiamo rileggere Proust e ringraziare gli incredibili adattamenti di cui è capace l’animo umano: è proprio dell’amore “farci allo stesso tempo più sospettosi e più crudeli, farci sospettare dell’amato più prontamente di quanto sospetteremmo di chiunque altro, ed essere convinti più facilmente dei suoi dinieghi”. Ma soprattutto dovremo cambiare atteggiamento verso i pipistrelli, che rappresentano una delle dodici specie di mammiferi su quattromila (sic!) a resistere, per adesso, eroicamente al crollo dell’impero della fedeltà. Alla bisogna ci si può addirittura rivolgere a quel verme platelminto (un parassita dei pesci) in cui maschio e femmina accoppiandosi si fondono letteralmente, diventando per l’eternità quella “cosa sola” cui la maggior parte degli umani innamorati ritengono di anelare, e praticando una forma di monogamia estrema, in cui la radicale negazione dell’alterità rimanda da un lato al platonico mito dell’androginia e dall’altro a una perversione di gran lunga più sfrontata della più sfrenata poligamia. In ogni caso, lungo la strada, è ora di liberarsi una volta per tutte di un altro mito, quello del paradiso perduto dello “stato di natura”: anche nel regno animale esisterebbe, per esempio tra i placidi germani reali, la coercizione sessuale, e giungerebbe fino allo “stupro”, con tanto di ferite o di morte per annegamento della vittima. È considerata una “tecnica per maschi perdenti”, ma è difficile immaginare un maschio vincente se si pensa che, per via del famoso vantaggio dell’ultimo, capita che il compagno della poveretta, sia pure dopo aver tentato invano di difenderla, si affretti a “violentarla” a sua volta.

Insomma: il testo propone tesi accattivanti, a volte saporitamente condite di elementi antropologici, storici e letterali: ma una certa faziosità divulgativa – a tratti più marcata – non può sfuggire al lettore specialista.

                                                                                       

                                                                        

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