Category: Miti metropolitani


Premesso che voglio ricominciare a scrivere di musica, dopo un periodo di stallo creativo dovuto a diversi fattori ed impegni, oltre che ad una vera e propria crisi personale, che spero di aver superato, anticipo che queste piccole chicche di musica saranno un appuntamento fisso di questo mio diario telematico…Hanno anticipato queste piccole rubrichette i miei interventi dedicati a due grandi della musica, Kurt Cobain e Sid Vicious, per me punti di vista molto importanti durante l’adolescenza e ancor oggi una sorta di miti…

Scopo di questo angolo musicale è dare visibilità a realtà emergenti nel panorama della musica e dell’arte e sensibilizzare il pubblico su queste tematiche; la prima puntata di questo viaggio nell’underground è dedicata alla Joker Gang, progetto emergente dalla provincia nord-ovest di Milano, in cui milita il mio amico Giuss, che ne è anche il fondatore.  E’ un concentrato di idee ed influenze musicali diverse, che Giuss rielabora personalmente, e fa sue, secondo uno spirito interpretativo molto spiccato e vivace. I pezzi sono tutti scritti a quattro mani da Giuss e dal batterista-tastierista Stefano; agli arrangiamenti, oltre a Giuss, collaborano gli altri membri del progetto; vengono poi pubblicizzati tramite il principale social network che ormai quasi tutti utilizziamo, ovvero, lo sapete tutti, Facebook, e tramite un canale ufficiale di Youtube (http://www.youtube.com/user/jokergangofficial/videos), in cui si possono trovare dei video amatoriali, ma molto ben fatti, di tutti i pezzi già scritti.

Il nome della band si ispira al personaggio del pagliaccio, The Joker per l’appunto, nemico numero uno di Batman; e le influenze musicali vanno dal dark-gothic rock al rock italiano (Litfiba, Timoria), fino ad arrivare, nei testi di alta profondità e grande introspezione, allo stile di Franco Battiato; non è un caso che proprio quello che si ascolta sia ciò che influenza maggiormente nella composizione e negli arrangiamenti di lavori propri…Giuss però ha una forte capacità di elaborazione personale, e questo si può notare da due cover che ha inciso recentemente: Mad World, dei Tears For Fears e DottorM  dei Litfiba (con cui la Joker Gang ha avuto un personale rendez-vous alla Fnac di Torino e a quella di Milano…)

Ma adesso vediamo un po’ i loro pezzi, che, in un prossimo post, vedrò di analizzare, magari anche con l’aiuto di Giuss (chissà, magari riuscirò ad intervistarlo personalmente; inserirò in questo blog i link ai loro video, in modo che possiate fruirne direttamente…Keep In Touch!!! 🙂

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Kurt Cobain

Preferisco essere odiato per ciò che sono, piuttosto che essere amato per ciò che non sono.

Kurt Donald Cobain
(1967 – 1994)

L’hanno chiamata “la generazione degli orgogliosi perdenti”. Sbattuti lassù, in quel nordovest freddo e piovoso. Ma qualcuno si accorge di loro. Perché all’improvviso arrivano gli anni 90. A Seattle irrompe il grunge. E le camicie da montanari diventano cool anche nell’inflazionata California.

Il movimento sbalordisce tutto il mondo, ma non si fa in tempo a trattenerlo. È già morto. Come il suo involontario simbolo. Kurt Cobain, frontman dei Nirvana.
Cresciuto col Ritalin perché iperattivo (o forse semplicemente un bambino). Morto con una smisurata quantità di eroina Black Tar nelle vene. E una fucilata in faccia per curare il male di vivere.

Per qualche anno è stato il re Mida. Indiscusso leader di quel rock alternativo che aveva tanto bisogno di un nome. Lo trova Melody Maker: grunge, sporcizia. Nasce un FA, non più un semplice accordo, ma un simbolo. Nascono About A GirlSmells Like Teen SpiritLithiumRape Me.
Arrivano il successo e i riflettori, che mal si addicono alla depressione.

La macchina dello showbiz non aspetta, la casa discografica preme. Tra il ’91 e il ’93 i Nirvana sono in giro per il mondo. Le promozioni, i tour. Mentre Cobain vorrebbe essere rintanato nel proprio guscio, come le sue tartarughe.
Grunge is dead” scrive sulla sua maglietta. Ma nessuno lo ascolta. La folla è sempre in visibilio, Kurt sempre a un passo dall’ennesima overdose.
Il matrimonio con Courtney, la nascita di Francis Bean, la clinica. E il canto del cigno: Unplugged in New York. Tutto in un baleno.

Fino al silenzio. Per l’involontario portavoce di tutta una generazione.
I Hate Myself And I Want To Die”

Nichilismo

Il nichilismo (volontà del nulla) è un orientamento filosofico che nega l’esistenza di valori e di realtà comunemente ammessi.

La diffusione del termine risale alla fine del ‘700 (latino NIHIL=nulla) quando Jacobi caratterizzò come nichilista la filosofia trascendentale di Kant e soprattutto la ripresa fattane da Fichte. Secondo Jacobi il sistema della pura ragione “annichila ogni cosa che sussista fuori di sé”.
Successivamente Schopenhauer riprese in chiave nichilista il problema della conoscibilità e dell’essenza del reale. La realtà fenomenica è l’apparenza nullificante e dolorosa della Volontà irrazionale e inconscia che origina il cosmo intero. L’uomo può liberarsi solo cessando di volere la vita e il volere stesso, per abbracciare il nulla.
Con Dostoevskij il termine indicava la perdita dei valori tradizionali cristiani nel mondo moderno, il destino della modernità dopo “la morte di Dio“. Per Dostoevskij la morte e la negazione di Dio da un lato, e la fede nel Dio negato ma redentore proprio perché sofferente (capace di salvare la sofferenza, prendendola su di sé, dall’insensatezza e dal vuoto nulla) dall’altro, avrebbero potuto ricondurre, attraverso il crogiuolo del nichilismo, il cristianesimo al rinnovamento.
Per Nietzsche il nichilismo appartiene alla vicenda del cristianesimo, che insegnando a cercare la verità in un altrove metafisico, condanna il mondo e Dio stesso al nulla.

Il termine di nichilismo fu usata da Nietzsche in tre occasioni principali:
nel passato è esistito un nichilismo intrinseco a tutte le metafisiche, dato dal prevalere in esse di un atteggiamento contrario alla vita.
Secondo Nietzsche tutti i sistemi etici, le religioni e le filosofie elaborate nell’intera storia dell’Occidente sono interpretabili come stratagemmi elaborati per infondere sicurezza alla gente, a coloro che non riescono ad accettare la natura imprevedibile della vita e quindi si rifugiano in un mondo trascendente; sono reazioni protettive di un uomo insicuro, spaventato dalla propria stessa natura (dalle passioni, dall’istinto) ed incapace di accettarsi. La massima espressione di questa nullificazione dell’uomo è stata la religione ebraico-cristiana: l’etica dell’amore, della pietà e della mortificazione del corpo in vista di una ipotetica felicità ultraterrena è solo una perversione dello spirito, una patologia dell’umanità;
in una seconda accezione Nietzsche intese con nichilismo la morte di Dio, ossia la condizione dell’uomo moderno, che a partire dall’Illuminismo ed a causa di una “accresciuta potenza dello spirito”, crede sempre di meno nei valori tradizionali. E’ una crisi di una civiltà che Nietzsche riassume con la formula “Dio è morto”, dove Dio è il simbolo di tutte le fedi e di tutte le metafisiche. Nietzsche descrisse in termini efficaci questo nichilismo (la crisi di valori) dell’epoca attuale: notò ad esempio come il venir meno di ogni certezza, l’abbandono di ogni prospettiva religiosa o oltremondana, provochino nell’uomo contemporaneo un forte senso di fallimento e smarrimento esistenziale. Ne consegue una nostalgia del passato, il rimpianto per quel periodo felice in cui ancora si credeva alle favole metafisiche. L’uomo moderno non crede più, ma vorrebbe credere; d’altra parte non sa più in cosa credere e non riesce più ad usare i miti ed i riti del passato. Finisce quindi con l’inventarsene di nuovi, crea nuove fedi in sostituzione delle antiche spesso investendo di senso religioso le ideologie politiche. Nelle esperienze tragiche della storia moderna, nel proliferare delle sette religiose, nel persistere di credenze magiche (astrologia, parapsicologia, ufologia) e persino mistiche (le apparizioni della Madonna) si può vedere un disperato nichilismo, una “volontà di credere ad ogni costo” a qualcosa;
esiste infine per Nietzsche, un nichilismo attivo e positivo: l’atteggiamento proprio dell’oltreuomo che accetta la “morte di Dio” e con essa la fine di ogni metafisica ed è capace di reggerne psicologicamente le conseguenze.
In questo senso Nietzsche rivendicò per sé il titolo di primo nichilista.

Così Nietzsche parla di sé:
“Ciò che io racconto e’ la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo. Questa storia può già ora essere raccontata; perché la necessità stessa e’ qui all’opera. Questo futuro parla già per mille segni, questo destino si annunzia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie sono già in ascolto. Tutta la nostra cultura europea si muove in una torturante tensione che cresce da decenni in decenni, come protesa verso una catastrofe: irrequieta, violenta, precipitosa; simile ad una corrente che vuole giungere alla fine, che non riflette più ed ha paura di riflettere. – Chi prende qui la parola sinora non ha fatto altro che riflettere: come filosofo ed eremita d’istinto, che ha trovato vantaggio nell’appartarsi, nel restar fuori, nel ritardare, come uno spirito audace, indagatore e tentatore che già si e’ smarrito in ogni labirinto dell’avvenire;…che guarda indietro mentre narra ciò che avverrà, come il primo nichilista compiuto d’Europa, che ha già vissuto in sé sino il nichilismo sino alla fine, e ha il nichilismo dietro di sé, sotto di se, fuori di se” (Wille zur Macht)
Il filosofo individua accanto a un “nichilismo attivo”, segno di forza e crescita dello spirito, anche un “nichilismo passivo” determinato dall’attenuarsi dell’energia dello spirito e che comporta l’accettazione rassegnata della crisi dell’epoca.
Sotto questi riguardi, il nichilismo si rivela chiuso in un equivoco che lascia aperta la possibilità di essere “per l’una o per l’altra, ma anche per l’una e per l’altra”

[…] Nichilismo come segno della cresciuta potenza dello spirito: come nichilismo attivo.
Può essere un segno di forza: l’energia dello spirito può essere cresciuta tanto, che i fini sinora perseguiti (“convinzioni, articoli di fede”) le riescano inadeguati.[…]
Nichilismo come declino e regresso della potenza dello spirito: il nichilismo passivo: come segno di debolezza: l’energia dello spirito può essere stanca,
2. presupposti di quest’ipotesi: Che non ci sia una verità; che non ci sia una costituzione assoluta delle cose, una “cosa in sé”; ciò stesso è un nichilismo, è anzi il nichilismo estremo. Esso ripone il valore delle cose proprio nel fatto che a tale valore non corrisponda né abbia corrisposto nessuna realtà, ma solo un sintomo di forza da parte di chi pone il valore, una semplificazione ai fini della vita.
(tratto da: F. Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, in Id., Opere complete, trad. it. di S. Giametta, vol. VIII, tomo II, Adelphi, Milano 1971, pp. 12-14)
fonte: http://www.matmatprof.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Milano Milano...
Milano Sguardo Distratto Bacio Di Ghiaccio Capto Frequenza Di Intolleranza E
Mancanza Di Tempo E Di Vento Intenso Traffico Denso E Ripenso Al Motivo Per
Cui Vivo Tra Il Grigio Di Questo Cemento Ci Sono Immigrati In Edifici
Occupati E Gli Sciuri Imboscati Dietro Sicuri Giardini Privati Dai Quartieri
Duri Ai Locali Tra Troie E Avvocati Carcerati Tra Muri E Palazzi Pittati E
Futuri Pazzi Sclerali Ma Siamo Già Alla Fine Della Settimana E Scendendo Il
Sole Dietro Porta Romana Sei Troppo Bella Per Dirti Addio Tu Chiami E Poi
Noi Tutti Ubbidiamo E Tra Chi Nomina Il Tuo Nome Invano Ci Sono Anch’io
Milano Milano Milano Quando Sono Lontano Voglio Tornare Milano Quando Ci
Sono Voglio Scappare Il Cielo Un Foglio Di Rame Per La Vivace Attività
Industriale L’industriale Si Droga Poi Vota Chi Dice Che La Droga Fa Male
Ipocrisia Nuda Come Modelle Sul Cartellone Dei Saldi Fuori Stagione In
Montenapoleone Bambini Sniffano Colla Alla Stazione Centrale E Piazza Affari
Tracolla E Chi Compra Vita Superficiale Ma C’è Chi Tiene Accesa La Lotta La
Manifestazione Parte A Porta Venezia

Sei Troppo Bella Per Dirti Addio Tu Chiami E Poi Noi Tutti Ubbidiamo E Tra
Chi Nomina Il Tuo Nome Invano Ci Sono Anch’io Milano Milano Nel Tuo Veleno
Che Noi Respiriamo Ci Sono Anch’io Milano Milano Tra La Ringhiera E Il Sogno
Americano Ci Sono Anch’io Milano Milano

Non C’è Mai Parcheggio Ed È Sempre Peggio Settimana Della Moda Vita Mondana
In Coda In Auto A Noleggio L’alternativo Beve Vino Vicino Agli Yuppi In
Brera Sera A Tema Tropico Latino
Tutti In Fiera Tra Chi Rapina Per La Cocaina Sento Un Vecchietto Che Canta
In Dialetto Alla Sua Madonnina E Quando La Nebbia Scompare In Lui Mi
Riconosco Come Una Goccia Nel Mare
Mi Ritrovo Al Mio Posto E Devo A Tè Quello Che Sono E Alle Luci Di Un
Tramonto Sopra Piazza Del Duomo

Sei Troppo Bella Per Dirti Addio Tu Chiami E Poi Noi Tutti Ubbidiamo E Tra
Chi Nomina Il Tuo Nome Invano Ci Sono Anch’io Milano Milano Nel Tuo Veleno
Che Noi Respiriamo Ci Sono Anch’io Milano Milano Tra La Ringhiera E Il Sogno
Americano Ci Sono Anch’io Milano Milano.

 

Non è il caso fare di tutta l’erba un fascio…E non è solo la “Stampa comunista, rossa e bolscevica” (ovviamente non sono parole mie…) ad ammetterlo…Menomale che anche in alcuni giornalisti di orientamento centro-destra rimane un po’ di buonsenso…Noi che c’eravamo sappiamo la verità…E sappiamo che Indignati non è sinonimo di teppisti violenti ma di gente che vuole esprimere pacificamente il proprio dissenso verso una politica mondiale ed un sistema economico che fanno acqua da tutte le parti…Forse siamo idealisti ma ci tentiamo ancora…

Da IL GIORNALE, 16 ottobre 2011

di Enrico Silvestri

È bastato un rapido tam tam in rete e tutti quelli che non avevano potuto andare a «indignarsi» a Roma, si sono ritrovati in piazza Affari. Un migliaio di persone che hanno poi dato vita a un breve corteo fino al Duomo, previo «sit-in» in Cordusio per bloccare il traffico, dove sono rimasti fino all’imbrunire ma senza incidenti, provocazioni, edifici imbrattati e lanci di oggetti verso la polizia. Niente a che vedere a quello che è successo l’altro giorno in città ma soprattutto ieri a Roma.
Una manifestazione nata con un semplice e quasi sommesso avviso sui siti antagonisti «Milano, ore 15 piazza Affari spontaneo assembramento ciclico» nel senso di bicicletta. E difatti verso le 3 del pomeriggio davanti a palazzo Mezzanotte si sono ritrovati in trenta, per lo più adulti. Nessuna divisa, solo Digos e Nucleo informativo dei carabinieri a tenerli d’occhio. E con il passare dei minuti, il numero ha preso a salire. Prima delle 15.30 erano già 150. Mentre in rete, su Faceboook e Twitter, iniziava il tam tam di richiamo. A cui inaspettatamente rispondevano in molti. Anche perché, contemporaneamente, in Duomo iniziavano a radunarsi altre decine di «indignados».
Un breve conciliabolo tra i due tronconi, poi il gruppo del Duomo decideva di marciare su piazza Affari. Dove continuano a convergere altre persone, a piedi o in bicicletta. E già verso le 16, davanti alla Borsa il manifestanti erano saliti a un migliaio. Tenuti d’occhio da un esiguo cordone di agenti, molti tirati fuori all’ultimo momento dai commissariati. Anche perché la protesta procedeva in maniera assai pacifica, senza momenti di particolare tensione. Solo slogan del tipo «Noi la crisi non la paghiamo» e improvvisati balletti attorno al «ditone» di Cattelan. A questo punto la piazza era ormai piena di una folla quanto mai eterogenea: molti adolescenti, ragazzi, studenti medi e universitari e, prima novità, signori e signore con i capelli pepe e sale. Tutti scesi in piazza, seconda novità, senza ordini né capi, ma decisamente in modo spontaneo. Tanto che solo all’ultimo momento qualcuno si è autoproclamato leader e ha iniziato a trattare un corteo con le forze dell’ordine.
Un breve conciliabolo concluso verso le 17 quando il serpentone ha iniziato a marciare verso il Duomo. Con una tappa intermedia a Cordusio, dove alcune centinaia di ragazzi si sono seduti a terra facendo impazzire il traffico. Solo una pausa, poi il corteo ha ripreso a marciare per sfociare sul sagrato della cattedrale per un secondo sit-in. Qualche minuto ancora, quindi in molti hanno iniziato a sfollare eccetto un gruppo di circa 400 «irriducili» rimasti a sfidare la temperatura autunnale. Solo all’imbrunire gli ultimi manifestanti hanno «mollato», concludendo una protesta una volta tanto pacifica, senza tensioni, insulti e lanci di pietre e bottiglie contro le forze dell’ordine.

Ecco un elenco di alcuni personaggi abbastanza celebri con disturbi di personalità…Potremmo applicare vari criteri per cercare di capire cosa li ha portati ad esserlo: la predisposizione genetica, lo stress, l’eccessiva sensibilità, l’uso di droghe, traumi o perdite di vario tipo… O semplicemente, per i più esoterici, l’influenza astrale e della numerologia…Non lo sapremo mai con decisiva certezza…

Per comodità (ma anche per deformazione professionale, che mi porta alla correttezza filologica), e per chi credesse alle teorie astrali e numerologiche, riporterò, oltre ai nomi dei personaggi, anche le date di nascita e, dove ci sono, quelle di morte…Cosicché, in caso qualcuno voglia farsi delle paraseghe astrologiche o di numerologia possa sbizzarrirsi…So che i personaggi magari non ci azzeccano nulla l’uno con l’altro, ma sono accomunati dalla loro grande popolarità…E dal Disturbo Borderline…

– Angelina Jolie (Los Angeles, 4/6/1975, Gemelli), Borderline

 

 

– Kurt Cobain (Aberdeen, 20 febbraio 1967Seattle, 5 aprile 1994, Pesci), Borderline

 

– Jim Morrison  (Melbourne, Florida, 8 dicembre 1943Parigi, 3 luglio 1971, Sagittario), Borderline

 

Klaus Kinski (Sopot, Polonia, 8 ottobre 1926 – Lagunitas, California, USA, 23 novembre 1991, Bilancia), Borderline e Disturbo Narcisistico di Personalità

 

Diana Spencer, conosciuta anche come Lady D (Sandringham, 1º luglio 1961Parigi, 31 agosto 1997, Cancro), Borderline

 

Marilyn Monroe (Los Angeles, 1º giugno 1926Los Angeles, 5 agosto 1962, Gemelli) Borderline

 

– James Dean (Marion, 8 febbraio 1931Cholame, 30 settembre 1955, Acquario ), Borderline

 

 

 

 

 

 

Ecco un omaggio al Blues, la Musica che mi sta facendo rinascere…

Il Blues intorno a me…”Questa è una storia blues. Il Blues è una musica semplice ed io sono un uomo semplice. Il Blues non è una scienza, non può essere analizzato come la matematica. Il Blues è un mistero, ed i misteri non sono mai semplici come sembrano” (B.B. King)

David Ritz, già scrittore e collaboratore di famose biografie come quelle su Marvin Gaye, Ray Charles e Etta James, segue per più di un anno la B.B.King’s Band nei suoi tour. B.B. King dedica parte del suo tempo allo scrittore, conversando sulla propria vita e dai racconti che riempiono i lunghi pomeriggi dedicati agli spostamenti da una città all’altra, dove il celebre bluesman si esibisce la sera, viene estratto questo appassionante libro. Questa autobiografia non è solamente una descrizione della vita di un grande musicista, ma una serie di ricordi del cuore di un uomo, le cui vicissitudini hanno ruotato, nel bene e nel male, costantemente per ormai 78 anni attorno al blues. B.B. King si è messo sulla strada nel 1951, e da allora non si è più fermato. Vivere di musica ha un suo prezzo, a volte anche molto caro, e B (è così che lo chiamano gli amici) per cantare il suo blues ha dovuto sacrificare gran parte dei suoi affetti, affrontare momenti difficili, ma in suo aiuto c’è sempre stato l’amore per la musica e per la sua chitarra, “mi piace considerare la mia chitarra come una donna, per rilassarmi, mi siedo assieme a Lucille, la prendo tra le mie braccia e aspetto finché un’allegra combinazione di note non esce dalla sua bocca e mi fa sentire un gran calore dentro”. 

Il blues non richiede grande tecnica esecutiva e neppure un egocentrico sex-appeal tipico di altri generi musicali, ma pretende solo tantissima sincerità, perché mette a nudo la propria anima per comunicare emozioni a chi ascolta ed è così che B.B. King parla di sé in questo libro: non ci sono trucchi, non c’è un personaggio da recitare o un mito da celebrare, bensì ricordi di un’infanzia finita troppo presto, la sopravvivenza nelle piantagioni di un Sud spietatamente segregazionista, un amore viscerale per sua madre e per tutte le donne della sua vita.Il racconto non segue sempre un ordine cronologico, ma rimbalza da un emozione all’altra; sentimenti rimasti evidentemente indelebili nella memoria di B.B. King, in altre parole è il cuore (così come nella sua musica) che ha la meglio nel guidare il nostro eroe nel ricordo dei momenti più significativi della sua vita. E’ su questa sottile linea rossa che racconta le proprie avventure a volte con amarezza, a volte con incredibile dolcezza, ma sempre con una disarmante voglia di andare avanti, di superare le avversità guardando al futuro, di sorridere con dignità alla vita, sia nella cattiva che nella buona sorte osservando il mondo sempre attraverso gli occhi di quel semplice ragazzotto di campagna, orgoglioso di andare a guidare per tutto il giorno il trattore nei candidi campi di cotone del Mississipi.

Se si sta cercando di capire cos’è il blues, non solo come genere musicale, ma anche come modo di vivere, nella ricerca dell’essenziale, della semplicità, dell’emozione profonda dell’animo umano, chi meglio di colui che ha contribuito più di tutti a far conoscere al mondo questo affascinante universo musicale, può raccontarci attraverso la sua vita di che cosa stiamo parlando. “Considero ogni concerto come una specie di test, voglio che il pubblico si senta  a casa propria; però, posso far sentire al pubblico che siamo tutti parte di una stessa famiglia? Posso far capire al pubblico quanto amo il blues? Posso fargli capire che il blues ama il proprio pubblico? Se la risposta è sì, ho fatto il mio lavoro; altrimenti, la sera dopo ci riprovo, magari sforzandomi un po’ di più”.

Una chitarra come una donna, da coccolare, vezzeggiare, rispettare, amare. Perché è una compagna di vita, una presenza più che uno strumento, qualcosa a cui aggrapparsi nei momenti difficili. BB King, re del blues, nella sua lunga vita ("è sulla strada dal 1958 e non ha ancora smesso" avverte il risvolto di copertina) è stato forse più fedele alla sua chitarra Lucille che alle proprie donne. E lo ammette senza riserve, in questa autobiografia sincera, raccontata con linguaggio semplice e diretto, che a tratti sembra un romanzo di Faulkner o Caldwell. Si comincia nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti, a Indianola, Mississippi dove scoppia la "vocazione" di BB (per gli amici solo B): "ruppi un trattore e allora capii che non era quello il mio lavoro", per passare attraverso gli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, Ottanta e Novanta. BB King ha rappresentato una straordinaria continuità del blues attraverso gli anni, riuscendo quasi sempre a conquistarsi il rispetto e l'ammirazione delle nuove generazioni di turno, ha vissuto le ondate del rock'n'roll, del soul, del beat, della musica psichedelica, del punk, del grunge e oggi della techno senza farsi mai travolgere, rimanendo fedele alla propria musica, anche se è stato spesso accusato dai puristi di annacquare il blues e dai progressisti del momento di essere solo un vecchio in ritardo sui tempi. E allora, come ha fatto a suonare con gente di estrazione diversa come Frank Sinatra, John Fogerty, Jeff Beck, Eric Clapton, i Crusaders, gli U2 (che lo hanno rivelato ai giovani dei tardi anni Ottanta con la sua splendida partecipazione a Rattle and Hum)?. Forse questo libro può aiutare a risolvere il dilemma.

Tratte da “Il Blues intorno a Me” L’ Autobiografia di B.B. King.
1-Miles Davis su B.B.:
“Ah, quel gran pezzo di m***a di B.B. King, quello sì che è in gamba.
Quel negraccio lo sa suonare per davvero, il Blues.”
2-Miles Davis aveva chiesto a Coltrane di abbreviare gli assolo, lui gli aveva risposto:
“Ci ho provato, ma continuano a venirmi in mente delle idee, e non so come fare per fermarmi.”
Al che Miles gli aveva detto:
“Perchè non provi a toglierti quel c***o di sassofono dalla bocca?

“Perhaps on some quiet night the tremor of far-off drums, sinking, swelling, a
tremor vast, faint; a sound weird, appealing, suggestive, and wild.”
Joseph Conrad, Heart Of Darkness.

1.1. LE FONTI DEL BLUES (Ps: Grazie Goio!!! Gran bella tesi!!!
Alcune delle affermazioni più interessanti al riguardo delle origini del blues provengono dai
rappresentanti della scena del blues che ebbero modo di illustrare non solo con la musica, ma
anche con preziose interviste, la loro opinione su che cosa sia il blues e da dove venga. E
sono proprio questi uomini e queste donne che il blues l’hanno vissuto e ne sono stati
protagonisti a venire incontro all’obbiettivo principale di questa tesi, dal momento che le loro
parole contengono in modo evidente e, possiamo dire, prepotente, quella appartenenza alla
terra che, del blues è probabilmente la componente più significativa e caratterizzante. Le
parole secche e semplici di questa gente costituiscono la testimonianza più interessante perché
rifuggono da facili tentazioni retoriche di cui spesso il blues è vittima (soprattutto fuori dagli
USA16) e vanno dritte al cuore del problema. A proposito delle origini musicali del blues e del
jazz esiste già una ricca bibliografia tecnica. Saranno qui riassunte le componenti principali
che contribuirono alla costituzione di un genere più o meno ben definito, chiamato blues.
Il blues come genere musicale a se stante nasce e si forma come unione e commistione di più
componenti nel corso di un periodo che va grossomodo dalla metà del XIX secolo fino agli
16 Almeno in Italia, dal momento che la cultura del blues, è un dato di fatto, non la si possiede, si cerca
spesso di ricostruirla in modo fittizio ed enfatico, facendo propri ma distorcendoli, quegli elementi reali e
costitutivi del blues stesso che troviamo nelle canzoni e nelle parole dei bluesmen. In altri termini ciò che
c’è di vero nel blues viene spesso utilizzato in modo acritico e usato con faciloneria nel tentativo costruire
un’identità che non si possiede e non si possiederà mai, con il risultato che nella scena blues nazionale si
assiste spesso ad una retorica che nasce appunto dallo sforzo per calarsi in un mondo che non può per sua
natura appartenerci. Le parole dei bluesmen vengono, anche se spesso in buona fede, spesso travisate e
decontestualizzate con il risultato di apporre al blues una maschera che non è sua. Si assiste a uno sforzo
continuo e snervante di arrivare al blues. Aveva visto bene Bob Dylan quando ebbe a dire, con un’ironia che
andava al nocciolo della questione, che le nuove generazioni (allora degli anni ’60) bianche cercavano di
immergersi nel blues, laddove i neri del Sud cercavano di scapparne (citato in MONGE L., I Got The Blues,
Arcana, Milano, 2008, p. 259). Il nero cerca di fuggire da una realtà, che è anche geografica, in cui è,
semplicemente, nato per accidente. L’appartenenza ad una realtà territoriale ben definita non è esportabile se
non a fatica e mai con i risultati desiderati: ancora oggi il blues continua ad appartenere ed ad essere
inscindibilmente legato a quella realtà e non ad un’altra. Lo scopo di questa tesi è anche ripulire il blues
della sua veste più romanticizzata ma che alla fine non gli appartiene, per giungere a osservarne e
considerarne l’armatura costitutiva e ritrovarne almeno in parte la vera natura e, nella fattispecie, la sua
natura di stampo marcatamente territoriale.
11
albori di quello scorso17, e spesso è difficile anche valutare quanto e in che misura una di
queste componenti sia responsabile del risultato finale.
Ciò che interessa maggiormente sono quelle composizioni direttamente legate al lavoro, e cioè
quell’insieme complesso, magmatico ma al tempo stesso ben definito di musiche e canti
(perché tecnicamente di canti si tratta) che prendono il nome generico work songs, hollers e
richiami. Si tratta di musiche che, a seconda della situazione, contribuivano ad accompagnare
il lavoro individuale nei campi piuttosto che nei cantieri ferroviari o nelle work-gangs, canti
che erano profondamente radicati con il tipo di lavoro e col territorio, sia naturale che
antropizzato. Questi canti o modulazioni vocali, sebbene riuniti sotto la generica
denominazione di “richiami” sono in realtà vari e diversi tra di loro e sono stati distinti in
precise tipologie. Abbiamo quindi la seguente suddivisione:
a) hollers, arwhoolie, che erano canti di lavoro individuali;
b) calls, ovverosia richiami veri e propri che dovendo trasmettere un significato erano
caratterizzati da una particolare cura nella modulazione; nei calls è compreso l’uso
dell’abbellimento noto come yodel;
c) cries, analoghi ai calls per la loro funzione comunicativa;
d) altre modulazioni riunite sotto i nomi i yells, groans, moans che, a seconda dei nomi,
esprimevano un diverso stato d’animo;
e) distinti e caratterizzati da una funzione specifica è la work-song.
La work song è tra le più antiche forme di canto in quanto, a differenza ad esempio degli
hollers, risalgono ai tempi della schiavitù, quando sussistevano le squadre di lavoro (work
gangs), sparite dopo l’emancipazione. Questa rese obsolete le grandi piantagioni di stampo
schiavista e la proprietà venne frammentata. La diretta conseguenza in senso musicale fu la
scomparsa della work-song a favore dei suddetti canti individuali, soprattutto gli hollers, che
meglio si confacevano alla nuova condizione. Naturalmente non è tutto così schematico e i
diversi tipi di canti dovettero sopravvivere spesso insieme, soprattutto i richiami veri e propri
che aveano un duplice ruolo: in primo luogo quello di tranquillizzare il sorvegliante sulla
propria presenza; dall’altro lato il call conteneva sovente modulazioni tali che lo rendeva un
vero e proprio messaggio in codice. Il grido, a seconda delle modulazioni, cambiava il
17 Vedi “tabella 1”
12
significato. Questo è un retaggio che si è soliti ricondurre all’Africa e ai cosiddetti linguaggi
tonali18, uniti all’uso della comunicazione a distanza tramite l’uso dei tamburi. In altre parole,
il call riprendeva da un lato il canto di lavoro che era già diffuso in Africa, e dall’altro aveva
subito una metamorfosi e si era adattato, data la mancanza di percussioni, a svolgere il ruolo
di queste ultime e di conseguenza si era alzato anche di volume. Quindi ciò che il sorvegliante
di turno accettava ed anzi incoraggiava era in realtà un arma a doppio taglio, perché un
messaggio lanciato da uno schiavo poteva essere ripetuto e diffuso per chilometri e chilometri:
e i messaggi erano suscettibili di occultare incitamenti alla fuga o alla rivolta.
Risulta chiaro come la work-song sia sopravvissuta solo in ambito carcerario, dove
continuava a sussistere il lavoro di gruppo nel campo dei lavori forzati: le testimonianze
registrate in tale senso sono per fortuna numerosissime e costituiscono una documentazione di
estremo interesse in quanto ci permettono di valutare, anche se con una certa approssimazione,
la caratteristica di una vecchia work-song di periodo antecedente alla Guerra Civile.
Nel blues, tutti questi elementi confluirono prepotentemente, andando a formarne il
linguaggio e gli stilemi nei quali è facilissimo trovare la traccia, rimasta viva ed evidente,
degli antichi richiami e canti di lavoro. Due testimonianze, entrambe provenienti dal Delta,
sono assai significative per i fatto che una si riferisce ai cosiddetti hollers, mentre la seconda,
anche se non le cita esplicitamente, si riferisce in modo evidente ai calls.
E’ il chitarrista e cantante David “Honeyboy” Edwards, nato a Shaw, nel cuore del Delta sulla
Highway 61, a parlare degli hollers legandoli alle origini del blues:
“Blues came from holler songs. People used to work in the fields, and they worked from
slavery, and they’d work all day long, and they didn’t have nothing to do because they was
tired and everything, and somebody came along and they started singing a song. They
started singing the songs, and they are called the holler songs. In the ’20s, Ma Rainey and
Bessie Smith adn ida Cox and all of those back in the ’20s, they started playing it and
named it the blues. But before the it was holler songs.”19
18 Per i linguaggi tonali e la ritmica dell’Africa Subsahariana, cfr. CERCHIARI L., Il jazz, Bompiani, Milano,
1997, pp. 32-54.
19 DUNAS J., State of the blues, Aperture Fundation, New York, 2005, p. 72.
13
Ai calls si riferisce invece Big Daddy Kinsey, nativo di Pleasant Grove, ai margini della zona
delle Hills. Il suo racconto, che affonda le radici forse nella memoria di qualche suo avo,
conferma la corrispondenza tra i calls e il periodo della schiavitù, dove invece Honeyboy
Edwards si riferiva certamente al periodo successivo in cui, come si è appena detto, queste
forme di comunicazione (e anche la work-song) non aveva più ragione di essere, cedendo
invece all’individuale holler. Il racconto di Kinsey è tuttavia ambiguo, in quanto, se da un lato
è chiaramente riferito alle grida modulate in funzione comunicativa, dall’altro però la
descrizione che ne fa assomiglia più ad una work song. Probabilmente non si tratta di un vero
e proprio errore, ma di una confusione che ha creato nella narrazione una commistione tra le
due forme di canto, nata dal fatto che anche la work-song aveva una funzione comunicativa
tramite messaggi più o meno in codice:
“Well, it goes way back. It goes way back to the slavery. Really. It was a form of getting
messages across to toher plantations – one group of slaves communicating with another
group, but without the master knowing what was going on. You know they did it in a
discreet way, when you might hear one guy, ‘I’m goin’ to leave in the morn-in. I’m gon’
leave in the morn-nn-ing.’ Then another one would say, ‘When the su-un goes down.’So, in
other words, that means when the sun go down, they gonna be gone. In other words,
escaping, you know […]”.20
C’è una terza testimonianza che non viene dal Mississippi ma è di estrema importanza in
quanto si tratta sicuramente della memoria più antica di un call ed è estendibile, a quel che si
evince leggendo la descrizione, a tutto il blues in quanto rappresenta l’embrione di alcuni
elementi costituivi della futura devil’s music. Le parole non sono di un bluesman, bensì di un
giornalista newyorchese del Daily Times, Frederick Law Olmsted, il cui racconto viene anche
riportato da Paul Oliver21 e risale al 1853, cioè a dodici anni prima dell’abolizione della
schiavitù; il suo racconto riporta ciò che vide e sentì nei pressi di un cantiere ferroviario nella
Carolina del Sud:
20 Ibid., pp. 72-73.
21 OLIVER P., The story of the blues, Barrie & Jenkins, London, 1969.
14
“I strolled off until I reached an opening in the woods, in which was a cotton-field and
some negro-cabins, and beyond it large girdled trees, among which were two negroes with
dogs, barking, yelping, hacking, shouting, and whistling, after ‘coons and ‘possums.
Returning to the rail-road, I found a comfortable, warm passenger-car, and, wrapped in
my blanket, went to sleep. At midnight I was awakened by loud laughter, and, looking out,
saw that the loading gang of negroes had made a fire, and were enjoying a right merry
repast. Suddenly, one raised such a sound as I never heard before; a long, loud, musical
shout, rising, and falling, and breaking into falsetto, his voice ringing through the woods
in the clear, frosty night air, like a bugle-call. As he finished, the melody was caught up by
another, and then, another, and then, by several in chorus. When there was silence again,
one of them cried out, as if bursting with amusement: “Did yer see de dog?–when I began
eeohing, he turn roun’ an’ look me straight into der face; ha! ha! ha!” and the whole party
broke into the loudest peals of laughter, as if it was the very best joke they had ever heard.
After a few minutes I could hear one urging the rest to come to work again, and soon he
stepped towards the cotton bales, saying, “Come, brederen, come; let’s go at it; come now,
eoho! roll away! eeoho-eeoho-weeioho-i!”–and the rest taking it up as before, in a few
moments they all had their shoulders to a bale of cotton, and were rolling it up the
embankment […]”.22
La descrizione fatta di questo canto o, meglio, di questa modulazione vocale, rimanda
direttamente a quei vocalizzi così diffusi nel blues e che li caratterizzano in modo
inequivocabile e, al tempo stesso, interessa direttamente questa ricerca in quanto collega le
origini del blues al territorio e al lavoro che in esso veniva svolto, fosse la raccolta del cotone,
l’aratura di un campo o la posa delle traversine di una linea ferroviaria. In particolare questo
canto è stato definito come “canto di riposo” e inquadrabile come “cry”23.
Risulta a questo punto chiaro come il canto derivi (semplicemente) da una mera necessità, una
necessità che nasce dal tipo di lavoro effettuato, con uno scopo che alla fine è duplice: aiutare
il lavoro quando esso necessiti di una coordinazione tra più uomini (work-songs) e, su un
piano che trascende la pratica immediata, giungere a ciò che potremmo definire una cura
22 LAW OLMSTED F., A journey in the seabord slave States, pp. 394-395. New York, 1856. La citazione qui
riportata è più ampia rispetto a quella estrapolata da Paul Oliver e fornisce una visione più ampia e
contestualizzata dell’evento in questione.
23 Cfr. POLILLO A., Il jazz, Mondadori, Milano, 1975 (nuova edizione 1997), p. 23.
15
dell’anima nel tentativo di tirare avanti in condizioni spesso durissime, che è altrettanto
importante, come possiamo capire leggendo le parole di un altro grande bluesman: Billy Boy
Arnold, che nacque a Chicago ma nel suo essere nero conosceva bene come potesse essere la
realtà del Sud, forse anche attraverso i racconti della sua gente di cui, ed è questo soprattutto
che emerge dalle sue affermazioni, sente molto forte la sua appartenenza:
“And the reason why it started in the South is because that’s where the slaves were brought
to work the fields, and that’s where they were oppressed. Now, Mississippi is noted to be
the worst Jim Crow state of them all, the most suppressed state. All the blacks were
brought to the South. They took them off the boats down South to pick the cotton and work
the fields and do the manual labor to build up the country. All blacks came from the South.
And the reason why Mississippi, it had all the plantations. That’s where they had a lot of
work, and that’s where the most supreme effort was to suppress the blacks and mistreat
them. So the blacks in Mississippi, on the plantation, you had to have the blues. In
Mississippi you are sad most of the time, because you are oppressed, not a free man,
here’s a man got control over you, telling you what to do, here’s a man who have power of
life or death over you. So you start singing the blues. See, the blues is a sort of way out.
You know what I mean? It gives you something to go on. You sing about it, and it a sort of
eases the misery of everyday’s life.”24
Ciò che da queste testimonianze (esclusa quella di Frederick Law Olmsted) emerge come
elemento fondamentale non sono solo i racconti o le riflessioni in quanto tali, bensì il fatto
stesso che il bluesman in quanto testimone percepisce proprio in quel modo la nascita del
blues.
Parlando di fonti, non è possibile non fare un accenno all’Africa. Per quanto i legami con le
terre da cui gli schiavi venivano razziati sia oggetto di diverse teorie, soprattutto riguardo alle
aree di provenienza degli schiavi, è indubbio che nel blues, oltre che nel jazz, elementi africani
siano confluiti in modo evidente. Tuttavia, oltre che sulle aree di provenienza, dubbi
sussistono anche in riferimento a elementi più tecnici, il più celebre dei quali riguarda la scala
pentatonica che, se si trova presente in certi elementi africani, è altrettanto costitutiva della
24 DUNAS J., op. cit., p. 74.
16
base di molta musica anglosassone. E’ comunque certo che, seguendo determinate linee
evolutive, mutando molto e adattandosi, l’Africa abbia portato molto di sé nella musica dei
neri d’America. L’elemento africano unito a quello bianco ha creato così alcune delle forme
musicali più originali e più influenti del XX secolo. Il blues e il jazz sono le musiche meno
occidentali che hanno influenzato più di ogni altra gli sviluppi della musica occidentale per
eccellenza: il rock e i generi che da esso derivano. Gli anelli di congiunzione tra il blues e il
rock sono molti, ma uno sopra tutti detiene l’onore di aver portato la musica nera lungo strade
completamente nuove: Elvis Presley, che trasse dal blues un genere completamente nuovo
destinato a cambiare per sempre il modo di concepire la musica25.
25 Una delle dissertazioni più complete sul rapporto tra Africa e blues si trova in KUBIK G., Africa And The
Blues, University Press Of Mississippi, Jackson MS, 1999.

1.2. DEFINIZIONE GENERALE
Il blues è una “Forma lirica musicale emersa e affermatasi tra fine Ottocento e inizio
Novecento nel Meridione afroamericano, con le sue principali aree di diffusione
originarie nel Texas, nel Mississippi, negli stati del Sudest. Spesso caratterizzato da una
strofa in 12 misure a cui si adattano tre versi poetici in rima e quasi immancabilmente in
prima persona (il primo verso generalmente ripetuto per creare tensione, attesa), il blues
– con il suo schietto immaginoso linguaggio erotico, i suoi riflessi della condizione
esistenziale nera – è stato tradotto sul pentagramma e “urbanizzato” da un compositore
come W.C. Handy negli anno ’10, e quindi registrato su disco tanto nella sua veste
rustica, genuina, che in quella elaborata, da vaudeville, durante il decennio successivo.
La struttura del blues (armonicamente sintetizzabile come I-I-I-I-IV-IV-I-I-V-IV-I-I nella
forma in 12 battute e come I-I7-IV-IVmin.-I-V-I-I in quella in 8 misure) e i suoi vari elementi
espressivi vocali e strumentali (come la “blue note”, la terza nota della scala modulata in
una chiave ambigua, intermedia tra minore e maggiore, e capace di suggerire un senso
peculiare e complesso di malinconia) hanno avuto una propria importante evoluzione
attraverso il secolo, e sono stati anche adottati ed elaborati da altri generi musicali, neri e
bianchi, dal jazz al R&R al gospel e al country.”26
Particolare attenzione va posta alla considerazione sulle modalità di espressione del bluesman
che si esprime “quasi immancabilmente in prima persona”. Questa frase è estremamente
importante perché aiuta a stabilire che cosa sia il blues nella sua vera essenza. Per una
definizione del blues, infatti, bisogna prima di tutto superare l’opinione, secondo cui si
tratterebbe di una musica “folklorica” o popolare che dir si voglia. Il dato di fatto conclusivo è
che il blues non è una musica folklorica: e anche la definizione dell’Enciclopedia, nella sua
descrizione non confina il blues in nessun involucro prestabilito e comunque non ne parla in
questo senso. Il blues non possiede nessuna veste folk nel senso stretto del termine: la
spiegazione risiede nel fatto che il bluesman, per quanto inserito nella tradizione e nella
cultura della sua gente, è e rimane un autore che prende e attinge anche dal folklore, ma ne
trae un’opera che è del tutto originale e, soprattutto, personale. Poco conta se in tanti blues,
ascoltando i testi, sentiamo versi ripetuti e riutilizzati che potrebbero dare l’impressione di un
26 AA. VV., Enciclopedia del blues e della musica nera, Arcana Edizioni, Milano 1994, p. 891.
19
corpus poetico limitato e monotono. Questo è un aspetto che non incide sulla natura personale
della composizione poetico-musicale. Il bluesman usa questo materiale per raccontare
qualcosa che riguarda lui: la sua è un’esperienza personale. Per cui il blues è definibile senza
alcun dubbio come “musica d’autore”. Anche un autore “sintetico” e “catalizzatore” come
Robert Johnson, che sfruttò e saccheggiò un patrimonio già esistente, lo rielaborò e lo ricreò
verso una sua originale poetica.27
Al tempo stesso, però, il bluesman è uomo della propria gente, che vive accanto ad essa, e del
proprio mondo vive tutti gli aspetti che conosce profondamente. Egli è paragonabile, senza
troppe forzature, ad un cantastorie che riutilizza la tradizione. E in questo senso vive
comunque la realtà del territorio in cui risiede e di cui fa parte. In altri termini, il bluesmancantastorie
è un autore che ri-crea dalla tradizione e nella tradizione è immerso. Egli è uomo
del proprio tempo e della propria terra:
“Si è detto anche ‘Il blues è una lamentazione.’ Forse. Ma una lamentazione molto ben
recepita da chi l’ascoltava, perché il cantore viveva di fatto nello stesso modo
dell’ascoltatore, con le sue tribolazioni, con la sua stessa impotenza contro le ingiustizie e
contro le calamità della natura.”28
In questo ambito, esiste un pezzo il cui testo, composto da chi, probabilmente più di altri,
seppe usare la tradizione e trasportarla nel proprio vissuto, creando qualcosa che era
tradizione e novità insieme, senza che i due aspetti si escludessero a vicenda: il brano è The
Goat29 di Rice Miller (Sonny Boy Williamson II), le cui parole sono proposte qui di seguito
per intero:
There was an animal called a goat, he butted his way out of the Supreme Court
Said, “Let him go”
Yeah, said, “Let him go, because he butt so hard till you can’t use him in our court no
more”
27 Per la presenza della tradizione in Robert Johnson, vedere MONGE L., Robert Johnson, I Got The Blues,
Arcana, Milano, 2008, passim.
28 RONCAGLIAG. C., Il jazz e il suo mondo, Einaudi, Torino, 1998, p. 66.
29 The Very Best Of Sonny Boy Williamson, Charlie Records, CD1.
20
Judge give him five hours to get out of town, he got five miles down the road and
committed another crime
That’s when the high sheriff happened to be coming along, and caught the billy goat
eating up an old farmer’s corn
High sheriff taken the billy goat to the county jail, but the desk sergeant can’t said that “I’ll
go his bail, let him go”
A medicine doctor bought the billy goat, had a great big stage show
The billy goat got mad and butt him right down in the lonesome floor
So let him go, please, please, let him go, because he butt so hard till I can’t use him in our
court no more
Ooh
Questo testo straordinario è interessante perché altro non è che la trasposizione ai tempi in cui
la canzone venne composta (anni ’50) di una tradizione a cui appartiene un lunga teoria di
racconti e canzoni afroamericani sugli animali30: si tratta di testi allegorici in cui l’animale in
questione è simbolo della strenua resistenza contro la cattiveria o la stupidità umana, con
chiaro riferimento al rapporto tra il nero che resiste e il bianco ottuso che si ostina nel suo
tentativo di sottometterlo. Canti che rientrano in questa tipologia sono: The Grey Goose31,
30 “Gli animali rappresentano un elemento fondamentale della favolistica africana ed afroamericana, nelle
storie che riguardano ad esempio Fratel Coniglio, la Rana, Sorella Volpe, Fratello Procione, ecc. Gli animali
dei racconti afro-americani sono i discendenti diretti degli animali mitici delle fiabe africane, protagonisti di
miti eziologici e figure familiari alla vita quotidiana.” (Slave Songs Of The United States, L’Epos, Palermo
2004, p. 281. Edizione originale, Simpson, New York, 1867).
Venturini (op. cit. p.64), con respiro più ampio, in riferimento ai canti sugli animali nota: “Un elemento
tipicamente afroamericano e comune alla ballata come alla worksong, al blues e agli spirituals, è
l’allentamento dei nessi logici delle strofe. Mentre le canzoni narrative anglosassoni raccontano un
fato di cronaca, servendosi di uno sviluppo consequenziale dei fatti, nela negro-ballad la logica con
cui la rappresentazione si aggroviglia a rappresentazioni di vario genere, a punti di vista e a commenti
personali, a interiezioni e a una serie di frammenti provenienti da altri brani folklorici, si rivela
talvolta inestricabile.” Per questa tematica, che coinvolge la produzione musicale dei neri d’America nella
sua interezza cfr. anche nota 110.
31 The Grey Goose è il racconto paradossale di un oca che viene cacciata ma ci mette sei settimane a cadere
e i cacciatori impiegano altrettanto a trovarla. Sei settimane ci mettono a spennarla e ci mette sei mesi a
bollire. Forchette e coltelli si infrangono sulla sua carne e, gettata a i maiali, spacca la mascella della scrofa
per poi rompere i denti di una sega. Alla fine l’oca viene vista volare starnazzando seguita da una lunga fila
di ochette. (in ROFFENI A. (a cura di), Blues, ballate e canti di lavoro afroamericani, Newton Compton
Editori, Roma, 1976., p. 58-59 e relativa nota a p. 268).
21
Grizzly Bear32, Bool Weevil33 Blues, Shake It Mister Gator34 o Rabbit In The Garden35.
Tranne nel caso di Grizzly Bear, tutti gli altri animali sono la rappresentazione del nero che
sfugge, nonostante gli sforzi, alla cieca violenza dell’uomo bianco.
Così, in The Goat, Rice Miller utilizza il black lore per dipingere una situazione dei propri
tempi e rappresenta con tutte le probabilità se stesso (“Goat” era infatti anche un suo
soprannome derivato dalla barba a punta che era solito portare sul mento) in quanto uomo
spesso in lotta con la legge e che qui, quasi in virtù di un potere soprannaturale e magico, è
impossibile trattenere e imprigionare contro la sua volontà.
L’interesse in questo tipo di definizione del blues risiede nel fatto che la creatività personale,
che non muta in questa sua intrinseca natura, si innesta, senza contraddizione ma anzi, in
piena complementarietà, nel territorio in cui il bluesman risiede; territorio da cui egli non può
prescindere e che è fonte della sua creatività.
E’ anche ipotizzabile per la prima volta un legame tra il blues come musica d’autore e il
territorio come luogo di viaggio e di mobilità, tutte cose che, come vedremo, caratterizzano
profondamente il blues: questo legame si può congetturare sulla base del fatto che, finita
l’epoca della schiavitù, il nero si è trovato libero e al tempo stesso soggetto individuale, in
continuo, perpetuo movimento alla ricerca costante di un luogo migliore o semplicemente di
un lavoro. Ora, è plausibile ritenere che proprio questo cambiamento di status (da massa a
individuo, da schiavo a contadino, almeno formalmente, libero) sia l’input e la causa che ha
stimolato naturalmente l’istinto a creare una musica e un canto che fosse rivolto al privato.
Non a caso lo sviluppo e la nascita del blues propriamente detto prende le mosse a cominciare
32 Questo canto, pur rientrando nella casistica dei racconti che hanno gli animali come protagonisti, è diverso
dagli altri in quanto il grizzly è immagine dell’uomo bianco con la sua violenza cieca e ottusa.
33 Probabilmente il più famoso di questi canti, fu eseguito in numerosissime versioni che però concordano
nella sostanza: il bool weevil era l’insetto parassita del cotone, chiara allegoria del nero che prende la sua
rivincita contro il farmer bianco. Il bool weevil (“antonomo del cotone”) fu responsabile, sul declinare
dell’800, della distruzione di numerose piantagioni in tutto il Sud. (cfr. VENTURINI F., op. cit. p. 66).
34 Canto in cui il forzato cerca di fuggire dalla prigionia. Il ritornello recita: “Won’t you shake it Mr. Gator,
doggone your soul, / Won’t you shake it Mr. Gator, to your muddy hole.” (in ROFFENI A., Blues, ballate e
canti di lavoro afroamericani, op. cit., pp. 96-98).
35 Affine a The Grey Goose, il canto sintetizzabile così: il cane non riesce a prendere il coniglio, il fucile
non riesce a colpirlo, la mamma non riesce a spellarlo, il cuoco non riesce a cucinarlo e la gente non lo
riesce a mangiare (vedi VENTURINI F., op. cit. pp. 65-66).
22
dal periodo successivo all’abolizione della schiavitù (1865) e con il periodo post-bellico della
ricostruzione.
23
1.3. LE TESTIMONIANZE
Per definire il blues in relazione al territorio, uno strumento utile è fare ricorso alle
testimonianze dirette di bluesmen che parlano del duro lavoro dei neri nei campi, fatto risalire
addirittura ai tempi della schiavitù, vista spesso dai musicisti neri come il punto di partenza da
cui tutto ebbe origine36: qui sono raccolte sei testimonianze (di cui cinque di musicisti nati e
cresciuti nel Delta). La prima è di Bukka White, celebre chitarrista e cantante di Aberdeen,
Mississippi:
“Il blues viene dal culo del mulo. Oggi puoi avere i blues anche seduto al ristorante o in
un hotel, ma il blues è nato camminando dietro a un mulo, ai tempi della schiavitù.37”
La seconda testimonianza è quella del violinista James Butch Cage:
“Il blues risale ai tempi della schiavitù. Quando eravamo schiavi mangiavamo ossa e
cotenna di maiale: la carne andava ai bianchi. Erano tempi duri; ci si faceva sopra delle
canzoni per consolarsi, ma la vita era un inferno.38”
La terza, di Son House, dipinge un’immagine più legata ai tempi contemporanei alla sua
giovinezza, e comunque si nota come il tipo di descrizione sia analoga alle due precedenti:
“Quando ero un ragazzo si cantava nei campi, ma non erano vere canzoni, erano lamenti.
Poi abbiamo iniziato a cantare la nostra vita quotidiana e credo che sia nato il blues.39”
36 Queste testimonianze non si basano certamente su argomenti scientifici e storicamente provati, ma sono
comunque significative in quanto rappresentative del modo in cui i neri percepivano il blues e il suo legame
con la terra. L’inizio della schiavitù è naturalmente visto come l’anno zero della loro storia, almeno
musicale, anche se sappiamo che il periodo schiavista e anche quello immediatamente successivo non
conosceva il blues in quanto tale. Su questa percezione, anche il chitarrista, armonicista e cantante J.D.
Short afferma in un intervista (The Sonet Blues Story – J.D. Short – A Last Legacy Of The Blues From a
Pioneer Blues Singer, 1962) che il blues proviene dai canti degli schiavi.
37 MARINI S., Il colore del blues? Black & White, Luna Nera, Ranfusina, Varzi (PV), p. 7.
38 Ibid., p. 8.
39 Ibid., p. 9.
24
Uscendo temporaneamente dal Delta, di seguito sono riportate le parole dell’armonicista
Sonny Terry40, che riporta direttamente a ciò che afferma Butch Cage:
“Il blues è nato nei campi di cotone dove si lavorava duro e il padrone non pagava. Così
si cantava: ‘Ohhh, uno di questi giorni lascerò questo posto per non tornare mai più,
ohhh yeah!’. Era un modo per alimentare la speranza.41”
Interessante a proposito un’intervista a Willie Foster, armonicista del Delta, scomparso nel
2001 e che fu quindi uno degli ultimi testimoni del mondo musicale di quella regione e che
incise quattro dischi già in età avanzata. Foster ci parla della sua infanzia e ci fornisce un’idea
di cosa fosse, anche per un bambino, il Delta delle piantagioni nella prima metà del secolo
scorso:
“Well, now, I was born in 1921 about 4 miles east of Leland, Mississippi. My mother was
pickin’ cotton when I was born. I kept on a goin’ till I was 6 or 7 years old. I went to work
when I was eight years old. I was making thirty cents a day from sunup ‘till sundown. My
daddy used to tell me, “Pick fifty pounds of cotton and I’ll let you go play” and I learned
how to pick and I picked it about three o’ clock and he say, “I believe I want you to pick
about 75 pounds”, and so I went to pickin’ that about three o’ clock and he’d say, “Well
you goin’ to play too early so you pick me 100 pounds42”.
La citazione che segue è tratta dall’intervista fatta nel 2007 da due studenti della Delta State
University di Cleveland, Mississippi, a uno dei protagonisti del Delta Blues: John Nolden,
armonicista nero di Renova, un sobborgo di Cleveland, tutt’oggi attivo sulla scena blues: (una
delle sue performance più recenti risale al giugno del 2008 in occasione della nona edizione
dell’Highway 61 Blues Festival di Leland, Mississippi). La testimonianza di Nolden è
interessante perché parte descrivendo la propria infanzia per arrivare ad una definizione del
blues secondo il suo punto di vista. E’, in un certo senso, il sunto delle precedenti anche se si
40 Sonny Terry, autentica icona del blues che seppe proseguire la propria carriera, anche fuori dagli U.S.A.,
fino alla sua morte nel 1984, nacque a Greensboro, nel North Carolina.
41 MARINI, S., op. cit., p. 9.
42 Note di copertina a I Found Joy, Palindrome Records.
25
discosta leggermente dalla classica affermazione di derivazione del blues direttamente dal
lavoro dei campi. E vale la pena citarla per intero:
“Well, I come up kinda … well, it was all right, but I had to work all the time, you know,
something you ain’t never seen. I used to plow on mules, and you know I couldn’t go to
school much so I didn’t get no good learning, sure didn’t. No, I had, got to try in that
muddy water, lining up mules. … One time after we go to the woods and hauled wood, cut
trees down … y’all might have heard (inaudible) tell something like that, but I know you
don’t know nothing ‘bout that, but back in that time people would take a crosscut saw, two
men, pulling, and you cut your own winter wood. I was on a farm, and it didn’t have this
geared stuff like we got now, not out in the rural area. You had to take a hack saw or
sledge hammer, go out and cut the wood, take away the mule, haul it back to the house.
And, uh, you had your winter supply right there in your yard. That’s kind of a rough way
but it work. […]
I was, used to, be around with B.B. King over in that area, over in Sunflower County. And,
his name was Riley King, and we had gospel groups. He had the St. John’s Gospel
Singers, I had my four brothers, called the Four Nolden brothers. We broadcast WGRM,
oh about, in the same times. He would come on, we would come on a little earlier than he
would. He would come on, he had the St. John Gospel Singers, he would come on, about,
well, one o’clock and they, we come around 9:00, 9:30, back then, but we broadcast. I had
four brothers and he had … I don’t know who he had. I know he had the St. John Gospel
Singers. […]
I wouldn’t have fooled with no Blues, but I got hurt one day. I had a, I should not go into
this but I got to tell you. A lady I thought so much of, she went away and left, and I ain’t
got straight yet. That’s a long time ago (laughs) and I don’t think I’ll never get it right …
well, the lady caught me good, you know. I just went off into it, sittin’ there, you know. I
couldn’t stay out of it. Well, when you get worried—now, let’s, let’s make a long story
short. Some way, you’re gonna make a move one way or the other. Am I right? And so
that’s what got me really started, kept on doing it. I used to be a church man, used to be
going to church every Sunday. But I’m gonna tell you something. I don’t want to talk too
much but you know, when you get hurt it don’t help you to go to church with it. It be, you
26
be hurting and don’t care where you go. Folks say, “Oh, you’ll be all right.” I don’t know.
You don’t get all right like that. It takes a little time … a long time (laughs). […]
Well, I think Blues means you don’t got a word for it. You got someone you care about and
they left you, them’s the Blues in my mind, you know, cause you can’t get at it hard
enough. It’s so hard to get out. The first thing you … you go to sleep and it ain’t gonna
help you none cause you, all you’re gonna do is lay there … thinking a long time. You
hurt, and uh, you want to see somebody you can’t find, the Blues (laughs). I ain’t got the
good long talk too properly but you know but I’m telling you the way I feel. Expressions,
that’s the way I feel.”43
Il discorso di Nolden è più articolato rispetto alle testimonianze precedenti e le sue parole sono
sensibilmente differenti da quelle dei musicisti precedenti, che fanno un collegamento diretto
tra vita dei campi (prima degli schiavi e poi dei sharecroppers) e la nascita del blues. Ma ciò
non muta il quadro ed è anzi, se si legge bene tra le righe, una conferma del legame tra musica
e luoghi di nascita dei bluesmen: nel senso che Nolden non sente nemmeno il bisogno di dire
ciò che è quasi ovvio, vale a dire che la musica che ha cominciato a suonare deriva per forza
di cose da lì e da quella vita, e non potrebbe essere diversamente.
43 Da http://www.birthplaceoftheblues.com
27
1.4 ASPETTI MUSICALI
Il blues è codificato per lo più in due categorie o, meglio, due schemi metrici standard: quello
a dodici e quello a otto battute.
Prendendo ad esempio in considerazione la struttura a dodici battute44, che è poi la forma più
comune e usata, essa si sviluppa secondo una struttura tripartita: c’è il primo verso che dura
per le prime quattro battute. Questo viene ripetuto, uguale o quasi (su un accordo diverso)
nelle battute dalla cinque alla otto, con la funzione di ribadire accentuando ciò che è stato
appena esposto; e infine il terzo verso scioglie, su un altro accordo ancora, la tensione creata
dai primi due. Il cerchio si chiude sulla dodicesima battuta per poi ricominciare da capo.
Il terzo verso è molto importante perché, come la musica, dal punto di vista armonico,
completa il giro, così le parole che si snodano nelle ultime quattro battute sono una
conclusione di ciò che i primi due versi hanno esposto come tensione sospesa. In altre parole, i
primi due versi preparano un discorso che il terzo risolve.
Un pezzo esemplificativo è Jinx Blues n.1, una celeberrima creazione di uno dei padri del
Delta blues, Eddie James “Son” House:
Well, I got up this morning jinx45 all ‘round, jinx all ‘round, ‘round
[my bed,
I said, I got up his morning with the jinx all ‘round my bed,
You know I thought about you now I’d like to kill me dead.46
Come si vede chiaramente, I primi due versi propongono in maniera sostanzialmente identica
un’idea iniziale che però rimane sospesa, finché il terzo verso risolve o comunque chiude il
discorso. La fine del secondo verso è quindi il culmine di un climax ascendente che inizia col
44 La battuta, variabile nei tempi e nella durata, è definibile come una cellula ritmica che ha durata di tempo
uguale alle altre e che costituisce l’unità minima che sta alla base di ogni composizione musicale.
45 Al proposito è interessante il significato di Jinx, una parola che si può tradurre con “sfortuna”, “jella”, e
che si ipotizza derivi dai jinn , sorta di genietti o spiriti maligni diffusi nella tradizione araba e islamica. Ciò
fa ipotizzare un legame tra il blues e la musica moresca e, in ultima analisi araba: frutto dunque di un
remoto retaggio che alcuni schiavi di tribù islamizzate o a contatto con la cultura islamica, avrebbero portato
con sé. (cfr. VENTURINI F., op. cit., p. 181 e passim.).
46 Da Jinx Blues n.1 di Son House, in: ROFFENI A. (a cura di), Il Blues – Canti dei negri d’America,
Edizioni Accademia, Milano, 1973. La registrazione è reperibile in The Complete Library of Congress
Sessions, 1941-1942, Travelin’ Man.
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primo verso e che il secondo aumenta fino al parossismo47 per poi trovare lo sfogo finale
nell’ultima parte della strofa48. In sostanza la musica non è un semplice accompagnamento,
ma è l’immagine speculare del discorso poetico e ad esso parallelo. La musica insomma è
funzionale alle parole, e questa è probabilmente una delle ragioni che fanno del blues un
musica “semplice” e che, almeno nelle sue forme più classiche, poco concede agli
abbellimenti. Il blues deve esprimere qualcosa e non usa, né nelle parole, né nella musica,
nulla che ecceda, e questo si rifletta nella struttura poetica, melodica e armonica. Tutto è
necessario. E’ una musica diretta, essenziale. Ogni nota si trova in un determinata posizione
perché deve, anche se di fatto con il tempo la tendenza a ornare la musica si è sempre più
diffusa, in certi casi andando oltre il discorso che fa di quella musica un blues e non altro.
Queste, in linea di massima, le caratteristiche basilari della forma più comune di blues.
Tuttavia, si comprende facilmente come la struttura a dodici (o otto) battute sia solo
l’esemplificazione di qualcosa che, a monte, era molto più variegato e irregolare: ascoltando
molti bluesmen delle origini, non ultimo il “padre” Charlie Patton, sono riscontrabili
frastagliature e, soprattutto per la nostra concezione musicale di tipo occidentale, diverse
anomalie, che provocano sfasature per eccesso o per difetto dalla rigida struttura sopra
descritta. Al tempo stesso però, il legame tra i vari blues e comunque una morfologia che li
accomuna tutti è sempre esistita, e gli schemi a dodici e a otto altro non sono che una sorta di
comune denominatore che può soddisfare e sotto il quale possono rientrare tutti i tipi che
rispondono ad un’idea di base condivisa. Va ricordato anche che i primi bluesmen erano
totalmente estranei alla concezione eurocolta della musica e nella maggior parte dei casi
ignoravano anche le più elementari nozioni di teoria musicale. La tradizionale mancanza di
conoscenza della musica è qualcosa che si è protratta spesso fino ai giorni nostri, in cui
troviamo ancora musicisti blues anche non americani che imparano da autodidatti, avendo
una conoscenza scarsa o nulla della teoria, e anche questo sta ad indicare che il blues in ultima
47 L’aumento della tensione, musicalmente, è data da una specifica successione di accordi che fornisce
l’armonia caratteristica del blues.
48 In realtà le cose sono più complesse perché il culmine della tensione di fatto si sposta, armonicamente,
fino a metà circa del terzo verso per poi iniziare la vera “curva” discendente fino ad arrivare al giro
conclusivo (in gergo: turn-around) della dodicesima battuta, che funge da conclusione della strofa e
insieme da raccordo con quella successiva. Concettualmente e poeticamente, però, è comunque il terzo
verso nella sua totalità a costituire il momento di scioglimento della tensione. Vale la pena ribadire che nel
work song (vedi par. 1.1), una delle fonti da cui il blues trasse il proprio DNA, il verso era ripetuto due
volte o anche più volte prima di essere oggetto di una risposta.
29
analisi sfugge ai tentativi di ingabbiarlo in schemi prestabiliti; tanto più che i recenti tentativi
di trasporre su pentagramma le inafferrabili sfumature del blues sono qualcosa che si è
rivelato nulla più di un abile esercizio. La musica, va sottolineato, si caratterizza per una
marcata ambiguità, che si può tradurre, senza scomodare troppo la terminologia musicale, in
un’incertezza tonale (nel senso squisitamente tecnico di tonalità) che dà quel senso di
malinconia che tuttavia non è mai definita ed è sempre suscettibile di portare l’ascoltatore
verso altri e diversi sentimenti.
Gli scheletri ritmico-armonici delle dodici o otto battute furono adottati molto presto anche in
virtù del fatto che per suonare in gruppo si rese necessario avere un ritmo e delle sequenze
precise da seguire, anche se non è sempre così e nella musica delle prime band si riscontra più
di una libertà esecutiva. Inoltre, ancora nel blues moderno, si trovano abbondanti esempi di
blues che seguono la ritmica personale dell’esecutore, come avviene ad esempio nelle tessiture
melodiche del texano Sam “Lightnin’” Hopkins o nelle ritmiche ossessive e pulsanti di John
Lee Hooker.
Il blues è peraltro caratterizzato da quelli che si potrebbero definire sottogeneri e che non sono
inquadrabili secondo schemi precisi: in questo ambito rientrano ad esempio il fox chase e il
train time. Il primo affonda le proprie origini nella musica anglosassone e altro non è che
l’imitazione dell’andamento frenetico caccia alla volpe con l’uso dell’armonica inframezzata da
urla. Il train time è invece l’imitazione dell’andamento sferragliante del treno che da sempre
viene soprattutto eseguita con l’armonica: ogni bluesman nel corso della sua carriera ha
cantato canzoni sui treni, e ogni armonicista (ma anche tanti chitarristi) ha suonato almeno
una volta l’imitazione della locomotiva a vapore.
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1.5. TEMATICHE E POETICA
Osservando il blues dal punto di vista dei temi in esso trattati, esso sviluppa una serie di
soggetti che attingono, in generale, ai problemi della vita quotidiana. D’altronde basta sentire
una delle tante interviste fatte a più di un bluesman tra quelli che vennero riscoperti dagli anni
’60 in poi, per sentire più o meno le stesse parole sul blues e sui motivi per cui si sviluppò e,
di conseguenza, sulle tematiche.
Un gran numero di blues ha come argomento l’amore infelice e, più in generale, tutte le
problematiche dei rapporti tra donna e uomo. Esse spaziano dall’abbandono, alle prospettive e
speranze di conquista, al maltrattamento, ai problemi economici, ai temi esplicitamente
sessuali. Troppo vasta è la casistica dei testi che si occupano di questi temi, e qui non è
possibile nemmeno antologizzarli per fornire un’idea di massima. Il tema dell’amore
tormentato, di per sé vecchio quanto l’uomo, assume nel blues una valenza del tutto
particolare, in quanto deriva in linea diretta dalla condizione dei neri sotto la schiavitù,
almeno a sentire le parole del vecchio bluesman Willie King, intervistato da Corey Harris (a
sua volta giovane chitarrista blues) nel film di Martin Scorsese The Blues – Feel Like Goin’
Home49: egli spiega chiaramente come, almeno nei primi blues, parlare della donna che
maltratta era uno schermo, un modo per mascherare la vera identità della persona in oggetto,
che altri non era che il padrone o il sorvegliante. E’ chiaro poi che il tema amoroso assunse
presto una propria autonomia e, anzi, all’interno dell’universo blues, assume e occupa un
ruolo preponderante, quasi prepotente, diventando la tematica per eccellenza, benché non la
sola. Riguardo a questo sono illuminanti le parole di Son House, esponente di punta del Delta
blues: “I giovani suonano quattro accordi e pensano di star facendo del Blues, ma c’è un solo
tipo di Blues: quello che racconta del sofferenze legate all’amore di un uomo per una donna”.
Lasciando fuori dal discorso la polemica verso la banalizzazione del blues da parte delle
nuove generazioni50, risulta chiaro come, almeno per Son House, il vero e unico blues
(nell’intervista scandisce anche le lettere facendo lo spelling: B.L.U.E.S) altro non sia che
quello appunto legato all’amore. Nel seguito dell’intervista, House prosegue affermando che
l’amore non è mai paritario, e quando due persone dicono di essere innamorate, una delle due
inganna l’altra: da qui proviene il dramma che si estrinseca e prende la forma del blues.
49 SCORSESE M., The Blues – Feel Like Goin’ Home, USA, Mikado, 2002.
50 l’intervista è un’immagine di repertorio degli anni ’60.
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Quindi per il grande bluesman, blues coincide esattamente proprio con il rapporto uomodonna.
Le altre tematiche sono le condizioni economiche disagiate e il duro lavoro, o addirittura
l’assenza di lavoro. E’ facile comprendere come questi problemi siano entrati a far parte della
poetica afroamericana se si considerano le condizioni a cui, soprattutto negli anni della
Grande Depressione, i neri in particolare erano soggetti. In questo tipo di blues ricorrono
spessissimo i nomi delle monete: nickel, dime, etc…
Un altro argomento caro al blues è quello del carcere: essere condannato al di là della
colpevolezza reale e finire in galera, per un nero era (e ad oggi troviamo ancora delle
drammatiche coincidenze) molto facile, e così numerosi bluesmen (Son House stesso, Bukka
White, Rice Miller e tanti altri) passarono periodi più o meno prolungati nelle carceri più dure
degli stati: tristemente famosa tra i neri e cantata in un omonimo blues da Bukka White, è il
penitenziario di Parchman, Mississippi. A lato vanno citati i numerosi canti non sul carcere,
ma registrati nelle carceri51 soprattutto da Alan Lomax, canti che costituiscono un
inestimabile repertorio. Il tema dei blues carcerari registrati sul campo meriterebbe un
discorso a parte che in questa sede non è possibile sviluppare pienamente.
Questi canti costituiscono una fonte preziosissima a cui attingere per comprendere quali siano
le origini del blues, nel senso che spesso i canti carcerari sono stati tramandati da una lunga
tradizione e, rimanendo chiusi (anche fisicamente) in un ambito del tutto particolare, hanno
conservato molto delle loro matrici originarie: si tratta perlopiù di canti di lavoro individuali o
di squadra. Naturalmente non dobbiamo pensare che tali canti siano identici a quelli che
avremmo potuto ascoltare ai tempi della schiavitù, ma costituiscono comunque l’esempio più
vicino di cui disponiamo per comprendere in linea di massima come potesse ad esempio essere
una worksong nei tempi che precedettero lo sviluppo del blues come forma autonoma.
Strettamente correlato alle tematiche della legalità e del carcere è il tema dell’alcol: i
bluesmen, come accadeva per tanti musicisti, erano spesso forti consumatori di bevande
alcoliche, spesso distillate di contrabbando. Uno dei blues più famosi sul tema è Canned Heat
Blues52 di Tommy Johnson, capolavoro assoluto del grande chitarrista, con un testo dalle tinte
51 E’ evidente che i canti registrati nelle carceri riguardano spesso anche il carcere stesso.
52 Tommy Johnson, Complete Recorded Works In Chronological Order, 1928-29, DOCD 5001.
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particolarmente oscure e sinistre che parla di questo mefitico intruglio (il canned heat
appunto) a base di un combustibile, lo sterno, mischiato ad alcol e limone, molto in voga nel
Sud della Depressione. In epoca più recente, anche l’armonicista Carey Bell cantò un pezzo
intitolato The Alcoholic Man53.
Queste, schematicamente, le tematiche più diffuse del blues. Ma si cadrebbe in errore se si
considerasse il blues semplicemente come “musica che parla di cose tristi” o, peggio, di
“musica triste”: infatti il blues è molto più complesso e articolato, in quanto esso è, al
contrario, musica “per scacciare la tristezza” e non un canto di autocommiserazione. In altri
termini, cantare la tristezza per scacciarla è la base e la motivazione del blues che, sempre
secondo Willie King, fu mandato da Dio per dare ai neri qualcosa per sopravvivere54. Il blues
è sopravvivenza e ha una vera funzione guaritrice, dove il bluesman assume quasi il ruolo di
officiatore di questo rito taumaturgico (lo stesso John Lee Hooker, a detta di Willie King55, si
definiva un guaritore56).
Ma tutti questi temi, che sono spesso correlati tra di loro e si intersecano, hanno spesso se non
quasi sempre una matrice, o meglio, una confluenza comune: il viaggio, di cui mi occuperò
più avanti. Il viaggio si inserisce come tematica a se stante in quanto il viaggio è una specie di
sottofondo, una sorta di basso continuo che percorre come un fiume carsico il mondo del
blues, a volte in modo esplicito, a volte espresso in modo velato.
53 Harp Legends vol.II, Catfish Records 105.
54 The Blues – Feel Like Goin’ Home, op. cit.
55 Ibid.
56 A conferma, esiste un disco, benché recente, di John Lee Hooker intitolato The Healer (Chameleon).

In caso vogliate leggere questa intera ed interessantissima tesi, andate al link: 

http://ebookbrowse.com/goio-geografia-del-mississippi-delta-attraverso-il-blues-un-ipotesi-di-relazione-tra-musica-e-territorio-pdf-d65884076

 

 

FIDANZATO MUSICISTA: ISTRUZIONI PER L’USO
Tratto dal blog di Punkesteem (http://blog.libero.it/punkesteem/9087825.html)

Questo post è ispirato ad un post
scritto dalla mia amica MicinaRock
nel quale essenzialmente si domanda:
“deve essere sempre così dura per una
fanciulla essere la ragazza di un
MUSICISTA?”

Ora cercherei di rispodere alla sua domanda
ma dal punto di vista del musicista…dato
che è ciò che infondo sono..ma cercando..
anche di spiegare qual’è la reale vita di
un musicista e cosa scorre nella nostra
contorta mente..e soprattutto come questo
può impattare cn la ragazza che ci sta
accanto..

1) IL TEMPO: ragazze che volete un fidanzato
musicista..ricordate…il musicista nn
ha orari..io spesso torno a casa dalle
prove all’una di notte..se ho un concerto
faccio la nottata fuori..è cosi..

2) LO STUDIO: se il vostro ragazzo sta
incidendo un disco non chiamatelo per
nessuna ragione al mondo..è un momento SACRO
che richiede concentrazione e soprattutto
il cel interferisce cn le apparecchiature
IO QUANDO INCIDO UN DISCO..SPARISCO..

3) LA PASSIONE: mi è capitato che certe ragazze
mi chiedessero di paragonare loro alla
musica…son 2 campi diversi quindi non
dite mai ad un musicista “TU METTI LA MUSICA
DAVANTI A ME”..xkè non è cosi..è come se
vi dicessero non andate a lavorare x stare cn me!

4) LA STANCHEZZA: fare prove, concerti, incidere
etc… anke se è una passione..credetemi che
stanca..quindi è facile che pur avendo il
tempo spesso non abbiamo la voglia…

5) LO STILE: ogni musicista ha il suo, può essere
originale o emulazione di band preesistenti..
accettatelo da subito o cambiate fidanzato..
un musicista è legato ai suoi vestiti, accessori
e modi di fare..io non rinuncio al nero,
al cappuccio ai posini alle borchie etc..se voglio
IO..allora magari certi gg cambio moda..a mio
gusto..ma ciò non deve essermi imposto..io sono
così..prendere o lasciare!

Chiariti questi punti fondamentali se avete accettato
tutte queste clausole..siete pronti ad affrontare
la seconda scottante tematica: LA GELOSIA!
(seguo la linea guida del post di MicinaRock)

Ricordate: belli o brutti che siano..i musicisti
quando salgono sul palco diventano FASCINOSI
(se sanno farci ovviamente)!
Io sul palco occupo quasi sempre la posizione
centrale..strategica..quindi le ragazze che si
mettono sotto hanno spesso gli occhi puntati..
con questo bisogna farci l’abitudine..inoltre
quando scendiamo dal palco qualche ragazza
può chiederci FOTO o regalarci abbracci (a sorpresa
e non prevedibili)…in passato è capitato
ciò..scatenando guerre (quando ero fidanzato)!
Per di piu’ ricordo che molte fidanzate di musicisti
corrono subito a baciarli dopo i concerti..
quasi a marcare il loro territorio..:)..
abitudine della mia ex..ma di quasi tutte direi..
vorrei ricordarvi che dopo un concerto il musicista
puo’ voler fare solo 2 cose:

– se il cncerto è andato bene: fare baldoria
fin a notte fonda lasciandosi andare ai piaceri
dell’alcol..e della goliardia collettiva..
– se il concerto è andato male: un po di pace
e tranquillità nel backstage..

quindi anche in questo caso ragazze..dopo un concerto
..invece di martoriarci..stateci vicine cn affetto
e non in modo oppressivo..

ora conculudo dandovi la mia opinione..
anche noi musicisti vogliamo amare essere amati
essere fidanzati(spesso ho invidiato i compagni
di band con la fidanzata che prima e dopo il concerto
.li riempiva di coccole..mentre a me toccava starmene
dietro il bancone a sparare le solite cazzate!)
ma ovviamente bisogna trovare una ragazza che abbia
pazienza e comprensione!
io ultimamente ho iniziato a frequentare
una ragazza che è una musicista pure lei..
certo forse ora sarò io quello che aspetterà
sotto il palco..sarò io quello che dovrà
accettare la sua stanchezza musicale o che
non potrà telefonare..chissà forse ora
sarò io a “subire” la passione di musicista..
ma credo che allo stesso tempo..viveno
vite simili ci potrà essere una maggiore
compresione!

 It’s better to burn than to fade away…Meglio bruciare che spegnersi lentamente…

Un uomo che stimo…Un Sindaco a cui molta politica locale e non solo dovrebbe ispirarsi…Fatti, non parole, lo confermano…

 Biografia (tratta da http://www.avisoaperto.it/)

Matteo Renzi è nato a Firenze l’11 gennaio 1975.

Da giovedì 25 giugno 2009 è Sindaco del Comune di Firenze.

Nei 5 anni precedenti è stato Presidente della Provincia di Firenze.

Si è diplomato al liceo classico Dante di Firenze e laureato nel 1999 in Giurisprudenza con la tesi “Firenze 1951-1956: la prima esperienza di Giorgio La Pira Sindaco di Firenze”.

Ha lavorato con varie responsabilità all’interno della CHIL srl, società di servizi di marketing di cui è dirigente in aspettativa. Nel 2004 è diventato Presidente della Provincia in rappresentanza di una coalizione di centrosinistra. È stato protagonista di alcune battaglie come l’abbassamento delle tasse provinciali (con conseguente taglio delle spese), il piano provinciale dei rifiuti, l’efficienza nei cantieri, la valorizzazione culturale del Palazzo Medici e del territorio attraverso la manifestazione “Genio Fiorentino”, un innovativo Piano Energetico Provinciale.

“Tra vent’anni non sarete delusi dalle cose che avete fatto, ma da quelle che non avete fatto. Allora levate l’ancora, abbandonate porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite.” (M. Twain) Con questo spirito, Matteo Renzi, il 29 settembre 2008, davanti a una platea di quasi 2000 persone, ha annunciato la sua volontà di candidarsi alle elezioni primarie del Partito Democratico per la carica di Sindaco di Firenze. Dopo mesi di intensa campagna elettorale nelle strade e nelle piazze dei cinque quartieri fiorentini ha vinto a sorpresa, con il 40,52% dei voti, le primarie del 15 febbraio 2009.

Il 21 e 22 giugno è stato eletto Sindaco come candidato della coalizione del centro sinistra per il governo di Palazzo Vecchio, con 100.978 voti.

Durante i primi 100 giorni del suo mandato ha già segnato la storia di Firenze con la pedonalizzazione totale della piazza del Duomo.

Matteo è sposato con Agnese, insegnante precaria nei licei fiorentini. I loro tre figli si chiamano Francesco che frequenta la seconda elementare, Emanuele all’ultimo anno della scuola materna ed Ester che dall’alto dei suoi tre anni per adesso fa la principessa a casa. È stato educatore scout (ha diretto con la firma “Zac” il mensile nazionale Camminiamo Insieme), arbitro di calcio a livelli dilettantistici e anche un giocatore di calcetto incomprensibilmente definito mediocre dai suoi amici e dai suoi avversari.

Matteo Renzi pensa che la comunicazione in politica sia fondamentale. Per questo, da otto anni dialoga con cittadini, amici e sostenitori attraverso le e-news settimanali. Mail che, in forma di lettera e di riflessione autobiografica aperta al mondo, commentano fatti e notizie locali e internazionali.

Crede nella politica e in quella meravigliosa frase di Bono Vox, rivolta a Blair e Brown, per la quale “i politici sono i depositari dei sogni della gente”. Ma per evitare che il sogno divenga un incubo crede in una politica diversa.

Ha raccolto 240 e-news nel libro “A viso aperto” (Polistampa, 2008), che è stato presentato il 6 settembre 2008 nel corso della prima Festa Nazionale del PD a Firenze. Nel 2006 ha scritto “De Gasperi e gli U2. I trentenni e il futuro” (Ed. Giunti). Nel 1999 “Mode – Guida agli stili di strada e in movimento” a cura di Fulvio Paloscia e Luca Scarlini (Adnkronos libri, 1999) e nel 1999 come coautore insieme a Lapo Pistelli del volume “Ma le giubbe rosse non uccisero Aldo Moro” (Giunti, 1999)

I contatti:

– mail: sindaco@comune.fi.it

– telefono: 0552768310

– web: www.matteorenzi.it

Vi segnalo anche la sua intervista, apparsa su Walk On Job, rivista online su lavoro e carriere: http://www.walkonjob.it/articoli/902-articoli/426-matteo-renzi-sindaco-di-firenze-in-politica-la-penso-come-bono-vox

Fuori!

Fuori!

Recensione tratta da http://rizzoli.rcslibri.corriere.it

Contro i soliti noti, contro tromboni e trombati, contro una classe politica che ha già sprecato la propria opportunità di cambiare le cose.

 I SOGNI, LE IDEE, LE SPERANZE DI UNA NUOVA GENERAZIONE.

QUANTI POLITICI RIFIUTEREBBERO
una poltrona sicura? Chi mai rinuncerebbe a una carica pubblica servita su un piatto d’argento?
Chiunque risponderebbe alla stessa maniera: “Nessuno!”. E questo non solo perché gli italiani hanno perso fiducia nella politica, ma — cosa ben più grave — si sono arresi all’idea di non aspettarsi niente di meglio da chi li governa. Eppure c’è chi di fronte ai soliti giochetti dei piccoli e grandi poteri di casa nostra ha saputo dare la risposta più sfacciata: “No, grazie”. Matteo Renzi è uno di questi.
Alla fine del suo primo mandato come presidente della Provincia di Firenze, gli era stata assicurata la rielezione. Renzi però non ha voluto fare il pollo di batteria e ha deciso di partecipare alle primarie per candidarsi a sindaco di Firenze, senza l’appoggio dei vertici del suo partito, il Pd.
Le ha vinte, è stato eletto, e oggi è il sindaco più amato d’Italia. Ora vuole darsi da fare per tirare fuori il Paese dal pantano in cui l’ha cacciato una politica vecchia e asfittica. In questo libro racconta come i campi scout gli abbiano insegnato che nella vita ognuno deve prendersi le sue responsabilità, e come su quelli da calcio (dove ha fatto l’arbitro) s’impari che non sempre si ha il tempo di pensare: occorre decidere e fischiare. Ha dimezzato gli assessori in Giunta e raddoppiato l’investimento per l’ambiente.
Guarda con orgoglio al passato delle sua città, e pensa in grande al futuro, riflesso negli occhi dei bambini delle scuole che incontra ogni martedì.
Matteo Renzi racconta le sue aspirazioni e dà voce alla speranza di una svolta. “Adesso tocca a noi” scrive “ridare fiato al Pd, ma soprattutto ridare slancio all’Italia.

 

 

Autobiografia, scritta di suo pugno, di Alessandro Aleotti, in arte J-Ax; mi ha davvero colpita parecchio quindi mi è sembrata una buona idea riportarla su questo blog; nei suoi testi, nella sua musica, nel suo modo di essere si sono rispecchiati una miriade di ragazzi, giovani, giovanissimi o meno giovani; ciò che scrive ha toccato tre, forse anche quattro, generazioni, contando che ha iniziato nei primissimi Anni 90…La sua produzione è uno spaccato sociologico di quella che è la gioventù a cavallo tra i ’90 ed i 2000, esprime pienamente un modo di essere di parecchi di noi, quel disagio esistenziale che il benessere, ma anche il malessere sociali, hanno portato…Non ho cambiato una virgola di quello che Ax ha scritto…Sono voluta rimanere perfettamente fedele agli errori di ortografia e di punteggiatura, allo slang, al gergo colorito di Ale ed alla sua spontaneità…Rende meglio l’idea ed esce dagli schemi della perfezione, quella perfezione quotidiana che la società ci impone, da quegli artifici che ci sono calati dall’alto, che ci costringono a sorridere anche quando non lo vogliamo, che obbligano ad essere gentili, carini e doppiogiochisti…Tutto questo per non essere tagliati fuori da un mondo falso, artefatto, da un paradiso di plastica che, prima o poi, si fonderà su se stesso, crollerà, implodendo, su di noi e sulle nostre esistenze alla deriva…

Io vengo dal vuoto.
J.Ax è il nome che mi sono scelto sul finire negli anni 80, il significato e’ Joker A(le)x. Joker è il mio “cattivo” preferito.
Allora rifiutavo tutto quello che ero, volevo cambiare tutta la mia vita, nome compreso.
La seconda parte dell’infanzia e la prima dell’ adolescenza le ho passate in provincia di milano, in un piccolo centro che ora è collegato alla città da una comodissima uscita della tangenziale accessibilissimo sia dal centro che dall’ aereoporto di linate. I miei vi si trasferirono nel pieno degli anni di piombo,mia mamma lavorava come cassiera in un supermercato, dove subiva almeno una rapina a settimana. Troppo rischio per quello stipendio.
Io vengo dal nero.
Io ho paura dei punk fuori da quel palazzo con su scritto “Virus”. Da piazzale Corvetto ci spostammo in una frazione di Sesto U. Ci vivevano poche centinaia di abitanti .Io mi ero già abituato a milano e mi lamentavo , ma i miei erano contenti,tanto verde e zero crimine.
La via Emilia, seppure a due corsie, ti portava dritto a Milano.
All inizio fu divertente, ero contento di potere giocare all aria aperta, dopo un pò ti abituavi all odore di merda che usciva dal Re de Fossi (ora coperto), andai persino a “spigolare”,cioè a raccogliere il grano…io…cazzo.Nella vita ti succede di tutto.
C’erano dei bambini piu grossi, un paio di bulli che ogni tanto mi pestavano.Io ero sottopeso e magro, anche pavido…ora riesco ad ammetterlo.
A scuola cerano un paio di famiglie andate a male che terrorizzavano, tutti anche i prof.Sei o sette fratelli…cazzo uno per classe,era impossibile avere la meglio,e se dimostravi un po di estro o personalità,diventavi un bersaglio della loro ottusa e violenta mediocrità.Bisognava rendersi invisibile.
Non ero piu’ contento.
Io riuscivo a rendermi invisibile la maggior parte delle volte .Legai con D. che era un ragazzo chiuso e silenzioso con la passione per i doors e le moto, anche lui come me additato come “sfigato”.
Passavamo i pomeriggi in casa,a giocare col commodore e ascoltare musica.Forse inconsciamente ci nascondavamo dagli altri.
Non posso omettere la catechesi semi-forzata e che il bar dell oratorio era l’unico svago a portata di piedi.
Era un vero bar con il biliardino e due videogames, il prete non entrava quasi mai, era pieno di vecchi che fumavano ubriacandosi di bianchini mentre fuori i motorini elaborati e le Uno turbo sfilavano. Erano trofei inimmaginabili…status symbol.
Prendevamo i mezzi, andavamo in città, lontano dalla compagnia dei “vincenti”…da cui eravamo innegabilmente attratti e inesorabilmente respinti.
Allora mi accorsi che la città mi richiamava, la provincia infighettata e conformista non lasciava spazio agli scherzi della natura, a Milano invece cerano tanti “freaks” come me.
Ereditavamo le piazze e le vie del centro, eravamo ragazzi con un buco in testa…i primi cresciuti soli.
Soli, perche anche mamma lavora.
Soli, davanti alla tele.
Ci scambiavamo di tutto, vestiti dischi fanze….mettevamo i soldi assieme per comprarci bottiglie e ubriacarci…per trovare il coraggio di buttarsi in rissa. I primi non conformi in un momento dove essere “originale” non era ancora considerato “cool”.
Io vengo dai paninari, da sacrifici fatti per una camicia costosa.
Io vengo dall’aquafan.Pensavo che Italia Uno fosse trasgressiva.
Nel paesino ad un certo punto gli anni 80 ingranarono la marcia sul serio e, nell’impeto del nuovo boom, costruirono villette, tutte in vendita a prezzi fuori dalla portata dei miei,che invece affittarono un appartamentino di quelli giusti giusti, per lui lei e il bambino, nell unica palazzina (a tre piani) del paese. I ragazzi che vi si trasferirono avevano motorini nuovi,vestiti alla moda e una certa indipendenza.
Mi ricordavano quelli dei telefilm americani, avevano tutto…dal mio punto di vista. Io no…i miei mi sembravano un po piu severi,in realtà ero troppo giovane per fare bene i conti. Cazzo come volevo tutte quelle cose.
Se avessi potuto avrei venduto le mie foto nudo a chiunque volesse pagarle, ma erano altri tempi.
Così andavo a fare le pulizie con i miei vicini di casa che avevano un impresa.Una volta passammo col furgone davanti all’oratorio e loro erano li, anche la L. che io amavo segretamente (alla Fantozzi).Indossavo il camice e tenevo il manico del mociovileda in mano perchè il baule era pieno.Loro mi videro.
Abbassai lo sguardo ma loro già ridevano ,urlando il mio cognome che riuscivano a far suonare come un insulto.
Io vengo dall’odio, io voglio ucciderli tutti.
Poi i miei decisero di fare un mutuo.
Quando avevo 14 anni ci trasferimmo a Cologno Monzese.
Venni pestato due volte.
La prima da due tipi alla fermata del bus,ci scrissi su una canzone. (legge del taglione)
La seconda dal tipo di una che abitava nei miei palazzi.Diceva che la guardavo…haha, un classico.
Ma io sapevo rendermi invisibile.
Io vengo dalla tensione,dal bullismo codificato e accettato.
I miei erano sempre incazzati e stanchissimi, addirittura facevano due lavori a testa…uno di giorno e uno la sera.
Io prendevo la metro e andavo in piazza S.Babila, dove avevo legato con altri freaks come me. Venivano da strati sociali diversi :c’era il ricco della Milano bene e il quasi barbone che a volte non tornava a casa e domiva lì…c’erano ancora quelle scomodissime panchine di cemento e ci si lavava nel cesso di burghy. Io vengo dalle paste, dalla cassa dritta in 4 quarti , dalle feste in casa dove si distrugge la casa.
C’era gente come N, che muoveva la zona …una volta mi senti rappare al New Linea .All’uscita c’era lui che mi aspettava.
Mi disse di rappare…io mi cagavo addosso perche sapevo chi era….ma lo feci. Piu tardi disse a tutti di non toccarmi.Da quel giorno la mia vita lì in centro si fece piu facile, non dovevo scazzare con nessuno, nessuno mi faceva piu brutto. Rividi N a san vittore.Io cantante, lui detenuto.
Andavamo in discoteca di pomeriggio,erano gli anni della hip house, l’alba della dance anni 90.Io mi appassionai al rap che prese il posto del rock un pò classico ereditato dai miei cugini piu grandi.
Ascoltavamo radio deejay con il dito sulla pausa della piastra.Registravamo le cassette e ce le duplicavamo con il cubo della philips, prima del file sharing. Io vengo dall’era post-ero.
Non mi interessava la politica, pensavo come tutti quelli della mia età che fosse un sistema di corruzione impossibile da cambiare.Anni dopo cambiai idea, sbagliando.
Io vengo dall’era post-eroi.
Iniziai distribuendo volantini per delle feste, con Poe che fu il mio primo dj .Rappavo sull’house, a volte anche i pezzi degli americani…hahahah che merda….mi davano 20 mila lire e 10 drinks per 5 minuti di rap.Ero in paradiso. La musica diventò il sole.
In discoteca conobbi Wladimiro. Wlady era solo hip hop, scratchava come avevo visto fare solo agli americani…grazie a lui vidi la luce. Wlady mi introdusse agli altri suoi amici…ricordo che mi presentava così : “questo è Ax, è un tamarro, però senti come rappa…”e poi a me”Ax rappa!” E io lo facevo,sul serio.
Wlady poi passo’ a fare altro, nel frattempo io con Jad (suo fratello), formai gli Articolo 31.
Posso solo dire che a volte seguimmo una rotta,a volte ci lasciammo trascinare dalla corrente.Per le note biografiche vi rimando a Wickipedia che piu o meno ci azzecca.
Io non voglio mai parlare del perchè è finita, perchè sono cazzi nostri, però posso dire che da parte mia è stata la scelta piu onesta, più sincera verso chi mi segue…altrimenti avrei dovuto fingere…fingere che mi piacesse, ricopiarmi all’infinito, senza il permesso di decidere completamente quello che potevo o non potevo fare, con chi collaborare etc.
Io voglio essere sincero,per essere sincero non devo essere frustrato quando faccio musica.
Gli Articolo sono una parte importante della mia vita, fondamentale perchè mi hanno dato una prospettiva enorme per la mia giovane (haha) età. Sono stato sopra e sotto,ho conosciuto tutti…gli ultimi della terra ed i ricchi e potenti.
Ho mangiato, bevuto e scopato.
Gli Articolo mi hanno dato tutto, ma gli Articolo non sono tutto quello che ho da dare.
Cè dell’altro.
Il rock torno’ a prendermi prepotentemente in un momento in cui il rap mi faceva cagare…
Finalmente capì i testi dei Ramones e dei Rancid.Nofx-Nirvana-2Pac-Guns-DMX-Morisette-Biggie, non è una bestemmia …è la mia playlist e se non ti và fottiti. Milano era piena di stranieri come sempre.Venivano tante ragazze da Siattle, dove era esploso il Grunge, si portavano la chitarra…si leggevano libri che ci infuocavano.
Si parlava in inglese.Bill Clinton suonava il sax, ammetteva di aver fumato cannoni, bombardava il Kosovo.
Io cerco la verità in una canzone, negli angoli bui, sotto i riflettori, negli 883 e nei libri di Marco Philopat.
Alla fine del 2006 ho pubblicato il mio primo album solista, “Disanapianta”, dopo tre anni passato tra cure disintossicanti, sedute dallo psicologo e panico tra impresari e discografici.
Mi hanno consegnato il disco di platino due mesi fà, è andato bene…ho fatto due hit che sono andate discretamente anche nel pop:”Ti amo o ti ammazzo” e “Più stile”.
Sempre piu gente mi riconosce come J-Ax.Ci impieghero’ un po’ a superare il brand del 31, ma ce la farò perche’ sono due brand diversi,ma li ha disegnati la stessa penna.
E poi J-Ax non invecchia,è piu “nuovo” degli Articolo.
E’ un cazzo di PeterPan psicopatico e io sono il suo fottuto ritratto di Dorian Gray. Io invecchio, pago caro ogni eccesso, ogni salto, ogni urlo, ogni battaglia contro i mulini a vento che quello stronzo mi fà intraprendere.
J-Ax ha preso il sopravvento, all’inizio lo avevo quasi disegnato…come per proteggermi dal nulla a cui ero destinato.
Ora sono J-Ax in tutto e per tutto.
E vengo dal nero,dal vuoto…ma ho trovato un uscita. Non faccio un genere definibile, ho snaturato la musica da cui sono partito….ho dei fans rumorosi e detrattori determinati, ho anche qualche nemico importante lobbista e mafioso, ma in questo viaggio incontro tante brave persone, la maggior parte tra loro mi sono vicino.
Ora, mi dovrei ritenere piu o meno realizzato, con tutto che faccio numeri quando suono e vinco pure gli Ema.
Devo invece ammettere che, la cosa che mi rende più felice e avere ancora una battaglia da combattere.
Ho ancora tutto da dimostrare, tanti non credevano fosse possibile, ma si sono dovuti già ricredere.
Io devo dimostrarvi chi sono, con il suono , un suono…IL MIO SUONO. Il mio nome in bocca ad alcuni, suona ancora come un insulto.
Ma i miei fans sono rumorosi.
Dicono che sia… uno di loro.

E così sia.
J-Ax.”

J Ax, come decrizione fisica possiamo dire che ha gli occhi verdi, è abbastanza alto, e cambia continuamente il colore ai suoi capelli in base all’umore che ha in quel momento. A scuola non ha mai avuto grossi problemi, a parte durante l’ultimo anno delle superiori quando, a causa della preperazione dell’album “Strade di città”, non ha praticamente frequentato per niente. Ha manifestato i primi segni di divismo già da piccolo, alle feste con i parenti, quando li divertiva cantando a squarciagola le sigle dei suoi cartoni animati preferiti. Come esperienze lavorative precedenti ha fatto il pony express, il muratore e l’imbianchino. Il momento più imbarazzante che dice di aver vissuto è stato quella sera che, dopo aver consumato in un ristorante con una “tipa”, si è accorto di non avere abbastanza soldi per pagare il conto. I suoi eroi sono: Lando Buzzanca, Alvaro Vitali, Woody Allen, Everlast ed il mitico Jim Morrison. Considera amici solo i ragazzi con cui è cresciuto nel suo quartiere (Quadrifoglio a Garbagnate), e quelli con cui lavora attualmente, mentre sostiene di avere un numero enorme di nemici (forse invidiosi? Bho!). E’ capace di bere intere autobotti di birra e, per disintossicarsi, di proseguire con la Coca-cola. Mangia ogni schifezza sin ora scoperta dall’uomo e naviga molto su Internet! (non vedo l’ora di incontrarlo su qualche chat!). Gli piace come scrive Isaac Asimov ed il suo film cult è “Arancia Meccanica”. La sua donna ideale lo deve saper colpire prima con il cervello che con il fisico. Come particolari intimi dice di dormire nudo ed a pancia sotto.

In assoluto,  io penso che le migliori attrici italiane, Attrici con la A maiuscola, siano LAURA CHIATTI e CLAUDIA ZANELLA, una umbra, l’altra toscana, guarda caso! 🙂 (le ragazze del Centro Italia sono le migliori, modestamente!!!:-) ); giovani, emergenti, bravissime nella recitazione come nella vita, oltre che molto belle… Altro che la Arcuri!!! Spiegatemi da quando la Arcuri è un’attrice, a me non risulta…Se non avesse le poppe che ha e tutti i ritocchi, sarebbe proprio uno schifo di donna…Per me lo è anche adesso, il maschio italiano è proprio monotematico: TETTE-CULO-CULO-TETTE!!! Che novità!!! Tanto ormai i canoni che contano sono quelli, a nessuno frega più un cazzo della bravura, del merito, ma solo del corpo, punto, stop…E poi, altro che donne (possiamo chiamarle tali??) del Grande Fratello di minchia…Non ditemi che quelle bagasce sgualdrine vi attizzano…Se così è, ragazzi miei, siete messi maleeee!!!

Rifacciamoci gli occhi su quel gran fenomeno che è Laura Chiatti…In un Paese dove la meritocrazia conta meno della carta da cesso…

BIOGRAFIA

Laura Chiatti nasce a Castiglion del Lago, nella provincia Perugina, nel 1982. Giovanissima partecipa nella categoria cantanti ad un concorso su scale regionale. La sua bellezza e il suo fascino non passano inosservati e alla fine vince il concorso nella “sezione sbagliata” ed è così che nel 1996 diventa Miss Teen-ager Europa.

Nel 1997 approda sul piccolo schermo nella fortunatissima serie televisiva “Un posto al sole”. Successivamente sono molte le sue partecipazioni a serie televisive: “Compagni di scuola”, “Incantesimo”, “Don Matteo”, “Carabinieri”, solo per citarne alcune.

Nel 2004 è protagonista femminile nel film di Giacomo Campiotti “MAI + COME PRIMA” che vince a Saint- Vincent “La Grolla d’oro al cinema per l’innovazione” e di “Passo a due” di Andrea Barzini in cui oltre a rafforzare la sua immagine di attrice si presenta al pubblico come un’ottima ballerina.

La svolta decisiva alla sua carriera di attrice avviene nel settembre del 2005 quando Paolo Sorrentino, uno dei migliori registi italiani reduce dallo strepitoso successo de “Le conseguenze dell’amore” la sceglie come protagonista femminile nel suo nuovo e attesissimo film “L’amico di Famiglia” con Fabrizio Bentivoglio. Il film partecipa in concorso al 59° Festival di Cannes dove Laura ottiene un grosso successo personale.

Nel febbraio del  2006 è impegnata sul set del nuovo film di Francesca Comencini “A casa nostra” che partecipa in concorso al Festival Intenazionale del cinema di Roma.

Il suo volto diventa noto al grande pubblico grazie alla partecipazione come testimonial della campagna “Vodafone Summer 2006” firmata dalla regia di Gabriele Muccino.

Il regista Luis Prieto la sceglie come protagonista femminile del film campione di incassi “Ho voglia di te”. Nel 2007 ritorna al piccolo schermo con “Rino Gaetano- Il cielo è sempre più blu” di Marco Turco. Nel 2008 è la protagonista femminile de “Il mattino ha l’oro in bocca” di Francesco Patierno e partecipa in un cameo nel nuovo film di Giuseppe Tornatore “Bariia”.

PREMI 

Nastri d’argento

Candidatura 2007: miglior attrice protagonista per “L’amico di Famiglia” di Paolo Sorrentino 

Ciak d’oro

Candidatura 2007: miglior attrice non protagonista per “ A Casa Nostra” di Francesca Comencini 

Diamanti del cinema

Vincitrice 2007: miglior attrice dell’anno

2011      “Romanzo di una strage” regia di M.T. GiordanaPellicola dedicata ad una delle pagine più controverse e dolorose della storia d’Italia, la strage di Piazza Fontana, avvenuta nel dicembre del 1969.Vedi La Scheda.Vedi La Scheda  

Televisione/Pubblicità

  Televisione:
1999    “Un posto al Sole”, regia AAVV
   
2001     “Compagni di scuola”, regia di T. Aristarco.
“Padri” regia di R. Donna
2002     “Carabinieri”, regia di R. Mertes
2007       “Rino Gaetano” regia di M. Turco
“Diritto di difesa”, regia di G. F. Lazotti
“Incantesimo 7” regia di A. Cane e T. Sherman
2010   “Dorando Petri” regia di L. Pompucci
Pubblicità:
2004-2005 – “Lavazza”
2005 – “Ferrero Mon Chéri” distribuzione europea. 
2006 – “Vodafone” regia di G. Muccino (Testimonial)
 
Music Video
2005 – “Ti scatterò una foto” con Tiziano Ferro
   
Premi  
2009 – Vincitore del premio “Guglielmo Biraghi” alla 66ma Mostra Internazionale del Cinema di Venezia
   
Doppiaggio  
2010 – Rapunzel – L’intreccio della torre” Regia di Nathan Greno
   
    2010      “Manuale d’amore 3” regia di G. VeronesiTre nuovi capitoli per il Manuale d’amore 3 di Giovanni Veronesi. “Giovinezza” racconta la storia di Roberto (Riccardo Scamarcio), giovane e ambizioso avvocato, prossimo alle nozze con Sara (Valeria Solarino), e del suo travolgente incontro con Micol (Laura Chiatti), bellissima ….Vedi La Scheda
    2009      “Somewhere” regia di S. CoppolaDalla sceneggiatrice/regista premio Oscar Sofia Coppola (Lost in Translation – L’Amore Tradotto, Il Giardino delle Vergini Suicide, Marie Antoinette) Somewhere, uno sguardo penetrante, commosso e coinvolgente nell’universo dell’attore Johnny Marco (interpretato da Stephen Dorff) … Vedi La Scheda
    2009      “Io, loro e Lara” regia di C. Verdone

Un prete in crisi mistica torna in Italia dopo aver trascorso un periodo in Africa come missionario e ritrova Un sacerdote missionario in Africa torna dopo molti anni a Roma. Attraversa un momento di grande confusione, è pieno di dubbi e in crisi di fede; i suoi superiori gli consigliano un breve ritiro tra i famigliari, ma è un disastro.

Vedi La Scheda

    2008      “Iago” regia di V. De BiasiIl personaggio di Iago (Nicolas Vaporidis) diventa il vero protagonista di una storia ambientata nella Facoltà di Architettura di Venezia ai nostri giorni. Iago è un laureando di grande talento …Vedi La Scheda
    2008      – “Il caso dell’infedele Klara” regia di R. FaenzaLuca, musicista italiano che vive a Praga, è in preda a un’incontrollabile gelosia per la sua fidanzata Klara, studentessa di storia dell’arte in procinto di laurearsi. Insospettito dal rapporto della ragazza con Pavel, suo tutor all’università, Luca incarica un detective, Denis, di controllarla …Vedi La Scheda
    2008      – “Gli amici del bar Margherita” regia di P. AvatiIl film racconta, attraverso gli occhi di un diciottenne, la Bologna degli anni ’50.
    2008      “Baariia” regia di G. TornatoreBaaria è il nome fenicio di Bagheria ed è anche il titolo del nuovo film di Giuseppe Tornatore che sarà un film in costume girato in gran parte in Tunisia.
    2007      – “Il mattino ha l’oro in bocca” regia di F. PatiernoIl film parla della storia di Marco Baldini, noto conduttore radiofonico con il vizio del gioco. Siamo a Firenze agli inizi degli anni ’70 e Marco é appena un ragazzo che sta ancora decidendo che cosa fare della sua vita, ha una passione, quella per la musica, e così inizia a fare il dj in discoteca. ..Vedi La Scheda
  2006      – “Ho voglia di te” regia di L. Prieto  Candidata come migliore attrice protagonista ai “ciak d’oro 2007”
  

Tre metri sopra il cielo. È dove gli innamorati vivono le loro emozioni. È dove Step desidera essere ancora. Il tempo è trascorso, e due anni negli Stati Uniti, hanno allontanato i pensieri…
Vedi La Scheda
  2006    – “A casa nostra” regia di F. Comencini   Candidata come migliore attrice non protagonista ai “ciak d’oro 2007”Nel segno del piccolo o grande denaro, grande inquinatore. Si comincia con una riunione di banchieri e imprenditori per organizzare un business tipo furbetti del quartierino. E c’è chi parla un milanese grottesco e macchiettistico…Vedi La Scheda
  2006     – “L’amico di famiglia” regia di P. Sorrentino   Candidata come migliore attrice protagonista ai “Nastri d’argento 2007”Geremia de’ Geremei ha settant’anni. Vive in una cittadina dell’Agro Pontino ed è proprietario di una piccola sartoria. Brutto e sgraziato vive in una casa buia con la madre paralizzata…Vedi La Scheda
  2005      “Mai più come prima” regia di G. Campiotti Dopo l’esame di maturità sei compagni di classe partono per una vacanza insieme, vorrebbero andare al mare, ma finiscono quasi per caso in una baita tra le montagne…Vedi la Scheda
  2004      “Passo a due” regia di A. Barzini Beni (Kledi Kadiu) è un ballerino che vive in Italia da più di un anno. Il suo grande desiderio è fare della danza la sua vita. Quando improvvisamente crede di avere incontrato l’occasione della vita…Vedi la Scheda

 

 

Alicia Gimenez Bartlett

Alicia Gimenez-Bartlett è nata ad Almansa nel 1951 e vive dal 1975 a Barcellona. Laureata in Letteratura e Filologia Moderna, ha insegnato per tredici anni letteratura spagnola e, dopo il successo dei suoi romanzi, ha deciso di dedicarsi completamente alla scrittura. Prima di ottenere infatti un enorme successo in patria con i romanzi Ritos de muerte e Dias de Perros la Bartlett ha pubblicato diversi libri: con Una abitacion ajena, che racconta il difficile rapporto tra Virginia Woolf e la sua cameriera, ha vinto nel 1997 il premio Feminino Lumen per la miglior scrittrice spagnola. Si è poi dedicata alla serie con protagonista l’ispettrice Petra Delicado, che l’ha consacrata in Spagna come una delle più seguite e amate gialliste. In Italia è considerata una Camilleri spagnola per la vivacità della scrittura e l’originalità delle storie.

Sulla strada e gli amori di un camionista

vita-camionistaAlicia Giménez-Bartlett nel romanzo “Vita sentimentale di un camionista (Sellerio, 2010) penetra con abilità nella psicologia maschile di Rafael, un camionista, egocentrico e dongiovanni, che ha scelto di vivere perennemente sulla strada, per godere di tutte le libertà possibili, comprese le donne. Ma l’universo femminile, in continuo cambiamento, sorprenderà tanto Rafael, quanto il lettore.

Rafael ha deciso di guidare un camion perché gli consente la libertà di non rimanere chiuso fra quattro mura e di poter variare continuamente la sua esistenza. Ha una moglie e due figlie, ma vive sempre sulla strada, guadagna e mantiene bene la  famiglia, ma torna a casa solo quando vuole.  Bell’uomo, classico maschilista egocentrico vuol disporre delle donne a suo piacere.

L’universo femminile è d’altra parte molto complesso: la Giménez-Bartlett, infatti, mette in luce con profondità varie figure di donne: la moglie, risentita, astuta e calcolatrice, l’innamorata sognatrice e  fragile, la donna indipendente e appassionata di sesso. In lei Rafael ha trovato il suo corrispondente femminile. Ma potrà durare una simile storia? Certo è che il mondo delle donne sconcerta il protagonista: tutte, per un verso o per l’altro, non sono come egli le vorrebbe. Alla fine egli si ritroverà libero, come ha sempre desiderato, ma avvertirà con sgomento la sua mancanza di radici e l’inevitabile solitudine che ne consegue.

Un’acuta analisi psicologica, la scoperta di un universo femminile in  trasformazione, il fascino del Don Giovanni, sempre alla ricerca di nuove prede, costituiscono il pregio ed anche il centro drammatico del romanzo della Giménez-Bartlett, che si distacca dalla sua produzione di giallista e costituisce una delle opere  a lei particolarmente care. Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1993, per una collana di libri di stampo femminista, anche se non contiene esplicite rivendicazioni in favore della causa, ma anzi è soprattutto uno specchio della situazione di fatto e della complessità dei rapporti umani tra i sessi.

Alicia Giménez-Bartlett (Almansa, 1951) è la creatrice dei polizieschi di grande successo, con protagonista Petra Delicado, tutti pubblicati da Sellerio. Ha anche scritto numerose opere di narrativo non di genere, tra cui: Una stanza per tutti gli altri, Segreta Penelope e Giorni d’amore e inganno. Nel 2006 ha vinto il Premio Piemonte Grinzane Noir e il Premio La Baccante nato nell’ambito del Women’s Fiction Festival di Matera. Nel 2008 il Raymond Chandler Award del Courmayeur Noir in Festival.

Autore: Alicia Giménez-Bartlett
Titolo: Vita sentimentale di un camionista
Editore: Sellerio
Anno di pubblicazione: 2010

Kurt Cobain potrebbe essere morto 17 anni fa (esattamente il 5 aprile 1994). Ma ciò che ha lasciato nel mondo della musica vive ancora oggi. Guidati dalla popolarità di “Smells Like Teen Spirit” i Nirvana hanno catapultato l’alt-rock di Seattle nel mainstream musicale, cambiando per sempre il nostro modo di vedere le camicie di flanella.

Il suicidio di Cobain a 27 anni – la stessa infausta età alla quale se ne andarono Janis Joplin, Jim Morrison e Jimi Hendrix  – scioccò il mondo. Nel 2009, l’attuale cantante dei Foo Fighters e compagno di band ai Nirvana, Dave Grohl ha dichiarato alla BBC che la morte di Cobain “è stata una sorpresa orrenda”.”E’ stata probabilmente la cosa peggiore che mi è successa nella vita”, ha detto. “Ricordo il giorno dopo quando mi svegliai e avevo il cuore a pezzi. Lui se ne era andato.” (Non ci credo molto…La morte di Kurt è stato un grosso business per molti, tra cui, in primis, per Grohl, ma soprattutto per quella troia di Curtney Love!)

Nel 1991, i Nirvana hanno contribuito a creare e definire una sottocultura musicale – il grunge – attraverso  “Smells Like Teen Spirit” e Nevermind, canzone e album di maggior successo della band, che spinsero la musica rock underground nel mainstream. Un mix di influenze punk e pop, il grunge: grazie a Kurt si scatenò una nuova tendenza che portò alla ribalta le camicie di flanella e gli stivali Doc Martens, oltre a dare l’ispirazione per una ondata di nuove band.

Nevermind vendette 10 milioni di copie in tutto il mondo, un risultato sbalorditivo come lo stesso Cobain sottolineò nella prima strofa del brano di apertura del seguito di Nevermind, In Utero: “La rabbia dei giovani ha pagato bene – Ora sono annoiato e vecchio“, cantava in “Serve the Servants”. Kurt avrebbe voluto chiamare l’album “I Hate Myself and I Wanna Die” (Odio Me Stesso e Voglio Morire) anche se ha insistito nelle interviste successive che il titolo era satirico, volendo prendere in giro tutti quelli che lo vedevano come un suicida stanco della vita. La sua etichetta, la Geffen, respinse tale titolo.

Tra i giovani appassionati di musica, la morte di Cobain fu sentita visceralmente così come accadde per John Lennon e Bob Marley. Più di ogni cantante rock degli ultimi tempi, Kurt portava il peso di essere stato consacrato dai media come un portavoce per la generazione dei ventenni tormentati e scontenti.

Tutti e tre i membri dei Nirvana provenivano da famiglie disagiate. Cobain, figlio di un meccanico e di una segretaria, che divorziarono quando lui aveva 8 anni, non parlò con suo padre per quasi dieci anni – fino a quando Kurt firmò il suo contratto con la Geffen nel 1990. Da adolescente timido, fu affascinato dal punk rock e iniziò a collezionare dischi e a suonare la chitarra, anche se si vedeva come chitarrista ritmico – fuori dai riflettori. Quando Cobain era ancora un adolescente, suo padre lo aveva costretto a ipotecare la sua chitarra e iscriversi alla Marina militare; Kurt lasciò la casa con il suo strumento. (Bastardo guerrafondaio del cazzo…Come alcuni genitori hanno il potere di rovinare, più o meno cosciamente, i propri figli…)

“I problemi familiari, la violenza, le droghe, hanno ristretto le opportunità per una intera generazione, per la quale è diventato importante il suono della loro musica” ha scritto Michael Azerrad, autore del bestseller Come as you are – Nirvana. La Vera Storia “La band ha tradotto il dolore, la rabbia e la confusione in onde sonore musicali molto dirette che hanno centrato un nervo scoperto tra una grande quantità di ragazzi che ha avuto un’esperienza simile.”
“Nessuno di voi potrà mai capire le mie intenzioni”, dipinse Kurt su una parete della sua casa di Seattle non molto tempo prima di suicidarsi.

kurt-cobain

Uma Thurman Insieme a Gwineth Paltrow, è indubbiamente la mia attrice preferita, veramente molto capace e dalla recitazione versatile, ottima…Senza contare che è  anche una bella donna!!! Ps: Se fossi un uomo… 😛

Golden Globes 2005
Nomination miglior attrice in un film drammatico per il film Kill Bill – Volume 2 di Quentin Tarantino

Golden Globes 2004

Nomination miglior attrice per il film Kill Bill – Volume 1 di Quentin Tarantino

Golden Globes 2003
Premio miglior attrice miniserie o film tv per il film Gli occhi della vita di Mira Nair

Golden Globes 1995
Nomination miglior attrice non protagonista per il film Pulp Fiction di Quentin Tarantino

Premio Oscar 1994
Nomination miglior attrice non protagonista per il film Pulp Fiction di Quentin Tarantino

Citazioni
 
Ho molte persone da uccidere e ho così poco tempo!”
dal film Batman & Robin (1997) Uma Thurman è Poison Ivy; Pamela Isley
 
Sei più razionale di quanto Bill ti ritenesse capace.
Sono la pietà, la compassione, il perdono che mi mancano, non la razionalità.”

dal film Kill Bill – Volume 1 (2003) Uma Thurman è La Sposa; Black Mamba
Mia (Uma Thurman) a Vincent (John Travolta)
Mia: Non odi tutto questo?
Vincent: Odio cosa?
Mia: I silenzi che mettono a disagio… Perché sentiamo la necessità di chiaccherare di puttanate per sentirci più a nostro agio?
Vincent: Non lo so… È un’ottima domanda.
Mia: È solo allora che sai di aver trovato qualcuno speciale…quando puoi chiudere quella ca**o di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace.
“Quando voi maschiacci vi riunite siete peggio di un circolo di cucito…”
Da Pulp Fiction (1994),  Uma Thurman è Mia Wallace, la donna del Boss
 
“Cerca di complicarti la vita così saprai che sei vivo.”
Da Prime (regia Ben Younger, 2006), Uma Thurman è Rafi

 

“Sembravo morta, vero? Ma non lo ero. Non perché non ci avessero provato, intendiamoci. A dire il vero l’ultimo proiettile di Bill mi mandò in coma. Coma in cui sono rimasta per quattro anni. Al mio risveglio, ho agito spinta da quella che la pubblicità del film definisce una ruggente furia vendicativa. Ho ruggito. E mi sono infuriata. E mi sono presa tante soddisfazioni. Ho ucciso tante persone per arrivare fin qui. Ma ne devo uccidere ancora una, l’ultima, quella da cui sto andando ora. La sola rimasta in vita. E quando sarò arrivata a destinazione, io ucciderò Bill!”
Da Kill Bill – Volume 2 (2004), Uma Thurman è La Sposa; Black Mamba

 

“Ho finalmente imparato che finchè una donna non esige amore vero per se stessa finirà sempre per farsi molto male. Ma come faccio a sapere se un amore è vero oppure no? Facile, analizzalo lettera per lettera. V: lui è volenteroso? E: equivale a te? R: è responsabile? Ma soprattutto O: è onesto?”
“Non puoi trovare qualcosa quando non sai neanche cosa stai cercando. Sei in ricognizione, giusto? Nella speranza che qualcuno voglia tu quando invece sei tu che hai bisogno di sapere quello che tu vuoi. Chiunque può innamorarsi ma tu meriti un uomo emotivamente maturo che ti ami nel tempo. Non elemosinare compagnia quando invece puoi esigere un compagno.”
Da Un marito di troppo (2010, regia Griffin Dunne), Uma Thurman è Emma Lloyd, psicologa
 
“La vita consiste in quello che fai mentre aspetti il tuo treno.”
Da Lo sbirro, il boss e la bionda (1993, regia John McNaughton), Uma Thurman è la bionda in ostaggio

 

Pulp Fiction (1994)
Celebrities: Uma Thurman
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