Category: Letteratura


Image representing Facebook as depicted in Cru...

Contatti digitali

Conversazione via Facebook Email nell’Era della Digitalizzazione, della Globalizzazione ed

Internettizzazione dell’Esistenza 

Ragazzi anormali si scrivono a distanza…

di Irene Ramponi

Una ragazza italiana migrante in Olanda scrive all’amico lontano, in risposta alla piccola email che l’amico stesso le ha appena mandato. Nella sua lettera ci fornisce il suo punto di vista sulla vita nel Nord Europa, in Germania ed Olanda in particolare, ci da’ uno spaccato della sua vita di migrante alla ricerca di se’ stessa, in un viaggio senza vento…e senza Tempo (cit. Timoria, Viaggio Senza Vento, Polygram, Giugno/Luglio 1993). Qui ne viene presentato uno stralcio veloce.

“Le medicine tradizionali sono efficaci, certo, ma sempre robaccia chimica rimangono, che costa cara e serve molto ad arricchire le multinazionali farmaceutiche…Ecco perche’ apprezzo quei medici che si rifiutano categoricamente di prescrivere farmaci allopatici come caramelle! […]. Ora vivo sulla linea di confine tra Olanda e Germania, quindi ho tutto il meglio da entrambe le parti: Birra e Cibo dalla Germania, qualita’ a buon prezzo, divertimenti a non finire, stile di vita libero e piu’ rilassato, piu’ sussidi dallo stato se sei disoccupato, artista, creativo, nullatenente, proletario, sottopagato o semplicemente disperato…Qui i senza tetto non esistono perche’ ognuno ha IL FOTTUTO SACROSANTO DIRITTO AD AVERE UNA CAZZO DI CASA!!! Un cazzo di posto dove stare che non sia sotto i ponti…[…]. Ma ovviamente ci sono severi canoni di meritocrazia, mica la danno a tutti, la casa intendo…Nonostante quasi tutti lavorino e la disoccupazione sia irrilevante, il tenore di vita e’ ottimo, la gente e’ rilassata,  fa festa tutte le sere, senza limiti di orario o scuse tipo che deve andare a letto presto perche’ il giorno dopo deve lavorare…[…]. Qui trovi gente di tutti i tipi, tutta simpaticissima:dai punkettoni old school, agli hardcore warriors, dai techno addicted ai metallari, dai red skin che legnano i nazi, quasi nessun hausettaro…Ma anche molti vecchietti comunicativi con tutore, come mio nonno potrebbe essere, qualche impiegatuccio e, come direste voi, per chi NE VUOLE, ce n’e’ davvero per tutti i gusti…No proibizionismo!!!  E soprattutto, non c’e’ il fottuto Vaticano in casa a rompere i coglioni…

Insomma, Paradies Land o Fantasylandia, che dir si voglia…Io collaboro all’allestimento di mostre, studio e miglioro il tedesco e l’inglese, faccio lavoretti di arti minori che poi vendero’ in qualche mercatino, dipingo quadri, scrivo, leggo, giro per mostre e citta’…Insomma, una bella vita, quella che ho sempre sognato…E per tutto questo devo ringraziare il mio ragazzo, tedesco purosangue, che ho conosciuto al matrimonio di mio cugino; praticamente mio cugino di sangue ha sposato la sorella del mio ragazzo, e noi due ci siamo conosciuti al pranzo di matrimonio, agli inizi di maggio…Abbiamo conversato un po’, e poi, siamo rimasti in contatto via Internet…Lui poi e’ tornato in Italia a trovarmi, abbiamo passato del tempo insieme…Intanto il mio lavoro in casa editrice andava a rotoli, ed ero sull’orlo di una crisi di nervi…Ho cosi’ deciso di cercare lavoro in Germania, in Renania Vestfalia, parte Nord Ovest della Germania, in cui le piu’ grandi citta’ sono Dusseldorf, Colonia, Aachen, ed, in seconda battuta, Duisburg (dove hanno fatto la Love Parade del 2010, dove e’ morta tutta quella gente…). Beh, insomma, io stavo a Duisburg, come ragazza alla pari, dovevo curare quattro mocciosi terribili, due gemelli iperattivi e psicotici, e due ragazzine isteriche e con disturbi alimentari…Ok, avevo una stanza tutta per me, dove pero’ non mi era permesso bere e fumare…Assolutamente peggio della Colonia Ticino, dove almeno ci divertivamo… I miei “carcerieri”, ovvero la famiglia per cui lavoravo e facevo da babysitter, era composta da una donna rossocappelluta, con testa di medusa, bocca di vipera, occhi verdi da Maga Circe, nana e totalmente incapace come mamma, quindi, totalmente esaurita, nevrotica, isterica, iperattiva, la classica impiegatucola borghese, che si lamenta perche’ il marito non porta a casa abbastanza soldi; come se non bastassero quelli che guadagna gia’ come avvocato penalista…Fai un po’ te…Il marito incarnava il tipico tipo di uomo di destra, rosso, obeso e rubicondo, perennemente a dieta, senza mai perdere peso e, obbligato dall moglie, non poteva bere…E la moglie non gliela dava…Insomma, mi sono messa in un bel casino!!! Il mio ragazzo ha fatto di tutto per portarmi a vivere con lui al confine tra Olanda e Germania…Ho resistito tre mesi, di cui 2 senza essere pagata…Si’, pagata ma con le mazzate ricevute dai gemelli e a suon di umiliazioni e prese per il culo dalla quella puttanazza della madre di casa, Susanne, ho deciso di mandarli affanculo, o meglio, il mio organismo ha ceduto e mi hanno ricoverata in ospedale una mezza giornata, sotto valium o non so quale altro tranquillante…Nella lettera di dimissioni, hanno scritto che quel lavoro non faceva per me, e che quindi dovevo rinunciarvi…Ho preso armi e bagagli ed ho levato le tende!!! Sono stata a Duisburg dalla meta’ di luglio ai primi di ottobre, da li’ in poi, mi sono trasferita a Kerkrade, in Olanda, a casa del mio ragazzo, proprio al confine con la Germania…Praticamente, solo attraversando la strada, sei gia’ in Germania! Pensa che noi andiamo a far la spesa a piedi…Abbiamo un appartamento di 4 locali, una specie di piccolo centro sociale/circolo arci/Bed&Breakfast all’occorrenza (solo per i turisti, per gli amici l’ospitalita’ e’ gratuita ovviamente!!! ), che e’ anche la nostra casa allo stesso tempo…Ci manca solo la fermata di Macondo Express all’ingresso e abbiamo tutto…Si’, vita molto punkabbestia, ma mi piace, quindi, me ne sbatto di cio’ che dice la gente e vivo meglio…Finalmente vivo per me stessa…Ovviamente con le difficolta’ economiche connesse, ma e’ il prezzo da pagare per la propria indipendenza e conseguente liberta’ di non dipendere da nessuno e di camminare sulle tue gambe, senza rimpianti, risentimenti e sensi di colpa verso parenti, amici, conoscenti ed ex…Ti diro’, sto da dio da quando ho mollato quel mollusco del mio ex, il musicista incompreso, il narcisista del cazzo che pensa di non valere una sega, che sa di non avere le palle, che ha paura di tutto…Ma di fronte agli amici ed ai compagni di merenda, beh, diventa la persona piu’ brillante, piu’ simpatica, piu’ compagnona del mondo…Bleah, che sbocco!!! Ne ho avuto la nausea…Come cazzo fai a convivere da un anno e mezzo e stare quattro mesi senza un minimo di affettivita’??? E senza una coccola, e senza nemmeno un semplice e fraterno abbraccio…Boh, io non lo so, ma tutti gli amici maschi con cui ne ho parlato mi hanno detto che non e’ fottutamente normale…E cosi’, l’ho mollato e sono stata meglio!!! Ovvio che lui mi ha rinfacciato un sacco di cose, nonche’ sparlato alle spalle, ma, detto sinceramente, fotte eminentemente sega…Beh, questa e’ la mia storia…Scusa se mi sono dilungata, ma era da un po’ che non ci sentivamo, quindi volevo spiegarti un po’ com’era andata, tutto qua…Dimmi che non hai impegni il 2 luglio 2013! :-D”.

Annunci

La Storia

Prologo
Nell’anno 2084 gli scienziati hanno trovato un modo di mandare messaggi nel tempo, usando la telepatia. Con la Terra quasi distrutta da innumerevoli cause, hanno speranza solamente in quell’esperimento: avvertire il passato di ciò che succederà in futuro per invertire le sorti della Terra.

Atto Primo


Il destinatario dei messaggi telepatici è Ayreon, un menestrello cieco che vive nel VI Secolo in Inghilterra. Ha vissuto la sua vita nell’oscurità fin dalla nascita, ma, un giorno propizio, tutto cambia. — Ayreon è in grado di vedere immagini. Il menestrello crede che queste visioni gli siano state mandate dal Signore del Tempo. Inconsapevole di quanto tempo dovrà passare prima che la Terra sia distrutta, Ayreon si ingegna per raccontare la storia della fine della Terra, cantando canzoni di guerre, disastri naturali e tecnologia informatica. Le terrificanti storie spaventano gli abitanti del villaggio, che lo scacciano via.

Atto Secondo


Solo, e messo al bando dal proprio villaggio, Ayreon va al castello di Re Artù, e, essendo un menestrello di fama, gli è concesso cantare le proprie visioni ad una cerchia ristretta nella corte del Re.

Atto Terzo

Geloso della sua abilità di predire il futuro, Merlino, mago di corte, non è d’accordo con il messaggio di Ayreon, e convince la corte che il menestrello sia un mendace.

Atto Quarto

Merlino pensa che sia necessario zittire Ayreon per sempre e lo maledice. Quando il maleficio è compiuto, Merlino si accorge del proprio errore, ma è troppo tardi.  Il mago predice che il messaggio arriverà alla mente di un altro menestrello alla fine del XX secolo…

http://arjenlucassen.com/

Il progetto Ayreon

AYREON è un progetto nato due decadi fa;  il suo fondatore, Arjen Lucassen è stato velocemente e inesplicabilmente invaso dalla compulsione di creare opere rock. Questo un po’ prima degli anni 90, l’era del grunge e dell’alternative rock, quindi, l’idea di rilanciare un’opera rock era inconcepibile per la maggior parte della gente ragionevole. Tuttavia la storia ha dimostrato che l’impulso creativo di Arjen non era solo un trionfo personale; esso ha preconizzato un’intera era di opere rock (vedi Avantasia).

Un vasto numero di musicisti e cantanti ha preso parte al progetto, e molti hanno ambito a lavorare con Arjen. Gli artisti in un album di Ayreon sono tutti severamente e cautamente scelti da lui per essere la perfetta incarnazione musicale del ruolo che Arjen ha in mente di assegnar loro.

Musicalmente, gli album di Ayreon tendono ad essere caratterizzati da estremi opposti: chitarre heavy inframmezzate da dolci mandolini, tonanti Hammond classici che collidono con urlanti synth digitali e borbottii di scura morte con angeliche voci celtiche. I drammatici concept spaziano dal fantasy  (Actual Fantasy) alla fantascienza (01011001) al paesaggio interiore dell’emozione umana (The Human Equation).

Thierry-Otto Loves

 

Nichilismo

Il nichilismo (volontà del nulla) è un orientamento filosofico che nega l’esistenza di valori e di realtà comunemente ammessi.

La diffusione del termine risale alla fine del ‘700 (latino NIHIL=nulla) quando Jacobi caratterizzò come nichilista la filosofia trascendentale di Kant e soprattutto la ripresa fattane da Fichte. Secondo Jacobi il sistema della pura ragione “annichila ogni cosa che sussista fuori di sé”.
Successivamente Schopenhauer riprese in chiave nichilista il problema della conoscibilità e dell’essenza del reale. La realtà fenomenica è l’apparenza nullificante e dolorosa della Volontà irrazionale e inconscia che origina il cosmo intero. L’uomo può liberarsi solo cessando di volere la vita e il volere stesso, per abbracciare il nulla.
Con Dostoevskij il termine indicava la perdita dei valori tradizionali cristiani nel mondo moderno, il destino della modernità dopo “la morte di Dio“. Per Dostoevskij la morte e la negazione di Dio da un lato, e la fede nel Dio negato ma redentore proprio perché sofferente (capace di salvare la sofferenza, prendendola su di sé, dall’insensatezza e dal vuoto nulla) dall’altro, avrebbero potuto ricondurre, attraverso il crogiuolo del nichilismo, il cristianesimo al rinnovamento.
Per Nietzsche il nichilismo appartiene alla vicenda del cristianesimo, che insegnando a cercare la verità in un altrove metafisico, condanna il mondo e Dio stesso al nulla.

Il termine di nichilismo fu usata da Nietzsche in tre occasioni principali:
nel passato è esistito un nichilismo intrinseco a tutte le metafisiche, dato dal prevalere in esse di un atteggiamento contrario alla vita.
Secondo Nietzsche tutti i sistemi etici, le religioni e le filosofie elaborate nell’intera storia dell’Occidente sono interpretabili come stratagemmi elaborati per infondere sicurezza alla gente, a coloro che non riescono ad accettare la natura imprevedibile della vita e quindi si rifugiano in un mondo trascendente; sono reazioni protettive di un uomo insicuro, spaventato dalla propria stessa natura (dalle passioni, dall’istinto) ed incapace di accettarsi. La massima espressione di questa nullificazione dell’uomo è stata la religione ebraico-cristiana: l’etica dell’amore, della pietà e della mortificazione del corpo in vista di una ipotetica felicità ultraterrena è solo una perversione dello spirito, una patologia dell’umanità;
in una seconda accezione Nietzsche intese con nichilismo la morte di Dio, ossia la condizione dell’uomo moderno, che a partire dall’Illuminismo ed a causa di una “accresciuta potenza dello spirito”, crede sempre di meno nei valori tradizionali. E’ una crisi di una civiltà che Nietzsche riassume con la formula “Dio è morto”, dove Dio è il simbolo di tutte le fedi e di tutte le metafisiche. Nietzsche descrisse in termini efficaci questo nichilismo (la crisi di valori) dell’epoca attuale: notò ad esempio come il venir meno di ogni certezza, l’abbandono di ogni prospettiva religiosa o oltremondana, provochino nell’uomo contemporaneo un forte senso di fallimento e smarrimento esistenziale. Ne consegue una nostalgia del passato, il rimpianto per quel periodo felice in cui ancora si credeva alle favole metafisiche. L’uomo moderno non crede più, ma vorrebbe credere; d’altra parte non sa più in cosa credere e non riesce più ad usare i miti ed i riti del passato. Finisce quindi con l’inventarsene di nuovi, crea nuove fedi in sostituzione delle antiche spesso investendo di senso religioso le ideologie politiche. Nelle esperienze tragiche della storia moderna, nel proliferare delle sette religiose, nel persistere di credenze magiche (astrologia, parapsicologia, ufologia) e persino mistiche (le apparizioni della Madonna) si può vedere un disperato nichilismo, una “volontà di credere ad ogni costo” a qualcosa;
esiste infine per Nietzsche, un nichilismo attivo e positivo: l’atteggiamento proprio dell’oltreuomo che accetta la “morte di Dio” e con essa la fine di ogni metafisica ed è capace di reggerne psicologicamente le conseguenze.
In questo senso Nietzsche rivendicò per sé il titolo di primo nichilista.

Così Nietzsche parla di sé:
“Ciò che io racconto e’ la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo. Questa storia può già ora essere raccontata; perché la necessità stessa e’ qui all’opera. Questo futuro parla già per mille segni, questo destino si annunzia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie sono già in ascolto. Tutta la nostra cultura europea si muove in una torturante tensione che cresce da decenni in decenni, come protesa verso una catastrofe: irrequieta, violenta, precipitosa; simile ad una corrente che vuole giungere alla fine, che non riflette più ed ha paura di riflettere. – Chi prende qui la parola sinora non ha fatto altro che riflettere: come filosofo ed eremita d’istinto, che ha trovato vantaggio nell’appartarsi, nel restar fuori, nel ritardare, come uno spirito audace, indagatore e tentatore che già si e’ smarrito in ogni labirinto dell’avvenire;…che guarda indietro mentre narra ciò che avverrà, come il primo nichilista compiuto d’Europa, che ha già vissuto in sé sino il nichilismo sino alla fine, e ha il nichilismo dietro di sé, sotto di se, fuori di se” (Wille zur Macht)
Il filosofo individua accanto a un “nichilismo attivo”, segno di forza e crescita dello spirito, anche un “nichilismo passivo” determinato dall’attenuarsi dell’energia dello spirito e che comporta l’accettazione rassegnata della crisi dell’epoca.
Sotto questi riguardi, il nichilismo si rivela chiuso in un equivoco che lascia aperta la possibilità di essere “per l’una o per l’altra, ma anche per l’una e per l’altra”

[…] Nichilismo come segno della cresciuta potenza dello spirito: come nichilismo attivo.
Può essere un segno di forza: l’energia dello spirito può essere cresciuta tanto, che i fini sinora perseguiti (“convinzioni, articoli di fede”) le riescano inadeguati.[…]
Nichilismo come declino e regresso della potenza dello spirito: il nichilismo passivo: come segno di debolezza: l’energia dello spirito può essere stanca,
2. presupposti di quest’ipotesi: Che non ci sia una verità; che non ci sia una costituzione assoluta delle cose, una “cosa in sé”; ciò stesso è un nichilismo, è anzi il nichilismo estremo. Esso ripone il valore delle cose proprio nel fatto che a tale valore non corrisponda né abbia corrisposto nessuna realtà, ma solo un sintomo di forza da parte di chi pone il valore, una semplificazione ai fini della vita.
(tratto da: F. Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, in Id., Opere complete, trad. it. di S. Giametta, vol. VIII, tomo II, Adelphi, Milano 1971, pp. 12-14)
fonte: http://www.matmatprof.it

Diceva Giuseppe Ungaretti, in versi concisi quanto incisivi, “Si sta come d’autunno, sugli alberi, le foglie” (da Soldati, 1918)…Non c’è modo migliore per esprimere il concetto della caducità umana e la consapevolezza della precarietà della vita umana.

Tale concetto è ripreso in diverse culture e accompagna l’intera Storia dell’Uomo, si trova in pressoché ogni ambito geografico ed in diverse riflessioni della mente umana… In particolare, nella cultura giapponese e nella filosofia zen, l’elucubrazione relativa alla caducità è ferma e serena allo stesso tempo, come ci si poteva aspettare da questo tipo di meditazione, sempre molto fatalista, ma anche molto positivo.

Ho approfondito un po’ ed ecco l’interessante risultato, che porta addirittura ad un paragone ed ad una vicinanza concettuale con la letteratura latina (Virgilio in primis)…Stiamo andando verso un concetto-chiave dell’estetismo giapponese, l’aware.

L’odierno significato di questa parola, come aggettivo, è “compassionevole”. Più precisamente, aware si riferisce alla qualità emotiva insita nelle cose, nella natura, nell’arte, ma anche, in senso più generico, alla reazione interiore di una persona dinanzi a uno stimolo estetico.

Il senso dell’ aware ebbe la sua massima espressione in Giappone durante l’Epoca Heian, intorno l’anno 1000. Nell’allora capitale di Heiankyō, la corte imperiale dei Fujiwara viveva praticamente racchiusa in un mondo completamente artificiale, in un ambiente che in quanto ad eleganza formale, gusto per la bellezza, meticolosità, cura dei dettagli, ha avuto ben pochi uguali nella storia umana. A quell’epoca i gentiluomini, anche quando raggiungevano posizioni elevate, mostravano ben poco interesse per le responsabilità pubbliche e preferivano dedicare il loro tempo a vergare poesie su fogli di carta colorata, o a controllare i dettagli più minuti del loro abbigliamento. Le dame vivevano truccate come bambole dietro ai loro paraventi, dedicandosi alle lettere e all’amore. La civiltà heian tendeva alla ricerca della perfezione estetica. Un minimo errore di gusto poteva distruggere la reputazione di un gentiluomo.

Nell’Epoca Heian tutti gli uomini colti scrivevano in cinese, lingua della burocrazia e della cultura, e dunque furono le donne a creare i grandi capolavori della letteratura giapponese. Dame di corte come Murasaki Shikibu o Sei Shōnagon si sforzarono di analizzare la percezione infinitesimale dei sentimenti, riuscendo a rasentare limiti assoluti di delicatezza stilistica. Gli ideali di bellezza che contrassegnarono il gusto di quest’epoca possiamo appunto incontrarli negli scritti di queste dame, nelle loro lunghe contemplazioni e riflessioni. Leggiamo ad esempio nel diario di Izumi Shikibu:

“Voglio aprire le imposte a guardare la luna che scende verso l’orizzonte occidentale. Sembra lontana e serenamente diafana (c’è una nebbiolina sopra la terra) e arrivano insieme il suono di una campana e il canto dei galli. Non ci sarà mai più un momento come questo né nel passato né nel futuro…”

Infinite frasi come queste si rintracciano nella letteratura heian: c’è la contemplazione della bellezza unita all’idea della sua irripetibilità e caducità. Izumi Shikibu la tratta con dolcezza e melanconia, Sei Shōnagon col suo spirito beffardo. Nel Libro del Guanciale, quest’ultima procede mescolando il dato autobiografico a baluginanti elencazioni di immagini.

“Particolari eleganti e graziosi. Un’ampia sopravveste candida gettata su una veste rossa. Le uova di anatra. Un dolce di zucchero conservato nel ghiaccio e presentato in una piccola coppa di metallo. Un rosario dai grani di cristallo. I fiori di glicine. I fiori di prugno con la neve che cade. Un bambino graziosissimo intento a mangiar fragole…”

Lo spirito dell’aware pervade tutta la letteratura Heian” scrive Hisamatsu Senichi. “Si manifesta nei sentimenti che ci ispira una lucente mattina di primavera, ma anche nella tristezza che ci sopraffà in una sera d’autunno. Il suo significato primario, comunque, è una delicata melanconia, che può diventare una vera sofferenza.”

Gli esempi più significativi li ritroviamo però nella Storia di Genji, il diluviale romanzo di Murasaki Shikibu, primo romanzo della letteratura giapponese e capolavoro assoluto della letteratura mondiale. Ci sarebbe moltissimo da dire su questo romanzo ricco di personaggi e privo di trama, che, in quello che potrebbero essere additati come difetti formali, rasenta invece la perfezione. L’autrice ne domina i mille rivoli con un’attenzione e una sensibilità assolute, e sembra che nel romanzo la parola aware sia ripetuta più di mille volte. I giapponesi hanno dato origine a innumerevoli ed erudite disquisizioni sull’esatto significato diella parola nei vari contesti in cui viene a cadere ed è ben comprensibile l’imbarazzo dei traduttori occidentali che ogni volta che si trovano a definirne l’esatta sfumatura.

Il protagonista del romanzo, Hikaru Genji, è figlio dell’imperatore e di una concubina, ragion per cui non è destinato al trono. È un giovane avvenente, dal gusto ricercato, lo spirito brillante e l’umore velato da una melanconia un po’ decadente. È l’immagine di tutto ciò che una donna potrebbe chiedere a un uomo, alla corte dei Fujiwara e nell’epoca Heian. L’autrice stessa è evidentemente innamorata del suo personaggio, il quale “nessuno poteva guardarlo senza provarne piacere”.

Nel corso del romanzo, Genji si sofferma spesso a contemplare un giardino inargentato dalla luna, ad ammirare la danza di un mimo dinanzi alla tormenta, ad ascoltare le note di un koto vibrare nel crepuscolo. C’è una scena bellissima in cui il principe, recandosi da una delle sue amanti, avverte, nel buio della notte, il profumo di un fiore appena sbocciato. Fa fermare la portantina e rimane a lungo ad assaporare quella fragranza che la brezza già sta sbriciolando e disperdendo. Questo è il gusto che sorregge l’intero romanzo: la finzione narrativa si fonde con quello che era l’effettivo ideale di vita dell’Epoca Heian. Quando Genji viene esiliato a Suma, a metà romanzo, la contemplazione della bellezza si fonde a una nostalgia totale, struggente:

“In una tranquilla notte di luna, in cui un limpido cielo s’inarcava sul vasto mare, Genji se ne stava a guardare la baia. Pensava ai laghi e ai fiumi del suo paese natio. L’uniforme distesa del mare non destava in lui che una vaga e generica nostalgia. Non c’era un segno familiare intorno a cui si potessero concentrare le sue associazioni, non un punto preciso in cui i suoi occhi si volgessero. Davanti a lui, in tutto lo spazio deserto, solo l’isola di Awaji si stagliava fermamente e attirava l’attenzione. – Awaji, grano di spuma allo sguardo lontano – citò egli e recitò il verso: – Oh, isola maculata di spuma che per me non eri niente, persino un dolore come il mio in questa notte di meravigliosa bellezza tu hai il potere di guarire!”

E per impulso Genji afferra il suo koto e comincia a provare una melodia cinese: il suono, mescolato coi sospiri dei pini e il sussurro delle onde, si ode lungo il pendio, fin nelle case vicine. Il governatore è straziato da quel canto e dalla nostalgia che lo riporta ai giorni in cui si trovava nella corte di Heiankyō, arriva alle stanze di Genji e geme: – L’incanto di una musica come questa non è unicamente terreno! Non dirige forse i nostri pensieri verso quelle melodie celesti che ci accoglieranno quando finalmente raggiungeremo la mèta dei nostri desideri?

Nel senso principale dell’aware c’è infatti una nota malinconica. È sì, l’emozione suscitata dalla bellezza del mondo, ma senza dimenticare che questa bellezza è destinata a svanire, come chi la osserva. È “compassione” nel senso etimologico della parola, dal latino cum-patire, e dunque un condividere il nostro sentire con ciò che ci circonda, di cui facciamo parte e con cui condividiamo il destino. All’amore per la contemplazione della natura, di stampo scintoista, si fonde l’idea dell’impermanenza del mondo affermata dalle dottrine buddhiste. Come nota Anesaki Masaharu, la convinzione della continuità delle esistenze nel ciclo delle morti e delle rinascite approfondisce la nota sentimentale ed amplia infinitamente l’ambito simpatetico dell’aware.

Mono no aware, “l’emozione delle cose”. Ci si commoveva percependo la relazione fra bellezza e tristezza del mondo, relazione che l’animo sensibile avvertiva nella bellezza della natura o nel suo materializzarsi nell’arte, non solo perché ne subiva l’impatto estetico, ma anche perché essa gli faceva prender più che mai coscienza della natura effimera di ogni cosa. Aware non era dunque soltanto emozione dovuta a contemplazione, ma addirittura dolore. Dolore perché quest’attimo di assoluta perfezione che stiamo sperimentando è destinato a scomparire nel volgere di un battito di cuore, così come ogni altra cosa del nostro mondo temporale. Nell’aware, nota Joseph Campbell, arriva un eco, molto lontana, della pena del giovane principe Siddharta, il futuro Buddha, che uscendo per la prima volta dal suo splendido palazzo scoprì la realtà del dolore e della morte. Ma i cavalieri e le dame di corte giapponesi non amavano soffermarsi su argomenti funerei, così ritornano nelle loro prigioni dorate e sublimarono tale dolorosa consapevolezza cantando piuttosto la bellezza dei fiori che cadono.

C’è una bella frase di Virgilio che rappresenta molto bene questa sensazione. Enea, giunto alla reggia di Didone, osserva i dipinti che rappresentano gli eventi dinanzi alla piana di Troia, le gesta eroiche dei guerrieri e il dolore degli sconfitti, e commenta:

“- Quale luogo ormai, quale parte del mondo non conosce le nostre pene! Guarda Priamo: qui c’è ancora un premio alla virtù, gli affanni muovono il pianto e la miseria umana desta pietà.”

Isolato dal suo contesto, quest’ultimo celebre verso s’illumina di un significato assoluto. Sunt lacrymæ rerum et mentem mortalia tangunt. “Queste sono le lacrime delle cose e la mortalità ci taglia fino al cuore”. Quant’è vicino Virgilio al senso dell’aware! Se dovessimo tradurre mono no aware in latino, lacrymæ rerum sarebbe l’espressione più vicina all’originale. La percezione delle cose connaturata alla consapevolezza della loro mortalità!

Tuttavia non si pensi che il rapimento estetico dell’aware fosse qualcosa di travolgente come lo Sturm und Drang dei nostri romantici. La sensibilità heian era contenuta entro i limiti di un gusto estremamente controllato. Raramente degenerava in sentimentalismo; mai varcava i limiti del patetico. Si trattava di una calma rassegnazione, di uno spirito che potremmo definire, prese le dovute distanze, più stoico che epicureo. I gentiluomini finivano per sublimare nell’estetismo le loro emozioni più strazianti: nella letteratura assistiamo a scene dove persino il dolore per la morte dell’amata viene trasformato in eleganti tanka di trentun sillabe imperniate su immagini tratte dal più trito repertorio stilistico.

Se si può imputare un difetto alla letteratura dell’epoca, che della civiltà Heian fu fedele specchio e ritratto, è che questa tendenza all’appagamento estetico tendeva a cancellare dal proprio orizzonte mentale tutto ciò che non vi si adeguava. Il Giappone dell’anno 1000, al di là della corte dei Fujiwara, era povertà e squallore. Eppure, la letteratura non fa il minimo accenno al mondo esterno. Sei Shōnagon, che delle scrittrici fu la più anticonformista, si limita una sola volta ad annotare di aver visto dei villani… ma avevano un aspetto così sgradevole!

Ne consegue un’ultima annotazione. L’eleganza e la raffinatezza erano considerate qualcosa di aristocratico. La percezione della bellezza dipendeva dal gusto [shumi] o dal cuore [kokoro], o comunque dalla sensibilità della persona che riusciva a coglierla. Ed era proprio questa capacità di lasciarsi “folgorare” dall’esperienza estetica a definire la misura del vero gentiluomo. L’attitudine di provare un tal genere di emozione estetica [mono no aware o shiru] equivaleva alla virtù morale, era il segno distintivo delle persone di qualità. La gente delle classi inferiori mai avrebbero potuto sperare di possederla. In questo, il senso dell’aware aveva alcuni punti in comune, ancora una volta notati da Campbell, con gli ideali dei trovatori che frequentavano le corti europee nel XII secolo. Anche qui si parlava di un “cor gentile” capace di elevarsi spiritualmente attraverso l’amore per una donna. Ma l’aware giapponese era un sentimento assai più vasto, perché avvolgeva nel suo manto l’intero universo, la natura e le cose.

In seguito le guerre civili e l’avvento dei samurai avrebbero cancellato la ricercata e fragile civiltà Heian, ma quest’ideale di aristocratica bellezza, che era insieme rapimento e tormento, contemplazione e commozione, e quindi illuminazione istantanea e sovrarazionale, rimase fissato nella mentalità giapponese fino ai nostri giorni, per oggi suggerire al mondo intero nuovi codici espressivi ed estetici, certo diversi dai nostri… ugualmente profondi, però, e altrettanto validi.

BIBLIOGRAFIA

  • Joseph Campbell. Mitologia orientale. Mondadori 1991.
  • Irene Iarocci [a cura di]. Mille haiku. Guanda, 1987.
  • Fosco Maraini. Ore giapponesi. Corbaccio 2000.
  • Ivan Morris. Il mondo del Principe splendente. Adelphi, 1984.
  • Murasaki Shikibu. Storia di Genji, il principe splendente. Einaudi 1992 [2 voll.].
  • Sei Shōnagon. Il libro del guanciale. Mondadori 1989.Giorgia Valensin [a cura di]. Diari di dame di corte dell’antico Giappone. Einaudi 1981

“Solitudine e bisogno esistenziale di unione nell’ Arte di amare di Erich Fromm,“ in: P. L. Eletti (Ed.), Incontro con Erich Fromm. Atti del Simposio Internazionale su Erich Fromm: „Dalla necrofilia alla
biofilia: linee per una psicoanalisi umanistica“ Firenze 1986, Firenze (Edizioni Medicea) 1988, pp. 287-292.”

Di Eda Ciampini Gazzarrini

Il tema esplicito del libro di Fromm, l’Arte di Amare“, è l’interrogativo sulla possibilità di amare nella civiltà contemporanea, incentrata sul profitto e sullo scambio di mercato. Tuttavia argomenti centrali dell’opera appaiono la solitudine umana e quell’insopprimibile anelito di unione“ che troverà acquietamento nell’amore.
È il bisogno di unione“, di un incontro risolutore tra gli uomini quello che Fromm percepisce nella società americana e in quelle a sviluppo tecnologico, dietro l’apparente stato di benessere. Sarà questo stesso bisogno, preannunciante di per sé la possibilità di amare, a generare nell’uomo insoddisfazione per le pseudosoluzioni adottate.
Ci ha colpito di questo libro la presenza di nostalgia di un bene perduto“, dietro il quale è il mistero, di cui Fromm, insieme a noi, cerca il nome. Fromm chiama questa nostalgia desiderio di ritorno al Paradiso Terrestre“ dove l’uomo può vivere senza consapevolezza di sé, dove non si sono ancora sviluppate le dicotomie esistenziali.
Paradiso come condizione perduta di armonia, con la natura e con se stesso.
Ma è stato fatto divieto ad Adamo ed Eva di rimanere, dopo che si sono cibati del frutto dell’albero del bene e del male. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Con la nuova dimensione della consapevolezza Adamo ed Eva si mettono fuori dal regno dell’indistinto, dell’istinto, della natura e si sentono soli e colpevoli.
I cherubini con la spada di fuoco sono a testimoniare la colpa commessa e l’impossibilità di  un ritorno.
Con questo dramma, dirà Fromm, inizia, per la razza umana, il destino di uomo.
Parimenti, con la separazione dalla madre iniziano per il bambino il destino di individuo e la ricerca di un nuovo incontro.
Anche il bambino alla nascita viene sbalzato da una situazione chiara come l’istinto in una incerta, ma il senso di solitudine del neonato è annullato dalla presenza fisica della madre dal suo contatto, dall’odore della sua pelle. Fromm dirà che più il bambino, nella crescita, si libera dai vincoli primitivi, più intenso resta in lui il bisogno di nuove vie“ per ripristinare l’unione”.
L’autore batte l’accento sull’isolamento e sul vuoto che il bambino prova quando si rende conto della separazione dalla madre.
Il senso di solitudine è, per Fromm, l’origine di ogni ansia che, se intollerabile, porta a cancellare il senso di separazione e con esso il mondo esterno. L’individuo si chiude in un isolamento che è follia. Per il nostro autore l’umanità, di qualsiasi civiltà, si è trovata di fronte alla soluzione dell’eterno problema di come superare la solitudine e raggiungere l’unione“. Questo è l’interrogativo che si è posto l’uomo delle caverne così come l’uomo di oggi.
È un problema, continuerà a dire Fromm, che nasce dalla condizione dell’esistenza umana, di fronte al quale la storia delle religioni e della filosofia sono tentativi di soluzione.
È convinzione di Fromm che anche la società capitalistica risponda a suo modo, a salvaguardia dei privilegi, al bisogno dell’uomo di superare la solitudine, ammannendo il „conformismo“, la “routine di lavoro e del piacere” e”idoli” privi di qualità umane.
E l’uomo è solo più di sempre.
Fromm ci avverte che la maggior parte della gente non si rende conto di cosa nasconda il conformismo: „Come potrebbe un uomo prigioniero della
ragnatela della routine ricordarsi che è un uomo, un individuo ben distinto, uno al quale è concessa una unica occasione di vivere, con speranze e delusioni e dolori e timori, col desiderio di amare e il terrore della solitudine e del nulla?“
Fromm tocca uno dei più scottanti temi attuali e denuncia che i movimenti socio-politici e le vertiginose scoperte tecnologiche sono sempre più al servizio di una società retta da una costrittiva
economia competitiva.
È esplicito in Fromm che per l’uomo di oggi il problema della solitudine e di una ricerca di „integrazione“ senza perdita della propria individualità sia altrettanto importante quanto lo studio della sessualità ai tempi di Freud. La stessa spinta sessuale, per Fromm, è causata solo parzialmente dal bisogno di sopprimere una tensione mentre la necessità principale è data dall’istanza di „unione“ con l’altro polo sessuale.
Nel processo della separazione che fa parte della crescita, che è anche euforia e gioia, Fromm richiama la nostra attenzione sullo stato di sofferenza che ne consegue e sulla paura del vuoto, dell’isolamento. L’uomo Fromm sembra molto preso da questa condizione umana di „separazione“ che non avviene una volta per tutte ma che si ripete, con rinnovato senso di perdita ad ogni cambiamento, sempre dolorosa.
Così si ritrova in lui, non acquietata, la nostalgia. di una felice unione perduta.
Fromm, sociologo, è preoccupato per le condizioni della società attuale, per il futuro dell’uomo che rischia la distruzione, anche perché la società conia strategie di mascheramento del disagio e l’uomo rimane „consapevolmente inconsapevole“.
Con questa ultima affermazione dell’ambiguità dell’individuo, Frómm pare minare la speranza di una risoluzione nella quale egli tuttavia crede.
Dei messaggi di Fromm, sembra essersi fatto araldo in questi ultimissimi tempi, il linguaggio dell’artista. I temi di Fromm hanno trovato espressione
e particolare incisività attraverso la macchina da presa e le immagini che rendono più accessibili i significati. Michel del film del regista Ferreri „I love you“ ripropone il problema esistenziale di una propria individuazione e il
fallimento di un ritiro dalle relazioni umane verso un oggetto meccanico che sostituisce l’incontro con l’altro.
Michel è l’uomo che Fromm in una opera più tarda chiamerà uomo monocerebrale preso dal meccanismo tecnologico a tale punto da stabilire fra lui e la macchina una specie di rapporto
simbiotico. Fromm troverà una sorprendente analogia fra questo tipo di uomo monocerebrale e gli schizofrenici.
Sempre attraverso lo strumento della macchina da presa ci arriva un altro messaggio. È la volta di Kaos dei registi Taviani. Kaos è il mondo prima dell’atto della creazione, nel quale tutte le forme erano indefinite. Il film si presta a significare un ritorno regressivo alla Grande Madre, la nostalgia di un „eterno presente“. Il protagonista, a maturità avanzata, torna nei luoghi dell’infanzia e ricorda la madre: „Ora che sei morta e non mi pensi più, io
non sono vivo per te“. Possiamo cogliere in altri aspetti della cultura il segno del disagio ed anche modalità di copertura, strategie, che negano „il
vuoto“. Stiamo pensando al „trompe d’oeil“ (inganno dell’occhio) in architettura, a quel movimento che cerca di coprire con pitture di modelli architettonici del passato Rinascimento le pareti di vetro e cemento dell’edilizia moderna.

Aggiungiamo queste immagini ingannevoli, tratte dai nostri giorni, a quelle che Fromm mette a nudo nel suo libro sia relative alla vita dell’individuo che della società. Sembra non possano esserci altre soluzioni che follia, regressione, inganno e che la società debba andare verso la distruzione totale. Fromm indica la possibilità di superare la solitudine e di sfuggire il vuoto, nella capacità di amare dell’uomo e in una organizzazione sociale improntata dall’amore.
Scrive dell’amore come di un sentimento attivo, la cui caratteristica si sintetizza nel concetto del „dare“. “Dare”come la più alta forma di potenza per cui l’uomo prova la sua forza, la sua ricchezza, il suo potere. Il „principio“ dell’amore per Fromm è incompatibile con il „principio“ che anima la società capitalistica, basata sul profitto. Tuttavia egli ammette che il capitalismo, nella sua reale estrinsecazione, è complesso e in continua evoluzione, da dare adito ad una certa dose di anticonformismo e di giudizio critico.
Questa dialettica di Fromm ci porterebbe ad affrontare il problema della polarità e della integrazione nel suo pensiero.
La polarità sembra corrispondere più al Fromm sociologo per il compito che si è assegnato di togliere l’uomo dalla confusione, dalla ignoranza consapevole, con visioni chiare di vita. Anche quando illustra la crescita
dell’individuo differenzierà nettamente l’amore, definendone le caratteristiche di premura, responsabilità, rispetto e conoscenza, degli stati di simbiosi, di narcisismo, di dipendenza. Egli sembra lasciare tra la condizione matura dell’amore e gli stati affettivi più elementari come un vuoto che disorienta.
Sara, una adolescente seguita in psicoterapia, al culmine della sua ambivalenza, esposta alla disperazione depressiva per l’oggetto buono sentito come perduto, chiede: „Nella dipendenza c’è amore?“ .
Cerchiamo con Sara, presi dalla conflittualità dei nostri sentimenti, una rassicurazione da Fromm.
E Fromm terapeuta abbandona la polarità e tocca il tema della sofferenza mentale con la sua affermazione carica di empatia:„Mentre si è coscientemente timorosi di non essere amati, il vero, sebbene inconscio timore è quello di riuscire ad amare“. Sara ci chiede di ricercare la presenza di amore là dove è fusione, narcisismo, dipendenza e colpa. Ci invita ad andare a ricercare più indietro le radici della capacità di amare.
E Fromm ci viene ancora incontro con il „principio dell’amore materno“ rappresentato dalla figura della madre, principio che è al di sopra delle prestazioni reali della mamma con il proprio bambino.
È un amore incondizionato che dice al figlio: „Non c’è peccato, né delitto che ti possa privare del mio amore, del desiderio che tu sia vivo e felice“.
L’amore incondizionato corrisponde ad uno dei più profondi aneliti di ogni essere umano, dirà Fromm.
Una nota studiosa dell’infanzia chiamerà questo anelito „Oggetto di bontà unica di cui il neonato sa inconsciamente“ ricorrendo in certo qual modo ad una eredità filogenetica.
Fromm è un uomo che ha fede nella capacità individuale di amore e la ritiene unica reale soluzione al problema della solitudine. Ha fede nella possibilità dell’amore come fenomeno sociale, e afferma che le forme maligne di aggressione e sadismo possono essere sostanzialmente ridotte se le condizioni socio-economiche si evolvono in modo da favorire lo sviluppo del potere creativo dell’uomo, come suo autentico obiettivo.

Bibliografia
S. Ferenczi, Thalassa, Roma, 1965, Astrolabio. Freud,
S., Tre saggi sulla sessualità, Milano, 1975, Boringhieri.
E. Fromm, L’Arte di Amare, Milano 1963 – „I Corvi“
dall’Oglio – Il Saggiatore
E. Fromm, Anatomia della distruttività umana, Milano,
1975, A. Mondadori.
E. Fromm, Avere o Essere?, Milano 1977, A. Mondadori.
M. Klein, Scritti,l92l-1958, Torino 1978, Boringhieri.

Per chi non lo conoscesse:

L’Arte di amare di Erich Fromm

“ Ogni essere umano avverte dentro di sé in modo istintivo e insopprimibile l’assoluta necessità dell’amore. Eppure, in molti casi, si ignora il vero significato di questo complesso e totalizzante aspetto della vita. Per lo più l’amore viene scambiato con il bisogno di essere amati. In questo modo un atto creativo dinamico e stimolante si trasforma in un tentativo egoistico di piacere. Ma il vero amore, sostiene Erich Fromm, è un sentimento molto più profondo che richiede sforzo e saggezza, umiltà e coraggio. E, soprattutto, è qualcosa che si può imparare. “

 

Un’onda si sta gonfiando, e siamo impreparati ad affrontarla – International Business Times.

Pier Paolo Pasolini

Vi odio, cari studenti (Il Pci ai giovani!!)

È triste.
La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato.
Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati…
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!

Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!

I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.

A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri.
Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.

l’Espresso (n. 24, 16.6.68)


Una filosofa racconta di come l’anoressia le abbia insegnato a vivere.
inserito da Roberta Yasmine Catalano

Michela Marzano, Volevo essere una farfalla, Mondadori, Milano 2011, pp. 210.

Alzi la mano chi non ha sudato sette camicie sui libri di filosofia, tra profondi entusiasmi e terribili scoraggiamenti. Può capitare tuttavia di riavvicinarsi a una delle più ostiche materie scolastiche grazie a una brillante filosofa, che scrive libri illuminanti e accattivanti. Michela Marzano è una giovane filosofa italiana che vive e insegna in Francia. Mentre cercavo approfondimenti per un lavoro sulle donne, ho incontrato il suo notevole Sii bella e stai zitta, divorandolo tutto d’un fiato. Poi è stata la volta di Della fedeltà o il vero amore, anche qui una piacevolissima sorpresa. E ho pensato che non avrebbe potuto stupirmi di più. Mi sbagliavo. Avevo appena terminato di leggere il suo pensiero sulla fedeltà, quando è uscito Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere. Mi chiedevo se sarebbe riuscita a trattare un argomento così delicato e difficile e doloroso con la stessa nitidezza di pensiero, con la stessa lucida semplicità. Ci è riuscita.
Credo di aver letto quasi tutti i libri sui disturbi alimentari e mi incuriosiva lo sguardo di una filosofa. Ho trovato lo sguardo di una donna. Che ha avuto un coraggio ragguardevole. Perché non è facile dire “anch’io”. Perché i panni sporchi si lavano in casa e c’è sempre qualcuno pronto a ricordartelo. Perché mostrare le proprie debolezze significa mettersi a nudo, esporsi allo sguardo altrui che spesso è uno sguardo giudicante.
Il libro catapulta immediatamente dentro il cuore del problema: “Nel bene come nel male, non riesco a non essere eccessiva… Se c’è un termine che mi definisce veramente è ‘troppo’. Mi innamoro troppo. Mi appassiono troppo. Mi stanco troppo. Mi arrabbio troppo”. E riconoscersi dà già le vertigini. Fino alla tregua: “Ormai so che, prima o poi, passerà. Non rispondere al telefono. Non accendere il computer. Non parlare. Non muovermi. Non fare nulla”. L’unica soluzione possibile quando il cavallone si annuncia, arriva e ti travolge. Perché “quando si soffre, si è soli. È come se l’altro percepisse il dolore da lontano e volesse proteggersene. Lo sente, ma lo nega. Se ne allontana. Torna al proprio lavoro. (…) Soprattutto quando non riesce a capire cosa succede, quelle lacrime improvvise, quel brusco ‘non è niente’, quella paura che si spalanca…”. E poi l’importanza dello sguardo altrui, perché essere visti significa esistere, significa non essere trasparenti. E i sogni, che sono sempre incubi. E quel momento, perché c’è sempre quel momento, in cui tutto si spezza e, inesorabilmente, “nessuno si accorge di nulla”. E allora ecco la fame, ma “la fame non è appetito (…). La fame può anche essere una lotta. Un tira e molla quotidiano. Una sfida”.
Bambine diligenti. Ragazze e donne perfette. Che si adattano a tutto. Accomunate dalla negazione di qualsiasi forma di debolezza, “come se non si avesse il diritto di esistere, ci si scusasse di ‘occupare’ un po’ di spazio, si supplicasse il permesso di ‘essere’…”. “Se sta bene agli altri allora sta bene anche a me!” “Tutto pur di non ‘pesare’ sugli altri.” È tutta questione di volontà, perché “ci vuole una forza di volontà sovrumana per non mangiare, nonostante la fame. Ci vuole una forza di volontà sovrumana per non ‘cedere’, anche quando si muore di freddo”. Perché imparare a dire no alla vita significa imparare a dire no al dolore, controllare tutto, annullare le emozioni, fino a non sentire più male, fino a non sentire più niente, e galleggiare sull’onnipotenza. “Mi ero convinta che se fossi riuscita a diventare leggera come una farfalla, tutto sarebbe andato a posto. Sarei diventata forte, indipendente, libera. E non avrei mai più avuto bisogno di nessuno”. Sbriciolare il passato, vomitare la rabbia, punirsi per essere sporche, sporche perché non si è state capaci di difendersi, complici, comunque colpevoli. Del resto, se lo sguardo degli altri non ha visto, non è accaduto nulla. Raccogliamo veloci le briciole e buttiamole sotto il tappeto, ché lì forse non le vedrà nessuno.
Un libro importante, necessario. Anche per infrangere tabù e disinformazione: “Basta allora con tutti questi luoghi comuni che dicono che ‘le anoressiche’ rifiutano il mondo, mentre le ‘bulimiche’ si lascerebbero andare al magma delle pulsioni! Non esistono le anoressiche e le bulimiche. Esistono solo tante persone che utilizzano il cibo per dire qualcosa. Che non sanno più bene come e quando ‘aprirsi’ o ‘chiudersi’ al mondo”. E ancora, “ma perché attaccarsi a questo maledetto sintomo e cercare a tutti i costi di far entrare tutte coloro che ne soffrono nello stesso schema? Perché non ascoltare quello che ognuno dice, cerca, rivendica, supplica?”
“L’anoressia porta allo scoperto quello che non va nel profondo. È un’occasione per mettere un po’ tutto in discussione. Ma è anche una protezione. Che mette a distanza la disperazione. Che contiene il magma che si agita all’interno”. Ma attenzione, riprendere a mangiare non significa essere guariti: “Allora non basta ricominciare a mangiare. Non basta smettere di vomitare. (…) Niente cambia se non si scava dentro, profondamente, dove fa più male. (…) Si deve solo capire che non è tanto il ‘sintomo’ che fa soffrire, ma la sofferenza che si trasforma in sintomo. Per negoziare con la realtà il prezzo della propria libertà. Anche se le ferite non si cancellano mai”. La ricetta è tutta lì: smettere di fingere che vada tutto bene. Abbandonare il maledetto “come se”. Ed è già rivoluzione. E allora parlare, scrivere, denudarsi, perché “certe cose non esistono veramente finché non vengono raccontate. (…) Perché ci vuole un coraggio immenso per smetterla di soffrire”.
Nella storia delle persone che soffrono di disturbi alimentari, c’è sempre un genitore che per proteggersi ha scelto l’anaffettività, o la considerazione spasmodica di cosa dirà la gente, o le regole imposte senza via di scampo, e allora bisogna essere figlie irreprensibili, corrispondere perfettamente a quel modello. Spesso sono le madri. Qui c’è un padre, che commette l’errore più grave, e così dannatamente frequente: non mettersi mai in discussione. Che poi è l’ennesimo modo di fare “come se”, come se fosse giusto, come se fosse normale, come se fosse naturale. E allora si scatena l’esercito dei “se”: se riuscissi a dirglielo, se potessi spiegarglielo, se solo fossi in grado di parlargliene. Sono storie in cui è evidente che qualcosa non ha funzionato. “È chiaro che c’è stato un non-amore”. L’unico modo per uscirne è partire da lì. Scardinarlo, fotografarlo, dirlo e ridirlo, raccontarlo per esorcizzarlo. E infine perdonarsi, per perdonarlo.
La cosa più difficile è far capire agli altri, quando apparentemente non ci sono segni, quando sembra che vada tutto bene. “Hai tutto. Assolutamente tutto. Bellezza, intelligenza, sensibilità. Una famiglia, degli amici, dei diplomi. (…) per gli altri sei tu all’origine del tuo male”. E quant’è difficile spiegare, soprattutto quando non se ne ha alcuna voglia. Dire l’abisso, le tenebre, la paura di uscire, la sensazione di non valere nulla, l’ossessione, la disperazione, il terrore di non essere accettati, un dolore legato all’infanzia che all’improvviso ricompare, a tradimento, come un rigurgito violento, e “in quei momenti, non è la morte che fa paura. È la vita”.
Si può guarire. Si può usare quest’esperienza atroce per imparare a vivere. Imparando a dire no. Usando il fermo immagine e indugiandoci davanti: osservare, prendere tempo, spegnere tutto e riposare il motore. Azzerare. Accettare di commettere il peccato mortale di perdere tempo. Si può fare. Ma, soprattutto, “smettere di voler riparare il passato”.
Michela Marzano ci fa attraversare frammenti di dolore indicibile, laddove piangere non è concesso, dove il dolore è classificato come malattia mentale. E lo fa in punta di piedi, dicendo solo poco, piccoli flash, ché tanto non c’è bisogno di dire altro, si respira tutta la disperazione.
La Marzano analizza anche la relazione amorosa, l’innamoramento, il difficile equilibrio, la necessità di aprirsi, di confrontarsi, “perché per amare bisognerebbe potersi abbandonare”. Perché gli amori impossibili non sono veri amori.
Ma anche l’importanza della psicoterapia, la difficoltà di lasciarsi andare, di analizzare e rianalizzare. Risalire al momento in cui si è smesso di mangiare per dire no a tutti, “smettere di mangiare per far capire una buona volta per tutte a quella bambina che doveva smetterla di chiamare. Tanto nessuno le avrebbe mai risposto”.
Infine, la filosofa ci offre la preziosa occasione di comprendere la difficoltà di vivere e scrivere in due lingue, “perché non basta sapere come si dice qualcosa. Bisogna trovare la sfumatura giusta. Spezzare la distanza che esiste tra la parola e la cosa. Scivolare nei segni. Riuscire ad abitarli. Cambiare i gesti che li accompagnano”. Fa pensare allo splendido Amour bilingue di Abdelkebir Khatibi, dove l’autore si innamora in una lingua e si disinnamora in un’altra. Quando vivere in due lingue significa vivere due vite, scindersi in due, col rischio di perdersi. Sembrano cose semplici, ma non lo sono affatto. Come dire “ama il prossimo tuo come te stesso”: come la mettiamo con quel “come te stesso”? Perché la cosa più difficile non è amare il prossimo, ma amare se stessi.
Questo non è solo un libro sull’anoressia. È un viaggio che partendo da lì attraversa il male di vivere, i conti col quotidiano, la vita. “La vita non è meravigliosa. È difficile, piena di inceppi, faticosa. Talvolta anche deludente. Ma è un’avventura… E allora capita anche di essere felici.”. Bisogna imparare a stare bene, anche se nessuno ce lo insegna. Capire cosa ci piace e darci il permesso di farlo. Di desiderarlo. Imparare la gioia, abdicare a essa. “Stare di fronte alla montagna e decidere di non scalarla. (…) E non fare altro che ascoltare il passo delle nuvole sul prato”. Imparare a dire di no agli altri che non significa dire di no a noi stessi. Perdonarci. Per amarci. Finalmente.

 Il 30 agosto 2011 è stato pubblicato l’ultimo libro della Marzano, affermata filosofa italiana che vive in Francia ormai da anni, edito dalla casa editrice Mondadori: Volevo essere una farfalla”.

Volevo essere una farfalla” non è un libro sull’anoressia com’è stato da taluni definito forse troppo frettolosamente, ma piuttosto un racconto sul come l’anoressia l’abbia accompagnata per anni, costringendola quasi a sopravvivere più che a vivere, a rimettersi quotidianamente in gioco e in questione a prezzo di dure lotte con se stessa, a voler infine riprendere a vivere a tutti i costi.

L’autrice ci fa dono di un libro autobiografico il cui tema centrale verte sul modo in cui l’anoressia le abbia insegnato a vivere, ad accettare i difetti, l’imperfezione, il non poter tenere tutto sotto controllo. L’ordine, la ragione, la perfezione, il controllo del cibo: un diktat della mente sul proprio corpo che per anno l’ha ossessionata e quasi annientata.

Quello che emerge dalla lettura del libro è un grido di sofferenza, pagina dopo pagina, rigo dopo rigo, l’urlo di un corpo spezzato [brisé] e lacerato che vorrebbe tornare ad essere leggero, leggero come una farfalla come recita il titolo, libero dal peso, dalle oppressioni, dalle incombenze e dalla gravità del vivere quotidiano. Chi tenta il suicidio è di norma una persona che desidera la vita con tutte le proprie forze, proprio come la Marzano che, con il cibo, instaura un rapporto ambivalente e patologico fin da adolescente e che la porterà al confine tra la vita e la morte, relegandola a vivere in bilico sul filo sottile che le separa. Ma Michela non vuole rifiutare la vita, non disdegna il cibo: lei ha fame, fame insaziabile di vita, di affetto, di cibo, di conoscenza, di tutto: per la prima volta racconta di essere sempre stata eccessiva, di innamorarsi troppo, di pretendere troppo da se stessa e dagli altri, di impegnarsi troppo.

 Quali sono i meccanismi che si insinuano poi in una bambina ancora piccola, che si sente abbandonata dalla madre ricoverata in ospedale per due settimane, e che esperisce giorno dopo giorno un complesso rapporto con un padre autoritario il quale esige da lei sempre e soltanto la perfezione assoluta? Ecco insinuarsi la dicotomia tra l’essere e il dover-essere, tra ciò che si è veramente, che si desidera –  un’adolescente con tutti i sogni, desideri e aspirazioni – e il tu devi kantiano, la necessità di dover essere sempre la più brava della classe, la più preparata (lei stessa lo ammetterà: “Non è da tutti vincere il dottorato alla Normale”), anche se poi si laurea con i suoi 35 chili e i capelli che le cadono perché doveva essere la migliore, a dimostrazione del fatto che lei è speciale, che ce la può fare, nell’erronea convinzione che suo padre non la amerebbe se non fosse così. Emergono così paure, violenze, ricordi del passato, che è sempre lì, dietro la porta, pronto ad assalirci se i nostri meccanismi di difesa non vigilassero costantemente.  Quanta difficoltà e fatica nel liberarsi da quei retaggi ancestrali e dalle norme che ci vengono inculcate sin da bambini, e che ci portiamo dietro, dovunque andiamo. Non basta allora scappare, non è sufficiente dimenticare, è necessario soffermarsi attraverso un incessante esame di se stessi, parlare e affrontare definitivamente tutte le paure.

L’autrice (foto) parla in seguito anche dei suoi rapporti con gli uomini, degli uomini che ha incontrato sul suo cammino e che non amano vedere una donna che piange perché si sentono fragili e disorientati dalle lacrime, e che la lasciano anche se lei è la donna della loro vita.

Anche in amore Michela sembra volere o tutto o niente, mentre l’unica cosa al mondo che più desidererebbe è quella di essere abbracciata. E non importa se lui è più grande, se è il suo professore, se l’abbandona, l’importante è dirlo sempre e comunque, come se le parole non dette perdessero di consistenza rispetto al mero pensarle: ecco spuntar fuori l’espressione più temuta e desiderata al tempo stesso, ti amo. Cinque lettere che in italiano suonano in una determinata maniera:  è infatti diverso dire ‘ti amo’ da ‘ti voglio bene’, o ‘mi piace’. Ma il ti voglio bene non le basta, non la soddisfa, lei vuole di più. E qui entra in gioco la lingua francese con tutte le sue accezioni, sfumature e ambivalenze.

Ricominciare a studiare una lingua sconosciuta, che suo padre conosce poco, lei in Francia ci è andata per seguire un uomo che pensava di amare e non perché si considerasse uno di quei cervelli in fuga di cui oggi è tanto di moda parlare, tornare a fare analisi in francese, in una lingua che non è la sua, non è la lingua materna, la lingua del cuore e del pensare. E l’inconscio, in che lingua ci parla l’inconscio? Ed ecco la scissione interiore di Michela, l’italiano che le fa dire ti amo, emblema della sua vita passata in Italia, e il francese del je t’aime, un peu, beaucoup, passionnément, à la folie.  Da una parte, c’è l’amore vagheggiato, sognato, anelato: quello impossibile. Proprio perché impossibile, esso non esiste nella realtà. E dall’altra parte, c’è quello vero, fatto di quotidianità, di condivisione, di discussioni, di piatti da lavare impilati nel lavandino e vestiti da stirare, quello che deve limitarsi ad accettare l’altro per quello che è, in quanto altro, la cui alterità sarà sempre irriducibile, non potrà mai essere fagocitato o del tutto inglobato dal Medesimo, proprio perché le persone non si cambiano, ma si possono solo smussare gli angoli, accettare insieme dei compromessi, cercare di ammorbidirle. E poi c’è sempre quella porta che dev’essere lasciata aperta, affinché l’altro si possa sentire libero di andarsene quando vuole, se è quello che desidera. L’altro potrà starci accanto, certo, sempre a modo suo, perché non è un nostro riflesso, costruito a nostra immagine e somiglianza, non sarà mai come lo vorremmo. Anche se le ferite non si rimarginano mai completamente, anche se quello che ci fa star male continua a gridare dentro di noi, anche se parlare era diventato necessario per poter fare pace con se stessi e poter spiegare i motivi per cui si è diventati quel che si è oggi, ci sono sempre delle stanze segrete, dei segreti intimi che nessuno conoscerà mai, cui gli altri non potranno mai accedere. Ed è a questo che serve la filosofia: la filosofia non è una disciplina arida, il sapere nobile par excellence proprio perché non serve a nulla.

La filosofia deve insegnare l’arte di vivere, la gioia, deve poter raccontare il dolore, la morte e la finitezza ma deve anche aiutare a superare i conflitti, le contraddizioni, ad accogliere i difetti, a perdonarsi, accettarsi ed essere maggiormente indulgenti verso se stessi.

La filosofia non servirebbe a niente quindi se la si riducesse in un sistema di tesi e antitesi, se fosse resa sterile, svuotata di contenuti, impoverita allorquando si pretende di spiegare tutto lo scibile racchiudendolo all’interno di un sistema metafisico rigido e valido una volta per tutte. In realtà non esistono verità o spiegazioni incontrovertibili: non la si può banalizzare declassandola a ricetta per la felicità; la filosofia è e deve essere spirito critico, occhio lucido e disincantato sulla realtà e deve poter aiutare a sfuggire allo specchio deformante dello sguardo di altri.

Questo in definitiva il messaggio della Marzano, che condividiamo in pieno e ringraziamo, per aver voluto mettere a nudo il proprio cuore e la propria anima, per aver saputo accettare le contraddizioni, superato il timore dello sguardo critico e pietrificante di altri, e averci fatto dono di questa preziosa e coraggiosa testimonianz

«Noi siamo la generazione senza legami e senza profondità. La nostra profondità è l’abisso. Noi siamo la generazione senza felicità, senza casa e senza commiato… Così siamo la generazione senza Dio, poiché noi siamo la generazione senza legami, senza passato, senza riconoscimento» 

(Wolfgang-Borchert)

Questa società ci porta a lavorare di continuo, ad un’iperattività ed ipercineticità incredibili e senza fine, ad un continuo attivismo, fisico in primis, e mentale per alcuni…Per questo i tempi per la riflessione e per l’ozio sano e costruttivo sono stati sacrificati, con la convinzione di molti che, “essendo queste attività improduttive e non finalizzate a produzione e profitto”, non siano degne di essere annoverate con dignità tra le attività umane…

Leggendo qua e là e nei miei giri di cazzeggio in internet (in realtà stavo cercando un indirizzo per un’amica che ne aveva bisogno…) mi sono imbattuta nel sito di Solidare, Società Cooperativa Sociale ONLUS che si occupa di aiuto e sostegno psicologico, ma anche di attività di prevenzione e trattamento del disagio psicologico e sociale, attraverso la psicoterapia (affidata ad un’equipe di psicologi, psichiatri, educatori, operatori sociali); sul sito c’è una sezione dedicata proprio al tempo libero; viene sottolineato quanto sia importante per l’evoluzione e l’edificazione della persona, per la crescita personale, per l’autoaiuto.

Gli esempi lampanti sono i libri e, soprattutto, il cinema, attività di svago che permette di riflettere rilassandosi…

Ecco uno stralcio dei consigli di letture e di film che vengono fornite a chi legge:

FILM

“Non c’è come un film, una scena o un dialogo del grande schermo per illuminare qualcosa di noi che fino a quel momento era avvolto nel buio.

Premesso che la selezione risente di una inevitabile soggettività – e che alcuni titoli possono fare riflettere su più argomenti, oltre a quello indicato – ecco alcune proposte di Solidare per capire meglio noi stessi e gli altri”.

The tree of life di Terrence Malick
I vissuti della nostra vita sono spesso così: ricordi affastellati, frasi folgoranti, dolori indicibili, silenzi densi di curiosità. La fatica nel fare un film del genere, e a volte nel seguirne lo sviluppo, sta proprio nella sua frammentarietà e nel rifiutare la classica sequenza di scene con un inizio e una fine, che talvolta risultano “artificiali” nel momento in cui ci voltiamo a guardare il nostro passato. Ma proprio qui sta anche la sua grandezza.
Per molti versi ricorda Koyaanisqatsi, un vecchio film passato inosservato.

Habemus Papam di Nanni Moretti
Geniale e inquietante: la storia di un papa che appena eletto si scopre smarrito, atterrito e refrattario all’idea di ricoprire un simile ruolo, gettando il mondo in uno “spazio bianco” ansiogeno, ci riporta alla fatiche dell’uomo moderno di essere all’altezza del proprio compito e delle reciproche aspettative. Lo psicanalista Moretti ci trascina nel surreale, mentre la fragilità di un superbo Michel Piccoli ci conduce nei luoghi del dubbio, quasi un nuovo Cristo che si confonde in strada tra le persone comuni. Uomo tra gli uomini. Smarriti.

Locandina The Tree of Life

Il discorso del re di Tom Hooper
Seguendo con trepida ammirazione le lezioni di dizione che re Giorgio VI prende dall’eclettico logopedista Logue (merito soprattutto delle superbe interpretazioni), è facile vedere in controluce il percorso che paziente e terapeuta intraprendono per portare alla luce il valore e il significato “della parola”, espressione di una voce interiore che fatica a uscire…

Hereafter di Clint Eastwood
Mentre Allen ha appena firmato una commedia che risulta mortifera, il talentuoso Clint affronta il tema della morte riconciliandoci con la vita. Lo fa intrecciando le storie di tre persone – che sul finale si incontreranno “casualmente” a Londra – con un garbo e una leggerezza inconsueti. Dialoghi misurati, osservazioni essenziali, un ritmo pacato che inchioda e un epilogo superbo. Tutti bravissimi gli interpreti. Un capolavoro.

Departures, di Yojiro Takita
Daigo è un violoncellista disoccupato che accetta – con evidente ritrosia – il lavoro di abbellimento dei defunti per il loro ultimo viaggio. A dispetto della trama il film trabocca di amore, e già a metà della storia ti conquista. Difficile trovare un’opera che con tanta grazia e incisività tratti il tema della morte come continuità della vita, attraverso continui spunti (essere figli, genitori, amanti, testimoni) che ripropongono da diversi punti di vista la fatica e lo stupore di vivere. Commovente e toccante.

 

E inoltre…

Genitori e figli
City Island / L’aria salata / Animal Kingdom / Mine vaganti / Anche libero va bene / Big fish / Music box / Kramer contro Kramer / L’amore nascosto / Il mio amico Eric / Little Miss Sunshine / Stella

L’Altro come sofferenza
Un cuore in inverno / The reader

L’Altro come sorpresa
Welcome / Il paese dell’abbondanza / Chocolat / Confidenze troppo intime

Differenze che separano (l’Altro come minaccia)
La zona / L’onda / Crash / Le vite degli altri / La giusta distanza / La casa di sabbia e nebbia / The village / Il dubbio

Differenze che uniscono  (avvicinarsi all’Altro)
L’ospite inatteso / Invictus / Il giardino dei limoni / Cars / Qualcosa è cambiato / Si può fare / Shrek / Una giornata particolare / Indovina chi viene a cena / L’amore ha due facce / Dopo mezzanotte / Due volte genitori / Parada / Ratatouille

Rinascere
Departures / Il concerto / L’uomo che verrà / Un’altra donna / Lo spazio bianco / Gente comune / L’attimo fuggente / L’uomo che verrà

Sentimenti “oltre” la sessualità
Brotherhood, Fratellanza / Le fate ignoranti / Yentl / Brokeback Mountain / Philadelphia / A single man / Transamerica / Domenica maledetta domenica / A qualcuno piace caldo / Saturno contro

Identità in gioco
Terminal / The Truman show / Chorus line / Tootsie

Vite alla prova
I ragazzi stanno bene / Una vita tranquilla / Tra le nuvole / Lourdes / Match point / La vita è bella / Nove vite da donna / American beauty / Good night e good luck / Revolutionary road / Train de vie

La vita col sorriso
Happy family / Gli amici del bar Margherita / Il diavolo veste Prada / Basta che funzioni / Forrest Gump

 

 

 

 

LIBRI

L’edificazione di sè, di Salvatore Natoli
Lo scorso anno era venuto a Solidare a parlare di Etica e felicità, e aveva entusiasmato tutti per la capacità di parlare in maniera semplice di questioni impegnative. In questo suo agile lavoro, uscito poche settimane fa, l’incanto si ripete: qui ci suggerisce alcune “istruzioni sulla vita interiore” passando attraverso la riscoperta delle virtù..

Chiedo scusa, di Francesco Abate e Saverio Mastrofranco (in arte Valerio Mastandrea)
E’  la storia di una lenta e sofferta rinascita. Valter pensa che il mondo debba chiedergli scusa, ma quando una malattia lo porta a un’odissea senza fine nel dolore, sente che è lui a chiedere scusa a tutti. Perché quello che credeva il suo dolore è una goccia del dolore del mondo. Una goccia dell’ingiustizia senza rimedio e spiegazione.
E allora, forse, Valter può scoprire la gioia; la gioia nel saper accettare un “dono” e di vivere. “E’ arrivato un dono per lei”  sono le parole solitamente scandite per chiamare con urgenza un paziente in attesa di trapianto e comunicargli che l’attesa è finita. Una  narrazione commovente, cruda , ma anche un’indimenticabile dichiarazione di speranza.

Tratto da

http://www.repubblica.it/cronaca/2011/07/20/news/g8_il_trauma_psicopolitico_10_anni_dopo-19371943/

A dieci anni dai giorni che sconvolsero Genova, un volume analizza gli effetti che ebbe sulle persone. Gli autori parlano di una sofferenza sociale che le istituzioni non hanno mai affrontato: “I cittadini traumatizzati e delegittimati non si sentono più tali”

di RANIERI SALVADORINI

“A 10 anni dal G8, che cosa è rimasto dentro chi ha vissuto Genova?” È stata la domanda guida uno studio curato da Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto. I due psicologi sociali, che per un decennio hanno coordinato un team di otto ricercatori, si sono smarcati dal tradizionale campo d’indagine “che cosa davvero è accaduto a Genova?”, per centrare l’attenzione sulle persone che in quei giorni erano per le strade, alla Diaz, a Bolzaneto. E hanno subito violenza.

I ricercatori, che in questi anni hanno costruito un articolato dialogo con centinaia di vittime del G8 (con lunghi scambi di email, interviste, questionari), hanno così fondato un nuovo concetto: quello di “trauma psicopolitico”. Perché questo tipo di sofferenza non si fa chiudere nelle griglie di diagnosi – ne sono state presentate molte – come quella per Disturbo post traumatico da stress. C’è dell’altro. “La paura che ancora si portano appresso queste persone, nel quotidiano, è un’emozione politica – dice per esempio Zamperini, che insegna Psicologia sociale all’Università di Padova – e questo significa che hanno subito una violenza simbolica insieme a quella fisica, che ha devastato la loro autostima, ma sopratutto li ha portati ad essere fortemente delegittimati come cittadini”.  “Ancora oggi molti sobbalzano alla vista di una divisa. È una psicologia simile a quella degli immigrati quando si sono regolarizzati – spiega lo studioso – durante il periodo di clandestinità

sviluppano un senso di sfiducia verso tutti quelli che sono in divisa e, anche quando sono a posto, non si sentono mai come gli altri”.

Genova ha colpito chiunque. È la specificità del G8. Accanto ai manifestanti abituati alle durezze della piazza, o ai sindacalisti, a essere colpiti dalle Forze dell’Ordine furono insegnanti, boy scout, famiglie, mondo cattolico, ecc. È questo il vero lascito di Genova, secondo i ricercatori: “ha colpito in modo orizzontale”. L’obiettivo del lavoro è stato così di rintracciare, in questa eterogeneità di storie, un unico “profilo di sofferenza”, capace di svelare il tentativo di chiudere quelle violenze negli studi di psicoterapia, invece che scriverle sui libri di storia contemporanea. Spiegano i ricercatori, raccogliere mille storie con “s” minuscola non sarebbe stato utile a mostrare che è in corso un vero e proprio tentativo di diniego: “ti dò i soldi, ti fai la terapia, e la finiamo qui”. Perché sarebbe “un tentativo di chiudere nel privato un episodio di storia sociale, mentre la sofferenza di quella persone è di tutti noi, dice la dottoressa Marialuisa Menegatto, psicologa e ricercatrice presso la Società italiana di scienze psicosociali per la pace”.

La reazione psicologica. Nelle interviste questo senso di isolamento della sofferenza è emerso in modo forte: “Se una parte di loro – spiega Menegatto – ha potuto attivarsi tramite i comitati, la stragrande maggioranza ancora oggi non ha il coraggio di raccontare ai propri cari quel che ha subito”. È un punto delicato. Quelli con più “risorse” hanno rispedito al mittente, sul piano politico, questo tentativo di delegittimazione. Ma le molte persone “nuove alla piazza”, soprattutto quelle appartenenti al mondo cattolico, continuano attribuirsi l’errore: “E questo relega la sofferenza nel privato – dice la psicologa – e quindi anche il rimedio alla stessa”.

Uomini trattati come animali. Per ricostruire questo profilo di sofferenza gli studiosi hanno studiato la violenza agita dalle Forze dell’Ordine. “Non ci siamo chiesti – dice Zamperini – se chi ha commesso quelle violenze avesse intenzione di farlo come l’ha fatto. Abbiamo cercato di capire quanto questa violenza potesse essere sistematica e disumanizzante. In altre parole, non siamo partiti dalle intenzioni ma dagli effetti prodotti”. Gli studiosi non si sono occupati di quante costole sono state rotte, ma di quanto in profondità abbiano “picchiato” sul piano simbolico. “Si è prodotta la stessa logica di disumanizzazione agita nelle grandi atrocità collettive del Novecento – spiega lo studioso  – è difficile dare un calcio tra le gambe a una persona se la consideri tale, se invece la consideri un animale, un insetto, allora è diverso”.

“Espulsione civica”.
Se una parte di popolazione soffre e le istituzioni non se ne occupano, è in corso “uno scarico civico”. Il tribunale, dicono i ricercatori, in qualche modo ha sanato la ferita, ma solo in parte, ma adesso sono le istituzioni che devono fare dei “gesti di restituzione”. È il momento, cioè, che le istituzioni restituiscano cittadinanza e umanità, di cui a Genova ci fu un “ladrocinio”, per riprendere un termine ricorrente nel lavoro. La restituzione non basterà, è ovvio, ma per ora è “la pagina mancante del G8”. Come Bolzaneto, definita nel lavoro “zona rossa della memoria”, uno spazio dove fisicamente si è cercato di cancellare la memoria del G8, il suo alone di orrore. “Iniziative anche lodevoli, come istituire una biblioteca  –  spiega Zamperini – hanno operato un diniego, tolgono memoria di quel che è accaduto”. Lo squarcio nel vetro alla Stazione di Bologna è il segnale non cancellato di una bomba. E così il lastrone di marmo scheggiato in Piazza della Loggia. “Togliere qualsiasi segno, come invece è stato fatto per Bolzaneto, è come voler voltare pagina senza riconoscere quel che è accaduto in quel luogo. E questo ferisce una seconda volta”.

Il G8 è un tabù? “Abbiamo incrociato un insegnante che da anni cerca di inserire il G8 nella storia contemporanea, scontrandosi con il sistematico ostracismo dei colleghi”. E questo la dice lunga, secondo Menegatto, sul clima di tensione che circonda questo evento. “È curioso – prosegue la psicologa – che si possa parlare nelle scuole, di mafia, di Piazza della Loggia, e di tutte quelle tragedie della nostra storia con ampie falle veritative, mentre di quel che è successo a Genova, dove lo statuto di verità è fortissimo, c’è sempre una tensione altissima”.

Affrontare la realtà. La verità su quel che è accaduto è nero su bianco, sulle carte dei processi che hanno supplito il silenzio istituzionale fungendo da “libri della memoria”, come li hanno definiti gli studiosi. Si entra così in una zona spinosa: prendersi in carico Genova, oltre le intenzioni di chi ne è stato protagonista. “Rispetto a quanto è accaduto, nonostante permangano alcune zone d’ombra, ancora oggi l’analisi, il dibattito, sembrano prigionieri dell’ethos del conflitto. E secondo Zamperini tutto ciò trattiene i vari protagonisti nel loro passato, irretiti in una logica di contrapposizione. Chiude lo psicologo: “E’ necessario considerare che il G8 ha prodotto degli effetti pratici che vanno oltre le intenzioni di chi li ha messi in campo, ed è dagli aspetti pratici la collettività deve ripartire, facendosene carico”. Perché come dicono in apertura gli studiosi, ben sa la scienza, la psicologia come le neuroscienze, che “tutto si può dire del passato, fuorché che sia passato”.

“Cittadinanza politica e trauma psicopolitico.  Dopo il G8 di Genova: il lavoro della memoria e la ricostruzione delle relazioni sociali”
Prefazione di Nando Dalla Chiesa
Liguori Editore, 18.99 euro, 200 pag.
Il ricavato andrà al Comitato Verità e Giustizia per Genova

(20 luglio 2011)

Sociologia degli afroamericani attraverso il jazz

Prefazione all’edizione italiana

George Morland, The Slave Trade, 1788
Anonimo suonatore di banjo fotografato da Victor C. Schreck vicino a Savannah, Georgia, nel 1902
Manifesto per un gruppo mistrel nero
Manifesto per un gruppo mistrel nero
Bessie Smith
Bessie Smith
Blind Willie McTell
Blind Willie McTell
Sonny Boy Williamson
Sonny Boy Williamson
Meade “Lux” Lewis
Meade “Lux” Lewis
Uno spettacolo di Ethel Waters
Uno spettacolo di Ethel Waters
Chicago, anni quaranta
Chicago, anni quaranta
Louis Armstrong, Johnny St. Cyr e Johnny Dodds
Louis Armstrong, Johnny St. Cyr e Johnny Dodds
B.B. King
B.B. King
Joe Turner
Joe Turner
Swinging in un juke joint
Swinging in un juke joint
Miles Davis
Miles Davis

L’estetica blues e l’estetica nera

di Amiri Baraka

 Il termine “estetica blues”, recentemente proposto da alcuni accademici, è utile solo se esso non comporta la depoliticizzazione del referente. È possibile, infatti, rivendicare l’esistenza di un’estetica del blues anche separando l’evoluzione storica del blues dalla sua origine nazionale e internazionale, dalla vita e dalla storia delle popolazioni africane, panafricane e, più precisamente, afroamericane.

L’estetica blues è solo un aspetto della totalità dell’estetica afroamericana. Una cosa ovvia, dal momento che il blues rappresenta solo uno dei vettori espressivi di un’unica origine materiale, storica e psicologica.

La cultura è il risultato di “uno sviluppo psicologico comune”, che a sua volta si fonda sull’esperienza di condizioni materiali comuni che, in ultima analisi, appaiono politicamente ed economicamente definite.

La cultura afroamericana nasce come vivida esperienza e sviluppo storico del popolo afroamericano, un popolo dell’emisfero occidentale, la cui storia e retaggio dipendono tanto dall’Africa quanto dall’America.

Alle soglie del Diciannovesimo secolo questo nuovo popolo si era consolidato a tal punto che il “ritorno in Africa” cessò di rappresentare una via di fuga per i prigionieri e venne sostituito dalla sottomissione psicologica e politica di una piccola parte della popolazione afroamericana e dalla più diffusa ideologia del “restare e lottare”.

Il blues ha origine dalla spinta tardo ottocentesca della cultura musicale secolarizzata afroamericana, la cui eredità lirica e musicale più antica era africana, ma la cui forma mutevole più recente riassumeva la vita e la storia in Occidente!

Il blues rispecchia sia gli stadi iniziali di un linguaggio e di un’esperienza musicale afroamericani, sia forme nuove, sviluppatesi dopo la Guerra civile, quando la cultura afroamericana non era più strettamente circoscritta ai riferimenti religiosi o alle restrizioni sociali della schiavitù.

Il blues è profano, ma anche postschiavitù. La sonorità dei cori africani non accompagnati dalle percussioni, tipico delle sorrow song (come Black Ladysmith Mambazo), lascia spazio a un suono più vivace, in realtà più “africano”, più moderno. Anche lo stile del tardo gospel riflette questa evoluzione.

Già all’inizio del Diciannovesimo secolo diversi africani erano diventati afroamericani e il blues, dallo spiritual e dalla work song, attraverso l’introduzione di holler, shout e arwhoolies, si era innalzato per celebrare l’entrata dei neri in una dimensione meno repressiva, più incerta, ma meno dura, anche se, per molti aspetti, sempre tragica e deprivativa.

Il blues, in quanto forma lirica e musicale, è solo uno dei tanti aspetti possibili. In questa sede si tenterà di circoscrivere il quadro intero, lo sguardo estetico d’insieme, la matrice culturale di cui il blues rappresenta una espressione. In termini più specifici, il blues è una forma profana afroamericana, rurale e urbana. Quella rurale è la più antica, e risale all’epoca della schiavitù. Le diverse forme urbane riflettono, invece, il movimento storico e sociale dei primi neri che, dalla Guerra civile in avanti, si spostarono dalle piantagioni alle città meridionali e che, verso la fine degli anni Ottanta del secolo scorso, iniziarono a spingersi verso nord per sfuggire all’opera di ricostruzione e al Ku Klux Klan, oltre che per cercare un mondo nuovo.

L’estetica blues, dal punto di vista storico ed emozionale, racchiude inevitabilmente l’essenza dell’antichità africana, ma è anche un’estetica occidentale, per il fatto di essere espressione di un popolo occidentale, anche se afroamericano. (In fondo l’Europa non è l’Ovest, mentre lo sono le Americhe! Dirigendosi a ovest dall’Europa si arriva nel Jersey! A ovest delle Americhe sta l’Oriente!)

Il blues deve, quindi, esprimere la rivelazione umana della vita all’esterno delle piantagioni (o al di là, anche se non ci siamo spinti molto oltre). Esso ha carattere regionale o meridionale o urbano, e così via. La sua strumentazione varia, riflettendo il livello delle forze produttive della gente e la loro organizzazione sociale, politica ed economica.

Questo per quanto riguarda la forma variabile e in continuo cambiamento del blues in quanto blues. Nell’essenza, comunque, esso risulta più profondo e più vecchio di se stesso.

Studiando Equiano, DuBois, Douglass, Diop, Robert Thompson e LeRoi Jones si comprende come la matrice culturale africana, unica ma infinitamente varia, stia alla base non solo di ciò che va sotto il nome di estetica blues, ma anche di qualunque estetica nera.

Prima di tutto, gli africani sono il raggruppamento umano più antico del pianeta, e ogni estetica che abbia a che fare con la società umana deve assumerli almeno come punto di partenza!

Perfino l’approccio europeo della cosiddetta estetica apollinea (formalismo e contenimento), caratteristico della cultura attica ateniense, risulta particolarmente significativo perché emerge dal contrasto con il metodo filosofico ed estetico più antico, quello dionisiaco (espressionistico e umanistico, incentrato sull’emozione).

Si tratta di una risistemazione della sensibilità e delle priorità umane, fondamentale per la creazione di un’epoca tanto quanto il Mediterraneo, l’inondazione che divise il mondo. Siamo ancora dominati dalle tribù che emersero a nord di questa via d’acqua dai riferimenti biblici.

In pillole, l’estetica africana, nelle sue manifestazioni apparentemente più antiche, è prima di tutto un’espressione della visione animistica del mondo dei nostri antenati più antichi. Secondo la sensibilità africana classica, infatti, ogni cosa sulla Terra è viva e, fatto ancora più importante, ogni cosa esistente (al presente, perché sia il passato sia il futuro esistono unicamente nel presente e come evoluzione speculativa dell’essere la “divinità” africana Essere) è parte della stessa realtà!

Tutte le cose sono una sola cosa, una creatura viva. In questo caso si può comprendere come anche il cosiddetto “monoteismo” sia simile al “rock’n’roll” (il mio modo di indicare la cultura borghese dell’emisfero settentrionale). L’idea di “un dio” è ormai decrepitezza jive della filosofia dell’antico. La qualifica di selvaggio non deriva dalla credenza in “un dio” invece che in molti, ma dalla consapevolezza che “tutte le cose sono il tutto”, ogni cosa è tutte le altre! “Allah” significa letteralmente “tutto”, ogni cosa come parte del medesimo elemento. Allo stesso modo in cui sia la ciambella sia il buco sono spazio!

Quindi, la continuità, l’infinitezza, la forza espressiva nella moltitudine di forme diverse caratterizzano l’Uno, ciò che è, l’Essere.

La continuità, in quanto tratto distintivo della religiosità africana, ha trovato un corrispettivo fondamentale nella ripetizione della formula “chiamata e risposta” fra il sacerdote e la congregazione: l’Uno e i tanti sono una cosa sola. Essi, in quanto esistenti, non sono scindibili, come nel battito del cuore, il beat (suono e non suono al tempo stesso), l’esistenza è indivisibile dalla scansione temporale.

Monk sostiene che gli africani celebrano la manifestazione. La sua vita, infatti, è intesa consapevolmente come manifestazione. In questo modo essa risulta materiale, cioè manifestazione naturale piuttosto che artificio, quindi formalismo. Ogni cosa si trova in essa e può essere utilizzata, riflettendo nella sua equità la forma economica e sociale più primitiva di comunanza [communalism] dei beni.

Al di sopra del Mediterraneo, l’aspetto delle cose era più importante della loro essenza o delle loro attitudini. Nella culla meridionale l’attitudine, l’esperienza, il contenuto erano invece primari.

La religione africana (si veda DuBois a proposito delle sorrow song e “The Faith of the Fathers” in Songs of Black Folk) si articolava attraverso il sacerdote e la congregazione, la chiamata e la risposta (“due sono Uno” dicono Monk e Marx)… il carattere dialettico di ciò che è, la negazione della negazione, l’unità degli opposti. La religione deve avvalersi anche della musica, dal momento che “lo spirito non può discendere senza il canto”.

Lo spirito è letteralmente respiro: inspirare, espirare. Aspirare riguarda, invece, la direzione e la meta, come nel caso dell’elevazione della chiesa. Niente respiro, niente vita. Il tamburo che riproduce il primo strumento umano e il Sole che si riproduce dentro di noi preservano la vita. Notte e giorno: il beat. Dentro e fuori: il respiro. Arrivo e partenza: il Tutto. Il battito, il flusso, l’elemento ritmico. (Il tempo, invece, è forma, è l’opposto della sensibilità espressionista.)

Quindi, come spiega DuBois, il sacerdote, la congregazione, la musica fanno discendere lo Spirito (da dove? L’anima è l’influsso invisibile della sfera solare, è il senso della vita, l’io infinitesimale e l’occhio più ampio).

Gli africani ritenevano che l’utilità della musica, sia dal punto di vista scientifico sia come risultato di una percezione storico-culturale, consistesse nel trasporto, nel possesso dell’anima, e che, attraverso essa, si potesse raggiungere una ricombinazione fra due elementi distinti, cioè il singolo e il Tutto, la redenzione, la felicità. Essa era una via d’accesso alla coscienza del cosmo, che trascendeva la comprensione parziale del singolo.

L’estasi dell’Essere, l’Essere/vita. Il jazz è, quindi, musica della venuta, musica che crea. A venire è la presenza spirituale della totalità dell’esistenza che il singolo si è concentrato a inalare.

L’estetica settentrionale non ha mai assimilato la sessualità, ritenendo il sesso un fatto sporco o imbarazzante. Anche l’esperienza sessuale è, comunque, un riflesso esplicito della dialettica “due sono Uno”, oltre a riflettere il rovesciamento dei diritti materni (l’antica società matriarcale africana) e l’asservimento femminile. Il carattere antifemminista della civiltà settentrionale, come nel caso dei roghi delle streghe a Salem (con il fine specifico dell’estirpazione definitiva di residui dionisiaci), è storicamente ben attestato.

Quindi, la qualità rivelatoria, “a uscire”, della cultura afroamericana, sotto forma di musica o altro, è evidente e costante, dall’ambito religioso a quello sociale.

I poliritmi della musica africana sono un riflesso ulteriore di una cultura a base animista: non solo nella musica, ma anche nel vestiario, negli ornamenti per il corpo o i capelli, nelle forme artistiche popolari scritte o orali, come punti fermi in una caratterizzazione della cultura panafricana e del suo significato internazionale.

I colori sgargianti della cultura panafricana sono un riflesso proprio di questi stessi poliritmi, il riconoscimento dell’esistenza simultanea di diversi livelli, settori o “luoghi” di vita.

Quindi, il carattere cosmopolita delle popolazioni africane, aperte e accoglienti, incuriosite dalla diversità e “dall’altro”, risulta storicamente rintracciabile. In modo ironico Diop fa notare la natura essenzialmente non africana del nazionalismo. Ancora una volta si fa ritorno al riconoscimento che tutte le cose sono il Tutto e che ogni cosa è tutte le altre.

Il tentativo di denigrare le popolazioni panafricane attraverso stereotipi razzisti che li classificano come gente in grado unicamente di cantare e ballare (ok, lasciateci gestire la situazione! Quante persone possiamo accogliere e istruire con i 93 milioni di dischi venduti da Michael J.?) ha origine dal fatto che “siamo quasi una nazione di cantanti e ballerini”, come sottolinea Equiano. Il canto e la danza costituivano la dimensione sociale della gente, in quanto espressioni dell’esistenza, in ogni occasione. (L’equivalente americano è lo stereotipo del fan sportivo.) Gli africani iniziarono a socializzare attorno a canzoni e a danze, grazie alla partecipazione e al contributo di tutti. L’arte stessa era espressione collettiva e comunitaria, oltre a essere funzionale e sociale.

Perfino il colore blu dei nostri stessi volti protokrishna risulta da un eccesso di nero. Diop parla delle popolazioni dell’India meridionale come delle più nere della Terra. Come Krishna, anch’esse blu. Equiano, inoltre, ci racconta che il “blu”, quel meraviglioso blu della Guinea, era “il nostro colore preferito”.

Agli italiani, anche se scuri, non piaceva essere chiamati “schiavi neri”. Noi, naturalmente, siamo le vere ghinee, con la testa sull’omonima moneta d’oro inglese che prende nome dall’antica costa guineiana o “d’oro”.

Il blues, come espressione di dolore, dovrebbe contenere, anche in questo caso, un ovvio riferimento alla tristezza della vita degli schiavi africani. Inoltre esso contiene il segnale che, dopo essere notte (Black Mama), il Sole farà subito ritorno alla nostra porta. Come recita una mia poesia: “Il blues giunse/ Prima che il Giorno/ Arrivasse”.

Quindi, l’estetica blues non ha solo un valore storico, in quanto portatrice di tutti i tratti distintivi del popolo afroamericano, ma, al tempo stesso, sociale. Esso deve riguardare come e che cosa sia l’esistenza nera e come essa rifletta su se stessa: riguarda lo stile e la forma, ma anche lo sviluppo del contenuto, delle idee, l’articolazione dei sentimenti che è critica, oltre a essere il modo della forma. D’altra parte, la forma e il contenuto sono espressione l’uno dell’altra.

Per quanto riguarda la forma del verso, la tipica forma blues AAB, per struttura e dinamica si concentra sull’enfatizzazione (ripetizione del primo verso), sul cambiamento e sull’equilibrio (il verso introdotto nello schema metrico AA BB).

Le 3e e le 5e abbassate, le legature delle note cantate o strumentali sono riconducibili ai tratti culturali e alla percezione della realtà antico-camiti. kam o Ham significa cambiamento (cambiamenti, chimica; il chimico o camita). I camiti sono stati i primi chimici. Il cambiamento qualitativo di un elemento in un altro è la dialettica stessa dell’esistenza, “due sono Uno”, come affermò Lenin nella spiegazione della dialettica nei Quaderni filosofici ogni cosa è contemporaneamente se stessa e altro: ciò che è e che sta diventando.

Le 12 battute sono i 4/4 di 360 (4 archi , cioè stagioni), della trinità presente-passato-futuro, la piramide stessa di movimento e dimensione, sono ritmo, non tempo, ballo, non i passi di Arthur Murray, che sono pubblicità e denaro, cioè assenza totale di ballo.

Il blues non è neppure necessariamente in 12; l’insistenza su questa forma è formalismo (ciò di cui si rende colpevole Martin Smithsonian quando afferma che Billie Holiday non era una cantante blues perché le sue canzoni non erano di 12 battute!).

Il blues è, prima di tutto, un sentimento, una conoscenza sensoriale, un’entità, non una teoria, in cui il sentimento è la forma e viceversa.

John Coltrane è stato capace di trasformare My Favourite Things di Julie Andrews nella nostra esistenza effettiva: il chimico che opera cambiamenti (ritmo e cambi, rhythm & blues) a livello di percezione, non di calcolo. (Il blues è sottoporsi ai cambiamenti.)

Gridiamo: “Fatti da parte Beethoven”, collegandolo alla nostra condizione in tutti i modi possibili. “Blueseggiamo” o “jazziamo”, sincopiamo qualunque cosa. Siamo sincopatori. Due sono Uno. Uno si divide in due.

La donna nera è la madre di tutti, l’addomesticatrice che rende umano l’animale; l’uomo nero è l’animale addomesticato una seconda volta: opera di sua moglie!

La causa della corruzione della cosiddetta “trinità cristiana” sta nella mancanza dell’elemento femminile. Questo spiega il simbolo della croce. Nel crocifisso cristiano mancano il capo e i genitali, escludendo, così, riproduzione e creatività, e rendendolo un simbolo di morte.

Quindi, la cultura settentrionale resta aggrappata a reminiscenze dell’antica chiesa nera (blues) attraverso frammenti della Madonna nera, ma la chiesa romana è rock’n’roll. Gesù si evolve (Cristo), approda a una dimensione più alta, attraverso la rinascita o una costante progressione.

“Sono hip” è il messaggio di Cristo, cioè, “sono diventato hip”. Fred sosteneva: “Non c’è progressione senza la lotta”. Non si tratta del travisamento del messaggio di Betty Wright e dei politicanti neri: “Niente progressione senza dolore”. In questo caso non si menziona il dolore ma la lotta; come a dire: “Il Sole splenderà un giorno anche per me”.

Il passato (la notte nera è tua madre) è anche il futuro (ciò che è vicino è prossimo). Il presente era qui già prima del passato e dopo il futuro.

Il mondo è una tragedia, è il contenuto, il peso, i cambiamenti, il ritmo e non il tempo, la percezione e non il calcolo.

Ogni cosa è legata alle altre come fossero una sola: parte dell’intero, intero di una parte, il Tutto e ciò che vi entra ed esce, materia in continua creazione (come in principio, ora e sempre, il mondo senza fine eccetera). La storia, ciò che va e viene è funky.

Il blues è la prima procreazione di nero e rosso, l’ultima a farvi ritorno dopo essersi allontanata, come in un ciclo, un cerchio. Il rosso (fatica): ri-congiunzione, riproduzione, rivoluzione; rosso antico che sconfina nel nero e fa ritorno attraverso il blue Mood Indigo.

Quindi, il blues è il passato, l’andato, tutto ciò che è stato espresso e l’espressivo, cioè ciò che esprime; è perdita, ciò che è stato espresso e che esprime, l’esperienza andata, l’ignoto che verrà e ogni cosa al di fuori del tempo.

Ci rattristiamo per ciò che era e non è più e per ciò che è e non dovrebbe essere, e ci rallegriamo solo per le sensazioni.

L’essere e il cambiare, l’andare e il venire, felicità e tristezza: si tratta del sentimento vitale, della rivelazione, evoluzione, sollevamento; rah rah rah diciamo rivolgendoci verso l’alto, Rah Rah Rah, l’esistenza è sacralità. Come Mao espose spiegando la teoria marxista della conoscenza, la consapevolezza che, in ultimo, combina il conoscere e il modo è la percezione, l’utilizzo della coscienza a base razionale.

La Sacra famiglia dell’umanità non include né esclude separazioni, per esempio fra la forma e il contenuto, o la forma e la sensazione. Amleto, con l’essere o non essere, ne rappresenta la controparte settentrionale, incerto perfino se valga la pena di vivere.

Noi ricerchiamo completezza, redenzione.

Non vogliamo nessun Nietzsche a dirci che la sensazione ostacola il pensiero. Per noi ciò che non può sentire non può pensare. Definiscono Dr. J., Magic, Michael Air “istintivi”, mentre Larry B. dei Boston lo chiamano intelligente. La massima intelligenza sta nel ballo, non nella pubblicità di Arthur Murray! Il pensiero massimo è concreto, vivo, non astratto.

L’improvvisazione, la spontaneità, l’intuizione, la sensazione si caricano di un valore enorme, proprio come il verso B nello schema AAB, che risulta dal riconoscimento della forma ma anche dall’affermazione del primato del contenuto. Come il manifestarsi dell’estasi della congregazione, che, rapita, passa dalla felicità all’angoscia, dall’euforia alla commozione, come ciò che è, sarà ed è statoÉ anche B rappresenta la nostra provenienza, la nostra storia, la nostra coda, proprio come il serpente che se la morde.

Se definiamo noi stessi racconto, non possiamo accettare un’estetica blues che tenti di sottrarsi alla politica di completezza, come è accaduto nel caso della recente tendenza reazionaria dei buppie/yuppie, che cercavano di cogliere lo “stile” dei neri a prescindere dalla sostanza, la lotta, i cambiamenti. Fred diceva: “Vogliono il mare senza il suo rumore assordante”. È il caso del negro che per questa strada tenta di scavalcare la politica di liberazione determinando così l’avanzamento economico e sociale dell’approfittatore. Quelli che fanno del blues autentico lo portano dentro, perché non è cosa da imparare sui libri di scuola, e gli approfittatori corrotti e molli del commercio, che senza annerire sperano di arricchirsi, possono farlo solo attraverso lo spaccio.

In una prospettiva storica, politica e sociale, l’esistenza nera è la forma e il contenuto del blues. Come sostiene Langston, è il significante che ci ha contraddistinti come categoria animale superiore; comunque, anche se siamo stati i primi a drizzarci, la qualifica di umanità sembra ancora lontana. Il senso, la parabola dei semi, la nostra provenienza e la nostra direzione perdono significato senza il significante. È il significante a distinguere l’uomo dalla scimmia. Tolte le parole (passato, passa il testimone corridore, corri, scandisci il tempo sul legno o la pelle, perfino sulla tua, rapper), i segni “respiro” e “cambiamento” e tutto il resto, rimane un disegno senza chiave. L’uomo chiave, lui lo ha dischiuso.

È in corso una tendenza reazionaria di artisti neri che vedono l’esistenza nera come una caricatura. C’è una diversa corrente all’interno della stessa tendenza, la cosiddetta “nuova estetica nera”, che tenta di distaccare l’arte nera dall’esistenza nera, rendendola in questo modo solo uno “stile”; ma queste non sono certo le correnti principali, né ora né in passato. L’estetica nera è tratteggiata dall’esistenza dei neri nel mondo reale e questo vale necessariamente anche per la cosiddetta “estetica blues”.

Nelle forme e nel contenuto dell’estetica nera, in ogni sua componente storica o culturale sono racchiusi la volontà, il desiderio, l’invocazione di libertà. Monk parlava proprio di questo. Libertà! Bird, Trane, Duke, Count, Sassy, Bessie, MonkÉ

La tendenza reazionaria buppie/yuppie non riesce a venire a patti con l’estetica afroamericana perché essa, quando parla, “parla sporco”, da Rap al rap e da Fred al Big Red. Il primo significante dell’estetica nera, comunitaria, rivelatoria, estatica, espressionistica e incentrata sul contenuto, significa sempre libertà: nuova vita, rivelazione, evoluzione, rivoluzione. Nelle canzoni, nei balli, nel vestiario: Freedom Now, Freedom Suite, Free Jazz! A proposito del jazz, Monk disse: “Riguarda la libertà, andare oltre sarebbe complicato”.

Non può darsi un riflesso autentico del movimento principale dell’estetica afroamericana che non affronti la ricerca di libertà da parte del singolo o membro dell’Uno.

La simbologia afroamericana racchiude l’espressione di libertà, si tratti di Br’er Rabbit, che appoggiandosi a un simbolo si rese comprensibile attraverso l’astuzia (apparendo nella cultura americana come Bugs Bunny), o del suo opposto dialettico come, per esempio, Stagolee o John Henry o Jimmy Brown, tutti appartenenti a una sfera di forza e potere. La nostra storia è piena di eroi ed eroine dialetticamente contraddittori.

Una depoliticizzazione dell’estetica afroamericana comporta il suo distacco dall’esistenza effettiva degli afroamericani e rappresenta un’esplicita offerta nei confronti dei detentori del potere. Dobbiamo, cioè, comprendere che non è solo la nostra storia ad apparire esteticamente contraddittoria per la cosiddetta “civiltà settentrionale”, ma che, in quanto schiavi e, ora, nazione oppressa, la contraddizione schiavo/schiavo-padrone è la più preoccupante di tutte.

Senza il dissidio, la lotta, l’involucro del contenuto, non ci può essere un’estetica né nera né blu, ma solo un’estetica di sottomissione, per denaro o a causa dell’ignoranza e della depravazione ideologica.

George Morland, The Slave Trade, 1788George Morland, The Slave Trade, 1788
Piccola Antologia dei versi di Eugenio Montale che preferisco…
Spesso il male di vivere ho incontrato
 

Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
 
Bene non seppi; fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
 
Forse un mattino andando in un’aria di vetro
 
Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
 
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

 

Non recidere, forbice, quel volto

 Non recidere, forbice, quel volto,solo nella memoria che si sfolla,non far del grande suo viso in ascoltola mia nebbia di sempre. Un freddo cala… Duro il colpo svetta.E l’acacia ferita da sé scrollail guscio di cicalanella prima belletta di Novembre.

 

Da “Satura”
Xenia I

 Avevamo studiato per l’aldilàun fischio, un segno di riconoscimento.Mi provo a modularlo nella speranzache tutti siamo già morti senza saperlo. Non ho mai capito se io fossiil tuo cane fedele e incimurritoo tu lo fossi per me.Per gli altri no, eri un insetto miopesmarrito nel blabladell’alta società. Erano ingenuiquei furbi e non sapevanodi essere loro il tuo zimbello:di esser visti anche al buio e smascheratida un tuo senso infallibile, dal tuoradar di pipistrello. 

La Storia

La storia non si snodacome una catenadi anelli ininterrotta.In ogni casomolti anelli non tengono.La storia non contieneil prima e il dopo,nulla che in lei borbottia lento fuoco.La storia non è prodottada chi la pensa e neppureda chi l’ignora. La storianon si fa strada, si ostina,detesta il poco a paco, non procedené recede, si sposta di binarioe la sua direzionenon è nell’orario.La storia non giustificae non deplora,la storia non è intrinsecaperché è fuori.La storia non somministra carezze o colpi di frusta.La storia non è magistradi niente che ci riguardi. Accorgersene non servea farla più vera e più giusta. La storia non è poila devastante ruspa che si dice.Lascia sottopassaggi, cripte, buchee nascondigli. C’è chi sopravvive.La storia è anche benevola: distruggequanto più può: se esagerasse, certosarebbe meglio, ma la storia è a cortodi notizie, non compie tutte le sue vendette. La storia gratta il fondocome una rete a strascicocon qualche strappo e più di un pesce sfugge.Qualche volta s’incontra l’ectoplasmad’uno scampato e non sembra particolarmente felice.Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.Gli altri, nel sacco, si credonopiù liberi di lui. 

Collegamento ai disturbi alimentari con il MALE DI VIVERE…

Il rifiuto ostinato del cibo o la sua ricerca compulsiva sono i due aspetti comportamentali che caratterizzano la sindrome bulimico-anoressica, disturbo che colpisce soprattutto, ma non solo, le giovani donne.  La questione alimentare è l’aspetto più superficiale e quindi, anche se in grado di influire sul corpo in profondità, non è da considerare l’aspetto principale. Possiamo affermare che entrambi sono l’espressione di un disagio contemporaneo, conseguenza di un dolore profondo che interessa l’individuo e che sembra non lasciargli altra via d’uscita che distruggere sé stesso. Molti sono i giovani che vivono questa condizione, in cui la soluzione pare essere il rifiuto del cibo e il dimagrimento, fino a giungere alla compromissione generale delle funzioni vitali.“A partire dagli anni ’70 – afferma la dottoressa Laura Zancola, psicologa dell’associazione Jonas – si è assistito ad un significativo incremento dei casi di anoressia e bulimia. Basti pensare che nel nostro Paese tre milioni di persone ne sono colpite, di cui il 92% donne”. “È un male della nostra società – continua – che influenza il modus vivendi dell’individuo spingendolo a comportamenti estremi e soprattutto dannosi per la sua salute: il mondo in cui viviamo è impregnato di valori fittizi, proposti come elementi fondamentali e imprescindibili per avere successo e raggiungere gli obiettivi”.

È importante puntualizzare però – sostiene la dottoressa Zancola – che il disturbo bulimico-anoressico non è solo una manifestazione di questo smodato bisogno di essere alla moda. Le vere cause, infatti, sono da ricercare in un disagio profondo insito nel soggetto, che reagisce con un’astensione dal cibo, che lo fa dimagrire sempre più, o con le abbuffate e l’immediata espulsione di quanto ingerito provocata con il vomito. È un modo di rispondere ad un male di vivere sempre più diffuso, nonostante l’abbondanza delle risorse materiali e il benessere della nostra società”.

Nell’esperienza di Jonas (associazione onlus che opera sul territorio nazionale attraverso le sue sedi e che si occupa dei nuovi sintomi del disagio contemporaneo), anoressia e bulimia non sono due manifestazioni distinte poiché nella maggior parte dei casi le persone manifestano entrambi i disagi, alternando periodi di bulimia ad altri di astensione dal cibo. Pertanto, i problemi dell’anoressia e della bulimia non devono essere considerati singolarmente, ma vanno visti come l’espressione di un disagio che si presenta con alternanza di manifestazioni.

“La cosa che più desta preoccupazione – rileva la psicologa – è l’incapacità del soggetto di rendersi conto della situazione e il suo continuare a ritenersi soprappeso, che lo induce a continuare con l’astensione dal cibo e con le pratiche di espulsione, senza mai concedersi una tregua. Solitamente, questa perpetuazione può avere delle forti ripercussioni sull’organismo, provocando degli squilibri ematici e causando forti sofferenze per lo stesso e la funzionalità dei suoi organi. Nei casi più gravi si può arrivare al decesso, quando il corpo non è più capace di sopperire ai deficit che nel tempo si sono aggravati a seguito dell’alimentazione deficitaria”. “Inoltre – aggiunge – in questi individui spesso si riscontra la cosiddetta dismorfofobia: nonostante la perdita di peso e il continuo assottigliarsi del corpo, permane la convinzione di essere grassi e l’unica soluzione per porvi rimedio sembra essere il continuare a dimagrire… e così le diete non finiscono mai aggravando sempre più la situazione. Quando una persona anoressica si guarda allo specchio è incapace di vedere la realtà e considera la sua figura sempre bisognosa di perdere peso, e così il lento suicidio continua e non c’è nessuno in grado di scuoterla mettendola di fronte all’evidenza e facendola ragionare sullo sbaglio che sta commettendo”.

L’insorgenza del sintomo intacca in genere l’equilibrio familiare. Non è facile per un genitore essere coinvolto in un problema come questo: le insicurezze, l’impotenza, i sensi di colpa sono tanti ed è frequente che i genitori non sappiano cosa fare o facciano la cosa sbagliata. I famigliari più vicini al soggetto anoressico che hanno consapevolezza di ciò che gli sta accadendo, infatti, hanno molte volte un comportamento scorretto che aggrava la situazione inducendolo a proseguire con più tenacia nell’obiettivo che si è prefissato. “Capita molto spesso ad esempio – sottolinea la dottoressa Zancola – che l’eccessiva perdita di peso induca i genitori a diventare particolarmente insistenti con la figlia per indurla a nutrirsi, forzandola a rendersi conto che non è grassa, ma questo comportamento è assolutamente errato e non fa altro che rafforzare in lei il sintomo inducendola a continuare la lotta intrapresa. L’estenuante lotta per il cibo e il continuo ripetere “mangia che ti fa bene”, offrono l’appiglio al sintomo: il cibo sembra essere così importante a scapito dei bisogni affettivi che l’anoressico inconsciamente rafforza ancora di più la sua decisione di dimagrire. Inizia in tal modo una lotta interminabile tra madre e figlia che conduce immancabilmente ad un peggioramento della situazione. In questi casi, pertanto, è opportuno non colpevolizzare o accusare, come se il problema dipendesse dalla volontà. L’affetto e la fiducia sono certamente più utili dei rimproveri e delle costrizioni”.

 Il disturbo anoressico-bulimico è un disagio profondo e non un problema dell’appetito. “Le cause – spiega la psicologa – sono insite nel passato della persona, che nasconde ad un livello profondo un vissuto che in qualche modo ha segnato il suo equilibrio psicologico, portandola ad un comportamento estremo e pericoloso. L’anoressia e la bulimia sono un messaggio cifrato che deve essere letto e interpretato al fine di poter capire quali mezzi utilizzare per affrontare questa situazione. È fondamentale chiedersi cosa faccia soffrire il soggetto al punto da spingerlo ad esprimersi con questo totale rifiuto ad assumere il cibo. Sicuramente è molto semplice credere che si tratti esclusivamente di un problema di appetito, ma le cause sono ben diverse ed è indispensabile che la famiglia si prenda le proprie responsabilità e sia in grado di chiedersi cosa si è inceppato e per quale motivo”.

L’insorgenza dell’anoressia-bulimia molte volte coincide con l’adolescenza, periodo durante il quale avvengono dei mutamenti sia fisici che sociali. Il passaggio da un corpo da bambino a uno da adulto, la separazione dalla famiglia e l’ingresso nella società generano nuove richieste e particolari bisogni che devono essere affrontati con equilibrio. L’adolescenza, però, è solamente uno dei fattori che possono portare a manifestare un comportamento anoressico-bulimico; altri fattori scatenanti possono essere la perdita di una persona importante, la conclusione di un legame affettivo o un lutto. “Non sono le diete ad essere pericolose – conclude la dottoressa Zancola – ma quello che fa parte del vissuto di una persona. Se la maggior parte delle ragazze riesce a superare con successo la fase adolescenziale, ce ne sono delle altre purtroppo che non ce la fanno e le cause sono da ricercare negli eventi della loro storia vitale e non nella dieta. C’è qualcosa della femminilità che è rifiutato e lo testimonia il fatto che il dimagrimento è accompagnato dall’interruzione delle mestruazioni, segno di femminilità per antonomasia”.

Paolo Baldassi (da http://www.sconfini.eu)

 

Mario Capanna

 

Lettera a mio figlio sul Sessantotto

 

“Un’esperienza nuova per il nostro tempo è entrata nel gioco politico: ci si è accorti che agire è divertente. Questa generazione ha scoperto quella che il diciottesimo secolo aveva chiamato la ‘felicità pubblica’, il che vuol dire che quando l’uomo partecipa alla vita pubblica apre a se stesso una dimensione di esperienza umana che altrimenti gli rimane preclusa, e che in qualche modo rappresenta parte di una felicità completa”

Hannah Arendt

 

Una maglietta avuta in dono dalla moglie è il pretesto per scrivere e dedicare al figlio questo libro. Infatti la scritta 68 e tutti gli eventi di quell’anno brevemente descritti da quella t-shirt avevano suscitato grande curiosità tra gli amici del figlio che la indossava. Allora il Sessantotto può ancora interessare i ragazzi? Constatato questo, uno dei protagonisti di quegli “anni formidabili” decide di sintetizzare, in una lunga lettera al figlio, l’origine, il farsi, le conseguenze di quella rivoluzione e di tracciarne un breve giudizio storico. Tutto ciò con un linguaggio semplice e immediato, di facile comprensione per un adolescente. Quell’anno, o meglio quegli anni, che ancora fanno discutere, nascono dall’esigenza di una intera generazione di farsi protagonista della storia. Non interessa la conquista del potere, si vuole un modo diverso di far politica. E questo appare chiaro fin dall’inizio: un’improvvisato presidio e un megafonaggio davanti all’Università Cattolica, vengono trasformati da Capanna in una tenzone oratoria con gli studenti fascisti che si contrappongono. Nessuna violenza quindi da parte di chi inizia ad “alzare la testa”, solo il bisogno insopprimibile di dire le proprie ragioni. Il Movimento, giorno dopo giorno, cresce e si afferma, diventa davvero un movimento di massa, una contestazione globale. Contestazione ad un modo di concepire il mondo, lo studio, la propria individualità e i rapporti interpersonali, rifiuto dell’utile come unico scopo dell’agire, rifiuto della passività e delle gerarchie vuote di contenuto. Globale la contestazione di quegli anni lo fu anche da un punto di vista geografico: mai era accaduto che un movimento di idee circolasse tanto velocemente attraverso il mondo, mai si erano visti tanti giovani di culture, economie, razze e regimi politici diversi, uscire nelle piazze e rivendicare una nuova e diversa libertà, una nuova e diversa società. I giovani, gli studenti, sono i primi ad entrare in agitazione; a questi faranno seguito, in Italia, gli operai e le loro richieste saranno sicuramente influenzate dalla nuova aria che si respira: non solo rivendicazioni salariali, ma di miglioramento della qualità della vita e della propria preparazione culturale. Il ’69 operaio raggiungerà il suo massimo obiettivo con l’approvazione dello Statuto dei lavoratori, che darà all’Italia uno dei più avanzati strumenti di democrazia nel mondo.
Ma il Sessantotto studentesco è invece fallito? Sono in molti, e Capanna riporta le opinioni di personaggi famosi di aree culturali e politiche diverse, a credere di no. Sicuramente nel costume, nella mentalità collettiva sono, da quell’anno, cambiate moltissime cose e ciò è avvenuto in modo irreversibile. Con un paragone forse un po’ ambizioso, Capanna mette in relazione la contestazione globale di quegli anni con la Rivoluzione francese: certo al 1789 hanno fatto seguito Napoleone e la Restaurazione, ma i grandi valori di liberté, égalité, fraternité, sono ancora vivi e attuali.
Nel volume viene poi contrastata con forza la tesi che il terrorismo è figlio del Sessantotto, e questa mi sembra essere forse la parte più appassionata e sentita dall’autore. Con ben circostanziate analisi si vede come non certo dall’entusiasmo e dalla carica vitale di quegli anni sia derivata la buia stagione del terrorismo, quanto in particolare dalle stragi, dalla strategia della tensione, prima fra tutte la strage di Piazza Fontana a Milano.
In questi ultimi anni sono molti i libri indirizzati ai propri figli, Savater iniziò qualche anno fa con la sua lezione di etica, ma forse questo è dedicato a una nuova generazione, ai figli di “quelli del Sessantotto”, così diversi, un po’ marziani per i padri, ma sicuramente quelli che potranno… portare avanti il discorso.

 

Lettera a mio figlio sul Sessantotto di Mario Capanna
Pag.166, Lit.20.000 – Edizioni Rizzoli
ISBN 88-17-52162-0

 

Le prime righe

Caro Dario,

una lettera non breve, e tuttavia sintetica rispetto all’ampiezza della materia, credo sia il modo migliore per rispondere alle domande, crescenti con l’età, che mi vieni rivolgendo sul ’68 e dintorni.
Ci pensavo da tempo, ma ero restio a cominciare. Non tanto per il timore di caricarti di un peso (tale non è mai la riflessione sul passato, perché aiuta a capire il presente e a immaginare meglio il futuro), quanto per la preoccupazione di apparirti, anche se involontariamente, saccente. Rischio che i genitori corrono spesso. E i padri, forse, più delle madri.
A determinare la decisione è stato il simpatico aneddoto che, tuo malgrado, ti ha visto protagonista nell’estate ’97.
Quando la mamma mi regalò, con dolce malizia perché sapeva che non avrei mai osato indossarla, la maglietta extralarge con “68” stampigliato sul davanti in caratteri cubitali e circondato da un intrico di scritte minute che ricordavano i principali avvenimenti di quell’anno nel mondo, e io la passai a te, né Ivana né io pensavamo sul serio che ti sarebbe piaciuta e che l’avresti usata. Non foss’altro per le dimensioni: ancora oggi ti arriva quasi alle ginocchia.
Tu, invece, decidesti di indossarla, un pomeriggio, durante la vacanza che eri andato a trascorrere, insieme ai tuoi amici, in un centro sportivo sull’Appennino parmense.
E quel giorno passasti buona parte del tuo tempo stando fermo, “bloccato” soprattutto dai ragazzi più grandi, quindici-diciassettenni provenienti da varie parti d’Italia, che ti pregavano di stare immobile per poter leggere le scritte minute degli avvenimenti.
Sei, quando vuoi, davvero un buon narratore. Il tuo racconto ricostruiva in modo vivo la scena, sì che pareva di assistere quasi dal vero ai capannelli, tu al centro a mo’ di ragazzo-sandwich e gli altri di fronte e intorno intenti alla lettura.
E di percepire i commenti e le osservazioni: “Mia madre mi ha parlato dell’assassinio di Martin Luther King e di Robert Kennedy”, diceva lo spilungone dai capelli biondi e lunghi; “c’era anche mio padre alla contestazione alla Scala”, notava, fiero, il grassoccio rapato a zero.
Bisogna apprezzare, te ne va dato atto, che non hai fatto pesare il tuo esercizio di immobilità paziente. Posso immaginare che ti sia costato non poco, visto che per te, come per tutti gli adolescenti, il muoversi è vita.
“Non è vero che il ’68 è passato, è ben vivo tra i ragazzi”: fu questa la conclusione, lapidaria e priva di incertezze, del tuo racconto.

© 1998, R.C.S. Libri S.p.A.

Giulio Mozzi – Giuseppe Caliceti
Quello che ho da dirvi
Autoritratto delle ragazze e dei ragazzi italiani
A cura di Giuseppe Caliceti e Giulio Mozzi

“Vorrei che i miei genitori facessero la mia conoscenza”

(F*, Liguria)

Nel febbraio 1997 sono apparsi manifesti, avvisi nelle bacheche scolastiche e box pubblicitari sulle pagine di quotidiani e periodici che invitavano i giovani a scrivere, a raccontare a tirare fuori quello che avevano da dire, principalmente in quanto figli e figlie. Naturalmente a questo invito hanno risposto in molti, o per meglio dire in molte, dato che la maggioranza dei messaggi arrivano da ragazze. “Le lettere ricevute presso la redazione di Stile Libero di Einaudi riempivano tre ceste” come raccontano i curatori nelle note introduttive. Ridistribuite in dieci scatole da scarpe e suddivise secondo l’argomento generale trattato, le lettere hanno fornito il supporto, la base su cui costruire il volume, anzi, rappresentano esse stesse l’opera. La prima parte del libro, presentata sotto il titolo Enciclopedia dell’adolescenza, contiene brevi considerazioni, raccolte in ordine alfabetico, su temi strettamente legati all’adolescenza e alla famiglia: da Abbandono a Zero responsabilità, passando attraverso voci come Bacio, Bugie necessarie, Complicità, Cordone ombelicale, Dolore, Essere ascoltati, Fallimenti, Fare la fila al bagno, Fumo, Incoraggiamento, Jim Morrison, Libertà, Madre (in tutte le sue forme), Padre (in tante forme anch’esso), Prof (anche questi non mancano), Ruoli, Separazione, Sesso, Territori domestici, e molti, molti altri. Ne esce un quadro divertente o drammatico, inquietante o semplicemente “naturale” di una generazione giovane in questo decennio, ma non così differente dalle generazioni che l’hanno preceduta. Ne escono pensieri analoghi a quelli espressi dai genitori ai tempi dell’adolescenza; ne emerge un grande desiderio di dialogo, di affetto, di confronto con gli adulti, che spesso si rivelano invece sfuggenti, inadempienti. L’eterno rapporto conflittuale, che alterna amore e odio, tra genitori e figli, parzialmente stigmatizzato in una frase di L*, ragazzo del Veneto: “Ti amo perché sei madre, ti odio perché sei la mia”.
Parte di questi argomenti sono presenti anche nella seconda parte del volumetto, dal titolo Diciotto storie più una, dove è stato lasciato uno spazio maggiore ad alcune selezionate storie, reputate più interessanti di altre. I curatori raccontano: “In questa scelta ha contato parecchio, com’è naturale, la qualità della scrittura. Ci piaceva l’idea di mostrare non solo come vive e cosa pensa questa generazione, ma di mostrare anche come sa esprimersi (per mezzo della parola scritta).”
Ancora una nota su una “trovata” che dal punto di vista della grafica, dell’impaginazione, ma soprattutto, della lettura è molto interessante: a fianco dei brani compaiono lateralmente richiami ad altri argomenti trattati, nella forma degli appunti che solitamente sono fatti a penna o a matita studiando un testo. Capita così che alla voce Gesù e Anna Frank, di lato si trovi un rinvio a Jim Morrison e che alla voce Urlare si richiami quella Sorelle…


Quello che ho da dirvi. Autoritratto delle ragazze e dei ragazzi italiani, a cura di Giuseppe Caliceti e Giulio Mozzi
206 pag., Lit. 14.000 – Edizioni Einaudi, (Einaudi Tascabili. Stile libero n.505) ISBN 88-06-14488-X


Le prime righe

Enciclopedia dell’adolescenza
A

Abbandono. […] Io ho diciassette anni ed è già da quand’ero piccolo che mio padre non è con me. Si fa vedere ogni tanto e poi… “Ciao Pippino, lo sai che io ti voglio bene, sei tu l’unica cosa che ho al mondo”. Eppure, mica sta con me. Non è in casa mia (che, fra l’altro, mia non è più, visto che l’ha venduta… e non c’ha lasciato niente). Vive, e scopa, con una donna che ha dato della mignotta a mia madre, ignorando d’esser lei la prima, avendo appena concluso di affermare la bellezza del chiavare col marito di colei che le è stata amica. […] Mia madre non so neanch’io come prenderla. Anche lei dice che sono tutto per lei, eppure appena può se ne va. Non sono ancora riuscito a instaurare un dialogo con lei, nonostante i diciassette anni di convivenza. Per lei un figlio è solo da mantenere. “Lavoro tutto il giorno perché devo darti da mangiare e un’istruzione”. Ma non è di questo che io ho bisogno da lei. Io voglio affetto. Io esigo amore. È nell’amore che c’è la vita. Non nei soldi. Eppure lei non mi capisce. Non so come farmi capire. Da lei. […] (A*, Lombardia).

Abbraccio (1). Ciao mamma. […] Quando hai provato ad abbracciarmi, te lo ricordi?, mi hai stretta fino quasi a soffocarmi, era la prima volta che lo facevi, come se volessi farmi capire che nella forza di quell’abbraccio c’era tutto il tuo amore, ma non era tutto il calore che avevo accumulato in tanti anni e di cui avevo bisogno in quel momento. Vorrei che me lo dicessi adesso: cosa c’era in quell’abbraccio? Perché non ho potuto conoscere, prima di quella sera, il tuo abbraccio e vedere, prima di quella sera, le tue lacrime? Come siamo diverse, mamma. Hai provato a farmi crescere come sei cresciuta tu, a diventare come tu sei diventata. Non ci sei riuscita. Hai voluto farmi provare le tue stesse amarezze, le tue stesse delusioni, quando già sapevi che mi avresti fatto soffrire, mi hai lasciato il ricordo della tua rabbia per sempre sul viso – e quella sera piangevi. Piangevi e le tue lacrime mi facevano soffrire tanto, quasi da mettere in crisi la mia decisione, dentro di me piangevo con te per tutto quello che non ci siamo mai dette, per tutto quello che non c’è mai stato, anche se avevo gli occhi asciutti. Amarezza. Non ci sono altre parole per dirti cosa sento di me adesso: solo amarezza, dopo tutto questo tempo sento la stessa amarezza di quella sera e credo che resterà con me tutta la vita ogni volta che ci penserò. Adesso vorrei che me lo dicessi: cosa c’era in quell’abbraccio? […] (T*, Lombardia).

© 1998, Giulio Einaudi editore s.p.a.

I curatori
Giulio Mozzi ha pubblicato nel 1996 presso Einaudi, La felicità terrena (Finalista Premio Strega). Da Theoria sono usciti tra l’altro Questo è il giardino e la raccolta di saggi Parole private dette in pubblico.

Giuseppe Caliceti ha pubblicato per Marsilio il romanzo Fonderia Italghisa.


<!–___________DA CAPO (


)____________–>

BELLEZZA

Che cosa e’ la bellezza? Che cosa e’ l’estetica? Dalle giunoniche bellezze dell’arte classica, dai corpi tondi e morbidi della pittura antica… alle efebiche e sensuali modelle dei  nostri giorni ….
Si parla, fin troppo spesso di canoni di bellezza, di criteri, di misure, quasi a voler classificare e imbrigliare le espressioni mutevoli e le mille forme in cui il corpo umano si puo’ esprimere. E i corpi perdono la sensualita’ e sono catalogati  in forme e frutti … corpi a clessidra, a mela, a pera…
Si scoprono nuovi canoni di bellezza, seni acerbi, decollete prorompenti,  fisici longilinei, linee voluttuose ….
In questa confusione estetica l’unica estetica che rimane e’ l’estetica dell’anima, l’estetica del sorriso  che non e’ mutata e non mutera’ mai.

bellezza – citazioni e frasi celebri

per celebrare la bellezza, perche’ il bello fa piacere, perche’ il bello e’ bello, perche’ il vero bello e’ espressione di anima e poesia
Che cosa e’ la bellezza? La bellezza e’ negli occhi di chi guarda

 La bellezza è il dono di Dio.
(Aristotele)

La bellezza è come una ricca gemma, per la quale la montatura migliore è la più semplice.
(Francesco Bacone)

Lo studio della bellezza è un duello in cui l’artista urla di spavento prima di essere vinto.
(Charles Baudelaire)

Non  so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore.
(Charles Baudelairee)

La bellezza delle cose esiste nella mente che le contempla.
(David Hume)

Che cos’è la bellezza? Una convenzione, una moneta che ha corso solo in un dato tempo e un dato luogo.
(Henrik Ibsen)

Bellezza: s’incurva: le curve sono la bellezza.
(James Joyce)

Il bello è una manifestazione di arcane leggi della natura, che senza l’apparizione di esso ci sarebbero rimaste eternamente celate.
(Goethe)

La bellezza ci può trafiggere come un dolore
(Thomas Mann)

Bellezza: il potere per mezzo del quale una donna affascina un amante e terrorizza un marito.
(Ambrose Gwinnett Bierce)

La bellezza delle cose esiste nella mente di chi le osserva.
(David Hume)

Una donna che non sa essere brutta non è bella.
(Karl Kraus)

Ricordatevi che le cose più belle del mondo sono le più inutili: i pavoni ed i gigli, per esempio.
(John Ruskin)

Cosa bella e mortal passa e non dura.
(Francesco Petrarca)

La bellezza serve alle donne per essere amate dagli uomini, la stupidità per amare gli uomini.
(Coco Chanel)

Le persone brutte si vendicano di solito sulle altre del torto che la natura ha fatto loro.
(Francis Bacon)

La bellezza è una moneta che ha corso solo in un dato tempo e in un dato luogo.
(Henrik Ibsen)

“La bellezza salverà il mondo”
(F. Dostoevskij)

La meglio gioventù…Uno tra i film che non deve mancare nella mia videoteca!!!
 
 
Marco Tullio Giordana: La meglio gioventù

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Marco Tullio Giordana
Soggetto e Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Fotografia: Roberto Forza
Scenografia: Franco Ceraolo
Costumi: Elisabetta Montaldo
Montaggio: Roberto Missiroli
Prodotto da: Angelo Barbagallo
(Italia, 2003)
Durata: 366′
Distribuzione cinematografica: 01 distribition

PERSONAGGI E INTERPRETI

Nicola Carati: Luigi Lo Cascio
Matteo Carati: Alessio Boni
Adriana Carati: Adriana Asti
Giulia Monfalco: Sonia Bergamasco
Carlo Tommasi: Fabrizio Gifuni
Mirella Utano: Maya Sansa

Marco Tullio Giordana, autore di punta nel nuovo cinema italiano continua ad esercitare il proprio talento evidenziando una spiccata attitudine alla storiografia. Da “Pasolini – Un delitto italiano” al trionfo de “I cento passi”, il volitivo cineasta ha dimostrato di saper calare se stesso ed il pubblico nel clima degli anni che hanno segnato la sua formazione politica ed intellettuale: quei ’60 e ’70 raccontati lungo percorsi narrativi ove intreccia nello stesso quadro i crimini e le virtù della sua generazione, senza mai cedere alla tentazione di abbandonarsi ad un moralismo manierato.
Non fa eccezione “La meglio gioventù” (titolo di pasoliniana memoria), profilo lucido e disincantato di una famiglia attraverso quarant’anni di storia italiana, che segue – in ben sei ore di girato – la travagliata vicenda dei fratelli Nicola e Matteo Carati, a lungo uniti dagli stessi sogni sino al giorno in cui, entrambi delusi dall’esito di una causa personale, l’uno cercherà la propria strada tra il fervore dei movimenti giovanili, mentre l’altro, erudito ma bisognoso di ordine, entrerà nel corpo di polizia.
Da qui, il loro viaggio nella vita si arricchisce di volti e caratteri densi, d’immagini di donna in bilico tra la fragilità e l’ostinazione, riversando ogni personaggio nell’ampiezza dello scenario sociale che si muove sul loro sfondo, fino ad essere portato in primo piano.
Di tappa in tappa, questa direzione stilistica diviene l’obiettivo primario di Giordana, che passa scrupolosamente in rassegna gli eventi più significativi del nostro dopoguerra – dall’alluvione fiorentina a Tangentopoli, transitando sui moti rivoluzionari del ’68 ed il rapimento di Aldo Moro – con un registro asciutto ed esplicito, emancipato, ma prudente nella scelta di non rinunciare ai vincoli strutturali indispensabili per un film destinato alla televisione.
Spingendo lo sguardo oltre l’affastellamento di rappresentazioni storiche che si rincorrono durante tutta l’opera, ciò che ne resta è un fitto ricamo di emozioni: un coro di voci e di vissuti che è, al tempo stesso, il suggello di uno straordinario artista, meritevole di essere riconosciuto come il più impegnato affrescatore della sua epoca.
 
Un po’ di critica cinematografica…
 

  Forse la vita non è quella che avremmo voluto, ma il meglio della nostra gioventù resta, indelebile e incisivo. Non è facile liquidare in poche righe il tema portante del maxi-film di film precedente in archivio Marco Tullio Giordana film successivo in archivio (sei ore pensate per la televisione, insabbiate nei palinsesti RAI, arrivate infine sugli schermi cinematografici in virtù del premio a Cannes), ma ciò che resta impresso, “indelebile e incisivo”, è il flusso narrativo di magmatica complessità psicologica, di intenso afflato sentimentale, di circostanziata storicità socio-politica.
Pubblico e privato si compenetrano con naturalezza in La meglio gioventù, la fonte poetica del titolo (Pasolini) si rigenera in un intrigante melodramma familiare (Fassbinder). L’originalità della sceneggiatura sta anche nel peso drammaturgico affidato alla psichiatria (titolo alternativo “la meglio psichiatria”?) che il film “osa” proporre come chiave di lettura di un passaggio generazionale tormentato come quello dagli anni ’60 a oggi: il bisogno di ordine che porta al nichilismo, l’accettazione dell’incompiutezza e della casualità come via all’armonia esistenziale.
Si parte dal ’66 quando
Nicola Carati (Luigi Lo Cascio), giovane studente di medicina supera brillantemente un esame e si accinge al mitico viaggio verso il nord, col fratello Matteo (Alessio Boni) e gli amici Carlo (Fabrizio Giufini) e Berto. Ma la comitiva si sfalda prima ancora della partenza. Matteo e Nicola decidono di prendersi cura di Giorgia (Jasmine Trinca), una giovane dalla psiche disturbata, che Matteo ha conosciuto facendo volontariato in ospedale: quando questi scopre la brutalità dell’elettrochoc, la rapisce, ma il peregrinare con lei dei due fratelli non porta a nulla. Giorgia viene “ripresa” dalle istituzioni; Matteo, non più in animo di viaggiare, si arruola in polizia mentre Nicola, partito alfine da solo, arriva in Svezia, trova lavoro in una falegnameria, scopre l’esperienza di un vivere diverso, libero e alternativo. Quando però, alla televisione, vede le immagini dell’Arno che sommerge Firenze, torna subito in Italia…
È la struttura di La meglio gioventù: il pubblico che s’insinua nel privato, la vicenda personale che si evolve sugli stimoli dell’attualità civile. All’alluvione del ’67 fanno seguito altri eventi salienti: la rivolta studentesca, i lutti del terrorismo, la riforma manicomiale di Basaglia, la strage di Capaci, lo scandalo di tangentopoli. E i sussulti del presente si riflettono sincreticamente nella vita di Nicola e Matteo e dei loro parenti e amici; si rivelano in situazioni, relazioni, drammi che Giordana sa rendere cinema compiuto e coinvolgente. Primi piani che sublimano il linguaggio televisivo nell’intensità dei rapporti interpersonali, un dinamico senso dell’inquadratura che mentre mette a fuoco i protagonisti lascia crescere lo “sfondo”, essenziali pianisequenza, carrelli all’indietro di scorrevole dialettica narrativa, interpretazioni di memorabile, commossa verosimiglianza… Tra gli Animals (The House Of The Rising Sun) e Astor Piazzola (Oblivion), tra la sotterranea umanità torinese e la caotica familiarità della capitale, nel corso di circa quarant’anni, regia e sceneggiatura (Rulli e Petraglia) saturano, in una profonda emozione schermica, gioie e tragedie di uno stuolo di personaggi indimenticabili, calibratissimi intrecci tra la “piccola” e la “grande” storia: se nel fango di Firenze Nicola conosce la sua Giulia (Sonia Bergamasco), algida pianista, l’insana utopia della lotta armata la strappa inesorabilmente al suo affetto e a quello della figlioletta Sara; la carriera in magistratura della sorella Giovanna (Lidia Vitale) rende testimonianza della violenza mafiosa (omicidio Borsellino), l’alta carica in Banca d’Italia raggiunta da Carlo (nel frattempo sposato alla sorella minore FrancescaValentina Carnelutti) lo mette nel mirino delle BR, Vitale (Claudio Gioè), l’amico proletario, subisce il licenziamento FIAT, ma sa rifarsi una posizione con una sua impresa di costruzioni; Nicola, psichiatra affermato, ritrova Giorgia segregata, maltrattata, in una delle infami strutture pseudomediche della capitale.
Intanto
papà Carati (Andrea Tidona) è morto di tumore e mamma Adriana (Adriana Asti), professoressa impeccabile, tende a vivere in solitudine lo strazio dei suoi lutti. Sì, perché il fulcro, lacerante, di La meglio gioventù sta nel personaggio di Matteo che, dopo aver vissuto con sofferto rigore gli anni della rivolta giovanile (dalla parte delle forze dell’ordine), è sembrato approdare alla felicità nell’incontro con Mirella (Maya Sansa) bibliotecaria-fotografa. Ma per la sua personalità tormentata non c’è pace: la scena del suicidio è di incombente laconicità (quelle scarpe lasciate sul terrazzo), la sequenza del funerale, con quel groviglio di ombrelli scuri che “si apre” per lasciar passare la bara lucente, è un vero gioiello.
A tessere la trama di tutte le vicende resta comunque, sempre, la figura esemplare di Nicola: lo studente universitario intraprendente e aperto di vedute, il marito innamorato che, per salvarle la vita, consegna la moglie brigatista alla polizia, il padre premuroso che vive solo con la figlia, lo psichiatra basagliano amorevole coi pazienti ma incapace di percepire l’angoscia profonda del fratello, il figlio che non trascura la vecchiaia solinga della madre distrutta dal dolore, l’uomo dolce e fiducioso (“tutto quel che esiste è bello”) che riceve “in eredità” una donna che lo farà alfine felice, il cittadino che sa ancora scandalizzarsi di fronte alle ipocrisie e alle crudeltà di una società pigra e autoassolutoria, che pratica sempre più il cinismo e meno la solidarietà. La storia di Nicola (e de
La meglio gioventù) è racchiusa tra due dialoghi di emblematica efficacia: in apertura, durante l’esame all’università, il professore lo ammonisce “lasci questo paese… è un paese bello e inutile, da distruggere: tutto rimane uguale e immobile, in mano ai dinosauri”; nell’ultima parte quando, come psichiatra, si reca in carcere per assistere un arrestato di mani pulite questi sentenzia “è l’Italia che hanno fatto i nostri padri, mi creda” e Nicola ribatte “no, mio padre no, mi creda anche lei…”.

ezio leoni  –   MC magazine 7 agosto 2003    
[
La Difesa del Popolo18 dicembre 2003]          

 

Su richiesta del compagno e collega blogger e scrittore Mirko Tondi, genio incompreso e accanito sostenitore dell’editoria indipendente, autoprodotta ed underground, ho deciso di leggere il suo e-book, che mi è assai piaciuto; per questo ho deciso di diffonderlo dalle pagine del mio blog. Si tratta di un libriccino di aforismi di attualità, scritti da una persona comune, una persona che la vita la vive come tutti noi comuni mortali…Magari tante cose potrebbero apparire scontate, ma, in realtà, tutto ciò che è frutto di una riflessione ragionata non è mai scontato di questi tempi…

Complimenti Mirko, in bocca al lupo!!! Continua così!!! E a tutti voi, buona lettura!

A pensarci bene non mi piaccio neanche un po’
aforismi per lamentosi e insoddisfatti, molto utili al giorno d’oggi
Testi di Mirko Tondi Disegni di Enrico Guerrini

Avviso ai lettori:
Questa pagina,
come si conviene in editoria,
doveva essere bianca.
Ma questo è un’e-book, quindi al diavolo l’editoria classica…
L’immagine stilizzata e rudimentale che vedete qui sopra,
per gentile concessione di Michelangelo Maiullari, mostra Mirko Tondi,
l’autore dei testi dell’e-book, durante un momento di riflessione.
Da una di quelle riflessioni,
è nato “A pensarci bene non mi piaccio neanche un po’”.
Buona lettura

Le dediche che seguono sono di Mirko Tondi.
Racchiudono il senso stesso del libro.
A parte per la dedica alla nonna.
Quella è puramente affettiva.
Una dedica speciale, come speciale era lei.
Ancora buona lettura (stavolta diciamo sul serio…)
Testi originali di Mirko Tondi 2011
Disegni originali di Enrico Guerrini 2011

A pensarci bene non mi piaccio neanche un po’
aforismi per lamentosi e insoddisfatti, molto utili al giorno d’oggi

*******
L’assioma degli insoddisfatti è che quello che hanno non gli basta.
Neanche quello che avevano, né quello che avranno.
Il fatto è che loro sono e non sono,
perché ciò che sono non è ciò che vorrebbero essere.
E se anche fossero come avrebbero desiderato di essere?
Non ne sarebbero soddisfatti, questo è certo.

*******

Il vero problema dei nostalgici
è che non hanno paura della morte, ma della vecchiaia.
*******
Oggi è stata talmente una brutta giornata
che rimpiango persino quella che credevo
fosse stata la mia più brutta giornata.

*******
Quando me la passo bene coi soldi, si vede dal frigorifero.
Basta controllare se il cassetto dei formaggi è pieno o meno.
*******
Sono bravissimo a dire le cose.
Però sono altrettanto bravo a dirle
nel momento esatto in cui non servono più.

*******
Conosco solo un tipo di persona che pensa costantemente ai soldi.
Quella che ce li ha già.
*******
Da’ a una persona disperata quello che sta cercando
e ti pagherà il doppio.

*******
La tendenza di oggi è quella di essere buonisti.
Qualche risultato lo si ottiene sempre.
Ma è anche la prima cosa che notano i cattivi.

*******
Quando una persona ritiene di essere soddisfatta di se stessa,
allora si può dire che non abbia
da chiedere nient’altro alla propria vita.
Tranne di rivivere quella stessa vita in una maniera del tutto opposta.
*******
Quello di piacersi, purtroppo,
è un vantaggio che viene riservato solo ai narcisisti.

*******
Se non fossi fidanzato, mi laverei molto meno.
*******
A sbagliare ci vuole solo un attimo.
Anche a pentirsi, a dire il vero.
Ma il pentimento non cancella il gesto.

*******
Il fatto non è quello di trovare del tempo libero,
ma di riuscire a ottimizzare quello che si ha a disposizione.
Purtroppo io non sono mai stato bravo a ottimizzarlo,
semmai a perderlo.
Anche quello è un talento, però.

*******
L’autostima è quella qualità che viene alimentata
dall’affermazione e dal successo personale.
In alcuni soggetti,
semplicemente da una buona condotta.
In altri, da una condotta riprovevole,
ma di cui loro vanno fieri.
In altri ancora, invece, dal denaro.
*******
Amiamo le novità.
Nessuno vuole una vita piatta e noiosa.
Ma l’unico motivo per il quale speriamo
che accada qualcosa di insolito nelle nostre vite
è per la smania di raccontarlo agli altri.

*******
Non è forse il timore
di rompere un oggetto
che poi lo fa rompere davvero?
*******
Tutti noi abbiamo bisogno di illuderci.
È bello ogni tanto lasciar perdere la realtà e
concedersi qualche sogno a occhi aperti.
Peccato che quando poi ritorniamo in noi,
ci sia il nostro capo lì davanti a bacchettarci
per la nostra ultima disattenzione.
*******
Sono così nervoso che una volta mi è venuto un esaurimento
e se n’è andato promettendo di non tornare mai più.

*******
Non faccio mai programmi,
perché non c’è alcun gusto
nel rispettarli.
*******
Si può essere eleganti anche senza essere ricchi.
Ma in quel caso si tende a usare il termine casual…
*******
Cos’è il pessimo gusto?
Quello degli altri, di sicuro.
Nessuno ammetterà mai di averlo.
Sarebbe come far dire a un calciatore
che il suo non è un vero lavoro.
*******
Non è la speranza che fa accadere le cose,
però certe volte aiuta.
Ad esempio io ho sperato con tutto me stesso
che qualcosa cambiasse nel mio conto corrente.
Infatti gli interessi sono schizzati alla stelle.
*******
La sola maniera per sopperire alla mancanza di intelligenza
è quella di avere una buona memoria.
*******
Se ognuno di noi trovasse il lavoro e il partner che desidera,
non esisterebbero più gli psicoterapeuti.

*******
La strada è piena di persone
che attraversano dove non dovrebbero attraversare.
Il problema è che spesso vengono investite quelle
che passano sulle strisce pedonali…
*******
Un pessimista è semplicemente uno che ha
maggiore consapevolezza del fatto che le cose,
in futuro, potrebbero andare peggio di come
stanno andando adesso.

*******
Fare politica è un mestiere che unisce l’utile al dilettevole:
lavorare, contemporaneamente non facendolo.

*******
Per rimediare ai propri errori occorrono
una decisa ammissione di colpa
e una buona volontà.
E poi una certa dose di fortuna.
*******
L’unica cosa che mi accomuna all’essere artista
è la mancanza di soldi.
*******
I dialetti costituiscono il modo migliore per non
dover parlare preoccupandosi della grammatica.
*******
Il cinico è un idealista con qualche delusione alle spalle.
*******
Le collezioni sono difficili da spiegare.
Io, per esempio, colleziono brutte figure
e neanche mi interessano.

*******
Molte date portano con sé emozioni e ricordi.
È per questo che cerco sempre di dimenticarle.
*******
L’ambizione è una bella donna che ti promette
di portarti a letto e poi ti lascia a bocca asciutta.

*******
Il bello della televisione è che puoi spegnerla quando ti pare.
Tanto ne hai una anche nelle altre stanze.
*******
Non sempre gli specchi dicono la verità.
Soprattutto se è il tizio riflesso a non dirla.
*******
Un ritardatario cronico ha due problemi fondamentali:
uno è il tempo, l’altro è se stesso.
*******
Una volta la chiamavano guerra,
adesso “battaglia per la pace”.
*******
L’obiettivo di chi si lamenta della propria condizione
non è quello di ottenere qualcosa, né di essere compatito.
Semmai di nutrire il proprio malcontento.
*******
Il mondo dello spettacolo è davvero straordinario:
cantanti che presentano,
concorrenti di reality show che diventano attori,
pseudo-giornalisti che si azzuffano.
Manca solo una cosa: lo spettacolo.

*******
La differenza fra “stare male” e non “stare molto bene”
è che la seconda è un’ottima scusa per non fare qualcosa.
*******
Dicono che si debba andare vicino a perdere
qualcosa per capire quanto ci si tenga veramente.
Ma un conto è la paura, l’altro è la vera passione.

*******
Qualche volta la sfortuna viene chiamata in causa
per giustificare la propria incompetenza.
*******
Gli incontentabili desiderano soltanto avere tutto.
E anche quello difficilmente li accontenta.
*******
L’ipocrisia è il passepartout dei nostri tempi.
*******
L’invidia è un surrogato della felicità.
*******
Perdo tutto, non trovo mai niente.
Ma non è colpa mia.
Pare che gli oggetti, certe volte,
non vogliano proprio essere trovati.
*******
Il problema reale di chi incontra il successo
non è tanto quello di accettarne l’ingombrante presenza,
semmai quello di non riuscire a sopportarne l’eventuale perdita.
*******
Non tollero proprio l’arroganza negli altri,
perché vorrei possederla tutta io.

*******
Chi è molto religioso ha parecchio da farsi perdonare.
*******
Un eterno insoddisfatto è convinto che sia stupido
smettere di cercare un’idea non appena l’ha trovata.
Crede invece che, continuando a pensare,
possa trovare prima o poi un’idea migliore.
Intanto gli altri la propria idea l’hanno già messa in pratica.

*******
Lamentarsi costantemente per la propria condizione
è la cosa che riesce meglio a quelli che hanno già tutto nella vita.
*******
Una persona può ritenersi davvero vecchia
quando neanche le novità riescono più a procurargli un’emozione.

Questo libro è stato reso possibile da:
Si avvisano i lettori che, essendo questo e-book un’auto-produzione a costo zero,
non è stata coinvolta alcuna casa editrice nel progetto.
Nessun redattore è stato quindi maltrattato durante la realizzazione del libro.
Se l’e-book è piaciuto, si pregano gentilmente i lettori di consigliarlo agli amici.
Se non è piaciuto, consigliatelo a chi vi sta antipatico, ma consigliatelo lo stesso.
Grazie, al prossimo e-book.

BIOS

Mirko Tondi, autore fiorentino, ha
pubblicato due libri ed è incluso in varie
antologie poetiche. Scrive per la webzine
“Sul Romanzo” e per il mensile free-press
“Alza la Voce”. Inoltre è regista e autore
dei testi della compagnia di teatro comico e
cabaret “I Rene-Fiz”. Ama i dischi in
vinile, i film di Alfred Hitchcock, perdere
tempo su internet e comprare cose inutili.
Qui sotto lo vediamo in una delle sue
pose più felici…

 

Enrico Guerrini, nato a Firenze, è pittore, scultore, Enrico Guerrini
illustratore e scenografo. Ha esposto le proprie opere in
numerose mostre collettive e personali in tutta la Toscana.
Artista talentuoso, visionario, straordinariamente
versatile, si distingue soprattutto per le sue performance
estemporanee. Di lui si apprezzano in particolare
l’originalità, l’apertura alle sperimentazioni e la
disponibilità a nuovi progetti (tra cui, appunto,
“A pensarci bene non mi piaccio neanche un po’”).
Qui sotto è possibile osservare un suo autoritratto.

 

Alicia Gimenez Bartlett

Alicia Gimenez-Bartlett è nata ad Almansa nel 1951 e vive dal 1975 a Barcellona. Laureata in Letteratura e Filologia Moderna, ha insegnato per tredici anni letteratura spagnola e, dopo il successo dei suoi romanzi, ha deciso di dedicarsi completamente alla scrittura. Prima di ottenere infatti un enorme successo in patria con i romanzi Ritos de muerte e Dias de Perros la Bartlett ha pubblicato diversi libri: con Una abitacion ajena, che racconta il difficile rapporto tra Virginia Woolf e la sua cameriera, ha vinto nel 1997 il premio Feminino Lumen per la miglior scrittrice spagnola. Si è poi dedicata alla serie con protagonista l’ispettrice Petra Delicado, che l’ha consacrata in Spagna come una delle più seguite e amate gialliste. In Italia è considerata una Camilleri spagnola per la vivacità della scrittura e l’originalità delle storie.

Sulla strada e gli amori di un camionista

vita-camionistaAlicia Giménez-Bartlett nel romanzo “Vita sentimentale di un camionista (Sellerio, 2010) penetra con abilità nella psicologia maschile di Rafael, un camionista, egocentrico e dongiovanni, che ha scelto di vivere perennemente sulla strada, per godere di tutte le libertà possibili, comprese le donne. Ma l’universo femminile, in continuo cambiamento, sorprenderà tanto Rafael, quanto il lettore.

Rafael ha deciso di guidare un camion perché gli consente la libertà di non rimanere chiuso fra quattro mura e di poter variare continuamente la sua esistenza. Ha una moglie e due figlie, ma vive sempre sulla strada, guadagna e mantiene bene la  famiglia, ma torna a casa solo quando vuole.  Bell’uomo, classico maschilista egocentrico vuol disporre delle donne a suo piacere.

L’universo femminile è d’altra parte molto complesso: la Giménez-Bartlett, infatti, mette in luce con profondità varie figure di donne: la moglie, risentita, astuta e calcolatrice, l’innamorata sognatrice e  fragile, la donna indipendente e appassionata di sesso. In lei Rafael ha trovato il suo corrispondente femminile. Ma potrà durare una simile storia? Certo è che il mondo delle donne sconcerta il protagonista: tutte, per un verso o per l’altro, non sono come egli le vorrebbe. Alla fine egli si ritroverà libero, come ha sempre desiderato, ma avvertirà con sgomento la sua mancanza di radici e l’inevitabile solitudine che ne consegue.

Un’acuta analisi psicologica, la scoperta di un universo femminile in  trasformazione, il fascino del Don Giovanni, sempre alla ricerca di nuove prede, costituiscono il pregio ed anche il centro drammatico del romanzo della Giménez-Bartlett, che si distacca dalla sua produzione di giallista e costituisce una delle opere  a lei particolarmente care. Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1993, per una collana di libri di stampo femminista, anche se non contiene esplicite rivendicazioni in favore della causa, ma anzi è soprattutto uno specchio della situazione di fatto e della complessità dei rapporti umani tra i sessi.

Alicia Giménez-Bartlett (Almansa, 1951) è la creatrice dei polizieschi di grande successo, con protagonista Petra Delicado, tutti pubblicati da Sellerio. Ha anche scritto numerose opere di narrativo non di genere, tra cui: Una stanza per tutti gli altri, Segreta Penelope e Giorni d’amore e inganno. Nel 2006 ha vinto il Premio Piemonte Grinzane Noir e il Premio La Baccante nato nell’ambito del Women’s Fiction Festival di Matera. Nel 2008 il Raymond Chandler Award del Courmayeur Noir in Festival.

Autore: Alicia Giménez-Bartlett
Titolo: Vita sentimentale di un camionista
Editore: Sellerio
Anno di pubblicazione: 2010

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: