Category: Le false fedi


Joker Gang
Dispettose Prigioni
Etichetta Indipendente
2012

Era da tempo che volevo farlo… dal 2009 circa, quando ricominciai a suonare dopo tanto tempo. Molti pensano che non dovevo. Non me ne frega un cazzo della loro opinione. Si fottano :-)”

Gia`da questa dichiarazione si capisce la tenacia e l`orgoglio del Joker, una figura che a tutti risulta patetica ma che quasi tutti temono, quel fantoccio con la faccia truccata che puo`permettersi di cambiare faccia ad ogni occasione, anche se questa continua finzione che si mescola con la realta`non e` sempre costruttiva…Joker e`curioso, e la sua curiosita`lo porta ad aprire il Vaso di Pandora della realta`e della Vita, spesso nascosto da quel Velo di Maya che e`l`ignoranza…
Joker “smaschera con la sua maschera ghignante”,con un ghigno beffardo e disincantato, la crudelta`della cruda quotidianita`…

Le storie che vengono raccontate nel cd, con metafore, tinte fosche e colori espressionisti, fanno affiorare una pellicola in bianco e nero, celata dai trucchi (un po`come si fa con Photoshop)…Joker e`l`anti-Photoshop, e`la contraddizione che spacca in mille pezzi la menzogna, che riduce in frantumi la meschinita`della vergogna e dell`omerta`…La verita`e`dura e va raccontata…Un po`come ne Il Testamento di un Pagliaccio, pezzo della Giovane Band IoDrama…Oppure come in Opinioni di un Clown di Heinrich Böll: “Io sono un Clown e faccio collezione di attimi.”.
Anche Giuss, leader del gruppo, afferma che Dispettose Prigioni sia un Album fotografico, in cui si vuole dare una brechtiana, quindi impegnata ed epica lettura della realta`…L`essere umano e`portato lentamente a prendere posizione, a far qualcosa, ad impegnarsi per trarre in salvo la propria liberta`, che sta annegando…Oppure e`stata sequestrata dai flutti di un mare in tempesta, la tempesta dell`inconscio, come una zattera piena di falle…Le falle ci sono, ma possono essere riparate, solo se lo si vuole…

Nell`album ci sono colti riferimenti al Mondo della Musica, soprattutto alla new wave e al dark; ma anche alla Letterattura, alle Arti Figurative, alla Fotografia ovviamente, ma anche alla Psicologia…Nell`insano gesto si vede una possibilita`dell`inconscio, dell`io profondo; esso finalmente puo`dire: “Ascoltatemi, sono qui!!! Non sotterratemi sotto un mucchio di parole inutili e di gesti formali o convenzionalmente etichettati…Voglio far sentire la mia voce anche chi non crede a queste cazzate…”

La verita`e`sempre duale, puo`avere varie interpretazioni, ed in essa possono interagire numerosi elementi, in rapporto dialettico tra di loro…Joker e`un Reporter, un Fotografo che, con la sua Polaroid, immortala proprio quei momenti che ogni giornalista tralascerebbe come dettagli osceni. Joker scappa alla censura, spesso rischiando, ma nello stesso tempo, provando piacere nell`opera di smascheramento…Viviamo tutti quanti in un mondo illusorio, fatto di Sogni di carta e di speranze di fango…Dove siamo come burattini con un burattinaio che ci comanda, che muove i fili; come direbbe Bennato: “Non si scherza, non è un gioco  sta arrivando Mangiafuoco, lui comanda e muove i fili  fa ballare i burattini . State attenti tutti quanti, non fa tanti complimenti, chi non balla, o balla male  lui lo manda all’ospedale  Ma se scopre che tu i fili non ce l’hai se si accorge che tu il ballo non lo fai  allora sono guai – e te ne accorgerai attento a quel che fai – attento ragazzo che chiama i suoi gendarmi  e ti dichiara pazzo!…”

Nonostante la presa di coscienza sia dolorosa e porti ad un autolesionismo, ad un automutilamento continuo ed irrefrenabile, sia nel corpo, con tagli sanguinanti, sia nella mente, con una societa` per cui sei solo un Numero, che ti incasella meccanicamente in base al disturbo mentale o alla classe sociale a cui appartieni, Joker ti capira` ed il suo sussurro ti portera`ad aprirti, a scoperchiare quell`anima fragile che alberga in te, permettendole di scorrere, un po`meno vincolata, per le strade della Vita…

Qual e` la soluzione?? Fare la Rivoluzione?? Rovesciare il Potere??

Felice il Popolo che non ha bisogno di eroi!”. Così diceva il grandissimo Bertolt Brecht, da intellettuale impegnato…Sicché non si può non prenderne atto, anzi è terribilmente controproducente non farlo, far finta di niente, con l’aria dei primi della classe, di quelli che ce la fanno sempre. L’esperienza ha insegnato: i primi della classe non ce l’hanno fatta mai, quelli che al banco erano seduti composti, che si facevano da parte quando qualcuno si alzava per fare caciara, che cercavano di risolvere sempre tutto con la diplomazia, che rispondevano sempre in maniera seria senza alzare la voce o battere i pugni hanno sempre avuto la peggio. Questo perché il Popolo,un  popolo di lavoratori instancabili ma un po’ duri di comprendonio, non ama le risposte articolate, difficili, magari piene di termini in lingua straniera, ma preferisce quelle semplici, secche, nette. Risposte semplici per interrogativi difficili. Al bicchiere di acqua amaro della medicina non vuole un cucchiaino di zucchero, ma vuol togliere completamente la medicina e bere l’acqua dolce che ne rimane.

Qualcuno riuscira`a sentire il grido disperato di chi vuole cambiare musica?? La “ghigliottina” del senno di poi dice che molto probabilmente nessuno ne sarebbe capace, perché la massa e`come inebriata da un fenomeno mistico, venereo, insuperabile, creatosi attorno alla figura di un individuo che, a differenza dei suoi avversari politici, ne è consapevole e ne fa un’arma di distruzione di massa. Perché è inutile parlare dello “tsunami Grillo” se prima non si parla del “diluvio universale berlusconiano”, perché ormai davvero tenere la testa sotto la sabbia è un prendere in giro se stessi. Non resta altro da fare che prendere atto dei dati empirici, con coscienza di sé prima e di chi si trova nei propri paraggi, ricordando che, come diceva Franco Battiato, un’evoluzione sociale non serve al popolo se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero.

For more info: http://www.facebook.com/jokergang e http://jokergang.jimdo.com/

Influenze:

– Litfiba

– Timoria

– Bluvertigo

– Franco Battiato

– Baustelle

http://www.youtube.com/watch?v=sCw7mh2jFs0

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Contatti digitali

Conversazione via Facebook Email nell’Era della Digitalizzazione, della Globalizzazione ed

Internettizzazione dell’Esistenza 

Ragazzi anormali si scrivono a distanza…

di Irene Ramponi

Una ragazza italiana migrante in Olanda scrive all’amico lontano, in risposta alla piccola email che l’amico stesso le ha appena mandato. Nella sua lettera ci fornisce il suo punto di vista sulla vita nel Nord Europa, in Germania ed Olanda in particolare, ci da’ uno spaccato della sua vita di migrante alla ricerca di se’ stessa, in un viaggio senza vento…e senza Tempo (cit. Timoria, Viaggio Senza Vento, Polygram, Giugno/Luglio 1993). Qui ne viene presentato uno stralcio veloce.

“Le medicine tradizionali sono efficaci, certo, ma sempre robaccia chimica rimangono, che costa cara e serve molto ad arricchire le multinazionali farmaceutiche…Ecco perche’ apprezzo quei medici che si rifiutano categoricamente di prescrivere farmaci allopatici come caramelle! […]. Ora vivo sulla linea di confine tra Olanda e Germania, quindi ho tutto il meglio da entrambe le parti: Birra e Cibo dalla Germania, qualita’ a buon prezzo, divertimenti a non finire, stile di vita libero e piu’ rilassato, piu’ sussidi dallo stato se sei disoccupato, artista, creativo, nullatenente, proletario, sottopagato o semplicemente disperato…Qui i senza tetto non esistono perche’ ognuno ha IL FOTTUTO SACROSANTO DIRITTO AD AVERE UNA CAZZO DI CASA!!! Un cazzo di posto dove stare che non sia sotto i ponti…[…]. Ma ovviamente ci sono severi canoni di meritocrazia, mica la danno a tutti, la casa intendo…Nonostante quasi tutti lavorino e la disoccupazione sia irrilevante, il tenore di vita e’ ottimo, la gente e’ rilassata,  fa festa tutte le sere, senza limiti di orario o scuse tipo che deve andare a letto presto perche’ il giorno dopo deve lavorare…[…]. Qui trovi gente di tutti i tipi, tutta simpaticissima:dai punkettoni old school, agli hardcore warriors, dai techno addicted ai metallari, dai red skin che legnano i nazi, quasi nessun hausettaro…Ma anche molti vecchietti comunicativi con tutore, come mio nonno potrebbe essere, qualche impiegatuccio e, come direste voi, per chi NE VUOLE, ce n’e’ davvero per tutti i gusti…No proibizionismo!!!  E soprattutto, non c’e’ il fottuto Vaticano in casa a rompere i coglioni…

Insomma, Paradies Land o Fantasylandia, che dir si voglia…Io collaboro all’allestimento di mostre, studio e miglioro il tedesco e l’inglese, faccio lavoretti di arti minori che poi vendero’ in qualche mercatino, dipingo quadri, scrivo, leggo, giro per mostre e citta’…Insomma, una bella vita, quella che ho sempre sognato…E per tutto questo devo ringraziare il mio ragazzo, tedesco purosangue, che ho conosciuto al matrimonio di mio cugino; praticamente mio cugino di sangue ha sposato la sorella del mio ragazzo, e noi due ci siamo conosciuti al pranzo di matrimonio, agli inizi di maggio…Abbiamo conversato un po’, e poi, siamo rimasti in contatto via Internet…Lui poi e’ tornato in Italia a trovarmi, abbiamo passato del tempo insieme…Intanto il mio lavoro in casa editrice andava a rotoli, ed ero sull’orlo di una crisi di nervi…Ho cosi’ deciso di cercare lavoro in Germania, in Renania Vestfalia, parte Nord Ovest della Germania, in cui le piu’ grandi citta’ sono Dusseldorf, Colonia, Aachen, ed, in seconda battuta, Duisburg (dove hanno fatto la Love Parade del 2010, dove e’ morta tutta quella gente…). Beh, insomma, io stavo a Duisburg, come ragazza alla pari, dovevo curare quattro mocciosi terribili, due gemelli iperattivi e psicotici, e due ragazzine isteriche e con disturbi alimentari…Ok, avevo una stanza tutta per me, dove pero’ non mi era permesso bere e fumare…Assolutamente peggio della Colonia Ticino, dove almeno ci divertivamo… I miei “carcerieri”, ovvero la famiglia per cui lavoravo e facevo da babysitter, era composta da una donna rossocappelluta, con testa di medusa, bocca di vipera, occhi verdi da Maga Circe, nana e totalmente incapace come mamma, quindi, totalmente esaurita, nevrotica, isterica, iperattiva, la classica impiegatucola borghese, che si lamenta perche’ il marito non porta a casa abbastanza soldi; come se non bastassero quelli che guadagna gia’ come avvocato penalista…Fai un po’ te…Il marito incarnava il tipico tipo di uomo di destra, rosso, obeso e rubicondo, perennemente a dieta, senza mai perdere peso e, obbligato dall moglie, non poteva bere…E la moglie non gliela dava…Insomma, mi sono messa in un bel casino!!! Il mio ragazzo ha fatto di tutto per portarmi a vivere con lui al confine tra Olanda e Germania…Ho resistito tre mesi, di cui 2 senza essere pagata…Si’, pagata ma con le mazzate ricevute dai gemelli e a suon di umiliazioni e prese per il culo dalla quella puttanazza della madre di casa, Susanne, ho deciso di mandarli affanculo, o meglio, il mio organismo ha ceduto e mi hanno ricoverata in ospedale una mezza giornata, sotto valium o non so quale altro tranquillante…Nella lettera di dimissioni, hanno scritto che quel lavoro non faceva per me, e che quindi dovevo rinunciarvi…Ho preso armi e bagagli ed ho levato le tende!!! Sono stata a Duisburg dalla meta’ di luglio ai primi di ottobre, da li’ in poi, mi sono trasferita a Kerkrade, in Olanda, a casa del mio ragazzo, proprio al confine con la Germania…Praticamente, solo attraversando la strada, sei gia’ in Germania! Pensa che noi andiamo a far la spesa a piedi…Abbiamo un appartamento di 4 locali, una specie di piccolo centro sociale/circolo arci/Bed&Breakfast all’occorrenza (solo per i turisti, per gli amici l’ospitalita’ e’ gratuita ovviamente!!! ), che e’ anche la nostra casa allo stesso tempo…Ci manca solo la fermata di Macondo Express all’ingresso e abbiamo tutto…Si’, vita molto punkabbestia, ma mi piace, quindi, me ne sbatto di cio’ che dice la gente e vivo meglio…Finalmente vivo per me stessa…Ovviamente con le difficolta’ economiche connesse, ma e’ il prezzo da pagare per la propria indipendenza e conseguente liberta’ di non dipendere da nessuno e di camminare sulle tue gambe, senza rimpianti, risentimenti e sensi di colpa verso parenti, amici, conoscenti ed ex…Ti diro’, sto da dio da quando ho mollato quel mollusco del mio ex, il musicista incompreso, il narcisista del cazzo che pensa di non valere una sega, che sa di non avere le palle, che ha paura di tutto…Ma di fronte agli amici ed ai compagni di merenda, beh, diventa la persona piu’ brillante, piu’ simpatica, piu’ compagnona del mondo…Bleah, che sbocco!!! Ne ho avuto la nausea…Come cazzo fai a convivere da un anno e mezzo e stare quattro mesi senza un minimo di affettivita’??? E senza una coccola, e senza nemmeno un semplice e fraterno abbraccio…Boh, io non lo so, ma tutti gli amici maschi con cui ne ho parlato mi hanno detto che non e’ fottutamente normale…E cosi’, l’ho mollato e sono stata meglio!!! Ovvio che lui mi ha rinfacciato un sacco di cose, nonche’ sparlato alle spalle, ma, detto sinceramente, fotte eminentemente sega…Beh, questa e’ la mia storia…Scusa se mi sono dilungata, ma era da un po’ che non ci sentivamo, quindi volevo spiegarti un po’ com’era andata, tutto qua…Dimmi che non hai impegni il 2 luglio 2013! :-D”.

Nichilismo

Il nichilismo (volontà del nulla) è un orientamento filosofico che nega l’esistenza di valori e di realtà comunemente ammessi.

La diffusione del termine risale alla fine del ‘700 (latino NIHIL=nulla) quando Jacobi caratterizzò come nichilista la filosofia trascendentale di Kant e soprattutto la ripresa fattane da Fichte. Secondo Jacobi il sistema della pura ragione “annichila ogni cosa che sussista fuori di sé”.
Successivamente Schopenhauer riprese in chiave nichilista il problema della conoscibilità e dell’essenza del reale. La realtà fenomenica è l’apparenza nullificante e dolorosa della Volontà irrazionale e inconscia che origina il cosmo intero. L’uomo può liberarsi solo cessando di volere la vita e il volere stesso, per abbracciare il nulla.
Con Dostoevskij il termine indicava la perdita dei valori tradizionali cristiani nel mondo moderno, il destino della modernità dopo “la morte di Dio“. Per Dostoevskij la morte e la negazione di Dio da un lato, e la fede nel Dio negato ma redentore proprio perché sofferente (capace di salvare la sofferenza, prendendola su di sé, dall’insensatezza e dal vuoto nulla) dall’altro, avrebbero potuto ricondurre, attraverso il crogiuolo del nichilismo, il cristianesimo al rinnovamento.
Per Nietzsche il nichilismo appartiene alla vicenda del cristianesimo, che insegnando a cercare la verità in un altrove metafisico, condanna il mondo e Dio stesso al nulla.

Il termine di nichilismo fu usata da Nietzsche in tre occasioni principali:
nel passato è esistito un nichilismo intrinseco a tutte le metafisiche, dato dal prevalere in esse di un atteggiamento contrario alla vita.
Secondo Nietzsche tutti i sistemi etici, le religioni e le filosofie elaborate nell’intera storia dell’Occidente sono interpretabili come stratagemmi elaborati per infondere sicurezza alla gente, a coloro che non riescono ad accettare la natura imprevedibile della vita e quindi si rifugiano in un mondo trascendente; sono reazioni protettive di un uomo insicuro, spaventato dalla propria stessa natura (dalle passioni, dall’istinto) ed incapace di accettarsi. La massima espressione di questa nullificazione dell’uomo è stata la religione ebraico-cristiana: l’etica dell’amore, della pietà e della mortificazione del corpo in vista di una ipotetica felicità ultraterrena è solo una perversione dello spirito, una patologia dell’umanità;
in una seconda accezione Nietzsche intese con nichilismo la morte di Dio, ossia la condizione dell’uomo moderno, che a partire dall’Illuminismo ed a causa di una “accresciuta potenza dello spirito”, crede sempre di meno nei valori tradizionali. E’ una crisi di una civiltà che Nietzsche riassume con la formula “Dio è morto”, dove Dio è il simbolo di tutte le fedi e di tutte le metafisiche. Nietzsche descrisse in termini efficaci questo nichilismo (la crisi di valori) dell’epoca attuale: notò ad esempio come il venir meno di ogni certezza, l’abbandono di ogni prospettiva religiosa o oltremondana, provochino nell’uomo contemporaneo un forte senso di fallimento e smarrimento esistenziale. Ne consegue una nostalgia del passato, il rimpianto per quel periodo felice in cui ancora si credeva alle favole metafisiche. L’uomo moderno non crede più, ma vorrebbe credere; d’altra parte non sa più in cosa credere e non riesce più ad usare i miti ed i riti del passato. Finisce quindi con l’inventarsene di nuovi, crea nuove fedi in sostituzione delle antiche spesso investendo di senso religioso le ideologie politiche. Nelle esperienze tragiche della storia moderna, nel proliferare delle sette religiose, nel persistere di credenze magiche (astrologia, parapsicologia, ufologia) e persino mistiche (le apparizioni della Madonna) si può vedere un disperato nichilismo, una “volontà di credere ad ogni costo” a qualcosa;
esiste infine per Nietzsche, un nichilismo attivo e positivo: l’atteggiamento proprio dell’oltreuomo che accetta la “morte di Dio” e con essa la fine di ogni metafisica ed è capace di reggerne psicologicamente le conseguenze.
In questo senso Nietzsche rivendicò per sé il titolo di primo nichilista.

Così Nietzsche parla di sé:
“Ciò che io racconto e’ la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo. Questa storia può già ora essere raccontata; perché la necessità stessa e’ qui all’opera. Questo futuro parla già per mille segni, questo destino si annunzia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie sono già in ascolto. Tutta la nostra cultura europea si muove in una torturante tensione che cresce da decenni in decenni, come protesa verso una catastrofe: irrequieta, violenta, precipitosa; simile ad una corrente che vuole giungere alla fine, che non riflette più ed ha paura di riflettere. – Chi prende qui la parola sinora non ha fatto altro che riflettere: come filosofo ed eremita d’istinto, che ha trovato vantaggio nell’appartarsi, nel restar fuori, nel ritardare, come uno spirito audace, indagatore e tentatore che già si e’ smarrito in ogni labirinto dell’avvenire;…che guarda indietro mentre narra ciò che avverrà, come il primo nichilista compiuto d’Europa, che ha già vissuto in sé sino il nichilismo sino alla fine, e ha il nichilismo dietro di sé, sotto di se, fuori di se” (Wille zur Macht)
Il filosofo individua accanto a un “nichilismo attivo”, segno di forza e crescita dello spirito, anche un “nichilismo passivo” determinato dall’attenuarsi dell’energia dello spirito e che comporta l’accettazione rassegnata della crisi dell’epoca.
Sotto questi riguardi, il nichilismo si rivela chiuso in un equivoco che lascia aperta la possibilità di essere “per l’una o per l’altra, ma anche per l’una e per l’altra”

[…] Nichilismo come segno della cresciuta potenza dello spirito: come nichilismo attivo.
Può essere un segno di forza: l’energia dello spirito può essere cresciuta tanto, che i fini sinora perseguiti (“convinzioni, articoli di fede”) le riescano inadeguati.[…]
Nichilismo come declino e regresso della potenza dello spirito: il nichilismo passivo: come segno di debolezza: l’energia dello spirito può essere stanca,
2. presupposti di quest’ipotesi: Che non ci sia una verità; che non ci sia una costituzione assoluta delle cose, una “cosa in sé”; ciò stesso è un nichilismo, è anzi il nichilismo estremo. Esso ripone il valore delle cose proprio nel fatto che a tale valore non corrisponda né abbia corrisposto nessuna realtà, ma solo un sintomo di forza da parte di chi pone il valore, una semplificazione ai fini della vita.
(tratto da: F. Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, in Id., Opere complete, trad. it. di S. Giametta, vol. VIII, tomo II, Adelphi, Milano 1971, pp. 12-14)
fonte: http://www.matmatprof.it

Non è il caso fare di tutta l’erba un fascio…E non è solo la “Stampa comunista, rossa e bolscevica” (ovviamente non sono parole mie…) ad ammetterlo…Menomale che anche in alcuni giornalisti di orientamento centro-destra rimane un po’ di buonsenso…Noi che c’eravamo sappiamo la verità…E sappiamo che Indignati non è sinonimo di teppisti violenti ma di gente che vuole esprimere pacificamente il proprio dissenso verso una politica mondiale ed un sistema economico che fanno acqua da tutte le parti…Forse siamo idealisti ma ci tentiamo ancora…

Da IL GIORNALE, 16 ottobre 2011

di Enrico Silvestri

È bastato un rapido tam tam in rete e tutti quelli che non avevano potuto andare a «indignarsi» a Roma, si sono ritrovati in piazza Affari. Un migliaio di persone che hanno poi dato vita a un breve corteo fino al Duomo, previo «sit-in» in Cordusio per bloccare il traffico, dove sono rimasti fino all’imbrunire ma senza incidenti, provocazioni, edifici imbrattati e lanci di oggetti verso la polizia. Niente a che vedere a quello che è successo l’altro giorno in città ma soprattutto ieri a Roma.
Una manifestazione nata con un semplice e quasi sommesso avviso sui siti antagonisti «Milano, ore 15 piazza Affari spontaneo assembramento ciclico» nel senso di bicicletta. E difatti verso le 3 del pomeriggio davanti a palazzo Mezzanotte si sono ritrovati in trenta, per lo più adulti. Nessuna divisa, solo Digos e Nucleo informativo dei carabinieri a tenerli d’occhio. E con il passare dei minuti, il numero ha preso a salire. Prima delle 15.30 erano già 150. Mentre in rete, su Faceboook e Twitter, iniziava il tam tam di richiamo. A cui inaspettatamente rispondevano in molti. Anche perché, contemporaneamente, in Duomo iniziavano a radunarsi altre decine di «indignados».
Un breve conciliabolo tra i due tronconi, poi il gruppo del Duomo decideva di marciare su piazza Affari. Dove continuano a convergere altre persone, a piedi o in bicicletta. E già verso le 16, davanti alla Borsa il manifestanti erano saliti a un migliaio. Tenuti d’occhio da un esiguo cordone di agenti, molti tirati fuori all’ultimo momento dai commissariati. Anche perché la protesta procedeva in maniera assai pacifica, senza momenti di particolare tensione. Solo slogan del tipo «Noi la crisi non la paghiamo» e improvvisati balletti attorno al «ditone» di Cattelan. A questo punto la piazza era ormai piena di una folla quanto mai eterogenea: molti adolescenti, ragazzi, studenti medi e universitari e, prima novità, signori e signore con i capelli pepe e sale. Tutti scesi in piazza, seconda novità, senza ordini né capi, ma decisamente in modo spontaneo. Tanto che solo all’ultimo momento qualcuno si è autoproclamato leader e ha iniziato a trattare un corteo con le forze dell’ordine.
Un breve conciliabolo concluso verso le 17 quando il serpentone ha iniziato a marciare verso il Duomo. Con una tappa intermedia a Cordusio, dove alcune centinaia di ragazzi si sono seduti a terra facendo impazzire il traffico. Solo una pausa, poi il corteo ha ripreso a marciare per sfociare sul sagrato della cattedrale per un secondo sit-in. Qualche minuto ancora, quindi in molti hanno iniziato a sfollare eccetto un gruppo di circa 400 «irriducili» rimasti a sfidare la temperatura autunnale. Solo all’imbrunire gli ultimi manifestanti hanno «mollato», concludendo una protesta una volta tanto pacifica, senza tensioni, insulti e lanci di pietre e bottiglie contro le forze dell’ordine.

Da quando mi è successa una cosa, ormai agli inizi di luglio di quest’anno, quindi ormai più di un mese fa,  sto cominciando a cambiare modo di pensare, rispetto solo a poco tempo fa…

A me è sempre piaciuto bere qualche bicchiere in più, essere brilla, ma anche di più, esagerare, ; non ho quasi mai vomitato, e, quelle poche volte che è successo, è stato per un mischione di sostanze alcooliche di vario tipo.

Fino a qualche tempo fa consideravo il bere come un divertimento, come una forma di trasgressione;  non mi ero mai resa conto che l’alcool, da un po’ di tempo a questa parte, non solo non era più così divertente nel bere “un po’ di più”, ma, al contrario, l’esagerazione portava ad un’esasperazione incontrollata i miei difetti, le mie tristezze, la mia turbolenza interiore, le mie paranoie…Ed il senso di rabbia distruttiva ed autodistruttiva si accresceva alla grande…

Ora l’alcool mi fa quasi paura…Mi rendo conto di quali danni, nell’immediato, e, badate bene, non sto parlando di danni di salute, può provocare…Ed ho paura che le persone che ieri bevevano con me e che continuano a farlo, soprattutto alcune a cui tengo di più, si possano danneggiare con i loro atteggiamenti, oppure danneggiare me…

Questo sfogo era necessario, e mi scuso…La mia intenzione non è di essere bacchettona o sapientona,  ma, viste le tendenze di sempre, in alcuni ambienti, ad andare oltre il limite, raggiungendo un tasso alcoolico non indifferente per disinibirsi, per essere trasgressivi, per cacciare indietro la paura, per fare gruppo (tendenze di cui solo adesso, forse, mi sono resa veramente conto con la giusta dose di preoccupazione…), mi sembra giusto esternare i miei sentimenti…

Per fare due esempi di distruttività alcoolica (anche se l’elenco sarebbe molto più lungo e vario…), uno più popolare e l’altro un po’ più di settore, ecco qui:

le compagnie di ragazzini: mi è capitato, durante le vacanze appena trascorse, di aver assisitito ad una situazione molto sgradevole.  Un gruppo di ragazzi e ragazzini, formatosi in campeggio e formato da occupanti dello stesso, una sera, in preda alla boria alcoolica, ha danneggiato il campeggio in alcuni punti e strutture, ha assalito il custode pesantemente il custode, lanciandogli bottiglie e sottoponendolo ad un pestaggio collettivo senza ritegno, ma forse ha anche fatto altro…Risultato: l’arrivo dei carabinieri ed il danneggiamento di persone e cose…Ma non ci si può divertire anche senza arrivare a questi

l’ambiente musicale: molto spesso i musicisti bevono. Questo perché vogliono essere maledetti, ribelli, trasgressivi…Ma anche perché vogliono far cadere le inibizioni una volta che salgono sul palco, tenere a bada l’emozione di fronte al loro pubblico, concedersi gesti che magari, per timidezza o altro, non sarebbero mai in grado di fare se non alterati da qualcosa, nella speranza di migliorare la propria performance con un goccio un più, per darsi coraggio…Questo succede in quasi tutte le band (anche se non in tutte), dalla più sconosciuta alla più famosa…E succede anche per una sorta di “eticchetta comportamentale” dell’artista (in questo caso di musicista appartenente ad un certo genere), che, per rispecchiare perfettamente il proprio modo di essere, deve a tutti i costi bere (“il punk o il metallaro, il folkettaro o il grungettone, se non bevono non sono nessuno…”).

E va beh…Detto questo, ecco un interessante articolo relativo all’alcoolismo giovanile…Cose trite e ritrite?? Dette e ridette?? Sarà, ma meglio dirle che tacere…

Un problema che sembra farsi sempre più pressante e pericoloso:

 “l’alcolismo giovanile”

 “Siamo ragazzi di oggi”, cantava a San Remo, nel lontano 1984, un impacciato Eros Ramazzotti, “pensiamo sempre all’America, guardiamo lontano”, “camminiamo da soli, nella notte più scura, anche se il domani ci fa un po’ paura”, e poi, quasi un’invocazione, “finché qualcuno ci darà, una Terra Promessa, un mondo diverso, dove crescere i nostri pensieri”.

La fortunata canzone di Eros Ramazzotti, Terra Promessa, descriveva la ricerca di ideali, la tensione verso un futuro nuovo, le illusioni, i sogni, le aspirazioni dei giovani di allora. Tutt’altra musica nell’estate 2003: è scattato infatti in Italia l’allarme della crescita esponenziale del fenomeno dell’alcolismo giovanile e delle droghe cosiddette leggere. Sapevamo già tutto, ma l’abbiamo colpevolmente dimenticato un po’ tutti: genitori, politici, amministratori, uomini di chiesa e di scuola… Abbiamo rimosso il problema, affibbiandogli l’etichetta di “fenomeno tipico della fase adolescenziale, con la complicità della cultura del consumismo e di una certa ideologia di stampo radical/libertario”. Problema individuato e definito. Tutto a posto. E invece no! Leggendo vari articoli sull’alcolismo giovanile, mi è venuta in mente un’altra canzone, altrettanto famosa (e degli stessi anni), Vita spericolata, di un altro profeta, ascoltato, idolatrato, osannato, cantato e imitato da migliaia di giovani: Vasco Rossi. Sembra che oggi moltissimi giovani, attraverso il crescente consumo di alcol, droghe e sesso irresponsabile, abbiano deciso di vivere una vita spericolata e maleducata, una vita che se ne frega di tutto sì, una vita esagerata, piena di guai, in cui ognuno vive la propria alienazione (‘ognuno col suo viaggio’ eufemismo per dire evasione, allucinazione o ‘trip’ da droga).

ANNEGARE IN UN BICCHIERE

Recita un proverbio giapponese: “Prima l’uomo beve un bicchiere, poi il bicchiere beve un bicchiere. Infine il bicchiere beve l’uomo”. Nel campo delle droghe (e l’alcol è una droga) è proprio vero che a un certo punto non è più l’uomo che comanda ma il bicchiere. E inizia così un penoso processo di auto schiavizzazione con la conseguente graduale autodistruzione. L’allarme alcolismo giovanile è scattato in Europa e anche in Italia. La conferma che anche i nostri giovani sono sulla strada del graduale suicidio da alcol, come i loro colleghi del centro e nord Europa, è venuta da una ricerca dell’Università Vita-Salute del S. Raffaele di Milano. L’inchiesta fu fatta su un campione di 2362 studenti delle scuole superiori attraverso questionari anonimi, con domande sull’uso e abuso di droghe e alcol e sui comportamenti sessuali a rischio di contagio Hiv-Aids. Desolante il risultato. E non stiamo parlando di extra terrestri, ma dei giovani che troviamo per strada, sui mezzi di trasporto, sui banchi di scuola,  nei super mercati. Qualcuno ha confessato di essersi ubriacato in un mese ben 17 volte, spesso da solo. In alcuni casi, con un pericolosissimo mix di marijuana e alcol. Il 42% ha usato droghe almeno una volta. Il primo contatto con sostanze stupefacenti illegali è individuabile a circa 14 anni e mezzo. La marijuana è la droga più diffusa tra i ragazzi (80% degli intervistati). E’  una droga anche se viene chiamata leggera. Aggettivo che è fuorviante (come la pubblicità ingannevole sulle sigarette, chiamate light, leggere!).

LA MIA CLASSE

In questi ultimi anni, insomma, si è aggiunta prepotentemente anche la droga alcol. Che fa paura! Ho detto droga a ragion veduta: crea assuefazione, distrugge l’organismo (con gradualità diversa, ma lo fa) e rende schiavi proprio come le altre. L’alcol è droga, non una sostanza innocua per fanciulli innocenti o adolescenti di primo pelo. Una droga presente e sottovalutata, quotidianamente pubblicizzata e abbondantemente consumata. Una droga che distrugge, cellula dopo cellula, la vita di giovani e non, che riempie prigioni e ospedali, uccide su strade e autostrade. Un flagello sociale! Una rivista americana l’ha battezzata legal drug, droga legale, senza eufemismi o circonlocuzioni di parole. E l’alcol è il killer numero uno dei giovani americani.

LIBERTÀ DAL BICCHIERE

D’altra parte per un ragazzo il bere ha un valore simbolico e psicologico, così come per il primo pacchetto di sigarette. E’ la sensazione di entrare in questo modo nel mondo degli adulti, di sentirsi più liberi e indipendenti. Come diceva un ragazzo nell’inchiesta di De Spiegel: «Bere, bere…ti fa sentire adulto». L’alcol diventa quasi una «pozione magica» che ti dà senza sforzo quell’extra di cui hai bisogno per sentirti forte, coraggioso, super. Quasi sempre l’iniziazione alla bottiglia avviene in gruppo, dove ogni adolescente trova risposta al suo bisogno di socializzare, di evadere, di costruire la propria identità.

Insomma i ragazzi bevono per sentirsi grandi, abusano di alcol per essere accettati dal gruppo, si ubriacano per essere trasgressivi e muoiono da imbecilli, perché non sono più padroni di se stessi. In realtà non bevono, piuttosto sono bevuti dall’alcol. Si stanno poi diffondendo mode pericolose, come gareggiare in vere e proprie maratone alcoliche: una forma di bulimia che porta a bere fino al vomito, per poi ricominciare. Un altro fenomeno, chiamato binge drinking, consiste nell’assunzione esagerata e compulsiva di alcol, fatta spesso in solitudine. Una sorte di sindrome di cui soffre anche il 5% dei maschi italiani e il 2% delle femmine: tre o quattro volte al mese ci si stordisce con l’alcol. I giovani così non sanno di andare incontro a conseguenze terrificanti (una vita piena di guai). L’abuso di alcol provoca un aumento della mortalità in molte malattie, dalla cirrosi epatica, allo stesso alcolismo, alle psicosi di origine alcolica, alle miopatie alcoliche, polinevriti, gastriti, apoplessia cerebrale e cancro; ed è all’origine di comportamenti devianti e violenti, di suicidi, crimini familiari, esclusioni sociali e di incidenti stradali mortali (le cosiddette stragi del sabato sera). Le cause? Molteplici. Tra cui il disagio esistenziale e la fragilità psicologica di chi affronta l’insostenibile leggerezza della propria vita con mezzi pericolosi come l’alcol. Il fatto poi di vivere in una società consumistica, che spesso ti mette a disposizione il denaro ma non l’educazione ai valori facilita l’abuso alcolico. E la pubblicità. Inutile nasconderlo. E’ un martellamento pressante, subdolo, suadente, senza scampo. Fatto sui  figli di una cultura edonista, radicale e individualista, dove i desideri sono  legge, dove prospera la cultura del rischio e del tutto è lecito,dove l’imperativo è la libertà di auto/determinazione… fino all’auto/distruzione! Una cultura religiosamente indifferente, dove l’adorazione dell’io ha scalzato l’adorazione di Dio. La sfida è proprio quella dell’educazione al valore della propria libertà  fino al corretto e responsabile comportamento davanti al bicchiere da bere, per non  correre il pericolo di essere ‘bevuti’ perdendo così la propria dignità e la vita.

 

ALCOLISMO GIOVANILE L’alcol è il killer numero uno dei giovani americani. Ma anche in Germania e in Italia il consumo di alcol tra i giovani è diventato problematico.

Definizione:

L’alcolismo può essere definito come un cronico disordine comportamentale, caratterizzato dalla ripetuta ingestione di bevande alcoliche in eccesso rispetto agli usi dietetici e/o sociali della comunità, con gravi conseguenze sulla salute del bevitore e sulle sue funzioni socio-economiche (Conte).

Conseguenze:

1.  Con il consumo dell’alcol sono aumentati le gravidanze involontarie, gli stupri, e ora anche l’AIDS. Con l’alcol ogni precauzione scivola via, ogni paura viene esorcizzata. «Un terzo degli omicidi commessi negli Stati Uniti avviene in stato di ubriachezza», denuncia un medico, ufficiale delle forze armate USA. «La metà degli incidenti stradali mortali che uccidono ragazzi avvengono in stato di ubriachezza. Circa 400 mila studenti sono bevitori accaniti prima di arrivare alla terza media; 600 mila si sbronzano regolarmente all’ultimo anno della scuola superiore». E gli studenti universitari escono dai college anche laureati in alcolismo.

2. Lo stato di intossicazione cronica appare immediatamente come una condizione di malattia sia per la disorganizzazione cognitiva della persona e le conseguenze sull’ambiente familiare e sociale, sia per l’induzione di una dipendenza fisica che richiede, pena una dolorosa crisi d’astinenza, la continuazione dell’abitudine tossica. Una più sottile distinzione fra vizio e malattia si pone, invece, circa la motivazione e il contesto che favoriscono l’iniziale abuso e i successivi occasionali episodi d’ebbrezza, da un lato, e, dall’altro, circa la forza morale necessaria alla sopportazione dei disagi dell’astinenza e dei percorsi terapeutici.

3. Una prima riflessione etica si riferisce ad alcune strutture culturali e sociali: dalla ovvia e suadente propaganda delle case produttrici delle bevande alcoliche alla caratterizzazione edonistica della società occidentale volta genericamente, ma in maniera pervasiva, alla soddisfazione del bisogno (del piacere) più che alla sua elaborazione. Inoltre, si pone forte la domanda etica circa la liceità del benessere proprio a scapito del benessere altrui. Se è inevitabile che le condizioni morbose e certe non morbose (scelte di vita, ecc.) causino sofferenza nelle persone che ci circondano, tuttavia ciò che qualifica in senso morale determinate manifestazioni è l’indifferenza al dolore altrui. Tale sentimento varia dall’incomprensione del dolore, alla noncuranza, alla beffa, fino ad arrivare all’esaltazione del potere e del godimento.

4. Nell’uso dell’alcol (come per tutte le droghe in generale) la prevaricazione del benessere altrui è frequente: dall’esposizione di familiari e colleghi a comportamenti inopportuni e disturbanti, alla permalosità e aggressività accresciute dall’intossicazione, fino alle vere e proprie offese fisiche e al patrimonio. Il caso più eclatante e doloroso riguarda l’uso dell’alcol in gravidanza, dove l’esposizione del feto al tossico può portare a futuri danni organici irrimediabili e la cui responsabilità è appena celata dall’ignoranza di quegli effetti.

5. Un altro aspetto importante è l’illusorietà del benessere. Illusorio è il benessere delle bevande alcoliche che sollevano da forme d’ansia patologiche o da fobie sociali, non riconosciute precedentemente come tali, e che, sedate dal farmaco-alcol, lo rendono di conseguenza estremamente appetibile, ne giustificano l’uso e ne reclamano, anzi, la liceità di fronte a tutti quelli che asseriscono il contrario.

6. Infine, i rischi legati all’indebolimento delle capacità superiori della coscienza: ideazione, volizione, assunzione di responsabilità.  L’esperienza della sedazione del malessere, di per sé lecita, favorisce meccanismi psichici di scissione ed espulsione (proiezione) di aspetti inaccettabili (dolorosi) di sé. Questo percorso psichico, che appare assai drammatico, caratterizza lo sviluppo evolutivo di ogni singolo uomo e, in negativo, qualifica in varia misura gli stati di dipendenza dall’alcol, come si mostra anche nell’esperienza terapeutica: l’uso dell’alcol, inficiando in varia misura le capacità cognitive, rallenta e rende meno incisiva la volontà.

Sulla cronaca parlamentare di qualche settimana fa c’era un articoletto che spiega che recentemente il Parlamento ha
votato, all’UNANIMITA’ e senza astenuti, un aumento di stipendio per i parlamentari pari a circa
                                         € 1.135,00 al mese

Inoltre la mozione è stata camuffata in modo tale da non risultare  nei verbali ufficiali.

STIPENDIO                                     €uro  19.150,00 AL MESE

STIPENDIO BASE                         circa €uro 9.980,00 al mese

PORTABORSE                               circa Euro 4.030,00 al mese (generalmente parente o familiare)

RIMBORSO SPESE AFFITTO           circa Euro 2.900,00 al mese, perché con lo stipendio che pigliano non possono pagarsi l’affitto

INDENNITA’ DI CARICA     (da Euro 335,00 circa a Euro 6.455,00)   TUTTI ESENTASSE

Inoltre:

TELEFONO CELLULARE  gratis;  TESSERA DEL CINEMA gratis; TESSERA TEATRO gratis; TESSERA AUTOBUS – METROPOLITANA gratis;
FRANCOBOLLI  gratis;  VIAGGI AEREO NAZIONALI gratis; CIRCOLAZIONE AUTOSTRADE gratis; PISCINE E PALESTRE gratis; FS
 gratis;
AEREO DI STATO gratis;  AMBASCIATE gratis; CLINICHE  gratis; ASSICURAZIONE INFORTUNI gratis; ASSICURAZIONE MORTE gratis;
AUTO BLU CON AUTISTA gratis; RISTORANTE gratis (nel 1999 hanno mangiato e bevuto gratis per €uro 1.472.000,00).

Intascano uno stipendio e hanno diritto alla pensione dopo 35 mesi in parlamento (anche se sono stati presenti un solo giorno) mentre obbligano i cittadini a 35 anni di contributi (41 anni per il pubblico impiego !!!)

Incassano circa €uro 103.000,00  con il rimborso spese elettorali (in violazione alla legge sul finanziamento ai partiti), oltre ai privilegi (come se non bastasero) per tutti coloro che hanno ricoperto la carica di Presidente della Repubblica, Presidente del Senato o Presidente  della Camera.

(Es: la sig.ra Pivetti ha a disposizione e gratis un ufficio, una segretaria, l’auto blu ed una scorta sempre al suo servizio)

La classe politica ha causato al paese un danno di

1 MILIARDO e 255 MILIONI di €URO.

La sola camera dei deputati costa ai cittadini

€uro 2.215,00 al MINUTO !!

Far circolare.

Si sta promuovendo un referendum per l’ abolizione dei privilegi di tutti i parlamentari   ……….
queste informazioni possono  essere lette solo attraverso Internet in quanto quasi tutti i massmedia rifiutano di portarle a conoscenza degli italiani……

                 falla girare se sei d’accordo – grazie

Oggi è davvero una giornata che passerà alla Storia, e che i nostri successori sicuramente studieranno sui libri…Sarà una coincidenza numerica ma i successi calcistici di una “squadretta” piccola e marginale, il Novara, che, fino all’anno scorso era in Serie C, meritatamente promossa in A, coincidano con un importante traguardo politico…Abbiamo raggiunto il Quorum al famoso referendum dei “Quattro Quesiti”, tutti molto dibattuti, ovvero, privatizzazione dell’acqua, nucleare e legittimo impedimento (Norma Salvapremier)…Ed il tanto agognato Sì, sta stra-vincendo!!! Anzi, ha ormai stravinto!!! 🙂 Questo vuol dire che l’acqua, bene pubblico x eccellenza, non sarà privatizzata, che le centrali nucleari non saranno costruite in Italia e che il PREMIER POTRA’ ESSERE REGOLARMENTE PROCESSATO, DATO CHE LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI, LA COSTITUZIONE PARLA CHIARO!!!

I dati parlano chiaro, e ancora lo scrutinio non è finito…Questa è l’ennesima riconferma di come il vento abbia ricominciato a fischiare, di come forse gli Italiani  si siano svegliati ed abbiano tolto lo standby, dopo aver lasciato il cervello in letargo per quasi vent’anni…

E oggi è il 13 giugno, data di passaggio del Novara in serie A, dopo 55 anni…Che il 13 porti davvero fortuna??

Ma adesso lasciamo parlare la stampa ed i fatti, le foto e la cronaca che, un giorno, sarà storia…E speriamo che il vento sia cambiato una volta per tutte…

Qui un breve ripasso sui quesiti referendari:

http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/referendum/quesito1.html; http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/referendum/quesito2.html; http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/referendum/quesito3.html; http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/referendum/quesito4.html.

 REFERENDUM

E dopo quella del Web
esplode la gioia della piazza

La manifestazione a Roma, alla “Bocca della Verità”, riunisce tutti i comitati che in questi giorni hanno lavorato per raggiungere il quorum e per far vincere i “Sì” ai quattro quesiti. Un patto generazionale che si vede anche fisicamente tra i manifestanti

di CARMINE SAVIANO (Da La Repubblica)

E dopo quella del Web esplode la gioia della piazza

ROMA –  Dopo un a campagna elettorale giocata sul web, adesso si guardano negli occhi. Gruppi, comitati, associazioni, esponenti dei partiti. Tutti a Roma, in piazza della Bocca della Verità, per festeggiare insieme il raggiungimento del quorum alle consultazioni referendarie. Le cifre passano di bocca in bocca. “Siamo sopra il 55%, ci siamo riusciti. Abbiamo portato a votare quasi 30 milioni di italiani”. L’acqua, il nucleare, la giustizia. Temi su cui “abbiamo ripreso la parola per dire che i beni pubblici devono restare tali”. Un lavoro durato più di un anno. Fatto di micro iniziative in tutte le città italiane. E che oggi si conclude in una festa colorata e spontanea. Contro tutto e contro tutti. La gioia è diffusa, certo. Ma in tanti sottolineano le ultime, “insostenibili”, dichiarazioni di Silvio Berlusconi e del ministro Maroni. “Hanno giocato sporco, tentando fino all’ultimo istante di condizionare il voto”. Ma “gli italiani non si sono fatti ingannare”. Poi la felicità prende il sopravvento. Abbracci, slogan, sorrisi. I rappresentanti dei comitati stringono mani e rilasciano le prime dichiarazioni: “E’ la vittoria della democrazia dal basso, dei cittadini contro una politica sorda e disinteressata ai problemi reali”. Ed è una piazza intergenerazionale. Genitori e figli, accomunati dalla realizzazione di quello che in tanti definiscono un miracolo. “Prima le amministrative, e adesso il referendum.

 

 

Io vivo a diretto contatto con un workholist, e vi assicuro che è una situazione insostenibile…Non ho nemmeno paura che legga questa nota, tanto non ha tempo, lavora sempre… 😦

UNA NUOVA DIPENDENZA:
IL “WORKAHOLISM”

Nel tempo della mediocrità e dell’incompetenza guardare ai talenti come a una risorsa sembra essere la cosa più opportuna. Il contributo di questo dossier non vuole mettere in dubbio la valorizzazione della qualità e delle risorse, piuttosto lanciare l’allarme su quegli eccessi di “dedizione” al lavoro e agli impegni. Una dipendenza senza sostanza, socialmente promossa e incentivata, che spesso nasconde malesseri profondi, non aiuta le aziende, distrugge la famiglia. Il lavoro come un valore non può essere contrapposto al valore della famiglia, delle persone e delle relazioni. In queste pagine una descrizione del problema e alcune indicazioni su come prevenirlo.

  

I TALENTI PERDUTI
FUGA NELLA DIPENDENZA DA LAVORO
  
di Gioacchino Lavanco e Anna Milio


(docente di Psicologia di comunità, Università di Palermo; psicologa,
dottore di ricerca in Psicologia di comunità, Università del Salento)
  
Il dibattito più recente sull’importanza di promuovere la qualità, i talenti, le eccellenze, muove – consapevolmente – dall’osservazione di come molto spesso siano proprio i soggetti potenzialmente creativi e ricchi di stimoli a venir mortificati da modelli di perdita dell’identità e di conformismo.

«L’ho chiesto al professor De Gente quando faremo la metrica, lui mi ha guardato dritto e mi ha detto: “Ma pensi solo a studiare?”», inizia così l’ennesima notte amara di un talento sprecato, un giovane studente di un liceo che scopre come muore la scuola e come lui stesso è meglio che nasconda le sue qualità. «Adesso per esempio mi si è attaccata in testa una certa poesia di Orazio e non se ne va più via. È quella che comincia: Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi finem di dederint, Leuconoe… Mi sono messo a tradurla come pare a me, perché la traduzione che mi dà il libro non mi piace niente. Ma non è facile. Per esempio quel nefas»(1), la vicenda si fa inquietante, come tutte le vicende in cui c’è di mezzo il latino, un professore rinunciatario, un terribile nefas. Una traduzione forse nota: «Tu non ricercare, è illecito saperlo, quale sorte gli dei abbiano dato a me, quale a te, Leuconoe». Ma potrebbe anche non essere una traduzione soddisfacente per un talento: «È mezzanotte passata. Di dormire neanche a pensarci. Forse mi sta venendo. Sì, forse metterei: “Non cercare di sapere, o Leuconoe. Sapere è ingiusto”. Però quel nefas... Va bene tradurlo “ingiusto”? Non sarebbe meglio “impossibile”?».

Una storia come tante sull’ingiustizia ma anche sull’impossibilità di sapere, di conoscere. Una storia di eccellenze che diventa storia di solitudine in una scuola che non ama i talenti, ma anche in una società che premia l’esteriorità e la capacità di essere visibili per come si appare non per come si è.

Nasce così il dubbio che fa da stimolo a questo scritto: i talenti, le eccellenze, la qualità nel lavoro, devono fare i conti con una possibile griglia di lettura, una griglia che tenga conto e si fondi sui valori e non sul valore-lavoro. Non il lavoro come sola fonte di ricchezza ma un lavoro che rappresenti il nostro poter essere per il bene, talenti per i valori. Questo ci spinge a riflettere su quelle forme di lavoro che finiscono con l’allontanare dai valori, quella dipendenza da lavoro che copre altri problemi e che finisce con il distruggere relazioni, famiglie, affetti. Un lavoro nel nome della qualità e della perfezione che non riesce a cancellare il dubbio sulla centralità della persona e della relazione con gli altri nella nostra vita.

Nel panorama delle dipendenze patologiche, crescente attenzione ricevono oggi quelle che sono denominate “nuove dipendenze”, modalità di comportamento abusante in cui non è implicato l’uso di alcuna sostanza chimica. Shopping compulsivo, dipendenza dal sesso, da Internet o dal gioco d’azzardo sono forme di dipendenza legate a oggetti o attività presenti nella vita di tutti i giorni. L’”oggetto” di cui non si può fare a meno è, in questo caso, un comportamento o un’attività lecita e socialmente accettata, che però smette di svolgere il suo ruolo sociale per schiavizzare l’essere umano.

Workaholism e work addiction sono i neologismi con cui oggi viene indicata una delle più attuali, e tuttavia ancora poco studiate, forme di dipendenza: la dipendenza da lavoro appunto, quella che ha per oggetto un’attività che è parte integrante del normale svolgimento della vita quotidiana di una persona.

Dalla sfera semantica che ci si apre recuperando il termine inglese, da cui traiamo le espressioni sopra citate, e il corrispettivo italiano, possiamo intraprendere una riflessione più articolata su un argomento tanto ovvio quanto complesso. Mentre work fa riferimento al lavoro in generale, alla fatica, ma anche a una occupazione, col termine italiano lavoro da un lato si intende un «impegno fisico o intellettuale rivolto a un fine determinato» o una «occupazione retribuita», dall’altro si definisce l’oggetto, risultato dell’attività, il tempo a essa dedicato, e lo spazio in cui si svolge. Come risultato delle vicende politiche ed economiche che coinvolgono da sempre l’organizzazione della società, la concezione del lavoro è cambiata nel tempo e di conseguenza la sua collocazione nella vita delle persone: l’idea di lavoro che si è venuta a creare ha superato quella di un’attività necessaria per vivere, in quanto garante dell’indipendenza economica, ed è diventata quella di mezzo di affermazione nel sociale. Da un punto di vista evolutivo, trovare un lavoro era una sorta di rituale di passaggio all’età adulta: il giovane che iniziava a lavorare, infatti, andava a occupare un suo posto all’interno della società. Il lavoro, quindi, come canale principale di emancipazione e riconoscimento sociale.

Oggi, nonostante i mutamenti dei pattern lavorativi, l’incertezza dell’impiego e l’aumento delle possibilità di svago, si può affermare la presenza di una forte rappresentazione del lavoro. In quanto strumento per integrarsi ed essere apprezzati nella comunità, il lavoro viene ad assumere sempre più un significato sociale (laddove con sociale intendiamo anche ciò che riguarda lo sviluppo dell’individuo, le relazioni, i valori): il senso dell’individualità si lega all’occupazione fattiva di un posto nella società.

Il fenomeno della dipendenza da lavoro è stato inizialmente identificato in ambito americano. In alcuni Paesi, tuttavia, l’abitudine a eccedere nel lavoro non è un fatto nuovo (in Giappone, il termine karoshi indica il fenomeno per cui milioni di persone, arrivando a lavorare anche sessanta-settanta ore settimanali, hanno sviluppato malattie ischemiche anche letali), mentre in altri (come l’Europa) si va diffondendo un nuovo modello di gestione del lavoro che non riguarda tanto il numero di ore lavorative, quanto la responsabilità del lavoratore (Heide, 2001).

Alcune tendenze generali, che interessano trasversalmente Paesi molto lontani, si vanno a inserire in contesti storico-culturali anche profondamente diversi, determinando atteggiamenti e comportamenti nelle persone che in essi vivono. Così per esempio oggi, nel panorama italiano, sotto la spinta della continua innovazione di prodotti e processi, l’azienda moderna si mantiene competitiva solo se si rinnova continuamente anticipando le tendenze del mercato. Inoltre, con l’avvento delle tecnologie informatiche, l’azienda fonda una duplice politica del personale: da un lato riserva grande attenzione alla fascia alta del lavoro, dall’altro tende a ridurre le altre fasce o a renderle sempre più precarizzate. In entrambi i casi, esercita una grande pressione sul loro lavoro. Il boom economico e la crisi della società laborista, hanno costruito un meccanismo sociale assai evidente: la fine delle certezze del lavoro stabile e garantito (soprattutto al Nord), la scomparsa del sistema clientelare di reclutamento nell’assistenzialismo diffuso (al Sud e nelle Isole). Dal punto di vista psicologico, si assiste a un meccanismo di trasformazione degli atteggiamenti sociali e alla modifica della percezione di sé e dell’altro, determinati dalla diffusione di una cultura del lavoro creativo e della flessibilità – potremmo meglio chiamarla “incertezza” – di un lavoro sempre più da inventare.

Workaholism”: sviluppo e sintomi

Se tra i fattori contestuali che incidono sulla dipendenza da lavoro, rientrano quelli legati al sistema familiare, non devono essere trascurate le influenze sociali. La dipendenza non chimica, infatti, viene considerata uno dei massimi rappresentanti della psicopatologia moderna e postmoderna. Elemento facilitante è sicuramente la tecnologia che, pur nell’intento di agevolare le condizioni di lavoro delle persone, di fatto ha contribuito a cancellare i confini tra area professionale e area personale, determinando una sorta di “invasione” degli spazi e tempi a essa legati. L’innovazione tecnologica inoltre, che da una parte genera stress, vuoto e noia, dall’altra stimola all’immediata gratificazione, poiché fornisce sempre gli strumenti appropriati. L’attuale progresso industriale e tecnologico infine, ha contributo a determinare una generale situazione di insicurezza nel mondo lavorativo che di certo favorisce il sorgere della dipendenza da lavoro: gli individui oggi sono spinti a eccedere nel proprio lavoro, arrivando a sostenere ritmi frenetici e a competere per paura di essere licenziati.

La società del consumo impone ritmi pressanti e spinge a lavorare molto per garantirsi la possibilità di un tenore di vita orientato al possesso di beni materiali, inoltre lo sviluppo del concetto di professione esprime fortemente un senso di realizzazione personale raggiunta tramite il lavoro (Del Miglio, Corbelli, 2003): risulta, dunque, chiaro come aumenti il peso dell’identità lavorativa sull’identità personale e lo spazio che si riserva al lavoro. Si giunge così a un primo preoccupante quadro. I dipendenti da lavoro nel 79,82% dei casi lavorano dalle nove alle 11 ore al giorno; il 25% delle persone che lavorano a ritmi elevati hanno sintomi come mal di testa, ulcere, depressione, irritabilità e ansia.

In una società che, come dice Schaef (1986), non solo mantiene le dipendenze, ma le promuove attivamente, si dovrebbe iniziare a considerare la dipendenza da lavoro non tanto e non solo come una patologia individuale, ma come un processo diffuso nella società. Essa pone una sorta di cuscinetto tra le persone e i sentimenti di sofferenza, contraddizione e vuoto di cui la società è piena. In quest’ottica, il workaholism è la risposta ideale a una società additiva poiché è un’accettabile forma di adattamento a un mondo insano. Fassel (1990) ritiene principali fautori della dipendenza da lavoro le istituzioni della nostra società: il sistema educativo, non lasciando i bambini liberi di organizzare il proprio tempo e di seguire i propri ritmi e inclinazioni, li costringe a rispondere costantemente a pressioni esterne e a sottoporsi a paragoni che incidono fortemente sulla percezione della propria abilità e sull’autostima; il sistema politico, infine, con le sue dinamiche disfunzionali, il diniego e l’inganno, si fonda proprio su un processo abusante.

La dipendenza da lavoro rientra, dunque, in quelle che vengono definite “nuove dipendenze”, in cui il comportamento abusante riguarda l’uso di oggetti o attività legali. In esse, come in quelle tradizionali, l’elemento di dipendenza e le esperienze a esso correlate, assorbono le personalità del soggetto divenendo il fulcro della sua vita. La dipendenza infatti è un fenomeno estremamente complesso che investe l’individuo sia a livello comportamentale (manifestandosi con la ricerca di una sostanza o con la reiterazione di un comportamento) che a livello psicologico. Le conseguenze di questa condizione si ripercuotono sull’intero funzionamento individuale, provocando una sofferenza che si estende al contesto di appartenenza del soggetto.

Il termine work addiction indica un vero e proprio disturbo, che si manifesta attraverso richieste autoimposte, incapacità di regolare le abitudini lavorative ed eccessiva indulgenza nel lavoro, con l’esclusione di ogni altra attività. In quanto comportamento additivo, presenta fenomeni quali il craving, l’assuefazione e l’astinenza: piuttosto che un’attività, il lavoro diventa uno stato d’animo, una via di fuga che libera la persona dall’esperire emozioni, responsabilità, intimità nei confronti degli altri. Il dipendente dal lavoro avverte la forte necessità di dedicare la sua vita e il suo tempo al lavoro a costo di ridurre o eliminare del tutto la sua vita familiare e personale.

Nella work addiction, come nelle dipendenze in generale, i fattori causali sono di ordine individuale e ambientale. Sebbene a oggi non ci sia consenso tra i clinici sul modo in cui si debba definire, ed eventualmente categorizzare la dipendenza da lavoro (non è accettata nella nomenclatura ufficiale psichiatrica e psicologica), in generale, si conviene sulla centralità di «un significativo investimento nel lavoro» (Harpaz e Snir, 2003). In alcuni casi, esso è visto come espressione di un’attitudine al lavoro o come mezzo per la ricerca di coinvolgimento e soddisfazione, e in altri, fa riferimento a un comportamento problematico: la dipendenza da lavoro, cioè, come esperienza caratterizzata dal bisogno di essere ripetuta con modalità compulsive. Dalla raccolta delle definizioni date dagli autori che si sono occupati dell’argomento, in base alle caratteristiche di volta in volta messe in evidenza, si possono individuare due grandi aree a cui la dipendenza da lavoro può essere ricondotta: la prima riguarda le caratteristiche individuali, talvolta con espliciti riferimenti agli effetti di questo comportamento sul contesto relazionale del soggetto; la seconda specifica quali sono le componenti o i comportamenti imprescindibili perché si possa parlare di workaholism.

Sostanzialmente, la conoscenza fin qui acquisita proviene da ricerche che hanno seguito due approcci: quello deduttivo (la maggior parte) e quello induttivo (in misura minore). Attualmente ci si interroga se il workaholism sia un costrutto unitario o se piuttosto non sia il caso centrarsi sullo studio delle componenti implicate (soddisfazione, compulsione, ore lavorative). Questi sono certamente costrutti collegati alla dipendenza da lavoro, ma se essi la descrivano soltanto o al contrario ne spieghino le origini e le cause, rimane ancora oscuro. È alquanto credibile che la compulsione e l’ossessività siano tratti antecedenti che interagiscono e sono rinforzati dalla soddisfazione nel generare un comportamento workaholic che si manifesta nella tendenza a lavorare e pensare al lavoro incessantemente. Questo comportamento produce delle conseguenze che includono il lavorare sempre e ovunque e fornisce nuovi stimoli all’ulteriore lavoro.

Nel trattare la dipendenza da lavoro, i diversi autori si sono riferiti fondamentalmente a due concetti: la dipendenza e i tratti; talvolta è stato indicato un meccanismo di condizionamento, mentre più recentemente sono stati attenzionati gli antecedenti cognitivi del comportamento workaholic e le dinamiche familiari (McMillan e al., 2003).

Volendo riassumere, i modelli teorici di riferimento possono essere dunque considerati:

1

Il paradigma della dipendenza. È uno dei modelli maggiormente accreditati, che riconduce la dipendenza da lavoro a un processo analogo, per esempio, a quello dell’alcolismo: il workaholism, quindi, come una vera e propria forma di dipendenza sia per gli effetti fisici e psicologici che comporta, che per l’esistenza di una sostanza (l’adrenalina) e di un processo (lavorare esageratamente) da cui si diventa dipendenti. Questo modello tuttavia presenta una difficoltà metodologica, legata alla misurabilità del concetto (laddove invece l’abuso di droga o di alcol può essere quantificato).

Da un punto di vista psicodinamico, il modello della dipendenza rimanda all’esistenza di un Io fragile, incapace di tollerare la frustrazione e che tende a negare le esperienze che gli palesano la sua separatezza e diversità rispetto all’ideale. Questa condizione non permette che si crei, a partire dalle prime assenze dell’oggetto, una sua rappresentazione interna che, in situazioni che causano angoscia, svolge per l’individuo una funzione calmante e consolatoria. Di fronte a questi casi, egli dovrà quindi ricorrere ad altre modalità, quali la ricerca compulsiva dell’oggetto o la modalità dissociativa. Così, il cibo e le droghe, ma anche Internet, il sesso o il gioco d’azzardo divengono uno strumento che può, se non altro temporaneamente, attenuare lo stress e svolgere una funzione materna che l’individuo non è in grado di fornire a sé stesso. Il ricorso continuo a oggetti esterni è tuttavia destinato a fallire nel suo scopo e a doversi necessariamente reiterare in maniera compulsiva. Si viene quindi a stabilire un processo per cui l’assunzione di una sostanza (nel nostro caso di un comportamento) ripristina la primitiva sensazione di onnipotenza; il malessere legato alla carenza della sostanza (nel nostro caso del processo del lavorare), smascherando la finzione che la separazione non sia mai avvenuta, la rende evidente: per ristabilire l’unità, l’unica soluzione diviene allora la ricerca compulsiva dell’oggetto della dipendenza.

2

Il modello dell’apprendimento operante rimanda a un processo di condizionamento per cui una risposta può essere attivata senza la necessità di uno stimolo; se cioè un comportamento determina una ricompensa, aumenterà la probabilità che quel comportamento in futuro si ripeta. In quest’ottica, un comportamento improntato all’eccessivo lavoro, espressione della dipendenza da lavoro, generando approvazione da parte dell’ambiente circostante, tenderà a essere reiterato. Il workaholism emerge quando aver lavorato per qualche ora in più determina l’approvazione dei pari e la conseguente aumentata possibilità di ripetere questo comportamento. I riconoscimenti funzionano da rinforzi positivi, e quindi da fattori di mantenimento; gli agenti rinforzanti, tuttavia, possono anche essere costituiti dall’evitamento di un evento spiacevole, quale una condizione di povertà o il conflitto familiare. Se da un lato tale modello non comporta le difficoltà metodologiche del precedente (dal momento che non fa riferimento a entità non osservabili, quali la personalità) e appare ottimistico (il workaholism può scomparire), dall’altro non prende in considerazione la dimensione temporale e altri fattori che possono intervenire nello sviluppo della dipendenza.

3

La teoria dei tratti fa riferimento, nel descrivere la personalità, a pattern comportamentali stabili legati alla natura dell’individuo: la dipendenza da lavoro sarebbe espressione di un tratto che emerge nella tarda adolescenza, immutabile e rafforzato dall’esposizione a condizioni contestuali quali lo stress. Da questo modello, che è ritenuto il più attendibile e il più supportato dai risultati delle ricerche, la dipendenza da lavoro emerge come risultato dell’interazione tra le caratteristiche individuali e l’ambiente; in particolare, se ci si focalizza sugli specifici tratti, quelli associati al workaholism sono i tratti ossessivo-compulsivi.

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La teoria cognitiva è centrata sull’analisi delle credenze antecedenti al comportamento workaholic: gli individui, infatti, hanno degli schemi mentali (sistemi di credenze, cornici concettuali entro cui definiscono il mondo) basati su credenze centrali, assunti sulla causalità e pensieri automatici espressi in forma verbale. Secondo questa lettura, la dipendenza da lavoro emerge come credenza centrale (esempio: sono un fallito), assunzioni conseguenti (esempio: se lavoro duramente non fallirò) e pensieri automatici.

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Il modello sistemico-familiare, andando oltre le caratteristiche e i processi individuali, si focalizza sul sistema e non su un individuo: un comportamento infatti si manifesta in un contesto di reti e dinamiche interpersonali. La dipendenza da lavoro dunque si configurerebbe come disturbo del sistema familiare che emerge e viene mantenuto da dinamiche disfunzionali.

Vediamo adesso chi sono i dipendenti dal lavoro, quali le metodologie più appropriate per l’analisi di questo fenomeno e i tipi di interventi che possono essere realizzati.

Una distorta percezione del sé

Pur nella varietà di dimensioni chiamate in causa e di tipologie individuate, il dipendente dal lavoro si presenta come una persona che, per colmare il senso di incompletezza, si immerge nel lavoro: esso diviene il rifugio che lo protegge dall’esperire emozioni e il mezzo attraverso cui definisce e costruisce una positiva immagine di sé.

L’individuazione delle caratteristiche del workaholic deriva principalmente dallo studio dei casi e dal lavoro clinico fatto con questi soggetti (Killinger, 1991; Robinson, 1989), dalle loro stesse parole e in alcuni casi, dal materiale generato dal primo gruppo dei Workaholics Anonymous negli Usa. Queste caratteristiche non sono sempre tutte presenti e si possono manifestare in modi diversi nei diversi soggetti.

Benché fattori familiari da un lato, e storico-culturali dall’altro la alimentino, le cause si devono rintracciare nei bisogni insoddisfatti e rimossi, nell’impulso profondo che porta la persona a dover raggiungere un certo standard per essere accettata. La ragione del far troppo, risulta chiaro, non è la passione per il proprio lavoro, né il dovere o il desiderio di provvedere alle esigenze della propria famiglia, ma un bisogno ossessivo di eccellere e ottenere approvazione, le cui radici risiedono in un vuoto interiore.

Il workaholic soffre di un disturbo compulsivo che lo porta a mascherare una serie di stati emotivi (dalla rabbia alla depressione) e a un’incapacità di adattamento che si manifesta con sentimenti di scarsa stima di sé, paura di perdere il controllo e difficoltà relazionali. Il comportamento di tipo compulsivo, messo in atto dal workaholic, nell’eseguire ogni attività e nel raggiungere gli obiettivi è espressione del suo particolare funzionamento psicologico. Egli è mosso da una forte spinta a impegnarsi nel lavoro e a ottenere tramite esso dei risultati oggettivi, o nei termini della realizzazione dei suoi progetti, o di tipo economico. Ha bisogno di prove tangibili, di segni osservabili che dimostrino il suo operato; tende a quantificare le cose che fa, considerandole unità di misura del valore personale. Riflette poco su quali sono gli obiettivi che può realisticamente raggiungere, e si concentra di più su quei risultati che sarebbe importante conseguire perché tutti, compreso sé stesso, possano aver chiari i suoi meriti. Il lavoro dunque, diventa l’unico modo per attestare il proprio valore.

Alla base di questo atteggiamento c’è un vissuto di vergogna e un forte senso di inadeguatezza, che viene mascherato attraverso il bisogno di controllo, il perfezionismo, l’iperattività: fare sempre di più lo fa stare meglio. Risulta evidente allora, il motivo per cui la work addiction è denominata “la dipendenza d’elezione degli indegni” (Fassel, 1990). Il workaholic infatti, sente di dover guadagnare il diritto di esistere e ha necessità di giustificare la sua presenza nel mondo: la legittimazione a stare con gli altri gli proviene dalla sua grande dedizione al lavoro. Esso, quindi, conferisce dignità al workaholic e dà significato alla sua vita. Il riconoscimento di sé, il rispetto da parte degli altri e la propria autostima dipendono unicamente dal lavoro. I traguardi e i successi professionali che il soggetto raggiunge creano un senso del sé positivo e riempiono, anche se temporaneamente, il vuoto interiore. I profondi problemi identitari e i bisogni insoddisfatti però, trovano solo un sollievo provvisorio e un effimero soddisfacimento: quando i vissuti positivi svaniscono, il workaholic deve lavorare ancora di più per recuperare il proprio senso di adeguatezza. L’insicurezza e la scarsa autostima del workaholic quindi, guidano ogni suo comportamento.

Secondo Fassel, il workaholic ha una percezione di sé distorta ed estrema: ipertrofica o ipotrofica. Ha cioè una evidente difficoltà a vedersi e ad accettarsi per come è realmente. Oscilla tra un sentimento di superiorità e uno di inadeguatezza, tra una percezione di sé come competente e una come mediocre. Di conseguenza, si trova spesso a promettere qualcosa che non potrà adempiere e che quindi lo farà sentire in imbarazzo e umiliato o, al contrario, a sottrarsi a compiti che potrebbe facilmente affrontare. Il deficit dell’autostima comporta inoltre, secondo l’autrice, un alto grado di falsità: convinti che le persone non li accetterebbero così come sono, tendono ad amplificare i successi e a tacere i fallimenti.

A questo proposito, Robinson parla di “sindrome dell’impostore” per descrivere un vissuto tipico del workaholic. Aver “ingannato” gli altri circa le proprie competenze provoca nel soggetto la paura che, col tempo, egli venga scoperto per quello che realmente è. Teme il fallimento tanto da impegnarsi nel raggiungimento di risultati che diano prova della sua abilità e, nello stesso tempo, lo causa imponendosi standard elevati. In molti comportamenti di dipendenza patologica si assiste, infatti, da un lato, al disperato sforzo per evitare di essere scoperti e all’assenza di ogni forma di colpa o rimorso per le proprie azioni, dall’altro al tentativo di evitare la vergogna conseguente alla rivelazione della falsità di un’immagine di sé ideale.

Sebbene gli altri ne riconoscano i meriti, egli non incontra mai le sue aspettative e giudica molto duramente ogni suo più piccolo errore. Il deficit dell’autostima indebolisce sensibilmente l’Io del workaholic, che deve in qualche modo essere protetto: prendere più impegni degli altri lo fa sentire più importante, e rifiuta di delegare qualcuno perché è lui il solo in grado di risolvere i problemi e di agire nel modo migliore. Il senso di superiorità fa da supporto all’autostima, ma ciò comporta la centratura sul proprio benessere più che sull’interazione con gli altri. Attribuire all’esterno gli errori, rilevare i difetti degli altri lo rende più sicuro di sé; in realtà però, denigrare l’altro per affermare la propria competenza non fa che accentuare il vissuto di inferiorità. Lavorare eccessivamente dà a chi crede di non essere all’altezza valide ragioni di sentirsi importante (Jones e Wells, 1996). L’etica professionale del workaholic, molto apprezzata dalla società, viene deplorata da chi gli sta vicino, quando si trasforma in atteggiamento di superiorità.

Quotidianamente, nel rapporto con gli altri e col mondo si è guidati da convinzioni che permettono di leggere la realtà e di orientare il comportamento nelle diverse situazioni; la mente di ognuno tende a focalizzarsi su ciò che ci si aspetta e, molto spesso, le proprie rappresentazioni determinano ciò che realmente si verifica. Così, le credenze del workaholic su di sé contribuiscono alla sua dipendenza poiché, ancorando a esse i suoi pensieri, lo mantengono in un ciclo disfunzionale. Il modo in cui il workaholic si percepisce è conforme all’esperienza che ha fatto di sé nel passato. Il concetto di sé si è formato nell’infanzia, in conseguenza delle esperienze quotidiane e delle norme culturali che lo hanno accompagnato nella crescita. Il mancato raggiungimento degli standard indicati, più volte sperimentato, ha prodotto una visione di sé come individuo poco capace. Se da bambino ha creduto di non valere abbastanza, si rafforza in lui tale convincimento che, crescendo, viene mantenuto. Questa credenza guida il workaholic nella sua vita e lo porta a raccogliere ogni prova che la confermi. Infatti, sebbene rivolga ogni sforzo, cognitivo e comportamentale, a invalidare il senso di inadeguatezza e a mostrare il proprio valore, l’effetto è tuttavia opposto: riceve l’ennesima testimonianza della propria incapacità, perché di essa è profondamente convinto. Il workaholic cioè, fa in modo che le esperienze attuali avvalorino la sua credenza: ogni situazione attesterà la sua incompetenza, poiché egli inconsciamente farà di tutto per dimostrare quanto sia mediocre. Così per esempio, se prende ventotto a un esame, si condanna per non aver avuto trenta, se conquista un bronzo si dice che avrebbe dovuto vincere l’oro, o se riceve una promozione, non è mai una posizione abbastanza prestigiosa. Inoltre, un altro meccanismo che gli consente di confermare la sua autopercezione è l’attribuzione dei propri successi alla casualità e dei fallimenti alla sua incapacità.

I feedback positivi, da parte delle persone vicine, su di lui e sul suo lavoro entrano in conflitto con la percezione che ha di sé, e il workaholic li deve adattare al suo sistema di credenze. Ogni situazione che contraddice la convinzione sulla propria inadeguatezza, viene ignorata, disconfermata o minimizzata: non viene cioè inclusa nell’esperienza personale. Qualsiasi giudizio positivo gli venga dato, sarà ignorato o riorganizzato in un pensiero negativo.

La dipendenza da lavoro ha parecchie conseguenze negative: ansia, depressione, irritabilità, stress, burnout e problemi di salute. Come è facilmente comprensibile rispetto alle relazioni più intime e familiari, anche in quelle lavorative vivere accanto a un workaholic non è semplice: la certezza che il suo stile è il migliore e l’impossibilità di delegare comportano una forte pressione che si estrinseca in scoppi d’ira e insofferenza. Tutto ciò causa disarmonia e contrasti nel gruppo di lavoro.

Benché lo studio della dipendenza da lavoro si sia basato, in origine, soprattutto su resoconti di storie e casi clinici, alcuni autori hanno avviato delle ricerche empiriche per comprendere meglio il fenomeno, anche se un limite evidente è l’insufficienza e la contraddittorietà dei dati empirici.

Le ricerche sull’argomento sinora realizzate hanno indagato le variabili correlate alla dipendenza da lavoro: sono state considerate variabili socio-demografiche, quelle relative alla situazione lavorativa, allo stress fino alle componenti del burnout, variabili attitudinali (indici del significato attribuito al lavoro: centralità del lavoro, orientamento espressivo, orientamento economico, relazioni interpersonali), demografiche (genere, stato civile) e situazionali (professione, settore d’impiego). Alcune ricerche si sono centrate in maniera più specifica sul genere, altre sulle categorie professionali (dai manager agli impiegati del settore pubblico, ai liberi professionisti come avvocati e psicologi, agli studenti universitari, ai giornalisti, agli insegnanti di scuola elementare).

Oltre al numero di ore lavorative, sia per ciò che riguarda la professione del workaholic, che per ciò che attiene alla questione del genere, i risultati sono piuttosto controversi. Sebbene sia molto diffusa l’idea che i workaholics siano soprattutto alti dirigenti, manager e uomini d’affari o liberi professionisti, in realtà, si può abusare di qualsiasi professione, se si entra nell’ottica di considerare che il nodo problematico sta nel diventare dipendenti da un’attività (sia nella compulsione a esercitarla che nel pensiero costante a essa). Altrettanto complesso il discorso sul genere: se alcuni ricercatori rilevano una maggiore presenza di uomini workaholics, la maggior parte non riscontra differenze di genere. Con l’avvento delle donne nel mondo del lavoro, al contrario, esse diventano maggiormente soggette al rischio di sviluppare una dipendenza da lavoro.

Oggetto di interesse scientifico è stata anche la famiglia a cui può essere ricondotto il primo (e uno dei pochi) studio sui figli adulti di workaholics e alcune ricerche centrate sul funzionamento di una famiglia in cui c’è un componente workaholic. Dal momento che si viene a instaurare una dinamica conflittuale tra polo professionale e polo familiare, la dipendenza da lavoro risulta essere predittiva del conflitto lavoro-famiglia. Alla base di un rapporto equilibrato tra sfera professionale e familiare sta, per O’Driscoll e al. (2004), la soddisfazione e il coinvolgimento dell’individuo in entrambi i contesti.

Modalità d’intervento

Di fronte a un fenomeno così complesso quale è quello della dipendenza da lavoro, le strategie di intervento assumono diverse forme e riguardano diversi aspetti. Pur nella specificità dell’ambito scelto per realizzarlo e nella peculiarità dell’inquadramento teorico di riferimento di chi interviene, varie sono le possibilità che si offrono al workaholic: la psicoterapia individuale, quella familiare, la partecipazione a gruppi di self-help (Workaholics Anonymous) sono alcuni degli interventi attuati con i workaholics.

Un principio che si deve avere ben chiaro e che deve guidare la realizzazione degli interventi è quello per cui sospendere il lavoro non garantisce il superamento del problema: il processo workaholic può riguardare infatti qualsiasi altra attività. È per questo che occorre aver sempre ben presente la distinzione tra due concetti: dry che indica la cessazione dell’uso di una sostanza o di un processo e sober che rimanda all’inizio del confronto con il diniego, il pensiero distorto, il controllo, il perfezionismo, l’isolamento e l’ossessività.

A livello individuale, la psicoterapia attuabile può essere di orientamento psicodinamico, che si configura come un’opportunità di scoperta di sé e di crescita, possibilità per il workaholic di abbattere la difesa del diniego e sviluppare la repressa funzione emotiva e di esplorare e validare il proprio autentico sé, o di orientamento cognitivo, volta a modificare le credenze erronee su se stesso. La Rational Emotive Behavioural Therapy (Rebt), per esempio, è un approccio psicoterapeutico di tipo cognitivo-comportamentale, fondato sulla concezione che le emozioni e i comportamenti derivano dai processi cognitivi; modificando questi processi si possono realizzare modi diversi di sentire e comportarsi: gli individui hanno un sistema irrazionale di credenze, da cui derivano i comportamenti nevrotici; ristrutturando le proprie credenze su di sé, le emozioni e i comportamenti iniziano automaticamente a cambiare; in particolare, il cambiamento è rappresentato dal passaggio da un focus esterno a uno interno.

Complementare a un percorso terapeutico individuale è la partecipazione ai gruppi di autoaiuto. Workaholics Anonymous è un gruppo di individui che condividono la loro esperienza, le loro forze e le loro aspettative, nel tentativo di risolvere il loro comune problema e di aiutare gli altri a superare la dipendenza da lavoro. L’unica condizione richiesta per entrare a far parte dei Workaholics Anonymous è il desiderio di smettere di lavorare compulsivamente.

Fattori terapeutici dei gruppi di Workaholics Anonymous sono: la presenza di sponsor (individui che hanno superato il problema, che hanno la funzione di guidare il soggetto nel programma di trattamento, assistono il workaholic nel programma di lavoro e lo accompagnano nei “Dodici passi”, evitando che si isoli. Inoltre, avendo da tempo superato la dipendenza, possono raccontare la propria esperienza e dare testimonianza e speranza di guarigione); gli incontri (appuntamenti settimanali in cui vengono condivise le esperienze personali attraverso le storie individuali; danno l’opportunità di identificare e riconoscere i propri comportamenti nelle proprie storie e in quelle degli altri); un setting accogliente, protetto, in cui è garantito l’anonimato; l’elaborazione di programmi di lavoro (una guida al lavoro quotidiano che stabilisce dei confini e conduce il workaholic verso una vita più equilibrata: rappresenta infatti, un modo concreto di dedicarsi a un nuovo stile di vita).

Considerare la dipendenza da lavoro come un disturbo familiare implica guardare alla famiglia nel suo insieme e ai singoli componenti come fruitori di un intervento. Bisogna innanzitutto identificare la struttura della famiglia workaholic: c’è un tacito contratto tra i membri della famiglia che autorizza una modalità di lavoro compulsiva? Ci sono aspettative implicite che portano i figli ad assumere ruoli genitoriali? Portare alla luce aspetti inconsci della dinamica familiare può aiutare le famiglie a riorganizzare i propri comportamenti. La famiglia deve essere preparata al cambiamento del workaholic, deve sostenerlo, ma non fornirgli alibi per i suoi ritardi o le sue assenze e non assumersi i suoi doveri, lasciandolo libero da ogni responsabilità; particolarmente importante, infine, risulta il lavoro con la coppia e con i figli. Ma la famiglia può e deve diventare la struttura di maggior sostegno, non solo la vittima sacrificale di un processo di dipendenza.

La dipendenza da lavoro, è un problema che riguarda non solo l’individuo, ma il sistema e la cultura. I workaholics e la dipendenza da lavoro non potrebbero sopravvivere senza il luogo di lavoro: diviene dunque fondamentale prestare attenzione alle abitudini lavorative dei dipendenti, progettare e realizzare interventi con i workaholics (gli Employee Assistance Program, per esempio, sono programmi volti a sostenere chi ha bisogno di aiuto e a migliorare il clima nell’ambiente lavorativo) e incoraggiare una cultura organizzativa che rinforzi la moderazione, non stabilendo aspettative irrealistiche o richiedendo prestazioni professionali impossibili.

C’è bisogno di una capacità di relazionarsi che vada oltre le fughe, oltre le impossibilità. Proviamo a chiudere con la stessa storia con la quale abbiamo iniziato.

«Dovrei smettere di andare bene in latino. (…) Dovrei smettere di barricarmi nel mio retrobottega-studio e starmene per ore come uno scemo a tradurre Orazio. (…) Solo che non riesco a smettere» (p. 101). Lo studio compulsivo ha colpito il nostro adolescente, o la sua è solo la ricerca di un nome, di una qualsiasi Leuconoe, colei che ha la mente bianca, alla quale poter scrivere di non cercare di scoprire quale destino gli dei ci hanno dato? In mezzo c’è quel tremendo e bellissimo scire nefas. Il nostro bisogno di eccellere non è fine a sé stesso, non può essere fine a sé stesso. Attiene al bisogno di donare agli altri, non è una sfida agli dei, né una droga, è uno scopo che dobbiamo imparare a condividere con gli altri, con i nostri affetti. Altrimenti rischieremo la più terribile delle strategie per eccellere, per essere visibili: «Mamma, posso andare male almeno in una materia?».

Gioacchino Lavanco e Anna Milio

 


    

 

Come diagnosticare la dipendenza da lavoroOggi esistono tre strumenti di misura del fenomeno che sono stati empiricamente validati.1 Il Work Addiction Risk Test (Wart) è il più antico; il suo paradigma teorico di riferimento è quello della dipendenza. È costituito da 25 items che riguardano principalmente i comportamenti di tipo A, messi in atto quotidianamente (ad esempio mangiare, parlare e muoversi velocemente), e specifici del contesto lavorativo. B.E. Robinson ha approfondito le proprietà del suo strumento che sembra avere una buona attendibilità. In uno studio recente, B.E. Robinson e C.P. Flowers hanno indagato le dimensioni sottostanti il Wart. Emerge che il workaholism include cinque dimensioni: tendenze compulsive, controllo, comunicazione disfunzionale/arroganza, incapacità di delegare e autostima.

2 La Schedule for Nonadaptive Personality Workaholism Scale (Snap-Work) è costituita da 18 items a risposta chiusa (vero/falso) e si basa sull’idea che ci sia una certa corrispondenza tra la dipendenza da lavoro e il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità. Somministrata a diversi campioni, studenti e lavoratori, la scala presenta un’elevata consistenza interna e una buona attendibilità, e converge con altre misure del workaholism.

3 La Workaholism Battery (Work-Bat) è lo strumento più utilizzato nelle ricerche sul workaholism. È un questionario self-report che consta di 23 items e utilizza un formato di risposta su una scala a 5 punti. Il Work-Bat comprende tre scale: spinta a lavorare, soddisfazione lavorativa e dedizione al lavoro, che corrispondono alle tre componenti individuate dalle autrici. J.T Spence e A.S. Robbins inoltre, per misurare eventuali comportamenti di tipo workaholic hanno costruito altre 5 scale: il coinvolgimento nel lavoro, il tempo dedicato al lavoro, lo stress legato al lavoro, il perfezionismo e la difficoltà a delegare.

Infine, recentemente P.E Mudrack e T.J. Naughton (2001) hanno sviluppato due nuove scale basate sulla tendenza del lavoratore a eseguire attività non obbligatorie e a interferire e a tentare di controllare il lavoro altrui. Per evitare possibili razionalizzazioni e il diniego da parte di eventuali intervistati workaholic, e per essere valide in diversi contesti lavorativi, queste misure si propongono di diagnosticare pattern comportamentali più che abitudini lavorative.

 

BIBLIOGRAFIA

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  • Robinson B.E., Work addiction, Health Communications, Deerfield Beach, FL 1989.

  • Schaef A., When Society Becomes An Addict, Harper and Row, New York 1986.
       

NOTA

1 L’intera vicenda è descritta nel romanzo di Paola Mastrocola, Una barca nel bosco (Guanda, Parma 2004), p. 56. É la storia di un talento sprecato

LA CURIOSITA’
“Pisapia ha votato Pupo e Filiberto”
Ecco i tormentoni di Massimo Cirri
Il testo integrale dell’intervento con cui Cirri, conduttoreradiofonico, psicologo e autore teatrale,
ha scatenato piazza Duomo a Milano per la chiusura della campagna per lo sfidante della Moratti
di MASSIMO CIRRI
Giuliano Pisapia
Questa è stata una campagna elettorale differente. Un po’ perché la sinistra aveva un candidato, che qui a Milano è un’esperienza nuova. Un po’ per l’uso delle menzogne e della verità.
Di menzogne ne sono state dette molte:
– Pisapia ruba le auto (Letizia Moratti).
– Pisapia è matto (Umberto Bossi)
– Pisapia vuol fare zingaropoli (Umberto Bossi)
– Pisapia vuole trasformare Milano nella “Stalingrado d’Italia” (Silvio Berlusconi)
– Con Pisapia Milano sarà una città islamica, una zingaropoli piena di campi rom e assediata dagli stranieri (Silvio Berlusconi)
– I fondamentalisti islamici, Al Qaeda e Al Zawahiri, sarebbero felicissimi se a Milano la Lega dovesse perdere e Pisapia diventasse sindaco” (Mario Borghezio)
– Pisapia va a prendere il caffé ogni giorno con i centri sociali (Silvio Berlusconi). Per questo è nervoso.

In molti abbiamo sentito allora il bisogno, di fronte a queste menzogne, di dire la verità. Lo abbiamo fatto. Perché la verità è rivoluzionaria. O moderata. E la verità è questa:

Pisapia a scuola rubava sempre la gomma pane ai compagni.
Pisapia ruba le monetine della fontana di Trevi.
Pisapia ruba i carrelli alla Coop.
Pisapia ha inventato le birre analcoliche.
Pisapia usa il lato oscuro della Forza.
Pisapia una volta è morto.
Pisapia, da bambino, una volta è morto.
Pisapia ha progettato la Duna.
Pisapia mette il vetro nell’umido.
Pisapia si tocca.

Pisapia fa scuocere gli spaghetti.
Pisapia in Gran Bretagna guida a destra.
Pisapia fa battute volgari quando suo figlio invita le amichette per la prima volta a casa.
Pisapia ha inventato le zanzare.
Pisapia addestra zanzare tigre.
Pisapia non passa mai la canna.
Gheddafi è nascosto a casa di Pisapia.
Quello con la bandiera dei 4 mori ai concerti è Pisapia.
Pisapia ai concerti fa salire le ragazze sulle spalle coprendoti la visuale.

Pisapia ti chiama alle 8 di sera quando sei davanti a una frittatona di cipolla e birra gelata per venderti qualcosa.
Pisapia mangia in canotta bianca anche se ha ospiti per cena.
Pisapia lancia i miniciccioli sotto i piedi delle vecchiette.
Pisapia in metrò oltrepassa sempre la linea gialla.
Mio cugino ha conosciuto Pisapia.
Pisapia ti parla a raffica dei cavoli suoi mentre ascolti la Littizzetto la domenica sera.
Pisapia ha inventato il mal di testa come scusa per non far sesso.
Pisapia ha votato Pupo e Emanuele Filiberto a Sanremo 2010.
Pisapia per accendere il barbecue usa i copertoni.
Pisapia, quando non lo incontri da molto tempo, ti dice: “Ma quanto sei ingrassato?”.

Pisapia al supermercato tocca la frutta senza guanti.
Pisapia mette le pubblicità prima dei video su YouTube.
Pisapia dice “stai manza” alle ragazze.
Pisapia ha comprato l’unico biglietto del concerto di Apicella.
Pisapia ti tagga nelle foto in cui sei venuto male e le pubblica in bacheca.
Pisapia ha sequestrato i due leocorni.
Pisapia mangia le salsicce davanti a quelli che stanno a dieta.
Pisapia va nei campi nudisti, ma non si leva le mutande.
Pisapia parcheggia in seconda fila e mette il biglietto “torno subito”, ma non arriva mai.
Pisapia dorme nell’azoto liquido.

Pisapia scoreggia in ascensore e poi fa il vago.
Pisapia ha rubato le mezze stagioni.
Pisapia si lega all’emoglobina impedendo lo scambio dell’ossigeno.
Quando ero bambino Pisapia ha provato a mangiarmi.
Pisapia mangia l’uovo fritto direttamente dal padellino perché non ha voglia di lavare il piatto.
Pisapia inventa le catene di Sant’Antonio.
Pisapia ti ruba gli organi mentre dormi per rivenderli in nero.
Pisapia dorme nell’azoto liquido.
Pisapia ha fatto la statua del papa che hanno messo a Roma.
Pisapia dà la mollica di pane ai pesci rossi del luna park.

E’ colpa di Pisapia se Elettra D. non si concede a me, nonostante l’ami.
Pisapia è un ossidante.
Pisapia sussurrava ai cavalli dei cavalieri dell’apocalisse.
“Pisapia o Barabba?” Il popolo rispose: “Pisapia…”.
Pisapia nasconde il tappeto sotto la polvere.
Pisapia ha fatto retrocedere la Sampdoria.
“Io voto per Pisapia” Questo ha detto Materazzi a Zidane.
Pisapia cucina nudo.
Pisapia fa sgonfiare le torte perché apre il forno a metà cottura.
Pisapia ha ferito Garibaldi a una gamba.

Pisapia mette i doppioni nelle bustine di figurine Panini.
Pisapia dice gatto anche se non ce l’ha nel sacco.
Pisapia fa l’intellettuale e poi va in ferie a Sharm una settimana all inclusive.
Pisapia è il cugino laureato che le mamme usano per farti sentire stronzo.
Pisapia quando va a cena a casa di qualcuno si telefona di nascosto col telefono di casa per ricaricarsi la sim.
Pisapia ti fa lo squillino per farsi richiamare e poi ti dice “Scusa, era caduta la linea”.
Pisapia mangia il Calippo in modo osceno. E fa anche i rumori.
Pisapia clicca all’ultimo secondo nelle aste di eBay.
Pisapia si veste di bianco ai matrimoni per rubare la scena alla sposa.

Pisapia, per fare il grosso in sala giochi, manda sempre in tilt i flipper.
Pisapia si iscriveva sempre al Club degli Editori e poi non ritirava mai nulla.
Pisapia parcheggia sulle rotaie del tram.
Pisapia cucina col dado.
Pisapia dice sì al colesterolo.
Pisapia è uscito dall’euro.
Pisapia apre il rubinetto dell’acqua calda in cucina mentre tu stai facendo la doccia.
Pisapia ha il Santo Graal e ci tiene lo spazzolino da denti.
Pisapia ha detto a Godot di non venire più che tanto non l’aspetta nessuno.
Pisapia ti ruba il parcheggio mentre stai facendo manovra.

Pisapia abita sopra di me e fa la lavatrice alle 4 del mattino. Col doppio risciacquo.
Pisapia stende i panni gocciolanti senza strizzarli.
Pisapia suona al citofono e poi scappa.
Pisapia mette gli aghi nei pagliai.
Pisapia mangia la polenta con il kebab.
Pisapia ordina sempre una pizza che non è nel menù.
Pisapia alle pizzate di classe, per fare il fenomeno, ordina sempre il filetto al pepe.

(Grazie a Filippo Rossi)

Lettera aperta con alcune mie riflessioni…Blowing in the wind…

Cari tutti,

Qualche osservazione relativa alle Elezioni Amministrative 2011; mi piace conservare un po’ di ottimismo, questo soprattutto perché mi hanno molto confortata i primi ed ottimi risultati delle Amministrative nella mia città, Milano, in cui sono nata e cresciuta, in cui ho abitato per quasi vent’anni, prima di trasferirmi in quel di Castellanza (Alto Milanese o Basso Varesotto che dir si voglia).

Dunque, Milano: dopo tutti questi anni di malgoverno, di regime del terrore, di politiche insane la grande rimonta!!! (aspettiamo il ballottaggio, ma arrivare 7 punti sopra Lady Tatcher Moratti al primo turno è già una grande vittoria, almeno per me…). Incredibile ma VERO: GIULIANO PISAPIA, con la “politica della gentilezza”, come l’ha definita lui stesso su “La Repubblica”, a Milano ce l’ha quasi fatta!!! Anche se il ballottaggio lo aspetta al varco, esce comunque forte e soddisfatto da questa prima votazione.

Ora parliamo dei risultati elettorali del “Paesone” in cui ho abitato per ben 9 anni, Castellanza (ora abito a Saronno, “cittadina-cimitero, fino a qualche anno fa, resa tale dalle precedenti Amministrazioni, in cui Lega, Pdl e An, quando ancora esisteva, hanno sempre spopolato, con la loro dogmatica “Dottrina della Sicurezza” , senza ottenere risultati ovviamente, ma in cui, adesso, dopo anni e anni, il CENTROSINISTRA è salito in città, compatto, unito, seppur con mille difficoltà, ma con progetti concreti, che già sta mettendo in atto, e questo si vede, ve l’assicuro, visto che ormai ci vivo e ci abito!!! Senza contare che le assemblee e le riunioni della Coalizione e del Pd stesso sono attive, propositive, vivaci, non ci si scanna e non ci si da contro tra poveri, come invece è successo altrove…); del resto, ritornando in ambito castellanzese, cosa si pensava di ottenere con la presentazione di ben 3 LISTE DI CENTROSINISTRA A CASTELLANZA?? Per la seconda volta consecutiva si è ripetuto un errore gravissimo, visto che già alle scorse Elezioni Amministrative si era presentato lo stesso, apocalittico scenario…Mi sono ri-vergognata!!! Prima di tutto per i toni di cattiveria e di polemica che, fin dai primi tempi di campagna elettorale, si sono notati tra le file del Centrosinistra. Voi direte, giustamente: “Ma questa qui parla, ma dov’era in tutto questo tempo??? Comodo parlare e non far nulla per cambiare…”. Non è così, visto che ho provato a frequentare per qualche tempo la sezione del Pd, quando ancora abitavo a Castellanza, ci ho provato…Purtroppo però, qui ho trovato un dibattito sempre sterile, una mancanza di concretezza di fondo, un darsi contro nelle discussioni, toni sempre concitati, poco assertivi e molto aggressivi tra i vari partecipanti alle assemblee…Io credo alla partecipazione per cambiare, ma non ho trovato in Sezione il riscontro che mi sarei aspettata.

Ancora ricordo, quando arrivai a Castellanza nel 2002, il bellissimo ambiente, molto accogliente e pulito di quella che, ai tempi, quando era Sindaco Livio Frigoli (l’unica persona che, anche in Sezione, mi era sembrato il più concreto e quello con le idee più chiare in assoluto, con un progetto politico serio ed attuabile), era una ridente cittadina, ricca di iniziative culturali e ricreative, verde e vivace, civile ed a misura di persona, con servizi tutto sommato efficienti e funzionanti…Ora non è più così, ormai a partire dal 2006, quando il Centrodestra è salito a “governare” il territorio, con un appiattimento generale notevole della Città di Castellanza, che è ritornata ad essere una città dormitorio.

Il miraggio di rimonta in me c’è stato solo durante quei pochi mesi in cui ho preso parte alle riunioni del Pd, in cui per me è stata un’emozione ed un impegno partecipare alle Primarie (Bersani, Franceschini o Marino, questo era il dilemma, ricordate??), ma anche semplicemente ascoltare se c’era qualcosa da proporre, oppure imparare, con l’ascolto attivo e partecipato, da persone che in politica avevano indubbiamente più esperienza di me…

Purtoppo, i fatti parlano, alla fine è andata diversamente; l’unica lista in grado di portare qualche ventata di rinnovamento, un po’ di gioventù in Consiglio Comunale, la novità che in molti cercavano (parlo di Pro-Muovere Castellanza ovviamente) è stata osteggiata perché composta da “persone inesperte che sanno poco o nulla di politica”, che non sono state ritenute in grado di cambiare (o forse troppo pulite??); questa lista è stata attaccata senza esclusione di colpi…Nelle altre due liste non mi sembra che siano state presentate idee innovative, ma tanta, tanta retoricaccia vecchio stile…L’unificazione e la coesione sarebbero state possibili, ne sono convinta; ce l’hanno fatta persino a Caronno Pertusella (Va), paese democristiano prima e leghista dopo da sempre, dove la coalizione di Centro Sinistra (Pd, Idv, Sel, Rifondazione, e due gruppi di orientamento progressista, tra cui Caronno Pertusella Giovani), si è presentata compatta, unita, in cui le nomenklature ed i personalismi sono stati superati, in cui si è lavorato, anche a costo di mettere da parte qualche “anziano ed interessato politicante di vecchia data” che voleva rovinare tutto con i propri odi o simpatie personali…Hanno vinto sul Sindaco uscente, la cattolicissima ed oratoriana Augusta Maria Borghi, anche se solo per poco, giusto una manciata di voti, ma quei nove voti che, comunque, hanno assicurato loro di salire a governare il paese.

Parlavo prima di organizzazione e superamento dei personalismi; a parer mio è necessario cominciare a lavorare SIN DA ORA nel Centrosinistra, per cercare di ricucire, di mettersi insieme in vista delle prossime elezioni, per abbattere le barriere della propria volontà di affermazione, per andare al di là del proprio naso, per non litigare tra di noi ma per creare progetti concreti, realizzabili, partendo dal basso, dalla gente, coinvolgendola non con i soliti mezzi, ma con persone nuove (Matteo Mazzucco potrebbe essere il punto di riferimento in questo senso), che permettano anche ai delusi ed ai disillusi di partecipare, di dar voce alle proprie esigenze, di riscattarsi e di farsi una nuova idea di Sinistra, degradata da tempo dai Media in primis, ma anche per la pessima immagine di sè che ha dato (raccogliendo i pareri nell’elettorato è emersa una visione di un Centrosinistra che “non è capace di stare unito, che non vuole mettersi d’accordo, che basa sul pettegolezzo tutte le sue discussioni, che usa l’attacco personale come unica arma di opposizione”… e via dicendo…).

Ho concluso, grazie per l’attenzione

Irene Ramponi

La meglio gioventù…Uno tra i film che non deve mancare nella mia videoteca!!!
 
 
Marco Tullio Giordana: La meglio gioventù

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Marco Tullio Giordana
Soggetto e Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Fotografia: Roberto Forza
Scenografia: Franco Ceraolo
Costumi: Elisabetta Montaldo
Montaggio: Roberto Missiroli
Prodotto da: Angelo Barbagallo
(Italia, 2003)
Durata: 366′
Distribuzione cinematografica: 01 distribition

PERSONAGGI E INTERPRETI

Nicola Carati: Luigi Lo Cascio
Matteo Carati: Alessio Boni
Adriana Carati: Adriana Asti
Giulia Monfalco: Sonia Bergamasco
Carlo Tommasi: Fabrizio Gifuni
Mirella Utano: Maya Sansa

Marco Tullio Giordana, autore di punta nel nuovo cinema italiano continua ad esercitare il proprio talento evidenziando una spiccata attitudine alla storiografia. Da “Pasolini – Un delitto italiano” al trionfo de “I cento passi”, il volitivo cineasta ha dimostrato di saper calare se stesso ed il pubblico nel clima degli anni che hanno segnato la sua formazione politica ed intellettuale: quei ’60 e ’70 raccontati lungo percorsi narrativi ove intreccia nello stesso quadro i crimini e le virtù della sua generazione, senza mai cedere alla tentazione di abbandonarsi ad un moralismo manierato.
Non fa eccezione “La meglio gioventù” (titolo di pasoliniana memoria), profilo lucido e disincantato di una famiglia attraverso quarant’anni di storia italiana, che segue – in ben sei ore di girato – la travagliata vicenda dei fratelli Nicola e Matteo Carati, a lungo uniti dagli stessi sogni sino al giorno in cui, entrambi delusi dall’esito di una causa personale, l’uno cercherà la propria strada tra il fervore dei movimenti giovanili, mentre l’altro, erudito ma bisognoso di ordine, entrerà nel corpo di polizia.
Da qui, il loro viaggio nella vita si arricchisce di volti e caratteri densi, d’immagini di donna in bilico tra la fragilità e l’ostinazione, riversando ogni personaggio nell’ampiezza dello scenario sociale che si muove sul loro sfondo, fino ad essere portato in primo piano.
Di tappa in tappa, questa direzione stilistica diviene l’obiettivo primario di Giordana, che passa scrupolosamente in rassegna gli eventi più significativi del nostro dopoguerra – dall’alluvione fiorentina a Tangentopoli, transitando sui moti rivoluzionari del ’68 ed il rapimento di Aldo Moro – con un registro asciutto ed esplicito, emancipato, ma prudente nella scelta di non rinunciare ai vincoli strutturali indispensabili per un film destinato alla televisione.
Spingendo lo sguardo oltre l’affastellamento di rappresentazioni storiche che si rincorrono durante tutta l’opera, ciò che ne resta è un fitto ricamo di emozioni: un coro di voci e di vissuti che è, al tempo stesso, il suggello di uno straordinario artista, meritevole di essere riconosciuto come il più impegnato affrescatore della sua epoca.
 
Un po’ di critica cinematografica…
 

  Forse la vita non è quella che avremmo voluto, ma il meglio della nostra gioventù resta, indelebile e incisivo. Non è facile liquidare in poche righe il tema portante del maxi-film di film precedente in archivio Marco Tullio Giordana film successivo in archivio (sei ore pensate per la televisione, insabbiate nei palinsesti RAI, arrivate infine sugli schermi cinematografici in virtù del premio a Cannes), ma ciò che resta impresso, “indelebile e incisivo”, è il flusso narrativo di magmatica complessità psicologica, di intenso afflato sentimentale, di circostanziata storicità socio-politica.
Pubblico e privato si compenetrano con naturalezza in La meglio gioventù, la fonte poetica del titolo (Pasolini) si rigenera in un intrigante melodramma familiare (Fassbinder). L’originalità della sceneggiatura sta anche nel peso drammaturgico affidato alla psichiatria (titolo alternativo “la meglio psichiatria”?) che il film “osa” proporre come chiave di lettura di un passaggio generazionale tormentato come quello dagli anni ’60 a oggi: il bisogno di ordine che porta al nichilismo, l’accettazione dell’incompiutezza e della casualità come via all’armonia esistenziale.
Si parte dal ’66 quando
Nicola Carati (Luigi Lo Cascio), giovane studente di medicina supera brillantemente un esame e si accinge al mitico viaggio verso il nord, col fratello Matteo (Alessio Boni) e gli amici Carlo (Fabrizio Giufini) e Berto. Ma la comitiva si sfalda prima ancora della partenza. Matteo e Nicola decidono di prendersi cura di Giorgia (Jasmine Trinca), una giovane dalla psiche disturbata, che Matteo ha conosciuto facendo volontariato in ospedale: quando questi scopre la brutalità dell’elettrochoc, la rapisce, ma il peregrinare con lei dei due fratelli non porta a nulla. Giorgia viene “ripresa” dalle istituzioni; Matteo, non più in animo di viaggiare, si arruola in polizia mentre Nicola, partito alfine da solo, arriva in Svezia, trova lavoro in una falegnameria, scopre l’esperienza di un vivere diverso, libero e alternativo. Quando però, alla televisione, vede le immagini dell’Arno che sommerge Firenze, torna subito in Italia…
È la struttura di La meglio gioventù: il pubblico che s’insinua nel privato, la vicenda personale che si evolve sugli stimoli dell’attualità civile. All’alluvione del ’67 fanno seguito altri eventi salienti: la rivolta studentesca, i lutti del terrorismo, la riforma manicomiale di Basaglia, la strage di Capaci, lo scandalo di tangentopoli. E i sussulti del presente si riflettono sincreticamente nella vita di Nicola e Matteo e dei loro parenti e amici; si rivelano in situazioni, relazioni, drammi che Giordana sa rendere cinema compiuto e coinvolgente. Primi piani che sublimano il linguaggio televisivo nell’intensità dei rapporti interpersonali, un dinamico senso dell’inquadratura che mentre mette a fuoco i protagonisti lascia crescere lo “sfondo”, essenziali pianisequenza, carrelli all’indietro di scorrevole dialettica narrativa, interpretazioni di memorabile, commossa verosimiglianza… Tra gli Animals (The House Of The Rising Sun) e Astor Piazzola (Oblivion), tra la sotterranea umanità torinese e la caotica familiarità della capitale, nel corso di circa quarant’anni, regia e sceneggiatura (Rulli e Petraglia) saturano, in una profonda emozione schermica, gioie e tragedie di uno stuolo di personaggi indimenticabili, calibratissimi intrecci tra la “piccola” e la “grande” storia: se nel fango di Firenze Nicola conosce la sua Giulia (Sonia Bergamasco), algida pianista, l’insana utopia della lotta armata la strappa inesorabilmente al suo affetto e a quello della figlioletta Sara; la carriera in magistratura della sorella Giovanna (Lidia Vitale) rende testimonianza della violenza mafiosa (omicidio Borsellino), l’alta carica in Banca d’Italia raggiunta da Carlo (nel frattempo sposato alla sorella minore FrancescaValentina Carnelutti) lo mette nel mirino delle BR, Vitale (Claudio Gioè), l’amico proletario, subisce il licenziamento FIAT, ma sa rifarsi una posizione con una sua impresa di costruzioni; Nicola, psichiatra affermato, ritrova Giorgia segregata, maltrattata, in una delle infami strutture pseudomediche della capitale.
Intanto
papà Carati (Andrea Tidona) è morto di tumore e mamma Adriana (Adriana Asti), professoressa impeccabile, tende a vivere in solitudine lo strazio dei suoi lutti. Sì, perché il fulcro, lacerante, di La meglio gioventù sta nel personaggio di Matteo che, dopo aver vissuto con sofferto rigore gli anni della rivolta giovanile (dalla parte delle forze dell’ordine), è sembrato approdare alla felicità nell’incontro con Mirella (Maya Sansa) bibliotecaria-fotografa. Ma per la sua personalità tormentata non c’è pace: la scena del suicidio è di incombente laconicità (quelle scarpe lasciate sul terrazzo), la sequenza del funerale, con quel groviglio di ombrelli scuri che “si apre” per lasciar passare la bara lucente, è un vero gioiello.
A tessere la trama di tutte le vicende resta comunque, sempre, la figura esemplare di Nicola: lo studente universitario intraprendente e aperto di vedute, il marito innamorato che, per salvarle la vita, consegna la moglie brigatista alla polizia, il padre premuroso che vive solo con la figlia, lo psichiatra basagliano amorevole coi pazienti ma incapace di percepire l’angoscia profonda del fratello, il figlio che non trascura la vecchiaia solinga della madre distrutta dal dolore, l’uomo dolce e fiducioso (“tutto quel che esiste è bello”) che riceve “in eredità” una donna che lo farà alfine felice, il cittadino che sa ancora scandalizzarsi di fronte alle ipocrisie e alle crudeltà di una società pigra e autoassolutoria, che pratica sempre più il cinismo e meno la solidarietà. La storia di Nicola (e de
La meglio gioventù) è racchiusa tra due dialoghi di emblematica efficacia: in apertura, durante l’esame all’università, il professore lo ammonisce “lasci questo paese… è un paese bello e inutile, da distruggere: tutto rimane uguale e immobile, in mano ai dinosauri”; nell’ultima parte quando, come psichiatra, si reca in carcere per assistere un arrestato di mani pulite questi sentenzia “è l’Italia che hanno fatto i nostri padri, mi creda” e Nicola ribatte “no, mio padre no, mi creda anche lei…”.

ezio leoni  –   MC magazine 7 agosto 2003    
[
La Difesa del Popolo18 dicembre 2003]          

 

Gira da un po’ la riedizione di Biancaneve e i Sette Nani riadattata ai tempi moderni…Che tristezza immensa…Ormai la maggioranza della gente ha bisogno dello sballo estremo x sopravvivere alla quotidianità e per evadere da essa…Ecco qui la dimostrazione, nella favola filastroccata che segue, di come ormai, se non sei sempre stupefatto, sei un nerd…Purtroppo chi non ce la fa da solo a vivere la quotidianità del vivere viene portato dalla società di oggi, dai suoi ritmi e dai suoi luoghi comuni, a trovare l’evasione nello stupefacente, che, però, alla lunga diventa routine e non più trasgressione, e non fa che peggiorare la situazione di un essere già debole e depresso…Quando la usi ti senti un dio, ma non ti rendi conto dei danni psicologici e fisici che, dopo l’uso abituale, si possono instaurare in te, nel tuo modo di vivere, nei rapporti e nelle relazioni con gli altri…Questo non è moralismo, ma semplicemente una riflessione su come il Sistema ci stia distruggendo a fuoco lento…

  Totale di coloro che ne hanno fatto uso Raramente* Abitualmente* Molto spesso*
Alcool 81,1% 10,1% 62,1% 27,8%
Marijuana o hashish 80,3% 18,9% 51,4% 29,7%
Droghe sintetiche 22% 42,3% 42,5% 15,2%
Cocaina, eroina o altri stupefacenti 12,5% 44,7% 41,3% 14,0%
Spaccianeve e i sette nani
 

Tutto e’ bene cio’ che ti fa star bene”, dice il saggio e a volte ne basta appena un assaggio. Ma… lunga la pista, stretta la via, occhio che arriva la Polizia!!!

Spaccianeve viveva ai margini del bosco fatato,
in un monolocale fuori equo-canone semi arredato,
e si guadagnava da vivere non vendendo rose,
bensi’ campava smerciando la dose.
Con lei abitavano i sette Nasi contenti
che poi erano i suoi migliori clienti:
c’erano Spinolo, Passalo, Scaldalo, Pillolo, Trippolo e Rollo,
e infine Sniffolo, che era di tutti il rampollo,
si alzavan di mattina a un’ora molto presta
e prendevano la pista attraverso la foresta,
era una pista lunga e polverosa
che conduceva a una radura erbosa,
dove i Nasi lavoravano tutta la settimana
coltivando papaveri e canapa indiana.
“Andiam (sniff-sniff) andiam (sniff-sniff), andiamo
a coltivar tanti bei papaveri da raffinar,
e noi vogliam (sniff-sniff) vogliam (sniff-sniff),
vogliamo respirar
la polverina che ci darà la felicità!”
Ma Spaccianeve dirigeva la piantagione
e suggeriva moderazione:
“Portate pazienza miei giovani amici,
mettete un freno alle vostre narici,
soltanto se i raccolti saranno buoni
verranno soddisfatte le vostre aspirazioni”
Intanto la malvagia Regina
nel suo superattico con piscina
stava armeggiando senza fretta
con uno specchio e una lametta,
ah, no, scusate, mi son sbagliato,
con uno specchio si, ma fatato.
“Specchio, specchio delle mie brame
chi ha la roba piu’ buona del reame?”
“Regina, una volta l’avevi tu,
ma ora Spaccianeve ne ha piu’ buona e molta di piu’!”
“Ah, sciagurata! Come osa ostacolarmi?
Dimmi dov’e’, sicche’ io possa vendicarmi!”
“Ai bordi del bosco valla a cercare
e questo strano frutto in regalo le dovrai portare.”
Cosi’ la Regina partì un bel mattino
sotto mentite spoglie di un pusher marocchino
e giunse poco dopo alla casina
portando in tasca una siringa piena di stricnina.
“Benvenuto amico mio, posso darti una mano?”
disse Spaccianeve quando vide l’Africano,
“gradisci un chilom, un trip, un caffè con la panna?”
aggiunse poi, rollandosi una canna.
“Gara Sbaggianeve, di ringrazio dell’invido
e g’hai gulo ghe sdasera sono brobrio ben fornido!
Gosa ne digi di farmi endrare
gosi’ questa bella bera gi bossiamo sbarare?”
Spaccianeve accetto’ volentieri la proposta,
senza neanche immaginare la malvagita’ nascosta,
ma poco dopo cadde riversa sulla schiena
con l’ago ancora piantato nella vena.
Ora la Regina, tornata normale,
quella sventurata si mise a sbeffegiare:
“Guardati, Spaccianeve, sei ridotta ad uno straccio,
ed ho di nuovo io il monopolio dello spaccio!
Vedi cosa succede alle persone golose?
Chi troppo vuole alla fine si ritrova in overdose!”
Immaginate voi lo strazio e la disperazione
che colse i nasetti di ritorno dalla piantagione,
il primo di essi aprendo la porta
la vide distesa che sembrava morta:
“Oh, Spaccianeve, dicci chi e’ stata
chi ti ha venduto roba tagliata!
Come faremo noi la mattina
senza la magica polverina?”
E rimasero a fissare quel corpo inerte
che aveva le gambe tutte scoperte:
“Certo pero’ che e’ proprio carina!”
sussurro’ Sniffolo con la sua vocina,
rispose Rollo “Che vuoi che ti dica,
e’ sempre stata un gran pezzo di ****,
ma adesso che e’ in coma non sente niente,
potremmo farcela tranquillamente!”
Cosi’ si disposero in fila indiana
davanti all’ingresso di quella tana,
entrando a turno per pochi minuti,
finche’ tutti quanti non furon venuti.,
quindi riposero quel corpo giallo
dentro una bara di puro cristallo
e dopo un viaggio di pochi minuti
la scaricarono in mezzo ai rifiuti.
Da quel di’ vissero nella disperazione
trascurando persino la piantagione,
e diedero fondo con ritmi indecenti
alle riserve di stupefacenti.
Era da tempo finita la scorta
quando qualcuno busso’ alla porta,
e di chi era quel tocco lieve?
Ma che domande, di Spaccianeve!
L’accolsero tutti con entusiasmo,
addirittura sfiorando l’orgasmo,
quindi le chiesero come si chiamava
quel tipo strano che l’accompagnava.
“Cari Nasetti, prestate attenzione,
e’ a lui che devo la resurrezione,
e’ dolce come il miele, tenero come il burro
ed il suo nome è Principe Buzzurro!”
Costui era un tipo un casino alternativo,
capelli lunghi, la barba, lo sguardo primitivo,
i jeans unti e strappati, portava un grosso anello,
gli puzzavan le ascelle, fumava lo spinello,
e quando i sette Nasi gli chiesero una spiegazione
lui rispose cosi’, grattandosi il panzone:
“A nase’, cioe’, io stavo a rovista’ n’a monnezza
quando d’un tratto te vedo ‘sta bellezza,
stava ferma, distesa, tutta sbracata,
e che dovevo fa’, io m’a so’ chiavata!”
“E lei – chiesero stupiti i Nasi – si e’ svegliata?”
“No, pero’ la voja mica m’era passata,
e lei stava sempre la, dentro ‘sta scatola de vetro,
aho, io l’ho ggirata, m’a so’ fatta pure dietro!”
“Ed a a quel punto – insistettero i Nasi – che lei si è risvegliata?”
“Manco pe’ gnente, pero’ la voja io me l’era levata.
Me ne stavo a anna’, abbonandome i carzoni
quando questa caccia n’urlo – mi cojoni!
‘A more’ – me dice – pe’ tutta ‘sta trafila
vedi un po’ de cala’ na bbella centomila!”
E siccome che ‘sta cifra nu je la potevo da’
m’ha chiesto de seguirla, ed ora eccoce qua!”
E da quel giorno vissero ai margini del bosco
Spaccianeve, i sette Nasi, con in piu’ quel tipo losco,
ripresero a coltivare, e tutto andava bene
anche perche’ avevano le narici sempre piene,
mentre invece la Regina, travolta dall’egoismo
si era data addirittura all’alcoolismo.
“Tutto e’ bene cio’ che ti fa star bene”, dice il saggio
e a volte ne basta appena un assaggio.
Ma… lunga la pista, stretta la via,
occhio che arriva la Polizia!!!

Il mito della monogamia. Animali e uomini (in)fedeli

In questo libro David Barash e Judith Lipton fanno a pezzi l’ideale della monogamia sulla base delle molte evidenze che provengono dalle scienze dell’uomo ma anche dalle ricerche di zoologia comparata. Proprio nelle specie animali abitualmente ritenute monogamiche lo scambio dei partner è la regola, non l’eccezione. Ma allora, se la poligamia è la norma e la monogamia quasi un’aberrazione, com’è che grandi tradizioni e culture hanno potuto sviluppare questa bizzarra tendenza? Com’è che sofisticate filosofie hanno potuto presentare come “naturale” l’unicità del partner sessuale? Tra natura e cultura la sfida è ancora aperta.

“È un basilisco per i miei occhi e m’uccide se lo guardo”: così Shakespeare, nel Cimbelino , fa dire a Postumo, in preda a una violenta angoscia di fronte alla prova dell’adulterio della moglie. Perché l’essere umano è così geloso? Risponde Dumas figlio: “Le catene del matrimonio sono così pesanti che ci vogliono due persone per portarle, qualche volta tre”. Ironia a parte, perché tutto questo? Perché la gelosia? Perché il tradimento? Anzi, capovolgendo la prospettiva: perché il matrimonio, o monogamia che dir si voglia? In effetti si tratta di un’istituzione, o meglio di un sistema riproduttivo, la cui stessa esistenza non è affatto scontata. Che la monogamia non fosse la regola nel regno animale lo si sapeva già, ma è soltanto da pochi anni che le ricerche di etologia e biologia evoluzionistica, grazie a nuove tecniche di indagine molecolare, hanno cominciato a sollevare il velo sotto cui si celerebbe la virtuale assenza di monogamia persino in quelle specie (soprattutto uccelli, come la rondine, la tortora o la cornacchia) che, ritenute strettamente monogame, ne erano nel frattempo diventate veri e propri testimonial.

La nuova minaccia allo statu quo non proviene cioè dalle “strutture a harem”, dalle organizzazioni sociali di specie che hanno istituzionalizzato la poligamia o addirittura la più totale promiscuità, facendosi platealmente beffe fin dal principio dei nostri meschini moralismi. È proprio dietro la facciata della monogamia sociale – ovvero dietro le tante coppie “istituzionali”, apparentemente fedeli, in certi casi fino alla morte – e lontano dagli occhi “l’uno dell’altra” che si nasconde invece la sorpresa più grossa: l’insistente e capillare diffusione delle cosiddette Cec, le copulazioni “extraconiugali”, le vere protagoniste di un libro che, contandole, stimandole, osservandole ma soprattutto deducendole, ci rivela la lampante, conclamata realtà di un’onnipresente poligamia di fatto. Deducendole perché nella stragrande maggioranza dei casi gli stessi ricercatori non se ne sono accorti fino a quando la possibilità di prelevare le cosiddette impronte genetiche non ha dischiuso loro nuovi orizzonti, o meglio nuove uova, visto che si è scoperto che anche nel nido della più fedele e casta mogliettina giacciono uova il cui Dna non coincide affatto con quello del partner “marito”.

Poligamia come poliginia, ma anche come poliandria: una distinzione importante poiché, se è vero che le nuove ricerche sferrano un brutto colpo al mito della fedeltà in generale, un dato altrettanto notevole è quello che ci obbliga a restituire tutta la sua millenaria (e dunque vincente, evoluzionisticamente parlando) dignità alla parità dei sessi. Già negli anni settanta, con i fondamentali lavori del noto evoluzionista Robert L. Trivers, si era capito (posto che ce ne fosse bisogno) che per un maschio la strategia vincente è quella cosiddetta “mista”: la sicurezza di una famiglia “istituzionale” affiancata dal più facile e poco dispendioso “volar di fiore in fiore”, che alla trasmissione dei “geni egoisti” può dare molto, togliendo quasi niente. Le nuove ricerche non fanno che aggiungere nomi (per quanto insospettabili) all’elenco delle specie in cui tale abitudine sarebbe stata per così dire smascherata. Ed è vero che i differenti ruoli riproduttivi del maschio e della femmina sembrano portare i primi a inseguire “spensieratamente” la quantità e le seconde a badare maggiormente alla qualità: tant’è vero che è di solito la femmina a godere del “privilegio” di operare un’accurata selezione tra i maschi variopinti e galanti che gareggiano azzuffandosi per lei, e a compiere infine la cosiddetta “scelta sessuale”, preludio certo a un festoso accoppiamento. Ma anche la ricerca della qualità passa spesso per la quantità, ed è così che il “disdicevole” comportamento del gentil sesso assurge agli onori della cronaca.

La verità è che, al di là dei tutto sommato rari casi di poliandria sociale istituzionale (si pensi al sistema sociale degli strani uccelli jacana, dove tanti piccoli maschi subordinati si prendono cura di un nido ciascuno all’interno del territorio di un’unica “sultana”, ben più grossa di loro e molto più aggressiva), le femmine non sembrano aver nulla da invidiare ai maschi in fatto di ricerca, pratica, “sfruttamento” e (soprattutto) dissimulazione delle famigerate Cec. Seguendo una complessa serie di coordinate, e guardandosi bene dal farsi scoprire dal loro partner (intento, del resto, in attività del tutto paragonabili), le femmine della stragrande maggioranza delle specie animali non cessano mai – a quanto pare – di dedicarsi all’accurata selezione del maschio “migliore”. Anche dopo aver messo su famiglia, se poco poco vedono passare un individuo molto attraente (e dunque, in linea di principio – ma naturalmente si parla di principi inscritti nel Dna – molto adatto a garantire protezione, cibo, cure parentali e soprattutto ottimi geni che rendano la prole maggiormente adatta a sopravvivere) in un momento in cui il loro partner ufficiale è fuori “a caccia” (di cibo o di amanti che sia), esse non disdegnano affatto di mostrarsi carine con lui (anzi, spesso e volentieri sono proprio loro a darsi da fare: le scimpanzé si allontanano dal gruppo penetrando nel folto della boscaglia, sfuggendo in tal modo anche agli occhi dei ricercatori, che a quanto sembra non sono ancora riusciti a coglierne una sul fatto). Specialmente – come hanno mostrato recenti e mirati esperimenti – se lo sconosciuto è non soltanto attraente, ma più attraente del “marito”. Un’eco evolutiva del termine “irresistibile”: se a volte fanno resistenza, potrebbe trattarsi semplicemente di una strategia che finisce per farle vantaggiosamente cedere al maschio più “irresistibile”, che per forza di cose (oltre che di muscoli) è il migliore. Dalle Cec le femmine otterrebbero la fondamentale possibilità di “ripensarci”, qualora si profili l’occasione di accoppiarsi con un nuovo partner di migliore qualità (incontrato troppo tardi per “fare sul serio”, o magari irrimediabilmente “sposato” con un’altra), nonché una serie di benefici secondari ma non irrilevanti offerti dall’amante di turno (tra i quali, nel caso per esempio della scimpanzé, la “prevenzione” dell’infanticidio praticato da maschi di altri branchi: a scoraggiarli basta infatti un pur vago sospetto di paternità).

Certo, un testo che propone questi temi può facilmente scivolare nel redigere leggi morali “naturali” per la specie umana, rischiando di incappare nell’antropomorfizzazione degli animali e nella “animalizzazione” dell’uomo. Del resto la divulgazione delle nuove scoperte è quasi invariabilmente accompagnata da tanto entusiastiche quanto frettolose semplificazioni. Se è difficile tenersi lontani da simili tentazioni, gli autori (coppia di lunga data, apparentemente monogama) per lo meno ci avvertono del pericolo. E lo fanno più di una volta quando decidono di “raccontarci i particolari”.

Tutto quanto accade tra gli animali sarebbe reso possibile dal controintuitivo principio del “vantaggio dell’ultimo”: il maschio i cui spermatozoi raggiungono per ultimi la cloaca della femmina è quello che – semplicemente spo(de)stando i prodotti sessuali dei suoi predecessori – ha maggiori probabilità di fecondarne le uova. Quando il gioco si fa duro, in prossimità della “porta”, occorre infatti spostarsi sul nuovo e sdrucciolevole terreno della cosiddetta sperm competition , la competizione tra gli spermatozoi che sono già riusciti a penetrare nell’apparato riproduttivo femminile, illudendosi forse di aver raggiunto la meta. Alla “scelta sessuale” classica seguirebbe la “scelta criptica”, rappresentata dalle strategie con le quali la femmina facilita la fecondazione delle sue uova ad alcuni spermatozoi rispetto ad altri. È per questo che gli apparati riproduttivi sono spesso anfratti convoluti e superaccidentati, all’interno dei quali un’elevata acidità del pH, legioni di leucociti, barriere irsute di anticorpi, e chi più ne ha più ne metta, rendono letteralmente la vita impossibile all’esercito dei piccoli conquistatori che – al grido di “vinca il migliore” – si lanciano alla volta delle uova, trofeo sempre lontano e ben nascosto (e qui un certo vantaggio lo conferisce in effetti un pene lungo, in grado di deporre gli spermatozoi il più vicino possibile alla cervice).

Tra maschi e femmine sembrerebbe in atto un autentico conflitto, ma in realtà si tratta di una sfida infinita, continuamente rilanciata e mai vinta. Del resto, per tornare alla parità dei sessi, la sopravvivenza stessa di una specie non può che reggersi su quella che il biologo van Valen ha chiamato “l’ipotesi della Regina Rossa” – in omaggio al paese delle meraviglie di Louis Carroll, in cui la regina spiegava ad Alice che, essendo il mondo in movimento, occorreva correre semplicemente per rimanere nello stesso posto. I conflitti che esplodono tra i due sessi nella corsa alla trasmissione dei propri geni non possono infatti avere altro esito che una serie di adattamenti e contro-adattamenti, in cui per definizione – come si dice, it takes two to tango — nessuno dei due può vincere a spese dell’altro. I duellanti si sfidano sempre ad armi pari, ma, proprio grazie alla sfida evolutiva, le armi si fanno sempre più efficaci e specializzate.

E infatti apprendiamo che, di fronte all’immane impresa, i maschi non se ne stanno con le mani in mano. Non si limitano a competere strenuamente per avere accesso alle femmine, né a sorvegliarle strettamente e ad abbandonarle se colte in flagranza di adulterio. È ben oltre che devono arrivare, se vogliono davvero aggiungere “tacche alla pistola”. Ecco perché “in molti animali (e particolarmente negli insetti) il pene non è solo un condotto per lo sperma: è anche, a seconda dei casi, un raschietto, una sgorbia, un punteruolo, un cavatappi, un vero coltello dell’esercito svizzero pieno di gadget e accessori, atti a togliere il seme di tutti i maschi precedenti”. Se le piovre pigmee possiedono all’uopo un tentacolo specializzato, gli squali fanno alle loro compagne una sorta di “doccia precoitale”, grazie a un “rimarchevole pene a doppia canna”, una delle quali contiene un idrante ad alta pressione che rimuove il liquido depositato dai rivali! E se alcuni “spermatozoi kamikaze” (con coda a serpentina) parrebbero specializzati non per la fecondazione ma per il combattimento corpo a corpo con i loro simili, nello sperma di alcuni animali è contenuta una vera e propria sostanza spermicida: il moscerino della frutta ne utilizza una che si rivela addirittura “subletale” per la femmina che la riceve, raggiungendo così il duplice scopo di mettere fuori combattimento con un sol colpo sia gli spermatozoi dei rivali sia l’ardimentosità sessuale della poveretta, che, viva per miracolo, ci penserà due volte prima di guardare un altro moscerino. Per non parlare della “paternità per delega” delle cimici dei pipistrelli delle caverne, che iniettano lo sperma direttamente nei rivali perché essi (in cambio di calorie) lo trasferiscano nelle femmine con cui si accoppieranno.

L’infedeltà diffusa getta una nuova luce su diversi importanti costrutti sociobiologici ed etologici, ridimensionando per esempio l’importanza delle teorie che spiegavano il fenomeno degli “zii” aiutanti al nido per mezzo della selezione di parentela: più che di un “altruismo” motivato dalla condivisione di parte del patrimonio genetico, potrebbe trattarsi di un vero e proprio investimento genitoriale in seguito a Cec occasionali. Anche il fenomeno del parassitismo di covata (classico è quello del cucùlo) potrebbe prendere nuovi contorni e rappresentare al più un semiparassitismo se si pensa che in molti casi l’uovo che la femmina mette alla chetichella nel nido di un’altra per liberarsi del fardello della cova potrebbe essere stato fecondato proprio dal marito adultero della padrona di casa. Ipotesi, però, tutta da convalidare.

Tale è la mole di dati che al lettore diventa ben presto evidente che “è già notevole il solo fatto che (la monogamia) esista”, e occorre dunque paradossalmente domandarsi perché. Fra tante ipotesi, l’unica certezza è che, al di là di una valenza di scelta di comodo (poco rischiosa e poco impegnativa) oppure obbligata (in mancanza di alternative), la monogamia (passando a quanto pare per il tallonamento stretto della partner e dunque per la certezza della paternità) ha un’importanza davvero capitale per l’allevamento dei piccoli. Non è un caso che essa si sia evoluta principalmente negli uccelli, i cui pulcini hanno un metabolismo talmente rapido da rendere necessario l’approvvigionamento continuo di grosse quantità di cibo e dunque la collaborazione dei due genitori; e nell’uomo, mammifero che, pur allattando e non avendo dunque bisogno in linea di principio di cure biparentali, mette al mondo una prole spiccatamente inetta e destinata a rimanere per lungo tempo notevolmente dipendente e bisognosa di cure.

L’ Homo sapiens sarebbe dunque “il più ‘uccellesco’ dei primati”. Se da un lato la sua storia evolutiva di primate gli rimanda insistenti eco di poliginia, dall’altro la sua “somiglianza” agli uccelli parla di dedizione assoluta alle Cec. Dal canto loro, una serie di indizi provenienti dalla nostra anatomia e fisiologia – primi tra tutti il dimorfismo e il bimaturismo sessuale, ma si parla anche di tratti psicologici e comportamentali, come la gelosia, nonché delle tanto discusse “dimensioni” – sembrerebbero inchiodarci all’evidenza che la monogamia è per noi, evoluzionisticamente parlando, un vero scoop. Nulla insomma avrebbe fatto pensare che essa sarebbe diventata uno dei pilastri della società occidentale. Ma, allora, come è potuto accadere? Tra le ipotesi più accreditate vi è quella che, partendo da Rousseau e passando addirittura per Engels, mette in relazione l’evoluzione della monogamia con quella della proprietà privata. D’altro canto è evidente che, se confrontato con la promiscuità e con la poliginia (sistemi entrambi basati su un principio del tipo libero mercato), il sistema monogamico incarna un ideale di egualitarismo e di democrazia, in cui a tutti (persino ai meno “adatti”) sia permesso avere una femmina e riprodursi. Tutti i nostri problemi di coppia potrebbero persino derivare dalla rivoluzione industriale, e in particolare dall’astuzia dei primi capitani d’industria che, ricchi e potenti e dunque minacciati dalle masse, avrebbero trovato una soluzione del tipo panem et circenses : si sarebbero assicurati l’appoggio degli “oi polloi” concedendogli una donna ciascuno.

Questo per quanto riguarda la monogamia sociale, istituzionale. Con un misto di umana ironia e di scientifico realismo, gli autori dichiarano che sessualmente o geneticamente “monogami gli uomini possono esserlo, ma è cosa insolita e difficile”. E non c’era bisogno di dirlo. Per il resto, il capitolo finale a noi umani dedicato è (per fortuna) tutto un rincorrersi di ipotesi, dubbi e boutades sul nostro elusivo comportamento sessuale. In merito alla questione umana non si può certo riposare su “animalesche” certezze, e se si è tentati di trarre qualche generica conclusione (soprattutto grazie alla generosa collaborazione di volenterosi soggetti sperimentali che si sono prestati a ogni genere di misurazione e questionario), la porta va comunque lasciata giudiziosamente aperta: benché forse, da un altro punto di vista, essa sia addirittura più “aperta” di prima. Qualche “scampolo”, da prendere più o meno sul serio: l’eccitazione che nasce dalla pornografia o dall’ultima moda di organizzare incontri in cui il marito possa vedere la moglie “in azione” con un altro deriva forse dal bisogno di correre a copulare con la traditrice per essere l’ultimo a inseminarla? E la prescrizione della verginità fino al matrimonio non sarà nata per garantire all’uomo l’assenza di rivali pregressi?

Né sono ancora risolti quelli che gli autori chiamano i “misteri della sessualità femminile”. La sincronia mestruale potrebbe essere “un’antica reazione preistorica di adattamento alla poliginia dei primati”, che serviva a ostacolare i maschi che avrebbero voluto fecondare con comodo più femmine. E ancora: è dall’ovulazione nascosta che deriva la monogamia o viceversa? È per lasciargli la possibilità di fare una scappatella di tanto in tanto che le femmine hanno smesso di segnalare al loro “padrone” il proprio periodo fertile? O invece costui si è messo a controllarle dappresso per l’intero ciclo ovulatorio proprio perché non aveva più questa certezza? Nella nostra specie, l’esistenza stessa della competizione tra spermatozoi è ancora una pura e semplice congettura, ma c’è già chi avanza l’ipotesi della strategia che si potrebbe definire del “riflusso differenziato”, mediante la quale le donne, alzandosi in piedi più o meno velocemente dopo un rapporto, potrebbero “scegliere” quanto sperma ritenere a seconda del “valore” del partner con cui si sono intrattenute. E se scoprissimo un giorno che, come i babbuini, le femmine gridano durante l’orgasmo allo scopo di attirare altri maschi e innescare tra loro una competizione che garantisca loro il migliore? E pensare che gli uomini hanno sempre scambiato i gridolini femminili per il riconoscimento definitivo dell’inarrivabile livello della loro performance, e dunque della loro indiscutibile desiderabilità…

Nell’attesa di qualche risposta possiamo rileggere Proust e ringraziare gli incredibili adattamenti di cui è capace l’animo umano: è proprio dell’amore “farci allo stesso tempo più sospettosi e più crudeli, farci sospettare dell’amato più prontamente di quanto sospetteremmo di chiunque altro, ed essere convinti più facilmente dei suoi dinieghi”. Ma soprattutto dovremo cambiare atteggiamento verso i pipistrelli, che rappresentano una delle dodici specie di mammiferi su quattromila (sic!) a resistere, per adesso, eroicamente al crollo dell’impero della fedeltà. Alla bisogna ci si può addirittura rivolgere a quel verme platelminto (un parassita dei pesci) in cui maschio e femmina accoppiandosi si fondono letteralmente, diventando per l’eternità quella “cosa sola” cui la maggior parte degli umani innamorati ritengono di anelare, e praticando una forma di monogamia estrema, in cui la radicale negazione dell’alterità rimanda da un lato al platonico mito dell’androginia e dall’altro a una perversione di gran lunga più sfrontata della più sfrenata poligamia. In ogni caso, lungo la strada, è ora di liberarsi una volta per tutte di un altro mito, quello del paradiso perduto dello “stato di natura”: anche nel regno animale esisterebbe, per esempio tra i placidi germani reali, la coercizione sessuale, e giungerebbe fino allo “stupro”, con tanto di ferite o di morte per annegamento della vittima. È considerata una “tecnica per maschi perdenti”, ma è difficile immaginare un maschio vincente se si pensa che, per via del famoso vantaggio dell’ultimo, capita che il compagno della poveretta, sia pure dopo aver tentato invano di difenderla, si affretti a “violentarla” a sua volta.

Insomma: il testo propone tesi accattivanti, a volte saporitamente condite di elementi antropologici, storici e letterali: ma una certa faziosità divulgativa – a tratti più marcata – non può sfuggire al lettore specialista.

                                                                                       

                                                                        

Cristina Bigazzi frequenta le pagine delle Lettere al Direttore di Arezzo Notizie.  Si è sempre contraddistinta per la sua vena provocatoria, mettendo a nudo con il suo sarcasmo, a tratti feroce, a tratti esilarante, “il benpensante”, ovvero chi predica bene e razzola male

In quanto “malpensante”, mi sembra doveroso riportare tutto l’intervento, che appoggio in pieno… 

Paion novelle. Ovvero: la paura fa novanta

E non si tratta di paura del buio, o di paura dei topi, o di paura delle malattie. Si tratta di paura di constatare che le proprie idee possono essere messe in discussione. Ricordo molto bene le lunghe, estenuanti battaglie condotte dalla chiesa contro il divorzio e contro l’aborto, e ricordo che quelle lunghe, estenuanti battaglie hanno provocato chiusure, distacchi, allontanamenti, proprio come sta facendo ora la battaglia contro i Di.Co. o Pacs o come diavolo vogliamo chiamarli. Non è impedendo di fare una legge apposita che le convivenze scompaiono. Non è con i giochetti stile Ruini e Andreotti che si dimostra la presunta superiorità del matrimonio “regolare”, della famiglia “regolare”.

Non è impedendo agli altri di esporre le loro idee che dimostro che le mie idee sono superiori. Non è negando agli altri di vivere a modo loro, che dimostro la perfezione del mio modo di vivere.

Sono credente, mi sono sposata in chiesa trentadue anni fa, rifarei tutto proprio come allora (spero anche mio marito, altrimenti sono nei guai!), ma questo dimostra solo che PER ME quello era il modo giusto. E che sono stata fortunata, perché se avessi avuto bisogno di andare per la mia strada, la chiesa sarebbe stata lì col fucile spianato a spiegarmi che no, non si fa, l’uomo è lì, creato da Dio giusto giusto per soffrire pene indicibili per malattie incurabili, per rapporti familiari disastrati, per un amore che non si puo’ vivere perché non “a norma”, magari ringraziando il cielo di poter soffrire per la maggior gloria di Dio.

La chiesa sta lì a dirci che non celebra il funerale religioso per un uomo che ha sofferto tanto da desiderare spasmodicamente di morire.

E questo suo desiderio la chiesa lo interpreta come peccato. Peccato imperdonabile, tanto imperdonabile che neanche l’immensa misericordia di Dio, che pure la chiesa predica, ce la fa a perdonarlo. E dunque, la chiesa ci dice che il peccato è più forte di Dio!

Ci dice che gli omosessuali (ma intendiamoci bene, mica solo loro, i Di.Co. riguardano tante tipologie) non hanno diritti uguali agli altri: perché sono peccatori. Conosco omosessuali che sono degnissime persone e persone “normali” che non sono degne per nulla. E soprattutto, perché dovrei sentire che il mio matrimonio “regolare” è messo in pericolo da una Dichiarazione di Convivenza?

Ma la chiesa ci insegna il pregiudizio. E insegna che esporre apertamente il proprio punto di vista è possibile in tutto il resto del mondo, ma non in Italia, roccaforte del suo potere temporale. E insegna che qui da noi essere proni ai dictat della chiesa è indispensabile per salvare la propria anima. Poi si può essere disonesti, intrallazzatori, si può sfruttare il nostro prossimo, si possono evadere le tasse, si possono avere collusioni con la mafia (Andreotti non è mai stato assolto con formula piena, non ce lo scordiamo, ma sempre con escamotages legali, però la chiesa si serve di lui per imporre i suoi desiderata, e si serve per lo stesso scopo di Berlusconi e Casini, entrambi divorziati, e quindi entrambi dal suo punto di vista conviventi, ma tanto buoni!); l’importante è credere ai dogmi, inventati dalla chiesa per non dover spiegare le sue imposizioni.

Importante è obbedire (e magari credere e combattere, come diceva un figuro di ben triste memoria?). Conta più l’ossequio alle norme di quanto conti la vita delle persone, soprattutto se le norme le fanno Ruini o Benedetto XVI, spacciandole poi per leggi divine.

Alla faccia di Nostro Signore che diceva “amatevi gli uni gli altri” e “la vostra gioia sia piena”.

Cristina Bigazzi

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