Category: Gioventù


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Contatti digitali

Conversazione via Facebook Email nell’Era della Digitalizzazione, della Globalizzazione ed

Internettizzazione dell’Esistenza 

Ragazzi anormali si scrivono a distanza…

di Irene Ramponi

Una ragazza italiana migrante in Olanda scrive all’amico lontano, in risposta alla piccola email che l’amico stesso le ha appena mandato. Nella sua lettera ci fornisce il suo punto di vista sulla vita nel Nord Europa, in Germania ed Olanda in particolare, ci da’ uno spaccato della sua vita di migrante alla ricerca di se’ stessa, in un viaggio senza vento…e senza Tempo (cit. Timoria, Viaggio Senza Vento, Polygram, Giugno/Luglio 1993). Qui ne viene presentato uno stralcio veloce.

“Le medicine tradizionali sono efficaci, certo, ma sempre robaccia chimica rimangono, che costa cara e serve molto ad arricchire le multinazionali farmaceutiche…Ecco perche’ apprezzo quei medici che si rifiutano categoricamente di prescrivere farmaci allopatici come caramelle! […]. Ora vivo sulla linea di confine tra Olanda e Germania, quindi ho tutto il meglio da entrambe le parti: Birra e Cibo dalla Germania, qualita’ a buon prezzo, divertimenti a non finire, stile di vita libero e piu’ rilassato, piu’ sussidi dallo stato se sei disoccupato, artista, creativo, nullatenente, proletario, sottopagato o semplicemente disperato…Qui i senza tetto non esistono perche’ ognuno ha IL FOTTUTO SACROSANTO DIRITTO AD AVERE UNA CAZZO DI CASA!!! Un cazzo di posto dove stare che non sia sotto i ponti…[…]. Ma ovviamente ci sono severi canoni di meritocrazia, mica la danno a tutti, la casa intendo…Nonostante quasi tutti lavorino e la disoccupazione sia irrilevante, il tenore di vita e’ ottimo, la gente e’ rilassata,  fa festa tutte le sere, senza limiti di orario o scuse tipo che deve andare a letto presto perche’ il giorno dopo deve lavorare…[…]. Qui trovi gente di tutti i tipi, tutta simpaticissima:dai punkettoni old school, agli hardcore warriors, dai techno addicted ai metallari, dai red skin che legnano i nazi, quasi nessun hausettaro…Ma anche molti vecchietti comunicativi con tutore, come mio nonno potrebbe essere, qualche impiegatuccio e, come direste voi, per chi NE VUOLE, ce n’e’ davvero per tutti i gusti…No proibizionismo!!!  E soprattutto, non c’e’ il fottuto Vaticano in casa a rompere i coglioni…

Insomma, Paradies Land o Fantasylandia, che dir si voglia…Io collaboro all’allestimento di mostre, studio e miglioro il tedesco e l’inglese, faccio lavoretti di arti minori che poi vendero’ in qualche mercatino, dipingo quadri, scrivo, leggo, giro per mostre e citta’…Insomma, una bella vita, quella che ho sempre sognato…E per tutto questo devo ringraziare il mio ragazzo, tedesco purosangue, che ho conosciuto al matrimonio di mio cugino; praticamente mio cugino di sangue ha sposato la sorella del mio ragazzo, e noi due ci siamo conosciuti al pranzo di matrimonio, agli inizi di maggio…Abbiamo conversato un po’, e poi, siamo rimasti in contatto via Internet…Lui poi e’ tornato in Italia a trovarmi, abbiamo passato del tempo insieme…Intanto il mio lavoro in casa editrice andava a rotoli, ed ero sull’orlo di una crisi di nervi…Ho cosi’ deciso di cercare lavoro in Germania, in Renania Vestfalia, parte Nord Ovest della Germania, in cui le piu’ grandi citta’ sono Dusseldorf, Colonia, Aachen, ed, in seconda battuta, Duisburg (dove hanno fatto la Love Parade del 2010, dove e’ morta tutta quella gente…). Beh, insomma, io stavo a Duisburg, come ragazza alla pari, dovevo curare quattro mocciosi terribili, due gemelli iperattivi e psicotici, e due ragazzine isteriche e con disturbi alimentari…Ok, avevo una stanza tutta per me, dove pero’ non mi era permesso bere e fumare…Assolutamente peggio della Colonia Ticino, dove almeno ci divertivamo… I miei “carcerieri”, ovvero la famiglia per cui lavoravo e facevo da babysitter, era composta da una donna rossocappelluta, con testa di medusa, bocca di vipera, occhi verdi da Maga Circe, nana e totalmente incapace come mamma, quindi, totalmente esaurita, nevrotica, isterica, iperattiva, la classica impiegatucola borghese, che si lamenta perche’ il marito non porta a casa abbastanza soldi; come se non bastassero quelli che guadagna gia’ come avvocato penalista…Fai un po’ te…Il marito incarnava il tipico tipo di uomo di destra, rosso, obeso e rubicondo, perennemente a dieta, senza mai perdere peso e, obbligato dall moglie, non poteva bere…E la moglie non gliela dava…Insomma, mi sono messa in un bel casino!!! Il mio ragazzo ha fatto di tutto per portarmi a vivere con lui al confine tra Olanda e Germania…Ho resistito tre mesi, di cui 2 senza essere pagata…Si’, pagata ma con le mazzate ricevute dai gemelli e a suon di umiliazioni e prese per il culo dalla quella puttanazza della madre di casa, Susanne, ho deciso di mandarli affanculo, o meglio, il mio organismo ha ceduto e mi hanno ricoverata in ospedale una mezza giornata, sotto valium o non so quale altro tranquillante…Nella lettera di dimissioni, hanno scritto che quel lavoro non faceva per me, e che quindi dovevo rinunciarvi…Ho preso armi e bagagli ed ho levato le tende!!! Sono stata a Duisburg dalla meta’ di luglio ai primi di ottobre, da li’ in poi, mi sono trasferita a Kerkrade, in Olanda, a casa del mio ragazzo, proprio al confine con la Germania…Praticamente, solo attraversando la strada, sei gia’ in Germania! Pensa che noi andiamo a far la spesa a piedi…Abbiamo un appartamento di 4 locali, una specie di piccolo centro sociale/circolo arci/Bed&Breakfast all’occorrenza (solo per i turisti, per gli amici l’ospitalita’ e’ gratuita ovviamente!!! ), che e’ anche la nostra casa allo stesso tempo…Ci manca solo la fermata di Macondo Express all’ingresso e abbiamo tutto…Si’, vita molto punkabbestia, ma mi piace, quindi, me ne sbatto di cio’ che dice la gente e vivo meglio…Finalmente vivo per me stessa…Ovviamente con le difficolta’ economiche connesse, ma e’ il prezzo da pagare per la propria indipendenza e conseguente liberta’ di non dipendere da nessuno e di camminare sulle tue gambe, senza rimpianti, risentimenti e sensi di colpa verso parenti, amici, conoscenti ed ex…Ti diro’, sto da dio da quando ho mollato quel mollusco del mio ex, il musicista incompreso, il narcisista del cazzo che pensa di non valere una sega, che sa di non avere le palle, che ha paura di tutto…Ma di fronte agli amici ed ai compagni di merenda, beh, diventa la persona piu’ brillante, piu’ simpatica, piu’ compagnona del mondo…Bleah, che sbocco!!! Ne ho avuto la nausea…Come cazzo fai a convivere da un anno e mezzo e stare quattro mesi senza un minimo di affettivita’??? E senza una coccola, e senza nemmeno un semplice e fraterno abbraccio…Boh, io non lo so, ma tutti gli amici maschi con cui ne ho parlato mi hanno detto che non e’ fottutamente normale…E cosi’, l’ho mollato e sono stata meglio!!! Ovvio che lui mi ha rinfacciato un sacco di cose, nonche’ sparlato alle spalle, ma, detto sinceramente, fotte eminentemente sega…Beh, questa e’ la mia storia…Scusa se mi sono dilungata, ma era da un po’ che non ci sentivamo, quindi volevo spiegarti un po’ com’era andata, tutto qua…Dimmi che non hai impegni il 2 luglio 2013! :-D”.

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Kurt Cobain

Preferisco essere odiato per ciò che sono, piuttosto che essere amato per ciò che non sono.

Kurt Donald Cobain
(1967 – 1994)

L’hanno chiamata “la generazione degli orgogliosi perdenti”. Sbattuti lassù, in quel nordovest freddo e piovoso. Ma qualcuno si accorge di loro. Perché all’improvviso arrivano gli anni 90. A Seattle irrompe il grunge. E le camicie da montanari diventano cool anche nell’inflazionata California.

Il movimento sbalordisce tutto il mondo, ma non si fa in tempo a trattenerlo. È già morto. Come il suo involontario simbolo. Kurt Cobain, frontman dei Nirvana.
Cresciuto col Ritalin perché iperattivo (o forse semplicemente un bambino). Morto con una smisurata quantità di eroina Black Tar nelle vene. E una fucilata in faccia per curare il male di vivere.

Per qualche anno è stato il re Mida. Indiscusso leader di quel rock alternativo che aveva tanto bisogno di un nome. Lo trova Melody Maker: grunge, sporcizia. Nasce un FA, non più un semplice accordo, ma un simbolo. Nascono About A GirlSmells Like Teen SpiritLithiumRape Me.
Arrivano il successo e i riflettori, che mal si addicono alla depressione.

La macchina dello showbiz non aspetta, la casa discografica preme. Tra il ’91 e il ’93 i Nirvana sono in giro per il mondo. Le promozioni, i tour. Mentre Cobain vorrebbe essere rintanato nel proprio guscio, come le sue tartarughe.
Grunge is dead” scrive sulla sua maglietta. Ma nessuno lo ascolta. La folla è sempre in visibilio, Kurt sempre a un passo dall’ennesima overdose.
Il matrimonio con Courtney, la nascita di Francis Bean, la clinica. E il canto del cigno: Unplugged in New York. Tutto in un baleno.

Fino al silenzio. Per l’involontario portavoce di tutta una generazione.
I Hate Myself And I Want To Die”

The Satin Dolls è un progetto musicale acustico che vede i suoi natali presso l’Accademia Musicale Città di Castellanza, dall’idea di Irene Ramponi, che recluta altre tre allieve della Scuola, con cui ha già cantato, e con cui nel frattempo è nata anche una bella amicizia, Gaia Galizia e Francesca Franciamore. Nel progetto viene poi coinvolta anche Alice Crespi, chitarrista jazz ed ex allieva dell’Accademia, la quale coinvolgerà anche Dario Cap, chitarrista acustico che già suona con lei in un altro progetto jazz, ma solo come special guest di un progetto nato per essere esclusivamente di sole donne.

Le Satin Dolls sono:

Irene Ramponi nasce a Milano l’8 febbraio 1983 e, fin dai primi anni di vita, mostra una buona propensione per la musica, oltre che un ottimo orecchio musicale e grandi capacità di ascolto. Già a due anni canta davanti a parenti e conoscenti, che notano la sua bravura; a tre anni è già capace di usare il giradischi, che diventa il suo compagno di giochi preferito.

La passione per la musica si accresce sempre più, anche grazie ai genitori che le fanno ascoltare di tutto, a patto che sia di prima scelta e di alta qualità (non a caso Irene cresce a pane e Beatles!); Irene inizia a cantare in un coro intorno ai 7 anni, e vi rimane fino agli 11. Continua ad ascoltare di tutto, soprattutto rock a 360 gradi (dal metal al grunge fino al punk rock, dal rock anni 60-70 al crossover, dal nu-metal al punk-hardcore…), ma inizia anche a prendere spunto dalle grandi cantautrici italiane, Elisa Toffoli in primis.

Continua la propria formazione canora da autodidatta per tutta la durata del Liceo e per i primi anni dell’Università (Irene si iscrive a Scienze dei Beni Culturali ad indirizzo artistico, in seguito prenderà una Laurea Magistrale in Storia e Critica dell’Arte, dal momento che le Arti Figurative, insieme alla Musica, sono la sua passione più grande); in seguito si iscrive all’Accademia Musicale Città di Castellanza ad un corso di Canto Moderno-Jazz, corso che frequenta ormai da quasi 5 anni. Capisce così la propria propensione per il Jazz (soprattutto per lo Swing), e per il blues (Irene si definisce una bluesgirl, dal momento che per lei il blues è la musica che maggiormente esprime le sue emozioni ed in cui riesce meglio ad immedesimarsi nel canto).

Nel frattempo, comincia a dar vita a diversi progetti musicali; un simil-tributo ad Elisa (Marzo-Giugno 2010), che dura pochi mesi, sperimentazioni varie con diverse band di svariati generi (hard rock, classic rock, pop rock, reggae), ed infine, la fondazione, insieme a due amici, degli Idols Of Fools (www.myspace.com/idolsoffools), il suo primo gruppo serio, che si ispira al genere del metal a cappella della band tedesca Van Canto (http://www.vancanto.de/). La band ha molti progetti, vengono così reclutati altri membri e si dà corpo a diversi pezzi, scritti ed arrangiati da Corrado Manenti, leader e principale fondatore della band. Purtroppo, per impegni vari di alcuni componenti, la band si scioglie, anche se Irene sta ancora lavorando con Corrado alla registrazione di un demo con tutti i pezzi della band, con l’obiettivo di farlo girare e di poter, un giorno, far rinascere il progetto dalle proprie ceneri.

Nell’estate del 2011, Irene entra a far parte degli Smoking Thompson, band rockabilly di quattro elementi, compresa lei, con cui fa due date; grande successo per la data all’Athmos Café di Milano (www.facebook.com/athmos.cafe); nonostante questo successo, Irene sente che quella non è la sua strada, dal momento che gli altri musicisti non sono interessati al blues, mentre lei, ovviamente, ha il sogno di buttarsi appieno in questo genere, padre del jazz e del rock. E così lascia la band e si butta a capofitto nei progetti della propria insegnante di canto Fiorella Zito (www.myspace.com/fiorellazito), che la fa cantare da solista, con l’accompagnamento del coro e degli strumenti degli allievi dell’Accademia, a concerti presso l’Auditorium della Scuola di Musica a Villa Pomini, Castellanza (http://www.castellanza.org/news/8/21/3523/; www.myspace.com/villapomini).

E’ un progetto di musica di insieme che tuttora va avanti con diverse esibizioni canore durante l’anno. Molto importante per Irene è l’annuale appuntamento con il concerto di Fine Anno Accademico; quest’anno è in cantiere un grande concerto di tutti gli allievi residenti a Castellanza presso il Teatro di Via Dante per il mese di giugno, oltre che una registrazione di un cd del coro Voice Box, di cui Irene fa parte.

Per farvi un’idea della sua voce, potete trovare alcuni video su Youtube a questi link:

http://www.youtube.com/watch?v=paZsPz86-jQ&list=UUoEK6VS9-HmBtJmsE0tRHsg&index=3&feature=plcp

http://www.youtube.com/watch?v=fYuwtNecEzI&list=UUoEK6VS9-HmBtJmsE0tRHsg&index=2&feature=plcp

http://www.youtube.com/watch?v=fYuwtNecEzI&list=UUoEK6VS9-HmBtJmsE0tRHsg&index=2&feature=plcp<http://www.youtube.com/watch?v=fYuwtNecEzI&list=UUoEK6VS9-HmBtJmsE0tRHsg&index=2&feature=plcp

http://www.youtube.com/watch?v=QD5BdZYlPfg&list=UUoEK6VS9-HmBtJmsE0tRHsg&index=1&feature=plcp

Dal blog di Irene (è una grande bloggatrice) sappiamo che “E’ amante del viaggio per la scoperta e la ricognizione di luoghi nuovi, e ama la musica, della quale  si occupa personalmente con l’organizzazione di concerti e festival musicali e praticandola in prima persona con lo studio del canto moderno e tramite alcuni progetti artistici. Ama scrivere a tempo perso, soprattutto recensioni di critica a mostre e concerti, ma anche poesie, e pensieri in libertà, idealista disincantata, crede ancora nella forza dei sogni per la propria realizzazione personale.” (https://irenotta.wordpress.com).

Gaia Galizia nasce nel Basso Varesotto/Alto Milanese che dir si voglia nel Novembre del 1992 e vive nella ridente cittadella di Castellanza. Con la musica, non ci azzecca subito, dal momento che il suo sogno, da piccola, era di fare l’illustratrice per bambini prima e la stilista poi. Capisce che la moda e l’arte sono la sua strada alla fine del Liceo Linguistico, quando si iscrive a Comunicazione e Didattica dell’Arte all’Accademia di Brera (è al primo anno). Si avvicina al canto all’età di 12 anni, quindi sono sette anni che studia moderno-jazz con Fiorella Zito all’Accademia Musicale di Castellanza. A livello musicale, molto di quello che ha imparato è stato proprio grazie alla sua insegnante; ne ha appreso i gusti musicali, le abilità tecniche e stilistiche. Il canto le ha permesso, passo dopo passo, di scoprire chi è e di costruirsi la propria identità…Se le chiediamo cosa pensa di se stessa, ci dice: “ Comunque sia, sono una cazzona.” . Scherzi a parte, nel gruppo si distingue per la sua voce molto spinta, potente e graffiante, una voce molto rock, che sa essere ruvida ma anche molto precisa. Ha altri progetti musicali ed una buona esperienza di palcoscenico. Insieme a Irene e Francesca, fa parte del coro Voice Box, dell’Accademia Musicale Città di Castellanza.

Francesca Franciamore ha diciotto anni e vive nel Basso Varesotto; frequenta l’Istituto Tecnico Commerciale E. Tosi di Busto Arsizio. Il canto è una passione che non si porta dietro da molti anni, anche se, a tempo perso, ha sempre cantato sotto la doccia sin da quando era piccina. Frequenta le lezioni di canto moderno-jazz all’Accademia di Castellanza con Fiorella Zito da circa un anno e mezzo. La sua prima esperienza di palco avviene ai concerti della Scuola. Ha una voce molto morbida, calda e carezzevole, dalle notevoli coloriture soul e black. Con Irene e Gaia, fa parte del coro Voice Box dell’Accademia Musicale Città di Castellanza.

Alice Crespi, la strumentista del gruppo, ha ventun anni, è nata e cresciuta a Busto Arsizio. Chitarrista classica di grande talento, si applica nello studio della chitarra da sei anni a questa parte. Suona in un altro progetto acustico, insieme all’ospite del gruppo, Dario, a cui abbiamo accennato prima. Studia Fisica all’Università degli Studi; la musica è la sua vita. La sua bravura, sia negli assoli che nell’accompagnamento, si nota fin dalle prime note; è un’artista dal tocco delicato e preciso, ma molto umile e modesta. Non ammetterà mai di essere una grande. Annualmente accompagna il coro Voice Box durante i concerti.

        

Non è il caso fare di tutta l’erba un fascio…E non è solo la “Stampa comunista, rossa e bolscevica” (ovviamente non sono parole mie…) ad ammetterlo…Menomale che anche in alcuni giornalisti di orientamento centro-destra rimane un po’ di buonsenso…Noi che c’eravamo sappiamo la verità…E sappiamo che Indignati non è sinonimo di teppisti violenti ma di gente che vuole esprimere pacificamente il proprio dissenso verso una politica mondiale ed un sistema economico che fanno acqua da tutte le parti…Forse siamo idealisti ma ci tentiamo ancora…

Da IL GIORNALE, 16 ottobre 2011

di Enrico Silvestri

È bastato un rapido tam tam in rete e tutti quelli che non avevano potuto andare a «indignarsi» a Roma, si sono ritrovati in piazza Affari. Un migliaio di persone che hanno poi dato vita a un breve corteo fino al Duomo, previo «sit-in» in Cordusio per bloccare il traffico, dove sono rimasti fino all’imbrunire ma senza incidenti, provocazioni, edifici imbrattati e lanci di oggetti verso la polizia. Niente a che vedere a quello che è successo l’altro giorno in città ma soprattutto ieri a Roma.
Una manifestazione nata con un semplice e quasi sommesso avviso sui siti antagonisti «Milano, ore 15 piazza Affari spontaneo assembramento ciclico» nel senso di bicicletta. E difatti verso le 3 del pomeriggio davanti a palazzo Mezzanotte si sono ritrovati in trenta, per lo più adulti. Nessuna divisa, solo Digos e Nucleo informativo dei carabinieri a tenerli d’occhio. E con il passare dei minuti, il numero ha preso a salire. Prima delle 15.30 erano già 150. Mentre in rete, su Faceboook e Twitter, iniziava il tam tam di richiamo. A cui inaspettatamente rispondevano in molti. Anche perché, contemporaneamente, in Duomo iniziavano a radunarsi altre decine di «indignados».
Un breve conciliabolo tra i due tronconi, poi il gruppo del Duomo decideva di marciare su piazza Affari. Dove continuano a convergere altre persone, a piedi o in bicicletta. E già verso le 16, davanti alla Borsa il manifestanti erano saliti a un migliaio. Tenuti d’occhio da un esiguo cordone di agenti, molti tirati fuori all’ultimo momento dai commissariati. Anche perché la protesta procedeva in maniera assai pacifica, senza momenti di particolare tensione. Solo slogan del tipo «Noi la crisi non la paghiamo» e improvvisati balletti attorno al «ditone» di Cattelan. A questo punto la piazza era ormai piena di una folla quanto mai eterogenea: molti adolescenti, ragazzi, studenti medi e universitari e, prima novità, signori e signore con i capelli pepe e sale. Tutti scesi in piazza, seconda novità, senza ordini né capi, ma decisamente in modo spontaneo. Tanto che solo all’ultimo momento qualcuno si è autoproclamato leader e ha iniziato a trattare un corteo con le forze dell’ordine.
Un breve conciliabolo concluso verso le 17 quando il serpentone ha iniziato a marciare verso il Duomo. Con una tappa intermedia a Cordusio, dove alcune centinaia di ragazzi si sono seduti a terra facendo impazzire il traffico. Solo una pausa, poi il corteo ha ripreso a marciare per sfociare sul sagrato della cattedrale per un secondo sit-in. Qualche minuto ancora, quindi in molti hanno iniziato a sfollare eccetto un gruppo di circa 400 «irriducili» rimasti a sfidare la temperatura autunnale. Solo all’imbrunire gli ultimi manifestanti hanno «mollato», concludendo una protesta una volta tanto pacifica, senza tensioni, insulti e lanci di pietre e bottiglie contro le forze dell’ordine.

I fatti del 15 ottobre 2011 a Roma hanno suscitato non poche opinioni, nonché polemiche, relative a determinate questioni, in particolare al dare un’etichetta precisa ai manifestanti pacifici, ma soprattutto ai facinorosi vestiti di nero (anarcoinsurrezionalisti, rivoluzionari, no global, anti-cops, ultras, autonomi sono alcuni dei nomi identificativi…).

Mi è capitato sotto il naso un articolo, curiosando per il web, tratto da La Padania del 14 ottobre 2011…Quasi una previsione di quello che sarebbe successo, ma con un’esasperazione di toni, un anacronismo ed un’analisi che mi è parsa, per molti versi, inopportuna e fuori tema (eclatante accomunare quarant’anni e ridurre a fattore comune, facendo di tutta l’erba un fascio, sessantottini e Movimento del Sessantotto e no global/No Tav, Indignati pacifici e teppisti estremisti…).

Eccovi qui l’articolo:

Sale la tensione in vista della manifestazione di domani a Roma che potrebbe sfociare in gravi scontri come un anno fa

di Andrea Accorsi

Si chiamino indignados, no global o sessantottini, la loro natura è sempre la stessa: violenta. Domani a Roma dicono di voler manifestare contro “Commissione europea, governi europei, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale, multinazionali e poteri forti” per contestare “il pagamento del debito, il pareggio del bilancio pubblico, gli interessi dei mercati finanziari, le privatizzazioni, i tagli alla spesa, la precarizzazione del lavoro e della vita”. Ma il loro vero obbiettivo da più di quarant’anni rimane quello di fare casino. E farne tanto di più quanto meno chiare sono le loro idee.
La “Giornata europea e internazionale di mobilitazione” in programma domani è solo l’ennesimo pretesto degli “indignados italiani” per tornare sul piede di guerra. Il prologo di mercoledì, con gli scontri che a Bologna hanno causato una dozzina di contusi tra forze dell’ordine e manifestanti e con l’“occupazione” di via Nazionale, sede della Banca d’Italia, a Roma, non promettono nulla di buono. Le preoccupazioni per l’ordine pubblico aumentano se si scorre l’elenco dei partecipanti al “Coordinamento 15 ottobre”, “luogo aperto di tanti e plurali attori sociali impegnati” eccetera, poco più sotto definito anche “luogo di convergenza organizzativa dei soggetti sociali impegnati” ecc. Ebbene, di tale coordinamento fanno parte, citiamo a random, Fgci, Giovani comunisti,l Popolo Viola, gli immancabili Arci, Federazione anarchica italiana, Atenei in Rivolta (sic), Cub, Cobas, Cgil, Legambiente, Sel, Pdci, Prc e pure i No Tav. Insomma, proprio una bella compagnia, alla quale potrebbero aggiungersi molti “cani sciolti” dei centri (a)sociali e i temutissimi black bloc.
Tutti insieme rabbiosamente – ne sono attesi almeno 150 mila – percorreranno le vie della capitale in più cortei, alcuni dei quali non autorizzati. Attraverso il web, oltre a raccogliersi, i manifestanti stanno studiando forme di protesta che metteranno a dura prova i dispositivi anti-disordini messi in campo dalle forze dell’ordine. Ad esempio, deviazioni improvvise dei cortei dai percorsi annunciati, blitz contro sedi di Enti e istituzioni, accampamenti in vie e piazze.
In quello allestito mercoledì sulle scale del Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale, vicino alla sede di Bankitalia, ieri sono rimasti in 60, distribuiti in 14 tende. «Abbiamo fatto un’assemblea di tutti i gruppi presenti e si è deciso di rimanere. La notte è passata tranquillamente. Saremo qui fino al 15 ottobre» annunciano i ragazzi che partecipano alla mobilitazione. Nel pomeriggio, sulle colonne del Palazzo hanno issato uno striscione con il drago simbolo della protesta e la scritta “Global change”. Una marcia lungo via Nazionale è stata subito fermata dai blindati e dai poliziotti in assetto antisommossa.
E siccome queste sono occasioni da non perdere, riecco l’ex europarlamentare Vittorio Agnoletto, ora direttore culturale di tale Ole (Otranto Legality Experience), forum internazionale su mafia e globalizzazione finanziaria. «La manifestazione di sabato – spiega Agnoletto – darà voce a un’indignazione e a una scontentezza diffusa che va oltre le parti politiche. La gente si rende conto di essere stata truffata. Alla manifestazione – sottolinea – ci sarà uno schieramento ampio, come in altre città del mondo, a rappresentare un atto d’accusa senza alcuna alternativa all’attuale sistema economico-finanziario e ai responsabili di questa crisi, ovvero le grandi operazioni di speculazioni finanziarie».
Il pensiero corre al 14 dicembre di un anno fa, quando la manifestazione degli studenti contro la riforma dell’università offrì l’occasione a frange di estremisti per provocare violenti scontri nel cuore di Roma, intorno ai palazzi del potere, con scene di guerriglia urbana e un bilancio finale di alcune decine di feriti. Un pessimo precedente, che fa salire alle stelle la tensione.

dalla “Padania” del 14.10.11

I miei genitori avevano 16-18 anni nel 68, hanno vissuto le lotte del Movimento, sempre pacifiche ed intrise del mito della non-violenza per cambiare il mondo, hanno combattuto costruttivamente delle battaglie che hanno portato ad un risultato, non certo per devastare o “fare casino”, come viene asserito nell’articolo. Negli Anni di Piombo si sono trovati a fronteggiare gli Autonomi e le loro P38, infiltrati nelle manifestazioni di studenti e metalmeccanici, gente violenta che sparava ed era critica verso la stessa sinistra, quella sinistra berlingueriana che aveva messo da parte l’idea di lotta armata, sostituendola con il dialogo pacifico e con il lavoro intenso per l’elaborazione di nuove idee, volte a cambiare mondo, o perlomeno, a renderlo migliore. Paragonare le loro lotte a quelle dei teppisti di Roma o a quelle dei no global/no tav/anarchici e compagnia bella mi sembra azzardato ed offensivo.

Mi sento poi molto offesa dall’articolo de La Padania, dal momento che io stessa sono un’indignata, così come lo erano quei milioni di persone in corteo pacifico, che vengono additate indistintamente come casiniste, quando, a loro volta, hanno fatto di tutto per contrastare i teppistelli vestiti di nero, collaborando con le forze dell’ordine (non me lo sto inventando io, i filmati e le testimonianze dirette parlano chiaro…).

Condanno la frangia violenta che, anziché far passare in primo piano i motivi validi della protesta, ha dato il pretesto a tutti di passar sopra alla protesta stessa, per parlare solo delle devastazione e degli atti ignobili e fascisti compiuti nella Capitale.

Ecco il punto di vista che appoggio, tratto da http://minimaetmoralia.minimumfax.com/, che è una valida risposta a chiunque soffi sul fuoco e strumentalizzi in modo distruttivo e terrorista i fattacci:

Chi soffia sul fuoco non canti vittoria

di Emiliano Sbaraglia

Bisognava attraversarla tutta, la manifestazione di Roma, per capire quello che è accaduto e soprattutto quello che poteva accadere, se la capitale italiana non fosse stata messa a ferro e fuoco da qualche centinaio di ultras della violenza, che non a caso sul blindato dei carabinieri bruciato nei dintorni di piazza San Giovanni hanno apposto la firma “A.C.A.B” (All Cops Are Bastards), acronimo noto alle curve degli stadi e negli ambienti anarchici.

Attraversandola tutta, la prima cosa che saltava agli occhi era l’immenso fiume umano riversatosi nelle strade, ben oltre le previsioni e i numeri resi noti in queste ore. Basti pensare che, dopo essere stato costretto a partire prima dell’orario prestabilito per l’enorme numero di persone radunate tra piazza dei Cinquecento e piazza Esedra, dopo quattro ore il corteo ancora invadeva via Cavour, teatro dei primi episodi di guerriglia urbana. E se non fosse stata trasformata in un campo di battaglia, piazza San Giovanni avrebbe fatto fatica ad accogliere tutti i partecipanti.

Perché di gente ce n’era davvero tanta, e sia detto a chiare lettere, gli “indignati” sono loro: precari, pensionati, famiglie con bambini, ragazzi che ballavano e cantavano, provenienti da tutta Italia, che erano lì per rappresentare la vera Italia, un’Italia che, malgrado tutto e per fortuna, continua ad essere maggioranza.

Poi le cose sono andate come tutti hanno potuto osservare. E immaginiamo che non pochi si siano fregati le mani, sprofondati nelle comode poltrone dei cosiddetti palazzi del potere. Ma fossimo in loro saremmo cauti nel cantar vittoria per l’ennesima dimostrazione popolare finita tra idranti, lacrimogeni e lacrime amare.

Perché l’indignazione collettiva monta giorno dopo giorno, e pericolosamente si mescola con la rabbia esasperata; e come il surreale pomeriggio di Roma ha reso evidente in maniera inequivocabile, si tratta di una rabbia nichilista, sempre più difficile da prevedere e controllare. Sotto i caschi e dietro le sciarpe di molti di coloro che hanno scelto la strada della devastazione cieca si nascondevano anche volti giovani, molto giovani, facili da arruolare e sprezzanti del pericolo, che anzi diventa ai loro occhi l’unico modo per rendersi visibili al resto del mondo. Il “blocco nero” che si era posizionato al centro del corteo marciava tenendo in testa uno striscione che recitava così: “Non chiediamo il futuro, ci prendiamo il presente”. E agli adulti che li invitavano ad andarsene se non volevano scoprire i loro volti, rispondevano col dito medio alzato e un coro beffardo: “pacifisti servi”. Proprio davanti al Colosseo, si è passati dallo scontro verbale a quello fisico, con momenti di tensione emblematici, che simboleggiano un conflitto generazionale di drammatica portata.

Chiunque soffi sul fuoco di una simile situazione sociale, che veramente è arrivata ai confini dell’emergenza nazionale, è e sarà responsabile e colpevole tanto quanto coloro che hanno trasformato una imponente manifestazione di protesta civile in una ordinaria giornata di follia.

 

 

 

 

Un’onda si sta gonfiando, e siamo impreparati ad affrontarla – International Business Times.

Pier Paolo Pasolini

Vi odio, cari studenti (Il Pci ai giovani!!)

È triste.
La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato.
Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati…
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!

Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!

I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.

A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri.
Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.

l’Espresso (n. 24, 16.6.68)


 

Liberamente tratto da www.iltuopsicologo.it, sito molto curato e fatto veramente bene dal Dott. Roberto Cavaliere.

Ancora quella sensazione. Ti svegli e vedi sangue sulle lenzuola e sul tappeto. Libri e pezzi di carta sparsi in tutta la stanza. Mobili rotti. Quel pizzicore familiare sulle braccia, sul torso. La faccia è sbavata di rosso. Stava andando così bene: tredici giorni dall’ultima volta. Ti senti intorpidito, confuso, mezzo ubriaco, stupido. Hai appena le forze per alzarti: non mangi da tre giorni e hai perso molto sangue. Che cosa stai cercando di dimostrare? La cameriera entra e vede i fazzolettini macchiati di sangue sul pavimento, ti guarda non è sicura di capire bene. Cerchi di ricotruire esattamente quello che è successo durante la notte…

Hai lavorato fino a tardi, volevi uscire e rilassarti, divertirti. Non c’era nessuno. Sei andato all’enoteca, hai comprato da bere, ti sei seduto nella tua stanza, ascoltando la tua musica preferita, violenta e deprimente. Ti accorgi che qualcosa, dentro, sta traboccando. Ti sembra di essere sul punto di esplodere da un momento all’altro. Ti si riempiono di lacrime gli occhi, cominci a piagere. Il pianto si trasforma in grida, lamenti, urla. Cerchi di trattenerti. Cominci a prendere a calci la porta. Butti la roba in giro per la stanza, fuori dalla finestra. Non riesci a calmarti. Non sai neppure che cosa ti abbia ridotto in questo stato. Ti pianti le unghie nella pelle del polso. Non senti niente. É come se stessi guardando un film su qualcun’altro, non sei tu. Ti togli la camicia, ti guardi allo specchio. Odio, disgusto, frustrazione, rabbia, rimorso. Quasi come in un rituale, senza nemmeno pensare a quel che fai, prendi la lametta… sangue che gocciola. Ci sfreghi su qualcosa di antisettico, lo rifai, fino a quando sei calmo, soddisfatto. Spalmi sangue in giro. É brutto, ma il sangue è reale, è umano, ti fa sentire bene! Al tempo stesso, provi dolore, te lo meriti. Lo racconti a qualcuno.

Ti dicono che sei un manipolatore, che cerchi attenzione. Ci credi. Serve solo a farti stare peggio. Alcuni pensano che tu sia malato, o matto. Poche persone capiscono ma sono ancora troppo preoccupate, scioccate dalla cosa. Qualcuno pensa che tu abbia tendenze suicide. Non è vero.

Tagliarsi non è un modo per cercare attenzione. Non è una manipolazione. É un meccanismo per affrontare i problemi, punitivo, gradevole, potenzialmente pericoloso, ma efficace. Mi aiuta a sopportare le forti emozioni che non so come gestire. Non ditemi che sono malato, non ditemi di smettere. Non cercate di farmi sentire in colpa, mi accade già. Ascoltatemi, sostenetemi, aiutatemi.

Dal libro “Un urlo rosso sangue” di Marilee Strong


 

L’autolesionismo (il termine tecnico è Repetitive Self-Harm Syndrome Sindrome da auto-lesionismo ripetuto)viene in genere definito come il tentativo di causare intenzionalmente un danno al proprio corpo, lesionandosi in modo di solito abbastanza grave da provocare danni ai tessuti o agli organi. E’ considerata una vera e propria patologia. Le persone affette da questo disturbo si fanno del male in diversi modi: tagliandosi con una lametta, bruciandosi con una sigaretta, graffiandosi, strappandosi i capelli, sbattendo contro qualcosa, ecc..

Forme di autolesionismo.
Si possono identificare, grosso modo, tre forme di autolesionismo:

  • Automutilazione grave (molto rara), che produce un danno irreversibile ad un parte del proprio corpo, ad esempio uno sfregio permanente in viso.
  • Automutilazione leggera (la più diffusa) che si manifesta col tagliarsi, bruciarsi, strapparsi i capelli, fratturarsi un osso, urtare, ed ogni altro metodo usato per ferirsi.
  • Automutilazione latente (la più subdola) perchè si nasconde in determinate forme di dipendenza e disagio come la tossicodipendenza, la bulimia, l’attività fisica eccessiva. Esse possono considerarsi forme poco manifeste, ma molto insidiose.

Chi è l’autolesionista:

Può colpire tutti, indipendentemente dall’età, dal grado di istruzione e dalla classe sociale, anche se sono in prevalenza donne, forse, a causa di fattori sociali. Tradizionalmente, agli uomini viene permesso di esprimere la propria aggressività, alle donne viene invece insegnato a reprimerla o quando questo non è più possibile, a rivolgerla verso se stesse.
Le donne, spesso, oltre all’ autolesionismo presentano disturbi del comportamento alimentare come anoressia e bulimia. Alcune ragazze di fronte ad un momento di malessere reagiscono alternando comportamenti bulimici (abbuffate seguite da vomito o abuso di lassativi) a quelli autolesivi.
Inoltre l’autolesionista, a volte, presenta depressione, con pensieri di tipo suicida. In alcuni casi, il malessere è così forte che la persona sente che o si taglia o si suicida.
Non si piace, odia il suo corpo, non ha fiducia in se e neppure negli altri.
Molti degli autolesionisti tendono ad essere perfezionisti, incapaci di gestire e di manifestare verbalmente intense emozioni. Non si piacciono, odiano il proprio corpo e possono avere gravi sbalzi d’umore. È possibile, talvolta, che abbiano subito abusi sessuali o violenza psicologica nell’infanzia.
L’autolesionista non rappresenta un pericolo per la società perché la violenza è sempre e solo rivolta verso di sé, mai verso altri. Perché?
Vari possono essere i motivi.

  • Per scaricare lo stress: autolesionarsi ed il dolore fisico correlato placano lo stress. Tutti il disagio interiore che non si è in grado di gestire viene tramutato in sofferenza fisica, quindi più facilmente gestibile e più reale della sofferenza emozionale che è impalpabile. Per un po’ ci si occupa solo del dolore fisico, distogliendosi temporaneamente da quello interiore
  • Per mostrare agli altri che si sta davvero soffrendo, offrendo loro qualcosa di concreto e di comunemente accettato come “dolore”. Così si esiste agli occhi degli altri. Le cicatrici sulla pelle rendono visibile esteriormente la sofferenza che si ha dentro, è un modo per comunicare agli altri il proprio dolore .I comportamenti autolesivi sono una richiesta di aiuto.
  • Ci si sente talmente morti dentro, talmente apatici dal ricercare nella sofferenza fisica una prova che si è ancora vivi.Non si è in legame con il proprio corpo e il dolore fisico è l’unico modo che si ha per sentire di esistere, per percepire il proprio corpo.
  • Come sostituto di un desiderio di suicidio.
  • Per punirsi di proprie azioni o sensi di colpa .

Io amo riassumere le possibili cause di un comportamento autolesionista in questa frase: “Si preferisce provare un dolore fisico per non provare un più profondo e doloroso dolore interiore”

Indicazioni utili:

  • Non isolarsi ma far presente la problematica ad una persona a noi significativa al fine che possa diventare un “sos” nei momenti di crisi acuta.
  • Nel momento in cui si manifesta la crisi acuta svolgere un’attivita “lesionistica” rivolta ad un oggetto esterno, quale “picchiare” un oggetto morbido al fine di “scaricare” la rabbia.
  • Uscire immediatamente di casa .
  • Nei momenti non di crisi acuta praticare un’attività fisica che “svuota” in qualche maniera della rabbia accumulata.
  • Esprimere la propria rabbia anche attraverso qualche forma artistica, come dipingere e disegnare ad esempio.

Ma soprattutto non bisogna vergognarsi di ammettere di essersi volutamente feriti, per timore di non essere capiti, di essere giudicati negativamente o di essrere considerati dei pazzi. Invece non c’è motivo di cui vergognarsi, sia perché gli autolesionisti non sono pazzi, sia perché tale fenomeno è più comune di quanto si creda, in forma più o meno patologica .
Se la buona volontà personale di combattere l’autolesionismo non produce significativi miglioramenti bisogna chiedere, senza esitazione, timore e vergogna, aiuto ad un’esperto.

LETTURE CONSIGLIATE:

Il disturbo Borderline di Personalità, Giorgio Caviglia, Carla Iuliano, Raffaella Perrella, Carocci Editore, 2005

Testo divulgativo, conciso, sintetico, quindi utile per studenti alle prime armi o non professionisti che vogliano avere informazioni generali sul Disturbo Borderline.

Trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo borderline, Marsha Linehan, Cortina Editore, 2001

E’ il testo di riferimento italiano della Dialectical Behavior Therapy (DBT), la Terapia Dialettico-Comportamentale sviluppata da Marsha Linehan per il trattamento di pazienti Borderline, in particolare affetti da autolesionismo e suicidarietà. Si tratta di un manuale operativo molto corposo, specificamente formulato per l’utilizzo da parte di specialisti che vogliano implementare la loro pratica clinica con strumenti provenienti dall’area delle Terapie Cognitivo-Comportamentali.

Trattato dei Disturbi di Personalità, Oldham J.M., Skodol A.E., Bender D.S., Cortina Editore, 2008

Primo testo specialistico, completo ed esaustivo, completamente dedicato ai Disturbi della Personalità. Voluminoso e piuttosto costoso, è quindi dedicato a specialisti che vogliano arricchire le proprie conoscenze teoriche su questa categoria diagnostica.

La Personalità Borderline. Una Guida Clinica, John Gunderson, Cortina Editore, 2003

Una descrizione della dimensione Borderline, e del suo trattamento, da parte di uno dei principali sviluppatori del modello personologico di interpretazione di questo complessa categoria diagnostica.

Il Trattamento Basato sulla Mentalizzazione. Psicoterapia con il paziente borderline, Anthony Bateman, Peter Fonagy, Cortina Editore, 2006

Questo testo costituisce un importante riferimento in quanto descrittivo dell’unico approccio psicodinamico (oltre alla TFP di Kernberg, descritta oltre) ad aver  fornito prove di efficacia con il Disturbo Borderline. Tutto l’impianto teorico si basa sulla promozione della capacità del paziente di riflettere sui contenuti mentali propri ed altrui, definita dagli autori come capacità di mentalizzazione (ma anche capacità riflessiva, o funzione riflessiva), ritenuta un aspetto di importante deficitarietà caratteristica del Disturbo.

Borderline. Struttura, categoria, dimensione, Cesare Maffei, Cortina Editore, 2008

Questo testo fornisce una definizione dello stato dell’arte rispetto alla definizione del costrutto “Borderline”, la cui eterogeneità di utilizzo ha da sempre generato difficoltà ed impasse, sia nella ricerca, sia nel dialogo tra clinici afferenti a diversi approcci teorici.

Psicoterapia delle Personalità Borderline, John Clarkin, Frank Yeomans, Otto Kernberg, Cortina Editore, 2000

Questo testo presenta un altro approccio al trattamento psicodinamico del paziente Borderline, validato empiricamente e supportato da un’imponente teoria di riferimento, sviluppato dall’equipe coordinata da Otto Kernberg, personaggio di spicco della cultura psicoanalitica su scala mondiale e tra i primi ad essersi occupato di tale disturbo a partire dagli anni settanta.

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Da quando mi è successa una cosa, ormai agli inizi di luglio di quest’anno, quindi ormai più di un mese fa,  sto cominciando a cambiare modo di pensare, rispetto solo a poco tempo fa…

A me è sempre piaciuto bere qualche bicchiere in più, essere brilla, ma anche di più, esagerare, ; non ho quasi mai vomitato, e, quelle poche volte che è successo, è stato per un mischione di sostanze alcooliche di vario tipo.

Fino a qualche tempo fa consideravo il bere come un divertimento, come una forma di trasgressione;  non mi ero mai resa conto che l’alcool, da un po’ di tempo a questa parte, non solo non era più così divertente nel bere “un po’ di più”, ma, al contrario, l’esagerazione portava ad un’esasperazione incontrollata i miei difetti, le mie tristezze, la mia turbolenza interiore, le mie paranoie…Ed il senso di rabbia distruttiva ed autodistruttiva si accresceva alla grande…

Ora l’alcool mi fa quasi paura…Mi rendo conto di quali danni, nell’immediato, e, badate bene, non sto parlando di danni di salute, può provocare…Ed ho paura che le persone che ieri bevevano con me e che continuano a farlo, soprattutto alcune a cui tengo di più, si possano danneggiare con i loro atteggiamenti, oppure danneggiare me…

Questo sfogo era necessario, e mi scuso…La mia intenzione non è di essere bacchettona o sapientona,  ma, viste le tendenze di sempre, in alcuni ambienti, ad andare oltre il limite, raggiungendo un tasso alcoolico non indifferente per disinibirsi, per essere trasgressivi, per cacciare indietro la paura, per fare gruppo (tendenze di cui solo adesso, forse, mi sono resa veramente conto con la giusta dose di preoccupazione…), mi sembra giusto esternare i miei sentimenti…

Per fare due esempi di distruttività alcoolica (anche se l’elenco sarebbe molto più lungo e vario…), uno più popolare e l’altro un po’ più di settore, ecco qui:

le compagnie di ragazzini: mi è capitato, durante le vacanze appena trascorse, di aver assisitito ad una situazione molto sgradevole.  Un gruppo di ragazzi e ragazzini, formatosi in campeggio e formato da occupanti dello stesso, una sera, in preda alla boria alcoolica, ha danneggiato il campeggio in alcuni punti e strutture, ha assalito il custode pesantemente il custode, lanciandogli bottiglie e sottoponendolo ad un pestaggio collettivo senza ritegno, ma forse ha anche fatto altro…Risultato: l’arrivo dei carabinieri ed il danneggiamento di persone e cose…Ma non ci si può divertire anche senza arrivare a questi

l’ambiente musicale: molto spesso i musicisti bevono. Questo perché vogliono essere maledetti, ribelli, trasgressivi…Ma anche perché vogliono far cadere le inibizioni una volta che salgono sul palco, tenere a bada l’emozione di fronte al loro pubblico, concedersi gesti che magari, per timidezza o altro, non sarebbero mai in grado di fare se non alterati da qualcosa, nella speranza di migliorare la propria performance con un goccio un più, per darsi coraggio…Questo succede in quasi tutte le band (anche se non in tutte), dalla più sconosciuta alla più famosa…E succede anche per una sorta di “eticchetta comportamentale” dell’artista (in questo caso di musicista appartenente ad un certo genere), che, per rispecchiare perfettamente il proprio modo di essere, deve a tutti i costi bere (“il punk o il metallaro, il folkettaro o il grungettone, se non bevono non sono nessuno…”).

E va beh…Detto questo, ecco un interessante articolo relativo all’alcoolismo giovanile…Cose trite e ritrite?? Dette e ridette?? Sarà, ma meglio dirle che tacere…

Un problema che sembra farsi sempre più pressante e pericoloso:

 “l’alcolismo giovanile”

 “Siamo ragazzi di oggi”, cantava a San Remo, nel lontano 1984, un impacciato Eros Ramazzotti, “pensiamo sempre all’America, guardiamo lontano”, “camminiamo da soli, nella notte più scura, anche se il domani ci fa un po’ paura”, e poi, quasi un’invocazione, “finché qualcuno ci darà, una Terra Promessa, un mondo diverso, dove crescere i nostri pensieri”.

La fortunata canzone di Eros Ramazzotti, Terra Promessa, descriveva la ricerca di ideali, la tensione verso un futuro nuovo, le illusioni, i sogni, le aspirazioni dei giovani di allora. Tutt’altra musica nell’estate 2003: è scattato infatti in Italia l’allarme della crescita esponenziale del fenomeno dell’alcolismo giovanile e delle droghe cosiddette leggere. Sapevamo già tutto, ma l’abbiamo colpevolmente dimenticato un po’ tutti: genitori, politici, amministratori, uomini di chiesa e di scuola… Abbiamo rimosso il problema, affibbiandogli l’etichetta di “fenomeno tipico della fase adolescenziale, con la complicità della cultura del consumismo e di una certa ideologia di stampo radical/libertario”. Problema individuato e definito. Tutto a posto. E invece no! Leggendo vari articoli sull’alcolismo giovanile, mi è venuta in mente un’altra canzone, altrettanto famosa (e degli stessi anni), Vita spericolata, di un altro profeta, ascoltato, idolatrato, osannato, cantato e imitato da migliaia di giovani: Vasco Rossi. Sembra che oggi moltissimi giovani, attraverso il crescente consumo di alcol, droghe e sesso irresponsabile, abbiano deciso di vivere una vita spericolata e maleducata, una vita che se ne frega di tutto sì, una vita esagerata, piena di guai, in cui ognuno vive la propria alienazione (‘ognuno col suo viaggio’ eufemismo per dire evasione, allucinazione o ‘trip’ da droga).

ANNEGARE IN UN BICCHIERE

Recita un proverbio giapponese: “Prima l’uomo beve un bicchiere, poi il bicchiere beve un bicchiere. Infine il bicchiere beve l’uomo”. Nel campo delle droghe (e l’alcol è una droga) è proprio vero che a un certo punto non è più l’uomo che comanda ma il bicchiere. E inizia così un penoso processo di auto schiavizzazione con la conseguente graduale autodistruzione. L’allarme alcolismo giovanile è scattato in Europa e anche in Italia. La conferma che anche i nostri giovani sono sulla strada del graduale suicidio da alcol, come i loro colleghi del centro e nord Europa, è venuta da una ricerca dell’Università Vita-Salute del S. Raffaele di Milano. L’inchiesta fu fatta su un campione di 2362 studenti delle scuole superiori attraverso questionari anonimi, con domande sull’uso e abuso di droghe e alcol e sui comportamenti sessuali a rischio di contagio Hiv-Aids. Desolante il risultato. E non stiamo parlando di extra terrestri, ma dei giovani che troviamo per strada, sui mezzi di trasporto, sui banchi di scuola,  nei super mercati. Qualcuno ha confessato di essersi ubriacato in un mese ben 17 volte, spesso da solo. In alcuni casi, con un pericolosissimo mix di marijuana e alcol. Il 42% ha usato droghe almeno una volta. Il primo contatto con sostanze stupefacenti illegali è individuabile a circa 14 anni e mezzo. La marijuana è la droga più diffusa tra i ragazzi (80% degli intervistati). E’  una droga anche se viene chiamata leggera. Aggettivo che è fuorviante (come la pubblicità ingannevole sulle sigarette, chiamate light, leggere!).

LA MIA CLASSE

In questi ultimi anni, insomma, si è aggiunta prepotentemente anche la droga alcol. Che fa paura! Ho detto droga a ragion veduta: crea assuefazione, distrugge l’organismo (con gradualità diversa, ma lo fa) e rende schiavi proprio come le altre. L’alcol è droga, non una sostanza innocua per fanciulli innocenti o adolescenti di primo pelo. Una droga presente e sottovalutata, quotidianamente pubblicizzata e abbondantemente consumata. Una droga che distrugge, cellula dopo cellula, la vita di giovani e non, che riempie prigioni e ospedali, uccide su strade e autostrade. Un flagello sociale! Una rivista americana l’ha battezzata legal drug, droga legale, senza eufemismi o circonlocuzioni di parole. E l’alcol è il killer numero uno dei giovani americani.

LIBERTÀ DAL BICCHIERE

D’altra parte per un ragazzo il bere ha un valore simbolico e psicologico, così come per il primo pacchetto di sigarette. E’ la sensazione di entrare in questo modo nel mondo degli adulti, di sentirsi più liberi e indipendenti. Come diceva un ragazzo nell’inchiesta di De Spiegel: «Bere, bere…ti fa sentire adulto». L’alcol diventa quasi una «pozione magica» che ti dà senza sforzo quell’extra di cui hai bisogno per sentirti forte, coraggioso, super. Quasi sempre l’iniziazione alla bottiglia avviene in gruppo, dove ogni adolescente trova risposta al suo bisogno di socializzare, di evadere, di costruire la propria identità.

Insomma i ragazzi bevono per sentirsi grandi, abusano di alcol per essere accettati dal gruppo, si ubriacano per essere trasgressivi e muoiono da imbecilli, perché non sono più padroni di se stessi. In realtà non bevono, piuttosto sono bevuti dall’alcol. Si stanno poi diffondendo mode pericolose, come gareggiare in vere e proprie maratone alcoliche: una forma di bulimia che porta a bere fino al vomito, per poi ricominciare. Un altro fenomeno, chiamato binge drinking, consiste nell’assunzione esagerata e compulsiva di alcol, fatta spesso in solitudine. Una sorte di sindrome di cui soffre anche il 5% dei maschi italiani e il 2% delle femmine: tre o quattro volte al mese ci si stordisce con l’alcol. I giovani così non sanno di andare incontro a conseguenze terrificanti (una vita piena di guai). L’abuso di alcol provoca un aumento della mortalità in molte malattie, dalla cirrosi epatica, allo stesso alcolismo, alle psicosi di origine alcolica, alle miopatie alcoliche, polinevriti, gastriti, apoplessia cerebrale e cancro; ed è all’origine di comportamenti devianti e violenti, di suicidi, crimini familiari, esclusioni sociali e di incidenti stradali mortali (le cosiddette stragi del sabato sera). Le cause? Molteplici. Tra cui il disagio esistenziale e la fragilità psicologica di chi affronta l’insostenibile leggerezza della propria vita con mezzi pericolosi come l’alcol. Il fatto poi di vivere in una società consumistica, che spesso ti mette a disposizione il denaro ma non l’educazione ai valori facilita l’abuso alcolico. E la pubblicità. Inutile nasconderlo. E’ un martellamento pressante, subdolo, suadente, senza scampo. Fatto sui  figli di una cultura edonista, radicale e individualista, dove i desideri sono  legge, dove prospera la cultura del rischio e del tutto è lecito,dove l’imperativo è la libertà di auto/determinazione… fino all’auto/distruzione! Una cultura religiosamente indifferente, dove l’adorazione dell’io ha scalzato l’adorazione di Dio. La sfida è proprio quella dell’educazione al valore della propria libertà  fino al corretto e responsabile comportamento davanti al bicchiere da bere, per non  correre il pericolo di essere ‘bevuti’ perdendo così la propria dignità e la vita.

 

ALCOLISMO GIOVANILE L’alcol è il killer numero uno dei giovani americani. Ma anche in Germania e in Italia il consumo di alcol tra i giovani è diventato problematico.

Definizione:

L’alcolismo può essere definito come un cronico disordine comportamentale, caratterizzato dalla ripetuta ingestione di bevande alcoliche in eccesso rispetto agli usi dietetici e/o sociali della comunità, con gravi conseguenze sulla salute del bevitore e sulle sue funzioni socio-economiche (Conte).

Conseguenze:

1.  Con il consumo dell’alcol sono aumentati le gravidanze involontarie, gli stupri, e ora anche l’AIDS. Con l’alcol ogni precauzione scivola via, ogni paura viene esorcizzata. «Un terzo degli omicidi commessi negli Stati Uniti avviene in stato di ubriachezza», denuncia un medico, ufficiale delle forze armate USA. «La metà degli incidenti stradali mortali che uccidono ragazzi avvengono in stato di ubriachezza. Circa 400 mila studenti sono bevitori accaniti prima di arrivare alla terza media; 600 mila si sbronzano regolarmente all’ultimo anno della scuola superiore». E gli studenti universitari escono dai college anche laureati in alcolismo.

2. Lo stato di intossicazione cronica appare immediatamente come una condizione di malattia sia per la disorganizzazione cognitiva della persona e le conseguenze sull’ambiente familiare e sociale, sia per l’induzione di una dipendenza fisica che richiede, pena una dolorosa crisi d’astinenza, la continuazione dell’abitudine tossica. Una più sottile distinzione fra vizio e malattia si pone, invece, circa la motivazione e il contesto che favoriscono l’iniziale abuso e i successivi occasionali episodi d’ebbrezza, da un lato, e, dall’altro, circa la forza morale necessaria alla sopportazione dei disagi dell’astinenza e dei percorsi terapeutici.

3. Una prima riflessione etica si riferisce ad alcune strutture culturali e sociali: dalla ovvia e suadente propaganda delle case produttrici delle bevande alcoliche alla caratterizzazione edonistica della società occidentale volta genericamente, ma in maniera pervasiva, alla soddisfazione del bisogno (del piacere) più che alla sua elaborazione. Inoltre, si pone forte la domanda etica circa la liceità del benessere proprio a scapito del benessere altrui. Se è inevitabile che le condizioni morbose e certe non morbose (scelte di vita, ecc.) causino sofferenza nelle persone che ci circondano, tuttavia ciò che qualifica in senso morale determinate manifestazioni è l’indifferenza al dolore altrui. Tale sentimento varia dall’incomprensione del dolore, alla noncuranza, alla beffa, fino ad arrivare all’esaltazione del potere e del godimento.

4. Nell’uso dell’alcol (come per tutte le droghe in generale) la prevaricazione del benessere altrui è frequente: dall’esposizione di familiari e colleghi a comportamenti inopportuni e disturbanti, alla permalosità e aggressività accresciute dall’intossicazione, fino alle vere e proprie offese fisiche e al patrimonio. Il caso più eclatante e doloroso riguarda l’uso dell’alcol in gravidanza, dove l’esposizione del feto al tossico può portare a futuri danni organici irrimediabili e la cui responsabilità è appena celata dall’ignoranza di quegli effetti.

5. Un altro aspetto importante è l’illusorietà del benessere. Illusorio è il benessere delle bevande alcoliche che sollevano da forme d’ansia patologiche o da fobie sociali, non riconosciute precedentemente come tali, e che, sedate dal farmaco-alcol, lo rendono di conseguenza estremamente appetibile, ne giustificano l’uso e ne reclamano, anzi, la liceità di fronte a tutti quelli che asseriscono il contrario.

6. Infine, i rischi legati all’indebolimento delle capacità superiori della coscienza: ideazione, volizione, assunzione di responsabilità.  L’esperienza della sedazione del malessere, di per sé lecita, favorisce meccanismi psichici di scissione ed espulsione (proiezione) di aspetti inaccettabili (dolorosi) di sé. Questo percorso psichico, che appare assai drammatico, caratterizza lo sviluppo evolutivo di ogni singolo uomo e, in negativo, qualifica in varia misura gli stati di dipendenza dall’alcol, come si mostra anche nell’esperienza terapeutica: l’uso dell’alcol, inficiando in varia misura le capacità cognitive, rallenta e rende meno incisiva la volontà.

Cosa Fare? Come Comportarsi con un Familiare con Disturbo Borderline?
i comportamenti, le azioni e le comunicazioni all’interno del sistema familiare e, più in generale, di vita del paziente con diagnosi di disturbo borderline di personalità, messe in atto al fine di aiutare la persona, nella maggior parte dei casi, si rivelano insufficienti. La situazione sembra sfuggire di mano fino ad arrivare a situazioni limite in cui tutte le forze, i pensieri, le energie sono concentrate sul problema.
Si può arrivare in condizioni in cui si sente che si è smesso praticamente di vivere. Sentimenti di frustrazione, forte angoscia, impotenza sono comuni in questi casi.

Oggi sappiamo che le modalità di comunicazione e comportamento tese a contrastare il problema spesso sono proprio quelle azioni che lo mantengono e che potrebbero contribuire al suo aggravamento.
Questo avviene non tanto per colpa di chi aiuta la persona ma per il fatto che chi cerca di aiutare risponde ad una percezione del problema e dei sintomi che nascono all’interno di un contesto bio-psico-sociale come risposta del paziente ad un sistema che, per un motivo o per l’altro, egli rifiuta.
I tentativi di aiuto, quindi, diremo che colludono con il problema perché, in qualche modo, confermano le aspettative patologiche del paziente.

Comportamenti da Evitare
Di fronte ad un paziente con diagnosi di disturbo borderline di personalità vanno generalmente evitate tutte quelle forme tese alla rassicurazione o al far comprendere al paziente di essere malato.
La tendenza a spiegare alla persona che i propri comportamenti non sono sani genera intensa rabbia e sensazione di profonda incomprensione ed alimenta i tratti paranoidi. Si passa da un ruolo di soccorritore al ruolo di persecutore. Si genera forte odio che può sfociare anche in gravi comportamenti aggressivi auto ed etero-diretti.
Ognuno di noi sa, ad esempio, che l’abuso di cocaina, cannabis, alcol, ecc. sono condotte lesive per il soggetto. Chi le mette in atto ne è perfettamente consapevole. Come è consapevole ogni fumatore che il fumo nuoce gravemente alla salute ma, nonostante questa consapevolezza, continua a fumare.
Lo stesso vale per altri tipi di sostanze e per altre condotte impulsive di cui il soggetto borderline non può e non desidera fare a meno.
E’ sufficiente chiedere al soggetto se uno specifico comportamento piace o meno. Se la risposta è sul versante del piacere ricordiamo che, sul momento, non potrà essere ridotto. Quindi, anziché contrastare inutilmente il comportamento, dobbiamo passivamente accettare che non potrà essere cambiato con la sola consapevolezza del suo aspetto disfunzionale.

La Terapia Psicologica Indiretta: Aiutare la Famiglia ad Aiutare
Abbiamo oggi a disposizione un nuovo strumento per l’intervento indiretto sul paziente ma diretto sulla famiglia (di origine o attuale).
Lo psicologo è in grado di suggerire, dopo una valutazione dettagliata di ogni specifico caso e soltanto quando riscontra che la famiglia può essere utilizzata come risorsa, comportamenti e comunicazioni da adottare in grado di ridurre i rischi di aggravamento della situazione e migliorare le condizioni di vita del sistema familiare.
Gli interventi indiretti si applicano soltanto nei casi in cui il sistema familiare od il partner siano realmente motivati ad aiutare il familiare con il disturbo.

Gestire una situazione familiare di questo tipo è molto complesso senza un supporto psicologico costante rivolto alle famiglie. Spesso la famiglia di un paziente con diagnosi di disturbo borderline si trova isolata, non sa come comportarsi, si sente impotente in quanto sente che ogni tipo di comportamento e comunicazione non produce nessun beneficio. Sembra anzi che più si cerca di aiutare più la situazione si complica.
In genere i pazienti con diagnosi di disturbo borderline di personalità utillzzano l’arma del senso di colpa. Riescono a fare leva sui sensi di colpa della famiglia, degli amici e dei parenti per manipolare l’ambiente e le loro relazioni.
Il problema principale è sicuramente l’impulsività che si può manifestare con condotte dannose come bulimia, abbuffate, sessualità promiscua e spesso mancato uso di protezione in rapporti sessuali occasionali, spendere eccessivamente, non conservazione di denaro, guida spericolata e uso di sostanze come hashish, cocaina, acidi e molto spesso alcol.
Ci possono essere serie difficoltà in ogni impegno che richieda costanza e responsabilità (andare a scuola, lavoro, andare dallo psicologo,…). Sono persone costantemente annoiate e che alternano stati di pessimismo, a momenti in cui possono sembrare più euforici ma sempre con una certa rabbia (a volte con eccessi di ira incontrollati ma di durata breve).

Sono essenzialmente delle persone che utilizzano una modalità drammatica di relazionarsi con gli altri ed i familiari.
Una delle condotte che possiamo definire impulsive più drammatiche è sicuramente l’autolesionismo (tagli su braccia e gambe, bruciature di sigarette, graffiarsi, procurarsi ferite e contusioni, ecc.) e ciò che ruota intorno all’idea di suidicio che va dall’ideazione sucidaria (pensieri di morte), fino ai tentativi di suicidio multipli.

Lo spettro del disturbo borderline di personalità è molto ampio ed è caratterizzato, oltre che dall’impulsività, anche una forte alterazione dell’immagine di sé, degli altri e soprattutto dell’umore.
Sono persone che temono l’abbandono e potrebbero fare di tutto, soprattutto come tentativo di vendetta, se pensano di essere abbandonate o se si verifica un reale abbandono.

La famiglia di fronte a situazioni così drammatiche si trova ovviamente in una situazione di forte impotenza dovuta all’impossibilità di gestione del proprio figlio e, soprattutto, vive in una condizione di costante angoscia e paura.

E’ molto difficile che la persona che soffre del disturbo si renda pienamente conto che le proprie condotte siano disfunzionali, considerando i propri comportamenti più come caratteristiche peculiari e distintive del proprio carattere. E’ molto più facile che quando un amico o un familiare cerca di convincerli a curarsi rispondano che i malati sono gli altri e non loro stessi.

Questo impedisce alla persona di recarsi da uno psicologo esperto in materia (inoltre ci sono pochi psicologi che affrontano questo tipo di problematiche) e la famiglia si trova isolata.

Gli interventi di tipo indiretto sono metodi tra i più efficaci per questo tipo di problematiche e richiedono una certa adesione al trattamento da parte della famiglia.

Il termine “Borderline” è nato nei primi del novecento (Huges, 1884; Rosse, 1890) per indicare alcuni pazienti la cui patologia non era classificabile né come nevrosi (i conflitti e i problemi quotidiani condivisi dalla maggior parte delle persone), né come psicosi (i disturbi mentali più gravi, come la schizofrenia), pur presentando sintomi comuni ad entrambe le condizioni.

Il termine Borderline, infatti, significa “limite” o “linea di confine”, e indica la principale caratteristica del disturbo: come una persona che cammina su una linea di confine tenderà a sconfinare in due differenti territori, così il paziente affetto da Disturbo di Personalità Borderline oscilla tra normalità e follia, senza vie di mezzo.

A partire da questa iniziale definizione, ormai in larga parte abbandonata, Zanarini e Gunderson nel 1990 basandosi soprattutto su criteri diagnostici descrittivi individuarono i seguenti tratti distintivi del disturbo borderline: tendenza a perdere il contatto con la realtà; automutilazioni (tagli, bruciature); tentativi di suicidio; paura di essere abbandonati; intenso bisogno e ricerca dell’altro alternato a comportamenti apparentemente  arroganti e sprezzanti.

I pazienti Borderline spesso alternano periodi di relativa normalità, in cui si mostrano sufficientemente equilibrati, a periodi in cui il funzionamento psichico appare fortemente compromesso, con violente crisi di rabbia, tentativi di suicidio, paranoia.

Il disturbo borderline di personalità è una entità diagnostica molto controversa. Talvolta non viene neanche riconosciuto come un disturbo specifico, ma come una classificazione in cui inserire tutti quei casi non meglio diagnosticabili in altro modo. In realtà il disturbo borderline presenta delle caratteristiche specifiche piuttosto ben riconoscibili.
E’ fondamentalmente un disturbo della relazione, che impedisce al soggetto di stabilire rapporti di amicizia, affetto o amore stabili nel tempo. Si tratta di persone che trascorrono delle vite in uno stato di estrema confusione ed i cui rapporti sono destinati a fallire o risultano emotivamente distruttivi per gli altri. Le persone affette da questo disturbo  trascinano altri, parenti e partner in un vortice di emotività,  dal quale spesso è difficile uscire, se non con l’aiuto di un esperto. Questi soggetti, infatti, sperimentano emozioni devastanti e le manifestano in modo eclatante, drammatizzano ed esagerano molti aspetti della loro vita o i loro sentimenti, proiettano le loro inadempienze sugli altri, sembrano vittime degli altri quando ne sono spesso i carnefici e si comportano in modo diverso nel giro di qualche minuto o ora.
Il disturbo borderline è stato spesso associato a eventi traumatici subiti nell’infanzia, quali abusi sessuali o fisici, ma non è detto che ciò sia sempre vero.
L’aspetto più evidente e preoccupante del disturbo borderline è che presenta sintomi potenzialmente dannosi per il soggetto (abbuffate, uso e abuso di sostanze, guida spericolata, sessualità promiscua, condotte antisociali, tentativi di suicidio, ecc.) e si associa a scoppi improvvisi di rabbia intensi.
Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quarta edizione (APA, 1994) il disturbo borderline è caratterizzato da:

Una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore ed una marcata impulsività, comparse nella prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:
1) sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono.
2) un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione.
3) alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili.
4) impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto come ad esempio spendere eccessivamente, promiscuità sessuale, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate, ecc.
5) ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari, o comportamento automutilante.
6) instabilità affettiva dovuta ad una marcata reattività dell’umore (per es., episodica intensa disforia, irritabilità o ansia, che di solito durano poche ore, e soltanto raramente più di pochi giorni).
7) sentimenti cronici di vuoto.
8) rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia (per es., frequenti accessi di ira o rabbia costante, ricorrenti scontri fisici).
9) ideazione paranoide, o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress.

I Disturbi del Comportamento Alimentare maggiormente diffusi e studiati sono l’Anoressia Nervosa e la Bulimia Nervosa. Essi sono frequenti tra i pazienti Borderline (soprattutto tra le donne) probabilmente a causa della funzione assunta dal disturbo alimentare nella gestione delle emozioni: astenersi dal cibo, abbuffarsi, o vomitare sono strategie spesso utilizzate dal Borderline per distrarsi o contenere le emozioni dolorose. Caratteristica comune ad entrambi i disturbi è la presenza di una distorsione nella percezione del peso corporeo e della propria immagine; la variante più grave di quest’ultima caratteristica viene definita Disturbo di Dismorfismo Corporeo o “Dismorfofobia”, e comporta eccessiva preoccupazione per una caratteristica fisica, immaginata o esagerata (spesso seno, cosce, fianchi per le donne e torace, addome, genitali, capelli per gli uomini).

LA DIAGNOSI DEL DISTURBO DI PERSONALITA’ BORDERLINE

Il manuale dei disturbi mentali (DSM-IV, APA, 1994) definisce i tratti di personalità come “modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi”.

Questi tratti, normalmente flessibili e adattabili, in soggetti affetti da Disturbo di Personalità sono caratterizzati da rigidità e difficoltà di adattamento a contesti diversi.

Lo strumento diagnostico più affidabile per la valutazione dei tratti della personalità, e della loro possibile variante patologica, è indubbiamente l’intervista diagnostica SCID-II (Structured Clinical Interwiew For DSM-IV Axis II). Questa intervista semi-strutturata, che si basa direttamente sui criteri del DSM-IV, si sviluppa attraverso uno o più colloqui clinici approfonditi, con valutatore esperto (per una durata massima di 2 – 3 ore), atti a valutare l’eventuale presenza di un disturbo della personalità, o anche solo di alcuni tratti di personalità patologici. Questo procedimento diagnostico viene definito categoriale, comportando come prodotto finale l’inserimento, o il non inserimento, del paziente in una categoria diagnostica (ad es. il Disturbo Borderline).

Westen e Shedler hanno cercato di risolvere alcune criticità della SCID-II creando uno strumento denominato SWAP-200 (Shedler Westen Assessment Procedure). La diagnosi in questo caso avviene attraverso la compilazione 200 descrittori da parte del clinico (non è richiesta la presenza del paziente), che deve comunque possedere una conoscenza approfondita, sia dello strumento, sia del paziente in oggetto (dovrebbe aver sostenuto almeno 3-4 colloqui clinici). Il test offre un risultato sia categoriale, sia dimensionale, rispetto alle categorie diagnostiche standard del DSM-IV, e alle categorie identificate dagli autori come significative, solo parzialmente sovrapponibili alle precedenti; ciò si traduce nella possibilità di osservare anche minime sfumature patologiche, così come potenziali risorse cui fare appello.

Esistono anche dei protocolli diagnostici specifici per il Disturbo Borderline di Personalità, ma la loro specificità potrebbe determinare una perdita di materiale importante rispetto ad altri disturbi “limitrofi”, quindi vengono utilizzati maggiormente in contesti dui ricerca, piuttosto che clinici.

Più nel dettaglio, il Disturbo di Personalità Borderline è caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, instabilità dell’immagine di sé e degli affetti, e impulsività.

I pazienti con Disturbo Borderline spesso vivono nel timore dell’abbandono e compiono sforzi disperati per evitarlo: anche nel caso di separazioni di breve durata reagiscono con rabbia e disperazione.

Le relazioni con gli altri nel Disturbo Borderline sono instabili ed intense, caratterizzate da iniziale idealizzazione, che li induce a desiderare una vicinanza ed intimità totali e incondizionate anche con persone appena conosciute, ma che spesso si tramuta rapidamente in svalutazione di fronte alla sensazione che questi non si dedichino completamente a loro.

I soggetti Borderline attuano frequenti cambiamenti d’obiettivo, di valori, d’aspirazioni riguardanti carriera, identità sessuale, amicizie. Manifestano impulsività in differenti aree potenzialmente dannose per il sé: spese eccessive, sessualità, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate alimentari.

Frequenti sono anche i comportamenti autolesivi, come il procurarsi volontariamente tagli e bruciature, e i tentativi di suicidio, che giungono a compimento nell’8-10% dei casi. I soggetti con Disturbo Borderline sembrano trarre sollievo dalle emozioni violente generate dai comportamenti autolesivi poiché ristabiliscono la capacità di provare sensazioni e di percepirsi come vivi e reali (utilizzando il dolore fisico come un’automedicazione, come un modo per annullare i sintomi dissociativi di derealizzazione e depersonalizzazione), ma vengono anche considerate come una giusta punizione per la propria inadeguatezza.

L’umore è spesso incontrollabile e passa rapidamente da tristezza, ad ansia, a irritabilità, a manifestazioni di rabbia intensa e inappropriata, espressa con frasi sarcastiche, esplosioni verbali o vere e proprie aggressioni. Queste reazioni violente vengono scatenate in particolar modo dalla sensazione di essere abbandonati e vengono seguite da sentimenti di vergogna e di colpa.

Talvolta pazienti con Disturbo Borderline si dichiarano afflitti da sentimenti cronici di vuoto, noia, necessità di intraprendere una qualsiasi attività, ma che non riescono ad incanalare verso una precisa direzione.

Durante periodi di intenso stress possono comparire aspetti bizzari (percepirsi come se osservassero dall’esterno il proprio corpo o i propri processi mentali; sensazione che la realtà intorno a sé sia strana, artefatta).

I Disturbi della Personalità

Il Disturbo Antisociale è caratterizzato da inosservanza e violazione dei diritti altrui. Gli individui affetti da questo disturbo (tradizionalmente definiti “psicopatici” o “sociopatici”) sembrano incapaci di adeguarsi alle norme sociali e di vivere nella legalità. Sono spesso disonesti e manipolativi, non curanti di diritti, sentimenti o desideri delle persone che li circondano, che non esitano a truffare e manipolare, mentendo e assumendo false identità per ottenere profitto o piacere personale.

Il Disturbo Istrionico è caratterizzato da emotività eccessiva e ricerca d’attenzione. Questi individui tendono ad attrarre l’attenzione su di sé, affascinando inizialmente per l’entusiasmo, l’apertura e la seduttività, qualità che tendono a passare in secondo piano con il progredire della conoscenza e l’avanzare di richieste d’attenzione sempre più pressanti e adesive. Essi si dimostrano spesso sessualmente provocanti o seduttivi anche nei confronti di persone dalle quali non si sentono attratti e in contesti decisamente inappropriati, come il luogo di lavoro. L’emotività è mutevole e scarsamente prevedibile, caratterizzata da continui sbalzi che vanno dai toni più elevati e quasi maniacali, alla più cupa depressione.

Il Disturbo Narcisistico è caratterizzato da grandiosità, bisogno di ammirazione e marcata carenza di empatia. Questi soggetti sono caratterizzati da un senso grandioso di autostima che li porta a sopravvalutare le proprie capacità, apparendo spesso presuntuosi e vanesi, e che contemporaneamente li induce a svalutare i meriti altrui. L’illimitata autostima che li caratterizza rivela la sua inconsistenza nelle continue preoccupazioni riguardanti il giudizio altrui e nel continuo bisogno di ammirazione, che li induce ad attrarre il più possibile l’attenzione degli altri sul proprio comportamento.

Il Disturbo Borderline è caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e degli affetti, e da marcata impulsività.

La Personalità Borderline

I pazienti con tale disturbo di personalità sono al limite tra la nevrosi e la psicosi e sono caratterizzati da una straordinaria instabilità dell’affettività, dell’umore, del comportamento, delle relazioni con gli oggetti e dell’immagine del sé. Il disturbo è stato anche definito schizofrenia deambulatoria, personalità come-se (termine coniato da Helene Deutsch ), schizofrenia pseudonevrotica (descritta da Paul Hoch e Phillip Politan). Nell’ICD-10 è definito disturbo di personalità emotivamente instabile.
(Leggi anche la pagina del sito sui Disturbi della Personalità)

Caratteristiche cliniche: i pazienti appaiono quasi sempre in stato di crisi. Sono comuni rapide modificazioni dell’umore. I soggetti possono essere polemici in un momento e depressi subito dopo e lamentarsi di non avere sentimenti in un altro momento. Possono manifestare brevi episodi psicotici piuttosto che conclamate fratture psicotiche; i sintomi psicotici sono quasi sempre circoscritti, fugaci o dubbi. Il comportamento dei pazienti con disturbo borderline di personalità è assolutamente imprevedibile; di conseguenza, raramente essi realizzano in pieno le loro capacità. La natura tormentata della loro vita si riflette in ripetuti atti autodistruttivi. Possono procurarsi automutilazioni per sollecitare aiuto dagli altri, per esprimere rabbia o per cercare di attutire sentimenti soverchianti.

Poiché si sentono sia dipendenti sia ostili, i soggetti con disturbo borderline di personalità hanno relazioni interpersonali tumultuose. Possono essere dipendenti dalle persone cui sono legati ed esprimere un’enorme rabbia nei confronti dei loro amici quando vengono frustrati. Tuttavia, non riescono a tollerare la solitudine e preferiscono una frenetica ricerca di compagnia, indipendentemente da quanto possa essere insoddisfacente, al rimanere da soli. Per alleviare la solitudine, anche se solo per brevi periodi, accettano l’amicizia di persone estranee o hanno comportamenti promiscui. Spesso lamentano una cronica sensazione di vuoto e di noia e la mancanza di un senso coerente di identità (diffusione dell’identità); quando sono sottoposti a pressione, spesso si lamentano di quanto si sentono depressi per la maggior parte del tempo, malgrado il fermento degli altri affetti.

Funzionalmente, gli individui affetti dal disturbo borderline distorcono le loro relazioni classificando ogni persona in una categoria, completamente buono o completamente cattivo. Vedono gli altri come figure protettive, cui legarsi strettamente, oppure come persone odiose e sadiche, che li deprivano dei bisogni di sicurezza e minacciano di abbandonarli ogni volta che si sentono dipendenti. Come conseguenza di questa scissione, le persone buone vengono idealizzate e quelle cattive svalutate. Alcuni medici usano i concetti di panfobia, panansia, panambivalenza per delineare le caratteristiche dei pazienti con disturbo borderline di personalità.

Diagnosi differenziale:

la differenziazione dalla schizofrenia viene fatta sulla base del fatto che i pazienti borderline non hanno episodi psicotici prolungati, disturbi del pensiero o altri classici segni schizofrenici.

I soggetti con disturbo schizotipico di personalità (vedi) presentano evidenti peculiarità di pensiero, stranezze nell’ideazione e ricorrenti idee di riferimento.

I pazienti con disturbo paranoide di personalità sono caratterizzati da estrema sospettosità, quelli con disturbo istrionico (vedi) e antisociale di personalità sono difficili da distinguere da quelli con disturbo borderline di personalità.

In generale, l’individuo affetto da patologia borderline presenta croniche sensazioni di vuoto ed episodi psicotici di breve durata; agisce impulsivamente ed è straordinariamente esigente nelle relazioni strette; può automutilarsi e tentare il suicidio a scopo manipolativo.

La condizione è piuttosto stabile, poiché i pazienti cambiano poco nel tempo. Gli studi longitudinali non mostrano una progressione verso la schizofrenia, ma i pazienti hanno un’elevata incidenza di episodi di disturbo depressivo maggiore. La diagnosi viene di solito fatta prima dell’età di 40 anni, quando i soggetti stanno tentando di fare scelte lavorative, coniugali e di altro tipo e non sono in grado di affrontare i normali stadi del ciclo della vita.

Psicoterapia.

La psicoterapia della personalità borderline è oggetto di estesi studi e viene considerata il trattamento di scelta. Recentemente, per migliorare i risultati, al regime terapeutico è stata aggiunta la farmacoterapia.

La psicoterapia è difficile per i pazienti, ma anche per il terapista. Nei soggetti borderline si verifica facilmente una regressione; costoro mettono in atto i loro impulsi e dimostrano transfert positivi o negativi labili, che sono difficili da analizzare. L’identificazione proiettiva può anche causare problemi di controtransfert, se il terapista non è consapevole del fatto che il paziente sta tentando inconsciamente di costringerlo a manifestare un certo tipo di trattamento. Il meccanismo di difesa della scissione fa si che l’individuo alternativamente odi e ami il terapista e le altre persone del suo ambiente. Un approccio orientato alla realtà è più efficace di un’interpretazione in profondità dell’inconscio.

DISTURBI DI PERSONALITA’

I disturbi di personalità non sono caratterizzati da specifici sintomi o sindromi, come ad esempio il disturbo ossessivo-compulsivo, la depressione o gli attacchi di panico, ma dalla presenza esasperata e rigida di alcune caratteristiche di personalità.
La personalità (o carattere) è stata definita in molti modi, ma si può dire che sia l’insieme delle caratteristiche, o tratti stabili, che rappresentano il modo con il quale ciascuno di noi risponde, interagisce, percepisce e pensa a ciò che gli accade.
Si può anche dire che la personalità sia il modo stabile che ciascuno di noi si è costruito, con le proprie esperienze ed a partire dal proprio temperamento innato, di rapportarsi con gli altri e con il mondo.
I tratti che la compongono rappresentano le caratteristiche del proprio stile di rapporto con gli altri: così esiste per esempio il tratto della dipendenza dagli altri, o della sospettosità, o della seduzione, oppure quello dell’amor proprio.
Normalmente questi tratti devono essere abbastanza flessibili a seconda delle circostanze: così in alcuni momenti sarà utile essere più dipendenti o passivi del solito, mentre in altri sarà più funzionale essere seducenti.
I disturbi della personalità sono caratterizzati dalla rigidità e dalla presentazione inflessibile di tali tratti, anche nelle situazioni meno opportune. Ad esempio, alcune persone tendono sempre a presentarsi in modo seducente indipendentemente dalla situazione nella quale si trovano, rendendo così difficile gestire la situazione; altre persone, invece, tendono ad essere sempre talmente dipendenti dagli altri che non riescono a prendere autonomamente proprie decisioni.
Solitamente tali tratti diventano così consueti e stabili che le persone stesse non si rendono conto di mettere in atto comportamenti rigidi e inadeguati, da cui derivano le reazioni negative degli altri nei loro confronti, ma si sentono sempre le vittime della situazione e alimentano il proprio disturbo.
Così, ad esempio, una persona che presenta un disturbo paranoide di personalità, non capisce che, con il suo comportamento sospettoso, non dà fiducia agli altri, e si “tira addosso” fregature e reazioni aggressive, confermandosi l’idea che non ci si può fidare di nessuno.
I disturbi di personalità sono stati classificati, secondo la più diffusa classificazione psicopatologica, in tre categorie:

Disturbi caratterizzati dal comportamento bizzarro:
Disturbo paranoide di personalità: chi ne soffre tende ad interpretare il comportamento degli altri come malevolo, comportandosi così sempre in modo sospettoso.
Disturbo schizoide di personalità: chi ne soffre non è interessato al contatto con gli altri, preferendo uno stile di vita riservato e distaccato dagli altri.
Disturbo schizotipico di personalità: solitamente è presentato da persone eccentriche nel comportamento, che hanno scarso contatto con la realtà e tendono a dare un’assoluta rilevanza e certezza ad alcune intuizioni magiche.

Disturbi caratterizzati da un’alta emotività:
Disturbo borderline di personalità: solitamente chi ne soffre presenta una marcata impulsività ed una forte instabilità sia nelle relazioni interpersonali sia nell’idea che ha di sé stesso, oscillando tra posizioni estreme in molti campi della propria vita.
Disturbo istrionico di personalità: chi ne soffre tende a ricercare l’attenzione degli altri, ad essere sempre seduttivo e a manifestare in modo marcato e teatrale le proprie emozioni.
Disturbo narcisistico di personalità: chi ne soffre tende a sentirsi il migliore di tutti, a ricercare l’ammirazione degli altri e a pensare che tutto gli sia dovuto, data l’importanza che si attribuisce.
Disturbo antisociale di personalità: chi ne soffre è una persona che non rispetta in alcun modo le leggi, tende a violare i diritti degli altri, non prova senso di colpa per i crimini commessi.

Disturbi caratterizzati da una forte ansietà:
Disturbo evitante di personalità: chi ne soffre tende a evitare in modo assoluto le situazioni sociali per la paura dei giudizi negativi degli altri, presentando quindi una marcata timidezza.
Disturbo dipendente di personalità: chi ne soffre presenta un marcato bisogno di essere accudito e seguito da parte degli altri, delegando quindi tutte le proprie decisioni.
Disturbo ossessivo compulsivo di personalità: chi ne soffre presenta una marcata tendenza al perfezionismo ed alla precisione, una forte preoccupazione per l’ordine e per il controllo di ciò che accade.

Noi ci saremooooo!!!

È il “sogno” il filo conduttore del “capodanno dell’estate italiana” in programma venerdì 1 luglio lungo i 110 km della Riviera Adriatica dell’Emilia Romagna animato da tanta musica e nomi internazionali, dove non mancheranno la magia, la letteratura, l’arte, la danza e la pittura. La festa proseguirà per tutto il fine settimana.

 

Per muoversi poi facilmente da un punto all’altro della costa, tra Rimini e Ravenna correranno anche treni speciali gratuiti composti da carrozze “storiche” trainate da vecchie, ma pienamente funzionanti, locomotive elettriche. I biglietti saranno distribuiti negli Uffici di Accoglienza Turistica (IAT) e serviranno da prenotazione.

 

In apertura de La Notte Rosa riminese salirà sul palco Francesco De Gregori, con il suo celebre ed amato repertorio, seguito dalla graffiante voce di Noemi e dall’attesissimo concerto all’alba sulla spiaggia di Riminiterme con Raphael Gualazzi e il trombettista Fabrizio Bosso.

 

Sulla spiaggia di Bellaria, dopo mezzanotte, ad intrattenere il pubblico saranno prima i Pooh, con i loro più celebri successi, e a seguire Chiara Canzian che presenterà il suo nuovo disco.

 

Sabato 2 luglio palcoscenico riminese anche per Teresa Salguiero, voce dei Madredeus, mentre domenica 3 sarà la volta di Joan as Police Woman, suadente voce rock che presenterà a Rimini il suo nuovo album “The Deep Field”.

 

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A Riccione, sabato 2 luglio andranno in scena i finalisti dell’edizione 2011 di “Amici”, con special guest Alessandra Amoroso, mentre a Cattolica venerdì 1 concerto dei Grammar School, la band anglo-italo-americana (protagonista sabato sera a Montefiore Conca) con il suo repertorio di classici del pop-rock del XX secolo, e domenica grande attesa per il re del pop latino, Ricky Martin, con la seconda tappa italiana del suo tour.

 

A Cesenatico venerdì 1 luglio saliranno sul palco di “Radio Bruno Estate” Enrico Ruggeri e Paolo Belli con la sua band, mentre è dedicato alle musiche da film del compositore Henry Mancini, riarrangiate in chiave jazz, il concerto all’alba sulla spiaggia del molo di Levante con il Martina Grossi Trio.

 

A Cervia sarà di scena la world music, con l’esibizione di Natacha Atlas e i Transglobal Underground direttamente dal cartellone di Ravenna Festival 2011, che sempre venerdì 1 luglio, a Ravenna, proporrà anche “The Magic Flute – Impempe Yomlingo”, con la storia di Schikaneder ambientata in un sobborgo di Cape Town.

 

Musica internazionale anche a Milano Marittima, con il repertorio jazz e pop dell’Aries Percussion Ensemble, gruppo di giovani musicisti dalla Repubblica Ceca.

 

A Lido di Volano appuntamento per i nostalgici della musica italiana anni ’60 e 70’, con Riccardo Fogli, storica voce dei Pooh, Ivana Spagna e Paolo Mengoli, mentre Carmen Russo si esibirà in compagnia del suo corpo di ballo sulle coreografie di Enzo Paolo Turchi.

 

A Lido delle Nazioni, sabato 2 luglio, saliranno sul palco Marco Carta e The Bastard Sons of Dioniso.

 

Ma il “sogno” è anche magia, letteratura, arte, danza, pittura.


La Notte RosaIl passaggio del Rex sognato da Fellini prenderà corpo con il viaggio inaugurale di “Costa Favolosa”, ultima nata della flotta di Costa Crociere, che venerdì sera, tutta illuminata a festa, comparirà davanti alla riviera romagnola in tutta la sua maestosità, creando un’atmosfera magica da favola felliniana, per poi fare tappa a Cattolica, dove a mezzanotte Costa Crociere offrirà un eccezionale spettacolo pirotecnico che nascerà dal mare.
Sabato 2 Rimini propone il reading di Claudio Santamaria (il celebre “Dandi” del film Romanzo Criminale) e il cortometraggio del pittore e cineasta Gianluigi Toccafondo, entrambi dedicati a Piepaolo Pasolini nell’ambito del festival Assalti al Cuore. Mentre domenica sera, sarà la volta dello spettacolo di Betrand Sallè con la proiezione delle sue opere legate al tema del sogno, accompagnate da un “live set” realizzato per l’occasione da Malvina Meinier al pianoforte e Vincenzo Vasi al “Theremin”. Da non perdere anche “Fellini…per caso”, itinerario inedito e semiserio nei luoghi del Maestro condotto venerdì 1 da Patrizio Roversi, tra gli interpreti de La voce della luna (1990).

 

Magia e sogno anche a Cattolica, che venerdì ospiterà in centro “Incanti Marini – La dama della notte”, lo spettacolo-evento della Compagnia Teatrale Corona, suggestivo show tra danza e acrobazia dedicato al mondo sommerso, e a Misano, con “Maraviglia”, performance tra balletti aerei e imponenti macchine sceniche della compagnia Sonics.

 

Sempre a Cattolica venerdì sera l’astrologo Marco Pesatori accompagnerà il pubblico del suo spettacolo “La poesia dello zodiaco” tra pianeti, decadi e quadri astrali con il suo linguaggio ironico e appassionato, mentre Riccione ospiterà per tutto il weekend due esposizioni tra Graffiti Art e pittura e fotografia del ‘900.

 

San Mauro Mare sarà teatro, venerdì, del 1° Festival Internazionale di Magia, che vedrà la partecipazione di maghi e maghe da tutta Europa, mentre a Bellaria, sabato sera, saranno protagonisti assoluti i più piccoli, con La Notte Rosa dei Bambini, con l’Isola dei Platani invasa da giochi, animazioni, spettacoli e laboratori.

 

A Cesenatico venerdì sera il grattacielo diverrà un enorme schermo sul quale 20 proiettori architetturali a gestione computerizzata e ad altissima luminosità riprodurranno spezzoni di celebri pellicole, mentre a Lido di Volano risate a non finire con gli Oblivion, direttamente da Zelig con i loro romanzi storici “in pillole”, tra musica e recitazione, e un volto storico della comicità italiana, Andrea Roncato.

 

Tutta la riviera a mezzanotte in punto si “fermerà” per assistere al concerto di fuochi d’artificio che illuminerà a giorno 110 km di spiagge, da sempre uno dei momenti più attesi della Notte Rosa, che a Porto Garibaldi – nei Lidi di Comacchio – si potrà ammirare direttamente a bordo delle motonavi che usciranno al largo per l’occasione.

 

Informazioni e programma dettagliato sul sito dell’evento: La Notte Rosa

Che bello!!! Tra pochi giorni rivedrò il mare in estate!!! Anche se non saranno i Caraibi ma sarà quello di Rimini, a me va più che bene, anche perché è un modo per ritornare nella mia amata Romagna…

Voglio quindi festeggiare l’evento con una carrellata di foto dei Bagni Riminesi, una sconfinata distesa di vere e proprie oasi di mare, di sole, di sabbia, di divertimento, di sport, di relax, di spensieratezza…Un totale di 150 Bagni in una delle Riviere più amate, allegre, conosciute e goderecce…Per gentile concessione del fotografo Stefano Bittante…

NON VEDO L’ORA DI ARRIVARE!!! 🙂

ROMAGNA MIA, CHE MERAVIGLIAAAA!!! 🙂

 

Lo scorso week end ero innegabilmente fuori di me, nervosa, rabbiosa e tesa…Come mi capita di essere tutte le volte che non mi sento capita a sufficienza e che percepisco la distanza delle persone che amo…Tutto sommato non è stato nemmeno un brutto week end, nel complesso, ma la confusione è tornata a regnare sovrana sotto diversi aspetti…Domenica 29 Maggio, giornata di elezioni comunali, il fatidico ballottaggio tra Letizia Moratti, sindaco uscente, e Giuliano Pisapia nella mia amata Milano. Devo dire che avevo già molte speranze nella vittoria di Giuliano, anche se molti amici e conoscenti mi avevano manifestato il loro scetticismo a riguardo…Grandi aspettative e grandi speranze in me, una gran voglia di festeggiare, dopo ben 18 anni, il VERO MIRACOLO A MILANO!!!

E così, il lunedì è arrivato…Tra una pausa e l’altra dal lavoro, ne ho approfittato x cominciare a guardare l’andamento di voto, i vari intention pool, le varie statistiche e così via…E pian piano è avvicinata l’ora dello spoglio delle schede…Ovviamente non ho seguito solo la situazione milanese, ma anche quella degli altri comuni del Centro-Nord, con un’occhio di riguardo per Novara, Rho, Gallarate…I SONDAGGI HANNO COMINCIATO A PARLARE CHIARO: PISAPIA IN VANTAGGIO FIN DALL’INIZIO!!! Ma non dire gatto finché non l’hai nel sacco…Ma, lo confesso, mi sentivo che il 30 maggio sarei finita in Piazza del Duomo a festeggiare…

E infatti!!! Gia intorno alle 17 era sicuro che PISAPIA AVEVA VINTO CON CIRCA IL 55% dei voti e con uno stacco di ben 9 PUNTI dalla Moratti!!!

Mi sono preparata per andare a Milano, dopo aver coccolato il mio gatto…Destinazione Piazza Duomo, insieme alla mia amica Michela!!! 🙂 La piazza era gremita letteralmente di gente!!! Mai vista così piena, sembrava di essere in una città europea a tutti gli effetti…Musica ovunque, balli, canti, il Palco di Radio Popolare, tantissimi giovani, mischiati con altre persone di età disparate: dal bambino col ciuccio alla signora ottantenne…Ed in quel momento si è delineata nella mia mente l’idea di sinistra di cui mio padre mi aveva parlato tanto, quell’INTERNAZIONALITA’ assoluta, che mancava da tanto nella città di Milano…Subito abbiamo preso parte ai balli, ai canti, all’euforia, ai fuochi d’artificio, al turbinio di grida, di risa, di magliette colorate e di gente di ogni tipo…Dove il senso civico e l’attenzione x l’Altro si sono vivamente sentiti…E COSI’, MAGICAMENTE, MI SONO SENTITA BENE ED HO TEMPORANEAMENTE DIMENTICATO LE MIE PARANOIE, LE MIE PREOCCUPAZIONI, LE MIE ANSIE E LE MIE ANGOSCIE…QUINDI, ANCHE PER QUESTO, GRAZIE GIULIANO!!!    Con te si respira già UN’ARIA NUOVA…Speriamo che duri, ma ne sono quasi certa!!! 🙂

 

 

Lettera aperta con alcune mie riflessioni…Blowing in the wind…

Cari tutti,

Qualche osservazione relativa alle Elezioni Amministrative 2011; mi piace conservare un po’ di ottimismo, questo soprattutto perché mi hanno molto confortata i primi ed ottimi risultati delle Amministrative nella mia città, Milano, in cui sono nata e cresciuta, in cui ho abitato per quasi vent’anni, prima di trasferirmi in quel di Castellanza (Alto Milanese o Basso Varesotto che dir si voglia).

Dunque, Milano: dopo tutti questi anni di malgoverno, di regime del terrore, di politiche insane la grande rimonta!!! (aspettiamo il ballottaggio, ma arrivare 7 punti sopra Lady Tatcher Moratti al primo turno è già una grande vittoria, almeno per me…). Incredibile ma VERO: GIULIANO PISAPIA, con la “politica della gentilezza”, come l’ha definita lui stesso su “La Repubblica”, a Milano ce l’ha quasi fatta!!! Anche se il ballottaggio lo aspetta al varco, esce comunque forte e soddisfatto da questa prima votazione.

Ora parliamo dei risultati elettorali del “Paesone” in cui ho abitato per ben 9 anni, Castellanza (ora abito a Saronno, “cittadina-cimitero, fino a qualche anno fa, resa tale dalle precedenti Amministrazioni, in cui Lega, Pdl e An, quando ancora esisteva, hanno sempre spopolato, con la loro dogmatica “Dottrina della Sicurezza” , senza ottenere risultati ovviamente, ma in cui, adesso, dopo anni e anni, il CENTROSINISTRA è salito in città, compatto, unito, seppur con mille difficoltà, ma con progetti concreti, che già sta mettendo in atto, e questo si vede, ve l’assicuro, visto che ormai ci vivo e ci abito!!! Senza contare che le assemblee e le riunioni della Coalizione e del Pd stesso sono attive, propositive, vivaci, non ci si scanna e non ci si da contro tra poveri, come invece è successo altrove…); del resto, ritornando in ambito castellanzese, cosa si pensava di ottenere con la presentazione di ben 3 LISTE DI CENTROSINISTRA A CASTELLANZA?? Per la seconda volta consecutiva si è ripetuto un errore gravissimo, visto che già alle scorse Elezioni Amministrative si era presentato lo stesso, apocalittico scenario…Mi sono ri-vergognata!!! Prima di tutto per i toni di cattiveria e di polemica che, fin dai primi tempi di campagna elettorale, si sono notati tra le file del Centrosinistra. Voi direte, giustamente: “Ma questa qui parla, ma dov’era in tutto questo tempo??? Comodo parlare e non far nulla per cambiare…”. Non è così, visto che ho provato a frequentare per qualche tempo la sezione del Pd, quando ancora abitavo a Castellanza, ci ho provato…Purtroppo però, qui ho trovato un dibattito sempre sterile, una mancanza di concretezza di fondo, un darsi contro nelle discussioni, toni sempre concitati, poco assertivi e molto aggressivi tra i vari partecipanti alle assemblee…Io credo alla partecipazione per cambiare, ma non ho trovato in Sezione il riscontro che mi sarei aspettata.

Ancora ricordo, quando arrivai a Castellanza nel 2002, il bellissimo ambiente, molto accogliente e pulito di quella che, ai tempi, quando era Sindaco Livio Frigoli (l’unica persona che, anche in Sezione, mi era sembrato il più concreto e quello con le idee più chiare in assoluto, con un progetto politico serio ed attuabile), era una ridente cittadina, ricca di iniziative culturali e ricreative, verde e vivace, civile ed a misura di persona, con servizi tutto sommato efficienti e funzionanti…Ora non è più così, ormai a partire dal 2006, quando il Centrodestra è salito a “governare” il territorio, con un appiattimento generale notevole della Città di Castellanza, che è ritornata ad essere una città dormitorio.

Il miraggio di rimonta in me c’è stato solo durante quei pochi mesi in cui ho preso parte alle riunioni del Pd, in cui per me è stata un’emozione ed un impegno partecipare alle Primarie (Bersani, Franceschini o Marino, questo era il dilemma, ricordate??), ma anche semplicemente ascoltare se c’era qualcosa da proporre, oppure imparare, con l’ascolto attivo e partecipato, da persone che in politica avevano indubbiamente più esperienza di me…

Purtoppo, i fatti parlano, alla fine è andata diversamente; l’unica lista in grado di portare qualche ventata di rinnovamento, un po’ di gioventù in Consiglio Comunale, la novità che in molti cercavano (parlo di Pro-Muovere Castellanza ovviamente) è stata osteggiata perché composta da “persone inesperte che sanno poco o nulla di politica”, che non sono state ritenute in grado di cambiare (o forse troppo pulite??); questa lista è stata attaccata senza esclusione di colpi…Nelle altre due liste non mi sembra che siano state presentate idee innovative, ma tanta, tanta retoricaccia vecchio stile…L’unificazione e la coesione sarebbero state possibili, ne sono convinta; ce l’hanno fatta persino a Caronno Pertusella (Va), paese democristiano prima e leghista dopo da sempre, dove la coalizione di Centro Sinistra (Pd, Idv, Sel, Rifondazione, e due gruppi di orientamento progressista, tra cui Caronno Pertusella Giovani), si è presentata compatta, unita, in cui le nomenklature ed i personalismi sono stati superati, in cui si è lavorato, anche a costo di mettere da parte qualche “anziano ed interessato politicante di vecchia data” che voleva rovinare tutto con i propri odi o simpatie personali…Hanno vinto sul Sindaco uscente, la cattolicissima ed oratoriana Augusta Maria Borghi, anche se solo per poco, giusto una manciata di voti, ma quei nove voti che, comunque, hanno assicurato loro di salire a governare il paese.

Parlavo prima di organizzazione e superamento dei personalismi; a parer mio è necessario cominciare a lavorare SIN DA ORA nel Centrosinistra, per cercare di ricucire, di mettersi insieme in vista delle prossime elezioni, per abbattere le barriere della propria volontà di affermazione, per andare al di là del proprio naso, per non litigare tra di noi ma per creare progetti concreti, realizzabili, partendo dal basso, dalla gente, coinvolgendola non con i soliti mezzi, ma con persone nuove (Matteo Mazzucco potrebbe essere il punto di riferimento in questo senso), che permettano anche ai delusi ed ai disillusi di partecipare, di dar voce alle proprie esigenze, di riscattarsi e di farsi una nuova idea di Sinistra, degradata da tempo dai Media in primis, ma anche per la pessima immagine di sè che ha dato (raccogliendo i pareri nell’elettorato è emersa una visione di un Centrosinistra che “non è capace di stare unito, che non vuole mettersi d’accordo, che basa sul pettegolezzo tutte le sue discussioni, che usa l’attacco personale come unica arma di opposizione”… e via dicendo…).

Ho concluso, grazie per l’attenzione

Irene Ramponi

Un uomo che stimo…Un Sindaco a cui molta politica locale e non solo dovrebbe ispirarsi…Fatti, non parole, lo confermano…

 Biografia (tratta da http://www.avisoaperto.it/)

Matteo Renzi è nato a Firenze l’11 gennaio 1975.

Da giovedì 25 giugno 2009 è Sindaco del Comune di Firenze.

Nei 5 anni precedenti è stato Presidente della Provincia di Firenze.

Si è diplomato al liceo classico Dante di Firenze e laureato nel 1999 in Giurisprudenza con la tesi “Firenze 1951-1956: la prima esperienza di Giorgio La Pira Sindaco di Firenze”.

Ha lavorato con varie responsabilità all’interno della CHIL srl, società di servizi di marketing di cui è dirigente in aspettativa. Nel 2004 è diventato Presidente della Provincia in rappresentanza di una coalizione di centrosinistra. È stato protagonista di alcune battaglie come l’abbassamento delle tasse provinciali (con conseguente taglio delle spese), il piano provinciale dei rifiuti, l’efficienza nei cantieri, la valorizzazione culturale del Palazzo Medici e del territorio attraverso la manifestazione “Genio Fiorentino”, un innovativo Piano Energetico Provinciale.

“Tra vent’anni non sarete delusi dalle cose che avete fatto, ma da quelle che non avete fatto. Allora levate l’ancora, abbandonate porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite.” (M. Twain) Con questo spirito, Matteo Renzi, il 29 settembre 2008, davanti a una platea di quasi 2000 persone, ha annunciato la sua volontà di candidarsi alle elezioni primarie del Partito Democratico per la carica di Sindaco di Firenze. Dopo mesi di intensa campagna elettorale nelle strade e nelle piazze dei cinque quartieri fiorentini ha vinto a sorpresa, con il 40,52% dei voti, le primarie del 15 febbraio 2009.

Il 21 e 22 giugno è stato eletto Sindaco come candidato della coalizione del centro sinistra per il governo di Palazzo Vecchio, con 100.978 voti.

Durante i primi 100 giorni del suo mandato ha già segnato la storia di Firenze con la pedonalizzazione totale della piazza del Duomo.

Matteo è sposato con Agnese, insegnante precaria nei licei fiorentini. I loro tre figli si chiamano Francesco che frequenta la seconda elementare, Emanuele all’ultimo anno della scuola materna ed Ester che dall’alto dei suoi tre anni per adesso fa la principessa a casa. È stato educatore scout (ha diretto con la firma “Zac” il mensile nazionale Camminiamo Insieme), arbitro di calcio a livelli dilettantistici e anche un giocatore di calcetto incomprensibilmente definito mediocre dai suoi amici e dai suoi avversari.

Matteo Renzi pensa che la comunicazione in politica sia fondamentale. Per questo, da otto anni dialoga con cittadini, amici e sostenitori attraverso le e-news settimanali. Mail che, in forma di lettera e di riflessione autobiografica aperta al mondo, commentano fatti e notizie locali e internazionali.

Crede nella politica e in quella meravigliosa frase di Bono Vox, rivolta a Blair e Brown, per la quale “i politici sono i depositari dei sogni della gente”. Ma per evitare che il sogno divenga un incubo crede in una politica diversa.

Ha raccolto 240 e-news nel libro “A viso aperto” (Polistampa, 2008), che è stato presentato il 6 settembre 2008 nel corso della prima Festa Nazionale del PD a Firenze. Nel 2006 ha scritto “De Gasperi e gli U2. I trentenni e il futuro” (Ed. Giunti). Nel 1999 “Mode – Guida agli stili di strada e in movimento” a cura di Fulvio Paloscia e Luca Scarlini (Adnkronos libri, 1999) e nel 1999 come coautore insieme a Lapo Pistelli del volume “Ma le giubbe rosse non uccisero Aldo Moro” (Giunti, 1999)

I contatti:

– mail: sindaco@comune.fi.it

– telefono: 0552768310

– web: www.matteorenzi.it

Vi segnalo anche la sua intervista, apparsa su Walk On Job, rivista online su lavoro e carriere: http://www.walkonjob.it/articoli/902-articoli/426-matteo-renzi-sindaco-di-firenze-in-politica-la-penso-come-bono-vox

Fuori!

Fuori!

Recensione tratta da http://rizzoli.rcslibri.corriere.it

Contro i soliti noti, contro tromboni e trombati, contro una classe politica che ha già sprecato la propria opportunità di cambiare le cose.

 I SOGNI, LE IDEE, LE SPERANZE DI UNA NUOVA GENERAZIONE.

QUANTI POLITICI RIFIUTEREBBERO
una poltrona sicura? Chi mai rinuncerebbe a una carica pubblica servita su un piatto d’argento?
Chiunque risponderebbe alla stessa maniera: “Nessuno!”. E questo non solo perché gli italiani hanno perso fiducia nella politica, ma — cosa ben più grave — si sono arresi all’idea di non aspettarsi niente di meglio da chi li governa. Eppure c’è chi di fronte ai soliti giochetti dei piccoli e grandi poteri di casa nostra ha saputo dare la risposta più sfacciata: “No, grazie”. Matteo Renzi è uno di questi.
Alla fine del suo primo mandato come presidente della Provincia di Firenze, gli era stata assicurata la rielezione. Renzi però non ha voluto fare il pollo di batteria e ha deciso di partecipare alle primarie per candidarsi a sindaco di Firenze, senza l’appoggio dei vertici del suo partito, il Pd.
Le ha vinte, è stato eletto, e oggi è il sindaco più amato d’Italia. Ora vuole darsi da fare per tirare fuori il Paese dal pantano in cui l’ha cacciato una politica vecchia e asfittica. In questo libro racconta come i campi scout gli abbiano insegnato che nella vita ognuno deve prendersi le sue responsabilità, e come su quelli da calcio (dove ha fatto l’arbitro) s’impari che non sempre si ha il tempo di pensare: occorre decidere e fischiare. Ha dimezzato gli assessori in Giunta e raddoppiato l’investimento per l’ambiente.
Guarda con orgoglio al passato delle sua città, e pensa in grande al futuro, riflesso negli occhi dei bambini delle scuole che incontra ogni martedì.
Matteo Renzi racconta le sue aspirazioni e dà voce alla speranza di una svolta. “Adesso tocca a noi” scrive “ridare fiato al Pd, ma soprattutto ridare slancio all’Italia.

 

 

Mario Capanna

 

Lettera a mio figlio sul Sessantotto

 

“Un’esperienza nuova per il nostro tempo è entrata nel gioco politico: ci si è accorti che agire è divertente. Questa generazione ha scoperto quella che il diciottesimo secolo aveva chiamato la ‘felicità pubblica’, il che vuol dire che quando l’uomo partecipa alla vita pubblica apre a se stesso una dimensione di esperienza umana che altrimenti gli rimane preclusa, e che in qualche modo rappresenta parte di una felicità completa”

Hannah Arendt

 

Una maglietta avuta in dono dalla moglie è il pretesto per scrivere e dedicare al figlio questo libro. Infatti la scritta 68 e tutti gli eventi di quell’anno brevemente descritti da quella t-shirt avevano suscitato grande curiosità tra gli amici del figlio che la indossava. Allora il Sessantotto può ancora interessare i ragazzi? Constatato questo, uno dei protagonisti di quegli “anni formidabili” decide di sintetizzare, in una lunga lettera al figlio, l’origine, il farsi, le conseguenze di quella rivoluzione e di tracciarne un breve giudizio storico. Tutto ciò con un linguaggio semplice e immediato, di facile comprensione per un adolescente. Quell’anno, o meglio quegli anni, che ancora fanno discutere, nascono dall’esigenza di una intera generazione di farsi protagonista della storia. Non interessa la conquista del potere, si vuole un modo diverso di far politica. E questo appare chiaro fin dall’inizio: un’improvvisato presidio e un megafonaggio davanti all’Università Cattolica, vengono trasformati da Capanna in una tenzone oratoria con gli studenti fascisti che si contrappongono. Nessuna violenza quindi da parte di chi inizia ad “alzare la testa”, solo il bisogno insopprimibile di dire le proprie ragioni. Il Movimento, giorno dopo giorno, cresce e si afferma, diventa davvero un movimento di massa, una contestazione globale. Contestazione ad un modo di concepire il mondo, lo studio, la propria individualità e i rapporti interpersonali, rifiuto dell’utile come unico scopo dell’agire, rifiuto della passività e delle gerarchie vuote di contenuto. Globale la contestazione di quegli anni lo fu anche da un punto di vista geografico: mai era accaduto che un movimento di idee circolasse tanto velocemente attraverso il mondo, mai si erano visti tanti giovani di culture, economie, razze e regimi politici diversi, uscire nelle piazze e rivendicare una nuova e diversa libertà, una nuova e diversa società. I giovani, gli studenti, sono i primi ad entrare in agitazione; a questi faranno seguito, in Italia, gli operai e le loro richieste saranno sicuramente influenzate dalla nuova aria che si respira: non solo rivendicazioni salariali, ma di miglioramento della qualità della vita e della propria preparazione culturale. Il ’69 operaio raggiungerà il suo massimo obiettivo con l’approvazione dello Statuto dei lavoratori, che darà all’Italia uno dei più avanzati strumenti di democrazia nel mondo.
Ma il Sessantotto studentesco è invece fallito? Sono in molti, e Capanna riporta le opinioni di personaggi famosi di aree culturali e politiche diverse, a credere di no. Sicuramente nel costume, nella mentalità collettiva sono, da quell’anno, cambiate moltissime cose e ciò è avvenuto in modo irreversibile. Con un paragone forse un po’ ambizioso, Capanna mette in relazione la contestazione globale di quegli anni con la Rivoluzione francese: certo al 1789 hanno fatto seguito Napoleone e la Restaurazione, ma i grandi valori di liberté, égalité, fraternité, sono ancora vivi e attuali.
Nel volume viene poi contrastata con forza la tesi che il terrorismo è figlio del Sessantotto, e questa mi sembra essere forse la parte più appassionata e sentita dall’autore. Con ben circostanziate analisi si vede come non certo dall’entusiasmo e dalla carica vitale di quegli anni sia derivata la buia stagione del terrorismo, quanto in particolare dalle stragi, dalla strategia della tensione, prima fra tutte la strage di Piazza Fontana a Milano.
In questi ultimi anni sono molti i libri indirizzati ai propri figli, Savater iniziò qualche anno fa con la sua lezione di etica, ma forse questo è dedicato a una nuova generazione, ai figli di “quelli del Sessantotto”, così diversi, un po’ marziani per i padri, ma sicuramente quelli che potranno… portare avanti il discorso.

 

Lettera a mio figlio sul Sessantotto di Mario Capanna
Pag.166, Lit.20.000 – Edizioni Rizzoli
ISBN 88-17-52162-0

 

Le prime righe

Caro Dario,

una lettera non breve, e tuttavia sintetica rispetto all’ampiezza della materia, credo sia il modo migliore per rispondere alle domande, crescenti con l’età, che mi vieni rivolgendo sul ’68 e dintorni.
Ci pensavo da tempo, ma ero restio a cominciare. Non tanto per il timore di caricarti di un peso (tale non è mai la riflessione sul passato, perché aiuta a capire il presente e a immaginare meglio il futuro), quanto per la preoccupazione di apparirti, anche se involontariamente, saccente. Rischio che i genitori corrono spesso. E i padri, forse, più delle madri.
A determinare la decisione è stato il simpatico aneddoto che, tuo malgrado, ti ha visto protagonista nell’estate ’97.
Quando la mamma mi regalò, con dolce malizia perché sapeva che non avrei mai osato indossarla, la maglietta extralarge con “68” stampigliato sul davanti in caratteri cubitali e circondato da un intrico di scritte minute che ricordavano i principali avvenimenti di quell’anno nel mondo, e io la passai a te, né Ivana né io pensavamo sul serio che ti sarebbe piaciuta e che l’avresti usata. Non foss’altro per le dimensioni: ancora oggi ti arriva quasi alle ginocchia.
Tu, invece, decidesti di indossarla, un pomeriggio, durante la vacanza che eri andato a trascorrere, insieme ai tuoi amici, in un centro sportivo sull’Appennino parmense.
E quel giorno passasti buona parte del tuo tempo stando fermo, “bloccato” soprattutto dai ragazzi più grandi, quindici-diciassettenni provenienti da varie parti d’Italia, che ti pregavano di stare immobile per poter leggere le scritte minute degli avvenimenti.
Sei, quando vuoi, davvero un buon narratore. Il tuo racconto ricostruiva in modo vivo la scena, sì che pareva di assistere quasi dal vero ai capannelli, tu al centro a mo’ di ragazzo-sandwich e gli altri di fronte e intorno intenti alla lettura.
E di percepire i commenti e le osservazioni: “Mia madre mi ha parlato dell’assassinio di Martin Luther King e di Robert Kennedy”, diceva lo spilungone dai capelli biondi e lunghi; “c’era anche mio padre alla contestazione alla Scala”, notava, fiero, il grassoccio rapato a zero.
Bisogna apprezzare, te ne va dato atto, che non hai fatto pesare il tuo esercizio di immobilità paziente. Posso immaginare che ti sia costato non poco, visto che per te, come per tutti gli adolescenti, il muoversi è vita.
“Non è vero che il ’68 è passato, è ben vivo tra i ragazzi”: fu questa la conclusione, lapidaria e priva di incertezze, del tuo racconto.

© 1998, R.C.S. Libri S.p.A.

Giulio Mozzi – Giuseppe Caliceti
Quello che ho da dirvi
Autoritratto delle ragazze e dei ragazzi italiani
A cura di Giuseppe Caliceti e Giulio Mozzi

“Vorrei che i miei genitori facessero la mia conoscenza”

(F*, Liguria)

Nel febbraio 1997 sono apparsi manifesti, avvisi nelle bacheche scolastiche e box pubblicitari sulle pagine di quotidiani e periodici che invitavano i giovani a scrivere, a raccontare a tirare fuori quello che avevano da dire, principalmente in quanto figli e figlie. Naturalmente a questo invito hanno risposto in molti, o per meglio dire in molte, dato che la maggioranza dei messaggi arrivano da ragazze. “Le lettere ricevute presso la redazione di Stile Libero di Einaudi riempivano tre ceste” come raccontano i curatori nelle note introduttive. Ridistribuite in dieci scatole da scarpe e suddivise secondo l’argomento generale trattato, le lettere hanno fornito il supporto, la base su cui costruire il volume, anzi, rappresentano esse stesse l’opera. La prima parte del libro, presentata sotto il titolo Enciclopedia dell’adolescenza, contiene brevi considerazioni, raccolte in ordine alfabetico, su temi strettamente legati all’adolescenza e alla famiglia: da Abbandono a Zero responsabilità, passando attraverso voci come Bacio, Bugie necessarie, Complicità, Cordone ombelicale, Dolore, Essere ascoltati, Fallimenti, Fare la fila al bagno, Fumo, Incoraggiamento, Jim Morrison, Libertà, Madre (in tutte le sue forme), Padre (in tante forme anch’esso), Prof (anche questi non mancano), Ruoli, Separazione, Sesso, Territori domestici, e molti, molti altri. Ne esce un quadro divertente o drammatico, inquietante o semplicemente “naturale” di una generazione giovane in questo decennio, ma non così differente dalle generazioni che l’hanno preceduta. Ne escono pensieri analoghi a quelli espressi dai genitori ai tempi dell’adolescenza; ne emerge un grande desiderio di dialogo, di affetto, di confronto con gli adulti, che spesso si rivelano invece sfuggenti, inadempienti. L’eterno rapporto conflittuale, che alterna amore e odio, tra genitori e figli, parzialmente stigmatizzato in una frase di L*, ragazzo del Veneto: “Ti amo perché sei madre, ti odio perché sei la mia”.
Parte di questi argomenti sono presenti anche nella seconda parte del volumetto, dal titolo Diciotto storie più una, dove è stato lasciato uno spazio maggiore ad alcune selezionate storie, reputate più interessanti di altre. I curatori raccontano: “In questa scelta ha contato parecchio, com’è naturale, la qualità della scrittura. Ci piaceva l’idea di mostrare non solo come vive e cosa pensa questa generazione, ma di mostrare anche come sa esprimersi (per mezzo della parola scritta).”
Ancora una nota su una “trovata” che dal punto di vista della grafica, dell’impaginazione, ma soprattutto, della lettura è molto interessante: a fianco dei brani compaiono lateralmente richiami ad altri argomenti trattati, nella forma degli appunti che solitamente sono fatti a penna o a matita studiando un testo. Capita così che alla voce Gesù e Anna Frank, di lato si trovi un rinvio a Jim Morrison e che alla voce Urlare si richiami quella Sorelle…


Quello che ho da dirvi. Autoritratto delle ragazze e dei ragazzi italiani, a cura di Giuseppe Caliceti e Giulio Mozzi
206 pag., Lit. 14.000 – Edizioni Einaudi, (Einaudi Tascabili. Stile libero n.505) ISBN 88-06-14488-X


Le prime righe

Enciclopedia dell’adolescenza
A

Abbandono. […] Io ho diciassette anni ed è già da quand’ero piccolo che mio padre non è con me. Si fa vedere ogni tanto e poi… “Ciao Pippino, lo sai che io ti voglio bene, sei tu l’unica cosa che ho al mondo”. Eppure, mica sta con me. Non è in casa mia (che, fra l’altro, mia non è più, visto che l’ha venduta… e non c’ha lasciato niente). Vive, e scopa, con una donna che ha dato della mignotta a mia madre, ignorando d’esser lei la prima, avendo appena concluso di affermare la bellezza del chiavare col marito di colei che le è stata amica. […] Mia madre non so neanch’io come prenderla. Anche lei dice che sono tutto per lei, eppure appena può se ne va. Non sono ancora riuscito a instaurare un dialogo con lei, nonostante i diciassette anni di convivenza. Per lei un figlio è solo da mantenere. “Lavoro tutto il giorno perché devo darti da mangiare e un’istruzione”. Ma non è di questo che io ho bisogno da lei. Io voglio affetto. Io esigo amore. È nell’amore che c’è la vita. Non nei soldi. Eppure lei non mi capisce. Non so come farmi capire. Da lei. […] (A*, Lombardia).

Abbraccio (1). Ciao mamma. […] Quando hai provato ad abbracciarmi, te lo ricordi?, mi hai stretta fino quasi a soffocarmi, era la prima volta che lo facevi, come se volessi farmi capire che nella forza di quell’abbraccio c’era tutto il tuo amore, ma non era tutto il calore che avevo accumulato in tanti anni e di cui avevo bisogno in quel momento. Vorrei che me lo dicessi adesso: cosa c’era in quell’abbraccio? Perché non ho potuto conoscere, prima di quella sera, il tuo abbraccio e vedere, prima di quella sera, le tue lacrime? Come siamo diverse, mamma. Hai provato a farmi crescere come sei cresciuta tu, a diventare come tu sei diventata. Non ci sei riuscita. Hai voluto farmi provare le tue stesse amarezze, le tue stesse delusioni, quando già sapevi che mi avresti fatto soffrire, mi hai lasciato il ricordo della tua rabbia per sempre sul viso – e quella sera piangevi. Piangevi e le tue lacrime mi facevano soffrire tanto, quasi da mettere in crisi la mia decisione, dentro di me piangevo con te per tutto quello che non ci siamo mai dette, per tutto quello che non c’è mai stato, anche se avevo gli occhi asciutti. Amarezza. Non ci sono altre parole per dirti cosa sento di me adesso: solo amarezza, dopo tutto questo tempo sento la stessa amarezza di quella sera e credo che resterà con me tutta la vita ogni volta che ci penserò. Adesso vorrei che me lo dicessi: cosa c’era in quell’abbraccio? […] (T*, Lombardia).

© 1998, Giulio Einaudi editore s.p.a.

I curatori
Giulio Mozzi ha pubblicato nel 1996 presso Einaudi, La felicità terrena (Finalista Premio Strega). Da Theoria sono usciti tra l’altro Questo è il giardino e la raccolta di saggi Parole private dette in pubblico.

Giuseppe Caliceti ha pubblicato per Marsilio il romanzo Fonderia Italghisa.


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Precari: ‘Il nostro tempo è adesso’, il 6 maggio l’Italia si ferma, fermiamoci anche noi
Prossima tappa per la mobilitazione dei giovani precari lo sciopero generale proclamato dalla CGIL per il prossimo 6 maggio. “E’ necessario – affermano – difendere i diritti ed estenderli a tutti: dalla malattia, al diritto di voto per la rappresentanza sindacale, allo stesso diritto di sciopero”.

Lo sciopero generale della CGIL proclamato per il 6 maggio sarà la prossima tappa della mobilitazione dei giovani precari che il 9 aprile scorso, dietro l’appello ‘Il nostro tempo è adesso’, sono scesi in piazza in tutta Italia per rivendicare un lavoro stabile e dignitoso.

“Il 6 maggio l’Italia si ferma, fermiamoci anche noi”, scrivono in una lettera aperta i promotori dell’appello invitando tutti i precari a scioperare e a manifestare, affinchè spiegano “si costruisca una giornata in cui i lavoratori precari siano i protagonisti e possano prima di tutto rivendicare, in tutte le forme possibili, il diritto di sciopero”. Un diritto, proseguono “intrinsecamente negato ai precari. Un precario o un autonomo che decide di astenersi dal lavoro lo fa a proprio rischio e pericolo: chi per l’estrema ricattabilità a cui è sottoposto; chi, perché lavorando a progetto, carica su di sè il lavoro mancato; chi perché non vedrà conteggiato il proprio giorno di sciopero, tecnicamente inesigibile per alcune tipologie”.

E’ per queste ragioni che i giovani del comitato ‘Il nostro tempo è adesso’ invitano tutti ad aderire alla campagna ‘Precari/e in sciopero!’. Chi non potrà astenersi dal lavoro potrà comunque aderirvi attraverso il sito raccontando la modalità di sciopero scelta, anche se solo simbolica, e raccontando perchè è stato negato il diritto di sciopero “sarete simbolicamente in piazza con noi” scrivono.

Il lavoro e i suoi diritti, uno dei temi alla base dello sciopero generale, perchè come più volte ripetuto dalla leader della CGIL, Susanna Camusso “non può esserci lavoro senza diritti”, questo il principio che verrà ribadito in tutti i luoghi di lavoro e nelle piazze il 6 maggio, perchè “lavoro, persona e diritti sono un insieme inscindibile” e come sottolineato nella lettera aperta: è necessario difendere i diritti ed estenderli a tutti dalla malattia, al diritto di voto per la rappresentanza sindacale, allo stesso diritto di sciopero. “Quelle tutele che qualcuno preferisce strumentalmente definire ‘privilegi’ per pochi, diventino patrimonio per tutti”.

Ed ecco il manifesto, ovvero la lettera in cui i precari fanno sentire le loro ragioni e confermano di aderire allo sciopero:

Il 9 aprile la nostra generazione si è presa la scena, non solo portando in piazza la condizione
di precarietà da cui vogliamo liberarci, ma anche dimostrando che siamo la buona notizia in un
paese quotidianamente umiliato da chi ci governa.
Con il 9 aprile abbiamo chiesto a tutti di prendere posizione sull’emergenza precarietà, e hanno
risposto in molti.
Le nostre istanze sono state gridate in maniera netta da tutte le piazze: vogliamo che ad un
lavoro stabile corrisponda un contratto stabile; che siano garantiti a tutti, anche ai lavoratori
strutturalmente discontinui, gli stessi diritti, compresa la certezza della retribuzione; che sia
garantita la continuità di reddito per chi ha perso il lavoro, chi lo cerca, chi non lo trova; che sia
garantita alle nuove generazioni piena autonomia, accesso alla casa, alla cultura, al sapere.
Il 9 aprile si è manifestato il popolo degli invisibili, i nuovi ghostwriter, coloro che non hanno
volto e voce nel dibattito pubblico, ma soprattutto un popolo che ha capito che solo attraverso
l’azione collettiva è possibile riconquistare i diritti negati.
Per questo il 9 aprile è stato solo l’inizio.
L’inizio di un percorso che vogliamo sia lungo e incisivo e che ha già un appuntamento da non
mancare: lo sciopero generale indetto per il 6 maggio dalla CGIL.
Il paese intero è chiamato a fermarsi e manifestare, contro una politica che continua a far
pagare ai più deboli i costi della crisi e mette in discussione i diritti fondamentali, tra cui la
rappresentanza e la democrazia sindacale.
Gli stessi diritti fondamentali che i precari non hanno mai visto e conosciuto, come la malattia, il
diritto di voto per la rappresentanza sindacale, lo stesso diritto di sciopero.
Siamo utilizzati come un esercito di riserva, un popolo a diritti zero e disposto a tutto, che suo
malgrado è diventato la scusa per indebolire le tutele collettive, conquistate in anni di lotte
sindacali e sancite nei contratti collettivi di lavoro. Quelle tutele che qualcuno preferisce strumentalmente definire “privilegi” per pochi, piuttosto che patrimonio di tutti.
Il 6 maggio la nostra condizione deve diventare il cuore dello sciopero: perché per
difendere i diritti è necessario estenderli a tutti. E’ questa la grande sfida del movimento
dei lavoratori.
La nostra unica forza è infatti la solidarietà, l’unico strumento per combattere la ricattabilità e
migliorare concretamente la condizione di ognuno.
Vogliamo costruire una giornata in cui i lavoratori precari siano i protagonisti e possano prima di
tutto rivendicare, in tutte le forme possibili, il diritto di sciopero.
Un diritto intrinsecamente negato ai precari. Un precario o un autonomo che decide di astenersi
dal lavoro lo fa a proprio rischio e pericolo: chi per l’estrema ricattabilità a cui è sottoposto; chi,
perché lavorando a progetto, carica su di sè il lavoro mancato; chi perché non vedrà
conteggiato il proprio giorno di sciopero, tecnicamente inesigibile per alcune tipologie.
Il 6 maggio vogliamo uscire dall’invisibilità e chiediamo a tutti di partecipare, aderendo
alla campagna “Precari/e in sciopero!” e rendendo ovunque visibile il logo (profilo facebook,
posto di lavoro, abitazione..).
Chiediamo a tutti i precari di sfidare collettivamente il ricatto, di renderlo pubblico, di raccontare
la propria esperienza condividendo una battaglia comune per l’affermazione dei diritti.
Saremo tutti con voi – se vorrete – davanti al posto di lavoro e in piazza.
A chi non potrà scioperare chiediamo di aderire attraverso il sito, raccontando perché non potrà
farlo, perché i ricatti che subiamo diventino oggetto di una denuncia collettiva e perché chi
sciopererà possa portare simbolicamente in piazza con sé anche la condizione di chi non potrà
esserci
Il 6 maggio l’Italia si ferma, fermiamoci anche noi!
Il 6 maggio noi ci saremo, per dimostrare a questo paese quanto vale il nostro lavoro e
quanto vale la nostra dignità. Per cambiare i rapporti di forza, sappiamo di poterci
riuscire, insieme.

Aderisci alla campagna PRECARI/E IN SCIOPERO!
Scarica il logo e usalo come tuo avatar su facebook, nella tua postazione di lavoro, nel tuo pc,
ovunque tu vorrai.

Scriveteci e raccontateci:
-L’esperienza di organizzazione dello sciopero nella vostra realtà lavorativa, sfidiamo insieme
il ricatto: il 6 maggio renderemo pubblico lo sciopero dei precari.
-La vostra modalità di sciopero (qualsiasi essa sia….), e raccontateci perchè vi è negato il
diritto di sciopero. Saremo simbolicamente in piazza anche noi!.
Non esistate a condividere tutto ciò che vorrete foto, video…inviatele a

info@ilnostrotempoeadesso.it

 

Tratto da http://www.flcgil.it/ . Pubblicizzo e diffondo volentieri…

La scuola, l’università, la ricerca, l’alta formazione sono il motore dello sviluppo, il Governo li sta affossando. Diciamolo con lo sciopero generale!

Per il lavoro e lo sviluppo, per riconquistare un modello contrattuale unitario e battere la pratica degli accordi separati, per definire le regole della democrazia e della rappresentanza, riassorbire la disoccupazione, contrastare il precariato, estendere le protezioni sociali e ridare fiducia ai giovani.

Per tutti questi motivi la CGIL ha proclamato per venerdì 6 maggio lo Sciopero Generale

PENSA SEMPRE, SCIOPERA ADESSO!!!

I settori della conoscenza, pubblici e privati, si fermeranno per l’intera giornata.

Per aderire allo sciopero e partecipare alle manifestazioni ci sono almeno 12 buoni motivi:

 

Trentaquattro mesi di governo Berlusconi hanno impoverito il paese, depresso l’economia, aumentato la disoccupazione e la pressione fiscale, abbassato le tutele ai lavoratori, tagliato lo stato sociale, penalizzato i pensionati, umiliato il lavoro e la dignità delle donne.

La scure su scuola, università e ricerca colpisce il futuro dei giovani; i tagli alla cultura mortificano la storia e l’arte del nostro paese. In allegato il kit con i nostri volantini e una scheda di approfondimento sull’accordo separato del 4 febbraio 2011.

 

Sono cresciute le diseguaglianze, si è ridotto il sostegno alle persone non autosufficienti, ai disabili, ai poveri. Nel frattempo sono aumentati gli accordi che escludono la CGIL (meccanici, FIAT, pubblico impiego, commercio) senza che, per altro, i lavoratori possano esprimersi con un voto sul merito delle intese che li riguardano. Anche per evitare questa sottrazione di democrazia la CGIL ha presentato un’apposita proposta sulla democrazia sindacale.

 

Uno sciopero generale a sostegno di proposte concrete per il lavoro e per il paese 

 

1. Per uscire dalla crisi ed avviare la crescita

 

  • difendere il lavoro con un sistema di ammortizzatori sociali che copra tutti coloro che lo hanno perso, per promuovere “buona” occupazione e nuove occasioni di impiego;
  • potenziare l’economia italiana, mediante investimenti, spesa in opere pubbliche, innovazione e ricerca, controllo sui prezzi, qualificazione della Pubblica Amministrazione.

 

2. Per difendere i redditi

 

  • Un fisco più giusto, attraverso una vera lotta all’evasione (che ogni anno sottrae circa 3.000 euro ad ogni contribuente onesto)
  • Un fisco più leggero per le famiglie di lavoratori e pensionati che porti mediamente 100 euro in più ogni mese
  • Un fisco più pesante su transazioni speculative, rendite e grandi ricchezze

 

3. Per una nuova politica industriale e per rilanciare gli investimenti

 

  • Riordino degli incentivi per un maggiore e migliore sviluppo, puntando sui programmi di ricerca e di innovazione industriale, con particolare attenzione al Mezzogiorno
  • Nuove misure per il sistema produttivo per portarlo verso settori e prodotti sostenibili, ad alto valore tecnologico e di conoscenza
  • Favorire la crescita dimensionale delle piccole e medie imprese

 

4. Per la scuola pubblica, l’università, la ricerca

 

  •  Investimenti sulla conoscenza e sul diritto allo studio
  • Sviluppo della qualità per la scuola pubblica, l’università e la ricerca
  • Stabilizzazione del personale precario
  • Considerare la cultura come un investimento per la crescita civile, morale ed economica
  • Valorizzare il patrimonio storico, artistico, architettonico e culturale del Paese

 

5. Per un welfare diffuso e di qualità

 

  • Rifinanziare adeguatamente il Servizio sanitario, il Fondo per le politiche sociali, il Fondo per la non autosufficienza
  • Definire un piano nazionale contro la povertà e l’esclusione sociale

 

6. Per un adeguato livello delle pensioni e del benessere oltre il lavoro

 

  • Meccanismi di rivalutazione delle pensioni, riconoscere la 14^
  • Garantire alle future generazioni un reddito da pensione adeguato
  • Ripristinare la flessibilità dell’età pensionabile

 

7. Per i giovani e per il futuro

 

  •  Avviare interventi straordinari per creare occupazione, sradicare la precarietà
  • Costruire un sistema di welfare che dia ai giovani autonomia dalla famiglia

 

8. Per le donne, una battaglia per la dignità

 

  • Introdurre incentivi fiscali all’occupazione
  • Garantire la tutela concreta della maternità, introdurre il congedo obbligatorio di paternità
  • Una legge che impedisca il licenziamento “preventivo” come le dimissioni in bianco

 

9. Per il lavoro pubblico

 

  • Rinnovo dei contratti nazionali e dei contratti integrativi contro ogni accordo separato
  • Immediato rinnovo delle RSU
  • Blocco dei licenziamenti dei precari e definizione di un piano occupazionale

 

10. Per un a politica di accoglienza e cittadinanza attiva dei migranti

 

  • Regolarizzare i lavoratori immigrati per sconfiggere la piaga del lavoro nero
  •   Fornire i livelli essenziali di welfare
  •   Regolare i diritti di cittadinanza per superare le discriminazioni a partire dal diritto di voto

 

11. Per un federalismo solidale ed efficace a livello regionale e comunale

 

  • Definire i livelli essenziali delle prestazioni sociali affinché il federalismo non divida ulteriormente il Paese
  • Garantire agli Enti Locali le risorse per i diritti sociali, il welfare e l’equità della tassazione
  • Promuovere l’integrazione socio-sanitaria investendo nei servizi territoriali e nella riqualificazione della rete ospedaliera

 

12. Per più democrazia nei luoghi di lavoro

 

  •  Eleggere ed estendere le RSU in tutti i settori privati
  • Misurare la rappresentatività delle organizzazioni sindacali sulla base degli iscritti e dei voti ricevuti nelle elezioni delle RSU
  • Garantire ai lavoratori la possibilità di esprimere un voto vincolante sugli indirizzi e sugli esiti contrattuali, ancora di più in presenza di accordi separati

 

La redazione del portale della CGIL ha dedicato una pagina speciale allo sciopero generale del 6 maggio 2011; eccovi il link diretto per accedervi direttamente e poter seguire tutte le fasi della protesta: http://www.cgil.it/htmlviewer.aspx?id=%24Sciopero.generale.6.maggio.2011

Questo spazio ha le caratteristiche di un vero e proprio piccolo sito, nel quale verrà dato ampio spazio ad approfondimenti, informazioni, notizie dai territori e dalle categorie, ma anche video e gallerie fotografiche, in collegamento con i principali social network. Una pagina per parlare ai lavoratori e a tutto il Paese.

Inoltre, della pagina è prevista una versione mobile, alla quale sarà possibile accedere anche attraverso il “QR Code“.

 ENSISTIMOS!!!

CGIL: 12 ragioni per lo sciopero generale del 6 maggio
Una mobilitazione per la difesa del lavoro dagli effetti della crisi, dalle scelte depressive del governo e dall’attacco ai diritti e alle tutele, per rilanciare l’occupazione e per un’operazione di ridistribuzione e di uguaglianza del Paese
  Trentasei mesi di governo Berlusconi hanno seriamente impoverito il paese. L’economia è depressa, la disoccupazione aumenta così come la pressione fiscale. I lavoratori subiscono l’abbassamento delle tutele e la cancellazione dei diritti. Lo stato sociale è stato tagliato indiscriminatamente. Penalizzati i pensionati, negato il futuro ai giovani, umiliato il lavoro e la dignità delle donne. Per queste ragioni la CGIL sarà in piazza venerdì 6 maggio in occasione dello sciopero generale indetto dal sindacato di Corso d’Italia. Uno sciopero che per gran parte delle categorie della CGIL riguarderà l’intera giornata lavorativa con decine di manifestazioni in altrettante piazze d’Italia.Se questo è quindi lo stato in cui versa il paese a tre anni dall’insediamento del quarto governo Berlusconi, la CGIL rivendica una svolta urgente contro l’azione di un governo impegnato da troppo tempo in una operazione di puro galleggiamento: il paese arretra e le diseguaglianze crescono. Per arginare il degrado e il declino in cui sembra essere condannato il paese la confederazione di Corso d’Italia con lo sciopero generale vuole lanciare un messaggio di speranza attraverso quello che è, a tutti gli effetti, un grande atto di responsabilità. E lo fa promuovendo una mobilitazione che ruota intorno ai temi del Fisco e del Lavoro. Fisco come strumento di giustizia sociale, Lavoro come via per la crescita. Due grandi temi che si articolano in 12 punti. Le dodici buone ragioni per lo sciopero generale di venerdì 6 maggio.La sintesi della piattaforma in dodici punti:
1. Per uscire dalla crisi e avviare la crescita – Difendere il lavoro con un sistema di ammortizzatori sociali che copra tutti coloro che lo hanno perso. Promuovere buona occupazione e nuove occasioni di impiego. Potenziare l’economia con investimenti, spesa in opere pubbliche, innovazione e ricerca, controllo sui prezzi e qualificazione della Pubblica Amministrazione.

2. Per difendere i redditi – Un fisco giusto attraverso una vera lotta all’evasione. Un fisco più leggero per le famiglie dei lavoratori e dei pensionati. Un fisco più pesante sulle transazioni speculative, sulle rendite e sulle grandi ricchezze.

3. Per una nuova politica industriale e per rilanciare gli investimenti – Riordino degli incentivi per un maggiore e migliore sviluppo, puntando su ricerca e innovazione industriale, con particolare attenzione al Mezzogiorno. Nuove misure per il sistema produttivo per portarlo verso settori e prodotti sostenibili ad alto valore tecnologico e di conoscenza. Favorire la crescita dimensionale delle piccole e medie imprese.

4. Per la scuola pubblica, l’università e la ricerca – Investimenti sulla conoscenza e sul diritto allo studio. Sviluppo della qualità per la scuola pubblica, l’università e la ricerca. Considerare la cultura come un investimento per la crescita civile, morale ed economica. Valorizzare il patrimonio storico, artistico, architettonico e culturale del paese.

5. Per un welfare diffuso e di qualità – Rifinanziare adeguatamente il servizio sanitario, il fondo per le politiche sociali, il fondo per la non autosufficienza. Definire un piano nazionale contro la povertà e l’esclusione sociale.

6. Per un adeguato livello delle pensioni e del benessere oltre il lavoro – Meccanismi di rivalutazione delle pensioni e il riconoscimento della quattordicesima. Garantire alle future generazioni un reddito da pensione adeguato. Ripristinare la flessibilità dell’età pensionabile.

7. Per i giovani e per il futuro – Avviare interventi straordinari per creare occupazione e sradicare la precarietà. Costruire un sistema di welfare che dia ai giovani autonomia dalla famiglia.

8. Per le donne, una battaglia per la dignità – Introdurre incentivi fiscali all’occupazione. Garantire la tutela concreta della maternità e introdurre il congedo obbligatorio di paternità. Una legge che impedisca il licenziamento preventivo come le dimissioni in bianco.

9. Per il lavoro pubblico – Rinnovo dei contratti nazionali e dei contratti integrativi contro ogni accordo separato. Blocco dei licenziamenti dei precari e definizione di un piano occupazionale.

10. Per una nuovo politica di accoglienza e cittadinanza attiva dei migranti – Regolarizzare i lavoratori immigrati per sconfiggere la piaga del lavoro nero. Fornire i livelli essenziali di welfare. Regolare i diritti di cittadinanza per superare le discriminazioni a partire dal diritto di voto.

11. Per un federalismo solidale ed efficace a livello regionale e comunale – Definire i livelli essenziali delle prestazioni sociali affinché il federalismo non divida ulteriormente il paese. Garantire agli enti locali le risorse per i diritti sociali, il welfare e l’equità della tassazione. Promuovere l’integrazione socio-sanitaria investendo nei servizi territoriali e nella riqualificazione della rete ospedaliera.

12. Per più democrazia nei luoghi di lavoro – Eleggere ed estendere le Rsu in tutti i settori privati. Misurare la rappresentatività delle organizzazioni sindacali sulla base degli iscritti e dei voti ricevuti nelle elezioni delle Rsu. Garantire ai lavoratori la possibilità di esprimere un voto vincolante sugli indirizzi e sugli esiti contrattuali, ancora di più in presenza di accordi separati.

 

La meglio gioventù…Uno tra i film che non deve mancare nella mia videoteca!!!
 
 
Marco Tullio Giordana: La meglio gioventù

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Marco Tullio Giordana
Soggetto e Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Fotografia: Roberto Forza
Scenografia: Franco Ceraolo
Costumi: Elisabetta Montaldo
Montaggio: Roberto Missiroli
Prodotto da: Angelo Barbagallo
(Italia, 2003)
Durata: 366′
Distribuzione cinematografica: 01 distribition

PERSONAGGI E INTERPRETI

Nicola Carati: Luigi Lo Cascio
Matteo Carati: Alessio Boni
Adriana Carati: Adriana Asti
Giulia Monfalco: Sonia Bergamasco
Carlo Tommasi: Fabrizio Gifuni
Mirella Utano: Maya Sansa

Marco Tullio Giordana, autore di punta nel nuovo cinema italiano continua ad esercitare il proprio talento evidenziando una spiccata attitudine alla storiografia. Da “Pasolini – Un delitto italiano” al trionfo de “I cento passi”, il volitivo cineasta ha dimostrato di saper calare se stesso ed il pubblico nel clima degli anni che hanno segnato la sua formazione politica ed intellettuale: quei ’60 e ’70 raccontati lungo percorsi narrativi ove intreccia nello stesso quadro i crimini e le virtù della sua generazione, senza mai cedere alla tentazione di abbandonarsi ad un moralismo manierato.
Non fa eccezione “La meglio gioventù” (titolo di pasoliniana memoria), profilo lucido e disincantato di una famiglia attraverso quarant’anni di storia italiana, che segue – in ben sei ore di girato – la travagliata vicenda dei fratelli Nicola e Matteo Carati, a lungo uniti dagli stessi sogni sino al giorno in cui, entrambi delusi dall’esito di una causa personale, l’uno cercherà la propria strada tra il fervore dei movimenti giovanili, mentre l’altro, erudito ma bisognoso di ordine, entrerà nel corpo di polizia.
Da qui, il loro viaggio nella vita si arricchisce di volti e caratteri densi, d’immagini di donna in bilico tra la fragilità e l’ostinazione, riversando ogni personaggio nell’ampiezza dello scenario sociale che si muove sul loro sfondo, fino ad essere portato in primo piano.
Di tappa in tappa, questa direzione stilistica diviene l’obiettivo primario di Giordana, che passa scrupolosamente in rassegna gli eventi più significativi del nostro dopoguerra – dall’alluvione fiorentina a Tangentopoli, transitando sui moti rivoluzionari del ’68 ed il rapimento di Aldo Moro – con un registro asciutto ed esplicito, emancipato, ma prudente nella scelta di non rinunciare ai vincoli strutturali indispensabili per un film destinato alla televisione.
Spingendo lo sguardo oltre l’affastellamento di rappresentazioni storiche che si rincorrono durante tutta l’opera, ciò che ne resta è un fitto ricamo di emozioni: un coro di voci e di vissuti che è, al tempo stesso, il suggello di uno straordinario artista, meritevole di essere riconosciuto come il più impegnato affrescatore della sua epoca.
 
Un po’ di critica cinematografica…
 

  Forse la vita non è quella che avremmo voluto, ma il meglio della nostra gioventù resta, indelebile e incisivo. Non è facile liquidare in poche righe il tema portante del maxi-film di film precedente in archivio Marco Tullio Giordana film successivo in archivio (sei ore pensate per la televisione, insabbiate nei palinsesti RAI, arrivate infine sugli schermi cinematografici in virtù del premio a Cannes), ma ciò che resta impresso, “indelebile e incisivo”, è il flusso narrativo di magmatica complessità psicologica, di intenso afflato sentimentale, di circostanziata storicità socio-politica.
Pubblico e privato si compenetrano con naturalezza in La meglio gioventù, la fonte poetica del titolo (Pasolini) si rigenera in un intrigante melodramma familiare (Fassbinder). L’originalità della sceneggiatura sta anche nel peso drammaturgico affidato alla psichiatria (titolo alternativo “la meglio psichiatria”?) che il film “osa” proporre come chiave di lettura di un passaggio generazionale tormentato come quello dagli anni ’60 a oggi: il bisogno di ordine che porta al nichilismo, l’accettazione dell’incompiutezza e della casualità come via all’armonia esistenziale.
Si parte dal ’66 quando
Nicola Carati (Luigi Lo Cascio), giovane studente di medicina supera brillantemente un esame e si accinge al mitico viaggio verso il nord, col fratello Matteo (Alessio Boni) e gli amici Carlo (Fabrizio Giufini) e Berto. Ma la comitiva si sfalda prima ancora della partenza. Matteo e Nicola decidono di prendersi cura di Giorgia (Jasmine Trinca), una giovane dalla psiche disturbata, che Matteo ha conosciuto facendo volontariato in ospedale: quando questi scopre la brutalità dell’elettrochoc, la rapisce, ma il peregrinare con lei dei due fratelli non porta a nulla. Giorgia viene “ripresa” dalle istituzioni; Matteo, non più in animo di viaggiare, si arruola in polizia mentre Nicola, partito alfine da solo, arriva in Svezia, trova lavoro in una falegnameria, scopre l’esperienza di un vivere diverso, libero e alternativo. Quando però, alla televisione, vede le immagini dell’Arno che sommerge Firenze, torna subito in Italia…
È la struttura di La meglio gioventù: il pubblico che s’insinua nel privato, la vicenda personale che si evolve sugli stimoli dell’attualità civile. All’alluvione del ’67 fanno seguito altri eventi salienti: la rivolta studentesca, i lutti del terrorismo, la riforma manicomiale di Basaglia, la strage di Capaci, lo scandalo di tangentopoli. E i sussulti del presente si riflettono sincreticamente nella vita di Nicola e Matteo e dei loro parenti e amici; si rivelano in situazioni, relazioni, drammi che Giordana sa rendere cinema compiuto e coinvolgente. Primi piani che sublimano il linguaggio televisivo nell’intensità dei rapporti interpersonali, un dinamico senso dell’inquadratura che mentre mette a fuoco i protagonisti lascia crescere lo “sfondo”, essenziali pianisequenza, carrelli all’indietro di scorrevole dialettica narrativa, interpretazioni di memorabile, commossa verosimiglianza… Tra gli Animals (The House Of The Rising Sun) e Astor Piazzola (Oblivion), tra la sotterranea umanità torinese e la caotica familiarità della capitale, nel corso di circa quarant’anni, regia e sceneggiatura (Rulli e Petraglia) saturano, in una profonda emozione schermica, gioie e tragedie di uno stuolo di personaggi indimenticabili, calibratissimi intrecci tra la “piccola” e la “grande” storia: se nel fango di Firenze Nicola conosce la sua Giulia (Sonia Bergamasco), algida pianista, l’insana utopia della lotta armata la strappa inesorabilmente al suo affetto e a quello della figlioletta Sara; la carriera in magistratura della sorella Giovanna (Lidia Vitale) rende testimonianza della violenza mafiosa