Category: Gioventù No Future


Un’onda si sta gonfiando, e siamo impreparati ad affrontarla – International Business Times.

Pier Paolo Pasolini

Vi odio, cari studenti (Il Pci ai giovani!!)

È triste.
La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato.
Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati…
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!

Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!

I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.

A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri.
Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.

l’Espresso (n. 24, 16.6.68)


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«Noi siamo la generazione senza legami e senza profondità. La nostra profondità è l’abisso. Noi siamo la generazione senza felicità, senza casa e senza commiato… Così siamo la generazione senza Dio, poiché noi siamo la generazione senza legami, senza passato, senza riconoscimento» 

(Wolfgang-Borchert)

 

Liberamente tratto da www.iltuopsicologo.it, sito molto curato e fatto veramente bene dal Dott. Roberto Cavaliere.

Ancora quella sensazione. Ti svegli e vedi sangue sulle lenzuola e sul tappeto. Libri e pezzi di carta sparsi in tutta la stanza. Mobili rotti. Quel pizzicore familiare sulle braccia, sul torso. La faccia è sbavata di rosso. Stava andando così bene: tredici giorni dall’ultima volta. Ti senti intorpidito, confuso, mezzo ubriaco, stupido. Hai appena le forze per alzarti: non mangi da tre giorni e hai perso molto sangue. Che cosa stai cercando di dimostrare? La cameriera entra e vede i fazzolettini macchiati di sangue sul pavimento, ti guarda non è sicura di capire bene. Cerchi di ricotruire esattamente quello che è successo durante la notte…

Hai lavorato fino a tardi, volevi uscire e rilassarti, divertirti. Non c’era nessuno. Sei andato all’enoteca, hai comprato da bere, ti sei seduto nella tua stanza, ascoltando la tua musica preferita, violenta e deprimente. Ti accorgi che qualcosa, dentro, sta traboccando. Ti sembra di essere sul punto di esplodere da un momento all’altro. Ti si riempiono di lacrime gli occhi, cominci a piagere. Il pianto si trasforma in grida, lamenti, urla. Cerchi di trattenerti. Cominci a prendere a calci la porta. Butti la roba in giro per la stanza, fuori dalla finestra. Non riesci a calmarti. Non sai neppure che cosa ti abbia ridotto in questo stato. Ti pianti le unghie nella pelle del polso. Non senti niente. É come se stessi guardando un film su qualcun’altro, non sei tu. Ti togli la camicia, ti guardi allo specchio. Odio, disgusto, frustrazione, rabbia, rimorso. Quasi come in un rituale, senza nemmeno pensare a quel che fai, prendi la lametta… sangue che gocciola. Ci sfreghi su qualcosa di antisettico, lo rifai, fino a quando sei calmo, soddisfatto. Spalmi sangue in giro. É brutto, ma il sangue è reale, è umano, ti fa sentire bene! Al tempo stesso, provi dolore, te lo meriti. Lo racconti a qualcuno.

Ti dicono che sei un manipolatore, che cerchi attenzione. Ci credi. Serve solo a farti stare peggio. Alcuni pensano che tu sia malato, o matto. Poche persone capiscono ma sono ancora troppo preoccupate, scioccate dalla cosa. Qualcuno pensa che tu abbia tendenze suicide. Non è vero.

Tagliarsi non è un modo per cercare attenzione. Non è una manipolazione. É un meccanismo per affrontare i problemi, punitivo, gradevole, potenzialmente pericoloso, ma efficace. Mi aiuta a sopportare le forti emozioni che non so come gestire. Non ditemi che sono malato, non ditemi di smettere. Non cercate di farmi sentire in colpa, mi accade già. Ascoltatemi, sostenetemi, aiutatemi.

Dal libro “Un urlo rosso sangue” di Marilee Strong


 

L’autolesionismo (il termine tecnico è Repetitive Self-Harm Syndrome Sindrome da auto-lesionismo ripetuto)viene in genere definito come il tentativo di causare intenzionalmente un danno al proprio corpo, lesionandosi in modo di solito abbastanza grave da provocare danni ai tessuti o agli organi. E’ considerata una vera e propria patologia. Le persone affette da questo disturbo si fanno del male in diversi modi: tagliandosi con una lametta, bruciandosi con una sigaretta, graffiandosi, strappandosi i capelli, sbattendo contro qualcosa, ecc..

Forme di autolesionismo.
Si possono identificare, grosso modo, tre forme di autolesionismo:

  • Automutilazione grave (molto rara), che produce un danno irreversibile ad un parte del proprio corpo, ad esempio uno sfregio permanente in viso.
  • Automutilazione leggera (la più diffusa) che si manifesta col tagliarsi, bruciarsi, strapparsi i capelli, fratturarsi un osso, urtare, ed ogni altro metodo usato per ferirsi.
  • Automutilazione latente (la più subdola) perchè si nasconde in determinate forme di dipendenza e disagio come la tossicodipendenza, la bulimia, l’attività fisica eccessiva. Esse possono considerarsi forme poco manifeste, ma molto insidiose.

Chi è l’autolesionista:

Può colpire tutti, indipendentemente dall’età, dal grado di istruzione e dalla classe sociale, anche se sono in prevalenza donne, forse, a causa di fattori sociali. Tradizionalmente, agli uomini viene permesso di esprimere la propria aggressività, alle donne viene invece insegnato a reprimerla o quando questo non è più possibile, a rivolgerla verso se stesse.
Le donne, spesso, oltre all’ autolesionismo presentano disturbi del comportamento alimentare come anoressia e bulimia. Alcune ragazze di fronte ad un momento di malessere reagiscono alternando comportamenti bulimici (abbuffate seguite da vomito o abuso di lassativi) a quelli autolesivi.
Inoltre l’autolesionista, a volte, presenta depressione, con pensieri di tipo suicida. In alcuni casi, il malessere è così forte che la persona sente che o si taglia o si suicida.
Non si piace, odia il suo corpo, non ha fiducia in se e neppure negli altri.
Molti degli autolesionisti tendono ad essere perfezionisti, incapaci di gestire e di manifestare verbalmente intense emozioni. Non si piacciono, odiano il proprio corpo e possono avere gravi sbalzi d’umore. È possibile, talvolta, che abbiano subito abusi sessuali o violenza psicologica nell’infanzia.
L’autolesionista non rappresenta un pericolo per la società perché la violenza è sempre e solo rivolta verso di sé, mai verso altri. Perché?
Vari possono essere i motivi.

  • Per scaricare lo stress: autolesionarsi ed il dolore fisico correlato placano lo stress. Tutti il disagio interiore che non si è in grado di gestire viene tramutato in sofferenza fisica, quindi più facilmente gestibile e più reale della sofferenza emozionale che è impalpabile. Per un po’ ci si occupa solo del dolore fisico, distogliendosi temporaneamente da quello interiore
  • Per mostrare agli altri che si sta davvero soffrendo, offrendo loro qualcosa di concreto e di comunemente accettato come “dolore”. Così si esiste agli occhi degli altri. Le cicatrici sulla pelle rendono visibile esteriormente la sofferenza che si ha dentro, è un modo per comunicare agli altri il proprio dolore .I comportamenti autolesivi sono una richiesta di aiuto.
  • Ci si sente talmente morti dentro, talmente apatici dal ricercare nella sofferenza fisica una prova che si è ancora vivi.Non si è in legame con il proprio corpo e il dolore fisico è l’unico modo che si ha per sentire di esistere, per percepire il proprio corpo.
  • Come sostituto di un desiderio di suicidio.
  • Per punirsi di proprie azioni o sensi di colpa .

Io amo riassumere le possibili cause di un comportamento autolesionista in questa frase: “Si preferisce provare un dolore fisico per non provare un più profondo e doloroso dolore interiore”

Indicazioni utili:

  • Non isolarsi ma far presente la problematica ad una persona a noi significativa al fine che possa diventare un “sos” nei momenti di crisi acuta.
  • Nel momento in cui si manifesta la crisi acuta svolgere un’attivita “lesionistica” rivolta ad un oggetto esterno, quale “picchiare” un oggetto morbido al fine di “scaricare” la rabbia.
  • Uscire immediatamente di casa .
  • Nei momenti non di crisi acuta praticare un’attività fisica che “svuota” in qualche maniera della rabbia accumulata.
  • Esprimere la propria rabbia anche attraverso qualche forma artistica, come dipingere e disegnare ad esempio.

Ma soprattutto non bisogna vergognarsi di ammettere di essersi volutamente feriti, per timore di non essere capiti, di essere giudicati negativamente o di essrere considerati dei pazzi. Invece non c’è motivo di cui vergognarsi, sia perché gli autolesionisti non sono pazzi, sia perché tale fenomeno è più comune di quanto si creda, in forma più o meno patologica .
Se la buona volontà personale di combattere l’autolesionismo non produce significativi miglioramenti bisogna chiedere, senza esitazione, timore e vergogna, aiuto ad un’esperto.

LETTURE CONSIGLIATE:

Il disturbo Borderline di Personalità, Giorgio Caviglia, Carla Iuliano, Raffaella Perrella, Carocci Editore, 2005

Testo divulgativo, conciso, sintetico, quindi utile per studenti alle prime armi o non professionisti che vogliano avere informazioni generali sul Disturbo Borderline.

Trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo borderline, Marsha Linehan, Cortina Editore, 2001

E’ il testo di riferimento italiano della Dialectical Behavior Therapy (DBT), la Terapia Dialettico-Comportamentale sviluppata da Marsha Linehan per il trattamento di pazienti Borderline, in particolare affetti da autolesionismo e suicidarietà. Si tratta di un manuale operativo molto corposo, specificamente formulato per l’utilizzo da parte di specialisti che vogliano implementare la loro pratica clinica con strumenti provenienti dall’area delle Terapie Cognitivo-Comportamentali.

Trattato dei Disturbi di Personalità, Oldham J.M., Skodol A.E., Bender D.S., Cortina Editore, 2008

Primo testo specialistico, completo ed esaustivo, completamente dedicato ai Disturbi della Personalità. Voluminoso e piuttosto costoso, è quindi dedicato a specialisti che vogliano arricchire le proprie conoscenze teoriche su questa categoria diagnostica.

La Personalità Borderline. Una Guida Clinica, John Gunderson, Cortina Editore, 2003

Una descrizione della dimensione Borderline, e del suo trattamento, da parte di uno dei principali sviluppatori del modello personologico di interpretazione di questo complessa categoria diagnostica.

Il Trattamento Basato sulla Mentalizzazione. Psicoterapia con il paziente borderline, Anthony Bateman, Peter Fonagy, Cortina Editore, 2006

Questo testo costituisce un importante riferimento in quanto descrittivo dell’unico approccio psicodinamico (oltre alla TFP di Kernberg, descritta oltre) ad aver  fornito prove di efficacia con il Disturbo Borderline. Tutto l’impianto teorico si basa sulla promozione della capacità del paziente di riflettere sui contenuti mentali propri ed altrui, definita dagli autori come capacità di mentalizzazione (ma anche capacità riflessiva, o funzione riflessiva), ritenuta un aspetto di importante deficitarietà caratteristica del Disturbo.

Borderline. Struttura, categoria, dimensione, Cesare Maffei, Cortina Editore, 2008

Questo testo fornisce una definizione dello stato dell’arte rispetto alla definizione del costrutto “Borderline”, la cui eterogeneità di utilizzo ha da sempre generato difficoltà ed impasse, sia nella ricerca, sia nel dialogo tra clinici afferenti a diversi approcci teorici.

Psicoterapia delle Personalità Borderline, John Clarkin, Frank Yeomans, Otto Kernberg, Cortina Editore, 2000

Questo testo presenta un altro approccio al trattamento psicodinamico del paziente Borderline, validato empiricamente e supportato da un’imponente teoria di riferimento, sviluppato dall’equipe coordinata da Otto Kernberg, personaggio di spicco della cultura psicoanalitica su scala mondiale e tra i primi ad essersi occupato di tale disturbo a partire dagli anni settanta.

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Da quando mi è successa una cosa, ormai agli inizi di luglio di quest’anno, quindi ormai più di un mese fa,  sto cominciando a cambiare modo di pensare, rispetto solo a poco tempo fa…

A me è sempre piaciuto bere qualche bicchiere in più, essere brilla, ma anche di più, esagerare, ; non ho quasi mai vomitato, e, quelle poche volte che è successo, è stato per un mischione di sostanze alcooliche di vario tipo.

Fino a qualche tempo fa consideravo il bere come un divertimento, come una forma di trasgressione;  non mi ero mai resa conto che l’alcool, da un po’ di tempo a questa parte, non solo non era più così divertente nel bere “un po’ di più”, ma, al contrario, l’esagerazione portava ad un’esasperazione incontrollata i miei difetti, le mie tristezze, la mia turbolenza interiore, le mie paranoie…Ed il senso di rabbia distruttiva ed autodistruttiva si accresceva alla grande…

Ora l’alcool mi fa quasi paura…Mi rendo conto di quali danni, nell’immediato, e, badate bene, non sto parlando di danni di salute, può provocare…Ed ho paura che le persone che ieri bevevano con me e che continuano a farlo, soprattutto alcune a cui tengo di più, si possano danneggiare con i loro atteggiamenti, oppure danneggiare me…

Questo sfogo era necessario, e mi scuso…La mia intenzione non è di essere bacchettona o sapientona,  ma, viste le tendenze di sempre, in alcuni ambienti, ad andare oltre il limite, raggiungendo un tasso alcoolico non indifferente per disinibirsi, per essere trasgressivi, per cacciare indietro la paura, per fare gruppo (tendenze di cui solo adesso, forse, mi sono resa veramente conto con la giusta dose di preoccupazione…), mi sembra giusto esternare i miei sentimenti…

Per fare due esempi di distruttività alcoolica (anche se l’elenco sarebbe molto più lungo e vario…), uno più popolare e l’altro un po’ più di settore, ecco qui:

le compagnie di ragazzini: mi è capitato, durante le vacanze appena trascorse, di aver assisitito ad una situazione molto sgradevole.  Un gruppo di ragazzi e ragazzini, formatosi in campeggio e formato da occupanti dello stesso, una sera, in preda alla boria alcoolica, ha danneggiato il campeggio in alcuni punti e strutture, ha assalito il custode pesantemente il custode, lanciandogli bottiglie e sottoponendolo ad un pestaggio collettivo senza ritegno, ma forse ha anche fatto altro…Risultato: l’arrivo dei carabinieri ed il danneggiamento di persone e cose…Ma non ci si può divertire anche senza arrivare a questi

l’ambiente musicale: molto spesso i musicisti bevono. Questo perché vogliono essere maledetti, ribelli, trasgressivi…Ma anche perché vogliono far cadere le inibizioni una volta che salgono sul palco, tenere a bada l’emozione di fronte al loro pubblico, concedersi gesti che magari, per timidezza o altro, non sarebbero mai in grado di fare se non alterati da qualcosa, nella speranza di migliorare la propria performance con un goccio un più, per darsi coraggio…Questo succede in quasi tutte le band (anche se non in tutte), dalla più sconosciuta alla più famosa…E succede anche per una sorta di “eticchetta comportamentale” dell’artista (in questo caso di musicista appartenente ad un certo genere), che, per rispecchiare perfettamente il proprio modo di essere, deve a tutti i costi bere (“il punk o il metallaro, il folkettaro o il grungettone, se non bevono non sono nessuno…”).

E va beh…Detto questo, ecco un interessante articolo relativo all’alcoolismo giovanile…Cose trite e ritrite?? Dette e ridette?? Sarà, ma meglio dirle che tacere…

Un problema che sembra farsi sempre più pressante e pericoloso:

 “l’alcolismo giovanile”

 “Siamo ragazzi di oggi”, cantava a San Remo, nel lontano 1984, un impacciato Eros Ramazzotti, “pensiamo sempre all’America, guardiamo lontano”, “camminiamo da soli, nella notte più scura, anche se il domani ci fa un po’ paura”, e poi, quasi un’invocazione, “finché qualcuno ci darà, una Terra Promessa, un mondo diverso, dove crescere i nostri pensieri”.

La fortunata canzone di Eros Ramazzotti, Terra Promessa, descriveva la ricerca di ideali, la tensione verso un futuro nuovo, le illusioni, i sogni, le aspirazioni dei giovani di allora. Tutt’altra musica nell’estate 2003: è scattato infatti in Italia l’allarme della crescita esponenziale del fenomeno dell’alcolismo giovanile e delle droghe cosiddette leggere. Sapevamo già tutto, ma l’abbiamo colpevolmente dimenticato un po’ tutti: genitori, politici, amministratori, uomini di chiesa e di scuola… Abbiamo rimosso il problema, affibbiandogli l’etichetta di “fenomeno tipico della fase adolescenziale, con la complicità della cultura del consumismo e di una certa ideologia di stampo radical/libertario”. Problema individuato e definito. Tutto a posto. E invece no! Leggendo vari articoli sull’alcolismo giovanile, mi è venuta in mente un’altra canzone, altrettanto famosa (e degli stessi anni), Vita spericolata, di un altro profeta, ascoltato, idolatrato, osannato, cantato e imitato da migliaia di giovani: Vasco Rossi. Sembra che oggi moltissimi giovani, attraverso il crescente consumo di alcol, droghe e sesso irresponsabile, abbiano deciso di vivere una vita spericolata e maleducata, una vita che se ne frega di tutto sì, una vita esagerata, piena di guai, in cui ognuno vive la propria alienazione (‘ognuno col suo viaggio’ eufemismo per dire evasione, allucinazione o ‘trip’ da droga).

ANNEGARE IN UN BICCHIERE

Recita un proverbio giapponese: “Prima l’uomo beve un bicchiere, poi il bicchiere beve un bicchiere. Infine il bicchiere beve l’uomo”. Nel campo delle droghe (e l’alcol è una droga) è proprio vero che a un certo punto non è più l’uomo che comanda ma il bicchiere. E inizia così un penoso processo di auto schiavizzazione con la conseguente graduale autodistruzione. L’allarme alcolismo giovanile è scattato in Europa e anche in Italia. La conferma che anche i nostri giovani sono sulla strada del graduale suicidio da alcol, come i loro colleghi del centro e nord Europa, è venuta da una ricerca dell’Università Vita-Salute del S. Raffaele di Milano. L’inchiesta fu fatta su un campione di 2362 studenti delle scuole superiori attraverso questionari anonimi, con domande sull’uso e abuso di droghe e alcol e sui comportamenti sessuali a rischio di contagio Hiv-Aids. Desolante il risultato. E non stiamo parlando di extra terrestri, ma dei giovani che troviamo per strada, sui mezzi di trasporto, sui banchi di scuola,  nei super mercati. Qualcuno ha confessato di essersi ubriacato in un mese ben 17 volte, spesso da solo. In alcuni casi, con un pericolosissimo mix di marijuana e alcol. Il 42% ha usato droghe almeno una volta. Il primo contatto con sostanze stupefacenti illegali è individuabile a circa 14 anni e mezzo. La marijuana è la droga più diffusa tra i ragazzi (80% degli intervistati). E’  una droga anche se viene chiamata leggera. Aggettivo che è fuorviante (come la pubblicità ingannevole sulle sigarette, chiamate light, leggere!).

LA MIA CLASSE

In questi ultimi anni, insomma, si è aggiunta prepotentemente anche la droga alcol. Che fa paura! Ho detto droga a ragion veduta: crea assuefazione, distrugge l’organismo (con gradualità diversa, ma lo fa) e rende schiavi proprio come le altre. L’alcol è droga, non una sostanza innocua per fanciulli innocenti o adolescenti di primo pelo. Una droga presente e sottovalutata, quotidianamente pubblicizzata e abbondantemente consumata. Una droga che distrugge, cellula dopo cellula, la vita di giovani e non, che riempie prigioni e ospedali, uccide su strade e autostrade. Un flagello sociale! Una rivista americana l’ha battezzata legal drug, droga legale, senza eufemismi o circonlocuzioni di parole. E l’alcol è il killer numero uno dei giovani americani.

LIBERTÀ DAL BICCHIERE

D’altra parte per un ragazzo il bere ha un valore simbolico e psicologico, così come per il primo pacchetto di sigarette. E’ la sensazione di entrare in questo modo nel mondo degli adulti, di sentirsi più liberi e indipendenti. Come diceva un ragazzo nell’inchiesta di De Spiegel: «Bere, bere…ti fa sentire adulto». L’alcol diventa quasi una «pozione magica» che ti dà senza sforzo quell’extra di cui hai bisogno per sentirti forte, coraggioso, super. Quasi sempre l’iniziazione alla bottiglia avviene in gruppo, dove ogni adolescente trova risposta al suo bisogno di socializzare, di evadere, di costruire la propria identità.

Insomma i ragazzi bevono per sentirsi grandi, abusano di alcol per essere accettati dal gruppo, si ubriacano per essere trasgressivi e muoiono da imbecilli, perché non sono più padroni di se stessi. In realtà non bevono, piuttosto sono bevuti dall’alcol. Si stanno poi diffondendo mode pericolose, come gareggiare in vere e proprie maratone alcoliche: una forma di bulimia che porta a bere fino al vomito, per poi ricominciare. Un altro fenomeno, chiamato binge drinking, consiste nell’assunzione esagerata e compulsiva di alcol, fatta spesso in solitudine. Una sorte di sindrome di cui soffre anche il 5% dei maschi italiani e il 2% delle femmine: tre o quattro volte al mese ci si stordisce con l’alcol. I giovani così non sanno di andare incontro a conseguenze terrificanti (una vita piena di guai). L’abuso di alcol provoca un aumento della mortalità in molte malattie, dalla cirrosi epatica, allo stesso alcolismo, alle psicosi di origine alcolica, alle miopatie alcoliche, polinevriti, gastriti, apoplessia cerebrale e cancro; ed è all’origine di comportamenti devianti e violenti, di suicidi, crimini familiari, esclusioni sociali e di incidenti stradali mortali (le cosiddette stragi del sabato sera). Le cause? Molteplici. Tra cui il disagio esistenziale e la fragilità psicologica di chi affronta l’insostenibile leggerezza della propria vita con mezzi pericolosi come l’alcol. Il fatto poi di vivere in una società consumistica, che spesso ti mette a disposizione il denaro ma non l’educazione ai valori facilita l’abuso alcolico. E la pubblicità. Inutile nasconderlo. E’ un martellamento pressante, subdolo, suadente, senza scampo. Fatto sui  figli di una cultura edonista, radicale e individualista, dove i desideri sono  legge, dove prospera la cultura del rischio e del tutto è lecito,dove l’imperativo è la libertà di auto/determinazione… fino all’auto/distruzione! Una cultura religiosamente indifferente, dove l’adorazione dell’io ha scalzato l’adorazione di Dio. La sfida è proprio quella dell’educazione al valore della propria libertà  fino al corretto e responsabile comportamento davanti al bicchiere da bere, per non  correre il pericolo di essere ‘bevuti’ perdendo così la propria dignità e la vita.

 

ALCOLISMO GIOVANILE L’alcol è il killer numero uno dei giovani americani. Ma anche in Germania e in Italia il consumo di alcol tra i giovani è diventato problematico.

Definizione:

L’alcolismo può essere definito come un cronico disordine comportamentale, caratterizzato dalla ripetuta ingestione di bevande alcoliche in eccesso rispetto agli usi dietetici e/o sociali della comunità, con gravi conseguenze sulla salute del bevitore e sulle sue funzioni socio-economiche (Conte).

Conseguenze:

1.  Con il consumo dell’alcol sono aumentati le gravidanze involontarie, gli stupri, e ora anche l’AIDS. Con l’alcol ogni precauzione scivola via, ogni paura viene esorcizzata. «Un terzo degli omicidi commessi negli Stati Uniti avviene in stato di ubriachezza», denuncia un medico, ufficiale delle forze armate USA. «La metà degli incidenti stradali mortali che uccidono ragazzi avvengono in stato di ubriachezza. Circa 400 mila studenti sono bevitori accaniti prima di arrivare alla terza media; 600 mila si sbronzano regolarmente all’ultimo anno della scuola superiore». E gli studenti universitari escono dai college anche laureati in alcolismo.

2. Lo stato di intossicazione cronica appare immediatamente come una condizione di malattia sia per la disorganizzazione cognitiva della persona e le conseguenze sull’ambiente familiare e sociale, sia per l’induzione di una dipendenza fisica che richiede, pena una dolorosa crisi d’astinenza, la continuazione dell’abitudine tossica. Una più sottile distinzione fra vizio e malattia si pone, invece, circa la motivazione e il contesto che favoriscono l’iniziale abuso e i successivi occasionali episodi d’ebbrezza, da un lato, e, dall’altro, circa la forza morale necessaria alla sopportazione dei disagi dell’astinenza e dei percorsi terapeutici.

3. Una prima riflessione etica si riferisce ad alcune strutture culturali e sociali: dalla ovvia e suadente propaganda delle case produttrici delle bevande alcoliche alla caratterizzazione edonistica della società occidentale volta genericamente, ma in maniera pervasiva, alla soddisfazione del bisogno (del piacere) più che alla sua elaborazione. Inoltre, si pone forte la domanda etica circa la liceità del benessere proprio a scapito del benessere altrui. Se è inevitabile che le condizioni morbose e certe non morbose (scelte di vita, ecc.) causino sofferenza nelle persone che ci circondano, tuttavia ciò che qualifica in senso morale determinate manifestazioni è l’indifferenza al dolore altrui. Tale sentimento varia dall’incomprensione del dolore, alla noncuranza, alla beffa, fino ad arrivare all’esaltazione del potere e del godimento.

4. Nell’uso dell’alcol (come per tutte le droghe in generale) la prevaricazione del benessere altrui è frequente: dall’esposizione di familiari e colleghi a comportamenti inopportuni e disturbanti, alla permalosità e aggressività accresciute dall’intossicazione, fino alle vere e proprie offese fisiche e al patrimonio. Il caso più eclatante e doloroso riguarda l’uso dell’alcol in gravidanza, dove l’esposizione del feto al tossico può portare a futuri danni organici irrimediabili e la cui responsabilità è appena celata dall’ignoranza di quegli effetti.

5. Un altro aspetto importante è l’illusorietà del benessere. Illusorio è il benessere delle bevande alcoliche che sollevano da forme d’ansia patologiche o da fobie sociali, non riconosciute precedentemente come tali, e che, sedate dal farmaco-alcol, lo rendono di conseguenza estremamente appetibile, ne giustificano l’uso e ne reclamano, anzi, la liceità di fronte a tutti quelli che asseriscono il contrario.

6. Infine, i rischi legati all’indebolimento delle capacità superiori della coscienza: ideazione, volizione, assunzione di responsabilità.  L’esperienza della sedazione del malessere, di per sé lecita, favorisce meccanismi psichici di scissione ed espulsione (proiezione) di aspetti inaccettabili (dolorosi) di sé. Questo percorso psichico, che appare assai drammatico, caratterizza lo sviluppo evolutivo di ogni singolo uomo e, in negativo, qualifica in varia misura gli stati di dipendenza dall’alcol, come si mostra anche nell’esperienza terapeutica: l’uso dell’alcol, inficiando in varia misura le capacità cognitive, rallenta e rende meno incisiva la volontà.

Il termine “Borderline” è nato nei primi del novecento (Huges, 1884; Rosse, 1890) per indicare alcuni pazienti la cui patologia non era classificabile né come nevrosi (i conflitti e i problemi quotidiani condivisi dalla maggior parte delle persone), né come psicosi (i disturbi mentali più gravi, come la schizofrenia), pur presentando sintomi comuni ad entrambe le condizioni.

Il termine Borderline, infatti, significa “limite” o “linea di confine”, e indica la principale caratteristica del disturbo: come una persona che cammina su una linea di confine tenderà a sconfinare in due differenti territori, così il paziente affetto da Disturbo di Personalità Borderline oscilla tra normalità e follia, senza vie di mezzo.

A partire da questa iniziale definizione, ormai in larga parte abbandonata, Zanarini e Gunderson nel 1990 basandosi soprattutto su criteri diagnostici descrittivi individuarono i seguenti tratti distintivi del disturbo borderline: tendenza a perdere il contatto con la realtà; automutilazioni (tagli, bruciature); tentativi di suicidio; paura di essere abbandonati; intenso bisogno e ricerca dell’altro alternato a comportamenti apparentemente  arroganti e sprezzanti.

I pazienti Borderline spesso alternano periodi di relativa normalità, in cui si mostrano sufficientemente equilibrati, a periodi in cui il funzionamento psichico appare fortemente compromesso, con violente crisi di rabbia, tentativi di suicidio, paranoia.

Il disturbo borderline di personalità è una entità diagnostica molto controversa. Talvolta non viene neanche riconosciuto come un disturbo specifico, ma come una classificazione in cui inserire tutti quei casi non meglio diagnosticabili in altro modo. In realtà il disturbo borderline presenta delle caratteristiche specifiche piuttosto ben riconoscibili.
E’ fondamentalmente un disturbo della relazione, che impedisce al soggetto di stabilire rapporti di amicizia, affetto o amore stabili nel tempo. Si tratta di persone che trascorrono delle vite in uno stato di estrema confusione ed i cui rapporti sono destinati a fallire o risultano emotivamente distruttivi per gli altri. Le persone affette da questo disturbo  trascinano altri, parenti e partner in un vortice di emotività,  dal quale spesso è difficile uscire, se non con l’aiuto di un esperto. Questi soggetti, infatti, sperimentano emozioni devastanti e le manifestano in modo eclatante, drammatizzano ed esagerano molti aspetti della loro vita o i loro sentimenti, proiettano le loro inadempienze sugli altri, sembrano vittime degli altri quando ne sono spesso i carnefici e si comportano in modo diverso nel giro di qualche minuto o ora.
Il disturbo borderline è stato spesso associato a eventi traumatici subiti nell’infanzia, quali abusi sessuali o fisici, ma non è detto che ciò sia sempre vero.
L’aspetto più evidente e preoccupante del disturbo borderline è che presenta sintomi potenzialmente dannosi per il soggetto (abbuffate, uso e abuso di sostanze, guida spericolata, sessualità promiscua, condotte antisociali, tentativi di suicidio, ecc.) e si associa a scoppi improvvisi di rabbia intensi.
Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quarta edizione (APA, 1994) il disturbo borderline è caratterizzato da:

Una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore ed una marcata impulsività, comparse nella prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:
1) sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono.
2) un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione.
3) alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili.
4) impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto come ad esempio spendere eccessivamente, promiscuità sessuale, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate, ecc.
5) ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari, o comportamento automutilante.
6) instabilità affettiva dovuta ad una marcata reattività dell’umore (per es., episodica intensa disforia, irritabilità o ansia, che di solito durano poche ore, e soltanto raramente più di pochi giorni).
7) sentimenti cronici di vuoto.
8) rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia (per es., frequenti accessi di ira o rabbia costante, ricorrenti scontri fisici).
9) ideazione paranoide, o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress.

I Disturbi del Comportamento Alimentare maggiormente diffusi e studiati sono l’Anoressia Nervosa e la Bulimia Nervosa. Essi sono frequenti tra i pazienti Borderline (soprattutto tra le donne) probabilmente a causa della funzione assunta dal disturbo alimentare nella gestione delle emozioni: astenersi dal cibo, abbuffarsi, o vomitare sono strategie spesso utilizzate dal Borderline per distrarsi o contenere le emozioni dolorose. Caratteristica comune ad entrambi i disturbi è la presenza di una distorsione nella percezione del peso corporeo e della propria immagine; la variante più grave di quest’ultima caratteristica viene definita Disturbo di Dismorfismo Corporeo o “Dismorfofobia”, e comporta eccessiva preoccupazione per una caratteristica fisica, immaginata o esagerata (spesso seno, cosce, fianchi per le donne e torace, addome, genitali, capelli per gli uomini).

LA DIAGNOSI DEL DISTURBO DI PERSONALITA’ BORDERLINE

Il manuale dei disturbi mentali (DSM-IV, APA, 1994) definisce i tratti di personalità come “modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi”.

Questi tratti, normalmente flessibili e adattabili, in soggetti affetti da Disturbo di Personalità sono caratterizzati da rigidità e difficoltà di adattamento a contesti diversi.

Lo strumento diagnostico più affidabile per la valutazione dei tratti della personalità, e della loro possibile variante patologica, è indubbiamente l’intervista diagnostica SCID-II (Structured Clinical Interwiew For DSM-IV Axis II). Questa intervista semi-strutturata, che si basa direttamente sui criteri del DSM-IV, si sviluppa attraverso uno o più colloqui clinici approfonditi, con valutatore esperto (per una durata massima di 2 – 3 ore), atti a valutare l’eventuale presenza di un disturbo della personalità, o anche solo di alcuni tratti di personalità patologici. Questo procedimento diagnostico viene definito categoriale, comportando come prodotto finale l’inserimento, o il non inserimento, del paziente in una categoria diagnostica (ad es. il Disturbo Borderline).

Westen e Shedler hanno cercato di risolvere alcune criticità della SCID-II creando uno strumento denominato SWAP-200 (Shedler Westen Assessment Procedure). La diagnosi in questo caso avviene attraverso la compilazione 200 descrittori da parte del clinico (non è richiesta la presenza del paziente), che deve comunque possedere una conoscenza approfondita, sia dello strumento, sia del paziente in oggetto (dovrebbe aver sostenuto almeno 3-4 colloqui clinici). Il test offre un risultato sia categoriale, sia dimensionale, rispetto alle categorie diagnostiche standard del DSM-IV, e alle categorie identificate dagli autori come significative, solo parzialmente sovrapponibili alle precedenti; ciò si traduce nella possibilità di osservare anche minime sfumature patologiche, così come potenziali risorse cui fare appello.

Esistono anche dei protocolli diagnostici specifici per il Disturbo Borderline di Personalità, ma la loro specificità potrebbe determinare una perdita di materiale importante rispetto ad altri disturbi “limitrofi”, quindi vengono utilizzati maggiormente in contesti dui ricerca, piuttosto che clinici.

Più nel dettaglio, il Disturbo di Personalità Borderline è caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, instabilità dell’immagine di sé e degli affetti, e impulsività.

I pazienti con Disturbo Borderline spesso vivono nel timore dell’abbandono e compiono sforzi disperati per evitarlo: anche nel caso di separazioni di breve durata reagiscono con rabbia e disperazione.

Le relazioni con gli altri nel Disturbo Borderline sono instabili ed intense, caratterizzate da iniziale idealizzazione, che li induce a desiderare una vicinanza ed intimità totali e incondizionate anche con persone appena conosciute, ma che spesso si tramuta rapidamente in svalutazione di fronte alla sensazione che questi non si dedichino completamente a loro.

I soggetti Borderline attuano frequenti cambiamenti d’obiettivo, di valori, d’aspirazioni riguardanti carriera, identità sessuale, amicizie. Manifestano impulsività in differenti aree potenzialmente dannose per il sé: spese eccessive, sessualità, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate alimentari.

Frequenti sono anche i comportamenti autolesivi, come il procurarsi volontariamente tagli e bruciature, e i tentativi di suicidio, che giungono a compimento nell’8-10% dei casi. I soggetti con Disturbo Borderline sembrano trarre sollievo dalle emozioni violente generate dai comportamenti autolesivi poiché ristabiliscono la capacità di provare sensazioni e di percepirsi come vivi e reali (utilizzando il dolore fisico come un’automedicazione, come un modo per annullare i sintomi dissociativi di derealizzazione e depersonalizzazione), ma vengono anche considerate come una giusta punizione per la propria inadeguatezza.

L’umore è spesso incontrollabile e passa rapidamente da tristezza, ad ansia, a irritabilità, a manifestazioni di rabbia intensa e inappropriata, espressa con frasi sarcastiche, esplosioni verbali o vere e proprie aggressioni. Queste reazioni violente vengono scatenate in particolar modo dalla sensazione di essere abbandonati e vengono seguite da sentimenti di vergogna e di colpa.

Talvolta pazienti con Disturbo Borderline si dichiarano afflitti da sentimenti cronici di vuoto, noia, necessità di intraprendere una qualsiasi attività, ma che non riescono ad incanalare verso una precisa direzione.

Durante periodi di intenso stress possono comparire aspetti bizzari (percepirsi come se osservassero dall’esterno il proprio corpo o i propri processi mentali; sensazione che la realtà intorno a sé sia strana, artefatta).

I Disturbi della Personalità

Il Disturbo Antisociale è caratterizzato da inosservanza e violazione dei diritti altrui. Gli individui affetti da questo disturbo (tradizionalmente definiti “psicopatici” o “sociopatici”) sembrano incapaci di adeguarsi alle norme sociali e di vivere nella legalità. Sono spesso disonesti e manipolativi, non curanti di diritti, sentimenti o desideri delle persone che li circondano, che non esitano a truffare e manipolare, mentendo e assumendo false identità per ottenere profitto o piacere personale.

Il Disturbo Istrionico è caratterizzato da emotività eccessiva e ricerca d’attenzione. Questi individui tendono ad attrarre l’attenzione su di sé, affascinando inizialmente per l’entusiasmo, l’apertura e la seduttività, qualità che tendono a passare in secondo piano con il progredire della conoscenza e l’avanzare di richieste d’attenzione sempre più pressanti e adesive. Essi si dimostrano spesso sessualmente provocanti o seduttivi anche nei confronti di persone dalle quali non si sentono attratti e in contesti decisamente inappropriati, come il luogo di lavoro. L’emotività è mutevole e scarsamente prevedibile, caratterizzata da continui sbalzi che vanno dai toni più elevati e quasi maniacali, alla più cupa depressione.

Il Disturbo Narcisistico è caratterizzato da grandiosità, bisogno di ammirazione e marcata carenza di empatia. Questi soggetti sono caratterizzati da un senso grandioso di autostima che li porta a sopravvalutare le proprie capacità, apparendo spesso presuntuosi e vanesi, e che contemporaneamente li induce a svalutare i meriti altrui. L’illimitata autostima che li caratterizza rivela la sua inconsistenza nelle continue preoccupazioni riguardanti il giudizio altrui e nel continuo bisogno di ammirazione, che li induce ad attrarre il più possibile l’attenzione degli altri sul proprio comportamento.

Il Disturbo Borderline è caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e degli affetti, e da marcata impulsività.

La Personalità Borderline

I pazienti con tale disturbo di personalità sono al limite tra la nevrosi e la psicosi e sono caratterizzati da una straordinaria instabilità dell’affettività, dell’umore, del comportamento, delle relazioni con gli oggetti e dell’immagine del sé. Il disturbo è stato anche definito schizofrenia deambulatoria, personalità come-se (termine coniato da Helene Deutsch ), schizofrenia pseudonevrotica (descritta da Paul Hoch e Phillip Politan). Nell’ICD-10 è definito disturbo di personalità emotivamente instabile.
(Leggi anche la pagina del sito sui Disturbi della Personalità)

Caratteristiche cliniche: i pazienti appaiono quasi sempre in stato di crisi. Sono comuni rapide modificazioni dell’umore. I soggetti possono essere polemici in un momento e depressi subito dopo e lamentarsi di non avere sentimenti in un altro momento. Possono manifestare brevi episodi psicotici piuttosto che conclamate fratture psicotiche; i sintomi psicotici sono quasi sempre circoscritti, fugaci o dubbi. Il comportamento dei pazienti con disturbo borderline di personalità è assolutamente imprevedibile; di conseguenza, raramente essi realizzano in pieno le loro capacità. La natura tormentata della loro vita si riflette in ripetuti atti autodistruttivi. Possono procurarsi automutilazioni per sollecitare aiuto dagli altri, per esprimere rabbia o per cercare di attutire sentimenti soverchianti.

Poiché si sentono sia dipendenti sia ostili, i soggetti con disturbo borderline di personalità hanno relazioni interpersonali tumultuose. Possono essere dipendenti dalle persone cui sono legati ed esprimere un’enorme rabbia nei confronti dei loro amici quando vengono frustrati. Tuttavia, non riescono a tollerare la solitudine e preferiscono una frenetica ricerca di compagnia, indipendentemente da quanto possa essere insoddisfacente, al rimanere da soli. Per alleviare la solitudine, anche se solo per brevi periodi, accettano l’amicizia di persone estranee o hanno comportamenti promiscui. Spesso lamentano una cronica sensazione di vuoto e di noia e la mancanza di un senso coerente di identità (diffusione dell’identità); quando sono sottoposti a pressione, spesso si lamentano di quanto si sentono depressi per la maggior parte del tempo, malgrado il fermento degli altri affetti.

Funzionalmente, gli individui affetti dal disturbo borderline distorcono le loro relazioni classificando ogni persona in una categoria, completamente buono o completamente cattivo. Vedono gli altri come figure protettive, cui legarsi strettamente, oppure come persone odiose e sadiche, che li deprivano dei bisogni di sicurezza e minacciano di abbandonarli ogni volta che si sentono dipendenti. Come conseguenza di questa scissione, le persone buone vengono idealizzate e quelle cattive svalutate. Alcuni medici usano i concetti di panfobia, panansia, panambivalenza per delineare le caratteristiche dei pazienti con disturbo borderline di personalità.

Diagnosi differenziale:

la differenziazione dalla schizofrenia viene fatta sulla base del fatto che i pazienti borderline non hanno episodi psicotici prolungati, disturbi del pensiero o altri classici segni schizofrenici.

I soggetti con disturbo schizotipico di personalità (vedi) presentano evidenti peculiarità di pensiero, stranezze nell’ideazione e ricorrenti idee di riferimento.

I pazienti con disturbo paranoide di personalità sono caratterizzati da estrema sospettosità, quelli con disturbo istrionico (vedi) e antisociale di personalità sono difficili da distinguere da quelli con disturbo borderline di personalità.

In generale, l’individuo affetto da patologia borderline presenta croniche sensazioni di vuoto ed episodi psicotici di breve durata; agisce impulsivamente ed è straordinariamente esigente nelle relazioni strette; può automutilarsi e tentare il suicidio a scopo manipolativo.

La condizione è piuttosto stabile, poiché i pazienti cambiano poco nel tempo. Gli studi longitudinali non mostrano una progressione verso la schizofrenia, ma i pazienti hanno un’elevata incidenza di episodi di disturbo depressivo maggiore. La diagnosi viene di solito fatta prima dell’età di 40 anni, quando i soggetti stanno tentando di fare scelte lavorative, coniugali e di altro tipo e non sono in grado di affrontare i normali stadi del ciclo della vita.

Psicoterapia.

La psicoterapia della personalità borderline è oggetto di estesi studi e viene considerata il trattamento di scelta. Recentemente, per migliorare i risultati, al regime terapeutico è stata aggiunta la farmacoterapia.

La psicoterapia è difficile per i pazienti, ma anche per il terapista. Nei soggetti borderline si verifica facilmente una regressione; costoro mettono in atto i loro impulsi e dimostrano transfert positivi o negativi labili, che sono difficili da analizzare. L’identificazione proiettiva può anche causare problemi di controtransfert, se il terapista non è consapevole del fatto che il paziente sta tentando inconsciamente di costringerlo a manifestare un certo tipo di trattamento. Il meccanismo di difesa della scissione fa si che l’individuo alternativamente odi e ami il terapista e le altre persone del suo ambiente. Un approccio orientato alla realtà è più efficace di un’interpretazione in profondità dell’inconscio.

DISTURBI DI PERSONALITA’

I disturbi di personalità non sono caratterizzati da specifici sintomi o sindromi, come ad esempio il disturbo ossessivo-compulsivo, la depressione o gli attacchi di panico, ma dalla presenza esasperata e rigida di alcune caratteristiche di personalità.
La personalità (o carattere) è stata definita in molti modi, ma si può dire che sia l’insieme delle caratteristiche, o tratti stabili, che rappresentano il modo con il quale ciascuno di noi risponde, interagisce, percepisce e pensa a ciò che gli accade.
Si può anche dire che la personalità sia il modo stabile che ciascuno di noi si è costruito, con le proprie esperienze ed a partire dal proprio temperamento innato, di rapportarsi con gli altri e con il mondo.
I tratti che la compongono rappresentano le caratteristiche del proprio stile di rapporto con gli altri: così esiste per esempio il tratto della dipendenza dagli altri, o della sospettosità, o della seduzione, oppure quello dell’amor proprio.
Normalmente questi tratti devono essere abbastanza flessibili a seconda delle circostanze: così in alcuni momenti sarà utile essere più dipendenti o passivi del solito, mentre in altri sarà più funzionale essere seducenti.
I disturbi della personalità sono caratterizzati dalla rigidità e dalla presentazione inflessibile di tali tratti, anche nelle situazioni meno opportune. Ad esempio, alcune persone tendono sempre a presentarsi in modo seducente indipendentemente dalla situazione nella quale si trovano, rendendo così difficile gestire la situazione; altre persone, invece, tendono ad essere sempre talmente dipendenti dagli altri che non riescono a prendere autonomamente proprie decisioni.
Solitamente tali tratti diventano così consueti e stabili che le persone stesse non si rendono conto di mettere in atto comportamenti rigidi e inadeguati, da cui derivano le reazioni negative degli altri nei loro confronti, ma si sentono sempre le vittime della situazione e alimentano il proprio disturbo.
Così, ad esempio, una persona che presenta un disturbo paranoide di personalità, non capisce che, con il suo comportamento sospettoso, non dà fiducia agli altri, e si “tira addosso” fregature e reazioni aggressive, confermandosi l’idea che non ci si può fidare di nessuno.
I disturbi di personalità sono stati classificati, secondo la più diffusa classificazione psicopatologica, in tre categorie:

Disturbi caratterizzati dal comportamento bizzarro:
Disturbo paranoide di personalità: chi ne soffre tende ad interpretare il comportamento degli altri come malevolo, comportandosi così sempre in modo sospettoso.
Disturbo schizoide di personalità: chi ne soffre non è interessato al contatto con gli altri, preferendo uno stile di vita riservato e distaccato dagli altri.
Disturbo schizotipico di personalità: solitamente è presentato da persone eccentriche nel comportamento, che hanno scarso contatto con la realtà e tendono a dare un’assoluta rilevanza e certezza ad alcune intuizioni magiche.

Disturbi caratterizzati da un’alta emotività:
Disturbo borderline di personalità: solitamente chi ne soffre presenta una marcata impulsività ed una forte instabilità sia nelle relazioni interpersonali sia nell’idea che ha di sé stesso, oscillando tra posizioni estreme in molti campi della propria vita.
Disturbo istrionico di personalità: chi ne soffre tende a ricercare l’attenzione degli altri, ad essere sempre seduttivo e a manifestare in modo marcato e teatrale le proprie emozioni.
Disturbo narcisistico di personalità: chi ne soffre tende a sentirsi il migliore di tutti, a ricercare l’ammirazione degli altri e a pensare che tutto gli sia dovuto, data l’importanza che si attribuisce.
Disturbo antisociale di personalità: chi ne soffre è una persona che non rispetta in alcun modo le leggi, tende a violare i diritti degli altri, non prova senso di colpa per i crimini commessi.

Disturbi caratterizzati da una forte ansietà:
Disturbo evitante di personalità: chi ne soffre tende a evitare in modo assoluto le situazioni sociali per la paura dei giudizi negativi degli altri, presentando quindi una marcata timidezza.
Disturbo dipendente di personalità: chi ne soffre presenta un marcato bisogno di essere accudito e seguito da parte degli altri, delegando quindi tutte le proprie decisioni.
Disturbo ossessivo compulsivo di personalità: chi ne soffre presenta una marcata tendenza al perfezionismo ed alla precisione, una forte preoccupazione per l’ordine e per il controllo di ciò che accade.

Piccola Antologia dei versi di Eugenio Montale che preferisco…
Spesso il male di vivere ho incontrato
 

Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
 
Bene non seppi; fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
 
Forse un mattino andando in un’aria di vetro
 
Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
 
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

 

Non recidere, forbice, quel volto

 Non recidere, forbice, quel volto,solo nella memoria che si sfolla,non far del grande suo viso in ascoltola mia nebbia di sempre. Un freddo cala… Duro il colpo svetta.E l’acacia ferita da sé scrollail guscio di cicalanella prima belletta di Novembre.

 

Da “Satura”
Xenia I

 Avevamo studiato per l’aldilàun fischio, un segno di riconoscimento.Mi provo a modularlo nella speranzache tutti siamo già morti senza saperlo. Non ho mai capito se io fossiil tuo cane fedele e incimurritoo tu lo fossi per me.Per gli altri no, eri un insetto miopesmarrito nel blabladell’alta società. Erano ingenuiquei furbi e non sapevanodi essere loro il tuo zimbello:di esser visti anche al buio e smascheratida un tuo senso infallibile, dal tuoradar di pipistrello. 

La Storia

La storia non si snodacome una catenadi anelli ininterrotta.In ogni casomolti anelli non tengono.La storia non contieneil prima e il dopo,nulla che in lei borbottia lento fuoco.La storia non è prodottada chi la pensa e neppureda chi l’ignora. La storianon si fa strada, si ostina,detesta il poco a paco, non procedené recede, si sposta di binarioe la sua direzionenon è nell’orario.La storia non giustificae non deplora,la storia non è intrinsecaperché è fuori.La storia non somministra carezze o colpi di frusta.La storia non è magistradi niente che ci riguardi. Accorgersene non servea farla più vera e più giusta. La storia non è poila devastante ruspa che si dice.Lascia sottopassaggi, cripte, buchee nascondigli. C’è chi sopravvive.La storia è anche benevola: distruggequanto più può: se esagerasse, certosarebbe meglio, ma la storia è a cortodi notizie, non compie tutte le sue vendette. La storia gratta il fondocome una rete a strascicocon qualche strappo e più di un pesce sfugge.Qualche volta s’incontra l’ectoplasmad’uno scampato e non sembra particolarmente felice.Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.Gli altri, nel sacco, si credonopiù liberi di lui. 

Collegamento ai disturbi alimentari con il MALE DI VIVERE…

Il rifiuto ostinato del cibo o la sua ricerca compulsiva sono i due aspetti comportamentali che caratterizzano la sindrome bulimico-anoressica, disturbo che colpisce soprattutto, ma non solo, le giovani donne.  La questione alimentare è l’aspetto più superficiale e quindi, anche se in grado di influire sul corpo in profondità, non è da considerare l’aspetto principale. Possiamo affermare che entrambi sono l’espressione di un disagio contemporaneo, conseguenza di un dolore profondo che interessa l’individuo e che sembra non lasciargli altra via d’uscita che distruggere sé stesso. Molti sono i giovani che vivono questa condizione, in cui la soluzione pare essere il rifiuto del cibo e il dimagrimento, fino a giungere alla compromissione generale delle funzioni vitali.“A partire dagli anni ’70 – afferma la dottoressa Laura Zancola, psicologa dell’associazione Jonas – si è assistito ad un significativo incremento dei casi di anoressia e bulimia. Basti pensare che nel nostro Paese tre milioni di persone ne sono colpite, di cui il 92% donne”. “È un male della nostra società – continua – che influenza il modus vivendi dell’individuo spingendolo a comportamenti estremi e soprattutto dannosi per la sua salute: il mondo in cui viviamo è impregnato di valori fittizi, proposti come elementi fondamentali e imprescindibili per avere successo e raggiungere gli obiettivi”.

È importante puntualizzare però – sostiene la dottoressa Zancola – che il disturbo bulimico-anoressico non è solo una manifestazione di questo smodato bisogno di essere alla moda. Le vere cause, infatti, sono da ricercare in un disagio profondo insito nel soggetto, che reagisce con un’astensione dal cibo, che lo fa dimagrire sempre più, o con le abbuffate e l’immediata espulsione di quanto ingerito provocata con il vomito. È un modo di rispondere ad un male di vivere sempre più diffuso, nonostante l’abbondanza delle risorse materiali e il benessere della nostra società”.

Nell’esperienza di Jonas (associazione onlus che opera sul territorio nazionale attraverso le sue sedi e che si occupa dei nuovi sintomi del disagio contemporaneo), anoressia e bulimia non sono due manifestazioni distinte poiché nella maggior parte dei casi le persone manifestano entrambi i disagi, alternando periodi di bulimia ad altri di astensione dal cibo. Pertanto, i problemi dell’anoressia e della bulimia non devono essere considerati singolarmente, ma vanno visti come l’espressione di un disagio che si presenta con alternanza di manifestazioni.

“La cosa che più desta preoccupazione – rileva la psicologa – è l’incapacità del soggetto di rendersi conto della situazione e il suo continuare a ritenersi soprappeso, che lo induce a continuare con l’astensione dal cibo e con le pratiche di espulsione, senza mai concedersi una tregua. Solitamente, questa perpetuazione può avere delle forti ripercussioni sull’organismo, provocando degli squilibri ematici e causando forti sofferenze per lo stesso e la funzionalità dei suoi organi. Nei casi più gravi si può arrivare al decesso, quando il corpo non è più capace di sopperire ai deficit che nel tempo si sono aggravati a seguito dell’alimentazione deficitaria”. “Inoltre – aggiunge – in questi individui spesso si riscontra la cosiddetta dismorfofobia: nonostante la perdita di peso e il continuo assottigliarsi del corpo, permane la convinzione di essere grassi e l’unica soluzione per porvi rimedio sembra essere il continuare a dimagrire… e così le diete non finiscono mai aggravando sempre più la situazione. Quando una persona anoressica si guarda allo specchio è incapace di vedere la realtà e considera la sua figura sempre bisognosa di perdere peso, e così il lento suicidio continua e non c’è nessuno in grado di scuoterla mettendola di fronte all’evidenza e facendola ragionare sullo sbaglio che sta commettendo”.

L’insorgenza del sintomo intacca in genere l’equilibrio familiare. Non è facile per un genitore essere coinvolto in un problema come questo: le insicurezze, l’impotenza, i sensi di colpa sono tanti ed è frequente che i genitori non sappiano cosa fare o facciano la cosa sbagliata. I famigliari più vicini al soggetto anoressico che hanno consapevolezza di ciò che gli sta accadendo, infatti, hanno molte volte un comportamento scorretto che aggrava la situazione inducendolo a proseguire con più tenacia nell’obiettivo che si è prefissato. “Capita molto spesso ad esempio – sottolinea la dottoressa Zancola – che l’eccessiva perdita di peso induca i genitori a diventare particolarmente insistenti con la figlia per indurla a nutrirsi, forzandola a rendersi conto che non è grassa, ma questo comportamento è assolutamente errato e non fa altro che rafforzare in lei il sintomo inducendola a continuare la lotta intrapresa. L’estenuante lotta per il cibo e il continuo ripetere “mangia che ti fa bene”, offrono l’appiglio al sintomo: il cibo sembra essere così importante a scapito dei bisogni affettivi che l’anoressico inconsciamente rafforza ancora di più la sua decisione di dimagrire. Inizia in tal modo una lotta interminabile tra madre e figlia che conduce immancabilmente ad un peggioramento della situazione. In questi casi, pertanto, è opportuno non colpevolizzare o accusare, come se il problema dipendesse dalla volontà. L’affetto e la fiducia sono certamente più utili dei rimproveri e delle costrizioni”.

 Il disturbo anoressico-bulimico è un disagio profondo e non un problema dell’appetito. “Le cause – spiega la psicologa – sono insite nel passato della persona, che nasconde ad un livello profondo un vissuto che in qualche modo ha segnato il suo equilibrio psicologico, portandola ad un comportamento estremo e pericoloso. L’anoressia e la bulimia sono un messaggio cifrato che deve essere letto e interpretato al fine di poter capire quali mezzi utilizzare per affrontare questa situazione. È fondamentale chiedersi cosa faccia soffrire il soggetto al punto da spingerlo ad esprimersi con questo totale rifiuto ad assumere il cibo. Sicuramente è molto semplice credere che si tratti esclusivamente di un problema di appetito, ma le cause sono ben diverse ed è indispensabile che la famiglia si prenda le proprie responsabilità e sia in grado di chiedersi cosa si è inceppato e per quale motivo”.

L’insorgenza dell’anoressia-bulimia molte volte coincide con l’adolescenza, periodo durante il quale avvengono dei mutamenti sia fisici che sociali. Il passaggio da un corpo da bambino a uno da adulto, la separazione dalla famiglia e l’ingresso nella società generano nuove richieste e particolari bisogni che devono essere affrontati con equilibrio. L’adolescenza, però, è solamente uno dei fattori che possono portare a manifestare un comportamento anoressico-bulimico; altri fattori scatenanti possono essere la perdita di una persona importante, la conclusione di un legame affettivo o un lutto. “Non sono le diete ad essere pericolose – conclude la dottoressa Zancola – ma quello che fa parte del vissuto di una persona. Se la maggior parte delle ragazze riesce a superare con successo la fase adolescenziale, ce ne sono delle altre purtroppo che non ce la fanno e le cause sono da ricercare negli eventi della loro storia vitale e non nella dieta. C’è qualcosa della femminilità che è rifiutato e lo testimonia il fatto che il dimagrimento è accompagnato dall’interruzione delle mestruazioni, segno di femminilità per antonomasia”.

Paolo Baldassi (da http://www.sconfini.eu)

 

Domenica pomeriggio, uno splendido e caldo pomeriggio di sole; sfruttiamo il tempo per andare a fare una passeggiata a Saronno centro e andare a vedere il mercatino dei Fiori, allestito in Corso Italia, e la Fiera del Des, ovvero dell’Equo e Solidale, nei dintorni della Biblioteca e del Santuario (http://www.des.varese.it/index.php?option=com_content&view=article&id=115:alla-fiera-del-des-2011&catid=25:eventi-del-des).

Facciamo un bel giro, ci fermiamo ad uno dei banchetti nel parco per chiedere informazioni sui GAS, Gruppi di Acquisto Solidale (http://www.retegas.org/index.php) e decidiamo di iscriverci…Poi la sete ci riporta in centro, decidiamo di sederci ad un tavolino della nostra gelateria preferita, il Monti, e di prenderci una granita…Ci sediamo, finalmente possiamo riposarci dopo la lunga camminata…Rifletto e penso che stranamente non abbiamo ancora incontrato nessuna delle nostre conoscenze in giro…Manco a farlo apposta, vedo il mio compagno sbracciarsi e, poco dopo, capisco il perché: un suo amico, o dobbiamo chiamarlo compagno di merende, si sta avvicinando alla gelateria con la morosa…Guarda caso, anche loro sono venuti a prendersi un gelato…”Poco male” – penso io – “non ci si vede da un po’, magari è l’occasione per scambiarsi quattro parole…”. Ci vengono incontro, con sorriso a trentadue denti, fare baldanzoso ed entusiasta…Sembra quasi che si vogliano fermare lì con noi…Baci e abbracci, ovvero i soliti convenevoli del caso, conditi dalle solite frasi di circostanza: “Come sei dimagrita…”, “Che capelli lunghi che hai…”, “Oddio, quanto ti sono cresciuti i capelli…”.

Vabbé…Il mio compagno è felice di rivedere il suo “amico”, dopo tanto tempo, dopo che era da un po’ che non si faceva sentire…Si va avanti a parlare, inizialmente di futilità, come, ad esempio, del fatto che avrebbero voluto fare un giro in montagna quella mattina, ma la pigrizia (ma daiii!!!) ha avuto il sopravvento, quindi sono usciti di casa solo da poco…Noi, in realtà stiamo ad ascoltare, visto che non ci chiedono nulla di noi, evidentementemente a loro non interessa…Poi passiamo di palo in frasca, l’amico del mio compagno dice: “Ma sai che è morta la zia di un nostro amico…Setticemia!”; io mi informo sui dettagli, solite storiacce di mala-sanità. Ma dico?? Ci si conosce da una vita e ci si riduce a parlare di altra gente, relativamente a storie brutte…No comment!!!

Finito il racconto, i due si congedano, dicendo che vanno a prendere un gelato…Non passa loro neppure per la testa di fermarsi, magari sedersi al tavolo e, mentre consumano il loro gelato, magari continuare a scambiare quattro chiacchere con noi, visto che ci si vede sempre una volta ogni morte di papa…Guardo la faccia del mio compagno: per quanto lo nasconda bene, si capisce che gli dispiace, che questa freddezza e questo distacco del suo amico lo urtano, sebbene lui cerchi sempre di farsi scivolare le cose addosso… Addirittura i due, dopo avere preso il loro fottuto cono, se ne vanno, uscendo dall’altra parte per non passare davanti al nostro tavolo…

Io non ho davvero parole…Fosse stato un po’ di tempo fa, mi sarei stupita…Ora non mi stupisco più di niente…E’ proprio vero che da certe persone è meglio non aspettarsi niente…Simpatiche quanto vuoi ma davvero un po’ incoerenti…Come cazzo si fa, dopo tanto tempo senza vedersi, a parlare di un funerale?? Come cazzo si fa, dopo anni di minchiate, di vaccate, di uscite, di concerti, di sbronze, di vacanze in compagnia, trattare così un tuo amico?? Evidentemente la mia concezione di amicizia è diametralmente oppposta a quella di certa gente…Amicizia non è solo ubriacarsi insieme, fare cazzate, fare atti di vandalismo insieme, uscire con la cumpa, andare ai concerti insiemeAmicizia è ben altro!!! E’ un legame fatto di confidenza, di aiuto reciproco, di compassione, di felicità e dolore condivisi, di lealtà, senza ombra di opportunismo o rapporto d’uso (per la serie: se ci sei ci sei, se non ci sei AMEN!), è quella parola che resta quando sei solo, è chi ti accetta per quello che sei, anche se non ti uniformi al resto del gruppo, è franchezza, sincerità, dirsi le cose in faccia ma con modo, mandarsi anche a fare in culo, discutere della vita, continuare a vedersi anche quando ci si fidanza e molto altro…

Non so il perché di questo sfogo, del perché me la prendo così tanto per una questione che mi riguarda ma solo di striscio…Il fatto è che io mi immedesimo troppo nella gente, ho il vizio di soffrire a mia volta quando gli altri sono contrariati, soffrono o stanno male per qualcosa o qualcuno, piccoli o grandi che siano…

CERTA GENTE MEGLIO PERDERLA CHE TROVARLA…A MALINCUORE, TE NE RENDI CONTO CON L’ETA’…

 

 

 

Mario Capanna

 

Lettera a mio figlio sul Sessantotto

 

“Un’esperienza nuova per il nostro tempo è entrata nel gioco politico: ci si è accorti che agire è divertente. Questa generazione ha scoperto quella che il diciottesimo secolo aveva chiamato la ‘felicità pubblica’, il che vuol dire che quando l’uomo partecipa alla vita pubblica apre a se stesso una dimensione di esperienza umana che altrimenti gli rimane preclusa, e che in qualche modo rappresenta parte di una felicità completa”

Hannah Arendt

 

Una maglietta avuta in dono dalla moglie è il pretesto per scrivere e dedicare al figlio questo libro. Infatti la scritta 68 e tutti gli eventi di quell’anno brevemente descritti da quella t-shirt avevano suscitato grande curiosità tra gli amici del figlio che la indossava. Allora il Sessantotto può ancora interessare i ragazzi? Constatato questo, uno dei protagonisti di quegli “anni formidabili” decide di sintetizzare, in una lunga lettera al figlio, l’origine, il farsi, le conseguenze di quella rivoluzione e di tracciarne un breve giudizio storico. Tutto ciò con un linguaggio semplice e immediato, di facile comprensione per un adolescente. Quell’anno, o meglio quegli anni, che ancora fanno discutere, nascono dall’esigenza di una intera generazione di farsi protagonista della storia. Non interessa la conquista del potere, si vuole un modo diverso di far politica. E questo appare chiaro fin dall’inizio: un’improvvisato presidio e un megafonaggio davanti all’Università Cattolica, vengono trasformati da Capanna in una tenzone oratoria con gli studenti fascisti che si contrappongono. Nessuna violenza quindi da parte di chi inizia ad “alzare la testa”, solo il bisogno insopprimibile di dire le proprie ragioni. Il Movimento, giorno dopo giorno, cresce e si afferma, diventa davvero un movimento di massa, una contestazione globale. Contestazione ad un modo di concepire il mondo, lo studio, la propria individualità e i rapporti interpersonali, rifiuto dell’utile come unico scopo dell’agire, rifiuto della passività e delle gerarchie vuote di contenuto. Globale la contestazione di quegli anni lo fu anche da un punto di vista geografico: mai era accaduto che un movimento di idee circolasse tanto velocemente attraverso il mondo, mai si erano visti tanti giovani di culture, economie, razze e regimi politici diversi, uscire nelle piazze e rivendicare una nuova e diversa libertà, una nuova e diversa società. I giovani, gli studenti, sono i primi ad entrare in agitazione; a questi faranno seguito, in Italia, gli operai e le loro richieste saranno sicuramente influenzate dalla nuova aria che si respira: non solo rivendicazioni salariali, ma di miglioramento della qualità della vita e della propria preparazione culturale. Il ’69 operaio raggiungerà il suo massimo obiettivo con l’approvazione dello Statuto dei lavoratori, che darà all’Italia uno dei più avanzati strumenti di democrazia nel mondo.
Ma il Sessantotto studentesco è invece fallito? Sono in molti, e Capanna riporta le opinioni di personaggi famosi di aree culturali e politiche diverse, a credere di no. Sicuramente nel costume, nella mentalità collettiva sono, da quell’anno, cambiate moltissime cose e ciò è avvenuto in modo irreversibile. Con un paragone forse un po’ ambizioso, Capanna mette in relazione la contestazione globale di quegli anni con la Rivoluzione francese: certo al 1789 hanno fatto seguito Napoleone e la Restaurazione, ma i grandi valori di liberté, égalité, fraternité, sono ancora vivi e attuali.
Nel volume viene poi contrastata con forza la tesi che il terrorismo è figlio del Sessantotto, e questa mi sembra essere forse la parte più appassionata e sentita dall’autore. Con ben circostanziate analisi si vede come non certo dall’entusiasmo e dalla carica vitale di quegli anni sia derivata la buia stagione del terrorismo, quanto in particolare dalle stragi, dalla strategia della tensione, prima fra tutte la strage di Piazza Fontana a Milano.
In questi ultimi anni sono molti i libri indirizzati ai propri figli, Savater iniziò qualche anno fa con la sua lezione di etica, ma forse questo è dedicato a una nuova generazione, ai figli di “quelli del Sessantotto”, così diversi, un po’ marziani per i padri, ma sicuramente quelli che potranno… portare avanti il discorso.

 

Lettera a mio figlio sul Sessantotto di Mario Capanna
Pag.166, Lit.20.000 – Edizioni Rizzoli
ISBN 88-17-52162-0

 

Le prime righe

Caro Dario,

una lettera non breve, e tuttavia sintetica rispetto all’ampiezza della materia, credo sia il modo migliore per rispondere alle domande, crescenti con l’età, che mi vieni rivolgendo sul ’68 e dintorni.
Ci pensavo da tempo, ma ero restio a cominciare. Non tanto per il timore di caricarti di un peso (tale non è mai la riflessione sul passato, perché aiuta a capire il presente e a immaginare meglio il futuro), quanto per la preoccupazione di apparirti, anche se involontariamente, saccente. Rischio che i genitori corrono spesso. E i padri, forse, più delle madri.
A determinare la decisione è stato il simpatico aneddoto che, tuo malgrado, ti ha visto protagonista nell’estate ’97.
Quando la mamma mi regalò, con dolce malizia perché sapeva che non avrei mai osato indossarla, la maglietta extralarge con “68” stampigliato sul davanti in caratteri cubitali e circondato da un intrico di scritte minute che ricordavano i principali avvenimenti di quell’anno nel mondo, e io la passai a te, né Ivana né io pensavamo sul serio che ti sarebbe piaciuta e che l’avresti usata. Non foss’altro per le dimensioni: ancora oggi ti arriva quasi alle ginocchia.
Tu, invece, decidesti di indossarla, un pomeriggio, durante la vacanza che eri andato a trascorrere, insieme ai tuoi amici, in un centro sportivo sull’Appennino parmense.
E quel giorno passasti buona parte del tuo tempo stando fermo, “bloccato” soprattutto dai ragazzi più grandi, quindici-diciassettenni provenienti da varie parti d’Italia, che ti pregavano di stare immobile per poter leggere le scritte minute degli avvenimenti.
Sei, quando vuoi, davvero un buon narratore. Il tuo racconto ricostruiva in modo vivo la scena, sì che pareva di assistere quasi dal vero ai capannelli, tu al centro a mo’ di ragazzo-sandwich e gli altri di fronte e intorno intenti alla lettura.
E di percepire i commenti e le osservazioni: “Mia madre mi ha parlato dell’assassinio di Martin Luther King e di Robert Kennedy”, diceva lo spilungone dai capelli biondi e lunghi; “c’era anche mio padre alla contestazione alla Scala”, notava, fiero, il grassoccio rapato a zero.
Bisogna apprezzare, te ne va dato atto, che non hai fatto pesare il tuo esercizio di immobilità paziente. Posso immaginare che ti sia costato non poco, visto che per te, come per tutti gli adolescenti, il muoversi è vita.
“Non è vero che il ’68 è passato, è ben vivo tra i ragazzi”: fu questa la conclusione, lapidaria e priva di incertezze, del tuo racconto.

© 1998, R.C.S. Libri S.p.A.

Giulio Mozzi – Giuseppe Caliceti
Quello che ho da dirvi
Autoritratto delle ragazze e dei ragazzi italiani
A cura di Giuseppe Caliceti e Giulio Mozzi

“Vorrei che i miei genitori facessero la mia conoscenza”

(F*, Liguria)

Nel febbraio 1997 sono apparsi manifesti, avvisi nelle bacheche scolastiche e box pubblicitari sulle pagine di quotidiani e periodici che invitavano i giovani a scrivere, a raccontare a tirare fuori quello che avevano da dire, principalmente in quanto figli e figlie. Naturalmente a questo invito hanno risposto in molti, o per meglio dire in molte, dato che la maggioranza dei messaggi arrivano da ragazze. “Le lettere ricevute presso la redazione di Stile Libero di Einaudi riempivano tre ceste” come raccontano i curatori nelle note introduttive. Ridistribuite in dieci scatole da scarpe e suddivise secondo l’argomento generale trattato, le lettere hanno fornito il supporto, la base su cui costruire il volume, anzi, rappresentano esse stesse l’opera. La prima parte del libro, presentata sotto il titolo Enciclopedia dell’adolescenza, contiene brevi considerazioni, raccolte in ordine alfabetico, su temi strettamente legati all’adolescenza e alla famiglia: da Abbandono a Zero responsabilità, passando attraverso voci come Bacio, Bugie necessarie, Complicità, Cordone ombelicale, Dolore, Essere ascoltati, Fallimenti, Fare la fila al bagno, Fumo, Incoraggiamento, Jim Morrison, Libertà, Madre (in tutte le sue forme), Padre (in tante forme anch’esso), Prof (anche questi non mancano), Ruoli, Separazione, Sesso, Territori domestici, e molti, molti altri. Ne esce un quadro divertente o drammatico, inquietante o semplicemente “naturale” di una generazione giovane in questo decennio, ma non così differente dalle generazioni che l’hanno preceduta. Ne escono pensieri analoghi a quelli espressi dai genitori ai tempi dell’adolescenza; ne emerge un grande desiderio di dialogo, di affetto, di confronto con gli adulti, che spesso si rivelano invece sfuggenti, inadempienti. L’eterno rapporto conflittuale, che alterna amore e odio, tra genitori e figli, parzialmente stigmatizzato in una frase di L*, ragazzo del Veneto: “Ti amo perché sei madre, ti odio perché sei la mia”.
Parte di questi argomenti sono presenti anche nella seconda parte del volumetto, dal titolo Diciotto storie più una, dove è stato lasciato uno spazio maggiore ad alcune selezionate storie, reputate più interessanti di altre. I curatori raccontano: “In questa scelta ha contato parecchio, com’è naturale, la qualità della scrittura. Ci piaceva l’idea di mostrare non solo come vive e cosa pensa questa generazione, ma di mostrare anche come sa esprimersi (per mezzo della parola scritta).”
Ancora una nota su una “trovata” che dal punto di vista della grafica, dell’impaginazione, ma soprattutto, della lettura è molto interessante: a fianco dei brani compaiono lateralmente richiami ad altri argomenti trattati, nella forma degli appunti che solitamente sono fatti a penna o a matita studiando un testo. Capita così che alla voce Gesù e Anna Frank, di lato si trovi un rinvio a Jim Morrison e che alla voce Urlare si richiami quella Sorelle…


Quello che ho da dirvi. Autoritratto delle ragazze e dei ragazzi italiani, a cura di Giuseppe Caliceti e Giulio Mozzi
206 pag., Lit. 14.000 – Edizioni Einaudi, (Einaudi Tascabili. Stile libero n.505) ISBN 88-06-14488-X


Le prime righe

Enciclopedia dell’adolescenza
A

Abbandono. […] Io ho diciassette anni ed è già da quand’ero piccolo che mio padre non è con me. Si fa vedere ogni tanto e poi… “Ciao Pippino, lo sai che io ti voglio bene, sei tu l’unica cosa che ho al mondo”. Eppure, mica sta con me. Non è in casa mia (che, fra l’altro, mia non è più, visto che l’ha venduta… e non c’ha lasciato niente). Vive, e scopa, con una donna che ha dato della mignotta a mia madre, ignorando d’esser lei la prima, avendo appena concluso di affermare la bellezza del chiavare col marito di colei che le è stata amica. […] Mia madre non so neanch’io come prenderla. Anche lei dice che sono tutto per lei, eppure appena può se ne va. Non sono ancora riuscito a instaurare un dialogo con lei, nonostante i diciassette anni di convivenza. Per lei un figlio è solo da mantenere. “Lavoro tutto il giorno perché devo darti da mangiare e un’istruzione”. Ma non è di questo che io ho bisogno da lei. Io voglio affetto. Io esigo amore. È nell’amore che c’è la vita. Non nei soldi. Eppure lei non mi capisce. Non so come farmi capire. Da lei. […] (A*, Lombardia).

Abbraccio (1). Ciao mamma. […] Quando hai provato ad abbracciarmi, te lo ricordi?, mi hai stretta fino quasi a soffocarmi, era la prima volta che lo facevi, come se volessi farmi capire che nella forza di quell’abbraccio c’era tutto il tuo amore, ma non era tutto il calore che avevo accumulato in tanti anni e di cui avevo bisogno in quel momento. Vorrei che me lo dicessi adesso: cosa c’era in quell’abbraccio? Perché non ho potuto conoscere, prima di quella sera, il tuo abbraccio e vedere, prima di quella sera, le tue lacrime? Come siamo diverse, mamma. Hai provato a farmi crescere come sei cresciuta tu, a diventare come tu sei diventata. Non ci sei riuscita. Hai voluto farmi provare le tue stesse amarezze, le tue stesse delusioni, quando già sapevi che mi avresti fatto soffrire, mi hai lasciato il ricordo della tua rabbia per sempre sul viso – e quella sera piangevi. Piangevi e le tue lacrime mi facevano soffrire tanto, quasi da mettere in crisi la mia decisione, dentro di me piangevo con te per tutto quello che non ci siamo mai dette, per tutto quello che non c’è mai stato, anche se avevo gli occhi asciutti. Amarezza. Non ci sono altre parole per dirti cosa sento di me adesso: solo amarezza, dopo tutto questo tempo sento la stessa amarezza di quella sera e credo che resterà con me tutta la vita ogni volta che ci penserò. Adesso vorrei che me lo dicessi: cosa c’era in quell’abbraccio? […] (T*, Lombardia).

© 1998, Giulio Einaudi editore s.p.a.

I curatori
Giulio Mozzi ha pubblicato nel 1996 presso Einaudi, La felicità terrena (Finalista Premio Strega). Da Theoria sono usciti tra l’altro Questo è il giardino e la raccolta di saggi Parole private dette in pubblico.

Giuseppe Caliceti ha pubblicato per Marsilio il romanzo Fonderia Italghisa.


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Precari: ‘Il nostro tempo è adesso’, il 6 maggio l’Italia si ferma, fermiamoci anche noi
Prossima tappa per la mobilitazione dei giovani precari lo sciopero generale proclamato dalla CGIL per il prossimo 6 maggio. “E’ necessario – affermano – difendere i diritti ed estenderli a tutti: dalla malattia, al diritto di voto per la rappresentanza sindacale, allo stesso diritto di sciopero”.

Lo sciopero generale della CGIL proclamato per il 6 maggio sarà la prossima tappa della mobilitazione dei giovani precari che il 9 aprile scorso, dietro l’appello ‘Il nostro tempo è adesso’, sono scesi in piazza in tutta Italia per rivendicare un lavoro stabile e dignitoso.

“Il 6 maggio l’Italia si ferma, fermiamoci anche noi”, scrivono in una lettera aperta i promotori dell’appello invitando tutti i precari a scioperare e a manifestare, affinchè spiegano “si costruisca una giornata in cui i lavoratori precari siano i protagonisti e possano prima di tutto rivendicare, in tutte le forme possibili, il diritto di sciopero”. Un diritto, proseguono “intrinsecamente negato ai precari. Un precario o un autonomo che decide di astenersi dal lavoro lo fa a proprio rischio e pericolo: chi per l’estrema ricattabilità a cui è sottoposto; chi, perché lavorando a progetto, carica su di sè il lavoro mancato; chi perché non vedrà conteggiato il proprio giorno di sciopero, tecnicamente inesigibile per alcune tipologie”.

E’ per queste ragioni che i giovani del comitato ‘Il nostro tempo è adesso’ invitano tutti ad aderire alla campagna ‘Precari/e in sciopero!’. Chi non potrà astenersi dal lavoro potrà comunque aderirvi attraverso il sito raccontando la modalità di sciopero scelta, anche se solo simbolica, e raccontando perchè è stato negato il diritto di sciopero “sarete simbolicamente in piazza con noi” scrivono.

Il lavoro e i suoi diritti, uno dei temi alla base dello sciopero generale, perchè come più volte ripetuto dalla leader della CGIL, Susanna Camusso “non può esserci lavoro senza diritti”, questo il principio che verrà ribadito in tutti i luoghi di lavoro e nelle piazze il 6 maggio, perchè “lavoro, persona e diritti sono un insieme inscindibile” e come sottolineato nella lettera aperta: è necessario difendere i diritti ed estenderli a tutti dalla malattia, al diritto di voto per la rappresentanza sindacale, allo stesso diritto di sciopero. “Quelle tutele che qualcuno preferisce strumentalmente definire ‘privilegi’ per pochi, diventino patrimonio per tutti”.

Ed ecco il manifesto, ovvero la lettera in cui i precari fanno sentire le loro ragioni e confermano di aderire allo sciopero:

Il 9 aprile la nostra generazione si è presa la scena, non solo portando in piazza la condizione
di precarietà da cui vogliamo liberarci, ma anche dimostrando che siamo la buona notizia in un
paese quotidianamente umiliato da chi ci governa.
Con il 9 aprile abbiamo chiesto a tutti di prendere posizione sull’emergenza precarietà, e hanno
risposto in molti.
Le nostre istanze sono state gridate in maniera netta da tutte le piazze: vogliamo che ad un
lavoro stabile corrisponda un contratto stabile; che siano garantiti a tutti, anche ai lavoratori
strutturalmente discontinui, gli stessi diritti, compresa la certezza della retribuzione; che sia
garantita la continuità di reddito per chi ha perso il lavoro, chi lo cerca, chi non lo trova; che sia
garantita alle nuove generazioni piena autonomia, accesso alla casa, alla cultura, al sapere.
Il 9 aprile si è manifestato il popolo degli invisibili, i nuovi ghostwriter, coloro che non hanno
volto e voce nel dibattito pubblico, ma soprattutto un popolo che ha capito che solo attraverso
l’azione collettiva è possibile riconquistare i diritti negati.
Per questo il 9 aprile è stato solo l’inizio.
L’inizio di un percorso che vogliamo sia lungo e incisivo e che ha già un appuntamento da non
mancare: lo sciopero generale indetto per il 6 maggio dalla CGIL.
Il paese intero è chiamato a fermarsi e manifestare, contro una politica che continua a far
pagare ai più deboli i costi della crisi e mette in discussione i diritti fondamentali, tra cui la
rappresentanza e la democrazia sindacale.
Gli stessi diritti fondamentali che i precari non hanno mai visto e conosciuto, come la malattia, il
diritto di voto per la rappresentanza sindacale, lo stesso diritto di sciopero.
Siamo utilizzati come un esercito di riserva, un popolo a diritti zero e disposto a tutto, che suo
malgrado è diventato la scusa per indebolire le tutele collettive, conquistate in anni di lotte
sindacali e sancite nei contratti collettivi di lavoro. Quelle tutele che qualcuno preferisce strumentalmente definire “privilegi” per pochi, piuttosto che patrimonio di tutti.
Il 6 maggio la nostra condizione deve diventare il cuore dello sciopero: perché per
difendere i diritti è necessario estenderli a tutti. E’ questa la grande sfida del movimento
dei lavoratori.
La nostra unica forza è infatti la solidarietà, l’unico strumento per combattere la ricattabilità e
migliorare concretamente la condizione di ognuno.
Vogliamo costruire una giornata in cui i lavoratori precari siano i protagonisti e possano prima di
tutto rivendicare, in tutte le forme possibili, il diritto di sciopero.
Un diritto intrinsecamente negato ai precari. Un precario o un autonomo che decide di astenersi
dal lavoro lo fa a proprio rischio e pericolo: chi per l’estrema ricattabilità a cui è sottoposto; chi,
perché lavorando a progetto, carica su di sè il lavoro mancato; chi perché non vedrà
conteggiato il proprio giorno di sciopero, tecnicamente inesigibile per alcune tipologie.
Il 6 maggio vogliamo uscire dall’invisibilità e chiediamo a tutti di partecipare, aderendo
alla campagna “Precari/e in sciopero!” e rendendo ovunque visibile il logo (profilo facebook,
posto di lavoro, abitazione..).
Chiediamo a tutti i precari di sfidare collettivamente il ricatto, di renderlo pubblico, di raccontare
la propria esperienza condividendo una battaglia comune per l’affermazione dei diritti.
Saremo tutti con voi – se vorrete – davanti al posto di lavoro e in piazza.
A chi non potrà scioperare chiediamo di aderire attraverso il sito, raccontando perché non potrà
farlo, perché i ricatti che subiamo diventino oggetto di una denuncia collettiva e perché chi
sciopererà possa portare simbolicamente in piazza con sé anche la condizione di chi non potrà
esserci
Il 6 maggio l’Italia si ferma, fermiamoci anche noi!
Il 6 maggio noi ci saremo, per dimostrare a questo paese quanto vale il nostro lavoro e
quanto vale la nostra dignità. Per cambiare i rapporti di forza, sappiamo di poterci
riuscire, insieme.

Aderisci alla campagna PRECARI/E IN SCIOPERO!
Scarica il logo e usalo come tuo avatar su facebook, nella tua postazione di lavoro, nel tuo pc,
ovunque tu vorrai.

Scriveteci e raccontateci:
-L’esperienza di organizzazione dello sciopero nella vostra realtà lavorativa, sfidiamo insieme
il ricatto: il 6 maggio renderemo pubblico lo sciopero dei precari.
-La vostra modalità di sciopero (qualsiasi essa sia….), e raccontateci perchè vi è negato il
diritto di sciopero. Saremo simbolicamente in piazza anche noi!.
Non esistate a condividere tutto ciò che vorrete foto, video…inviatele a

info@ilnostrotempoeadesso.it

 

Autobiografia, scritta di suo pugno, di Alessandro Aleotti, in arte J-Ax; mi ha davvero colpita parecchio quindi mi è sembrata una buona idea riportarla su questo blog; nei suoi testi, nella sua musica, nel suo modo di essere si sono rispecchiati una miriade di ragazzi, giovani, giovanissimi o meno giovani; ciò che scrive ha toccato tre, forse anche quattro, generazioni, contando che ha iniziato nei primissimi Anni 90…La sua produzione è uno spaccato sociologico di quella che è la gioventù a cavallo tra i ’90 ed i 2000, esprime pienamente un modo di essere di parecchi di noi, quel disagio esistenziale che il benessere, ma anche il malessere sociali, hanno portato…Non ho cambiato una virgola di quello che Ax ha scritto…Sono voluta rimanere perfettamente fedele agli errori di ortografia e di punteggiatura, allo slang, al gergo colorito di Ale ed alla sua spontaneità…Rende meglio l’idea ed esce dagli schemi della perfezione, quella perfezione quotidiana che la società ci impone, da quegli artifici che ci sono calati dall’alto, che ci costringono a sorridere anche quando non lo vogliamo, che obbligano ad essere gentili, carini e doppiogiochisti…Tutto questo per non essere tagliati fuori da un mondo falso, artefatto, da un paradiso di plastica che, prima o poi, si fonderà su se stesso, crollerà, implodendo, su di noi e sulle nostre esistenze alla deriva…

Io vengo dal vuoto.
J.Ax è il nome che mi sono scelto sul finire negli anni 80, il significato e’ Joker A(le)x. Joker è il mio “cattivo” preferito.
Allora rifiutavo tutto quello che ero, volevo cambiare tutta la mia vita, nome compreso.
La seconda parte dell’infanzia e la prima dell’ adolescenza le ho passate in provincia di milano, in un piccolo centro che ora è collegato alla città da una comodissima uscita della tangenziale accessibilissimo sia dal centro che dall’ aereoporto di linate. I miei vi si trasferirono nel pieno degli anni di piombo,mia mamma lavorava come cassiera in un supermercato, dove subiva almeno una rapina a settimana. Troppo rischio per quello stipendio.
Io vengo dal nero.
Io ho paura dei punk fuori da quel palazzo con su scritto “Virus”. Da piazzale Corvetto ci spostammo in una frazione di Sesto U. Ci vivevano poche centinaia di abitanti .Io mi ero già abituato a milano e mi lamentavo , ma i miei erano contenti,tanto verde e zero crimine.
La via Emilia, seppure a due corsie, ti portava dritto a Milano.
All inizio fu divertente, ero contento di potere giocare all aria aperta, dopo un pò ti abituavi all odore di merda che usciva dal Re de Fossi (ora coperto), andai persino a “spigolare”,cioè a raccogliere il grano…io…cazzo.Nella vita ti succede di tutto.
C’erano dei bambini piu grossi, un paio di bulli che ogni tanto mi pestavano.Io ero sottopeso e magro, anche pavido…ora riesco ad ammetterlo.
A scuola cerano un paio di famiglie andate a male che terrorizzavano, tutti anche i prof.Sei o sette fratelli…cazzo uno per classe,era impossibile avere la meglio,e se dimostravi un po di estro o personalità,diventavi un bersaglio della loro ottusa e violenta mediocrità.Bisognava rendersi invisibile.
Non ero piu’ contento.
Io riuscivo a rendermi invisibile la maggior parte delle volte .Legai con D. che era un ragazzo chiuso e silenzioso con la passione per i doors e le moto, anche lui come me additato come “sfigato”.
Passavamo i pomeriggi in casa,a giocare col commodore e ascoltare musica.Forse inconsciamente ci nascondavamo dagli altri.
Non posso omettere la catechesi semi-forzata e che il bar dell oratorio era l’unico svago a portata di piedi.
Era un vero bar con il biliardino e due videogames, il prete non entrava quasi mai, era pieno di vecchi che fumavano ubriacandosi di bianchini mentre fuori i motorini elaborati e le Uno turbo sfilavano. Erano trofei inimmaginabili…status symbol.
Prendevamo i mezzi, andavamo in città, lontano dalla compagnia dei “vincenti”…da cui eravamo innegabilmente attratti e inesorabilmente respinti.
Allora mi accorsi che la città mi richiamava, la provincia infighettata e conformista non lasciava spazio agli scherzi della natura, a Milano invece cerano tanti “freaks” come me.
Ereditavamo le piazze e le vie del centro, eravamo ragazzi con un buco in testa…i primi cresciuti soli.
Soli, perche anche mamma lavora.
Soli, davanti alla tele.
Ci scambiavamo di tutto, vestiti dischi fanze….mettevamo i soldi assieme per comprarci bottiglie e ubriacarci…per trovare il coraggio di buttarsi in rissa. I primi non conformi in un momento dove essere “originale” non era ancora considerato “cool”.
Io vengo dai paninari, da sacrifici fatti per una camicia costosa.
Io vengo dall’aquafan.Pensavo che Italia Uno fosse trasgressiva.
Nel paesino ad un certo punto gli anni 80 ingranarono la marcia sul serio e, nell’impeto del nuovo boom, costruirono villette, tutte in vendita a prezzi fuori dalla portata dei miei,che invece affittarono un appartamentino di quelli giusti giusti, per lui lei e il bambino, nell unica palazzina (a tre piani) del paese. I ragazzi che vi si trasferirono avevano motorini nuovi,vestiti alla moda e una certa indipendenza.
Mi ricordavano quelli dei telefilm americani, avevano tutto…dal mio punto di vista. Io no…i miei mi sembravano un po piu severi,in realtà ero troppo giovane per fare bene i conti. Cazzo come volevo tutte quelle cose.
Se avessi potuto avrei venduto le mie foto nudo a chiunque volesse pagarle, ma erano altri tempi.
Così andavo a fare le pulizie con i miei vicini di casa che avevano un impresa.Una volta passammo col furgone davanti all’oratorio e loro erano li, anche la L. che io amavo segretamente (alla Fantozzi).Indossavo il camice e tenevo il manico del mociovileda in mano perchè il baule era pieno.Loro mi videro.
Abbassai lo sguardo ma loro già ridevano ,urlando il mio cognome che riuscivano a far suonare come un insulto.
Io vengo dall’odio, io voglio ucciderli tutti.
Poi i miei decisero di fare un mutuo.
Quando avevo 14 anni ci trasferimmo a Cologno Monzese.
Venni pestato due volte.
La prima da due tipi alla fermata del bus,ci scrissi su una canzone. (legge del taglione)
La seconda dal tipo di una che abitava nei miei palazzi.Diceva che la guardavo…haha, un classico.
Ma io sapevo rendermi invisibile.
Io vengo dalla tensione,dal bullismo codificato e accettato.
I miei erano sempre incazzati e stanchissimi, addirittura facevano due lavori a testa…uno di giorno e uno la sera.
Io prendevo la metro e andavo in piazza S.Babila, dove avevo legato con altri freaks come me. Venivano da strati sociali diversi :c’era il ricco della Milano bene e il quasi barbone che a volte non tornava a casa e domiva lì…c’erano ancora quelle scomodissime panchine di cemento e ci si lavava nel cesso di burghy. Io vengo dalle paste, dalla cassa dritta in 4 quarti , dalle feste in casa dove si distrugge la casa.
C’era gente come N, che muoveva la zona …una volta mi senti rappare al New Linea .All’uscita c’era lui che mi aspettava.
Mi disse di rappare…io mi cagavo addosso perche sapevo chi era….ma lo feci. Piu tardi disse a tutti di non toccarmi.Da quel giorno la mia vita lì in centro si fece piu facile, non dovevo scazzare con nessuno, nessuno mi faceva piu brutto. Rividi N a san vittore.Io cantante, lui detenuto.
Andavamo in discoteca di pomeriggio,erano gli anni della hip house, l’alba della dance anni 90.Io mi appassionai al rap che prese il posto del rock un pò classico ereditato dai miei cugini piu grandi.
Ascoltavamo radio deejay con il dito sulla pausa della piastra.Registravamo le cassette e ce le duplicavamo con il cubo della philips, prima del file sharing. Io vengo dall’era post-ero.
Non mi interessava la politica, pensavo come tutti quelli della mia età che fosse un sistema di corruzione impossibile da cambiare.Anni dopo cambiai idea, sbagliando.
Io vengo dall’era post-eroi.
Iniziai distribuendo volantini per delle feste, con Poe che fu il mio primo dj .Rappavo sull’house, a volte anche i pezzi degli americani…hahahah che merda….mi davano 20 mila lire e 10 drinks per 5 minuti di rap.Ero in paradiso. La musica diventò il sole.
In discoteca conobbi Wladimiro. Wlady era solo hip hop, scratchava come avevo visto fare solo agli americani…grazie a lui vidi la luce. Wlady mi introdusse agli altri suoi amici…ricordo che mi presentava così : “questo è Ax, è un tamarro, però senti come rappa…”e poi a me”Ax rappa!” E io lo facevo,sul serio.
Wlady poi passo’ a fare altro, nel frattempo io con Jad (suo fratello), formai gli Articolo 31.
Posso solo dire che a volte seguimmo una rotta,a volte ci lasciammo trascinare dalla corrente.Per le note biografiche vi rimando a Wickipedia che piu o meno ci azzecca.
Io non voglio mai parlare del perchè è finita, perchè sono cazzi nostri, però posso dire che da parte mia è stata la scelta piu onesta, più sincera verso chi mi segue…altrimenti avrei dovuto fingere…fingere che mi piacesse, ricopiarmi all’infinito, senza il permesso di decidere completamente quello che potevo o non potevo fare, con chi collaborare etc.
Io voglio essere sincero,per essere sincero non devo essere frustrato quando faccio musica.
Gli Articolo sono una parte importante della mia vita, fondamentale perchè mi hanno dato una prospettiva enorme per la mia giovane (haha) età. Sono stato sopra e sotto,ho conosciuto tutti…gli ultimi della terra ed i ricchi e potenti.
Ho mangiato, bevuto e scopato.
Gli Articolo mi hanno dato tutto, ma gli Articolo non sono tutto quello che ho da dare.
Cè dell’altro.
Il rock torno’ a prendermi prepotentemente in un momento in cui il rap mi faceva cagare…
Finalmente capì i testi dei Ramones e dei Rancid.Nofx-Nirvana-2Pac-Guns-DMX-Morisette-Biggie, non è una bestemmia …è la mia playlist e se non ti và fottiti. Milano era piena di stranieri come sempre.Venivano tante ragazze da Siattle, dove era esploso il Grunge, si portavano la chitarra…si leggevano libri che ci infuocavano.
Si parlava in inglese.Bill Clinton suonava il sax, ammetteva di aver fumato cannoni, bombardava il Kosovo.
Io cerco la verità in una canzone, negli angoli bui, sotto i riflettori, negli 883 e nei libri di Marco Philopat.
Alla fine del 2006 ho pubblicato il mio primo album solista, “Disanapianta”, dopo tre anni passato tra cure disintossicanti, sedute dallo psicologo e panico tra impresari e discografici.
Mi hanno consegnato il disco di platino due mesi fà, è andato bene…ho fatto due hit che sono andate discretamente anche nel pop:”Ti amo o ti ammazzo” e “Più stile”.
Sempre piu gente mi riconosce come J-Ax.Ci impieghero’ un po’ a superare il brand del 31, ma ce la farò perche’ sono due brand diversi,ma li ha disegnati la stessa penna.
E poi J-Ax non invecchia,è piu “nuovo” degli Articolo.
E’ un cazzo di PeterPan psicopatico e io sono il suo fottuto ritratto di Dorian Gray. Io invecchio, pago caro ogni eccesso, ogni salto, ogni urlo, ogni battaglia contro i mulini a vento che quello stronzo mi fà intraprendere.
J-Ax ha preso il sopravvento, all’inizio lo avevo quasi disegnato…come per proteggermi dal nulla a cui ero destinato.
Ora sono J-Ax in tutto e per tutto.
E vengo dal nero,dal vuoto…ma ho trovato un uscita. Non faccio un genere definibile, ho snaturato la musica da cui sono partito….ho dei fans rumorosi e detrattori determinati, ho anche qualche nemico importante lobbista e mafioso, ma in questo viaggio incontro tante brave persone, la maggior parte tra loro mi sono vicino.
Ora, mi dovrei ritenere piu o meno realizzato, con tutto che faccio numeri quando suono e vinco pure gli Ema.
Devo invece ammettere che, la cosa che mi rende più felice e avere ancora una battaglia da combattere.
Ho ancora tutto da dimostrare, tanti non credevano fosse possibile, ma si sono dovuti già ricredere.
Io devo dimostrarvi chi sono, con il suono , un suono…IL MIO SUONO. Il mio nome in bocca ad alcuni, suona ancora come un insulto.
Ma i miei fans sono rumorosi.
Dicono che sia… uno di loro.

E così sia.
J-Ax.”

J Ax, come decrizione fisica possiamo dire che ha gli occhi verdi, è abbastanza alto, e cambia continuamente il colore ai suoi capelli in base all’umore che ha in quel momento. A scuola non ha mai avuto grossi problemi, a parte durante l’ultimo anno delle superiori quando, a causa della preperazione dell’album “Strade di città”, non ha praticamente frequentato per niente. Ha manifestato i primi segni di divismo già da piccolo, alle feste con i parenti, quando li divertiva cantando a squarciagola le sigle dei suoi cartoni animati preferiti. Come esperienze lavorative precedenti ha fatto il pony express, il muratore e l’imbianchino. Il momento più imbarazzante che dice di aver vissuto è stato quella sera che, dopo aver consumato in un ristorante con una “tipa”, si è accorto di non avere abbastanza soldi per pagare il conto. I suoi eroi sono: Lando Buzzanca, Alvaro Vitali, Woody Allen, Everlast ed il mitico Jim Morrison. Considera amici solo i ragazzi con cui è cresciuto nel suo quartiere (Quadrifoglio a Garbagnate), e quelli con cui lavora attualmente, mentre sostiene di avere un numero enorme di nemici (forse invidiosi? Bho!). E’ capace di bere intere autobotti di birra e, per disintossicarsi, di proseguire con la Coca-cola. Mangia ogni schifezza sin ora scoperta dall’uomo e naviga molto su Internet! (non vedo l’ora di incontrarlo su qualche chat!). Gli piace come scrive Isaac Asimov ed il suo film cult è “Arancia Meccanica”. La sua donna ideale lo deve saper colpire prima con il cervello che con il fisico. Come particolari intimi dice di dormire nudo ed a pancia sotto.

Gira da un po’ la riedizione di Biancaneve e i Sette Nani riadattata ai tempi moderni…Che tristezza immensa…Ormai la maggioranza della gente ha bisogno dello sballo estremo x sopravvivere alla quotidianità e per evadere da essa…Ecco qui la dimostrazione, nella favola filastroccata che segue, di come ormai, se non sei sempre stupefatto, sei un nerd…Purtroppo chi non ce la fa da solo a vivere la quotidianità del vivere viene portato dalla società di oggi, dai suoi ritmi e dai suoi luoghi comuni, a trovare l’evasione nello stupefacente, che, però, alla lunga diventa routine e non più trasgressione, e non fa che peggiorare la situazione di un essere già debole e depresso…Quando la usi ti senti un dio, ma non ti rendi conto dei danni psicologici e fisici che, dopo l’uso abituale, si possono instaurare in te, nel tuo modo di vivere, nei rapporti e nelle relazioni con gli altri…Questo non è moralismo, ma semplicemente una riflessione su come il Sistema ci stia distruggendo a fuoco lento…

  Totale di coloro che ne hanno fatto uso Raramente* Abitualmente* Molto spesso*
Alcool 81,1% 10,1% 62,1% 27,8%
Marijuana o hashish 80,3% 18,9% 51,4% 29,7%
Droghe sintetiche 22% 42,3% 42,5% 15,2%
Cocaina, eroina o altri stupefacenti 12,5% 44,7% 41,3% 14,0%
Spaccianeve e i sette nani
 

Tutto e’ bene cio’ che ti fa star bene”, dice il saggio e a volte ne basta appena un assaggio. Ma… lunga la pista, stretta la via, occhio che arriva la Polizia!!!

Spaccianeve viveva ai margini del bosco fatato,
in un monolocale fuori equo-canone semi arredato,
e si guadagnava da vivere non vendendo rose,
bensi’ campava smerciando la dose.
Con lei abitavano i sette Nasi contenti
che poi erano i suoi migliori clienti:
c’erano Spinolo, Passalo, Scaldalo, Pillolo, Trippolo e Rollo,
e infine Sniffolo, che era di tutti il rampollo,
si alzavan di mattina a un’ora molto presta
e prendevano la pista attraverso la foresta,
era una pista lunga e polverosa
che conduceva a una radura erbosa,
dove i Nasi lavoravano tutta la settimana
coltivando papaveri e canapa indiana.
“Andiam (sniff-sniff) andiam (sniff-sniff), andiamo
a coltivar tanti bei papaveri da raffinar,
e noi vogliam (sniff-sniff) vogliam (sniff-sniff),
vogliamo respirar
la polverina che ci darà la felicità!”
Ma Spaccianeve dirigeva la piantagione
e suggeriva moderazione:
“Portate pazienza miei giovani amici,
mettete un freno alle vostre narici,
soltanto se i raccolti saranno buoni
verranno soddisfatte le vostre aspirazioni”
Intanto la malvagia Regina
nel suo superattico con piscina
stava armeggiando senza fretta
con uno specchio e una lametta,
ah, no, scusate, mi son sbagliato,
con uno specchio si, ma fatato.
“Specchio, specchio delle mie brame
chi ha la roba piu’ buona del reame?”
“Regina, una volta l’avevi tu,
ma ora Spaccianeve ne ha piu’ buona e molta di piu’!”
“Ah, sciagurata! Come osa ostacolarmi?
Dimmi dov’e’, sicche’ io possa vendicarmi!”
“Ai bordi del bosco valla a cercare
e questo strano frutto in regalo le dovrai portare.”
Cosi’ la Regina partì un bel mattino
sotto mentite spoglie di un pusher marocchino
e giunse poco dopo alla casina
portando in tasca una siringa piena di stricnina.
“Benvenuto amico mio, posso darti una mano?”
disse Spaccianeve quando vide l’Africano,
“gradisci un chilom, un trip, un caffè con la panna?”
aggiunse poi, rollandosi una canna.
“Gara Sbaggianeve, di ringrazio dell’invido
e g’hai gulo ghe sdasera sono brobrio ben fornido!
Gosa ne digi di farmi endrare
gosi’ questa bella bera gi bossiamo sbarare?”
Spaccianeve accetto’ volentieri la proposta,
senza neanche immaginare la malvagita’ nascosta,
ma poco dopo cadde riversa sulla schiena
con l’ago ancora piantato nella vena.
Ora la Regina, tornata normale,
quella sventurata si mise a sbeffegiare:
“Guardati, Spaccianeve, sei ridotta ad uno straccio,
ed ho di nuovo io il monopolio dello spaccio!
Vedi cosa succede alle persone golose?
Chi troppo vuole alla fine si ritrova in overdose!”
Immaginate voi lo strazio e la disperazione
che colse i nasetti di ritorno dalla piantagione,
il primo di essi aprendo la porta
la vide distesa che sembrava morta:
“Oh, Spaccianeve, dicci chi e’ stata
chi ti ha venduto roba tagliata!
Come faremo noi la mattina
senza la magica polverina?”
E rimasero a fissare quel corpo inerte
che aveva le gambe tutte scoperte:
“Certo pero’ che e’ proprio carina!”
sussurro’ Sniffolo con la sua vocina,
rispose Rollo “Che vuoi che ti dica,
e’ sempre stata un gran pezzo di ****,
ma adesso che e’ in coma non sente niente,
potremmo farcela tranquillamente!”
Cosi’ si disposero in fila indiana
davanti all’ingresso di quella tana,
entrando a turno per pochi minuti,
finche’ tutti quanti non furon venuti.,
quindi riposero quel corpo giallo
dentro una bara di puro cristallo
e dopo un viaggio di pochi minuti
la scaricarono in mezzo ai rifiuti.
Da quel di’ vissero nella disperazione
trascurando persino la piantagione,
e diedero fondo con ritmi indecenti
alle riserve di stupefacenti.
Era da tempo finita la scorta
quando qualcuno busso’ alla porta,
e di chi era quel tocco lieve?
Ma che domande, di Spaccianeve!
L’accolsero tutti con entusiasmo,
addirittura sfiorando l’orgasmo,
quindi le chiesero come si chiamava
quel tipo strano che l’accompagnava.
“Cari Nasetti, prestate attenzione,
e’ a lui che devo la resurrezione,
e’ dolce come il miele, tenero come il burro
ed il suo nome è Principe Buzzurro!”
Costui era un tipo un casino alternativo,
capelli lunghi, la barba, lo sguardo primitivo,
i jeans unti e strappati, portava un grosso anello,
gli puzzavan le ascelle, fumava lo spinello,
e quando i sette Nasi gli chiesero una spiegazione
lui rispose cosi’, grattandosi il panzone:
“A nase’, cioe’, io stavo a rovista’ n’a monnezza
quando d’un tratto te vedo ‘sta bellezza,
stava ferma, distesa, tutta sbracata,
e che dovevo fa’, io m’a so’ chiavata!”
“E lei – chiesero stupiti i Nasi – si e’ svegliata?”
“No, pero’ la voja mica m’era passata,
e lei stava sempre la, dentro ‘sta scatola de vetro,
aho, io l’ho ggirata, m’a so’ fatta pure dietro!”
“Ed a a quel punto – insistettero i Nasi – che lei si è risvegliata?”
“Manco pe’ gnente, pero’ la voja io me l’era levata.
Me ne stavo a anna’, abbonandome i carzoni
quando questa caccia n’urlo – mi cojoni!
‘A more’ – me dice – pe’ tutta ‘sta trafila
vedi un po’ de cala’ na bbella centomila!”
E siccome che ‘sta cifra nu je la potevo da’
m’ha chiesto de seguirla, ed ora eccoce qua!”
E da quel giorno vissero ai margini del bosco
Spaccianeve, i sette Nasi, con in piu’ quel tipo losco,
ripresero a coltivare, e tutto andava bene
anche perche’ avevano le narici sempre piene,
mentre invece la Regina, travolta dall’egoismo
si era data addirittura all’alcoolismo.
“Tutto e’ bene cio’ che ti fa star bene”, dice il saggio
e a volte ne basta appena un assaggio.
Ma… lunga la pista, stretta la via,
occhio che arriva la Polizia!!!

Kurt Cobain potrebbe essere morto 17 anni fa (esattamente il 5 aprile 1994). Ma ciò che ha lasciato nel mondo della musica vive ancora oggi. Guidati dalla popolarità di “Smells Like Teen Spirit” i Nirvana hanno catapultato l’alt-rock di Seattle nel mainstream musicale, cambiando per sempre il nostro modo di vedere le camicie di flanella.

Il suicidio di Cobain a 27 anni – la stessa infausta età alla quale se ne andarono Janis Joplin, Jim Morrison e Jimi Hendrix  – scioccò il mondo. Nel 2009, l’attuale cantante dei Foo Fighters e compagno di band ai Nirvana, Dave Grohl ha dichiarato alla BBC che la morte di Cobain “è stata una sorpresa orrenda”.”E’ stata probabilmente la cosa peggiore che mi è successa nella vita”, ha detto. “Ricordo il giorno dopo quando mi svegliai e avevo il cuore a pezzi. Lui se ne era andato.” (Non ci credo molto…La morte di Kurt è stato un grosso business per molti, tra cui, in primis, per Grohl, ma soprattutto per quella troia di Curtney Love!)

Nel 1991, i Nirvana hanno contribuito a creare e definire una sottocultura musicale – il grunge – attraverso  “Smells Like Teen Spirit” e Nevermind, canzone e album di maggior successo della band, che spinsero la musica rock underground nel mainstream. Un mix di influenze punk e pop, il grunge: grazie a Kurt si scatenò una nuova tendenza che portò alla ribalta le camicie di flanella e gli stivali Doc Martens, oltre a dare l’ispirazione per una ondata di nuove band.

Nevermind vendette 10 milioni di copie in tutto il mondo, un risultato sbalorditivo come lo stesso Cobain sottolineò nella prima strofa del brano di apertura del seguito di Nevermind, In Utero: “La rabbia dei giovani ha pagato bene – Ora sono annoiato e vecchio“, cantava in “Serve the Servants”. Kurt avrebbe voluto chiamare l’album “I Hate Myself and I Wanna Die” (Odio Me Stesso e Voglio Morire) anche se ha insistito nelle interviste successive che il titolo era satirico, volendo prendere in giro tutti quelli che lo vedevano come un suicida stanco della vita. La sua etichetta, la Geffen, respinse tale titolo.

Tra i giovani appassionati di musica, la morte di Cobain fu sentita visceralmente così come accadde per John Lennon e Bob Marley. Più di ogni cantante rock degli ultimi tempi, Kurt portava il peso di essere stato consacrato dai media come un portavoce per la generazione dei ventenni tormentati e scontenti.

Tutti e tre i membri dei Nirvana provenivano da famiglie disagiate. Cobain, figlio di un meccanico e di una segretaria, che divorziarono quando lui aveva 8 anni, non parlò con suo padre per quasi dieci anni – fino a quando Kurt firmò il suo contratto con la Geffen nel 1990. Da adolescente timido, fu affascinato dal punk rock e iniziò a collezionare dischi e a suonare la chitarra, anche se si vedeva come chitarrista ritmico – fuori dai riflettori. Quando Cobain era ancora un adolescente, suo padre lo aveva costretto a ipotecare la sua chitarra e iscriversi alla Marina militare; Kurt lasciò la casa con il suo strumento. (Bastardo guerrafondaio del cazzo…Come alcuni genitori hanno il potere di rovinare, più o meno cosciamente, i propri figli…)

“I problemi familiari, la violenza, le droghe, hanno ristretto le opportunità per una intera generazione, per la quale è diventato importante il suono della loro musica” ha scritto Michael Azerrad, autore del bestseller Come as you are – Nirvana. La Vera Storia “La band ha tradotto il dolore, la rabbia e la confusione in onde sonore musicali molto dirette che hanno centrato un nervo scoperto tra una grande quantità di ragazzi che ha avuto un’esperienza simile.”
“Nessuno di voi potrà mai capire le mie intenzioni”, dipinse Kurt su una parete della sua casa di Seattle non molto tempo prima di suicidarsi.

kurt-cobain

Lui è l’archetipo della perdizione, dell’oblio, del bruciarsi, del devastarsi, del farsi del male, della distruzione mentale e corporea, dell’autodistruggersi in ogni senso, della gioventù che non si vuole bene e che non crede in alcun futuro, la generazione senza commiato, senza ideali, senza dei…L’archetipo del nichilismo, del culto del niente, unico concetto in cui abbandonarsi…

“L’estetica sta nel contenuto”

“…mina la loro pomposa autorità, rifiuta i loro standard morali, fa dell’anarchia e del disordine i tuoi marchi di di fabbrica, causa più caos e confusione possibili, ma non lasciare che ti prendano vivo…”

“Sono stato innamorato solo di una bottiglia e di uno specchio.”

“Dalla vita nessuno è uscito vivo.”

(Sid Vicious, 1957 – 1979)

Sotto Il Ponte                                                                                                            
 
Qualche volta mi sento solo,
Qualche volta mi sento come se la mia unica amica                 
fosse la citta dove vivo, la citta degli angeli
solo come sono, piangiamo assieme
Guido sulle sue strade perchè è la mia compagna
cammino per le sue colline perchè lei mi conosce
lei vede le mie buone azioni e mi bacia con la brezza
Non mi preoccupo mai
questa sì che è una bugia.
Non voglio mai piu sentirmi come mi son sentito quel giorno
Portami nel posto che amo, accompagnami lungo la strada
Non voglio mai piu sentirmi come mi son sentito quel giorno
Portami nel posto che amo, accompagnami lungo la strada, si si si.
E’ difficile credere che non ci sia nessuno là fuori
é difficile da credere che io sia solo
almeno ho il suo amore, la citta mi ama
solo come sono, insieme piangiamo.
Non voglio mai piu sentirmi come mi son sentito quel giorno,
Portami nel posto che amo, accompagnami lungo la strada,
Non voglio mai piu sentirmi come mi son sentito quel giorno
Portami nel posto che amo, accompagnami lungo la strada, si si si
amami, ho detto.
Sotto il ponte in centro
è dove mi bucavo
sotto il ponte in centro
non ne avevo mai abbastanza
sotto il ponte in centro
ho dimenticato il mio amore
sotto il ponte in centro
ho buttato la mia vita lontano, lontano
è qui che sto
Under the bridge
Sometimes I feel
Like I don’t have a partner,
Sometimes I feel
Like my only friend
Is the city I live in,
The city of angel
Lonely as I am,
Together we cry,
I drive on her streets
’cause she’s my companion
I walk through her hills
’cause she knows who I am
She sees my good deeds
And she kisses me windy
I never worry
Now that is a lie
I don’t ever want to feel,
Like I did that day,
Take me to the place I love
Take me all the way
It’s hard to believe
That there’s nobody out there,
It’s hard to believe,
That I’m all alone
At least I have her love
The city she loves me
Lonely as I am
Together we cry
I don’t ever want to feel
Like I did that day,
Take me to the place I love
Take me all the way
Under the bridge downtown
Is where I drew some blood,
Under the bridge downtown,
I could not get enough
Under the bridge downtown,
Forgot about my love,
Under the bridge downtown
I gave my life away

 

 Questo post è scaturito dalla riflessione che mi ha provocato l’esperienza del viaggio a Barcellona con i ragazzi della scuola…Avrò modo di raccontarvela meglio con parole mie…In ogni caso condivido pienamente le parole dell’articolo qui sotto…

UNA CULTURA DELLA TRASGRESSIONE. PER NON MORIRE DI PROIBIZIONISMO.

Finiremo col guidare automobili senza acceleratore? La tendenza moralista e proibizionista attuale sembra puntare diritto a esiti grotteschi di tal specie. L’iniziativa del Comune di Milano di cui tanto si è parlato, di vietare cioè totalmente l’alcool ai minori di 16 anni e di inasprire le pene per i trasgressori, punta a sradicare il fenomeno degli schiamazzi e del degrado notturno. Spaccio di droga, baldoria fino all’alba e ragazzi di età sempre più giovane in condizioni pietose sono all’ordine del giorno nelle notti della metropoli lombarda, e le istituzioni ritengono di rispondere all’emergenza con metodi proibizionisti degni di un puritano del 1600.

Ma il caso di Milano non è isolato, anche Bologna ha i luoghi simbolo dello sballo e del degrado. Basta farsi un giro su youtube, il sito di video clip in streaming, e cercare alla voce “Piazza Verdi” i servizi andati in onda in più occasioni sulle reti Rai riguardanti i problemi notturni di alcuni dei luoghi (un tempo) più belli e caratteristici della città universitaria emiliana. Anche qui intere vie affollate di bar e rivendite di alcolici aperte tutta la notte, rumore e schiamazzi, risse, spaccio, degrado e sporcizia, abuso di alcolici e persone che bivaccano sotto i portici. La cittadinanza ha più volte cercato, inutilmente, di far sentire la propria voce e il proprio disappunto, protestando contro una situazione che vede la città abbandonata in condizioni avvilenti, privandola della sua bellezza e della vita notturna festosa e dignitosa di qualche anno fa.

La questione della trasgressione, nel particolare l’abuso di alcool nei giovani, è un problema che coinvolge persone apatiche, demotivate e senza particolari stimoli nella vita quotidiana. Viene in mente la vecchia canzone che il Ruggeri punk incise coi suoi Champagne Molotov, Indigestione Disko: «le stesse vecchie cose che ripeto ogni giorno / ma per fortuna ho qualcosa di più / perché stasera c’è il film in tv […] per cinque lunghi giorni sono un impiegato / ma poi io mi trasformo quando sono gasato». Già allora, siamo negli anni ‘80, era chiara quale fosse la “cultura dello sballo” di cui oggi non si fa che parlare: si pensava di riempire una vita noiosa e monotona con un sabato sera “da leoni”, dandosi al facile brivido socialmente accettato dai coetanei.

Con gli anni molte cose sono cambiate, di punk ribelli non ce ne sono quasi più, in compenso sono comparsi i punkabbestia con il loro nichilistico disinteresse per ogni impegno politico, sono apparse nuove droghe e nel frattempo l’età dello sballo e del primo sorso di superalcolici sì è notevolmente abbassata. Oggi il problema dei giovani ubriachi e drogati emerge con tanta urgenza e drammaticità perché l’eccesso autodistruttivo è diventato la normalità, una norma sociale da rispettare per fare parte di un branco. Beninteso, questa “moda” non ha alcun colore politico, ha semmai una forte componente antropologica, è cioè il naturale prodotto di una società che per decenni non ha voluto essere comunità, e ha abbandonato le persone a una dimensione che Houllebeq ha descritto delle “particelle elementari” – ognuno per sé insomma, ma tutti uguali.

Della solitudine radicale e dello spreco del proprio tempo creativo nessuno sembra preoccuparsi e sempre più i ragazzi si abbandonano a una dimensione di conformismo che Heidegger chiamò del “Si”. «In questo stato di irrilevanza e di indistinzione il Si esercita la sua autentica dittatura. Ce la passiamo e ci divertiamo come ci si diverte. Il Si, che non è un Esserci determinato ma tutti, decreta il modo di essere della quotidianità. Il Si sgrava quindi ogni singolo Esserci nella sua quotidianità» (Essere e Tempo, Longanesi, par. 27). Si arriva a un punto in cui gli stimoli creativi giovanili non sono più impegnati a dare forma al mondo circostante, in cui non si pensa al proprio futuro, e si preferisce mettere a tacere ogni pensiero e ogni problema con la musica assordante e litri di alcool.

Durante le interviste lampo mandate in onda qualche tempo fa, i ragazzi della “movida” nostrana hanno spesso confermato il loro unico interesse quando stanno con gli amici: “essere fuori”, esagerare col bere e magari stare male sono l’unica fonte di divertimento. E la cosa preoccupante è che per molti questa è la normalità. “Essere fuori”, perdersi appunto, non porsi la domanda esistenziale “chi sono io”, lasciandosi andare al flusso.

Non è il caso però di lasciarsi andare a impulsi moralizzanti ad alzo zero o a proibizionismi talebani che tanto verrebbero comunque aggirati e non risolverebbero il problema alla radice. Se da un lato c’è una forte mancanza di educazione (che si dà col buon esempio) e di attenzione da parte degli educatori, dall’altro manca una vera cultura della trasgressione.

È sacrosanto e normale che un sedicenne senta il bisogno di trasgredire, ma se lo fa per noia forse si perde qualcosa del vero brivido trasgressivo. Quelli che oggi pensano di essere trasgressivi non lo sono affatto, sono piuttosto i modelli decadentisti di una gioventù in perdita. «La trasgressione non può trasformarsi in abitudine. Lo sballo quotidiano non è trasgressivo», parola di Andrea G. Pinketts, uno che di risse, sigari e birre se ne intende. In quell’intervista televisiva si affrontava appunto il tema dello sballo tra i giovani, e il giornalista milanese proseguiva puntando il dito sulla normalizzazione quotidiana della sbornia. L’alcool deve essere uno stimolante spontaneo, non il fine ultimo, per questo lui preferisce un pub alla discoteca, perché si chiacchiera più piacevolmente davanti a una birra, mentre ci si guarda attorno spaesati e storditi al ritmo assordante dell’ultima hit.

Chi fa dell’ubriacatura e dell’eccesso un’abitudine è, per l’appunto, un abitudinario, non un trasgressivo e un “grande”. Anche l’eccesso diventa abitudine.

La cultura non conformista vanta tra le sue file, ovviamente, personaggi che hanno fatto del ribellismo e della trasgressione uno stile di vita. Basti pensare a Gabriele D’Annunzio, Gottfried Benn o Drieu La Rochelle, scrittori e uomini d’azione che furono però sempre “uomini di mondo” aristocraticamente fieri della propria particolarità e gelosi della propria libertà di spezzare le regole. Contro i bacchettoni di marca conservatrice, vale più un Jack Kerouac e il genio e sregolatezza dei grandi autori europei. Il problema di molti, però, è che manca il genio.

Un altro grande ribelle della cultura novecentesca, Ernst Jünger, come ricorda in I prossimi titani (Adelphi), non si tirò indietro dallo sperimentare droghe psicoattive come mescalina e LSD, ben consapevole tuttavia della serietà con cui andavano assunte. Le prese solo poche volte nel corso della sua lunga vita per poi parlarne in un suo celebre libro. Lo scrittore tedesco è anche maestro per la classe con cui dimostrò di fregarsene dei divieti salutari e delle “buone norme” sociali; a cento anni suonati prese a fumare: «di tanto in tanto fumo una sigaretta, ma solo da qualche tempo a questa parte. Per tutta la vita non sono stato un fumatore, ho incominciato solo di recente. Trovo il culto della salute fastidioso quanto quello della malattia».

E se oltre all’alcool si vuole parlare delle droghe, affianco di Jünger si deve citare Michel Foucault: «Dobbiamo studiare le droghe. Dobbiamo provare le droghe. Dobbiamo fabbricare delle buone droghe – capaci di produrre un piacere molto intenso» (Antologia, Feltrinelli). Anche se poi vengono in mente le parole di Keyt Richards, chitarrista dei Rolling Stones, che ha sconsigliato i giovani dei nostri giorni dall’assumere sostanze stupefacenti proprio perché, rispetto ai suoi anni, la qualità è notevolmente diminuita.

È normale che i giovani sentano il bisogno e l’istinto a sperimentare, a rompere le norme e la quotidianità, ma dovrebbero farlo per pienezza creativa, alla ricerca della propria identità e di un piacere ancora maggiore. Si sente dire che i giovani dovrebbero “ubriacarsi di vita” e, nonostante il tono paternalistico con cui viene detto, non è un motto sbagliato. Come insegna Nietzsche, l’entusiasmo vitale può sgorgare sotto forma di ribellione creativa e gioiosa alle norme e ai costumi imposti, quindi anche contro l’abitudine allo sballo a favore di una cultura della trasgressione.

 

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