Category: Follia


Joker Gang
Dispettose Prigioni
Etichetta Indipendente
2012

Era da tempo che volevo farlo… dal 2009 circa, quando ricominciai a suonare dopo tanto tempo. Molti pensano che non dovevo. Non me ne frega un cazzo della loro opinione. Si fottano :-)”

Gia`da questa dichiarazione si capisce la tenacia e l`orgoglio del Joker, una figura che a tutti risulta patetica ma che quasi tutti temono, quel fantoccio con la faccia truccata che puo`permettersi di cambiare faccia ad ogni occasione, anche se questa continua finzione che si mescola con la realta`non e` sempre costruttiva…Joker e`curioso, e la sua curiosita`lo porta ad aprire il Vaso di Pandora della realta`e della Vita, spesso nascosto da quel Velo di Maya che e`l`ignoranza…
Joker “smaschera con la sua maschera ghignante”,con un ghigno beffardo e disincantato, la crudelta`della cruda quotidianita`…

Le storie che vengono raccontate nel cd, con metafore, tinte fosche e colori espressionisti, fanno affiorare una pellicola in bianco e nero, celata dai trucchi (un po`come si fa con Photoshop)…Joker e`l`anti-Photoshop, e`la contraddizione che spacca in mille pezzi la menzogna, che riduce in frantumi la meschinita`della vergogna e dell`omerta`…La verita`e`dura e va raccontata…Un po`come ne Il Testamento di un Pagliaccio, pezzo della Giovane Band IoDrama…Oppure come in Opinioni di un Clown di Heinrich Böll: “Io sono un Clown e faccio collezione di attimi.”.
Anche Giuss, leader del gruppo, afferma che Dispettose Prigioni sia un Album fotografico, in cui si vuole dare una brechtiana, quindi impegnata ed epica lettura della realta`…L`essere umano e`portato lentamente a prendere posizione, a far qualcosa, ad impegnarsi per trarre in salvo la propria liberta`, che sta annegando…Oppure e`stata sequestrata dai flutti di un mare in tempesta, la tempesta dell`inconscio, come una zattera piena di falle…Le falle ci sono, ma possono essere riparate, solo se lo si vuole…

Nell`album ci sono colti riferimenti al Mondo della Musica, soprattutto alla new wave e al dark; ma anche alla Letterattura, alle Arti Figurative, alla Fotografia ovviamente, ma anche alla Psicologia…Nell`insano gesto si vede una possibilita`dell`inconscio, dell`io profondo; esso finalmente puo`dire: “Ascoltatemi, sono qui!!! Non sotterratemi sotto un mucchio di parole inutili e di gesti formali o convenzionalmente etichettati…Voglio far sentire la mia voce anche chi non crede a queste cazzate…”

La verita`e`sempre duale, puo`avere varie interpretazioni, ed in essa possono interagire numerosi elementi, in rapporto dialettico tra di loro…Joker e`un Reporter, un Fotografo che, con la sua Polaroid, immortala proprio quei momenti che ogni giornalista tralascerebbe come dettagli osceni. Joker scappa alla censura, spesso rischiando, ma nello stesso tempo, provando piacere nell`opera di smascheramento…Viviamo tutti quanti in un mondo illusorio, fatto di Sogni di carta e di speranze di fango…Dove siamo come burattini con un burattinaio che ci comanda, che muove i fili; come direbbe Bennato: “Non si scherza, non è un gioco  sta arrivando Mangiafuoco, lui comanda e muove i fili  fa ballare i burattini . State attenti tutti quanti, non fa tanti complimenti, chi non balla, o balla male  lui lo manda all’ospedale  Ma se scopre che tu i fili non ce l’hai se si accorge che tu il ballo non lo fai  allora sono guai – e te ne accorgerai attento a quel che fai – attento ragazzo che chiama i suoi gendarmi  e ti dichiara pazzo!…”

Nonostante la presa di coscienza sia dolorosa e porti ad un autolesionismo, ad un automutilamento continuo ed irrefrenabile, sia nel corpo, con tagli sanguinanti, sia nella mente, con una societa` per cui sei solo un Numero, che ti incasella meccanicamente in base al disturbo mentale o alla classe sociale a cui appartieni, Joker ti capira` ed il suo sussurro ti portera`ad aprirti, a scoperchiare quell`anima fragile che alberga in te, permettendole di scorrere, un po`meno vincolata, per le strade della Vita…

Qual e` la soluzione?? Fare la Rivoluzione?? Rovesciare il Potere??

Felice il Popolo che non ha bisogno di eroi!”. Così diceva il grandissimo Bertolt Brecht, da intellettuale impegnato…Sicché non si può non prenderne atto, anzi è terribilmente controproducente non farlo, far finta di niente, con l’aria dei primi della classe, di quelli che ce la fanno sempre. L’esperienza ha insegnato: i primi della classe non ce l’hanno fatta mai, quelli che al banco erano seduti composti, che si facevano da parte quando qualcuno si alzava per fare caciara, che cercavano di risolvere sempre tutto con la diplomazia, che rispondevano sempre in maniera seria senza alzare la voce o battere i pugni hanno sempre avuto la peggio. Questo perché il Popolo,un  popolo di lavoratori instancabili ma un po’ duri di comprendonio, non ama le risposte articolate, difficili, magari piene di termini in lingua straniera, ma preferisce quelle semplici, secche, nette. Risposte semplici per interrogativi difficili. Al bicchiere di acqua amaro della medicina non vuole un cucchiaino di zucchero, ma vuol togliere completamente la medicina e bere l’acqua dolce che ne rimane.

Qualcuno riuscira`a sentire il grido disperato di chi vuole cambiare musica?? La “ghigliottina” del senno di poi dice che molto probabilmente nessuno ne sarebbe capace, perché la massa e`come inebriata da un fenomeno mistico, venereo, insuperabile, creatosi attorno alla figura di un individuo che, a differenza dei suoi avversari politici, ne è consapevole e ne fa un’arma di distruzione di massa. Perché è inutile parlare dello “tsunami Grillo” se prima non si parla del “diluvio universale berlusconiano”, perché ormai davvero tenere la testa sotto la sabbia è un prendere in giro se stessi. Non resta altro da fare che prendere atto dei dati empirici, con coscienza di sé prima e di chi si trova nei propri paraggi, ricordando che, come diceva Franco Battiato, un’evoluzione sociale non serve al popolo se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero.

For more info: http://www.facebook.com/jokergang e http://jokergang.jimdo.com/

Influenze:

– Litfiba

– Timoria

– Bluvertigo

– Franco Battiato

– Baustelle

http://www.youtube.com/watch?v=sCw7mh2jFs0

Image representing Facebook as depicted in Cru...

Contatti digitali

Conversazione via Facebook Email nell’Era della Digitalizzazione, della Globalizzazione ed

Internettizzazione dell’Esistenza 

Ragazzi anormali si scrivono a distanza…

di Irene Ramponi

Una ragazza italiana migrante in Olanda scrive all’amico lontano, in risposta alla piccola email che l’amico stesso le ha appena mandato. Nella sua lettera ci fornisce il suo punto di vista sulla vita nel Nord Europa, in Germania ed Olanda in particolare, ci da’ uno spaccato della sua vita di migrante alla ricerca di se’ stessa, in un viaggio senza vento…e senza Tempo (cit. Timoria, Viaggio Senza Vento, Polygram, Giugno/Luglio 1993). Qui ne viene presentato uno stralcio veloce.

“Le medicine tradizionali sono efficaci, certo, ma sempre robaccia chimica rimangono, che costa cara e serve molto ad arricchire le multinazionali farmaceutiche…Ecco perche’ apprezzo quei medici che si rifiutano categoricamente di prescrivere farmaci allopatici come caramelle! […]. Ora vivo sulla linea di confine tra Olanda e Germania, quindi ho tutto il meglio da entrambe le parti: Birra e Cibo dalla Germania, qualita’ a buon prezzo, divertimenti a non finire, stile di vita libero e piu’ rilassato, piu’ sussidi dallo stato se sei disoccupato, artista, creativo, nullatenente, proletario, sottopagato o semplicemente disperato…Qui i senza tetto non esistono perche’ ognuno ha IL FOTTUTO SACROSANTO DIRITTO AD AVERE UNA CAZZO DI CASA!!! Un cazzo di posto dove stare che non sia sotto i ponti…[…]. Ma ovviamente ci sono severi canoni di meritocrazia, mica la danno a tutti, la casa intendo…Nonostante quasi tutti lavorino e la disoccupazione sia irrilevante, il tenore di vita e’ ottimo, la gente e’ rilassata,  fa festa tutte le sere, senza limiti di orario o scuse tipo che deve andare a letto presto perche’ il giorno dopo deve lavorare…[…]. Qui trovi gente di tutti i tipi, tutta simpaticissima:dai punkettoni old school, agli hardcore warriors, dai techno addicted ai metallari, dai red skin che legnano i nazi, quasi nessun hausettaro…Ma anche molti vecchietti comunicativi con tutore, come mio nonno potrebbe essere, qualche impiegatuccio e, come direste voi, per chi NE VUOLE, ce n’e’ davvero per tutti i gusti…No proibizionismo!!!  E soprattutto, non c’e’ il fottuto Vaticano in casa a rompere i coglioni…

Insomma, Paradies Land o Fantasylandia, che dir si voglia…Io collaboro all’allestimento di mostre, studio e miglioro il tedesco e l’inglese, faccio lavoretti di arti minori che poi vendero’ in qualche mercatino, dipingo quadri, scrivo, leggo, giro per mostre e citta’…Insomma, una bella vita, quella che ho sempre sognato…E per tutto questo devo ringraziare il mio ragazzo, tedesco purosangue, che ho conosciuto al matrimonio di mio cugino; praticamente mio cugino di sangue ha sposato la sorella del mio ragazzo, e noi due ci siamo conosciuti al pranzo di matrimonio, agli inizi di maggio…Abbiamo conversato un po’, e poi, siamo rimasti in contatto via Internet…Lui poi e’ tornato in Italia a trovarmi, abbiamo passato del tempo insieme…Intanto il mio lavoro in casa editrice andava a rotoli, ed ero sull’orlo di una crisi di nervi…Ho cosi’ deciso di cercare lavoro in Germania, in Renania Vestfalia, parte Nord Ovest della Germania, in cui le piu’ grandi citta’ sono Dusseldorf, Colonia, Aachen, ed, in seconda battuta, Duisburg (dove hanno fatto la Love Parade del 2010, dove e’ morta tutta quella gente…). Beh, insomma, io stavo a Duisburg, come ragazza alla pari, dovevo curare quattro mocciosi terribili, due gemelli iperattivi e psicotici, e due ragazzine isteriche e con disturbi alimentari…Ok, avevo una stanza tutta per me, dove pero’ non mi era permesso bere e fumare…Assolutamente peggio della Colonia Ticino, dove almeno ci divertivamo… I miei “carcerieri”, ovvero la famiglia per cui lavoravo e facevo da babysitter, era composta da una donna rossocappelluta, con testa di medusa, bocca di vipera, occhi verdi da Maga Circe, nana e totalmente incapace come mamma, quindi, totalmente esaurita, nevrotica, isterica, iperattiva, la classica impiegatucola borghese, che si lamenta perche’ il marito non porta a casa abbastanza soldi; come se non bastassero quelli che guadagna gia’ come avvocato penalista…Fai un po’ te…Il marito incarnava il tipico tipo di uomo di destra, rosso, obeso e rubicondo, perennemente a dieta, senza mai perdere peso e, obbligato dall moglie, non poteva bere…E la moglie non gliela dava…Insomma, mi sono messa in un bel casino!!! Il mio ragazzo ha fatto di tutto per portarmi a vivere con lui al confine tra Olanda e Germania…Ho resistito tre mesi, di cui 2 senza essere pagata…Si’, pagata ma con le mazzate ricevute dai gemelli e a suon di umiliazioni e prese per il culo dalla quella puttanazza della madre di casa, Susanne, ho deciso di mandarli affanculo, o meglio, il mio organismo ha ceduto e mi hanno ricoverata in ospedale una mezza giornata, sotto valium o non so quale altro tranquillante…Nella lettera di dimissioni, hanno scritto che quel lavoro non faceva per me, e che quindi dovevo rinunciarvi…Ho preso armi e bagagli ed ho levato le tende!!! Sono stata a Duisburg dalla meta’ di luglio ai primi di ottobre, da li’ in poi, mi sono trasferita a Kerkrade, in Olanda, a casa del mio ragazzo, proprio al confine con la Germania…Praticamente, solo attraversando la strada, sei gia’ in Germania! Pensa che noi andiamo a far la spesa a piedi…Abbiamo un appartamento di 4 locali, una specie di piccolo centro sociale/circolo arci/Bed&Breakfast all’occorrenza (solo per i turisti, per gli amici l’ospitalita’ e’ gratuita ovviamente!!! ), che e’ anche la nostra casa allo stesso tempo…Ci manca solo la fermata di Macondo Express all’ingresso e abbiamo tutto…Si’, vita molto punkabbestia, ma mi piace, quindi, me ne sbatto di cio’ che dice la gente e vivo meglio…Finalmente vivo per me stessa…Ovviamente con le difficolta’ economiche connesse, ma e’ il prezzo da pagare per la propria indipendenza e conseguente liberta’ di non dipendere da nessuno e di camminare sulle tue gambe, senza rimpianti, risentimenti e sensi di colpa verso parenti, amici, conoscenti ed ex…Ti diro’, sto da dio da quando ho mollato quel mollusco del mio ex, il musicista incompreso, il narcisista del cazzo che pensa di non valere una sega, che sa di non avere le palle, che ha paura di tutto…Ma di fronte agli amici ed ai compagni di merenda, beh, diventa la persona piu’ brillante, piu’ simpatica, piu’ compagnona del mondo…Bleah, che sbocco!!! Ne ho avuto la nausea…Come cazzo fai a convivere da un anno e mezzo e stare quattro mesi senza un minimo di affettivita’??? E senza una coccola, e senza nemmeno un semplice e fraterno abbraccio…Boh, io non lo so, ma tutti gli amici maschi con cui ne ho parlato mi hanno detto che non e’ fottutamente normale…E cosi’, l’ho mollato e sono stata meglio!!! Ovvio che lui mi ha rinfacciato un sacco di cose, nonche’ sparlato alle spalle, ma, detto sinceramente, fotte eminentemente sega…Beh, questa e’ la mia storia…Scusa se mi sono dilungata, ma era da un po’ che non ci sentivamo, quindi volevo spiegarti un po’ com’era andata, tutto qua…Dimmi che non hai impegni il 2 luglio 2013! :-D”.

Mad Kiss - the-joker-and-harley-quinn fan art

Disgusting - the-joker-and-harley-quinn fan art

 

Joker-Harley-Fanart - the-joker-and-harley-quinn fan art

Mad-Love-collage - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker-Harley-Fanart - the-joker-and-harley-quinn fan art

Mad-Love-collage - the-joker-and-harley-quinn fan art

Mad-Love-collage - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker & Harley   - the-joker-and-harley-quinn fan art

Mr J and Harleen Quinzel - the-joker-and-harley-quinn fan art

When Skies Are Gray - the-joker-and-harley-quinn fan art

Farewell Mr. J - the-joker-and-harley-quinn fan art

At the party <3 - the-joker-and-harley-quinn fan art

Mad Love <3 - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker and Harley  - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker and Harley  - the-joker-and-harley-quinn fan art

Il fumetto, di Paul Dini e Bruce Timm, descrive le origini del personaggio, e racconta di come il Joker impiegò solamente 15 minuti per riuscire a sedurre la dottoressa. Nel finale, quando Harley ha ormai rinunciato all’amore del pazzo, si ritrova un regalo spedito proprio dal Joker: una bellissima rosa rossa, con un bigliettino scritto dal Joker che augura a Harley di guarire presto. Inutile dire che la giovane si converte completamente al crimine. Il finale, piuttosto ambiguo, fa intuire che anche il Joker prova, non un amore folle, ma una vera affezione per l’anima gemella trovata.

Let's go for a walk, Puddin - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker + Harley Valentine - the-joker-and-harley-quinn fan art

Let's hug, Sweetie. - the-joker-and-harley-quinn fan art

"Do not disturb" - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker and Harley  - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker and Harley  - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker and Harley  - the-joker-and-harley-quinn fan art

Mad Kiss - the-joker-and-harley-quinn fan art

Premesso che voglio ricominciare a scrivere di musica, dopo un periodo di stallo creativo dovuto a diversi fattori ed impegni, oltre che ad una vera e propria crisi personale, che spero di aver superato, anticipo che queste piccole chicche di musica saranno un appuntamento fisso di questo mio diario telematico…Hanno anticipato queste piccole rubrichette i miei interventi dedicati a due grandi della musica, Kurt Cobain e Sid Vicious, per me punti di vista molto importanti durante l’adolescenza e ancor oggi una sorta di miti…

Scopo di questo angolo musicale è dare visibilità a realtà emergenti nel panorama della musica e dell’arte e sensibilizzare il pubblico su queste tematiche; la prima puntata di questo viaggio nell’underground è dedicata alla Joker Gang, progetto emergente dalla provincia nord-ovest di Milano, in cui milita il mio amico Giuss, che ne è anche il fondatore.  E’ un concentrato di idee ed influenze musicali diverse, che Giuss rielabora personalmente, e fa sue, secondo uno spirito interpretativo molto spiccato e vivace. I pezzi sono tutti scritti a quattro mani da Giuss e dal batterista-tastierista Stefano; agli arrangiamenti, oltre a Giuss, collaborano gli altri membri del progetto; vengono poi pubblicizzati tramite il principale social network che ormai quasi tutti utilizziamo, ovvero, lo sapete tutti, Facebook, e tramite un canale ufficiale di Youtube (http://www.youtube.com/user/jokergangofficial/videos), in cui si possono trovare dei video amatoriali, ma molto ben fatti, di tutti i pezzi già scritti.

Il nome della band si ispira al personaggio del pagliaccio, The Joker per l’appunto, nemico numero uno di Batman; e le influenze musicali vanno dal dark-gothic rock al rock italiano (Litfiba, Timoria), fino ad arrivare, nei testi di alta profondità e grande introspezione, allo stile di Franco Battiato; non è un caso che proprio quello che si ascolta sia ciò che influenza maggiormente nella composizione e negli arrangiamenti di lavori propri…Giuss però ha una forte capacità di elaborazione personale, e questo si può notare da due cover che ha inciso recentemente: Mad World, dei Tears For Fears e DottorM  dei Litfiba (con cui la Joker Gang ha avuto un personale rendez-vous alla Fnac di Torino e a quella di Milano…)

Ma adesso vediamo un po’ i loro pezzi, che, in un prossimo post, vedrò di analizzare, magari anche con l’aiuto di Giuss (chissà, magari riuscirò ad intervistarlo personalmente; inserirò in questo blog i link ai loro video, in modo che possiate fruirne direttamente…Keep In Touch!!! 🙂

Kurt Cobain

Preferisco essere odiato per ciò che sono, piuttosto che essere amato per ciò che non sono.

Kurt Donald Cobain
(1967 – 1994)

L’hanno chiamata “la generazione degli orgogliosi perdenti”. Sbattuti lassù, in quel nordovest freddo e piovoso. Ma qualcuno si accorge di loro. Perché all’improvviso arrivano gli anni 90. A Seattle irrompe il grunge. E le camicie da montanari diventano cool anche nell’inflazionata California.

Il movimento sbalordisce tutto il mondo, ma non si fa in tempo a trattenerlo. È già morto. Come il suo involontario simbolo. Kurt Cobain, frontman dei Nirvana.
Cresciuto col Ritalin perché iperattivo (o forse semplicemente un bambino). Morto con una smisurata quantità di eroina Black Tar nelle vene. E una fucilata in faccia per curare il male di vivere.

Per qualche anno è stato il re Mida. Indiscusso leader di quel rock alternativo che aveva tanto bisogno di un nome. Lo trova Melody Maker: grunge, sporcizia. Nasce un FA, non più un semplice accordo, ma un simbolo. Nascono About A GirlSmells Like Teen SpiritLithiumRape Me.
Arrivano il successo e i riflettori, che mal si addicono alla depressione.

La macchina dello showbiz non aspetta, la casa discografica preme. Tra il ’91 e il ’93 i Nirvana sono in giro per il mondo. Le promozioni, i tour. Mentre Cobain vorrebbe essere rintanato nel proprio guscio, come le sue tartarughe.
Grunge is dead” scrive sulla sua maglietta. Ma nessuno lo ascolta. La folla è sempre in visibilio, Kurt sempre a un passo dall’ennesima overdose.
Il matrimonio con Courtney, la nascita di Francis Bean, la clinica. E il canto del cigno: Unplugged in New York. Tutto in un baleno.

Fino al silenzio. Per l’involontario portavoce di tutta una generazione.
I Hate Myself And I Want To Die”

A cura del Dott. Salvatore Valvo, psichiatra olistico

Franz aveva poco più di trent’anni quando mi consultò, circa la sua incapacità di esprimere i sentimenti.

Aveva un corpo ben fatto, muscoloso: era cresciuto in campagna e lavorava nella fattoria dei genitori. A scuola aveva praticato la lotta (i lottatori sanno incassare bene i colpi).

Franz era il primo di cinque fratelli. “Per quanto riesco a ricordare,” narrò, “mio padre non sapeva fare altro che gridarmi dietro, darmi dello stupido e dirmi che “non valevo niente”.

Inoltre mi picchiava ogni volta che facevo qualcosa che lo infastidiva –sul lavoro, a tavola e perfino quando dormivo.Una volta, avevo undici anni, mi picchiò con un tubo di gomma finché crollai sul pavimento pensando che mi volesse uccidere e sentendo che stavo per morire. Mia madre, che era presente, mi disse: “Franz, cerca di fare il bravo e fai quello che ti dice tuo padre.”

Durante il racconto Franz non mostrò tracce di emozione. E’ vero che, avendomi chiesto un consulto, voleva darmi rapidamente le informazioni necessarie, ma la sua impassibilità mi sorprese.

Poi raccontò di un ricordo che risaliva all’infanzia, “ricordo che avevo una angoscia terribile e mi rotolavo sul pavimento mentre mia madre mi diceva che ero un bambino cattivo. Non riuscivo a frenarmi, ero incapace di scappare. Mi sentivo come se fossi posseduto da un spirito maligno.” Sono esperienze che non possono non lasciare il segno, ma Franz aveva usato tutta la sua volontà per superare questo vissuto devastante.

“Alle scuole superiori e all’università,” proseguì, “ero duro e freddo. Dopo essermi specializzato in psicologia, lavorai in un centro psicosociale, ma avendo a che fare con gente che aveva dei problemi capii che anche in me c’era qualcosa che non andava, arrivai al punto che durante un colloquio con un paziente, mi parve di guardarmi allo specchio, sentivo di avere bisogno di una terapia ma fu difficile ammettere di fronte a me stesso che in me c’era davvero qualcosa che non andava.” “Ho dei problemi con le figure autoritarie e con i pazienti, nei confronti delle prime provo terrore e rabbia, e ora so che hanno origine dall’esperienza con mio padre. Con i pazienti mi sento superiore e mi comporto come se sapessi già tutto.Mi accorgo d avere un forte atteggiamento di sfida, un rifiuto che mi impedisce una qualsiasi azione positiva. Adesso capisco che blocco me stesso per paura del fallimento e del successo, che mento a me stesso su chi sono, che non posso concedermi un intervallo di benessere. Mi è difficile lasciarmi andare all’intimità, reprimo la rabbia e la collera e mi sono abituato a subire la violenza in maniera masochistica.”

Il racconto della brutalità subita da Franz  mi sconcertò e mi venne in mente una domanda: perché non era diventato uno psicopatico? Non avevo dubbi sul fatto che potesse uccidere ma ero certo che non avrebbe tradotto in azione i suoi impulsi. Aveva un sufficiente autocontrollo e c’era una incrinatura e non una scissione nella sua personalità.

Il consulto era stato deciso per vedere che cosa potessi fare per aiutare Franz a ritrovare il contatto con la tristezza latente e con la collera che aveva represso.

Piangere, per Franz, significava ammettere di non essere capace di incassare. Era dimostrando di saper sopportare qualsiasi cosa che aveva sconfitto il padre.

Con l’esperienza che gli derivava dalla sua professione , Franz era in grado di capire le dinamiche della sua condizione, mi basai dunque su questa consapevolezza e usai un metodo molto semplice per farlo piangere.

Lo feci sedere su uno sgabello con le mani protese verso una sedia dietro di lui.

E’ una posizione stancante e se il corpo è rigido può essere anche dolorosa.

Per resistere allo sforzo il paziente è costretto a respirare più a fondo. La respirazione profonda carica il corpo di energia, perché permette di introdurre più ossigeno nei polmoni.

Mentre era steso sullo sgabello Franz fu incoraggiato ad emettere un suono fino a che non avesse espulso tutta l’aria dai polmoni. Fare uscire completamente l’aria agisce contro la tendenza a trattenersi e facilita così l’espressione dei sentimenti.

Mentre il paziente emette questo suono prolungato, arriva un punto, verso la fine dell’espirazione, in cui la voce si rompe.

Il suono che ne risulta è molto simile ad un singhiozzo, quindi se indugia nel punto di rottura il paziente comincia a singhiozzare via via sempre più profondamente man mano che cominciano a fluire i sentimenti soppressi di tristezza. Questo sfogo si verifica se la persona vi è preparata e l’accetta.

Quando fece questo esercizio Franz si abbandonò a una tristezza e a un pianto profondo, tra i singhiozzi espresse anche la pena e la collera che provava.

Dio mio, perché mi hai fatto tanto male? Ti odio Come hai potuto farmi questo?”

Il pianto e le grida durarono diversi minuti e per lui fu una vera conquista.

Ma Franz aveva bisogno anche di esprimere più completamente la sua collera……(lavoro sul lettino con pugni e racchetta). Il paziente può abbandonare il controllo perché sa che c’è il terapista che lo mantiene.

Agli occhi di chi guarda lo sfogo può sembrare spaventoso e pazienti sembrano dei pazzi. Ma sono solo infuriati, non folli perché sanno quello che stanno facendo

Per arrivare a conoscere se stessi i narcisisti devono ammettere la loro paura della follia e sentire la rabbia omicida che hanno dentro e che identificano con la follia.

Ma possono farlo solo se il terapista conosce questi loro aspetti e non ne ha paura.

La vera pazzia è quella che loro considerano un segno di equilibrio mentale, cioè la mancanza di emozioni.

Comincia, piccolo fanciullo,

a riconoscere dal sorriso tua madre,

comincia piccolo fanciullo;

a chi i genitori non sorrisero,

nessun dio lo degnerà della mensa,

nessuna dea del suo letto.

(Virgilio: Ecloga IV,vv 60-63)

Mi rendo sempre più conto di come sia entrata più volte in contatto con gente narcisista, consapevolmente o inconsapevolmente…Ho una maledetta paura di incontrare persone bloccate nei loro sentimenti, incapaci di amare e di instaurare relazioni, per mancanza di volontà, disorientamento o semplicemente a causa delle emozioni bloccate, cristallizzate e ghiacciate nell’anima, che non sono in grado di liberare e che covano dentro di loro come un perverso cancro…

In psicologia dicono che si ha paura di qualcosa o ci si incazza verso un aspetto degli altri proprio perché questo ci appatiene, ci riguarda molto da vicino, è una proiezione di una parte di noi che c’è e che odiamo profondamente, ma che non riusciamo a debellare, dal momento che fa parte del nostro inconscio…Che io non sopporti così tanto il narcisismo proprio perché, forse, un po’ narcisista lo sono anch’io…Chi lo sa…

Questo mi ha portato a fare un eventuale approfondimento su questa tematica sulle pagine di Mal d’Amore…Non è un caso che gran parte delle sofferenze dell’anima e della mente nascano da una problematica comportamentale, comunicativa e relazionale…La sfera dell’affettività, dell’amore (non solo anche quello passionale ma anche quello genitoriale…) influisce molto su quelli che sono i tormenti della psiche…

[…] egli si avvicinò un giorno ad una fonte chiara come l’argento né mai contaminata da armenti, uccelli, belve o rami caduti da alberi vicini; non appena Narciso, esausto, sedette sulla riva di quella fonte si innamorò della propria immagine. Dapprima tentò di abbracciare e baciare il bel fanciullo che gli stava dinanzi, poi riconobbe se stesso e rimase per ore a fissare lo specchio d’acqua alla fonte, quasi fosse incantato. L’amore gli veniva al tempo stesso concesso e negato, egli si struggeva per il dolore e insieme godeva del suo tormento, ben sapendo che almeno non avrebbe tradito se stesso qualunque cosa accadesse. (R. Graves, I miti greci)

Il narcisismo appare ora spostato su questo nuovo io ideale, che si trova in possesso, come l’io di quando si era bambini, di tutte le più preziose qualità. L’uomo si è dimostrato ancora una volta, come sempre nell’ambito della libìdo, incapace di rinunciare a un soddisfacimento di cui ha goduto in passato. Non vuol essere privato della perfezione narcisistica della sua infanzia e se – importunato dagli ammonimenti altrui e dal destarsi del suo stesso giudizio critico – non è riuscito a serbare questa perfezione negli anni dello sviluppo, si sforza di riconquistarla nella nuova forma di un ideale dell’io. Ciò che egli proietta avanti a sé come proprio ideale è il sostituto del narcisismo perduto dell’infanzia, di quell’epoca cioè in cui egli stesso era il proprio ideale. (S. Freud, Introduzione al narcisismo , Boringhieri, Torino, 1976, p. 48)

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Innanzitutto raccontiamo il mito di Narciso

Narciso era Figlio della ninfa Liriope e del dio del fiume Cefiso ed alla nascita l’indovino Tiresia aveva vaticinato che il ragazzo avrebbe vissuto a lungo solo a patto che non conoscesse mai sé stesso.

Narciso era un giovane bellissimo che destava l’ammirazione e l’interesse di tutti coloro che incontrava, sia uomini che donne. Tra gli innamorati di Narciso ci fù la Ninfa Eco che per una maledizione, era stata privata della parola dalla dea Era, e poteva soltanto ripetere le parole degli altri. Eco era quindi incapace di esprimere il proprio amore a Narciso, il quale la respinse. La ninfa morì di crepacuore. Gli dei adirati allora, decisero di punire Narciso per la durezza con cui aveva trattato la Ninfa facendolo innamorare della sua immagine. Fu così che un giorno Narciso passeggiando presso Danacone, si avvicinò a una fonte chiara e limpida e non appena sedette sulla sponda di quella fontana s’ innamorò all’istante del proprio riflesso. Dapprima tentò di abbracciare e baciare il bel fanciullo che gli stava davanti, poi quell’amore che gli veniva al tempo stesso concesso e negato, cominciò a struggerlo di dolore e insieme a farlo godere del suo tormento, fino a quando non morì di languore trasformandosi in un narciso, il fiore che cresce ai bordi delle fonti.

Dal mito di narciso si genera il concetto di narcisista a definire tutte quelle persone in un certo senso innamorate di sé stesse, e poco attente agli altri. È vero che i narcisisti sembrano avere una scarsa considerazione nei confronti di altre persone, ma è anche vero che, paradossalmente, queste persone sono completamente incapaci di provare amore per sé e, di conseguenza, per chiunque.

Nella quarta edizione del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), il narcisismo è collocato tra i disturbi di personalità del gruppo B, e può avere livelli di gravità diversi.
Secondo il DSM IV i criteri diagnostici del narcisismo sono i seguenti:

A)Un quadro pervasivo di grandiosità (nella fantasia o nel comportamento), necessità di ammirazione e mancanza di empatia, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

1. ha un senso grandioso di importanza (per esempio: esagera risultati e talenti, si aspetta di essere notato come superiore senza un’adeguata motivazione);

2. è assorbito da fantasie di illimitati successo, potere, fascino, bellezza, e di amore ideale;

3. crede di essere “ speciale ” e unico, e di dover frequentare e poter essere capito solo da altre persone (o istituzioni)speciali o di classe elevata;

4. richiede eccessiva ammirazione;

5. ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, cioè, la irragionevole aspettativa di trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative;

6. sfruttamento interpersonale, cioè usa gli altri per raggiungere i propri scopi;

7. manca di empatia: è incapace di riconoscere o identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri;

8. è spesso invidioso degli altri, o crede che gli altri lo invidino;

9. mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi.
Aggiungerei ai suddetti criteri diagnostici, anche i seguenti:

Tendono a mostrarsi affascinanti, imprevedibili e seduttivi
Sottolineano la propria superiorità
Temono l’intimità affettiva
Si ritengono indispensabili
Non sono consapevoli delle proprie emozioni e dei propri bisogni
Non accettano le critiche a cui reagiscono con veemenza
Tutto ciò che ‘scelgono’ viene ritenuto di ‘valore’
Ritengono di essere state ‘vittime’ di situazioni o eventi.
Cercano di provocare l’altro
Manifestano un atteggiamento giudicante, svalutante e critico nei confronti degli altri
Pretendono la “devozione” in tutti i sensi dell’altro all’interno della relazione
Desiderano che l’altro sia debole per poterlo aiutare
Tendono ad intuire le debolezze altrui e ad evidenziarle
Talvolta scelgono una donna forte per renderla debole
Qualunque cosa faccia l’altro non và mai bene
Nel descrivere la personalità narcisistica citerò brani del libro “Il narcisismo” dello psicanalista A.Lowen uno dei massimi studiosi del fenomeno. Egli nel suddetto libro distingue cinque turbe narcisistiche in ordine crescente di gravità:
– Carattere Fallico-narcisistico
– Carattere narcisistico
– Personalità borderline
– Personalità psicopatica
– Personalità paranoide.

Leggiamo alcuni suoi passi

“Comunemente viene definito ‘Narcisista’ una persona che si preoccupa solo di se stessa escludendo tutti gli altri, dunque: un soggetto in grado di agire quasi completamente in assenza di sentimenti…
….Già nel 1914 tale disturbo della personalità fu oggetto di studio da parte di Freud, ma se consideriamo il quadro culturale in cui viviamo oggi, possiamo affermare che tale patologia è caratteristica della nostra epoca. I costumi sessuali che paiono essere di gran lunga più liberi, la
facilità nel passare da un partner all’altro, l’esibizionismo, la pornografia, la smania di costruirsi un’immagine vincente agli occhi del mondo, tutti questi fattori hanno certamente contribuito, contrariamente agli usi e costumi che distinguevano l’età vittoriana, allo sviluppo incalzante delle personalità narcisistiche. Sicuramente è questa eccessiva importanza legata all’immagine un indizio inequivocabile della tendenza al narcisismo…
…C’è da dire comunque che un sano interesse per la nostra apparenza, basato quindi sul senso di sé, e lo spostamento di identità dal ‘sé immagine’, è ciò che si trova alla base dello stato narcisistico.
I narcisisti dimostrano, è vero, una mancanza d’interesse per gli altri, ma sono altrettanto indifferenti anche ai propri più veri bisogni. Spesso il loro comportamento è autodistruttivo. Inoltre, quando parliamo dell’amore dei narcisisti per se stessi, dobbiamo operare una distinzione. Il narcisismo denota un investimento nell’immagine invece che nel sé. I narcisisti amano la propria immagine non il loro sé reale. Hanno un senso di sé debole, e non è in base ad esso che orientano le loro emozioni. Ciò che fanno è piuttosto diretto ad incrementare l’immagine, spesso a discapito del sé. … D’altra parte l’ammirazione che il narcisista riceve gonfia soltanto il suo io e non fa nulla per il sé. Alla fine allora il narcisista respingerà gli ammiratori nello stesso modo in cui ha respinto il
proprio sé autentico”A. Lowen.

Lowen, effettua sempre nello stesso libro, un interessante analisi della ninfa Eco.

“…Potrebbe essere la nostra stessa voce che riviene a noi. Così, se Narciso avesse potuto dire ‘ti amo’, la ninfa lo avrebbe ripetuto e il giovane si sarebbe sentito appagato, amato. L’incapacità di dire queste parole identifica il narcisista. Avendo ritratto la libido dal mondo esterno, i narcisisti sono condannati ad innamorarsi della loro immagine dirigendo quindi la libido verso il proprio io. ….Un’altra interpretazione è probabile. La voce è espressione dell’essere interiore, del sé corporeo in opposizione all’apparenza superficiale. Nel termine persona è implicita la capacità di riconoscere un individuo dal suono della voce. Secondo questa interpretazione perciò, Narciso respingendo Eco ha respinto la propria stessa voce, il suo essere interiore in favore dell’apparenza, manovra tipica dei narcisisti…
…E’ significativo che Narciso s’innamori del suo riflesso soltanto dopo aver respinto l’amore di Eco. L’innamorarsi della propria immagine in questa vicenda rappresenta una forma di punizione per l’incapacità di amare…
…Qual’è l’importanza della profezia proferita da Tiresio? Su cosa poteva basarsi la sua predizione?
A mio avviso sull’eccezionale bellezza di Narciso. Una bellezza che spesso, sia per un uomo quanto per una donna, può rappresentare una sventura più che una fortuna. La consapevolezza di tale dono può dare alla testa, rendere egocentrici, o ancora suscitare violente passioni di desiderio e invidia degli altri. Un indovino, essendo un saggio, capisce bene questi particolari”. A. Lowen

Ma Lowen analizza anche il libro “Il ritratto di Dorian Gray” di Wilde, che è un romanzo che rappresenta in qualche modo uno studio della personalità narcisistica.
“Come Narciso, Dorian era un giovane bellissimo, gentile, affascinante, che destò presto l’interesse di un pittore che lo volle come modello per un ritratto e di Lord Henry che si premurò di iniziarlo alle maniere di quel mondo. Così con studiata adulazione Lord Henry, indusse Dorian a pensare d’essere speciale per la sua bellezza fisica. E uno dei modi per mantenere intatta quella bellezza era che nessun forte sentimento o emozione turbasse la sua mente o lasciasse segni sul corpo. In mancanza di sentimenti allora, il giovane trascorreva la vita alla ricerca di sensazioni ( ‘seduzioni’), possedendo e abbandonando le donne che incontrava, corrompendo ai vizi e alle droghe gli uomini che lo ammiravano. La sua giovinezza era intatta, solo il ritratto era testimone di quanto accadeva veramente al suo corpo e alla sua anima col trascorrere degli anni. Ma Dorian la sua immagine dipinta su quella tela( il suo vero sé ), non la guardava mai, non affrontava mai la realtà, come non provava rimorsi per quanto di più orribile aveva commesso nella sua ‘fredda esistenza’.
“La storia di Dorian Gray è immaginaria, ma l’idea che una persona possa avere un aspetto che contraddice il suo modo di essere interiore è valida.
E’ straordinario come spesso i narcisisti sembrino molto più giovani della loro età: non permettono che la vita li tocchi, in particolare non permettono agli eventi della vita interiore di raggiungere la
superficie della mente e del corpo. Operano, insomma, una negazione dei sentimenti. Ma quanto esseri umani, non sono immuni dalla vita e allora invecchiano dentro.
Alla fine, come nel caso di Dorian, il dolore e la bruttezza vincono la negazione e il soggetto sembra invecchiare d’un tratto…
… Chi non si sente bene nel proprio corpo può soltanto proiettare l’immagine di quello che dovrebbe essere secondo lui un bell’aspetto. E più si concentra su queste immagini, più gli vengono a mancare le sensazioni e i sentimenti piacevoli.” A. Lowen

Un riferimento attuale a tale tipo di personalità è l’ideale del narcisista tardo-moderno del sociologo Bauman, secondo il quale sarebbe tale quel soggetto che costringe l’altro della relazione a dare senza prendere, a offrire senza chiedere, ad appagre senza opprimere, ad essere un oggetto “usa e getta” che si può recuperare all’occorrenza e abbandonare quando non serve più.
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Nichilismo

Il nichilismo (volontà del nulla) è un orientamento filosofico che nega l’esistenza di valori e di realtà comunemente ammessi.

La diffusione del termine risale alla fine del ‘700 (latino NIHIL=nulla) quando Jacobi caratterizzò come nichilista la filosofia trascendentale di Kant e soprattutto la ripresa fattane da Fichte. Secondo Jacobi il sistema della pura ragione “annichila ogni cosa che sussista fuori di sé”.
Successivamente Schopenhauer riprese in chiave nichilista il problema della conoscibilità e dell’essenza del reale. La realtà fenomenica è l’apparenza nullificante e dolorosa della Volontà irrazionale e inconscia che origina il cosmo intero. L’uomo può liberarsi solo cessando di volere la vita e il volere stesso, per abbracciare il nulla.
Con Dostoevskij il termine indicava la perdita dei valori tradizionali cristiani nel mondo moderno, il destino della modernità dopo “la morte di Dio“. Per Dostoevskij la morte e la negazione di Dio da un lato, e la fede nel Dio negato ma redentore proprio perché sofferente (capace di salvare la sofferenza, prendendola su di sé, dall’insensatezza e dal vuoto nulla) dall’altro, avrebbero potuto ricondurre, attraverso il crogiuolo del nichilismo, il cristianesimo al rinnovamento.
Per Nietzsche il nichilismo appartiene alla vicenda del cristianesimo, che insegnando a cercare la verità in un altrove metafisico, condanna il mondo e Dio stesso al nulla.

Il termine di nichilismo fu usata da Nietzsche in tre occasioni principali:
nel passato è esistito un nichilismo intrinseco a tutte le metafisiche, dato dal prevalere in esse di un atteggiamento contrario alla vita.
Secondo Nietzsche tutti i sistemi etici, le religioni e le filosofie elaborate nell’intera storia dell’Occidente sono interpretabili come stratagemmi elaborati per infondere sicurezza alla gente, a coloro che non riescono ad accettare la natura imprevedibile della vita e quindi si rifugiano in un mondo trascendente; sono reazioni protettive di un uomo insicuro, spaventato dalla propria stessa natura (dalle passioni, dall’istinto) ed incapace di accettarsi. La massima espressione di questa nullificazione dell’uomo è stata la religione ebraico-cristiana: l’etica dell’amore, della pietà e della mortificazione del corpo in vista di una ipotetica felicità ultraterrena è solo una perversione dello spirito, una patologia dell’umanità;
in una seconda accezione Nietzsche intese con nichilismo la morte di Dio, ossia la condizione dell’uomo moderno, che a partire dall’Illuminismo ed a causa di una “accresciuta potenza dello spirito”, crede sempre di meno nei valori tradizionali. E’ una crisi di una civiltà che Nietzsche riassume con la formula “Dio è morto”, dove Dio è il simbolo di tutte le fedi e di tutte le metafisiche. Nietzsche descrisse in termini efficaci questo nichilismo (la crisi di valori) dell’epoca attuale: notò ad esempio come il venir meno di ogni certezza, l’abbandono di ogni prospettiva religiosa o oltremondana, provochino nell’uomo contemporaneo un forte senso di fallimento e smarrimento esistenziale. Ne consegue una nostalgia del passato, il rimpianto per quel periodo felice in cui ancora si credeva alle favole metafisiche. L’uomo moderno non crede più, ma vorrebbe credere; d’altra parte non sa più in cosa credere e non riesce più ad usare i miti ed i riti del passato. Finisce quindi con l’inventarsene di nuovi, crea nuove fedi in sostituzione delle antiche spesso investendo di senso religioso le ideologie politiche. Nelle esperienze tragiche della storia moderna, nel proliferare delle sette religiose, nel persistere di credenze magiche (astrologia, parapsicologia, ufologia) e persino mistiche (le apparizioni della Madonna) si può vedere un disperato nichilismo, una “volontà di credere ad ogni costo” a qualcosa;
esiste infine per Nietzsche, un nichilismo attivo e positivo: l’atteggiamento proprio dell’oltreuomo che accetta la “morte di Dio” e con essa la fine di ogni metafisica ed è capace di reggerne psicologicamente le conseguenze.
In questo senso Nietzsche rivendicò per sé il titolo di primo nichilista.

Così Nietzsche parla di sé:
“Ciò che io racconto e’ la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo. Questa storia può già ora essere raccontata; perché la necessità stessa e’ qui all’opera. Questo futuro parla già per mille segni, questo destino si annunzia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie sono già in ascolto. Tutta la nostra cultura europea si muove in una torturante tensione che cresce da decenni in decenni, come protesa verso una catastrofe: irrequieta, violenta, precipitosa; simile ad una corrente che vuole giungere alla fine, che non riflette più ed ha paura di riflettere. – Chi prende qui la parola sinora non ha fatto altro che riflettere: come filosofo ed eremita d’istinto, che ha trovato vantaggio nell’appartarsi, nel restar fuori, nel ritardare, come uno spirito audace, indagatore e tentatore che già si e’ smarrito in ogni labirinto dell’avvenire;…che guarda indietro mentre narra ciò che avverrà, come il primo nichilista compiuto d’Europa, che ha già vissuto in sé sino il nichilismo sino alla fine, e ha il nichilismo dietro di sé, sotto di se, fuori di se” (Wille zur Macht)
Il filosofo individua accanto a un “nichilismo attivo”, segno di forza e crescita dello spirito, anche un “nichilismo passivo” determinato dall’attenuarsi dell’energia dello spirito e che comporta l’accettazione rassegnata della crisi dell’epoca.
Sotto questi riguardi, il nichilismo si rivela chiuso in un equivoco che lascia aperta la possibilità di essere “per l’una o per l’altra, ma anche per l’una e per l’altra”

[…] Nichilismo come segno della cresciuta potenza dello spirito: come nichilismo attivo.
Può essere un segno di forza: l’energia dello spirito può essere cresciuta tanto, che i fini sinora perseguiti (“convinzioni, articoli di fede”) le riescano inadeguati.[…]
Nichilismo come declino e regresso della potenza dello spirito: il nichilismo passivo: come segno di debolezza: l’energia dello spirito può essere stanca,
2. presupposti di quest’ipotesi: Che non ci sia una verità; che non ci sia una costituzione assoluta delle cose, una “cosa in sé”; ciò stesso è un nichilismo, è anzi il nichilismo estremo. Esso ripone il valore delle cose proprio nel fatto che a tale valore non corrisponda né abbia corrisposto nessuna realtà, ma solo un sintomo di forza da parte di chi pone il valore, una semplificazione ai fini della vita.
(tratto da: F. Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, in Id., Opere complete, trad. it. di S. Giametta, vol. VIII, tomo II, Adelphi, Milano 1971, pp. 12-14)
fonte: http://www.matmatprof.it

Aspetto dell'elemento

Metallo reattivo, lo Zinco è un minerale essenziale per il benessere ed il mantenimento della salute psico-fisiologica dell’individuo poiché possiede numerose proprietà funzionali tra le quali spicca quella antiossidante. E’ presente in tutte le cellule ed è necessario in piccole quantità; tale sostanza appartiene infatti al sottogruppo dei Sali Minerali chiamati “Microelementi”.

Configurazione elettronica

Lo Zinco risulta indispensabile sulla base delle sue virtù anti invecchiamento e protettive nei confronti di possibili danni ossidativi e anche del fatto che rappresenta un elemento costitutivo di moltissimi enzimi preposti a molteplici dinamiche metaboliche.

Lo Zinco si dimostra allora capace, attraverso le sue caratteristiche antiossidanti, di proteggere la cellula dagli attacchi dei Radicali liberi, ovvero delle sostanze di scarto derivanti da processi organici interni o da reazioni metaboliche dovute a sostanze arrivate dall’esterno, come ad esempio fumi di combustione di tabacco o di smog, molecole lipidiche, sostanze alcoliche, etc.

Come detto lo Zinco va inoltre a formare ed attivare molteplici sostanze enzimatiche, rendendosi così indispensabile, come coenzima, per lo sviluppo psico-fisico, per il buon funzionamento dei vari apparati organici (compreso il sistema immunitario), per la sintesi e la differenziazione cellulare, per la metabolizzazione di vari principi nutritivi (come ad esempio Carboidrati e Fosforo) e per l’assorbimento di alcuni di essi (ad esempio le Vitamine), così come per la formazione di altri ancora (ad esempio le Proteine) ed infine per la produzione di energia.

Lo Zinco è cruciale anche per la sintesi del DNA e per la costruzione di nuovo tessuto fisiologico, confermando in tal modo la sua necessaria presenza per un corretto sviluppo ed una adeguata crescita del neonato.

Lo Zinco è fondamentale altresì per certe funzioni e meccanismi neuropsichici, ormonali, fisici e di senso (ad esempio per la vista ed il gusto). Esso regola infatti il corretto funzionamento di vari Ormoni, come ad esempio quelli sessuali, l’Insulina e l’Ormone della crescita, media la contrattilità muscolare ed il funzionamento psico-cognitivo, ed infine mantiene in buona salute l’apparato olfattivo, gustativo e visivo, proteggendo quest’ultimo da patologie della vista come la degenerazione maculare o la cecità crepuscolare.

Ulteriori funzioni propositive dello Zinco sono quelle di favorire la guarigione di possibili ferite o scottature, agevolando e velocizzando i processi di cicatrizzazione delle medio-piccole lesioni sia interne (ad esempio ulcere), che esterne (ad esempio escoriazioni o tagli). Inoltre riesce a ridurre la secrezione sebacea, migliorando la situazione fisiologica di stati acneici e/o di dermatite seborroica.

 Lo Zinco è anche efficace nei casi di Diabete sulla base della sua azione regolatrice sull’Insulina a livello ematico, la quale prolunga l’effetto di tale fondamentale ormone nel sangue. Inoltre tale Sale minerale insieme a Iodio e Selenio influenza la funzionalità della Tiroide.

Per quanto detto una carenza di Zinco può determinare maggior spossatezza psico-fisica, per la ridotta produzione di energia e sintesi di Proteine, difficoltà cognitive, dolori articolari e muscolari, problemi dermici e minor reattività di guarigione in caso di lesioni cutanee e/o infezioni, visto anche il rallentamento della formazione di collagene.

La scarsità prolungata di Zinco può inoltre comportare la comparsa di smagliature sulla pelle e di macchie sulle unghie, così come la crescita di capelli più fragili e decolorati e la loro maggiore caduta. Si può inoltre osservare un generale e pericoloso invecchiamento precoce dell’apparato dermico e dei suoi annessi con l’aggravarsi ed il cronicizzarsi dei suddetti problemi fisiologici.

Una situazione di carenza del livello di Zinco può comportare anche manifestazioni psico-fisiche di eccessiva stanchezza, con un rallentamento delle capacità e sensibilità psico-cognitive e sensoriali e un’alterazione dell’appetito e del sonno.

Nei casi più gravi la mancanza di Zinco può favorire o portare anche ritardo dello sviluppo sessuale e della crescita, ciclo mestruale irregolare, diminuzione del desiderio sessuale, impotenza maschile, problemi e disturbi psicologici (ora si capiscono tante cose!!!)

La presenza di Zinco può essere garantita attraverso l’alimentazione; in tal modo la sua introduzione e disponibilità, come quella degli altri principi nutritivi, passa attraverso una dieta variegata ed equilibrata (come ad esempio quella Mediterranea).

Allo stesso modo una carenza eccessiva di Zinco solitamente è determinata da una alimentazione irregolare, con l’ingestione di quantità eccesive di certi cibi e l’assenza di altri dal menù quotidiano (ad esempio una dieta con pochissima presenza di carne).

Anche l’abuso di alcol può portare alla scarsità di tale Sale minerale, poiché le molecole alcoliche lo spingono fuori dal fegato; ulteriori situazioni che possono interferire con le giuste quantità organiche di Zinco sono l’eccessiva sudorazione, l’utilizzo di antibiotici, corticosteroidi e/o diuretici, l’introduzione di grosse quantità di Calcio (che è suo antagonista a livello dei recettori di assorbimento), ma anche situazioni di forte stress psicologico e/o fisico.

Lo Zinco viene assorbito organicamente a livello dell’intestino tenue ed eventualmente le quantità che non servono vengono rilasciate sempre per via intestinale (e in minima parte per via urinaria o attraverso la normale traspirazione dermica).

Tale Microelemento si ritrova in particolare nel fegato, nei muscoli, nelle ossa, nei denti, nella pelle, nei capelli nei globuli rossi e bianchi, mentre i cibi che ne contengono maggiori quantità sono: carne rossa, cereali, cioccolato e cacao, crostacei, fegato, formaggi, frutta secca, germe di grano, latte, legumi, lievito di birra, pesce, semi di zucca, uova. (Frutta e verdura invece contrastano l’assorbimento di Zinco a livello intestinale a causa dei loro cospicui contenuti di fitati e fibre).

Il fabbisogno quotidiano di Zinco per una persona adulta è di circa 10-12 milligrammi (leggermente inferiore per la donna), mentre durante la crescita tali dosi dovrebbero essere più basse e salire poi progressivamente da 5 a 10-12 mg. Durante gravidanza ed allattamento l’assunzione di Zinco dovrebbe infine essere incrementato, per integrare l’aumento di necessità nutrizionali tipici di tali periodi.

 

Questo minerale è ubiquitario nell’organismo. È essenziale per alcune fondamentali funzioni come la digestione, la riproduzione e la crescita; lo zinco è legato alla funzionalità di molti apparati dell’organismo. L’elenco dei suoi benefici è esteso e a volte ambizioso…

L’integrazione di zinco può essere utile nel trattamento di problemi della pelle, come ad esempio le piaghe sugli arti, ma solo per chi ha dei bassi livelli di zinco. Le creme allo zinco applicate direttamente su una ferita sono più efficaci di un’integrazione alimentare nel ridurre l’infezione e nello stimolare la guarigione e oggi si ritrova comunemente lo zinco nelle creme per l’acne e negli shampoo per problemi al cuoio capelluto per stimolare la guarigione.

Lo zinco fa parte di oltre 200 complessi enzimatici ed è necessario per il corretto funzionamento di molti ormoni, inclusa l’insulina, l’ormone della crescita e gli ormoni sessuali. L’organismo ne contiene da 1,4 a 2,5 g, immagazzinati per lo più nei muscoli, nei globuli rossi e in quelli bianchi.

CARENZA: gravi carenze di zinco sono poco frequenti e sono caratterizzate da alterazioni cutanee, diarrea, perdita dei capelli, disturbi mentali e infezioni ricorrenti a causa dell’indebolimento delle funzioni immunitarie. Una carenza di zinco può inoltre predisporre ad una carenza di vitamina A.

Principali funzioni dello zinco

Lo zinco è un componente fondamentale di molti enzimi implicati nel metabolismo energetico. Ha proprietà antiossidanti, favorisce il normale funzionamento della prostata e partecipa alla crescita e al differenziamento cellulare; stimola inoltre la rigenerazione dei tessuti. Per questo motivo è molto importante includere nella propria dieta alimenti ricchi di zinco.

Una filosofa racconta di come l’anoressia le abbia insegnato a vivere.
inserito da Roberta Yasmine Catalano

Michela Marzano, Volevo essere una farfalla, Mondadori, Milano 2011, pp. 210.

Alzi la mano chi non ha sudato sette camicie sui libri di filosofia, tra profondi entusiasmi e terribili scoraggiamenti. Può capitare tuttavia di riavvicinarsi a una delle più ostiche materie scolastiche grazie a una brillante filosofa, che scrive libri illuminanti e accattivanti. Michela Marzano è una giovane filosofa italiana che vive e insegna in Francia. Mentre cercavo approfondimenti per un lavoro sulle donne, ho incontrato il suo notevole Sii bella e stai zitta, divorandolo tutto d’un fiato. Poi è stata la volta di Della fedeltà o il vero amore, anche qui una piacevolissima sorpresa. E ho pensato che non avrebbe potuto stupirmi di più. Mi sbagliavo. Avevo appena terminato di leggere il suo pensiero sulla fedeltà, quando è uscito Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere. Mi chiedevo se sarebbe riuscita a trattare un argomento così delicato e difficile e doloroso con la stessa nitidezza di pensiero, con la stessa lucida semplicità. Ci è riuscita.
Credo di aver letto quasi tutti i libri sui disturbi alimentari e mi incuriosiva lo sguardo di una filosofa. Ho trovato lo sguardo di una donna. Che ha avuto un coraggio ragguardevole. Perché non è facile dire “anch’io”. Perché i panni sporchi si lavano in casa e c’è sempre qualcuno pronto a ricordartelo. Perché mostrare le proprie debolezze significa mettersi a nudo, esporsi allo sguardo altrui che spesso è uno sguardo giudicante.
Il libro catapulta immediatamente dentro il cuore del problema: “Nel bene come nel male, non riesco a non essere eccessiva… Se c’è un termine che mi definisce veramente è ‘troppo’. Mi innamoro troppo. Mi appassiono troppo. Mi stanco troppo. Mi arrabbio troppo”. E riconoscersi dà già le vertigini. Fino alla tregua: “Ormai so che, prima o poi, passerà. Non rispondere al telefono. Non accendere il computer. Non parlare. Non muovermi. Non fare nulla”. L’unica soluzione possibile quando il cavallone si annuncia, arriva e ti travolge. Perché “quando si soffre, si è soli. È come se l’altro percepisse il dolore da lontano e volesse proteggersene. Lo sente, ma lo nega. Se ne allontana. Torna al proprio lavoro. (…) Soprattutto quando non riesce a capire cosa succede, quelle lacrime improvvise, quel brusco ‘non è niente’, quella paura che si spalanca…”. E poi l’importanza dello sguardo altrui, perché essere visti significa esistere, significa non essere trasparenti. E i sogni, che sono sempre incubi. E quel momento, perché c’è sempre quel momento, in cui tutto si spezza e, inesorabilmente, “nessuno si accorge di nulla”. E allora ecco la fame, ma “la fame non è appetito (…). La fame può anche essere una lotta. Un tira e molla quotidiano. Una sfida”.
Bambine diligenti. Ragazze e donne perfette. Che si adattano a tutto. Accomunate dalla negazione di qualsiasi forma di debolezza, “come se non si avesse il diritto di esistere, ci si scusasse di ‘occupare’ un po’ di spazio, si supplicasse il permesso di ‘essere’…”. “Se sta bene agli altri allora sta bene anche a me!” “Tutto pur di non ‘pesare’ sugli altri.” È tutta questione di volontà, perché “ci vuole una forza di volontà sovrumana per non mangiare, nonostante la fame. Ci vuole una forza di volontà sovrumana per non ‘cedere’, anche quando si muore di freddo”. Perché imparare a dire no alla vita significa imparare a dire no al dolore, controllare tutto, annullare le emozioni, fino a non sentire più male, fino a non sentire più niente, e galleggiare sull’onnipotenza. “Mi ero convinta che se fossi riuscita a diventare leggera come una farfalla, tutto sarebbe andato a posto. Sarei diventata forte, indipendente, libera. E non avrei mai più avuto bisogno di nessuno”. Sbriciolare il passato, vomitare la rabbia, punirsi per essere sporche, sporche perché non si è state capaci di difendersi, complici, comunque colpevoli. Del resto, se lo sguardo degli altri non ha visto, non è accaduto nulla. Raccogliamo veloci le briciole e buttiamole sotto il tappeto, ché lì forse non le vedrà nessuno.
Un libro importante, necessario. Anche per infrangere tabù e disinformazione: “Basta allora con tutti questi luoghi comuni che dicono che ‘le anoressiche’ rifiutano il mondo, mentre le ‘bulimiche’ si lascerebbero andare al magma delle pulsioni! Non esistono le anoressiche e le bulimiche. Esistono solo tante persone che utilizzano il cibo per dire qualcosa. Che non sanno più bene come e quando ‘aprirsi’ o ‘chiudersi’ al mondo”. E ancora, “ma perché attaccarsi a questo maledetto sintomo e cercare a tutti i costi di far entrare tutte coloro che ne soffrono nello stesso schema? Perché non ascoltare quello che ognuno dice, cerca, rivendica, supplica?”
“L’anoressia porta allo scoperto quello che non va nel profondo. È un’occasione per mettere un po’ tutto in discussione. Ma è anche una protezione. Che mette a distanza la disperazione. Che contiene il magma che si agita all’interno”. Ma attenzione, riprendere a mangiare non significa essere guariti: “Allora non basta ricominciare a mangiare. Non basta smettere di vomitare. (…) Niente cambia se non si scava dentro, profondamente, dove fa più male. (…) Si deve solo capire che non è tanto il ‘sintomo’ che fa soffrire, ma la sofferenza che si trasforma in sintomo. Per negoziare con la realtà il prezzo della propria libertà. Anche se le ferite non si cancellano mai”. La ricetta è tutta lì: smettere di fingere che vada tutto bene. Abbandonare il maledetto “come se”. Ed è già rivoluzione. E allora parlare, scrivere, denudarsi, perché “certe cose non esistono veramente finché non vengono raccontate. (…) Perché ci vuole un coraggio immenso per smetterla di soffrire”.
Nella storia delle persone che soffrono di disturbi alimentari, c’è sempre un genitore che per proteggersi ha scelto l’anaffettività, o la considerazione spasmodica di cosa dirà la gente, o le regole imposte senza via di scampo, e allora bisogna essere figlie irreprensibili, corrispondere perfettamente a quel modello. Spesso sono le madri. Qui c’è un padre, che commette l’errore più grave, e così dannatamente frequente: non mettersi mai in discussione. Che poi è l’ennesimo modo di fare “come se”, come se fosse giusto, come se fosse normale, come se fosse naturale. E allora si scatena l’esercito dei “se”: se riuscissi a dirglielo, se potessi spiegarglielo, se solo fossi in grado di parlargliene. Sono storie in cui è evidente che qualcosa non ha funzionato. “È chiaro che c’è stato un non-amore”. L’unico modo per uscirne è partire da lì. Scardinarlo, fotografarlo, dirlo e ridirlo, raccontarlo per esorcizzarlo. E infine perdonarsi, per perdonarlo.
La cosa più difficile è far capire agli altri, quando apparentemente non ci sono segni, quando sembra che vada tutto bene. “Hai tutto. Assolutamente tutto. Bellezza, intelligenza, sensibilità. Una famiglia, degli amici, dei diplomi. (…) per gli altri sei tu all’origine del tuo male”. E quant’è difficile spiegare, soprattutto quando non se ne ha alcuna voglia. Dire l’abisso, le tenebre, la paura di uscire, la sensazione di non valere nulla, l’ossessione, la disperazione, il terrore di non essere accettati, un dolore legato all’infanzia che all’improvviso ricompare, a tradimento, come un rigurgito violento, e “in quei momenti, non è la morte che fa paura. È la vita”.
Si può guarire. Si può usare quest’esperienza atroce per imparare a vivere. Imparando a dire no. Usando il fermo immagine e indugiandoci davanti: osservare, prendere tempo, spegnere tutto e riposare il motore. Azzerare. Accettare di commettere il peccato mortale di perdere tempo. Si può fare. Ma, soprattutto, “smettere di voler riparare il passato”.
Michela Marzano ci fa attraversare frammenti di dolore indicibile, laddove piangere non è concesso, dove il dolore è classificato come malattia mentale. E lo fa in punta di piedi, dicendo solo poco, piccoli flash, ché tanto non c’è bisogno di dire altro, si respira tutta la disperazione.
La Marzano analizza anche la relazione amorosa, l’innamoramento, il difficile equilibrio, la necessità di aprirsi, di confrontarsi, “perché per amare bisognerebbe potersi abbandonare”. Perché gli amori impossibili non sono veri amori.
Ma anche l’importanza della psicoterapia, la difficoltà di lasciarsi andare, di analizzare e rianalizzare. Risalire al momento in cui si è smesso di mangiare per dire no a tutti, “smettere di mangiare per far capire una buona volta per tutte a quella bambina che doveva smetterla di chiamare. Tanto nessuno le avrebbe mai risposto”.
Infine, la filosofa ci offre la preziosa occasione di comprendere la difficoltà di vivere e scrivere in due lingue, “perché non basta sapere come si dice qualcosa. Bisogna trovare la sfumatura giusta. Spezzare la distanza che esiste tra la parola e la cosa. Scivolare nei segni. Riuscire ad abitarli. Cambiare i gesti che li accompagnano”. Fa pensare allo splendido Amour bilingue di Abdelkebir Khatibi, dove l’autore si innamora in una lingua e si disinnamora in un’altra. Quando vivere in due lingue significa vivere due vite, scindersi in due, col rischio di perdersi. Sembrano cose semplici, ma non lo sono affatto. Come dire “ama il prossimo tuo come te stesso”: come la mettiamo con quel “come te stesso”? Perché la cosa più difficile non è amare il prossimo, ma amare se stessi.
Questo non è solo un libro sull’anoressia. È un viaggio che partendo da lì attraversa il male di vivere, i conti col quotidiano, la vita. “La vita non è meravigliosa. È difficile, piena di inceppi, faticosa. Talvolta anche deludente. Ma è un’avventura… E allora capita anche di essere felici.”. Bisogna imparare a stare bene, anche se nessuno ce lo insegna. Capire cosa ci piace e darci il permesso di farlo. Di desiderarlo. Imparare la gioia, abdicare a essa. “Stare di fronte alla montagna e decidere di non scalarla. (…) E non fare altro che ascoltare il passo delle nuvole sul prato”. Imparare a dire di no agli altri che non significa dire di no a noi stessi. Perdonarci. Per amarci. Finalmente.

 Il 30 agosto 2011 è stato pubblicato l’ultimo libro della Marzano, affermata filosofa italiana che vive in Francia ormai da anni, edito dalla casa editrice Mondadori: Volevo essere una farfalla”.

Volevo essere una farfalla” non è un libro sull’anoressia com’è stato da taluni definito forse troppo frettolosamente, ma piuttosto un racconto sul come l’anoressia l’abbia accompagnata per anni, costringendola quasi a sopravvivere più che a vivere, a rimettersi quotidianamente in gioco e in questione a prezzo di dure lotte con se stessa, a voler infine riprendere a vivere a tutti i costi.

L’autrice ci fa dono di un libro autobiografico il cui tema centrale verte sul modo in cui l’anoressia le abbia insegnato a vivere, ad accettare i difetti, l’imperfezione, il non poter tenere tutto sotto controllo. L’ordine, la ragione, la perfezione, il controllo del cibo: un diktat della mente sul proprio corpo che per anno l’ha ossessionata e quasi annientata.

Quello che emerge dalla lettura del libro è un grido di sofferenza, pagina dopo pagina, rigo dopo rigo, l’urlo di un corpo spezzato [brisé] e lacerato che vorrebbe tornare ad essere leggero, leggero come una farfalla come recita il titolo, libero dal peso, dalle oppressioni, dalle incombenze e dalla gravità del vivere quotidiano. Chi tenta il suicidio è di norma una persona che desidera la vita con tutte le proprie forze, proprio come la Marzano che, con il cibo, instaura un rapporto ambivalente e patologico fin da adolescente e che la porterà al confine tra la vita e la morte, relegandola a vivere in bilico sul filo sottile che le separa. Ma Michela non vuole rifiutare la vita, non disdegna il cibo: lei ha fame, fame insaziabile di vita, di affetto, di cibo, di conoscenza, di tutto: per la prima volta racconta di essere sempre stata eccessiva, di innamorarsi troppo, di pretendere troppo da se stessa e dagli altri, di impegnarsi troppo.

 Quali sono i meccanismi che si insinuano poi in una bambina ancora piccola, che si sente abbandonata dalla madre ricoverata in ospedale per due settimane, e che esperisce giorno dopo giorno un complesso rapporto con un padre autoritario il quale esige da lei sempre e soltanto la perfezione assoluta? Ecco insinuarsi la dicotomia tra l’essere e il dover-essere, tra ciò che si è veramente, che si desidera –  un’adolescente con tutti i sogni, desideri e aspirazioni – e il tu devi kantiano, la necessità di dover essere sempre la più brava della classe, la più preparata (lei stessa lo ammetterà: “Non è da tutti vincere il dottorato alla Normale”), anche se poi si laurea con i suoi 35 chili e i capelli che le cadono perché doveva essere la migliore, a dimostrazione del fatto che lei è speciale, che ce la può fare, nell’erronea convinzione che suo padre non la amerebbe se non fosse così. Emergono così paure, violenze, ricordi del passato, che è sempre lì, dietro la porta, pronto ad assalirci se i nostri meccanismi di difesa non vigilassero costantemente.  Quanta difficoltà e fatica nel liberarsi da quei retaggi ancestrali e dalle norme che ci vengono inculcate sin da bambini, e che ci portiamo dietro, dovunque andiamo. Non basta allora scappare, non è sufficiente dimenticare, è necessario soffermarsi attraverso un incessante esame di se stessi, parlare e affrontare definitivamente tutte le paure.

L’autrice (foto) parla in seguito anche dei suoi rapporti con gli uomini, degli uomini che ha incontrato sul suo cammino e che non amano vedere una donna che piange perché si sentono fragili e disorientati dalle lacrime, e che la lasciano anche se lei è la donna della loro vita.

Anche in amore Michela sembra volere o tutto o niente, mentre l’unica cosa al mondo che più desidererebbe è quella di essere abbracciata. E non importa se lui è più grande, se è il suo professore, se l’abbandona, l’importante è dirlo sempre e comunque, come se le parole non dette perdessero di consistenza rispetto al mero pensarle: ecco spuntar fuori l’espressione più temuta e desiderata al tempo stesso, ti amo. Cinque lettere che in italiano suonano in una determinata maniera:  è infatti diverso dire ‘ti amo’ da ‘ti voglio bene’, o ‘mi piace’. Ma il ti voglio bene non le basta, non la soddisfa, lei vuole di più. E qui entra in gioco la lingua francese con tutte le sue accezioni, sfumature e ambivalenze.

Ricominciare a studiare una lingua sconosciuta, che suo padre conosce poco, lei in Francia ci è andata per seguire un uomo che pensava di amare e non perché si considerasse uno di quei cervelli in fuga di cui oggi è tanto di moda parlare, tornare a fare analisi in francese, in una lingua che non è la sua, non è la lingua materna, la lingua del cuore e del pensare. E l’inconscio, in che lingua ci parla l’inconscio? Ed ecco la scissione interiore di Michela, l’italiano che le fa dire ti amo, emblema della sua vita passata in Italia, e il francese del je t’aime, un peu, beaucoup, passionnément, à la folie.  Da una parte, c’è l’amore vagheggiato, sognato, anelato: quello impossibile. Proprio perché impossibile, esso non esiste nella realtà. E dall’altra parte, c’è quello vero, fatto di quotidianità, di condivisione, di discussioni, di piatti da lavare impilati nel lavandino e vestiti da stirare, quello che deve limitarsi ad accettare l’altro per quello che è, in quanto altro, la cui alterità sarà sempre irriducibile, non potrà mai essere fagocitato o del tutto inglobato dal Medesimo, proprio perché le persone non si cambiano, ma si possono solo smussare gli angoli, accettare insieme dei compromessi, cercare di ammorbidirle. E poi c’è sempre quella porta che dev’essere lasciata aperta, affinché l’altro si possa sentire libero di andarsene quando vuole, se è quello che desidera. L’altro potrà starci accanto, certo, sempre a modo suo, perché non è un nostro riflesso, costruito a nostra immagine e somiglianza, non sarà mai come lo vorremmo. Anche se le ferite non si rimarginano mai completamente, anche se quello che ci fa star male continua a gridare dentro di noi, anche se parlare era diventato necessario per poter fare pace con se stessi e poter spiegare i motivi per cui si è diventati quel che si è oggi, ci sono sempre delle stanze segrete, dei segreti intimi che nessuno conoscerà mai, cui gli altri non potranno mai accedere. Ed è a questo che serve la filosofia: la filosofia non è una disciplina arida, il sapere nobile par excellence proprio perché non serve a nulla.

La filosofia deve insegnare l’arte di vivere, la gioia, deve poter raccontare il dolore, la morte e la finitezza ma deve anche aiutare a superare i conflitti, le contraddizioni, ad accogliere i difetti, a perdonarsi, accettarsi ed essere maggiormente indulgenti verso se stessi.

La filosofia non servirebbe a niente quindi se la si riducesse in un sistema di tesi e antitesi, se fosse resa sterile, svuotata di contenuti, impoverita allorquando si pretende di spiegare tutto lo scibile racchiudendolo all’interno di un sistema metafisico rigido e valido una volta per tutte. In realtà non esistono verità o spiegazioni incontrovertibili: non la si può banalizzare declassandola a ricetta per la felicità; la filosofia è e deve essere spirito critico, occhio lucido e disincantato sulla realtà e deve poter aiutare a sfuggire allo specchio deformante dello sguardo di altri.

Questo in definitiva il messaggio della Marzano, che condividiamo in pieno e ringraziamo, per aver voluto mettere a nudo il proprio cuore e la propria anima, per aver saputo accettare le contraddizioni, superato il timore dello sguardo critico e pietrificante di altri, e averci fatto dono di questa preziosa e coraggiosa testimonianz

Ecco un altro film di un altro genio cinematografico (David Croneberg) che mi riproporrò di vedere non appena riuscirò a ritagliarmi un po’ di tempo libero…Si tratta di A Dangerous Method, basato sulla storia della Psicologia e che ha come protagonisti i due maggiori esponenti della scienza della mente, ovvero Jung e Freud. La mente mi affascina da sempre, così come l’approfondimento di discipline che riguardano lo studio del comportamento, dell’agire dell’essere umano mi hanno sempre interessata moltissimo…Ecco quindi uno spunto per approciarsi alla psicoanalisi in modo più umano…E con uno strumento di cura molto utile, la filmterapia…

“Zurigo 1904. Carl Gustav Jung ha ventinove anni, è sposato, in attesa di una figlia e affascinato dalle teorie di Sigmund Freud. Nell’ospedale Burgholzli in cui esercita la professione di psichiatra viene portata una giovane paziente, Sabina Spielrein. Jung decide di applicare le teorie freudiane sul caso di questa diciottenne che si scoprirà aver vissuto un’infanzia in cui le violenze subite dal padre hanno condizionato la visione della sessualità. Nel frattempo Freud, che vede in Jung il suo potenziale successore, gli manda come paziente lo psichiatra Otto Gross​, tossicodipendente e dichiaratamente amorale. Saranno i suoi provocatori argomenti contro la monogamia a far cadere le ultime barriere e a convincere Jung ad iniziare una relazione intima con Sabina.
Non è difficile capire quanto questa sceneggiatura (che risale alla metà degli anni Novanta) e soprattutto questa storia con protagonisti che hanno rivoluzionato le scienze umane abbiano suscitato l’interesse di David Croneberg attento, come sempre, a vicende in cui siano centrali la complessità dell’essere umano e il coacervo di sentimenti e pulsioni che ne promuovono l’agire. Non c’è carne esposta o martoriata in questo film e neppure la violenza che esplodeva improvvisa nelle sue due ultime opere. C’è semmai un ritorno all’indagine della psiche già affrontato in Spider sotto l’egida di un romanzo di McGrath.
Sul rapporto tra Sabina Spielrein e Jung si era già puntata la macchina da presa di Roberto Faenza quando girò Prendimi l’anima. Cronenberg assume la stessa prospettiva mostrandoci l’evolvere della relazione Jung/Spielerein ma entrando in profondità anche nel rapporto maestro/discepolo che si va costruendo tra Freud e Jung. Una giovane donna urlante riempie lo schermo e una carrozza nelle prime inquadrature del film. Quel grido progressivamente si placherà ma resterà sempre sottotraccia, pronto a riemergere. Perché a Cronenberg interessa analizzare ancora una volta la fragilità dell’agire anche quando, a livelli culturali elevati, si tenta di lavorare sullo smascheramento delle cause del disagio finendo poi con il precipitarvi. C’è un’inquadratura di Carl Gustav e Sabine sdraiati vicini sul fondo di un’imbarcazione. Sembrano prigionieri di una bara in cui cercano di allentare una passione che contrasta con il lavoro che compiono sui pazienti e con la stessa deontologia professionale. In questo film poi i segni dell’elaborazione delle pulsioni cercano di trovare un incanalamento nella parola. Non solo in quella detta in sede di analisi ma anche in quella, scritta, del carteggio intercorso tra i tre protagonisti. Se Freud ammise il contributo dato dalla Spielrein alla psicoanalisi, Jung non lo fece, ma anche nel suo caso l’apporto è innegabile. Gli splendidi titoli di testa e di coda ci ricordano come i segni dell’inchiostro, su una carta che assume la porosità della pelle, abbiano inciso profondamente sulla storia del Novecento passando attraverso le illuminazioni e le contraddizioni di tre personalità in costante ricerca.” (Giancarlo Zappoli).

Da Micromega, Ottobre 2011:

Cronenberg racconta “A Dangerous Method”

Conversazione con David Cronenberg intorno ai temi del suo ultimo film “A Dangerous Method“, in questi giorni nelle sale.

di Barbara Sorrentini

Ci descrive il contesto storico temporale che lei ha scelto di rappresentare nel film, a partire dalla nascita della psicoanalisi?
Freud viveva a Vienna sotto l’impero austroungarico, determinato da un atteggiamento di forte antisemitismo. Era una società basata sull’ordine, che dava ai propri cittadini tutto ciò di cui avevano bisogno e si riteneva che il progresso dell’umanità continuasse, che gli esseri umani si stessero trasformando da animali in angeli, che ci fosse la chiave per risolvere tutti i problemi. Sigmund Freud invece con le sue teorie ha dimostrato che sotto questa apparente verità si nascondevano delle forze distruttive per la civiltà, creando un acceso dibattito perchè sosteneva che l’umanità era rimasta una tribù, un crogiolo di uomini capaci di compiere gesti distruttivi. Nel film lo vediamo costantemente minacciato per le sue tesi e assistiamo al tentativo da parte dell’intera società di seppellirlo. Motivo per cui vengono alla superficie tutti i pregiudizi che c’erano all’epoca contro gli ebrei e in particolare contro la sua teoria sulla sessualità. L’atteggiamento antisemita sviluppato nei suoi confronti e di tutto il suo gruppo di lavoro, era il motivo per cui Freud ci teneva che Jung diventasse il suo successore e arrivasse a promulgare le sue teorie e a diffonderle. Freud aveva un suo modo di fare tagliente, con un umorismo un po’ cattivo, ma non lo ritengo un aspetto negativo perché era positiva la rivoluzione che lui stava portando nel modo di pensare nell’Europa di quegli anni. Su Jung ci sono più testimonianze rispetto a Freud, su youtube ci sono delle interviste di quando era anziano. Mi è sembrato un personaggio quasi religioso, dolce, con un atteggiamento paterno o da nonno. Certo è comprovato che lui abbia avuto un sacco di relazioni e che sua moglie le abbia tollerate, però ai miei occhi Jung è stato soprattutto un leader religioso ed è il motivo per cui Freud ad un certo punto lo ha attaccato, per questo sua deriva mistica. Per Freud era fondamentale che le sue teorie fossero dimostrate come scientifiche e promulgate da persone che avessero un atteggiamento puramente scientifico.

Che valore attribuisce alla psicoanalisi oggi?
Recentemente ho letto un articolo sul New York Times che diceva che la psicoanalisi freudiana sta diventando molto popolare in Cina e che funziona. E’ una cosa sorprendente se si considera la diversità culturale che c’è tra la cultura orientale cinese e quella europea. Jung era arrivato ad affermare che la psicoanalisi freudiana funzionava soltanto sugli ebrei e invece la dimostrazione della sua popolarità lo ha smentito. Negli ultimi 15 anni la psicoanalisi freudiana è tornata molto di moda, attraverso alcuni esami clinici, come la risonanza magnetica e la tac, è stata dimostrata l’esistenza di un pensiero non conscio, simile all’inconscio. Un concetto che Freud aveva identificato e di cui oggi c’è la prova scientifica. Il problema è che oggi un’analisi costa tantissimo, Freud non avrebbe mai concepito un Woody Allen che resta in analisi per 30 anni, avrebbe concepito solo qualche breve seduta per cercare di aiutare una persona a risolvere i suoi problemi e non avrebbe mai immaginato che noi potessimo diventare dipendenti dall’analisi con lo siamo oggi. Ormai gli psichiatri hanno pochissimo tempo per curare i pazienti, un quarto d’ora al massimo a seduta, e a quel punto ricorrono alle terapie farmacologiche, prescrivendo vari farmaci per le diverse sintomatologie, dall’ansia a tutto il resto. Sicuramente è più veloce e costa meno, ma non è detto che risolva il problema.

Questo film basato molto sulla parola e con testi molto teorici da far interpretare agli attori. Come mai l’immagine passa quasi in secondo piano?
Per me il volto è un’immagine forte, un paesaggio visivo importante e il fatto di concentrarmi sui primi piani e sui volti spiega molto di me e del mio tipo di cinema. Ho sentito varie volte usare il verbo “cronenberghizzare”, non voglio essere un regista che viene identificato per qualche cosa di strano, di bizzarro e particolare nel mio cinema. Quando giro sono totalmente devoto alla mia sceneggiatura e al mio progetto e resto concentrato su questo senza stare ad elaborare tutta una serie di teorie sul mio cinema. Invece, riguardo ai dialoghi anche Inseparabili era un film molto parlato. In “A Dangerous Method” ci sono anche le immagini del lago, c’è tutta l’ambientazione e la ricostruzione storica della Vienna dell’epoca, le location, lo studio di Freud.

Ci descrive la figura di Sabina Spielrein, di Freud e di Jung, dal suo punto di osservazione?
Sabina Spielrein è quella che introduce il concetto di distruzione come forza creativa ed è vero che in questo senso è la scienziata che crea la svolta. E’ una figura che può terrorizzare e che può essere paragonata allo scienziato del mio film La Mosca, perchè fa questa scoperta così innovativa e così lontana da quelle che erano le teorie del tempo. Quello che a me interessava in questo film non era tanto la struttura, ma la tematica. Io sono partito dalla pièce teatrale di Christopher Hampton, The talking cure, e quello che mi ha incuriosito di più è stato questo mènage à trois a livello intellettuale che si instaura tra di loro. Sabina è il nucleo essenziale del film, è lei che crea la situazione per un’evoluzione della teoria psicoanalitica: da un lato lei è quella che evolve di più, passando dalla malattia e dalla sua nevrosi a diventare lei stessa una psicoanalista, dall’altro mette in crisi Jung sulle sue teorie. Sigmund Freud invece, pur essendo uno psicoanalista affermato che aveva già trovato parecchi elementi scientifici a sostegno delle sue teorie, arriva ad assorbire il contributo che Sabina gli dà introducendo l’elemento fondamentale della pulsione di morte. Ognuno dei tre personaggi arriva, a modo suo, ad un’evoluzione.

Che tipo di ricerca e di documentazione ha fatto sulle teorie psicoanalitiche e come è riuscito a tradurle in materia cinematografica?
Ho letto tantissimi testi di Freud, da sempre. Mi hanno sempre appassionato, non solo per le teorie, ma anche perchè sono scritti molto bene e in tedesco hanno un valore letterario. La storia di Sabina l’ho conosciuta attraverso il testo teatrale di Hampton e mi ha affascinato la storia d’amore. Però non volevo fissare l’attenzione solo su questa passione e neanche solo sull’aspetto intellettuale. Mi interessava l’aspetto scientifico, ma volevo cogliere anche quello artistico. Ho utilizzato anche un altro testo, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo di Stefan Zweig che dimostra quanto umorismo c’era nell’ambiente viennese scientifico del tempo. Volevamo essere molto accurati nelle ricostruzioni e mi piaceva l’idea di riprodurre questo scambio epistolare fertile fra tutti gli scienziati e che nel film è concentrato su loro tre. Si diceva che a Vienna la posta veniva consegnata cinque volte al giorno, era come le mail di oggi.

E quello strumento affascinante sulla libera associazione di idee?
E’ la ricostruzione accurata di un macchinario realmente esistito.

“A Dangerous Method” di David Cronenberg

di Giona A. Nazzaro

L’unico metodo pericoloso è quello di David Cronenberg.

Per anni Cronenberg ha dato forma, meglio carne, a quello che, mutuando una celebre espressione di J.G. Ballard, possiamo definire “lo spazio interiore”. Per anni ha lavorato intorno all’ossessione del corpo come entità in grado di produrre, proprio come un virus, altri corpi. Da discepolo di William S. Burroughs, Cronenberg ha sempre saputo che “language is a virus”. E come Burroughs ha condotto la sua indagine sino ai margini estremi del pensiero contemporaneo. Tutta la sua filmografia è un’indagine accurata è meticolosa, quasi tassonomica, delle teratomorfie implicite nel corpo. Come il Leslie Fiedler di Freaks, i film di Cronenberg hanno indagato le possibilità di vita al di là dei codici esistenti.

La grande intuizione filosofica di Cronenberg è stata di avere compreso, attraverso lo studio di Marshall McLuhan e William Burroughs, come il nostro sistema nervoso si sarebbe trasformato a contatto con la modificazione del principio d’individuazione e di realtà introdotti dalle nuove tecnologie digitali. Cronenberg, come Burroughs, ha condotto queste sue sperimentazioni in territorio analogico, proprio come l’autore de Il pasto nudo che studiando i cut up dei nastri magnetici ha dato corpo e forma totalitarismo della comunicazione di massa.

Marshall McLuhan interviene nella costruzione dell’universo poetico di Cronenberg attraverso la sua convinzione che i media, e soprattutto l’introduzione di nuovi media, rappresentano delle vere e proprie guerre psichiche. Ossia i nuovi sistemi di decodifica della realtà sostituiscono i precedenti e in questo processo attivano delle trasformazioni (anche fisiche). Per intenderci: il cervello di un bambino che usa il computer oggi è senz’altro diverso da quello di un suo coetaneo di venti o trent’anni fa. Videodrome, per esempio, raccontava proprio questo processo di mutazione e come e se era possibile intervenire su e in esso. Ogni nuovo media è un’estensione del sistema nervoso. E se il sistema nervoso modificato s’innamora di un virus e produce un nuovo organo? La poetica di Cronenberg danza sempre sulla sottile linea che separa il principio d’individuazione dal principio di realtà. L’uno modifica impercettibilmente l’altro, come dimostra M Butterfly.

La geniale perversione di Cronenberg è di trattare il corpo come uno strumento di comunicazione. Una morbida macchina che serve per (in)scrivere nuovi codici e processare realtà altre. I virus, in questo, sono gli agenti di un cambiamento, un po’ come gli zombi per Romero. Il corpo, dunque, è il luogo-narrazione, metastabile per definizione, il teatro del cambiamento.

Cronenberg, con il tempo, è progressivamente stato sempre più attratto dal versante invisibile della mutazione. Basti pensare alla scelta di eliminare tutti gli effetti speciali a vista da Inseparabili o a M Butterfly dove tutto accade nello sguardo del protagonista. E, ovviamente, il cinema di Cronenberg è uno schiaffo per i fautori della “verosimiglianza” che mal tollerano le incongruenze psicologiche dei suoi film (quando non c’è il rifiuto basato sul semplice rigetto moralistico della violenza).

Non sorprende, dunque, che il regista che in Inseparabili teorizzava concorsi di bellezza per gli organi interni, nel corso degli anni abbia messo progressivamente a punto una strategia che a partire dall’evidenza del corpo e delle sue manifestazioni arretrasse verso il cervello. Il primo sintomo di questa strategia, e per chi scrive l’unico parziale passo falso del regista, s’era manifestato con Spider, la schizofrenia come l’alba della scrittura (e quindi del linguaggio). Progressivamente il regista ha continuato a muoversi lungo queste coordinate, e con A History of Violence, una vicenda di mutazioni senza mutazioni (apparentemente) e con La promessa dell’assassino, un’altra storia di scritture e corpi mutanti, ha trovato le energie necessarie per confrontarsi compiutamente con quella che sembra offrirsi come la scena primaria del cinema cronenberghiano.

A Dangerous Method, a dispetto di coloro che rimproverano al regista di essersi convertito a una sorta di accademismo inerte, e ai tutori del verbo freudiano offesi dalle libertà che il regista si è concesso, sembra invece, a tutti gli effetti, la reinvenzione delle origini del cinema cronenberghiano.

Sin da Transfer, il suo primissimo cortometraggio del 1966, Cronenberg mette in scena uno psichiatra perseguitato da un suo paziente. In From the Drain, film dell’anno seguente, due uomini in una tinozza parlano, mimando il processo dell’analisi, sino a che uno dei due non viene strangolato da una pianta misteriosa (l’inconscio che emerge dal basso…). Ma sono soprattutto Stereo e Crimes of the Future che sembrano già preconizzare A Dangerous Method, con la centralità del medico-guru che torna in tutti i film del regista insieme alla relazione medico (analista)-paziente.

A Dangerous Method, quindi, è l’origine ideale dei melodrammi virali di Cronenberg. Non a caso attraverso la psicosi del personaggio femminile è possibile dare vita a un processo di scrittura che viene decifrato a sua volta dal corpo di un macchinario che letteralmente trascrive i processi del corpo (e siamo sempre in territori burroughsiani: non si scrive mai, al massimo si trascrive). Il sesso è il virus liberato dal corpo in trasformazione e la scrittura diventa la mappa di un nuovo mondo. Tutto il cinema di Cronenberg si ritrova distillato in A Dangerous Method.

In questo senso anche il classicismo del regista, sinora rimasto sempre all’ombra delle sue invenzioni più visionarie, emerge per la prima volta in maniera compiuta. L’inquietudine è affidata a impercettibili movimenti di macchina, a angolazioni di ripresa inconsuete, a lievi torsioni dell’immagine. Anche il film di Cronenberg replica le strategie mimetiche dei corpi: si vede sempre un’altra immagine e l’immagine visibile è solo la copertura mimetica, strategica dell’altra. La quintessenza del cinema di Cronenberg.

Ed è in questa danza dominata dall’immagine invisibile che il gioco di seduzione fra parola, scrittura e corpo che A Dangerous Method formula un progetto politico preciso: il corpo come sperimentazione di patti sociali ancora tutti da immaginare.

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Welcome to where time stands still
No one leaves and no one will
Moon is full, never seems to change
Just labeled mentally deranged
Dream the same thing every night
I see our freedom in my sight
No locked doors, no windows barred
No things to make my brain seem scarredSleep my friend and you will see
That dream is my reality
They keep me locked up in this cage
Can’t they see that’s why my brain says rage

Sanitarium, leave me be
Sanitarium, just leave me alone

Build my fear of what’s out there
And cannot breathe the open air
Whisper things into my brain
Assuring me that I’m insane
They think our heads are in their hands
But violent use brings violent plans
Keep him tied, it makes him well
He’s getting better, can’t you tell?

No more can they keep us in
Listen, damn it, we will win
They see it right, they see it well
But they think this saves us from our hell

Sanitarium, leave me be
Sanitarium, just leave me alone

Fear of living on
Natives getting restless now
Mutiny in the air
Got some death to do
Mirror stares back hard
Kill, it’s such a friendly word
Seems the only way
For reaching out again

Benvenuto dove il tempo si è fermato
Nessuno se ne va e nessuno se ne andrà
La luna è piena non sembra cambiare mai
Soltanto etichettato mentalmente instabile
Sogno la stessa cosa ogni notte
Vedo la nostra libertà nel mio sguardo
Niente porte chiuse, niente finestre sbarrate
Niente che possa sembrare lesionarmi il cervello Dormi amico mio e vedrai
Che il sogno è la mia realtà
Mi tengono rinchiuso in questa gabbia
Non capiscono che è per questo che il mio cervello esprime rabbia?

Manicomio, lasciatemi stare
Manicomio, lasciatemi solo e basta

Costruiscono la mia paura su ciò che c’è fuori
E non mi lasciano respirare l’aria aperta
Sussurrano cose nella mia testa
Assicurandomi che sono pazzo
Pensano che le nostre teste sono nelle loro mani
Ma un uso violento comporta piani violenti
Tienilo legato, gli fà bene
Sta migliorando, che ne dici?

Non possono più tenerci chiusi
Ascolta dannazione, vinceremo noi
Vedono giusto, vedono bene
Ma pensano che questo ci salvi dal nostro inferno

Manicomio, lasciatemi stare
Manicomio, lasciatemi solo e basta

Paura di continuare a vivere
I compagni non riescono a stare fermi
La ribellione è nell’aria
C’ è qualche morte da compiere
Lo specchio riflette un’ immagine dura
Uccidere, è una parola così amichevole
Sembra l’unico modo
Per uscirne fuori di nuovo

Da http://www.ilfattoquotidiano.it, 20/07/2011

Dieci anni fa, venerdì 20 luglio 2001 si apriva il G8 di Genova. Una giornata contraddistinta da scontri di piazza e soprattutto dalla morte del manifestante Carlo Giuliani. Ma quell’evento drammatico non è l’unico di un pomeriggio in cui si capì subito che la situazione era sfuggita di mano e che l’intero weekend sarebbe stato caratterizzato da una guerriglia senza regole. Oggi sono tantissime le ricostruzioni, le testimonianze, le verità processuali sull’accaduto che parlano di “democrazia sospesa”. Ma come è stata raccontata quella giornata in presa diretta? Qui di seguito una cronologia ora per ora con i lanci dell’agenzia Ansa del 20 luglio 2001, con titoli originali e orari di pubblicazione: gli arrivi dei manifestanti in città, i falsi allarmi bomba, poi la violazione della “zona Rossa”, l’assalto a Marassi, i black block infiltrati nei cortei, le cariche della polizia, in particolare quella di via Tolemaide che ha preceduto le “voci di un manifestante morto in via Caffa”. E la conferma, pochi minuti dopo. E ancora i primi commenti a caldo e l’appello del sindaco di Genova in vista della grande manifestazione del 21 luglio.

7.05 – G8: MANIFESTANTI TRENO ANTI-GLOBAL VERSO GENOVA SU PULLMAN (ANSA) – ROMA, 20 LUG – Sono stati fatti salire dalla polizia francese su sei pullman i circa 300 manifestanti anti-global che erano a bordo del treno proveniente da Londra – e diretto a Ventimiglia – deviato in nottata a Modane. Una giornalista freelance che era a bordo del convoglio, ha riferito che la polizia francese ha detto ai dimostranti che li avrebbe trasferiti a Genova con i pullman.

10.16 – G8: TERZO TRENO SPECIALE DA TORINO, PARTITE 180 PERSONE INTANTO CONTINUANO I FALSI ALLARMI BOMBA IN CITTA’ (ANSA) – TORINO, 20 LUG – E’ partito stamane alle 8.35 dalla stazione di Porta Nuova, con 10 minuti di ritardo, il terzo e ultimo treno speciale organizzato dal Torino Social Forum per portare a Genova i manifestanti che parteciperanno alle iniziative contro il G8. Intanto stamattina altri due falsi allarme bomba hanno mobilitato le forze dell’ ordine. Sono 180 i militanti (circa 150 si erano prenotati nei giorni scorsi e una trentina si sono aggiunti stamane alla spicciolata) che sono partiti con le tre carrozze straordinarie aggiunte al treno diretto per Novi Ligure, citta’ dove il gruppo verra’ poi trasferito su un servizio navetta con arrivo a Genova nella tarda mattinata. Altri due treni del Torino Social Forum erano partiti ieri, mentre il grosso dei manifestanti torinesi e piemontesi arrivera’ nel capoluogo ligure domattina con una formazione di oltre 40 pullman. Stamane le operazioni di imbarco sono filate via in modo assolutamente tranquillo. Lo spiegamento di poliziotti impegnati nei controlli era molto minore di quello del primo giorno: sono stati sequestrati solo due o tre caschi di plastica, di quelli gialli da muratore, che gli stessi manifestanti hanno lasciato prima di salire sul treno. Per quanto riguarda la psicosi attentati, dopo quello di ieri mattina presso il Santuario della Consolata, continuano a Torino i falsi allarmi bomba, alimentati dalla febbrile atmosfera pre-G8. Il primo ha riguardato la presenza di un involucro sospetto nella centralissima Piazza Castello, che pero’, dopo i controlli della polizia, ha rivelato al suo interno solo panni sporchi. Altra segnalazione, sempre stamattina, un po’ piu’ in periferia, in Corso Tassoni, dove e’ stata trovata una valigia, che pero’, oltre a rivelarsi vuota, era stata gettata via da un residente nei pressi di un cassonetto.

11.53 – G8: ASSEDIO; IL VIA ALLE 14 CON SUONO SIRENA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Sara’ il suono di una sirena alle 14 a segnare l’ inizio dell’azione. Da quel momento, nei vari punti di assedio alla zona rossa, i vari gruppi manifesteranno secondo diverse modalita’ per protestare contro la morsa di ferro in cui e’ stata chiusa la citta’ per il vertice dei G8. I contestatori tutti insieme alle 14, al suono della sirena si sdraieranno per terra. Intanto nelle varie piazze tematiche organizzate dal Gsf si stanno completando i raduni.

12.16 – G8: PROTESTE; A MIGLIAIA IN PIAZZA DA NOVI, SPUNTANO MAZZE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – In piazza Paolo da Novi, una delle piazze piu’ vicine alla zona rossa, si stanno concentrando migliaia di persone: lavoratori Cobas, ragazzi dei centri sociali e del Network per i diritti globali. Si attendono entro le 14 circa settemila persone. Attorno alla piazza, pero’, si stanno gia’ componendo gruppi estranei al movimento, secondo Piero Bernocchi dei Cobas, con caschi, mazze e con i volti coperti. Si tratterebbe di frange estranee al Genoa social forum, forse ”black block”, anarchici insurrezionalisti.

12.31 – +++G8: PROTESTE; PRIMI SCONTRI, POLIZIA SPARA LACRIMOGENI+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Sono cominciati gli scontri tra dimostranti e polizia nella zona di piazza Paolo da Novi. La polizia ha cominciato a carica re i dimostranti e lancia lacrimogeni.Nei pressi di piazza Da Novi la polizia ha caricato il gruppo di estremisti che stava affrontando le forze dell’ ordine con lancio di pietre e uso di mazze. Alla carica della polizia gli estremisti, che si proteggono con maschere, caschi e mazze, hanno risposto dapprima lanciando pietre e poi sono fuggiti verso piazza Palermo, in direzione Levante. Le forze dell’ ordine hanno lanciato lacrimogeni e stanno cercando di bloccare gli estremisti al centro di un cordone di agenti.

12.48 – G8: PROTESTE; INFERMIERE BASTONATO PER ERRORE DA POLIZIA ERA IN SERVIZIO, E’ STATO PRESO A CALCI E MANGANELLATE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – In piazza Savonarola la carica della polizia ha colpito per errore un infermiere professionale che stava telefonando in una cabina e che aveva il volto coperto da un fazzoletto per proteggersi dai lacrimogeni. I poliziotti gli si sono avventati addosso nonostante urlasse ”sono un medico, sono un medico”. Decine di manganellate, di calci, anche quando l’ uomo era a terra. L’ uomo e’ stato poi soccorso dal gruppo medico del Genoa social forum e portato in ospedale. Si chiama Lorenzo Marvelli ed e’ in salvo. E’ un infermiere professionale venuto da Pescara. ”Guardate come mi hanno conciato – ha detto – E pensare che ero venuto qui per curare la gente. Incredibile”.

13.17 – G8: VIA AL VERTICE, DURI SCONTRI PER LE STRADE DI GENOVA BATTAGLIA FRA POLIZIA ED ANARCHICI BLACK BLOCK (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – In coincidenza con l’inizio del summit del G8 a Palazzo Ducale sono cominciati i primi duri scontri fra polizia e frange estremiste di manifestanti nelle strade di Genova, in alcuni casi con uso di lacrimogeni da parte degli agenti e con lancio di pietre e almeno due bottiglie molotov da parte dei dimostranti. Gli anarchici di Black Block sono partiti in corteo da Corso Torino verso Piazzale Kennedy ed hanno cominciato a fracassare vetrine al loro passaggio. Gli scontri tra dimostranti e polizia hanno avuto inizio nella zona di piazza Paolo da Novi. La polizia ha cominciato a caricare i dimostranti ed a lanciare lacrimogeni: in breve fitte nuvole di fumo si sono alzate sopra la citta’. Alla cariche della polizia gli estremisti, che si proteggono con maschere, caschi e mazze e sono circa 400, hanno risposto lanciando pietre e poi sono fuggiti verso piazza Palermo, in direzione Levante. Gli anarchici, tutti vestiti di nero ed armati di spranghe bastoni e pietre, si sono poi concentrati in piazza Tommaseo, nel quartiere Foce (vicino al quartier generale del Genoa Scoiasl Forum) e hanno in breve ridotto la zona circostante ad un campo di battaglia metropolitano: cassonetti bruciati, diverse auto in fiamme, sanpietrini divelti dal selciato. Fittissimo anche qui il lancio di lacrimogeni da parte della polizia e di molotov da parte dei dimostranti: gli agenti hanno dunque cominciato a caricare ed a sgombrare Piazza Tommaseo.

14.47 – +++G8: PROTESTE; VIOLATA ZONA ROSSA IN PIAZZA DANTE +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – La zona rossa e’ stata violata in piazza Dante da quattro giovani che sono riusciti a sfondare il varco di accesso. La polizia ha cercato di respingere l’ assalto con gli idranti, allontanando un gruppo piu’ folto che tentava di entrare.

14.57 – +++G8: PROTESTE; ANARCHICI ATTACCANO CARCERE MARASSI+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Gli anarchici hanno attaccato il carcere di Marassi. Vengono lanciate bottiglie molotov e sassi. Sono state infrante le finestre degli uffici al primo piano. Tre bottiglie molotov sono state lanciate contro il portone e le finestre del carcere, bersagliati anche da una grandinata di sassi. Una persiana ha preso fuoco. Due furgoni e tre auto dei carabinieri, che presidiavano l’ istituto di pena hanno tentato una reazione con un carosello, I militari hanno lanciato lacrimogeni, ma hanno dovuto ripiegare per inferiorita’ numerica.

14.57 – G8: PROTESTE; TUTE BIANCHE, I VIOLENTI SONO DEGLI INFAMI (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – I ‘disobbedienti’ del Carlini, le Tute bianche, hanno criticato i manifestanti coinvolti nelle violenze, dicendo che sono degli ”infami”. Il corteo dei ‘disobbedienti’ sta arrivando presso il centro della citta’. All’ incrocio tra corso Gastaldi e via Tolemaide, di fronte a due carcasse di auto bruciate dagli anarchici passati da li’ circa due ore prima, dalla testa del corteo e’ stato ribadito ai megafoni il no alla violenza. ”Queste auto bruciate, tutto questo – hanno gridato – non e’ disobbedienza civile. Coloro che hanno fatto tutto questo sono degli infami”.

15.17 – G8: PROTESTE; VIOLAZIONE SIMBOLICA ZONA ROSSA, SALE TENSIONE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Dopo un primo momento di calma, seguito alla violazione simbolica della zona rossa compiuta da quattro ragazzi, in piazza Dante sta salendo la tensione. I manifestanti premono infatti sulla grata che viene sostenuta all’ interno della zona rossa da un autoblindo. Due mezzi della Forestale sui quali sono montati degli idranti hanno acceso i motori e sono pronti ad intervenire. Un reparto di agenti di polizia, in assetto antisommossa, e’ schierato una ventina di metri piu’ indietro a difesa della strada che conduce al Palazzo Ducale, a circa 200 metri di distanza.

15.30 – +++G8: PROTESTE; POLIZIA CARICA IN PIAZZA MANIN, FERITI+++ TRA I FERITI ANCHE PARLAMENTARE PRC ELETTRA DEIANA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – La Polizia ha caricato in piazza Manin il gruppo di anarchici ”black block” che era davanti al presidio della rete Lilliput, dei pacifisti e delle donne. Alcuni dimostranti, tra i quali la parlamentare di Prc Elettra Deiana, sono rimasti feriti. I pacifisti della rete Lilliput e l’ on. Elettra Deiana erano seduti per terra con le mani alzate, dipinte di bianco. Quando la polizia ha lanciato i lacrimogeni e caricato gli anarchici, sono stati travolti anche loro e sono rimasti feriti. Il gruppo degli anarchici ha proseguito la sua azione come se nulla fosse accaduto e si e’ attestato in via Palestro. Da qui, approfittando della strada in discesa, ha cominciato a lanciare cassonetti di rifiuti contro lo schieramento di Polizia.

15.52 – G8: PROTESTE; VIOLAZIONE SIMBOLICA ZONA ROSSA, LA DINAMICA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – La violazione, seppur simbolica, della zona rossa, da parte di antiglobal e’ avvenuta all’ altezza di un cancello al centro della lunga inferriata che taglia in due piazza Dante. Per oltre un’ ora, oltre a battere sistematicamente contro le grate di ferro gridando slogan e lanciando bottiglie d’ acqua, torsoli di mela e palloncini oltre l’ ostacolo all’ indirizzo delle forze dell’ ordine, alcuni manifestanti hanno iniziato a premere ripetutamente sulle ante del cancello, fino ad aprirlo. Un urlo di gioia si e’ levato nel gruppo quando una delle due ante si e’ spalancata. Quattro antiglobal sono riusciti ad entrare nella zona rossa passando in uno stretto corridoio tra il cancello divelto e una grata applicata alla parte anteriore di un mezzo blindato sistemato ad ulteriore protezione del varco. Dopo pochi metri i quattro ”violatori” sono stati bloccati dalle forze dell’ ordine e respinti oltre il varco.

16.18 – G8: PROTESTE, SECONDO SKY NEWS POLIZIOTTO HA SPARATO IN ARIA (ANSA) – LONDRA, 20 LUG – L’emittente satellitare britannica Sky News ha detto che un poliziotto ha sparato colpi di arma da fuoco in aria a Genova. Secondo il racconto fatto dall’inviata di Sky, l’agente era stato circondato da un gruppo di manifestanti.

16.51 – +++G8: PROTESTE; AGNOLETTO INVITA A LASCIARE LA PIAZZA+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Il portavoce del Gsf, Vittorio Agnoletto, ha invitato con un megafono i manifestanti in piazza Dante a lasciare la piazza. Ha cosi’ accolto l’ appello del sindaco Pericu. I dimostranti pacifici si stanno gia’ ritirando. ”Abbiamo vinto” ha ripetuto due volte in italiano e una volta in inglese. ”Perfino il sindaco della citta’ – ha aggiunto Agnoletto – ha detto che la polizia ha esagerato”. Il leader del GSF ha quindi invitato i manifestanti a lasciare la piazza e a formare un corteo. I manifestanti lo hanno ascoltato e poco a poco stanno liberando l’ area. Alcuni irriducibili restano pero’ appoggiati alle grate e non accennano a muoversi.

17.23 – G8: PROTESTE, TUTE BIANCHE SI RITIRANO VERSO STADIO CARLINI (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Migliaia di tute bianche stanno arretrando verso lo stadio Carlini. L’appello di Vittorio Agnoletto pare aver sortito i primi effetti. Dall’incrocio fra corso Torino e via Tolemaide, dove erano schierate, proprio nel cuore della zona della guerriglia, le tute bianche stanno tornando indietro verso lo stadio Carlini lungo via Gastaldi. Dalla zona del corteo delle tute bianche si sentono provenire scoppi a ripetizione e ancora si nota il fumo dei lacrimogeni. Il corteo in questo momento ha raggiunto la zona di San Martino.

17.26 – +++ G8: BERLUSCONI, CHI SI OPPONE A G8 COMBATTE OCCIDENTE+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”Chi si oppone al G8, non combatte otto protagonisti eletti democraticamente nei loro Paesi, ma combatte l’occidente, combatte la sua filosofia, combatte la libera iniziativa e il libero mercato”. Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nella cerimonia di presentazione del Fondo per la salute e la lotta all’Aids.Il presidente del Consiglio ha aggiunto, nel suo breve intervento, che, ”progredendo nel libero mercato e nella difesa dei diritti di tutti, ci puo’ essere una ricchezza che aumenta per tutti”. Inoltre, bisogna fare del nostro ”pianeta, in questo passaggio di millennio, un pianeta che guardi al futuro concretamente, operando affinche’ il futuro sia un futuro di benessere, di liberta’, di sicurezza e di salute per – ha concluso – il maggior numero possibile dei suoi abitanti”.

17.44 – G8: PROTESTE, RIPRENDONO SCONTRI IN VIA TOLEMAIDE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Dopo una lunga pausa sono ripartiti gli scontri in via Tolemaide. Una parte delle migliaia di giovani dello stadio Carlini, fermi all’incrocio con corso Torino, ha cercato di ritornare verso il centro cittadino. A questo punto e’ partita un’ autoblindo della polizia verso i giovani in corteo, seguita da un folto numero di agenti che hanno lanciato lacrimogeni. Le forze dell’ordine hanno intimato con i manganelli alzati di fermarsi. L’intera zona e’ ad altissimo rischio, tra macchine sfondate, capovolte, e vetrine infrante. Anche i giornalisti sono stati invitati ad allontanarsi.

18.00 – +++G8: PROTESTE; VOCI SU GIOVANE MORTO IN VIA CAFFA+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Secondo una soccorritrice volontaria del Genoa Social Forum, un giovane dimostrante sarebbe morto in via Caffa, nei pressi di piazza Tommaseo. Ma la notizia, sparsasi tra i dimostranti, non ha trovato sinora conferma ne’ dalla Polizia ne’ dal 118.

18.01 – +++G8: PROTESTE; CONFERMATA DA AUTORITA’ MORTE DIMOSTRANTE++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – La notizia della morte di un dimostrante ha trovato conferma da fonti della Polizia. Il corpo del giovane, intorno ai vent’ anni si trova in via Caffa, coperto da un telo bianco. Secondo quanto riferito da una volontaria del soccorso del GSF, di nome Valeria, il ragazzo morto, di neppure 20 anni, avrebbe due segni evidenti sul viso: uno sotto l’ occhio destro, ”come di un colpo di pietra” ha spiegato la giovane; l’ altro sulla fronte, ”e questo – ha aggiunto – non sembrava un colpo di pietra”. Secondo altre informazioni, riferite da infermieri intervenuti per soccorrere il giovane, la vittima sarebbe invece stato investito da un mezzo. Il corpo del ragazzo si trova ancora a terra, coperto con un lenzuolo bianco, in via Caffa, una strada che collega piazza Alimonda a piazza Tommaseo, dove si sono svolti gli scontri piu’ violenti. Sul posto si stanno recando il magistrato di turno, un funzionario di polizia ed un medico legale per verificare le cause della morte del giovane. Nella zona della tragedia nel pomeriggio e’ avvenuta una fitta sassaiola.

18.28 – +++ G8: PROTESTE, DONNA GRAVEMENTE FERITA, TESTIMONI +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Una donna sarebbe stata ferita in maniera grave nella zona intorno a Via Caffa, la stessa dove e’ morto un dimostrante. Lo riferiscono alcuni testimoni.(ANSA).

18.34 – G8: MANIFESTANTE MORTO; TESTIMONE, COSI’ L’HANNO COLPITO EDIZIONE STRAORDINARIA DEL TG1 CON LE IMMAGINI DEL CADAVERE (ANSA) – ROMA, 20 LUG – ”Ero a cinque metri dal ragazzo, e’ stato colpito sotto la fronte, vicino all’occhio, da un colpo di pistola o da un fumogeno sparato dal camioncino dei carabinieri. Poteva colpire anche me”. E’ la testimonianza data nell’edizione straordinaria del Tg1 durante la quale sono andate in onda le immagini del ragazzo morto. Era stata Rainews 24 la prima emittente a dare, alle 18, la conferma dela morte del ragazzo negli incidenti di Genova. Subito dopo, alle 18,05, la programmazione della prima rete Rai e’ stata interrotta con un’edizione straordinaria del Tg1 di dieci minuti. Durante il Tg1, oltre alle immagini del ragazzo morto, e’ andata in onda la ricostruzione del testimone.

18.38 – G8: PROTESTE, TESTIMONI RACCONTANO PESTAGGIO DIMOSTRANTE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Alcuni testimoni degli incidenti avvenuti nel pomeriggio nella zona di via Montevideo hanno raccontato di un ragazzo rimasto gravemente ferito per un pestaggio ad opera dei poliziotti. ”E’ arrivata a tutta velocita’ una camionetta della polizia – ha detto ai giornalisti l’ avvocato Andrea Sandra -, si e’ avvicinata ad un ragazzo isolato, sono scesi i celerini bardati da combattimento. Il ragazzo era disarmato e non diceva nulla. L’ hanno buttato a terra e l’ hanno picchiato. E’ intervenuta una collega avvocato che e’ stata allontanata e hanno continuato a picchiarlo”. Il pestaggio del giovane dimostrante e’ stato confermato anche da una donna e dal figlio. ”Le madri della zona – hanno raccontato – dalle finestre gridavano ‘Basta, lo state ammazzando, fermatevi’. E’ intervenuto anche un signore, sulla cinquantina, che e’ uscito dal portone di casa ed ha cercato di bloccare i poliziotti: ha ripetuto ‘basta, fermatevi, basta’. Poi il ragazzo, tutto insanguinato, e’ stato caricato su una camionetta e portato via. Questa citta’ oggi e’ in mano a tutta questa gente”.

18.41 – G8: MANIFESTANTE MORTO; GRIDA ‘ASSASSINI’ CONTRO FORZE ORDINE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Manifestanti si stanno concentrando in piazza Alimonda, dove il cadavere del ragazzo ucciso e’ tuttora a terra. Un cordone di uomini delle forze dell’ ordine circonda il cadavere. Contro i carabinieri e i poliziotti e’ cominciato anche un lancio di pietre e vengono lanciate grida di ”assassini, assassini!”. Secondo quanto riferito da una reporter del giornale alternativo francese Transfer, giunto sul luogo dell’ incidente nel momento stesso in cui avvenivano gli scontri, il ragazzo morto sarebbe stato colpito alla testa. Non ha precisato se da un colpo di arma da fuoco o da un lacrimogeno.

18.56 – G8: PROTESTE; 1 MORTO E 85 FERITI, BILANCIO ORE 18.30 (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – E’ di un morto e 85 feriti il bilancio alle 18:30 degli scontri di oggi a Genova. Lo si apprende dall’ unita’ sanitaria della Regione Liguria per il G8. Un altro giovane dimostrante sarebbe ricoverato in gravi condizioni all’ ospedale San Martino. Sara’ inoltre operato a breve il carabiniere con l’ orbita sfondata, colpito da una bomba carta in Corso Torino.

19.02 – G8: MANIFESTANTE MORTO; AGNOLETTO, PROVE SPARI FORZE ORDINE CI SONO VIDEO E PROVE ”INEQUIVOCABILI” CHE HA SPARATO -(ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Il portavoce del Genoa Social Forum, Vittorio Agnoletto, ha annunciato che ci sono video e prove ”inequivocabili” del fatto che ”la polizia, quando ha caricato le tute bianche e i giovani comunisti ha sparato: e quando si spara si spara per uccidere”. Agnoletto ha riferito le notizie che sono giunte finora al GSF: un morto, un ragazzo giovane, forse di venti anni. ”Sembra che sia stato colpito – ha detto Agnoletto – da un colpo di pistola”. In questo momento i gruppi del Genoa Social Forum sono divisi in tre luoghi. In piazzale Kennedy, accanto al palco dove si e’ esibito Manu Chao, c’e’ una parte dei manifestanti. Secondo quanto ha riferito Agnoletto, le tute bianche e i giovani comunisti sono bloccati al Carlini, la Rete Lilliput e gli altri pacifisti che erano a Castelletto sono fermi a Brignole. ”Starebbero trattando – ha detto Agnoletto – con la polizia per riuscire a raggiungere piazzale Kennedy”.

19.02 – +++ G8: MANIFESTANTE MORTO; CIAMPI, SGOMENTO E DOLORE IMMENSO +++ DICO AI DIMOSTRANTI ‘CESSATE OGNI VIOLENZA’ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”Provo sgomento e dolore immenso per la giovane vita spezzata. Mi rivolgo – ha detto il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi – ai dimostranti perche’ cessi da subito questa cieca violenza che non da’ contributo alcuno alla soluzione dei problemi della poverta’ nel mondo. Il vertice che stiamo tenendo a Genova vede per la prima volta riuniti insieme i responsabili dei Paesi industrializzati e dei Paesi poveri del mondo e i vertici delle istituzioni internazionali in cui gli uni e gli altri collaborano congiuntamente. Le grandi attese e speranze suscitate da questo vertice non debbono essere vanificate da atti insensati, indegni della nostra democrazia e della nostra civilta”’.

19.08 – G8: MANIFESTANTE MORTO, RIMOSSO IL CORPO (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Sempre protetto da un cordone di manifestanti, e’ rimasto circa un’ ora sul selciato di piazza Gaetano Alimonda il corpo del giovane manifestante morto negli scontri a Genova. Alle 19 e’ giunta sul posto un mezzo dell’ azienda trasporti funebri di Genova, sempre protetto dal cordone di agenti, e il corpo e’ stato portato via, mentre molti dei giovani presenti urlavano ”assassini, assassini”. Non si hanno particolari certi sulla nazionalita’ della vittima. Secondo i manifestanti che dicono di conoscerlo, si tratterebbe di un ragazzo spagnolo, forse basco, di circa venti anni.

19.12 – +++ G8: MANIFESTANTE MORTO; NUOVI SCONTRI PIAZZA ALIMONDA +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Subito dopo la rimozione del corpo della giovane vittima i manifestanti presenti all’ angolo tra via Caffa e piazza Alimonda hanno gettato di tutto contro le forze dell’ ordine che arretravano. Da una parte volavano bottiglie molotov, pietre, bottiglie vuote; dall’altra i lacrimogeni.

19.13 – +++ G8: BERLUSCONI, MI UNISCO AL DOLORE DI CIAMPI +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”Mi unisco ai sentimenti di dolore del presidente della Repubblica”, ha detto il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, che si trovava insieme a Carlo Azeglio Ciampi alla Prefettura di Genova. Cosi’ Berlusconi ha commentato i gravi incidenti. ”Mi spiace quanto e’ accaduto sia stato contestuale agli sforzi che nel G8 si sono portati innanzi proprio per uno sforzo aggiuntivo rispetto a cio’ che fino ad ora si e’ fatto per combattere la poverta’ e le grandi epidemie nel mondo. Per la prima volta come ha ricordato il presidente Ciampi, il G8 si e’ aperto anche a Paesi in via di sviluppo e insieme a loro stiamo tentando di trovare una soluzione che sia nuova e piu’ efficace, proprio per rimediare a questi gravi inconvenienti (epidemie, malattie, poverta’ e dolore), che riguardano una larga parte della popolazione mondiale”.

19.32 – G8: GSF; OLTRE 100 FERMATI, IMPEDITI CONTATTI CON LEGALI (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Sono oltre cento, secondo i legali del Genoa social forum, i ragazzi che si trovano in questo momento in questura fermati o arrestati. Secondo quanto riferito dall’ associazione giuristi democratici, ”viene loro impedito di mettersi in contatto con difensori. Questo – hanno detto in una conferenza stampa del Gsf – e’ una violazione gravissima dei diritti costituzionali che crediamo, tra l’ altro, avallata dalla procura”. L’ associazione giuristi democratici – e’ stato riferito – e’ impegnata a tentare di mettersi in contatto con i ragazzi bloccati dalle forze dell’ ordine.

19.34 – G8: SMENTITE DA POLIZIA VOCI SU SECONDA VITTIMA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Fonti della polizia hanno smentito che ci sia stata una seconda vittima negli scontri di Genova. La voce, che ha continuato a circolare anche negli ambienti politici, si riferiva ad un giovane rimasto gravemente ferito in scontri in via Montevideo, a poche decine di metri da via Caffa, dove e’ morto l’ altro dimostrante. La vicinanza tra i due luoghi fa ritenere che i testimoni abbiano confuso i due episodi. Anche il 118, in serata, dopo la polizia, ha smentito ufficialmente le voci di una seconda vittima. L’ ipotesi si era diffusa nel tardo pomeriggio e riguardava una delle persone ricoverate negli ospedali genovesi a seguito degli scontri fra dimostranti e polizia.

19.41 – G8: MANIFESTANTE MORTO; TESTIMONI, UCCISO DA COLPO ARMA FUOCO (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Secondo alcune testimonianze, la morte del giovane sarebbe stata causata da un colpo di pistola sparato da un componente delle forze dell’ ordine, forse un carabiniere, che si trovava all’ interno di un mezzo circondato da una folla di manifestanti. Il militare avrebbe impugnato l’ arma e avrebbe sparato per difendersi dall’ assalto dei manifestanti. Sulla vicenda, oltre alla procura di Genova stanno indagando i carabinieri. Sul punto dove il ragazzo e’ stato trovato morto, c’ e’ una pozza di sangue oramai rappreso coperto da segatura, sulla quale sono gia’ stati collocati moltissimi fiori rossi presi da un’ aiuola di fronte alla chiesa di Piazza Alimonda e sistemati in un bossolo di lacrimogeno, usato come portafiori. Nello stesso punto e’ stata posata una canottiera bianca con alcune scritte fatte a pennarello, la piu’ grande delle quali, in rosso dice ”respect”.

20.11 – G8: ATTAC DENUNCIA, MINISTRO INTERNI AVEVA ESCLUSO USO ARMI (ANSA) – PARIGI, 20 LUG – Il responsabile delle relazioni internazionali dell’associazione Attac-France, Christophe Aguitton, ha definito la morte del giovane manifestante a Genova ”il fatto piu’ drammatico che potesse accadere”. Ha poi denunciato ”il ministro degli interni che aveva garantito in modo formale che nessun poliziotto avrebbe usato armi”. Intervistato da Genova dall’emittente RTL, Aguitton si e’ detto ”costernato” e ha denunciato l’atteggiamento della polizia italiana e dei gruppi anarchici ”che non hanno assolutamente nulla a che vedere” con l’essenziale dei manifestanti, che sono ”pacifisti”.

20.28 – G8: PROTESTE; AGNOLETTO, BLOCCO NERO E’ SPUNTATO INDISTURBATO (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”E’ assolutamente incomprensibile come 400 violenti del cosiddetto blocco nero, conosciuti dalle varie polizie, abbiamo potuto spuntare stamane poco prima delle 11:00 nel mezzo delle nostre iniziative”. Il portavoce del Genoa social forum, Vittorio Agnoletto, ha confermato che stamane, poco prima delle 11:00, i ‘Black Blocks’ hanno fatto inaspettatamente la loro comparsa in piazza Paolo da Novi dove il Gsf, i lavoratori dei cobas e il network per i diritti globali avrebbero dato vita alla propria manifestazione. ”Si sono presentati con strumenti di tutti i tipi – ha detto Agnoletto -; io chiedo quindi alle forze dell’ ordine e al capo della polizia, che hanno fermato treni e traghetti di persone pacifiche, come questi 400 siano potuti arrivare nel centro di Genova”. ”E chiedo – ha proseguito Agnoletto – perche’ poi le cariche delle forze dell’ ordine sono state fatte in modo tale da spingere queste persone nei cortei, nei quali si sono infiltrati”.

20.51 – +++ G8: MANIFESTANTE MORTO; BUSH, UN FATTO TRAGICO +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Il presidente americano George W. Bush considera la morte di un manifestante a Genova ”un fatto tragico”: lo ha detto un alto funzionario della Casa Bianca. ”Il presidente Bush e’ stato informato delle violenze, dei feriti e del morto. Il presidente si rammarica delle violenze, considera il ferimento di agenti e di manifestanti molto lamentevole e giudica la morte di un manifestante un fatto tragico”. La reazione della Casa Bianca alle violenze e alla tragedia e’ venuta quando i leader dei Grandi stavano per iniziare la cena che chiude la prima giornata dei loro lavori. Prima del Vertice, a piu’ riprese, il presidente Bush aveva espresso il suo parere che ”i nemici della globalizzazione e della liberalizzazione degli scambi non sono amici dei poveri”.

21.24 – G8: PROTESTE; UN MINUTO DI SILENZIO AL GSF (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Un minuto di silenzio e’ stato osservato dalle migliaia di manifestanti presenti a Piazzale Kennedy, questa sera, alle 21.15. Intanto sono riuniti i responsabili dei diversi gruppi del Genoa social forum per valutare la situazione. Dal palco e’ stato annunciato che il Tg5 ha mostrato la sequenza di immagini conclusasi con la morte del ragazzo. L’ appuntamento con la manifestazione di domani e’ stato confermato con forza da tutte le componenti del Gsf.

21.53 – G8: SINDACO E GIUNTA CHIEDONO SICUREZZA PER CITTA’ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”Assicurare lo svolgimento del vertice non deve escludere che venga garantita la sicurezza di tutta la citta”’. Lo chiedono il sindaco di Genova, Giuseppe Pericu, e la giunta comunale, riunita questa sera in seduta straordinaria, al ministro degli interni Claudio Scajola. Nell’ esprimere ”il profondo cordoglio per la morte del giovane manifestante e la piu’ sincera partecipazione per tutti coloro che sono stati feriti negli scontri”, e’ scritto in una nota diffusa in serata, la giunta ritiene ”inaccettabile che lo svolgimento di un vertice internazionale sollevi un tale livello di contraddizioni e di contrapposizioni capace di provocare la morte di persone”. (…) Nel lasciare agli organizzatori la valutazione dell’ opportunita’ di effettuare la marcia a suo tempo programmata per domani, ”se verra’ deciso di effettuarla la giunta chiede che si svolga pacificamente e senza recare ulteriori ferite alla citta”’. Infine la Giunta comunale ritiene che ”tutti coloro che hanno subito danni debbono essere risarciti ed operera’ affinche’ si raggiunga questo risultato” e ha garantito che ”gli uffici comunali gia’ da questa sera inizieranno a fare quanto di loro competenza per ridare vivibilita’ alle zone cosi’ gravemente danneggiate”.

22.37 – G8:MANIFESTANTE MORTO; CARABINIERE FOTO INTERROGATO A ORE (ANSA) – ROMA, 20 LUG – Sara’ interrogato nelle prossime ore dal magistrato il carabiniere ritratto nelle fotografie che documentano l’incidente nel quale ha perso la vita un giovane manifestante a Genova. Il militare si trova in ospedale perche’, durante gli scontri, ha riportato ferite alla testa e alle braccia. I manifestanti infatti, secondo quanto si e’ appreso, hanno accerchiato la camionetta dei carabinieri e rotto il vetro che ha ferito il militare. Il carabiniere, che e’ gia’ stato sentito dai suoi colleghi, sara’ interrogato dal magistrato in ospedale.

23.02 – +++ G8: MANIFESTANTE MORTO; IDENTIFICATA LA VITTIMA +++ (ANSA) – ROMA, 20 LUG – Il giovane manifestante morto nel pomeriggio a Genova durante gli scontri con le forze dell’ordine si chiamava Carlo Giuliani. Era di Roma, ma residente a Genova. A quanto si e’ appreso aveva precedenti per resistenza a pubblico ufficiale e per oltraggio.

23.29 – G8: PRODI, MORTE RAGAZZO UNA TRAGEDIA PER NOSTRI PROPOSITI (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”La morte di quel ragazzo e’ una tragedia per gli scopi che ci siamo proposti”: cosi’ Romano Prodi, presidente della Commissione europea, commenta la morte del giovane manifestante durante gli scontri a margine del G8 di Genova. ”Mi addolora – ha dichiarato Prodi, uscendo dal pranzo offerto in prefettura dal Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi – il grande senso di distanza tra coloro che lavorano dentro la stanza e tutto il mondo che e’ fuori”. Ai cronisti che gli chiedevano se sia il caso di sospendere il G8, Prodi ha risposto: ”non sono io che posso prendere queste decisioni. Quello che posso dire e’ che oggi e’ stato fatto un lavoro serio, pieno di spirito di cooperazione, rivolto nella direzione giusta”.

23.32 – G8: NOTTE TRA PAURA E STANCHEZZA, DOMANI TIMORE NUOVI SCONTRI GENOVA, MANIFESTANTI SI RITIRANO STREMATI DA UNA LUNGA GIORNATA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Erano le 23 quando sul cielo di Genova per l’ ennesima volta si e’ alzato in volo un elicottero per continuare il controllo della citta’. Quel volo notturno e’ l’ emblema di come Genova si appresta a vivere la notte di vigilia della grande manifestazione di domani. Dopo la lotta senza quartiere della giornata, le tute bianche sono tornate a concentrarsi allo stadio Carlini: sono 5, 6 mila persone riunite in assemblea dalle 8 di sera. Stremate: in molti si lamentano della mancanza di acqua, di viveri. Le entrate allo stadio, cosi’ come le uscite, sono presidiate dalla polizia che vieta ogni ingresso. Gli agenti non sono peraltro presenti in misura massiccia, e su tutti prevale la stanchezza estrema da ogni punto di vista. Gli anarchici e altri centri sociali sono invece tornati al circolo ‘Pinelli’, alla ‘Sciorba’, nel quartiere di Marassi. Anch’essi stremati, riferiscono i portavoce del circolo. Non sono segnalate particolari tensioni, cosi’ come non c’e’ tensione ma solo stanchezza alla scuola Diaz, concentramento del Genoa Social Forum, dove peraltro prevale la delusione e la rabbia per la giornata di guerriglia. L’ intera citta’ di Genova resta comunque presidiata da un ingente numero di reparti di polizia e carabinieri. Tutto il perimetro della ‘zona rossa’ continua ad protetto da decine di camionette, ed anche la polizia a cavallo se necessario e’ pronta a intervenire. Una convinzione e’ comunque diffusa, sia tra le forze dell’ordine, sia tra i ragazzi dei centri sociali: domani non e’ escluso che ci siano altri scontri. Ma c’e’ una grande differenza con la tensione che a Genova si respirava la notte precedente: nelle ore della vigilia, si attendevano gli scontri come gesto di sfida al G8. Questa notte, invece, la morte di Carlo Giuliani e’ presente col suo significato pesantissimo. Per quanto i portavoce delle tute bianche radunate al Carlini non abbiamo dubbi: ”E’ un ragazzo che non abbiamo mai sentito nominare. Non e’ dei nostri. E’ un black blocker, su questo non c’e’ alcun dubbio”. Analoga la risposta degli anarchici genovesi, radunati alla ‘Sciorba’. ”Non sappiamo chi sia”. Dai ‘Black Block’, invece, nessun commento. Le tute nere sembrano invece essersi dissolte. Scese dalle colline di Albaro questa mattina, dopo aver messo a ferro e a fuoco dalla citta’, si sono volatilizzate. Ma sono in molti a ritenere che domani si rifaranno vive a suon di spranghe, molotov e bastoni.

 

IL PUNTO DI VISTA DI UN POLIZIOTTO (Non sono tutti uguali, N.d.r): “Mancò chiarezza”; ordini confusi e giovani impreparati allo sbaraglio

GENOVA – Lo sgomento, la preoccupazione, la sensazione che ”sarebbero successe cose che potevano travolgerci”. Ma soprattutto, ”la totale mancanza di chiarezza: perche’ in quei giorni Genova venne commissariata dal Viminale e da questo punto di vista lo e’ ancora. La chiarezza manco’ in quei giorni e su quei fatti manca ancora”. Roberto Traverso, poliziotto, segretario generale provinciale del Silp-Cgil, ricorda i giorni del G8 di Genova. Parla, e il piano umano e quello professionale si fondono.

Oggi come allora, la voce e’ intrisa di tensione, preoccupazione, dolore. Dieci anni fa, in quei giorni che cambiarono la storia, Traverso si trovava al Palasport dove era stata costituita una postazione sindacale della polizia. Quando arrivarono le prime notizie di disordini ”abbiamo provato un profondo sgomento – ricorda – e abbiamo cominciato ad avvertire la totale mancanza di chiarezza sui fatti”. Genova, continua Traverso, ”venne commissariata 10 giorni prima del G8. E lo e’ ancora. Ci fu un commissariamento dell’attivita’ con una linea d’azione che partiva dal centro”. I disordini, poi la morte di Carlo Giuliani. Quando arrivo’ la notizia ”si diffuse tra noi un forte senso di sgomento. Ci chiedevamo come fosse possibile che la situazione fosse precipitata cosi’ – si interroga ancora oggi – che fosse successa una cosa come quella. Sentivamo che qualcosa stava per travolgerci”. Non trova le parole, Traverso, perche’ ancor oggi lo spessore di quel dolore e’ intatto.

”Posso dire qualcosa di tecnico: e cioe’ che la pistola e’ l’ultima cosa che devi usare, anche se in quel momento non si trattava piu’ di solo ordine pubblico. Ma ci chiedevamo perche’ sia stato mandato in ordine pubblico personale impreparato. Ci chiedevamo perche’ fosse successo”. Il mondo intero guardava i poliziotti di Genova, ”e ci sarebbe voluto qualcuno che ci spiegava cosa stava succedendo – ammette il poliziotto-sindacalista – ma non c’era”. La citta’ era irriconoscibile: un inferno fatto di macchine in fiamme, di dolore, di lacrime e di sangue. ”Il personale impiegato era tantissimo: 15 mila, tra polizia, carabinieri e guardia di finanza, ma sembravamo pochissimi. Tre giorni prima dell’inizio – spiega Traverso – la zona gialla fu abolita e cosi’ il personale all’interno della zona rossa era di 7 mila unita’. Tantissimi. Altri 8 mila erano fuori, pochissimi. E i funzionari non conoscevano il territorio”. Dopo la morte di Giuliani c’e’ stata quella che fu definita, proprio da un poliziotto, ”la macelleria messicana” della Diaz, poi Bolzaneto.

”Ho cercato di trovare una spiegazione tecnica, cercavo di capire perche’ eravamo arrivati a questo. Forse, dopo ore e ore di servizio il personale aveva in corpo troppa adrenalina, come pentole a pressione sul punto di esplodere. Il personale del reparto mobile, a oggi, a causa dei continui tagli di personale fa fino a 200 ore di straordinario al mese”. Il G8 di Genova ha segnato una svolta in negativo dei rapporti tra citta’ e polizia. ”Ma la polizia continua a garantire sicurezza – sottolinea – ed e’ amata dalla gente. E la polizia sa che la protesta di piazza, quella democratica, va sempre tutelata perche’ e’ l’unica che puo’ portare il cambiamento. Ma ci sono alcuni, pochissimi, soggetti che entrano nelle piazze per destabilizzare. Vanno isolati e in questo chiediamo aiuto alla magistratura, nei confronti della quale mai si e’ esaurita la fiducia”. (Da Ansa.it, 20/07/2011)

Tratto da: http://www.piazzacarlogiuliani.org

Dieci anni fa centinaia di migliaia di persone, giovani e adulti, donne ed uomini, di tutto il mondo si diedero appuntamento a Genova per denunciare i pericoli della globalizzazione neoliberista e per contestare i potenti del G8, intenti a convincere il mondo che trasformare tutto in merce avrebbe prodotto benessere per tutti.
Le persone che manifestavano a Genova erano parte di un grande movimento “per un mondo diverso possibile” diffuso in tutto il pianeta. Era nato a Seattle nel 1999 con una grande alleanza fra sindacati e movimenti sociali, e ancor prima nelle selve del Chiapas messicano. Nel gennaio 2001 si era incontrato nel grande Forum Sociale Mondiale a Porto Alegre in Brasile che aveva riunito la società civile, i movimenti, le organizzazioni democratiche di tutto il mondo.
Quel movimento diceva – e ancora oggi dice – che la religione del mercato senza regole avrebbe portato al mondo più ingiustizie, più sfruttamento, più guerre, più violenza. Che avrebbe distrutto la natura, messo a rischio la possibilità di convivenza e persino la vita nel pianeta. Che non ci sarebbe stata più ricchezza per tutti ma, piuttosto, nuovi muri, fisici e culturali, tra i nord ed i sud del mondo. Non la pacificazione, conseguenza della “fine della storia”, ma lo “scontro di civiltà”.
Avevamo ragione, e i fatti lo hanno ampiamente confermato. Ora lo sanno tutti. Ma dieci anni fa, per aver detto solo la verità, venimmo repressi in maniera brutale e spietata.
La città di Genova fu violentata fisicamente e moralmente. Le regole di una democrazia, che sempre prevede la possibilità del dissenso e della protesta, vennero sospese e calpestate. Un ragazzo fu ucciso. Migliaia vennero percossi, feriti, arrestati, torturati. Eravamo le vittime, ma per anni hanno tentato di farci passare per i colpevoli.
Oggi, le ragioni di allora sono ancora più evidenti. Una minoranza di avidi privilegiati pare aver dichiarato una guerra totale al resto dell’umanità e all’intera madre Terra. Dopo aver creato una crisi mondiale mai vista cercano ancora di approfittarne, rapinando a più non posso le ultime risorse naturali disponibili e distruggendo i diritti e le garanzie sociali messe a protezione del resto dell’umanità in due secoli di lotte.
E’ un progetto distruttivo: ha prodotto la guerra globale permanente, l’attacco totale ai diritti (al lavoro e del lavoro, alla salute, all’istruzione, alla libertà di movimento, alle differenze culturali e di genere nonché alle scelte sessuali), la rapina dei beni comuni, la distruzione dell’ambiente, il cambiamento climatico e il saccheggio dei territori.
Ormai è chiaro a tanti e tante, a molti più di quanti erano a Genova dieci anni fa, che solo cambiando radicalmente direzione si può dare all’umanità una speranza di futuro, impedendo la catastrofe che i poteri dominanti, sia pure in crisi, stanno continuando a preparare.
Proponiamo a tutte/i coloro che da quei giorni non hanno mai smesso di portare avanti le ragioni di allora e a tutte/i coloro che, pur non avendo avuto la possibilità di partecipare a quelle elaborazioni, ogni giorno costruiscono elementi di un mondo diverso con le loro lotte, le loro rivendicazioni, le loro pratiche, di costruire insieme da oggi le condizioni per incontrarsi a Genova nel luglio del 2011, per tessere reti più forti di resistenza, di solidarietà, di costruzione di alternativa alla barbarie e di speranza.
Viviamo in un mondo che continua a non piacerci, un mondo che continua ad avere tutte le caratteristiche che abbiamo fortemente denunciato 10 anni fa, se possibile ancora più accentuate, attraversato da profonde crisi etiche, morali, democratiche che aggravano e rendono più pericolosa la crisi economica e finanziaria. Ma, allo stesso tempo, viviamo anche in un mondo che, a partire dal nuovo protagonismo dei popoli dell’America Latina, esprime un forte sentimento di cambiamento.
Ripensare, recuperare, allargare ed aggiornare lo “spirito di Genova” che ha segnato una generazione può aiutare. Non a guardare indietro, a quella che ormai è storia, ma a guardare avanti, al futuro che abbiamo tutti e tutte la responsabilità di costruire.

Tratto da http://www.senzasoste.it

A dieci anni dai tragici fatti di Genova proponiamo e riproponiamo due articoli. Il primo di Pino d’Agostino che ripercorre le strategie repressive e il ruolo della polizia a Genova in occasione del G8 fino ai successivi avanzamenti di carriera per i poliziotti condannati. Il secondo un documento del 2001 di Claudio Albertani sulla composizione politica di quelle giornate dai black bloc agli zapatisti passando per i pacifisti.
Pur non condividendone alcuni passaggi in entrambi i documenti, riconosciamo il valore documentario di una ricostruzione che apre ad una riflessione articolata sulle vicende genovesi e sul movimento dell’epoca. Agli storici, e a coloro che si occupano di storiografia politica, il compito di un lavoro strutturato su questi temi. Senza rancori e rimozioni. red. 20 luglio 2011

G8 di Genova: 3650 giorni dopo. Per non dimenticare la ‘macelleria messicana’

genova2001G8 di Genova anno 2001, scuola Diaz. “Mi hanno bastonata e presa a calci, si divertivano a sentire i miei gemiti”. Racconta la fuga disperata al quarto piano, l’ultimo piano della scuola Diaz. Era in preda al panico mentre quelli, i “tutori dell’ordine”, sfondavano la porta. Quindi trovò un nascondiglio “in un piccolo locale vicino all’ascensore, una dispensa”. Lei e il suo ragazzo avevano deciso di presentarsi con le braccia alzate se la polizia li avesse trovati. Purtroppo i poliziotti li trovarono, e purtroppo le braccia alzate servirono a poco. Lena Z. ha oggi 34 anni, ne aveva 24 al G8, quando tornò a casa, ad Amburgo, con le costole fratturate e lesioni che comportano tuttora una riduzione della capacità polmonare del 30 per cento. “Nella dispensa – ha raccontato la giovane tedesca rispondendo al pm Enrico Zucca – siamo rimasti pochissimo, poi abbiamo sentito passi pesanti, di stivali, e altri rumori come se la polizia stesse picchiando con i bastoni sul muro. Sono arrivati e hanno aperto la porta. Il mio ragazzo è stato trascinato fuori subito, lo hanno circondato e hanno iniziato a colpirlo con il bastone”. Quel ragazzo fu massacrato da delinquenti in divisa, in soprannumero e a volto coperto. Delinquenti e vigliacchi, e ancor più vigliacchi perché agirono “coperti” e protetti da una divisa. “Io ero rimasta là, nella dispensa. Mi hanno tirata fuori per i capelli, credo di essere caduta quasi subito. Ero sdraiata e mi colpivano con calci alla schiena e bastonate ai fianchi. Ho sentito le mie costole che si fratturavano. Un poliziotto mi ha picchiato col ginocchio tra le gambe. Loro continuavano a picchiarmi e io sono scivolata di nuovo a terra. Avevo la sensazione che si stessero divertendo. Così ho deciso di non gridare più per non invogliarli a colpire ancora. Ero sdraiata contro il muro, mi hanno spinta a calci verso le scale e mi hanno buttata giù, uno mi teneva per i capelli, avevo la testa all’altezza della sua anca e le gambe pendevano indietro. E da dietro altri poliziotti mi picchiavano ancora. Al secondo piano mi hanno gettata su altre due persone già a terra. Non si sono mossi. Mi sono accorta del sangue che scorreva sulla mia faccia, non riuscivo più a muovere il braccio destro. I poliziotti sono passati più volte accanto a me e ognuno di loro si fermava a sputarmi in faccia, alzandosi la visiera e togliendosi il fazzoletto rosso”. Questa era la testimonianza della giovane tedesca la cui foto con il volto coperto di sangue fece il giro del mondo. Pochi le credettero al processo. Poi, a distanza di quasi 6 anni, nel 2007, Michelangelo Fournier, all’epoca del G8 vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma, descrisse quello che vide al momento dell’irruzione nella scuola Diaz: “Sembrava una macelleria messicana”. Poche parole, agghiaccianti, la cui crudezza dà, più di mille discorsi, il senso preciso di quel che fu quella spietata mattanza.
scuola_diazEppure la descrizione che Fournier aveva fornito inizialmente era stata ben diversa. Ma gli va riconosciuto e dato onore che fu uno dei pochissimi ad avere la forza di dire, anche se in ritardo, come realmente erano andate le cose. Quelle terribili parole non le dimenticheremo mai. Ma ne disse anche altre Fournier, e altrettanto gravi: “Arrivato al primo piano dell’istituto ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sono rimasto terrorizzato quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Pensavo addirittura che stesse morendo. Fu a quel punto che gridai: basta basta, e cacciai via i poliziotti che picchiavano. Intorno alla ragazza, per terra, c’erano dei grumi che sul momento mi sembrarono materia cerebrale”. Il dato di fatto è che con il pretesto di una sassaiola inesistente, della presenza di due molotov e di un altrettanto inventato accoltellamento, giustificarono il massacro di sessantuno persone, spaccando milze, teste ed ossa, senza pietà. Per arrestare 93 innocenti, i nostri “guardiani della legalità” arrivarono anche a manipolare le prove, o meglio, a inventarle e costruirle (come le false bottiglie molotov). Dal processo emergono le responsabilità dei superpoliziotti coinvolti nel massacro. Il 22 luglio del 2001, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi dichiara alle telecamere: “Ho avuto questa mattina una telefonata del ministro degli Interni, che mi ha rappresentato il ritrovamento di armi improprie all’interno del Genoa Social Forum e la individuazione di 60 persone appartenenti alle squadre violente che si erano occultate, tra gli esponenti stessi del Genoa Social Forum. […] non c’era una distinzione tra coloro che hanno operato la violenza e la guerriglia e gli esponenti del Genoa Social Forum che, anzi, avrebbero favorito e coperto questa loro presenza”. Degno premier di un paese “democratico” che consente scempi del genere. Lo stesso giorno la Polizia di Stato organizza una conferenza stampa nel corso della quale i giornalisti non possono fare domande, ma solo ascoltare la lettura di questo comunicato: …”Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. Sono state sequestrate armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Le indagini successive hanno rivelato una verità differente: il Vicequestore Pasquale Guaglione, ha dichiarato ai PM genovesi che quelle bottiglie furono in realtà ritrovate da lui sul lungomare di Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente.
g8genovaMa il G8 di Genova non fu solo la Diaz. G8 sono stati i Black bloc che attaccano e le forze dell’ordine che li ignorano e preferiscono scagliarsi con cariche e lacrimogeni contro i cortei autorizzati. Nell’inchiesta diranno che si erano sbagliati perché non conoscevano la città. G8 è soprattutto l’assassinio di Carlo Giuliani e il tentativo di attribuire la morte ai suoi compagni: “Siete stati voi a ucciderlo, bastardi, con le vostre pietre”. Così urlavano i carabinieri. E per un momento forse tutti ci abbiamo creduto. E poi le torture nel “carcere” di Bolzaneto. Dieci anni fa la città di Genova fu violentata. Le regole della democrazia sospese e calpestate, gli fu sputato addosso. Un ragazzo fu ucciso. Migliaia vennero percossi senza alcuna ragione, senza aver fatto nulla, solo per il fatto che erano lì. Giorni che passano e ferite che ancora non si rimarginano, ed è meglio che sia così, che quelle ferite non si chiudano mai, perché ci costringeranno a non dimenticare. Quel movimento pacifico fece paura e fu stroncato a Genova con una repressione senza precedenti, come forse neanche in un regime dittatoriale sudamericano degli anni ‘70 ci si sarebbe azzardato a fare. Eppure eravamo in Italia ed era il 2001. E i responsabili di tali violenze, pur essendo stati condannati, sono ancora al loro posto, e molti sono stati promossi ai vertici del ministero dell’Interno. E anche il premier di allora, quel presidente del consiglio che tentò di proteggerli, è ancora qui. Strano paese il nostro…
Amnesty International definì quella mattanza la più grave violazione dei diritti umani dal secondo dopoguerra. Non c’è nessun altro Paese al mondo che abbia i vertici delle polizie e dei servizi segreti condannati in appello. E le immagini di quel G8 scorrono ancora davanti agli occhi di tanti di noi. E fanno male, tanto male. Ma non ai nostri occhi, ai nostri cuori e, spero, alle nostre teste. E mi auguro che questo dolore resti lì per sempre, come monito per il futuro.
Mi calo il cappello sugli occhi e mi addormento.
 
Pino D’Agostino da Interno 18
 
 
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Blocchi Neri, Tute Bianche e Zapatisti nel movimento antiglobalizzazione

Tutti i mali che nascono nelle repubbliche si devono alle violente inimicizie che dividono la nobiltà dal popolo perché, mentre l’una vuole comandare, l’altro non vuole obbedire. [Niccolò Machiavelli]

…s’è accesa, a poco a poco, una nuova epoca d’incendi, di cui nessuno di coloro i quali vivono ora vedrà la fine: l’obbedienza è morta. [Guy Debord]

Piu’ di mezzo secolo fa, George Orwell scrisse che una societa’ perviene ad essere totalitaria quando le sue strutture diventano palesemente artificiali, cioe’ quando la classe dominante riesce a sostenersi unicamente grazie alla forza e all’inganno. Una tale societa’ non puo’ permettersi di essere tollerante, ne’ puo’ autorizzare un resoconto veridico di cio’ che accade.
Oggi il Grande Fratello e’ al governo ovunque e combattere le sue menzogne risulta piu’ difficile che ai tempi di Orwell. Lo si e’ visto in occasione delle manifestazioni contro il vertice dei potenti, tenuto a Genova a fine luglio 2001.
Ci e’ parso utile, per ristabilire la verita’, provare a ricomporre frammenti di quel resoconto, come strumenti da mettere a disposizione di chiunque intenda liberamente avvalersene.
In quei giorni erano all’opera un numero impressionante – forse centomila – fra microfoni, macchine fotografiche, cineprese e videocamere, la qual cosa, se da un lato ha attizzato la curiosita’ malevola dei pubblici ministeri, dall’altro ha reso piu’ facili la memoria e il ripensamento critico.
Inoltre, grazie alla creazione di Radio Gap e al suo sito Internet (www.radiogap.net/it ), l’informazione e’ circolata in tempo reale ed ha potuto essere seguita in piu’ lingue da qualsiasi parte del mondo.
Ci siamo dunque avvalsi di questo materiale e delle testimonianze che coloro i quali sono stati a Genova hanno, in prima persona registrato.
In un’epoca che pare avere perduto ogni certezza, e’ molto difficile prevedere quali potranno essere gli sviluppi di questo movimento, ma di sicuro, per molto tempo non potremo percorrere la via accidentata della liberazione umana, senza ricordarci di Genova.

1. Genova: un esercizio di democrazia totalitaria

La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato d’eccezione” in cui viviamo e’ la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo. Allora ci stara’ davanti, come nostro compito, di suscitare il vero stato d’eccezione…
W. Benjamin

polizia01In preparazione del vertice, la citta’ venne smontata e ricomposta in base a criteri che aggiornavano l’urbanistica controinsurrezionale del barone Haussmann, l’architetto che, dopo la rivoluzione del 1848 aveva demolito interi quartieri di Parigi per prevenire la costruzione di barricate e consentire i movimenti dell’artiglieria.
In bilico fra l’ostentazione del proprio potere e la consapevolezza di una crescente impopolarita’, i signori governanti avevano stabilito di asserragliarsi nella «zona rossa». L’accesso rimase consentito solo a residenti – invitati in ogni modo a prendersi una piccola vacanza e diffidati comunque a non stendere antiestetiche mutande (?!) nelle vie proibite – portaborse, funzionari, giornalisti accreditati di un «passaporto interno».
Intorno, a dividere in due la citta’, ventimila tra poliziotti, finanzieri e carabinieri, tremila militari, paracadutisti, guardie carcerarie, marines, avieri, incursori, sommozzatori, e specialisti della guerra batteriologica, nucleare e chimica.
Nel contempo la temperatura politica veniva alzata artificialmente grazie a un maldestro remake della strategia della tensione: lettere-bomba, piccoli attentati, falsi allarme. Una mossa prevedibile. In Italia, ogniqualvolta appare un movimento di protesta, i corpi separati dello stato rimestano nel torbido.
Il 19 luglio, Genova aveva ormai assunto l’aspetto kafkiano di una citta’ blindata e semi abbandonata: chiuse le stazioni ferroviarie, chiusi il porto e l’aeroporto, chiusa la strada sopraelevata lungo il mare come pure il principale accesso autostradale, chiusi gli accessi alle spiagge, chiusi i posti di lavoro, sospesi i matrimoni, le operazioni chirurgiche, i funerali, capillare ed ossessivo il controllo sul territorio e lo sfoggio di potenza militare. Nemmeno ai tempi dell’occupazione nazista o durante la grande sollevazione del luglio 1960, si era giunti a tanto.
Quel giorno, nel corso di una pacifica manifestazione per la tutela dei migranti (quelli residenti a Genova poco presenti in piazza, per via delle minacce recapitate dalla polizia, casa per casa, nelle settimane precedenti), cio’ che si pote’ constatare fu l’incompatibilita’ della libera circolazione di tutti, e non solo dei clandestini, con la sicurezza dei governanti. Nell’ansia di difendersi dalle migliaia di assedianti giunti dai cinque continenti, e per verificare l’efficacia di nuovi dispositivi di dominio, essi avevano sospeso per decreto la rassicurante cappa della normalita’ sociale.
La citta’ era a tal punto intasata da reti metalliche barriere, percorsi obbligati e labirinti ossessionanti, che il suo attraversamento a piedi da Ovest a Est – d’abitudine una bella passeggiata per il centro storico piu’ grande d’Europa – avrebbe richiesto un percorso di varie ore attraverso i monti!
Il 20 luglio, quando tra calici di vino e linguine al pesto (rigorosamente senz’aglio, per compiacere le idiosincrasie alimentari del satrapo Berlusconi) l’e’lite globale – il senato virtuale del mondo, secondo la definizione di Noam Chomsky – si fu riunita infine a Palazzo Ducale per ragionare amabilmente del destino dell’umanita’, poco lontano, al di la’ delle barriere protettive, una parte di quell’umanita’ decise di riprendere in mano il proprio destino.
La reazione non si fece attendere. Il cielo fu solcato da assordanti elicotteri da combattimento da cui – come nel film Apocalypse Now – si affacciavano, minacciose, le sagome dei gorilla di stato armati fino ai denti. Piu’ sotto, squadracce di poliziotti e carabinieri sfogavano i loro istinti sadici contro manifestanti inermi e seminudi, arretrando di fronte ai Black Blocs i quali, altrove, colpivano con efficacia carceri, banche, commissariati e supermercati.
La sera del 21 gli sbirri, ansiosi di scrollare dai manganelli la polvere di troppi anni di quiete sociale, devastavano due scuole dove si trovavano centinaia di manifestanti. In una di esse, aveva sede il centro multimediale del movimento.
Gli arrestati, per la maggior parte sorpresi nel sonno, vennero massacrati al canto di Faccetta nera, la vecchia canzone fascista. Le violenze continuarono negli ospedali, nelle caserme, nelle carceri, scandite da slogan inequivocabili «Un, due, tre, evviva Pinochet, / quattro, cinque, sei, diamo fuoco agli ebrei, / sette, otto, nove, il negretto non commuove».
Piu’ ancora di questo misero folklore, se vi e’ un elemento nella condotta del governo italiano che davvero richiama il fascismo, e’ l’inquietante modo di dare la caccia ai manifestanti, non gia’ perche’ facessero qualcosa di proibito o si astenessero da qualcosa di obbligatorio (non ci furono ne’ intimazioni di sgombero, ne’ ordini di scioglimento; la polizia, semplicemente, assali’ il corteo), ma, come dei nuovi ebrei, per la semplice colpa di esistere.
Il bilancio fu di proporzioni belliche: piu’ di 300 arresti, 600 feriti, decine di teste fracassate, braccia e gambe spezzate, un numero imprecisato di torturati in caserma, forse qualche desaparecido, e l’odore acre del sangue di un morto sull’asfalto ardente.
Fu un esperimento di controguerriglia freddamente pianificato nelle alte sfere dell’e’lite mondiale o, semplicemente, una bravata del centrodestra nazionale ansioso di consumare sui «rossi» la vendetta per la cacciata di quarantun anni prima?
La tempestiva proposta tedesca di creare una forza europea antisommossa, l’insistenza che si leva da ogni parte per la creazione di un’anagrafe internazionale dei sovversivi, farebbero propendere per la prima ipotesi, pero’ la questione rimane aperta.
A Genova si trovava riassunto il peggio di due anni di repressioni globali: le torture e i canti nazisti a Praga e a Napoli, la rete metallica a Quebec, il blocco delle vie di fuga ancora a Napoli, l’assalto alle scuole concesse al movimento e i colpi di pistola ad altezza d’uomo a Goteborg.
Mentre Berlusconi non arrossiva proclamando: «Il G8 ha lavorato bene e, per la prima volta, si e’ aperto alla societa’ civile», da parte sua, il fiammeggiante vice primo ministro, Gianfranco Fini, avvertiva: «il nostro e’ uno stato democratico dove nessuno ha il diritto di pensare che vi siano soppressioni di liberta’».
Il messaggio e’ chiaro: il nostro e’ il migliore dei mondi possibili, nessuno si azzardi a sollevare obiezioni. E, giustamente, il ruolo di polizia del pensiero, i neofascisti al governo – eredi proprio di chi il vocabolo «totalitarismo» lo invento’ – lo reclamano per se’.

2. Elogio del provocatore

Carlo Giuliani non era “vestito di nero”. Non era un anarchico insurrezionalista. Non era uno squatter. Non era un punkabbestia. Era solo un ragazzo arrabbiato contro questo mondo, che si e’ difeso uccidendolo.Non era uno dei pochi, era uno dei tanti.

Genova: pochi o molti? Comunicato firmato Alcuni anarchici 24.7.01

black_bloc_genovaMentre le polizie ed i governi del mondo – in special modo quello italiano – riesumavano il logoro fantasma dell’anarchico bombarolo, stampa e televisione scoprirono un nuovo filone su cui campare: il misterioso Black Bloc, ultimo antieroe della guerra sociale.
Poiche’ la verita’ non si annovera tra le aspirazioni dei giornalisti, un elenco delle loro menzogne risulterebbe lungo e tedioso. Con modeste varianti, il ritornello e’ questo: da Seattle in poi, gruppi di manifestanti buoni protestano in maniera civile contro la globalizzazione neoliberale. Organizzano seminari, gruppi di studio, incontri. Hanno delle proposte. Vorrebbero essere ascoltati. E magari lo sarebbero anche se alcuni parassiti non ne approfittassero per compiere atti di vandalismo sconsiderato.
Il loro nome e’ Black Bloc, vestono di nero e, come ninja, appaiono e scompaiono con grande rapidita’. Silenziosi e misteriosi, vengono da lontano: Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Paesi Baschi (e qui si evocava il fantasma di ETA…), Grecia, Europa Orientale.
C’erano tutti gli elementi per costruire il mostro: il cattivo anarchico non e’, di preferenza, un prodotto nostrano. Un’idea questa, del male in genere e dell’anarchico in particolare, di chiaro stampo statunitense: il nazionalismo nordamericano contemporaneo si forma, fra l’altro, intorno alla campagna contro i sovversivi stranieri.
«Zanzare agili e veloci, prive di consenso, che rappresentano una disgrazia per tutti» – li definira’ la Tuta Bianca Marco Beltrami, portavoce del «Laboratorio del Nord-Ovest», dimenticando che, prima di Genova, in un’intervista con un esponente dei BB americani, la rivista Carta, vicina al suo gruppo, aveva addirittura manifestato un interesse a diventarne l’interlocutore privilegiato in Italia.
Inoltre, in giugno, a Goteborg, Tute Bianche e BB si erano trovati in piazza insieme, senza particolare conflitti. Fu, solo dopo il 20 luglio, che le Tute individuarono nei BB il capro espiatorio ideale.
«Perche’ non li hanno fermati alla frontiera?», tuonarono tutti i quotidiani, compresi Liberazione e Manifesto, che fino al giorno prima avevano strepitato a favore della libera circolazione dei manifestanti.
Nelle ore successive alla morte di Carlo Giuliani circolarono tutte le ipotesi, comprese le piu’ stravaganti. Hooligans? Infiltrati? Tifosi diffidati cui era stata garantita l’impunita’? Agenti al servizio di interessi oscuri? Di sicuro, comunque, provocatori.
Ogniqualvolta ci si imbatte nella parola «provocatore», emerge inevitabilmente una mescolanza di rabbia e di simpatia. Rabbia perche’ chi non abbia interamente abdicato alla memoria non puo’ proprio sopportare la riscoperta del linguaggio sinistro – «provocatore anarchico» – che reca l’impronta sanguinosa di Stalin. Simpatia perche’, a ben guardare, le esperienze rivoluzionarie piu’ significative del Novecento non avrebbero avuto luogo se non ci fossero stati dei «provocatori» a provocarle.
Provocatori furono di volta in volta gli insorti di Kronstadt; gli anarchici e i comunisti libertari nella Spagna del 1937; gli operai in rivolta nei paesi chiamati socialisti, a Berlino, Budapest, Danzica; i ribelli di maggio in Francia e quelli del 1977 in Italia.
Forse non tutti ricordano che, nel gennaio 1994, la medesima etichetta fu affibbiata anche agli zapatisti messicani per essersi azzardati a tagliare, con la loro pretesa di vivere nella liberta’ e nella dignita’, la fallimentare strada verso il potere della sinistra elettorale.

3. Black Blocs. Demolitori di vetrine. Demolitori di menzogne.

Signori il tempo della vita e’ breve, e se viviamo, viviamo per calpestare i re
William Shakespeare
Slogan del Network per i diritti globali

Roberto Bui, ideatore di Luther Blissett, aspirante nuovo leader delle Tute Bianche, scrisse in rete che, «nel momento in cui le pratiche del BB sono state usate contro di noi, dobbiamo dire con forza che queste persone sono politicamente morte. E se avessero un minimo di intelligenza dovrebbero essere i primi a fare l’esame di coscienza e suicidare un’esperienza che si e’, di fatto, conclusa a Genova» (23 luglio, Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.).

4. La lunga marcia delle Tute Bianche

“Sapevano cosa volevamo fare e avrebbero potuto permetterci di violare la zona rossa. La verita’ pero’ e’ che sono stati i carabinieri a far saltare tutto”
Luca Casarini, Il Nuovo, 27.8.01

“Non conta aver dato la propria parola. E’ a chi l’hai data, che conta”
Dutch – Ernest Borgnine, nel film “Il mucchio selvaggio”
1969, di Sam Peckinpah

Tute_biancheLe Tute Bianche amano presentarsi come un movimento di tipo nuovo, creativo, nonviolento. Sebbene provengano da esperienze operaiste ed ultra leniniste piuttosto truculente la cui espressione teorica e’ l’opera di Toni Negri, ripudiano adesso l’idea della conquista del potere, rifiutano i modelli monolitici e ostentano l’influenza degli zapatisti messicani e, piu’ precisamente, l’influenza del subcomandante Marcos.
L’immagine e’ falsa. Infatti, aldila’ delle apparenze, le Tute rassomigliano piu’ ad un partito tradizionale con tanto di leader – ora chiamati portavoce –, una separazione netta tra dirigenti ed esecutori, un’ideologia che si allontana sempre piu’ dalla pratica, un raffinato lavoro di lobbying istituzionale, e perfino candidati a cariche elettive nelle amministrazioni comunali e regionali.
Le Tute Bianche sono violente o nonviolente? Diciamo che difendono violentemente le ragioni della nonviolenza. Mentre, ad esempio, i Black Bloc, attaccano la proprieta’, le Tute amano spaccare la testa di coloro che contravvengono le loro regole.
I paradossi non finiscono qui: nonostante l’antipatia sovente manifestata in Italia nei confronti dei libertari e delle loro idee, essi coltivano all’estero la fama di essere anarchici. In Messico, dove hanno fatto molto chiasso, sono considerati degli irresponsabili. Ed in Italia sono riusciti a gettare il discreto sul tentativo, nobile all’inizio, di creare un movimento neozapatista nel nostro paese.
In realta’, la pratica delle Tute Bianche nasce all’interno dell’Associazione Ya Basta, creata nel 1996 dall’alleanza di centri sociali definita nella cosiddetta Carta di Milano: il Pedro di Padova ed il Rivolta di Mestre, il Leoncavallo di Milano, il Corto Circuito e il Forte Prenestino di Roma, lo Zapata e il Terra di Nessuno della Liguria e altri ancora.
I centri sociali (spesso menzionati con la sigla CSOA, dove O sta per occupato e A per Autogestito), nati da esperienze locali negli anni 70, nell’area generalmente conosciuta come Autonomia Operaia, costituirono vere e proprie isole di socialita’ alternativa strappate al grigiore dei ghetti metropolitani, che si dimostrarono capaci di una certa resistenza al riflusso degli anni ottanta.
Aggiungiamo che non sono mai stati una realta’ omogenea, ma piuttosto una serie d’esperienze locali che si sono venute diversificando – a volte contrapponendo – nel corso del tempo.
Verso l’inizio degli anni novanta, una parte di essi prese la decisione, molto criticata, di allacciare rapporti di collaborazione con autorita’ ed enti locali, con l’obiettivo di legalizzare il possesso degli edifici, ottenere riconoscimento istituzionale ed accedere a finanziamenti pubblici.
Non e’ nostra intenzione scagliare anatemi per questo, ne’ entrare nella merito di una storia complessa e accidentata. Il problema non e’ trattare con lo stato, ma come e perche’ si tratta. In Messico, ad esempio, gli zapatisti hanno mostrato che e’ possibile farlo, mantenendo, allo stesso tempo, un ragionevole margine di autonomia e senza venire meno a due principi irrinunciabili: la trasparenza e la verita’.
In quanto all’Italia, la profonda frattura che si era venuta creando all’interno dei centri sociali tra antagonisti e negoziatori venne in parte colmata proprio in seguito alla massiccia ondata di entusiasmo suscitata dalla ribellione degli indigeni messicani il primo gennaio 1994. Si apriva la possibilita’ di cominciare da capo e di costruire un nuovo grande movimento, non piu’ sul modello della solidarieta’, ma su quello, ben piu’ appassionante, del coinvolgimento e della condivisione.
Segui’ una tappa unitaria, di breve durata, culminata nel Primo Incontro Intercontinentale per l’Umanita’ e contro il Neoliberalismo, celebrato in Chiapas nell’agosto 1996, su invito del sub comandante Marcos. Quell’incontro puo’ essere considerato come l’atto di battesimo dell’attuale movimento contro la globalizzazione.
I problemi ricominciarono quando, in seguito alla proposta zapatista di organizzare un secondo incontro in Europa, si avviarono i dibattiti sulle modalita’ e i percorsi del nuovo appuntamento.
Le future Tute Bianche fondarono allora l’Associazione Ya Basta presentando la proposta di organizzare l’incontro a Venezia con l’appoggio del comune (il sindaco era Massimo Cacciari una persona non certo affine agli zapatisti, ne’, ad esempio, alla problematica degli immigrati clandestini), piu’ quello di Rifondazione (che allora sosteneva il governo neoliberista dell’Olivo) e de Il Manifesto.
Il viaggio di Bertinotti in Chiapas, insieme con alcuni esponenti del CSOA Corto Circuito di Roma, – organizzato con gran fragore pubblicitario nel gennaio 1997 – siglo’ la nuova alleanza, di cui gli zapatisti erano solo un pretesto, mentre cio’ che realmente contava erano le dinamiche interne italiane e il difficile equilibrio tra forze molto eterogenee.
Per Rifondazione, partito con un occhio puntato sui movimenti e l’altro sui sondaggi elettorali, era vitale mettere radici in quel grande serbatoio di voti che sono i giovani; e per questi centri sociali era importante proseguire la lunga marcia nelle istituzioni. La coalizione dell’Ulivo, da poco insediata grazie alla somma dei voti degli ex comunisti e degli ex democristiani, offriva nuove, inaspettate, opportunita’ all’operazione.
Tanto in Europa come in Italia, pero’, il grosso del movimento boccio’ la formula veneziana, preferendo la proposta presentata dai collettivi spagnoli di un incontro autorganizzato ed autofinanziato in cinque localita’ della Spagna.
A quel punto Rifondazione e Ya Basta scelsero la via dei rapporti diretti e privilegiati con il comando zapatista, boicottando l’incontro spagnolo con il significativo pretesto che gli organizzatori non erano altro che … un mucchio di anarchici, e spedendo in Chiapas Gianfranco Bettin, prosindaco di Venezia, per invitare gli zapatisti a un incontro concorrenziale, messo in piedi in gran fretta per la fine di settembre.
In seguito, gli aderenti a Ya Basta, non esitarono a proclamare se’ stessi Comunita’ Zapatiste, dando luogo a equivoci grotteschi. Infatti, una cosa e’ il proclamarsi ribelle di una comunita’ india a partire da una pratica reale di rottura ed autonomia ed un’altra, molto differente, e’ che un gruppo di persone si autoproclami «comunita’», senza che a cio’ corrisponda nulla di autentico.
Nei mesi successivi, il Messico continuo’ ad essere al centro delle preoccupazioni di tutti in Italia. Il massacro di Acteal (23 dicembre 1997) apri’ una nuova fase unitaria il cui punto culminante fu la grande manifestazione di gennaio a Roma: 50.000 persone in piazza per protestare contro la politica genocida del governo messicano.
Su iniziativa dei collettivi che avevano sostenuto l’Incontro in Spagna, in febbraio vi fu l’iniziativa della Commissione Civile Internazionale per l’Osservazione dei Diritti Umani.
Poiche’ la Costituzione messicana prevede l’espulsione degli stranieri che si intromettono negli affari interni, la commissione si muoveva sul filo del rasoio. Per visitare le zone del conflitto, come a gran voce chiedevano le comunita’ maya colpite dalla repressione, era necessario ottenere il permesso delle autorita’, il che imponeva evidenti limitazioni. Anche la pretesa di essere degli osservatori «neutrali» era un assurdo, pero’ erano in gioco molte vite umane e ne valeva la pena.
L’iniziativa ebbe successo. La Commissione, alla quale parteciparono anche alcuni membri di Ya Basta, riusci’ ad intervistare centinaia di persone, scrivendo poi un rapporto dettagliato che fu di grande utilita’ per tutti coloro che lavoravano sul Chiapas.
Un paio di mesi dopo, in aprile, Ya Basta torno’ in Messico, questa volta senza l’ingombro di altra gente. Se in Italia proseguiva a gonfie vele la politica di avvicinamento al governo di centro sinistra, il Chiapas offriva un terreno ideale per dare sfogo alla spinta rivoluzionaria che continuava a venire dalla base.
Il 6 maggio 1998, 135 militanti di Ya Basta forzarono un posto di blocco tenuto da cinque agenti della polizia di frontiera in piena Selva Lacandona. Seguiti da uno stuolo di giornalisti, essi irruppero nel villaggio di Taniperla, uno dei piu’ conflittuali della regione, dove il gruppo paramilitare Movimiento Indígena Revolucionario Antizapatista (MIRA) terrorizzava da tempo la popolazione civile.
Dopo alcuni spintoni e un paio di momenti drammatici, i militanti di Ya Basta tornarono a San Cristobal, non senza rilasciare dichiarazioni incendiarie. Seguirono il rituale dell’espulsione, ed un grottesco viaggio a Strasburgo a bordo di un aereo noleggiato dal governo messicano. È dubbio il beneficio che ne trassero gli indigeni di Taniperla i quali vivevano un dramma autentico. Inoltre, l’incidente servi’ da pretesto per ridurre ancor piu’ l’erogazione di visti agli osservatori, pero’ l’obiettivo di Ya Basta, far parlare di se’ e creare scandalo, era raggiunto.
Piu’ recentemente, in occasione della marcia zapatista del marzo 2001, le Tute Bianche monopolizzarono la sicurezza dell’EZLN, comportandosi come Hell’s Angels a un concerto, ed agendo in maniera violenta ed autoritaria nei confronti degli altri membri della carovana.
Queste prodezze messicane illustrano bene la doppiezza del gruppo: essere intransigenti e rivoluzionari all’estero, ma accettare tutti i compromessi, compresi i piu’ disonorevoli, a casa propria.
Anche l’idea della tuta, messa per la prima volta a Milano verso la fine del 98, si ispira esplicitamente agli zapatisti. Infatti, gli «invisibili» metropolitani vestono di bianco, cosi’ come gli indigeni del Chiapas si coprono il volto di nero: per essere visti.
Tuttavia, se il fine e’ di essere ripresi dai telegiornali, invitati ai talk show e magari stipendiati da qualche istituzione, l’oro delle comunita’ diventa piombo volgare, mentre le poetiche immagini dei maya («camminiamo interrogandoci», «esercito di sognatori») si convertono in fastidiosi e vuoti ritornelli.
E, per risultare piu’ telegeniche, le contestazioni stesse finiscono per essere concordate con la polizia e gestite come vere e proprie performance teatrali (Guerriglia urbana? Ma vi prego…, Il Manifesto, 1 febbraio 2000). A Milano si e’ arrivati al punto di presentare come una grande vittoria la chiusura di un lager per immigrati che era gia’ stata decisa dalle autorita’.
In occasione del G8 di Genova, nonostante Berlusconi offrisse una sponda assai meno rassicurante dei governi «amici» che lo avevano preceduto, pare ormai accertato esistesse un accordo piu’ o meno esplicito per consentire al corteo dei disubbidienti (altro nome delle Tute Bianche) di operare uno sfondamento simbolico della Zona Rossa in piazza Verdi, seguito da altrettanti simbolici fermi, che sarebbero dovuti cessare la sera.
Ma il nubifragio della notte di giovedi’ impose alle Tute di posticipare al mattino successivo la «prova generale» dell’attacco, e di partire quindi con piu’ di due ore di ritardo sulla tabella di marcia concordata. Come per Napoleone a Waterloo, la pioggia si doveva rivelare fatale: prima che il corteo potesse infine raggiungere il punto prestabilito, si trovo’ davanti «alla violenza della Storia» (Marco d’Eramo, Il Manifesto, 24.7.01).
E cosi’ la lunga marcia e’ arrivata al traguardo. Partiti dalla contestazione totale e dal brivido voluttuoso del passamontagna di negriana memoria, essi sono pervenuti a pretendere sconti, treni speciali, aerei e alberghi per andare a contestare, esattamente come i sindacati di regime.
Loro li chiamano «rapporti di concretezza con le istituzioni», pero’ collaborare non e’ lo stesso di trattare. Si tratta quando si e’ differenti, mentre quando si collabora si e’ omologhi. Ne era ben consapevole, gia’ il 23 aprile 1998, un Casarini ancora poco noto che dichiarava al quotidiano Il Gazzettino «Lo Stato non e’ piu’, d’ora innanzi, il nemico da abbattere, ma l’omologo con cui dobbiamo discutere».
Tale collaborazione, che li ha condotti, di volta in volta, ad intrecciare relazioni con Rifondazione, i Verdi e gli stessi DS (Casarini e’ stato consulente retribuito di Livia Turco, ministro degli affari sociali del governo Amato), a ricevere sponsorizzazioni da grandi aziende, a presentare e talvolta far eleggere rappresentanti nei consigli comunali di Venezia, Roma, Milano, ha ormai superato tutti i limiti.
Piu’ volte e in differenti luoghi (Bologna, Aviano, Treviso, Rovigo, Roma, Venezia, Padova… ) le Tute hanno fatto le veci della polizia, aggredendo fisicamente anarchici, autonomi, o semplicemente persone che non condividevano le loro indicazioni.
Istruttivo e’ anche il loro «breviario della disobbedienza civile», in cui spiccano istruzioni quali: «7. Qualunque iniziativa va concordata con le tute bianche; 8. Non ci deve essere ne’ lancio di alcunche’ ne’ altro che non sia concordato con gli organizzatori; 11. Durante il corteo nessuna iniziativa personale o di gruppo deve essere messa in atto; 12. Si prega di segnalare alle tute bianche qualunque cosa succeda».
Esasperati da questi comportamenti, alcuni anonimi compagni dell’area antagonista diffusero a principio di luglio, un violento documento contro le Tute che recava il titolo significativo di «Pompieri della rivolta» (lista ecn.org).
L’ultimo episodio vergognoso e’ avvenuto a Venezia, pochi giorni dopo i fatti di Genova, allorche’ un gruppo di Tute appartenenti al CSOA Rivolta di Mestre ha aggredito un gruppo di persone intente a un banchetto di solidarieta’ con gli incarcerati.

5. Un nuovo mondo e’ possibile: basta farlo. Noi. Oggi.

Dal piacere di creare al piacere di distruggere non c’e’ che un’oscillazione,
che distrugge il potere.
Raoul Vaneigem

carlo_giuliani2Il 21 luglio, all’indomani dell’assassinio di Carlo Giuliani, le 300.000 persone sfilate a Genova, nonostante gli evidenti pericoli, hanno risposto affermativamente alla domanda in sospeso fin dai giorni Seattle: questo movimento esiste e, come sottolineano i compagni della rivista Vis-a’-vis, «non cerca legittimazioni di sorta: semplicemente impone la propria presenza, riprende la parola, pratica il proprio rifiuto».
Eppure, quella medesima forza che si e’ espressa con tanto vigore ha condotto ad un conflitto preoccupante tra le diverse tendenze che, fin dal principio, convivono al suo interno, seminando profondi interrogativi per cio’ che attiene il futuro.
Contro l’opinione di coloro che cercano l’unita’ a tutti i costi, bisogna prendere atto che il movimento contro la mondializzazione ha molte anime. Fin dal principio ne e’ esistita una pacifista, ed una propensa all’azione diretta, con un’infinita gamma di variazioni intermedie.
La sua forza potrebbe risiedere proprio in questa dimensione plurale e nella molteplicita’ delle sue espressioni internazionali. Oggi il mondo e’ in subbuglio dal Karnakata alla Tailandia, da Seattle a Genova, dalla Selva Lacandona a Puerto Alegre.
In un intervista recente, il sub-comandante Marcos ha recentemente affermato: «Crediamo sinceramente che a livello mondiale i nostri ‘no’ si sommino semplicemente con tutti gli altri che provengono dal resto del pianeta, mentre i ‘si” debbano ancora essere individuati. (…) Non crediamo che tutti questi ‘si” possano articolarsi in un unico corpo mondiale. Anzi, non consideriamo questa eventualita’ auspicabile. Non crediamo, insomma, che alla globalizzazione si debba opporre una nuova internazionale» (rivista Linus, 6 luglio ’01).
Il problema e’ che mentre la tendenza radicale non pretende di esercitare egemonia alcuna, ed anzi ammette apertamente la possibilita’ di altri approcci, non si puo’ dire altrettanto di molti, anche se non tutti, i pacifisti.
Questi hanno sovente criminalizzato i primi, impiegando …la violenza, la calunnia, e perfino la delazione con esiti sono sovente grotteschi. Era gia’ accaduto a Seattle ed e’ accaduto di nuovo a Genova. Al direttore di Liberazione, Sandro Curzi, che in TV, contestava alla polizia di non avere agito preventivamente contro i violenti, un funzionario ha dovuto rispondere imbarazzato: «dottor Curzi, questo non e’ uno stato di polizia, quel che ci chiede noi non lo possiamo fare».
A tutti costoro e’ bene ricordare il monito di Orwell: «la differenza importante non e’ tra violenza e nonviolenza, ma tra avere o no appetito di potere. Vi sono individui che disprezzano la polizia e l’esercito, ma si rivelano poi molto piu’ intolleranti ed inquisitori di coloro che ammettono la necessita’ di usare la violenza in circostanze determinate» (Inside the Whale and Other Essays, Penguin Book, 1962, pag. 118).
Sebbene il problema esista, le contraddizioni principali non sono tra violenti e nonviolenti e forse neppure tra chi cerca alternative al capitalismo e chi, invece, vorrebbe semplicemente abbellirlo o limitarne i danni.
La malafede nelle accuse di alcuni autoproclamati portavoce contro chi agisce in maniera indipendente indica che la posta in gioco e’, appunto, il potere. Calunniare e’ grave: gli stalinisti lo hanno fatto a Barcellona nel 37 ed ogni qualvolta si sono sentiti minacciati nei loro interessi.
Occorre inoltre tenere presente che, come fanno notare i BB la violenza risiede, prima di tutto, nelle relazioni sociali stesse. Chi fu il primo a scatenarla a Genova? Il governo italiano che blindo’ la citta’? Le multinazionali che in nome del libero commercio depredano l’umanita’ e la madre terra? Gli stati che le proteggono? I Black Bloc? Il carabiniere che sparo’? Carlo Giuliani che gli ributto’ addosso l’estintore?
Quanto alla nonviolenza, lo stesso Gandhi affermo’ piu’ volte che, sebbene la considerasse superiore alla violenza sia da un punto di vista tattico che etico, non si poteva fare di cio’ un dogma e che, in ogni caso, era preferibile essere violenti che codardi. La nonviolenza – diceva – e’ una scelta valida solo se praticata da chi rinuncia a una violenza che avrebbe la forza di praticare. E non e’ certo la pratica del topo che fugge di fronte al gatto.
Oggi una tale pratica corre il rischio di essere immiserita da comportamenti addomesticati e condiscendenti. Se il movimento deve crescere, nonviolenza non puo’ voler dire astensione, neutralita’ o, peggio, collaborazione, ma disobbedienza, determinazione, azione, costruzione di altro.
Se l’aspetto propositivo della violenza vandalica pratica dai BB, consiste proprio nel mettere in crisi la pretesa neutralita’ delle relazioni sociali e nel ricondurre al centro dell’attenzione la loro precarieta’ storica, ogni gesto inscritto in questo registro rischia di rimanere prigioniero di una negazione simbolica dell’esistente. «Il fine non giustifica i mezzi», ci mandano a dire gli zapatisti dal Messico. E gli anarchici replicano: «da due secoli lo sappiamo» e non puo’ dirsi casuale il numero crescente di bandiere rosse e nere in tutti gli appuntamenti del movimento che cresce.
Con o senza violenza, l’essenziale e’ che ciascuno individui la propria strategia e il proprio percorso; perche’ la rivoluzione questo e’: liberazione, scatenamento dei percorsi, movimento centrifugo, non centripeto.
Non e’ necessario, avere obiettivi ambiziosi ne prefiggersi la distruzione del capitalismo per essere disponibili, qui e subito, a lottare contro la barbarie neoliberista. Oggi, non vi e’ piu’ un palazzo d’inverno da conquistare e il vecchio dibattito tra «rivoluzionari» e «riformisti» appare obsoleto.
Accantonando questa terminologia, molti preferiscono definirsi semplicemente «ribelli», parola che sottolinea l’assenza di un programma compiuto nel senso inteso dai vecchi partiti comunisti. Ed anche per cio’ che riguarda i nostri vecchi sperimentati nemici, il capitalismo e lo stato, forse, piu’ che di distruzione, converrebbe forse parlare di accantonamento, di dismissione, di soffocamento, di abbandono.
È merito degli zapatisti aver attirato l’attenzione su tali questioni e, in particolare, su quella del potere. Piu’ volte essi hanno ripetuto di non essere interessati a governare ne’ a sedere in parlamento. Cio’ che li distingue dai partiti e dalle guerriglie tradizionali non e’ l’impiego (o l’accantonamento) delle armi, ma il tentativo di andare oltre i vecchi modelli tanto bolscevichi come socialdemocratici.
Un tale superamento implica la creazione (non facile) di un terreno nuovo di lotta politica, non certo trasformarsi in un gruppo di pressione o in una lobby.
Fanno sorridere le dichiarazioni del solito Cassen, il quale annuncia, niente meno, l’imminente iscrizione del sub comandante Marcos, senza piu’ passamontagna ed in versione «civile» (…e l’EZLN?) ad Attac (La Repubblica, 20 agosto). Cosi’, il fuoco della prima rivoluzione del secolo XXI dovrebbe essere spento con lo straccio bagnato della Tobin Tax…
Ancor piu’ fanno sorridere le affermazioni del medesimo Tobin il quale, smentisce i suoi discepoli, dichiarando di essere, da sempre, un fervente sostenitore della globalizzazione e di avere proposto a suo tempo, quella tassa…per «favorire il libero mercato», di cui, dice «sono, come tutti gli economisti, un fautore».
Attac e il gruppo di intellettuali raccolti intorno a Le Monde Diplomatique rappresentano oggi l’ultima versione della vecchia e fallimentare utopia socialdemocratica. Coloro i quali pensano di risolvere la disgrazia dei poveri tassando i ricchi non paiono consapevoli di fondare il futuro sulla permanenza precisamente dei ricchi, e dello sfruttamento che li produce, delle produzioni assassine che li alimentano, dello stato che li garantisce.
No, non ci accontenteremo di fare petizioni, ne’ diventeremo una Ong con voto consultivo all’Onu. A Seattle, come a Genova e nella Selva Lacandona, la scommessa era un’altra.
«Un nuovo mondo e’ possibile: basta farlo. Noi. Oggi.» Questo e’ un altro dei tanti messaggi che ci arrivano dalla Selva Lacandona. Oggi l’importante e’ creare situazioni di rottura, aprire il cammino a una socialita’ diversa, intessere reti, stimolare incontri, favorire l’autonomia dei soggetti. L’apporto di tutti e’ necessario, quello dei popoli indigeni, delle loro civilta’, della loro capacita’ di resistenza, prezioso.
Il movimento e’ giovane e non ha ancora obiettivi definiti. Non importa, questi si chiariranno al momento opportuno. L’importante e’ non ripetere gli errori del passato, imparare a navigare in acque agitate, tra gli uragani della repressione e le risacche istituzionali.
Il momento e’ appassionante. Organismi come l’FMI, la Banca Mondiale o il G8, che prima ritenevano di poter agire indisturbati, sono adesso sulla difensiva e si trovano costretti a organizzare i loro incontri dietro mura invalicabili o in luoghi inaccessibili. Accordi che prima erano discussi in gran segreto e al riparo dalla furia popolare sono adesso sottoposti a dibattito pubblico.
Dopo Genova, meno gente nel mondo crede che la globalizzazione capitalista promuova la democrazia e la distribuzione della ricchezza. Tuttavia questo «stato d’emergenza», questo «momento del pericolo» faticosamente riemersi, non ammettono ripetizioni. Non conviene rincorrere una volta ancora il calendario dei signori governanti, riproponendo semplicemente quello che Tony Blair ha chiamato con spregio «il circo itinerante degli anarchici».
Anche il futuro delle manifestazioni di piazza solleva un gran numero di interrogativi. Il movimento e’ oramai, in maniera irreversibile, internazionale: questo fatto che da’ corpo come mai prima a centocinquant’anni di sogni e di speranze degli internazionalisti, impone pero’ a tutti un grande salto di qualita’ dal punto di vista dell’organizzazione e della comunicazione.
Chi ha vissuto l’avventura degli incontri zapatisti del 1996 e 1997, che tanta parte hanno avuto nel condurci dove ora ci troviamo, sa quanta fatica, sia pure entusiasmante, costi comunicare fra persone che non si conoscono, e che neppure parlano la medesima lingua. Il rischio dell’incomprensione, come pure quello dell’appiattimento a slogan di ogni ragionamento e’ sempre in agguato.
La bastonata che un BB ha assestato a un compagno dei Cobas che ragionevolmente invitava «non partite ancora, aspettate che tutti siano pronti» puo’ certamente essere ascritta in buona misura a questo oggettivo ritardo.
Sgombrato il campo dalle calunnie, il piu’ urgente e irrisolto dei problemi rimane: come armonizzare la violenza offensiva di alcuni con la nonviolenza di molti altri?
I Black Blocs, con buona pace dei calunniatori, non sembrano orientati al suicidio, ma nel futuro non sempre sara’ loro possibile fare come a Washington o a Quebec City.
Genova mostra gia’ ora un salto di qualita’ nella strategia repressiva. La scelta da parte delle forze repressive di concentrare gli attacchi sui manifestanti pacifici ha dato buoni risultati ed e’ facile prevedere che continuera’ ad essere usata, spingendo alla ritirata chi non ama o non ha la possibilita’ di battersi e imponendo il terreno dello scontro militare, su cui non potremo, per molto tempo ancora, giocare al rialzo, quand’anche lo volessimo.
Alcuni ripropongono la vecchia piaga dei servizi d’ordine, una soluzione che, oltre a suggerire una spiacevole identificazione con i repressori in uniforme, e’ profondamente estranea a un movimento che trae la propria forza dal disordine, dagli innumerevoli approcci della creativita’ individuale.
Ne’ bisogna avere illusioni sull’orientamento politico dei governi. A Goteborg, un governo socialdemocratico ha ordinato di sparare sui manifestanti e a Genova un governo postfascista ha fatto il morto. A Parigi, in agosto, i CRS di Jospin e Chirac, hanno fermato, identificato e maltrattato i partecipanti a una pacifica manifestazione sui fatti di Genova.
Occorre che tutti, anche coloro i quali per mille legittimi motivi non hanno desiderio di militarizzare la propria azione, ne’ di contrapporre la mazza al manganello, o la molotov al lacrimogeno, comprendano che arriva un momento in cui il percorso dell’autonomia individuale e collettiva si scontra inevitabilmente con il potere e con la sua violenza e che le conseguenze di cio’ sono spesso tragiche.
A loro volta i «violenti», cui non puo’ piu’ essere negata la possibilita’ di presentare liberamente le proprie tattiche e i propri punti di vista, devono affinare, perfezionare, graduare la portata delle loro azioni per meglio salvaguardare la vita e la liberta’ di tutti.
Se di sicuro non e’ possibile combattere l’alienazione con forme alienate, non e’ possibile neppure cancellare la violenza stupida dei potenti con qualcosa che non sia in certo qual modo un «antiviolenza» le cui forme rimangono in buona misura ancora da inventare con la collaborazione di tutti.
Il futuro di questo movimento sta tutto qui: le sue anime devono imparare ad agire in maniera fraterna. Se no, un’altra occasione sara’ perduta…

Claudio Albertani

Parigi, agosto/settembre 2001

Il Disturbo di Personalità: una brutta bestia difficile da riconoscere e da trattare

Il termine “Disturbo di Personalità” si applica a condizioni psichiche caratterizzate dalla disfunzionalità stabile nel senso dell’ identità soggettiva, quindi nel pensiero, nei comportamenti, nelle relazioni interpersonali e nella regolazione degli stati emotivi. Queste patologie, che esordiscono nella tarda adolescenza e tendono a protrarsi per gran parte dell’età adulta, comportano spesso una grave compromissione nella capacità di realizzarsi nello studio, di mantenere una carriera lavorativa, di avere relazioni affettive soddisfacenti e di crearsi un proprio posto nella comunità sociale. Se la maturazione individuale consiste nella “capacità di amare e lavorare”, il perseguimento di tali obiettivi è seriamente ostacolato in queste persone.
Malgrado ciò gli studi epidemiologici hanno evidenziato che molte persone, affette da queste patologie, non cercano un trattamento specialistico perchè percepiscono come naturale il proprio modo distorto di pensare e di comportarsi, o tutt’al più attribuiscono le cause della loro sofferenza all’ ambiente che li circonda. La cura di queste patologie, che colpiscono il 10% della popolazione, è l’unico modo per raggiungere e mantenere una qualità soddisfacente della vita socio-relazionale.
Nella loro pratica clinica, tuttavia, psichiatri e psicologi incontrano regolarmente pazienti che, dopo aver richiesto l’aiuto dello specialista, non rispondono adeguatamente alle procedure terapeutiche abituali. Nel caso delle terapie farmacologiche, gli psichiatri assistono a miglioramenti iniziali che lasciano presto il posto al riacutizzarsi di sintomi come la depressione, l’ansia,  i pensieri negativi, l’ impulsività e altre disregolazioni del comportamento, come l’uso di sostanze o alterazioni del comportamento alimentare. In altri casi emergono imponenti effetti collaterali che minano la possibilità di proseguire nel trattamento.
I terapeuti di ogni indirizzo devono fare fronte alle reazioni negative di questi pazienti alla terapia stessa. Questi pazienti si lamentano della inefficacia della cura, o accusano il dottore di non capire la vera natura dei loro problemi o di  non essere sufficientemente coinvolto e interessato. Ma vi sono anche reazioni di segno opposto, marcate da una eccessiva dipendenza, che porta i pazienti “difficili” a  cercare contatti al di fuori delle visite regolari con richieste immediate, che vanno nella direzione opposta agli obiettivi della terapia. Nel peggiore degli scenari la potenziale impulsività e la tendenza ai comportamenti autolesivi sono di tale gravità che il terapeuta deve unicamente preoccuparsi della sopravvivenza fisica del paziente .
In breve alcuni pazienti diventano insidiosamente più “difficili” o “problematici”, al punto da creare  talvolta gravi difficoltà nel management clinico. Gran parte di questa problematicità sorge da una inadeguata attenzione alla componente della patologia che deriva dalla organizzazione di personalità del paziente. Condizioni che a prima vista sembrano diagnosticabili in Asse I (secondo il DSM-IV-TR) come patologie d’ansia o dell’umore, possono rivelarsi come Disturbi di Personalità soltanto quando, sfortunatamente,  il trattamento è già in fase avanzata. Il disturbo borderline è il più frequente nella pratica clinica, ma anche i disturbi narcisistico, dipendente, depressivo-masochisitico, istrionico, paranoide e schizoide richiedono una estrema attenzione alle dinamiche di funzionamento di personalità, e l’ implementazione di strategie psicoterapiche di trattamento, come la Transference Focused Psychotherapy, mirate alla realtà intrapsichica.

La Personalità Borderline: ostica per gli esperti, figurarsi per parenti e amici

Molti pazienti con questo disturbo presentano non solo sintomi come depressione, ansia, ossessioni o fobie, per i quali l’aiuto è tipicamente richiesto, ma anche uno scarso controllo delle emozioni e dell’aggressività, una insufficiente comprensione di sé e una scarsa tolleranza per il processo del trattamento.

Diagnosi

Il termine “borderline” ha una lunga storia. A partire dal XVIII secolo, un ristretto numero di medici iniziò a studiare i pazienti ricoverati negli ospedali psichiatrici, scoprendo che alcuni di questi non avevano assolutamente perso la  capacità di ragionare. Seppure in grado di distinguere cosa fosse reale da cose non lo fosse, soffrivano tuttavia terribilmente per tormenti emotivi causati dall’impulsività e dalla rabbia, oltre che per una complessiva difficoltà nella gestione di sé.  Sembravano vivere in una zona di confine (“borderline”, appunto) tra la follia e la normalità.
Per tutto il secolo successivo questi soggetti, che non erano né folli né sani mentalmente, continuarono a mettere in difficoltà gli psichiatri. Era in questa “zona di confine” che la società e gli psichiatri avevano collocato i criminali, gli etilisti, le persone con intenti suicidari, le persone instabili emotivamente e imprevedibili nel comportamento, allo scopo di separarli da un lato da quelli con patologie psichiatriche chiaramente definite (ad esempio quelli che poi verranno definiti come schizofrenici e maniaco depressivi o con disturbo bipolare), e dall’altro dalle persone “normali”.
Agli albori della psicoanalisi si pensava che questa nuova tecnica avrebbe curato tutte le persone disturbate mentalmente, tranne i pazienti gravemente psicotici. Ma con il passare degli anni ci si è resi conto che anche i pazienti collocati su questa zona di confine, pur non essendo psicotici, non rispondevano alla psicoanalisi come i terapeuti si aspettavano. Gradualmente i terapeuti cominciarono a riconoscere e a diagnosticare questi pazienti non tanto per i loro sintomi quanto piuttosto per i particolari problemi sottostanti ai sintomi, cioè alla organizzazione della loro personalità, e per gli effetti che questi pazienti avevano sugli altri.

I sintomi dei pazienti borderline sono simili a quelli per i quali la maggior parte delle persone chiede aiuto agli psichiatri: depressione, oscillazioni dell’umore, uso e abuso di farmaci, alcol, abboffate o digiuni, ossessioni, fobie, sentimenti di vuoto, e incapacità a sopportare la solitudine.
Inoltre, questi pazienti mostrano grande difficoltà nel controllare la rabbia, sono insolitamente impulsivi, si innamorano e disamorano repentinamente, tendono a idealizzare gli altri e poi improvvisamente li disprezzano. Una conseguenza di tutto ciò è che tipicamente chiedono aiuto ad un terapeuta e poi improvvisamente interrompono con intenso disappunto e rabbia.
Dietro a tutti questi sintomi i terapeuti hanno cominciato a vedere nei pazienti borderline una incapacità a tollerare quei livelli di ansia, frustrazione, rifiuto e perdita che la maggior parte delle persone è in grado di gestire, una difficoltà a calmarsi e a controllare gli impulsi per l’espressione sia di amore che di odio. L’elemento caratteristico di cruciale importanza nei sintomi e nelle difficoltà sopra menzionate consiste in una grande difficoltà di mantenere una identità individuale ( o senso di sé)  stabile e coerente, con oscillazioni tra punte di euforia e grandiosità, e crolli depressivi con drammatici sentimenti di inadeguatezza: “Chi sono?” si chiedono queste persone, “la mia vita è un caos: a volte penso che posso fare di tutto, altre volte voglio morire perché mi sento totalmente incapace, senza aiuto e disgustoso. Mi sento come se fossi molte persone anziché una persona sola”.
La parola che meglio caratterizza la personalità borderline è “instabilità”. Le emozioni sono instabili, ampiamente fluttuanti, spesso senza una ragione evidente. I processi di pensiero sono instabili: a volte razionali e chiari, altre volte estremi e distorti. Il comportamento è instabile: periodi con un comportamento eccellente, elevata efficienza e affidabilità si alternano a improvvise regressioni a condizioni infantili di impotenza e rabbia, con improvvise interruzioni nel lavoro, ritirandosi nell’isolamento, fallendo.
L’autocontrollo è insufficiente con conseguenti comportamenti impulsivi e relazioni caotiche. Una persona con disturbo borderline di personalità può essere estremamente compiacente con una marcata sottomissione verso gli altri per poi diventare improvvisamente accusatorio, rivendicativo, aggressivo ribellandosi improvvisamente in modo esplosivo.
Accanto a questa instabilità c’è una terribile ansia, colpa e auto disprezzo per il quale si cerca sollievo a qualunque costo con medicine, droghe, alcool, abbuffate, suicidi tentati o compiuti. Purtroppo per molti pazienti borderline le autolesioni diventano una fonte di sollievo più rapida di qualunque altro intervento terapeutico: tagliarsi o bruciarsi ferma l’ansia temporaneamente.

Il risultato principale di tutto questa complessa situazione è grave: i membri della famiglia non sanno mai cosa aspettarsi dal loro volubile fratello o coniuge, se non una serie di gravi problemi come minacce e tentativi di suicidio, autolesioni, esplosioni di rabbia e recriminazione, matrimoni ma rapidi divorzi, gravidanze e aborti impulsivi; ripetuti inizi e interruzioni di lavori o carriere scolastiche. Tutto questo provoca nella famiglia un sentimento di dolorosa impotenza per l’incapacità a fornire aiuto.
Pertanto, l’effetto della malattia sulla vita del paziente è ugualmente profondo: si perde il lavoro, i successi sono irraggiungibili, le relazioni distrutte, le famiglie rovinate. Il risultato finale è spesso il fallimento di una vita promettente o un tragico suicidio.

Cause

Quali sono le cause della patologia definita Personalità Borderline? Non è stata identificata nessuna causa singola quanto piuttosto una combinazione di fattori che comprendono una vulnerabilità ereditaria, un particolare temperamento, esperienze traumatiche precoci di vita, e lievi disturbi neurologici e ormonali. Tutti questi fattori interagiscono tra di loro e, successivamente, producono reazioni problematiche nei genitori e negli insegnanti con un conseguente rinforzo del problema.

Innanzitutto, per quanto riguarda la vulnerabilità ereditaria, l’evidenza di un fattore genetico in almeno alcuni casi è stata dimostrata da un recente studio secondo il quale i disturbi borderline di personalità sono considerevolmente più frequenti tra gemelli identici di pazienti borderline di quanto non siano nella popolazione generale. Questi studi suggeriscono ma non dimostrano assolutamente una tendenza ereditaria. I pazienti borderline hanno più parenti con disturbi dell’umore, alcolismo e suicidio di quanto non abbiano le persone che non hanno un disturbo borderline di personalità.

Per quanto riguarda il temperamento, come è noto, i neonati sono molto differenti  tra loro per stabilità fisica ed emotiva. I bambini che sin dall’inizio sono difficili da consolare, irregolari nell’alimentazione e nel sonno, e che reagiscono con una rabbia insolitamente intensa alla frustrazione o al dolore, sono quelli che più verosimilmente svilupperanno un disturbo borderline di personalità. Ma non si può assolutamente affermare che neonati difficili manifesteranno da adulti un disturbo borderline di personalità. Inoltre, le madri di alcuni pazienti borderline riferiscono che questi da bambini erano insolitamente tranquilli e facili.

Venendo alle esperienze precoci di vita, molti pazienti borderline hanno vissuto numerosi eventi dolorosi nella loro infanzia. La ricerca ha suggerito che l’abuso fisico e sessuale nell’infanzia, la precoce perdita di un genitore causato dalla morte o dal divorzio, la presenza di molteplici figure di accudimento, la trascuratezza dei genitori, sono tra i fattori di rischio per lo sviluppo di un disturbo di personalità. Tuttavia, non tutti i bambini che hanno sofferto per queste esperienze diventano personalità borderline. Inoltre, alcune persone che crescono in famiglie stabili e sembrano non aver avuto nessuna sofferenza infantile possono sviluppare una personalità borderline.
Per quanto riguarda i fattori neurologici e ormonali, vediamo che molti adulti borderline hanno avuto nell’infanzia problemi di sviluppo, altri hanno avuto varie difficoltà di apprendimento, altri ancora avevano convulsioni, o mostravano anomalie nelle loro onde cerebrali. Infine, alcune donne vivono  una particolare difficoltà emotiva nel loro ciclo mestruale. Ma ancora, non tutti i pazienti borderline hanno questi problemi e non tutte le persone con questi problemi hanno un disturbo borderline di personalità.

Si può facilmente vedere come tutti questi elementi possono interagire: un bambino irritabile, inconsolabile, che non riesce a stabilizzarsi in un orario dei pasti regolare, che non riesce a dormire tutta la notte, con umore collerico apparentemente senza motivo, può trasformare una normale buona madre in una madre nervosa e irritabile. Genitori incapaci di calmare e rassicurare un bambino agitato diventano frequentemente aggressivi e abusanti, diversamente da come si comporterebbero con un bambino che reagisce in un modo prevedibile.
Due esperienze sono  molto comuni durante la crescita dei soggetti con disturbo borderline. Una è l’esperienza di essere giudicati come apparentemente competenti. Infatti, poiché queste persone sono spesso molto capaci, sensibili, intelligenti e acute, è molto difficile per gli altri prenderle sul serio quando crollano disperate e rabbiose per una piccola frustrazione, e commettendo clamorosi errori di giudizio.  Di fronte ad uno psicotico che si comporta in quel modo si tende a essere comprensivi, pensando “non può farne a meno”; invece ad una persona borderline si dice “non è poi così grave ciò che ti sta succedendo”, “concentrati, cresci, non fare il rammollito, lo sai perfettamente”. Il loro comportamento è spesso considerato come intenzionale, manipolatorio, “alla ricerca di attenzione”.
La seconda esperienza caratteristica è legata al fatto di essere apparentemente una persona competente, e consiste nell’esperienza di essere disconfermati: “la tua sofferenza non è così grave”, “il tuo mal di testa, la tua ansia non sono assolutamente peggiori di quelle degli altri: perché fare tanto chiasso?” Essere disconfermati aumenta l’auto disprezzo dei borderline. La maggioranza dei pazienti borderline che arrivano agli psichiatri sono donne. Non ne sappiamo il motivo ma i ricercatori ipotizzano che ciò rifletta l’effetto combinato del fatto che sono più donne che uomini ad essere vittime di abuso sessuale nell’infanzia, con la tendenza degli uomini ad esprimere la loro instabilità emotiva attraverso una aggressività diretta verso l’esterno piuttosto che rivolta verso di sé. Recentemente, si considera che l’ esplosività e il discontrollo emotivo rappresentano la “forma” che la patologia assume, in generale, nelle donne, mentre l’ aggressività e le tendenze antisociali sono la “forma” della patologia negli uomini.

Trattamento

Nel momento in cui ad una persona viene diagnosticato un disturbo borderline di personalità è già stato provocato un grave stress in tutti i componenti della famiglia. Per questa ragione è consigliabile che inizialmente tutta la famiglia cerchi un aiuto specialistico. Spesso i famigliari si rendono conto che hanno bisogno e chiedono esplicitamente una terapia famigliare.
La psicoterapia individuale ambulatoriale può essere di due tipi. In un caso mira ad aiutare il paziente a controllare i comportamenti disfunzionali, offre ha il vantaggio della semplicità (formare terapeuti di questo genere non è complesso) ma impone lo svantaggio di non affrontare i nodi cruciali della personalità, in primo luogo l’ organizzazione della identità individuale. Al contrario le terapie dinamiche, come la Transference Focused Psychotherapy, un trattamento intensivo di media durata,  mira ad affrontare i nodi della organizzazione intrapsichica della personalità ma comporta, per i professionisti, il costo di un training impegnativo per acquisire la tecnica terapeutica e non può essere erogata nel breve spazio temporale. Le ricerche empiriche, che hanno confermato la efficacia di alcune psicoterapie, confermano che soltanto la TFP incrementa le funzioni psicologiche che vanno sotto il nome di “funzione riflessiva”, che è alla base della capacità personale di regolare il controllo del comportamento e degli affetti. Nella TFP il terapeuta lavora con il paziente per capire i significati e i motivi del suo comportamento, e per rafforzare le sue capacità di sopportare le frustrazioni, la rabbia, la solitudine evitando di agire impulsivamente questi sentimenti.
La maggior parte dei pazienti borderline ha bisogno di una psicoterapia che sia molto focalizzata sui sentimenti che sottostanno al loro problema di “pensare bianco o nero”, “tutto o nulla”, per cui vivono gli altri o loro stessi a volte come meravigliosi, e a volte privi di qualunque valore. Le famiglie possono avere bisogno di sostegno per i primi anni di psicoterapia allo scopo di fornire il supporto emotivo di cui il paziente ha bisogno e per evitare problematiche interazioni con il paziente. Il supporto appropriato prevede anche l’imparare a porre dei limiti al paziente, anziché cedere a minacce o irragionevoli richieste.

Una psicofarmacologia può rendersi necessaria durante il trattamento psicoterapico dei soggetti borderline. Qualora siano contemporaneamente presenti altri disturbi psichiatrici (come depressione maggiore, disturbo bipolare, disturbi d’ansia, disturbi alimentari, disturbo da uso di sostanze) questi devono ricevere il trattamento previsto dalle linee guida cliniche per le varie patologie. Inoltre, sintomi tipici della patologia borderline quali marcate oscillazioni del’umore, impulsività, e sentimenti di rabbia possono beneficiare di una terapia con farmaci comunemente usati per trattare altri disturbi, quali stabilizzatori dell’umore (es. lamotrigina, valproato), antipsicotici atipici (es. olanzapina, aripiprazolo) ed antidepressivi di nuova generazione (es. SSRI, SNRI). L’uso di queste categoria di farmaci anche per controllare l’ansia nei periodi di grave stress sembra davvero preferibile a quello di farmaci ansiolitici (benzodiazepine), che dovrebbero invece essere somministrati con cautela ed in ogni caso solo per brevi periodi, poiché possono comportare il rischio di effetti paradossi o tolleranza.

Se la terapia ambulatoriale arriva ad uno stallo o è interrotta da ripetuti tentativi di suicidio, o se il paziente non può stare stabilmente in terapia e continua a distruggere la propria vita e quella degli altri, la famiglia e il paziente possono aver bisogno di una consultazione in un centro specializzato nella terapia del disturbo borderline di personalità. Una accurata valutazione può portare alla prescrizione di una terapia individuale più specifica, integrando con una terapia di gruppo o della famiglia, oppure una terapia per l’abuso di sostanze o ancora una terapia più intensiva come un ricovero o un day hospital.
Il trattamento in day hospital è utile sia per mettere i pazienti in condizione di capire i propri problemi e i loro effetti sugli altri, sia per mettere i pazienti in contatto con altri che stanno lavorando su problemi simili. I pazienti borderline tendono a supportarsi reciprocamente, a volte in modo negativo, ma più spesso in un modo molto positivo. Incontrare “pari” capaci di parlare di sé in modo sincero e diretto, risulta spesso molto efficace nel fare breccia nelle negazioni di responsabilità o nelle accuse agli altri, a causa delle quali diventa difficile vedere i propri problemi. Raggiungere la consapevolezza della malattia e la determinazione di superarla sono requisiti fondamentali per un trattamento di successo.

 Decorso ed esito

Senza un trattamento adeguato la malattia può durare per tutta la vita e troppo spesso finisce in un’esistenza insoddisfacente o nei casi peggiori nel suicidio. Con un buon trattamento l’esito è decisamente favorevole in molti casi. Tra i 500 pazienti studiati dal Michael Stone al Psychiatric Institute- Columbia University di New York nell’arco di più di vent’anni, 4 su 10 sono clinicamente guariti a 10-20 anni dal loro ingresso nello studio, al momento del ricovero. Il 75% sono autosufficienti e stanno abbastanza bene. La percentuale di suicidio è del 7% a 16 anni dal ricovero. I pazienti guariti sono quelli che hanno continuato la psicoterapia per anni.

DPB

Ecco un elenco di alcuni personaggi abbastanza celebri con disturbi di personalità…Potremmo applicare vari criteri per cercare di capire cosa li ha portati ad esserlo: la predisposizione genetica, lo stress, l’eccessiva sensibilità, l’uso di droghe, traumi o perdite di vario tipo… O semplicemente, per i più esoterici, l’influenza astrale e della numerologia…Non lo sapremo mai con decisiva certezza…

Per comodità (ma anche per deformazione professionale, che mi porta alla correttezza filologica), e per chi credesse alle teorie astrali e numerologiche, riporterò, oltre ai nomi dei personaggi, anche le date di nascita e, dove ci sono, quelle di morte…Cosicché, in caso qualcuno voglia farsi delle paraseghe astrologiche o di numerologia possa sbizzarrirsi…So che i personaggi magari non ci azzeccano nulla l’uno con l’altro, ma sono accomunati dalla loro grande popolarità…E dal Disturbo Borderline…

– Angelina Jolie (Los Angeles, 4/6/1975, Gemelli), Borderline

 

 

– Kurt Cobain (Aberdeen, 20 febbraio 1967Seattle, 5 aprile 1994, Pesci), Borderline

 

– Jim Morrison  (Melbourne, Florida, 8 dicembre 1943Parigi, 3 luglio 1971, Sagittario), Borderline

 

Klaus Kinski (Sopot, Polonia, 8 ottobre 1926 – Lagunitas, California, USA, 23 novembre 1991, Bilancia), Borderline e Disturbo Narcisistico di Personalità

 

Diana Spencer, conosciuta anche come Lady D (Sandringham, 1º luglio 1961Parigi, 31 agosto 1997, Cancro), Borderline

 

Marilyn Monroe (Los Angeles, 1º giugno 1926Los Angeles, 5 agosto 1962, Gemelli) Borderline

 

– James Dean (Marion, 8 febbraio 1931Cholame, 30 settembre 1955, Acquario ), Borderline

 

 

 

 

 

 

Il termine “Borderline” è nato nei primi del novecento (Huges, 1884; Rosse, 1890) per indicare alcuni pazienti la cui patologia non era classificabile né come nevrosi (i conflitti e i problemi quotidiani condivisi dalla maggior parte delle persone), né come psicosi (i disturbi mentali più gravi, come la schizofrenia), pur presentando sintomi comuni ad entrambe le condizioni.

Il termine Borderline, infatti, significa “limite” o “linea di confine”, e indica la principale caratteristica del disturbo: come una persona che cammina su una linea di confine tenderà a sconfinare in due differenti territori, così il paziente affetto da Disturbo di Personalità Borderline oscilla tra normalità e follia, senza vie di mezzo.

A partire da questa iniziale definizione, ormai in larga parte abbandonata, Zanarini e Gunderson nel 1990 basandosi soprattutto su criteri diagnostici descrittivi individuarono i seguenti tratti distintivi del disturbo borderline: tendenza a perdere il contatto con la realtà; automutilazioni (tagli, bruciature); tentativi di suicidio; paura di essere abbandonati; intenso bisogno e ricerca dell’altro alternato a comportamenti apparentemente  arroganti e sprezzanti.

I pazienti Borderline spesso alternano periodi di relativa normalità, in cui si mostrano sufficientemente equilibrati, a periodi in cui il funzionamento psichico appare fortemente compromesso, con violente crisi di rabbia, tentativi di suicidio, paranoia.

Il disturbo borderline di personalità è una entità diagnostica molto controversa. Talvolta non viene neanche riconosciuto come un disturbo specifico, ma come una classificazione in cui inserire tutti quei casi non meglio diagnosticabili in altro modo. In realtà il disturbo borderline presenta delle caratteristiche specifiche piuttosto ben riconoscibili.
E’ fondamentalmente un disturbo della relazione, che impedisce al soggetto di stabilire rapporti di amicizia, affetto o amore stabili nel tempo. Si tratta di persone che trascorrono delle vite in uno stato di estrema confusione ed i cui rapporti sono destinati a fallire o risultano emotivamente distruttivi per gli altri. Le persone affette da questo disturbo  trascinano altri, parenti e partner in un vortice di emotività,  dal quale spesso è difficile uscire, se non con l’aiuto di un esperto. Questi soggetti, infatti, sperimentano emozioni devastanti e le manifestano in modo eclatante, drammatizzano ed esagerano molti aspetti della loro vita o i loro sentimenti, proiettano le loro inadempienze sugli altri, sembrano vittime degli altri quando ne sono spesso i carnefici e si comportano in modo diverso nel giro di qualche minuto o ora.
Il disturbo borderline è stato spesso associato a eventi traumatici subiti nell’infanzia, quali abusi sessuali o fisici, ma non è detto che ciò sia sempre vero.
L’aspetto più evidente e preoccupante del disturbo borderline è che presenta sintomi potenzialmente dannosi per il soggetto (abbuffate, uso e abuso di sostanze, guida spericolata, sessualità promiscua, condotte antisociali, tentativi di suicidio, ecc.) e si associa a scoppi improvvisi di rabbia intensi.
Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quarta edizione (APA, 1994) il disturbo borderline è caratterizzato da:

Una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore ed una marcata impulsività, comparse nella prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:
1) sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono.
2) un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione.
3) alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili.
4) impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto come ad esempio spendere eccessivamente, promiscuità sessuale, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate, ecc.
5) ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari, o comportamento automutilante.
6) instabilità affettiva dovuta ad una marcata reattività dell’umore (per es., episodica intensa disforia, irritabilità o ansia, che di solito durano poche ore, e soltanto raramente più di pochi giorni).
7) sentimenti cronici di vuoto.
8) rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia (per es., frequenti accessi di ira o rabbia costante, ricorrenti scontri fisici).
9) ideazione paranoide, o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress.

I Disturbi del Comportamento Alimentare maggiormente diffusi e studiati sono l’Anoressia Nervosa e la Bulimia Nervosa. Essi sono frequenti tra i pazienti Borderline (soprattutto tra le donne) probabilmente a causa della funzione assunta dal disturbo alimentare nella gestione delle emozioni: astenersi dal cibo, abbuffarsi, o vomitare sono strategie spesso utilizzate dal Borderline per distrarsi o contenere le emozioni dolorose. Caratteristica comune ad entrambi i disturbi è la presenza di una distorsione nella percezione del peso corporeo e della propria immagine; la variante più grave di quest’ultima caratteristica viene definita Disturbo di Dismorfismo Corporeo o “Dismorfofobia”, e comporta eccessiva preoccupazione per una caratteristica fisica, immaginata o esagerata (spesso seno, cosce, fianchi per le donne e torace, addome, genitali, capelli per gli uomini).

LA DIAGNOSI DEL DISTURBO DI PERSONALITA’ BORDERLINE

Il manuale dei disturbi mentali (DSM-IV, APA, 1994) definisce i tratti di personalità come “modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi”.

Questi tratti, normalmente flessibili e adattabili, in soggetti affetti da Disturbo di Personalità sono caratterizzati da rigidità e difficoltà di adattamento a contesti diversi.

Lo strumento diagnostico più affidabile per la valutazione dei tratti della personalità, e della loro possibile variante patologica, è indubbiamente l’intervista diagnostica SCID-II (Structured Clinical Interwiew For DSM-IV Axis II). Questa intervista semi-strutturata, che si basa direttamente sui criteri del DSM-IV, si sviluppa attraverso uno o più colloqui clinici approfonditi, con valutatore esperto (per una durata massima di 2 – 3 ore), atti a valutare l’eventuale presenza di un disturbo della personalità, o anche solo di alcuni tratti di personalità patologici. Questo procedimento diagnostico viene definito categoriale, comportando come prodotto finale l’inserimento, o il non inserimento, del paziente in una categoria diagnostica (ad es. il Disturbo Borderline).

Westen e Shedler hanno cercato di risolvere alcune criticità della SCID-II creando uno strumento denominato SWAP-200 (Shedler Westen Assessment Procedure). La diagnosi in questo caso avviene attraverso la compilazione 200 descrittori da parte del clinico (non è richiesta la presenza del paziente), che deve comunque possedere una conoscenza approfondita, sia dello strumento, sia del paziente in oggetto (dovrebbe aver sostenuto almeno 3-4 colloqui clinici). Il test offre un risultato sia categoriale, sia dimensionale, rispetto alle categorie diagnostiche standard del DSM-IV, e alle categorie identificate dagli autori come significative, solo parzialmente sovrapponibili alle precedenti; ciò si traduce nella possibilità di osservare anche minime sfumature patologiche, così come potenziali risorse cui fare appello.

Esistono anche dei protocolli diagnostici specifici per il Disturbo Borderline di Personalità, ma la loro specificità potrebbe determinare una perdita di materiale importante rispetto ad altri disturbi “limitrofi”, quindi vengono utilizzati maggiormente in contesti dui ricerca, piuttosto che clinici.

Più nel dettaglio, il Disturbo di Personalità Borderline è caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, instabilità dell’immagine di sé e degli affetti, e impulsività.

I pazienti con Disturbo Borderline spesso vivono nel timore dell’abbandono e compiono sforzi disperati per evitarlo: anche nel caso di separazioni di breve durata reagiscono con rabbia e disperazione.

Le relazioni con gli altri nel Disturbo Borderline sono instabili ed intense, caratterizzate da iniziale idealizzazione, che li induce a desiderare una vicinanza ed intimità totali e incondizionate anche con persone appena conosciute, ma che spesso si tramuta rapidamente in svalutazione di fronte alla sensazione che questi non si dedichino completamente a loro.

I soggetti Borderline attuano frequenti cambiamenti d’obiettivo, di valori, d’aspirazioni riguardanti carriera, identità sessuale, amicizie. Manifestano impulsività in differenti aree potenzialmente dannose per il sé: spese eccessive, sessualità, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate alimentari.

Frequenti sono anche i comportamenti autolesivi, come il procurarsi volontariamente tagli e bruciature, e i tentativi di suicidio, che giungono a compimento nell’8-10% dei casi. I soggetti con Disturbo Borderline sembrano trarre sollievo dalle emozioni violente generate dai comportamenti autolesivi poiché ristabiliscono la capacità di provare sensazioni e di percepirsi come vivi e reali (utilizzando il dolore fisico come un’automedicazione, come un modo per annullare i sintomi dissociativi di derealizzazione e depersonalizzazione), ma vengono anche considerate come una giusta punizione per la propria inadeguatezza.

L’umore è spesso incontrollabile e passa rapidamente da tristezza, ad ansia, a irritabilità, a manifestazioni di rabbia intensa e inappropriata, espressa con frasi sarcastiche, esplosioni verbali o vere e proprie aggressioni. Queste reazioni violente vengono scatenate in particolar modo dalla sensazione di essere abbandonati e vengono seguite da sentimenti di vergogna e di colpa.

Talvolta pazienti con Disturbo Borderline si dichiarano afflitti da sentimenti cronici di vuoto, noia, necessità di intraprendere una qualsiasi attività, ma che non riescono ad incanalare verso una precisa direzione.

Durante periodi di intenso stress possono comparire aspetti bizzari (percepirsi come se osservassero dall’esterno il proprio corpo o i propri processi mentali; sensazione che la realtà intorno a sé sia strana, artefatta).

I Disturbi della Personalità

Il Disturbo Antisociale è caratterizzato da inosservanza e violazione dei diritti altrui. Gli individui affetti da questo disturbo (tradizionalmente definiti “psicopatici” o “sociopatici”) sembrano incapaci di adeguarsi alle norme sociali e di vivere nella legalità. Sono spesso disonesti e manipolativi, non curanti di diritti, sentimenti o desideri delle persone che li circondano, che non esitano a truffare e manipolare, mentendo e assumendo false identità per ottenere profitto o piacere personale.

Il Disturbo Istrionico è caratterizzato da emotività eccessiva e ricerca d’attenzione. Questi individui tendono ad attrarre l’attenzione su di sé, affascinando inizialmente per l’entusiasmo, l’apertura e la seduttività, qualità che tendono a passare in secondo piano con il progredire della conoscenza e l’avanzare di richieste d’attenzione sempre più pressanti e adesive. Essi si dimostrano spesso sessualmente provocanti o seduttivi anche nei confronti di persone dalle quali non si sentono attratti e in contesti decisamente inappropriati, come il luogo di lavoro. L’emotività è mutevole e scarsamente prevedibile, caratterizzata da continui sbalzi che vanno dai toni più elevati e quasi maniacali, alla più cupa depressione.

Il Disturbo Narcisistico è caratterizzato da grandiosità, bisogno di ammirazione e marcata carenza di empatia. Questi soggetti sono caratterizzati da un senso grandioso di autostima che li porta a sopravvalutare le proprie capacità, apparendo spesso presuntuosi e vanesi, e che contemporaneamente li induce a svalutare i meriti altrui. L’illimitata autostima che li caratterizza rivela la sua inconsistenza nelle continue preoccupazioni riguardanti il giudizio altrui e nel continuo bisogno di ammirazione, che li induce ad attrarre il più possibile l’attenzione degli altri sul proprio comportamento.

Il Disturbo Borderline è caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e degli affetti, e da marcata impulsività.

La Personalità Borderline

I pazienti con tale disturbo di personalità sono al limite tra la nevrosi e la psicosi e sono caratterizzati da una straordinaria instabilità dell’affettività, dell’umore, del comportamento, delle relazioni con gli oggetti e dell’immagine del sé. Il disturbo è stato anche definito schizofrenia deambulatoria, personalità come-se (termine coniato da Helene Deutsch ), schizofrenia pseudonevrotica (descritta da Paul Hoch e Phillip Politan). Nell’ICD-10 è definito disturbo di personalità emotivamente instabile.
(Leggi anche la pagina del sito sui Disturbi della Personalità)

Caratteristiche cliniche: i pazienti appaiono quasi sempre in stato di crisi. Sono comuni rapide modificazioni dell’umore. I soggetti possono essere polemici in un momento e depressi subito dopo e lamentarsi di non avere sentimenti in un altro momento. Possono manifestare brevi episodi psicotici piuttosto che conclamate fratture psicotiche; i sintomi psicotici sono quasi sempre circoscritti, fugaci o dubbi. Il comportamento dei pazienti con disturbo borderline di personalità è assolutamente imprevedibile; di conseguenza, raramente essi realizzano in pieno le loro capacità. La natura tormentata della loro vita si riflette in ripetuti atti autodistruttivi. Possono procurarsi automutilazioni per sollecitare aiuto dagli altri, per esprimere rabbia o per cercare di attutire sentimenti soverchianti.

Poiché si sentono sia dipendenti sia ostili, i soggetti con disturbo borderline di personalità hanno relazioni interpersonali tumultuose. Possono essere dipendenti dalle persone cui sono legati ed esprimere un’enorme rabbia nei confronti dei loro amici quando vengono frustrati. Tuttavia, non riescono a tollerare la solitudine e preferiscono una frenetica ricerca di compagnia, indipendentemente da quanto possa essere insoddisfacente, al rimanere da soli. Per alleviare la solitudine, anche se solo per brevi periodi, accettano l’amicizia di persone estranee o hanno comportamenti promiscui. Spesso lamentano una cronica sensazione di vuoto e di noia e la mancanza di un senso coerente di identità (diffusione dell’identità); quando sono sottoposti a pressione, spesso si lamentano di quanto si sentono depressi per la maggior parte del tempo, malgrado il fermento degli altri affetti.

Funzionalmente, gli individui affetti dal disturbo borderline distorcono le loro relazioni classificando ogni persona in una categoria, completamente buono o completamente cattivo. Vedono gli altri come figure protettive, cui legarsi strettamente, oppure come persone odiose e sadiche, che li deprivano dei bisogni di sicurezza e minacciano di abbandonarli ogni volta che si sentono dipendenti. Come conseguenza di questa scissione, le persone buone vengono idealizzate e quelle cattive svalutate. Alcuni medici usano i concetti di panfobia, panansia, panambivalenza per delineare le caratteristiche dei pazienti con disturbo borderline di personalità.

Diagnosi differenziale:

la differenziazione dalla schizofrenia viene fatta sulla base del fatto che i pazienti borderline non hanno episodi psicotici prolungati, disturbi del pensiero o altri classici segni schizofrenici.

I soggetti con disturbo schizotipico di personalità (vedi) presentano evidenti peculiarità di pensiero, stranezze nell’ideazione e ricorrenti idee di riferimento.

I pazienti con disturbo paranoide di personalità sono caratterizzati da estrema sospettosità, quelli con disturbo istrionico (vedi) e antisociale di personalità sono difficili da distinguere da quelli con disturbo borderline di personalità.

In generale, l’individuo affetto da patologia borderline presenta croniche sensazioni di vuoto ed episodi psicotici di breve durata; agisce impulsivamente ed è straordinariamente esigente nelle relazioni strette; può automutilarsi e tentare il suicidio a scopo manipolativo.

La condizione è piuttosto stabile, poiché i pazienti cambiano poco nel tempo. Gli studi longitudinali non mostrano una progressione verso la schizofrenia, ma i pazienti hanno un’elevata incidenza di episodi di disturbo depressivo maggiore. La diagnosi viene di solito fatta prima dell’età di 40 anni, quando i soggetti stanno tentando di fare scelte lavorative, coniugali e di altro tipo e non sono in grado di affrontare i normali stadi del ciclo della vita.

Psicoterapia.

La psicoterapia della personalità borderline è oggetto di estesi studi e viene considerata il trattamento di scelta. Recentemente, per migliorare i risultati, al regime terapeutico è stata aggiunta la farmacoterapia.

La psicoterapia è difficile per i pazienti, ma anche per il terapista. Nei soggetti borderline si verifica facilmente una regressione; costoro mettono in atto i loro impulsi e dimostrano transfert positivi o negativi labili, che sono difficili da analizzare. L’identificazione proiettiva può anche causare problemi di controtransfert, se il terapista non è consapevole del fatto che il paziente sta tentando inconsciamente di costringerlo a manifestare un certo tipo di trattamento. Il meccanismo di difesa della scissione fa si che l’individuo alternativamente odi e ami il terapista e le altre persone del suo ambiente. Un approccio orientato alla realtà è più efficace di un’interpretazione in profondità dell’inconscio.

DISTURBI DI PERSONALITA’

I disturbi di personalità non sono caratterizzati da specifici sintomi o sindromi, come ad esempio il disturbo ossessivo-compulsivo, la depressione o gli attacchi di panico, ma dalla presenza esasperata e rigida di alcune caratteristiche di personalità.
La personalità (o carattere) è stata definita in molti modi, ma si può dire che sia l’insieme delle caratteristiche, o tratti stabili, che rappresentano il modo con il quale ciascuno di noi risponde, interagisce, percepisce e pensa a ciò che gli accade.
Si può anche dire che la personalità sia il modo stabile che ciascuno di noi si è costruito, con le proprie esperienze ed a partire dal proprio temperamento innato, di rapportarsi con gli altri e con il mondo.
I tratti che la compongono rappresentano le caratteristiche del proprio stile di rapporto con gli altri: così esiste per esempio il tratto della dipendenza dagli altri, o della sospettosità, o della seduzione, oppure quello dell’amor proprio.
Normalmente questi tratti devono essere abbastanza flessibili a seconda delle circostanze: così in alcuni momenti sarà utile essere più dipendenti o passivi del solito, mentre in altri sarà più funzionale essere seducenti.
I disturbi della personalità sono caratterizzati dalla rigidità e dalla presentazione inflessibile di tali tratti, anche nelle situazioni meno opportune. Ad esempio, alcune persone tendono sempre a presentarsi in modo seducente indipendentemente dalla situazione nella quale si trovano, rendendo così difficile gestire la situazione; altre persone, invece, tendono ad essere sempre talmente dipendenti dagli altri che non riescono a prendere autonomamente proprie decisioni.
Solitamente tali tratti diventano così consueti e stabili che le persone stesse non si rendono conto di mettere in atto comportamenti rigidi e inadeguati, da cui derivano le reazioni negative degli altri nei loro confronti, ma si sentono sempre le vittime della situazione e alimentano il proprio disturbo.
Così, ad esempio, una persona che presenta un disturbo paranoide di personalità, non capisce che, con il suo comportamento sospettoso, non dà fiducia agli altri, e si “tira addosso” fregature e reazioni aggressive, confermandosi l’idea che non ci si può fidare di nessuno.
I disturbi di personalità sono stati classificati, secondo la più diffusa classificazione psicopatologica, in tre categorie:

Disturbi caratterizzati dal comportamento bizzarro:
Disturbo paranoide di personalità: chi ne soffre tende ad interpretare il comportamento degli altri come malevolo, comportandosi così sempre in modo sospettoso.
Disturbo schizoide di personalità: chi ne soffre non è interessato al contatto con gli altri, preferendo uno stile di vita riservato e distaccato dagli altri.
Disturbo schizotipico di personalità: solitamente è presentato da persone eccentriche nel comportamento, che hanno scarso contatto con la realtà e tendono a dare un’assoluta rilevanza e certezza ad alcune intuizioni magiche.

Disturbi caratterizzati da un’alta emotività:
Disturbo borderline di personalità: solitamente chi ne soffre presenta una marcata impulsività ed una forte instabilità sia nelle relazioni interpersonali sia nell’idea che ha di sé stesso, oscillando tra posizioni estreme in molti campi della propria vita.
Disturbo istrionico di personalità: chi ne soffre tende a ricercare l’attenzione degli altri, ad essere sempre seduttivo e a manifestare in modo marcato e teatrale le proprie emozioni.
Disturbo narcisistico di personalità: chi ne soffre tende a sentirsi il migliore di tutti, a ricercare l’ammirazione degli altri e a pensare che tutto gli sia dovuto, data l’importanza che si attribuisce.
Disturbo antisociale di personalità: chi ne soffre è una persona che non rispetta in alcun modo le leggi, tende a violare i diritti degli altri, non prova senso di colpa per i crimini commessi.

Disturbi caratterizzati da una forte ansietà:
Disturbo evitante di personalità: chi ne soffre tende a evitare in modo assoluto le situazioni sociali per la paura dei giudizi negativi degli altri, presentando quindi una marcata timidezza.
Disturbo dipendente di personalità: chi ne soffre presenta un marcato bisogno di essere accudito e seguito da parte degli altri, delegando quindi tutte le proprie decisioni.
Disturbo ossessivo compulsivo di personalità: chi ne soffre presenta una marcata tendenza al perfezionismo ed alla precisione, una forte preoccupazione per l’ordine e per il controllo di ciò che accade.

Noi ci saremooooo!!!

È il “sogno” il filo conduttore del “capodanno dell’estate italiana” in programma venerdì 1 luglio lungo i 110 km della Riviera Adriatica dell’Emilia Romagna animato da tanta musica e nomi internazionali, dove non mancheranno la magia, la letteratura, l’arte, la danza e la pittura. La festa proseguirà per tutto il fine settimana.

 

Per muoversi poi facilmente da un punto all’altro della costa, tra Rimini e Ravenna correranno anche treni speciali gratuiti composti da carrozze “storiche” trainate da vecchie, ma pienamente funzionanti, locomotive elettriche. I biglietti saranno distribuiti negli Uffici di Accoglienza Turistica (IAT) e serviranno da prenotazione.

 

In apertura de La Notte Rosa riminese salirà sul palco Francesco De Gregori, con il suo celebre ed amato repertorio, seguito dalla graffiante voce di Noemi e dall’attesissimo concerto all’alba sulla spiaggia di Riminiterme con Raphael Gualazzi e il trombettista Fabrizio Bosso.

 

Sulla spiaggia di Bellaria, dopo mezzanotte, ad intrattenere il pubblico saranno prima i Pooh, con i loro più celebri successi, e a seguire Chiara Canzian che presenterà il suo nuovo disco.

 

Sabato 2 luglio palcoscenico riminese anche per Teresa Salguiero, voce dei Madredeus, mentre domenica 3 sarà la volta di Joan as Police Woman, suadente voce rock che presenterà a Rimini il suo nuovo album “The Deep Field”.

 

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A Riccione, sabato 2 luglio andranno in scena i finalisti dell’edizione 2011 di “Amici”, con special guest Alessandra Amoroso, mentre a Cattolica venerdì 1 concerto dei Grammar School, la band anglo-italo-americana (protagonista sabato sera a Montefiore Conca) con il suo repertorio di classici del pop-rock del XX secolo, e domenica grande attesa per il re del pop latino, Ricky Martin, con la seconda tappa italiana del suo tour.

 

A Cesenatico venerdì 1 luglio saliranno sul palco di “Radio Bruno Estate” Enrico Ruggeri e Paolo Belli con la sua band, mentre è dedicato alle musiche da film del compositore Henry Mancini, riarrangiate in chiave jazz, il concerto all’alba sulla spiaggia del molo di Levante con il Martina Grossi Trio.

 

A Cervia sarà di scena la world music, con l’esibizione di Natacha Atlas e i Transglobal Underground direttamente dal cartellone di Ravenna Festival 2011, che sempre venerdì 1 luglio, a Ravenna, proporrà anche “The Magic Flute – Impempe Yomlingo”, con la storia di Schikaneder ambientata in un sobborgo di Cape Town.

 

Musica internazionale anche a Milano Marittima, con il repertorio jazz e pop dell’Aries Percussion Ensemble, gruppo di giovani musicisti dalla Repubblica Ceca.

 

A Lido di Volano appuntamento per i nostalgici della musica italiana anni ’60 e 70’, con Riccardo Fogli, storica voce dei Pooh, Ivana Spagna e Paolo Mengoli, mentre Carmen Russo si esibirà in compagnia del suo corpo di ballo sulle coreografie di Enzo Paolo Turchi.

 

A Lido delle Nazioni, sabato 2 luglio, saliranno sul palco Marco Carta e The Bastard Sons of Dioniso.

 

Ma il “sogno” è anche magia, letteratura, arte, danza, pittura.


La Notte RosaIl passaggio del Rex sognato da Fellini prenderà corpo con il viaggio inaugurale di “Costa Favolosa”, ultima nata della flotta di Costa Crociere, che venerdì sera, tutta illuminata a festa, comparirà davanti alla riviera romagnola in tutta la sua maestosità, creando un’atmosfera magica da favola felliniana, per poi fare tappa a Cattolica, dove a mezzanotte Costa Crociere offrirà un eccezionale spettacolo pirotecnico che nascerà dal mare.
Sabato 2 Rimini propone il reading di Claudio Santamaria (il celebre “Dandi” del film Romanzo Criminale) e il cortometraggio del pittore e cineasta Gianluigi Toccafondo, entrambi dedicati a Piepaolo Pasolini nell’ambito del festival Assalti al Cuore. Mentre domenica sera, sarà la volta dello spettacolo di Betrand Sallè con la proiezione delle sue opere legate al tema del sogno, accompagnate da un “live set” realizzato per l’occasione da Malvina Meinier al pianoforte e Vincenzo Vasi al “Theremin”. Da non perdere anche “Fellini…per caso”, itinerario inedito e semiserio nei luoghi del Maestro condotto venerdì 1 da Patrizio Roversi, tra gli interpreti de La voce della luna (1990).

 

Magia e sogno anche a Cattolica, che venerdì ospiterà in centro “Incanti Marini – La dama della notte”, lo spettacolo-evento della Compagnia Teatrale Corona, suggestivo show tra danza e acrobazia dedicato al mondo sommerso, e a Misano, con “Maraviglia”, performance tra balletti aerei e imponenti macchine sceniche della compagnia Sonics.

 

Sempre a Cattolica venerdì sera l’astrologo Marco Pesatori accompagnerà il pubblico del suo spettacolo “La poesia dello zodiaco” tra pianeti, decadi e quadri astrali con il suo linguaggio ironico e appassionato, mentre Riccione ospiterà per tutto il weekend due esposizioni tra Graffiti Art e pittura e fotografia del ‘900.

 

San Mauro Mare sarà teatro, venerdì, del 1° Festival Internazionale di Magia, che vedrà la partecipazione di maghi e maghe da tutta Europa, mentre a Bellaria, sabato sera, saranno protagonisti assoluti i più piccoli, con La Notte Rosa dei Bambini, con l’Isola dei Platani invasa da giochi, animazioni, spettacoli e laboratori.

 

A Cesenatico venerdì sera il grattacielo diverrà un enorme schermo sul quale 20 proiettori architetturali a gestione computerizzata e ad altissima luminosità riprodurranno spezzoni di celebri pellicole, mentre a Lido di Volano risate a non finire con gli Oblivion, direttamente da Zelig con i loro romanzi storici “in pillole”, tra musica e recitazione, e un volto storico della comicità italiana, Andrea Roncato.

 

Tutta la riviera a mezzanotte in punto si “fermerà” per assistere al concerto di fuochi d’artificio che illuminerà a giorno 110 km di spiagge, da sempre uno dei momenti più attesi della Notte Rosa, che a Porto Garibaldi – nei Lidi di Comacchio – si potrà ammirare direttamente a bordo delle motonavi che usciranno al largo per l’occasione.

 

Informazioni e programma dettagliato sul sito dell’evento: La Notte Rosa

 

Quando ci innamoriamo?
 
Noi tendiamo ad innamorarci quando siamo pronti a cambiare. Perchè siamo mutati interiormente, perchè è cambiato il mondo attorno a noi, perchè non riusciamo più realizzare i nostri desideri o ad esprimere le nostre potenzialità. Allora cerchiamo qualcuno che ci indichi la strada e ci faccia assaporare un nuovo modo di essere. Possiamo perciò innamorarci a qualsiasi età, ma soprattutto nelle svolte della nostra vita. Quando passiamo delle scuole elementari alle medie, poi alle superiori, all’università, o quando cambiamo lavoro, o a quarant’anni quando inizia la maturità o a sessanta, o a settanta quando inizia la vecchiaia. Oppure quando la vecchia relazione si è consumata, o il mondo è cambiato e noi cerchiamo un nuovo accordo con esso.
Di chi ci innamoriamo?
 
Della persona che, nel particolarissimo periodo in cui siamo predisposti ad innamorarci, col suo comportamento, con i suoi sentimenti, con i suoi valori, con la vita che ha vissuto, con i suoi sogni, con il suo slancio, ci fa sentire che, uniti a lei, possiamo realizzare le nostre potenzialità, soddisfare i desideri maturati dentro di noi. Allora proviamo una attrazione irresistibile e il bisogno di fonderci spiritualmente e fisicamente con lei. Io paragono il processo amoroso ad un puzzle: le caratteristiche della persona amata sono i frammenti decisivi che ci rivelano, in un istante, l’intero disegno. La ricerca può essere molto lunga, ma la rivelazione è improvvisa.
La cotta
 
Quando siamo predisposti, ci innamoriamo di quella persone che, col suo comportamento, i suoi sentimenti, la sua bellezza, il suo slancio, ci fa sentire che, uniti a lei, possiamo realizzare le potenzialità e i soddisfare i desideri maturati dentro di noi. Io paragono l’innamoramento alla soluzione di un puzzle: le caratteristiche della persona amata sono i frammenti decisivi che ci rivelano, in un istante, l’intero disegno. E la cotta? La cotta è quando noi, colpiti da alcune delle caratteristiche abbiamo l’impressione di cogliere la figura intera ma non è vero. Fuor di metafora abbiamo l’impressione di aver trovato una persone meravigliosa, straordinaria, unica. Ma dopo un po’ di tempo, ci accorgiamo di aver sbagliato e riprendiamo la ricerca.
Come sappiamo se siamo innamorati?
 
Come fai a sapere se sei veramente innamorato? Che non si tratta di una cotta momentanea, di una infatuazione? Studiando i sentimenti che provi quando sei lontano dall’amato. Non basta il desiderio ossessivo insistente di rivederlo, di sentiti dire ti amo, di fare all’amore. Quando sei veramente innamorato vieni preso da terrore panico che non ti ami più, dalla disperazione perché sai di non poter vivere, respirare senza di lui. E quando lo ritrovi è come se fossi tornato a casa dopo un esilio di mille anni, come il bambino che terrorizzato e urlante finalmente trova rifugio fra le braccia di sua madre. Una dolcezza senza fine, uno scuotimento di pianto, il tuo essere che si scioglie, come un liquido, in qualcosa che è lui, che è voi due, che è l’intero mondo.
Il tempo
 
Quando incontriamo un amico, anche dopo anni, è come se lo avessimo lasciato un momento prima. Riprendiamo la conversazione come se fosse un dialogo interrotto. Eppure non è un dialogo interrotto, non è la prosecuzione di quella conversazione. Perchè non ci interessa ciò che è accaduto nell’intervallo. Il tempo dell’amicizia è granulare, un succedersi di momenti presenti che si giustappongono. Invece il tempo dell’innamoramento denso, continuo, spasmodico. Dell’innamorato vogliamo sapere tutto, come ha passato ogni giorno, ogni ora. Il tempo dell’innamoramento stringe assieme il più remoto passato e il più lontano futuro. L’innamoramento è rimembranza e attesa ed il presente è la espansione gloriosa di questo spasimo. Ogni istante dell’amore soffre questo eccesso di temporalità e vuol essere eterno.
Fedeltà
 
Ci può essere fedeltà nel matrimonio, fra innamorati, fra amanti? Molti dicono di no. Ma non è vero. Ci può essere anche per periodi lunghi lunghissimi, per dieci, venti anni. Ed anche fra persone che, in precedenza sono sempre state molto libere e che non hanno scrupoli religiosi. La fedeltà è sempre frutto della volontà, di una scelta volontaria. Ma quando questa scelta non viene vissuta come una rinuncia. Alcuni uomini – nell’uomo la fedeltà è più rara – sono fedeli perchè amano tanto la loro donna da non volerla confondere, mescolare con altre. Nelle donne innamorate c‘è spesso il piacere e l’orgoglio di dire di no a tutti gli altri per esser solo dell’unico uomo che merita il loro amore, il loro cuore, il loro corpo. Un giardino fiorito che si apre solo per lui.
Cacciato e cacciatore
 
Si è sempre detto che l’uomo è cacciatore, mentre la femmina tende a trattenerlo e costruire il nido. Balle, la femmina è una straordinaria cacciatrice, migliore anzi del maschio. Perchè il maschio è poco selettivo, guarda alla quantità piuttosto che alla qualità. Egli cerca di diffondere il suo seme nel maggior numero possibile di femmine. La femmina invece è molto selettiva, caccia solo i maschi più belli, più intelligenti, più audaci, più ricchi e più forti. Ed è abilissima nel conquistarli. Lo fa da milioni di anni nonostante tutti i vincoli e le leggi maschili per frenarla. Ed è stata una fortuna, perché immaginate come sarebbe andata a finir male l’evoluzione della specie umana se avesse scelto quelli più brutti, poveri, stupidi e paurosi.
Abbigliamento e trucco
 
Le donne, in ogni società ed in ogni epoca, hanno sempre curato l’abbigliamento ed il trucco perché solo così possono valorizzare la propria bellezza. La differenza fra una donna trascurata la stessa in “alta uniforme“ è così grande che l’uomo ha l’impressione di due persone diverse. Nel celebre film Sabrina quando la ragazza (Hudrey Hepburn) torna elegantissima da Parigi i due uomini non la riconoscono poi se ne innamorano. La donna per rendere erotico il proprio corpo ha bisogno degli stilisti, dei sarti, dei calzolai, dei parrucchieri, dei truccatori, dei chirurghi estetici, dei gioiellieri. Il lusso e il bello sono strettamente connessi. Un uomo povero non può permettersi una donna bellissima. Non potrà darle ciò che vuole e qualcuno ricco e potente gliela porterà via.
Conoscere col corpo
 
Per conoscere il maschio la donna usa il proprio corpo. Si fida più delle proprie sensazioni che della ragione o di quello che lui le dice. E il primo aspetto che percepisce dell’uomo è l’odore. L’odore lo senti anche a distanza, basta essere seduti accanto in treno, in aereo, in macchina, al ristorante, in salotto, o sull’ascensore. Spesso le basta questo per decidere se incominciare a parlare con lui, se stabilire un dialogo erotico oppure no. Fra gli odori quello più importante è l’alito e a volte gli si avvicina apposta, con una scusa per sentirlo. Se le ripugna non vorrà più che si avvicini. Poi c’è il sapore, soprattutto il sapore della bocca che rileva col bacio. Ma dal modo di baciare la donna capisce dell’uomo moltissime altre cose, perfino se è avaro o generoso, sincero o falso.
Ti butta giù giù
 
Quando ci innamoriamo, tutti mettiamo il nostro amato più in alto. Ma quando cessa l’innamoramento, mentre l’uomo si limita a riportare quella la sua ex amata al livello delle altre, la donna porta chi amava ad un livello più basso degli altri, in un abisso. E se lui piange e la scongiura di fare all’amore, lei prova disprezzo, le ripugna persino che la tocchi. Fa più facilmente all’amore con il primo che capita. L’ espressione “vado col primo che capita, ma non con te” non è perciò solo un modo di dire tipico della donna, ma un vero comportamento. L’uomo ha una reazione opposta. Se la donna che amava piange, lo scongiura di restare con lei, di fare all’amore non solo non prova disprezzo, ma al contrario tenerezza, stima e ne viene attratto eroticamente.
Stupro
 
Un uomo fa fatica a capire perchè una donna, che si concede con estrema facilità a tanti altri uomini, a lui può dire di no, e considera la sua insistenza una molestia sessuale. Non sa che “la scelta” è l’essenza dell’erotismo femminile. È sempre la donna che sceglie, e sceglie chi le piace. Può decidere di rinunciare a questo suo diritto, come fa la prostituta che va con tutti, dietro pagamento. Ma attenzione: nel preciso momento in cui, ad una certa ora o in un certo giorno, smette di essere prostituta, si riappropria del proprio diritto e, se viene pressata a compiere un atto sessuale, lo considera uno stupro. Lo stupro, prima che un atto di violenza fisica, è un atto di violenza contro la istintiva libera volontà della donna di darsi a chi le pare.
Seduzione
 
L’innamoramento rende timidi, rispettosi, adoranti. Il ragazzo innamorato perciò prova orrore vedendo che la sua amata gli preferisce uno che non l’ama ma è brillante, sbruffone, sa farla ridere, divertire. E la ragazza innamorata resta allibita vedendo che l’uomo più forte, più intelligente cede di fronte alle moine, ai vezzi, alla seduzione sessuale di donne mediocri ma spregiudicate. Così nel profondo del loro cuore tanto i maschi come le femmine temono che l’amore profondo, vero, sincero sia pericoloso perché l’altro è sensibile solo all’artificio, alla manipolazione. Questa paura spinge tutti e due a studiare l’arte della seduzione. Con essa imparano a recitare per ottenere i loro scopi, ma anche a distinguere chi recita e chi invece è veramente innamorato.
Verità e perdono
 
Nel racconto La Signora col cagnolino di Cechov, a Jalta un uomo ha una avventura con una signora. Poi si sente spinto a cercarla di nuovo, la trova a Mosca si innamora, si innamorano. E Cechov scrive: “Essi si perdonavano a vicenda ciò di cui si vergognavano nel loro passato, si perdonavano tutto nel presente e sentivano che quell’amore li aveva mutati entrambi”. Lo stato nascente dell’innamoramento è l’unico momento in cui gli innamorati sono avidi di conoscere tutto della vita dell’altro e l’accettano qualunque essa sia, anche se ha avuto debolezze, errori, anche se ha ammazzato. Si perdonano tutto. Ma se uno non dice una parte essenziale della di ciò che ha vissuto, in seguito non potrà più farlo, e dovrà recitare per sempre, perdendo così la meravigliosa spontaneità che l’amore gli aveva donato.
Invidia
 
Quando amiamo intensamente l’unica cosa che ci interessa è il nostro amato. Aspettiamo un suo messaggio, una telefonata, cerchiamo di immaginare dove sia, sempre con un po’ di angoscia, di gelosia. E quando ci telefona, ci dice che ci ama, quando sappiamo che sta per arrivare, quando lo abbracciamo e facciamo all’amore, passiamo di colpo alla gioia più sfrenata, alla beatitudine. Così, tanto nella preoccupazione come nella felicità, tutto le altre cose ci appaiono meno importanti: la carriera, i riconoscimenti sociali, perfino le cattiverie che ci fanno. E poichè non ci compariamo più con chi ha più successo o più fortuna di noi, perlomeno un vizio lo perdiamo: l’invidia. Gli innamorati possono avere molti difetti, essere ansiosi, gelosi possessivi, ma non sono mai invidiosi.
Nostalgia
 
Anche l’amore nato dall’attrazione sessuale più forte, alimentato dal sesso più libero, sfrenato, gioioso, quando i due amanti sono lontani, diventa nostalgia, straziante bisogno dell’altro. È come una droga, non puoi fare a meno di pensare a lui, di scrivergli, di telefonargli e i giorni ti sembrano anni, i minuti mesi. Ma quello che ti manca non è il sesso, la beatitudine sessuale, perchè lo strazio è tale che non puoi riviverla. Quello che ti manca è il tuo amato nella sua interezza, come persona, come Essere. Infatti ti basterebbe averlo vicino, parlargli, sfiorargli una mano, stringerla. Certo che l’amore ha bisogno del sesso e si esprime nel sesso, ma solo perchè il sesso è il modo più intenso per partecipare all’Essere dell’altro, di fonderci con lui, di gioire con lui.
Fusione
 
Quando due persone sono innamorate, ciascuno vuol farsi conoscere non solo per come è ora, ma anche come era, quali erano le sue potenzialità. Vuol far vedere all’amato il mondo come l’ha visto da piccolo, poi da adolescente, poi da adulto e i sogni che ha per il futuro. E, l’altro a sua volta, vuol farlo partecipare della propria visione del mondo. Entrambi nell’innamoramento ricostruiscono la propria identità personale interiorizzando l’altro con la sua visione del mondo e la sua sensibilità. La fusione raddoppia perciò l’esperienza, raddoppia la loro capacità di comprensione. È quindi sempre un arricchimento del singolo individuo mentre crea le premesse per quel tipo di comprensione profonda su cui può nascere un nuovo “noi“, una la nuova identità collettiva.
Fame dell’altro
 
Due persone che si desiderano sessualmente hanno fame l’una dell’altra, fame dei loro corpi. E, facendo all’amore, si saziano. Poi si dimenticano abbandonandosi al sonno. Le persone innamorate invece hanno ma una duplice fame. Fame dei loro corpi e fame della loro anima. Fanno all’amore, godono dei loro corpi ma vogliono anche fondere le proprie vite, le proprie esperienze, il proprio passato. E la loro fame non si sazia. Risvegliati dal sonno si desiderano nuovamente, lontani si cercano. Il sesso, placato il desiderio, cerca il distacco, l’amore la vicinanza. L’unico vero profondo regalo che potete fare a due innamorati è farli stare sempre insieme, perchè possano cercarsi e ritrovarsi, e godersi infinite volte. Il sesso è un bacio isolato, l’amore una danza vorticosa, una giostra che li trascina.
Il dilemma
 
L’amore arriva sempre come un ladro inatteso. Penetra nella coppia esistente come il rapinatore in una casa, e la devasta. Quando io mi innamoro, continuo a voler bene a mio marito, a mia moglie, alla persona con cui convivo, ma le tolgo l’esclusività, mette al suo posto un altro e questo lei non può accettarlo. Mi scongiura, mi impone di scegliere, mi scaccia. Così l’amore, che chiede di essere solo felicità, si trasforma in uno straziante dilemma. Ti obbliga a scegliere fra due persone che vorresti continuare ad amare in modo diverso. L’oriente, se non ha risolto, ha perlomeno attenuato questo dilemma con la poligamia. L’occidente cerca di risolverlo dando più importanza al sesso, rinviando il matrimonio, indebolendo il legame di coppia, moltiplicando i singles.
Il corpo erotico
 
Nell’innamoramento spesso uno ama più, o un ardore, un desiderio più intenso dell’altro. Questa differenza però non ha nessuna importanza se chi ama di più usa il suo calore, la sua passione, la sua fantasia per riscaldare, accendere il cuore e il corpo dell’amato. L’uomo può farlo col corteggiamento, il gioco, la poesia, l’intelligenza erotica. La donna ha, in più, altre risorse come l’abbigliamento, il trucco, la gestualità, la danza. Ma ha, soprattutto la possibilità di usare il suo corpo erotico. Perchè tutto il corpo femminile è erotizzato, e la donna che riesce a liberarsi dei tabù, delle inibizioni, può insegnare, all’uomo che ama, a godere di tutto il suo corpo esattamente come fa lei. Dandogli un piacere che l’altro non poteva nemmeno immaginare.
Amicizia erotica
 
Amicizia e sessualità sono compatibili? Si, ma è difficile. Perché gli amici si raccontano tutto, si confidano i problemi, le difficoltà, e corrono ad aiutarsi, affrontando anche sacrifici. Nell’erotismo invece, noi cerchiamo soprattutto piacere, sfrenatezza gioiosa e non vogliamo essere disturbati da tutto ciò che è problema, da tutto ciò che è sgradevole. Non ci piace che l’altro ci parli o ci ossessioni con i suoi problemi economici e di carriera. Per fare durare l’amicizia erotica occorre prudenza. I due amici-amanti-amanti possono parlare della loro attività professionale, sorreggersi, aiutarsi. Ma con moderazione, con discrezione, evitando che il peso della vita quotidiana avveleni la loro vacanza festosa.
Utopie erotiche
 
Nel corso della storia ci sono sempre stati movimenti utopici che volevano eliminare la proprietà privata a favore della uguaglianza e del comunismo. Ma che razza di uguaglianza è quella che non riguarda anche il sesso, l’erotismo? Fourier perciò propone una società in cui le coppie si possono riunire a due a due formando un quadrangolo erotico. Oppure a tre, a quattro formando dei sestetti, degli ottetti, delle orchestre passionali. Inoltre le persone più belle dovevano andare anche con le brutte le giovani con le vecchie. Lungo il corso della storia si sono formate centinaia di comunità utopiche erotiche. Però tutte si sono dissolte perché il capo finiva per prendersi (o ci andavano loro) tutte le donne più giovani e più belle, creando invidie, gelosie e rivolte.
Far ingelosire o no
 
Ci sono degli uomini competitivi che desiderano una donna solo quando è di un altro. Eccitati dalla gelosia, ardono di desiderio solo quando vedono profilarsi un rivale. Per risvegliare il loro amore, la loro passione, bisogna farli ingelosire. Una mia conoscente è riuscita conservare il proprio uomo con tre trucchi elementari: ogni tanto non gli rispondeva al telefono, altre volte non si faceva trovare a casa, oppure usciva vestita in modo elegante senza dirgli dove andava. Ma, attenzione, esiste anche il tipo umano opposto. Quello che non sopporta la gelosia. Se costui, all’inizio dell’innamoramento, vede comparire un rivale, si ritira, scompare. Chi vuol trattenere questo tipo di persona facendola ingelosire la perda. Se ci tiene, se l’ama, sia prudente, le dia sicurezza.
Competizione sessuale
 
Ci sono due meccanismi opposti nella competizione erotica. Il primo ci dice che vince chi riesce a portar via per primo la persona desiderata e ad accoppiarsi con lei. Sta alla base dell’antico desiderio maschile di possedere una vergine. Se non riesce, se un altro lo precede si sente vinto e prova un moto di gelosia. Ma il secondo meccanismo dice invece che vince l’ultimo che porta via il trofeo. Il maschio si eccita all’idea di poter prendere la femmina che si è accoppiata con un altro perché, sostituendolo, lo scaccia simbolicamente, si impadronisce di quanto era suo. Questo meccanismo, in fondo, è implicito in tutta la prostituzione. Ogni uomo prende una donna che è appena stata di un altro maschio, lo scaccia e lo sostituisce.
Amante
 
L’amante è un giardino cintato, separato dalla vita quotidiana. La quotidianità non è governata da noi, ma dai doveri istituzionali, dalla ufficialità che rende tutto manifesto, nominabile, descrivibile, enumera i doveri, i dettagli, le mansioni. È il luogo dove passano tutti. Invece il mondo dell’amante è appartato, nascosto, segreto. Molti pensano che il segreto serva a dare il brivido del proibito. No, protegge gli amanti dalla irruzione degli altri. Quando la relazione diventa manifesta, pubblica, cambia natura, diventa matrimonio, anche se non gli viene dato questo nome. Recintato il tempo e lo spazio, protetti dal segreto, gli amanti diventano i registi del proprio mondo erotico e ne fanno una rappresentazione teatrale, si essa un orgia, un ballo o un idillio.
Confessare o no?
 
In un libro che ho letto ma non ricordo quale, ci sono due amanti. L’uomo, preso da sensi di colpa e dal desiderio di chiarezza e sincerità vuol confessare la loro relazione a sua moglie. Lei è terrorizzata. Per carità non farlo, gli dice, oggi noi siamo soli, felici, nessuno ci disturba, nessuno invade la nostra intimità. Ma appena avrai parlato con tua moglie sarà tutto diverso. Nella nostra vita entrerà lei, di prepotenza, e poi i tuoi figli, gli amici, i tuoi genitori i miei, una folla strabocchevole vociante,che riempirà tutta la nostra vita, il nostro spazio il nostro tempo con le loro recriminazioni, le loro minacce, i loro consigli, le loro parole. Non saremo più soli. Saremo sempre in mezzo a questa gente sgradevole chiassosa, petulante. Io non la voglio.
Allegria
 
L’erotismo appartiene alla sfera del gioco, del divertimento, dello scherzo, della gioia. Due persone che vivono insieme, dormono insieme, lavorano insieme ma sono sempre assorbite da problemi, impegni, doveri, e non trovano il tempo di andare a ballare, di far festa, di giocare e scherzare, a poco a poco vedranno diminuire il loro desiderio erotico. E lo stesso succederà a tutti coloro che hanno una visione pessimista, seria o tragica della vita, e non sanno, perlomeno di tanto in tanto, ritornare freschi, allegri, spensierati, scatenati come bambini. Ed è per questo che alcuni si fanno un amante, perché quando vanno con l’amante è come se marinassero la scuola. Si buttano dietro le spalle tutti i doveri e pensano solo a divertirsi, a giocare e a darsi piacere.
Ricco e povero
 
Quando ero giovane non avevo i soldi per comperarmi una vespa e, per fare all’amore con una ragazza, dovevo portarla nei campi. Sebbene fossi molto carino, quelle belle non ci volevano venire. Invece vedevo che i maschi che avevano una macchina spider, per esempio il duetto, ne avevano sempre a bordo di bellissime. È passato il tempo, è cambiato tutto, c’è stata la rivoluzione sessuale, il femminismo, le donne fanno carriera, le ragazzine fanno all’amore a quattordici anni, il sesso è libero, separato dall’amore. Però, guarda caso, quando vado a Forte dei Marmi constato che i giovani maschi che hanno macchine sportive di lusso, Ferrari, Lamborghini oppure barche, lussuose, hanno sempre con loro delle ragazze bellissime, modelle, miss qualcosa, divette della TV. E gli altri no. Cos’è cambiato?
Fuori!
 
È la donna che lascia bruscamente e per sempre. L’uomo lascia, ma può riprendere, per amicizia, oppure per desiderio sessuale. La donna rompe in modo brusco perché vuole un amore vero e, quando è delusa, prova collera, odio. E, conoscendo intuitivamente l’uomo, li lascia crescere dentro di se fino ad un livello parossistico. Ma non vuole che trapeli nemmeno inavvertitamente. No lui non deve immaginare nulla, sospettare nulla fino al giorno in cui lo caccerà via, via per sempre. Sarà una vendetta terribile dirgli che non lo amava, lo disprezzava, le faceva schifo, rinfacciargli le sue cattiverie, le sue meschinità lasciandolo sconcertato, impietrito, distrutto. E vederlo brancolare, piangere, scongiurare come un bambino piagnucoloso rafforzando così ancora di più il suo disprezzo.
Potere o amore?
 
Il potere, il successo, la vittoria, la vendetta, la gloria non possono mai dare un piacere intimo, profondo, duraturo e sereno come quello dell’amore ricambiato. Perchè sono sempre accompagnate da contrarietà, nemici, pericoli. Il tiranno onnipotente sa di essere circondato da traditori e teme per la sua vita. Invece a chi ama ed è sicuro di essere riamato, il mondo appare sereno ed amico. Ed anche quelli che potrebbero apparire ostacoli: un ritardo, un equivoco, l’attesa di una telefonata, sono in realtà sempre fonte di delizioso languore. Di un dolce spasimo che fa pregustare l’incontro d’amore e la felicità dei corpi che si abbracciano e, si fondono e si saziano. Cosi il piacere d’amore dura a lungo, godendo esclusivamente di se stesso e non ha bisogno di nient’altro.
Sesso e pericolo
 
L’attrazione sessuale è molto più antica della società e perciò ha sempre la tendenza a violare le leggi, le regole deontologiche, la neutralità richiesta dal proprio ruolo sociale. Unisce ciò che ufficialmente deve essere diviso nel modo più capriccioso e imprevedibile. Per questo la sessualità è sempre stata usata nella lotta politica, dai servizi segreti, impiegata per produrre scandali ed eliminare avversari scomodi. Ma anche nella vita quotidiana, pensiamo a quanti conflitti può creare quando si insinua nei rapporti fra impiegato di banca e cliente, fra medico e paziente, fra giudice e imputato, fra poliziotto e delinquente, fra insegnante ed allievo, fra esaminatore ed esaminato, fra padrone e servitore, fra vicini di casa, fra amici e perfino fra nemici.
Uno o molte?
 
Aumentano le persone che cercano il piacere nello scambio di coppia, facendo all’amore in tre o quattro o in tanti nell’orgia confondendosi nella molteplicità dei corpi. Altri dicono loro che sbagliano perchè il piacere sessuale più profondo, l’estasi totale si può ottenere solo concentrandoci su una persona con cui raggiungere una totale intimità ed un totale abbandono.
Solo così possiamo trasformare il nostro
corpo ed il corpo dell’amato in strumenti musicali con cui creare, senza freni, senza inibizioni, senza limiti, le infinite armonie che vi sono celate, il mistero racchiuso nelle nostre più recondite fantasie. E ci spiegano che noi tutti utilizziamo solo una frazione infinitesima del nostro corpo erotico per cui, disperdendoci nella molteplicità, perdiamo anche quella.
Non eri come pensavo
 
La trasfigurazione dell’amore non è mai una pura invenzione, un puro delirio, ha sempre una base, non fa che accentuare, esaltare ciò che esiste. È una esagerazione, una iperbole, non una pura illusione. Poi nel corso della vita noi cambiamo, cambiano le circostanze, dobbiamo affrontare altri problemi e le qualità della persona amata che ti attraevano non ti servono più. Allora le senti come un limite, un ostacolo un disagio. Quell’uomo impulsivo e impetuoso ora ti appare violento e litigioso. Quella donna ridente, brillante, fantasiosa, ora di sembra sconsiderata e inconcludente. La fine di un amore è sempre amara per entrambi perché ciascuno rimprovera all’altro di non essere come lo aveva immaginato, mentre in realtà gli rimprovera di essere proprio ciò che era.
L’amore è geloso
 
Uomo e una donna ad una festa. Lui non sa ancora di amarla, gli piace, stanno bene insieme, giocano, si divertono, ogni tanto fanno all’amore. Durante la festa lei vede un’altro, le piace, è libero, sta per partire per un viaggio, le chiede se vuol andare con lui. Perché no? Faranno insieme una vacanza, si divertiranno, nessun legame. Poi ciascuno per la propria strada. Ma l’uomo che sta con lei, quando capisce che la sua compagna può andarsene con l’altro prova un dolore insopportabile. Perché scopre di amarla. Lei è sul versante del sesso, lui su quello dell’amore. Quello che per lei è gioco, per lui è tragedia. L’amore è geloso, l’amore è possesso. Dice: “quest’uomo è mio, questa donna è mia!“ e non posso sostituirli con nessun altro.
Pesante e leggero
 
Nella nostra epoca, l’amore è difficile e viene sostituito dal sesso. Perché il sesso non lega, non fa soffrire, se non va bene con questo andrà bene con l’altro. Invece l’amore ti da l’estasi e la felicità, ma poi basta un nulla, una frase sbagliata, per lasciare una ferita straziante. E non puoi dire a chi ti ama “era solo sesso” perché egli non può accettare che tu scelga volontariamente il piacere sessuale reciproco con un altro, invece che con lui. Il sesso è leggero, l’amore è pesante. Ma quel piacere leggero lacera, distrugge l’altro.
Amore appiccicoso
 
Le donne, quando sono innamorate fioriscono e, ricambiate, diventano più belle, sono come in uno stato di grazia. Non hanno paura della separazione e, anche lontane da chi le ama godono delle cose belle della vita riscaldate dal loro amore. Molti uomini (non tutti naturalmente) invece, quando si innamorano, anche se sono riamati, hanno bisogno della presenza fisica del loro donna, hanno bisogno di abbracciarlo, di sentirla sempre a disposizione. Sopportano male la separazione, e se lei si allontana, vogliono sapere tutto ciò che ha fatto, ma non per gelosia, per essere sempre spiritualmente con lei. Il risultato però può essere che le donne del primo tipo, allegre, sicure, che gioiscono dell’amore in sè, dapprima lusingate da tanta attenzione, poi si seccano, li trovato troppo possessivi, troppo appiccicosi.
Fascino
 
Il fascino non è un corpo, non è un volto è il tralucere di una vita. Nel film di Scorsese L’età dell’innocenza, la contessa Olewska, interpretata da Michelle Pfeiffer, esercita un fascino irresistibile perché porta nella banalità newyorkese, il segreto conturbante degli amori e delle passioni europee. Un mistero che traspare nella dolcezza fiera e dolente dei suoi lineamenti, nel suo sorriso disarmante, nel suo abbigliamento raffinato, nella sua sicurezza fra gente ostile, nel suo anticonformismo che indica altre abitudini, altri amori, rapporti proibiti. Il fascino è sempre il tralucere di un passato e di un mondo a noi sconosciuto, di una trasgressione al nostro ordine quotidiano. È il rivelarsi di questo mistero, è la seduzione di questo mistero.

tratto da www.alberoni.it

Che cos’é l’amore?
Due persone, in un certo momento della loro vita, incominciano un mutamento, si rendono disponibili a staccarsi dai precedenti oggetti d’amore, dai precedenti legami, per dare origine ad una nuova comunità. Allora entrano in stato nascente, uno stato fluido e creativo, in cui si riconoscono reciprocamente e tendono alla fusione. In tal modo essi costituiscono un noi, una collettività ad altissima solidarietà e ad altissimo erotismo.

È all’interno di questo noi che i singoli individui realizzano i loro sogni erotici e non erotici, le loro aspirazioni, le loro possibilità inespresse. L’altissima solidarietà, l’immenso piacere erotico che si danno a vicenda permette a ciascuno di subire e di esercitare fortissime pressioni sull’altro, pressioni che portano alla formazione di un progetto comune, ad una comune visione del mondo.

La nuova coppia nascente é animata da una energia inesauribile e da un traboccante entusiasmo. Il mondo le appare meraviglioso , le possibilità di azione infinite. Elabora una nuova concezione della vita , ristruttura tutti i propri rapporti interni ed esterni , si costruisce una nuova nicchia ecologica.

L’energia creativa, fluida dello stato nascente si trasforma così in struttura, in norma. Sono principi, regole, convenzioni, abitudini , costruiti con slancio, con l’adesione più entusiasta, perché avvengono nel momento della massima spinta alla fusione. Sono patti giurati che custodiscono la speranza e la promessa dello stato nascente, dove traluce sempre l’assoluto. Con il passaggio dall’istituzione allo stato nascente é avvenuta una conversione della struttura – famiglia, casa, figli,amici, idee consolidate – in energia. Adesso avviene il contrario. È l’energia che si traduce di nuovo in struttura: nuova casa, nuovi amici, nuova concezione del mondo.

Domandiamoci ora: cos’é l’amore come emozione, sentimento, esperienza soggettiva, stato dell’animo, in questa prospettiva? L’amore é il risvolto emozionale interiore della nascita di una nuova collettività e di un nuovo me stesso. E la persona amata é il perno, l’asse attorno a cui avviene questa ricostruzione. È l’esperienza del fondermi con lei formando una nuova entità che mi risplasma, mi ricrea e ricrea il mondo in cui vivo. È l’esperienza di scoprirmi parte di un nuovo mondo, di un nuovo cielo ed una nuova terra. E la persona amata é la porta per accedere a tutto questo.

L’amore come emozione d’amore, come slancio, languore, desiderio, spasimo, sogno, é quindi l’energia creativa nel suo manifestarsi. Dell’energia creativa che, attraversandomi, mi usa come sostanza per edificare un nuovo mondo e un nuovo me stesso. Noi perciò amiamo ciò che ci sta creando e che stiamo creando. Di cui siamo ad un tempo figli e genitori. Questo nell’innamoramento. Ma possiamo applicare la stessa definizione anche alle altre forme di amore che conosciamo?

Incominciamo questa verifica partendo dall ‘amore della madre per suo figlio. Cosa abbiamo detto? Noi amiamo ciò che stiamo creando e che ci sta ricreando. La madre, già quando aspetta il bambino e poi quando lo allatta, lo nutre, lo alleva sperimenta la creazione di un essere mediante il quale ricrea se stessa. Crea una nuova comunità con un nuovo mondo entro cui entrambi saranno mutati. È la co-creazione di un mondo. Il bambino non é passivo . Risponde ai suoi stimoli e la porta a ridefinire continuamente se stessa, lui e il loro mondo. Questo processo continuerà per tutta la vita. Ed é per questo motivo che l’ amore della madre per il figlio e del figlio per la madre dura. Dura perché si rinnova perennemente. Perché, possiamo ora domandarci, questo tipo di amore non corre il rischio di scomparire come, invece, avviene nella coppia? Perché resiste alle più forti frustrazioni, alle delusioni più amare? Perché nella coppia entrano due individui già formati, ciascuno con i propri legami amorosi individuali e collettivi, con le proprie concezioni del mondo.

Nell’innamoramento essi destrutturano il proprio Sé precedente, il proprio mondo precedente. Ma solo in parte. Il processo di co-creazione della coppia avviene attraverso scontri, prove, compromessi. Ciascuno compie delle rinunce, ma tiene saldi alcuni valori. Con il passare del tempo, le due personalità possono avere sviluppi divergenti. L’universo in comune fra genitori e figli é enormemente più esteso. Il processo di aggiustamento reciproco avviene quando il bambino é plastico. E continua giorno dopo giorno sotto la guida del genitore che gestisce il cambiamento, evita che sorgano conflitti insolubili, divaricazioni insopportabili. Queste possono comparire solo nell’adolescenza o nella vita adulta.

Vediamo ora il rapporto amoroso che si stabilisce nell’amicizia. Questa é fondata sul principio del piacere. Non si costituisce a caldo, nel processo di stato nascente. Non c’é fusione iniziale, ardente, rischiosa, appassionata. L’amicizia si costituisce lentamente, incontro dopo incontro, in cui ciascuno getta un ponte fra quello precedente e quello successivo. È il precipitato storico di rapporti riusciti, gratificanti, rassicuranti, divertenti. Anche i due amici tendono ad una parziale fusione, anche loro tendono ad elaborare una comune visione del mondo. Anche loro costituiscono un noi. Ma senza la violenta e radicale distruzione del mondo precedente. Se fra loro esistono fin dall’inizio delle divergenze nelle credenze politiche e religiose, delle diversità di gusti, di abitudini, di opinione, non c’é un processo di fusione in cui vengono sciolte come in un crogiuolo. Permangono e rendono la relazione delicata.

Gli amici restano uniti perché scoprono, a poco a poco, di avere delle affinità elettive, perché compiono uno sforzo volontario di aggiustamento reciproco, cercando ciò che li unisce e non ciò che li divide. Ma se compaiono divergenze ideologiche, contrasti di interesse, o se qualcuno si comporta in modo eticamente scorretto, il rapporto amicale si rompe e di solito la rottura é irreparabile. L’amico può perdonare la menzogna, il tradimento, ma le cose non tornano più come prima. L’amicizia è la forma etica dell’eros. Anche il sentimento amoroso dell’amicizia dipende dalla costruzione comune di un mondo e della propria identità. Si intensifica nei momenti di cambiamento, di crisi, quando ci confidiamo con l’amico, gli chiediamo sostegno e consiglio. Si intensifica con lo scambio delle esperienze, affrontando insieme i problemi, con l’aiuto reciproco, combattendo fianco a fianco contro un avversario, una minaccia, come due cacciatori, come due guerrieri.

Prendiamo adesso l’ammirazione, l’adorazione per un divo alla cui base abbiamo posto il meccanismo dell’indicazione. Quando questo interesse é molto forte, il personaggio diventa una componente importante dei processi di definizione di se stesso e del mondo. Pensiamo a cosa rappresentano, per gli adolescenti, i campioni sportivi, i divi dello spettacolo, i cantanti di musica leggera. Essi li prendono come modelli di identificazione. Le giovani donne partecipano alle vicende amorose del loro divo preferito. Talvolta fantasticano una vita di coppia con lui.

Ancora più profondo é il processo che avviene nel rapporto con il capo carismatico di un movimento politico o religioso. Il capo carismatico é colui che interpreta la situazione storica, che da un senso al mondo, che stabilisce la meta, la direzione. L’amore per il capo carismatico rassomiglia a quello che proviamo per la persona di cui siamo innamorati. E se il capo resta tale per molto tempo, l’amore per lui si affianca all’amore per la madre o per il padre, e costituisce un punto fisso di riferimento per tutti i problemi della vita.

Questa definizione dell’amore vale anche per il meccanismo della perdita. Nella perdita il nostro mondo consolidato, familiare, i nostri oggetti stabili di riferimento, le nostre mete vengono sconvolti, minacciati di distruzione. Ci troviamo improvvisamente di fronte all’abisso del nulla. Allora siamo costretti a riesaminare il valore di tutte le cose che abbiamo, a ripensare noi stessi, la nostra vita, il nostro futuro. A ridefinire ciò che vale, ciò che non vale. La lotta per sottrarre il nostro oggetto d’amore individuale o collettivo alla perdita, é perciò una ricostruzione del mondo. Non é l’apparizione di un mondo nuovo, non è la marcia verso la terra promessa. Ma é pur sempre la marcia verso la patria perduta di cui si é riscoperto il valore e la bellezza. Della patria che si deve riconquistare con la consapevolezza che é il massimo bene, e che per essa vale la pena anche di morire.

Abbiamo così visto che tutte le forme di amore, tanto quelle che sorgono dallo stato nascente come dagli altri meccanismi, il piacere, l’ indicazione e la perdita, comportano sempre la creazione o la ricreazione di una collettività di cui facciamo parte e che ci plasma. Possiamo quindi concludere dicendo che l’amore é l’aspetto soggettivo, emozionale del processo in cui noi generiamo, mentre siamo a nostra volta generati da qualcosa che ci trascende. Da tutto quanto abbiamo detto deriva una importantissima conseguenza. Che, se l’amore dura, se si prolunga nel tempo, vuol dire che continuano ad agire i processi, i meccanismi che hanno agito nel momento iniziale, della rivelazione, della scoperta, dell’innamoramento. L’amore , se esiste, in quando esiste, é sempre “nascente”. E sempre scoperta, rivelazione, ammirazione, adorazione, desiderio di congiungimento con qualcosa che ci trascende e che da ordine e senso al mondo.La persona che amiamo é sempre, nel momento in cui l’amiamo, ciò che ci si sta rivelando come il perno del mondo, ciò in cui traluce l’essenza del mondo, l’ordinatore del mondo.

L’amore é perciò sempre brivido dell’assoluto nel contingente, qualcosa di misterioso, meraviglioso e divino. E, quando é ricambiato, é dono, grazia che chiede lode e riconoscenza.

Estratto da “Ti amo“, Francesco Alberoni, Garzanti

Piccola Antologia dei versi di Eugenio Montale che preferisco…
Spesso il male di vivere ho incontrato
 

Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
 
Bene non seppi; fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
 
Forse un mattino andando in un’aria di vetro
 
Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
 
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

 

Non recidere, forbice, quel volto

 Non recidere, forbice, quel volto,solo nella memoria che si sfolla,non far del grande suo viso in ascoltola mia nebbia di sempre. Un freddo cala… Duro il colpo svetta.E l’acacia ferita da sé scrollail guscio di cicalanella prima belletta di Novembre.

 

Da “Satura”
Xenia I

 Avevamo studiato per l’aldilàun fischio, un segno di riconoscimento.Mi provo a modularlo nella speranzache tutti siamo già morti senza saperlo. Non ho mai capito se io fossiil tuo cane fedele e incimurritoo tu lo fossi per me.Per gli altri no, eri un insetto miopesmarrito nel blabladell’alta società. Erano ingenuiquei furbi e non sapevanodi essere loro il tuo zimbello:di esser visti anche al buio e smascheratida un tuo senso infallibile, dal tuoradar di pipistrello. 

La Storia

La storia non si snodacome una catenadi anelli ininterrotta.In ogni casomolti anelli non tengono.La storia non contieneil prima e il dopo,nulla che in lei borbottia lento fuoco.La storia non è prodottada chi la pensa e neppureda chi l’ignora. La storianon si fa strada, si ostina,detesta il poco a paco, non procedené recede, si sposta di binarioe la sua direzionenon è nell’orario.La storia non giustificae non deplora,la storia non è intrinsecaperché è fuori.La storia non somministra carezze o colpi di frusta.La storia non è magistradi niente che ci riguardi. Accorgersene non servea farla più vera e più giusta. La storia non è poila devastante ruspa che si dice.Lascia sottopassaggi, cripte, buchee nascondigli. C’è chi sopravvive.La storia è anche benevola: distruggequanto più può: se esagerasse, certosarebbe meglio, ma la storia è a cortodi notizie, non compie tutte le sue vendette. La storia gratta il fondocome una rete a strascicocon qualche strappo e più di un pesce sfugge.Qualche volta s’incontra l’ectoplasmad’uno scampato e non sembra particolarmente felice.Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.Gli altri, nel sacco, si credonopiù liberi di lui. 

Collegamento ai disturbi alimentari con il MALE DI VIVERE…

Il rifiuto ostinato del cibo o la sua ricerca compulsiva sono i due aspetti comportamentali che caratterizzano la sindrome bulimico-anoressica, disturbo che colpisce soprattutto, ma non solo, le giovani donne.  La questione alimentare è l’aspetto più superficiale e quindi, anche se in grado di influire sul corpo in profondità, non è da considerare l’aspetto principale. Possiamo affermare che entrambi sono l’espressione di un disagio contemporaneo, conseguenza di un dolore profondo che interessa l’individuo e che sembra non lasciargli altra via d’uscita che distruggere sé stesso. Molti sono i giovani che vivono questa condizione, in cui la soluzione pare essere il rifiuto del cibo e il dimagrimento, fino a giungere alla compromissione generale delle funzioni vitali.“A partire dagli anni ’70 – afferma la dottoressa Laura Zancola, psicologa dell’associazione Jonas – si è assistito ad un significativo incremento dei casi di anoressia e bulimia. Basti pensare che nel nostro Paese tre milioni di persone ne sono colpite, di cui il 92% donne”. “È un male della nostra società – continua – che influenza il modus vivendi dell’individuo spingendolo a comportamenti estremi e soprattutto dannosi per la sua salute: il mondo in cui viviamo è impregnato di valori fittizi, proposti come elementi fondamentali e imprescindibili per avere successo e raggiungere gli obiettivi”.

È importante puntualizzare però – sostiene la dottoressa Zancola – che il disturbo bulimico-anoressico non è solo una manifestazione di questo smodato bisogno di essere alla moda. Le vere cause, infatti, sono da ricercare in un disagio profondo insito nel soggetto, che reagisce con un’astensione dal cibo, che lo fa dimagrire sempre più, o con le abbuffate e l’immediata espulsione di quanto ingerito provocata con il vomito. È un modo di rispondere ad un male di vivere sempre più diffuso, nonostante l’abbondanza delle risorse materiali e il benessere della nostra società”.

Nell’esperienza di Jonas (associazione onlus che opera sul territorio nazionale attraverso le sue sedi e che si occupa dei nuovi sintomi del disagio contemporaneo), anoressia e bulimia non sono due manifestazioni distinte poiché nella maggior parte dei casi le persone manifestano entrambi i disagi, alternando periodi di bulimia ad altri di astensione dal cibo. Pertanto, i problemi dell’anoressia e della bulimia non devono essere considerati singolarmente, ma vanno visti come l’espressione di un disagio che si presenta con alternanza di manifestazioni.

“La cosa che più desta preoccupazione – rileva la psicologa – è l’incapacità del soggetto di rendersi conto della situazione e il suo continuare a ritenersi soprappeso, che lo induce a continuare con l’astensione dal cibo e con le pratiche di espulsione, senza mai concedersi una tregua. Solitamente, questa perpetuazione può avere delle forti ripercussioni sull’organismo, provocando degli squilibri ematici e causando forti sofferenze per lo stesso e la funzionalità dei suoi organi. Nei casi più gravi si può arrivare al decesso, quando il corpo non è più capace di sopperire ai deficit che nel tempo si sono aggravati a seguito dell’alimentazione deficitaria”. “Inoltre – aggiunge – in questi individui spesso si riscontra la cosiddetta dismorfofobia: nonostante la perdita di peso e il continuo assottigliarsi del corpo, permane la convinzione di essere grassi e l’unica soluzione per porvi rimedio sembra essere il continuare a dimagrire… e così le diete non finiscono mai aggravando sempre più la situazione. Quando una persona anoressica si guarda allo specchio è incapace di vedere la realtà e considera la sua figura sempre bisognosa di perdere peso, e così il lento suicidio continua e non c’è nessuno in grado di scuoterla mettendola di fronte all’evidenza e facendola ragionare sullo sbaglio che sta commettendo”.

L’insorgenza del sintomo intacca in genere l’equilibrio familiare. Non è facile per un genitore essere coinvolto in un problema come questo: le insicurezze, l’impotenza, i sensi di colpa sono tanti ed è frequente che i genitori non sappiano cosa fare o facciano la cosa sbagliata. I famigliari più vicini al soggetto anoressico che hanno consapevolezza di ciò che gli sta accadendo, infatti, hanno molte volte un comportamento scorretto che aggrava la situazione inducendolo a proseguire con più tenacia nell’obiettivo che si è prefissato. “Capita molto spesso ad esempio – sottolinea la dottoressa Zancola – che l’eccessiva perdita di peso induca i genitori a diventare particolarmente insistenti con la figlia per indurla a nutrirsi, forzandola a rendersi conto che non è grassa, ma questo comportamento è assolutamente errato e non fa altro che rafforzare in lei il sintomo inducendola a continuare la lotta intrapresa. L’estenuante lotta per il cibo e il continuo ripetere “mangia che ti fa bene”, offrono l’appiglio al sintomo: il cibo sembra essere così importante a scapito dei bisogni affettivi che l’anoressico inconsciamente rafforza ancora di più la sua decisione di dimagrire. Inizia in tal modo una lotta interminabile tra madre e figlia che conduce immancabilmente ad un peggioramento della situazione. In questi casi, pertanto, è opportuno non colpevolizzare o accusare, come se il problema dipendesse dalla volontà. L’affetto e la fiducia sono certamente più utili dei rimproveri e delle costrizioni”.

 Il disturbo anoressico-bulimico è un disagio profondo e non un problema dell’appetito. “Le cause – spiega la psicologa – sono insite nel passato della persona, che nasconde ad un livello profondo un vissuto che in qualche modo ha segnato il suo equilibrio psicologico, portandola ad un comportamento estremo e pericoloso. L’anoressia e la bulimia sono un messaggio cifrato che deve essere letto e interpretato al fine di poter capire quali mezzi utilizzare per affrontare questa situazione. È fondamentale chiedersi cosa faccia soffrire il soggetto al punto da spingerlo ad esprimersi con questo totale rifiuto ad assumere il cibo. Sicuramente è molto semplice credere che si tratti esclusivamente di un problema di appetito, ma le cause sono ben diverse ed è indispensabile che la famiglia si prenda le proprie responsabilità e sia in grado di chiedersi cosa si è inceppato e per quale motivo”.

L’insorgenza dell’anoressia-bulimia molte volte coincide con l’adolescenza, periodo durante il quale avvengono dei mutamenti sia fisici che sociali. Il passaggio da un corpo da bambino a uno da adulto, la separazione dalla famiglia e l’ingresso nella società generano nuove richieste e particolari bisogni che devono essere affrontati con equilibrio. L’adolescenza, però, è solamente uno dei fattori che possono portare a manifestare un comportamento anoressico-bulimico; altri fattori scatenanti possono essere la perdita di una persona importante, la conclusione di un legame affettivo o un lutto. “Non sono le diete ad essere pericolose – conclude la dottoressa Zancola – ma quello che fa parte del vissuto di una persona. Se la maggior parte delle ragazze riesce a superare con successo la fase adolescenziale, ce ne sono delle altre purtroppo che non ce la fanno e le cause sono da ricercare negli eventi della loro storia vitale e non nella dieta. C’è qualcosa della femminilità che è rifiutato e lo testimonia il fatto che il dimagrimento è accompagnato dall’interruzione delle mestruazioni, segno di femminilità per antonomasia”.

Paolo Baldassi (da http://www.sconfini.eu)

 

Sto cominciando seriamente a pensare che una persona che conosco bene ne soffra…E poi dicono delle donne…

Anoressia sessuale

Non è passato molto tempo da quando la sessualità di una coppia era considerata comunque normale, anche se i colori della fantasia in amore apparivano sempre meno ricchi di toni, fino a confondersi con un costante grigiore. Si riteneva fisiologica la caduta di desiderio dopo pochi anni di vita coniugale, ed i  lieti eventi, rappresentati dai nuovi arrivati (bambini), segnavano spesso il giro di boa per una netta inversione di tendenza nelle abitudini sessuali della coppia. Parliamo di coppie apparentemente stabili.
L’abitudine a riconoscere, comunicare e desiderare di risolvere le problematiche, le inquietudini e le insoddisfazioni della vita sessuale è una conquista relativamente recente. Si è compreso quanto una vita sessuale appagante sia importante per l’equilibrio e lo stato di salute psicofisica di ognuno e per la crescita della coppia con armonia e serenità. Armonia, serenità, accordo, complicità, alleanza, giocosità sono fondamentali per allevare la prole in modo equilibrato e adatto alle esigenze del bambino, durante il suo processo evolutivo all’interno della famiglia. I bambini hanno bisogno di punti di riferimento stabili e la salute della vita sessuale di una coppia riflette sempre il comportamento dei genitori tra loro e, di conseguenza, con i propri figli. Un comportamento libero, aperto, saggio, equilibrato, gioioso e giocoso con i figli è annunciato dalle stesse caratteristiche vissute nella vita sessuale della coppia. Al contrario, ansie, frustrazioni, sentimenti di inadeguatezza, amarezza, conseguenti ad una vita sessuale con caratteristiche sempre più sbiadite, non giova alla armonia della coppia e della famiglia.

L’anoressia sessuale è un disturbo del desiderio sessuale che interessa un numero sempre crescente di persone. Negli Stati Uniti, da una ricerca sulla popolazione del Journal of American Medical Association, emerge che il 33% delle donne tra i 18 e i 59 anni soffre di parziale o totale assenza del desiderio sessuale, contro il 16% dei maschi.
Il disturbo è maggiormente invasivo e catastrofico nelle coppie, dove non solo uno dei due non prova più nessun desiderio ma crolla in modo significativo anche l’intimità, il contatto fisico non finalizzato al sesso, mi riferisco alle affettuosità, come carezze, sguardi, abbracci, baci, etc. Il corpo dell’altro non ispira più alcun contatto e il proprio non è più percepito come oggetto di piacere. Da malattia di un solo partner l’anoressia sessuale mina in profondità il rapporto della coppia e può portare a crisi profonde, a ferite dell’amor proprio, a rancori che crescono nel silenzio. L’altro pensa di essere meno importante, è addolorato dal non essere desiderato, crede meno nel proprio potere seduttivo ed è portato a ricercare altrove conferme gratificanti; si genera un doloroso sentimento di delusione. L’intimità tende gradualmente a scomparire. Il sesso è una attività che si rinforza con la pratica e abbandonarlo significa entrare in una spirale dove è sempre più difficile recuperare quanto perduto.

Il calo del desiderio: “disturbo del desiderio sessuale ipoattivo o anoressia sessuale”, è una disfunzione del comportamento sessuale, è una vera e propria malattia. I fattori che determinano il problema sono complessi da analizzare e differenti tra loro. Se non imputabile a disturbi di natura organica o psichica, il calo del desiderio, in una persona che abbia in passato avuto una vita sessuale normale, affonda sovente le sue radici nelle dinamiche della relazione di coppia. La sessualità è condizionata dalla qualità degli aspetti del rapporto che apparentemente non hanno nulla a che vedere col sesso. In questo caso la soluzione al problema deve essere cercata all’interno delle dinamiche della coppia stessa, anche se apparentemente lontane dal problema manifesto. E’ necessario osservare la relazione nella sua interezza e comprendere i punti di contatto dove possano convogliare le esigenze di entrambi. L’anoressia sessuale è una mancanza di interesse verso il sesso, non solo manca la voglia di fare l’amore, ma mancano anche le fantasie erotiche e gli stimoli fisici, presenti invece nel disturbo più o meno grave del desiderio sessuale ipoattivo. Per chi soffre di anoressia sessuale, è come se il periodo di refrettarietà (lasso di tempo caratterizzato da disinteresse per ogni attività sessuale, conseguente alla appagante conclusione dell’atto sessuale) fosse divenuto permanente, al punto da trasformare l’individuo da animale sessuato ad animale asessuato. Si tratta di una risposta innaturale, andare contro natura. L’essere umano è un animale sessuato e non solo nelle stagioni dell’amore, come accade in altre specie animali, è quindi sensibile al sesso permanentemente, per tutti i 365 giorni dell’anno solare.

LE CAUSE DELL’ANORESSIA POSSONO ESSERE:
FISICHE: malattie, squilibri ormonali, farmaci che influiscono sul desiderio, allattamento e stato di costante stanchezza psicofisica.
SITUAZIONALI: periodi della vita dove particolari e importanti obiettivi assorbono interamente l’individuo, come periodi di superlavoro in cui tutte le energie sono dedicate alla professione, bambini piccoli in casa da gestire tra le faccende, la professione, asilo, scuola, malattie, permessi, frustrazioni, sensi di colpa, etc. Allevare bambini richiede un grande dispendio di energie fisiche ed emotive. Quando la stanchezza prende il sopravvento, si diradano nel tempo sempre più le notti d’amore. Eventuali incomprensioni e una scarsa comunicazione nella coppia amplificano ogni problema.
DEPRESSIONE: il desiderio di fare l’amore può scomparire in un periodo nero. La depressione “distrugge” il desiderio sessuale.
PROBLEMI DELLA COPPIA: quando l’intimità e la comunicazione fra una coppia vacillano, la prima cosa a risentirne sarà la sessualità, specie quella della donna. E’ triste e frustrante convivere con un partner poco sensibile e taciturno. In tali condizioni è naturale l’inibizione del comportamento intimo, in tutte le sue manifestazioni e soprattutto quella sessuale.
La donna, abitualmente, vive il sesso in modo più emotivo, questo significa che quando una donna non si sente abbastanza capita,amata e apprezzata, reagisce ritraendosi a livello sessuale.

ANORESSIA SESSUALE PERMANENTE:
In alcuni casi, l’anoressia sessuale riguarda persone che non hanno mai provato alcun interesse verso il sesso. Rapporti solamente platonici senza avere lo stimolo ad andare oltre.
In questo caso, l’anoressia sessuale ha un profondo significato psicologico. Il problema è generato da un trauma presente nell’inconscio. A volte chi non riesce ad accedere alla sessualità adulta, è una persona con la paura di crescere. Nei primi anni di vita stabiliamo un naturale rapporto diadico con la mamma (0 -2 anni circa – bambino e mamma), un rapporto fondamentale per la sopravvivenza fisica e psicologica del bambino.  Chi non sente nessuno stimolo sessuale , si percepisce a livello inconscio come un bambino, di conseguenza assessuato. Successivamente la sessualità “esplode” con la fase edipica (vedi psicoanalisi – Sigmund Freud – Lo sviluppo psicosessuale). In questa fase particolare: 4 – 6 anni ogni bambino si innamora della figura genitoriale di sesso opposto e di questo innamoramento nessuno conserva memoria (rimozione). Al contrario, la paura, la vergona e l’orrore dell’incesto non ci consente spesso di accettare questo vissuto e risulta più comodo rinnegarlo (gli psicologi dicono tante stranezze..). In questo periodo di sviluppo psicosessuale di bambini e bambine, si può talvolta riscontrare una gran differenza tra il comportamento dei genitori verso le figlie femmine che verso quelli maschi, si tratta di un limite culturale, purtroppo ancora diffuso in alcune culture e comunità. Genitori impreparati potrebbero traumatizzare soprattutto le bambine che, nella loro fisiologica fase di innamoramento del loro  papà, sono costrette a subire reazioni inadeguate, eccessivamente repressive e, purtroppo, in alcuni casi violente. La paura e la vergogna dell’adulto riflette i suoi sentimenti (dell’adulto) e il suo comportamento inadeguato alla situazione evidenzia le sue inquietudini. Una altalena di emozioni lontane nel tempo e vicine nei ricordi, il ruolo di vittima e poi di carnefice, la paura di analizzare e approfondire la situazione da parte dei genitori, generano comportamenti che “castrano” la crescita spontanea, fisiologica e naturale della propria figlia nel suo processo di sviluppo. Per il padre, la bambina che ha tanto amato, che ha stretto a se, che ha fatto addormentare cullandola osservando il suo visino beato, di colpo, si trasforma in una strega con desideri incestuosi (alterazione dello stato di coscienza e della realtà). Il genitore non riesce a vincere i propri limiti e comportarsi adeguatamente: atteggiamento non seduttivo e non repressivo. La bambina rimane traumatizzata, delusa e, non potendo comprendere queste dinamiche, spinge nell’inconscio vergogna, paura e odio, giurando a se stessa di non ripetere mai più nella sua vita il comportamento che ha cambiato così drammaticamente la sua vita in famiglia. La sua terra psichica apre una voragine che inghiotte la sua sessualità in erba. E’ un esempio di come si potrebbero formare le basi della anoressia sessuale da adulta. E’ evidente che una situazione di anoressia sessuale permanente richiede, oltre alla sensibilità e comprensione del partner, spesso un aiuto professionale (psicoterapia).

Lo scorso week end ero innegabilmente fuori di me, nervosa, rabbiosa e tesa…Come mi capita di essere tutte le volte che non mi sento capita a sufficienza e che percepisco la distanza delle persone che amo…Tutto sommato non è stato nemmeno un brutto week end, nel complesso, ma la confusione è tornata a regnare sovrana sotto diversi aspetti…Domenica 29 Maggio, giornata di elezioni comunali, il fatidico ballottaggio tra Letizia Moratti, sindaco uscente, e Giuliano Pisapia nella mia amata Milano. Devo dire che avevo già molte speranze nella vittoria di Giuliano, anche se molti amici e conoscenti mi avevano manifestato il loro scetticismo a riguardo…Grandi aspettative e grandi speranze in me, una gran voglia di festeggiare, dopo ben 18 anni, il VERO MIRACOLO A MILANO!!!

E così, il lunedì è arrivato…Tra una pausa e l’altra dal lavoro, ne ho approfittato x cominciare a guardare l’andamento di voto, i vari intention pool, le varie statistiche e così via…E pian piano è avvicinata l’ora dello spoglio delle schede…Ovviamente non ho seguito solo la situazione milanese, ma anche quella degli altri comuni del Centro-Nord, con un’occhio di riguardo per Novara, Rho, Gallarate…I SONDAGGI HANNO COMINCIATO A PARLARE CHIARO: PISAPIA IN VANTAGGIO FIN DALL’INIZIO!!! Ma non dire gatto finché non l’hai nel sacco…Ma, lo confesso, mi sentivo che il 30 maggio sarei finita in Piazza del Duomo a festeggiare…

E infatti!!! Gia intorno alle 17 era sicuro che PISAPIA AVEVA VINTO CON CIRCA IL 55% dei voti e con uno stacco di ben 9 PUNTI dalla Moratti!!!

Mi sono preparata per andare a Milano, dopo aver coccolato il mio gatto…Destinazione Piazza Duomo, insieme alla mia amica Michela!!! 🙂 La piazza era gremita letteralmente di gente!!! Mai vista così piena, sembrava di essere in una città europea a tutti gli effetti…Musica ovunque, balli, canti, il Palco di Radio Popolare, tantissimi giovani, mischiati con altre persone di età disparate: dal bambino col ciuccio alla signora ottantenne…Ed in quel momento si è delineata nella mia mente l’idea di sinistra di cui mio padre mi aveva parlato tanto, quell’INTERNAZIONALITA’ assoluta, che mancava da tanto nella città di Milano…Subito abbiamo preso parte ai balli, ai canti, all’euforia, ai fuochi d’artificio, al turbinio di grida, di risa, di magliette colorate e di gente di ogni tipo…Dove il senso civico e l’attenzione x l’Altro si sono vivamente sentiti…E COSI’, MAGICAMENTE, MI SONO SENTITA BENE ED HO TEMPORANEAMENTE DIMENTICATO LE MIE PARANOIE, LE MIE PREOCCUPAZIONI, LE MIE ANSIE E LE MIE ANGOSCIE…QUINDI, ANCHE PER QUESTO, GRAZIE GIULIANO!!!    Con te si respira già UN’ARIA NUOVA…Speriamo che duri, ma ne sono quasi certa!!! 🙂