Category: Confusione


Joker Gang
Dispettose Prigioni
Etichetta Indipendente
2012

Era da tempo che volevo farlo… dal 2009 circa, quando ricominciai a suonare dopo tanto tempo. Molti pensano che non dovevo. Non me ne frega un cazzo della loro opinione. Si fottano :-)”

Gia`da questa dichiarazione si capisce la tenacia e l`orgoglio del Joker, una figura che a tutti risulta patetica ma che quasi tutti temono, quel fantoccio con la faccia truccata che puo`permettersi di cambiare faccia ad ogni occasione, anche se questa continua finzione che si mescola con la realta`non e` sempre costruttiva…Joker e`curioso, e la sua curiosita`lo porta ad aprire il Vaso di Pandora della realta`e della Vita, spesso nascosto da quel Velo di Maya che e`l`ignoranza…
Joker “smaschera con la sua maschera ghignante”,con un ghigno beffardo e disincantato, la crudelta`della cruda quotidianita`…

Le storie che vengono raccontate nel cd, con metafore, tinte fosche e colori espressionisti, fanno affiorare una pellicola in bianco e nero, celata dai trucchi (un po`come si fa con Photoshop)…Joker e`l`anti-Photoshop, e`la contraddizione che spacca in mille pezzi la menzogna, che riduce in frantumi la meschinita`della vergogna e dell`omerta`…La verita`e`dura e va raccontata…Un po`come ne Il Testamento di un Pagliaccio, pezzo della Giovane Band IoDrama…Oppure come in Opinioni di un Clown di Heinrich Böll: “Io sono un Clown e faccio collezione di attimi.”.
Anche Giuss, leader del gruppo, afferma che Dispettose Prigioni sia un Album fotografico, in cui si vuole dare una brechtiana, quindi impegnata ed epica lettura della realta`…L`essere umano e`portato lentamente a prendere posizione, a far qualcosa, ad impegnarsi per trarre in salvo la propria liberta`, che sta annegando…Oppure e`stata sequestrata dai flutti di un mare in tempesta, la tempesta dell`inconscio, come una zattera piena di falle…Le falle ci sono, ma possono essere riparate, solo se lo si vuole…

Nell`album ci sono colti riferimenti al Mondo della Musica, soprattutto alla new wave e al dark; ma anche alla Letterattura, alle Arti Figurative, alla Fotografia ovviamente, ma anche alla Psicologia…Nell`insano gesto si vede una possibilita`dell`inconscio, dell`io profondo; esso finalmente puo`dire: “Ascoltatemi, sono qui!!! Non sotterratemi sotto un mucchio di parole inutili e di gesti formali o convenzionalmente etichettati…Voglio far sentire la mia voce anche chi non crede a queste cazzate…”

La verita`e`sempre duale, puo`avere varie interpretazioni, ed in essa possono interagire numerosi elementi, in rapporto dialettico tra di loro…Joker e`un Reporter, un Fotografo che, con la sua Polaroid, immortala proprio quei momenti che ogni giornalista tralascerebbe come dettagli osceni. Joker scappa alla censura, spesso rischiando, ma nello stesso tempo, provando piacere nell`opera di smascheramento…Viviamo tutti quanti in un mondo illusorio, fatto di Sogni di carta e di speranze di fango…Dove siamo come burattini con un burattinaio che ci comanda, che muove i fili; come direbbe Bennato: “Non si scherza, non è un gioco  sta arrivando Mangiafuoco, lui comanda e muove i fili  fa ballare i burattini . State attenti tutti quanti, non fa tanti complimenti, chi non balla, o balla male  lui lo manda all’ospedale  Ma se scopre che tu i fili non ce l’hai se si accorge che tu il ballo non lo fai  allora sono guai – e te ne accorgerai attento a quel che fai – attento ragazzo che chiama i suoi gendarmi  e ti dichiara pazzo!…”

Nonostante la presa di coscienza sia dolorosa e porti ad un autolesionismo, ad un automutilamento continuo ed irrefrenabile, sia nel corpo, con tagli sanguinanti, sia nella mente, con una societa` per cui sei solo un Numero, che ti incasella meccanicamente in base al disturbo mentale o alla classe sociale a cui appartieni, Joker ti capira` ed il suo sussurro ti portera`ad aprirti, a scoperchiare quell`anima fragile che alberga in te, permettendole di scorrere, un po`meno vincolata, per le strade della Vita…

Qual e` la soluzione?? Fare la Rivoluzione?? Rovesciare il Potere??

Felice il Popolo che non ha bisogno di eroi!”. Così diceva il grandissimo Bertolt Brecht, da intellettuale impegnato…Sicché non si può non prenderne atto, anzi è terribilmente controproducente non farlo, far finta di niente, con l’aria dei primi della classe, di quelli che ce la fanno sempre. L’esperienza ha insegnato: i primi della classe non ce l’hanno fatta mai, quelli che al banco erano seduti composti, che si facevano da parte quando qualcuno si alzava per fare caciara, che cercavano di risolvere sempre tutto con la diplomazia, che rispondevano sempre in maniera seria senza alzare la voce o battere i pugni hanno sempre avuto la peggio. Questo perché il Popolo,un  popolo di lavoratori instancabili ma un po’ duri di comprendonio, non ama le risposte articolate, difficili, magari piene di termini in lingua straniera, ma preferisce quelle semplici, secche, nette. Risposte semplici per interrogativi difficili. Al bicchiere di acqua amaro della medicina non vuole un cucchiaino di zucchero, ma vuol togliere completamente la medicina e bere l’acqua dolce che ne rimane.

Qualcuno riuscira`a sentire il grido disperato di chi vuole cambiare musica?? La “ghigliottina” del senno di poi dice che molto probabilmente nessuno ne sarebbe capace, perché la massa e`come inebriata da un fenomeno mistico, venereo, insuperabile, creatosi attorno alla figura di un individuo che, a differenza dei suoi avversari politici, ne è consapevole e ne fa un’arma di distruzione di massa. Perché è inutile parlare dello “tsunami Grillo” se prima non si parla del “diluvio universale berlusconiano”, perché ormai davvero tenere la testa sotto la sabbia è un prendere in giro se stessi. Non resta altro da fare che prendere atto dei dati empirici, con coscienza di sé prima e di chi si trova nei propri paraggi, ricordando che, come diceva Franco Battiato, un’evoluzione sociale non serve al popolo se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero.

For more info: http://www.facebook.com/jokergang e http://jokergang.jimdo.com/

Influenze:

– Litfiba

– Timoria

– Bluvertigo

– Franco Battiato

– Baustelle

http://www.youtube.com/watch?v=sCw7mh2jFs0

Ilaria Buccioni
BORDERLINE: LINEA DI CONFINE

La parola inglese borderline significa: linea di confine.
Questa definizione è stata scelta intorno agli anni ‘30-’40 per descrivere alcuni disturbi di personalità in soggetti che mostravano forti oscillazioni dell’umore e rabbia improvvisa. Tali persone comunque non erano così gravi da essere valutate come schizofreniche, ma in ogni caso erano troppo disturbate per essere trattate con la psicoanalisi. Sono stati identificati 4 sottogruppi di pazienti borderline:
>    Un primo gruppo che presenta comportamenti inappropriati sul versante psicotico. La persona può esprimere apertamente rabbia e avere difficoltà a valutare la realtà.
>    Il secondo gruppo, in cui le persone possono incontrare difficoltà a mantenere relazioni interpersonali stabili ed hanno una bassa autostima e considerazione di sé.
>    Nel terzo gruppo – definito “Come se”- queste persone possono essere anaffettive ed avere una tendenza ad  imitare gli altri, appropriandosi dell’identità altrui.
>    Nell’ultimo gruppo si possono identificare persone che soffrono di una depressione ciclica e  di ansia elevata.

Le persone identificate come borderline hanno serie difficoltà a relazionarsi con gli altri e quindi spesso si “consumano” nel tentativo di sviluppare relazioni o amicizie esclusive con un’unica persona, con la quale non vi sia alcun dubbio o rischio di venire abbandonate. Inoltre spesso queste non sanno definirsi rispetto a scelte quali il lavoro, o l’orientamento sessuale, arrivando in molti casi a fare uso di sostanze alcool correlate.
Vivere le relazioni affettive per loro significa soffrire forti sensazioni di insicurezza e di ansia espresse attraverso atteggiamenti manipolativi e contraddittori. Possono temere con il passare del tempo di essere come “fagocitati” e invasi dall’altra persona, e di conseguenza possono avere  paura di perdere la loro identità.

Ma allo stesso tempo la persona borderline può percepire una angosciosa sensazione di terrore al pensiero di poter essere abbandonata in qualsiasi momento. Allora, potrà richiedere attenzione e rassicurazione al partner usando atteggiamenti sia manipolatori che comportamenti autodistruttivi o autolesivi.
Le persone che soffrono di tale disturbo spesso possono non avere la percezione del problema, ed in molti casi possono venire spronate dagli altri (parenti, genitori, compagno/a, figli) ad affrontare un percorso psicologico.

La meta principale dell’intervento psicologico è quella di cercare di rafforzare l’Io, cioè facendo tollerare meglio al paziente l’ansia e cercando di fargli controllare meglio gli impulsi, proponendogli un modo di vivere diverso dal solito con l’obiettivo di provare una sensazione di maggiore coerenza di sé, innalzando così la sua autostima.

Di conseguenza per il paziente borderline sarà più sopportabile la separazione dalle figure significative.
Il risultato della terapia individuale potrà dipendere molto anche dal tipo di relazione terapeutica che si instaurerà tra il terapeuta ed il paziente.

Oltre all’intervento individuale, svolgere un lavoro con l’intera famiglia  potrà portare a dei risultati molto positivi ed in breve tempo.

La presenza della famiglia sarà molto utile per individuare il ruolo giocato dalle interazioni familiari nella patologia del paziente.

La terapia familiare in questo caso è da considerarsi un essenziale complemento per l’intero trattamento.

Film consigliati:
♦    “Ragazze interrotte” (1999) con Winona Ryder e Angelina Jolie.
♦    “Prozac Nation” ( 2001) con Christina Ricci, Jessica Lange e Jason Biggs.

A cura del Dott. Salvatore Valvo, psichiatra olistico

Franz aveva poco più di trent’anni quando mi consultò, circa la sua incapacità di esprimere i sentimenti.

Aveva un corpo ben fatto, muscoloso: era cresciuto in campagna e lavorava nella fattoria dei genitori. A scuola aveva praticato la lotta (i lottatori sanno incassare bene i colpi).

Franz era il primo di cinque fratelli. “Per quanto riesco a ricordare,” narrò, “mio padre non sapeva fare altro che gridarmi dietro, darmi dello stupido e dirmi che “non valevo niente”.

Inoltre mi picchiava ogni volta che facevo qualcosa che lo infastidiva –sul lavoro, a tavola e perfino quando dormivo.Una volta, avevo undici anni, mi picchiò con un tubo di gomma finché crollai sul pavimento pensando che mi volesse uccidere e sentendo che stavo per morire. Mia madre, che era presente, mi disse: “Franz, cerca di fare il bravo e fai quello che ti dice tuo padre.”

Durante il racconto Franz non mostrò tracce di emozione. E’ vero che, avendomi chiesto un consulto, voleva darmi rapidamente le informazioni necessarie, ma la sua impassibilità mi sorprese.

Poi raccontò di un ricordo che risaliva all’infanzia, “ricordo che avevo una angoscia terribile e mi rotolavo sul pavimento mentre mia madre mi diceva che ero un bambino cattivo. Non riuscivo a frenarmi, ero incapace di scappare. Mi sentivo come se fossi posseduto da un spirito maligno.” Sono esperienze che non possono non lasciare il segno, ma Franz aveva usato tutta la sua volontà per superare questo vissuto devastante.

“Alle scuole superiori e all’università,” proseguì, “ero duro e freddo. Dopo essermi specializzato in psicologia, lavorai in un centro psicosociale, ma avendo a che fare con gente che aveva dei problemi capii che anche in me c’era qualcosa che non andava, arrivai al punto che durante un colloquio con un paziente, mi parve di guardarmi allo specchio, sentivo di avere bisogno di una terapia ma fu difficile ammettere di fronte a me stesso che in me c’era davvero qualcosa che non andava.” “Ho dei problemi con le figure autoritarie e con i pazienti, nei confronti delle prime provo terrore e rabbia, e ora so che hanno origine dall’esperienza con mio padre. Con i pazienti mi sento superiore e mi comporto come se sapessi già tutto.Mi accorgo d avere un forte atteggiamento di sfida, un rifiuto che mi impedisce una qualsiasi azione positiva. Adesso capisco che blocco me stesso per paura del fallimento e del successo, che mento a me stesso su chi sono, che non posso concedermi un intervallo di benessere. Mi è difficile lasciarmi andare all’intimità, reprimo la rabbia e la collera e mi sono abituato a subire la violenza in maniera masochistica.”

Il racconto della brutalità subita da Franz  mi sconcertò e mi venne in mente una domanda: perché non era diventato uno psicopatico? Non avevo dubbi sul fatto che potesse uccidere ma ero certo che non avrebbe tradotto in azione i suoi impulsi. Aveva un sufficiente autocontrollo e c’era una incrinatura e non una scissione nella sua personalità.

Il consulto era stato deciso per vedere che cosa potessi fare per aiutare Franz a ritrovare il contatto con la tristezza latente e con la collera che aveva represso.

Piangere, per Franz, significava ammettere di non essere capace di incassare. Era dimostrando di saper sopportare qualsiasi cosa che aveva sconfitto il padre.

Con l’esperienza che gli derivava dalla sua professione , Franz era in grado di capire le dinamiche della sua condizione, mi basai dunque su questa consapevolezza e usai un metodo molto semplice per farlo piangere.

Lo feci sedere su uno sgabello con le mani protese verso una sedia dietro di lui.

E’ una posizione stancante e se il corpo è rigido può essere anche dolorosa.

Per resistere allo sforzo il paziente è costretto a respirare più a fondo. La respirazione profonda carica il corpo di energia, perché permette di introdurre più ossigeno nei polmoni.

Mentre era steso sullo sgabello Franz fu incoraggiato ad emettere un suono fino a che non avesse espulso tutta l’aria dai polmoni. Fare uscire completamente l’aria agisce contro la tendenza a trattenersi e facilita così l’espressione dei sentimenti.

Mentre il paziente emette questo suono prolungato, arriva un punto, verso la fine dell’espirazione, in cui la voce si rompe.

Il suono che ne risulta è molto simile ad un singhiozzo, quindi se indugia nel punto di rottura il paziente comincia a singhiozzare via via sempre più profondamente man mano che cominciano a fluire i sentimenti soppressi di tristezza. Questo sfogo si verifica se la persona vi è preparata e l’accetta.

Quando fece questo esercizio Franz si abbandonò a una tristezza e a un pianto profondo, tra i singhiozzi espresse anche la pena e la collera che provava.

Dio mio, perché mi hai fatto tanto male? Ti odio Come hai potuto farmi questo?”

Il pianto e le grida durarono diversi minuti e per lui fu una vera conquista.

Ma Franz aveva bisogno anche di esprimere più completamente la sua collera……(lavoro sul lettino con pugni e racchetta). Il paziente può abbandonare il controllo perché sa che c’è il terapista che lo mantiene.

Agli occhi di chi guarda lo sfogo può sembrare spaventoso e pazienti sembrano dei pazzi. Ma sono solo infuriati, non folli perché sanno quello che stanno facendo

Per arrivare a conoscere se stessi i narcisisti devono ammettere la loro paura della follia e sentire la rabbia omicida che hanno dentro e che identificano con la follia.

Ma possono farlo solo se il terapista conosce questi loro aspetti e non ne ha paura.

La vera pazzia è quella che loro considerano un segno di equilibrio mentale, cioè la mancanza di emozioni.

Comincia, piccolo fanciullo,

a riconoscere dal sorriso tua madre,

comincia piccolo fanciullo;

a chi i genitori non sorrisero,

nessun dio lo degnerà della mensa,

nessuna dea del suo letto.

(Virgilio: Ecloga IV,vv 60-63)

Nichilismo

Il nichilismo (volontà del nulla) è un orientamento filosofico che nega l’esistenza di valori e di realtà comunemente ammessi.

La diffusione del termine risale alla fine del ‘700 (latino NIHIL=nulla) quando Jacobi caratterizzò come nichilista la filosofia trascendentale di Kant e soprattutto la ripresa fattane da Fichte. Secondo Jacobi il sistema della pura ragione “annichila ogni cosa che sussista fuori di sé”.
Successivamente Schopenhauer riprese in chiave nichilista il problema della conoscibilità e dell’essenza del reale. La realtà fenomenica è l’apparenza nullificante e dolorosa della Volontà irrazionale e inconscia che origina il cosmo intero. L’uomo può liberarsi solo cessando di volere la vita e il volere stesso, per abbracciare il nulla.
Con Dostoevskij il termine indicava la perdita dei valori tradizionali cristiani nel mondo moderno, il destino della modernità dopo “la morte di Dio“. Per Dostoevskij la morte e la negazione di Dio da un lato, e la fede nel Dio negato ma redentore proprio perché sofferente (capace di salvare la sofferenza, prendendola su di sé, dall’insensatezza e dal vuoto nulla) dall’altro, avrebbero potuto ricondurre, attraverso il crogiuolo del nichilismo, il cristianesimo al rinnovamento.
Per Nietzsche il nichilismo appartiene alla vicenda del cristianesimo, che insegnando a cercare la verità in un altrove metafisico, condanna il mondo e Dio stesso al nulla.

Il termine di nichilismo fu usata da Nietzsche in tre occasioni principali:
nel passato è esistito un nichilismo intrinseco a tutte le metafisiche, dato dal prevalere in esse di un atteggiamento contrario alla vita.
Secondo Nietzsche tutti i sistemi etici, le religioni e le filosofie elaborate nell’intera storia dell’Occidente sono interpretabili come stratagemmi elaborati per infondere sicurezza alla gente, a coloro che non riescono ad accettare la natura imprevedibile della vita e quindi si rifugiano in un mondo trascendente; sono reazioni protettive di un uomo insicuro, spaventato dalla propria stessa natura (dalle passioni, dall’istinto) ed incapace di accettarsi. La massima espressione di questa nullificazione dell’uomo è stata la religione ebraico-cristiana: l’etica dell’amore, della pietà e della mortificazione del corpo in vista di una ipotetica felicità ultraterrena è solo una perversione dello spirito, una patologia dell’umanità;
in una seconda accezione Nietzsche intese con nichilismo la morte di Dio, ossia la condizione dell’uomo moderno, che a partire dall’Illuminismo ed a causa di una “accresciuta potenza dello spirito”, crede sempre di meno nei valori tradizionali. E’ una crisi di una civiltà che Nietzsche riassume con la formula “Dio è morto”, dove Dio è il simbolo di tutte le fedi e di tutte le metafisiche. Nietzsche descrisse in termini efficaci questo nichilismo (la crisi di valori) dell’epoca attuale: notò ad esempio come il venir meno di ogni certezza, l’abbandono di ogni prospettiva religiosa o oltremondana, provochino nell’uomo contemporaneo un forte senso di fallimento e smarrimento esistenziale. Ne consegue una nostalgia del passato, il rimpianto per quel periodo felice in cui ancora si credeva alle favole metafisiche. L’uomo moderno non crede più, ma vorrebbe credere; d’altra parte non sa più in cosa credere e non riesce più ad usare i miti ed i riti del passato. Finisce quindi con l’inventarsene di nuovi, crea nuove fedi in sostituzione delle antiche spesso investendo di senso religioso le ideologie politiche. Nelle esperienze tragiche della storia moderna, nel proliferare delle sette religiose, nel persistere di credenze magiche (astrologia, parapsicologia, ufologia) e persino mistiche (le apparizioni della Madonna) si può vedere un disperato nichilismo, una “volontà di credere ad ogni costo” a qualcosa;
esiste infine per Nietzsche, un nichilismo attivo e positivo: l’atteggiamento proprio dell’oltreuomo che accetta la “morte di Dio” e con essa la fine di ogni metafisica ed è capace di reggerne psicologicamente le conseguenze.
In questo senso Nietzsche rivendicò per sé il titolo di primo nichilista.

Così Nietzsche parla di sé:
“Ciò che io racconto e’ la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo. Questa storia può già ora essere raccontata; perché la necessità stessa e’ qui all’opera. Questo futuro parla già per mille segni, questo destino si annunzia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie sono già in ascolto. Tutta la nostra cultura europea si muove in una torturante tensione che cresce da decenni in decenni, come protesa verso una catastrofe: irrequieta, violenta, precipitosa; simile ad una corrente che vuole giungere alla fine, che non riflette più ed ha paura di riflettere. – Chi prende qui la parola sinora non ha fatto altro che riflettere: come filosofo ed eremita d’istinto, che ha trovato vantaggio nell’appartarsi, nel restar fuori, nel ritardare, come uno spirito audace, indagatore e tentatore che già si e’ smarrito in ogni labirinto dell’avvenire;…che guarda indietro mentre narra ciò che avverrà, come il primo nichilista compiuto d’Europa, che ha già vissuto in sé sino il nichilismo sino alla fine, e ha il nichilismo dietro di sé, sotto di se, fuori di se” (Wille zur Macht)
Il filosofo individua accanto a un “nichilismo attivo”, segno di forza e crescita dello spirito, anche un “nichilismo passivo” determinato dall’attenuarsi dell’energia dello spirito e che comporta l’accettazione rassegnata della crisi dell’epoca.
Sotto questi riguardi, il nichilismo si rivela chiuso in un equivoco che lascia aperta la possibilità di essere “per l’una o per l’altra, ma anche per l’una e per l’altra”

[…] Nichilismo come segno della cresciuta potenza dello spirito: come nichilismo attivo.
Può essere un segno di forza: l’energia dello spirito può essere cresciuta tanto, che i fini sinora perseguiti (“convinzioni, articoli di fede”) le riescano inadeguati.[…]
Nichilismo come declino e regresso della potenza dello spirito: il nichilismo passivo: come segno di debolezza: l’energia dello spirito può essere stanca,
2. presupposti di quest’ipotesi: Che non ci sia una verità; che non ci sia una costituzione assoluta delle cose, una “cosa in sé”; ciò stesso è un nichilismo, è anzi il nichilismo estremo. Esso ripone il valore delle cose proprio nel fatto che a tale valore non corrisponda né abbia corrisposto nessuna realtà, ma solo un sintomo di forza da parte di chi pone il valore, una semplificazione ai fini della vita.
(tratto da: F. Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, in Id., Opere complete, trad. it. di S. Giametta, vol. VIII, tomo II, Adelphi, Milano 1971, pp. 12-14)
fonte: http://www.matmatprof.it

Secondo Freud tutto l’insieme dei problemi affettivi della seconda infanzia (3-6 anni), la conseguenza di una precisa spinta istintuale: in questo periodo, infatti, la sessualità infantile raggiunge un livello di sviluppo definito come “fase fallica”. La libido del bambino si concentra, cioè, in corrispondenza della zona genitale, che assume il carattere di zona erogena, così come precedentemente era avvenuto per la “zona anale” ed ancor prima per quella “orale”. Nonostante la sua localizzazione nell’organo genitale, la libido del periodo fallico, ovviamente, non consente ancora l’espletamento della sessualità matura. Non mancano, però manifestazioni che indicano l’attivazione della zona in senso erotico. E’ in questa età, infatti, che compaiono le prime manifestazioni di masturbazione, di esibizione degli organi sessuali, di vivaci curiosità relative alle differenze anatomiche fra i due sessi, ecc. In questo contesto, proprio la scoperta di tali differenze, contribuisce ad attivare nel bambino delle paure inconsce di perdere o di vedere danneggiato il proprio organo sessuale. E queste paure giocano un ruolo molto importante nella complessa dinamica dei rapporti fra il bambino e i suoi genitori. Il maschietto teme di essere punito per la sua rivalità verso il padre, proprio attraverso la privazione di quell’organo genitale del quale va tanto fiero e di cui la bimba è priva, forse per effetto di una punizione inflittale. Questo timore lo porta, così a modificare il proprio atteggiamento. Trasformando la sua aggressività verso il padre in imitazione e in identificazione, il bambino abbandona quella posizione così pericolosa di aperta rivalità. La femminuccia, d’altra parte, vive anch’essa la stessa “ansia di castrazione”: fantasticando di poter essere invasa, distrutta e dilaniata nell’interno del suo corpo, a motivo della lotta accesasi con la madre per ottenere il possesso esclusivo, affettivo ed erotico del padre. Lentamente, anche in questo caso, lo scontro si tramuta in identificazione: decidere di assomigliare alla madre perchè è in questo modo che si può piacere al padre.
Tutta questa complessa vicissitudine è stata teorizzata e descritta dalla psicoanalisi, inizialmente da S. Freud e successivamente da M. Klein, la quale ha addirittura osservato che queste difficoltà nella relazione a tre, questo desiderio di possesso esclusivo nei confronti di uno dei genitori con l’eliminazione dell’altro, inizia già nel primo anno di vita, quando il neonato stabilisce un rapporto distinto con entrambi, madre e padre.
Ora, come noto, Freud ha creduto di poter ritrovare il simbolo di questa situazione affettiva nella leggenda di Edipo, il re tebano che il destino conduce ad uccidere il proprio padre Laio e a sposare – sempre inconsapevolmente – la propria madre Giocasta.
Questo mito rappresenterebbe, sostiene Freud in “Totem e tabù”, il residuo simbolico delle tremende passioni dell’uomo della preistoria, il quale, privo di freni inibitori, non temette, probabilmente, di uccidere il proprio padre, capo della tribù, per conquistarne le donne. Col passare dei millenni, nulla di tutto ciò si ripete; rimane, però, nell’animo umano, presente ed operante, il problema affettivo del rapporto dei figli con i genitori, dei giovani con gli adulti. E’ ovvio che riconoscere l’esistenza e l’importanza di queste problematiche edipiche non significa vedere in ogni bimbo un incestuoso, un parricida, ma semplicemente considerare certi aspetti del comportamento infantile e anche adulto, alla luce della specifica rete affettiva ed emozionale che si instaura all’interno della situazione edipica. Il mancato superamento di questa “condizione” produce notevoli conseguenze nella successione dell’evoluzione psicologica e sessuale. Anzi, come possiamo ben osservare durante il lavoro psicoterapeutico con i nostri pazienti, questo problema costituisce il nucleo conflittuale più forte della nevrosi e determina tutta una serie di sintomi e di atteggiamenti compensatori, che possono rendere davvero difficile la vita di un individuo e di coloro che gli stanno accanto. All’origine dei disturbi della personalità, è innegabile che ci possono anche essere delle circostanze traumatizzanti momentanee che possono determinare una situazione edipica complessa, ma al contrario di quanto comunemente si crede, ciò è molto raro. Risultano, invece, molto più gravi le influenze continue ed inadeguate di un ambiente familiare perturbante. Un buon equilibrio sessuale di una coppia genitoriale, infatti, è la garanzia più sicura di un superamento dell’Edipo nel bambino. Dove l’uomo e la donna non hanno correttamente affrontato e risolto il loro Edipo, vi è incapacità a realizzare una buona armonia sessuale: le pesanti conseguenze si riversano sulla coppia stessa e, quel che ancora più tragico, sui loro figli.
Nel primo caso si hanno tutte le possibili manifestazioni di problematiche sessuali, dai disturbi del desiderio a quelli del piacere, fino alle vere e proprie deviazioni della sessualità.
Nel secondo caso, le pulsioni inappagate della coppia si riverseranno sui loro figli. I sentimenti edipici, in effetti, sono reciproci. Se il figlio è legato alla madre, questa è altrettanto legata al figlio e così dicasi per la figlia con il padre. Nel caso di un mancato superamento dell’Edipo nei genitori, questo sentimento si tramuta in attaccamento “forte”, secondo cui il figlio amato è visto come un bene di cui si vuole godere esclusivamente, paralizzando sin dall’inizio tutti i tentativi che questo fa per conquistare la sua autonomia e di instaurare altre relazioni con persone estranee alla famiglia, in particolare al momento dell’evoluzione adolescenziale.
Casi del genere emergono dalla clinica psicoterapeutica più frequentemente di quel che non si immagini: già dalla prima infanzia, i figli sono vittime di carenze affettive, di strumentalizzazioni, di iper-gratificazioni o di seduzioni. Alla tutto sommato più rara violenza fisica e sessuale, si deve spesso aggiungere quella del non riconoscere, del non accettare, del non rispettare i propri figli. A monte di tutto questo ci sono, come si diceva, grosse problematiche edipiche irrisolte. Esempi concreti ricavabili dalla pratica psicoanalitica possono chiarire meglio quanto sto dicendo.
Una coppia sessualmente frustrata nel proprio rapporto matrimoniale, può sentirsi spinta verso i propri bambini al fine di ottenere quel tipo di soddisfazione affettiva che dovrebbe scaturire dal rapporto coniugale. In questo senso, un padre con desideri sessuali immaturi e non ben integrati, può mostrarsi eccessivamente seduttivo con la propria bambina. Questa incoraggiata da tali aspetti infantili della personalità paterna vivrà nella fantasia, quando addirittura non subirà nella realtà, questo rapporto segreto e colpevole che implica l’esclusione della madre ed il trionfo su di lei. Ciò potrà portarla a sentirsi, da un punto di vista psicologico, unica responsabile dell’esclusione della madre. Tutto ciò può renderle difficile, con il sopraggiungere dell’adolescenza e dell’età adulta, l’allontanarsi dalla famiglia, perchè le sembrerà che la madre abbia bisogno di lei. Inoltre, quel legame segreto avuto o fantasticato, grazie agli atteggiamenti del padre, e sentito come colpevole, potrà crearle serie difficoltà nella realizzazione di una vita sessuale matura con un altro uomo.
Allo stesso modo, difficoltà di vario genere possono sorgere quando vi è un’intesa di questo tipo tra il bambino e la madre e quando il padre viene estromesso come una figura insignificante o come un bruto insensibile. Anche qui ciò può accadere quando la madre non soddisfatta della sua relazione sessuale, ha paura di questo tipo di rapporto con un uomo e cerca di raggiungere una specie di soddisfazione sessuale più infantile (quindi meno angosciante) con il figlio, che viene considerato come propria creazione e quindi fonte di soddisfazione narcisistica.
Ma, si badi bene: tale intimità genitori – figli, anche quando non chiaramente esplicitata, è quasi sempre impregnata di seduzione erotica. Vi sono infatti molti modi sottili attraverso cui un genitore può eccitare sessualmente il figlio: il tono di voce, il modo di curarsi esteticamente quando lo incontra, il trattenerlo con premure eccessive, il difenderlo dall’altro genitore, il non difendere quest’ultimo dall’arroganza del figlio/a, nel fare con lui/lei il sonnellino pomeridiano, nel fare il bagno o la doccia insieme, nel girare più o meno nudi per casa, nell’asciugare con troppa cura i genitali del figlio/a, ecc. ecc.
E’ così rileva Dacquino che:
difficoltà affettive da parte di uomini verso le figure femminili o di donne verso quelle maschili mascherano un complesso di Edipo non superato. Il vivere da adulti una situazione amorosa virulenta genera in loro quei sensi di colpa che traggono origine dal rapporto esagerato, morboso e frustrante avuto con la prima donna o con il primo uomo della vita, cioè la madre o il padre. Tali soggetti amano i genitori di sesso opposto fino al punto da non poterli “tradire”.
Ora, è solo dopo un lungo e paziente lavoro terapeutico fra analista e analizzando che si possono individuare e quindi risolvere i problemi che da tali rapporti nascono. Ciò può accadere grazie al fatto che il terapeuta, attraverso lo strumento del transfert, prende “il posto del padre e della madre naturali”, e permette, in tal modo, I’evidenziarsi ed il rivivere consapevolmente il particolare tipo di legame instauratosi fra il paziente e le proprie figure genitoriali. Proprio in virtù di tale caratteristica, il rapporto terapeutico stesso inteso come “riedizione” della relazione figlio – genitore e, proprio ancora in ragione di ciò, quello che emerge dal processo psicoanalitico può essere inteso, secondo le indicazioni di Freud, come una nuova crescita, una seconda educazione, una ri-nascita.

LAURA BOGGIO GILOT
Il narcisista è un uomo tragico,
guidato da ideali impossibili e da ambizioni che non ama.
La vergogna e l’odio insorgono
quando non sa vivere all’altezza di questo irrealismo
Due sono le fondamentali ragioni per cui lo studio del narcisismo appare di grande rilevanza nella psicoterapia. La prima ragione è che il narcisista rappresenta il perdente per antonomasia e colui al quale è riservato il più grande quoziente di sofferenza inutile e autoprodotta; la seconda ragione è che il narcisismo non è solo una sofferenza mentale in sé, ma anche il fondamento e il cuore di ogni tipo di sofferenza mentale, di cui costituisce il nucleo della distruttività.
La distruttività narcisistica si ritrova sia nelle diverse forme di psicopatologia conclamate da sintomi, sia nelle forme mascherate di psicopatologia, che sono quelle della tossicodipendenza, della devianza sociale e della delinquenza comune, sia nella cosiddetta psicopatologia della normalità, che informa la sofferenza dell’io separato dall’Anima, fatta di egoismo difensivo, paura, vuoto e mancanza di significato della vita.
Per la sua pervasività il narcisismo, più che una psicopatologia a sé stante, può essere considerata una malattia immunitaria della psiche, poiché rappresenta un sostrato di fragilità e di illusorietà su cui attecchiscono con facilità i sintomi clinici.

Fortemente radicato nella società moderna, il narcisismo può essere letto come un inquinamento ecologico della psiche collettiva, che è nutrita da miti socioculturali perniciosi, contrari alla salute mentale e all’evoluzione della coscienza verso forme di vita più creativa, serena e consapevole.
IL CARATTERE NARCISISTICO
Il carattere narcisistico è emblematizzato dal bisogno inappagabile di essere sempre considerato migliore. Associato ad intensa ambizione e a scarsi valori, il carattere narcisistico è polarizzato su miti esteriori di successo, ricchezza, prestigio e su obiettivi superficiali di bellezza e potere.
Sottende il carattere narcisistico l’aspettativa idealistica che tutto debba avvenire come si desidera e si crede giusto secondo prospettive egocentrate. Il rifiuto della frustrazione, la ricerca di conferma sempre e comunque, l’estrema vulnerabilità alle critiche, l’intima insicurezza e l’esterna arroganza e presunzione sono gli aspetti più evidenti del carattere narcisistico.
Dipendente dall’approvazione altrui, e peraltro non libero e condizionato, il narcisista è improntato in maniera onnipotente e irrealistica al controllo e al potere, in nome del quale si dissocia dai propri sentimenti di fragilità e dai bisogni più profondi del proprio essere, vissuti spesso come minaccia per le proprie finalità autoaffermatorie di successo e possesso.
Il fanatico innamoramento di sé, tipico del narcisista, e l’ostinata       negazione dei propri difetti, limiti ed errori, porta al rifiuto del sentimento della colpa reale, all’incapacità di amare, allo sviluppo del cinismo, dell’indifferenza e della manipolazione, nonché a gravi disarmonie nell’equilibrio psicosomatico.
Penetrando nella fenomenologia della sofferenza narcisistica si

può riconoscere che il narcisista rappresenta la tipologia psicologica più separata dalla reale natura del Sé; incarnando un falso sé grandioso e illusorio, il narcisista è per emblema la personalità più lontana dalla conoscenza della sua vera natura, dall’espressione delle proprie potenzialità e dei propri talenti, così come dalla consapevolezza della propria debolezza e dei propri reali bisogni.
A causa della basica non conoscenza di se stesso, il narcisista sceglie, senza saperlo, ciò che è male per sé, prende strade sbagliate, considerandole giuste, fa scelte inopportune, credendo di fare ciò che è utile a sé, e per questa grande illusorietà si trova a raccogliere frutti opposti a ciò che crede di avere seminato, senza dubbio assai lontani da quello che realmente occorre ad ogni essere umano per essere sano, forte e felice.
Intorno al nucleo dell’inconsapevolezza di sé e delle conseguenti scelte di vita e di relazioni sbagliate, si articola un coacervo di esperienze fallimentari che sviluppano nel narcisista un’immagine di sé impoverita, latrice di senso di inferiorità e di vergogna, in contrasto con il modello ideale grandioso che sottende le sue motivazioni, e un’immagine della realtà negativa, troppo potente e minacciosa, che produce paura, avversione e invidia.
La relazione disfunzionale con se stesso e con il mondo costruisce nella mente narcisistica una somma di conflitti (interni ed esterni), complessi (inferiorità e abbandono) ed emozioni dolorose (paura, rabbia, impotenza e vergogna), che lo spingono sempre più ad attività difensive ed a scelte compensatorie di carattere materialistico, estrovertito ed edonistico.
Preda del falso sé, che corre dietro alle lucciole dell’ “avere”, del successo esteriore e dell’acclamazione altrui, il narcisista sperimenta la drammatica rinuncia alla conoscenza della bontà e della dignità intrinseca alla natura umana, rappresentando per antonomasia un’esistenza apparentemente socializzata ma intimamente solitaria e priva di valori, in cui il terrore della morte, della vecchiaia e della malattia si sviluppano col passare del tempo accanto ad un vuoto di autostima e di sfiducia nella vita.
Va sottolineato che se la direzione del narcisismo è guidata dal principio del piacere, il suo effetto, viceversa, è legato all’istinto di morte: come sottolinea il mito di Narciso, questi, fanaticamente attratto dalla sua immagine riflessa nell’acqua, muore cadendovi dentro. Il tema della morte è emblematico degli effetti dell’inconsapevolezza egocentrica, che produce azioni in contrasto con la vera natura del Sé e con i veri bisogni e valori dell’esistenza, estraniando la coscienza dalle necessità evolutive e da quelle certezze che si trovano solo nel cuore di ogni essere umano.
GRADI DI STRUTTURAZIONE NARCISISTICA
Le conoscenze della psicoterapia insegnano che il narcisismo si presenta come un disturbo della strutturazione della personalità che è generato da una patologia del super-io, ovvero dalla disfunzionalità, sino all’assenza completa, di quella struttura fondamentale della mente che impone i limiti morali, le regole e le normative realistiche. E’ attraverso questo opus direttivo del super-io che l’io regola l’assolutezza del piacere, evoca il senso di colpa in caso di danno reale e spinge alla riparazione, mantenendo in tal modo l’autostima. In assenza di un super-io ben strutturato si realizza una carenza del senso del dovere e del senso morale, un abuso del principio del piacere ai danni del principio della realtà, con una conseguente assenza di capacità autocritica e di visione realistica delle cose, che è necessariamente fonte di un rapporto disfunzionale con la realtà e con il prossimo. Da questo rapporto disfunzionale si genera il senso di inadeguatezza che indebolisce l’autostima e il rapporto con la vita.

NARCISISMO DELL’IO
SEPARATO DALL’ANIMA
•    Super-io conformistico
•    Inconsapevolezza del Sé e chiusura nell’io storico
•    Fattori non etici egoistici: orgoglio, avidità, volontà di potenza
•    Vuoto spirituale – aridità affettiva
•    Paura della morte e fuga nell’esteriorità

NARCISISMO
NEVROTICO
•    Super-io contenente residuati idealizzanti e onnipotenti
•    Difese secondarie (rimozione e razionalizzazione)
•    Differenziazione sé-oggetto
•    Paura, odio, invidia, rabbia, vergogna…sotto controllo
•    Comportamenti sociali adattati ma conflittuali

NARCISISMO
BORDERLINE
•    Assenza di super-io e aspettative idealistiche e onnipotenti
•    Difese primarie di scissione (idealizzazione primitiva, identificazione proiettiva, ecc.)
•    Indifferenziazione sé-oggetto
•    Paura, odio, invidia, rabbia, vergogna…fuori controllo
•    Comportamento sociale disadattato

Non guidato da un super-io realistico e da un corrispondente adattamento ai limiti della realtà, privo in altre parole della guida di quel “genitore interno” che educa e protegge con retto rigore, il mondo del narcisista è fondamentalmente egoista, infantile e abitato dalla pretesa eccessiva verso gli altri e verso se stesso, dalla cui frustrazione originano i sentimenti di rabbia e odio a cui il narcisista oppone difese diverse, che lo portano ad esistere in una dimensione sempre più alienata e compensatoria di soddisfazioni mancate.
Centrata su aspettative che non possono trovare conferma e su una visione falsa e idealizzata della realtà, l’immagine che il narcisista ha di se stesso è deludente, così come lo è il mondo che lo circonda. È naturale che la vergogna di se stesso, la paura del mondo e la rabbia verso di esso siano le emozioni che fanno da corollario alla patologia narcisistica.
Integrando le prospettive della psicoterapia con la sapienza meditativa, l’approccio integrale, derivante da Ken Wilber, consente di studiare il narcisismo nella cornice di riferimento evolutiva che riconosce questo disturbo della personalità come il risultato di una cattiva metabolizzazione delle esperienze nelle diverse fasi dello sviluppo, dallo stadio pre-egoico a quello transegoico-transpersonale.
Il narcisismo borderline, descritto nella tradizione psicoanalitica, è relativo ad un disturbo dello sviluppo nella fase di separazione/individuazione (precedente quindi la strutturazione del super-io).
Il narcisismo nevrotico deriva da una cattiva metabolizzazione della struttura tripartita (super-io, es, io), a causa di un super-io che non ha dissolto i residuati idealizzanti ed è portatore di richieste onnipotenti e irrealizzabili.
Nel narcisismo dell’io separato dall’Anima, il super-io è strutturato realisticamente, ma la personalità è troppo identificata con
credenze, morale e valori conformistici che si cementano sui falsi miti dell’età moderna (successo, ricchezza e prestigio), opponendosi di per sé a ciò che è necessario per la realizzazione del Sé.
Quest’ultima patologia narcisistica, meno riconosciuta ma più pervasiva delle prime, è essenziata da egoismo e da inconsapevolezza, che impedisce il riconoscimento del significato e del compito connesso all’esistenza, determinando la separazione della vita individuale dalla realtà universale a cui è collegata.
Questo stato dell’ego scisso dalla vita universale, immerso nell’illusione della caducità della vita, si manifesta con un complesso di attaccamenti al proprio corpo, ai propri averi, ai propri credi e ai propri pensieri, attaccamenti che si sviluppano come difesa dalla paura, che sperimenta il senso dell’identità incapsulata nel corpo ed esistente in un mondo senza significato.
La terapia integrale del narcisismo richiede la diagnosi evolutiva, per riconoscere il grado del narcisismo e quali sono le strutture patologiche della mente che devono essere trasformate.
È bene ricordare che l’eventuale sintomatologia (fobica, depressiva, ossessiva, ecc.) presente nei conflitti narcisistici non va soffocata e affrontata in sé e per sé, ma tenuta presente e valorizzata come l’espressione del disturbo strutturale, con la consapevolezza che il sintomo non potrà essere risolto se non cambierà la strutturazione mentale.
Il risanamento narcisistico richiede di procedere dalla strutturazione più bassa, e quindi richiede come prima tappa la costruzione di un buon super-io.  Questo obiettivo è comune ad ogni tipo di psicoterapia: diverso per l’approccio integrale è il fine della psicoterapia e ciò che veramente significa superare il narcisismo.
Mentre la psicoterapia ordinaria, nell’affrontare il narcisismo, vuole liberare il paziente dalla sofferenza che lo opprime (paura,
odio, vergogna, rabbia), e per questo usa strumenti di rinforzo dell’io e di occultamento del male che l’io non può sopportare, la psicoterapia integrale si rivolge alla trasformazione di più profonde strutture disfunzionali della mente narcisistica, che consistono nell’inconsapevolezza ontologica e nei fattori egoistici, tra i quali l’orgoglio, l’avidità e la volontà di potenza.
Mentre la psicoterapia ordinaria troppo spesso sviluppa l’egocentrismo, ignorando i danni del vuoto spirituale, la psicoterapia integrale vede nella trasformazione delle motivazioni egocentriche e nelle scelte spirituali di vita e di valori la liberazione da veleni di base della mente, che costruiscono una sofferenza inutile e impediscono una guarigione duratura.
Nella prospettiva integrale la guarigione richiede non solo la liberazione dalla sofferenza clinica, ma l’espansione della coscienza alle fonti di bellezza, verità e bontà presenti nell’animo umano e, attraverso questo, la riappropriazione di un senso universalistico della vita, garante di significato e certezze.
CENNI DI TRATTAMENTO TERAPEUTICO DEL NARCISISMO
L’approccio integrale alla terapia del narcisismo contempla l’utilizzazione delle conoscenze psicoterapiche e delle pratiche di consapevolezza e trasformazione appartenenti alle tradizioni meditative.
Poiché il narcisismo nelle forme borderline e nevrotiche si radica nell’infanzia e nella relazione genitori-bambino, occorre penetrare nella sfera personale antica della vita infantile e nella qualità delle relazioni genitoriali interiorizzate. Fondamentali per questo obiettivo sono le conoscenze della psicoanalisi, in particolare le teorie delle relazioni oggettuali, e infine le pratiche introspettive analitiche, che aiutano a far emergere il passato storico del paziente.
Kernberg sottolinea come l’investigazione delle relazioni ogget¬tuali interiorizzate, ovvero delle vicissitudini dei rapporti genitoriali e interpersonali che sono divenute parte della psiche, nonché l’esame dello sviluppo delle relazioni affettive, rappresentino le componenti fondamentali dell’approccio terapeutico ai disturbi della personalità narcisistico-borderline.
Nell’approccio integrale, accanto all’investigazione introspettiva psicoanalitica, di particolare utilità ci sembra l’uso di alcune tecniche meditative di consapevolezza corporea, che facilitano l’integrazione dei vissuti emotivi e affettivi. La dinamica affettiva è infatti strettamente correlata all’esperienza corporea e sensoriale: gli affetti comprendono sempre una componente soggettiva cognitiva e un’esperienza soggettiva fisica ed emotiva di natura piacevole o spiacevole, con fenomeni di scarico neurovegetativi che hanno a che fare con l’attivazione psicomotoria e la comunicazione nel corpo.
Semplici pratiche di movimento libero, o di catarsi corporea, associate a più precise tecniche meditative di attenzione selettiva al corpo ed alle sue sensazioni, sviluppano una maggiore possibilità di consapevolezza sensoriale ed emotiva, facilitando la possibilità di differenziazione e di autoriflessione che collabora all’integrazione di emozioni rimosse, contribuendo ad un senso dell’identità più concreto e unificato.
Per affrontare il narcisismo nevrotico è fondamentale il lavoro sulla struttura tripartita (super-io, es, io), che nell’approccio integrale può essere visto come conflitto tra tre subpersonalità: il Bambino, il Genitore e il Mediatore interno.
Il risanamento della struttura tripartita narcisistica richiede che si abbia una nozione chiara della maturità psicologica a questo livello dello sviluppo, e delle forme di pensiero ad essa connesse.

Nella struttura tripartita sana, la capacità di controllare gli impulsi considerati inaccettabili, la possibilità di accettare i propri errori con il desiderio di risanarli, il porsi di fronte alle proprie colpe e alle proprie debolezze senza perdere l’autostima, ma volendo riparare, determina la capacità di autocritica, di retto rimorso e di responsabilità verso le proprie azioni, nonché la possibilità di pagare i propri errori e le proprie colpe senza sentirsene annientati.
Questi elementi sani del comportamento mentale sono fondamentali per lo sviluppo futuro dell’identità e fanno capo a una buona strutturazione del super-io.
Nella misura in cui la normativa superegoica si sposta verso l’insensatezza dell’ipermoralismo o dell’idealismo onnipotente, si produrrà un bambino sofferente e un mediatore che troverà sempre più difficile la sua opera di transizione tra le richieste interne e quelle della realtà esterna.
Questa disfunzione del comportamento interno porta a disfunzionali relazioni interpersonali che impediscono l’adattamento.
Il disturbo del super-io, in altre parole, produce diverse fasce di sofferenza che possono essere viste come conflitti tra subpersonalità. Nella psicoterapia integrale vanno affrontate le sofferenze del bambino vittima, la sofferenza aggressiva del genitore e quella del mediatore difensivo diviso tra genitore e bambino, nelle componenti relazionali che si riferiscono alla percezione, all’affettività, al pensiero e al comportamento:
    la sofferenza emotiva del bambino vittima (paura, rabbia, impotenza, vergogna, invidia, gelosia);
    la sofferenza aggressiva del genitore onnipotente (intolleranza, ipercriticismo…);
    la sofferenza del mediatore difensivo (diviso tra il genitore e il bambino).

Grande attenzione va data alla comprensione delle aspettative narcisistiche idealiste e onnipotenti ed al superamento delle difese che si ergono contro il pericolo delle cariche distruttive dovute alla sofferenza reattiva del bambino interiore.
L’osservazione attenta della relazione genitore-bambino svela l’operato difensivo del mediatore, che cerca di occultare gli aspetti che acuiscono il conflitto tra i due, alleandosi con il genitore o il bambino e rimuovendo i fattori dell’aggressività, della debolezza e dei limiti produttori di paura e di vergogna.
È il vittimismo, quale sentimento di essere trattato ingiustamente, che va posto in primo piano, come la voce del bambino interiore in risposta alla pretesa onnipotente del genitore.
L’autorappresentazione di se stesso vittima e carnefice, quale risultato dell’agire interrelato delle subpersonalità del bambino e del genitore, dovrà cedere il posto a una più matura autorappresentazione, che riconoscerà questa dualità interna da una più unificata e sapiente posizione. Dovrà, in altre parole, svilupparsi un nuovo centro di coscienza che, invece di occultare, accolga l’imperfezione e i limiti e, con essa, la frustrazione inevitabile che la vita dà, e medi, secondo principi realistici, le richieste morali, quelle pulsionali e quelle della realtà.
I conflitti narcisistici sono impregnati di egoismo e non sono risolubili senza una trasformazione delle motivazioni verso la vita e del pensiero che guida l’azione: prima tra di esse è l’importanza personale esagerata, da cui è generata l’aspettativa irrealistica di come dovremmo essere, di come dovremmo trattare il mondo e di come dovremmo essere trattati dal mondo.
Il risanamento della struttura tripartita richiede un’elaborazione emotiva, attraverso pratiche che implicano il lavoro con il corpo, ed un’elaborazione cognitiva, che riconosca il modo di pensare
disfunzionale e gli atteggiamenti idealistici e onnipotenti che lo preparano e lo sottendono. Nel narcisismo le emozioni di impotenza, rabbia, risentimento, vergogna, invidia e odio sono il risultato di un pensiero disfunzionale che non contempla la capacità di accettare i propri limiti e di assumersi le implicazioni di questa accettazione, che richiede di accettare la disconferma altrui.
Occorre sapere qual è il retto modo di pensare che precede l’agire: senza la consapevolezza di ciò che è bene e di ciò che è sano le componenti emotive diventano drammatiche. La rabbia e il senso illusorio di essere non capiti e maltrattati, tipici del narcisista, non possono essere affrontati in se stessi se non si comprende che essi sono la risposta a un non retto pensare, ovvero al pensiero di chi in realtà cerca nel mondo solo uno specchio che accetti indiscriminatamente il proprio modo di essere.
La psicoanalisi parla di disillusione ottimale, quale prassi terapeutica che sposta l’ambizione narcisistica su scopi realistici (questo segue il passaggio da una patologia nevrotica a un narcisismo “normale” che non lede l’adattamento alla realtà). Come vedremo, la prospettiva integrale include questa disillusione ottimale ma mira a più profonde trasformazioni, perché ha come finalità anche il superamento del narcisismo dell’io separato dall’Anima, ovvero quello della cosiddetta psicopatologia della normalità.
D’accordo con le teorie psicoanalitiche, l’approccio integrale affronta l’ingiunzione irrealistica e grandiosa del genitore e le reazioni del bambino interiore, nonché la natura dei meccanismi difensivi, ma affronta anche le origini non etiche del narcisismo che fanno capo ai fattori egoistici dell’avidità, dell’orgoglio e della volontà di potenza.
Occorre tener presente che la genesi del narcisismo è sì nel bisogno di assoluta stima, conferma e successo che si radicano in un
vissuto primario infantile di una ferita di amore, ma è anche fondato su fattori del carattere di base che rappresentano un terreno fertile per lo sviluppo dell’egoismo, il padre del narcisismo.
Riappropriarsi delle proprie ferite d’amore è uno scopo della psicoterapia, ma affrontare l’egoismo e coltivare qualità spirituali è un mezzo imprescindibile della integrale guarigione narcisistica.
Lavoro psicologico e lavoro spirituale dovranno incontrarsi per una vera soluzione di questa sofferenza paralizzante la salute mentale e lo sviluppo autorealizzativo.
In questo contesto, le valenze narcisistiche e non etiche della personalità vanno sempre tenute presenti e fatte riconoscere al paziente. Nel trattamento della struttura narcisistica è necessario rivisitare e trasformare gli atteggiamenti mentali di criticismo e intolleranza e rivalutare il pensiero positivo e benevolente, ma anche maturare l’accettazione degli altri e la capacità di donare.
I fattori non etici del carattere narcisistico: arroganza, superbia, presunzione andranno riconosciuti come radici del conflitto della struttura tripartita, concause della rigidità e della chiusura ostile che produce sofferenza mentale, nonché della fragilità e della fondamentale incapacità di amare.
È necessario riconoscere come gli atteggiamenti narcisistici infantili costruiscono l’opposto di ciò che cercano e ispessiscono la percezione irrealistica di se stessi e del mondo. Esempio:
    la richiesta onnipotente costruisce il sentimento d’impotenza;
    la pretesa di essere sempre accettati costruisce l’incapacità di asserire opinioni e dissenso per paura del giudizio altrui;
    la paura della propria assertività crea l’incapacità di difendersi dall’aggressività altrui;

    l’incapacità di riconoscere i propri errori e le colpe reali porta alla confusione tra bene e male;
    l’incapacità di assumersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni porta al fallimento dell’intenzionalità;
    l’incapacità di accettare che altri siano preferiti e migliori di se stessi perché si vuole essere il migliore porta a incertezza e fallacità.
Nella psicoterapia della struttura tripartita vanno affrontati anche i miti distruttivi che si formano nelle pieghe del pensiero narcisistico.
I miti distruttivi sono caratterizzati da assunzioni inconsce e da coazioni a ripetere modalità distruttive, che si manifestano in comportamenti ripetitivi intessuti di un simbolismo carico di istinto di morte. Ogni mito distruttivo è incarnato da una specifica maschera e da un’ombra che corrisponde a ciò che la maschera vela.
    Narciso (è il mito vanaglorioso di chi vive la vita in funzione di appropriazione, che cela l’egoismo che uccide).
    Icaro (è il mito dell’onnipotenza, che cela il rifiuto del limite).
    Prometeo (è il mito della volontà di potenza, che cela l’orgoglio).
    Lucifero (è il mito della modalità disobbediente e traditrice, che cela l’avidità e l’invidia verso l’autorità).
    Il vincitore (è il mito di colui che vuole sempre essere il migliore, che cela il  rifiuto del fallimento).
    L’angelo del focolare (è il mito dell’obbedienza cieca all’autorità, che cela la paura).
    La vittima (è il mito di colui che è sempre permeato di sconfitte, che cela l’incapacità di essere grato).

Concludendo questa breve panoramica dell’approccio integrale al narcisismo, in particolare al narcisismo nevrotico, voglio sottolineare che, per sviluppare la consapevolezza delle componenti narcisistiche, di grande utilità è la pratica meditativa Vedanta di autosservazione, che allena ad osservare nel qui ed ora il soggetto sperimentatore della realtà, ed il pensiero che usa per giudicare la realtà. Questa esplorazione pone facilmente in contatto con le subpersonalità.
L’osservazione della natura del pensiero porta a riconoscere i danni del pensiero violento o limitato o pregiudiziale ed a favorirne la trasformazione.
Lo sviluppo di un pensiero portatore di verità rieduca l’orgoglio di appartenere a se stesso e l’avidità di beni transitori, verso forme più garanti e sicure di esistenza.
È ancora il pensiero purificato dalla visione spirituale ciò che rivoluziona gli atteggiamenti narcisistici apportatori di dolore, verso atteggiamenti apportatori di serenità e di ottimismo.
Accanto alla pratica meditativa di autosservazione è di grande utilità la pratica meditativa, insegnata nella tradizione Yoga-Vedanta, dell’evocazione del sentimento positivo, che coltiva qualità come il perdono, la comprensione, l’accettazione e l’umiltà.
Queste pratiche spirituali rappresentano la migliore terapia del comportamento grandioso e orgoglioso del super-io disfunzionale, smontano la pretesa onnipotente e la richiesta idealistica che si fa a se stessi e agli altri, sviluppando aspettative più realistiche che contribuiscono all’accettazione dei propri limiti, della propria incompiutezza e quindi di quella altrui.
L’atteggiamento spirituale che accetta il coraggio di esistere in un mondo imperfetto e vuole comprendere e perdonare gli errori
propri e altrui aiuta a non reagire con rabbia alla frustrazione, superando così la sofferenza narcisistica più dolorosa.
Nella pratica spirituale, di grande utilità è la lettura dei testi sapienziali, come la Bhagavad-Gita, gli Yoga-Sutra di Patanjali, commentati da Raphael, che aiuta a disidentificarsi dal limitato e debole senso dell’io ordinario e dall’autorappresentazione egocentrata, acquistando speranza e fiducia nelle potenzialità del Sé, che è parte indivisa della vita universale.
La visione spirituale del Sé come anima immortale, abitatrice della vita universale che è incarnata con un compito e uno scopo, dà significato a quei limiti ed a quei fallimenti ineluttabili nella vita di ogni essere umano, che il narcisista non sopporta, aiutandolo a comprendere che la sofferenza che si incontra nella vita non è una sterile sconfitta che sviluppa disistima, ma un’opportunità di trasformazione, crescita e conoscenza.
Se il narcisista capirà il senso spirituale della vita e il suo radicamento nella vita universale, se potrà accettare la sofferenza come opportunità di crescita, potrà ridurre la sua basica insicurezza e sviluppare un senso di responsabilità verso la vita che mitigherà le sue pretese onnipotenti, i suoi terrori e i suoi odi.
CENNI SUL RAPPORTO TERAPEUTA-PAZIENTE
Nella psicoterapia integrale, cruciale per la soluzione dei conflitti narcisistici e delle aspettative irrealistiche che li sottendono è il rapporto terapeuta-paziente. Il lavoro con il paziente narcisista richiede non solo una relazione terapeutica profonda ed empatica, ma anche una reale modalità attiva da parte del terapeuta, rivolta a favorire il riconoscimento degli oggetti narcisistici, tale da consentire il ripristino del principio della realtà sull’idealizzazione narcisistica.
Nella relazione terapeutica, l’intervento del terapeuta facilita
l’elaborazione dell’aspetto cognitivo delle relazioni affettive, che riflette sempre il rapporto tra una rappresentazione di sé ed una dell’oggetto. Inoltre, la personalità matura del terapeuta potrà favorirne i processi di interiorizzazione e identificazione con una figura genitoriale positiva, che consenta la costruzione del super-io sano.
Il lavoro con il paziente narcisista richiede molta centralità e pazienza. Nel transfert che lega il paziente al terapeuta, si manifestano i vissuti delle pulsioni sessuali e aggressive, dalle reazioni iniziali di attaccamento come affetto di base, alla rabbia, all’odio come stato affettivo reattivo alle aspettative deluse, proiettate nel setting terapeutico. A queste si aggiunge l’invidia conscia o inconscia, che si sviluppa facilmente verso il terapeuta, e che è particolarmente perniciosa nel borderline.
Nel trattare i disturbi narcisistici va privilegiata una situazione terapeutica forte, attenta ed amorevole, e un rapporto terapeutico con uno psicoterapeuta maturo, libero da valenze narcisistiche.
Quanto più il terapeuta è capace di accettare e di essere in pace con i suoi limiti, con un’attiva responsabilità volta alla loro trasformazione, tanto più sarà capace di accogliere i limiti del paziente ed esserne valido specchio.
Quanto più il terapeuta avrà trasceso la vulnerabilità, la rabbia e le difese narcisistiche, tanto più potrà venire in contatto con la rabbia narcisistica del paziente e comprenderne le difese. Quanto più egli incarnerà un modello realistico e accettante il bene e il male, tanto più potrà favorire un nuovo modello da introiettare, che favorirà lo sviluppo di un super-io con richieste morali giuste.
Lo psicoterapeuta ideale è quel meditante progredito che, ben oltre il disordine dei disturbi narcisistici, cosciente dei limiti e delle potenzialità, è allineato al Sé, da cui riceve guida e nutrimento.
Se lo psicoterapeuta può incarnare il Sé piuttosto che l’io, egli apparirà come un centro di discriminazione, armonia e saggezza  amorevole, di per sé altamente trasformatorio.
Non va dimenticato che il Sé, come centro e totalità della psiche, è capace di conciliare gli opposti: esso non solo è la sorgente delle forze superiori dell’interiorità, ma è anche l’organo di accettazione per eccellenza.
Alleandosi con il Sé, lo psicoterapeuta dovrà trasmettere la natura dell’accettazione, non come passiva acquiescenza alla negatività e agli errori del paziente (che significherebbe un’iperindulgenza, priva di discriminazione e sottomessa al male), ma come capacità di riconoscere errori e negatività ed assumersene umilmente la responsabilità, onde dare avvio a un processo di trasformazione centrato sulla volontà di bene e sull’affermazione della dignità della propria vita.
L’atteggiamento di vera accettazione, così spesso confusa con l’iperindulgenza, richiede e porta seco il sentimento di responsabile e riparatoria considerazione per il male e per il danno inferto a se stessi e agli altri.
Uno psicoterapeuta efficiente non sarà mai critico e svalutativo, ma neanche iperindulgente: come il Virgilio dantesco, guiderà il paziente nel suo “inferno” narcisistico e gli farà riconoscere i suoi fantasmi e i suoi mostri, così come i suoi talenti e le sue qualità, rimanendo in ogni caso centrato in un cuore lucido e compassionevole, capace di un’intenzionalità volta alla liberazione dal male, che non potrebbe realizzarsi senza la fiducia nelle forze buone del Sé e nella sua costante opera di risanamento e illuminante influsso.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Boggio Gilot L., Crescere oltre l’io, Cittadella editrice, Assisi 1997
Boggio Gilot L., Il narcisismo nevrotico, Dispense di insegnamenti tenuti all’AIPT
Boggio Gilot L., Il narcisismo borderline, Dispense di insegnamenti tenuti all’AIPT
Kernberg O., Sindromi marginali e narcisismo patologico, Boringhieri, Torino 1989
Kohut H., Narcisismo e analisi del sé, Boringhieri, Torino 1976
Lowen A., Il narcisismo, edizioni Feltrinelli, Milano 1985
McWilliams N., La diagnosi psicoanalitica, edizioni Astrolabio, Roma 1999
Raphael, Tu sei quello, Asram Vidya, Roma 1982
Raphael, Al di là del dubbio, Asram Vidya, Roma 1987
Raphael, Scienza dell’amore, Asram Vidya, Roma 1996

Mutevoli e variegati, cupi o sereni, annuvolati o chiari…Proprio come il mio umore ed i miei pensieri…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Solitudine e bisogno esistenziale di unione nell’ Arte di amare di Erich Fromm,“ in: P. L. Eletti (Ed.), Incontro con Erich Fromm. Atti del Simposio Internazionale su Erich Fromm: „Dalla necrofilia alla
biofilia: linee per una psicoanalisi umanistica“ Firenze 1986, Firenze (Edizioni Medicea) 1988, pp. 287-292.”

Di Eda Ciampini Gazzarrini

Il tema esplicito del libro di Fromm, l’Arte di Amare“, è l’interrogativo sulla possibilità di amare nella civiltà contemporanea, incentrata sul profitto e sullo scambio di mercato. Tuttavia argomenti centrali dell’opera appaiono la solitudine umana e quell’insopprimibile anelito di unione“ che troverà acquietamento nell’amore.
È il bisogno di unione“, di un incontro risolutore tra gli uomini quello che Fromm percepisce nella società americana e in quelle a sviluppo tecnologico, dietro l’apparente stato di benessere. Sarà questo stesso bisogno, preannunciante di per sé la possibilità di amare, a generare nell’uomo insoddisfazione per le pseudosoluzioni adottate.
Ci ha colpito di questo libro la presenza di nostalgia di un bene perduto“, dietro il quale è il mistero, di cui Fromm, insieme a noi, cerca il nome. Fromm chiama questa nostalgia desiderio di ritorno al Paradiso Terrestre“ dove l’uomo può vivere senza consapevolezza di sé, dove non si sono ancora sviluppate le dicotomie esistenziali.
Paradiso come condizione perduta di armonia, con la natura e con se stesso.
Ma è stato fatto divieto ad Adamo ed Eva di rimanere, dopo che si sono cibati del frutto dell’albero del bene e del male. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Con la nuova dimensione della consapevolezza Adamo ed Eva si mettono fuori dal regno dell’indistinto, dell’istinto, della natura e si sentono soli e colpevoli.
I cherubini con la spada di fuoco sono a testimoniare la colpa commessa e l’impossibilità di  un ritorno.
Con questo dramma, dirà Fromm, inizia, per la razza umana, il destino di uomo.
Parimenti, con la separazione dalla madre iniziano per il bambino il destino di individuo e la ricerca di un nuovo incontro.
Anche il bambino alla nascita viene sbalzato da una situazione chiara come l’istinto in una incerta, ma il senso di solitudine del neonato è annullato dalla presenza fisica della madre dal suo contatto, dall’odore della sua pelle. Fromm dirà che più il bambino, nella crescita, si libera dai vincoli primitivi, più intenso resta in lui il bisogno di nuove vie“ per ripristinare l’unione”.
L’autore batte l’accento sull’isolamento e sul vuoto che il bambino prova quando si rende conto della separazione dalla madre.
Il senso di solitudine è, per Fromm, l’origine di ogni ansia che, se intollerabile, porta a cancellare il senso di separazione e con esso il mondo esterno. L’individuo si chiude in un isolamento che è follia. Per il nostro autore l’umanità, di qualsiasi civiltà, si è trovata di fronte alla soluzione dell’eterno problema di come superare la solitudine e raggiungere l’unione“. Questo è l’interrogativo che si è posto l’uomo delle caverne così come l’uomo di oggi.
È un problema, continuerà a dire Fromm, che nasce dalla condizione dell’esistenza umana, di fronte al quale la storia delle religioni e della filosofia sono tentativi di soluzione.
È convinzione di Fromm che anche la società capitalistica risponda a suo modo, a salvaguardia dei privilegi, al bisogno dell’uomo di superare la solitudine, ammannendo il „conformismo“, la “routine di lavoro e del piacere” e”idoli” privi di qualità umane.
E l’uomo è solo più di sempre.
Fromm ci avverte che la maggior parte della gente non si rende conto di cosa nasconda il conformismo: „Come potrebbe un uomo prigioniero della
ragnatela della routine ricordarsi che è un uomo, un individuo ben distinto, uno al quale è concessa una unica occasione di vivere, con speranze e delusioni e dolori e timori, col desiderio di amare e il terrore della solitudine e del nulla?“
Fromm tocca uno dei più scottanti temi attuali e denuncia che i movimenti socio-politici e le vertiginose scoperte tecnologiche sono sempre più al servizio di una società retta da una costrittiva
economia competitiva.
È esplicito in Fromm che per l’uomo di oggi il problema della solitudine e di una ricerca di „integrazione“ senza perdita della propria individualità sia altrettanto importante quanto lo studio della sessualità ai tempi di Freud. La stessa spinta sessuale, per Fromm, è causata solo parzialmente dal bisogno di sopprimere una tensione mentre la necessità principale è data dall’istanza di „unione“ con l’altro polo sessuale.
Nel processo della separazione che fa parte della crescita, che è anche euforia e gioia, Fromm richiama la nostra attenzione sullo stato di sofferenza che ne consegue e sulla paura del vuoto, dell’isolamento. L’uomo Fromm sembra molto preso da questa condizione umana di „separazione“ che non avviene una volta per tutte ma che si ripete, con rinnovato senso di perdita ad ogni cambiamento, sempre dolorosa.
Così si ritrova in lui, non acquietata, la nostalgia. di una felice unione perduta.
Fromm, sociologo, è preoccupato per le condizioni della società attuale, per il futuro dell’uomo che rischia la distruzione, anche perché la società conia strategie di mascheramento del disagio e l’uomo rimane „consapevolmente inconsapevole“.
Con questa ultima affermazione dell’ambiguità dell’individuo, Frómm pare minare la speranza di una risoluzione nella quale egli tuttavia crede.
Dei messaggi di Fromm, sembra essersi fatto araldo in questi ultimissimi tempi, il linguaggio dell’artista. I temi di Fromm hanno trovato espressione
e particolare incisività attraverso la macchina da presa e le immagini che rendono più accessibili i significati. Michel del film del regista Ferreri „I love you“ ripropone il problema esistenziale di una propria individuazione e il
fallimento di un ritiro dalle relazioni umane verso un oggetto meccanico che sostituisce l’incontro con l’altro.
Michel è l’uomo che Fromm in una opera più tarda chiamerà uomo monocerebrale preso dal meccanismo tecnologico a tale punto da stabilire fra lui e la macchina una specie di rapporto
simbiotico. Fromm troverà una sorprendente analogia fra questo tipo di uomo monocerebrale e gli schizofrenici.
Sempre attraverso lo strumento della macchina da presa ci arriva un altro messaggio. È la volta di Kaos dei registi Taviani. Kaos è il mondo prima dell’atto della creazione, nel quale tutte le forme erano indefinite. Il film si presta a significare un ritorno regressivo alla Grande Madre, la nostalgia di un „eterno presente“. Il protagonista, a maturità avanzata, torna nei luoghi dell’infanzia e ricorda la madre: „Ora che sei morta e non mi pensi più, io
non sono vivo per te“. Possiamo cogliere in altri aspetti della cultura il segno del disagio ed anche modalità di copertura, strategie, che negano „il
vuoto“. Stiamo pensando al „trompe d’oeil“ (inganno dell’occhio) in architettura, a quel movimento che cerca di coprire con pitture di modelli architettonici del passato Rinascimento le pareti di vetro e cemento dell’edilizia moderna.

Aggiungiamo queste immagini ingannevoli, tratte dai nostri giorni, a quelle che Fromm mette a nudo nel suo libro sia relative alla vita dell’individuo che della società. Sembra non possano esserci altre soluzioni che follia, regressione, inganno e che la società debba andare verso la distruzione totale. Fromm indica la possibilità di superare la solitudine e di sfuggire il vuoto, nella capacità di amare dell’uomo e in una organizzazione sociale improntata dall’amore.
Scrive dell’amore come di un sentimento attivo, la cui caratteristica si sintetizza nel concetto del „dare“. “Dare”come la più alta forma di potenza per cui l’uomo prova la sua forza, la sua ricchezza, il suo potere. Il „principio“ dell’amore per Fromm è incompatibile con il „principio“ che anima la società capitalistica, basata sul profitto. Tuttavia egli ammette che il capitalismo, nella sua reale estrinsecazione, è complesso e in continua evoluzione, da dare adito ad una certa dose di anticonformismo e di giudizio critico.
Questa dialettica di Fromm ci porterebbe ad affrontare il problema della polarità e della integrazione nel suo pensiero.
La polarità sembra corrispondere più al Fromm sociologo per il compito che si è assegnato di togliere l’uomo dalla confusione, dalla ignoranza consapevole, con visioni chiare di vita. Anche quando illustra la crescita
dell’individuo differenzierà nettamente l’amore, definendone le caratteristiche di premura, responsabilità, rispetto e conoscenza, degli stati di simbiosi, di narcisismo, di dipendenza. Egli sembra lasciare tra la condizione matura dell’amore e gli stati affettivi più elementari come un vuoto che disorienta.
Sara, una adolescente seguita in psicoterapia, al culmine della sua ambivalenza, esposta alla disperazione depressiva per l’oggetto buono sentito come perduto, chiede: „Nella dipendenza c’è amore?“ .
Cerchiamo con Sara, presi dalla conflittualità dei nostri sentimenti, una rassicurazione da Fromm.
E Fromm terapeuta abbandona la polarità e tocca il tema della sofferenza mentale con la sua affermazione carica di empatia:„Mentre si è coscientemente timorosi di non essere amati, il vero, sebbene inconscio timore è quello di riuscire ad amare“. Sara ci chiede di ricercare la presenza di amore là dove è fusione, narcisismo, dipendenza e colpa. Ci invita ad andare a ricercare più indietro le radici della capacità di amare.
E Fromm ci viene ancora incontro con il „principio dell’amore materno“ rappresentato dalla figura della madre, principio che è al di sopra delle prestazioni reali della mamma con il proprio bambino.
È un amore incondizionato che dice al figlio: „Non c’è peccato, né delitto che ti possa privare del mio amore, del desiderio che tu sia vivo e felice“.
L’amore incondizionato corrisponde ad uno dei più profondi aneliti di ogni essere umano, dirà Fromm.
Una nota studiosa dell’infanzia chiamerà questo anelito „Oggetto di bontà unica di cui il neonato sa inconsciamente“ ricorrendo in certo qual modo ad una eredità filogenetica.
Fromm è un uomo che ha fede nella capacità individuale di amore e la ritiene unica reale soluzione al problema della solitudine. Ha fede nella possibilità dell’amore come fenomeno sociale, e afferma che le forme maligne di aggressione e sadismo possono essere sostanzialmente ridotte se le condizioni socio-economiche si evolvono in modo da favorire lo sviluppo del potere creativo dell’uomo, come suo autentico obiettivo.

Bibliografia
S. Ferenczi, Thalassa, Roma, 1965, Astrolabio. Freud,
S., Tre saggi sulla sessualità, Milano, 1975, Boringhieri.
E. Fromm, L’Arte di Amare, Milano 1963 – „I Corvi“
dall’Oglio – Il Saggiatore
E. Fromm, Anatomia della distruttività umana, Milano,
1975, A. Mondadori.
E. Fromm, Avere o Essere?, Milano 1977, A. Mondadori.
M. Klein, Scritti,l92l-1958, Torino 1978, Boringhieri.

Per chi non lo conoscesse:

L’Arte di amare di Erich Fromm

“ Ogni essere umano avverte dentro di sé in modo istintivo e insopprimibile l’assoluta necessità dell’amore. Eppure, in molti casi, si ignora il vero significato di questo complesso e totalizzante aspetto della vita. Per lo più l’amore viene scambiato con il bisogno di essere amati. In questo modo un atto creativo dinamico e stimolante si trasforma in un tentativo egoistico di piacere. Ma il vero amore, sostiene Erich Fromm, è un sentimento molto più profondo che richiede sforzo e saggezza, umiltà e coraggio. E, soprattutto, è qualcosa che si può imparare. “

 

Angoscia e nevrosi

Quasi tutti hanno conosciuto in un certo momento della loro vita quel sentimento spiacevole di apprensione per un qualcosa d’indefinito e indefinibile. E’ proprio l’indefinitezza, il non riuscire a dare un senso logico e razionale alla propria apprensione che caratterizza il sentimento dell’angoscia. In alcuni momenti questi stati di apprensione possono avere delle impennate improvvise e, apparentemente, ingiustificate, dando luogo alle cosiddette “crisi d’ansia”. Quando ciò accade, il quadro ansioso si complica con l’insorgenza di svariati sintomi quali un aumento del battito cardiaco, sudorazione, dispnea, l’impressione di perdere la conoscenza e, tra tutti i sintomi il più spiacevole, quello di essere sul punto di morire.

Nei primi tentativi di dare un significato al sentimento dell’angoscia, già in ambiti filosofici, l’angoscia era presentata come la minaccia all’integrità del Sé. Quando si percepisce soltanto la minaccia, si può parlare di ansia normale, quando, invece, si ha l’impressione che sia in atto un processo di dissoluzione del Sé, è il caso di parlare di ansia neurotica. Occorre distinguere, ancora, tra paura ed ansia. Nel primo caso la minaccia è riferita ad un qualcosa di esterno e oggettivo, nel secondo caso, ad un pericolo interno, irrazionale e inconscio, che il soggetto non è in grado di spiegare.

Prima di addentrarci nella descrizione della psicodinamica ansiosa, è opportuno considerare che nell’uomo c’è una fisiologica e, quindi, normale preoccupazione della propria condizione esistenziale. Questa preoccupazione  viene dalla consapevolezza dei propri limiti. E così, l’idea della morte o della malattia o che il Caso possa portarci in qualche situazione di vita impegnativa dalla quale si può uscire sconfitti, porta ad un senso di fragilità che sfocia, inevitabilmente, nel sentimento dell’angoscia.

Ciò che ad un uomo interessa più di qualsiasi altra cosa è sfuggire alla morte vissuta non soltanto come morte fisica ma come dissoluzione del proprio Sé. Perfino il bambino è preoccupato ed interessato a questo. Solitamente si crede che il bambino sia interessato al gioco e, quindi, che il suo mondo abbia una sola valenza, quella del piacere. Non c’è dubbio che il bambino sia dominato dal “principio del piacere”. Tuttavia occorre considerare che se il bambino non si sente protetto da quel senso di dissolvimento di cui abbiamo detto, tende ad evitare il gioco e a chiudersi in se stesso: diventa depresso, aggressivo, s’incattivivisce, insomma, si difende da un pericolo che, pur non essendo reale, è vissuto intensamente e con enorme timore. Nella persona adulta, tutto questo è pure presente. Se da un lato l’adulto ha strumenti di controllo del proprio mondo interno e di quello esterno più perfezionati e più efficaci di quelli del bambino, tuttavia, anche l’adulto è sottoposto a sollecitazioni e rischi che, in condizioni normali, sono risparmiati al bambino, dalla vita e dagli altri.

Ma passiamo ora alla psicodinamica dell’ansia, per come si può cogliere nell’organizzazione neurotica di personalità. Facendo riferimento a Karen Horney, bisogna partire dai bisogni e dalle necessità del bambino per arrivare a definire quei sentimenti di “ansia di base” dai quali parte il conflitto neurotico. Il bambino ha due necessità prevalenti: di essere protetto nella sua debolezza e di essere accettato. La protezione non deve essere eccessiva, trasformandosi in iper-protezione, perché, se così è, il bambino non può espandersi e, soprattutto, non può canalizzarsi in modo autentico, per quelle che sono le sue attitudini e i suoi veri bisogni. L’accettazione non deve essere formale, vale a dire, espressione di bisogni narcisistici del genitore, ma vero riconoscimento del bambino anche nei suoi aspetti meno positivi.

 Se il bambino non è aiutato nei suoi sforzi di individuarsi per quello che è, oppure è spinto ad una definizione del Sé che soddisfi la rappresentazione che del figlio ha il genitore ma non la vera natura del bambino, questi ha due possibilità: sottomettersi o ribellarsi, o le due cose insieme. Il più delle volte non si verifica una delle due reazioni, la sottomissione o la ribellione, ma entrambe. E così, sono state gettate le basi del conflitto.

 Il bambino all’inizio tende a ribellarsi ma, col tempo, tende a aderire alle richieste dei genitori per evitare il rifiuto ed il ritiro dell’affetto. In alcuni casi, il bambino può dare l’impressione di essere autonomo nelle scelte manifestando comportamenti di tipo oppositivo ma, dopo qualche tempo, tende ad uniformarsi alle richieste ed ai bisogni degli altri per non andare incontro alla disapprovazione e, in pratica, alla solitudine.

Si capisce che una condizione di solitudine nel bambino determina in lui una situazione d’incertezza circa i modi e le strategie che egli deve trovare per raggiungere i propri equilibri. Insomma, se il bambino deve scegliere tra ciò che è veramente e ciò che gli altri pensano di lui, tra il suo progetto, portato avanti da solo, ed un progetto altrui che è presentato con le garanzie del massimo appoggio, il bambino tende ad accettare la soluzione apparentemente più facile ed agibile: quella proposta dagli altri.

Parliamo di soluzione apparentemente più facile perché in realtà il bambino con il tempo è costretto a rinunciare ad un bisogno importantissimo che è quello dell’autorealizzazione. Per questa rinuncia, il bambino prova un sentimento di ostilità molto forte che, intanto, non potendolo manifestare, s’incista per effetto delle prime “rimozioni” e, poi, tende a ritornare sul proprio Io, nel timore che la collera possa passare le barriere della censura.

Insomma, si viene a delineare uno schema neurotico che ha il significato di conciliare due bisogni contrastanti: quello di essere accettato ed amato dagli altri ed il bisogno di essere se stessi. Per essere accettato, il bambino attiva comportamenti convenzionalmente accettati quali l’ubbidienza, la bontà, la solidarietà e tanti altri atteggiamenti che sarebbero difficili da realizzare, perfino, se fossero veri. Diventano pesantissimi se contrastano altri bisogni, quali un naturale e fisiologico egoismo, un bisogno di competere, e tra tutti, il bisogno di essere se stessi, anche con le proprie miserie.

L’inevitabile conseguenza di questa dinamica psicologica è una più o meno forte “rimozione” degli impulsi inaccettabili, spesso considerati tali perché non accettati, che tuttavia continuano a spingere per manifestarsi e realizzarsi. Il timore che la spinta dei bisogni possa superare la censura è ciò che stiamo definendo ansia. Insistiamo sul fatto che la rimozione dei propri bisogni rende incerto il processo di acquisizione del proprio Sé. Il soggetto senza un adeguato senso della propria identità non può vivere bene. Egli si difende neuroticamente dalle proprie dinamiche, trovando sollievo in certi casi o in certi momenti, ma allontanandosi sempre più dal suo vero Sé.

La Horney parla di “ricerca della gloria” da parte del nevrotico ansioso che cerca soluzioni sempre più efficaci. In altre parole, il soggetto cerca un’idealizzazione del proprio Sé dove i caratteri dominanti sono la perfezione, il senso d’onnipotenza e onniscienza. In questo modo, il nevrotico s’illude di aver trovato i propri equilibri, di aver superato l’odio di Sé, di aver conquistato l’approvazione degli altri. Insomma è come se il nevrotico dicesse: sono come voi volete che io sia ma anche come io stesso voglio essere. In questo modo s’illude di aver superato il conflitto di base, vale a dire, l’antitesi tra il proprio bisogno d’autorealizzazione, spesso in conflitto con i bisogni degli altri, e il bisogno degli altri di vedere il soggetto uniformato alle indicazioni prevalenti e convenzionali della società.

Si capisce facilmente, che i tentativi del neurotico di superare i conflitti, che sono partiti dall’ansia di base e si sono strutturati e cristallizzati in schemi neurotici funzionali al bisogno di sfuggire alla sofferenza e al conflitto, non possono funzionare. Non possono funzionare perché, intanto, la perfezione non appartiene a nessun essere umano e, poi, perché tutta la vita del soggetto diventa una fatica e una finzione. A partire da questo momento il soggetto è costretto a realizzare, nel lavoro, nei rapporti di relazione, nella sua dimensione sentimentale, quella perfezione che oggettivamente non è possibile. Egli cerca di dare concretezza al suo Sé idealizzato ma, inevitabilmente, fallisce. Per qualche tempo il soggetto può credere di aver raggiunto i suoi risultati. Con sforzi davvero patognonomici fa di tutto per essere un uomo dal comportamento ineccepibile nella valutazione degli altri e di se stesso. Ad un certo punto, però, scopre di essere molto lontano dal personaggio fittizio che egli stesso ha creato, e la reazione è forte, sofferta, disadattiva. Si sente meschino ed in colpa per il fatto di non essere riuscito a raggiungere quegli obiettivi di perfezione che si era prefissato. Di qui il bisogno di colpire il proprio Sé inadeguato con sentimenti di disprezzo e di odio. In ultima analisi, nella psicodinamica del nevrotico c’è una tendenza all’autodistruzione che vanifica, a parte tutte le altre difficoltà, qualsiasi sforzo di essere, perfino, normale, vale a dire, come gli altri, negli aspetti positivi e negativi. E così, partendo dall’affermazione “Io sono”, affermazione che esprime una necessità psicologica ed esistenziale, il nevrotico arriva all’altra affermazione “Io non sono”. Il bisogno di sparire, dunque, si realizza ed il soggetto ha l’impressione di non esistere. E’ questa una condizione esistenziale di profonda disperazione che scaturisce da un senso di alienazione, irrimediabile ed insopportabile.

Ad un livello d’analisi interpretativa più classica che si rifà alla teoria freudiana delle pulsioni, è il cambiamento dello stato d’arginatura dell’Io che determina una situazione d’allarme. L’ irrompere nella coscienza della pulsione originaria rimossa  può portare ad un’intensificazione della difesa che, tuttavia, non sempre riesce ad evitare lo stato d’allarme. Certe volte avviene un compromesso tra l’impulso e la difesa, in base al quale, l’impulso rimane inconscio mentre aumentano le controcariche dell’Io per contenere la spinta della pulsione. Naturalmente tutta l’operazione psichica è accompagnata da reazioni d’angoscia che sono proporzionali al rischio che la pulsione possa rendersi manifesta.

In “Inibizione sintomo e angoscia” Freud, dopo aver precisato che l’inibizione ha un preciso rapporto con la funzione e non necessariamente  esprime una qualche patologia, fa notare che il rapporto tra inibizione e angoscia è evidente, non può essere a lungo ignorato, e si manifesta soprattutto nella funzione sessuale inibita. In questo caso, l’angoscia non sempre si manifesta come angoscia fluttuante. In alcuni casi, si presenta come disgusto, altre volte, è legata a qualche situazione od oggetto specifici o è convertita in sintomo, somatico o psichico. Insomma una funzione dell’Io può essere diminuita o eliminata del tutto per non entrare in conflitto con L’Es. Oppure, sono i sensi di colpa che vengono elicitati dalla funzione dell’Io e, quando ciò accade, la funzione è inibita, in parte o completamente, per non entrare in conflitto con il Super-io.

Più avanti, Freud spiega che per comprendere la dinamica della reazione d’angoscia, occorre fare riferimento al meccanismo della rimozione. In base a questo meccanismo di difesa dell’Io, meccanismo che opera al di fuori della sfera del conscio, un impulso dell’Es inaccettabile dall’Io è bloccato nel suo soddisfacimento. C’è da chiedersi, posto che Freud ha sempre considerato l’Io più debole dell’Es, da dove viene la capacità dell’Io di fronteggiare con successo la spinta pulsionale. Si può rispondere a questa domanda osservando che l’Io è abile nei confronti dell’Es piuttosto che forte. Detto semplicemente, l’Io trasforma il piacere connesso alla pulsione in dispiacere (angoscia) e, così facendo, legittima il rifiuto del soddisfacimento delle richieste dell’Es. Per la verità, un qualche soddisfacimento l’Es lo trova nel sintomo, inteso come sostituto pulsionale, ma “molto sciupato, spostato, inibito, che non è neanche più riconoscibile come soddisfacimento”(ibid.). Freud, precisando ancora, spiega che non è avvertita come pericolosa la pulsione in sé, quanto le conseguenze che il soddisfacimento della pulsione potrebbe determinare.

Quali conseguenze teme l’Io se la pulsione rimossa si dovesse affermare? Il pericolo più grave per l’Io è rappresentato dal rischio dell’evirazione. Un’altra conseguenza temuta è quella che si riferisce alla disapprovazione del Super-io, fatto questo che determina angoscia sociale o morale indeterminata. L’Io cerca di superare i timori connessi al pericolo che la rimozione possa essere superata in tanti modi. Può negare il contenuto di fondo della sua angoscia con una reazione fobica, attribuendo a fatti e situazioni esterne al proprio mondo psichico il pericolo e, in questo caso, tende ad attivare una reazione fobica. Un’altra reazione può essere quella isterica, vale a dire, la conversione in sintomi psichici o somatici del vissuto spiacevole dell’angoscia. Nelle nevrosi ossessive, l’angoscia è evitata aderendo scrupolosamente, con appropriati rituali, “ agli ordini, le prescrizioni e le penalità che gli sono imposte (dal Super-io)”(ibid). Quando tutte queste strategie di difesa falliscono o non possono essere sostenute efficacemente “…allora insorge subito uno stato di disagio estremamente penoso, in cui noi possiamo ravvisare l’equivalente dell’angoscia, e che gli ammalati stessi paragonano all’angoscia”(ibid).

Quale che sia il modello teorico interpretativo che si voglia scegliere per dare un senso all’angoscia, appare evidente che il sintomo sottenda una psicodinamica complessa nei suoi significati, non del tutto chiarita nei suoi aspetti epistemologici, impegnativa per il paziente. Se un essere umano si allontana da un principio che è biologico prima ancora che psicologico, contrasta la naturale tendenza dell’Io a cercare il piacere, preferendo di andare incontro al dispiacere, è verosimile pensare che la posta in gioco sia molto alta. Di là dai fraintendimenti e dalla distorsione neurotica dei fatti psichici, la ricerca di un equilibrio psichico fittizio non esprime evidentemente una difesa generica, nei confronti di un qualche pericolo più o meno grave, ma è specificamente correlata al bisogno di conservare la propria integrità minacciata da un senso di annichilimento che, prima ancora che doloroso, è percepito, appunto, con terrore. E a ragione. Un Io destrutturato, non solo, avrebbe difficoltà ad affrontare i compiti della vita ma, cosa ancora più grave, potrebbe non riuscire a sopravvivere. In questo senso, si può capire come l’idea della morte, percepita, come abbiamo già detto, non solo come morte fisica quanto soprattutto come dissolvimento del Sé, scomparsa, alienazione, basta e avanza per spingere  un essere umano a cercare qualsiasi strategia possibile per sfuggire a questo rischio mortale. Che poi, nella realtà, le cose non siano esattamente così, il rimedio sia peggiore del male, è cosa evidente per tutti quelli che non sono rimasti impigliati nella psicodinamica che abbiamo descritto. Ma per il paziente non ci sono argomentazioni e rassicurazioni convincenti. Sarà compito di una psicoterapia, capace di andare in profondità, quello di convincere il paziente a confrontarsi con i suoi fantasmi, evocarli e mandarli via o, al peggio, come diceva Oscar Wilde, farli danzare.

Un’onda si sta gonfiando, e siamo impreparati ad affrontarla – International Business Times.

Pier Paolo Pasolini

Vi odio, cari studenti (Il Pci ai giovani!!)

È triste.
La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato.
Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati…
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!

Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!

I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.

A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri.
Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.

l’Espresso (n. 24, 16.6.68)


 

Liberamente tratto da www.iltuopsicologo.it, sito molto curato e fatto veramente bene dal Dott. Roberto Cavaliere.

Ancora quella sensazione. Ti svegli e vedi sangue sulle lenzuola e sul tappeto. Libri e pezzi di carta sparsi in tutta la stanza. Mobili rotti. Quel pizzicore familiare sulle braccia, sul torso. La faccia è sbavata di rosso. Stava andando così bene: tredici giorni dall’ultima volta. Ti senti intorpidito, confuso, mezzo ubriaco, stupido. Hai appena le forze per alzarti: non mangi da tre giorni e hai perso molto sangue. Che cosa stai cercando di dimostrare? La cameriera entra e vede i fazzolettini macchiati di sangue sul pavimento, ti guarda non è sicura di capire bene. Cerchi di ricotruire esattamente quello che è successo durante la notte…

Hai lavorato fino a tardi, volevi uscire e rilassarti, divertirti. Non c’era nessuno. Sei andato all’enoteca, hai comprato da bere, ti sei seduto nella tua stanza, ascoltando la tua musica preferita, violenta e deprimente. Ti accorgi che qualcosa, dentro, sta traboccando. Ti sembra di essere sul punto di esplodere da un momento all’altro. Ti si riempiono di lacrime gli occhi, cominci a piagere. Il pianto si trasforma in grida, lamenti, urla. Cerchi di trattenerti. Cominci a prendere a calci la porta. Butti la roba in giro per la stanza, fuori dalla finestra. Non riesci a calmarti. Non sai neppure che cosa ti abbia ridotto in questo stato. Ti pianti le unghie nella pelle del polso. Non senti niente. É come se stessi guardando un film su qualcun’altro, non sei tu. Ti togli la camicia, ti guardi allo specchio. Odio, disgusto, frustrazione, rabbia, rimorso. Quasi come in un rituale, senza nemmeno pensare a quel che fai, prendi la lametta… sangue che gocciola. Ci sfreghi su qualcosa di antisettico, lo rifai, fino a quando sei calmo, soddisfatto. Spalmi sangue in giro. É brutto, ma il sangue è reale, è umano, ti fa sentire bene! Al tempo stesso, provi dolore, te lo meriti. Lo racconti a qualcuno.

Ti dicono che sei un manipolatore, che cerchi attenzione. Ci credi. Serve solo a farti stare peggio. Alcuni pensano che tu sia malato, o matto. Poche persone capiscono ma sono ancora troppo preoccupate, scioccate dalla cosa. Qualcuno pensa che tu abbia tendenze suicide. Non è vero.

Tagliarsi non è un modo per cercare attenzione. Non è una manipolazione. É un meccanismo per affrontare i problemi, punitivo, gradevole, potenzialmente pericoloso, ma efficace. Mi aiuta a sopportare le forti emozioni che non so come gestire. Non ditemi che sono malato, non ditemi di smettere. Non cercate di farmi sentire in colpa, mi accade già. Ascoltatemi, sostenetemi, aiutatemi.

Dal libro “Un urlo rosso sangue” di Marilee Strong


 

L’autolesionismo (il termine tecnico è Repetitive Self-Harm Syndrome Sindrome da auto-lesionismo ripetuto)viene in genere definito come il tentativo di causare intenzionalmente un danno al proprio corpo, lesionandosi in modo di solito abbastanza grave da provocare danni ai tessuti o agli organi. E’ considerata una vera e propria patologia. Le persone affette da questo disturbo si fanno del male in diversi modi: tagliandosi con una lametta, bruciandosi con una sigaretta, graffiandosi, strappandosi i capelli, sbattendo contro qualcosa, ecc..

Forme di autolesionismo.
Si possono identificare, grosso modo, tre forme di autolesionismo:

  • Automutilazione grave (molto rara), che produce un danno irreversibile ad un parte del proprio corpo, ad esempio uno sfregio permanente in viso.
  • Automutilazione leggera (la più diffusa) che si manifesta col tagliarsi, bruciarsi, strapparsi i capelli, fratturarsi un osso, urtare, ed ogni altro metodo usato per ferirsi.
  • Automutilazione latente (la più subdola) perchè si nasconde in determinate forme di dipendenza e disagio come la tossicodipendenza, la bulimia, l’attività fisica eccessiva. Esse possono considerarsi forme poco manifeste, ma molto insidiose.

Chi è l’autolesionista:

Può colpire tutti, indipendentemente dall’età, dal grado di istruzione e dalla classe sociale, anche se sono in prevalenza donne, forse, a causa di fattori sociali. Tradizionalmente, agli uomini viene permesso di esprimere la propria aggressività, alle donne viene invece insegnato a reprimerla o quando questo non è più possibile, a rivolgerla verso se stesse.
Le donne, spesso, oltre all’ autolesionismo presentano disturbi del comportamento alimentare come anoressia e bulimia. Alcune ragazze di fronte ad un momento di malessere reagiscono alternando comportamenti bulimici (abbuffate seguite da vomito o abuso di lassativi) a quelli autolesivi.
Inoltre l’autolesionista, a volte, presenta depressione, con pensieri di tipo suicida. In alcuni casi, il malessere è così forte che la persona sente che o si taglia o si suicida.
Non si piace, odia il suo corpo, non ha fiducia in se e neppure negli altri.
Molti degli autolesionisti tendono ad essere perfezionisti, incapaci di gestire e di manifestare verbalmente intense emozioni. Non si piacciono, odiano il proprio corpo e possono avere gravi sbalzi d’umore. È possibile, talvolta, che abbiano subito abusi sessuali o violenza psicologica nell’infanzia.
L’autolesionista non rappresenta un pericolo per la società perché la violenza è sempre e solo rivolta verso di sé, mai verso altri. Perché?
Vari possono essere i motivi.

  • Per scaricare lo stress: autolesionarsi ed il dolore fisico correlato placano lo stress. Tutti il disagio interiore che non si è in grado di gestire viene tramutato in sofferenza fisica, quindi più facilmente gestibile e più reale della sofferenza emozionale che è impalpabile. Per un po’ ci si occupa solo del dolore fisico, distogliendosi temporaneamente da quello interiore
  • Per mostrare agli altri che si sta davvero soffrendo, offrendo loro qualcosa di concreto e di comunemente accettato come “dolore”. Così si esiste agli occhi degli altri. Le cicatrici sulla pelle rendono visibile esteriormente la sofferenza che si ha dentro, è un modo per comunicare agli altri il proprio dolore .I comportamenti autolesivi sono una richiesta di aiuto.
  • Ci si sente talmente morti dentro, talmente apatici dal ricercare nella sofferenza fisica una prova che si è ancora vivi.Non si è in legame con il proprio corpo e il dolore fisico è l’unico modo che si ha per sentire di esistere, per percepire il proprio corpo.
  • Come sostituto di un desiderio di suicidio.
  • Per punirsi di proprie azioni o sensi di colpa .

Io amo riassumere le possibili cause di un comportamento autolesionista in questa frase: “Si preferisce provare un dolore fisico per non provare un più profondo e doloroso dolore interiore”

Indicazioni utili:

  • Non isolarsi ma far presente la problematica ad una persona a noi significativa al fine che possa diventare un “sos” nei momenti di crisi acuta.
  • Nel momento in cui si manifesta la crisi acuta svolgere un’attivita “lesionistica” rivolta ad un oggetto esterno, quale “picchiare” un oggetto morbido al fine di “scaricare” la rabbia.
  • Uscire immediatamente di casa .
  • Nei momenti non di crisi acuta praticare un’attività fisica che “svuota” in qualche maniera della rabbia accumulata.
  • Esprimere la propria rabbia anche attraverso qualche forma artistica, come dipingere e disegnare ad esempio.

Ma soprattutto non bisogna vergognarsi di ammettere di essersi volutamente feriti, per timore di non essere capiti, di essere giudicati negativamente o di essrere considerati dei pazzi. Invece non c’è motivo di cui vergognarsi, sia perché gli autolesionisti non sono pazzi, sia perché tale fenomeno è più comune di quanto si creda, in forma più o meno patologica .
Se la buona volontà personale di combattere l’autolesionismo non produce significativi miglioramenti bisogna chiedere, senza esitazione, timore e vergogna, aiuto ad un’esperto.

LETTURE CONSIGLIATE:

Il disturbo Borderline di Personalità, Giorgio Caviglia, Carla Iuliano, Raffaella Perrella, Carocci Editore, 2005

Testo divulgativo, conciso, sintetico, quindi utile per studenti alle prime armi o non professionisti che vogliano avere informazioni generali sul Disturbo Borderline.

Trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo borderline, Marsha Linehan, Cortina Editore, 2001

E’ il testo di riferimento italiano della Dialectical Behavior Therapy (DBT), la Terapia Dialettico-Comportamentale sviluppata da Marsha Linehan per il trattamento di pazienti Borderline, in particolare affetti da autolesionismo e suicidarietà. Si tratta di un manuale operativo molto corposo, specificamente formulato per l’utilizzo da parte di specialisti che vogliano implementare la loro pratica clinica con strumenti provenienti dall’area delle Terapie Cognitivo-Comportamentali.

Trattato dei Disturbi di Personalità, Oldham J.M., Skodol A.E., Bender D.S., Cortina Editore, 2008

Primo testo specialistico, completo ed esaustivo, completamente dedicato ai Disturbi della Personalità. Voluminoso e piuttosto costoso, è quindi dedicato a specialisti che vogliano arricchire le proprie conoscenze teoriche su questa categoria diagnostica.

La Personalità Borderline. Una Guida Clinica, John Gunderson, Cortina Editore, 2003

Una descrizione della dimensione Borderline, e del suo trattamento, da parte di uno dei principali sviluppatori del modello personologico di interpretazione di questo complessa categoria diagnostica.

Il Trattamento Basato sulla Mentalizzazione. Psicoterapia con il paziente borderline, Anthony Bateman, Peter Fonagy, Cortina Editore, 2006

Questo testo costituisce un importante riferimento in quanto descrittivo dell’unico approccio psicodinamico (oltre alla TFP di Kernberg, descritta oltre) ad aver  fornito prove di efficacia con il Disturbo Borderline. Tutto l’impianto teorico si basa sulla promozione della capacità del paziente di riflettere sui contenuti mentali propri ed altrui, definita dagli autori come capacità di mentalizzazione (ma anche capacità riflessiva, o funzione riflessiva), ritenuta un aspetto di importante deficitarietà caratteristica del Disturbo.

Borderline. Struttura, categoria, dimensione, Cesare Maffei, Cortina Editore, 2008

Questo testo fornisce una definizione dello stato dell’arte rispetto alla definizione del costrutto “Borderline”, la cui eterogeneità di utilizzo ha da sempre generato difficoltà ed impasse, sia nella ricerca, sia nel dialogo tra clinici afferenti a diversi approcci teorici.

Psicoterapia delle Personalità Borderline, John Clarkin, Frank Yeomans, Otto Kernberg, Cortina Editore, 2000

Questo testo presenta un altro approccio al trattamento psicodinamico del paziente Borderline, validato empiricamente e supportato da un’imponente teoria di riferimento, sviluppato dall’equipe coordinata da Otto Kernberg, personaggio di spicco della cultura psicoanalitica su scala mondiale e tra i primi ad essersi occupato di tale disturbo a partire dagli anni settanta.

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Da http://www.ilfattoquotidiano.it, 20/07/2011

Dieci anni fa, venerdì 20 luglio 2001 si apriva il G8 di Genova. Una giornata contraddistinta da scontri di piazza e soprattutto dalla morte del manifestante Carlo Giuliani. Ma quell’evento drammatico non è l’unico di un pomeriggio in cui si capì subito che la situazione era sfuggita di mano e che l’intero weekend sarebbe stato caratterizzato da una guerriglia senza regole. Oggi sono tantissime le ricostruzioni, le testimonianze, le verità processuali sull’accaduto che parlano di “democrazia sospesa”. Ma come è stata raccontata quella giornata in presa diretta? Qui di seguito una cronologia ora per ora con i lanci dell’agenzia Ansa del 20 luglio 2001, con titoli originali e orari di pubblicazione: gli arrivi dei manifestanti in città, i falsi allarmi bomba, poi la violazione della “zona Rossa”, l’assalto a Marassi, i black block infiltrati nei cortei, le cariche della polizia, in particolare quella di via Tolemaide che ha preceduto le “voci di un manifestante morto in via Caffa”. E la conferma, pochi minuti dopo. E ancora i primi commenti a caldo e l’appello del sindaco di Genova in vista della grande manifestazione del 21 luglio.

7.05 – G8: MANIFESTANTI TRENO ANTI-GLOBAL VERSO GENOVA SU PULLMAN (ANSA) – ROMA, 20 LUG – Sono stati fatti salire dalla polizia francese su sei pullman i circa 300 manifestanti anti-global che erano a bordo del treno proveniente da Londra – e diretto a Ventimiglia – deviato in nottata a Modane. Una giornalista freelance che era a bordo del convoglio, ha riferito che la polizia francese ha detto ai dimostranti che li avrebbe trasferiti a Genova con i pullman.

10.16 – G8: TERZO TRENO SPECIALE DA TORINO, PARTITE 180 PERSONE INTANTO CONTINUANO I FALSI ALLARMI BOMBA IN CITTA’ (ANSA) – TORINO, 20 LUG – E’ partito stamane alle 8.35 dalla stazione di Porta Nuova, con 10 minuti di ritardo, il terzo e ultimo treno speciale organizzato dal Torino Social Forum per portare a Genova i manifestanti che parteciperanno alle iniziative contro il G8. Intanto stamattina altri due falsi allarme bomba hanno mobilitato le forze dell’ ordine. Sono 180 i militanti (circa 150 si erano prenotati nei giorni scorsi e una trentina si sono aggiunti stamane alla spicciolata) che sono partiti con le tre carrozze straordinarie aggiunte al treno diretto per Novi Ligure, citta’ dove il gruppo verra’ poi trasferito su un servizio navetta con arrivo a Genova nella tarda mattinata. Altri due treni del Torino Social Forum erano partiti ieri, mentre il grosso dei manifestanti torinesi e piemontesi arrivera’ nel capoluogo ligure domattina con una formazione di oltre 40 pullman. Stamane le operazioni di imbarco sono filate via in modo assolutamente tranquillo. Lo spiegamento di poliziotti impegnati nei controlli era molto minore di quello del primo giorno: sono stati sequestrati solo due o tre caschi di plastica, di quelli gialli da muratore, che gli stessi manifestanti hanno lasciato prima di salire sul treno. Per quanto riguarda la psicosi attentati, dopo quello di ieri mattina presso il Santuario della Consolata, continuano a Torino i falsi allarmi bomba, alimentati dalla febbrile atmosfera pre-G8. Il primo ha riguardato la presenza di un involucro sospetto nella centralissima Piazza Castello, che pero’, dopo i controlli della polizia, ha rivelato al suo interno solo panni sporchi. Altra segnalazione, sempre stamattina, un po’ piu’ in periferia, in Corso Tassoni, dove e’ stata trovata una valigia, che pero’, oltre a rivelarsi vuota, era stata gettata via da un residente nei pressi di un cassonetto.

11.53 – G8: ASSEDIO; IL VIA ALLE 14 CON SUONO SIRENA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Sara’ il suono di una sirena alle 14 a segnare l’ inizio dell’azione. Da quel momento, nei vari punti di assedio alla zona rossa, i vari gruppi manifesteranno secondo diverse modalita’ per protestare contro la morsa di ferro in cui e’ stata chiusa la citta’ per il vertice dei G8. I contestatori tutti insieme alle 14, al suono della sirena si sdraieranno per terra. Intanto nelle varie piazze tematiche organizzate dal Gsf si stanno completando i raduni.

12.16 – G8: PROTESTE; A MIGLIAIA IN PIAZZA DA NOVI, SPUNTANO MAZZE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – In piazza Paolo da Novi, una delle piazze piu’ vicine alla zona rossa, si stanno concentrando migliaia di persone: lavoratori Cobas, ragazzi dei centri sociali e del Network per i diritti globali. Si attendono entro le 14 circa settemila persone. Attorno alla piazza, pero’, si stanno gia’ componendo gruppi estranei al movimento, secondo Piero Bernocchi dei Cobas, con caschi, mazze e con i volti coperti. Si tratterebbe di frange estranee al Genoa social forum, forse ”black block”, anarchici insurrezionalisti.

12.31 – +++G8: PROTESTE; PRIMI SCONTRI, POLIZIA SPARA LACRIMOGENI+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Sono cominciati gli scontri tra dimostranti e polizia nella zona di piazza Paolo da Novi. La polizia ha cominciato a carica re i dimostranti e lancia lacrimogeni.Nei pressi di piazza Da Novi la polizia ha caricato il gruppo di estremisti che stava affrontando le forze dell’ ordine con lancio di pietre e uso di mazze. Alla carica della polizia gli estremisti, che si proteggono con maschere, caschi e mazze, hanno risposto dapprima lanciando pietre e poi sono fuggiti verso piazza Palermo, in direzione Levante. Le forze dell’ ordine hanno lanciato lacrimogeni e stanno cercando di bloccare gli estremisti al centro di un cordone di agenti.

12.48 – G8: PROTESTE; INFERMIERE BASTONATO PER ERRORE DA POLIZIA ERA IN SERVIZIO, E’ STATO PRESO A CALCI E MANGANELLATE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – In piazza Savonarola la carica della polizia ha colpito per errore un infermiere professionale che stava telefonando in una cabina e che aveva il volto coperto da un fazzoletto per proteggersi dai lacrimogeni. I poliziotti gli si sono avventati addosso nonostante urlasse ”sono un medico, sono un medico”. Decine di manganellate, di calci, anche quando l’ uomo era a terra. L’ uomo e’ stato poi soccorso dal gruppo medico del Genoa social forum e portato in ospedale. Si chiama Lorenzo Marvelli ed e’ in salvo. E’ un infermiere professionale venuto da Pescara. ”Guardate come mi hanno conciato – ha detto – E pensare che ero venuto qui per curare la gente. Incredibile”.

13.17 – G8: VIA AL VERTICE, DURI SCONTRI PER LE STRADE DI GENOVA BATTAGLIA FRA POLIZIA ED ANARCHICI BLACK BLOCK (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – In coincidenza con l’inizio del summit del G8 a Palazzo Ducale sono cominciati i primi duri scontri fra polizia e frange estremiste di manifestanti nelle strade di Genova, in alcuni casi con uso di lacrimogeni da parte degli agenti e con lancio di pietre e almeno due bottiglie molotov da parte dei dimostranti. Gli anarchici di Black Block sono partiti in corteo da Corso Torino verso Piazzale Kennedy ed hanno cominciato a fracassare vetrine al loro passaggio. Gli scontri tra dimostranti e polizia hanno avuto inizio nella zona di piazza Paolo da Novi. La polizia ha cominciato a caricare i dimostranti ed a lanciare lacrimogeni: in breve fitte nuvole di fumo si sono alzate sopra la citta’. Alla cariche della polizia gli estremisti, che si proteggono con maschere, caschi e mazze e sono circa 400, hanno risposto lanciando pietre e poi sono fuggiti verso piazza Palermo, in direzione Levante. Gli anarchici, tutti vestiti di nero ed armati di spranghe bastoni e pietre, si sono poi concentrati in piazza Tommaseo, nel quartiere Foce (vicino al quartier generale del Genoa Scoiasl Forum) e hanno in breve ridotto la zona circostante ad un campo di battaglia metropolitano: cassonetti bruciati, diverse auto in fiamme, sanpietrini divelti dal selciato. Fittissimo anche qui il lancio di lacrimogeni da parte della polizia e di molotov da parte dei dimostranti: gli agenti hanno dunque cominciato a caricare ed a sgombrare Piazza Tommaseo.

14.47 – +++G8: PROTESTE; VIOLATA ZONA ROSSA IN PIAZZA DANTE +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – La zona rossa e’ stata violata in piazza Dante da quattro giovani che sono riusciti a sfondare il varco di accesso. La polizia ha cercato di respingere l’ assalto con gli idranti, allontanando un gruppo piu’ folto che tentava di entrare.

14.57 – +++G8: PROTESTE; ANARCHICI ATTACCANO CARCERE MARASSI+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Gli anarchici hanno attaccato il carcere di Marassi. Vengono lanciate bottiglie molotov e sassi. Sono state infrante le finestre degli uffici al primo piano. Tre bottiglie molotov sono state lanciate contro il portone e le finestre del carcere, bersagliati anche da una grandinata di sassi. Una persiana ha preso fuoco. Due furgoni e tre auto dei carabinieri, che presidiavano l’ istituto di pena hanno tentato una reazione con un carosello, I militari hanno lanciato lacrimogeni, ma hanno dovuto ripiegare per inferiorita’ numerica.

14.57 – G8: PROTESTE; TUTE BIANCHE, I VIOLENTI SONO DEGLI INFAMI (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – I ‘disobbedienti’ del Carlini, le Tute bianche, hanno criticato i manifestanti coinvolti nelle violenze, dicendo che sono degli ”infami”. Il corteo dei ‘disobbedienti’ sta arrivando presso il centro della citta’. All’ incrocio tra corso Gastaldi e via Tolemaide, di fronte a due carcasse di auto bruciate dagli anarchici passati da li’ circa due ore prima, dalla testa del corteo e’ stato ribadito ai megafoni il no alla violenza. ”Queste auto bruciate, tutto questo – hanno gridato – non e’ disobbedienza civile. Coloro che hanno fatto tutto questo sono degli infami”.

15.17 – G8: PROTESTE; VIOLAZIONE SIMBOLICA ZONA ROSSA, SALE TENSIONE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Dopo un primo momento di calma, seguito alla violazione simbolica della zona rossa compiuta da quattro ragazzi, in piazza Dante sta salendo la tensione. I manifestanti premono infatti sulla grata che viene sostenuta all’ interno della zona rossa da un autoblindo. Due mezzi della Forestale sui quali sono montati degli idranti hanno acceso i motori e sono pronti ad intervenire. Un reparto di agenti di polizia, in assetto antisommossa, e’ schierato una ventina di metri piu’ indietro a difesa della strada che conduce al Palazzo Ducale, a circa 200 metri di distanza.

15.30 – +++G8: PROTESTE; POLIZIA CARICA IN PIAZZA MANIN, FERITI+++ TRA I FERITI ANCHE PARLAMENTARE PRC ELETTRA DEIANA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – La Polizia ha caricato in piazza Manin il gruppo di anarchici ”black block” che era davanti al presidio della rete Lilliput, dei pacifisti e delle donne. Alcuni dimostranti, tra i quali la parlamentare di Prc Elettra Deiana, sono rimasti feriti. I pacifisti della rete Lilliput e l’ on. Elettra Deiana erano seduti per terra con le mani alzate, dipinte di bianco. Quando la polizia ha lanciato i lacrimogeni e caricato gli anarchici, sono stati travolti anche loro e sono rimasti feriti. Il gruppo degli anarchici ha proseguito la sua azione come se nulla fosse accaduto e si e’ attestato in via Palestro. Da qui, approfittando della strada in discesa, ha cominciato a lanciare cassonetti di rifiuti contro lo schieramento di Polizia.

15.52 – G8: PROTESTE; VIOLAZIONE SIMBOLICA ZONA ROSSA, LA DINAMICA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – La violazione, seppur simbolica, della zona rossa, da parte di antiglobal e’ avvenuta all’ altezza di un cancello al centro della lunga inferriata che taglia in due piazza Dante. Per oltre un’ ora, oltre a battere sistematicamente contro le grate di ferro gridando slogan e lanciando bottiglie d’ acqua, torsoli di mela e palloncini oltre l’ ostacolo all’ indirizzo delle forze dell’ ordine, alcuni manifestanti hanno iniziato a premere ripetutamente sulle ante del cancello, fino ad aprirlo. Un urlo di gioia si e’ levato nel gruppo quando una delle due ante si e’ spalancata. Quattro antiglobal sono riusciti ad entrare nella zona rossa passando in uno stretto corridoio tra il cancello divelto e una grata applicata alla parte anteriore di un mezzo blindato sistemato ad ulteriore protezione del varco. Dopo pochi metri i quattro ”violatori” sono stati bloccati dalle forze dell’ ordine e respinti oltre il varco.

16.18 – G8: PROTESTE, SECONDO SKY NEWS POLIZIOTTO HA SPARATO IN ARIA (ANSA) – LONDRA, 20 LUG – L’emittente satellitare britannica Sky News ha detto che un poliziotto ha sparato colpi di arma da fuoco in aria a Genova. Secondo il racconto fatto dall’inviata di Sky, l’agente era stato circondato da un gruppo di manifestanti.

16.51 – +++G8: PROTESTE; AGNOLETTO INVITA A LASCIARE LA PIAZZA+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Il portavoce del Gsf, Vittorio Agnoletto, ha invitato con un megafono i manifestanti in piazza Dante a lasciare la piazza. Ha cosi’ accolto l’ appello del sindaco Pericu. I dimostranti pacifici si stanno gia’ ritirando. ”Abbiamo vinto” ha ripetuto due volte in italiano e una volta in inglese. ”Perfino il sindaco della citta’ – ha aggiunto Agnoletto – ha detto che la polizia ha esagerato”. Il leader del GSF ha quindi invitato i manifestanti a lasciare la piazza e a formare un corteo. I manifestanti lo hanno ascoltato e poco a poco stanno liberando l’ area. Alcuni irriducibili restano pero’ appoggiati alle grate e non accennano a muoversi.

17.23 – G8: PROTESTE, TUTE BIANCHE SI RITIRANO VERSO STADIO CARLINI (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Migliaia di tute bianche stanno arretrando verso lo stadio Carlini. L’appello di Vittorio Agnoletto pare aver sortito i primi effetti. Dall’incrocio fra corso Torino e via Tolemaide, dove erano schierate, proprio nel cuore della zona della guerriglia, le tute bianche stanno tornando indietro verso lo stadio Carlini lungo via Gastaldi. Dalla zona del corteo delle tute bianche si sentono provenire scoppi a ripetizione e ancora si nota il fumo dei lacrimogeni. Il corteo in questo momento ha raggiunto la zona di San Martino.

17.26 – +++ G8: BERLUSCONI, CHI SI OPPONE A G8 COMBATTE OCCIDENTE+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”Chi si oppone al G8, non combatte otto protagonisti eletti democraticamente nei loro Paesi, ma combatte l’occidente, combatte la sua filosofia, combatte la libera iniziativa e il libero mercato”. Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nella cerimonia di presentazione del Fondo per la salute e la lotta all’Aids.Il presidente del Consiglio ha aggiunto, nel suo breve intervento, che, ”progredendo nel libero mercato e nella difesa dei diritti di tutti, ci puo’ essere una ricchezza che aumenta per tutti”. Inoltre, bisogna fare del nostro ”pianeta, in questo passaggio di millennio, un pianeta che guardi al futuro concretamente, operando affinche’ il futuro sia un futuro di benessere, di liberta’, di sicurezza e di salute per – ha concluso – il maggior numero possibile dei suoi abitanti”.

17.44 – G8: PROTESTE, RIPRENDONO SCONTRI IN VIA TOLEMAIDE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Dopo una lunga pausa sono ripartiti gli scontri in via Tolemaide. Una parte delle migliaia di giovani dello stadio Carlini, fermi all’incrocio con corso Torino, ha cercato di ritornare verso il centro cittadino. A questo punto e’ partita un’ autoblindo della polizia verso i giovani in corteo, seguita da un folto numero di agenti che hanno lanciato lacrimogeni. Le forze dell’ordine hanno intimato con i manganelli alzati di fermarsi. L’intera zona e’ ad altissimo rischio, tra macchine sfondate, capovolte, e vetrine infrante. Anche i giornalisti sono stati invitati ad allontanarsi.

18.00 – +++G8: PROTESTE; VOCI SU GIOVANE MORTO IN VIA CAFFA+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Secondo una soccorritrice volontaria del Genoa Social Forum, un giovane dimostrante sarebbe morto in via Caffa, nei pressi di piazza Tommaseo. Ma la notizia, sparsasi tra i dimostranti, non ha trovato sinora conferma ne’ dalla Polizia ne’ dal 118.

18.01 – +++G8: PROTESTE; CONFERMATA DA AUTORITA’ MORTE DIMOSTRANTE++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – La notizia della morte di un dimostrante ha trovato conferma da fonti della Polizia. Il corpo del giovane, intorno ai vent’ anni si trova in via Caffa, coperto da un telo bianco. Secondo quanto riferito da una volontaria del soccorso del GSF, di nome Valeria, il ragazzo morto, di neppure 20 anni, avrebbe due segni evidenti sul viso: uno sotto l’ occhio destro, ”come di un colpo di pietra” ha spiegato la giovane; l’ altro sulla fronte, ”e questo – ha aggiunto – non sembrava un colpo di pietra”. Secondo altre informazioni, riferite da infermieri intervenuti per soccorrere il giovane, la vittima sarebbe invece stato investito da un mezzo. Il corpo del ragazzo si trova ancora a terra, coperto con un lenzuolo bianco, in via Caffa, una strada che collega piazza Alimonda a piazza Tommaseo, dove si sono svolti gli scontri piu’ violenti. Sul posto si stanno recando il magistrato di turno, un funzionario di polizia ed un medico legale per verificare le cause della morte del giovane. Nella zona della tragedia nel pomeriggio e’ avvenuta una fitta sassaiola.

18.28 – +++ G8: PROTESTE, DONNA GRAVEMENTE FERITA, TESTIMONI +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Una donna sarebbe stata ferita in maniera grave nella zona intorno a Via Caffa, la stessa dove e’ morto un dimostrante. Lo riferiscono alcuni testimoni.(ANSA).

18.34 – G8: MANIFESTANTE MORTO; TESTIMONE, COSI’ L’HANNO COLPITO EDIZIONE STRAORDINARIA DEL TG1 CON LE IMMAGINI DEL CADAVERE (ANSA) – ROMA, 20 LUG – ”Ero a cinque metri dal ragazzo, e’ stato colpito sotto la fronte, vicino all’occhio, da un colpo di pistola o da un fumogeno sparato dal camioncino dei carabinieri. Poteva colpire anche me”. E’ la testimonianza data nell’edizione straordinaria del Tg1 durante la quale sono andate in onda le immagini del ragazzo morto. Era stata Rainews 24 la prima emittente a dare, alle 18, la conferma dela morte del ragazzo negli incidenti di Genova. Subito dopo, alle 18,05, la programmazione della prima rete Rai e’ stata interrotta con un’edizione straordinaria del Tg1 di dieci minuti. Durante il Tg1, oltre alle immagini del ragazzo morto, e’ andata in onda la ricostruzione del testimone.

18.38 – G8: PROTESTE, TESTIMONI RACCONTANO PESTAGGIO DIMOSTRANTE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Alcuni testimoni degli incidenti avvenuti nel pomeriggio nella zona di via Montevideo hanno raccontato di un ragazzo rimasto gravemente ferito per un pestaggio ad opera dei poliziotti. ”E’ arrivata a tutta velocita’ una camionetta della polizia – ha detto ai giornalisti l’ avvocato Andrea Sandra -, si e’ avvicinata ad un ragazzo isolato, sono scesi i celerini bardati da combattimento. Il ragazzo era disarmato e non diceva nulla. L’ hanno buttato a terra e l’ hanno picchiato. E’ intervenuta una collega avvocato che e’ stata allontanata e hanno continuato a picchiarlo”. Il pestaggio del giovane dimostrante e’ stato confermato anche da una donna e dal figlio. ”Le madri della zona – hanno raccontato – dalle finestre gridavano ‘Basta, lo state ammazzando, fermatevi’. E’ intervenuto anche un signore, sulla cinquantina, che e’ uscito dal portone di casa ed ha cercato di bloccare i poliziotti: ha ripetuto ‘basta, fermatevi, basta’. Poi il ragazzo, tutto insanguinato, e’ stato caricato su una camionetta e portato via. Questa citta’ oggi e’ in mano a tutta questa gente”.

18.41 – G8: MANIFESTANTE MORTO; GRIDA ‘ASSASSINI’ CONTRO FORZE ORDINE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Manifestanti si stanno concentrando in piazza Alimonda, dove il cadavere del ragazzo ucciso e’ tuttora a terra. Un cordone di uomini delle forze dell’ ordine circonda il cadavere. Contro i carabinieri e i poliziotti e’ cominciato anche un lancio di pietre e vengono lanciate grida di ”assassini, assassini!”. Secondo quanto riferito da una reporter del giornale alternativo francese Transfer, giunto sul luogo dell’ incidente nel momento stesso in cui avvenivano gli scontri, il ragazzo morto sarebbe stato colpito alla testa. Non ha precisato se da un colpo di arma da fuoco o da un lacrimogeno.

18.56 – G8: PROTESTE; 1 MORTO E 85 FERITI, BILANCIO ORE 18.30 (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – E’ di un morto e 85 feriti il bilancio alle 18:30 degli scontri di oggi a Genova. Lo si apprende dall’ unita’ sanitaria della Regione Liguria per il G8. Un altro giovane dimostrante sarebbe ricoverato in gravi condizioni all’ ospedale San Martino. Sara’ inoltre operato a breve il carabiniere con l’ orbita sfondata, colpito da una bomba carta in Corso Torino.

19.02 – G8: MANIFESTANTE MORTO; AGNOLETTO, PROVE SPARI FORZE ORDINE CI SONO VIDEO E PROVE ”INEQUIVOCABILI” CHE HA SPARATO -(ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Il portavoce del Genoa Social Forum, Vittorio Agnoletto, ha annunciato che ci sono video e prove ”inequivocabili” del fatto che ”la polizia, quando ha caricato le tute bianche e i giovani comunisti ha sparato: e quando si spara si spara per uccidere”. Agnoletto ha riferito le notizie che sono giunte finora al GSF: un morto, un ragazzo giovane, forse di venti anni. ”Sembra che sia stato colpito – ha detto Agnoletto – da un colpo di pistola”. In questo momento i gruppi del Genoa Social Forum sono divisi in tre luoghi. In piazzale Kennedy, accanto al palco dove si e’ esibito Manu Chao, c’e’ una parte dei manifestanti. Secondo quanto ha riferito Agnoletto, le tute bianche e i giovani comunisti sono bloccati al Carlini, la Rete Lilliput e gli altri pacifisti che erano a Castelletto sono fermi a Brignole. ”Starebbero trattando – ha detto Agnoletto – con la polizia per riuscire a raggiungere piazzale Kennedy”.

19.02 – +++ G8: MANIFESTANTE MORTO; CIAMPI, SGOMENTO E DOLORE IMMENSO +++ DICO AI DIMOSTRANTI ‘CESSATE OGNI VIOLENZA’ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”Provo sgomento e dolore immenso per la giovane vita spezzata. Mi rivolgo – ha detto il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi – ai dimostranti perche’ cessi da subito questa cieca violenza che non da’ contributo alcuno alla soluzione dei problemi della poverta’ nel mondo. Il vertice che stiamo tenendo a Genova vede per la prima volta riuniti insieme i responsabili dei Paesi industrializzati e dei Paesi poveri del mondo e i vertici delle istituzioni internazionali in cui gli uni e gli altri collaborano congiuntamente. Le grandi attese e speranze suscitate da questo vertice non debbono essere vanificate da atti insensati, indegni della nostra democrazia e della nostra civilta”’.

19.08 – G8: MANIFESTANTE MORTO, RIMOSSO IL CORPO (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Sempre protetto da un cordone di manifestanti, e’ rimasto circa un’ ora sul selciato di piazza Gaetano Alimonda il corpo del giovane manifestante morto negli scontri a Genova. Alle 19 e’ giunta sul posto un mezzo dell’ azienda trasporti funebri di Genova, sempre protetto dal cordone di agenti, e il corpo e’ stato portato via, mentre molti dei giovani presenti urlavano ”assassini, assassini”. Non si hanno particolari certi sulla nazionalita’ della vittima. Secondo i manifestanti che dicono di conoscerlo, si tratterebbe di un ragazzo spagnolo, forse basco, di circa venti anni.

19.12 – +++ G8: MANIFESTANTE MORTO; NUOVI SCONTRI PIAZZA ALIMONDA +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Subito dopo la rimozione del corpo della giovane vittima i manifestanti presenti all’ angolo tra via Caffa e piazza Alimonda hanno gettato di tutto contro le forze dell’ ordine che arretravano. Da una parte volavano bottiglie molotov, pietre, bottiglie vuote; dall’altra i lacrimogeni.

19.13 – +++ G8: BERLUSCONI, MI UNISCO AL DOLORE DI CIAMPI +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”Mi unisco ai sentimenti di dolore del presidente della Repubblica”, ha detto il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, che si trovava insieme a Carlo Azeglio Ciampi alla Prefettura di Genova. Cosi’ Berlusconi ha commentato i gravi incidenti. ”Mi spiace quanto e’ accaduto sia stato contestuale agli sforzi che nel G8 si sono portati innanzi proprio per uno sforzo aggiuntivo rispetto a cio’ che fino ad ora si e’ fatto per combattere la poverta’ e le grandi epidemie nel mondo. Per la prima volta come ha ricordato il presidente Ciampi, il G8 si e’ aperto anche a Paesi in via di sviluppo e insieme a loro stiamo tentando di trovare una soluzione che sia nuova e piu’ efficace, proprio per rimediare a questi gravi inconvenienti (epidemie, malattie, poverta’ e dolore), che riguardano una larga parte della popolazione mondiale”.

19.32 – G8: GSF; OLTRE 100 FERMATI, IMPEDITI CONTATTI CON LEGALI (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Sono oltre cento, secondo i legali del Genoa social forum, i ragazzi che si trovano in questo momento in questura fermati o arrestati. Secondo quanto riferito dall’ associazione giuristi democratici, ”viene loro impedito di mettersi in contatto con difensori. Questo – hanno detto in una conferenza stampa del Gsf – e’ una violazione gravissima dei diritti costituzionali che crediamo, tra l’ altro, avallata dalla procura”. L’ associazione giuristi democratici – e’ stato riferito – e’ impegnata a tentare di mettersi in contatto con i ragazzi bloccati dalle forze dell’ ordine.

19.34 – G8: SMENTITE DA POLIZIA VOCI SU SECONDA VITTIMA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Fonti della polizia hanno smentito che ci sia stata una seconda vittima negli scontri di Genova. La voce, che ha continuato a circolare anche negli ambienti politici, si riferiva ad un giovane rimasto gravemente ferito in scontri in via Montevideo, a poche decine di metri da via Caffa, dove e’ morto l’ altro dimostrante. La vicinanza tra i due luoghi fa ritenere che i testimoni abbiano confuso i due episodi. Anche il 118, in serata, dopo la polizia, ha smentito ufficialmente le voci di una seconda vittima. L’ ipotesi si era diffusa nel tardo pomeriggio e riguardava una delle persone ricoverate negli ospedali genovesi a seguito degli scontri fra dimostranti e polizia.

19.41 – G8: MANIFESTANTE MORTO; TESTIMONI, UCCISO DA COLPO ARMA FUOCO (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Secondo alcune testimonianze, la morte del giovane sarebbe stata causata da un colpo di pistola sparato da un componente delle forze dell’ ordine, forse un carabiniere, che si trovava all’ interno di un mezzo circondato da una folla di manifestanti. Il militare avrebbe impugnato l’ arma e avrebbe sparato per difendersi dall’ assalto dei manifestanti. Sulla vicenda, oltre alla procura di Genova stanno indagando i carabinieri. Sul punto dove il ragazzo e’ stato trovato morto, c’ e’ una pozza di sangue oramai rappreso coperto da segatura, sulla quale sono gia’ stati collocati moltissimi fiori rossi presi da un’ aiuola di fronte alla chiesa di Piazza Alimonda e sistemati in un bossolo di lacrimogeno, usato come portafiori. Nello stesso punto e’ stata posata una canottiera bianca con alcune scritte fatte a pennarello, la piu’ grande delle quali, in rosso dice ”respect”.

20.11 – G8: ATTAC DENUNCIA, MINISTRO INTERNI AVEVA ESCLUSO USO ARMI (ANSA) – PARIGI, 20 LUG – Il responsabile delle relazioni internazionali dell’associazione Attac-France, Christophe Aguitton, ha definito la morte del giovane manifestante a Genova ”il fatto piu’ drammatico che potesse accadere”. Ha poi denunciato ”il ministro degli interni che aveva garantito in modo formale che nessun poliziotto avrebbe usato armi”. Intervistato da Genova dall’emittente RTL, Aguitton si e’ detto ”costernato” e ha denunciato l’atteggiamento della polizia italiana e dei gruppi anarchici ”che non hanno assolutamente nulla a che vedere” con l’essenziale dei manifestanti, che sono ”pacifisti”.

20.28 – G8: PROTESTE; AGNOLETTO, BLOCCO NERO E’ SPUNTATO INDISTURBATO (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”E’ assolutamente incomprensibile come 400 violenti del cosiddetto blocco nero, conosciuti dalle varie polizie, abbiamo potuto spuntare stamane poco prima delle 11:00 nel mezzo delle nostre iniziative”. Il portavoce del Genoa social forum, Vittorio Agnoletto, ha confermato che stamane, poco prima delle 11:00, i ‘Black Blocks’ hanno fatto inaspettatamente la loro comparsa in piazza Paolo da Novi dove il Gsf, i lavoratori dei cobas e il network per i diritti globali avrebbero dato vita alla propria manifestazione. ”Si sono presentati con strumenti di tutti i tipi – ha detto Agnoletto -; io chiedo quindi alle forze dell’ ordine e al capo della polizia, che hanno fermato treni e traghetti di persone pacifiche, come questi 400 siano potuti arrivare nel centro di Genova”. ”E chiedo – ha proseguito Agnoletto – perche’ poi le cariche delle forze dell’ ordine sono state fatte in modo tale da spingere queste persone nei cortei, nei quali si sono infiltrati”.

20.51 – +++ G8: MANIFESTANTE MORTO; BUSH, UN FATTO TRAGICO +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Il presidente americano George W. Bush considera la morte di un manifestante a Genova ”un fatto tragico”: lo ha detto un alto funzionario della Casa Bianca. ”Il presidente Bush e’ stato informato delle violenze, dei feriti e del morto. Il presidente si rammarica delle violenze, considera il ferimento di agenti e di manifestanti molto lamentevole e giudica la morte di un manifestante un fatto tragico”. La reazione della Casa Bianca alle violenze e alla tragedia e’ venuta quando i leader dei Grandi stavano per iniziare la cena che chiude la prima giornata dei loro lavori. Prima del Vertice, a piu’ riprese, il presidente Bush aveva espresso il suo parere che ”i nemici della globalizzazione e della liberalizzazione degli scambi non sono amici dei poveri”.

21.24 – G8: PROTESTE; UN MINUTO DI SILENZIO AL GSF (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Un minuto di silenzio e’ stato osservato dalle migliaia di manifestanti presenti a Piazzale Kennedy, questa sera, alle 21.15. Intanto sono riuniti i responsabili dei diversi gruppi del Genoa social forum per valutare la situazione. Dal palco e’ stato annunciato che il Tg5 ha mostrato la sequenza di immagini conclusasi con la morte del ragazzo. L’ appuntamento con la manifestazione di domani e’ stato confermato con forza da tutte le componenti del Gsf.

21.53 – G8: SINDACO E GIUNTA CHIEDONO SICUREZZA PER CITTA’ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”Assicurare lo svolgimento del vertice non deve escludere che venga garantita la sicurezza di tutta la citta”’. Lo chiedono il sindaco di Genova, Giuseppe Pericu, e la giunta comunale, riunita questa sera in seduta straordinaria, al ministro degli interni Claudio Scajola. Nell’ esprimere ”il profondo cordoglio per la morte del giovane manifestante e la piu’ sincera partecipazione per tutti coloro che sono stati feriti negli scontri”, e’ scritto in una nota diffusa in serata, la giunta ritiene ”inaccettabile che lo svolgimento di un vertice internazionale sollevi un tale livello di contraddizioni e di contrapposizioni capace di provocare la morte di persone”. (…) Nel lasciare agli organizzatori la valutazione dell’ opportunita’ di effettuare la marcia a suo tempo programmata per domani, ”se verra’ deciso di effettuarla la giunta chiede che si svolga pacificamente e senza recare ulteriori ferite alla citta”’. Infine la Giunta comunale ritiene che ”tutti coloro che hanno subito danni debbono essere risarciti ed operera’ affinche’ si raggiunga questo risultato” e ha garantito che ”gli uffici comunali gia’ da questa sera inizieranno a fare quanto di loro competenza per ridare vivibilita’ alle zone cosi’ gravemente danneggiate”.

22.37 – G8:MANIFESTANTE MORTO; CARABINIERE FOTO INTERROGATO A ORE (ANSA) – ROMA, 20 LUG – Sara’ interrogato nelle prossime ore dal magistrato il carabiniere ritratto nelle fotografie che documentano l’incidente nel quale ha perso la vita un giovane manifestante a Genova. Il militare si trova in ospedale perche’, durante gli scontri, ha riportato ferite alla testa e alle braccia. I manifestanti infatti, secondo quanto si e’ appreso, hanno accerchiato la camionetta dei carabinieri e rotto il vetro che ha ferito il militare. Il carabiniere, che e’ gia’ stato sentito dai suoi colleghi, sara’ interrogato dal magistrato in ospedale.

23.02 – +++ G8: MANIFESTANTE MORTO; IDENTIFICATA LA VITTIMA +++ (ANSA) – ROMA, 20 LUG – Il giovane manifestante morto nel pomeriggio a Genova durante gli scontri con le forze dell’ordine si chiamava Carlo Giuliani. Era di Roma, ma residente a Genova. A quanto si e’ appreso aveva precedenti per resistenza a pubblico ufficiale e per oltraggio.

23.29 – G8: PRODI, MORTE RAGAZZO UNA TRAGEDIA PER NOSTRI PROPOSITI (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”La morte di quel ragazzo e’ una tragedia per gli scopi che ci siamo proposti”: cosi’ Romano Prodi, presidente della Commissione europea, commenta la morte del giovane manifestante durante gli scontri a margine del G8 di Genova. ”Mi addolora – ha dichiarato Prodi, uscendo dal pranzo offerto in prefettura dal Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi – il grande senso di distanza tra coloro che lavorano dentro la stanza e tutto il mondo che e’ fuori”. Ai cronisti che gli chiedevano se sia il caso di sospendere il G8, Prodi ha risposto: ”non sono io che posso prendere queste decisioni. Quello che posso dire e’ che oggi e’ stato fatto un lavoro serio, pieno di spirito di cooperazione, rivolto nella direzione giusta”.

23.32 – G8: NOTTE TRA PAURA E STANCHEZZA, DOMANI TIMORE NUOVI SCONTRI GENOVA, MANIFESTANTI SI RITIRANO STREMATI DA UNA LUNGA GIORNATA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Erano le 23 quando sul cielo di Genova per l’ ennesima volta si e’ alzato in volo un elicottero per continuare il controllo della citta’. Quel volo notturno e’ l’ emblema di come Genova si appresta a vivere la notte di vigilia della grande manifestazione di domani. Dopo la lotta senza quartiere della giornata, le tute bianche sono tornate a concentrarsi allo stadio Carlini: sono 5, 6 mila persone riunite in assemblea dalle 8 di sera. Stremate: in molti si lamentano della mancanza di acqua, di viveri. Le entrate allo stadio, cosi’ come le uscite, sono presidiate dalla polizia che vieta ogni ingresso. Gli agenti non sono peraltro presenti in misura massiccia, e su tutti prevale la stanchezza estrema da ogni punto di vista. Gli anarchici e altri centri sociali sono invece tornati al circolo ‘Pinelli’, alla ‘Sciorba’, nel quartiere di Marassi. Anch’essi stremati, riferiscono i portavoce del circolo. Non sono segnalate particolari tensioni, cosi’ come non c’e’ tensione ma solo stanchezza alla scuola Diaz, concentramento del Genoa Social Forum, dove peraltro prevale la delusione e la rabbia per la giornata di guerriglia. L’ intera citta’ di Genova resta comunque presidiata da un ingente numero di reparti di polizia e carabinieri. Tutto il perimetro della ‘zona rossa’ continua ad protetto da decine di camionette, ed anche la polizia a cavallo se necessario e’ pronta a intervenire. Una convinzione e’ comunque diffusa, sia tra le forze dell’ordine, sia tra i ragazzi dei centri sociali: domani non e’ escluso che ci siano altri scontri. Ma c’e’ una grande differenza con la tensione che a Genova si respirava la notte precedente: nelle ore della vigilia, si attendevano gli scontri come gesto di sfida al G8. Questa notte, invece, la morte di Carlo Giuliani e’ presente col suo significato pesantissimo. Per quanto i portavoce delle tute bianche radunate al Carlini non abbiamo dubbi: ”E’ un ragazzo che non abbiamo mai sentito nominare. Non e’ dei nostri. E’ un black blocker, su questo non c’e’ alcun dubbio”. Analoga la risposta degli anarchici genovesi, radunati alla ‘Sciorba’. ”Non sappiamo chi sia”. Dai ‘Black Block’, invece, nessun commento. Le tute nere sembrano invece essersi dissolte. Scese dalle colline di Albaro questa mattina, dopo aver messo a ferro e a fuoco dalla citta’, si sono volatilizzate. Ma sono in molti a ritenere che domani si rifaranno vive a suon di spranghe, molotov e bastoni.

 

IL PUNTO DI VISTA DI UN POLIZIOTTO (Non sono tutti uguali, N.d.r): “Mancò chiarezza”; ordini confusi e giovani impreparati allo sbaraglio

GENOVA – Lo sgomento, la preoccupazione, la sensazione che ”sarebbero successe cose che potevano travolgerci”. Ma soprattutto, ”la totale mancanza di chiarezza: perche’ in quei giorni Genova venne commissariata dal Viminale e da questo punto di vista lo e’ ancora. La chiarezza manco’ in quei giorni e su quei fatti manca ancora”. Roberto Traverso, poliziotto, segretario generale provinciale del Silp-Cgil, ricorda i giorni del G8 di Genova. Parla, e il piano umano e quello professionale si fondono.

Oggi come allora, la voce e’ intrisa di tensione, preoccupazione, dolore. Dieci anni fa, in quei giorni che cambiarono la storia, Traverso si trovava al Palasport dove era stata costituita una postazione sindacale della polizia. Quando arrivarono le prime notizie di disordini ”abbiamo provato un profondo sgomento – ricorda – e abbiamo cominciato ad avvertire la totale mancanza di chiarezza sui fatti”. Genova, continua Traverso, ”venne commissariata 10 giorni prima del G8. E lo e’ ancora. Ci fu un commissariamento dell’attivita’ con una linea d’azione che partiva dal centro”. I disordini, poi la morte di Carlo Giuliani. Quando arrivo’ la notizia ”si diffuse tra noi un forte senso di sgomento. Ci chiedevamo come fosse possibile che la situazione fosse precipitata cosi’ – si interroga ancora oggi – che fosse successa una cosa come quella. Sentivamo che qualcosa stava per travolgerci”. Non trova le parole, Traverso, perche’ ancor oggi lo spessore di quel dolore e’ intatto.

”Posso dire qualcosa di tecnico: e cioe’ che la pistola e’ l’ultima cosa che devi usare, anche se in quel momento non si trattava piu’ di solo ordine pubblico. Ma ci chiedevamo perche’ sia stato mandato in ordine pubblico personale impreparato. Ci chiedevamo perche’ fosse successo”. Il mondo intero guardava i poliziotti di Genova, ”e ci sarebbe voluto qualcuno che ci spiegava cosa stava succedendo – ammette il poliziotto-sindacalista – ma non c’era”. La citta’ era irriconoscibile: un inferno fatto di macchine in fiamme, di dolore, di lacrime e di sangue. ”Il personale impiegato era tantissimo: 15 mila, tra polizia, carabinieri e guardia di finanza, ma sembravamo pochissimi. Tre giorni prima dell’inizio – spiega Traverso – la zona gialla fu abolita e cosi’ il personale all’interno della zona rossa era di 7 mila unita’. Tantissimi. Altri 8 mila erano fuori, pochissimi. E i funzionari non conoscevano il territorio”. Dopo la morte di Giuliani c’e’ stata quella che fu definita, proprio da un poliziotto, ”la macelleria messicana” della Diaz, poi Bolzaneto.

”Ho cercato di trovare una spiegazione tecnica, cercavo di capire perche’ eravamo arrivati a questo. Forse, dopo ore e ore di servizio il personale aveva in corpo troppa adrenalina, come pentole a pressione sul punto di esplodere. Il personale del reparto mobile, a oggi, a causa dei continui tagli di personale fa fino a 200 ore di straordinario al mese”. Il G8 di Genova ha segnato una svolta in negativo dei rapporti tra citta’ e polizia. ”Ma la polizia continua a garantire sicurezza – sottolinea – ed e’ amata dalla gente. E la polizia sa che la protesta di piazza, quella democratica, va sempre tutelata perche’ e’ l’unica che puo’ portare il cambiamento. Ma ci sono alcuni, pochissimi, soggetti che entrano nelle piazze per destabilizzare. Vanno isolati e in questo chiediamo aiuto alla magistratura, nei confronti della quale mai si e’ esaurita la fiducia”. (Da Ansa.it, 20/07/2011)

Tratto da: http://www.piazzacarlogiuliani.org

Dieci anni fa centinaia di migliaia di persone, giovani e adulti, donne ed uomini, di tutto il mondo si diedero appuntamento a Genova per denunciare i pericoli della globalizzazione neoliberista e per contestare i potenti del G8, intenti a convincere il mondo che trasformare tutto in merce avrebbe prodotto benessere per tutti.
Le persone che manifestavano a Genova erano parte di un grande movimento “per un mondo diverso possibile” diffuso in tutto il pianeta. Era nato a Seattle nel 1999 con una grande alleanza fra sindacati e movimenti sociali, e ancor prima nelle selve del Chiapas messicano. Nel gennaio 2001 si era incontrato nel grande Forum Sociale Mondiale a Porto Alegre in Brasile che aveva riunito la società civile, i movimenti, le organizzazioni democratiche di tutto il mondo.
Quel movimento diceva – e ancora oggi dice – che la religione del mercato senza regole avrebbe portato al mondo più ingiustizie, più sfruttamento, più guerre, più violenza. Che avrebbe distrutto la natura, messo a rischio la possibilità di convivenza e persino la vita nel pianeta. Che non ci sarebbe stata più ricchezza per tutti ma, piuttosto, nuovi muri, fisici e culturali, tra i nord ed i sud del mondo. Non la pacificazione, conseguenza della “fine della storia”, ma lo “scontro di civiltà”.
Avevamo ragione, e i fatti lo hanno ampiamente confermato. Ora lo sanno tutti. Ma dieci anni fa, per aver detto solo la verità, venimmo repressi in maniera brutale e spietata.
La città di Genova fu violentata fisicamente e moralmente. Le regole di una democrazia, che sempre prevede la possibilità del dissenso e della protesta, vennero sospese e calpestate. Un ragazzo fu ucciso. Migliaia vennero percossi, feriti, arrestati, torturati. Eravamo le vittime, ma per anni hanno tentato di farci passare per i colpevoli.
Oggi, le ragioni di allora sono ancora più evidenti. Una minoranza di avidi privilegiati pare aver dichiarato una guerra totale al resto dell’umanità e all’intera madre Terra. Dopo aver creato una crisi mondiale mai vista cercano ancora di approfittarne, rapinando a più non posso le ultime risorse naturali disponibili e distruggendo i diritti e le garanzie sociali messe a protezione del resto dell’umanità in due secoli di lotte.
E’ un progetto distruttivo: ha prodotto la guerra globale permanente, l’attacco totale ai diritti (al lavoro e del lavoro, alla salute, all’istruzione, alla libertà di movimento, alle differenze culturali e di genere nonché alle scelte sessuali), la rapina dei beni comuni, la distruzione dell’ambiente, il cambiamento climatico e il saccheggio dei territori.
Ormai è chiaro a tanti e tante, a molti più di quanti erano a Genova dieci anni fa, che solo cambiando radicalmente direzione si può dare all’umanità una speranza di futuro, impedendo la catastrofe che i poteri dominanti, sia pure in crisi, stanno continuando a preparare.
Proponiamo a tutte/i coloro che da quei giorni non hanno mai smesso di portare avanti le ragioni di allora e a tutte/i coloro che, pur non avendo avuto la possibilità di partecipare a quelle elaborazioni, ogni giorno costruiscono elementi di un mondo diverso con le loro lotte, le loro rivendicazioni, le loro pratiche, di costruire insieme da oggi le condizioni per incontrarsi a Genova nel luglio del 2011, per tessere reti più forti di resistenza, di solidarietà, di costruzione di alternativa alla barbarie e di speranza.
Viviamo in un mondo che continua a non piacerci, un mondo che continua ad avere tutte le caratteristiche che abbiamo fortemente denunciato 10 anni fa, se possibile ancora più accentuate, attraversato da profonde crisi etiche, morali, democratiche che aggravano e rendono più pericolosa la crisi economica e finanziaria. Ma, allo stesso tempo, viviamo anche in un mondo che, a partire dal nuovo protagonismo dei popoli dell’America Latina, esprime un forte sentimento di cambiamento.
Ripensare, recuperare, allargare ed aggiornare lo “spirito di Genova” che ha segnato una generazione può aiutare. Non a guardare indietro, a quella che ormai è storia, ma a guardare avanti, al futuro che abbiamo tutti e tutte la responsabilità di costruire.

Tratto da http://www.senzasoste.it

A dieci anni dai tragici fatti di Genova proponiamo e riproponiamo due articoli. Il primo di Pino d’Agostino che ripercorre le strategie repressive e il ruolo della polizia a Genova in occasione del G8 fino ai successivi avanzamenti di carriera per i poliziotti condannati. Il secondo un documento del 2001 di Claudio Albertani sulla composizione politica di quelle giornate dai black bloc agli zapatisti passando per i pacifisti.
Pur non condividendone alcuni passaggi in entrambi i documenti, riconosciamo il valore documentario di una ricostruzione che apre ad una riflessione articolata sulle vicende genovesi e sul movimento dell’epoca. Agli storici, e a coloro che si occupano di storiografia politica, il compito di un lavoro strutturato su questi temi. Senza rancori e rimozioni. red. 20 luglio 2011

G8 di Genova: 3650 giorni dopo. Per non dimenticare la ‘macelleria messicana’

genova2001G8 di Genova anno 2001, scuola Diaz. “Mi hanno bastonata e presa a calci, si divertivano a sentire i miei gemiti”. Racconta la fuga disperata al quarto piano, l’ultimo piano della scuola Diaz. Era in preda al panico mentre quelli, i “tutori dell’ordine”, sfondavano la porta. Quindi trovò un nascondiglio “in un piccolo locale vicino all’ascensore, una dispensa”. Lei e il suo ragazzo avevano deciso di presentarsi con le braccia alzate se la polizia li avesse trovati. Purtroppo i poliziotti li trovarono, e purtroppo le braccia alzate servirono a poco. Lena Z. ha oggi 34 anni, ne aveva 24 al G8, quando tornò a casa, ad Amburgo, con le costole fratturate e lesioni che comportano tuttora una riduzione della capacità polmonare del 30 per cento. “Nella dispensa – ha raccontato la giovane tedesca rispondendo al pm Enrico Zucca – siamo rimasti pochissimo, poi abbiamo sentito passi pesanti, di stivali, e altri rumori come se la polizia stesse picchiando con i bastoni sul muro. Sono arrivati e hanno aperto la porta. Il mio ragazzo è stato trascinato fuori subito, lo hanno circondato e hanno iniziato a colpirlo con il bastone”. Quel ragazzo fu massacrato da delinquenti in divisa, in soprannumero e a volto coperto. Delinquenti e vigliacchi, e ancor più vigliacchi perché agirono “coperti” e protetti da una divisa. “Io ero rimasta là, nella dispensa. Mi hanno tirata fuori per i capelli, credo di essere caduta quasi subito. Ero sdraiata e mi colpivano con calci alla schiena e bastonate ai fianchi. Ho sentito le mie costole che si fratturavano. Un poliziotto mi ha picchiato col ginocchio tra le gambe. Loro continuavano a picchiarmi e io sono scivolata di nuovo a terra. Avevo la sensazione che si stessero divertendo. Così ho deciso di non gridare più per non invogliarli a colpire ancora. Ero sdraiata contro il muro, mi hanno spinta a calci verso le scale e mi hanno buttata giù, uno mi teneva per i capelli, avevo la testa all’altezza della sua anca e le gambe pendevano indietro. E da dietro altri poliziotti mi picchiavano ancora. Al secondo piano mi hanno gettata su altre due persone già a terra. Non si sono mossi. Mi sono accorta del sangue che scorreva sulla mia faccia, non riuscivo più a muovere il braccio destro. I poliziotti sono passati più volte accanto a me e ognuno di loro si fermava a sputarmi in faccia, alzandosi la visiera e togliendosi il fazzoletto rosso”. Questa era la testimonianza della giovane tedesca la cui foto con il volto coperto di sangue fece il giro del mondo. Pochi le credettero al processo. Poi, a distanza di quasi 6 anni, nel 2007, Michelangelo Fournier, all’epoca del G8 vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma, descrisse quello che vide al momento dell’irruzione nella scuola Diaz: “Sembrava una macelleria messicana”. Poche parole, agghiaccianti, la cui crudezza dà, più di mille discorsi, il senso preciso di quel che fu quella spietata mattanza.
scuola_diazEppure la descrizione che Fournier aveva fornito inizialmente era stata ben diversa. Ma gli va riconosciuto e dato onore che fu uno dei pochissimi ad avere la forza di dire, anche se in ritardo, come realmente erano andate le cose. Quelle terribili parole non le dimenticheremo mai. Ma ne disse anche altre Fournier, e altrettanto gravi: “Arrivato al primo piano dell’istituto ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sono rimasto terrorizzato quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Pensavo addirittura che stesse morendo. Fu a quel punto che gridai: basta basta, e cacciai via i poliziotti che picchiavano. Intorno alla ragazza, per terra, c’erano dei grumi che sul momento mi sembrarono materia cerebrale”. Il dato di fatto è che con il pretesto di una sassaiola inesistente, della presenza di due molotov e di un altrettanto inventato accoltellamento, giustificarono il massacro di sessantuno persone, spaccando milze, teste ed ossa, senza pietà. Per arrestare 93 innocenti, i nostri “guardiani della legalità” arrivarono anche a manipolare le prove, o meglio, a inventarle e costruirle (come le false bottiglie molotov). Dal processo emergono le responsabilità dei superpoliziotti coinvolti nel massacro. Il 22 luglio del 2001, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi dichiara alle telecamere: “Ho avuto questa mattina una telefonata del ministro degli Interni, che mi ha rappresentato il ritrovamento di armi improprie all’interno del Genoa Social Forum e la individuazione di 60 persone appartenenti alle squadre violente che si erano occultate, tra gli esponenti stessi del Genoa Social Forum. […] non c’era una distinzione tra coloro che hanno operato la violenza e la guerriglia e gli esponenti del Genoa Social Forum che, anzi, avrebbero favorito e coperto questa loro presenza”. Degno premier di un paese “democratico” che consente scempi del genere. Lo stesso giorno la Polizia di Stato organizza una conferenza stampa nel corso della quale i giornalisti non possono fare domande, ma solo ascoltare la lettura di questo comunicato: …”Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. Sono state sequestrate armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Le indagini successive hanno rivelato una verità differente: il Vicequestore Pasquale Guaglione, ha dichiarato ai PM genovesi che quelle bottiglie furono in realtà ritrovate da lui sul lungomare di Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente.
g8genovaMa il G8 di Genova non fu solo la Diaz. G8 sono stati i Black bloc che attaccano e le forze dell’ordine che li ignorano e preferiscono scagliarsi con cariche e lacrimogeni contro i cortei autorizzati. Nell’inchiesta diranno che si erano sbagliati perché non conoscevano la città. G8 è soprattutto l’assassinio di Carlo Giuliani e il tentativo di attribuire la morte ai suoi compagni: “Siete stati voi a ucciderlo, bastardi, con le vostre pietre”. Così urlavano i carabinieri. E per un momento forse tutti ci abbiamo creduto. E poi le torture nel “carcere” di Bolzaneto. Dieci anni fa la città di Genova fu violentata. Le regole della democrazia sospese e calpestate, gli fu sputato addosso. Un ragazzo fu ucciso. Migliaia vennero percossi senza alcuna ragione, senza aver fatto nulla, solo per il fatto che erano lì. Giorni che passano e ferite che ancora non si rimarginano, ed è meglio che sia così, che quelle ferite non si chiudano mai, perché ci costringeranno a non dimenticare. Quel movimento pacifico fece paura e fu stroncato a Genova con una repressione senza precedenti, come forse neanche in un regime dittatoriale sudamericano degli anni ‘70 ci si sarebbe azzardato a fare. Eppure eravamo in Italia ed era il 2001. E i responsabili di tali violenze, pur essendo stati condannati, sono ancora al loro posto, e molti sono stati promossi ai vertici del ministero dell’Interno. E anche il premier di allora, quel presidente del consiglio che tentò di proteggerli, è ancora qui. Strano paese il nostro…
Amnesty International definì quella mattanza la più grave violazione dei diritti umani dal secondo dopoguerra. Non c’è nessun altro Paese al mondo che abbia i vertici delle polizie e dei servizi segreti condannati in appello. E le immagini di quel G8 scorrono ancora davanti agli occhi di tanti di noi. E fanno male, tanto male. Ma non ai nostri occhi, ai nostri cuori e, spero, alle nostre teste. E mi auguro che questo dolore resti lì per sempre, come monito per il futuro.
Mi calo il cappello sugli occhi e mi addormento.
 
Pino D’Agostino da Interno 18
 
 
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Blocchi Neri, Tute Bianche e Zapatisti nel movimento antiglobalizzazione

Tutti i mali che nascono nelle repubbliche si devono alle violente inimicizie che dividono la nobiltà dal popolo perché, mentre l’una vuole comandare, l’altro non vuole obbedire. [Niccolò Machiavelli]

…s’è accesa, a poco a poco, una nuova epoca d’incendi, di cui nessuno di coloro i quali vivono ora vedrà la fine: l’obbedienza è morta. [Guy Debord]

Piu’ di mezzo secolo fa, George Orwell scrisse che una societa’ perviene ad essere totalitaria quando le sue strutture diventano palesemente artificiali, cioe’ quando la classe dominante riesce a sostenersi unicamente grazie alla forza e all’inganno. Una tale societa’ non puo’ permettersi di essere tollerante, ne’ puo’ autorizzare un resoconto veridico di cio’ che accade.
Oggi il Grande Fratello e’ al governo ovunque e combattere le sue menzogne risulta piu’ difficile che ai tempi di Orwell. Lo si e’ visto in occasione delle manifestazioni contro il vertice dei potenti, tenuto a Genova a fine luglio 2001.
Ci e’ parso utile, per ristabilire la verita’, provare a ricomporre frammenti di quel resoconto, come strumenti da mettere a disposizione di chiunque intenda liberamente avvalersene.
In quei giorni erano all’opera un numero impressionante – forse centomila – fra microfoni, macchine fotografiche, cineprese e videocamere, la qual cosa, se da un lato ha attizzato la curiosita’ malevola dei pubblici ministeri, dall’altro ha reso piu’ facili la memoria e il ripensamento critico.
Inoltre, grazie alla creazione di Radio Gap e al suo sito Internet (www.radiogap.net/it ), l’informazione e’ circolata in tempo reale ed ha potuto essere seguita in piu’ lingue da qualsiasi parte del mondo.
Ci siamo dunque avvalsi di questo materiale e delle testimonianze che coloro i quali sono stati a Genova hanno, in prima persona registrato.
In un’epoca che pare avere perduto ogni certezza, e’ molto difficile prevedere quali potranno essere gli sviluppi di questo movimento, ma di sicuro, per molto tempo non potremo percorrere la via accidentata della liberazione umana, senza ricordarci di Genova.

1. Genova: un esercizio di democrazia totalitaria

La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato d’eccezione” in cui viviamo e’ la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo. Allora ci stara’ davanti, come nostro compito, di suscitare il vero stato d’eccezione…
W. Benjamin

polizia01In preparazione del vertice, la citta’ venne smontata e ricomposta in base a criteri che aggiornavano l’urbanistica controinsurrezionale del barone Haussmann, l’architetto che, dopo la rivoluzione del 1848 aveva demolito interi quartieri di Parigi per prevenire la costruzione di barricate e consentire i movimenti dell’artiglieria.
In bilico fra l’ostentazione del proprio potere e la consapevolezza di una crescente impopolarita’, i signori governanti avevano stabilito di asserragliarsi nella «zona rossa». L’accesso rimase consentito solo a residenti – invitati in ogni modo a prendersi una piccola vacanza e diffidati comunque a non stendere antiestetiche mutande (?!) nelle vie proibite – portaborse, funzionari, giornalisti accreditati di un «passaporto interno».
Intorno, a dividere in due la citta’, ventimila tra poliziotti, finanzieri e carabinieri, tremila militari, paracadutisti, guardie carcerarie, marines, avieri, incursori, sommozzatori, e specialisti della guerra batteriologica, nucleare e chimica.
Nel contempo la temperatura politica veniva alzata artificialmente grazie a un maldestro remake della strategia della tensione: lettere-bomba, piccoli attentati, falsi allarme. Una mossa prevedibile. In Italia, ogniqualvolta appare un movimento di protesta, i corpi separati dello stato rimestano nel torbido.
Il 19 luglio, Genova aveva ormai assunto l’aspetto kafkiano di una citta’ blindata e semi abbandonata: chiuse le stazioni ferroviarie, chiusi il porto e l’aeroporto, chiusa la strada sopraelevata lungo il mare come pure il principale accesso autostradale, chiusi gli accessi alle spiagge, chiusi i posti di lavoro, sospesi i matrimoni, le operazioni chirurgiche, i funerali, capillare ed ossessivo il controllo sul territorio e lo sfoggio di potenza militare. Nemmeno ai tempi dell’occupazione nazista o durante la grande sollevazione del luglio 1960, si era giunti a tanto.
Quel giorno, nel corso di una pacifica manifestazione per la tutela dei migranti (quelli residenti a Genova poco presenti in piazza, per via delle minacce recapitate dalla polizia, casa per casa, nelle settimane precedenti), cio’ che si pote’ constatare fu l’incompatibilita’ della libera circolazione di tutti, e non solo dei clandestini, con la sicurezza dei governanti. Nell’ansia di difendersi dalle migliaia di assedianti giunti dai cinque continenti, e per verificare l’efficacia di nuovi dispositivi di dominio, essi avevano sospeso per decreto la rassicurante cappa della normalita’ sociale.
La citta’ era a tal punto intasata da reti metalliche barriere, percorsi obbligati e labirinti ossessionanti, che il suo attraversamento a piedi da Ovest a Est – d’abitudine una bella passeggiata per il centro storico piu’ grande d’Europa – avrebbe richiesto un percorso di varie ore attraverso i monti!
Il 20 luglio, quando tra calici di vino e linguine al pesto (rigorosamente senz’aglio, per compiacere le idiosincrasie alimentari del satrapo Berlusconi) l’e’lite globale – il senato virtuale del mondo, secondo la definizione di Noam Chomsky – si fu riunita infine a Palazzo Ducale per ragionare amabilmente del destino dell’umanita’, poco lontano, al di la’ delle barriere protettive, una parte di quell’umanita’ decise di riprendere in mano il proprio destino.
La reazione non si fece attendere. Il cielo fu solcato da assordanti elicotteri da combattimento da cui – come nel film Apocalypse Now – si affacciavano, minacciose, le sagome dei gorilla di stato armati fino ai denti. Piu’ sotto, squadracce di poliziotti e carabinieri sfogavano i loro istinti sadici contro manifestanti inermi e seminudi, arretrando di fronte ai Black Blocs i quali, altrove, colpivano con efficacia carceri, banche, commissariati e supermercati.
La sera del 21 gli sbirri, ansiosi di scrollare dai manganelli la polvere di troppi anni di quiete sociale, devastavano due scuole dove si trovavano centinaia di manifestanti. In una di esse, aveva sede il centro multimediale del movimento.
Gli arrestati, per la maggior parte sorpresi nel sonno, vennero massacrati al canto di Faccetta nera, la vecchia canzone fascista. Le violenze continuarono negli ospedali, nelle caserme, nelle carceri, scandite da slogan inequivocabili «Un, due, tre, evviva Pinochet, / quattro, cinque, sei, diamo fuoco agli ebrei, / sette, otto, nove, il negretto non commuove».
Piu’ ancora di questo misero folklore, se vi e’ un elemento nella condotta del governo italiano che davvero richiama il fascismo, e’ l’inquietante modo di dare la caccia ai manifestanti, non gia’ perche’ facessero qualcosa di proibito o si astenessero da qualcosa di obbligatorio (non ci furono ne’ intimazioni di sgombero, ne’ ordini di scioglimento; la polizia, semplicemente, assali’ il corteo), ma, come dei nuovi ebrei, per la semplice colpa di esistere.
Il bilancio fu di proporzioni belliche: piu’ di 300 arresti, 600 feriti, decine di teste fracassate, braccia e gambe spezzate, un numero imprecisato di torturati in caserma, forse qualche desaparecido, e l’odore acre del sangue di un morto sull’asfalto ardente.
Fu un esperimento di controguerriglia freddamente pianificato nelle alte sfere dell’e’lite mondiale o, semplicemente, una bravata del centrodestra nazionale ansioso di consumare sui «rossi» la vendetta per la cacciata di quarantun anni prima?
La tempestiva proposta tedesca di creare una forza europea antisommossa, l’insistenza che si leva da ogni parte per la creazione di un’anagrafe internazionale dei sovversivi, farebbero propendere per la prima ipotesi, pero’ la questione rimane aperta.
A Genova si trovava riassunto il peggio di due anni di repressioni globali: le torture e i canti nazisti a Praga e a Napoli, la rete metallica a Quebec, il blocco delle vie di fuga ancora a Napoli, l’assalto alle scuole concesse al movimento e i colpi di pistola ad altezza d’uomo a Goteborg.
Mentre Berlusconi non arrossiva proclamando: «Il G8 ha lavorato bene e, per la prima volta, si e’ aperto alla societa’ civile», da parte sua, il fiammeggiante vice primo ministro, Gianfranco Fini, avvertiva: «il nostro e’ uno stato democratico dove nessuno ha il diritto di pensare che vi siano soppressioni di liberta’».
Il messaggio e’ chiaro: il nostro e’ il migliore dei mondi possibili, nessuno si azzardi a sollevare obiezioni. E, giustamente, il ruolo di polizia del pensiero, i neofascisti al governo – eredi proprio di chi il vocabolo «totalitarismo» lo invento’ – lo reclamano per se’.

2. Elogio del provocatore

Carlo Giuliani non era “vestito di nero”. Non era un anarchico insurrezionalista. Non era uno squatter. Non era un punkabbestia. Era solo un ragazzo arrabbiato contro questo mondo, che si e’ difeso uccidendolo.Non era uno dei pochi, era uno dei tanti.

Genova: pochi o molti? Comunicato firmato Alcuni anarchici 24.7.01

black_bloc_genovaMentre le polizie ed i governi del mondo – in special modo quello italiano – riesumavano il logoro fantasma dell’anarchico bombarolo, stampa e televisione scoprirono un nuovo filone su cui campare: il misterioso Black Bloc, ultimo antieroe della guerra sociale.
Poiche’ la verita’ non si annovera tra le aspirazioni dei giornalisti, un elenco delle loro menzogne risulterebbe lungo e tedioso. Con modeste varianti, il ritornello e’ questo: da Seattle in poi, gruppi di manifestanti buoni protestano in maniera civile contro la globalizzazione neoliberale. Organizzano seminari, gruppi di studio, incontri. Hanno delle proposte. Vorrebbero essere ascoltati. E magari lo sarebbero anche se alcuni parassiti non ne approfittassero per compiere atti di vandalismo sconsiderato.
Il loro nome e’ Black Bloc, vestono di nero e, come ninja, appaiono e scompaiono con grande rapidita’. Silenziosi e misteriosi, vengono da lontano: Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Paesi Baschi (e qui si evocava il fantasma di ETA…), Grecia, Europa Orientale.
C’erano tutti gli elementi per costruire il mostro: il cattivo anarchico non e’, di preferenza, un prodotto nostrano. Un’idea questa, del male in genere e dell’anarchico in particolare, di chiaro stampo statunitense: il nazionalismo nordamericano contemporaneo si forma, fra l’altro, intorno alla campagna contro i sovversivi stranieri.
«Zanzare agili e veloci, prive di consenso, che rappresentano una disgrazia per tutti» – li definira’ la Tuta Bianca Marco Beltrami, portavoce del «Laboratorio del Nord-Ovest», dimenticando che, prima di Genova, in un’intervista con un esponente dei BB americani, la rivista Carta, vicina al suo gruppo, aveva addirittura manifestato un interesse a diventarne l’interlocutore privilegiato in Italia.
Inoltre, in giugno, a Goteborg, Tute Bianche e BB si erano trovati in piazza insieme, senza particolare conflitti. Fu, solo dopo il 20 luglio, che le Tute individuarono nei BB il capro espiatorio ideale.
«Perche’ non li hanno fermati alla frontiera?», tuonarono tutti i quotidiani, compresi Liberazione e Manifesto, che fino al giorno prima avevano strepitato a favore della libera circolazione dei manifestanti.
Nelle ore successive alla morte di Carlo Giuliani circolarono tutte le ipotesi, comprese le piu’ stravaganti. Hooligans? Infiltrati? Tifosi diffidati cui era stata garantita l’impunita’? Agenti al servizio di interessi oscuri? Di sicuro, comunque, provocatori.
Ogniqualvolta ci si imbatte nella parola «provocatore», emerge inevitabilmente una mescolanza di rabbia e di simpatia. Rabbia perche’ chi non abbia interamente abdicato alla memoria non puo’ proprio sopportare la riscoperta del linguaggio sinistro – «provocatore anarchico» – che reca l’impronta sanguinosa di Stalin. Simpatia perche’, a ben guardare, le esperienze rivoluzionarie piu’ significative del Novecento non avrebbero avuto luogo se non ci fossero stati dei «provocatori» a provocarle.
Provocatori furono di volta in volta gli insorti di Kronstadt; gli anarchici e i comunisti libertari nella Spagna del 1937; gli operai in rivolta nei paesi chiamati socialisti, a Berlino, Budapest, Danzica; i ribelli di maggio in Francia e quelli del 1977 in Italia.
Forse non tutti ricordano che, nel gennaio 1994, la medesima etichetta fu affibbiata anche agli zapatisti messicani per essersi azzardati a tagliare, con la loro pretesa di vivere nella liberta’ e nella dignita’, la fallimentare strada verso il potere della sinistra elettorale.

3. Black Blocs. Demolitori di vetrine. Demolitori di menzogne.

Signori il tempo della vita e’ breve, e se viviamo, viviamo per calpestare i re
William Shakespeare
Slogan del Network per i diritti globali

Roberto Bui, ideatore di Luther Blissett, aspirante nuovo leader delle Tute Bianche, scrisse in rete che, «nel momento in cui le pratiche del BB sono state usate contro di noi, dobbiamo dire con forza che queste persone sono politicamente morte. E se avessero un minimo di intelligenza dovrebbero essere i primi a fare l’esame di coscienza e suicidare un’esperienza che si e’, di fatto, conclusa a Genova» (23 luglio, Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.).

4. La lunga marcia delle Tute Bianche

“Sapevano cosa volevamo fare e avrebbero potuto permetterci di violare la zona rossa. La verita’ pero’ e’ che sono stati i carabinieri a far saltare tutto”
Luca Casarini, Il Nuovo, 27.8.01

“Non conta aver dato la propria parola. E’ a chi l’hai data, che conta”
Dutch – Ernest Borgnine, nel film “Il mucchio selvaggio”
1969, di Sam Peckinpah

Tute_biancheLe Tute Bianche amano presentarsi come un movimento di tipo nuovo, creativo, nonviolento. Sebbene provengano da esperienze operaiste ed ultra leniniste piuttosto truculente la cui espressione teorica e’ l’opera di Toni Negri, ripudiano adesso l’idea della conquista del potere, rifiutano i modelli monolitici e ostentano l’influenza degli zapatisti messicani e, piu’ precisamente, l’influenza del subcomandante Marcos.
L’immagine e’ falsa. Infatti, aldila’ delle apparenze, le Tute rassomigliano piu’ ad un partito tradizionale con tanto di leader – ora chiamati portavoce –, una separazione netta tra dirigenti ed esecutori, un’ideologia che si allontana sempre piu’ dalla pratica, un raffinato lavoro di lobbying istituzionale, e perfino candidati a cariche elettive nelle amministrazioni comunali e regionali.
Le Tute Bianche sono violente o nonviolente? Diciamo che difendono violentemente le ragioni della nonviolenza. Mentre, ad esempio, i Black Bloc, attaccano la proprieta’, le Tute amano spaccare la testa di coloro che contravvengono le loro regole.
I paradossi non finiscono qui: nonostante l’antipatia sovente manifestata in Italia nei confronti dei libertari e delle loro idee, essi coltivano all’estero la fama di essere anarchici. In Messico, dove hanno fatto molto chiasso, sono considerati degli irresponsabili. Ed in Italia sono riusciti a gettare il discreto sul tentativo, nobile all’inizio, di creare un movimento neozapatista nel nostro paese.
In realta’, la pratica delle Tute Bianche nasce all’interno dell’Associazione Ya Basta, creata nel 1996 dall’alleanza di centri sociali definita nella cosiddetta Carta di Milano: il Pedro di Padova ed il Rivolta di Mestre, il Leoncavallo di Milano, il Corto Circuito e il Forte Prenestino di Roma, lo Zapata e il Terra di Nessuno della Liguria e altri ancora.
I centri sociali (spesso menzionati con la sigla CSOA, dove O sta per occupato e A per Autogestito), nati da esperienze locali negli anni 70, nell’area generalmente conosciuta come Autonomia Operaia, costituirono vere e proprie isole di socialita’ alternativa strappate al grigiore dei ghetti metropolitani, che si dimostrarono capaci di una certa resistenza al riflusso degli anni ottanta.
Aggiungiamo che non sono mai stati una realta’ omogenea, ma piuttosto una serie d’esperienze locali che si sono venute diversificando – a volte contrapponendo – nel corso del tempo.
Verso l’inizio degli anni novanta, una parte di essi prese la decisione, molto criticata, di allacciare rapporti di collaborazione con autorita’ ed enti locali, con l’obiettivo di legalizzare il possesso degli edifici, ottenere riconoscimento istituzionale ed accedere a finanziamenti pubblici.
Non e’ nostra intenzione scagliare anatemi per questo, ne’ entrare nella merito di una storia complessa e accidentata. Il problema non e’ trattare con lo stato, ma come e perche’ si tratta. In Messico, ad esempio, gli zapatisti hanno mostrato che e’ possibile farlo, mantenendo, allo stesso tempo, un ragionevole margine di autonomia e senza venire meno a due principi irrinunciabili: la trasparenza e la verita’.
In quanto all’Italia, la profonda frattura che si era venuta creando all’interno dei centri sociali tra antagonisti e negoziatori venne in parte colmata proprio in seguito alla massiccia ondata di entusiasmo suscitata dalla ribellione degli indigeni messicani il primo gennaio 1994. Si apriva la possibilita’ di cominciare da capo e di costruire un nuovo grande movimento, non piu’ sul modello della solidarieta’, ma su quello, ben piu’ appassionante, del coinvolgimento e della condivisione.
Segui’ una tappa unitaria, di breve durata, culminata nel Primo Incontro Intercontinentale per l’Umanita’ e contro il Neoliberalismo, celebrato in Chiapas nell’agosto 1996, su invito del sub comandante Marcos. Quell’incontro puo’ essere considerato come l’atto di battesimo dell’attuale movimento contro la globalizzazione.
I problemi ricominciarono quando, in seguito alla proposta zapatista di organizzare un secondo incontro in Europa, si avviarono i dibattiti sulle modalita’ e i percorsi del nuovo appuntamento.
Le future Tute Bianche fondarono allora l’Associazione Ya Basta presentando la proposta di organizzare l’incontro a Venezia con l’appoggio del comune (il sindaco era Massimo Cacciari una persona non certo affine agli zapatisti, ne’, ad esempio, alla problematica degli immigrati clandestini), piu’ quello di Rifondazione (che allora sosteneva il governo neoliberista dell’Olivo) e de Il Manifesto.
Il viaggio di Bertinotti in Chiapas, insieme con alcuni esponenti del CSOA Corto Circuito di Roma, – organizzato con gran fragore pubblicitario nel gennaio 1997 – siglo’ la nuova alleanza, di cui gli zapatisti erano solo un pretesto, mentre cio’ che realmente contava erano le dinamiche interne italiane e il difficile equilibrio tra forze molto eterogenee.
Per Rifondazione, partito con un occhio puntato sui movimenti e l’altro sui sondaggi elettorali, era vitale mettere radici in quel grande serbatoio di voti che sono i giovani; e per questi centri sociali era importante proseguire la lunga marcia nelle istituzioni. La coalizione dell’Ulivo, da poco insediata grazie alla somma dei voti degli ex comunisti e degli ex democristiani, offriva nuove, inaspettate, opportunita’ all’operazione.
Tanto in Europa come in Italia, pero’, il grosso del movimento boccio’ la formula veneziana, preferendo la proposta presentata dai collettivi spagnoli di un incontro autorganizzato ed autofinanziato in cinque localita’ della Spagna.
A quel punto Rifondazione e Ya Basta scelsero la via dei rapporti diretti e privilegiati con il comando zapatista, boicottando l’incontro spagnolo con il significativo pretesto che gli organizzatori non erano altro che … un mucchio di anarchici, e spedendo in Chiapas Gianfranco Bettin, prosindaco di Venezia, per invitare gli zapatisti a un incontro concorrenziale, messo in piedi in gran fretta per la fine di settembre.
In seguito, gli aderenti a Ya Basta, non esitarono a proclamare se’ stessi Comunita’ Zapatiste, dando luogo a equivoci grotteschi. Infatti, una cosa e’ il proclamarsi ribelle di una comunita’ india a partire da una pratica reale di rottura ed autonomia ed un’altra, molto differente, e’ che un gruppo di persone si autoproclami «comunita’», senza che a cio’ corrisponda nulla di autentico.
Nei mesi successivi, il Messico continuo’ ad essere al centro delle preoccupazioni di tutti in Italia. Il massacro di Acteal (23 dicembre 1997) apri’ una nuova fase unitaria il cui punto culminante fu la grande manifestazione di gennaio a Roma: 50.000 persone in piazza per protestare contro la politica genocida del governo messicano.
Su iniziativa dei collettivi che avevano sostenuto l’Incontro in Spagna, in febbraio vi fu l’iniziativa della Commissione Civile Internazionale per l’Osservazione dei Diritti Umani.
Poiche’ la Costituzione messicana prevede l’espulsione degli stranieri che si intromettono negli affari interni, la commissione si muoveva sul filo del rasoio. Per visitare le zone del conflitto, come a gran voce chiedevano le comunita’ maya colpite dalla repressione, era necessario ottenere il permesso delle autorita’, il che imponeva evidenti limitazioni. Anche la pretesa di essere degli osservatori «neutrali» era un assurdo, pero’ erano in gioco molte vite umane e ne valeva la pena.
L’iniziativa ebbe successo. La Commissione, alla quale parteciparono anche alcuni membri di Ya Basta, riusci’ ad intervistare centinaia di persone, scrivendo poi un rapporto dettagliato che fu di grande utilita’ per tutti coloro che lavoravano sul Chiapas.
Un paio di mesi dopo, in aprile, Ya Basta torno’ in Messico, questa volta senza l’ingombro di altra gente. Se in Italia proseguiva a gonfie vele la politica di avvicinamento al governo di centro sinistra, il Chiapas offriva un terreno ideale per dare sfogo alla spinta rivoluzionaria che continuava a venire dalla base.
Il 6 maggio 1998, 135 militanti di Ya Basta forzarono un posto di blocco tenuto da cinque agenti della polizia di frontiera in piena Selva Lacandona. Seguiti da uno stuolo di giornalisti, essi irruppero nel villaggio di Taniperla, uno dei piu’ conflittuali della regione, dove il gruppo paramilitare Movimiento Indígena Revolucionario Antizapatista (MIRA) terrorizzava da tempo la popolazione civile.
Dopo alcuni spintoni e un paio di momenti drammatici, i militanti di Ya Basta tornarono a San Cristobal, non senza rilasciare dichiarazioni incendiarie. Seguirono il rituale dell’espulsione, ed un grottesco viaggio a Strasburgo a bordo di un aereo noleggiato dal governo messicano. È dubbio il beneficio che ne trassero gli indigeni di Taniperla i quali vivevano un dramma autentico. Inoltre, l’incidente servi’ da pretesto per ridurre ancor piu’ l’erogazione di visti agli osservatori, pero’ l’obiettivo di Ya Basta, far parlare di se’ e creare scandalo, era raggiunto.
Piu’ recentemente, in occasione della marcia zapatista del marzo 2001, le Tute Bianche monopolizzarono la sicurezza dell’EZLN, comportandosi come Hell’s Angels a un concerto, ed agendo in maniera violenta ed autoritaria nei confronti degli altri membri della carovana.
Queste prodezze messicane illustrano bene la doppiezza del gruppo: essere intransigenti e rivoluzionari all’estero, ma accettare tutti i compromessi, compresi i piu’ disonorevoli, a casa propria.
Anche l’idea della tuta, messa per la prima volta a Milano verso la fine del 98, si ispira esplicitamente agli zapatisti. Infatti, gli «invisibili» metropolitani vestono di bianco, cosi’ come gli indigeni del Chiapas si coprono il volto di nero: per essere visti.
Tuttavia, se il fine e’ di essere ripresi dai telegiornali, invitati ai talk show e magari stipendiati da qualche istituzione, l’oro delle comunita’ diventa piombo volgare, mentre le poetiche immagini dei maya («camminiamo interrogandoci», «esercito di sognatori») si convertono in fastidiosi e vuoti ritornelli.
E, per risultare piu’ telegeniche, le contestazioni stesse finiscono per essere concordate con la polizia e gestite come vere e proprie performance teatrali (Guerriglia urbana? Ma vi prego…, Il Manifesto, 1 febbraio 2000). A Milano si e’ arrivati al punto di presentare come una grande vittoria la chiusura di un lager per immigrati che era gia’ stata decisa dalle autorita’.
In occasione del G8 di Genova, nonostante Berlusconi offrisse una sponda assai meno rassicurante dei governi «amici» che lo avevano preceduto, pare ormai accertato esistesse un accordo piu’ o meno esplicito per consentire al corteo dei disubbidienti (altro nome delle Tute Bianche) di operare uno sfondamento simbolico della Zona Rossa in piazza Verdi, seguito da altrettanti simbolici fermi, che sarebbero dovuti cessare la sera.
Ma il nubifragio della notte di giovedi’ impose alle Tute di posticipare al mattino successivo la «prova generale» dell’attacco, e di partire quindi con piu’ di due ore di ritardo sulla tabella di marcia concordata. Come per Napoleone a Waterloo, la pioggia si doveva rivelare fatale: prima che il corteo potesse infine raggiungere il punto prestabilito, si trovo’ davanti «alla violenza della Storia» (Marco d’Eramo, Il Manifesto, 24.7.01).
E cosi’ la lunga marcia e’ arrivata al traguardo. Partiti dalla contestazione totale e dal brivido voluttuoso del passamontagna di negriana memoria, essi sono pervenuti a pretendere sconti, treni speciali, aerei e alberghi per andare a contestare, esattamente come i sindacati di regime.
Loro li chiamano «rapporti di concretezza con le istituzioni», pero’ collaborare non e’ lo stesso di trattare. Si tratta quando si e’ differenti, mentre quando si collabora si e’ omologhi. Ne era ben consapevole, gia’ il 23 aprile 1998, un Casarini ancora poco noto che dichiarava al quotidiano Il Gazzettino «Lo Stato non e’ piu’, d’ora innanzi, il nemico da abbattere, ma l’omologo con cui dobbiamo discutere».
Tale collaborazione, che li ha condotti, di volta in volta, ad intrecciare relazioni con Rifondazione, i Verdi e gli stessi DS (Casarini e’ stato consulente retribuito di Livia Turco, ministro degli affari sociali del governo Amato), a ricevere sponsorizzazioni da grandi aziende, a presentare e talvolta far eleggere rappresentanti nei consigli comunali di Venezia, Roma, Milano, ha ormai superato tutti i limiti.
Piu’ volte e in differenti luoghi (Bologna, Aviano, Treviso, Rovigo, Roma, Venezia, Padova… ) le Tute hanno fatto le veci della polizia, aggredendo fisicamente anarchici, autonomi, o semplicemente persone che non condividevano le loro indicazioni.
Istruttivo e’ anche il loro «breviario della disobbedienza civile», in cui spiccano istruzioni quali: «7. Qualunque iniziativa va concordata con le tute bianche; 8. Non ci deve essere ne’ lancio di alcunche’ ne’ altro che non sia concordato con gli organizzatori; 11. Durante il corteo nessuna iniziativa personale o di gruppo deve essere messa in atto; 12. Si prega di segnalare alle tute bianche qualunque cosa succeda».
Esasperati da questi comportamenti, alcuni anonimi compagni dell’area antagonista diffusero a principio di luglio, un violento documento contro le Tute che recava il titolo significativo di «Pompieri della rivolta» (lista ecn.org).
L’ultimo episodio vergognoso e’ avvenuto a Venezia, pochi giorni dopo i fatti di Genova, allorche’ un gruppo di Tute appartenenti al CSOA Rivolta di Mestre ha aggredito un gruppo di persone intente a un banchetto di solidarieta’ con gli incarcerati.

5. Un nuovo mondo e’ possibile: basta farlo. Noi. Oggi.

Dal piacere di creare al piacere di distruggere non c’e’ che un’oscillazione,
che distrugge il potere.
Raoul Vaneigem

carlo_giuliani2Il 21 luglio, all’indomani dell’assassinio di Carlo Giuliani, le 300.000 persone sfilate a Genova, nonostante gli evidenti pericoli, hanno risposto affermativamente alla domanda in sospeso fin dai giorni Seattle: questo movimento esiste e, come sottolineano i compagni della rivista Vis-a’-vis, «non cerca legittimazioni di sorta: semplicemente impone la propria presenza, riprende la parola, pratica il proprio rifiuto».
Eppure, quella medesima forza che si e’ espressa con tanto vigore ha condotto ad un conflitto preoccupante tra le diverse tendenze che, fin dal principio, convivono al suo interno, seminando profondi interrogativi per cio’ che attiene il futuro.
Contro l’opinione di coloro che cercano l’unita’ a tutti i costi, bisogna prendere atto che il movimento contro la mondializzazione ha molte anime. Fin dal principio ne e’ esistita una pacifista, ed una propensa all’azione diretta, con un’infinita gamma di variazioni intermedie.
La sua forza potrebbe risiedere proprio in questa dimensione plurale e nella molteplicita’ delle sue espressioni internazionali. Oggi il mondo e’ in subbuglio dal Karnakata alla Tailandia, da Seattle a Genova, dalla Selva Lacandona a Puerto Alegre.
In un intervista recente, il sub-comandante Marcos ha recentemente affermato: «Crediamo sinceramente che a livello mondiale i nostri ‘no’ si sommino semplicemente con tutti gli altri che provengono dal resto del pianeta, mentre i ‘si” debbano ancora essere individuati. (…) Non crediamo che tutti questi ‘si” possano articolarsi in un unico corpo mondiale. Anzi, non consideriamo questa eventualita’ auspicabile. Non crediamo, insomma, che alla globalizzazione si debba opporre una nuova internazionale» (rivista Linus, 6 luglio ’01).
Il problema e’ che mentre la tendenza radicale non pretende di esercitare egemonia alcuna, ed anzi ammette apertamente la possibilita’ di altri approcci, non si puo’ dire altrettanto di molti, anche se non tutti, i pacifisti.
Questi hanno sovente criminalizzato i primi, impiegando …la violenza, la calunnia, e perfino la delazione con esiti sono sovente grotteschi. Era gia’ accaduto a Seattle ed e’ accaduto di nuovo a Genova. Al direttore di Liberazione, Sandro Curzi, che in TV, contestava alla polizia di non avere agito preventivamente contro i violenti, un funzionario ha dovuto rispondere imbarazzato: «dottor Curzi, questo non e’ uno stato di polizia, quel che ci chiede noi non lo possiamo fare».
A tutti costoro e’ bene ricordare il monito di Orwell: «la differenza importante non e’ tra violenza e nonviolenza, ma tra avere o no appetito di potere. Vi sono individui che disprezzano la polizia e l’esercito, ma si rivelano poi molto piu’ intolleranti ed inquisitori di coloro che ammettono la necessita’ di usare la violenza in circostanze determinate» (Inside the Whale and Other Essays, Penguin Book, 1962, pag. 118).
Sebbene il problema esista, le contraddizioni principali non sono tra violenti e nonviolenti e forse neppure tra chi cerca alternative al capitalismo e chi, invece, vorrebbe semplicemente abbellirlo o limitarne i danni.
La malafede nelle accuse di alcuni autoproclamati portavoce contro chi agisce in maniera indipendente indica che la posta in gioco e’, appunto, il potere. Calunniare e’ grave: gli stalinisti lo hanno fatto a Barcellona nel 37 ed ogni qualvolta si sono sentiti minacciati nei loro interessi.
Occorre inoltre tenere presente che, come fanno notare i BB la violenza risiede, prima di tutto, nelle relazioni sociali stesse. Chi fu il primo a scatenarla a Genova? Il governo italiano che blindo’ la citta’? Le multinazionali che in nome del libero commercio depredano l’umanita’ e la madre terra? Gli stati che le proteggono? I Black Bloc? Il carabiniere che sparo’? Carlo Giuliani che gli ributto’ addosso l’estintore?
Quanto alla nonviolenza, lo stesso Gandhi affermo’ piu’ volte che, sebbene la considerasse superiore alla violenza sia da un punto di vista tattico che etico, non si poteva fare di cio’ un dogma e che, in ogni caso, era preferibile essere violenti che codardi. La nonviolenza – diceva – e’ una scelta valida solo se praticata da chi rinuncia a una violenza che avrebbe la forza di praticare. E non e’ certo la pratica del topo che fugge di fronte al gatto.
Oggi una tale pratica corre il rischio di essere immiserita da comportamenti addomesticati e condiscendenti. Se il movimento deve crescere, nonviolenza non puo’ voler dire astensione, neutralita’ o, peggio, collaborazione, ma disobbedienza, determinazione, azione, costruzione di altro.
Se l’aspetto propositivo della violenza vandalica pratica dai BB, consiste proprio nel mettere in crisi la pretesa neutralita’ delle relazioni sociali e nel ricondurre al centro dell’attenzione la loro precarieta’ storica, ogni gesto inscritto in questo registro rischia di rimanere prigioniero di una negazione simbolica dell’esistente. «Il fine non giustifica i mezzi», ci mandano a dire gli zapatisti dal Messico. E gli anarchici replicano: «da due secoli lo sappiamo» e non puo’ dirsi casuale il numero crescente di bandiere rosse e nere in tutti gli appuntamenti del movimento che cresce.
Con o senza violenza, l’essenziale e’ che ciascuno individui la propria strategia e il proprio percorso; perche’ la rivoluzione questo e’: liberazione, scatenamento dei percorsi, movimento centrifugo, non centripeto.
Non e’ necessario, avere obiettivi ambiziosi ne prefiggersi la distruzione del capitalismo per essere disponibili, qui e subito, a lottare contro la barbarie neoliberista. Oggi, non vi e’ piu’ un palazzo d’inverno da conquistare e il vecchio dibattito tra «rivoluzionari» e «riformisti» appare obsoleto.
Accantonando questa terminologia, molti preferiscono definirsi semplicemente «ribelli», parola che sottolinea l’assenza di un programma compiuto nel senso inteso dai vecchi partiti comunisti. Ed anche per cio’ che riguarda i nostri vecchi sperimentati nemici, il capitalismo e lo stato, forse, piu’ che di distruzione, converrebbe forse parlare di accantonamento, di dismissione, di soffocamento, di abbandono.
È merito degli zapatisti aver attirato l’attenzione su tali questioni e, in particolare, su quella del potere. Piu’ volte essi hanno ripetuto di non essere interessati a governare ne’ a sedere in parlamento. Cio’ che li distingue dai partiti e dalle guerriglie tradizionali non e’ l’impiego (o l’accantonamento) delle armi, ma il tentativo di andare oltre i vecchi modelli tanto bolscevichi come socialdemocratici.
Un tale superamento implica la creazione (non facile) di un terreno nuovo di lotta politica, non certo trasformarsi in un gruppo di pressione o in una lobby.
Fanno sorridere le dichiarazioni del solito Cassen, il quale annuncia, niente meno, l’imminente iscrizione del sub comandante Marcos, senza piu’ passamontagna ed in versione «civile» (…e l’EZLN?) ad Attac (La Repubblica, 20 agosto). Cosi’, il fuoco della prima rivoluzione del secolo XXI dovrebbe essere spento con lo straccio bagnato della Tobin Tax…
Ancor piu’ fanno sorridere le affermazioni del medesimo Tobin il quale, smentisce i suoi discepoli, dichiarando di essere, da sempre, un fervente sostenitore della globalizzazione e di avere proposto a suo tempo, quella tassa…per «favorire il libero mercato», di cui, dice «sono, come tutti gli economisti, un fautore».
Attac e il gruppo di intellettuali raccolti intorno a Le Monde Diplomatique rappresentano oggi l’ultima versione della vecchia e fallimentare utopia socialdemocratica. Coloro i quali pensano di risolvere la disgrazia dei poveri tassando i ricchi non paiono consapevoli di fondare il futuro sulla permanenza precisamente dei ricchi, e dello sfruttamento che li produce, delle produzioni assassine che li alimentano, dello stato che li garantisce.
No, non ci accontenteremo di fare petizioni, ne’ diventeremo una Ong con voto consultivo all’Onu. A Seattle, come a Genova e nella Selva Lacandona, la scommessa era un’altra.
«Un nuovo mondo e’ possibile: basta farlo. Noi. Oggi.» Questo e’ un altro dei tanti messaggi che ci arrivano dalla Selva Lacandona. Oggi l’importante e’ creare situazioni di rottura, aprire il cammino a una socialita’ diversa, intessere reti, stimolare incontri, favorire l’autonomia dei soggetti. L’apporto di tutti e’ necessario, quello dei popoli indigeni, delle loro civilta’, della loro capacita’ di resistenza, prezioso.
Il movimento e’ giovane e non ha ancora obiettivi definiti. Non importa, questi si chiariranno al momento opportuno. L’importante e’ non ripetere gli errori del passato, imparare a navigare in acque agitate, tra gli uragani della repressione e le risacche istituzionali.
Il momento e’ appassionante. Organismi come l’FMI, la Banca Mondiale o il G8, che prima ritenevano di poter agire indisturbati, sono adesso sulla difensiva e si trovano costretti a organizzare i loro incontri dietro mura invalicabili o in luoghi inaccessibili. Accordi che prima erano discussi in gran segreto e al riparo dalla furia popolare sono adesso sottoposti a dibattito pubblico.
Dopo Genova, meno gente nel mondo crede che la globalizzazione capitalista promuova la democrazia e la distribuzione della ricchezza. Tuttavia questo «stato d’emergenza», questo «momento del pericolo» faticosamente riemersi, non ammettono ripetizioni. Non conviene rincorrere una volta ancora il calendario dei signori governanti, riproponendo semplicemente quello che Tony Blair ha chiamato con spregio «il circo itinerante degli anarchici».
Anche il futuro delle manifestazioni di piazza solleva un gran numero di interrogativi. Il movimento e’ oramai, in maniera irreversibile, internazionale: questo fatto che da’ corpo come mai prima a centocinquant’anni di sogni e di speranze degli internazionalisti, impone pero’ a tutti un grande salto di qualita’ dal punto di vista dell’organizzazione e della comunicazione.
Chi ha vissuto l’avventura degli incontri zapatisti del 1996 e 1997, che tanta parte hanno avuto nel condurci dove ora ci troviamo, sa quanta fatica, sia pure entusiasmante, costi comunicare fra persone che non si conoscono, e che neppure parlano la medesima lingua. Il rischio dell’incomprensione, come pure quello dell’appiattimento a slogan di ogni ragionamento e’ sempre in agguato.
La bastonata che un BB ha assestato a un compagno dei Cobas che ragionevolmente invitava «non partite ancora, aspettate che tutti siano pronti» puo’ certamente essere ascritta in buona misura a questo oggettivo ritardo.
Sgombrato il campo dalle calunnie, il piu’ urgente e irrisolto dei problemi rimane: come armonizzare la violenza offensiva di alcuni con la nonviolenza di molti altri?
I Black Blocs, con buona pace dei calunniatori, non sembrano orientati al suicidio, ma nel futuro non sempre sara’ loro possibile fare come a Washington o a Quebec City.
Genova mostra gia’ ora un salto di qualita’ nella strategia repressiva. La scelta da parte delle forze repressive di concentrare gli attacchi sui manifestanti pacifici ha dato buoni risultati ed e’ facile prevedere che continuera’ ad essere usata, spingendo alla ritirata chi non ama o non ha la possibilita’ di battersi e imponendo il terreno dello scontro militare, su cui non potremo, per molto tempo ancora, giocare al rialzo, quand’anche lo volessimo.
Alcuni ripropongono la vecchia piaga dei servizi d’ordine, una soluzione che, oltre a suggerire una spiacevole identificazione con i repressori in uniforme, e’ profondamente estranea a un movimento che trae la propria forza dal disordine, dagli innumerevoli approcci della creativita’ individuale.
Ne’ bisogna avere illusioni sull’orientamento politico dei governi. A Goteborg, un governo socialdemocratico ha ordinato di sparare sui manifestanti e a Genova un governo postfascista ha fatto il morto. A Parigi, in agosto, i CRS di Jospin e Chirac, hanno fermato, identificato e maltrattato i partecipanti a una pacifica manifestazione sui fatti di Genova.
Occorre che tutti, anche coloro i quali per mille legittimi motivi non hanno desiderio di militarizzare la propria azione, ne’ di contrapporre la mazza al manganello, o la molotov al lacrimogeno, comprendano che arriva un momento in cui il percorso dell’autonomia individuale e collettiva si scontra inevitabilmente con il potere e con la sua violenza e che le conseguenze di cio’ sono spesso tragiche.
A loro volta i «violenti», cui non puo’ piu’ essere negata la possibilita’ di presentare liberamente le proprie tattiche e i propri punti di vista, devono affinare, perfezionare, graduare la portata delle loro azioni per meglio salvaguardare la vita e la liberta’ di tutti.
Se di sicuro non e’ possibile combattere l’alienazione con forme alienate, non e’ possibile neppure cancellare la violenza stupida dei potenti con qualcosa che non sia in certo qual modo un «antiviolenza» le cui forme rimangono in buona misura ancora da inventare con la collaborazione di tutti.
Il futuro di questo movimento sta tutto qui: le sue anime devono imparare ad agire in maniera fraterna. Se no, un’altra occasione sara’ perduta…

Claudio Albertani

Parigi, agosto/settembre 2001

Cosa Fare? Come Comportarsi con un Familiare con Disturbo Borderline?
i comportamenti, le azioni e le comunicazioni all’interno del sistema familiare e, più in generale, di vita del paziente con diagnosi di disturbo borderline di personalità, messe in atto al fine di aiutare la persona, nella maggior parte dei casi, si rivelano insufficienti. La situazione sembra sfuggire di mano fino ad arrivare a situazioni limite in cui tutte le forze, i pensieri, le energie sono concentrate sul problema.
Si può arrivare in condizioni in cui si sente che si è smesso praticamente di vivere. Sentimenti di frustrazione, forte angoscia, impotenza sono comuni in questi casi.

Oggi sappiamo che le modalità di comunicazione e comportamento tese a contrastare il problema spesso sono proprio quelle azioni che lo mantengono e che potrebbero contribuire al suo aggravamento.
Questo avviene non tanto per colpa di chi aiuta la persona ma per il fatto che chi cerca di aiutare risponde ad una percezione del problema e dei sintomi che nascono all’interno di un contesto bio-psico-sociale come risposta del paziente ad un sistema che, per un motivo o per l’altro, egli rifiuta.
I tentativi di aiuto, quindi, diremo che colludono con il problema perché, in qualche modo, confermano le aspettative patologiche del paziente.

Comportamenti da Evitare
Di fronte ad un paziente con diagnosi di disturbo borderline di personalità vanno generalmente evitate tutte quelle forme tese alla rassicurazione o al far comprendere al paziente di essere malato.
La tendenza a spiegare alla persona che i propri comportamenti non sono sani genera intensa rabbia e sensazione di profonda incomprensione ed alimenta i tratti paranoidi. Si passa da un ruolo di soccorritore al ruolo di persecutore. Si genera forte odio che può sfociare anche in gravi comportamenti aggressivi auto ed etero-diretti.
Ognuno di noi sa, ad esempio, che l’abuso di cocaina, cannabis, alcol, ecc. sono condotte lesive per il soggetto. Chi le mette in atto ne è perfettamente consapevole. Come è consapevole ogni fumatore che il fumo nuoce gravemente alla salute ma, nonostante questa consapevolezza, continua a fumare.
Lo stesso vale per altri tipi di sostanze e per altre condotte impulsive di cui il soggetto borderline non può e non desidera fare a meno.
E’ sufficiente chiedere al soggetto se uno specifico comportamento piace o meno. Se la risposta è sul versante del piacere ricordiamo che, sul momento, non potrà essere ridotto. Quindi, anziché contrastare inutilmente il comportamento, dobbiamo passivamente accettare che non potrà essere cambiato con la sola consapevolezza del suo aspetto disfunzionale.

La Terapia Psicologica Indiretta: Aiutare la Famiglia ad Aiutare
Abbiamo oggi a disposizione un nuovo strumento per l’intervento indiretto sul paziente ma diretto sulla famiglia (di origine o attuale).
Lo psicologo è in grado di suggerire, dopo una valutazione dettagliata di ogni specifico caso e soltanto quando riscontra che la famiglia può essere utilizzata come risorsa, comportamenti e comunicazioni da adottare in grado di ridurre i rischi di aggravamento della situazione e migliorare le condizioni di vita del sistema familiare.
Gli interventi indiretti si applicano soltanto nei casi in cui il sistema familiare od il partner siano realmente motivati ad aiutare il familiare con il disturbo.

Gestire una situazione familiare di questo tipo è molto complesso senza un supporto psicologico costante rivolto alle famiglie. Spesso la famiglia di un paziente con diagnosi di disturbo borderline si trova isolata, non sa come comportarsi, si sente impotente in quanto sente che ogni tipo di comportamento e comunicazione non produce nessun beneficio. Sembra anzi che più si cerca di aiutare più la situazione si complica.
In genere i pazienti con diagnosi di disturbo borderline di personalità utillzzano l’arma del senso di colpa. Riescono a fare leva sui sensi di colpa della famiglia, degli amici e dei parenti per manipolare l’ambiente e le loro relazioni.
Il problema principale è sicuramente l’impulsività che si può manifestare con condotte dannose come bulimia, abbuffate, sessualità promiscua e spesso mancato uso di protezione in rapporti sessuali occasionali, spendere eccessivamente, non conservazione di denaro, guida spericolata e uso di sostanze come hashish, cocaina, acidi e molto spesso alcol.
Ci possono essere serie difficoltà in ogni impegno che richieda costanza e responsabilità (andare a scuola, lavoro, andare dallo psicologo,…). Sono persone costantemente annoiate e che alternano stati di pessimismo, a momenti in cui possono sembrare più euforici ma sempre con una certa rabbia (a volte con eccessi di ira incontrollati ma di durata breve).

Sono essenzialmente delle persone che utilizzano una modalità drammatica di relazionarsi con gli altri ed i familiari.
Una delle condotte che possiamo definire impulsive più drammatiche è sicuramente l’autolesionismo (tagli su braccia e gambe, bruciature di sigarette, graffiarsi, procurarsi ferite e contusioni, ecc.) e ciò che ruota intorno all’idea di suidicio che va dall’ideazione sucidaria (pensieri di morte), fino ai tentativi di suicidio multipli.

Lo spettro del disturbo borderline di personalità è molto ampio ed è caratterizzato, oltre che dall’impulsività, anche una forte alterazione dell’immagine di sé, degli altri e soprattutto dell’umore.
Sono persone che temono l’abbandono e potrebbero fare di tutto, soprattutto come tentativo di vendetta, se pensano di essere abbandonate o se si verifica un reale abbandono.

La famiglia di fronte a situazioni così drammatiche si trova ovviamente in una situazione di forte impotenza dovuta all’impossibilità di gestione del proprio figlio e, soprattutto, vive in una condizione di costante angoscia e paura.

E’ molto difficile che la persona che soffre del disturbo si renda pienamente conto che le proprie condotte siano disfunzionali, considerando i propri comportamenti più come caratteristiche peculiari e distintive del proprio carattere. E’ molto più facile che quando un amico o un familiare cerca di convincerli a curarsi rispondano che i malati sono gli altri e non loro stessi.

Questo impedisce alla persona di recarsi da uno psicologo esperto in materia (inoltre ci sono pochi psicologi che affrontano questo tipo di problematiche) e la famiglia si trova isolata.

Gli interventi di tipo indiretto sono metodi tra i più efficaci per questo tipo di problematiche e richiedono una certa adesione al trattamento da parte della famiglia.

Siete pronti??? Qui si parla difficile…So che magari gran parte di voi non capirà una mazza di quanto c’è scritto qui…In ogni caso è importante analizzare gli aspetti sia psicologici sia medici, in modo da fornire un grado di affidabilità allo studio di questo difficile e complesso disturbo…

ASPETTI CLINICI FONDAMENTALI DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA
La definizione diagnostica del Disturbo Borderline di Personalità (DBP) inserito nell’Asse II del DSM III dell’American Psychiatric Association (1) è stata caratterizzata dall’intento di distinguerlo dal disturbo schizotipico di personalità (2). Il preteso impianto diagnostico ateoretico, cui s’ispirava il DSM III, non si è dimostrato, in realtà, tale. I criteri diagnostici del DBP sono, infatti, un insieme non del tutto coerente di tratti e di comportamenti, evidenziati e studiati con differenti e non sempre compatibili orientamenti clinici (3). Selezionare alcuni criteri diagnostici provenienti da diverse impostazioni teoretiche e cliniche di studio aveva l’intento di permettere una valutazione più obiettiva e condivisibile per clinici con orientamenti teorici e impostazioni differenti. Gli otto criteri diagnostici selezionati nel DSM III sono risultati numericamente pochi e, sostanzialmente, astratti e semplicistici, al punto di non permettere al clinico di cogliere il nucleo psicopatologico del DBP (4-5). I criteri del DSM III R (6) per il DBP hanno fatto riferimento a cinque diverse aree diagnostiche: 1. diffusione d’identità con stati d’animo disfunzionali come labilità dell’umore, rabbia intensa e incontrollabile, sensazione di vuoto e noia; 2. relazioni interpersonali disturbate come relazioni interpersonali caratterizzate da ipervalutazione, idealizzazione e successiva repentina svalutazione; 3. paura d’abbandono reale o immaginario; 4. comportamento impulsivo; 5. comportamento autodistruttivo e suicidario. Secondo Stone (3), questi criteri diagnostici derivavano dagli studi di Kernberg su identità, impulsività, vuoto e noia, nonché dagli studi di Gunderson su relazioni interpersonali intense e instabili, impulsività, rabbia, autolesività, instabilità emotiva, paura e disagio in condizioni di solitudine e/o abbandono (7-13).

ASPETTI SINDROMICI DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA
L’insieme dei sintomi, utilizzati come criteri, proposti per la diagnosi del DBP dal DSM III e dal DSM III R, risultano provenire da diversi orientamenti teorici e clinici alla psicopatologia. Essi si sono dimostrati poco utili sia in ambito clinico sia in ambito di ricerca, per la scarsa coerenza interna. Una serie di criteri diagnostici con più forti correlazioni reciproche risulta essere più razionale dal punto di vista teorico e più utile in ambito clinico e terapeutico. Lo studio del DBP, tanto in ambito psicologico e familiare quanto nella ricerca di correlati genetici e neurobiologici, necessita di cluster di sintomi, con un’intrinseca validità di costrutto (construct validity).
Gli interventi terapeutici farmacologici per dimostrare la loro efficacia hanno bisogno, per esempio, di valutare variazioni obiettivabili di tratti comportamentali, con una coerente struttura interna.
Gli otto criteri diagnostici per il DBP, proposti dal DSM III, sono stati raggruppati in tre cluster, in uno studio su un campione di 465 pazienti borderline (14). Secondo questi Autori, le relazioni costanti e coerenti tra i criteri diagnostici, raggruppati in cluster, avrebbero potuto indicare la presenza di fattori ezio-patogenetici sottostanti comuni, indicando, consensualmente, possibili target terapeutici (15).
Un primo raggruppamento di criteri diagnostici (cluster), il cluster degli impulsi, comprende l’impulsività in due o più aree, nonché il comportamento autolesivo. Un secondo cluster, il cluster degli affetti, include i sintomi correlati alla labilità affettiva, alla rabbia impulsiva e alle relazioni interpersonali instabili, caratterizzate da ipervalutazione, idealizzazione e svalutazione. Il terzo cluster, il cluster dell’identità, è composto dai criteri d’Asse II riguardanti la diffusione d’identità, le sensazioni di vuoto e noia, e la scarsa tolleranza della solitudine.
TAB. 1 Cluster sintomatologici del disturbo borderline di personalità

A. Cluster degli impulsi

l. Impulsività
2. Ricorrenti tentativi di suicidio ed episodi d’autolesionismo

B. Cluster degli affetti

3. Rabbia inappropriata, intensa e/o incontrollata
4. Relazioni interpersonali intense ed instabili
5. Labilità dell’umore ed instabilità affettiva

C. Cluster dell’identità

6. Disturbo d’identità
7. Sentimenti cronici di vuoto e di noia
8. Scarsa tolleranza alla solitudine con tentativi frenetici di evitare l’abbandono

Tali cluster hanno origine non teoretica ma empirica e risultano essere dotati di validità interna evidente. La diffusione d’identità si correla direttamente alle sensazioni di vuoto. La scarsa tolleranza alla solitudine si correla significativamente al bisogno di rapporto e sostegno interpersonale.
Il cluster degli affetti evidenzia il coesistere in questi pazienti di rabbia, labilità emotiva, espressioni interpersonali di collera irragionevole. Inoltre, gli atti impulsivi, riguardanti cibo, alcol, droghe e sesso promiscuo si correlano alle azioni suicidarie e autolesive. Il cluster dell’impulsività include comportamenti veri e propri, quindi, variabili nel tempo, e non solo aspetti pervasivi e costanti di personalità. Invece, il cluster sindromico affettivo si presenta com’espressione di un’insufficiente modulazione degli affetti con instabilità emotiva. Il cluster d’identità si correla, significativamente, ad aspetti più costanti nel tempo, di strutturazione problematica dell’identità personale. Nell’analisi del paziente borderline i comportamenti impulsivi sembrano non essere parte della struttura di personalità, ma, piuttosto, comportamenti sintomatici fluttuanti nel tempo.
Un paziente necessita di cinque degli otto criteri per la diagnosi DSM-III-R di DBP. Egli potrebbe, perciò, essere classificato come “borderline” con un numero variabile dei sintomi e dei cluster citati.
I pazienti, cui più frequentemente è diagnosticato un disturbo borderline di personalità, sono quelli che presentano i sintomi psicopatologici prevalenti, raggruppati nel cluster affettivo ed in quello impulsivo.
Naturalmente, i pazienti con DBP più gravemente disturbati sono coloro che hanno i sintomi presenti in tutti e tre i cluster. Questi pazienti presentano disturbi del comportamento (cluster degli impulsi), disturbi degli affetti (cluster dell’instabilità affettiva), e disturbi d’identità (cluster d’identità).
I pazienti borderline meno gravi presentano sintomi afferenti al cluster degli affetti e/o dell’identità.
Il DSM IV (16) definisce il DBP come una modalità pervasiva d’instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore con una marcata impulsività, comparse nel corso della prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da cinque o più dei seguenti elementi:
1. sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono;
2. un quadro di relazioni interpersonali instabili ed intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi d’iperidealizzazione e svalutazione;
3. alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili;
4. impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto, quali spendere, sesso, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate;
5. ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamento automutilante;
6. instabilità affettiva dovuta a marcata reattività dell’umore (p.es. episodica intensa disforia, irritabilità o ansia che di solito durano poche ore e soltanto raramente più di pochi giorni);
7. sentimenti cronici di vuoto;
8. rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia (p.es. accessi di ira, rabbia costante, ricorrenti scontri fisici, etc.);
9. ideazione paranoide o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress.
L’ideazione paranoide è stata aggiunta tra i criteri diagnostici, nel DSM IV (17). L’inclusione di una sintomatologia simil-psicotica è stata materia di controversia tra gli studiosi sin dalla stesura del DSM III (2,11,18). La versione originaria di questo criterio includeva numerosi e diversi sintomi della serie psicotica, quali: idee di riferimento, ideazione paranoie, distorsioni percettive ipnagogiche, allucinazioni, distorsioni delle immagini corporee (19).
La definizione accettata dal DSM IV pone l’accento solo sui sintomi dissociativi e sull’ideazione paranoie, stressandone la natura reattiva. Il criterio “episodi simil-psicotici occasionali e transitori con illusioni intense” risulta essere, secondo i criteri dell’IC-10, caratteristico del disturbo schizotipico di personalità, anziché del DBP (20). Gunderson et al. (10-13) sostengono, tuttavia, che questo criterio differenzi significativamente il DBP dal disturbo schizotipico, sulla base di studi pilota. Secondo quest’ottica, le anomalie cognitive e percettive riscontrabili nel disturbo schizotipico risultano essere più stabili e durature, rispetto a quelle brevi, transitorie e reattive dei pazienti con DBP (10, 21).
La risposta terapeutica, dopo tempi sufficientemente prolungati, ottiene, in primo luogo, alcuni cambiamenti nel comportamento impulsivo, seguiti da un qualche controllo della modulazione degli stati d’animo, e, infine, cambiamenti graduali e progressivi negli aspetti dell’identità.

EZIOLOGIA DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ
Eterogeneità eziologica e patogenetica del DBP.
I fattori eziopatogenetici coinvolti nell’insorgenza del disturbo borderline di personalità erano ricercati in una prospettiva restrittivamente psicologica, sino circa venti anni fa.
Secondo Masterson e Rinsley (22) per esempio, la psicogenesi del DBP era dovuta alle madri che interferivano con i bisogni dei propri figli, impedendo loro di raggiungere una condizione di autonomia emotiva e di matura individualizzazione.
Masterson aveva evidenziato che le madri dei pazienti con DBP erano state, di frequente, a loro volta, affette da DBP e aveva sostenuto che il disturbo fosse psicologicamente “trasmissibile”.
Altri autori hanno sostenuto una trasmissibilità non psicologica ma genetica, giacché un numero elevato di madri (più elevato di quanto prevedibile) dei pazienti con DBP, presentano lo stesso disturbo (23).
Altri studi hanno evidenziato nelle famiglie di soggetti affetti da DBP una predisposizione familiare verso lo spettro dei disturbi affettivi (24-25). Non esistono, però, prove per sostenere che per tutti i pazienti con DBP tale fattore familiare sia rilevante. Alcuni studiosi hanno evidenziato la presenza di una patologia affettiva familiare soltanto in una percentuale di pazienti con DBP. Tale fattore può, perciò, rappresentare un fattore aspecifico, in quanto comune nelle famiglie con soggetti affetti da altri disturbi di personalità (26-27).
Negli ultimi anni le ipotesi ezio-patogenetiche sono state orientate diversamente. Le cause del DBP sono state cercate nelle varie forme d’abuso infantile intrafamiliare, sul piano psicologico, fisico e/o sessuale.
Numerosi ricercatori ritengono che l’ambiente familiare caratterizzato da episodi d’abuso sia un elemento specifico nelle storie di pazienti borderline, non altrettanto comune nelle vite di pazienti con altri disturbi di personalità, se si esclude il disturbo antisociale di personalità (28).
Molti soggetti borderline ed antisociali hanno la tendenza a mettere in atto, in età adulta, proprio quei comportamenti che, durante l’infanzia, hanno maggiormente contribuito allo sviluppo di un disturbo di personalità. I soggetti abusati in età infantile potrebbero, infatti, sviluppare cronici sintomi d’irritabilità e rabbia. Questi individui in età adulta, spesso compromettono, con la loro impulsività ed aggressività, le situazioni lavorative e le relazioni affettive. Le difficoltà coniugali e la perdita dell’impiego diventano “eventi di vita” ulteriormente stressanti che peggiorano la condizione clinica di questi soggetti con disturbi di personalità (29).
Nella patogenesi del DBP si sommano e s’intersecano diversi fattori: una componente genetica e costituzionale, la figura materna eccessivamente opprimente, una storia d’abuso in epoca infantile nell’ambito familiare. L’importanza relativa di ognuno di questi fattori, nella storia clinica d’ogni specifico paziente con DBP resta ovviamente da stabilire.
E’ opportuno esaminare i dati clinici e di ricerca relativi da un lato ai traumi infantili e dall’altro ai correlati neurobiologici.

Traumi infantili

Molti pazienti con DBP hanno subito gravi traumi psicologici nei primi anni di vita. Storie d’incesto sono relativamente frequenti tra le donne con DBP ricoverate (3, 30-31). In alcuni studi, tale frequenza varia dal 33% al 70%, in pratica, da due a quattro volte superiore rispetto alla frequenza osservata negli studi epidemiologici sulla popolazione generale (32). Esistono alcune evidenze (30) che dimostrano una frequenza d’incesto più elevata nelle pazienti con DBP e disturbo antisociale, rispetto a donne con altri disturbi di personalità. Qualora altri studi epidemiologici confermassero tali dati, su campioni più numerosi, verrebbe suffragata l’ipotesi di un rapporto causale tra comportamenti incestuosi tra padri/patrigni e figlie, disturbo da stress post-traumatico cronico e lo strutturarsi di un disturbo antisociale e borderline di personalità.
Le violenze subite da parte di un genitore potrebbero facilitare l’insorgere di un quadro clinico persistente o cronico con irritabilità e rabbia particolarmente evidenti (30-33). I maschi sembrano essere vittime di tali abusi infantili più frequentemente delle femmine. L’incesto genera solitamente rabbia e senso di colpa, mentre, la violenza genera rabbia intensa, e, solo raramente, senso di colpa. Un quadro di DBP, che consegue a questi fattori patogenetici, presenta una forte tendenza alla violenza eterodiretta anziché all’autolesionismo. I maschi che hanno subito abusi fisici e che sviluppano un DBP, presentano spesso diversi comportamenti antisociali. E’ frequente, in psichiatria forense, una tale combinazione di fattori patogenetici, nella biografia di famosi pluri-omicidi e serial killer, cui era stato diagnosticato un sottostante DBP, spesso associato con comportamenti antisociali (34).
A livello fenotipico gli effetti d’ereditarietà e ambiente culturale non possono essere separati, se non a fini euristici. In alcune società l’incesto è molto raro (35). Varia da cultura a cultura anche la tolleranza del comportamento impulsivo e aggressivo. Il DBP potrebbe essere proporzionalmente meno frequente, per esempio, in certe società asiatiche, in cui i comportamenti incestuosi sono impediti e puniti fortemente.
In queste culture, temperamenti geneticamente più miti potrebbero essersi sommati, nel corso delle generazioni, ad un’educazione dei bambini meno violenta, con effetti di minore incidenza del DBP.
In questa prospettiva, i soggetti con un numero sufficiente di fattori di rischio che hanno sviluppato un DBP nella nostra cultura, avrebbero potuto avere uno sviluppo diverso se fossero stati educati in un differente ambiente socio-culturale, magari sviluppando altri e diversi quadri psicopatologici, ma non il DBP.
Per verificare il ruolo causale di tali fattori culturali nell’esordio del DBP sarebbe opportuno un lavoro epidemiologico, condotto in nazioni con diverse culture.

Disturbi del tono dell’umore
Il rapporto tra BPD e disturbi del tono dell’umore è stato ripetutamente studiato. Va sottolineato che è importante tenere nel giusto rilievo non solo l’eterogeneità eziologica, ma anche la variabilità dei campioni esaminati in questi studi. Nel gruppo di pazienti con DBP che ha partecipato ad uno studio di follow-up (P.I.-500) le storie d’abuso erano scarsamente presenti, mentre un disturbo affettivo tra parenti di primo grado era invece piuttosto frequente e circa l’8,5% dei pazienti con DBP ha sviluppato, dopo vari anni dalla dimissione, una malattia affettiva unipolare o bipolare (25, 36). In oltre la metà di un campione di pazienti australiane è stata riscontrata una storia d’incesto. Includendo anche l’abuso fisico e le estreme umiliazioni, da parte di chi avrebbe dovuto prendersi cura di loro in età infantile, il fattore “abuso” era presente nella storia di circa il 90% dei pazienti (3, 30, 35). In questo studio, la presenza di una malattia affettiva grave è stata rilevata in un numero limitato di parenti di primo grado dei pazienti con DBP, inoltre, nei pazienti con disturbi depressivi, era difficile dirimere l’effetto patogenetico dei fattori biologici dall’effetto degli eventi stressanti di vita. In Giappone, hanno evidenziato che tali pazienti presentano comportamenti suicidari aggravati dalla solitudine e/o dalla lontananza dagli stretti legami familiari oppure in rapporto al rifiuto subito in una relazione sentimentale, diversamente da entrambi i gruppi dei pazienti con DBP già citati (37). Inoltre, in Giappone è raro riscontrare una storia d’abuso fisico o sessuale nell’infanzia di questi pazienti con DBP. Queste considerazioni dimostrano come diversi studiosi tendono ad attribuire diversa rilevanza a differenti fattori eziopatogenetici coinvolti nelle genesi del DBP, anche in funzione della diversa cultura di provenienza. Nessuna teoria del quadro causale del DBP sarà possibile formulare fino a quando non si riuscirà ad allontanarsi da orizzonti di ricerca ristretti, valutando i campioni raccolti in diverse società e culture. Un consistente numero di pubblicazioni tratta il complesso problema del rapporto tra la patologia affettiva e il DBP (37). La comorbidità tra DBP e disturbo affettivo è talmente frequente da aver indotto numerosi studiosi a formulare l’ipotesi che il DBP rappresenti solo una forma cronica e sottosoglia di disturbo affettivo. I pazienti con DBP e distimia hanno bisogno di un più alto numero di ricoveri e manifestano una maggior frequenza di sintomi di scissione, sintomi suicidari, dipendenza e noia, rispetto ai pazienti con DBP che non manifestano distimia concomitante (38). Tal evidenza ha portato questi studiosi alla conclusione che il DBP è eziologicamente eterogeneo ed include, probabilmente, diverse varietà di disturbi depressivi e di personalità, con differenti livelli di funzionamento socio-lavorativo e d’outcome.

Comportamenti aggressivi ed impulsivi

Una delle principali caratteristiche sintomatologiche del DBP è rappresentata dalla rabbia inappropriata, intensa ed incontrollata. Questa rabbia può presentarsi con diverse espressioni cliniche, come: ostilità omnipervasiva, esplosioni di rabbia transitoria ed incontrollabile, permalosità eccessiva. Secondo alcuni studiosi, tale aggressività potrebbe avere correlati rilevanti di tipo neurologico (39).
L’ambiente clinico è sicuramente indicato per esaminare i tratti comportamentali costanti ma non per valutare i tratti comportamentali episodici, secondo Gardner e Cowdry (40).
Lo studio del flusso ematico cerebrale e l’utilizzo della metodica PET (positron-emission tomography) per ovvi motivi clinici ed etici, non sono stati applicati su pazienti con DBP, in un momento d’esplosione di rabbia. Ciò nonostante, recenti studi in letteratura sull’aggressività prendono in considerazione la sintomatologia aggressiva presente nei soggetti affetti da DBP.
In uno studio su 128 carcerati violenti, Merikangas (41) ha enucleato tre fattori principali alla base del comportamento aggressivo: 1. il fattore pulsionale (drive), 2. la suscettibilità allo stimolo (soglia) e 3. la capacità d’inibizione della risposta (controllo). Alti livelli pulsionali, bassa soglia di reazione e incapacità d’inibire la risposta aggressiva erano tutti fattori associati a più frequenti atti di violenza. Era, talora, evidente una suscettibilità patologica che induceva a rispondere in modo aggressivo anche a minacce minime.
Frequentemente sono presenti epilessia, anomalie bioelettriche cerebrali e altri segni di danno cerebrale. Simili anomalie sono state evidenziate da Andrulonis et al. (42) nel loro campione di pazienti affetti da DBP, costituito in prevalenza da giovani maschi, con episodico disturbo del controllo degli impulsi, rappresentato, soprattutto, da aggressività impulsiva.
Applicando il suo modello di “information processing” per l’aggressività, Huesman (43) sostiene l’ipotesi dell’esistenza di stili di comportamento aggressivo (copioni compor-tamentali) acquisiti nell’infanzia e tendenti a resistere ad ogni cambiamento.
Alcuni soggetti, inoltre, dopo aver subito violenze o dopo esserne stati diretti testimoni, diventano aggressivi e presentano la tendenza ad evocare risposte aggressive negli altri, con atteggiamenti di derisione o di minaccia, difendendosi, così, dalla paura latente evocata dal rapporto sociale e rinforzando, in se stessi, la convinzione acritica che “gli altri sono sempre pericolosi” (44).
Se non è criticato questo tipo d’apprendimento reiterato può costruire una modalità d’interpretazione delle comunicazioni sociali tendenzialmente persistente, che induce al comportamento aggressivo.
I soggetti con DBP, soprattutto quelli che hanno subito violenze fisiche o sessuali, tendono a reagire a stimoli sociali neutri, interpretati come potenzialmente pericolosi, con comportamenti aggressivi subitanei volti a prevenire e/o punire atteggiamenti altrui potenzialmente negativi, in una sorta di cortocircuito comportamentale, ispirato ad una sorta di filosofia di vita del tipo “chi aggredisce per primo si salva”.
In alcune situazioni, tale modalità di risposta impulsiva ed immediata, acquisita per apprendimento e, probabilmente, condizionata da fattori neurobiologici, può condurre a comportamenti gravemente violenti. Fra i 285 pazienti “borderline” inclusi nello studio P.I.-500, quattro maschi avevano ucciso una o più volte nel periodo di follow-up.
Il comportamento aggressivo è un comportamento arcaico, volto alla sopravvivenza dell’individuo, controllato da strutture cerebrali filogeneticamente antiche. Ciò nonostante presenta una sua intrinseca complessità declinandosi in diversi aspetti, secondo Valzelli (45). L’aggressività territoriale, quella competitiva, quella predatoria, quella protettivo-materna, e quella protettivo-difensiva possono essere significativamente differenti sul piano psico-comportamentale e neurobiologico. Nell’ambito di ciascuno di questi aspetti possono essere coinvolte diverse strutture cerebrali, con alcune specificità per un tipo particolare d’aggressività, ma anche con alcune sovrapposizioni neuro-funzionali tra le diverse forme d’aggressività.
L’aggressività protettivo-difensiva è particolarmente rilevante nello studio dei soggetti con DBP. Questa forma d’aggressività è evocata dall’attacco, reale o presunto, di un avversario. In laboratorio si studia dopo aver somministrato stimoli dolorosi o avversivi ad animali da esperimento solitamente ristretti in coppia in un unico ambiente. L’aggressività protettivo-difensiva solitamente si presenta con intensità sproporzionata allo stimolo offensivo (l’accesso di rabbia reattiva del paziente con DBP), ma, anche, con la tendenza ad aggredire non chi direttamente reca un’offesa, ma spesso solo chi n’esprime un innocuo equivalente simbolico.
Nei soggetti con DBP gli abusi subiti nell’infanzia potrebbero plasmare nel sistema nervoso una circuitazione paleo-archi-corticale, in costante preallarme, predisposta a reagire sul piano comportamentale, in tempi rapidissimi e con modalità eccessive, a minacce reali o presunte. Le strutture neurologiche correlate funzionalmente a questi pattern d’attivazione e reattività del Sistema Nervoso Centrale (SNC) sono state studiate, negli ultimi decenni, con risultati interessanti sul piano euristico e clinico.

FATTORI GENETICI E STUDI SULLE FAMIGLIE
Negli studi sulla famiglia, se una maggior prevalenza di un disturbo psicopatologico si manifesta nei parenti naturali dei probandi, portatori di tale disturbo, ne viene confermata la familiarità (46). Gli studi sulla famiglia non differenziano i fattori ambientali da quelli genetici. La ricerca di tale differenziazione richiede altri metodi e campi di ricerca, come gli studi su gemelli o sulle adozioni.
Alcuni ricercatori hanno svolto studi sulla famiglia per verificare se il DBP è più frequentemente nelle famiglie di pazienti, in cui qualche componente è affetto da DBP. Questi studi (23, 47-50) hanno evidenziato anche una maggiore frequenza in queste famiglie d’altri disturbi del controllo degli impulsi. In tutti questi studi è stata evidenziata una maggior prevalenza di DBP tra i componenti delle famiglie di pazienti con DBP.
I parenti di primo grado di pazienti con DBP sono stati messi a confronto con i parenti di primo grado di pazienti con altri disturbi di personalità e con i parenti di primo grado di pazienti schizofrenici maschi (51). L’instabilità affettiva cronica e l’impulsività cronica sono risultate significativamente più evidenti nei parenti di pazienti con DBP rispetto ai gruppi di controllo. Questi Autori hanno suggerito, perciò, per gli studi futuri, un esame più approfondito dei tratti comportamentali di base anziché la mera diagnosi di DBP. Vari studi hanno evidenziato una prevalenza del disturbo borderline di personalità nei parenti di primo grado, del paziente designato.
Gli studi familiari hanno evidenziato, inoltre, nelle famiglie dei pazienti con DBP più alta incidenza di:
· schizofrenia (52);
· disturbi affettivi (25);
· abuso di sostanze e personalità antisociale (10).
In sintesi diverse osservazioni cliniche rilevanti hanno dimostrato che:
1. il DBP si manifesta più frequentemente nelle famiglie di pazienti con DBP, che nelle famiglie di pazienti affetti da schizofrenia, disturbo bipolare, distimia, personalità schizotipica o antisociale;
2. nelle famiglie di pazienti con DBP c’è solo un aumento lieve della prevalenza di schizofrenia;
3. nei parenti di primo grado di pazienti con DBP si manifestano frequentemente tendenze all’alcolismo e all’abuso di sostanze;
4. la maggior parte delle prove non evidenzia un rapporto specifico fra DBP e disturbo affettivo, tranne che per pazienti borderline con storia di concomitante depressione maggiore.

Studi su gemelli, adozioni e analisi di segregazione.

Torgersen (27), in uno studio su gemelli, ha valutato il peso dei fattori genetici nello sviluppo del disturbo di personalità schizotipico e/o borderline. Le diagnosi psicopatologiche dei gemelli erano state effettuate in accordo con i criteri del DSM-III. Il clinico in fase diagnostica non sapeva del carattere di monozigosi o dizigosi dei gemelli. Su 69 probandi con diagnosi di disturbo di personalità, solo dieci presentavano un DBP. I risultati non sembrano sostenere un’eziologia genetica del DBP. Infatti, nessuno dei tre rispettivi gemelli monozigoti di probandi con DBP e solo due dei sette rispettivi cogemelli dizigoti presentavano il DBP.
Altri efficaci metodi di ricerca, utilizzati per evidenziare il contributo rispettivo dell’ereditarietà e dell’ambiente nell’ezio-patogenesi dei disturbi psicopatologici, sono rappresentati dagli studi sulle adozioni (53). Sono stati effettuati diversi studi specifici, con differenti metodologie.
Negli “studi della famiglia naturale degli adottati problematici” vengono confrontati i parenti naturali di figli adottivi patologici, con il gruppo di controllo, di parenti naturali di figli adottivi non patologici. La diversa prevalenza fra i parenti di famiglie naturali e di controllo fornisce una valutazione dei fattori genetici e ambientali.
Negli “studi sugli adottati” sono confrontate le prevalenze di un disturbo fra figli adottivi nati da genitori patologici e non patologici.
Negli studi “cross-fostering” i figli adottivi, nati da genitori patologici, sono confrontati con i figli adottivi, nati da genitori non patologici, ma cresciuti con un genitore adottivo affetto dal disturbo in esame (53). Gli studi sulle adozioni hanno evidenziato l’importanza dei fattori genetici nell’eziologia dell’alcolismo, tuttavia, prove meno consistenti sono state raccolte per sostenere che anche il disturbo antisociale di personalità sia geneticamente trasmesso. Non è stato ancora pubblicato alcuno studio sulle adozioni che abbia valutato con rigore scientifico genitori o figli adottivi con diagnosi di DBP. L’adozione di figli di genitori borderline avviene frequentemente. Soprattutto alla madre borderline è spesso negata la tutela dei propri figli. In un campione di gemelli dello stesso sesso, Torgersen (27) ha studiato, in differenti disturbi di personalità, il ruolo svolto da fattori ereditari e ambientali. Il fattore denominato “impulsività-aggressività” fu considerato, da quest’autore, fattore ambientale, derivante dal contesto familiare e educativo, nonché dal modello culturale di riferimento, più che da fattori genetici.
I quattro principali modelli genetici dell’ereditarietà (autosomico dominante, autosomico recessivo, poligenico e legato al cromosoma X) sono stati sottoposti ad analisi di segregazione. Questi modelli sono stati applicati nella ricerca della comparsa di malattia psichiatrica, nei parenti di primo grado, di pazienti con DBP. Nessuno di questi modelli è stato validato nel confronto tra prevalenze ed incidenze attese e osservate di fratelli/sorelle o figli con psicopatologia in atto.
Queste considerazioni non vanno considerate come definitive. Esse rilevano la necessità d’ulteriori studi su gemelli e adozioni, alla ricerca del ruolo dei fattori genetici nell’ezio-patogenesi del DBP. Va rilevata la più alta incidenza di DBP nelle famiglie di pazienti con DBP. Rimane ancora incerta la presenza di uno specifico fenotipo, quale espressione della patologia ereditata nel DBP. Una critica più radicale alla ricerca di correlati genetici del DBP va fatta, in quest’ambito, al concetto diagnostico stesso di DBP. Probabilmente esiste una specifica ereditarietà per aspetti sintomatici specifici, quali impulsività, instabilità emotiva, disturbi dissociativi, aggressività, ma non per il DBP, in quanto tale. Ciò non dovrebbe portare alla conclusione di una ininfluenza dei fattori genetici nella ezio-patogenesi del disturbo. Al contrario, dovrebbe far riflettere i clinici sulla stessa esistenza del DBP, in quanto entità nosografica. Probabilmente, il futuro della ricerca genetica, in questo settore, ma anche in tutto l’ambito diagnostico psichiatrico, ci fornirà informazioni rilevanti e rivoluzionarie. In quelle che attualmente consideriamo entità nosografiche psichiatriche potrebbero svolgere un ruolo specifico diversi quadri eziologici genetici. D’altronde, non è improbabile che uno stesso danno genetico possa contribuire alla vulnerabilità specifica per diversi disturbi psicopatologici, nosograficamente distanti nelle convenzioni diagnostiche, che sono oggi largamente condivise, in ambito clinico.
I dati di ricerca, attualmente disponibili, sembrano maggiormente orientati a sostenere l’ipotesi che gli eventi traumatici, quindi i fattori ambientali, svolgano un ruolo ezio-patogenetico nell’insorgenza del DBP (54). Diverse evidenze scientifiche dimostrano che la presenza di uno o più genitori affetti da psicopatologia può associarsi significativamente ad episodi d’abuso infantile. In breve, numerose prove raccolte indicano che il DBP consegue all’aver vissuto la propria infanzia con genitori affetti da una patologia mentale. La malattia psichiatrica genitoriale, l’instabilità affettiva e i conseguenti comportamenti traumatizzanti sarebbero, in questa prospettiva, elementi predittivi di un significativo disturbo dello sviluppo nell’infanzia e nell’adolescenza e, quindi, di un conseguente disturbo borderline di personalità, nell’età adulta. Non va, comunque, sottovalutato, anche in quest’ambito di ricerche, il ruolo della vulnerabilità specifica e delle basi genetiche che a questa vulnerabilità possono essere sottese.

DISFUNZIONI CEREBRALI CORRELATE AL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA’

Le disfunzioni cerebrali, presenti nel DBP, includono:
· i danni cerebrali neurologici;
· i deficit neuropsicologici;
· la specifica neuro-biologia del disturbo con lo studio delle anomalie neuro-comportamentali e delle alterazioni del funzionamento cerebrale, in risposta al trattamento.
L’associazione fra personalità borderline e disfunzioni cerebrali è stata valutata, con diversi metodi di ricerca sperimentale, su pazienti e gruppi di controllo. Alcuni studi hanno confrontato la prevalenza di danni cerebrali, in pazienti con DBP, confrontandola con la prevalenza, di tali danni, in pazienti con altre diagnosi. Altri studi hanno utilizzato tecniche investigative e diagnostiche specifiche, per verificare la presenza di una disfunzione cerebrale nei pazienti con personalità borderline.
Presenza di disfunzioni cerebrali in pazienti con DBP rispetto ad altri pazienti
Alcuni dati preliminari hanno suggerito la presenza di un danno cerebrale nel 29% delle femmine e nel 56% dei maschi affetti da DBP (42). Questo gruppo di pazienti con “danno d’organo” poteva essere distinto in due sottogruppi. Un sottogruppo, con disfunzioni cerebrali minime, includeva pazienti con anamnesi positiva per il disturbo da deficit dell’attenzione e per le difficoltà d’apprendimento. Un secondo sottogruppo includeva pazienti che avevano danni cerebrali conseguenti o correlabili ad epilessia, traumi ed encefaliti.
In uno studio, i pazienti borderline con “danno d’organo” presentavano:
– esordio precoce della malattia;
– frequenti acting out;
– alta incidenza d’abuso di sostanze in famiglia.
Questo studio riguardava un gruppo di pazienti resistenti al trattamento, trattati in aperto, in cui non era stato previsto un gruppo di controllo (55).
In uno studio di follow-up sono stati studiati pazienti con DBP e pazienti con diagnosi di schizofrenia, secondo i criteri previsti dal DSM-III, accoppiati per sesso ed età (56). La percentuale di pazienti con DBP, maschi e femmine, che avevano avuto un danno cerebrale, era sostanzialmente sovrapponibile alla percentuale riscontrata in precedenza (42). I pazienti schizofrenici avevano meno danni cerebrali, rispetto ai pazienti con DBP (56).
Andrulonis e Vogel (57) hanno studiato l’incidenza di “danno d’organo”, confrontando i pazienti con DBP, con due gruppi di controllo, uno costituito da pazienti con schizofrenia e uno costituito da pazienti con disturbi affettivi. I pazienti con personalità borderline presentavano un danno d’organo nel 40% dei maschi e nel 14 % delle femmine. Solo il 25% dei pazienti schizofrenici e solo i1 7% dei pazienti con disturbi affettivi avevano segni, sintomi o storie di danno cerebrale acquisito. La prevalenza di danni cerebrali, riscontrata nei borderline maschi rispetto alle femmine, non fu evidenziata nei gruppi di controllo, che non avevano differenze legate al sesso.
Soloff e Millward (58-59) hanno esaminato un gruppo di pazienti selezionati con l’Intervista Diagnostica per Borderline (60), a confronto sia con pazienti con diagnosi di depressione maggiore sia con pazienti con diagnosi di schizofrenia. Gli elementi significativamente più frequenti tra i soggetti con DBP risultarono essere le complicazioni prenatali, con un 17,8% dei pazienti con DBP vs 0,05% dei pazienti schizofrenici e 4,8% dei soggetti di controllo depressi. Questo studio non manca di qualche significativo “bias”, cioè l’assenza di un’osservazione in cieco, un’eccessiva fiducia nei dati raccolti in modo retrospettivo e criteri diagnostici poco definiti, per i disturbi dello sviluppo neurologico.
Un gruppo di pazienti, affetti da un disturbo borderline di personalità, ricoverati in un ospedale per veterani, è stato studiato da Van Reekum e collaboratori (39). Secondo questo studio retrospettivo 1’81% dei pazienti con DBP, rispetto al solo 22% dei pazienti di controllo (P<0,0001), presentava una storia certa di ritardo dello sviluppo (44% dei pazienti con DBP) oppure di danno acquisito al Sistema Nervoso Centrale (58% dei pazienti con DBP). Nell’ambito del “ritardo dello sviluppo” erano inclusi: il disturbo da deficit dell’attenzione, il disturbo dell’apprendimento e gli altri ritardi dello sviluppo mentale. I danni al SNC acquisiti includevano gli effetti di traumi, le crisi epilettiche e altre lesioni del SNC, quali: tumori; idrocefalo; encefalite. Questo studio presenta risultati largamente simili a quelli di Andrulonis et al. (42) e presenta, anch’esso, dei limiti metodologici legati alla mancanza di un disegno in cieco e di uno studio dei fattori che potrebbero aver influenzato la scelta del campione e la disponibilità dei dati anamnestici necessari.
La comorbidità tra DBP ed epilessia è stata studiata (61-62). Mendez et al. (63), in uno studio su quest’associazione, hanno esaminato pazienti ricoverati presso l’University Hospital of Cleveland, negli anni fra il 1981 e il 1987, in seguito a tentativi di suicidio, per overdose. Il 45,5% dei pazienti epilettici presentava un DBP, contro il 13,6% dei soggetti di controllo (P<0,0l). Una maggior prevalenza di psicosi (P = 0,06) ed una minor capacità d’adattamento (P<0,05) è stata evidenziata, nel gruppo di pazienti epilettici, rispetto al gruppo di controllo. L’incidenza di depressione e disturbi dell’umore era sostanzialmente sovrapponibile nei due gruppi.

Studi neurologici prospettici del disturbo borderline di personalità

Uno studio ha rilevato una maggior presenza d’anomalie bioelettriche cerebrali all’elettroencefalogramma (EEG) in soggetti con DBP, rispetto a soggetti di controllo depressi (64). Un altro studio ha evidenziato una prevalenza d’anomalie all’EEG in pazienti borderline, rispetto a soggetti di controllo distimici (65). Una più marcata prevalenza d’anomalie bioelettriche cerebrali è stata riscontrata in altri studi che hanno confrontato pazienti con DBP e pazienti con altre diagnosi psichiatriche, incluse le diagnosi di Asse II (66). La prevalenza delle anomalie bioelettriche cerebrali, di qualsiasi natura ed entità, nei soggetti con DBP, è risultata variare dal 18,8% al 59% (66). Anomalie bioelettriche più specifiche o gravi sono state registrate in percentuali incluse tra il 13% (66) ed il 41% (64). Nei pazienti borderline non sono stati evidenziati specifici aspetti, per sede o natura, delle anomalie EEG. Inoltre, non è conosciuto il tipo di relazione esistente tra queste anomalie bioelettriche cerebrali e le alterazioni psico-comporlamentali tipiche del paziente con DBP.
La prevalenza di crisi epilettiche parziali complesse è stata studiata da Cowdry et al. (64) in una popolazione di pazienti con DBP. La raccolta di prove cliniche, a favore del fenomeno epilettico, ha supportato un’interpretazione, in senso ezio-patogenetico, delle anomalie bioelettriche cerebrali, presenti nei soggetti con personalità borderline, secondo questi autori.
La ricerca d’anomalie cerebrali strutturali in pazienti con DBP è stata effettuata con la metodica della tomografia computerizzata (TC) (67-68). Snyder et al. (69) hanno esaminato le TC di pazienti con DBP senza riscontrare anomalie anatomiche. Schulz (68) ha confrontato le TC di pazienti con DBP, di un gruppo di pazienti schizofrenici e di una popolazione normale di controllo. Il volume dei ventricoli cerebrali dei pazienti schizofrenici è risultato significativamente maggiore, rispetto agli altri due gruppi. In particolare, i soggetti con DBP e i soggetti normali di controllo non presentavano differenze significative. In uno studio in cieco, Lucas et al. (70) hanno studiato pazienti con DBP e soggetti di controllo normali, senza evidenziare differenze significative nelle dimensioni dei ventricoli cerebrali, né altre variazioni anatomiche, degne di nota. Solo in un piccolo gruppo di pazienti con DBP, sottoposto ad esame TC, van Reekum et al. (39) hanno evidenziato una più alta presenza d’anomalie. La mancata rilevazione alla TC di segni patologici, nei soggetti con personalità borderline, non esclude la possibilità che nel DBP è presente una sottostante patofisiologia cerebrale. Molti altri disturbi cerebrali, spesso associati al disturbo borderline di personalità, quali gli esiti di danno cerebrale su base traumatica, l’epilessia, il disturbo da deficit dell’attenzione, i disturbi dell’apprendimento non presentano specifici quadri patologici alla TC.
Sono stati condotti studi più sofisticati d’approfondimento diagnostico neurofisiopatologico. Chapin et al. (71) hanno studiato i tempi di reazione, confrontando fra loro pazienti con DBP e pazienti affetti da altre quattro diverse psico-patologie. In questo studio i pazienti con DBP presentavano risultati, significativamente diversi, dai pazienti schizofrenici e dai pazienti con disturbo schizotipico di personalità. I tempi di latenza dei soggetti con DBP differivano significativamente da quelli dei pazienti schizotipici e da quelli dei soggetti di controllo normali. I dati raccolti, su pazienti con DBP, non differivano da quelli raccolti, su pazienti con depressione maggiore. Gli autori hanno, quindi, concluso che i soggetti con personalità borderline hanno pattern neurofisiopatologici diversi dai soggetti schizotipici.
Kutcher et al. (72), studiando la P300 e altri potenziali evocati cerebrali a lunga latenza, hanno dimostrato, nei pazienti con DBP e nei pazienti schizofrenici “disfunzioni di neuro-integrazione acustica”. I pazienti con DBP presentavano una latenza della P300 più lunga con un’ampiezza più bassa. Questi dati sono stati evidenziati nei soggetti con DBP e nei soggetti schizofrenici, in contrasto con quanto registrato nei soggetti normali, nei depressi e nei pazienti con disturbi di personalità non borderline. Questi dati non identificano spazialmente la disfunzione cerebrale e non chiariscono il significato delle affinità neuro-biologiche tra DBP e schizofrenia.
Gardner et al. (73) hanno esaminato, in aperto, un gruppo di donne con DBP, valutando i segni neurologici minori, in confronto con soggetti normali di controllo. Il gruppo di soggetti con DBP aveva più numerosi ed evidenti segni neurologici minori rispetto ai soggetti sani di controllo (P<0,02). Una differenza significativa tra i soggetti con DBP (65%) e i soggetti di controllo (32%, P<0,05) è stata evidenziata, utilizzando un cut-off di due o più segni neurologici minori. (74-75)
In sintesi, gli studi sui correlati neuro-biologici del DBP suggeriscono la presenza di una disfunzione cerebrale, lieve, non focale, in assenza di grossolane alterazioni strutturali anatomiche. I dati raccolti sono, comunque, non sufficienti per permettere una chiara interpretazione dei risultati. Saranno opportuni ulteriori e più sofisticati studi, con l’utilizzo di tecnologie più sensibili, nell’esplorazione del funzionamento cerebrale, in quest’ambito di ricerca, nel futuro.

Studi di neuropsicologia del DBP
Pochi studi sono stati effettuati alla ricerca dei correlati neuro-psicologici del DBP. Cornelius et al. (55) li hanno studiati, escludendo dal loro campione di pazienti con DBP, i pazienti in cui era verosimile riscontrare una “organicità manifesta” ed i pazienti con deficit intellettivo. In questi pazienti, affetti da DBP “non organici”, le prove di memoria, linguaggio, funzionamento motorio e visuo-spaziale sono risultate normali. Tali risultati non devono meravigliare, considerati i criteri d’inclusione nello studio del campione esaminato. I disturbi clinici dei pazienti con DBP non suggeriscono la presenza d’anomalie motorie, del linguaggio, della memoria e del funzionamento visuo-spaziale. Al contrario, ciò che è più evidente, nei pazienti con DBP, è l’impulsività, il comportamento auto-mutilante, l’instabilità emotiva ed affettiva. Tali comportamenti suggeriscono un coinvolgimento funzionale, nella loro genesi, delle regioni limbiche e frontali.
Van Reekum et al. (39) hanno studiato un gruppo di l0 soggetti con DBP, somministrando una serie di tests neuropsicologici. I risultati, interpretati in cieco rispetto alla condizione di DBP, hanno evidenziato, su nove pazienti che avevano completato la batteria di tests, che ben sette presentavano segni neuropsicologici di deficit frontale. I deficit ineludevano: impulsività; bassa elasticità cognitiva; insufficiente autocontrollo; tendenza alla perseverazione. Questi dati sono stati ottenuti mediante Wisconsin Card Sort (76), Trails B (77), test della Figura Complessa di Rey Osterreith (78). Gli altri test neuropsicologici somministrati non hanno dato risultati patologici. Questi dati, in conclusione, sembrano confermare la presenza di deficit neuropsicologici, correlati alla regione frontale.
Studio della correlazione tra danno cerebrale e DBP.
La forza dell’associazione tra disfunzioni cerebrali e disturbo borderline di personalità può essere valutata, utilizzando i criteri di causalità formulati da Hill, nel 1965, (79) vale a dire:
· forza dell’associazione;
· coerenza dei risultati;
· specificità causale;
· rapporto temporale;
· gradiente biologico;
· plausibilità biologica;
· risultati sperimentali e clinici.
Gli studi epidemiologici, le ricerche neurofisiopatologiche e neurologiche, i test neuropsicologici evidenziano una possibile associazione tra danno cerebrale e disturbo borderline di personalità. Una larga percentuale degli studi effettuati ha evidenziato una disfunzione cerebrale in un largo numero di pazienti con DBP. Ad oggi manca la certezza di un rapporto causale specifico. La complessità delle variabili e delle loro interazioni, sin qui evidenziate, giustificano, almeno in parte, le diverse ipotesi patogenetiche avanzate. Deficit cerebrali specifici sono stati ipotizzati nell’ezio-patogenesi d’altri disturbi psicopatologici, come il disturbo antisociale di personalità e la schizofrenia. Lo studio del rapporto temporale tra disfunzione cerebrale e successivo esordio del DBP richiede studi prospettici, attualmente non disponibili, nella letteratura scientifica internazionale. È verosimile, inoltre, che il disturbo del controllo degli impulsi, associato, per esempio all’abuso di sostanze, possa indurre, nei pazienti con DBP, danni cerebrali organici o traumatici. In tal caso, la presenza di disfunzioni cerebrali potrebbe conseguire al disturbo e non causarlo. Ciò nonostante, i danni cerebrali potrebbero accentuare i tratti di carattere e, probabilmente, potrebbero necessitare di un trattamento integrato multimodale, specifico e personalizzato (80-85).
L’esistenza di un gradiente biologico, per cui ad un aumento delle disfunzioni cerebrali si associa un aumento della gravità del DBP, è stato evidenziato solo da van Reekum et al. (39) che hanno correlato direttamente il numero di disfunzioni cerebrali con il punteggio ottenuto alla DIB (Intervista Diagnostica per Borderline), nel loro campione di pazienti studiati.
La plausibilità biologica dell’ipotesi per cui una disfunzione cerebrale può indurre effetti comportamentali è già acquisita in base ai numerosi studi sul danno traumatico cerebrale, sull’epilessia e sulle alterazioni dello sviluppo neuro-cognitivo. Numerose scale di valutazione clinica del DBP, per esempio, presentano un significativo “overlapping” con quelle utilizzate per valutare gli effetti comportamentali dei danni cerebrali (86-87). I dati degli studi neuro-psicologici indicano la presenza di deficit frontali e, soprattutto, del sistema orbito-limbico-frontale. Questo dati sono, sostanzialmente, in accordo con gli effetti evidenziati in seguito a danno traumatico cerebrale (88) ed in rapporto al disturbo da deficit dell’attenzione (89-91). Per esempio, la descrizione clinica fornita da Cummings (92) sugli effetti comportamentali delle lesioni orbito-frontali è molto simile al comportamento dei pazienti con DBP. “Lesioni in questa regione sembrano separare i sistemi di controllo frontali dall’input limbico, dando come risultato una sindrome di comportamenti disinibiti, in cui gli impulsi sono agiti senza alcuna considerazione delle loro conseguenze, e, in cui si manifestano azioni antisociali e con labilità emotiva molto evidente”. È, quindi, verosimile che una disfunzione del sistema orbito-limbico-frontale (93-95) possa essere considerato il principale fattore ezio-patogenetico del DBP, almeno in una sottopopolazione di soggetti con personalità borderline.
Le verifiche sperimentali, sul ruolo svolto dalla disfunzione cerebrale nell’ezio-patogenesi del disturbo borderline di personalità, sono fortemente limitate da fattori etici. In alcuni studi osservazionali clinici, l’uso di diversi trattamenti farmacologici ha indotto a considerazioni significative, anche in termini d’interpretazione ezio-patogenetica. Alcuni studiosi hanno evidenziato l’efficacia del metilfenidato su un paziente con disturbo borderline di personalità e consensuale disturbo da deficit dell’attenzione (96). In uno studio controllato, altri studiosi hanno evidenziato un miglioramento soggettivo e comportamentale, in un gruppo di pazienti con disturbo da deficit dell’attenzione, in età adulta, dopo analogo trattamento (97). In un altro studio clinico randomizzato in doppio-cieco è stato evidenziato un miglioramento clinico, somministrando carbamazepina, su 16 soggetti, di sesso femminile, con DBP (64). Una verifica sperimentale specifica potrebbe derivare da studi che correlassero i miglioramenti della disfunzione cerebrale con il miglioramento del funzionamento comportamentale. In analogia con quanto provato per il disturbo antisociale di personalità, disturbo frequentemente sovrapposto al disturbo borderline di personalità (98), i risultati di questi studi osservazionali, dopo somministrazione di trattamenti farmacologici, dimostrano come la disfunzione cerebrale svolga un ruolo patogeneticamente rilevante nel disturbo borderline di personalità (99).

Ruolo ezio-patogenetico delle disfunzioni cerebrali nel determinismo clinico del DBP
I risultati di numerosi studi in letteratura scientifica suggeriscono che le disfunzioni cerebrali possono influire significativamente sui comportamenti psico-patologici del DBP, inducendoli o aggravandoli. L’ipotesi che le disfunzioni cerebrali possano determinare i comportamenti psico-patologici può essere sostenuta sulla base degli studi effettuati sulle lesioni orbito-frontali (92). E’ plausibile, comunque, che, per indurre stabili cambiamenti comportamentali, le disfunzioni cerebrali debbano interagire con fattori legati all’ambiente ed all’apprendimento (93-95). Quest’interazione risulta, ovviamente, di difficile studio, senza adeguati studi prospettici, che permettono, contemporaneamente, la valutazione, qualitativa e quantitativa, delle disfunzioni cerebrali, dei fattori ambientali e dei fattori d’apprendimento implicati.
Ciò nonostante, nei pazienti con DBP, disturbi cerebrali e deficit cognitivi sono stati, ripetutamente, evidenziati ed andrebbero sempre ricercati, nella pratica clinica. Tali anomalie neuro-funzionali potrebbero essere, frequentemente, riscontrate nei pazienti con più gravi disturbi comportamentali.
Queste considerazioni ezio-patogenetiche hanno, infatti, evidenti implicazioni clinico-terapeutiche Linehan (100). La riabilitazione comportamentale dei pazienti con DBP dovrebbe, infatti, permettere modificazioni clinicamente rilevanti dei deficit cognitivi e comportamentali, d’ogni paziente. Un trattamento farmacologici, specifico e personalizzato, dei disturbi neuro-biologici sottostanti risulta, in questa prospettiva, opportuno e necessario. I pazienti con deficit dell’attenzione ed iperattività (101) potrebbero giovarsi dell’assunzione di metilfenidato e psicostimolanti. I pazienti con disturbo epilettico potrebbero essere trattati con carbamazepina ed altri antiepilettici, stabilizzatori dell’umore (99).
La prevenzione degli “acting-out” e dei più importanti disturbi impulsivi, in soggetti con disturbi cerebrali ad alto rischio, potrebbe avvalersi dello specifico trattamento del disturbo cerebrale, associato con opportuni interventi psico-educazionali sulla famiglia e/o psicoterapeutici, utilizzando strumenti d’intervento fruibili, anche da chi presenta limitazioni cognitive evidenti.

NEURO-BIOLOGIA DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ.
L’ipotesi di un’eziologia neuro-biologica del disturbo borderline di personalità sottintende che nell’individuo ci siano dei fattori endogeni, su base genetica o acquisiti, che provocano disfunzioni cerebrali e, di conseguenza, specifici disturbi comportamentali.
Una visione dell’uomo, che non tenga conto dell’influenza esercitata sul comportamento sia da fattori ambientali sia da fattori costituzionali, è sicuramente riduttiva e semplicistica.
Di seguito saranno esaminati i dati ottenuti dalla ricerca scientifica, sui fattori genetici implicati nell’eziologia del disturbo borderline di personalità, ma, anche, i dati sulle disfunzioni cerebrali acquisite che possono svolgere un ruolo ezio-patogenetico sull’insorgenza del disturbo.
Verranno, inoltre, considerati i marker biochimici, che potranno rivelare eventuali fattori patogenetici comuni fra DBP e altri disturbi psicopatologici, suggerendo i possibili meccanismi fìsiopatologici sottesi al DBP. Ciò può contribuire alla comprensione di come fattori genetici o acquisiti possano interagire nello sviluppo del DBP.
Alcuni segni patologici minori di tipo neurologico sono stati associati alle anomalie comportamentali, nei pazienti con DBP da Gardner et al. (73).
Anomalie del potenziale evocato acustico P300 nel DBP sono state correlate all’aggressività impulsiva, che si osserva nel DBP (102). Il potenziale evocato acustico P300 sembra essere in rapporto con il processo d’elaborazione cognitiva degli stimoli (103). Non è stata, però, dimostrata una specificità di questo dato neuro-fisiologico nel differenziare i pazienti affetti da DBP dai pazienti con altri disturbi di personalità o con altri disturbi affettivi. Ulteriori studi saranno necessari per determinare se le alterazioni del P300, riscontrate nei pazienti con DBP, siano conseguenti all’espressione clinica del disturbo oppure rappresentino un vero e proprio marker di vulnerabilità (104). Una latenza P300, particolarmente lunga, si correla con l’incapacità di strutturare risposte condizionate a stimoli ambientali specifici. Tale anomalia nei soggetti con DBP potrebbe essere correlata a difficoltà nell’apprendimento operante, in altre parole, nell’acquisizione di nuovi e diversi repertori comportamentali, in risposta a stimoli ambientali già conosciuti, una sorta d’incapacità a modulare i propri comportamenti condizionati, spesso appresi in età infantile. Inoltre, potrebbe essere alla base del fenomeno di ricerca di sensazioni nuove e forti (sensation seeking) (105-106), un aspetto presente in molti pazienti con DBP, soprattutto in quelli che manifestano comportamenti antisociali.
In uno studio sui potenziali evocati, in soggetti normali che cercano sensazioni forti sono state evidenziate variazioni marcate, in funzione dell’ampiezza e dell’intensità dello stimolo, della componente acustica evocata N1/P2 (107). Quest’aspetto neuro-fisiologico potrebbe essere correlato al “bisogno di nuove ed eccitanti sensazioni”, alla riduzione d’interesse veloce per stimoli ripetuti e, quindi, ad un’elevata tendenza a sperimentare noia. Probabilmente, molti dei pazienti ciclotimici e con diagnosi di Cluster-B, in Asse II, potrebbero presentare simili correlati neuro-fisiologici, considerato che tendono a mostrare analoghe modalità di ricerca di sensazioni.
Il comportamento dei pazienti con DBP è condizionato, principalmente, dall’ultima impressione sensoriale, insorta in un rapporto interpersonale, piuttosto che da tutto il vissuto precedente (3). E’ come se essi vivessero in un eterno presente reattivo, senza le modulazioni comportamentali normalmente dettate dalla memoria affettiva. Anni di rapporti amorevoli con un partner possono, in un solo istante, essere rimossi dalla memoria ed il soggetto, con DBP, può reagire all’ultima interazione sociale interpretata, a torto o a ragione, come disturbante, con un’esplosione di rabbia incontrollata.
Un soggetto con DBP si comporta come se i rapporti tra memoria a breve e memoria a lungo termine, soprattutto per quanto attiene ai rapporti interpersonali ed affettivi, fossero gravemente deficitari. Le conoscenze sul processo di memorizzazione e sui sistemi neuronali coinvolti sono ancora molto parziali e ben lontani dal fornirci strumenti di interpretazione del comportamento dei soggetti con personalità borderline (108).
Il funzionamento mnesico è regolato da vari ormoni, alcuni dei quali sono rilasciati in seguito ad esperienze avversive, che attivano, per esempio, i recettori noradrenergici all’interno del complesso amigdaloideo (109). Le esperienze traumatiche del passato potrebbero lasciare tracce mnesiche, talmente forti nella memoria emozionale d’alcuni pazienti con DBP, da indurre, in seguito a successivi stimoli, che evocano anche solo lontanamente tali esperienze, risposte comportamentali incongrue. Sarebbe minimizzata la rilevanza di successive esperienze gratificanti, indipendentemente da quanto intense e costanti possano essere state.
Ciò potrebbe essere l’espressione, quindi, di un disturbo primitivo del sistema omeostatico di gratificazione, dei soggetti con DBP, che potrebbero essere affetti, in altre parole, da una “disedonia” di fondo (110).
Le caratteristiche della memoria emozionale ed i comportamenti connessi indicano nell’amigdala e nel sistema limbico, in generale, la regione cerebrale più direttamente coinvolta, nelle varie manifestazioni cliniche del DBP.
La procaina e.v. attiva le strutture del lobo temporale e del sistema limbico, in pazienti con malattie affettive, DBP e soggetti normali di controllo, provocando distorsioni cognitive e sensoriali, una maggior increzione di cortisolo ed aumento dei ritmi rapidi elettroencefalografici nei lobi temporali (111).
Nel gruppo con DBP non è stata evidenziata alcuna significativa correlazione tra il grado di attivazione EEG, indotta dalla procaina, e il grado di miglioramento indotto dalla successiva somministrazione di carbamazepina. La procaina potrebbe essere uno strumento farmacologico di valutazione della funzionalità del sistema limbico. I dati scientifici in nostro possesso non permettono, però, di sapere se tale strumento può differenziare specificamente il DBP dagli altri disturbi di personalità.
Una sovrapposizione diagnostica tra disturbi del lobo temporale, crisi epilettiche parziali e DBP è stata frequente, in passato. Analogamente il disturbo da personalità multipla ha ricevuto diagnosi di DBP e, a volte, di manifestazioni di crisi epilettiche parziali.
La personalità multipla può essere efficacemente differenziata dalle crisi epilettiche parziali, utilizzando la Dissociative Disorders lnterview Schedule (112). Il disturbo da personalità multipla non è, semplicemente, un disturbo del lobo temporale. I pazienti con crisi epilettiche parziali però, talvolta, soddisfano i criteri diagnostici per il DBP e/o per il disturbo da personalità multipla. Questa constatazione rende ancora più difficile determinare, se la presenza di un disturbo del lobo temporale, almeno in un sottogruppo di pazienti con DBP, non possa avere una specifica importanza patogenetica (42). In quest’ottica, il DBP, il disturbo da personalità multipla e le crisi epilettiche parziali complesse potrebbero avere alcuni fattori patogenetici ed alcuni correlati neuro-biologici in comune, senza che questo faccia perdere ad ognuna di queste condizioni cliniche la sua specificità.
La personalità multipla sembra essere indotta da gravi episodi d’abuso e rappresenta una “scissione” estrema, affine, ma non sovrapponibile, a quanto avviene nel DBP.
Le crisi epilettiche parziali possono essere conseguenza di un trauma cranico, ma non sempre tra trauma e sindrome comiziale esiste un nesso di causalità. Così l’esistenza di una correlazione patogenetica tra DBP e disturbi, anatomici o funzionali, del lobo temporale è possibile, sebbene non clinicamente rilevata con sufficiente frequenza.
Il sistema limbico è parte del più complesso sistema di risposta allo stress limbico-ipotalamo-ipofisi-surrenalico (LIIS) (113). Il coinvolgimento del sistema neuroendocrino LIIS è stato evidenziato, in risposta allo stress acuto, ma, anche, in relazione ai disturbi depressivi (114).
Considerato il livello di stress, sopportato e indotto, dai soggetti con DBP, gli steroidi e i peptidi implicati nel sistema neuro-endocrino LIIS potrebbero presentare variazioni significative, anche se non sono stati studiati, specificamente, in questi pazienti.
I gangli della base, precisamente, caudato e putamen, sembrano contribuire al cosiddetto “habit” o sistema di memoria procedurale (115). Tali strutture neuro-biologiche sembrano svolgere un ruolo centrale nel processo di memorizzazione dei pattern cognitivo-comportamentali, non verbali, che includono le convinzioni non criticate e le identificazioni formatesi nell’infanzia.
Prove cliniche e sperimentali sostengono che il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) è associato alla funzione di tale sistema mnesico (116-117). Una comorbidità per il DOC è stata evidenziata, in alcuni pazienti con BPD. In tali soggetti, le convinzioni irrazionali sembrano esercitare un evidente effetto sui processi di pensiero razionale. Nei pazienti anoressici e bulimici, possono essere esempi di tal effetto, la distorsione irrazionale e non criticabile dell’immagine corporea, nonché la paura dei cambiamenti, che, su tale immagine corporea, possono essere indotti, da variazioni delle loro abitudini alimentari.
I soggetti con DBP, sessualmente, fisicamente e verbalmente abusati negli anni dell’infanzia, tenderebbero, in questa prospettiva a strutturare “habit”, pattern cognitivo-comportamentali di percezione e di reazione, conseguenti alla loro condizione di vittime degli abusi. Tali “habit” possono essere fortemente disadattivi nei rapporti interpersonali, nel corso della vita. Ciò nonostante, questi soggetti sono così acriticamente e fortemente legati alle loro distorsioni cognitive, da accettare raramente interpretazioni del reale più adeguate.
Negli ultimi anni, sono stati proposti approcci terapeutici volti a riprogrammare il sistema mnesico abitudinario, di questi pazienti, con nuovi strumenti di trattamento, che includono la somministrazione di farmaci serotoninergici e forme specifiche di terapia cognitiva e di gruppo. In particolare la terapia di gruppo s’ispira a quanto acquisito dai gruppi d’auto-mutuo-aiuto, orientati al controllo di specifici impulsi disturbanti, come per gli Alcolisti Anonimi.
Il suicidio e l’aggressività sono, spesso, associati a bassi livelli di serotonina nel SNC. La serotonina è uno dei neuro-trasmettitori coinvolti nella modulazione dell’inibizione comportamentale. Un deficit di serotonina è associato solitamente a disinibizione comportamentale (118-119).
La clorimipramina e la fluoxetina, per esempio, sembrano migliorare i sintomi di DOC. Ciò ha aumentato l’interesse per lo studio di tale neurotrasmettitore anche nel DBP (120). I pazienti bulimico-anoressici spesso presentano tratti di tipo ossessivo-compulsivo, ed entrambe tali sindromi sono presenti in alcuni sottogruppi di pazienti con DBP.
L’aggressività impulsiva, con tentativi plurimi di violenta auto ed etero diretta, è tipica dei pazienti con DBP. Alcuni pazienti con DBP manifestano una riduzione dell’aggressività dopo la somministrazione di farmaci, che accrescono i livelli di serotonina, come clomipramina, SSRI e, indirettamente, carbamazepina (99).
Le donne con DBP, spesso, manifestano distimia e disforia, con tendenza alla depressione e all’irritabilità, durante la fase premestruale. Le donne con disturbi alimentari possono manifestare sintomi bulimici o anoressici, più intensi, in fase premestruale. Ulteriori studi sul coinvolgimento funzionale del tono serotoninergico centrale, in funzione del ciclo mestruale, potrebbe fornire risultati interessanti sui correlati fisio-patologici di tale fenomeno.
Deficit neurologici aspecifici, incluso il disturbo da deficit dell’attenzione con iperattività, ed eventi stressanti infantili, quali abusi verbali, fisici o sessuali, sembrano svolgere un ruolo ezio-patogenetico nella genesi del DBP. Alcuni fattori prenatali, inoltre, sembrano in grado di predisporre al DBP. L’abuso cronico, nell’infanzia, può lasciare tracce mnesiche emotive e indurre risposte comportamentali stereotipate, per mezzo d’effetti attivanti sul SNC, tanto marcati e resistenti alle terapie, quanto lo sono quei disturbi comportamentali, che originano da fattori organici.
La sintomatologia clinica, d’alcuni pazienti con disturbi di personalità, non presenta affinità con i quadri psicopatologici d’Asse I. Non è irrazionale ipotizzare, però, alla luce della più recente letteratura scientifica sull’argomento, che, almeno alcuni sintomi, presenti in un sottogruppo di soggetti con disturbo di personalità, possano essere patogeneticamente correlati ai disturbi mentali maggiori (121).
I disturbi psico-comportamentali presenti nel DBP sembrano correlarsi funzionalmente, almeno in parte, con il sistema limbico, che in circostanze normali funziona come un filtro emozionale, attraverso cui passano stimoli e risposte (122). Un sistema limbico eccessivamente reattivo, in risposta a stimoli interpersonali minimi, che possono essere vissuti come stressanti o come minacce all’incolumità personale, può sollecitare risposte comportamentali estreme, di tipo aggressivo auto ed eterodirette. Le interpretazioni psicologiche non sempre sono in grado di interpretare queste reazioni improvvise ed estreme, a stimoli spesso poco significativi, ma aiutano a definire, in modo relativamente utile e preciso, le modalità di interazione sociale, che innescano tali risposte impulsive. Le frustrazioni infantili possono essere più o meno rilevanti, sul piano ezio-patogenetico, nella genesi del DBP, in rapporto ad un substrato neuro-fisiologico più o meno anomalo. Una vulnerabilità neuro-biologica di fondo, sostanzialmente correlata ad un deficit funzionale del sistema omeostatico di gratificazione, la “disedonia” (110), può essere alla base del DBP. Un disturbo del sistema di memoria procedurale, sembra svolgere un ruolo in tale vulnerabilità, nella modulazione di risposte comportamentali del tipo “tutto-o-nulla” tipiche del disturbo borderline di personalità. Ulteriori ricerche potrebbero facilitare, in futuro, la diagnosi di DBP, con markers più specifici, la sottotipizzazione dei pazienti, nonché la predisposizione di trattamenti integrati più efficaci, in un’ottica bio-psico-sociale.


COMORBIDITA’PSICHIATRICA E MARKERS NEURO-BIOLOGICI DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA’
Diversi indici neuro-biologici sono stati studiati alla ricerca di possibili markers del disturbo borderline di personalità. I risultati di tali studi presentano importanti implicazioni, sul piano diagnostico, interpretativo e terapeutico. La presenza di markers neuro-biologici comuni a diversi disturbi psico-patologici induce a formulare l’ipotesi della presenza di un’analoga pato-fisiologia alla loro base. Ciò non può non indurre ad una radicale revisione del concetto di diagnosi in psichiatria. Inoltre, la conoscenza dei meccanismi neuro-biologici, alla base di diversi quadri psico-patologici, potrebbe facilitare la ricerca di nuovi approcci psico-farmacologici e terapeutici integrati, per il loro trattamento.
Sono stati effettuati studi che hanno utilizzato tre diverse metodologie di ricerca nello studio dei markers neuro-chimici e neuro-biologici nel disturbo borderline di personalità. La metodologia più diffusamente utilizzata è stata quella d’investigare la prevalenza di questi markers, in vari gruppi di pazienti, con diversa psicopatologia in atto, confrontandola con la loro prevalenza nei soggetti con personalità borderline (121-123). Un’altra metodologia di ricerca ha utilizzato i risultati degli studi psico-farmacologici, osservazionali e clinici, per comprendere la fisio-patologia del disturbo borderline di personalità (40). In ultimo, sono stati predisposti specifici trattamenti sperimentali psico-farmacologici nella ricerca di tali markers del DBP (124).
Riassumeremo, in breve, l’utilizzo dei markers neuro-chimici e neuro-biologici nella ricerca delle possibili associazioni ezio-patogenetiche tra DBP ed altri quadri psico-patologici.

Disturbi del tono dell’umore
Il rapporto tra disturbo borderline di personalità e disturbi del tono dell’umore, è stato, probabilmente, quello più studiato. I markers neuro-biologici più ricercati si sono avvalsi dello studio del test di soppressione al desametazone (DST), dello studio del sonno, nonché dell’efficacia di specifici stimoli farmacologici.
In pazienti con DBP, il test di soppressione al DST ha una sensibilità piuttosto bassa, variabile da circa il 10% all’85% e una specificità che varia dal 37,5% al 92,3 % (121). I problemi tecnici e i criteri di selezione del campione di studio, quando si utilizza il test di soppressione al DST, rendono la valutazione dei dati, così raccolti, circa questo marker neuro-biologico, poco affidabili nella valutazione dei pazienti borderline. I pazienti borderline hanno, spesso, disturbi alimentari e/o disturbi da abuso d’alcol e droghe che inficiano la validità dei risultati ottenuti al test.
I disturbi affettivi, soprattutto la depressione maggiore, si correlano ad una diminuzione della latenza del sonno REM. La comorbidità tra DBP e depressione maggiore si correla a significative anomalie della latenza e dell’intensità dei movimenti oculari rapidi (sonno REM). Tale ambito di ricerca sembra confermare l’affinità fisio-patologica esistente tra disturbi affettivi e disturbo borderline di personalità. Tale associazione non è stata, però, confermata con l’utilizzo d’altri marker biologici, come il DST e le risposte a stimoli farmacologici specifici (123).
Gli studi sperimentali con l’utilizzo tests psicofarmacologici non hanno dimostrato una significativa associazione tra il disturbo borderline di personalità e i disturbi affettivi. Alcuni studi, su pazienti con DBP, non hanno evidenziato alcuna risposta dei sintomi depressivi al trattamento con triciclici. Un solo studio ha dimostrato una certa risposta dei sintomi affettivi al trattamento con inibitori della monoaminossidasi (99). Non risulta, comunque, verificato che esista un rapporto tra le risposte dei sintomi bersaglio e il tipo di farmaco utilizzato.

Sindromi schizofreniche
Diversi markers neuro-biologici sono stati studiati nella ricerca della comorbidità tra schizofrenia e disturbo borderline di personalità. In particolare, lo studio del tracciato oculare di inseguimento visivo (smooth pursuit eye tracking), i potenziali acustici evocati, l’elettroencefalografia computerizzata ed il dosaggio della monoaminoassidasi piastriniche.
In alcuni studi, sono stati evidenziati in soggetti con DBP potenziali evocati a lunga latenza acustica P300 simili a quelli registrati in individui schizofrenici (125). Questo marker biologico differenziava significativamente i pazienti con DBP dai pazienti depressi di controllo.
Alcuni studi hanno evidenziato un coinvolgimento del tono dopaminergico nell’ezio-patogenesi del DBP. Una risposta disforica alle amfetamine è stata evidenziata da Schulz et al.(101). Effetti analoghi sono stati registrati dopo somministrazione di metilfenidato da Lucas et al. (70). Dati clinici attendibili hanno evidenziato l’efficacia dei neurolettici, a basso dosaggio, sui sintomi psico-patologici, dei soggetti con personalità borderline.
In sintesi, alcuni risultati sembrano sostenere che potrebbe esistere un’associazione significativa, sul piano fisio-patologico tra schizofrenia e DBP. Un rapporto tra queste due entità nosografiche, sul piano ezio-patogenetico, potrebbe coinvolgere anche alcuni sintomi della sintomatologia schizotipica. Ulteriori studi sono necessari per chiarire i rapporti esistenti tra questi diversi quadri sindromici.

Disturbi del controllo degli impulsi
Il disturbo borderline di personalità si associa, spesso, ad un disturbo del controllo degli impulsi (10). Una diminuzione del release di prolattina, in risposta al trattamento con fenfluramina, è stata evidenziata in pazienti aggressivo-impulsivi (118-119). I risultati ottenuti in questo gruppo di pazienti suggeriscono la presenza di una riduzione del tono serotoninergico centrale. Questa riduzione del tono serotoninergico centrale è indirettamente confermata dall’efficacia clinica del litio versus placebo e desipramina (124,126). Il litio tende a diminuire l’aggressività, la rabbia e i comportamenti etero ed autoaggressivi impulsivi. Al contrario, la desipramina tende ad aumentare tali sintomi (126). Probabilmente, il trattamento con sali di litio potrebbe avere un effetto terapeutico, sugli aspetti impulsivi del DBP, modulando il tono serotoninergico. La carbamazepina, farmaco antiepilettico, ma, anche, stabilizzatore dell’umore, è risultata efficace nel contenere gli aspetti comportamentali di perdita del controllo sugli impulsi, tipici del DBP.
In conclusione, non è ancora possibile stabilire chiare correlazioni fisio-patologiche tra disturbi psicopatologici d’Asse I e disturbo borderline di personalità, sulla base dei markers neuro-biologici, sino ad oggi studiati. In futuro, tale approccio di ricerca dovrebbe permettere anche di comprendere le fluttuazioni della sintomatologia di questi pazienti. Inoltre, variazioni dei diversi marker biologici potrebbero essere correlati agli eventi ambientali stressanti, inclusi i traumi infantili ed i conseguenti quadri dissociativi, oltre che a condizioni di vulnerabilità e predisposizione, geneticamente determinati.

CRITICA AL CONCETTO DI DIAGNOSI IN PSICHIATRIA.
Una domanda provocatoria: esistono le malattie mentali? Una seconda domanda provocatoria: il concetto di diagnosi in medicina ed in psichiatria ha lo stesso valore euristico? In Medicina una diagnosi clinica presuppone la conoscenza dei fattori ezio-patogenetici e di decorso clinico di un disturbo, con chiari correlati organici, fisio-patologici ed anatomo-patologici (tavolo autoptico). A tutt’oggi, in Psichiatria una diagnosi clinica nasconde la mancata conoscenza dei fattori eziologici e patogenetici della malattia, nonché, una sostanziale incapacità di predire il decorso nel tempo, di un disturbo, che non ha chiari correlati patologici organici. Il concetto di comorbidità in Medicina presuppone la presenza nello stesso paziente, con sovrapposizione temporale, di due o più specifici quadri patologici (aventi specifiche ezio-patogenesi, fisio-patologia, decorso, prognosi, etc.). La diagnosi psichiatrica è, per sua natura, una descrizione sindromica, un insieme di sintomi, raggruppati convenzionalmente in specifici disturbi, nosograficamente rilevanti, sulla cui ezio-patogenesi, decorso, prognosi etc. poco ancora sappiamo. La comorbidità in Psichiatria nasce dal sovrapporsi, nello stesso paziente, di segni e sintomi sufficienti per porre diagnosi, presenti in diverse entità nosografiche psichiatriche, che restano convenzionalmente identificate. Lo sviluppo della ricerca in campo psico-biologico e psico-farmacologico ha evidenziato variazioni di parametri largamente sovrapponibili in disturbi mentali nosograficamente distanti. Numerosi studi neuro-morfologici, neuro-fisiologici, neuro-endocrinologici e d’andamento inter-generazionale delle malattie mentali depongono per una continuità patologica tra i diversi disturbi dello spettro schizofrenico. I disturbi d’ansia ed i disturbi dell’umore potrebbero essere interpretati come entità distinte o come un fenomeno dimensionale unico. Da un lato è possibile evidenziare l’esistenza di dimensioni patologiche trans-sindromiche, dall’altro l’approccio categoriale non permette di cogliere le similarità sintomatologiche parcellari tra sindromi diverse che potrebbero sottendere comuni meccanismi patogenetici. “Le categorie diagnostiche in psichiatria erano null’altro che ampi cesti che contenevano una varietà di sindromi più o meno collegate tra loro, non certo entità patologiche genuine” (127). Si è passati da un approccio diagnostico/ terapeutico rigidamente categoriale (depressione / antidepressivo; ansia / ansiolitico, psicosi / antipsicotico) ad un approccio dimensionalistico che tende a non considerare come entità reali le categorie diagnostiche psichiatriche (ipersemplificazioni del reale), considerando i diversi sintomi autonomamente, in un continuum trans-nosografico. Negli ultimi anni si va, perciò, verso una visione psicopatologica disfunzionale, cambiando l’approccio diagnostico a favore di una visione dimensionalistica dei disturbi mentali, anziché rigidamente categoriale.

CRITICA DEL CONCETTO DI EZIOLOGIA IN PSICHIATRIA.
Nel concetto di “eziologia” di un disturbo in Medicina e, ancor più, in Psichiatria vi sono diverse questioni implicite e date per scontate, ma che invece devono essere sempre prese in considerazione nella pratica clinica.
La prima considerazione generale va riferita al concetto stesso di causalità. In termini epistemologici già da molti anni il mondo scientifico, soprattutto nell’ambito della fisica teoretica (relatività, teoria quantistica) ha messo in crisi il concetto di spazio-tempo e di causalità lineare. Senza entrare in sottili disquisizioni fisico-filosofiche, una concezione della causalità in termini di linearità di relazione tra un agente causale (eziologico) ed un effetto conseguente (malattia) è messo in crisi dalla clinica quotidianamente. Non sempre, forse mai, l’esposizione allo stesso agente patogeno induce quadri clinici perfettamente sovrapponibili in due soggetti diversi. Ciò dipende, ovviamente, dal complesso rapporto che viene a crearsi tra un agente patogeno, spesso esogeno ed ambientale, ed organismo inteso come sistema organico, con specifiche caratteristiche geneticamente determinate, in relativo equilibrio omeostatico (salute). In Medicina, la malattia, intesa come perdita dell’equilibrio omeostatico bio-psico-sociale dell’individuo, nasce dall’interazione complessa tra fattori esogeni e fattori endogeni, in un determinato ambiente. In Psichiatria, il modello concettuale, cui ci si riferisce più diffusamente nella teorizzazione ezio-patogenetica dei disturbi mentali, prevede l’interazione complessa di fattori ambientali esogeni (agenti stressanti) con le capacità adattive dell’individuo (vulnerabilità). L’esposizione allo stesso agente stressante può indurre effetti psicopatologici diversi in soggetti diversi, analogamente a quanto avviene negli altri ambiti clinici, studiati dalla diverse branche mediche. Ogni condizione ambientale può divenire più o meno stressante sul piano psico-patogenetico, in rapporto alla specifica sensibilità di soglia del soggetto. Non solo, ma lo stesso stimolo soggettivamente stressante può avere diversa valenza psico-patogenetica, nello stesso individuo, in tempi diversi oppure in contesti diversi. Lungi dal considerare il rapporto eziologico come relazione lineare tra un evento antecedente ed un disturbo mentale conseguente, bisogna approcciare con estrema cautela l’universo dei rapporti che intercorrono tra stimoli ambientali, più o meno soggettivamente stressanti, e malattie mentali, cui si è più o meno vulnerabili.
I problemi legati alla ricerca e alla discussione dell’eziologia di una condizione psico-patologica diventano, obiettivamente, inestricabili se vi è un’estrema difficoltà nel verificare, se tale quadro patologico esiste come entità a se stante. La ricerca eziologica è ulteriormente ostacolata dalla definizione stessa del quadro clinico psico-patologico, in senso clinico e diagnostico-nosografico. Se “esiste in sé”, come definire o delimitare il quadro patologico, in modo soddisfacente? Come si può cercare le cause di qualcosa se non sappiamo di cosa si tratta e, soprattutto, quando non sappiamo se è una cosa sola? Paradossalmente la ricerca delle cause di una condizione clinica, volta a stabilire e definire la condizione clinica medesima, si è dimostrato essere un metodo molto utile in ambito medico. La ricerca d’eventi antecedenti e di correlazioni passate e presenti, nonché la previsione di andamenti evolutivi futuri, aiuta a definire più precisamente le ipotesi ezio-patogenetiche, a dirimere raggruppamenti sindromici disomogenei, associati casualmente, ma anche a strutturarne altri, inizialmente poco evidenti. Comunque, nella ricerca di fattori eziologici del DBP ci sono delle intrinseche difficoltà, in assenza di un costrutto teoretico e di un metodo esterno di validazione. Si crea, infatti, una certa circolarità tra quale aspetto specifico della psicopatologia borderline è considerato fondamentale, nella definizione del disturbo, e quali fattori causali sono privilegiati nella ricerca e nella selezione del campione di individui, definiti come borderline.
Gli studiosi che definiscono il DBP, stressandone gli aspetti clinici affettivi, trovano più evidenti meccanismi affettivi alla base del disturbo. Coloro che definiscono il DBP, sottolineandone i sintomi dissociativi ed i comportamenti autolesivi, sono più inclini ad evidenziare in senso patogenetico le esperienze di abuso sessuale infantile come fattore causale principale del disturbo. Chi definisce il DBP come un disturbo da perdita del controllo sugli impulsi, tende a considerare come principale fattore patogenetico la stessa impulsività, evidenziando con più enfasi i rapporti tra sintomi clinici e loro correlati neuro-biologici.
Il paziente borderline può far emergere le contraddizioni ed i conflitti esistenti, in senso clinico ed interpretativo, tra formazione e prassi clinica ad indirizzo biologico ed approcci clinico-terapeutici di ispirazione psicologica, non solo tra i diversi membri dell’equipe psichiatrica, ma anche stressare, in questo ambito, la vulnerabilità specifica del singolo terapeuta.
Il tentativo scientifico-nosografico di catalogare ed interpretare, in senso ezio-patogenetico, il DBP facilita, più del solito, il confliggere d’atteggiamenti interpretativo-terapeutici di diversa impostazione teorica. Trattare la conflittualità e contraddittorietà intrinseca alla patologia borderline induce, quasi contagiosamente, conflittualità tra gli operatori psichiatrici di diversa formazione clinico-terapeutica, e confusione negli operatori con doppia formazione, medica e psicoterapeutica. Questa conflittualità psichiatrica coinvolge da un lato gli aspetti clinico-terapeutici a orientamento biologico, che considerano i fattori genetici e costituzionali le cause principali delle malattie mentali, privilegiando gli interventi curativi farmacologici, dall’altro la formazione di ispirazione psicologica, che, assiomaticamente, interpreta i disturbi mentali come conseguenti ad esperienze esistenziali negative e, quindi, gli interventi psicoterapeutici, quali fondamentali metodi di cura.
L’esagerata dicotomia tra ognuna di queste posizioni teoretiche tende a sostenere un’interpretazione ezio-patogenetica riduzionistica del disturbo borderline, sia nell’ottica neuro-biologica, sia in quella psico-socio-ambientale.
Tale dicotomia porterà gli operatori psichiatrici di diversa formazione, nel migliore dei casi ad un confronto dialettico, con tendenza ad una progressiva “sintesi” inclusiva di diverse interpretazioni, nel peggiore dei casi all’enunciazione di “verità” inconciliabili ed alla conflittualità esplicita.
Un’ulteriore considerazione critica va avanzata alla assegnazione, in ambito psichiatrico, di una causa specifica ad eventi o comportamenti non specifici. La medicina ed ancor più la psichiatria si configura come una clinica della complessità. Ogni essere umano è, per sua natura unico ed irripetibile nelle sue caratteristiche squisitamente individuali, tanto genetiche che esperienziali. Ogni esperienza di vita è particolarmente complessa e ricca di sfumature, largamente soggettive. Gli esseri umani sono, per loro natura, molto versatili e capaci di notevole adattamento. Le nostre esperienze di vita sono esperite all’interno di una complessa rete di rapporti interpersonali, in contesti socio-culturali diversi ed estremamente variabili. Gli stessi psichiatri non possono esimersi dal partecipare della natura umana, in un determinato contesto sociale e culturale, nonché in una complessa relazione interpersonale con il paziente, su cui proporre diagnosi e ricerche ezio-patogenetiche, non scevre da preconcetti e da errori prospettici ed interpretativi.
Ipotizzare semplicisticamente che un evento qualsiasi o un fattore costituzionale qualsiasi è causa di un qualsiasi aspetto del comportamento umano, è, in sé, fuorviante. Nonostante la consapevolezza della intrinseca complessità, sottesa al comportamento umano, è pur sempre vero che la clinica psichiatrica, ma anche la scienza nella sua interezza, tende a isolare il meccanismo mediante il quale un “fattore eziologico” è il necessario e sufficiente antecedente di un determinato disturbo psico-comportamentale. La questione di una causalità lineare è ovviamente molto più problematica per le “scienze” del comportamento rispetto ad altri settori della ricerca scientifica e della stessa prassi medica, in altri settori della clinica. Se un qualsiasi fattore eziologico fosse necessario e sufficiente per indurre il DBP si dovrebbe correttamente affermare che in ogni paziente affetto da disturbo borderline di personalità dovrebbe sempre essere riconoscibile la presenza di tale fattore causale. L’inversione dell’ordine dei fattori risulta, nella pratica clinica, impossibile. Non si può, cioè, sulla base della diagnosi di DBP prevedere quale specifico fattore eziologico lo abbia causato, in tutti i pazienti riconosciuti come affetti da una personalità borderline.
La presenza per esempio di un disturbo affettivo può essere condizione necessaria ma non sufficiente per l’insorgere di un DBP, tant’è che non tutti i pazienti con disturbi affettivi sviluppano una personalità borderline. Il disturbo affettivo potrebbe essere una concausa, in senso ezio-patogenetico, quindi uno dei fattori implicati nella genesi del DBP, in un sottogruppo di pazienti, ma non può essere considerato “tout court” il fattore causale, forse neanche in un singolo paziente.
Tali considerazioni possono essere riproposte con la stessa validità per i traumi infantili, i disturbi del controllo degli impulsi ed i correlati neuro-biologici. In altri termini, il DBP può essere eziologicamente correlato al disturbo affettivo maggiore, al trauma infantile, al discontrollo degli impulsi, alla disedonia, senza che uno solo di tali quadri sindromici possa essere considerato il fattore eziologicamente specifico per il BPD.
In questa ottica, ha più senso parlare di concause diversamente combinate tra loro che possono contribuire in soggetti con specifica vulnerabilità all’insorgere di un DBP.
Paul Meehl (128) ha studiato questi aspetti delle eziologia del DBP enfatizzando il concetto di “forte influenza”. L’assenza dei fattori eziopatogenetici suddescritti rende improbabile l’insorgenza di un DBP. La loro presenza non è necessaria e sufficiente ad indurre sicuramente e direttamente un DBP, ma aumenta fortemente la probabilità di un’insorgenza del disturbo borderline.
La ricerca sull’eziologia del DBP deve coinvolgere, perciò, una serie di fattori concausali, che possono contribuire, parzialmente, con maggiore o minore incisività, sullo sviluppo del disturbo borderline.
Qualsiasi teoria eziologica deve, inoltre, tenere in debito conto il principio cognitivo-comportamentale, secondo cui i comportamenti gratificanti e/o rinforzati diventano abituali e stabili, talora quasi indipendentemente dalle condizioni di stimolo, che li hanno generati. Alcuni comportamenti, apparentemente disadattivi, come l’infliggersi ferite superficiali multiple o i disturbi dell’alimentazione possono rispondere ad una disturbo di fondo di tipo disedonico, ma anche essere considerati soggettivamente, nel tempo, come efficaci meccanismi di riduzione delle tensioni, non più legati alle condizioni specifiche, che ne hanno prodotto, in origine, l’insorgenza.
La varietà delle ipotesi eziologiche si correla alla varietà delle terapie logicamente conseguenti a ciascuna di queste impostazioni teoretiche.
La dicotomia tra le diverse teorie eziologiche del DBP sembra ripercorrere in termini clinici l’annosa disputa filosofica tra ciò che è innato e ciò che è appreso, nell’ambito del comportamento umano, normale e patologico. E’ ovvio che ciò che ogni essere umano è e diventa viene determinato tanto dalle diverse esperienze esistenziali, quanto da fattori costituzionali e genetici. La dicotomia innato-appreso si esprime, perciò, nella diversa valenza che viene data ai diversi fattori ezio-patogenetici suddescritti su particolari aspetti clinici del DBP.
In termini puramente logici, una plausibile teoria eziologica dovrebbe chiarire il rapporto causale tra fattori ezio-patogenetici e sintomi del DBP, fornendo prove scientificamente valide di tale rapporto. La diversa gravità dei fattori ezio-patogenetici presenti dovrebbe, inoltre, indurre diversi livelli di gravità del disturbo, secondo un continuum dimensionale prevedibile. Una teoria ezio-patogenetica completa dovrebbe anche dare razionali spiegazioni della variabilità di decorso del DBP. Infine, l’efficacia clinica degli approcci terapeutici dovrebbe essere comparabile e correlabile, logicamente, ai fattori eziologici ipotizzati.
Diversi autori hanno prodotto dati clinici che corroboravano i loro assunti assiomatici di partenza rispetto all’ezio-patogenesi del DBP.
Van Reekum e coll., studiando i rapporti tra neuroscienze e quadro clinico del DBP, hanno proposto un’analisi particolarmente suggestiva ed obiettiva. (39)
La trasmissione genetica del DBP non è stata provata scientificamente. Ciò nonostante, sulla base di studi effettuati negli U.S.A. su gemelli separati (129), che hanno studiato l’ereditarietà del temperamento e di tratti della personalità o di predisposizioni comportamentali, tra i quali l’esposizione al rischio e la prudenza (avoidance) è emersa una certa influenza genetica, alla base di alcuni tratti comportamentali, che svolgono un ruolo nello sviluppo del DBP. In altre parole, probabilmente non esiste una genetica del DBP, ma esiste un genetica di fattori comportamentali, più elementari, dal cui sommarsi deriva il DBP.
Alcune disfunzioni cerebrali si verificano più frequentemente nei soggetti con DBP, rispetto alla popolazione di controllo. Ciò si correla all’importanza del ruolo patogenetico svolto dall’impulsività e dalla perdita del controllo sugli impulsi, nella genesi del DBP.
Van Reekum et al. (39) hanno precisato, comunque, nei loro studi su quest’argomento, che le prove scientifiche anche in questo settore restano insufficienti.
130Altri studiosi hanno sottolineato nei pazienti con DBP l’importanza relativa dei comportamenti di tipo impulsivo, quali aggressività, autodistruttività, disturbi della condotta sociale, disturbi della condotta alimentare ed abuso di sostanze. Zanarini et al. (19) hanno, inoltre, evidenziato l’importanza relativa dei substrati biochimici e neurofisiologici dei tratti maladattivi di personalità, come l’impulsività, nell’ezio-patogenesi del DBP, come suggerito anche da Soloff (130).
I soggetti con disturbo borderline di personalità presentano difficoltà nel controllo degli impulsi, ma anche iperreattività a stimoli apparentemente irrilevanti e scarsa modulazione delle espressioni emozionali. Tali sintomi possono presentare specifici ed autonomi substrati biologici, sostanzialmente non differenti dai substrati biologici che controllano quegli stessi comportamenti, anche in soggetto sani (3, 131-132).
Molti studi sui fattori ezio-patogenetici ambientali sottesi al DBP utilizzano come prove gli studi retrospettivi.
I rischi della falsificazione retrospettiva sono alti (37, 133-135) con alti rischi di ipersemplificazione. L’ingiustificata e popolare ipotesi sull’abuso, come fattore principale nella genesi del DBP, suggerisce un semplice e diretto rapporto tra abuso subito e personalità borderline. Tali interpretazioni ezio-patogenetiche risultano sicuramente le più diffusamente accettate fra tutte le altre ipotesi attualmente proposte dagli studiosi.
Le prove che identificano nell’abuso il principale fattore ambientale in grado di indurre o facilitare l’insorgere di un DBP sono forti, molto più dei fattori in origine ipotizzati, ma non adeguatamente verificati in ambito clinico, da Masterson (136).
Il persistere di forti adesioni alle ipotesi interpretative di Masterson e la scarsa rilevanza data all’abuso infantile, nell’ambito della ricerca di fattori ambientali alla base del DBP, insegna quanto sia umano prediligere il pensiero astratto sistematico alla ricerca operativa sul campo, che fornisce dati reali, ma parziali, anziché visioni d’insieme rassicuranti, ma meno aderenti alla realtà.
L’ipotesi dell’abuso infantile, come fattore eziopatogenetico ambientale del DBP non è immune da critiche, soprattutto riguardo alla specificità del rapporto che intercorre tra abuso e genesi delle personalità borderline. Non tutti i soggetti con DBP hanno subito abusi infantili e non tutti i bambini che hanno subito abuso sono divenuti, da adulti, soggetti borderline. Abuso è un termine troppo aspecifico che può includere esperienze traumatiche molto diverse, per tipo, durata ed intensità soggettiva dell’esperienza. Inoltre, gli eventi traumatici hanno diversa risonanza affettiva, in soggetti diversi ed in contesti diversi (25, 131, 137). L’episodica violenza subita da un bambino o da un adolescente, può essere meno destruente dell’ambiente affettivo-relazionale in cui queste violenze vengono perpetrate, avvelenato da abuso di alcol e droghe, trasgressioni, violenze ripetute, inversione del ruolo genitore-figlio, trasformazione di una figura familiare protettiva in una fonte di pericolo e di allarme, relazioni affettive e sessuali caotiche. In questi contesti familiari disturbati e disturbanti, l’interiorità del bambino che ha subito violenza viene irrimediabilmente segnata. Non esistono più relazioni interpersonali sicure, né figure di riferimento e rifugio. Non si può fuggire ai propri pensieri ed ai propri sogni, che ripropongono continuamente, nella mente del bambino la scena della violenza, tutte le sue conseguenze reali o immaginarie, il senso di colpa, la confusione, l’autoaccusa, la vergogna, il senso di indegnità, l’autocondanna.
L’abuso infantile o adolescenziale può non essere episodico, ma protrarsi per tempi ed in ambiti diversi. L’abuso può, quindi, influire sia sullo sviluppo di personalità, sia sull’insorgere di sintomi specifici. L’ipotesi dell’abuso è suggestiva soprattutto perché correla gli eventi infantili con i sintomi e la personalità adulta. Uno degli effetti dell’esposizione ad eventi stressanti, singolo o ripetuti, significativi per l’individuo può essere rappresentato dalle esperienze simil-psicotiche transitorie, legate allo stress. Ciò si correla alle alterazioni cognitive e alle esperienze dissociative dei pazienti borderline, con qualche affinità con la sindrome post-traumatica da stress.
Il problema della specificità resta in ogni caso ancora aperto. Non tutti i bambini violentati divengono poi borderline. L’abuso infantile associarsi anche ad altri quadri psicopatologici. Alcuni studi hanno mostrato che una percentuale variabile tra il 25 % ed il 50% delle pazienti affette da patologia psichiatrica ha subito violenza sessuale o fisica in età infantile e/o adolescenziale (138-148). L’abuso in se stesso, senza qualifiche ulteriori, non è sufficiente a giustificare l’insorgere specificamente di un disturbo borderline.
Sarebbe, perciò, necessario studiare il rapporto esistente tra le caratteristiche del trauma (tipo, intensità, frequenza, età d’inizio e durata degli abusi, rapporti con la figura specifica del responsabile dell’abuso) con specifici quadri clinici psicopatologici (134,135,137,149).
A prescindere da questioni nosografiche è probabile che tutti o quasi i bambini vittime di abusi che hanno superato una specifica e, forse, individuale soglia di violenza, coercizione, intrusività e durata, sviluppino impulsività, comportamenti autolesivi, instabilità nelle relazioni affettive, labilità di umore, episodi dissociativi post-traumatici e problemi di identità.
D’altro canto non tutti i bambini che hanno subito violenza sviluppano necessariamente un disturbo psichiatrico clinicamente rilevante o un disturbo borderline di personalità. Tali soggetti sono meno vulnerabili allo stress, in pratica con migliori capacità d’adattamento e migliori capacità di recupero dopo eventi traumatici. I meccanismi che possono svolgere tali funzioni potrebbero avere base genetica, ma esprimersi anche nella capacità di stabilire una relazione con un’altra persona, che ha fornito un sostegno, un attaccamento ed un accadimento sufficiente a compensare la violenza e l’abbandono subito.
In tal senso, nella ricerca delle basi ezio-patogenetiche della personalità borderline può essere necessario prendere nella giusta considerazione il rapporto reciproco esistente tra basi biologiche del comportamento e fattori esperienziali.
Il problema metodologico principale con cui bisogna confrontarsi in questo tipo di ricerca è quello della falsificazione retrospettiva.
Le tracce mnesiche subiscono vari gradi di distorsione. I pazienti borderline tendono a idealizzare e a svalutare le figure sociali principali di riferimento. L’esperienza pratica con questi pazienti insegna che spesso le loro critiche ed i loro rancori, comprese quelle rivolte al terapeuta, sono ingiustificate e distorte. Qual è il grado d’attendibilità di questi pazienti nella rievocazione d’eventi, emotivamente significativi, ma avvenuti 20 o 30 anni prima? Probabilmente molti pazienti borderline non hanno trascorso un’infanzia terribile con i loro genitori, anche se la descrivono soggettivamente come tale. Le distorsioni mnesiche diventano perciò estremamente rilevanti.
I limiti metodologici succitati, circa la ricerca dei fattori eziopatogenetici ambientali, sottesi all’insorgere di una personalità borderline, sono presenti, evidenti e rilevanti negli studi psicoanalitici.
Le varie teorie psicoanalitiche proposte da Kernberg (150-155), Masterson (136), Rinsley (156), e Adler (157) ipotizzano gravi disturbi dello sviluppo, prevalenti nella fase (18-30 mesi d’età) di separazione-individuazione.
In sintesi, la psicopatologia della madre non permetterebbe, secondo queste interpretazioni, una sana separazione / individuazione e non permetterebbe lo sviluppo di un’introiezione autoconsolatoria. In conseguenza di ciò, le componenti libidiche e aggressive delle rappresentazioni del sé e dell’oggetto non verrebbero integrate. Le emozioni negative, in quest’ottica, non possono essere tollerate. Ne deriverebbe un fragile senso d’identità e il persistere di difese primitive (scissione e identificazione proiettiva) nella vita adulta.
Purtroppo non è mai stata portata alcuna prova sperimentale e scientifica a sostegno di tali complesse interpretazioni psicoanalitiche. Nessuno ha mai dimostrato che i pazienti borderline hanno effettivamente avuto una problematica fase di separazione-individuazione, né che tale gruppo di pazienti n’abbia avuto in maniera significativamente diversa rispetto ai pazienti con altri problemi psichiatrici. Nessuno ha mai dimostrato scientificamente che le difficoltà incontrate a 18-30 mesi d’età sono stati più rilevanti nella genesi del disturbo borderline rispetto a esperienze stressanti successive. Il paradosso, in questo tipo di studi, è rappresentato non dal fatto che le prove raccolte siano dubbie o contraddittorie, ma che non sia presentata né ricercata nessuna prova diversa dalla ricostruzione psicoanalitica di ricordi e rievocazioni anamnestiche del paziente adulto A tal proposito Gedo (158) scrive: “Quando ci si impegna a stabilire una serie di assunti teorici, l’uso potenziale dei dati osservabili si restringe a un esercizio paragonabile all’indossare vestiti ‘pret a porter’ con l’idea che siano fatti su misura”.
Sulle cause sociali e culturali della condizione borderline molto è stato detto, sebbene, ancora una volta, poco è stato dimostrato scientificamente rispetto alla specificità dell’eventuale rapporto causale. Le nuove condizioni sociali che riducono e conflittualizzano i rapporti tra genitori e figli, la perdita di coesione durata dell’istituto familiare e delle altre istanze sociali, più stabili e rassicuranti in epoche e società diverse da quella occidentale moderna, non possono essere chiamate semplicisticamente a giustificare l’insorgere del DBP. L’apparente aumento del numero di soggetti con personalità borderline può, però, dipendere dalla perdita delle capacità familiari di contenimento ed integrazione dei sintomi che costituiscono il quadro borderline. L’odierna perdita di senso dei valori sociali e del valore sociale dell’individuo è un dato di facile constatazione. Tuttavia, forse da sempre, ogni generazione ha guardato alla generazione successiva come fonte di deterioramento dei valori tradizionali. Sebbene le condizioni sociali non sono cause specifiche dello sviluppo del DBP, la perdita dei valori sociali fondanti è, contemporaneamente, causa ed effetto dell’instabilità delle famiglie, della perdita di un solido e condiviso senso morale e della inconsapevole legittimazione dell’egoismo. Tali condizioni possono predisporre la nostra gioventù a sintomi e comportamenti di tipo borderline (159-162).
Il DBP resta storicamente figlio della cosiddetta “schizofrenia pseudonevrotica” (52), così definita per inquadrare nosograficamente quei pazienti “difficili”, che durante la psicoterapia peggioravano (163-164). Parte della popolazione borderline è stata inquadrata, in questa categoria diagnostica, quindi, sulla base degli strumenti terapeutici dei clinici. Non va sottovalutata, in questa prospettiva una componente iatrogena, ma non un fattore eziologico propriamente detto, nella genesi del fenomeno borderline.
Sulla base dei dati anamnestici e d’evoluzione clinica del DBP possono essere distinguibili due principali sottogruppi di soggetti con personalità borderline: I. coloro che hanno subito abusi nell’infanzia e nell’adolescenza, affetti da una sorta di disturbo post-traumatico da stress cronico, con particolari aspetti temperamentali e caratteriali; II. coloro che presentano un rapporto stretto tra disturbi del tono dell’umore e sintomi borderline nell’adolescenza e nella prima parte dell’età adulta e che normalmente presentano una sintomatologia in regressione entro la quarta decade di vita. Tutti i fattori ambientali incidono, comunque, su esseri umani, frutto di una lunghissima e complessa evoluzione biologica. Va sempre considerato, perciò, con attenzione il ruolo svolto dalla neuro-biologia nella patogenesi dei sintomi, in ogni soggetto affetto da personalità borderline, come in ogni altra condizione psicopatologica (165-174).

CONCLUSIONI
In conclusione si può ipotizzare l’esistenza di quattro possibili modelli ezio-patogenetici per il disturbo borderline di personalità.
I. Un danno cerebrale, prevalente a livello della regione orbito-limbico-frontale, potrebbe causare un disturbo del controllo degli impulsi, instabilità emotiva ed affettiva, disfunzioni cognitive specifiche ed una vulnerabilità allo scompenso psicotico. La condizione neuro-biologica predisponente potrebbe dipendere da danni anatomo-funzionali (175), disfunzioni cognitive ed iperattività limbica, con o senza crisi epilettiche (64), oppure ad alterazioni neuro-chimiche monoaminiche, coinvolgenti il tono serotoninergico e dopaminergico cerebrale (176). La sintomatologia clinica, sociale e interpersonale, verrebbe, comunque, modulata, successivamente, da fattori sociali, educativi e traumatici (177-187).
II. I pazienti con DBP potrebbero convivere nella loro infanzia con altri membri della famiglia, spesso i genitori stessi, con il medesimo disturbo. Ciò esporrebbe i pazienti a comportamenti disturbanti quali l’abuso di sostanze, l’instabilità delle figure genitoriali, la conflittualità espressa tra genitori, nonché episodi di ‘abuso fisico e/o sessuale. Comportamenti di questo genere possono alterare persistentemente lo sviluppo psico-sessuale normale ed indurre modelli comportamentali disfunzionali attraverso l’apprendimento per imitazione. L’insorgere di una personalità borderline potrebbe conseguire, in tale prospettiva ad un disturbo dello sviluppo del paziente per esposizione a comportamenti aggressivi, messi in atto da membri della famiglia, con analogo disturbo dello sviluppo. Paradossalmente, lo sviluppo di tale disturbo di personalità potrebbe essere adattivo al contesto familiare in cui il paziente è vissuto in età infantile e adolescenziale.
III. Il disturbo borderline di personalità è da considerarsi alla stregua di un disturbo di controllo degli impulsi, con aspetti di predisposizione genetica. Lo scarso controllo degli impulsi faciliterebbe il rischio di danni cerebrali, traumatici o da abuso di sostanze, che, a loro volta, possono peggiorare il preesistente disturbo di controllo degli impulsi (188) con conseguenti e secondari deficit cognitivi. In alcuni pazienti, la disfunzione cerebrale potrebbe non dipendere da un precedente disturbo del controllo degli impulsi, svolgendo, in questa sottopopolazione di pazienti con DBP il ruolo di causa principale ed organica dell’impulsività. I comportamenti impulsivi e gli aspetti cognitivi connessi, in assenza di capacità d’autocontrollo e modulazione nei rapporti interpersonali, indurrebbero ripetuti fallimenti nelle relazioni affettive e sociali, associandosi in seguito, a depressione, rabbia ed episodi dissociativi.
IV. La strutturazione evolutiva della personalità potrebbe necessitare di un livello minimo di funzionamento cognitivo, e quindi, di un livello minimo di integrità funzionale del SNC. Qualsiasi fattore esogeno o endogeno sufficiente ad indurre danni cognitivi, superiori a questo livello minimo di funzionamento, potrebbe indurre lo sviluppo di una personalità borderline. Infatti, i danni cerebrali, in soggetti con precedenti elevati livelli di funzionamento, influiscono poco sui comportamenti e sulla strutturazione di personalità rispetto a quanto gli stessi insulti cerebrali possano influire nel caso di individui in età evolutiva e con minori capacità cognitive. Una predisposizione genetica, la contemporanea presenza di un disturbo affettivo o di una vulnerabilità psicotica, ma anche le conseguenze di un’esperienza traumatica, episodica o ripetuta nel tempo, potrebbero condurre allo sviluppo di una personalità borderline (189-198).
Tali ipotesi interpretative possono non essere reciprocamente alternative. Si può, cioè, ipotizzare che sussistano nel singolo paziente diversi fattori neuro-biologici di predisposizione e diversi fattori ambientali, educativi e traumatici, che abbiano svolto un loro specifico ruolo nella genesi del disturbo di personalità. Razionalmente, non tutti i pazienti con lo stesso disturbo “finale” di personalità devono, perciò, necessariamente presentare una sequenza rigida di fattori predisponenti, causali o concausali rispetto allo sviluppo psicopatologico (199-201). La condizione di personalità borderline potrebbe essere, perciò, generata da fattori diversi in soggetti diversi, sebbene i principali fattori patogenetici, implicati in questo sviluppo psicopatologico, possano essere riconosciuti tra quelli trattati in questa breve rassegna.
Un’interpretazione causale lineare è semplicistica e riduttiva nelle scienze fisiche, alla luce delle più moderne teorizzazioni scientifiche, che trattano, ormai, di causalità circolare. In medicina ed ancor più in psichiatria la ricerca di una causalità rigidamente lineare risulta, nei fatti, anacronistica e lontana dalla realtà clinica.
Tali considerazioni conclusive risultano essere gravide di conseguenze cliniche sia sul piano diagnostico sia sul piano terapeutico. Ulteriori sforzi vanno riservati alla valutazione obiettiva dei risultati terapeutici ottenuti con l’applicazione di strumenti di intervento sia psicoterapeutici sia farmacologici, in una ottica ampia di tipo bio-psico-sociale (202-210).

Il Disturbo di Personalità: una brutta bestia difficile da riconoscere e da trattare

Il termine “Disturbo di Personalità” si applica a condizioni psichiche caratterizzate dalla disfunzionalità stabile nel senso dell’ identità soggettiva, quindi nel pensiero, nei comportamenti, nelle relazioni interpersonali e nella regolazione degli stati emotivi. Queste patologie, che esordiscono nella tarda adolescenza e tendono a protrarsi per gran parte dell’età adulta, comportano spesso una grave compromissione nella capacità di realizzarsi nello studio, di mantenere una carriera lavorativa, di avere relazioni affettive soddisfacenti e di crearsi un proprio posto nella comunità sociale. Se la maturazione individuale consiste nella “capacità di amare e lavorare”, il perseguimento di tali obiettivi è seriamente ostacolato in queste persone.
Malgrado ciò gli studi epidemiologici hanno evidenziato che molte persone, affette da queste patologie, non cercano un trattamento specialistico perchè percepiscono come naturale il proprio modo distorto di pensare e di comportarsi, o tutt’al più attribuiscono le cause della loro sofferenza all’ ambiente che li circonda. La cura di queste patologie, che colpiscono il 10% della popolazione, è l’unico modo per raggiungere e mantenere una qualità soddisfacente della vita socio-relazionale.
Nella loro pratica clinica, tuttavia, psichiatri e psicologi incontrano regolarmente pazienti che, dopo aver richiesto l’aiuto dello specialista, non rispondono adeguatamente alle procedure terapeutiche abituali. Nel caso delle terapie farmacologiche, gli psichiatri assistono a miglioramenti iniziali che lasciano presto il posto al riacutizzarsi di sintomi come la depressione, l’ansia,  i pensieri negativi, l’ impulsività e altre disregolazioni del comportamento, come l’uso di sostanze o alterazioni del comportamento alimentare. In altri casi emergono imponenti effetti collaterali che minano la possibilità di proseguire nel trattamento.
I terapeuti di ogni indirizzo devono fare fronte alle reazioni negative di questi pazienti alla terapia stessa. Questi pazienti si lamentano della inefficacia della cura, o accusano il dottore di non capire la vera natura dei loro problemi o di  non essere sufficientemente coinvolto e interessato. Ma vi sono anche reazioni di segno opposto, marcate da una eccessiva dipendenza, che porta i pazienti “difficili” a  cercare contatti al di fuori delle visite regolari con richieste immediate, che vanno nella direzione opposta agli obiettivi della terapia. Nel peggiore degli scenari la potenziale impulsività e la tendenza ai comportamenti autolesivi sono di tale gravità che il terapeuta deve unicamente preoccuparsi della sopravvivenza fisica del paziente .
In breve alcuni pazienti diventano insidiosamente più “difficili” o “problematici”, al punto da creare  talvolta gravi difficoltà nel management clinico. Gran parte di questa problematicità sorge da una inadeguata attenzione alla componente della patologia che deriva dalla organizzazione di personalità del paziente. Condizioni che a prima vista sembrano diagnosticabili in Asse I (secondo il DSM-IV-TR) come patologie d’ansia o dell’umore, possono rivelarsi come Disturbi di Personalità soltanto quando, sfortunatamente,  il trattamento è già in fase avanzata. Il disturbo borderline è il più frequente nella pratica clinica, ma anche i disturbi narcisistico, dipendente, depressivo-masochisitico, istrionico, paranoide e schizoide richiedono una estrema attenzione alle dinamiche di funzionamento di personalità, e l’ implementazione di strategie psicoterapiche di trattamento, come la Transference Focused Psychotherapy, mirate alla realtà intrapsichica.

La Personalità Borderline: ostica per gli esperti, figurarsi per parenti e amici

Molti pazienti con questo disturbo presentano non solo sintomi come depressione, ansia, ossessioni o fobie, per i quali l’aiuto è tipicamente richiesto, ma anche uno scarso controllo delle emozioni e dell’aggressività, una insufficiente comprensione di sé e una scarsa tolleranza per il processo del trattamento.

Diagnosi

Il termine “borderline” ha una lunga storia. A partire dal XVIII secolo, un ristretto numero di medici iniziò a studiare i pazienti ricoverati negli ospedali psichiatrici, scoprendo che alcuni di questi non avevano assolutamente perso la  capacità di ragionare. Seppure in grado di distinguere cosa fosse reale da cose non lo fosse, soffrivano tuttavia terribilmente per tormenti emotivi causati dall’impulsività e dalla rabbia, oltre che per una complessiva difficoltà nella gestione di sé.  Sembravano vivere in una zona di confine (“borderline”, appunto) tra la follia e la normalità.
Per tutto il secolo successivo questi soggetti, che non erano né folli né sani mentalmente, continuarono a mettere in difficoltà gli psichiatri. Era in questa “zona di confine” che la società e gli psichiatri avevano collocato i criminali, gli etilisti, le persone con intenti suicidari, le persone instabili emotivamente e imprevedibili nel comportamento, allo scopo di separarli da un lato da quelli con patologie psichiatriche chiaramente definite (ad esempio quelli che poi verranno definiti come schizofrenici e maniaco depressivi o con disturbo bipolare), e dall’altro dalle persone “normali”.
Agli albori della psicoanalisi si pensava che questa nuova tecnica avrebbe curato tutte le persone disturbate mentalmente, tranne i pazienti gravemente psicotici. Ma con il passare degli anni ci si è resi conto che anche i pazienti collocati su questa zona di confine, pur non essendo psicotici, non rispondevano alla psicoanalisi come i terapeuti si aspettavano. Gradualmente i terapeuti cominciarono a riconoscere e a diagnosticare questi pazienti non tanto per i loro sintomi quanto piuttosto per i particolari problemi sottostanti ai sintomi, cioè alla organizzazione della loro personalità, e per gli effetti che questi pazienti avevano sugli altri.

I sintomi dei pazienti borderline sono simili a quelli per i quali la maggior parte delle persone chiede aiuto agli psichiatri: depressione, oscillazioni dell’umore, uso e abuso di farmaci, alcol, abboffate o digiuni, ossessioni, fobie, sentimenti di vuoto, e incapacità a sopportare la solitudine.
Inoltre, questi pazienti mostrano grande difficoltà nel controllare la rabbia, sono insolitamente impulsivi, si innamorano e disamorano repentinamente, tendono a idealizzare gli altri e poi improvvisamente li disprezzano. Una conseguenza di tutto ciò è che tipicamente chiedono aiuto ad un terapeuta e poi improvvisamente interrompono con intenso disappunto e rabbia.
Dietro a tutti questi sintomi i terapeuti hanno cominciato a vedere nei pazienti borderline una incapacità a tollerare quei livelli di ansia, frustrazione, rifiuto e perdita che la maggior parte delle persone è in grado di gestire, una difficoltà a calmarsi e a controllare gli impulsi per l’espressione sia di amore che di odio. L’elemento caratteristico di cruciale importanza nei sintomi e nelle difficoltà sopra menzionate consiste in una grande difficoltà di mantenere una identità individuale ( o senso di sé)  stabile e coerente, con oscillazioni tra punte di euforia e grandiosità, e crolli depressivi con drammatici sentimenti di inadeguatezza: “Chi sono?” si chiedono queste persone, “la mia vita è un caos: a volte penso che posso fare di tutto, altre volte voglio morire perché mi sento totalmente incapace, senza aiuto e disgustoso. Mi sento come se fossi molte persone anziché una persona sola”.
La parola che meglio caratterizza la personalità borderline è “instabilità”. Le emozioni sono instabili, ampiamente fluttuanti, spesso senza una ragione evidente. I processi di pensiero sono instabili: a volte razionali e chiari, altre volte estremi e distorti. Il comportamento è instabile: periodi con un comportamento eccellente, elevata efficienza e affidabilità si alternano a improvvise regressioni a condizioni infantili di impotenza e rabbia, con improvvise interruzioni nel lavoro, ritirandosi nell’isolamento, fallendo.
L’autocontrollo è insufficiente con conseguenti comportamenti impulsivi e relazioni caotiche. Una persona con disturbo borderline di personalità può essere estremamente compiacente con una marcata sottomissione verso gli altri per poi diventare improvvisamente accusatorio, rivendicativo, aggressivo ribellandosi improvvisamente in modo esplosivo.
Accanto a questa instabilità c’è una terribile ansia, colpa e auto disprezzo per il quale si cerca sollievo a qualunque costo con medicine, droghe, alcool, abbuffate, suicidi tentati o compiuti. Purtroppo per molti pazienti borderline le autolesioni diventano una fonte di sollievo più rapida di qualunque altro intervento terapeutico: tagliarsi o bruciarsi ferma l’ansia temporaneamente.

Il risultato principale di tutto questa complessa situazione è grave: i membri della famiglia non sanno mai cosa aspettarsi dal loro volubile fratello o coniuge, se non una serie di gravi problemi come minacce e tentativi di suicidio, autolesioni, esplosioni di rabbia e recriminazione, matrimoni ma rapidi divorzi, gravidanze e aborti impulsivi; ripetuti inizi e interruzioni di lavori o carriere scolastiche. Tutto questo provoca nella famiglia un sentimento di dolorosa impotenza per l’incapacità a fornire aiuto.
Pertanto, l’effetto della malattia sulla vita del paziente è ugualmente profondo: si perde il lavoro, i successi sono irraggiungibili, le relazioni distrutte, le famiglie rovinate. Il risultato finale è spesso il fallimento di una vita promettente o un tragico suicidio.

Cause

Quali sono le cause della patologia definita Personalità Borderline? Non è stata identificata nessuna causa singola quanto piuttosto una combinazione di fattori che comprendono una vulnerabilità ereditaria, un particolare temperamento, esperienze traumatiche precoci di vita, e lievi disturbi neurologici e ormonali. Tutti questi fattori interagiscono tra di loro e, successivamente, producono reazioni problematiche nei genitori e negli insegnanti con un conseguente rinforzo del problema.

Innanzitutto, per quanto riguarda la vulnerabilità ereditaria, l’evidenza di un fattore genetico in almeno alcuni casi è stata dimostrata da un recente studio secondo il quale i disturbi borderline di personalità sono considerevolmente più frequenti tra gemelli identici di pazienti borderline di quanto non siano nella popolazione generale. Questi studi suggeriscono ma non dimostrano assolutamente una tendenza ereditaria. I pazienti borderline hanno più parenti con disturbi dell’umore, alcolismo e suicidio di quanto non abbiano le persone che non hanno un disturbo borderline di personalità.

Per quanto riguarda il temperamento, come è noto, i neonati sono molto differenti  tra loro per stabilità fisica ed emotiva. I bambini che sin dall’inizio sono difficili da consolare, irregolari nell’alimentazione e nel sonno, e che reagiscono con una rabbia insolitamente intensa alla frustrazione o al dolore, sono quelli che più verosimilmente svilupperanno un disturbo borderline di personalità. Ma non si può assolutamente affermare che neonati difficili manifesteranno da adulti un disturbo borderline di personalità. Inoltre, le madri di alcuni pazienti borderline riferiscono che questi da bambini erano insolitamente tranquilli e facili.

Venendo alle esperienze precoci di vita, molti pazienti borderline hanno vissuto numerosi eventi dolorosi nella loro infanzia. La ricerca ha suggerito che l’abuso fisico e sessuale nell’infanzia, la precoce perdita di un genitore causato dalla morte o dal divorzio, la presenza di molteplici figure di accudimento, la trascuratezza dei genitori, sono tra i fattori di rischio per lo sviluppo di un disturbo di personalità. Tuttavia, non tutti i bambini che hanno sofferto per queste esperienze diventano personalità borderline. Inoltre, alcune persone che crescono in famiglie stabili e sembrano non aver avuto nessuna sofferenza infantile possono sviluppare una personalità borderline.
Per quanto riguarda i fattori neurologici e ormonali, vediamo che molti adulti borderline hanno avuto nell’infanzia problemi di sviluppo, altri hanno avuto varie difficoltà di apprendimento, altri ancora avevano convulsioni, o mostravano anomalie nelle loro onde cerebrali. Infine, alcune donne vivono  una particolare difficoltà emotiva nel loro ciclo mestruale. Ma ancora, non tutti i pazienti borderline hanno questi problemi e non tutte le persone con questi problemi hanno un disturbo borderline di personalità.

Si può facilmente vedere come tutti questi elementi possono interagire: un bambino irritabile, inconsolabile, che non riesce a stabilizzarsi in un orario dei pasti regolare, che non riesce a dormire tutta la notte, con umore collerico apparentemente senza motivo, può trasformare una normale buona madre in una madre nervosa e irritabile. Genitori incapaci di calmare e rassicurare un bambino agitato diventano frequentemente aggressivi e abusanti, diversamente da come si comporterebbero con un bambino che reagisce in un modo prevedibile.
Due esperienze sono  molto comuni durante la crescita dei soggetti con disturbo borderline. Una è l’esperienza di essere giudicati come apparentemente competenti. Infatti, poiché queste persone sono spesso molto capaci, sensibili, intelligenti e acute, è molto difficile per gli altri prenderle sul serio quando crollano disperate e rabbiose per una piccola frustrazione, e commettendo clamorosi errori di giudizio.  Di fronte ad uno psicotico che si comporta in quel modo si tende a essere comprensivi, pensando “non può farne a meno”; invece ad una persona borderline si dice “non è poi così grave ciò che ti sta succedendo”, “concentrati, cresci, non fare il rammollito, lo sai perfettamente”. Il loro comportamento è spesso considerato come intenzionale, manipolatorio, “alla ricerca di attenzione”.
La seconda esperienza caratteristica è legata al fatto di essere apparentemente una persona competente, e consiste nell’esperienza di essere disconfermati: “la tua sofferenza non è così grave”, “il tuo mal di testa, la tua ansia non sono assolutamente peggiori di quelle degli altri: perché fare tanto chiasso?” Essere disconfermati aumenta l’auto disprezzo dei borderline. La maggioranza dei pazienti borderline che arrivano agli psichiatri sono donne. Non ne sappiamo il motivo ma i ricercatori ipotizzano che ciò rifletta l’effetto combinato del fatto che sono più donne che uomini ad essere vittime di abuso sessuale nell’infanzia, con la tendenza degli uomini ad esprimere la loro instabilità emotiva attraverso una aggressività diretta verso l’esterno piuttosto che rivolta verso di sé. Recentemente, si considera che l’ esplosività e il discontrollo emotivo rappresentano la “forma” che la patologia assume, in generale, nelle donne, mentre l’ aggressività e le tendenze antisociali sono la “forma” della patologia negli uomini.

Trattamento

Nel momento in cui ad una persona viene diagnosticato un disturbo borderline di personalità è già stato provocato un grave stress in tutti i componenti della famiglia. Per questa ragione è consigliabile che inizialmente tutta la famiglia cerchi un aiuto specialistico. Spesso i famigliari si rendono conto che hanno bisogno e chiedono esplicitamente una terapia famigliare.
La psicoterapia individuale ambulatoriale può essere di due tipi. In un caso mira ad aiutare il paziente a controllare i comportamenti disfunzionali, offre ha il vantaggio della semplicità (formare terapeuti di questo genere non è complesso) ma impone lo svantaggio di non affrontare i nodi cruciali della personalità, in primo luogo l’ organizzazione della identità individuale. Al contrario le terapie dinamiche, come la Transference Focused Psychotherapy, un trattamento intensivo di media durata,  mira ad affrontare i nodi della organizzazione intrapsichica della personalità ma comporta, per i professionisti, il costo di un training impegnativo per acquisire la tecnica terapeutica e non può essere erogata nel breve spazio temporale. Le ricerche empiriche, che hanno confermato la efficacia di alcune psicoterapie, confermano che soltanto la TFP incrementa le funzioni psicologiche che vanno sotto il nome di “funzione riflessiva”, che è alla base della capacità personale di regolare il controllo del comportamento e degli affetti. Nella TFP il terapeuta lavora con il paziente per capire i significati e i motivi del suo comportamento, e per rafforzare le sue capacità di sopportare le frustrazioni, la rabbia, la solitudine evitando di agire impulsivamente questi sentimenti.
La maggior parte dei pazienti borderline ha bisogno di una psicoterapia che sia molto focalizzata sui sentimenti che sottostanno al loro problema di “pensare bianco o nero”, “tutto o nulla”, per cui vivono gli altri o loro stessi a volte come meravigliosi, e a volte privi di qualunque valore. Le famiglie possono avere bisogno di sostegno per i primi anni di psicoterapia allo scopo di fornire il supporto emotivo di cui il paziente ha bisogno e per evitare problematiche interazioni con il paziente. Il supporto appropriato prevede anche l’imparare a porre dei limiti al paziente, anziché cedere a minacce o irragionevoli richieste.

Una psicofarmacologia può rendersi necessaria durante il trattamento psicoterapico dei soggetti borderline. Qualora siano contemporaneamente presenti altri disturbi psichiatrici (come depressione maggiore, disturbo bipolare, disturbi d’ansia, disturbi alimentari, disturbo da uso di sostanze) questi devono ricevere il trattamento previsto dalle linee guida cliniche per le varie patologie. Inoltre, sintomi tipici della patologia borderline quali marcate oscillazioni del’umore, impulsività, e sentimenti di rabbia possono beneficiare di una terapia con farmaci comunemente usati per trattare altri disturbi, quali stabilizzatori dell’umore (es. lamotrigina, valproato), antipsicotici atipici (es. olanzapina, aripiprazolo) ed antidepressivi di nuova generazione (es. SSRI, SNRI). L’uso di queste categoria di farmaci anche per controllare l’ansia nei periodi di grave stress sembra davvero preferibile a quello di farmaci ansiolitici (benzodiazepine), che dovrebbero invece essere somministrati con cautela ed in ogni caso solo per brevi periodi, poiché possono comportare il rischio di effetti paradossi o tolleranza.

Se la terapia ambulatoriale arriva ad uno stallo o è interrotta da ripetuti tentativi di suicidio, o se il paziente non può stare stabilmente in terapia e continua a distruggere la propria vita e quella degli altri, la famiglia e il paziente possono aver bisogno di una consultazione in un centro specializzato nella terapia del disturbo borderline di personalità. Una accurata valutazione può portare alla prescrizione di una terapia individuale più specifica, integrando con una terapia di gruppo o della famiglia, oppure una terapia per l’abuso di sostanze o ancora una terapia più intensiva come un ricovero o un day hospital.
Il trattamento in day hospital è utile sia per mettere i pazienti in condizione di capire i propri problemi e i loro effetti sugli altri, sia per mettere i pazienti in contatto con altri che stanno lavorando su problemi simili. I pazienti borderline tendono a supportarsi reciprocamente, a volte in modo negativo, ma più spesso in un modo molto positivo. Incontrare “pari” capaci di parlare di sé in modo sincero e diretto, risulta spesso molto efficace nel fare breccia nelle negazioni di responsabilità o nelle accuse agli altri, a causa delle quali diventa difficile vedere i propri problemi. Raggiungere la consapevolezza della malattia e la determinazione di superarla sono requisiti fondamentali per un trattamento di successo.

 Decorso ed esito

Senza un trattamento adeguato la malattia può durare per tutta la vita e troppo spesso finisce in un’esistenza insoddisfacente o nei casi peggiori nel suicidio. Con un buon trattamento l’esito è decisamente favorevole in molti casi. Tra i 500 pazienti studiati dal Michael Stone al Psychiatric Institute- Columbia University di New York nell’arco di più di vent’anni, 4 su 10 sono clinicamente guariti a 10-20 anni dal loro ingresso nello studio, al momento del ricovero. Il 75% sono autosufficienti e stanno abbastanza bene. La percentuale di suicidio è del 7% a 16 anni dal ricovero. I pazienti guariti sono quelli che hanno continuato la psicoterapia per anni.

Ecco un elenco di alcuni personaggi abbastanza celebri con disturbi di personalità…Potremmo applicare vari criteri per cercare di capire cosa li ha portati ad esserlo: la predisposizione genetica, lo stress, l’eccessiva sensibilità, l’uso di droghe, traumi o perdite di vario tipo… O semplicemente, per i più esoterici, l’influenza astrale e della numerologia…Non lo sapremo mai con decisiva certezza…

Per comodità (ma anche per deformazione professionale, che mi porta alla correttezza filologica), e per chi credesse alle teorie astrali e numerologiche, riporterò, oltre ai nomi dei personaggi, anche le date di nascita e, dove ci sono, quelle di morte…Cosicché, in caso qualcuno voglia farsi delle paraseghe astrologiche o di numerologia possa sbizzarrirsi…So che i personaggi magari non ci azzeccano nulla l’uno con l’altro, ma sono accomunati dalla loro grande popolarità…E dal Disturbo Borderline…

– Angelina Jolie (Los Angeles, 4/6/1975, Gemelli), Borderline

 

 

– Kurt Cobain (Aberdeen, 20 febbraio 1967Seattle, 5 aprile 1994, Pesci), Borderline

 

– Jim Morrison  (Melbourne, Florida, 8 dicembre 1943Parigi, 3 luglio 1971, Sagittario), Borderline

 

Klaus Kinski (Sopot, Polonia, 8 ottobre 1926 – Lagunitas, California, USA, 23 novembre 1991, Bilancia), Borderline e Disturbo Narcisistico di Personalità

 

Diana Spencer, conosciuta anche come Lady D (Sandringham, 1º luglio 1961Parigi, 31 agosto 1997, Cancro), Borderline

 

Marilyn Monroe (Los Angeles, 1º giugno 1926Los Angeles, 5 agosto 1962, Gemelli) Borderline

 

– James Dean (Marion, 8 febbraio 1931Cholame, 30 settembre 1955, Acquario ), Borderline

 

 

 

 

 

 

Il termine “Borderline” è nato nei primi del novecento (Huges, 1884; Rosse, 1890) per indicare alcuni pazienti la cui patologia non era classificabile né come nevrosi (i conflitti e i problemi quotidiani condivisi dalla maggior parte delle persone), né come psicosi (i disturbi mentali più gravi, come la schizofrenia), pur presentando sintomi comuni ad entrambe le condizioni.

Il termine Borderline, infatti, significa “limite” o “linea di confine”, e indica la principale caratteristica del disturbo: come una persona che cammina su una linea di confine tenderà a sconfinare in due differenti territori, così il paziente affetto da Disturbo di Personalità Borderline oscilla tra normalità e follia, senza vie di mezzo.

A partire da questa iniziale definizione, ormai in larga parte abbandonata, Zanarini e Gunderson nel 1990 basandosi soprattutto su criteri diagnostici descrittivi individuarono i seguenti tratti distintivi del disturbo borderline: tendenza a perdere il contatto con la realtà; automutilazioni (tagli, bruciature); tentativi di suicidio; paura di essere abbandonati; intenso bisogno e ricerca dell’altro alternato a comportamenti apparentemente  arroganti e sprezzanti.

I pazienti Borderline spesso alternano periodi di relativa normalità, in cui si mostrano sufficientemente equilibrati, a periodi in cui il funzionamento psichico appare fortemente compromesso, con violente crisi di rabbia, tentativi di suicidio, paranoia.

Il disturbo borderline di personalità è una entità diagnostica molto controversa. Talvolta non viene neanche riconosciuto come un disturbo specifico, ma come una classificazione in cui inserire tutti quei casi non meglio diagnosticabili in altro modo. In realtà il disturbo borderline presenta delle caratteristiche specifiche piuttosto ben riconoscibili.
E’ fondamentalmente un disturbo della relazione, che impedisce al soggetto di stabilire rapporti di amicizia, affetto o amore stabili nel tempo. Si tratta di persone che trascorrono delle vite in uno stato di estrema confusione ed i cui rapporti sono destinati a fallire o risultano emotivamente distruttivi per gli altri. Le persone affette da questo disturbo  trascinano altri, parenti e partner in un vortice di emotività,  dal quale spesso è difficile uscire, se non con l’aiuto di un esperto. Questi soggetti, infatti, sperimentano emozioni devastanti e le manifestano in modo eclatante, drammatizzano ed esagerano molti aspetti della loro vita o i loro sentimenti, proiettano le loro inadempienze sugli altri, sembrano vittime degli altri quando ne sono spesso i carnefici e si comportano in modo diverso nel giro di qualche minuto o ora.
Il disturbo borderline è stato spesso associato a eventi traumatici subiti nell’infanzia, quali abusi sessuali o fisici, ma non è detto che ciò sia sempre vero.
L’aspetto più evidente e preoccupante del disturbo borderline è che presenta sintomi potenzialmente dannosi per il soggetto (abbuffate, uso e abuso di sostanze, guida spericolata, sessualità promiscua, condotte antisociali, tentativi di suicidio, ecc.) e si associa a scoppi improvvisi di rabbia intensi.
Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quarta edizione (APA, 1994) il disturbo borderline è caratterizzato da:

Una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore ed una marcata impulsività, comparse nella prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:
1) sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono.
2) un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione.
3) alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili.
4) impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto come ad esempio spendere eccessivamente, promiscuità sessuale, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate, ecc.
5) ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari, o comportamento automutilante.
6) instabilità affettiva dovuta ad una marcata reattività dell’umore (per es., episodica intensa disforia, irritabilità o ansia, che di solito durano poche ore, e soltanto raramente più di pochi giorni).
7) sentimenti cronici di vuoto.
8) rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia (per es., frequenti accessi di ira o rabbia costante, ricorrenti scontri fisici).
9) ideazione paranoide, o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress.

I Disturbi del Comportamento Alimentare maggiormente diffusi e studiati sono l’Anoressia Nervosa e la Bulimia Nervosa. Essi sono frequenti tra i pazienti Borderline (soprattutto tra le donne) probabilmente a causa della funzione assunta dal disturbo alimentare nella gestione delle emozioni: astenersi dal cibo, abbuffarsi, o vomitare sono strategie spesso utilizzate dal Borderline per distrarsi o contenere le emozioni dolorose. Caratteristica comune ad entrambi i disturbi è la presenza di una distorsione nella percezione del peso corporeo e della propria immagine; la variante più grave di quest’ultima caratteristica viene definita Disturbo di Dismorfismo Corporeo o “Dismorfofobia”, e comporta eccessiva preoccupazione per una caratteristica fisica, immaginata o esagerata (spesso seno, cosce, fianchi per le donne e torace, addome, genitali, capelli per gli uomini).

LA DIAGNOSI DEL DISTURBO DI PERSONALITA’ BORDERLINE

Il manuale dei disturbi mentali (DSM-IV, APA, 1994) definisce i tratti di personalità come “modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi”.

Questi tratti, normalmente flessibili e adattabili, in soggetti affetti da Disturbo di Personalità sono caratterizzati da rigidità e difficoltà di adattamento a contesti diversi.

Lo strumento diagnostico più affidabile per la valutazione dei tratti della personalità, e della loro possibile variante patologica, è indubbiamente l’intervista diagnostica SCID-II (Structured Clinical Interwiew For DSM-IV Axis II). Questa intervista semi-strutturata, che si basa direttamente sui criteri del DSM-IV, si sviluppa attraverso uno o più colloqui clinici approfonditi, con valutatore esperto (per una durata massima di 2 – 3 ore), atti a valutare l’eventuale presenza di un disturbo della personalità, o anche solo di alcuni tratti di personalità patologici. Questo procedimento diagnostico viene definito categoriale, comportando come prodotto finale l’inserimento, o il non inserimento, del paziente in una categoria diagnostica (ad es. il Disturbo Borderline).

Westen e Shedler hanno cercato di risolvere alcune criticità della SCID-II creando uno strumento denominato SWAP-200 (Shedler Westen Assessment Procedure). La diagnosi in questo caso avviene attraverso la compilazione 200 descrittori da parte del clinico (non è richiesta la presenza del paziente), che deve comunque possedere una conoscenza approfondita, sia dello strumento, sia del paziente in oggetto (dovrebbe aver sostenuto almeno 3-4 colloqui clinici). Il test offre un risultato sia categoriale, sia dimensionale, rispetto alle categorie diagnostiche standard del DSM-IV, e alle categorie identificate dagli autori come significative, solo parzialmente sovrapponibili alle precedenti; ciò si traduce nella possibilità di osservare anche minime sfumature patologiche, così come potenziali risorse cui fare appello.

Esistono anche dei protocolli diagnostici specifici per il Disturbo Borderline di Personalità, ma la loro specificità potrebbe determinare una perdita di materiale importante rispetto ad altri disturbi “limitrofi”, quindi vengono utilizzati maggiormente in contesti dui ricerca, piuttosto che clinici.

Più nel dettaglio, il Disturbo di Personalità Borderline è caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, instabilità dell’immagine di sé e degli affetti, e impulsività.

I pazienti con Disturbo Borderline spesso vivono nel timore dell’abbandono e compiono sforzi disperati per evitarlo: anche nel caso di separazioni di breve durata reagiscono con rabbia e disperazione.

Le relazioni con gli altri nel Disturbo Borderline sono instabili ed intense, caratterizzate da iniziale idealizzazione, che li induce a desiderare una vicinanza ed intimità totali e incondizionate anche con persone appena conosciute, ma che spesso si tramuta rapidamente in svalutazione di fronte alla sensazione che questi non si dedichino completamente a loro.

I soggetti Borderline attuano frequenti cambiamenti d’obiettivo, di valori, d’aspirazioni riguardanti carriera, identità sessuale, amicizie. Manifestano impulsività in differenti aree potenzialmente dannose per il sé: spese eccessive, sessualità, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate alimentari.

Frequenti sono anche i comportamenti autolesivi, come il procurarsi volontariamente tagli e bruciature, e i tentativi di suicidio, che giungono a compimento nell’8-10% dei casi. I soggetti con Disturbo Borderline sembrano trarre sollievo dalle emozioni violente generate dai comportamenti autolesivi poiché ristabiliscono la capacità di provare sensazioni e di percepirsi come vivi e reali (utilizzando il dolore fisico come un’automedicazione, come un modo per annullare i sintomi dissociativi di derealizzazione e depersonalizzazione), ma vengono anche considerate come una giusta punizione per la propria inadeguatezza.

L’umore è spesso incontrollabile e passa rapidamente da tristezza, ad ansia, a irritabilità, a manifestazioni di rabbia intensa e inappropriata, espressa con frasi sarcastiche, esplosioni verbali o vere e proprie aggressioni. Queste reazioni violente vengono scatenate in particolar modo dalla sensazione di essere abbandonati e vengono seguite da sentimenti di vergogna e di colpa.

Talvolta pazienti con Disturbo Borderline si dichiarano afflitti da sentimenti cronici di vuoto, noia, necessità di intraprendere una qualsiasi attività, ma che non riescono ad incanalare verso una precisa direzione.

Durante periodi di intenso stress possono comparire aspetti bizzari (percepirsi come se osservassero dall’esterno il proprio corpo o i propri processi mentali; sensazione che la realtà intorno a sé sia strana, artefatta).

I Disturbi della Personalità

Il Disturbo Antisociale è caratterizzato da inosservanza e violazione dei diritti altrui. Gli individui affetti da questo disturbo (tradizionalmente definiti “psicopatici” o “sociopatici”) sembrano incapaci di adeguarsi alle norme sociali e di vivere nella legalità. Sono spesso disonesti e manipolativi, non curanti di diritti, sentimenti o desideri delle persone che li circondano, che non esitano a truffare e manipolare, mentendo e assumendo false identità per ottenere profitto o piacere personale.

Il Disturbo Istrionico è caratterizzato da emotività eccessiva e ricerca d’attenzione. Questi individui tendono ad attrarre l’attenzione su di sé, affascinando inizialmente per l’entusiasmo, l’apertura e la seduttività, qualità che tendono a passare in secondo piano con il progredire della conoscenza e l’avanzare di richieste d’attenzione sempre più pressanti e adesive. Essi si dimostrano spesso sessualmente provocanti o seduttivi anche nei confronti di persone dalle quali non si sentono attratti e in contesti decisamente inappropriati, come il luogo di lavoro. L’emotività è mutevole e scarsamente prevedibile, caratterizzata da continui sbalzi che vanno dai toni più elevati e quasi maniacali, alla più cupa depressione.

Il Disturbo Narcisistico è caratterizzato da grandiosità, bisogno di ammirazione e marcata carenza di empatia. Questi soggetti sono caratterizzati da un senso grandioso di autostima che li porta a sopravvalutare le proprie capacità, apparendo spesso presuntuosi e vanesi, e che contemporaneamente li induce a svalutare i meriti altrui. L’illimitata autostima che li caratterizza rivela la sua inconsistenza nelle continue preoccupazioni riguardanti il giudizio altrui e nel continuo bisogno di ammirazione, che li induce ad attrarre il più possibile l’attenzione degli altri sul proprio comportamento.

Il Disturbo Borderline è caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e degli affetti, e da marcata impulsività.