Category: Star bene con se stessi


Joker Gang
Dispettose Prigioni
Etichetta Indipendente
2012

Era da tempo che volevo farlo… dal 2009 circa, quando ricominciai a suonare dopo tanto tempo. Molti pensano che non dovevo. Non me ne frega un cazzo della loro opinione. Si fottano :-)”

Gia`da questa dichiarazione si capisce la tenacia e l`orgoglio del Joker, una figura che a tutti risulta patetica ma che quasi tutti temono, quel fantoccio con la faccia truccata che puo`permettersi di cambiare faccia ad ogni occasione, anche se questa continua finzione che si mescola con la realta`non e` sempre costruttiva…Joker e`curioso, e la sua curiosita`lo porta ad aprire il Vaso di Pandora della realta`e della Vita, spesso nascosto da quel Velo di Maya che e`l`ignoranza…
Joker “smaschera con la sua maschera ghignante”,con un ghigno beffardo e disincantato, la crudelta`della cruda quotidianita`…

Le storie che vengono raccontate nel cd, con metafore, tinte fosche e colori espressionisti, fanno affiorare una pellicola in bianco e nero, celata dai trucchi (un po`come si fa con Photoshop)…Joker e`l`anti-Photoshop, e`la contraddizione che spacca in mille pezzi la menzogna, che riduce in frantumi la meschinita`della vergogna e dell`omerta`…La verita`e`dura e va raccontata…Un po`come ne Il Testamento di un Pagliaccio, pezzo della Giovane Band IoDrama…Oppure come in Opinioni di un Clown di Heinrich Böll: “Io sono un Clown e faccio collezione di attimi.”.
Anche Giuss, leader del gruppo, afferma che Dispettose Prigioni sia un Album fotografico, in cui si vuole dare una brechtiana, quindi impegnata ed epica lettura della realta`…L`essere umano e`portato lentamente a prendere posizione, a far qualcosa, ad impegnarsi per trarre in salvo la propria liberta`, che sta annegando…Oppure e`stata sequestrata dai flutti di un mare in tempesta, la tempesta dell`inconscio, come una zattera piena di falle…Le falle ci sono, ma possono essere riparate, solo se lo si vuole…

Nell`album ci sono colti riferimenti al Mondo della Musica, soprattutto alla new wave e al dark; ma anche alla Letterattura, alle Arti Figurative, alla Fotografia ovviamente, ma anche alla Psicologia…Nell`insano gesto si vede una possibilita`dell`inconscio, dell`io profondo; esso finalmente puo`dire: “Ascoltatemi, sono qui!!! Non sotterratemi sotto un mucchio di parole inutili e di gesti formali o convenzionalmente etichettati…Voglio far sentire la mia voce anche chi non crede a queste cazzate…”

La verita`e`sempre duale, puo`avere varie interpretazioni, ed in essa possono interagire numerosi elementi, in rapporto dialettico tra di loro…Joker e`un Reporter, un Fotografo che, con la sua Polaroid, immortala proprio quei momenti che ogni giornalista tralascerebbe come dettagli osceni. Joker scappa alla censura, spesso rischiando, ma nello stesso tempo, provando piacere nell`opera di smascheramento…Viviamo tutti quanti in un mondo illusorio, fatto di Sogni di carta e di speranze di fango…Dove siamo come burattini con un burattinaio che ci comanda, che muove i fili; come direbbe Bennato: “Non si scherza, non è un gioco  sta arrivando Mangiafuoco, lui comanda e muove i fili  fa ballare i burattini . State attenti tutti quanti, non fa tanti complimenti, chi non balla, o balla male  lui lo manda all’ospedale  Ma se scopre che tu i fili non ce l’hai se si accorge che tu il ballo non lo fai  allora sono guai – e te ne accorgerai attento a quel che fai – attento ragazzo che chiama i suoi gendarmi  e ti dichiara pazzo!…”

Nonostante la presa di coscienza sia dolorosa e porti ad un autolesionismo, ad un automutilamento continuo ed irrefrenabile, sia nel corpo, con tagli sanguinanti, sia nella mente, con una societa` per cui sei solo un Numero, che ti incasella meccanicamente in base al disturbo mentale o alla classe sociale a cui appartieni, Joker ti capira` ed il suo sussurro ti portera`ad aprirti, a scoperchiare quell`anima fragile che alberga in te, permettendole di scorrere, un po`meno vincolata, per le strade della Vita…

Qual e` la soluzione?? Fare la Rivoluzione?? Rovesciare il Potere??

Felice il Popolo che non ha bisogno di eroi!”. Così diceva il grandissimo Bertolt Brecht, da intellettuale impegnato…Sicché non si può non prenderne atto, anzi è terribilmente controproducente non farlo, far finta di niente, con l’aria dei primi della classe, di quelli che ce la fanno sempre. L’esperienza ha insegnato: i primi della classe non ce l’hanno fatta mai, quelli che al banco erano seduti composti, che si facevano da parte quando qualcuno si alzava per fare caciara, che cercavano di risolvere sempre tutto con la diplomazia, che rispondevano sempre in maniera seria senza alzare la voce o battere i pugni hanno sempre avuto la peggio. Questo perché il Popolo,un  popolo di lavoratori instancabili ma un po’ duri di comprendonio, non ama le risposte articolate, difficili, magari piene di termini in lingua straniera, ma preferisce quelle semplici, secche, nette. Risposte semplici per interrogativi difficili. Al bicchiere di acqua amaro della medicina non vuole un cucchiaino di zucchero, ma vuol togliere completamente la medicina e bere l’acqua dolce che ne rimane.

Qualcuno riuscira`a sentire il grido disperato di chi vuole cambiare musica?? La “ghigliottina” del senno di poi dice che molto probabilmente nessuno ne sarebbe capace, perché la massa e`come inebriata da un fenomeno mistico, venereo, insuperabile, creatosi attorno alla figura di un individuo che, a differenza dei suoi avversari politici, ne è consapevole e ne fa un’arma di distruzione di massa. Perché è inutile parlare dello “tsunami Grillo” se prima non si parla del “diluvio universale berlusconiano”, perché ormai davvero tenere la testa sotto la sabbia è un prendere in giro se stessi. Non resta altro da fare che prendere atto dei dati empirici, con coscienza di sé prima e di chi si trova nei propri paraggi, ricordando che, come diceva Franco Battiato, un’evoluzione sociale non serve al popolo se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero.

For more info: http://www.facebook.com/jokergang e http://jokergang.jimdo.com/

Influenze:

– Litfiba

– Timoria

– Bluvertigo

– Franco Battiato

– Baustelle

http://www.youtube.com/watch?v=sCw7mh2jFs0

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Contatti digitali

Conversazione via Facebook Email nell’Era della Digitalizzazione, della Globalizzazione ed

Internettizzazione dell’Esistenza 

Ragazzi anormali si scrivono a distanza…

di Irene Ramponi

Una ragazza italiana migrante in Olanda scrive all’amico lontano, in risposta alla piccola email che l’amico stesso le ha appena mandato. Nella sua lettera ci fornisce il suo punto di vista sulla vita nel Nord Europa, in Germania ed Olanda in particolare, ci da’ uno spaccato della sua vita di migrante alla ricerca di se’ stessa, in un viaggio senza vento…e senza Tempo (cit. Timoria, Viaggio Senza Vento, Polygram, Giugno/Luglio 1993). Qui ne viene presentato uno stralcio veloce.

“Le medicine tradizionali sono efficaci, certo, ma sempre robaccia chimica rimangono, che costa cara e serve molto ad arricchire le multinazionali farmaceutiche…Ecco perche’ apprezzo quei medici che si rifiutano categoricamente di prescrivere farmaci allopatici come caramelle! […]. Ora vivo sulla linea di confine tra Olanda e Germania, quindi ho tutto il meglio da entrambe le parti: Birra e Cibo dalla Germania, qualita’ a buon prezzo, divertimenti a non finire, stile di vita libero e piu’ rilassato, piu’ sussidi dallo stato se sei disoccupato, artista, creativo, nullatenente, proletario, sottopagato o semplicemente disperato…Qui i senza tetto non esistono perche’ ognuno ha IL FOTTUTO SACROSANTO DIRITTO AD AVERE UNA CAZZO DI CASA!!! Un cazzo di posto dove stare che non sia sotto i ponti…[…]. Ma ovviamente ci sono severi canoni di meritocrazia, mica la danno a tutti, la casa intendo…Nonostante quasi tutti lavorino e la disoccupazione sia irrilevante, il tenore di vita e’ ottimo, la gente e’ rilassata,  fa festa tutte le sere, senza limiti di orario o scuse tipo che deve andare a letto presto perche’ il giorno dopo deve lavorare…[…]. Qui trovi gente di tutti i tipi, tutta simpaticissima:dai punkettoni old school, agli hardcore warriors, dai techno addicted ai metallari, dai red skin che legnano i nazi, quasi nessun hausettaro…Ma anche molti vecchietti comunicativi con tutore, come mio nonno potrebbe essere, qualche impiegatuccio e, come direste voi, per chi NE VUOLE, ce n’e’ davvero per tutti i gusti…No proibizionismo!!!  E soprattutto, non c’e’ il fottuto Vaticano in casa a rompere i coglioni…

Insomma, Paradies Land o Fantasylandia, che dir si voglia…Io collaboro all’allestimento di mostre, studio e miglioro il tedesco e l’inglese, faccio lavoretti di arti minori che poi vendero’ in qualche mercatino, dipingo quadri, scrivo, leggo, giro per mostre e citta’…Insomma, una bella vita, quella che ho sempre sognato…E per tutto questo devo ringraziare il mio ragazzo, tedesco purosangue, che ho conosciuto al matrimonio di mio cugino; praticamente mio cugino di sangue ha sposato la sorella del mio ragazzo, e noi due ci siamo conosciuti al pranzo di matrimonio, agli inizi di maggio…Abbiamo conversato un po’, e poi, siamo rimasti in contatto via Internet…Lui poi e’ tornato in Italia a trovarmi, abbiamo passato del tempo insieme…Intanto il mio lavoro in casa editrice andava a rotoli, ed ero sull’orlo di una crisi di nervi…Ho cosi’ deciso di cercare lavoro in Germania, in Renania Vestfalia, parte Nord Ovest della Germania, in cui le piu’ grandi citta’ sono Dusseldorf, Colonia, Aachen, ed, in seconda battuta, Duisburg (dove hanno fatto la Love Parade del 2010, dove e’ morta tutta quella gente…). Beh, insomma, io stavo a Duisburg, come ragazza alla pari, dovevo curare quattro mocciosi terribili, due gemelli iperattivi e psicotici, e due ragazzine isteriche e con disturbi alimentari…Ok, avevo una stanza tutta per me, dove pero’ non mi era permesso bere e fumare…Assolutamente peggio della Colonia Ticino, dove almeno ci divertivamo… I miei “carcerieri”, ovvero la famiglia per cui lavoravo e facevo da babysitter, era composta da una donna rossocappelluta, con testa di medusa, bocca di vipera, occhi verdi da Maga Circe, nana e totalmente incapace come mamma, quindi, totalmente esaurita, nevrotica, isterica, iperattiva, la classica impiegatucola borghese, che si lamenta perche’ il marito non porta a casa abbastanza soldi; come se non bastassero quelli che guadagna gia’ come avvocato penalista…Fai un po’ te…Il marito incarnava il tipico tipo di uomo di destra, rosso, obeso e rubicondo, perennemente a dieta, senza mai perdere peso e, obbligato dall moglie, non poteva bere…E la moglie non gliela dava…Insomma, mi sono messa in un bel casino!!! Il mio ragazzo ha fatto di tutto per portarmi a vivere con lui al confine tra Olanda e Germania…Ho resistito tre mesi, di cui 2 senza essere pagata…Si’, pagata ma con le mazzate ricevute dai gemelli e a suon di umiliazioni e prese per il culo dalla quella puttanazza della madre di casa, Susanne, ho deciso di mandarli affanculo, o meglio, il mio organismo ha ceduto e mi hanno ricoverata in ospedale una mezza giornata, sotto valium o non so quale altro tranquillante…Nella lettera di dimissioni, hanno scritto che quel lavoro non faceva per me, e che quindi dovevo rinunciarvi…Ho preso armi e bagagli ed ho levato le tende!!! Sono stata a Duisburg dalla meta’ di luglio ai primi di ottobre, da li’ in poi, mi sono trasferita a Kerkrade, in Olanda, a casa del mio ragazzo, proprio al confine con la Germania…Praticamente, solo attraversando la strada, sei gia’ in Germania! Pensa che noi andiamo a far la spesa a piedi…Abbiamo un appartamento di 4 locali, una specie di piccolo centro sociale/circolo arci/Bed&Breakfast all’occorrenza (solo per i turisti, per gli amici l’ospitalita’ e’ gratuita ovviamente!!! ), che e’ anche la nostra casa allo stesso tempo…Ci manca solo la fermata di Macondo Express all’ingresso e abbiamo tutto…Si’, vita molto punkabbestia, ma mi piace, quindi, me ne sbatto di cio’ che dice la gente e vivo meglio…Finalmente vivo per me stessa…Ovviamente con le difficolta’ economiche connesse, ma e’ il prezzo da pagare per la propria indipendenza e conseguente liberta’ di non dipendere da nessuno e di camminare sulle tue gambe, senza rimpianti, risentimenti e sensi di colpa verso parenti, amici, conoscenti ed ex…Ti diro’, sto da dio da quando ho mollato quel mollusco del mio ex, il musicista incompreso, il narcisista del cazzo che pensa di non valere una sega, che sa di non avere le palle, che ha paura di tutto…Ma di fronte agli amici ed ai compagni di merenda, beh, diventa la persona piu’ brillante, piu’ simpatica, piu’ compagnona del mondo…Bleah, che sbocco!!! Ne ho avuto la nausea…Come cazzo fai a convivere da un anno e mezzo e stare quattro mesi senza un minimo di affettivita’??? E senza una coccola, e senza nemmeno un semplice e fraterno abbraccio…Boh, io non lo so, ma tutti gli amici maschi con cui ne ho parlato mi hanno detto che non e’ fottutamente normale…E cosi’, l’ho mollato e sono stata meglio!!! Ovvio che lui mi ha rinfacciato un sacco di cose, nonche’ sparlato alle spalle, ma, detto sinceramente, fotte eminentemente sega…Beh, questa e’ la mia storia…Scusa se mi sono dilungata, ma era da un po’ che non ci sentivamo, quindi volevo spiegarti un po’ com’era andata, tutto qua…Dimmi che non hai impegni il 2 luglio 2013! :-D”.

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DI CARMEN FORINO – La storia di Maria, una donna derubata della speranza di vivere una vita “normale”.

  • Tendi a comportarti in modo eccessivo per evitare che qualcuno si allontani da te?
  • Temi spesso che chi ami possa lasciarti, anche se niente lo lascia presagire?

  • Vedi i tuoi cari in modo completamente positivo o completamente negativo?

  • Sei impulsivo (per es. sesso occasionale, spese compulsive, abuso di droghe o alcool ecc )?

  • Cambia spesso il modo in cui pensi a te stesso, ai tuoi obiettivi o alla tua sessualità?

  • Hai minacciato o tentato di suicidarti o di farti del male ( tagliandoti, bruciandoti ecc)?

  • Cambi umore più volte al giorno?

  • Quando sei stressato o angosciato tendi a diventare sospettoso ?

  • Spesso ti arrabbi così tanto da perdere il controllo, anche per piccole cose?

Se a queste domande, la maggior parte delle risposte è affermativa, per gli psicologi si è affetti da Borderline, un disturbo della personalità caratterizzato da instabilità nelle relazioni interpersonali, nell’immagine di sé e degli altri e da impulsività elevata. Il termine è stato utilizzato per la prima volta nei primi del Novecento per indicare quei pazienti, la cui patologia non era classificabile né come nevrosi, (conflitti e problemi quotidiani condivisi dalla maggior parte delle persone), né come psicosi (i disturbi mentali più gravi, come la schizofrenia), pur presentando sintomi comuni ad entrambe le condizioni.

Il termine Borderline, infatti, significa “limite “ o “linea di confine” e indica la principale caratteristica del disturbo: come una persona che cammina su una linea di confine tenderà a sconfinare in due differenti territori, così il paziente affetto da Disturbo di personalità Borderline oscilla tra normalità e follia, senza vie di mezzo.

Di parole da scrivere ce ne sarebbero ancora tante per questo disturbo ma per ora ci basta sapere che a causa di questa diagnosi, una giovane donna tedesca non potrà riappropriarsi della sua vita.

Maria Verde, ecco come ha voluto (ri)chiamarsi questa giovane, alla quale sono stati rubati gli anni migliori e le è stata tolta soprattutto la speranza (non a caso ha scelto Verde come cognome, come la speranza di una vita migliore di quella attuale)

Già dall’età di 10 anni è stata più volta violentata dal padre. Una madre  “quasi complice” degli abusi che non ha fatto nulla per denunciare il marito –padre violento, ma ha taciuto per non alimentare voci nel piccolo quartiere di un paese della provincia tedesca.

Il tempo è passato. Maria conserva sulla pelle e nel cuore le ferite che fanno fatica a cicatrizzarsi. Una mattina di un freddo mattino invernale trova il coraggio di scappare dalla sua casa-prigione e si reca alla polizia per denunciare cosa avevo subito. Senza documenti non le fu possibile farlo ma non voleva ritornare a casa sua per riprenderseli. Era come arrendersi, era come dargliela vinta. E lei ora non vuole arrendersi. Si reca in ospedale e dopo i primi accertamenti di routine le prescrivono una visita psicologica. Da quel momento in poi, invece di intravedere la luce alla fine del tunnel, tutto le sembrò più buio di prima. Sulla sua cartella clinica c’erano testuali parole: “ La paziente è affetta dal disturbo borderline. Si prescrive ricovero a lungo termine in clinica psichiatrica.”.

Poche parole ed incise che caddero come un macigno sul cuore già infranto di Maria. Non era fuggita dalla prigione, stava per cambiare cella.

Dopo 4 anni non può condurre ancora una vita “normale”.

Ripudiata da tutti i parenti per aver osato fatto conoscere le vicende familiari al paese, emarginata dalla società perché “pazza, schizofrenica”.

Il borderline non è schizofrenia, è un disturbo della personalità, del quale sono affette molte persone senza neppur saperlo.

La legislazione tedesca ha deciso per Maria, quasi per mettere a tacere il tutto. Maria non potrà lasciare la clinica se non ci sarà un parente che garantisca per lei e se i medici non le diranno che per la sua patologia non possa arrecare danni a sé stessi ed ad altri. I parenti l’hanno abbandonata e le vie per la guarigione sono ancor più lunghe, se a ciò si aggiunge la solitudine.

E’ davvero più vantaggioso non darle la possibilità di riappropriarsi di ciò che le è stato rubato piuttosto che offrirle nuove chances per riuscirci?

Da una storia di abusi a una di emarginazione. A volte la legge gioca davvero brutti scherzi.

Ilaria Buccioni
BORDERLINE: LINEA DI CONFINE

La parola inglese borderline significa: linea di confine.
Questa definizione è stata scelta intorno agli anni ‘30-’40 per descrivere alcuni disturbi di personalità in soggetti che mostravano forti oscillazioni dell’umore e rabbia improvvisa. Tali persone comunque non erano così gravi da essere valutate come schizofreniche, ma in ogni caso erano troppo disturbate per essere trattate con la psicoanalisi. Sono stati identificati 4 sottogruppi di pazienti borderline:
>    Un primo gruppo che presenta comportamenti inappropriati sul versante psicotico. La persona può esprimere apertamente rabbia e avere difficoltà a valutare la realtà.
>    Il secondo gruppo, in cui le persone possono incontrare difficoltà a mantenere relazioni interpersonali stabili ed hanno una bassa autostima e considerazione di sé.
>    Nel terzo gruppo – definito “Come se”- queste persone possono essere anaffettive ed avere una tendenza ad  imitare gli altri, appropriandosi dell’identità altrui.
>    Nell’ultimo gruppo si possono identificare persone che soffrono di una depressione ciclica e  di ansia elevata.

Le persone identificate come borderline hanno serie difficoltà a relazionarsi con gli altri e quindi spesso si “consumano” nel tentativo di sviluppare relazioni o amicizie esclusive con un’unica persona, con la quale non vi sia alcun dubbio o rischio di venire abbandonate. Inoltre spesso queste non sanno definirsi rispetto a scelte quali il lavoro, o l’orientamento sessuale, arrivando in molti casi a fare uso di sostanze alcool correlate.
Vivere le relazioni affettive per loro significa soffrire forti sensazioni di insicurezza e di ansia espresse attraverso atteggiamenti manipolativi e contraddittori. Possono temere con il passare del tempo di essere come “fagocitati” e invasi dall’altra persona, e di conseguenza possono avere  paura di perdere la loro identità.

Ma allo stesso tempo la persona borderline può percepire una angosciosa sensazione di terrore al pensiero di poter essere abbandonata in qualsiasi momento. Allora, potrà richiedere attenzione e rassicurazione al partner usando atteggiamenti sia manipolatori che comportamenti autodistruttivi o autolesivi.
Le persone che soffrono di tale disturbo spesso possono non avere la percezione del problema, ed in molti casi possono venire spronate dagli altri (parenti, genitori, compagno/a, figli) ad affrontare un percorso psicologico.

La meta principale dell’intervento psicologico è quella di cercare di rafforzare l’Io, cioè facendo tollerare meglio al paziente l’ansia e cercando di fargli controllare meglio gli impulsi, proponendogli un modo di vivere diverso dal solito con l’obiettivo di provare una sensazione di maggiore coerenza di sé, innalzando così la sua autostima.

Di conseguenza per il paziente borderline sarà più sopportabile la separazione dalle figure significative.
Il risultato della terapia individuale potrà dipendere molto anche dal tipo di relazione terapeutica che si instaurerà tra il terapeuta ed il paziente.

Oltre all’intervento individuale, svolgere un lavoro con l’intera famiglia  potrà portare a dei risultati molto positivi ed in breve tempo.

La presenza della famiglia sarà molto utile per individuare il ruolo giocato dalle interazioni familiari nella patologia del paziente.

La terapia familiare in questo caso è da considerarsi un essenziale complemento per l’intero trattamento.

Film consigliati:
♦    “Ragazze interrotte” (1999) con Winona Ryder e Angelina Jolie.
♦    “Prozac Nation” ( 2001) con Christina Ricci, Jessica Lange e Jason Biggs.

Il collo è la sede di importantissimi organi connessi con vari sistemi:

Digerente (faringe, esofago);
Respiratorio (laringe, trachea, polmoni);
Circolatorio (importanti arterie e vene come la carotide e la giugulare);
Endocrino (ghiandole vitali come tiroide, paratiroidi, timo)
Nervoso periferico (i primi tre gangli che regolano la circolazione, il funzionamento della tiroide, le funzioni cardiaca e polmonare).

I muscoli di questo segmento sono disposti in tre strati:

Lo strato profondo è costituito dai muscoli che aderiscono posteriormente e anteriormente alla colonna vertrebrale cervicale.

Questi muscoli tengono unite le vertebre cervicali alle clavicole, sterno, coste, scapole.

La tensione di questi muscoli profondi può generare un non allineamento delle vertebre (percepibile alla palpazione), è responsabile della morfologia del collo (sottile o grosso, lungo o corto) e della famosa artrosi cervicale.

È bene conoscere la differenza fra un cattivo allineamento delle vertebre del collo e una “frattura” dell’allineamento stesso.

Quest’ultima è indicativa di una condizione schizoide, che è rilevabile osservando la persona in piedi: all’altezza del collo la linea della colonna si “interrompe” per poi proseguire “spostata” rispetto all’asse della colonna intera.

Ovviamente la tensione cronica di questi muscoli è responsabile anche delle cifosi (gobba o arrotondamento in genere nella parte superiore della colonna) o scoliosi (deformità laterale della colonna).

Nello Strato medio si trovano i muscoli che anteriormente ricoprono la laringe e la tiroide e che provengono sia dalla mandibola che dal torace.

Per produrre suoni, nel pianto, nel riso la laringe deve poter essere mobile, quindi una tensione cronica a questo livello ha le conseguenze che immaginate.

La ghiandola tiroide è formata da due lobi posti lateralmente alla trachea. La tiroide svolge un ruolo importantissimo nel controllo del metabolismo, è fondamentale per la crescita ossea e per la rapidità dei processi mentali.

La funzionalità della tiroide è controllata dall’ipotalamo e da un’altra ghiandola: l’ipofisi.

La condizione ipertiroidea è tipica di soggetti ansiosi ma molto controllati e quindi chiusi e orgogliosi. L’ansia al primo livello li porta a caricare l’ipotalamo che stimolando l’ipofisi aumenta la produzione di calcitonina (calcio) con sintomi neuro-vegetativi come tremito, ipersudorazione, tachicardia ecc.

La condizione ipotiroidea porta ad un rallentamento dei processi mentali. La condizione di deficit energetico è caratteristica dello stato borderline che può presentare a volte allucinazioni e fobie.
muscoli del Terzo strato sono rilevanti ai fini della postura del capo.

Sono localizzati posteriormente, come ad es. il trapezio e lateralmente, come gli scaleni e lo sternocleidomastoideo.

Una condizione riconducibile alla tensione di questi muscoli è il torcicollo. La limitazione dei movimenti del collo corrisponde psicologicamente ad una diminuzione nella capacità del soggetto di “guardarsi intorno”, ad avere un’ottica ristretta e un comportamento rigido che gli fa perdere di vista l’insieme a favore del dettaglio e lo porta su posizioni di egoismo.

Inoltre la trazione dei muscoli del collo influenza il torace gonfiando e comprimendo la gabbia toracica soffocando il cuore e compromettendo la capacità amorosa.

L’importanza degli organi situati nel collo per la salvaguardia della vita fa sì che il collo rappresenti più di ogni altra parte del soma, l’istinto di conservazione. È il luogo privilegiato della difesa dalla minaccia di annientamento somatico e psichico.

Nel collo troviamo i ricordi che fanno riferimento alle situazioni in cui ci hanno mortificato e umiliato. Purtroppo l’integrità psicologica dei bambini è spesso violata costringendoli ad ingoiare “cose” che altrimenti rifiuterebbero.

La tensione muscolare di questo segmento rappresenta una difesa inconscia contro la possibilità di essere costretti ad ingoiare qualunque “cosa” inaccettabile proveniente dall’esterno.

È anche, al tempo stesso, una difesa o un controllo inconscio contro l’espressione di sentimenti che si teme possano essere inaccettabili per gli altri.

Il collo finisce così per rappresentare “il controllo” per eccellenza, una specie di stazione in cui si decide cosa far passare in entrata o in uscita.

Nel collo è localizzato il sef-control, che cronicizzato impedisce a causa della rigidità psicologica, (non solo fisica), di potersi concedere e abbandonare a se stessi e all’altro.

Da un punto di vista somatopsicodinamico per Federico le infiammazioni a carico della faringe, condotto posto tra la bocca e l’esofago, sono somatizzazioni riconducibili alla difficoltà a “inghiottire” o “digerire” una novità sgradevole.

La laringite, invece, (l’apertura delle vie respiratorie), caratterizzata da disfonia o afonia, è collegata ad una situazione affettiva in cui ci s’impedisce di parlare e urlare.

Il narcisismo
Le offese e le umiliazioni del passato sono gli ingredienti della “ferita narcisistica”, la matrice dell’odio vendicativo, come abbiamo visto in altre sezioni di questo sito (Antonio Mazzetti, Laura Rita, Antonio Mercurio).

La presenza d’organi indispensabili alla sopravvivenza e il ruolo rilevante del collo nel controllo delle sensazioni, emozioni e sentimenti fa di questo livello il luogo in cui troviamo rappresentati l’orgoglio e il narcisismo.

Vi sono un narcisismo primario (fisiologico) e uno secondario (nevrotico).

Il narcisismo primario nasce nel periodo in cui il bambino, ormai muscolarmente capace, scopre il suo corpo e il piacere che può darsi da sé.

Questo tipo di narcisimo compare in forma inconscia verso i nove mesi, e coscientemente verso i due anni di vita. Siamo nella fase dell’autoerotismo, dell’inizio della masturbazione e della scoperta della propria identità sessuale.

Scoprendosi capace di darsi piacere, il bambino scopre due parti di sé:

il “me”
cioè il contatto con se stesso, l’energia auto-indirizzata
l'”io”
cioè il contatto con gli altri, l’energia etero-indirizzata.
Si può dire, quindi, che il bambino scopre se stesso attraverso il piacere che può darsi. Quando questo processo di scoperta è impedito o contrastato l’identità personale non può fondersi e integrarsi armoniosamente con quella del proprio genere sessuale: qui nasce l’ambivalenza e l’omosessualità latente.

Il collo rappresenta l’identità personale; il bacino con le pelvi, invece, l’identità sessuale. Tra i due esiste, quindi, un collegamento naturale, ciò fa sì che collegato al blocco del terzo livello vi sia sempre un blocco al settimo: la pelvi.

L’impossibilità ad abbandonarsi tipica del blocco narcisistico coinvolgendo il bacino impedisce l’abbandono orgastico e, nelle donne, un facile svolgimento del parto.

Dalla repressione del narcisismo primario, nasce Il narcisismo secondario.

In altre parole l’energia destinata al contatto con gli altri è ripiegata, reindirizzata reattivamente sull’io che s’ingigantisce. Si crea qui il Super-io primitivo (l’altro si trova nel bacino), e al piacere si sostituisce l’insoddisfazione di sé.

Ci sono due Super-Io, uno legato al collo: super-io come ideale dell’io, per cui il soggetto ha paura del proprio giudizio; il secondo super-io è invece legato alla pelvi, e in quel caso il soggetto ha paura dell’opinione degli altri che rappresentano, fantasmaticamente, l’entità autoritaria che giudica il sesso una cosa sporca.

Cominciano, così, auto-richieste sempre più pressanti di perfezione che spingeranno poi il soggetto, all’ambizione, competizione, carrierismo, lo priveranno dell’umiltà e della possibilità di sentire i propri limiti rendendolo sempre più orgoglioso e rigido.
Narcisismo e carattere
Il tentativo costante di superare noi stessi e le nostre paure ci fa vivere continuamente in ansia. Quest’ansia stabilisce un’unione naturale tra il collo e il diaframma dove troviamo il MASOCHISMO.

Il narcisista ha anche un tratto masochista, perché per la sua brama di potere elabora progetti a lungo termine che impongono sacrifici e lo privano della gioia del presente.

Il masochista è anche un narcisista a rovescio. Facendo una vita di sacrifici si sente un martire, un eroe e un santo.

Il soggetto per vanitosa presunzione, si “carica” sulla nuca le responsabilità del mondo intero sviluppando così, quello che è conosciuto come il “Complesso di Atlante”. (In anatomia è chiamata “atlante” la prima vertebra cervicale; nella mitologia classica, Atlante è il titano che sorregge l’intera volta celeste).

Il tratto narcistico è, con aspetti diversi, presente in ogni tipo caratteriale: orale, coatto, fallico e isterico.

La posizione fallico-narcista, per esempio, ha la sua genesi verso i tre anni di età quando il bambino o la bambina si avvicinano edipicamente al genitore di sesso opposto.

Quando la richiesta del bambino, che è naturalmente seduttiva ed esibizionistica, è repressa o respinta ciò genera, in lui, una condizione di ambivalenza con desiderio di conquista e vendetta insieme.

Quest’angoscia di castrazione fa sì che il fallico-narcista s’identifichi con il fallo, (nelle donne vi è la fantasia di averlo) e che utilizzi la sessualità come un’arma per vendicarsi.
“Sono sicuro che alcuni di noi hanno conosciuto quei momenti di gioia in cui l’io si fa da parte e il bambino che è in noi è libero di ridere e di amare. Purtroppo perdiamo troppo presto la nostra innocenza e, ancora peggio, ne siamo lieti. Non vogliamo essere innocenti perché questo ci rende vulnerabili al ridicolo e alle ferite. Preferiamo essere sofisticati, cosa che ci permette di sentirci superiori. Ci sembra che la gente sofisticata si diverta di più: feste, baldorie, stranezze, assenza di limiti.
Che cos’hanno gli innocenti? Un cuore aperto, piaceri semplici, fede. Quanto è più allettante saperla lunga, conoscere tutto della vita, gli alti e i bassi, avere potenza, essere ammirati, sentirsi speciali. E’ difficile resistere alla seduzione del potere, in modo particolare quando da bambini si è stati feriti e traditi da chi si amava.
Vendere il regno dei cieli per il potere è un patto con il diavolo.
Il narcisista lo accetta.”
Alex Lowen, Il narcisismo – L’identità rinnegata (1983)

A cura del Dott. Salvatore Valvo, psichiatra olistico

Franz aveva poco più di trent’anni quando mi consultò, circa la sua incapacità di esprimere i sentimenti.

Aveva un corpo ben fatto, muscoloso: era cresciuto in campagna e lavorava nella fattoria dei genitori. A scuola aveva praticato la lotta (i lottatori sanno incassare bene i colpi).

Franz era il primo di cinque fratelli. “Per quanto riesco a ricordare,” narrò, “mio padre non sapeva fare altro che gridarmi dietro, darmi dello stupido e dirmi che “non valevo niente”.

Inoltre mi picchiava ogni volta che facevo qualcosa che lo infastidiva –sul lavoro, a tavola e perfino quando dormivo.Una volta, avevo undici anni, mi picchiò con un tubo di gomma finché crollai sul pavimento pensando che mi volesse uccidere e sentendo che stavo per morire. Mia madre, che era presente, mi disse: “Franz, cerca di fare il bravo e fai quello che ti dice tuo padre.”

Durante il racconto Franz non mostrò tracce di emozione. E’ vero che, avendomi chiesto un consulto, voleva darmi rapidamente le informazioni necessarie, ma la sua impassibilità mi sorprese.

Poi raccontò di un ricordo che risaliva all’infanzia, “ricordo che avevo una angoscia terribile e mi rotolavo sul pavimento mentre mia madre mi diceva che ero un bambino cattivo. Non riuscivo a frenarmi, ero incapace di scappare. Mi sentivo come se fossi posseduto da un spirito maligno.” Sono esperienze che non possono non lasciare il segno, ma Franz aveva usato tutta la sua volontà per superare questo vissuto devastante.

“Alle scuole superiori e all’università,” proseguì, “ero duro e freddo. Dopo essermi specializzato in psicologia, lavorai in un centro psicosociale, ma avendo a che fare con gente che aveva dei problemi capii che anche in me c’era qualcosa che non andava, arrivai al punto che durante un colloquio con un paziente, mi parve di guardarmi allo specchio, sentivo di avere bisogno di una terapia ma fu difficile ammettere di fronte a me stesso che in me c’era davvero qualcosa che non andava.” “Ho dei problemi con le figure autoritarie e con i pazienti, nei confronti delle prime provo terrore e rabbia, e ora so che hanno origine dall’esperienza con mio padre. Con i pazienti mi sento superiore e mi comporto come se sapessi già tutto.Mi accorgo d avere un forte atteggiamento di sfida, un rifiuto che mi impedisce una qualsiasi azione positiva. Adesso capisco che blocco me stesso per paura del fallimento e del successo, che mento a me stesso su chi sono, che non posso concedermi un intervallo di benessere. Mi è difficile lasciarmi andare all’intimità, reprimo la rabbia e la collera e mi sono abituato a subire la violenza in maniera masochistica.”

Il racconto della brutalità subita da Franz  mi sconcertò e mi venne in mente una domanda: perché non era diventato uno psicopatico? Non avevo dubbi sul fatto che potesse uccidere ma ero certo che non avrebbe tradotto in azione i suoi impulsi. Aveva un sufficiente autocontrollo e c’era una incrinatura e non una scissione nella sua personalità.

Il consulto era stato deciso per vedere che cosa potessi fare per aiutare Franz a ritrovare il contatto con la tristezza latente e con la collera che aveva represso.

Piangere, per Franz, significava ammettere di non essere capace di incassare. Era dimostrando di saper sopportare qualsiasi cosa che aveva sconfitto il padre.

Con l’esperienza che gli derivava dalla sua professione , Franz era in grado di capire le dinamiche della sua condizione, mi basai dunque su questa consapevolezza e usai un metodo molto semplice per farlo piangere.

Lo feci sedere su uno sgabello con le mani protese verso una sedia dietro di lui.

E’ una posizione stancante e se il corpo è rigido può essere anche dolorosa.

Per resistere allo sforzo il paziente è costretto a respirare più a fondo. La respirazione profonda carica il corpo di energia, perché permette di introdurre più ossigeno nei polmoni.

Mentre era steso sullo sgabello Franz fu incoraggiato ad emettere un suono fino a che non avesse espulso tutta l’aria dai polmoni. Fare uscire completamente l’aria agisce contro la tendenza a trattenersi e facilita così l’espressione dei sentimenti.

Mentre il paziente emette questo suono prolungato, arriva un punto, verso la fine dell’espirazione, in cui la voce si rompe.

Il suono che ne risulta è molto simile ad un singhiozzo, quindi se indugia nel punto di rottura il paziente comincia a singhiozzare via via sempre più profondamente man mano che cominciano a fluire i sentimenti soppressi di tristezza. Questo sfogo si verifica se la persona vi è preparata e l’accetta.

Quando fece questo esercizio Franz si abbandonò a una tristezza e a un pianto profondo, tra i singhiozzi espresse anche la pena e la collera che provava.

Dio mio, perché mi hai fatto tanto male? Ti odio Come hai potuto farmi questo?”

Il pianto e le grida durarono diversi minuti e per lui fu una vera conquista.

Ma Franz aveva bisogno anche di esprimere più completamente la sua collera……(lavoro sul lettino con pugni e racchetta). Il paziente può abbandonare il controllo perché sa che c’è il terapista che lo mantiene.

Agli occhi di chi guarda lo sfogo può sembrare spaventoso e pazienti sembrano dei pazzi. Ma sono solo infuriati, non folli perché sanno quello che stanno facendo

Per arrivare a conoscere se stessi i narcisisti devono ammettere la loro paura della follia e sentire la rabbia omicida che hanno dentro e che identificano con la follia.

Ma possono farlo solo se il terapista conosce questi loro aspetti e non ne ha paura.

La vera pazzia è quella che loro considerano un segno di equilibrio mentale, cioè la mancanza di emozioni.

Comincia, piccolo fanciullo,

a riconoscere dal sorriso tua madre,

comincia piccolo fanciullo;

a chi i genitori non sorrisero,

nessun dio lo degnerà della mensa,

nessuna dea del suo letto.

(Virgilio: Ecloga IV,vv 60-63)

Questa è la relazione del dott. Salvatore Valvo, psichiatra “alternativo”, esposta nel corso del Convegno “Le nuove vie del benessere”, che si è tenuto a Ragusa, il 26 marzo 2004, su un tema che ultimamente mi sta facendo riflettere…

Saluto i partecipanti e ringrazio il Prof. Pippo Palazzolo dell’invito rivoltomi. Sono uno psichiatra e come tale mi occupo di disturbi mentali da quasi un ventennio. La mia formazione nel corso di questi anni si è sviluppata su due fronti uno di matrice organica e meccanicista, l’altro umanistico, olistico ed esperenziale (gestalt, danzaterapia, psicodramma e rebirthing). Quest’ultimo genere di formazione mi ha aiutato e mi aiuta quotidianamente a capire meglio le mie emozioni e a cercare di comprendere la sofferenza della persona che chiede aiuto. Inoltre l’esperienza quotidiana alimenta sempre più la convinzione che angoscia, tristezza, rabbia, euforia o passione non siano solo il risultato di una danza di molecole, ma qualcosa di più complesso che ha radici nei vissuti personali e relazionali di ognuno di noi.

 Inoltre io ritengo che una società civile debba strutturare i suoi servizi sanitari e formare i suoi operatori nel recupero di una dimensione etica e umana dell’individuo che soffre e non solo nella ricerca di nuove molecole (pillole della felicità!).

Il tema da me scelto per questo convegno: “La ferita narcisistica e la ricerca della felicità”  dove io aggiungerei “perduta”, è scaturito dall’idea di proporre una riflessione sul significato da attribuire al termine peraltro oggi molto inflazionato.

Prima di procedere nella storia di questo concetto, che riguarderà necessariamente il livello teorico e quindi rischierà di essere arida o difficile, può essere utile partire dal dato clinico, affinché possiamo tenerlo come punto di riferimento durante la discussione successiva. Le nostre disquisizioni teoriche sono sterili se non ci aiutano a comprendere la clinica. A questo proposito, il disturbo narcisistico di personalità è diventato molto di moda negli ultimi tempi, e l’uso di questo termine, originariamente diffusosi nella letteratura psicoanalitica, si nota sempre di più anche nel linguaggio comune. Sembra che l’aggettivo “narcisista”, assieme a quello di “borderline” (che significa caso “al limite” o “al confine” tra nevrosi e psicosi), a poco a poco abbiano preso il posto dell’aggettivo “isterico”, usato per vari decenni anche questo in modo non sempre rigoroso.

Quando una parola viene usata per molto tempo, può diventare meno efficace, e alcune parole nuove, forse solo per il fatto stesso di essere nuove, acquistano più forza, forse perché vi è la fantasia che un interlocutore al quale esse non sono familiari venga preso alla sprovvista e sia disposto a dare ragione a chi magicamente le pronuncia; quando anch’esse si saranno diffuse, probabilmente dovranno essere riciclate, e altre parole nuove avranno maggiore fortuna. Ci si accorge a volte che ci lasciamo andare a tacciare un paziente di “narcisismo” solo per il fatto di avere una sintomatologia vaga o di difficile inquadramento diagnostico, oppure non facile da affrontare psicoterapeuticamente, se non addirittura per scaricare la nostra frustrazione o aggressività, proprio come a volte si faceva col termine “isterico”.

Evoluzione storica del concetto

L’immagine che ritrae il famoso Narciso di Caravaggio, mi permette di parlare del Mito di Narciso, giovane di Tespi di eccezionale bellezza, figlio della ninfa Liriope e del Dio del fiume Cefiso. Quando nacque il veggente Tiresia gli profetizzo che sarebbe vissuto fino a tarda età se solo non si fosse visto.

Quando Narciso ebbe raggiunto i sedici anni si era lasciato alle spalle una schiera di amanti respinti di ambo i sessi. Tra gli spasimanti vi era pure la ninfa Eco che fu punita da Era, perché la distraeva raccontandole lunghe favole mentre le concubine di Zeus sfuggivano ai suoi occhi, privandola della parola e lasciandole solo la possibilità di ripetere le ultime sillabe delle parole udite.

Narciso respinge bruscamente Eco e gli Dei (Artemide) lo condannano a innamorarsi senza poter soddisfare la propria passione. E così mentre Narciso passeggiava si avvicinò ad una fonte incontaminata, e vide l’immagine riflessa di cui si innamorò, ogni volta che tentava di abbracciare o baciare quel bel fanciullo l’immagine scompariva, cosi capì che era se stesso e rimase ore a fissarsi riflesso nell’acqua. L’amore gli veniva concesso e negato, egli si struggeva per il dolore ma insieme godeva del tormento ben sapendo che almeno non avrebbe tradito se stesso. Cosi morì, alcuni sostengono d’inedia, altri dicono che si trafisse il petto con una spada, comunque si trasformò in un fiore il narciso che cresce lungo i bordi dei corsi d’acqua.(fiore bianco con la corolla rossa da cui pare si estragga un unguento la Cheronea con proprietà antiinfiammatoria, antidolorifica).
E’ significativo che Narciso si innamorò della sua immagine solo dopo aver respinto l’amore di Eco. L’innamorarsi della propria immagine – diventare cioè narcisisti – è interpretato nel mito come una forma di punizione per l’incapacità di amare. Ma chi è Eco? Se non uno specchio sonoro, potrebbe essere la nostra stessa voce che ritorna a noi? Se cosi fosse e Narciso avesse potuto dire : “ti amo” Eco avrebbe ripetuto queste parole e il giovane si sarebbe sentito amato. Ma l’incapacità di dire queste parole identifica il narcisista, avendo ritirato la libido verso il proprio Io.

 Definizione: il termine narcisismo descrive una condizione sia psicologica che culturale. Per comprendere come mai la personalità narcisista acquistò una tale importanza sulla scena psichiatrica da essere inclusa nel 1980 nel DSM-III dall’American Psychiatric Association, occorre conoscere e comprendere alcuni sviluppi avvenuti sia in campo sociale che psicoanalitico. Per quanto riguarda i primi, si pensi solamente al famoso libro del 1978 di Christopher Lasch La cultura del narcisismo [Milano: Bompiani, 1981], cultura che caratterizzerebbe l’era del benessere delle società avanzate, in cui la crisi dei valori e altre complesse trasformazioni sociali avrebbero letteralmente stravolto il significato dell’esistenza dell’uomo facendolo per così dire “ripiegare su se stesso”: è ormai un luogo comune dei mass media definire le ultime decadi di questo secolo come “l’era del narcisismo

 A livello culturale il Narciso può essere inteso: come una “perdita di valori umani”, viene a mancare l’interesse per l’ambiente, per la qualità della vita, per i propri simili.

Una società che sacrifica l’ambiente naturale al profitto e al potere rivela la sua insensibilità, per le esigenze umane.

Quando la ricchezza occupa una posizione più alta della saggezza o la notorietà è più ammirata della dignità e quando il successo è più importante del rispetto di se allora vuol dire che la cultura stessa sopravvaluta l’immagine e deve essere ritenuta narcisista.

A livello individuale: indica un disturbo della personalità caratterizzato da un esagerato investimento sulla propria immagine (a spese del Se, intendendo per Se secondo A. Lowen sentimenti e percezioni del proprio corpo).

I narcisisti sono più preoccupati di come appaiono che non di cosa sentono.

Il quadro clinico

Per avere un’idea più precisa di cosa si intente per narcisismo in termini descrittivi, è utile vedere i criteri diagnostici del DSM-IV-TR

In ambito clinico il concetto di Narciso acquista un significato specifico, nel campo della patologia esiste infatti un Disturbo narcisistico della personalità, dove per disturbi della personalità intendiamo disturbi psichici caratterizzati da tratti permanenti del carattere che pur essendo patologici, non vengono avvertiti dal soggetto come aspetti problematici.

I criteri diagnostici del D.NarcisoD.P secondo il DSM IV sono principalmente: una modalità pervasiva di grandiosità, nelle fantasie, nel comportamento ed uno stile relazionale basato sullo sfruttamento dell’altro.

In entrambi i casi il soggetto si pone sul palcoscenico e relega gli altri al ruolo di spettatori sia che decida di occupare la scena prepotentemente reclamando gli applausi, sia che preferisca restare nascosto dietro le quinte in attesa dell’occasione propizia al trionfo.

Sia il Narciso arrogante, che parla senza rivolgersi a nessuno come se fosse davanti ad un vasto pubblico che il Narciso schivo, che sfugge gli sguardi per difendere le sue fantasie di grandiosità, proiettano sullo specchio quell’ideale di perfezione che li allontana da  se stessi e dal mondo.

Il termine infatti è etimologicamente connesso alla parola greca Narkè che significa torpore. Infatti il Narciso è il torpore di chi insegue il miraggio di un ideale senza riuscire a vedere oltre i vapori delle sue fantasie di grandiosità.

La psicoanalista Kerberg afferma che i Narciso non sono in grado di distinguere tra l’immagine di chi credono di essere e l’immagine di chi effettivamente sono.

Criteri diagnostici

Per quanto riguarda i criteri diagnostici secondo il DSM IV TR andando un po’ di più nel particolare si deve dire che perché sia diagnosticato come disturbo di personalità è necessario che almeno cinque dei seguenti elementi siano presenti:

     1)     Ha un senso grandioso d’importanza (per es. esagera i risultati e i talenti, si aspetta di essere notato come superiore senza una adeguata motivazione)

2)     E’ assorbito da fantasie illimitate di successo, potere, fascino, bellezza e amore ideale.

3)     Crede di poter essere speciale e unico e di dover frequentare e poter essere capito solo da altre persone speciali o di classe elevata.

4)     Richiede eccessiva ammirazione

5)     Ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, cioè la irragionevole aspettativa di trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative.

6)     Sfruttamento interpersonale

7)     Mancanza di empatia, è incapace di riconoscere e di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri.

8)     E’ spesso invidioso degli altri o crede che gli altri lo invidino

9)     Mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi

Molti individui di grande successo manifestano tratti di personalità che potrebbero essere considerati narcisistici, ma soltanto quando questi tratti diventano inflessibili, maladattativi e persistenti e causano conseguentemente compromissione funzionale significativa o sofferenza soggettiva, configurano il quadro che abbiamo descritto come Disturbo narcisistico di personalità.

Manifestazioni e disturbi associati: la vulnerabilità dell’autostima, rende l’individuo con D.NarcisoD.P molto sensibile alle ferite dovute alle critiche o alla frustrazione. La critica può tormentarli e lasciarli umiliati, avviliti, vanificati e svuotati. Tali esperienze conducono a ritiro sociale o a una parvenza di umiltà che può mascherare e proteggere la grandiosità.
Talvolta il funzionamento professionale può essere molto basso riflettendo l’avversione ad accettare il rischio in situazioni competitive.

Sentimenti persistenti di umiliazione e vergogna e l’autocritica che li accompagna, possono associarsi a ritiro sociale, umore depresso, e disturbo distimico o depressivo maggiore. Al contrario periodi prolungati di grandiosità possono associarsi con umore ipomaniacale. Il D.NarcisoD.P. può essere associato con l’anoressia nervosa, con i disturbi correlati a sostanze (specialmente con la cocaina). Anche altri disturbi di personalità come: Istrionico, Borderline, Antisociale, Paranoide, possono essere associati al D.NarcisoD.P.

Se riteniamo inutilizzabile il concetto di narcisismo inteso solo come un eccessivo amore per se stessi, sia per la superficialità che per la chiara intonazione moralistica, allora dobbiamo chiederci, nell’utilizzare questo termine, a cosa esattamente ci riferiamo.

 In quanto medico psichiatra la mia ottica è orientata sul D.NarcisoD.P.

Ma per fare chiarezza e proporre un discorso univoco sul narcisismo, mi sembra necessario partire da due ipotesi.

La prima è che il Narciso è strettamente correlato, in senso genetico e psicodinamico con la formazione e la struttura dell’Io.

 La seconda è che la patologia non si esaurisce esclusivamente nel cosiddetto D.NarcisoD.P. ma pur con tratti diversificati può attraversare una gran parte della psicopatologia.
In Psicologia la storia del Narciso viene in genere fatta risalire a Freud con il suo lavoro del 1914  “Introduzione al Narcisismo”; studio finalizzato ad opporsi alle critiche di Jung circa l’impossibilità di applicare la teoria della libido per spiegare la psicosi schizofrenica.

Freud parti dall’osservazione che in origine il termine Narciso era riferito a quei soggetti che derivano una soddisfazione erotica dalla contemplazione del proprio corpo, si accorse che molti aspetti di questo atteggiamento potevano essere riscontrati nella maggior parte delle persone, quindi pensò che il Narciso potesse far parte del normale decorso dello sviluppo sessuale.

 Secondo Freud noi abbiamo originariamente due oggetti sessuali: noi stessi e la persona che si prende cura di noi (madre). Questa convinzione nasce dall’osservazione che un bambino può derivare piacere erotico dal proprio corpo come anche da quello della madre. Pensando a questo Freud ipotizzò che un “narcisismo primario” sia presente in ogni essere umano, Narciso che può per alcuni rivelarsi l’elemento dominante della scelta oggettuale.

Con Narcisismo primario Freud intende quello stato precoce in cui il bambino investe tutta la sua libido in se stesso prima di scegliere degli oggetti esterni.

Con narcisismo secondario Freud indica indica al contrario un ripiegamento sull’Io della libido che verrebbe cosi sottratta ai suoi investimenti oggettuali.

Il problema è : se esiste una fase normale di narcisismo primario, come avvenga nello sviluppo patologico il fallimento dell’evoluzione da una fase di amore di se (narcisismo primario) all’amore d’oggetto(diretto verso gli altri).

E’ implicito in questo fallimento una mancanza che blocca la normale crescita.

 Altri autori negli anni successivi hanno chiarito meglio di Freud in che cosa consista questa mancanza e anche se non descrivono direttamente il Narciso propongono delle dinamiche che risultano importanti per la comprensione di questa istanza.  

Il primo è Fairbairn, che descrive un Io libidico alla ricerca di un contatto emotivo-affettivo che è presente già alla nascita e un Io antilibidico che si sviluppa per una cronica indisponibilità emotiva della madre e che è il frutto del rapporto con l’oggetto rifiutante.

La tensione che nasce dal conflitto tra questi due aspetti costringe il bambino ad operare una scissione tramite una funzione definita Io realtà.

La concezione di Fairbairn propone la psicopatologia come la scissione di un Io primario unificato e coeso che ha però bisogno di un oggetto gratificante e di una situazione ambientale favorevole.

Con la concezione del Sé vero e Sé falso Winnicott amplia successivamente questa concezione.

“Non è la soddisfazione istintuale che fa si che il bambino cominci ad essere e a sentire che la vita è reale e degna di essere vissuta” (Gioco e realtà). Perché questo succeda è necessaria una holding (azione di contenimento) che gli permetta di esperire un ambiente affidabile fonte di quel senso di Se progressivamente emergente che si manifesta come sentimento di essere vivi, d’integrazione e di personalizzazione. Ma se le situazioni esterne non sono favorevoli il bambino percepirà ogni esperienza come interferenza o sopruso. Di fronte a questo vissuto sarà costretto a costruirsi un falso Se necessario a proteggere il Se vero dallo sfruttamento e dall’annientamento.

La madre funge da intermediario con la realtà esterna, è l’area del gioco e dell’oggetto transizionale che rende possibile la separazione e il ritirarsi in se stesso.

Un autore meno conosciuto è Grunberger che nel 1971 pubblica il suo lavoro sul narcisismo. La tesi centrale è la seguente il Narciso è una energia psichica che trova origine nello stato di elazione prenatale, costituita da una perfetta omeostasi in assenza di bisogni, perché questi sono automaticamente soddisfatti.

Dopo la nascita il bambino deve affrontare le inevitabili frustrazioni dovute al rapporto con la realtà, per sopperire al crollo del suo universo narcisistico ha bisogno di elementi narcisistici provenienti dall’esterno (la madre).

In un sano sviluppo è necessario che abbia luogo un rapporto dialettico tra la componente istintuale-pulsionale e la componente narcisistica.

Per realizzarsi nel modo più favorevole, questa dialettica narcisismo-pulsioni, dovra appoggiarsi su due momenti o forme relazionali, la prima consiste nella “valorizzazione narcisistica speculare”, rispecchiandosi nel genitore che gli conferma attraverso l’amore il narcisismo.

Quest’apporto (madre) non potrà tuttavia essere sempre completo, di qui la necessità di una seconda forma di valorizzazione (di solito il padre) alla quale sarà dato un valore unico ed esclusivo.Essa sarà idealizzata, divenendo il supporto dell’ideale dell’Io (super Io) per il bambino. D’ora in poi, per amarsi, dovrà passare attraverso la mediazione di questa formazione ideale.

Quanto più precoci e intense saranno state le ferite narcisistiche tanto più rigorosa diventerà questa istanza (super Io) e più difficile l’integrazione con la componente pulsionale. La distanza tra l’Io e il suo ideale (Super Io) sempre maggiore porterà a sentimenti di vergogna e a movimenti in senso depressivo (1971, Studio sulla depressione).

Ma e’ stato probabilmente Kohut l’autore che ha contribuito in modo decisivo a stimolare l’interesse attorno al disturbo della personalità narcisista: autorevole analista di Chicago, e già vice presidente dell’International Psychoanalytic Association, Kohut ha ispirato un grosso movimento all’interno della psicoanalisi definito “Psicologia del Sé”, in aperto contrasto con la corrente psicoanalitica tradizionale nota come “Psicologia dell’Io”. Il movimento kohutiano, che secondo alcuni rappresenta la più potente corrente di dissidenza all’interno della psicoanalisi contemporanea ha posto al centro della teorizzazione il concetto più esperienziale fenomenico di Self (il Sé, contrapposto a quello di Io, più impersonale ed astratto), ha fatto leva su certe debolezze della tecnica interpretativa classica riproponendo l’importanza di fattori quali l'”empatia”, ha posto vari interrogativi sulla concezione tradizionale dei fattori terapeutici della psicoanalisi, e così via. La sua influenza sul movimento psicoanalitico è stata così grande che, al culmine del successo e della espansione del movimento della Psicologia del Sé, alcuni addirittura hanno affermato che Kohut sta a Freud come Einstein sta a Newton, nel senso del discepolo che ha trasformato la teoria del maestro.

Il pensiero di Kohut

Ma vediamo brevemente come Heinz Kohut concepisce la psicodinamica dei disturbi narcisistici. Kohut [1971, cit.] incominciò col notare due particolari tipi di transfert nei pazienti narcisistici, che chiamò transfert “speculare” e transfert “idealizzante”. Nel primo il paziente esprimerebbe il bisogno di essere ammirato e “rispecchiato” dal terapeuta, mentre nel secondo esprimerebbe il bisogno complementare di idealizzare e ammirare il terapeuta stesso. Egli poi postulò che il compito del terapeuta non è quello di frustrare questi bisogni, magari interpretandoli come difese, ma quello di accettarli in quanto tali e di corrispondere empaticamente ad essi per permettere al Sé di svilupparsi. Infatti secondo Kohut la genesi dei disturbi narcisistici va ricercata in un atteggiamento “poco empatico” da parte dei genitori che ha provocato l’arresto dello sviluppo a un “Sé grandioso arcaico”, del quale appunto i due tipi di transfert prima menzionati sarebbero la riattivazione nel transfert. E’ solo quindi permettendo al paziente di ripercorrere queste tappe evolutive attraverso un rapporto empatico col terapeuta, il quale ammira il paziente e permette a sua volta di farsi ammirare da lui, che il paziente riesce gradualmente a mitigare o modificare il suo Sé grandioso attraverso quelle che Kohut chiama “internalizzazioni trasmutanti”.

Già da questi pochi accenni si può intravedere la radicale diversità della teoria kohutiana da quella freudiana classica. Kohut concepisce il Sé come qualcosa che dipende dall’ambiente, che può farlo crescere o arrestare a seconda di determinate proprie caratteristiche (come l’empatia dei genitori); il conflitto è quindi tra il Sé e gli oggetti, e non è intrapsichico, come vuole la teoria classica che postula una conflittualità tra Io, Es e Super-Io (in questo senso si può dire che Kohut appartenga alla scuola della “teoria delle relazioni oggettuali”, secondo la quale l’ambiente ha una grossa responsabilità nella costituzione del soggetto).

Ma perché si crea e che funzioni assolve questo Sé grandioso arcaico?

Alla nascita il bambino per mantenere un senso di benessere a fronte delle difficoltà e delle delusioni della realtà esterna, crea un’immagine grandiosa ed esibizionistica del Sé (Sé grandioso) che successivamente verrà trasferita su un oggetto-Sé transizionale che è la madre.

Ed il bambino può mantenere questa immagine positiva (Sé grandioso), solo se trova un reale oggetto che gli rinforza questo sentimento.

“L’accettazione speculare della madre conferma la grandiosità nucleare del bambino; il suo tenerlo e portarlo in braccio permette esperienze di fusione con l’onnipotenza idealizzata dell’oggetto-Sé”.

Se ci sono invece situazioni eccessivamente frustranti, si produce un arresto evolutivo ed una messa in crisi traumatica del Sé grandioso che si manifesterà, successivamente, come disturbo narcisistico di personalità.

Il pensiero di A. Lowen

Uno degli studiosi che più di tutti mi ha interessato per le sue teorie e il suo metodo nella cura dei pazienti con disturbo narcisistico di personalità è A. Lowen medico psicoanalista formatosi alla scuola di Wilhelm Reich.

Lowen è d’accordo sulla definizione di Narciso come “disturbo della personalità”, mentre non è d’accordo con Freud quando afferma che esiste un narcisismo primario, ed interpreta il Narciso patologico come un fallimento del bambino nella evoluzione dall’amore di se all’amore oggettuale, egli ritiene invece che ogni forma di Narciso sia secondaria ad una difficoltà relazionale nel rapporto tra genitore e figlio.

Lowen è convinto che sia il Narciso dei genitori ad essere proiettato sul figlio.

L’autore sostiene che il neonato nasce con un Se che è un fenomeno biologico, l’Io è invece una organizzazione mentale che cresce e si sviluppa insieme al bambino.

Il senso o la coscienza del proprio Se prende forma e si sviluppa man mano che l’Io mentale si definisce attraverso la consapevolezza.

Es.: “Io mi sento adirato”.

I narcisisti operano una separazione o dissociazione dell’Io dal corpo, risultandone una personalità scissa in due, una attiva che osserva: l’Io, e una passiva l’oggetto osservato: il corpo.

Cosi se sentiamo il nostro corpo entriamo in contatto con il nostro Se, se invece ne abbiamo un immagine facciamo un contatto indiretto e falso.

Una persona sana ha entrambe le esperienze e ciò non gli crea problemi, perché l’immagine e l’esperienza diretta coincidono e vengono accettate.

L’accettazione di se manca ai narcisisti che investono la propria libido sull’Io e non sul corpo ritirandola dalle relazioni oggettuali, troncando o falsificando i rapporti con il mondo esterno.

Alice Miller si basa sugli stessi presupposti del pensiero di Lowen, essa ha avuto modo di verificare, nella lunga esperienza con pazienti narcisisti, come la modalità relazionale con le figure genitoriali e in special modo come un rapporto non nutriente con la madre possa determinare un blocco o una distorsione nella evoluzione del Se autentico del bambino.

Spesso i genitori non danno un sostegno e un affetto adeguato disconoscendo e non rispettando l’individualità del proprio figlio, e al tempo stesso con la seduzione cercano di plasmare il bambino e di farlo corrispondere alla immagine che se ne sono fatti.

 Il trattamento dei pazienti narcisisti secondo le tecniche bioenergetiche è diretto ad aiutarli a essere in contatto con il proprio corpo, a recuperare i sentimenti soppressi e a riacquistare l’umanità perduta.

Per fare questo occorre ridurre le tensioni muscolari e le rigidità che impediscono ai sentimenti e alle sensazioni di esprimersi.

La chiave della terapia sta nella comprensione, senza di essa nessun approccio o tecnica terapeutica ha senso o è efficace a livello profondo.

 Tutti i pazienti hanno un disperato bisogno di qualcuno che li capisca, in quanto da bambini non furono capiti, considerati e rispettati dai genitori.
Il terapista che non riesce a capire la pena dei suoi pazienti, a sentire la loro paura e a conoscere l’intensità della loro lotta per difendere il proprio equilibrio in una situazione familiare che potrebbe condurre alla pazzia, non sarà mai in grado di aiutare i pazienti a superare la ferita e il disturbo narcisistico.
Lowen è d’accordo sulla definizione di Narciso come “disturbo della personalità”, mentre non è d’accordo con Freud quando afferma che esiste un narcisismo primario, ed interpreta il Narciso patologico come un fallimento del bambino nella evoluzione dall’amore di se all’amore oggettuale, egli ritiene invece che ogni forma di Narciso sia secondaria ad una difficoltà relazionale nel rapporto tra genitore e figlio.

Lowen è convinto che sia il Narciso dei genitori ad essere proiettato sul figlio.

L’autore sostiene che il neonato nasce con un Se che è un fenomeno biologico, l’Io è invece una organizzazione mentale che cresce e si sviluppa insieme al bambino.

Il senso o la coscienza del proprio Se prende forma e si sviluppa man mano che l’Io mentale si definisce attraverso la consapevolezza.

Es.: “Io mi sento adirato”.

I narcisisti operano una separazione o dissociazione dell’Io dal corpo, risultandone una personalità scissa in due, una attiva che osserva: l’Io, e una passiva l’oggetto osservato: il corpo.

Cosi se sentiamo il nostro corpo entriamo in contatto con il nostro Se, se invece ne abbiamo un immagine facciamo un contatto indiretto e falso.

Una persona sana ha entrambe le esperienze e ciò non gli crea problemi, perché l’immagine e l’esperienza diretta coincidono e vengono accettate.

L’accettazione di se manca ai narcisisti che investono la propria libido sull’Io e non sul corpo ritirandola dalle relazioni oggettuali, troncando o falsificando i rapporti con il mondo esterno.

Alice Miller si basa sugli stessi presupposti del pensiero di Lowen, essa ha avuto modo di verificare, nella lunga esperienza con pazienti narcisisti, come la modalità relazionale con le figure genitoriali e in special modo come un rapporto non nutriente con la madre possa determinare un blocco o una distorsione nella evoluzione del Se autentico del bambino.

Spesso i genitori non danno un sostegno e un affetto adeguato disconoscendo e non rispettando l’individualità del proprio figlio, e al tempo stesso con la seduzione cercano di plasmare il bambino e di farlo corrispondere alla immagine che se ne sono fatti.

 Il trattamento dei pazienti narcisisti secondo le tecniche bioenergetiche è diretto ad aiutarli a essere in contatto con il proprio corpo, a recuperare i sentimenti soppressi e a riacquistare l’umanità perduta.

Per fare questo occorre ridurre le tensioni muscolari e le rigidità che impediscono ai sentimenti e alle sensazioni di esprimersi.

La chiave della terapia sta nella comprensione, senza di essa nessun approccio o tecnica terapeutica ha senso o è efficace a livello profondo.

 Tutti i pazienti hanno un disperato bisogno di qualcuno che li capisca, in quanto da bambini non furono capiti, considerati e rispettati dai genitori.

Il terapista che non riesce a capire la pena dei suoi pazienti, a sentire la loro paura e a conoscere l’intensità della loro lotta per difendere il proprio equilibrio in una situazione familiare che potrebbe condurre alla pazzia, non sarà mai in grado di aiutare i pazienti a superare la ferita e il disturbo narcisistico.

Mi rendo sempre più conto di come sia entrata più volte in contatto con gente narcisista, consapevolmente o inconsapevolmente…Ho una maledetta paura di incontrare persone bloccate nei loro sentimenti, incapaci di amare e di instaurare relazioni, per mancanza di volontà, disorientamento o semplicemente a causa delle emozioni bloccate, cristallizzate e ghiacciate nell’anima, che non sono in grado di liberare e che covano dentro di loro come un perverso cancro…

In psicologia dicono che si ha paura di qualcosa o ci si incazza verso un aspetto degli altri proprio perché questo ci appatiene, ci riguarda molto da vicino, è una proiezione di una parte di noi che c’è e che odiamo profondamente, ma che non riusciamo a debellare, dal momento che fa parte del nostro inconscio…Che io non sopporti così tanto il narcisismo proprio perché, forse, un po’ narcisista lo sono anch’io…Chi lo sa…

Questo mi ha portato a fare un eventuale approfondimento su questa tematica sulle pagine di Mal d’Amore…Non è un caso che gran parte delle sofferenze dell’anima e della mente nascano da una problematica comportamentale, comunicativa e relazionale…La sfera dell’affettività, dell’amore (non solo anche quello passionale ma anche quello genitoriale…) influisce molto su quelli che sono i tormenti della psiche…

[…] egli si avvicinò un giorno ad una fonte chiara come l’argento né mai contaminata da armenti, uccelli, belve o rami caduti da alberi vicini; non appena Narciso, esausto, sedette sulla riva di quella fonte si innamorò della propria immagine. Dapprima tentò di abbracciare e baciare il bel fanciullo che gli stava dinanzi, poi riconobbe se stesso e rimase per ore a fissare lo specchio d’acqua alla fonte, quasi fosse incantato. L’amore gli veniva al tempo stesso concesso e negato, egli si struggeva per il dolore e insieme godeva del suo tormento, ben sapendo che almeno non avrebbe tradito se stesso qualunque cosa accadesse. (R. Graves, I miti greci)

Il narcisismo appare ora spostato su questo nuovo io ideale, che si trova in possesso, come l’io di quando si era bambini, di tutte le più preziose qualità. L’uomo si è dimostrato ancora una volta, come sempre nell’ambito della libìdo, incapace di rinunciare a un soddisfacimento di cui ha goduto in passato. Non vuol essere privato della perfezione narcisistica della sua infanzia e se – importunato dagli ammonimenti altrui e dal destarsi del suo stesso giudizio critico – non è riuscito a serbare questa perfezione negli anni dello sviluppo, si sforza di riconquistarla nella nuova forma di un ideale dell’io. Ciò che egli proietta avanti a sé come proprio ideale è il sostituto del narcisismo perduto dell’infanzia, di quell’epoca cioè in cui egli stesso era il proprio ideale. (S. Freud, Introduzione al narcisismo , Boringhieri, Torino, 1976, p. 48)

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Innanzitutto raccontiamo il mito di Narciso

Narciso era Figlio della ninfa Liriope e del dio del fiume Cefiso ed alla nascita l’indovino Tiresia aveva vaticinato che il ragazzo avrebbe vissuto a lungo solo a patto che non conoscesse mai sé stesso.

Narciso era un giovane bellissimo che destava l’ammirazione e l’interesse di tutti coloro che incontrava, sia uomini che donne. Tra gli innamorati di Narciso ci fù la Ninfa Eco che per una maledizione, era stata privata della parola dalla dea Era, e poteva soltanto ripetere le parole degli altri. Eco era quindi incapace di esprimere il proprio amore a Narciso, il quale la respinse. La ninfa morì di crepacuore. Gli dei adirati allora, decisero di punire Narciso per la durezza con cui aveva trattato la Ninfa facendolo innamorare della sua immagine. Fu così che un giorno Narciso passeggiando presso Danacone, si avvicinò a una fonte chiara e limpida e non appena sedette sulla sponda di quella fontana s’ innamorò all’istante del proprio riflesso. Dapprima tentò di abbracciare e baciare il bel fanciullo che gli stava davanti, poi quell’amore che gli veniva al tempo stesso concesso e negato, cominciò a struggerlo di dolore e insieme a farlo godere del suo tormento, fino a quando non morì di languore trasformandosi in un narciso, il fiore che cresce ai bordi delle fonti.

Dal mito di narciso si genera il concetto di narcisista a definire tutte quelle persone in un certo senso innamorate di sé stesse, e poco attente agli altri. È vero che i narcisisti sembrano avere una scarsa considerazione nei confronti di altre persone, ma è anche vero che, paradossalmente, queste persone sono completamente incapaci di provare amore per sé e, di conseguenza, per chiunque.

Nella quarta edizione del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), il narcisismo è collocato tra i disturbi di personalità del gruppo B, e può avere livelli di gravità diversi.
Secondo il DSM IV i criteri diagnostici del narcisismo sono i seguenti:

A)Un quadro pervasivo di grandiosità (nella fantasia o nel comportamento), necessità di ammirazione e mancanza di empatia, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

1. ha un senso grandioso di importanza (per esempio: esagera risultati e talenti, si aspetta di essere notato come superiore senza un’adeguata motivazione);

2. è assorbito da fantasie di illimitati successo, potere, fascino, bellezza, e di amore ideale;

3. crede di essere “ speciale ” e unico, e di dover frequentare e poter essere capito solo da altre persone (o istituzioni)speciali o di classe elevata;

4. richiede eccessiva ammirazione;

5. ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, cioè, la irragionevole aspettativa di trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative;

6. sfruttamento interpersonale, cioè usa gli altri per raggiungere i propri scopi;

7. manca di empatia: è incapace di riconoscere o identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri;

8. è spesso invidioso degli altri, o crede che gli altri lo invidino;

9. mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi.
Aggiungerei ai suddetti criteri diagnostici, anche i seguenti:

Tendono a mostrarsi affascinanti, imprevedibili e seduttivi
Sottolineano la propria superiorità
Temono l’intimità affettiva
Si ritengono indispensabili
Non sono consapevoli delle proprie emozioni e dei propri bisogni
Non accettano le critiche a cui reagiscono con veemenza
Tutto ciò che ‘scelgono’ viene ritenuto di ‘valore’
Ritengono di essere state ‘vittime’ di situazioni o eventi.
Cercano di provocare l’altro
Manifestano un atteggiamento giudicante, svalutante e critico nei confronti degli altri
Pretendono la “devozione” in tutti i sensi dell’altro all’interno della relazione
Desiderano che l’altro sia debole per poterlo aiutare
Tendono ad intuire le debolezze altrui e ad evidenziarle
Talvolta scelgono una donna forte per renderla debole
Qualunque cosa faccia l’altro non và mai bene
Nel descrivere la personalità narcisistica citerò brani del libro “Il narcisismo” dello psicanalista A.Lowen uno dei massimi studiosi del fenomeno. Egli nel suddetto libro distingue cinque turbe narcisistiche in ordine crescente di gravità:
– Carattere Fallico-narcisistico
– Carattere narcisistico
– Personalità borderline
– Personalità psicopatica
– Personalità paranoide.

Leggiamo alcuni suoi passi

“Comunemente viene definito ‘Narcisista’ una persona che si preoccupa solo di se stessa escludendo tutti gli altri, dunque: un soggetto in grado di agire quasi completamente in assenza di sentimenti…
….Già nel 1914 tale disturbo della personalità fu oggetto di studio da parte di Freud, ma se consideriamo il quadro culturale in cui viviamo oggi, possiamo affermare che tale patologia è caratteristica della nostra epoca. I costumi sessuali che paiono essere di gran lunga più liberi, la
facilità nel passare da un partner all’altro, l’esibizionismo, la pornografia, la smania di costruirsi un’immagine vincente agli occhi del mondo, tutti questi fattori hanno certamente contribuito, contrariamente agli usi e costumi che distinguevano l’età vittoriana, allo sviluppo incalzante delle personalità narcisistiche. Sicuramente è questa eccessiva importanza legata all’immagine un indizio inequivocabile della tendenza al narcisismo…
…C’è da dire comunque che un sano interesse per la nostra apparenza, basato quindi sul senso di sé, e lo spostamento di identità dal ‘sé immagine’, è ciò che si trova alla base dello stato narcisistico.
I narcisisti dimostrano, è vero, una mancanza d’interesse per gli altri, ma sono altrettanto indifferenti anche ai propri più veri bisogni. Spesso il loro comportamento è autodistruttivo. Inoltre, quando parliamo dell’amore dei narcisisti per se stessi, dobbiamo operare una distinzione. Il narcisismo denota un investimento nell’immagine invece che nel sé. I narcisisti amano la propria immagine non il loro sé reale. Hanno un senso di sé debole, e non è in base ad esso che orientano le loro emozioni. Ciò che fanno è piuttosto diretto ad incrementare l’immagine, spesso a discapito del sé. … D’altra parte l’ammirazione che il narcisista riceve gonfia soltanto il suo io e non fa nulla per il sé. Alla fine allora il narcisista respingerà gli ammiratori nello stesso modo in cui ha respinto il
proprio sé autentico”A. Lowen.

Lowen, effettua sempre nello stesso libro, un interessante analisi della ninfa Eco.

“…Potrebbe essere la nostra stessa voce che riviene a noi. Così, se Narciso avesse potuto dire ‘ti amo’, la ninfa lo avrebbe ripetuto e il giovane si sarebbe sentito appagato, amato. L’incapacità di dire queste parole identifica il narcisista. Avendo ritratto la libido dal mondo esterno, i narcisisti sono condannati ad innamorarsi della loro immagine dirigendo quindi la libido verso il proprio io. ….Un’altra interpretazione è probabile. La voce è espressione dell’essere interiore, del sé corporeo in opposizione all’apparenza superficiale. Nel termine persona è implicita la capacità di riconoscere un individuo dal suono della voce. Secondo questa interpretazione perciò, Narciso respingendo Eco ha respinto la propria stessa voce, il suo essere interiore in favore dell’apparenza, manovra tipica dei narcisisti…
…E’ significativo che Narciso s’innamori del suo riflesso soltanto dopo aver respinto l’amore di Eco. L’innamorarsi della propria immagine in questa vicenda rappresenta una forma di punizione per l’incapacità di amare…
…Qual’è l’importanza della profezia proferita da Tiresio? Su cosa poteva basarsi la sua predizione?
A mio avviso sull’eccezionale bellezza di Narciso. Una bellezza che spesso, sia per un uomo quanto per una donna, può rappresentare una sventura più che una fortuna. La consapevolezza di tale dono può dare alla testa, rendere egocentrici, o ancora suscitare violente passioni di desiderio e invidia degli altri. Un indovino, essendo un saggio, capisce bene questi particolari”. A. Lowen

Ma Lowen analizza anche il libro “Il ritratto di Dorian Gray” di Wilde, che è un romanzo che rappresenta in qualche modo uno studio della personalità narcisistica.
“Come Narciso, Dorian era un giovane bellissimo, gentile, affascinante, che destò presto l’interesse di un pittore che lo volle come modello per un ritratto e di Lord Henry che si premurò di iniziarlo alle maniere di quel mondo. Così con studiata adulazione Lord Henry, indusse Dorian a pensare d’essere speciale per la sua bellezza fisica. E uno dei modi per mantenere intatta quella bellezza era che nessun forte sentimento o emozione turbasse la sua mente o lasciasse segni sul corpo. In mancanza di sentimenti allora, il giovane trascorreva la vita alla ricerca di sensazioni ( ‘seduzioni’), possedendo e abbandonando le donne che incontrava, corrompendo ai vizi e alle droghe gli uomini che lo ammiravano. La sua giovinezza era intatta, solo il ritratto era testimone di quanto accadeva veramente al suo corpo e alla sua anima col trascorrere degli anni. Ma Dorian la sua immagine dipinta su quella tela( il suo vero sé ), non la guardava mai, non affrontava mai la realtà, come non provava rimorsi per quanto di più orribile aveva commesso nella sua ‘fredda esistenza’.
“La storia di Dorian Gray è immaginaria, ma l’idea che una persona possa avere un aspetto che contraddice il suo modo di essere interiore è valida.
E’ straordinario come spesso i narcisisti sembrino molto più giovani della loro età: non permettono che la vita li tocchi, in particolare non permettono agli eventi della vita interiore di raggiungere la
superficie della mente e del corpo. Operano, insomma, una negazione dei sentimenti. Ma quanto esseri umani, non sono immuni dalla vita e allora invecchiano dentro.
Alla fine, come nel caso di Dorian, il dolore e la bruttezza vincono la negazione e il soggetto sembra invecchiare d’un tratto…
… Chi non si sente bene nel proprio corpo può soltanto proiettare l’immagine di quello che dovrebbe essere secondo lui un bell’aspetto. E più si concentra su queste immagini, più gli vengono a mancare le sensazioni e i sentimenti piacevoli.” A. Lowen

Un riferimento attuale a tale tipo di personalità è l’ideale del narcisista tardo-moderno del sociologo Bauman, secondo il quale sarebbe tale quel soggetto che costringe l’altro della relazione a dare senza prendere, a offrire senza chiedere, ad appagre senza opprimere, ad essere un oggetto “usa e getta” che si può recuperare all’occorrenza e abbandonare quando non serve più.
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Nichilismo

Il nichilismo (volontà del nulla) è un orientamento filosofico che nega l’esistenza di valori e di realtà comunemente ammessi.

La diffusione del termine risale alla fine del ‘700 (latino NIHIL=nulla) quando Jacobi caratterizzò come nichilista la filosofia trascendentale di Kant e soprattutto la ripresa fattane da Fichte. Secondo Jacobi il sistema della pura ragione “annichila ogni cosa che sussista fuori di sé”.
Successivamente Schopenhauer riprese in chiave nichilista il problema della conoscibilità e dell’essenza del reale. La realtà fenomenica è l’apparenza nullificante e dolorosa della Volontà irrazionale e inconscia che origina il cosmo intero. L’uomo può liberarsi solo cessando di volere la vita e il volere stesso, per abbracciare il nulla.
Con Dostoevskij il termine indicava la perdita dei valori tradizionali cristiani nel mondo moderno, il destino della modernità dopo “la morte di Dio“. Per Dostoevskij la morte e la negazione di Dio da un lato, e la fede nel Dio negato ma redentore proprio perché sofferente (capace di salvare la sofferenza, prendendola su di sé, dall’insensatezza e dal vuoto nulla) dall’altro, avrebbero potuto ricondurre, attraverso il crogiuolo del nichilismo, il cristianesimo al rinnovamento.
Per Nietzsche il nichilismo appartiene alla vicenda del cristianesimo, che insegnando a cercare la verità in un altrove metafisico, condanna il mondo e Dio stesso al nulla.

Il termine di nichilismo fu usata da Nietzsche in tre occasioni principali:
nel passato è esistito un nichilismo intrinseco a tutte le metafisiche, dato dal prevalere in esse di un atteggiamento contrario alla vita.
Secondo Nietzsche tutti i sistemi etici, le religioni e le filosofie elaborate nell’intera storia dell’Occidente sono interpretabili come stratagemmi elaborati per infondere sicurezza alla gente, a coloro che non riescono ad accettare la natura imprevedibile della vita e quindi si rifugiano in un mondo trascendente; sono reazioni protettive di un uomo insicuro, spaventato dalla propria stessa natura (dalle passioni, dall’istinto) ed incapace di accettarsi. La massima espressione di questa nullificazione dell’uomo è stata la religione ebraico-cristiana: l’etica dell’amore, della pietà e della mortificazione del corpo in vista di una ipotetica felicità ultraterrena è solo una perversione dello spirito, una patologia dell’umanità;
in una seconda accezione Nietzsche intese con nichilismo la morte di Dio, ossia la condizione dell’uomo moderno, che a partire dall’Illuminismo ed a causa di una “accresciuta potenza dello spirito”, crede sempre di meno nei valori tradizionali. E’ una crisi di una civiltà che Nietzsche riassume con la formula “Dio è morto”, dove Dio è il simbolo di tutte le fedi e di tutte le metafisiche. Nietzsche descrisse in termini efficaci questo nichilismo (la crisi di valori) dell’epoca attuale: notò ad esempio come il venir meno di ogni certezza, l’abbandono di ogni prospettiva religiosa o oltremondana, provochino nell’uomo contemporaneo un forte senso di fallimento e smarrimento esistenziale. Ne consegue una nostalgia del passato, il rimpianto per quel periodo felice in cui ancora si credeva alle favole metafisiche. L’uomo moderno non crede più, ma vorrebbe credere; d’altra parte non sa più in cosa credere e non riesce più ad usare i miti ed i riti del passato. Finisce quindi con l’inventarsene di nuovi, crea nuove fedi in sostituzione delle antiche spesso investendo di senso religioso le ideologie politiche. Nelle esperienze tragiche della storia moderna, nel proliferare delle sette religiose, nel persistere di credenze magiche (astrologia, parapsicologia, ufologia) e persino mistiche (le apparizioni della Madonna) si può vedere un disperato nichilismo, una “volontà di credere ad ogni costo” a qualcosa;
esiste infine per Nietzsche, un nichilismo attivo e positivo: l’atteggiamento proprio dell’oltreuomo che accetta la “morte di Dio” e con essa la fine di ogni metafisica ed è capace di reggerne psicologicamente le conseguenze.
In questo senso Nietzsche rivendicò per sé il titolo di primo nichilista.

Così Nietzsche parla di sé:
“Ciò che io racconto e’ la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo. Questa storia può già ora essere raccontata; perché la necessità stessa e’ qui all’opera. Questo futuro parla già per mille segni, questo destino si annunzia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie sono già in ascolto. Tutta la nostra cultura europea si muove in una torturante tensione che cresce da decenni in decenni, come protesa verso una catastrofe: irrequieta, violenta, precipitosa; simile ad una corrente che vuole giungere alla fine, che non riflette più ed ha paura di riflettere. – Chi prende qui la parola sinora non ha fatto altro che riflettere: come filosofo ed eremita d’istinto, che ha trovato vantaggio nell’appartarsi, nel restar fuori, nel ritardare, come uno spirito audace, indagatore e tentatore che già si e’ smarrito in ogni labirinto dell’avvenire;…che guarda indietro mentre narra ciò che avverrà, come il primo nichilista compiuto d’Europa, che ha già vissuto in sé sino il nichilismo sino alla fine, e ha il nichilismo dietro di sé, sotto di se, fuori di se” (Wille zur Macht)
Il filosofo individua accanto a un “nichilismo attivo”, segno di forza e crescita dello spirito, anche un “nichilismo passivo” determinato dall’attenuarsi dell’energia dello spirito e che comporta l’accettazione rassegnata della crisi dell’epoca.
Sotto questi riguardi, il nichilismo si rivela chiuso in un equivoco che lascia aperta la possibilità di essere “per l’una o per l’altra, ma anche per l’una e per l’altra”

[…] Nichilismo come segno della cresciuta potenza dello spirito: come nichilismo attivo.
Può essere un segno di forza: l’energia dello spirito può essere cresciuta tanto, che i fini sinora perseguiti (“convinzioni, articoli di fede”) le riescano inadeguati.[…]
Nichilismo come declino e regresso della potenza dello spirito: il nichilismo passivo: come segno di debolezza: l’energia dello spirito può essere stanca,
2. presupposti di quest’ipotesi: Che non ci sia una verità; che non ci sia una costituzione assoluta delle cose, una “cosa in sé”; ciò stesso è un nichilismo, è anzi il nichilismo estremo. Esso ripone il valore delle cose proprio nel fatto che a tale valore non corrisponda né abbia corrisposto nessuna realtà, ma solo un sintomo di forza da parte di chi pone il valore, una semplificazione ai fini della vita.
(tratto da: F. Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, in Id., Opere complete, trad. it. di S. Giametta, vol. VIII, tomo II, Adelphi, Milano 1971, pp. 12-14)
fonte: http://www.matmatprof.it

Le attendiamo. Spesso con ansia. Mi riferisco alle ferie. Perché su di un punto sembriamo essere d’accordo: vi è un tempo per lavorare e un tempo per riposarsi. E il riposo va preteso, a volte imposto. I tempi del lavoro e dell’impegno quotidiano ci appaiono definitivamente separati dagli altri. Per chissà quale motivo, o per quale perversa ideologia, ci si può riposare solo durante uno  o più periodi dell’anno. A volte può accadere nei fine settimana, sempre se non occupiamo anche quelli. E’ come se avessimo digerito una concezione liturgica e carnevalesca dell’esistenza espellendo  dal quotidiano il tempo per sé e per i nostri interessi. Figuratevi che mi è capitato, recentemente, che un amico mi abbia confidato di aver acquistato durante l’anno una serie di libri che poi ha riposto su di una mensola. Ora li porterà in vacanza dove avrà, finalmente, il tempo per leggerli. Viviamo in un tempo verticale e sincopato nel quale si confondono il lavoro con l’esistenza, la felicità con il divertimento. Il riposo ci appare solo come un aspetto del modello idraulico della nostra vita : meccanicamente vi si alternano la fase di compressione a quella di scarico. Sorrido pensando che ci siamo imposti punizioni superiori a quelle divine. Dio aveva maledetto solo il lavoro

GIANFRANCO BREVETTO * da gbrevetto.blogspot.com

Come in tutti i problemi che sono vicini alla formazione del carattere umano, due fattori determinano la normalità e l’anormalità dello sviluppo psichico dell’individuo: le disposizioni ereditarie innate e le influenze regolatrici dell’ambiente sullo sviluppo pulsionale, soprattutto quello della prima infanzia.

Il carattere, secondo Burness E. Moore e Bernard D. Fine, è quell’“aspetto della personalità… che riflette i modi abituali in cui l’individuo riesce ad armonizzare i propri bisogni interni e le richieste del mondo esterno”.

Anna Freud ha visto la formazione del carattere sotto svariati aspetti, tutti correlati tra di loro: la formazione del carattere rappresenta il conseguimento dell’“indipendenza morale”, “l’esito di una lotta dinamica”.

Peter Blos ha presentato alcune concezioni interessanti e utili del carattere. Ad esempio, il carattere è visto come il risultato della “internalizzazione di un ambiente stabile e protettivo”. Sfortunatamente, vengono internalizzati anche ambienti instabili e non protettivi. Nell’infanzia, tuttavia, il carattere è “prevalentemente un modello degli atteggiamenti dell’Io, stabilizzato da identificazioni che… possono subire una revisione estremamente radicale durante l’adolescenza”.

Marie Jahoda propone cinque criteri per la valutazione del carattere normale e cioè:

assenza di malattia mentale;
comportamento normale;
adattamento all’ambiente;
unità interiore della personalità;
percezione corretta della realtà.
Sigmund Freud definisce il carattere normale come copresenza di lieben und arbeiten (amare e lavorare).

Karl Menninger afferma che il carattere normale è l’adattamento degli esseri umani al mondo e ai rapporti reciproci con il massimo di efficacia e di felicità.

Erich Fromm sottolinea che: “una persona può dirsi normale o sana se è capace di svolgere il ruolo che è tenuta ad assumere in quella determinata società”.

Il comitato degli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito carattere normale e salute mentale come la “capacità di stabilire relazioni interpersonali armoniose”.

Comunque gli attributi che definiscono il carattere normale sono: maturità, stabilità, realismo, altruismo, senso di responsabilità sociale, effettiva integrazione nel lavoro e nei rapporti umani. Nel carattere patologico prevalgono invece tratti di rigidità comportamentale, identità coartata e automatica, incapacità di adattarsi all’interazione sociale, tendenza alla rigidità e alla ripetitività.

Il carattere del bambino
Un genitore che desidera un carattere normale nel proprio figlio non dovrebbe valutare solamente i fatti materiali, né tantomeno dare importanza solo alla sua salute fisica e mentale, ma dovrebbe soprattutto curare le relazioni affettive che il bambino ha con il suo mondo interno e con l’ambiente esterno, le cui conseguenze sono definitive nell’evoluzione del carattere dell’infante. Le tendenze profonde dell’istinto e delle pulsioni affettive del bambino verso se stesso o verso l’altro (genitori, fratelli e sorelle, maestro/a, amichetto o compagni) si armonizzano o al contrario si oppongono.

Il presupposto fondamentale per poter ottenere buoni risultati nel rapporto del bambino con il proprio mondo interno ed esterno è quello di una migliore conoscenza, da parte degli adulti, del suo mondo psichico.

È intuitivo che se, nonostante la migliore buona volontà, l’adulto (e in particolare il genitore) non saprà rendersi conto dei bisogni istintivi, affettivi e delle manifestazioni emotive del bambino, se non saprà ricordare quella che è stata la propria infanzia, il comportamento infantile resterà per lui molto oscuro ed enigmatico ed egli rischierà di fare del male, anche quando sarà convinto di essere stato realmente buono.

L’incomprensione del bambino da parte dell’adulto è un fatto non più scusabile nella nostra società attuale, che ha accentuato le richieste di un rapido ed efficiente adattamento sociale, moltiplicandole di giorno in giorno, con il risultato non proprio moderno che chi non è preparato per la lotta viene sopraffatto, oppure assume degli atteggiamenti antisociali, o si ammala “nell’anima” chiudendosi a riccio nel suo mondo interno.

Queste tre situazioni sono emblematiche per comprendere i tre tipi di carattere patologico che il bambino puo mostrare: il carattere dipendente (o di continua richiesta), il carattere aggressivo (o di discontrollo degli impulsi), il carattere narcisistico (o di chiusura nel proprio mondo).

Il carattere dipendente infantile

Il bambino con un carattere dipendente mostra in genere le seguenti caratteristiche:

manifestazioni di ambivalenza: copresenza di espressioni al tempo stesso positive e negative di desideri pulsionali, o di tendenze affettive ostili e amichevoli;
manifestazioni amplificate di desiderio e forti aspirazioni;
presenza di impulsi avidi;
tendenza a succhiare cose dolci;
sintomi di fame continua o, al contrario, rifiuto di nutrirsi;
comportamento simbiotico: eccessiva richiesta di contatto con la madre o con la maestra;
pianto eccessivo nella separazione dalla madre, dalla maestra, o da un amichetto;
timidezza eccessiva;
paura di cose assurde;
instabilità nei compiti;
capriccio ed egoismo;
ribellione se frustrato, remissione se gratificato;
noia, tristezza e scoraggiamento verso la scuola;
sentimenti di impotenza verso gli amici;
dipendenza eccessiva dal voto, dallo studio, dalla televisione, dagli oggetti;
fobie: paure degli animali, paura degli oggetti, paura di situazioni anche normali, paura degli elementi naturali;
disturbi funzionali: difficoltà ad addormentarsi, lagnanze di natura ipocondriaca (mal di pancia, mal di testa);
lamentele “somatiche” per ottenere vicinanza e sostegno.
Da adolescente poi potrà mostrare comportamenti di:

rifiuto o, al contrario, richiesta eccessiva di cibo;
sentimenti di vuoto;
“grandi amicizie e grandi perdite”;
dipendenza amorosa;
dipendenza eccessiva dalla critica, dallo studio, dal voto;
facili innamoramenti e facili cambiamenti;
dipendenza da fumo, alcool e droghe.
Il carattere dipendente nel bambino è legato, oltre che a fattori innati, al comportamento materno (o dei sostituti ambientali) soprattutto durante il suo primo anno di vita, ossia durante la fase orale, che si chiama così perché la bocca è la prima parte del corpo del bambino a sperimentare un piacere, il piacere di succhiare latte dal seno materno o dal biberon.

La fase orale si suddivide in due stadi:

il primo si incentra intorno all’attività nutritiva: la qualità del benessere fisico e psicologico del bambino durante la poppata determina i suoi primi sentimenti verso la nascente vita sociale. Un’attenzione continua, certa e amorevole in questo periodo determinerà fiducia (in luogo del suo opposto, cioè sfiducia), che si esprimerà nella prima impresa sociale del bambino, senza che sia preso da eccessiva angoscia o collera.
il secondo si instaura con l’inizio della dentizione, quando il bambino impara che può mantenere cio che gli viene dato – apprende cioè la modalità dell’afferrare – e lo può mordere. In questo stadio, inoltre, il bambino sviluppa il suo primo “senso di cattiveria”, quando il seno, amata fonte di conforto, viene bruscamente ritirato.
Se durante questo periodo:

il primissimo desiderio di piacere viene soddisfatto in modo manchevole;
la beatitudine dell’età neonatale non è goduta a sufficienza;
la stessa epoca è straordinariamente ricca di piacere;
ad ogni richiesta di piacere corrisponde il suo immediato soddisfacimento;
lo svezzamento è ritardato, difficoltoso o si completa dopo anni;
la stimolazione ambientale è eccessiva e/o disarmonica, con presenza coatta intorno al bambino;
il contatto fisico è minimo;
avvengono continui cambiamenti di baby-sitter o sostituti materni;
avviene una brusca separazione dalla madre;
si verifica una trascuratezza concreta legata a bisogni reali (ciclo veglia-sonno, regolarità dell’allattamento, ecc.);
l’assenza d’amore è esplicita nel contatto e nel dialogo;
allora il bambino può sedimentare al suo interno affetti ed emozioni caotiche che lo porteranno a ricercare l’oggetto per riparare a quell’amore che, gestito per difetto o per eccesso, lo ha reso dipendente.

Una elaborazione ben riuscita del periodo orale rappresenta il primo e forse più importante presupposto di un comportamento futuro normale, dal punto di vista sia sociale che sessuale, ma soprattutto una buona cura della dipendenza.

Se pure l’unità biologica e affettiva della coppia madre/bambino – con il narcisismo della madre che si estende al bambino e il bambino che include la madre nel suo “ambiente narcisistico interno” – è massima in questo periodo, dobbiamo comunque sfatare alcune credenze.

Ad esempio la credenza che la brava madre debba sacrificarsi, e che il bambino si espande a spese della madre, è un mito duro a morire.

La ritroviamo nei pregiudizi più comuni, secondo cui:

la madre deve dare sino a soffrire;
se non è disposta a sacrificarsi è una cattiva madre;
l’amore si dimostra con la pena e con il danno della madre;
la rinuncia a se stessa è cosa nobile, esaltante;
abbiamo verso nostra madre un debito che non potremo mai ripagare.
Se in condizioni anormali può esistere un fondo di verità nel tema del sacrificio, in condizioni normali le cose non stanno così: non è affatto vero che l’infante si espande a spese della madre, piuttosto è vero che il benessere della madre e quello del bambino formano un tutt’uno.

Il carattere aggressivo infantile

Il bambino con un carattere aggressivo mostra:

eccessiva attività;
eccessiva affettuosità e continuo bisogno di attenzione;
ricerca di contatto e stimolazione fisica, per esempio attraverso pressioni fisiche e movimenti intensi;
irritazione e pianti violenti quando si nega un giocattolo o quando lo possiede il fratellino;
avidità vissuta come desiderio di possedere tutte le cose buone di cui si ha bisogno;
aggressività eccessiva vissuta come credenza che gli altri hanno sempre qualcosa in più;
continua scontentezza e sofferenza;
occhi penetranti che sembrano registrare incessantemente paragoni;
forte gelosia verso il fratellino o sorellina appena nati;
eccesso di ordine, perfezionismo e controllo mentale a spese della flessibilità, dell’apertura mentale tipica della sua età;
troppa obbedienza nel seguire le regole e molta coscienziosità rispetto a doveri come compiti scolastici e faccende di casa;
assenza di controllo con forte ostinazione tale da opprimere le loro famiglie e il loro ambiente;
rabbia e ostinazione;
compulsione e perfezionismo;
irritazione, difficoltà e resistenze alle transizioni e ai cambiamenti.
Da adolescente potrà essere:

intollerante all’ambiente e sempre pronto ad aggredire;
intollerante alle persone e incapace di identificarsi;
intollerante alle regole e incapace di controllare le sue pulsioni;
isolato e incapace di costruire una relazione con l’oggetto d’amore, ma sempre pronto a distruggerlo;
deprivato dai contatti sociali e quindi pericoloso;
antisociale con comportamenti di bullismo.
Il carattere aggressivo nel bambino è dovuto, oltre che a fattori costituzionali, al comportamento materno, paterno e dei vari sostituti avuto durante il periodo che va dal primo al terzo anno circa di vita del figlio, ossia durante la fase anale. Per S. Freud “i bambini esperimentano piacere nell’evacuazione dell’urina e del contenuto dell’intestino, e molto presto si sforzano di manipolare queste azioni in modo che la contemporanea eccitazione delle membrane in queste zone erogene possa assicurar loro la massima gratificazione possibile” (S. Freud, 1913-1917).

Il bambino puo quindi ricavare piacere sia con l’eliminazione che con la ritenzione degli escrementi, da qui il termine anale. Il particolare modo di educazione sfinterica messo in atto dalla madre e i suoi sentimenti nei riguardi della defecazione possono avere degli effetti di notevole portata sulla formazione di tratti e valori specifici nel bambino:

Se, per esempio, i metodi usati dalla madre sono particolarmente ristretti e repressivi il bambino puo trattenere le sue feci e divenir costipato (carattere ritentivo). Se questo tipo di reazione si generalizza verso altri modi di comportamento, il bambino puo sviluppare quello che viene chiamato il carattere ritentivo, divenendo ostinato e avaro.
D’altra parte, di fronte a misure repressive dello stesso tipo, un altro bambino puo dare sfogo alla sua collera espellendo le feci nei momenti meno adatti. Cio in genere viene considerato come il prototipo di tutti i tipi di tratti espulsivi, e cioè: crudeltà, vandalismo, eccessi di collera e accentuata trascuratezza per l’ordine.
Se, d’altra parte, la madre è il tipo di persona che supplica il suo bambino affinché vada di corpo e che lo elogia quando egli defeca, egli finisce per convincersi che tutta l’attività della produzione delle feci è estremamente importante. Quest’idea viene spesso considerata come la base della creatività e della produttività.

Ma vediamo altre situazioni di educazione sfinteriale distorta:

genitori che costringono prima del tempo il bambino ad un’abitudine per la quale manca ancora la preparazione psichica;

genitori che, ignorando il fatto che agli escrementi e alle sue prestazioni escretorie il bambino dà potenza narcisistica, onnipotenza dei propri pensieri e dei propri desideri e considera le feci equivalenti ad un dono da offrire al proprio genitore, svalutano il primitivo senso di potenza presente nell’orgoglio del bambino per l’evacuazione, il cui prodotto è per lui un vero e proprio regalo da offrire: “ L’ho fatta!” urla il bambino che ha appena fatto la cacca nel vasino e che è impaziente di portarla ai suoi genitori, che spesso rispondono con uno sciatto “Buttala via!” mostrando di non comprendere che il bambino con orgoglio la vuole condividere, con cio condividendo il suo vissuto sadico che altrimenti sarebbe inevitabilmente introiettato oppure espulso ferocemente sull’oggetto;
donne o madri che redigono un programma minuzioso del tipo: alzarsi, mettersi sul vasino, lavarsi le mani, ecc…;
la “madre-sergente” che usa esprimersi così: “A che punto sei? Ore 9.15!”;
madri o genitori che non tollerano vedere i loro figli sporcarsi;
madri che dispensano i loro figli dalla prestazione della defecazione, somministrando loro senza indugio clisteri o purganti, smisuratamente;
educazione sfinteriale ritardata.
Al momento degli sforzi imposti dalla madre per l’addestramento alla pulizia, il bambino puo mostrare rituali diversi e talvolta tenaci:

fa i suoi bisogni solo sul proprio vasino;
rifiuta di orinare quando è fuori di casa;
rifiuta di toccare il pene durante la minzione;
ricorre a tutto un cerimoniale per defecare, raccontandosi storie interminabili.
Nell’insieme questi rituali sembrano costituirsi senza angoscia apparente: cionondimeno la madre non deve intimidire il bambino, ma deve scioglierne i conflitti riportandolo ad una dolce disciplina.

In questo periodo sopravvengono poi alcuni comportamenti sintomatici tipici:

piccoli rituali e cerimoniali nell’andare a dormire;
piccole manifestazioni di insonnia o chiamate notturne, spesso contemporanee ai progressi della motricità e del linguaggio;
accessi d’ansia notturna;
tic che sono espressione motoria di ossessioni.
Madri rigide che applicano strategie educative in maniera ossessiva o genitori incoerenti che sottopongono i figli ai regimi più diversi – a seconda che siano aggressivi e ansiosi o calmi e positivi – non facilitano il superamento di tali comportamenti, anzi li fissano, talvolta definitivamente, a tale stadio.

Sempre in questo periodo si attivano sentimenti di paura e di fobia dovuti alla formazione del Super-Io primitivo, che nella mente infantile si materializza in fantasie assurde, irreali, fantastiche: draghi, lupi mannari, streghe, orchi, “l’uomo nero” e così via. Ma per il bambino la fantasia è realtà!

Ebbene il Super-Io primitivo è un coacervo di queste terrificanti figure di fantasia: in esse si celano le ombre genitoriali. Inoltre le stesse fantasie sono emozioni distruttive del suo psichismo, proiettate all’esterno e personificate in figure archetipiche, volte a colpire cio che si ama: temendo pero di perdere l’oggetto amato, il bambino preferisce creare un mondo ostile esterno a sé piuttosto che riconoscere la propria aggressività interna. Dopo questa complessa operazione psichica il bambino è comunque sopraffatto dalla paura di subire aggressioni incredibilmente crudeli sia da parte dei suoi oggetti interni, vissuti tramite il Super-Io, sia da parte degli oggetti reali.

Si instaura così un circolo vizioso per cui:

l’angoscia proveniente dal Super-Io spinge il bambino a distruggere i suoi oggetti;
la distruzione si traduce in un aumento dell’angoscia;
l’angoscia a sua volta torna a spingere il bambino contro gli oggetti.
L’angoscia che lo spinge a distruggere gli oggetti ostili per sfuggire ai loro attacchi determina un incremento delle sue pulsioni sadiche.

Questo circolo vizioso costituisce il meccanismo psicologico che è alla base di:

tendenze asociali;
tendenze criminali;
prevalenza di istinti bassi, quali crudeltà, violenza, rabbia, invidia, avidità, egoismo fuori misura;
relazioni oggettuali ed emozionali difettose.
Il bambino reagisce al Super-Io primitivo dalle mille perfide fantasie non con paura, ma addirittura con una vera e propria fobia verso l’oggetto crudele (streghe, orchi, ecc. ), che rasenta il panico.

Se non si tiene conto di questi vissuti fobici del bambino, continuando a:

metterlo, o minacciare di metterlo, per punizione in una stanza o in un armadio, al buio;
utilizzare racconti spettrali o fiabe dell’oscuro bosco delle fate, con orribili streghe e giganti, o impaurirlo con figure “cattive” quale l’“uomo nero”, al solo scopo di indurlo all’ubbidienza;
permettere la visione di filmati e racconti non adatti alla sua età;
accogliere con facilità il bambino nel lettone o lasciare la luce accesa nella sua stanza sino a che si addormenti, dando così inconsciamente prova che esiste una qualche base obiettiva che giustifichi la fobia;
lasciar cadere, piuttosto che risolvere, paure estemporanee per persone, animali domestici, temporali, scarafaggi, mosche, rumori e via dicendo;
il bambino crescerà con forti sentimenti di inferiorità, sentimenti di colpa, aggressività ed invidia.

Quindi nel rapporto col bambino è bene:

che la madre eviti di immettervi ansietà a lui intollerabili;
non accentuare il peso della responsabilità verso gli educatori;
evitare, quali adulti, atteggiamenti le cui motivazioni possano risultargli oscure o confuse;
non adottare tecniche rozze quali suggestione, persuasione o seduzione;
evitare misure repressive e coercitive.
Il carattere narcisistico infantile

Il bambino con un carattere narcisistico:

preferisce starsene in un angolo o giocare solo con le sue cose;
tende ad essere irrequieto e a camminare in modo inquieto e senza uno scopo preciso;
talvolta guarda fisso davanti a sé, come se fosse assente o allucinato;
parla poco ed tende ad evitare contatti personale;
è poco ricettivo agli stimoli dell’ambiente, né trova in sé la giusta spinta per vivere la sua età, senza provarne disagio e restando “tranquillamente passivo”;
trascura il proprio aspetto esteriore, spesso mangia senza appetito;
è soggiogato dal mondo della sua immaginazione, tanto da avere difficoltà aimpegnarsi in cio che succede nel qui e ora;
talvolta apatico e letargico, dà l’impressione di non avere quella spinta interna alla socializzazione e all’esplorazione motoria tipica della maggior parte dei bambini;
mostra goffaggine e comportamenti poco modulati;
puo essere in grado di far fronte agli urti, alle cadute, ai tagli, alle abrasioni e agli oggetti che possono causare bruciature o gelo ma solo perché mostra di non sentirne il dolore;
spesso assorbito in se stesso, difficile da coinvolgere, ha un apparente disinteresse per l’esplorazione delle relazioni e per i giochi e gli oggetti stimolanti;
mostra di stancarsi facilmente;
già da molto piccolo può iniziare a interessarsi agli oggetti per mezzo dell’esplorazione solitaria anziché in un contesto interattivo;
è disattento, facilmente distratto o preoccupato, specialmente quando non è attratto da un compito o da un’interazione;
in età prescolare tende a rifugiarsi nella fantasia quando si confronta con minacce esterne;
si annoia facilmente nel giocare con amici preferendo un gioco solitario, in cui mostra spesso grande immaginazione e creatività.
Da adolescente può mostrare:

una forte rabbia o al contrario vergogna ed umiliazione come reazione alle critiche;
una tendenza a sfruttare gli altri per i propri interessi;
un eccesso di grandiosità, cioè sensazione di essere importanti, anche in modoimmeritato;
di sentirsi unico o speciale, e compreso solo da certe persone;
fantasie di illimitato successo, potere, amore, bellezza;
di sentirsi in diritto di meritare privilegi più degli altri;
eccessive richieste di attenzione o ammirazione;
mancanza di empatia verso i problemi altrui;
persistente invidia.
Il carattere narcisistico nel bambino è dovuto, oltre che a fattori costituzionali, al comportamento materno, paterno, genitoriale, e dei vari sostituti avuti durante il periodo che va pressappoco dal terzo al quinto anno di vita. È noto che in questa fase detta “fallica” il bambino scopre, per cosi dire, gli organi genitali e impara a ricavarne sensazioni di piacere mediante la stimolazione manuale. Durante questo periodo gli organi genitali vengono investiti di potenti cariche energetiche, anche se ci vorrà ancora del tempo prima che tutta l’eccitazione sessuale si concentri sui genitali e venga scaricata dalla loro interazione nel rapporto sessuale.

Inoltre nel bambino in questa fase si manifesta il complesso di Edipo.

Durante lo stadio fallico, il comportamento del bambino è caratteristicamente intrusivo per i maschi e ricettivo per le femmine, non soltanto in rapporto alla zona genitale ma anche per cio che riguarda il modo di maneggiare gli oggetti, il passeggiare e il calpestare, il chiacchierare e il porre domande. Diviene per lui importante anche provare i limiti della curiosità e dell’aggressività.

L’influenza che questo periodo eserciterà sulla personalità futura dell’individuo dipende in larga misura dal modo in cui i genitori riescono a sviluppare un senso di partecipazione, responsabilità e iniziativa delle inclinazioni e degli interessi del bambino, e non lo gravano con i vari sensi di colpa. In questo stadio lo sviluppo di una forma di Super-Io più crudele e rigida di quella che si struttura nella fase anale puo avere degli effetti disastrosi su tutta la vita successiva.

Ma come può questa forma di Super-Io essere sviluppata dall’ambiente circostante?

Le situazioni che potenziano il Super-Io determinando nel bambino angosce di castrazione possono essere molteplici. Le più comuni:

vedendo il figlio che si tocca i genitali, il genitore lo minacciano di “tagliargli il pene”;
l’ambiente può ridicolizzare o schernire un bambino che gioca con i suoi genitali e che neppure se ne rende conto o una bambina che arrossisce perché dondolandosi sull’altalena scopre che quel piacere può diventare eccitazione;
perfino le esperienze che oggettivamente non contengono alcuna minaccia possono essere fraintese da un bambino che già si sente colpevole: per esempio scoprire che esistono “esseri senza pene” mediante l’osservazione del genitale femminile;
dopo un’operazione chirurgica, la paura di castrazione puo spostarsi dalla zona operata – le tonsille, per esempio – alla parte genitale;
un bambino, che sia stato presente alla decapitazione di un pollo, o impressionato da favole circa la decapitazione, puo sostituire all’idea di decapitazione quella di castrazione.
Spesso il bambino narcisista diventa tale:

perché è rinforzato e guidato all’interno di una famiglia o di una istituzione ad un’eccessiva idealizzazione del modello (padre, madre, nonno, insegnante) e si relaziona illusoriamente soltanto con esso, escludendo ogni tipo di relazione reale (illusione di idealizzazione);
perché vive una fantasia simbiotica di essere identico a qualcun altro, di avere contenuti psichici interscambiabili, per cui penserà che “lui e sua madre” o “lui e suo padre” si bastano a vicenda e il mondo esterno è automaticamente designificato in quanto privo di valore (illusioni di identicità o illusione di gemellarità);
perché ha sviluppato fantasie idealizzanti verso uno o più personaggi di fantasia creati ad arte dalla potente industria dell’intrattenimento che attivano in lui una onnipotenza che potremmo esprimere così: “Io ed il mio eroe ci bastiamo, siamo un tutt’uno ed io con lui mi sento forte” (illusione di grandiosità).
È chiaro che si tratta di dinamiche pericolose, perché il bambino finisce per negare l’esistenza dell’oggetto esterno con cui avrebbe potuto avere una sana relazione: invece con il modello, il genitore o il suo beniamino non potrà mai avere una relazione alla pari, ma il bambino è pero convinto di averla. Lo si puo già immaginare da adulto con in mano il suo gadget tecnologico, a dimenticarsi la sua donna all’area di servizio o peggio ancora il figlio chiuso in macchina sotto il sole.

Ma allora il narcisista non riesce ad amare un oggetto d’amore?

Non riesce ad amare, perché ha paura: intuisce che amare vuol dire mettersi in gioco e teme che dare si risolva in un perdere.

Forse il narcisista ha paura che l’oggetto del suo amore non sia alla sua altezza?

In realtà è lui che teme di non essere all’altezza dell’oggetto d’amore.

Il narcisista nasconde un innegabile senso o sentimento di inferiorità verso l’oggetto esterno, vissuto come fattore di sofferenza, ma soprattutto come agente straniero e perturbatore dell’equilibrio (già oltremodo precario) e della tranquillità del suo Io: l’oggetto esterno è il suo oggetto-trauma (ossia la sua dannazione), che, non curato, col tempo si trasforma in “oggetto folle”. In realtà basterebbe impegnarsi seriamente verso l’oggetto esterno per essere già sulla via della guarigione.

Riferimenti bibliografici

Wolman, B. B. (1974). Manuale di psicoanalisi infantile. Vol. I: I fondamenti (Astrolabio-Ubaldini, Roma 1974).

Warren, N. – Jahoda, M. (1975). Gli atteggiamenti (Boringhieri, Torino 1975).

Menninger, K. (1979). Teoria della tecnica psicoanalitica (Boringhieri, Torino 1979).

Fromm, E. (2004). Io difendo l’uomo (Bompiani, Milano 2004).

Secondo Freud tutto l’insieme dei problemi affettivi della seconda infanzia (3-6 anni), la conseguenza di una precisa spinta istintuale: in questo periodo, infatti, la sessualità infantile raggiunge un livello di sviluppo definito come “fase fallica”. La libido del bambino si concentra, cioè, in corrispondenza della zona genitale, che assume il carattere di zona erogena, così come precedentemente era avvenuto per la “zona anale” ed ancor prima per quella “orale”. Nonostante la sua localizzazione nell’organo genitale, la libido del periodo fallico, ovviamente, non consente ancora l’espletamento della sessualità matura. Non mancano, però manifestazioni che indicano l’attivazione della zona in senso erotico. E’ in questa età, infatti, che compaiono le prime manifestazioni di masturbazione, di esibizione degli organi sessuali, di vivaci curiosità relative alle differenze anatomiche fra i due sessi, ecc. In questo contesto, proprio la scoperta di tali differenze, contribuisce ad attivare nel bambino delle paure inconsce di perdere o di vedere danneggiato il proprio organo sessuale. E queste paure giocano un ruolo molto importante nella complessa dinamica dei rapporti fra il bambino e i suoi genitori. Il maschietto teme di essere punito per la sua rivalità verso il padre, proprio attraverso la privazione di quell’organo genitale del quale va tanto fiero e di cui la bimba è priva, forse per effetto di una punizione inflittale. Questo timore lo porta, così a modificare il proprio atteggiamento. Trasformando la sua aggressività verso il padre in imitazione e in identificazione, il bambino abbandona quella posizione così pericolosa di aperta rivalità. La femminuccia, d’altra parte, vive anch’essa la stessa “ansia di castrazione”: fantasticando di poter essere invasa, distrutta e dilaniata nell’interno del suo corpo, a motivo della lotta accesasi con la madre per ottenere il possesso esclusivo, affettivo ed erotico del padre. Lentamente, anche in questo caso, lo scontro si tramuta in identificazione: decidere di assomigliare alla madre perchè è in questo modo che si può piacere al padre.
Tutta questa complessa vicissitudine è stata teorizzata e descritta dalla psicoanalisi, inizialmente da S. Freud e successivamente da M. Klein, la quale ha addirittura osservato che queste difficoltà nella relazione a tre, questo desiderio di possesso esclusivo nei confronti di uno dei genitori con l’eliminazione dell’altro, inizia già nel primo anno di vita, quando il neonato stabilisce un rapporto distinto con entrambi, madre e padre.
Ora, come noto, Freud ha creduto di poter ritrovare il simbolo di questa situazione affettiva nella leggenda di Edipo, il re tebano che il destino conduce ad uccidere il proprio padre Laio e a sposare – sempre inconsapevolmente – la propria madre Giocasta.
Questo mito rappresenterebbe, sostiene Freud in “Totem e tabù”, il residuo simbolico delle tremende passioni dell’uomo della preistoria, il quale, privo di freni inibitori, non temette, probabilmente, di uccidere il proprio padre, capo della tribù, per conquistarne le donne. Col passare dei millenni, nulla di tutto ciò si ripete; rimane, però, nell’animo umano, presente ed operante, il problema affettivo del rapporto dei figli con i genitori, dei giovani con gli adulti. E’ ovvio che riconoscere l’esistenza e l’importanza di queste problematiche edipiche non significa vedere in ogni bimbo un incestuoso, un parricida, ma semplicemente considerare certi aspetti del comportamento infantile e anche adulto, alla luce della specifica rete affettiva ed emozionale che si instaura all’interno della situazione edipica. Il mancato superamento di questa “condizione” produce notevoli conseguenze nella successione dell’evoluzione psicologica e sessuale. Anzi, come possiamo ben osservare durante il lavoro psicoterapeutico con i nostri pazienti, questo problema costituisce il nucleo conflittuale più forte della nevrosi e determina tutta una serie di sintomi e di atteggiamenti compensatori, che possono rendere davvero difficile la vita di un individuo e di coloro che gli stanno accanto. All’origine dei disturbi della personalità, è innegabile che ci possono anche essere delle circostanze traumatizzanti momentanee che possono determinare una situazione edipica complessa, ma al contrario di quanto comunemente si crede, ciò è molto raro. Risultano, invece, molto più gravi le influenze continue ed inadeguate di un ambiente familiare perturbante. Un buon equilibrio sessuale di una coppia genitoriale, infatti, è la garanzia più sicura di un superamento dell’Edipo nel bambino. Dove l’uomo e la donna non hanno correttamente affrontato e risolto il loro Edipo, vi è incapacità a realizzare una buona armonia sessuale: le pesanti conseguenze si riversano sulla coppia stessa e, quel che ancora più tragico, sui loro figli.
Nel primo caso si hanno tutte le possibili manifestazioni di problematiche sessuali, dai disturbi del desiderio a quelli del piacere, fino alle vere e proprie deviazioni della sessualità.
Nel secondo caso, le pulsioni inappagate della coppia si riverseranno sui loro figli. I sentimenti edipici, in effetti, sono reciproci. Se il figlio è legato alla madre, questa è altrettanto legata al figlio e così dicasi per la figlia con il padre. Nel caso di un mancato superamento dell’Edipo nei genitori, questo sentimento si tramuta in attaccamento “forte”, secondo cui il figlio amato è visto come un bene di cui si vuole godere esclusivamente, paralizzando sin dall’inizio tutti i tentativi che questo fa per conquistare la sua autonomia e di instaurare altre relazioni con persone estranee alla famiglia, in particolare al momento dell’evoluzione adolescenziale.
Casi del genere emergono dalla clinica psicoterapeutica più frequentemente di quel che non si immagini: già dalla prima infanzia, i figli sono vittime di carenze affettive, di strumentalizzazioni, di iper-gratificazioni o di seduzioni. Alla tutto sommato più rara violenza fisica e sessuale, si deve spesso aggiungere quella del non riconoscere, del non accettare, del non rispettare i propri figli. A monte di tutto questo ci sono, come si diceva, grosse problematiche edipiche irrisolte. Esempi concreti ricavabili dalla pratica psicoanalitica possono chiarire meglio quanto sto dicendo.
Una coppia sessualmente frustrata nel proprio rapporto matrimoniale, può sentirsi spinta verso i propri bambini al fine di ottenere quel tipo di soddisfazione affettiva che dovrebbe scaturire dal rapporto coniugale. In questo senso, un padre con desideri sessuali immaturi e non ben integrati, può mostrarsi eccessivamente seduttivo con la propria bambina. Questa incoraggiata da tali aspetti infantili della personalità paterna vivrà nella fantasia, quando addirittura non subirà nella realtà, questo rapporto segreto e colpevole che implica l’esclusione della madre ed il trionfo su di lei. Ciò potrà portarla a sentirsi, da un punto di vista psicologico, unica responsabile dell’esclusione della madre. Tutto ciò può renderle difficile, con il sopraggiungere dell’adolescenza e dell’età adulta, l’allontanarsi dalla famiglia, perchè le sembrerà che la madre abbia bisogno di lei. Inoltre, quel legame segreto avuto o fantasticato, grazie agli atteggiamenti del padre, e sentito come colpevole, potrà crearle serie difficoltà nella realizzazione di una vita sessuale matura con un altro uomo.
Allo stesso modo, difficoltà di vario genere possono sorgere quando vi è un’intesa di questo tipo tra il bambino e la madre e quando il padre viene estromesso come una figura insignificante o come un bruto insensibile. Anche qui ciò può accadere quando la madre non soddisfatta della sua relazione sessuale, ha paura di questo tipo di rapporto con un uomo e cerca di raggiungere una specie di soddisfazione sessuale più infantile (quindi meno angosciante) con il figlio, che viene considerato come propria creazione e quindi fonte di soddisfazione narcisistica.
Ma, si badi bene: tale intimità genitori – figli, anche quando non chiaramente esplicitata, è quasi sempre impregnata di seduzione erotica. Vi sono infatti molti modi sottili attraverso cui un genitore può eccitare sessualmente il figlio: il tono di voce, il modo di curarsi esteticamente quando lo incontra, il trattenerlo con premure eccessive, il difenderlo dall’altro genitore, il non difendere quest’ultimo dall’arroganza del figlio/a, nel fare con lui/lei il sonnellino pomeridiano, nel fare il bagno o la doccia insieme, nel girare più o meno nudi per casa, nell’asciugare con troppa cura i genitali del figlio/a, ecc. ecc.
E’ così rileva Dacquino che:
difficoltà affettive da parte di uomini verso le figure femminili o di donne verso quelle maschili mascherano un complesso di Edipo non superato. Il vivere da adulti una situazione amorosa virulenta genera in loro quei sensi di colpa che traggono origine dal rapporto esagerato, morboso e frustrante avuto con la prima donna o con il primo uomo della vita, cioè la madre o il padre. Tali soggetti amano i genitori di sesso opposto fino al punto da non poterli “tradire”.
Ora, è solo dopo un lungo e paziente lavoro terapeutico fra analista e analizzando che si possono individuare e quindi risolvere i problemi che da tali rapporti nascono. Ciò può accadere grazie al fatto che il terapeuta, attraverso lo strumento del transfert, prende “il posto del padre e della madre naturali”, e permette, in tal modo, I’evidenziarsi ed il rivivere consapevolmente il particolare tipo di legame instauratosi fra il paziente e le proprie figure genitoriali. Proprio in virtù di tale caratteristica, il rapporto terapeutico stesso inteso come “riedizione” della relazione figlio – genitore e, proprio ancora in ragione di ciò, quello che emerge dal processo psicoanalitico può essere inteso, secondo le indicazioni di Freud, come una nuova crescita, una seconda educazione, una ri-nascita.

Diceva Giuseppe Ungaretti, in versi concisi quanto incisivi, “Si sta come d’autunno, sugli alberi, le foglie” (da Soldati, 1918)…Non c’è modo migliore per esprimere il concetto della caducità umana e la consapevolezza della precarietà della vita umana.

Tale concetto è ripreso in diverse culture e accompagna l’intera Storia dell’Uomo, si trova in pressoché ogni ambito geografico ed in diverse riflessioni della mente umana… In particolare, nella cultura giapponese e nella filosofia zen, l’elucubrazione relativa alla caducità è ferma e serena allo stesso tempo, come ci si poteva aspettare da questo tipo di meditazione, sempre molto fatalista, ma anche molto positivo.

Ho approfondito un po’ ed ecco l’interessante risultato, che porta addirittura ad un paragone ed ad una vicinanza concettuale con la letteratura latina (Virgilio in primis)…Stiamo andando verso un concetto-chiave dell’estetismo giapponese, l’aware.

L’odierno significato di questa parola, come aggettivo, è “compassionevole”. Più precisamente, aware si riferisce alla qualità emotiva insita nelle cose, nella natura, nell’arte, ma anche, in senso più generico, alla reazione interiore di una persona dinanzi a uno stimolo estetico.

Il senso dell’ aware ebbe la sua massima espressione in Giappone durante l’Epoca Heian, intorno l’anno 1000. Nell’allora capitale di Heiankyō, la corte imperiale dei Fujiwara viveva praticamente racchiusa in un mondo completamente artificiale, in un ambiente che in quanto ad eleganza formale, gusto per la bellezza, meticolosità, cura dei dettagli, ha avuto ben pochi uguali nella storia umana. A quell’epoca i gentiluomini, anche quando raggiungevano posizioni elevate, mostravano ben poco interesse per le responsabilità pubbliche e preferivano dedicare il loro tempo a vergare poesie su fogli di carta colorata, o a controllare i dettagli più minuti del loro abbigliamento. Le dame vivevano truccate come bambole dietro ai loro paraventi, dedicandosi alle lettere e all’amore. La civiltà heian tendeva alla ricerca della perfezione estetica. Un minimo errore di gusto poteva distruggere la reputazione di un gentiluomo.

Nell’Epoca Heian tutti gli uomini colti scrivevano in cinese, lingua della burocrazia e della cultura, e dunque furono le donne a creare i grandi capolavori della letteratura giapponese. Dame di corte come Murasaki Shikibu o Sei Shōnagon si sforzarono di analizzare la percezione infinitesimale dei sentimenti, riuscendo a rasentare limiti assoluti di delicatezza stilistica. Gli ideali di bellezza che contrassegnarono il gusto di quest’epoca possiamo appunto incontrarli negli scritti di queste dame, nelle loro lunghe contemplazioni e riflessioni. Leggiamo ad esempio nel diario di Izumi Shikibu:

“Voglio aprire le imposte a guardare la luna che scende verso l’orizzonte occidentale. Sembra lontana e serenamente diafana (c’è una nebbiolina sopra la terra) e arrivano insieme il suono di una campana e il canto dei galli. Non ci sarà mai più un momento come questo né nel passato né nel futuro…”

Infinite frasi come queste si rintracciano nella letteratura heian: c’è la contemplazione della bellezza unita all’idea della sua irripetibilità e caducità. Izumi Shikibu la tratta con dolcezza e melanconia, Sei Shōnagon col suo spirito beffardo. Nel Libro del Guanciale, quest’ultima procede mescolando il dato autobiografico a baluginanti elencazioni di immagini.

“Particolari eleganti e graziosi. Un’ampia sopravveste candida gettata su una veste rossa. Le uova di anatra. Un dolce di zucchero conservato nel ghiaccio e presentato in una piccola coppa di metallo. Un rosario dai grani di cristallo. I fiori di glicine. I fiori di prugno con la neve che cade. Un bambino graziosissimo intento a mangiar fragole…”

Lo spirito dell’aware pervade tutta la letteratura Heian” scrive Hisamatsu Senichi. “Si manifesta nei sentimenti che ci ispira una lucente mattina di primavera, ma anche nella tristezza che ci sopraffà in una sera d’autunno. Il suo significato primario, comunque, è una delicata melanconia, che può diventare una vera sofferenza.”

Gli esempi più significativi li ritroviamo però nella Storia di Genji, il diluviale romanzo di Murasaki Shikibu, primo romanzo della letteratura giapponese e capolavoro assoluto della letteratura mondiale. Ci sarebbe moltissimo da dire su questo romanzo ricco di personaggi e privo di trama, che, in quello che potrebbero essere additati come difetti formali, rasenta invece la perfezione. L’autrice ne domina i mille rivoli con un’attenzione e una sensibilità assolute, e sembra che nel romanzo la parola aware sia ripetuta più di mille volte. I giapponesi hanno dato origine a innumerevoli ed erudite disquisizioni sull’esatto significato diella parola nei vari contesti in cui viene a cadere ed è ben comprensibile l’imbarazzo dei traduttori occidentali che ogni volta che si trovano a definirne l’esatta sfumatura.

Il protagonista del romanzo, Hikaru Genji, è figlio dell’imperatore e di una concubina, ragion per cui non è destinato al trono. È un giovane avvenente, dal gusto ricercato, lo spirito brillante e l’umore velato da una melanconia un po’ decadente. È l’immagine di tutto ciò che una donna potrebbe chiedere a un uomo, alla corte dei Fujiwara e nell’epoca Heian. L’autrice stessa è evidentemente innamorata del suo personaggio, il quale “nessuno poteva guardarlo senza provarne piacere”.

Nel corso del romanzo, Genji si sofferma spesso a contemplare un giardino inargentato dalla luna, ad ammirare la danza di un mimo dinanzi alla tormenta, ad ascoltare le note di un koto vibrare nel crepuscolo. C’è una scena bellissima in cui il principe, recandosi da una delle sue amanti, avverte, nel buio della notte, il profumo di un fiore appena sbocciato. Fa fermare la portantina e rimane a lungo ad assaporare quella fragranza che la brezza già sta sbriciolando e disperdendo. Questo è il gusto che sorregge l’intero romanzo: la finzione narrativa si fonde con quello che era l’effettivo ideale di vita dell’Epoca Heian. Quando Genji viene esiliato a Suma, a metà romanzo, la contemplazione della bellezza si fonde a una nostalgia totale, struggente:

“In una tranquilla notte di luna, in cui un limpido cielo s’inarcava sul vasto mare, Genji se ne stava a guardare la baia. Pensava ai laghi e ai fiumi del suo paese natio. L’uniforme distesa del mare non destava in lui che una vaga e generica nostalgia. Non c’era un segno familiare intorno a cui si potessero concentrare le sue associazioni, non un punto preciso in cui i suoi occhi si volgessero. Davanti a lui, in tutto lo spazio deserto, solo l’isola di Awaji si stagliava fermamente e attirava l’attenzione. – Awaji, grano di spuma allo sguardo lontano – citò egli e recitò il verso: – Oh, isola maculata di spuma che per me non eri niente, persino un dolore come il mio in questa notte di meravigliosa bellezza tu hai il potere di guarire!”

E per impulso Genji afferra il suo koto e comincia a provare una melodia cinese: il suono, mescolato coi sospiri dei pini e il sussurro delle onde, si ode lungo il pendio, fin nelle case vicine. Il governatore è straziato da quel canto e dalla nostalgia che lo riporta ai giorni in cui si trovava nella corte di Heiankyō, arriva alle stanze di Genji e geme: – L’incanto di una musica come questa non è unicamente terreno! Non dirige forse i nostri pensieri verso quelle melodie celesti che ci accoglieranno quando finalmente raggiungeremo la mèta dei nostri desideri?

Nel senso principale dell’aware c’è infatti una nota malinconica. È sì, l’emozione suscitata dalla bellezza del mondo, ma senza dimenticare che questa bellezza è destinata a svanire, come chi la osserva. È “compassione” nel senso etimologico della parola, dal latino cum-patire, e dunque un condividere il nostro sentire con ciò che ci circonda, di cui facciamo parte e con cui condividiamo il destino. All’amore per la contemplazione della natura, di stampo scintoista, si fonde l’idea dell’impermanenza del mondo affermata dalle dottrine buddhiste. Come nota Anesaki Masaharu, la convinzione della continuità delle esistenze nel ciclo delle morti e delle rinascite approfondisce la nota sentimentale ed amplia infinitamente l’ambito simpatetico dell’aware.

Mono no aware, “l’emozione delle cose”. Ci si commoveva percependo la relazione fra bellezza e tristezza del mondo, relazione che l’animo sensibile avvertiva nella bellezza della natura o nel suo materializzarsi nell’arte, non solo perché ne subiva l’impatto estetico, ma anche perché essa gli faceva prender più che mai coscienza della natura effimera di ogni cosa. Aware non era dunque soltanto emozione dovuta a contemplazione, ma addirittura dolore. Dolore perché quest’attimo di assoluta perfezione che stiamo sperimentando è destinato a scomparire nel volgere di un battito di cuore, così come ogni altra cosa del nostro mondo temporale. Nell’aware, nota Joseph Campbell, arriva un eco, molto lontana, della pena del giovane principe Siddharta, il futuro Buddha, che uscendo per la prima volta dal suo splendido palazzo scoprì la realtà del dolore e della morte. Ma i cavalieri e le dame di corte giapponesi non amavano soffermarsi su argomenti funerei, così ritornano nelle loro prigioni dorate e sublimarono tale dolorosa consapevolezza cantando piuttosto la bellezza dei fiori che cadono.

C’è una bella frase di Virgilio che rappresenta molto bene questa sensazione. Enea, giunto alla reggia di Didone, osserva i dipinti che rappresentano gli eventi dinanzi alla piana di Troia, le gesta eroiche dei guerrieri e il dolore degli sconfitti, e commenta:

“- Quale luogo ormai, quale parte del mondo non conosce le nostre pene! Guarda Priamo: qui c’è ancora un premio alla virtù, gli affanni muovono il pianto e la miseria umana desta pietà.”

Isolato dal suo contesto, quest’ultimo celebre verso s’illumina di un significato assoluto. Sunt lacrymæ rerum et mentem mortalia tangunt. “Queste sono le lacrime delle cose e la mortalità ci taglia fino al cuore”. Quant’è vicino Virgilio al senso dell’aware! Se dovessimo tradurre mono no aware in latino, lacrymæ rerum sarebbe l’espressione più vicina all’originale. La percezione delle cose connaturata alla consapevolezza della loro mortalità!

Tuttavia non si pensi che il rapimento estetico dell’aware fosse qualcosa di travolgente come lo Sturm und Drang dei nostri romantici. La sensibilità heian era contenuta entro i limiti di un gusto estremamente controllato. Raramente degenerava in sentimentalismo; mai varcava i limiti del patetico. Si trattava di una calma rassegnazione, di uno spirito che potremmo definire, prese le dovute distanze, più stoico che epicureo. I gentiluomini finivano per sublimare nell’estetismo le loro emozioni più strazianti: nella letteratura assistiamo a scene dove persino il dolore per la morte dell’amata viene trasformato in eleganti tanka di trentun sillabe imperniate su immagini tratte dal più trito repertorio stilistico.

Se si può imputare un difetto alla letteratura dell’epoca, che della civiltà Heian fu fedele specchio e ritratto, è che questa tendenza all’appagamento estetico tendeva a cancellare dal proprio orizzonte mentale tutto ciò che non vi si adeguava. Il Giappone dell’anno 1000, al di là della corte dei Fujiwara, era povertà e squallore. Eppure, la letteratura non fa il minimo accenno al mondo esterno. Sei Shōnagon, che delle scrittrici fu la più anticonformista, si limita una sola volta ad annotare di aver visto dei villani… ma avevano un aspetto così sgradevole!

Ne consegue un’ultima annotazione. L’eleganza e la raffinatezza erano considerate qualcosa di aristocratico. La percezione della bellezza dipendeva dal gusto [shumi] o dal cuore [kokoro], o comunque dalla sensibilità della persona che riusciva a coglierla. Ed era proprio questa capacità di lasciarsi “folgorare” dall’esperienza estetica a definire la misura del vero gentiluomo. L’attitudine di provare un tal genere di emozione estetica [mono no aware o shiru] equivaleva alla virtù morale, era il segno distintivo delle persone di qualità. La gente delle classi inferiori mai avrebbero potuto sperare di possederla. In questo, il senso dell’aware aveva alcuni punti in comune, ancora una volta notati da Campbell, con gli ideali dei trovatori che frequentavano le corti europee nel XII secolo. Anche qui si parlava di un “cor gentile” capace di elevarsi spiritualmente attraverso l’amore per una donna. Ma l’aware giapponese era un sentimento assai più vasto, perché avvolgeva nel suo manto l’intero universo, la natura e le cose.

In seguito le guerre civili e l’avvento dei samurai avrebbero cancellato la ricercata e fragile civiltà Heian, ma quest’ideale di aristocratica bellezza, che era insieme rapimento e tormento, contemplazione e commozione, e quindi illuminazione istantanea e sovrarazionale, rimase fissato nella mentalità giapponese fino ai nostri giorni, per oggi suggerire al mondo intero nuovi codici espressivi ed estetici, certo diversi dai nostri… ugualmente profondi, però, e altrettanto validi.

BIBLIOGRAFIA

  • Joseph Campbell. Mitologia orientale. Mondadori 1991.
  • Irene Iarocci [a cura di]. Mille haiku. Guanda, 1987.
  • Fosco Maraini. Ore giapponesi. Corbaccio 2000.
  • Ivan Morris. Il mondo del Principe splendente. Adelphi, 1984.
  • Murasaki Shikibu. Storia di Genji, il principe splendente. Einaudi 1992 [2 voll.].
  • Sei Shōnagon. Il libro del guanciale. Mondadori 1989.Giorgia Valensin [a cura di]. Diari di dame di corte dell’antico Giappone. Einaudi 1981

– La noia è in fondo a ogni tentativo di fuga. (Charles Morgan)

– La noia proviene o da debolissima coscienza dell’esistenza nostra, per cui non ci sentiamo capaci di agire, o da coscienza eccessiva, per cui vediamo di non poter agire quanto vorremmo. (Ugo Foscolo)

– Ognuno di noi è una noia per qualcun altro. Non è importante questo. La cosa che conta di più è non essere noiosi a se stessi. (Gerald Brenan)

– C’è una sola cosa orribile al mondo, un solo peccato imperdonabile: la noia. (Oscar Wilde)

– La noia è una sorta di anelito verso un piacere ideale. (Immanuel Kant)

– La noia. La noia andrebbe calpestata con scarpe con la para. Diventerebbe paranoia, una malattia mentale meno pericolosa. Andrea G. Pinketts

– La noia è in fondo a ogni tentativo di fuga. Charles Morgan
Elias Canetti

– Una noia mortale emana da quelli che hanno ragione e lo sanno. Elias Canetti

– Lavorare in compagnia salva dalla noia. Soli si è così svogliati! Fridericus Mistral

– Ognuno di noi è una noia per qualcun altro. Non è importante questo. La cosa che conta di più è non essere noiosi a se stessi. Gerald Brenan

– La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. Giacomo Leopardi

– La noia è la più sterile delle passioni umane. Com’ella è figlia della nullità, così è madre del nulla: giacché non solo è sterile per sé, ma rende tale tutto ciò a cui si mesce o avvicina. Giacomo Leopardi

– La noia non è se non di quelli in cui lo spirito è qualche cosa. Giacomo Leopardi

– La noia è una sorta di anelito verso un piacere ideale. Immanuel Kant

– I periodi noiosi e senza avvenimenti sono privi di durata. John Steinbeck

– La noia segue l’ordine e precede le bufere. Leo Longanesi

– La noia è uno dei mali meno gravi che abbiamo da sopportare. Marcel Proust

– C’è una sola cosa orribile al mondo, un solo peccato imperdonabile: la noia. Oscar Wilde

– La noia è incapacità di godere. Roberto Gervaso

– Solo le persone importanti possono permettersi di essere noiose

– Meglio essere assolutamente ridicoli che assolutamente noiosi!
Marilyn Monroe

La cosa che conta di più è non essere noiosi a se stessi.
Gerald Brenan

 

Mutevoli e variegati, cupi o sereni, annuvolati o chiari…Proprio come il mio umore ed i miei pensieri…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aspetto dell'elemento

Metallo reattivo, lo Zinco è un minerale essenziale per il benessere ed il mantenimento della salute psico-fisiologica dell’individuo poiché possiede numerose proprietà funzionali tra le quali spicca quella antiossidante. E’ presente in tutte le cellule ed è necessario in piccole quantità; tale sostanza appartiene infatti al sottogruppo dei Sali Minerali chiamati “Microelementi”.

Configurazione elettronica

Lo Zinco risulta indispensabile sulla base delle sue virtù anti invecchiamento e protettive nei confronti di possibili danni ossidativi e anche del fatto che rappresenta un elemento costitutivo di moltissimi enzimi preposti a molteplici dinamiche metaboliche.

Lo Zinco si dimostra allora capace, attraverso le sue caratteristiche antiossidanti, di proteggere la cellula dagli attacchi dei Radicali liberi, ovvero delle sostanze di scarto derivanti da processi organici interni o da reazioni metaboliche dovute a sostanze arrivate dall’esterno, come ad esempio fumi di combustione di tabacco o di smog, molecole lipidiche, sostanze alcoliche, etc.

Come detto lo Zinco va inoltre a formare ed attivare molteplici sostanze enzimatiche, rendendosi così indispensabile, come coenzima, per lo sviluppo psico-fisico, per il buon funzionamento dei vari apparati organici (compreso il sistema immunitario), per la sintesi e la differenziazione cellulare, per la metabolizzazione di vari principi nutritivi (come ad esempio Carboidrati e Fosforo) e per l’assorbimento di alcuni di essi (ad esempio le Vitamine), così come per la formazione di altri ancora (ad esempio le Proteine) ed infine per la produzione di energia.

Lo Zinco è cruciale anche per la sintesi del DNA e per la costruzione di nuovo tessuto fisiologico, confermando in tal modo la sua necessaria presenza per un corretto sviluppo ed una adeguata crescita del neonato.

Lo Zinco è fondamentale altresì per certe funzioni e meccanismi neuropsichici, ormonali, fisici e di senso (ad esempio per la vista ed il gusto). Esso regola infatti il corretto funzionamento di vari Ormoni, come ad esempio quelli sessuali, l’Insulina e l’Ormone della crescita, media la contrattilità muscolare ed il funzionamento psico-cognitivo, ed infine mantiene in buona salute l’apparato olfattivo, gustativo e visivo, proteggendo quest’ultimo da patologie della vista come la degenerazione maculare o la cecità crepuscolare.

Ulteriori funzioni propositive dello Zinco sono quelle di favorire la guarigione di possibili ferite o scottature, agevolando e velocizzando i processi di cicatrizzazione delle medio-piccole lesioni sia interne (ad esempio ulcere), che esterne (ad esempio escoriazioni o tagli). Inoltre riesce a ridurre la secrezione sebacea, migliorando la situazione fisiologica di stati acneici e/o di dermatite seborroica.

 Lo Zinco è anche efficace nei casi di Diabete sulla base della sua azione regolatrice sull’Insulina a livello ematico, la quale prolunga l’effetto di tale fondamentale ormone nel sangue. Inoltre tale Sale minerale insieme a Iodio e Selenio influenza la funzionalità della Tiroide.

Per quanto detto una carenza di Zinco può determinare maggior spossatezza psico-fisica, per la ridotta produzione di energia e sintesi di Proteine, difficoltà cognitive, dolori articolari e muscolari, problemi dermici e minor reattività di guarigione in caso di lesioni cutanee e/o infezioni, visto anche il rallentamento della formazione di collagene.

La scarsità prolungata di Zinco può inoltre comportare la comparsa di smagliature sulla pelle e di macchie sulle unghie, così come la crescita di capelli più fragili e decolorati e la loro maggiore caduta. Si può inoltre osservare un generale e pericoloso invecchiamento precoce dell’apparato dermico e dei suoi annessi con l’aggravarsi ed il cronicizzarsi dei suddetti problemi fisiologici.

Una situazione di carenza del livello di Zinco può comportare anche manifestazioni psico-fisiche di eccessiva stanchezza, con un rallentamento delle capacità e sensibilità psico-cognitive e sensoriali e un’alterazione dell’appetito e del sonno.

Nei casi più gravi la mancanza di Zinco può favorire o portare anche ritardo dello sviluppo sessuale e della crescita, ciclo mestruale irregolare, diminuzione del desiderio sessuale, impotenza maschile, problemi e disturbi psicologici (ora si capiscono tante cose!!!)

La presenza di Zinco può essere garantita attraverso l’alimentazione; in tal modo la sua introduzione e disponibilità, come quella degli altri principi nutritivi, passa attraverso una dieta variegata ed equilibrata (come ad esempio quella Mediterranea).

Allo stesso modo una carenza eccessiva di Zinco solitamente è determinata da una alimentazione irregolare, con l’ingestione di quantità eccesive di certi cibi e l’assenza di altri dal menù quotidiano (ad esempio una dieta con pochissima presenza di carne).

Anche l’abuso di alcol può portare alla scarsità di tale Sale minerale, poiché le molecole alcoliche lo spingono fuori dal fegato; ulteriori situazioni che possono interferire con le giuste quantità organiche di Zinco sono l’eccessiva sudorazione, l’utilizzo di antibiotici, corticosteroidi e/o diuretici, l’introduzione di grosse quantità di Calcio (che è suo antagonista a livello dei recettori di assorbimento), ma anche situazioni di forte stress psicologico e/o fisico.

Lo Zinco viene assorbito organicamente a livello dell’intestino tenue ed eventualmente le quantità che non servono vengono rilasciate sempre per via intestinale (e in minima parte per via urinaria o attraverso la normale traspirazione dermica).

Tale Microelemento si ritrova in particolare nel fegato, nei muscoli, nelle ossa, nei denti, nella pelle, nei capelli nei globuli rossi e bianchi, mentre i cibi che ne contengono maggiori quantità sono: carne rossa, cereali, cioccolato e cacao, crostacei, fegato, formaggi, frutta secca, germe di grano, latte, legumi, lievito di birra, pesce, semi di zucca, uova. (Frutta e verdura invece contrastano l’assorbimento di Zinco a livello intestinale a causa dei loro cospicui contenuti di fitati e fibre).

Il fabbisogno quotidiano di Zinco per una persona adulta è di circa 10-12 milligrammi (leggermente inferiore per la donna), mentre durante la crescita tali dosi dovrebbero essere più basse e salire poi progressivamente da 5 a 10-12 mg. Durante gravidanza ed allattamento l’assunzione di Zinco dovrebbe infine essere incrementato, per integrare l’aumento di necessità nutrizionali tipici di tali periodi.

 

Questo minerale è ubiquitario nell’organismo. È essenziale per alcune fondamentali funzioni come la digestione, la riproduzione e la crescita; lo zinco è legato alla funzionalità di molti apparati dell’organismo. L’elenco dei suoi benefici è esteso e a volte ambizioso…

L’integrazione di zinco può essere utile nel trattamento di problemi della pelle, come ad esempio le piaghe sugli arti, ma solo per chi ha dei bassi livelli di zinco. Le creme allo zinco applicate direttamente su una ferita sono più efficaci di un’integrazione alimentare nel ridurre l’infezione e nello stimolare la guarigione e oggi si ritrova comunemente lo zinco nelle creme per l’acne e negli shampoo per problemi al cuoio capelluto per stimolare la guarigione.

Lo zinco fa parte di oltre 200 complessi enzimatici ed è necessario per il corretto funzionamento di molti ormoni, inclusa l’insulina, l’ormone della crescita e gli ormoni sessuali. L’organismo ne contiene da 1,4 a 2,5 g, immagazzinati per lo più nei muscoli, nei globuli rossi e in quelli bianchi.

CARENZA: gravi carenze di zinco sono poco frequenti e sono caratterizzate da alterazioni cutanee, diarrea, perdita dei capelli, disturbi mentali e infezioni ricorrenti a causa dell’indebolimento delle funzioni immunitarie. Una carenza di zinco può inoltre predisporre ad una carenza di vitamina A.

Principali funzioni dello zinco

Lo zinco è un componente fondamentale di molti enzimi implicati nel metabolismo energetico. Ha proprietà antiossidanti, favorisce il normale funzionamento della prostata e partecipa alla crescita e al differenziamento cellulare; stimola inoltre la rigenerazione dei tessuti. Per questo motivo è molto importante includere nella propria dieta alimenti ricchi di zinco.

“Solitudine e bisogno esistenziale di unione nell’ Arte di amare di Erich Fromm,“ in: P. L. Eletti (Ed.), Incontro con Erich Fromm. Atti del Simposio Internazionale su Erich Fromm: „Dalla necrofilia alla
biofilia: linee per una psicoanalisi umanistica“ Firenze 1986, Firenze (Edizioni Medicea) 1988, pp. 287-292.”

Di Eda Ciampini Gazzarrini

Il tema esplicito del libro di Fromm, l’Arte di Amare“, è l’interrogativo sulla possibilità di amare nella civiltà contemporanea, incentrata sul profitto e sullo scambio di mercato. Tuttavia argomenti centrali dell’opera appaiono la solitudine umana e quell’insopprimibile anelito di unione“ che troverà acquietamento nell’amore.
È il bisogno di unione“, di un incontro risolutore tra gli uomini quello che Fromm percepisce nella società americana e in quelle a sviluppo tecnologico, dietro l’apparente stato di benessere. Sarà questo stesso bisogno, preannunciante di per sé la possibilità di amare, a generare nell’uomo insoddisfazione per le pseudosoluzioni adottate.
Ci ha colpito di questo libro la presenza di nostalgia di un bene perduto“, dietro il quale è il mistero, di cui Fromm, insieme a noi, cerca il nome. Fromm chiama questa nostalgia desiderio di ritorno al Paradiso Terrestre“ dove l’uomo può vivere senza consapevolezza di sé, dove non si sono ancora sviluppate le dicotomie esistenziali.
Paradiso come condizione perduta di armonia, con la natura e con se stesso.
Ma è stato fatto divieto ad Adamo ed Eva di rimanere, dopo che si sono cibati del frutto dell’albero del bene e del male. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Con la nuova dimensione della consapevolezza Adamo ed Eva si mettono fuori dal regno dell’indistinto, dell’istinto, della natura e si sentono soli e colpevoli.
I cherubini con la spada di fuoco sono a testimoniare la colpa commessa e l’impossibilità di  un ritorno.
Con questo dramma, dirà Fromm, inizia, per la razza umana, il destino di uomo.
Parimenti, con la separazione dalla madre iniziano per il bambino il destino di individuo e la ricerca di un nuovo incontro.
Anche il bambino alla nascita viene sbalzato da una situazione chiara come l’istinto in una incerta, ma il senso di solitudine del neonato è annullato dalla presenza fisica della madre dal suo contatto, dall’odore della sua pelle. Fromm dirà che più il bambino, nella crescita, si libera dai vincoli primitivi, più intenso resta in lui il bisogno di nuove vie“ per ripristinare l’unione”.
L’autore batte l’accento sull’isolamento e sul vuoto che il bambino prova quando si rende conto della separazione dalla madre.
Il senso di solitudine è, per Fromm, l’origine di ogni ansia che, se intollerabile, porta a cancellare il senso di separazione e con esso il mondo esterno. L’individuo si chiude in un isolamento che è follia. Per il nostro autore l’umanità, di qualsiasi civiltà, si è trovata di fronte alla soluzione dell’eterno problema di come superare la solitudine e raggiungere l’unione“. Questo è l’interrogativo che si è posto l’uomo delle caverne così come l’uomo di oggi.
È un problema, continuerà a dire Fromm, che nasce dalla condizione dell’esistenza umana, di fronte al quale la storia delle religioni e della filosofia sono tentativi di soluzione.
È convinzione di Fromm che anche la società capitalistica risponda a suo modo, a salvaguardia dei privilegi, al bisogno dell’uomo di superare la solitudine, ammannendo il „conformismo“, la “routine di lavoro e del piacere” e”idoli” privi di qualità umane.
E l’uomo è solo più di sempre.
Fromm ci avverte che la maggior parte della gente non si rende conto di cosa nasconda il conformismo: „Come potrebbe un uomo prigioniero della
ragnatela della routine ricordarsi che è un uomo, un individuo ben distinto, uno al quale è concessa una unica occasione di vivere, con speranze e delusioni e dolori e timori, col desiderio di amare e il terrore della solitudine e del nulla?“
Fromm tocca uno dei più scottanti temi attuali e denuncia che i movimenti socio-politici e le vertiginose scoperte tecnologiche sono sempre più al servizio di una società retta da una costrittiva
economia competitiva.
È esplicito in Fromm che per l’uomo di oggi il problema della solitudine e di una ricerca di „integrazione“ senza perdita della propria individualità sia altrettanto importante quanto lo studio della sessualità ai tempi di Freud. La stessa spinta sessuale, per Fromm, è causata solo parzialmente dal bisogno di sopprimere una tensione mentre la necessità principale è data dall’istanza di „unione“ con l’altro polo sessuale.
Nel processo della separazione che fa parte della crescita, che è anche euforia e gioia, Fromm richiama la nostra attenzione sullo stato di sofferenza che ne consegue e sulla paura del vuoto, dell’isolamento. L’uomo Fromm sembra molto preso da questa condizione umana di „separazione“ che non avviene una volta per tutte ma che si ripete, con rinnovato senso di perdita ad ogni cambiamento, sempre dolorosa.
Così si ritrova in lui, non acquietata, la nostalgia. di una felice unione perduta.
Fromm, sociologo, è preoccupato per le condizioni della società attuale, per il futuro dell’uomo che rischia la distruzione, anche perché la società conia strategie di mascheramento del disagio e l’uomo rimane „consapevolmente inconsapevole“.
Con questa ultima affermazione dell’ambiguità dell’individuo, Frómm pare minare la speranza di una risoluzione nella quale egli tuttavia crede.
Dei messaggi di Fromm, sembra essersi fatto araldo in questi ultimissimi tempi, il linguaggio dell’artista. I temi di Fromm hanno trovato espressione
e particolare incisività attraverso la macchina da presa e le immagini che rendono più accessibili i significati. Michel del film del regista Ferreri „I love you“ ripropone il problema esistenziale di una propria individuazione e il
fallimento di un ritiro dalle relazioni umane verso un oggetto meccanico che sostituisce l’incontro con l’altro.
Michel è l’uomo che Fromm in una opera più tarda chiamerà uomo monocerebrale preso dal meccanismo tecnologico a tale punto da stabilire fra lui e la macchina una specie di rapporto
simbiotico. Fromm troverà una sorprendente analogia fra questo tipo di uomo monocerebrale e gli schizofrenici.
Sempre attraverso lo strumento della macchina da presa ci arriva un altro messaggio. È la volta di Kaos dei registi Taviani. Kaos è il mondo prima dell’atto della creazione, nel quale tutte le forme erano indefinite. Il film si presta a significare un ritorno regressivo alla Grande Madre, la nostalgia di un „eterno presente“. Il protagonista, a maturità avanzata, torna nei luoghi dell’infanzia e ricorda la madre: „Ora che sei morta e non mi pensi più, io
non sono vivo per te“. Possiamo cogliere in altri aspetti della cultura il segno del disagio ed anche modalità di copertura, strategie, che negano „il
vuoto“. Stiamo pensando al „trompe d’oeil“ (inganno dell’occhio) in architettura, a quel movimento che cerca di coprire con pitture di modelli architettonici del passato Rinascimento le pareti di vetro e cemento dell’edilizia moderna.

Aggiungiamo queste immagini ingannevoli, tratte dai nostri giorni, a quelle che Fromm mette a nudo nel suo libro sia relative alla vita dell’individuo che della società. Sembra non possano esserci altre soluzioni che follia, regressione, inganno e che la società debba andare verso la distruzione totale. Fromm indica la possibilità di superare la solitudine e di sfuggire il vuoto, nella capacità di amare dell’uomo e in una organizzazione sociale improntata dall’amore.
Scrive dell’amore come di un sentimento attivo, la cui caratteristica si sintetizza nel concetto del „dare“. “Dare”come la più alta forma di potenza per cui l’uomo prova la sua forza, la sua ricchezza, il suo potere. Il „principio“ dell’amore per Fromm è incompatibile con il „principio“ che anima la società capitalistica, basata sul profitto. Tuttavia egli ammette che il capitalismo, nella sua reale estrinsecazione, è complesso e in continua evoluzione, da dare adito ad una certa dose di anticonformismo e di giudizio critico.
Questa dialettica di Fromm ci porterebbe ad affrontare il problema della polarità e della integrazione nel suo pensiero.
La polarità sembra corrispondere più al Fromm sociologo per il compito che si è assegnato di togliere l’uomo dalla confusione, dalla ignoranza consapevole, con visioni chiare di vita. Anche quando illustra la crescita
dell’individuo differenzierà nettamente l’amore, definendone le caratteristiche di premura, responsabilità, rispetto e conoscenza, degli stati di simbiosi, di narcisismo, di dipendenza. Egli sembra lasciare tra la condizione matura dell’amore e gli stati affettivi più elementari come un vuoto che disorienta.
Sara, una adolescente seguita in psicoterapia, al culmine della sua ambivalenza, esposta alla disperazione depressiva per l’oggetto buono sentito come perduto, chiede: „Nella dipendenza c’è amore?“ .
Cerchiamo con Sara, presi dalla conflittualità dei nostri sentimenti, una rassicurazione da Fromm.
E Fromm terapeuta abbandona la polarità e tocca il tema della sofferenza mentale con la sua affermazione carica di empatia:„Mentre si è coscientemente timorosi di non essere amati, il vero, sebbene inconscio timore è quello di riuscire ad amare“. Sara ci chiede di ricercare la presenza di amore là dove è fusione, narcisismo, dipendenza e colpa. Ci invita ad andare a ricercare più indietro le radici della capacità di amare.
E Fromm ci viene ancora incontro con il „principio dell’amore materno“ rappresentato dalla figura della madre, principio che è al di sopra delle prestazioni reali della mamma con il proprio bambino.
È un amore incondizionato che dice al figlio: „Non c’è peccato, né delitto che ti possa privare del mio amore, del desiderio che tu sia vivo e felice“.
L’amore incondizionato corrisponde ad uno dei più profondi aneliti di ogni essere umano, dirà Fromm.
Una nota studiosa dell’infanzia chiamerà questo anelito „Oggetto di bontà unica di cui il neonato sa inconsciamente“ ricorrendo in certo qual modo ad una eredità filogenetica.
Fromm è un uomo che ha fede nella capacità individuale di amore e la ritiene unica reale soluzione al problema della solitudine. Ha fede nella possibilità dell’amore come fenomeno sociale, e afferma che le forme maligne di aggressione e sadismo possono essere sostanzialmente ridotte se le condizioni socio-economiche si evolvono in modo da favorire lo sviluppo del potere creativo dell’uomo, come suo autentico obiettivo.

Bibliografia
S. Ferenczi, Thalassa, Roma, 1965, Astrolabio. Freud,
S., Tre saggi sulla sessualità, Milano, 1975, Boringhieri.
E. Fromm, L’Arte di Amare, Milano 1963 – „I Corvi“
dall’Oglio – Il Saggiatore
E. Fromm, Anatomia della distruttività umana, Milano,
1975, A. Mondadori.
E. Fromm, Avere o Essere?, Milano 1977, A. Mondadori.
M. Klein, Scritti,l92l-1958, Torino 1978, Boringhieri.

Per chi non lo conoscesse:

L’Arte di amare di Erich Fromm

“ Ogni essere umano avverte dentro di sé in modo istintivo e insopprimibile l’assoluta necessità dell’amore. Eppure, in molti casi, si ignora il vero significato di questo complesso e totalizzante aspetto della vita. Per lo più l’amore viene scambiato con il bisogno di essere amati. In questo modo un atto creativo dinamico e stimolante si trasforma in un tentativo egoistico di piacere. Ma il vero amore, sostiene Erich Fromm, è un sentimento molto più profondo che richiede sforzo e saggezza, umiltà e coraggio. E, soprattutto, è qualcosa che si può imparare. “

 

Angoscia e nevrosi

Quasi tutti hanno conosciuto in un certo momento della loro vita quel sentimento spiacevole di apprensione per un qualcosa d’indefinito e indefinibile. E’ proprio l’indefinitezza, il non riuscire a dare un senso logico e razionale alla propria apprensione che caratterizza il sentimento dell’angoscia. In alcuni momenti questi stati di apprensione possono avere delle impennate improvvise e, apparentemente, ingiustificate, dando luogo alle cosiddette “crisi d’ansia”. Quando ciò accade, il quadro ansioso si complica con l’insorgenza di svariati sintomi quali un aumento del battito cardiaco, sudorazione, dispnea, l’impressione di perdere la conoscenza e, tra tutti i sintomi il più spiacevole, quello di essere sul punto di morire.

Nei primi tentativi di dare un significato al sentimento dell’angoscia, già in ambiti filosofici, l’angoscia era presentata come la minaccia all’integrità del Sé. Quando si percepisce soltanto la minaccia, si può parlare di ansia normale, quando, invece, si ha l’impressione che sia in atto un processo di dissoluzione del Sé, è il caso di parlare di ansia neurotica. Occorre distinguere, ancora, tra paura ed ansia. Nel primo caso la minaccia è riferita ad un qualcosa di esterno e oggettivo, nel secondo caso, ad un pericolo interno, irrazionale e inconscio, che il soggetto non è in grado di spiegare.

Prima di addentrarci nella descrizione della psicodinamica ansiosa, è opportuno considerare che nell’uomo c’è una fisiologica e, quindi, normale preoccupazione della propria condizione esistenziale. Questa preoccupazione  viene dalla consapevolezza dei propri limiti. E così, l’idea della morte o della malattia o che il Caso possa portarci in qualche situazione di vita impegnativa dalla quale si può uscire sconfitti, porta ad un senso di fragilità che sfocia, inevitabilmente, nel sentimento dell’angoscia.

Ciò che ad un uomo interessa più di qualsiasi altra cosa è sfuggire alla morte vissuta non soltanto come morte fisica ma come dissoluzione del proprio Sé. Perfino il bambino è preoccupato ed interessato a questo. Solitamente si crede che il bambino sia interessato al gioco e, quindi, che il suo mondo abbia una sola valenza, quella del piacere. Non c’è dubbio che il bambino sia dominato dal “principio del piacere”. Tuttavia occorre considerare che se il bambino non si sente protetto da quel senso di dissolvimento di cui abbiamo detto, tende ad evitare il gioco e a chiudersi in se stesso: diventa depresso, aggressivo, s’incattivivisce, insomma, si difende da un pericolo che, pur non essendo reale, è vissuto intensamente e con enorme timore. Nella persona adulta, tutto questo è pure presente. Se da un lato l’adulto ha strumenti di controllo del proprio mondo interno e di quello esterno più perfezionati e più efficaci di quelli del bambino, tuttavia, anche l’adulto è sottoposto a sollecitazioni e rischi che, in condizioni normali, sono risparmiati al bambino, dalla vita e dagli altri.

Ma passiamo ora alla psicodinamica dell’ansia, per come si può cogliere nell’organizzazione neurotica di personalità. Facendo riferimento a Karen Horney, bisogna partire dai bisogni e dalle necessità del bambino per arrivare a definire quei sentimenti di “ansia di base” dai quali parte il conflitto neurotico. Il bambino ha due necessità prevalenti: di essere protetto nella sua debolezza e di essere accettato. La protezione non deve essere eccessiva, trasformandosi in iper-protezione, perché, se così è, il bambino non può espandersi e, soprattutto, non può canalizzarsi in modo autentico, per quelle che sono le sue attitudini e i suoi veri bisogni. L’accettazione non deve essere formale, vale a dire, espressione di bisogni narcisistici del genitore, ma vero riconoscimento del bambino anche nei suoi aspetti meno positivi.

 Se il bambino non è aiutato nei suoi sforzi di individuarsi per quello che è, oppure è spinto ad una definizione del Sé che soddisfi la rappresentazione che del figlio ha il genitore ma non la vera natura del bambino, questi ha due possibilità: sottomettersi o ribellarsi, o le due cose insieme. Il più delle volte non si verifica una delle due reazioni, la sottomissione o la ribellione, ma entrambe. E così, sono state gettate le basi del conflitto.

 Il bambino all’inizio tende a ribellarsi ma, col tempo, tende a aderire alle richieste dei genitori per evitare il rifiuto ed il ritiro dell’affetto. In alcuni casi, il bambino può dare l’impressione di essere autonomo nelle scelte manifestando comportamenti di tipo oppositivo ma, dopo qualche tempo, tende ad uniformarsi alle richieste ed ai bisogni degli altri per non andare incontro alla disapprovazione e, in pratica, alla solitudine.

Si capisce che una condizione di solitudine nel bambino determina in lui una situazione d’incertezza circa i modi e le strategie che egli deve trovare per raggiungere i propri equilibri. Insomma, se il bambino deve scegliere tra ciò che è veramente e ciò che gli altri pensano di lui, tra il suo progetto, portato avanti da solo, ed un progetto altrui che è presentato con le garanzie del massimo appoggio, il bambino tende ad accettare la soluzione apparentemente più facile ed agibile: quella proposta dagli altri.

Parliamo di soluzione apparentemente più facile perché in realtà il bambino con il tempo è costretto a rinunciare ad un bisogno importantissimo che è quello dell’autorealizzazione. Per questa rinuncia, il bambino prova un sentimento di ostilità molto forte che, intanto, non potendolo manifestare, s’incista per effetto delle prime “rimozioni” e, poi, tende a ritornare sul proprio Io, nel timore che la collera possa passare le barriere della censura.

Insomma, si viene a delineare uno schema neurotico che ha il significato di conciliare due bisogni contrastanti: quello di essere accettato ed amato dagli altri ed il bisogno di essere se stessi. Per essere accettato, il bambino attiva comportamenti convenzionalmente accettati quali l’ubbidienza, la bontà, la solidarietà e tanti altri atteggiamenti che sarebbero difficili da realizzare, perfino, se fossero veri. Diventano pesantissimi se contrastano altri bisogni, quali un naturale e fisiologico egoismo, un bisogno di competere, e tra tutti, il bisogno di essere se stessi, anche con le proprie miserie.

L’inevitabile conseguenza di questa dinamica psicologica è una più o meno forte “rimozione” degli impulsi inaccettabili, spesso considerati tali perché non accettati, che tuttavia continuano a spingere per manifestarsi e realizzarsi. Il timore che la spinta dei bisogni possa superare la censura è ciò che stiamo definendo ansia. Insistiamo sul fatto che la rimozione dei propri bisogni rende incerto il processo di acquisizione del proprio Sé. Il soggetto senza un adeguato senso della propria identità non può vivere bene. Egli si difende neuroticamente dalle proprie dinamiche, trovando sollievo in certi casi o in certi momenti, ma allontanandosi sempre più dal suo vero Sé.

La Horney parla di “ricerca della gloria” da parte del nevrotico ansioso che cerca soluzioni sempre più efficaci. In altre parole, il soggetto cerca un’idealizzazione del proprio Sé dove i caratteri dominanti sono la perfezione, il senso d’onnipotenza e onniscienza. In questo modo, il nevrotico s’illude di aver trovato i propri equilibri, di aver superato l’odio di Sé, di aver conquistato l’approvazione degli altri. Insomma è come se il nevrotico dicesse: sono come voi volete che io sia ma anche come io stesso voglio essere. In questo modo s’illude di aver superato il conflitto di base, vale a dire, l’antitesi tra il proprio bisogno d’autorealizzazione, spesso in conflitto con i bisogni degli altri, e il bisogno degli altri di vedere il soggetto uniformato alle indicazioni prevalenti e convenzionali della società.

Si capisce facilmente, che i tentativi del neurotico di superare i conflitti, che sono partiti dall’ansia di base e si sono strutturati e cristallizzati in schemi neurotici funzionali al bisogno di sfuggire alla sofferenza e al conflitto, non possono funzionare. Non possono funzionare perché, intanto, la perfezione non appartiene a nessun essere umano e, poi, perché tutta la vita del soggetto diventa una fatica e una finzione. A partire da questo momento il soggetto è costretto a realizzare, nel lavoro, nei rapporti di relazione, nella sua dimensione sentimentale, quella perfezione che oggettivamente non è possibile. Egli cerca di dare concretezza al suo Sé idealizzato ma, inevitabilmente, fallisce. Per qualche tempo il soggetto può credere di aver raggiunto i suoi risultati. Con sforzi davvero patognonomici fa di tutto per essere un uomo dal comportamento ineccepibile nella valutazione degli altri e di se stesso. Ad un certo punto, però, scopre di essere molto lontano dal personaggio fittizio che egli stesso ha creato, e la reazione è forte, sofferta, disadattiva. Si sente meschino ed in colpa per il fatto di non essere riuscito a raggiungere quegli obiettivi di perfezione che si era prefissato. Di qui il bisogno di colpire il proprio Sé inadeguato con sentimenti di disprezzo e di odio. In ultima analisi, nella psicodinamica del nevrotico c’è una tendenza all’autodistruzione che vanifica, a parte tutte le altre difficoltà, qualsiasi sforzo di essere, perfino, normale, vale a dire, come gli altri, negli aspetti positivi e negativi. E così, partendo dall’affermazione “Io sono”, affermazione che esprime una necessità psicologica ed esistenziale, il nevrotico arriva all’altra affermazione “Io non sono”. Il bisogno di sparire, dunque, si realizza ed il soggetto ha l’impressione di non esistere. E’ questa una condizione esistenziale di profonda disperazione che scaturisce da un senso di alienazione, irrimediabile ed insopportabile.

Ad un livello d’analisi interpretativa più classica che si rifà alla teoria freudiana delle pulsioni, è il cambiamento dello stato d’arginatura dell’Io che determina una situazione d’allarme. L’ irrompere nella coscienza della pulsione originaria rimossa  può portare ad un’intensificazione della difesa che, tuttavia, non sempre riesce ad evitare lo stato d’allarme. Certe volte avviene un compromesso tra l’impulso e la difesa, in base al quale, l’impulso rimane inconscio mentre aumentano le controcariche dell’Io per contenere la spinta della pulsione. Naturalmente tutta l’operazione psichica è accompagnata da reazioni d’angoscia che sono proporzionali al rischio che la pulsione possa rendersi manifesta.

In “Inibizione sintomo e angoscia” Freud, dopo aver precisato che l’inibizione ha un preciso rapporto con la funzione e non necessariamente  esprime una qualche patologia, fa notare che il rapporto tra inibizione e angoscia è evidente, non può essere a lungo ignorato, e si manifesta soprattutto nella funzione sessuale inibita. In questo caso, l’angoscia non sempre si manifesta come angoscia fluttuante. In alcuni casi, si presenta come disgusto, altre volte, è legata a qualche situazione od oggetto specifici o è convertita in sintomo, somatico o psichico. Insomma una funzione dell’Io può essere diminuita o eliminata del tutto per non entrare in conflitto con L’Es. Oppure, sono i sensi di colpa che vengono elicitati dalla funzione dell’Io e, quando ciò accade, la funzione è inibita, in parte o completamente, per non entrare in conflitto con il Super-io.

Più avanti, Freud spiega che per comprendere la dinamica della reazione d’angoscia, occorre fare riferimento al meccanismo della rimozione. In base a questo meccanismo di difesa dell’Io, meccanismo che opera al di fuori della sfera del conscio, un impulso dell’Es inaccettabile dall’Io è bloccato nel suo soddisfacimento. C’è da chiedersi, posto che Freud ha sempre considerato l’Io più debole dell’Es, da dove viene la capacità dell’Io di fronteggiare con successo la spinta pulsionale. Si può rispondere a questa domanda osservando che l’Io è abile nei confronti dell’Es piuttosto che forte. Detto semplicemente, l’Io trasforma il piacere connesso alla pulsione in dispiacere (angoscia) e, così facendo, legittima il rifiuto del soddisfacimento delle richieste dell’Es. Per la verità, un qualche soddisfacimento l’Es lo trova nel sintomo, inteso come sostituto pulsionale, ma “molto sciupato, spostato, inibito, che non è neanche più riconoscibile come soddisfacimento”(ibid.). Freud, precisando ancora, spiega che non è avvertita come pericolosa la pulsione in sé, quanto le conseguenze che il soddisfacimento della pulsione potrebbe determinare.

Quali conseguenze teme l’Io se la pulsione rimossa si dovesse affermare? Il pericolo più grave per l’Io è rappresentato dal rischio dell’evirazione. Un’altra conseguenza temuta è quella che si riferisce alla disapprovazione del Super-io, fatto questo che determina angoscia sociale o morale indeterminata. L’Io cerca di superare i timori connessi al pericolo che la rimozione possa essere superata in tanti modi. Può negare il contenuto di fondo della sua angoscia con una reazione fobica, attribuendo a fatti e situazioni esterne al proprio mondo psichico il pericolo e, in questo caso, tende ad attivare una reazione fobica. Un’altra reazione può essere quella isterica, vale a dire, la conversione in sintomi psichici o somatici del vissuto spiacevole dell’angoscia. Nelle nevrosi ossessive, l’angoscia è evitata aderendo scrupolosamente, con appropriati rituali, “ agli ordini, le prescrizioni e le penalità che gli sono imposte (dal Super-io)”(ibid). Quando tutte queste strategie di difesa falliscono o non possono essere sostenute efficacemente “…allora insorge subito uno stato di disagio estremamente penoso, in cui noi possiamo ravvisare l’equivalente dell’angoscia, e che gli ammalati stessi paragonano all’angoscia”(ibid).

Quale che sia il modello teorico interpretativo che si voglia scegliere per dare un senso all’angoscia, appare evidente che il sintomo sottenda una psicodinamica complessa nei suoi significati, non del tutto chiarita nei suoi aspetti epistemologici, impegnativa per il paziente. Se un essere umano si allontana da un principio che è biologico prima ancora che psicologico, contrasta la naturale tendenza dell’Io a cercare il piacere, preferendo di andare incontro al dispiacere, è verosimile pensare che la posta in gioco sia molto alta. Di là dai fraintendimenti e dalla distorsione neurotica dei fatti psichici, la ricerca di un equilibrio psichico fittizio non esprime evidentemente una difesa generica, nei confronti di un qualche pericolo più o meno grave, ma è specificamente correlata al bisogno di conservare la propria integrità minacciata da un senso di annichilimento che, prima ancora che doloroso, è percepito, appunto, con terrore. E a ragione. Un Io destrutturato, non solo, avrebbe difficoltà ad affrontare i compiti della vita ma, cosa ancora più grave, potrebbe non riuscire a sopravvivere. In questo senso, si può capire come l’idea della morte, percepita, come abbiamo già detto, non solo come morte fisica quanto soprattutto come dissolvimento del Sé, scomparsa, alienazione, basta e avanza per spingere  un essere umano a cercare qualsiasi strategia possibile per sfuggire a questo rischio mortale. Che poi, nella realtà, le cose non siano esattamente così, il rimedio sia peggiore del male, è cosa evidente per tutti quelli che non sono rimasti impigliati nella psicodinamica che abbiamo descritto. Ma per il paziente non ci sono argomentazioni e rassicurazioni convincenti. Sarà compito di una psicoterapia, capace di andare in profondità, quello di convincere il paziente a confrontarsi con i suoi fantasmi, evocarli e mandarli via o, al peggio, come diceva Oscar Wilde, farli danzare.

Alla luce dei fattacci di questi giorni, che non sto a narrare (magari lo farò più avanti a mente fredda), mi convinco sempre più che sia un po’ il mio karma incontrare casi umani nella mia vita…Nella vita di tutti i giorni, nella musica, sul lavoro, nei rapporti umani…La domanda sorge spontanea: forse sono io quella sbagliata?? Del resto, come diceva Mr. Mojo Rise, “People are strange, when you’re a stranger”.

Beh, tra questi casi umani capita di incontrare gente egocentrica, profondamente narcisista, dalla critica facile e tagliente, apparentemente rivolta verso se stessa, ma poi in realtà puntata solo sugli altri…

Ho finalmente imparato che in ogni cosa non ci sono rapporti umani o di relazione che tengano; ognuno fa i propri interessi, perché non si reputa un’associazione no profit, di volontariato o un banco del mutuo soccorso, e, alla fin fine, chi ti aveva spronato fino a pochi minuti prima, cambia atteggiamento verso di te e ti trafigge alle spalle…

Io odio quando le persone fanno finta di essere umili, ed usano la loro umiltà per criticare gli altri in modo becero ed arrogante (notoriamente l’arroganza non va a braccetto con l’umiltà o sbaglio??); così come odio la gente priva di sensibilità che cerca ad ogni costo un capro espiatorio, che vogliono colpevolizzarti ad ogni costo, che quando non servi più ti sputano addosso e ti gettano via…

Ecco, questo è il mio sfogo…Ma ricordate che chi semina vento raccoglie tempesta, disse un giorno la mia cara nonna…

Concludo con qualche citazione:

Francois de La Rochefoucauld

Tutto questo tempo a chiedermi
Cos’è che non mi lascia in pace
Tutti questi anni a chiedermi
Se vado veramente bene
Così
Come sono
Così

Così un giorno
Ho scritto sul quaderno
Io farò sognare il mondo con la musica
Non molto tempo
Dopo quando mi bastava
Fare un salto per
Raggiungere la felicità
E la verità è che

Ho aspettato a lungo
Qualcosa che non c’è
Invece di guardare il sole sorgere

Questo è sempre stato un modo
Per fermare il tempo
E la velocità
I passi svelti della gente
La disattenzione
Le parole dette
Senza umiltà
Senza cuore così
Solo per far rumore

Ho aspettato a lungo
Qualcosa che non c’è
Invece di guardare
Il sole sorgere

E miracolosamente non
Ho smesso di sognare
E miracolosamente
Non riesco a non sperare
E se c’è un segreto
E’ fare tutto come
Se vedessi solo il sole

Un segreto è fare tutto
Come se
Fare tutto
Come se
Vedessi solo il sole
Vedessi solo il sole
Vedessi solo il sole

E non
Qualcosa che non c’è
(Elisa)

Ecco un altro film di un altro genio cinematografico (David Croneberg) che mi riproporrò di vedere non appena riuscirò a ritagliarmi un po’ di tempo libero…Si tratta di A Dangerous Method, basato sulla storia della Psicologia e che ha come protagonisti i due maggiori esponenti della scienza della mente, ovvero Jung e Freud. La mente mi affascina da sempre, così come l’approfondimento di discipline che riguardano lo studio del comportamento, dell’agire dell’essere umano mi hanno sempre interessata moltissimo…Ecco quindi uno spunto per approciarsi alla psicoanalisi in modo più umano…E con uno strumento di cura molto utile, la filmterapia…

“Zurigo 1904. Carl Gustav Jung ha ventinove anni, è sposato, in attesa di una figlia e affascinato dalle teorie di Sigmund Freud. Nell’ospedale Burgholzli in cui esercita la professione di psichiatra viene portata una giovane paziente, Sabina Spielrein. Jung decide di applicare le teorie freudiane sul caso di questa diciottenne che si scoprirà aver vissuto un’infanzia in cui le violenze subite dal padre hanno condizionato la visione della sessualità. Nel frattempo Freud, che vede in Jung il suo potenziale successore, gli manda come paziente lo psichiatra Otto Gross​, tossicodipendente e dichiaratamente amorale. Saranno i suoi provocatori argomenti contro la monogamia a far cadere le ultime barriere e a convincere Jung ad iniziare una relazione intima con Sabina.
Non è difficile capire quanto questa sceneggiatura (che risale alla metà degli anni Novanta) e soprattutto questa storia con protagonisti che hanno rivoluzionato le scienze umane abbiano suscitato l’interesse di David Croneberg attento, come sempre, a vicende in cui siano centrali la complessità dell’essere umano e il coacervo di sentimenti e pulsioni che ne promuovono l’agire. Non c’è carne esposta o martoriata in questo film e neppure la violenza che esplodeva improvvisa nelle sue due ultime opere. C’è semmai un ritorno all’indagine della psiche già affrontato in Spider sotto l’egida di un romanzo di McGrath.
Sul rapporto tra Sabina Spielrein e Jung si era già puntata la macchina da presa di Roberto Faenza quando girò Prendimi l’anima. Cronenberg assume la stessa prospettiva mostrandoci l’evolvere della relazione Jung/Spielerein ma entrando in profondità anche nel rapporto maestro/discepolo che si va costruendo tra Freud e Jung. Una giovane donna urlante riempie lo schermo e una carrozza nelle prime inquadrature del film. Quel grido progressivamente si placherà ma resterà sempre sottotraccia, pronto a riemergere. Perché a Cronenberg interessa analizzare ancora una volta la fragilità dell’agire anche quando, a livelli culturali elevati, si tenta di lavorare sullo smascheramento delle cause del disagio finendo poi con il precipitarvi. C’è un’inquadratura di Carl Gustav e Sabine sdraiati vicini sul fondo di un’imbarcazione. Sembrano prigionieri di una bara in cui cercano di allentare una passione che contrasta con il lavoro che compiono sui pazienti e con la stessa deontologia professionale. In questo film poi i segni dell’elaborazione delle pulsioni cercano di trovare un incanalamento nella parola. Non solo in quella detta in sede di analisi ma anche in quella, scritta, del carteggio intercorso tra i tre protagonisti. Se Freud ammise il contributo dato dalla Spielrein alla psicoanalisi, Jung non lo fece, ma anche nel suo caso l’apporto è innegabile. Gli splendidi titoli di testa e di coda ci ricordano come i segni dell’inchiostro, su una carta che assume la porosità della pelle, abbiano inciso profondamente sulla storia del Novecento passando attraverso le illuminazioni e le contraddizioni di tre personalità in costante ricerca.” (Giancarlo Zappoli).

Da Micromega, Ottobre 2011:

Cronenberg racconta “A Dangerous Method”

Conversazione con David Cronenberg intorno ai temi del suo ultimo film “A Dangerous Method“, in questi giorni nelle sale.

di Barbara Sorrentini

Ci descrive il contesto storico temporale che lei ha scelto di rappresentare nel film, a partire dalla nascita della psicoanalisi?
Freud viveva a Vienna sotto l’impero austroungarico, determinato da un atteggiamento di forte antisemitismo. Era una società basata sull’ordine, che dava ai propri cittadini tutto ciò di cui avevano bisogno e si riteneva che il progresso dell’umanità continuasse, che gli esseri umani si stessero trasformando da animali in angeli, che ci fosse la chiave per risolvere tutti i problemi. Sigmund Freud invece con le sue teorie ha dimostrato che sotto questa apparente verità si nascondevano delle forze distruttive per la civiltà, creando un acceso dibattito perchè sosteneva che l’umanità era rimasta una tribù, un crogiolo di uomini capaci di compiere gesti distruttivi. Nel film lo vediamo costantemente minacciato per le sue tesi e assistiamo al tentativo da parte dell’intera società di seppellirlo. Motivo per cui vengono alla superficie tutti i pregiudizi che c’erano all’epoca contro gli ebrei e in particolare contro la sua teoria sulla sessualità. L’atteggiamento antisemita sviluppato nei suoi confronti e di tutto il suo gruppo di lavoro, era il motivo per cui Freud ci teneva che Jung diventasse il suo successore e arrivasse a promulgare le sue teorie e a diffonderle. Freud aveva un suo modo di fare tagliente, con un umorismo un po’ cattivo, ma non lo ritengo un aspetto negativo perché era positiva la rivoluzione che lui stava portando nel modo di pensare nell’Europa di quegli anni. Su Jung ci sono più testimonianze rispetto a Freud, su youtube ci sono delle interviste di quando era anziano. Mi è sembrato un personaggio quasi religioso, dolce, con un atteggiamento paterno o da nonno. Certo è comprovato che lui abbia avuto un sacco di relazioni e che sua moglie le abbia tollerate, però ai miei occhi Jung è stato soprattutto un leader religioso ed è il motivo per cui Freud ad un certo punto lo ha attaccato, per questo sua deriva mistica. Per Freud era fondamentale che le sue teorie fossero dimostrate come scientifiche e promulgate da persone che avessero un atteggiamento puramente scientifico.

Che valore attribuisce alla psicoanalisi oggi?
Recentemente ho letto un articolo sul New York Times che diceva che la psicoanalisi freudiana sta diventando molto popolare in Cina e che funziona. E’ una cosa sorprendente se si considera la diversità culturale che c’è tra la cultura orientale cinese e quella europea. Jung era arrivato ad affermare che la psicoanalisi freudiana funzionava soltanto sugli ebrei e invece la dimostrazione della sua popolarità lo ha smentito. Negli ultimi 15 anni la psicoanalisi freudiana è tornata molto di moda, attraverso alcuni esami clinici, come la risonanza magnetica e la tac, è stata dimostrata l’esistenza di un pensiero non conscio, simile all’inconscio. Un concetto che Freud aveva identificato e di cui oggi c’è la prova scientifica. Il problema è che oggi un’analisi costa tantissimo, Freud non avrebbe mai concepito un Woody Allen che resta in analisi per 30 anni, avrebbe concepito solo qualche breve seduta per cercare di aiutare una persona a risolvere i suoi problemi e non avrebbe mai immaginato che noi potessimo diventare dipendenti dall’analisi con lo siamo oggi. Ormai gli psichiatri hanno pochissimo tempo per curare i pazienti, un quarto d’ora al massimo a seduta, e a quel punto ricorrono alle terapie farmacologiche, prescrivendo vari farmaci per le diverse sintomatologie, dall’ansia a tutto il resto. Sicuramente è più veloce e costa meno, ma non è detto che risolva il problema.

Questo film basato molto sulla parola e con testi molto teorici da far interpretare agli attori. Come mai l’immagine passa quasi in secondo piano?
Per me il volto è un’immagine forte, un paesaggio visivo importante e il fatto di concentrarmi sui primi piani e sui volti spiega molto di me e del mio tipo di cinema. Ho sentito varie volte usare il verbo “cronenberghizzare”, non voglio essere un regista che viene identificato per qualche cosa di strano, di bizzarro e particolare nel mio cinema. Quando giro sono totalmente devoto alla mia sceneggiatura e al mio progetto e resto concentrato su questo senza stare ad elaborare tutta una serie di teorie sul mio cinema. Invece, riguardo ai dialoghi anche Inseparabili era un film molto parlato. In “A Dangerous Method” ci sono anche le immagini del lago, c’è tutta l’ambientazione e la ricostruzione storica della Vienna dell’epoca, le location, lo studio di Freud.

Ci descrive la figura di Sabina Spielrein, di Freud e di Jung, dal suo punto di osservazione?
Sabina Spielrein è quella che introduce il concetto di distruzione come forza creativa ed è vero che in questo senso è la scienziata che crea la svolta. E’ una figura che può terrorizzare e che può essere paragonata allo scienziato del mio film La Mosca, perchè fa questa scoperta così innovativa e così lontana da quelle che erano le teorie del tempo. Quello che a me interessava in questo film non era tanto la struttura, ma la tematica. Io sono partito dalla pièce teatrale di Christopher Hampton, The talking cure, e quello che mi ha incuriosito di più è stato questo mènage à trois a livello intellettuale che si instaura tra di loro. Sabina è il nucleo essenziale del film, è lei che crea la situazione per un’evoluzione della teoria psicoanalitica: da un lato lei è quella che evolve di più, passando dalla malattia e dalla sua nevrosi a diventare lei stessa una psicoanalista, dall’altro mette in crisi Jung sulle sue teorie. Sigmund Freud invece, pur essendo uno psicoanalista affermato che aveva già trovato parecchi elementi scientifici a sostegno delle sue teorie, arriva ad assorbire il contributo che Sabina gli dà introducendo l’elemento fondamentale della pulsione di morte. Ognuno dei tre personaggi arriva, a modo suo, ad un’evoluzione.

Che tipo di ricerca e di documentazione ha fatto sulle teorie psicoanalitiche e come è riuscito a tradurle in materia cinematografica?
Ho letto tantissimi testi di Freud, da sempre. Mi hanno sempre appassionato, non solo per le teorie, ma anche perchè sono scritti molto bene e in tedesco hanno un valore letterario. La storia di Sabina l’ho conosciuta attraverso il testo teatrale di Hampton e mi ha affascinato la storia d’amore. Però non volevo fissare l’attenzione solo su questa passione e neanche solo sull’aspetto intellettuale. Mi interessava l’aspetto scientifico, ma volevo cogliere anche quello artistico. Ho utilizzato anche un altro testo, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo di Stefan Zweig che dimostra quanto umorismo c’era nell’ambiente viennese scientifico del tempo. Volevamo essere molto accurati nelle ricostruzioni e mi piaceva l’idea di riprodurre questo scambio epistolare fertile fra tutti gli scienziati e che nel film è concentrato su loro tre. Si diceva che a Vienna la posta veniva consegnata cinque volte al giorno, era come le mail di oggi.

E quello strumento affascinante sulla libera associazione di idee?
E’ la ricostruzione accurata di un macchinario realmente esistito.

“A Dangerous Method” di David Cronenberg

di Giona A. Nazzaro

L’unico metodo pericoloso è quello di David Cronenberg.

Per anni Cronenberg ha dato forma, meglio carne, a quello che, mutuando una celebre espressione di J.G. Ballard, possiamo definire “lo spazio interiore”. Per anni ha lavorato intorno all’ossessione del corpo come entità in grado di produrre, proprio come un virus, altri corpi. Da discepolo di William S. Burroughs, Cronenberg ha sempre saputo che “language is a virus”. E come Burroughs ha condotto la sua indagine sino ai margini estremi del pensiero contemporaneo. Tutta la sua filmografia è un’indagine accurata è meticolosa, quasi tassonomica, delle teratomorfie implicite nel corpo. Come il Leslie Fiedler di Freaks, i film di Cronenberg hanno indagato le possibilità di vita al di là dei codici esistenti.

La grande intuizione filosofica di Cronenberg è stata di avere compreso, attraverso lo studio di Marshall McLuhan e William Burroughs, come il nostro sistema nervoso si sarebbe trasformato a contatto con la modificazione del principio d’individuazione e di realtà introdotti dalle nuove tecnologie digitali. Cronenberg, come Burroughs, ha condotto queste sue sperimentazioni in territorio analogico, proprio come l’autore de Il pasto nudo che studiando i cut up dei nastri magnetici ha dato corpo e forma totalitarismo della comunicazione di massa.

Marshall McLuhan interviene nella costruzione dell’universo poetico di Cronenberg attraverso la sua convinzione che i media, e soprattutto l’introduzione di nuovi media, rappresentano delle vere e proprie guerre psichiche. Ossia i nuovi sistemi di decodifica della realtà sostituiscono i precedenti e in questo processo attivano delle trasformazioni (anche fisiche). Per intenderci: il cervello di un bambino che usa il computer oggi è senz’altro diverso da quello di un suo coetaneo di venti o trent’anni fa. Videodrome, per esempio, raccontava proprio questo processo di mutazione e come e se era possibile intervenire su e in esso. Ogni nuovo media è un’estensione del sistema nervoso. E se il sistema nervoso modificato s’innamora di un virus e produce un nuovo organo? La poetica di Cronenberg danza sempre sulla sottile linea che separa il principio d’individuazione dal principio di realtà. L’uno modifica impercettibilmente l’altro, come dimostra M Butterfly.

La geniale perversione di Cronenberg è di trattare il corpo come uno strumento di comunicazione. Una morbida macchina che serve per (in)scrivere nuovi codici e processare realtà altre. I virus, in questo, sono gli agenti di un cambiamento, un po’ come gli zombi per Romero. Il corpo, dunque, è il luogo-narrazione, metastabile per definizione, il teatro del cambiamento.

Cronenberg, con il tempo, è progressivamente stato sempre più attratto dal versante invisibile della mutazione. Basti pensare alla scelta di eliminare tutti gli effetti speciali a vista da Inseparabili o a M Butterfly dove tutto accade nello sguardo del protagonista. E, ovviamente, il cinema di Cronenberg è uno schiaffo per i fautori della “verosimiglianza” che mal tollerano le incongruenze psicologiche dei suoi film (quando non c’è il rifiuto basato sul semplice rigetto moralistico della violenza).

Non sorprende, dunque, che il regista che in Inseparabili teorizzava concorsi di bellezza per gli organi interni, nel corso degli anni abbia messo progressivamente a punto una strategia che a partire dall’evidenza del corpo e delle sue manifestazioni arretrasse verso il cervello. Il primo sintomo di questa strategia, e per chi scrive l’unico parziale passo falso del regista, s’era manifestato con Spider, la schizofrenia come l’alba della scrittura (e quindi del linguaggio). Progressivamente il regista ha continuato a muoversi lungo queste coordinate, e con A History of Violence, una vicenda di mutazioni senza mutazioni (apparentemente) e con La promessa dell’assassino, un’altra storia di scritture e corpi mutanti, ha trovato le energie necessarie per confrontarsi compiutamente con quella che sembra offrirsi come la scena primaria del cinema cronenberghiano.

A Dangerous Method, a dispetto di coloro che rimproverano al regista di essersi convertito a una sorta di accademismo inerte, e ai tutori del verbo freudiano offesi dalle libertà che il regista si è concesso, sembra invece, a tutti gli effetti, la reinvenzione delle origini del cinema cronenberghiano.

Sin da Transfer, il suo primissimo cortometraggio del 1966, Cronenberg mette in scena uno psichiatra perseguitato da un suo paziente. In From the Drain, film dell’anno seguente, due uomini in una tinozza parlano, mimando il processo dell’analisi, sino a che uno dei due non viene strangolato da una pianta misteriosa (l’inconscio che emerge dal basso…). Ma sono soprattutto Stereo e Crimes of the Future che sembrano già preconizzare A Dangerous Method, con la centralità del medico-guru che torna in tutti i film del regista insieme alla relazione medico (analista)-paziente.

A Dangerous Method, quindi, è l’origine ideale dei melodrammi virali di Cronenberg. Non a caso attraverso la psicosi del personaggio femminile è possibile dare vita a un processo di scrittura che viene decifrato a sua volta dal corpo di un macchinario che letteralmente trascrive i processi del corpo (e siamo sempre in territori burroughsiani: non si scrive mai, al massimo si trascrive). Il sesso è il virus liberato dal corpo in trasformazione e la scrittura diventa la mappa di un nuovo mondo. Tutto il cinema di Cronenberg si ritrova distillato in A Dangerous Method.

In questo senso anche il classicismo del regista, sinora rimasto sempre all’ombra delle sue invenzioni più visionarie, emerge per la prima volta in maniera compiuta. L’inquietudine è affidata a impercettibili movimenti di macchina, a angolazioni di ripresa inconsuete, a lievi torsioni dell’immagine. Anche il film di Cronenberg replica le strategie mimetiche dei corpi: si vede sempre un’altra immagine e l’immagine visibile è solo la copertura mimetica, strategica dell’altra. La quintessenza del cinema di Cronenberg.

Ed è in questa danza dominata dall’immagine invisibile che il gioco di seduzione fra parola, scrittura e corpo che A Dangerous Method formula un progetto politico preciso: il corpo come sperimentazione di patti sociali ancora tutti da immaginare.

Termini di uso comune ma dal significato non sempre così chiaro…

AFFETTO: combinazione tra le emozioni e le rappresentazioni mentali a cui tali esperienze si associano; dipende dalla storia di vita di ciascuno.

EMOZIONE: modificazione psicofisiologica innata dell’organismo. Può essere o meno percepita dal soggetto, spingere verso un comportamento (aspetto motivazionale) e comunicare un messaggio agli altri. Esempi: rabbia, gioia, paura.

CRISI: il termine significa “scelta”, perciò occasione di rottura di un equilibrio per raggiungerne un altro potenzialmente più funzionale ed efficace rispetto ai cambiamenti avvenuti nella propria vita.

COMPORTAMENTO: qualsiasi reazione di un organismo a stimolazioni esterne o a pressioni motivazionali interne. Può essere osservabile (“overt” o manifesto) o inferibile (“covert” o privato).

MOTIVAZIONE: caratteristica inferibile di un organismo, caratterizzata dal livello di attivazione richiesto per il raggiungimento di uno scopo.

CAMBIAMENTO: trasformazione di un individuo a fronte di un processo di autorealizzazione o come risultato della tendenza alla mutazione e delle resistenze ad essa. La nozione di cambiamento assume sfumature differenti in base al modello psicologico assunto.

IMPULSIVITA’: Carattere, aspetto di ciò che è fatto, detto ecc. senza riflettere.

COMPULSIONE: impulso alla ripetizione involontaria di un comportamento irrazionale che affonda le sue radici.nell’inconscio.

AGGRESSIVITA’: impulso alla violenza.

DISFORIA: stato di angoscia, di ansia, di irritabilità.

RABBIA: violenta irritazione, spesso accompagnata da parole o da azioni incontrollate.

OSSESSIONE: pensiero che ritorna continuamente e in modo tormentoso.

 

Cosa Fare? Come Comportarsi con un Familiare con Disturbo Borderline?
i comportamenti, le azioni e le comunicazioni all’interno del sistema familiare e, più in generale, di vita del paziente con diagnosi di disturbo borderline di personalità, messe in atto al fine di aiutare la persona, nella maggior parte dei casi, si rivelano insufficienti. La situazione sembra sfuggire di mano fino ad arrivare a situazioni limite in cui tutte le forze, i pensieri, le energie sono concentrate sul problema.
Si può arrivare in condizioni in cui si sente che si è smesso praticamente di vivere. Sentimenti di frustrazione, forte angoscia, impotenza sono comuni in questi casi.

Oggi sappiamo che le modalità di comunicazione e comportamento tese a contrastare il problema spesso sono proprio quelle azioni che lo mantengono e che potrebbero contribuire al suo aggravamento.
Questo avviene non tanto per colpa di chi aiuta la persona ma per il fatto che chi cerca di aiutare risponde ad una percezione del problema e dei sintomi che nascono all’interno di un contesto bio-psico-sociale come risposta del paziente ad un sistema che, per un motivo o per l’altro, egli rifiuta.
I tentativi di aiuto, quindi, diremo che colludono con il problema perché, in qualche modo, confermano le aspettative patologiche del paziente.

Comportamenti da Evitare
Di fronte ad un paziente con diagnosi di disturbo borderline di personalità vanno generalmente evitate tutte quelle forme tese alla rassicurazione o al far comprendere al paziente di essere malato.
La tendenza a spiegare alla persona che i propri comportamenti non sono sani genera intensa rabbia e sensazione di profonda incomprensione ed alimenta i tratti paranoidi. Si passa da un ruolo di soccorritore al ruolo di persecutore. Si genera forte odio che può sfociare anche in gravi comportamenti aggressivi auto ed etero-diretti.
Ognuno di noi sa, ad esempio, che l’abuso di cocaina, cannabis, alcol, ecc. sono condotte lesive per il soggetto. Chi le mette in atto ne è perfettamente consapevole. Come è consapevole ogni fumatore che il fumo nuoce gravemente alla salute ma, nonostante questa consapevolezza, continua a fumare.
Lo stesso vale per altri tipi di sostanze e per altre condotte impulsive di cui il soggetto borderline non può e non desidera fare a meno.
E’ sufficiente chiedere al soggetto se uno specifico comportamento piace o meno. Se la risposta è sul versante del piacere ricordiamo che, sul momento, non potrà essere ridotto. Quindi, anziché contrastare inutilmente il comportamento, dobbiamo passivamente accettare che non potrà essere cambiato con la sola consapevolezza del suo aspetto disfunzionale.

La Terapia Psicologica Indiretta: Aiutare la Famiglia ad Aiutare
Abbiamo oggi a disposizione un nuovo strumento per l’intervento indiretto sul paziente ma diretto sulla famiglia (di origine o attuale).
Lo psicologo è in grado di suggerire, dopo una valutazione dettagliata di ogni specifico caso e soltanto quando riscontra che la famiglia può essere utilizzata come risorsa, comportamenti e comunicazioni da adottare in grado di ridurre i rischi di aggravamento della situazione e migliorare le condizioni di vita del sistema familiare.
Gli interventi indiretti si applicano soltanto nei casi in cui il sistema familiare od il partner siano realmente motivati ad aiutare il familiare con il disturbo.

Gestire una situazione familiare di questo tipo è molto complesso senza un supporto psicologico costante rivolto alle famiglie. Spesso la famiglia di un paziente con diagnosi di disturbo borderline si trova isolata, non sa come comportarsi, si sente impotente in quanto sente che ogni tipo di comportamento e comunicazione non produce nessun beneficio. Sembra anzi che più si cerca di aiutare più la situazione si complica.
In genere i pazienti con diagnosi di disturbo borderline di personalità utillzzano l’arma del senso di colpa. Riescono a fare leva sui sensi di colpa della famiglia, degli amici e dei parenti per manipolare l’ambiente e le loro relazioni.
Il problema principale è sicuramente l’impulsività che si può manifestare con condotte dannose come bulimia, abbuffate, sessualità promiscua e spesso mancato uso di protezione in rapporti sessuali occasionali, spendere eccessivamente, non conservazione di denaro, guida spericolata e uso di sostanze come hashish, cocaina, acidi e molto spesso alcol.
Ci possono essere serie difficoltà in ogni impegno che richieda costanza e responsabilità (andare a scuola, lavoro, andare dallo psicologo,…). Sono persone costantemente annoiate e che alternano stati di pessimismo, a momenti in cui possono sembrare più euforici ma sempre con una certa rabbia (a volte con eccessi di ira incontrollati ma di durata breve).

Sono essenzialmente delle persone che utilizzano una modalità drammatica di relazionarsi con gli altri ed i familiari.
Una delle condotte che possiamo definire impulsive più drammatiche è sicuramente l’autolesionismo (tagli su braccia e gambe, bruciature di sigarette, graffiarsi, procurarsi ferite e contusioni, ecc.) e ciò che ruota intorno all’idea di suidicio che va dall’ideazione sucidaria (pensieri di morte), fino ai tentativi di suicidio multipli.

Lo spettro del disturbo borderline di personalità è molto ampio ed è caratterizzato, oltre che dall’impulsività, anche una forte alterazione dell’immagine di sé, degli altri e soprattutto dell’umore.
Sono persone che temono l’abbandono e potrebbero fare di tutto, soprattutto come tentativo di vendetta, se pensano di essere abbandonate o se si verifica un reale abbandono.

La famiglia di fronte a situazioni così drammatiche si trova ovviamente in una situazione di forte impotenza dovuta all’impossibilità di gestione del proprio figlio e, soprattutto, vive in una condizione di costante angoscia e paura.

E’ molto difficile che la persona che soffre del disturbo si renda pienamente conto che le proprie condotte siano disfunzionali, considerando i propri comportamenti più come caratteristiche peculiari e distintive del proprio carattere. E’ molto più facile che quando un amico o un familiare cerca di convincerli a curarsi rispondano che i malati sono gli altri e non loro stessi.

Questo impedisce alla persona di recarsi da uno psicologo esperto in materia (inoltre ci sono pochi psicologi che affrontano questo tipo di problematiche) e la famiglia si trova isolata.

Gli interventi di tipo indiretto sono metodi tra i più efficaci per questo tipo di problematiche e richiedono una certa adesione al trattamento da parte della famiglia.

Siete pronti??? Qui si parla difficile…So che magari gran parte di voi non capirà una mazza di quanto c’è scritto qui…In ogni caso è importante analizzare gli aspetti sia psicologici sia medici, in modo da fornire un grado di affidabilità allo studio di questo difficile e complesso disturbo…

ASPETTI CLINICI FONDAMENTALI DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA
La definizione diagnostica del Disturbo Borderline di Personalità (DBP) inserito nell’Asse II del DSM III dell’American Psychiatric Association (1) è stata caratterizzata dall’intento di distinguerlo dal disturbo schizotipico di personalità (2). Il preteso impianto diagnostico ateoretico, cui s’ispirava il DSM III, non si è dimostrato, in realtà, tale. I criteri diagnostici del DBP sono, infatti, un insieme non del tutto coerente di tratti e di comportamenti, evidenziati e studiati con differenti e non sempre compatibili orientamenti clinici (3). Selezionare alcuni criteri diagnostici provenienti da diverse impostazioni teoretiche e cliniche di studio aveva l’intento di permettere una valutazione più obiettiva e condivisibile per clinici con orientamenti teorici e impostazioni differenti. Gli otto criteri diagnostici selezionati nel DSM III sono risultati numericamente pochi e, sostanzialmente, astratti e semplicistici, al punto di non permettere al clinico di cogliere il nucleo psicopatologico del DBP (4-5). I criteri del DSM III R (6) per il DBP hanno fatto riferimento a cinque diverse aree diagnostiche: 1. diffusione d’identità con stati d’animo disfunzionali come labilità dell’umore, rabbia intensa e incontrollabile, sensazione di vuoto e noia; 2. relazioni interpersonali disturbate come relazioni interpersonali caratterizzate da ipervalutazione, idealizzazione e successiva repentina svalutazione; 3. paura d’abbandono reale o immaginario; 4. comportamento impulsivo; 5. comportamento autodistruttivo e suicidario. Secondo Stone (3), questi criteri diagnostici derivavano dagli studi di Kernberg su identità, impulsività, vuoto e noia, nonché dagli studi di Gunderson su relazioni interpersonali intense e instabili, impulsività, rabbia, autolesività, instabilità emotiva, paura e disagio in condizioni di solitudine e/o abbandono (7-13).

ASPETTI SINDROMICI DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA
L’insieme dei sintomi, utilizzati come criteri, proposti per la diagnosi del DBP dal DSM III e dal DSM III R, risultano provenire da diversi orientamenti teorici e clinici alla psicopatologia. Essi si sono dimostrati poco utili sia in ambito clinico sia in ambito di ricerca, per la scarsa coerenza interna. Una serie di criteri diagnostici con più forti correlazioni reciproche risulta essere più razionale dal punto di vista teorico e più utile in ambito clinico e terapeutico. Lo studio del DBP, tanto in ambito psicologico e familiare quanto nella ricerca di correlati genetici e neurobiologici, necessita di cluster di sintomi, con un’intrinseca validità di costrutto (construct validity).
Gli interventi terapeutici farmacologici per dimostrare la loro efficacia hanno bisogno, per esempio, di valutare variazioni obiettivabili di tratti comportamentali, con una coerente struttura interna.
Gli otto criteri diagnostici per il DBP, proposti dal DSM III, sono stati raggruppati in tre cluster, in uno studio su un campione di 465 pazienti borderline (14). Secondo questi Autori, le relazioni costanti e coerenti tra i criteri diagnostici, raggruppati in cluster, avrebbero potuto indicare la presenza di fattori ezio-patogenetici sottostanti comuni, indicando, consensualmente, possibili target terapeutici (15).
Un primo raggruppamento di criteri diagnostici (cluster), il cluster degli impulsi, comprende l’impulsività in due o più aree, nonché il comportamento autolesivo. Un secondo cluster, il cluster degli affetti, include i sintomi correlati alla labilità affettiva, alla rabbia impulsiva e alle relazioni interpersonali instabili, caratterizzate da ipervalutazione, idealizzazione e svalutazione. Il terzo cluster, il cluster dell’identità, è composto dai criteri d’Asse II riguardanti la diffusione d’identità, le sensazioni di vuoto e noia, e la scarsa tolleranza della solitudine.
TAB. 1 Cluster sintomatologici del disturbo borderline di personalità

A. Cluster degli impulsi

l. Impulsività
2. Ricorrenti tentativi di suicidio ed episodi d’autolesionismo

B. Cluster degli affetti

3. Rabbia inappropriata, intensa e/o incontrollata
4. Relazioni interpersonali intense ed instabili
5. Labilità dell’umore ed instabilità affettiva

C. Cluster dell’identità

6. Disturbo d’identità
7. Sentimenti cronici di vuoto e di noia
8. Scarsa tolleranza alla solitudine con tentativi frenetici di evitare l’abbandono

Tali cluster hanno origine non teoretica ma empirica e risultano essere dotati di validità interna evidente. La diffusione d’identità si correla direttamente alle sensazioni di vuoto. La scarsa tolleranza alla solitudine si correla significativamente al bisogno di rapporto e sostegno interpersonale.
Il cluster degli affetti evidenzia il coesistere in questi pazienti di rabbia, labilità emotiva, espressioni interpersonali di collera irragionevole. Inoltre, gli atti impulsivi, riguardanti cibo, alcol, droghe e sesso promiscuo si correlano alle azioni suicidarie e autolesive. Il cluster dell’impulsività include comportamenti veri e propri, quindi, variabili nel tempo, e non solo aspetti pervasivi e costanti di personalità. Invece, il cluster sindromico affettivo si presenta com’espressione di un’insufficiente modulazione degli affetti con instabilità emotiva. Il cluster d’identità si correla, significativamente, ad aspetti più costanti nel tempo, di strutturazione problematica dell’identità personale. Nell’analisi del paziente borderline i comportamenti impulsivi sembrano non essere parte della struttura di personalità, ma, piuttosto, comportamenti sintomatici fluttuanti nel tempo.
Un paziente necessita di cinque degli otto criteri per la diagnosi DSM-III-R di DBP. Egli potrebbe, perciò, essere classificato come “borderline” con un numero variabile dei sintomi e dei cluster citati.
I pazienti, cui più frequentemente è diagnosticato un disturbo borderline di personalità, sono quelli che presentano i sintomi psicopatologici prevalenti, raggruppati nel cluster affettivo ed in quello impulsivo.
Naturalmente, i pazienti con DBP più gravemente disturbati sono coloro che hanno i sintomi presenti in tutti e tre i cluster. Questi pazienti presentano disturbi del comportamento (cluster degli impulsi), disturbi degli affetti (cluster dell’instabilità affettiva), e disturbi d’identità (cluster d’identità).
I pazienti borderline meno gravi presentano sintomi afferenti al cluster degli affetti e/o dell’identità.
Il DSM IV (16) definisce il DBP come una modalità pervasiva d’instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore con una marcata impulsività, comparse nel corso della prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da cinque o più dei seguenti elementi:
1. sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono;
2. un quadro di relazioni interpersonali instabili ed intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi d’iperidealizzazione e svalutazione;
3. alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili;
4. impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto, quali spendere, sesso, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate;
5. ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamento automutilante;
6. instabilità affettiva dovuta a marcata reattività dell’umore (p.es. episodica intensa disforia, irritabilità o ansia che di solito durano poche ore e soltanto raramente più di pochi giorni);
7. sentimenti cronici di vuoto;
8. rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia (p.es. accessi di ira, rabbia costante, ricorrenti scontri fisici, etc.);
9. ideazione paranoide o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress.
L’ideazione paranoide è stata aggiunta tra i criteri diagnostici, nel DSM IV (17). L’inclusione di una sintomatologia simil-psicotica è stata materia di controversia tra gli studiosi sin dalla stesura del DSM III (2,11,18). La versione originaria di questo criterio includeva numerosi e diversi sintomi della serie psicotica, quali: idee di riferimento, ideazione paranoie, distorsioni percettive ipnagogiche, allucinazioni, distorsioni delle immagini corporee (19).
La definizione accettata dal DSM IV pone l’accento solo sui sintomi dissociativi e sull’ideazione paranoie, stressandone la natura reattiva. Il criterio “episodi simil-psicotici occasionali e transitori con illusioni intense” risulta essere, secondo i criteri dell’IC-10, caratteristico del disturbo schizotipico di personalità, anziché del DBP (20). Gunderson et al. (10-13) sostengono, tuttavia, che questo criterio differenzi significativamente il DBP dal disturbo schizotipico, sulla base di studi pilota. Secondo quest’ottica, le anomalie cognitive e percettive riscontrabili nel disturbo schizotipico risultano essere più stabili e durature, rispetto a quelle brevi, transitorie e reattive dei pazienti con DBP (10, 21).
La risposta terapeutica, dopo tempi sufficientemente prolungati, ottiene, in primo luogo, alcuni cambiamenti nel comportamento impulsivo, seguiti da un qualche controllo della modulazione degli stati d’animo, e, infine, cambiamenti graduali e progressivi negli aspetti dell’identità.

EZIOLOGIA DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ
Eterogeneità eziologica e patogenetica del DBP.
I fattori eziopatogenetici coinvolti nell’insorgenza del disturbo borderline di personalità erano ricercati in una prospettiva restrittivamente psicologica, sino circa venti anni fa.
Secondo Masterson e Rinsley (22) per esempio, la psicogenesi del DBP era dovuta alle madri che interferivano con i bisogni dei propri figli, impedendo loro di raggiungere una condizione di autonomia emotiva e di matura individualizzazione.
Masterson aveva evidenziato che le madri dei pazienti con DBP erano state, di frequente, a loro volta, affette da DBP e aveva sostenuto che il disturbo fosse psicologicamente “trasmissibile”.
Altri autori hanno sostenuto una trasmissibilità non psicologica ma genetica, giacché un numero elevato di madri (più elevato di quanto prevedibile) dei pazienti con DBP, presentano lo stesso disturbo (23).
Altri studi hanno evidenziato nelle famiglie di soggetti affetti da DBP una predisposizione familiare verso lo spettro dei disturbi affettivi (24-25). Non esistono, però, prove per sostenere che per tutti i pazienti con DBP tale fattore familiare sia rilevante. Alcuni studiosi hanno evidenziato la presenza di una patologia affettiva familiare soltanto in una percentuale di pazienti con DBP. Tale fattore può, perciò, rappresentare un fattore aspecifico, in quanto comune nelle famiglie con soggetti affetti da altri disturbi di personalità (26-27).
Negli ultimi anni le ipotesi ezio-patogenetiche sono state orientate diversamente. Le cause del DBP sono state cercate nelle varie forme d’abuso infantile intrafamiliare, sul piano psicologico, fisico e/o sessuale.
Numerosi ricercatori ritengono che l’ambiente familiare caratterizzato da episodi d’abuso sia un elemento specifico nelle storie di pazienti borderline, non altrettanto comune nelle vite di pazienti con altri disturbi di personalità, se si esclude il disturbo antisociale di personalità (28).
Molti soggetti borderline ed antisociali hanno la tendenza a mettere in atto, in età adulta, proprio quei comportamenti che, durante l’infanzia, hanno maggiormente contribuito allo sviluppo di un disturbo di personalità. I soggetti abusati in età infantile potrebbero, infatti, sviluppare cronici sintomi d’irritabilità e rabbia. Questi individui in età adulta, spesso compromettono, con la loro impulsività ed aggressività, le situazioni lavorative e le relazioni affettive. Le difficoltà coniugali e la perdita dell’impiego diventano “eventi di vita” ulteriormente stressanti che peggiorano la condizione clinica di questi soggetti con disturbi di personalità (29).
Nella patogenesi del DBP si sommano e s’intersecano diversi fattori: una componente genetica e costituzionale, la figura materna eccessivamente opprimente, una storia d’abuso in epoca infantile nell’ambito familiare. L’importanza relativa di ognuno di questi fattori, nella storia clinica d’ogni specifico paziente con DBP resta ovviamente da stabilire.
E’ opportuno esaminare i dati clinici e di ricerca relativi da un lato ai traumi infantili e dall’altro ai correlati neurobiologici.

Traumi infantili

Molti pazienti con DBP hanno subito gravi traumi psicologici nei primi anni di vita. Storie d’incesto sono relativamente frequenti tra le donne con DBP ricoverate (3, 30-31). In alcuni studi, tale frequenza varia dal 33% al 70%, in pratica, da due a quattro volte superiore rispetto alla frequenza osservata negli studi epidemiologici sulla popolazione generale (32). Esistono alcune evidenze (30) che dimostrano una frequenza d’incesto più elevata nelle pazienti con DBP e disturbo antisociale, rispetto a donne con altri disturbi di personalità. Qualora altri studi epidemiologici confermassero tali dati, su campioni più numerosi, verrebbe suffragata l’ipotesi di un rapporto causale tra comportamenti incestuosi tra padri/patrigni e figlie, disturbo da stress post-traumatico cronico e lo strutturarsi di un disturbo antisociale e borderline di personalità.
Le violenze subite da parte di un genitore potrebbero facilitare l’insorgere di un quadro clinico persistente o cronico con irritabilità e rabbia particolarmente evidenti (30-33). I maschi sembrano essere vittime di tali abusi infantili più frequentemente delle femmine. L’incesto genera solitamente rabbia e senso di colpa, mentre, la violenza genera rabbia intensa, e, solo raramente, senso di colpa. Un quadro di DBP, che consegue a questi fattori patogenetici, presenta una forte tendenza alla violenza eterodiretta anziché all’autolesionismo. I maschi che hanno subito abusi fisici e che sviluppano un DBP, presentano spesso diversi comportamenti antisociali. E’ frequente, in psichiatria forense, una tale combinazione di fattori patogenetici, nella biografia di famosi pluri-omicidi e serial killer, cui era stato diagnosticato un sottostante DBP, spesso associato con comportamenti antisociali (34).
A livello fenotipico gli effetti d’ereditarietà e ambiente culturale non possono essere separati, se non a fini euristici. In alcune società l’incesto è molto raro (35). Varia da cultura a cultura anche la tolleranza del comportamento impulsivo e aggressivo. Il DBP potrebbe essere proporzionalmente meno frequente, per esempio, in certe società asiatiche, in cui i comportamenti incestuosi sono impediti e puniti fortemente.
In queste culture, temperamenti geneticamente più miti potrebbero essersi sommati, nel corso delle generazioni, ad un’educazione dei bambini meno violenta, con effetti di minore incidenza del DBP.
In questa prospettiva, i soggetti con un numero sufficiente di fattori di rischio che hanno sviluppato un DBP nella nostra cultura, avrebbero potuto avere uno sviluppo diverso se fossero stati educati in un differente ambiente socio-culturale, magari sviluppando altri e diversi quadri psicopatologici, ma non il DBP.
Per verificare il ruolo causale di tali fattori culturali nell’esordio del DBP sarebbe opportuno un lavoro epidemiologico, condotto in nazioni con diverse culture.

Disturbi del tono dell’umore
Il rapporto tra BPD e disturbi del tono dell’umore è stato ripetutamente studiato. Va sottolineato che è importante tenere nel giusto rilievo non solo l’eterogeneità eziologica, ma anche la variabilità dei campioni esaminati in questi studi. Nel gruppo di pazienti con DBP che ha partecipato ad uno studio di follow-up (P.I.-500) le storie d’abuso erano scarsamente presenti, mentre un disturbo affettivo tra parenti di primo grado era invece piuttosto frequente e circa l’8,5% dei pazienti con DBP ha sviluppato, dopo vari anni dalla dimissione, una malattia affettiva unipolare o bipolare (25, 36). In oltre la metà di un campione di pazienti australiane è stata riscontrata una storia d’incesto. Includendo anche l’abuso fisico e le estreme umiliazioni, da parte di chi avrebbe dovuto prendersi cura di loro in età infantile, il fattore “abuso” era presente nella storia di circa il 90% dei pazienti (3, 30, 35). In questo studio, la presenza di una malattia affettiva grave è stata rilevata in un numero limitato di parenti di primo grado dei pazienti con DBP, inoltre, nei pazienti con disturbi depressivi, era difficile dirimere l’effetto patogenetico dei fattori biologici dall’effetto degli eventi stressanti di vita. In Giappone, hanno evidenziato che tali pazienti presentano comportamenti suicidari aggravati dalla solitudine e/o dalla lontananza dagli stretti legami familiari oppure in rapporto al rifiuto subito in una relazione sentimentale, diversamente da entrambi i gruppi dei pazienti con DBP già citati (37). Inoltre, in Giappone è raro riscontrare una storia d’abuso fisico o sessuale nell’infanzia di questi pazienti con DBP. Queste considerazioni dimostrano come diversi studiosi tendono ad attribuire diversa rilevanza a differenti fattori eziopatogenetici coinvolti nelle genesi del DBP, anche in funzione della diversa cultura di provenienza. Nessuna teoria del quadro causale del DBP sarà possibile formulare fino a quando non si riuscirà ad allontanarsi da orizzonti di ricerca ristretti, valutando i campioni raccolti in diverse società e culture. Un consistente numero di pubblicazioni tratta il complesso problema del rapporto tra la patologia affettiva e il DBP (37). La comorbidità tra DBP e disturbo affettivo è talmente frequente da aver indotto numerosi studiosi a formulare l’ipotesi che il DBP rappresenti solo una forma cronica e sottosoglia di disturbo affettivo. I pazienti con DBP e distimia hanno bisogno di un più alto numero di ricoveri e manifestano una maggior frequenza di sintomi di scissione, sintomi suicidari, dipendenza e noia, rispetto ai pazienti con DBP che non manifestano distimia concomitante (38). Tal evidenza ha portato questi studiosi alla conclusione che il DBP è eziologicamente eterogeneo ed include, probabilmente, diverse varietà di disturbi depressivi e di personalità, con differenti livelli di funzionamento socio-lavorativo e d’outcome.

Comportamenti aggressivi ed impulsivi

Una delle principali caratteristiche sintomatologiche del DBP è rappresentata dalla rabbia inappropriata, intensa ed incontrollata. Questa rabbia può presentarsi con diverse espressioni cliniche, come: ostilità omnipervasiva, esplosioni di rabbia transitoria ed incontrollabile, permalosità eccessiva. Secondo alcuni studiosi, tale aggressività potrebbe avere correlati rilevanti di tipo neurologico (39).
L’ambiente clinico è sicuramente indicato per esaminare i tratti comportamentali costanti ma non per valutare i tratti comportamentali episodici, secondo Gardner e Cowdry (40).
Lo studio del flusso ematico cerebrale e l’utilizzo della metodica PET (positron-emission tomography) per ovvi motivi clinici ed etici, non sono stati applicati su pazienti con DBP, in un momento d’esplosione di rabbia. Ciò nonostante, recenti studi in letteratura sull’aggressività prendono in considerazione la sintomatologia aggressiva presente nei soggetti affetti da DBP.
In uno studio su 128 carcerati violenti, Merikangas (41) ha enucleato tre fattori principali alla base del comportamento aggressivo: 1. il fattore pulsionale (drive), 2. la suscettibilità allo stimolo (soglia) e 3. la capacità d’inibizione della risposta (controllo). Alti livelli pulsionali, bassa soglia di reazione e incapacità d’inibire la risposta aggressiva erano tutti fattori associati a più frequenti atti di violenza. Era, talora, evidente una suscettibilità patologica che induceva a rispondere in modo aggressivo anche a minacce minime.
Frequentemente sono presenti epilessia, anomalie bioelettriche cerebrali e altri segni di danno cerebrale. Simili anomalie sono state evidenziate da Andrulonis et al. (42) nel loro campione di pazienti affetti da DBP, costituito in prevalenza da giovani maschi, con episodico disturbo del controllo degli impulsi, rappresentato, soprattutto, da aggressività impulsiva.
Applicando il suo modello di “information processing” per l’aggressività, Huesman (43) sostiene l’ipotesi dell’esistenza di stili di comportamento aggressivo (copioni compor-tamentali) acquisiti nell’infanzia e tendenti a resistere ad ogni cambiamento.
Alcuni soggetti, inoltre, dopo aver subito violenze o dopo esserne stati diretti testimoni, diventano aggressivi e presentano la tendenza ad evocare risposte aggressive negli altri, con atteggiamenti di derisione o di minaccia, difendendosi, così, dalla paura latente evocata dal rapporto sociale e rinforzando, in se stessi, la convinzione acritica che “gli altri sono sempre pericolosi” (44).
Se non è criticato questo tipo d’apprendimento reiterato può costruire una modalità d’interpretazione delle comunicazioni sociali tendenzialmente persistente, che induce al comportamento aggressivo.
I soggetti con DBP, soprattutto quelli che hanno subito violenze fisiche o sessuali, tendono a reagire a stimoli sociali neutri, interpretati come potenzialmente pericolosi, con comportamenti aggressivi subitanei volti a prevenire e/o punire atteggiamenti altrui potenzialmente negativi, in una sorta di cortocircuito comportamentale, ispirato ad una sorta di filosofia di vita del tipo “chi aggredisce per primo si salva”.
In alcune situazioni, tale modalità di risposta impulsiva ed immediata, acquisita per apprendimento e, probabilmente, condizionata da fattori neurobiologici, può condurre a comportamenti gravemente violenti. Fra i 285 pazienti “borderline” inclusi nello studio P.I.-500, quattro maschi avevano ucciso una o più volte nel periodo di follow-up.
Il comportamento aggressivo è un comportamento arcaico, volto alla sopravvivenza dell’individuo, controllato da strutture cerebrali filogeneticamente antiche. Ciò nonostante presenta una sua intrinseca complessità declinandosi in diversi aspetti, secondo Valzelli (45). L’aggressività territoriale, quella competitiva, quella predatoria, quella protettivo-materna, e quella protettivo-difensiva possono essere significativamente differenti sul piano psico-comportamentale e neurobiologico. Nell’ambito di ciascuno di questi aspetti possono essere coinvolte diverse strutture cerebrali, con alcune specificità per un tipo particolare d’aggressività, ma anche con alcune sovrapposizioni neuro-funzionali tra le diverse forme d’aggressività.
L’aggressività protettivo-difensiva è particolarmente rilevante nello studio dei soggetti con DBP. Questa forma d’aggressività è evocata dall’attacco, reale o presunto, di un avversario. In laboratorio si studia dopo aver somministrato stimoli dolorosi o avversivi ad animali da esperimento solitamente ristretti in coppia in un unico ambiente. L’aggressività protettivo-difensiva solitamente si presenta con intensità sproporzionata allo stimolo offensivo (l’accesso di rabbia reattiva del paziente con DBP), ma, anche, con la tendenza ad aggredire non chi direttamente reca un’offesa, ma spesso solo chi n’esprime un innocuo equivalente simbolico.
Nei soggetti con DBP gli abusi subiti nell’infanzia potrebbero plasmare nel sistema nervoso una circuitazione paleo-archi-corticale, in costante preallarme, predisposta a reagire sul piano comportamentale, in tempi rapidissimi e con modalità eccessive, a minacce reali o presunte. Le strutture neurologiche correlate funzionalmente a questi pattern d’attivazione e reattività del Sistema Nervoso Centrale (SNC) sono state studiate, negli ultimi decenni, con risultati interessanti sul piano euristico e clinico.

FATTORI GENETICI E STUDI SULLE FAMIGLIE
Negli studi sulla famiglia, se una maggior prevalenza di un disturbo psicopatologico si manifesta nei parenti naturali dei probandi, portatori di tale disturbo, ne viene confermata la familiarità (46). Gli studi sulla famiglia non differenziano i fattori ambientali da quelli genetici. La ricerca di tale differenziazione richiede altri metodi e campi di ricerca, come gli studi su gemelli o sulle adozioni.
Alcuni ricercatori hanno svolto studi sulla famiglia per verificare se il DBP è più frequentemente nelle famiglie di pazienti, in cui qualche componente è affetto da DBP. Questi studi (23, 47-50) hanno evidenziato anche una maggiore frequenza in queste famiglie d’altri disturbi del controllo degli impulsi. In tutti questi studi è stata evidenziata una maggior prevalenza di DBP tra i componenti delle famiglie di pazienti con DBP.
I parenti di primo grado di pazienti con DBP sono stati messi a confronto con i parenti di primo grado di pazienti con altri disturbi di personalità e con i parenti di primo grado di pazienti schizofrenici maschi (51). L’instabilità affettiva cronica e l’impulsività cronica sono risultate significativamente più evidenti nei parenti di pazienti con DBP rispetto ai gruppi di controllo. Questi Autori hanno suggerito, perciò, per gli studi futuri, un esame più approfondito dei tratti comportamentali di base anziché la mera diagnosi di DBP. Vari studi hanno evidenziato una prevalenza del disturbo borderline di personalità nei parenti di primo grado, del paziente designato.
Gli studi familiari hanno evidenziato, inoltre, nelle famiglie dei pazienti con DBP più alta incidenza di:
· schizofrenia (52);
· disturbi affettivi (25);
· abuso di sostanze e personalità antisociale (10).
In sintesi diverse osservazioni cliniche rilevanti hanno dimostrato che:
1. il DBP si manifesta più frequentemente nelle famiglie di pazienti con DBP, che nelle famiglie di pazienti affetti da schizofrenia, disturbo bipolare, distimia, personalità schizotipica o antisociale;
2. nelle famiglie di pazienti con DBP c’è solo un aumento lieve della prevalenza di schizofrenia;
3. nei parenti di primo grado di pazienti con DBP si manifestano frequentemente tendenze all’alcolismo e all’abuso di sostanze;
4. la maggior parte delle prove non evidenzia un rapporto specifico fra DBP e disturbo affettivo, tranne che per pazienti borderline con storia di concomitante depressione maggiore.

Studi su gemelli, adozioni e analisi di segregazione.

Torgersen (27), in uno studio su gemelli, ha valutato il peso dei fattori genetici nello sviluppo del disturbo di personalità schizotipico e/o borderline. Le diagnosi psicopatologiche dei gemelli erano state effettuate in accordo con i criteri del DSM-III. Il clinico in fase diagnostica non sapeva del carattere di monozigosi o dizigosi dei gemelli. Su 69 probandi con diagnosi di disturbo di personalità, solo dieci presentavano un DBP. I risultati non sembrano sostenere un’eziologia genetica del DBP. Infatti, nessuno dei tre rispettivi gemelli monozigoti di probandi con DBP e solo due dei sette rispettivi cogemelli dizigoti presentavano il DBP.
Altri efficaci metodi di ricerca, utilizzati per evidenziare il contributo rispettivo dell’ereditarietà e dell’ambiente nell’ezio-patogenesi dei disturbi psicopatologici, sono rappresentati dagli studi sulle adozioni (53). Sono stati effettuati diversi studi specifici, con differenti metodologie.
Negli “studi della famiglia naturale degli adottati problematici” vengono confrontati i parenti naturali di figli adottivi patologici, con il gruppo di controllo, di parenti naturali di figli adottivi non patologici. La diversa prevalenza fra i parenti di famiglie naturali e di controllo fornisce una valutazione dei fattori genetici e ambientali.
Negli “studi sugli adottati” sono confrontate le prevalenze di un disturbo fra figli adottivi nati da genitori patologici e non patologici.
Negli studi “cross-fostering” i figli adottivi, nati da genitori patologici, sono confrontati con i figli adottivi, nati da genitori non patologici, ma cresciuti con un genitore adottivo affetto dal disturbo in esame (53). Gli studi sulle adozioni hanno evidenziato l’importanza dei fattori genetici nell’eziologia dell’alcolismo, tuttavia, prove meno consistenti sono state raccolte per sostenere che anche il disturbo antisociale di personalità sia geneticamente trasmesso. Non è stato ancora pubblicato alcuno studio sulle adozioni che abbia valutato con rigore scientifico genitori o figli adottivi con diagnosi di DBP. L’adozione di figli di genitori borderline avviene frequentemente. Soprattutto alla madre borderline è spesso negata la tutela dei propri figli. In un campione di gemelli dello stesso sesso, Torgersen (27) ha studiato, in differenti disturbi di personalità, il ruolo svolto da fattori ereditari e ambientali. Il fattore denominato “impulsività-aggressività” fu considerato, da quest’autore, fattore ambientale, derivante dal contesto familiare e educativo, nonché dal modello culturale di riferimento, più che da fattori genetici.
I quattro principali modelli genetici dell’ereditarietà (autosomico dominante, autosomico recessivo, poligenico e legato al cromosoma X) sono stati sottoposti ad analisi di segregazione. Questi modelli sono stati applicati nella ricerca della comparsa di malattia psichiatrica, nei parenti di primo grado, di pazienti con DBP. Nessuno di questi modelli è stato validato nel confronto tra prevalenze ed incidenze attese e osservate di fratelli/sorelle o figli con psicopatologia in atto.
Queste considerazioni non vanno considerate come definitive. Esse rilevano la necessità d’ulteriori studi su gemelli e adozioni, alla ricerca del ruolo dei fattori genetici nell’ezio-patogenesi del DBP. Va rilevata la più alta incidenza di DBP nelle famiglie di pazienti con DBP. Rimane ancora incerta la presenza di uno specifico fenotipo, quale espressione della patologia ereditata nel DBP. Una critica più radicale alla ricerca di correlati genetici del DBP va fatta, in quest’ambito, al concetto diagnostico stesso di DBP. Probabilmente esiste una specifica ereditarietà per aspetti sintomatici specifici, quali impulsività, instabilità emotiva, disturbi dissociativi, aggressività, ma non per il DBP, in quanto tale. Ciò non dovrebbe portare alla conclusione di una ininfluenza dei fattori genetici nella ezio-patogenesi del disturbo. Al contrario, dovrebbe far riflettere i clinici sulla stessa esistenza del DBP, in quanto entità nosografica. Probabilmente, il futuro della ricerca genetica, in questo settore, ma anche in tutto l’ambito diagnostico psichiatrico, ci fornirà informazioni rilevanti e rivoluzionarie. In quelle che attualmente consideriamo entità nosografiche psichiatriche potrebbero svolgere un ruolo specifico diversi quadri eziologici genetici. D’altronde, non è improbabile che uno stesso danno genetico possa contribuire alla vulnerabilità specifica per diversi disturbi psicopatologici, nosograficamente distanti nelle convenzioni diagnostiche, che sono oggi largamente condivise, in ambito clinico.
I dati di ricerca, attualmente disponibili, sembrano maggiormente orientati a sostenere l’ipotesi che gli eventi traumatici, quindi i fattori ambientali, svolgano un ruolo ezio-patogenetico nell’insorgenza del DBP (54). Diverse evidenze scientifiche dimostrano che la presenza di uno o più genitori affetti da psicopatologia può associarsi significativamente ad episodi d’abuso infantile. In breve, numerose prove raccolte indicano che il DBP consegue all’aver vissuto la propria infanzia con genitori affetti da una patologia mentale. La malattia psichiatrica genitoriale, l’instabilità affettiva e i conseguenti comportamenti traumatizzanti sarebbero, in questa prospettiva, elementi predittivi di un significativo disturbo dello sviluppo nell’infanzia e nell’adolescenza e, quindi, di un conseguente disturbo borderline di personalità, nell’età adulta. Non va, comunque, sottovalutato, anche in quest’ambito di ricerche, il ruolo della vulnerabilità specifica e delle basi genetiche che a questa vulnerabilità possono essere sottese.

DISFUNZIONI CEREBRALI CORRELATE AL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA’

Le disfunzioni cerebrali, presenti nel DBP, includono:
· i danni cerebrali neurologici;
· i deficit neuropsicologici;
· la specifica neuro-biologia del disturbo con lo studio delle anomalie neuro-comportamentali e delle alterazioni del funzionamento cerebrale, in risposta al trattamento.
L’associazione fra personalità borderline e disfunzioni cerebrali è stata valutata, con diversi metodi di ricerca sperimentale, su pazienti e gruppi di controllo. Alcuni studi hanno confrontato la prevalenza di danni cerebrali, in pazienti con DBP, confrontandola con la prevalenza, di tali danni, in pazienti con altre diagnosi. Altri studi hanno utilizzato tecniche investigative e diagnostiche specifiche, per verificare la presenza di una disfunzione cerebrale nei pazienti con personalità borderline.
Presenza di disfunzioni cerebrali in pazienti con DBP rispetto ad altri pazienti
Alcuni dati preliminari hanno suggerito la presenza di un danno cerebrale nel 29% delle femmine e nel 56% dei maschi affetti da DBP (42). Questo gruppo di pazienti con “danno d’organo” poteva essere distinto in due sottogruppi. Un sottogruppo, con disfunzioni cerebrali minime, includeva pazienti con anamnesi positiva per il disturbo da deficit dell’attenzione e per le difficoltà d’apprendimento. Un secondo sottogruppo includeva pazienti che avevano danni cerebrali conseguenti o correlabili ad epilessia, traumi ed encefaliti.
In uno studio, i pazienti borderline con “danno d’organo” presentavano:
– esordio precoce della malattia;
– frequenti acting out;
– alta incidenza d’abuso di sostanze in famiglia.
Questo studio riguardava un gruppo di pazienti resistenti al trattamento, trattati in aperto, in cui non era stato previsto un gruppo di controllo (55).
In uno studio di follow-up sono stati studiati pazienti con DBP e pazienti con diagnosi di schizofrenia, secondo i criteri previsti dal DSM-III, accoppiati per sesso ed età (56). La percentuale di pazienti con DBP, maschi e femmine, che avevano avuto un danno cerebrale, era sostanzialmente sovrapponibile alla percentuale riscontrata in precedenza (42). I pazienti schizofrenici avevano meno danni cerebrali, rispetto ai pazienti con DBP (56).
Andrulonis e Vogel (57) hanno studiato l’incidenza di “danno d’organo”, confrontando i pazienti con DBP, con due gruppi di controllo, uno costituito da pazienti con schizofrenia e uno costituito da pazienti con disturbi affettivi. I pazienti con personalità borderline presentavano un danno d’organo nel 40% dei maschi e nel 14 % delle femmine. Solo il 25% dei pazienti schizofrenici e solo i1 7% dei pazienti con disturbi affettivi avevano segni, sintomi o storie di danno cerebrale acquisito. La prevalenza di danni cerebrali, riscontrata nei borderline maschi rispetto alle femmine, non fu evidenziata nei gruppi di controllo, che non avevano differenze legate al sesso.
Soloff e Millward (58-59) hanno esaminato un gruppo di pazienti selezionati con l’Intervista Diagnostica per Borderline (60), a confronto sia con pazienti con diagnosi di depressione maggiore sia con pazienti con diagnosi di schizofrenia. Gli elementi significativamente più frequenti tra i soggetti con DBP risultarono essere le complicazioni prenatali, con un 17,8% dei pazienti con DBP vs 0,05% dei pazienti schizofrenici e 4,8% dei soggetti di controllo depressi. Questo studio non manca di qualche significativo “bias”, cioè l’assenza di un’osservazione in cieco, un’eccessiva fiducia nei dati raccolti in modo retrospettivo e criteri diagnostici poco definiti, per i disturbi dello sviluppo neurologico.
Un gruppo di pazienti, affetti da un disturbo borderline di personalità, ricoverati in un ospedale per veterani, è stato studiato da Van Reekum e collaboratori (39). Secondo questo studio retrospettivo 1’81% dei pazienti con DBP, rispetto al solo 22% dei pazienti di controllo (P<0,0001), presentava una storia certa di ritardo dello sviluppo (44% dei pazienti con DBP) oppure di danno acquisito al Sistema Nervoso Centrale (58% dei pazienti con DBP). Nell’ambito del “ritardo dello sviluppo” erano inclusi: il disturbo da deficit dell’attenzione, il disturbo dell’apprendimento e gli altri ritardi dello sviluppo mentale. I danni al SNC acquisiti includevano gli effetti di traumi, le crisi epilettiche e altre lesioni del SNC, quali: tumori; idrocefalo; encefalite. Questo studio presenta risultati largamente simili a quelli di Andrulonis et al. (42) e presenta, anch’esso, dei limiti metodologici legati alla mancanza di un disegno in cieco e di uno studio dei fattori che potrebbero aver influenzato la scelta del campione e la disponibilità dei dati anamnestici necessari.
La comorbidità tra DBP ed epilessia è stata studiata (61-62). Mendez et al. (63), in uno studio su quest’associazione, hanno esaminato pazienti ricoverati presso l’University Hospital of Cleveland, negli anni fra il 1981 e il 1987, in seguito a tentativi di suicidio, per overdose. Il 45,5% dei pazienti epilettici presentava un DBP, contro il 13,6% dei soggetti di controllo (P<0,0l). Una maggior prevalenza di psicosi (P = 0,06) ed una minor capacità d’adattamento (P<0,05) è stata evidenziata, nel gruppo di pazienti epilettici, rispetto al gruppo di controllo. L’incidenza di depressione e disturbi dell’umore era sostanzialmente sovrapponibile nei due gruppi.

Studi neurologici prospettici del disturbo borderline di personalità

Uno studio ha rilevato una maggior presenza d’anomalie bioelettriche cerebrali all’elettroencefalogramma (EEG) in soggetti con DBP, rispetto a soggetti di controllo depressi (64). Un altro studio ha evidenziato una prevalenza d’anomalie all’EEG in pazienti borderline, rispetto a soggetti di controllo distimici (65). Una più marcata prevalenza d’anomalie bioelettriche cerebrali è stata riscontrata in altri studi che hanno confrontato pazienti con DBP e pazienti con altre diagnosi psichiatriche, incluse le diagnosi di Asse II (66). La prevalenza delle anomalie bioelettriche cerebrali, di qualsiasi natura ed entità, nei soggetti con DBP, è risultata variare dal 18,8% al 59% (66). Anomalie bioelettriche più specifiche o gravi sono state registrate in percentuali incluse tra il 13% (66) ed il 41% (64). Nei pazienti borderline non sono stati evidenziati specifici aspetti, per sede o natura, delle anomalie EEG. Inoltre, non è conosciuto il tipo di relazione esistente tra queste anomalie bioelettriche cerebrali e le alterazioni psico-comporlamentali tipiche del paziente con DBP.
La prevalenza di crisi epilettiche parziali complesse è stata studiata da Cowdry et al. (64) in una popolazione di pazienti con DBP. La raccolta di prove cliniche, a favore del fenomeno epilettico, ha supportato un’interpretazione, in senso ezio-patogenetico, delle anomalie bioelettriche cerebrali, presenti nei soggetti con personalità borderline, secondo questi autori.
La ricerca d’anomalie cerebrali strutturali in pazienti con DBP è stata effettuata con la metodica della tomografia computerizzata (TC) (67-68). Snyder et al. (69) hanno esaminato le TC di pazienti con DBP senza riscontrare anomalie anatomiche. Schulz (68) ha confrontato le TC di pazienti con DBP, di un gruppo di pazienti schizofrenici e di una popolazione normale di controllo. Il volume dei ventricoli cerebrali dei pazienti schizofrenici è risultato significativamente maggiore, rispetto agli altri due gruppi. In particolare, i soggetti con DBP e i soggetti normali di controllo non presentavano differenze significative. In uno studio in cieco, Lucas et al. (70) hanno studiato pazienti con DBP e soggetti di controllo normali, senza evidenziare differenze significative nelle dimensioni dei ventricoli cerebrali, né altre variazioni anatomiche, degne di nota. Solo in un piccolo gruppo di pazienti con DBP, sottoposto ad esame TC, van Reekum et al. (39) hanno evidenziato una più alta presenza d’anomalie. La mancata rilevazione alla TC di segni patologici, nei soggetti con personalità borderline, non esclude la possibilità che nel DBP è presente una sottostante patofisiologia cerebrale. Molti altri disturbi cerebrali, spesso associati al disturbo borderline di personalità, quali gli esiti di danno cerebrale su base traumatica, l’epilessia, il disturbo da deficit dell’attenzione, i disturbi dell’apprendimento non presentano specifici quadri patologici alla TC.
Sono stati condotti studi più sofisticati d’approfondimento diagnostico neurofisiopatologico. Chapin et al. (71) hanno studiato i tempi di reazione, confrontando fra loro pazienti con DBP e pazienti affetti da altre quattro diverse psico-patologie. In questo studio i pazienti con DBP presentavano risultati, significativamente diversi, dai pazienti schizofrenici e dai pazienti con disturbo schizotipico di personalità. I tempi di latenza dei soggetti con DBP differivano significativamente da quelli dei pazienti schizotipici e da quelli dei soggetti di controllo normali. I dati raccolti, su pazienti con DBP, non differivano da quelli raccolti, su pazienti con depressione maggiore. Gli autori hanno, quindi, concluso che i soggetti con personalità borderline hanno pattern neurofisiopatologici diversi dai soggetti schizotipici.
Kutcher et al. (72), studiando la P300 e altri potenziali evocati cerebrali a lunga latenza, hanno dimostrato, nei pazienti con DBP e nei pazienti schizofrenici “disfunzioni di neuro-integrazione acustica”. I pazienti con DBP presentavano una latenza della P300 più lunga con un’ampiezza più bassa. Questi dati sono stati evidenziati nei soggetti con DBP e nei soggetti schizofrenici, in contrasto con quanto registrato nei soggetti normali, nei depressi e nei pazienti con disturbi di personalità non borderline. Questi dati non identificano spazialmente la disfunzione cerebrale e non chiariscono il significato delle affinità neuro-biologiche tra DBP e schizofrenia.
Gardner et al. (73) hanno esaminato, in aperto, un gruppo di donne con DBP, valutando i segni neurologici minori, in confronto con soggetti normali di controllo. Il gruppo di soggetti con DBP aveva più numerosi ed evidenti segni neurologici minori rispetto ai soggetti sani di controllo (P<0,02). Una differenza significativa tra i soggetti con DBP (65%) e i soggetti di controllo (32%, P<0,05) è stata evidenziata, utilizzando un cut-off di due o più segni neurologici minori. (74-75)
In sintesi, gli studi sui correlati neuro-biologici del DBP suggeriscono la presenza di una disfunzione cerebrale, lieve, non focale, in assenza di grossolane alterazioni strutturali anatomiche. I dati raccolti sono, comunque, non sufficienti per permettere una chiara interpretazione dei risultati. Saranno opportuni ulteriori e più sofisticati studi, con l’utilizzo di tecnologie più sensibili, nell’esplorazione del funzionamento cerebrale, in quest’ambito di ricerca, nel futuro.

Studi di neuropsicologia del DBP
Pochi studi sono stati effettuati alla ricerca dei correlati neuro-psicologici del DBP. Cornelius et al. (55) li hanno studiati, escludendo dal loro campione di pazienti con DBP, i pazienti in cui era verosimile riscontrare una “organicità manifesta” ed i pazienti con deficit intellettivo. In questi pazienti, affetti da DBP “non organici”, le prove di memoria, linguaggio, funzionamento motorio e visuo-spaziale sono risultate normali. Tali risultati non devono meravigliare, considerati i criteri d’inclusione nello studio del campione esaminato. I disturbi clinici dei pazienti con DBP non suggeriscono la presenza d’anomalie motorie, del linguaggio, della memoria e del funzionamento visuo-spaziale. Al contrario, ciò che è più evidente, nei pazienti con DBP, è l’impulsività, il comportamento auto-mutilante, l’instabilità emotiva ed affettiva. Tali comportamenti suggeriscono un coinvolgimento funzionale, nella loro genesi, delle regioni limbiche e frontali.
Van Reekum et al. (39) hanno studiato un gruppo di l0 soggetti con DBP, somministrando una serie di tests neuropsicologici. I risultati, interpretati in cieco rispetto alla condizione di DBP, hanno evidenziato, su nove pazienti che avevano completato la batteria di tests, che ben sette presentavano segni neuropsicologici di deficit frontale. I deficit ineludevano: impulsività; bassa elasticità cognitiva; insufficiente autocontrollo; tendenza alla perseverazione. Questi dati sono stati ottenuti mediante Wisconsin Card Sort (76), Trails B (77), test della Figura Complessa di Rey Osterreith (78). Gli altri test neuropsicologici somministrati non hanno dato risultati patologici. Questi dati, in conclusione, sembrano confermare la presenza di deficit neuropsicologici, correlati alla regione frontale.
Studio della correlazione tra danno cerebrale e DBP.
La forza dell’associazione tra disfunzioni cerebrali e disturbo borderline di personalità può essere valutata, utilizzando i criteri di causalità formulati da Hill, nel 1965, (79) vale a dire:
· forza dell’associazione;
· coerenza dei risultati;
· specificità causale;
· rapporto temporale;
· gradiente biologico;
· plausibilità biologica;
· risultati sperimentali e clinici.
Gli studi epidemiologici, le ricerche neurofisiopatologiche e neurologiche, i test neuropsicologici evidenziano una possibile associazione tra danno cerebrale e disturbo borderline di personalità. Una larga percentuale degli studi effettuati ha evidenziato una disfunzione cerebrale in un largo numero di pazienti con DBP. Ad oggi manca la certezza di un rapporto causale specifico. La complessità delle variabili e delle loro interazioni, sin qui evidenziate, giustificano, almeno in parte, le diverse ipotesi patogenetiche avanzate. Deficit cerebrali specifici sono stati ipotizzati nell’ezio-patogenesi d’altri disturbi psicopatologici, come il disturbo antisociale di personalità e la schizofrenia. Lo studio del rapporto temporale tra disfunzione cerebrale e successivo esordio del DBP richiede studi prospettici, attualmente non disponibili, nella letteratura scientifica internazionale. È verosimile, inoltre, che il disturbo del controllo degli impulsi, associato, per esempio all’abuso di sostanze, possa indurre, nei pazienti con DBP, danni cerebrali organici o traumatici. In tal caso, la presenza di disfunzioni cerebrali potrebbe conseguire al disturbo e non causarlo. Ciò nonostante, i danni cerebrali potrebbero accentuare i tratti di carattere e, probabilmente, potrebbero necessitare di un trattamento integrato multimodale, specifico e personalizzato (80-85).
L’esistenza di un gradiente biologico, per cui ad un aumento delle disfunzioni cerebrali si associa un aumento della gravità del DBP, è stato evidenziato solo da van Reekum et al. (39) che hanno correlato direttamente il numero di disfunzioni cerebrali con il punteggio ottenuto alla DIB (Intervista Diagnostica per Borderline), nel loro campione di pazienti studiati.
La plausibilità biologica dell’ipotesi per cui una disfunzione cerebrale può indurre effetti comportamentali è già acquisita in base ai numerosi studi sul danno traumatico cerebrale, sull’epilessia e sulle alterazioni dello sviluppo neuro-cognitivo. Numerose scale di valutazione clinica del DBP, per esempio, presentano un significativo “overlapping” con quelle utilizzate per valutare gli effetti comportamentali dei danni cerebrali (86-87). I dati degli studi neuro-psicologici indicano la presenza di deficit frontali e, soprattutto, del sistema orbito-limbico-frontale. Questo dati sono, sostanzialmente, in accordo con gli effetti evidenziati in seguito a danno traumatico cerebrale (88) ed in rapporto al disturbo da deficit dell’attenzione (89-91). Per esempio, la descrizione clinica fornita da Cummings (92) sugli effetti comportamentali delle lesioni orbito-frontali è molto simile al comportamento dei pazienti con DBP. “Lesioni in questa regione sembrano separare i sistemi di controllo frontali dall’input limbico, dando come risultato una sindrome di comportamenti disinibiti, in cui gli impulsi sono agiti senza alcuna considerazione delle loro conseguenze, e, in cui si manifestano azioni antisociali e con labilità emotiva molto evidente”. È, quindi, verosimile che una disfunzione del sistema orbito-limbico-frontale (93-95) possa essere considerato il principale fattore ezio-patogenetico del DBP, almeno in una sottopopolazione di soggetti con personalità borderline.
Le verifiche sperimentali, sul ruolo svolto dalla disfunzione cerebrale nell’ezio-patogenesi del disturbo borderline di personalità, sono fortemente limitate da fattori etici. In alcuni studi osservazionali clinici, l’uso di diversi trattamenti farmacologici ha indotto a considerazioni significative, anche in termini d’interpretazione ezio-patogenetica. Alcuni studiosi hanno evidenziato l’efficacia del metilfenidato su un paziente con disturbo borderline di personalità e consensuale disturbo da deficit dell’attenzione (96). In uno studio controllato, altri studiosi hanno evidenziato un miglioramento soggettivo e comportamentale, in un gruppo di pazienti con disturbo da deficit dell’attenzione, in età adulta, dopo analogo trattamento (97). In un altro studio clinico randomizzato in doppio-cieco è stato evidenziato un miglioramento clinico, somministrando carbamazepina, su 16 soggetti, di sesso femminile, con DBP (64). Una verifica sperimentale specifica potrebbe derivare da studi che correlassero i miglioramenti della disfunzione cerebrale con il miglioramento del funzionamento comportamentale. In analogia con quanto provato per il disturbo antisociale di personalità, disturbo frequentemente sovrapposto al disturbo borderline di personalità (98), i risultati di questi studi osservazionali, dopo somministrazione di trattamenti farmacologici, dimostrano come la disfunzione cerebrale svolga un ruolo patogeneticamente rilevante nel disturbo borderline di personalità (99).

Ruolo ezio-patogenetico delle disfunzioni cerebrali nel determinismo clinico del DBP
I risultati di numerosi studi in letteratura scientifica suggeriscono che le disfunzioni cerebrali possono influire significativamente sui comportamenti psico-patologici del DBP, inducendoli o aggravandoli. L’ipotesi che le disfunzioni cerebrali possano determinare i comportamenti psico-patologici può essere sostenuta sulla base degli studi effettuati sulle lesioni orbito-frontali (92). E’ plausibile, comunque, che, per indurre stabili cambiamenti comportamentali, le disfunzioni cerebrali debbano interagire con fattori legati all’ambiente ed all’apprendimento (93-95). Quest’interazione risulta, ovviamente, di difficile studio, senza adeguati studi prospettici, che permettono, contemporaneamente, la valutazione, qualitativa e quantitativa, delle disfunzioni cerebrali, dei fattori ambientali e dei fattori d’apprendimento implicati.
Ciò nonostante, nei pazienti con DBP, disturbi cerebrali e deficit cognitivi sono stati, ripetutamente, evidenziati ed andrebbero sempre ricercati, nella pratica clinica. Tali anomalie neuro-funzionali potrebbero essere, frequentemente, riscontrate nei pazienti con più gravi disturbi comportamentali.
Queste considerazioni ezio-patogenetiche hanno, infatti, evidenti implicazioni clinico-terapeutiche Linehan (100). La riabilitazione comportamentale dei pazienti con DBP dovrebbe, infatti, permettere modificazioni clinicamente rilevanti dei deficit cognitivi e comportamentali, d’ogni paziente. Un trattamento farmacologici, specifico e personalizzato, dei disturbi neuro-biologici sottostanti risulta, in questa prospettiva, opportuno e necessario. I pazienti con deficit dell’attenzione ed iperattività (101) potrebbero giovarsi dell’assunzione di metilfenidato e psicostimolanti. I pazienti con disturbo epilettico potrebbero essere trattati con carbamazepina ed altri antiepilettici, stabilizzatori dell’umore (99).
La prevenzione degli “acting-out” e dei più importanti disturbi impulsivi, in soggetti con disturbi cerebrali ad alto rischio, potrebbe avvalersi dello specifico trattamento del disturbo cerebrale, associato con opportuni interventi psico-educazionali sulla famiglia e/o psicoterapeutici, utilizzando strumenti d’intervento fruibili, anche da chi presenta limitazioni cognitive evidenti.

NEURO-BIOLOGIA DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ.
L’ipotesi di un’eziologia neuro-biologica del disturbo borderline di personalità sottintende che nell’individuo ci siano dei fattori endogeni, su base genetica o acquisiti, che provocano disfunzioni cerebrali e, di conseguenza, specifici disturbi comportamentali.
Una visione dell’uomo, che non tenga conto dell’influenza esercitata sul comportamento sia da fattori ambientali sia da fattori costituzionali, è sicuramente riduttiva e semplicistica.
Di seguito saranno esaminati i dati ottenuti dalla ricerca scientifica, sui fattori genetici implicati nell’eziologia del disturbo borderline di personalità, ma, anche, i dati sulle disfunzioni cerebrali acquisite che possono svolgere un ruolo ezio-patogenetico sull’insorgenza del disturbo.
Verranno, inoltre, considerati i marker biochimici, che potranno rivelare eventuali fattori patogenetici comuni fra DBP e altri disturbi psicopatologici, suggerendo i possibili meccanismi fìsiopatologici sottesi al DBP. Ciò può contribuire alla comprensione di come fattori genetici o acquisiti possano interagire nello sviluppo del DBP.
Alcuni segni patologici minori di tipo neurologico sono stati associati alle anomalie comportamentali, nei pazienti con DBP da Gardner et al. (73).
Anomalie del potenziale evocato acustico P300 nel DBP sono state correlate all’aggressività impulsiva, che si osserva nel DBP (102). Il potenziale evocato acustico P300 sembra essere in rapporto con il processo d’elaborazione cognitiva degli stimoli (103). Non è stata, però, dimostrata una specificità di questo dato neuro-fisiologico nel differenziare i pazienti affetti da DBP dai pazienti con altri disturbi di personalità o con altri disturbi affettivi. Ulteriori studi saranno necessari per determinare se le alterazioni del P300, riscontrate nei pazienti con DBP, siano conseguenti all’espressione clinica del disturbo oppure rappresentino un vero e proprio marker di vulnerabilità (104). Una latenza P300, particolarmente lunga, si correla con l’incapacità di strutturare risposte condizionate a stimoli ambientali specifici. Tale anomalia nei soggetti con DBP potrebbe essere correlata a difficoltà nell’apprendimento operante, in altre parole, nell’acquisizione di nuovi e diversi repertori comportamentali, in risposta a stimoli ambientali già conosciuti, una sorta d’incapacità a modulare i propri comportamenti condizionati, spesso appresi in età infantile. Inoltre, potrebbe essere alla base del fenomeno di ricerca di sensazioni nuove e forti (sensation seeking) (105-106), un aspetto presente in molti pazienti con DBP, soprattutto in quelli che manifestano comportamenti antisociali.
In uno studio sui potenziali evocati, in soggetti normali che cercano sensazioni forti sono state evidenziate variazioni marcate, in funzione dell’ampiezza e dell’intensità dello stimolo, della componente acustica evocata N1/P2 (107). Quest’aspetto neuro-fisiologico potrebbe essere correlato al “bisogno di nuove ed eccitanti sensazioni”, alla riduzione d’interesse veloce per stimoli ripetuti e, quindi, ad un’elevata tendenza a sperimentare noia. Probabilmente, molti dei pazienti ciclotimici e con diagnosi di Cluster-B, in Asse II, potrebbero presentare simili correlati neuro-fisiologici, considerato che tendono a mostrare analoghe modalità di ricerca di sensazioni.
Il comportamento dei pazienti con DBP è condizionato, principalmente, dall’ultima impressione sensoriale, insorta in un rapporto interpersonale, piuttosto che da tutto il vissuto precedente (3). E’ come se essi vivessero in un eterno presente reattivo, senza le modulazioni comportamentali normalmente dettate dalla memoria affettiva. Anni di rapporti amorevoli con un partner possono, in un solo istante, essere rimossi dalla memoria ed il soggetto, con DBP, può reagire all’ultima interazione sociale interpretata, a torto o a ragione, come disturbante, con un’esplosione di rabbia incontrollata.
Un soggetto con DBP si comporta come se i rapporti tra memoria a breve e memoria a lungo termine, soprattutto per quanto attiene ai rapporti interpersonali ed affettivi, fossero gravemente deficitari. Le conoscenze sul processo di memorizzazione e sui sistemi neuronali coinvolti sono ancora molto parziali e ben lontani dal fornirci strumenti di interpretazione del comportamento dei soggetti con personalità borderline (108).
Il funzionamento mnesico è regolato da vari ormoni, alcuni dei quali sono rilasciati in seguito ad esperienze avversive, che attivano, per esempio, i recettori noradrenergici all’interno del complesso amigdaloideo (109). Le esperienze traumatiche del passato potrebbero lasciare tracce mnesiche, talmente forti nella memoria emozionale d’alcuni pazienti con DBP, da indurre, in seguito a successivi stimoli, che evocano anche solo lontanamente tali esperienze, risposte comportamentali incongrue. Sarebbe minimizzata la rilevanza di successive esperienze gratificanti, indipendentemente da quanto intense e costanti possano essere state.
Ciò potrebbe essere l’espressione, quindi, di un disturbo primitivo del sistema omeostatico di gratificazione, dei soggetti con DBP, che potrebbero essere affetti, in altre parole, da una “disedonia” di fondo (110).
Le caratteristiche della memoria emozionale ed i comportamenti connessi indicano nell’amigdala e nel sistema limbico, in generale, la regione cerebrale più direttamente coinvolta, nelle varie manifestazioni cliniche del DBP.
La procaina e.v. attiva le strutture del lobo temporale e del sistema limbico, in pazienti con malattie affettive, DBP e soggetti normali di controllo, provocando distorsioni cognitive e sensoriali, una maggior increzione di cortisolo ed aumento dei ritmi rapidi elettroencefalografici nei lobi temporali (111).
Nel gruppo con DBP non è stata evidenziata alcuna significativa correlazione tra il grado di attivazione EEG, indotta dalla procaina, e il grado di miglioramento indotto dalla successiva somministrazione di carbamazepina. La procaina potrebbe essere uno strumento farmacologico di valutazione della funzionalità del sistema limbico. I dati scientifici in nostro possesso non permettono, però, di sapere se tale strumento può differenziare specificamente il DBP dagli altri disturbi di personalità.
Una sovrapposizione diagnostica tra disturbi del lobo temporale, crisi epilettiche parziali e DBP è stata frequente, in passato. Analogamente il disturbo da personalità multipla ha ricevuto diagnosi di DBP e, a volte, di manifestazioni di crisi epilettiche parziali.
La personalità multipla può essere efficacemente differenziata dalle crisi epilettiche parziali, utilizzando la Dissociative Disorders lnterview Schedule (112). Il disturbo da personalità multipla non è, semplicemente, un disturbo del lobo temporale. I pazienti con crisi epilettiche parziali però, talvolta, soddisfano i criteri diagnostici per il DBP e/o per il disturbo da personalità multipla. Questa constatazione rende ancora più difficile determinare, se la presenza di un disturbo del lobo temporale, almeno in un sottogruppo di pazienti con DBP, non possa avere una specifica importanza patogenetica (42). In quest’ottica, il DBP, il disturbo da personalità multipla e le crisi epilettiche parziali complesse potrebbero avere alcuni fattori patogenetici ed alcuni correlati neuro-biologici in comune, senza che questo faccia perdere ad ognuna di queste condizioni cliniche la sua specificità.
La personalità multipla sembra essere indotta da gravi episodi d’abuso e rappresenta una “scissione” estrema, affine, ma non sovrapponibile, a quanto avviene nel DBP.
Le crisi epilettiche parziali possono essere conseguenza di un trauma cranico, ma non sempre tra trauma e sindrome comiziale esiste un nesso di causalità. Così l’esistenza di una correlazione patogenetica tra DBP e disturbi, anatomici o funzionali, del lobo temporale è possibile, sebbene non clinicamente rilevata con sufficiente frequenza.
Il sistema limbico è parte del più complesso sistema di risposta allo stress limbico-ipotalamo-ipofisi-surrenalico (LIIS) (113). Il coinvolgimento del sistema neuroendocrino LIIS è stato evidenziato, in risposta allo stress acuto, ma, anche, in relazione ai disturbi depressivi (114).
Considerato il livello di stress, sopportato e indotto, dai soggetti con DBP, gli steroidi e i peptidi implicati nel sistema neuro-endocrino LIIS potrebbero presentare variazioni significative, anche se non sono stati studiati, specificamente, in questi pazienti.
I gangli della base, precisamente, caudato e putamen, sembrano contribuire al cosiddetto “habit” o sistema di memoria procedurale (115). Tali strutture neuro-biologiche sembrano svolgere un ruolo centrale nel processo di memorizzazione dei pattern cognitivo-comportamentali, non verbali, che includono le convinzioni non criticate e le identificazioni formatesi nell’infanzia.
Prove cliniche e sperimentali sostengono che il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) è associato alla funzione di tale sistema mnesico (116-117). Una comorbidità per il DOC è stata evidenziata, in alcuni pazienti con BPD. In tali soggetti, le convinzioni irrazionali sembrano esercitare un evidente effetto sui processi di pensiero razionale. Nei pazienti anoressici e bulimici, possono essere esempi di tal effetto, la distorsione irrazionale e non criticabile dell’immagine corporea, nonché la paura dei cambiamenti, che, su tale immagine corporea, possono essere indotti, da variazioni delle loro abitudini alimentari.
I soggetti con DBP, sessualmente, fisicamente e verbalmente abusati negli anni dell’infanzia, tenderebbero, in questa prospettiva a strutturare “habit”, pattern cognitivo-comportamentali di percezione e di reazione, conseguenti alla loro condizione di vittime degli abusi. Tali “habit” possono essere fortemente disadattivi nei rapporti interpersonali, nel corso della vita. Ciò nonostante, questi soggetti sono così acriticamente e fortemente legati alle loro distorsioni cognitive, da accettare raramente interpretazioni del reale più adeguate.
Negli ultimi anni, sono stati proposti approcci terapeutici volti a riprogrammare il sistema mnesico abitudinario, di questi pazienti, con nuovi strumenti di trattamento, che includono la somministrazione di farmaci serotoninergici e forme specifiche di terapia cognitiva e di gruppo. In particolare la terapia di gruppo s’ispira a quanto acquisito dai gruppi d’auto-mutuo-aiuto, orientati al controllo di specifici impulsi disturbanti, come per gli Alcolisti Anonimi.
Il suicidio e l’aggressività sono, spesso, associati a bassi livelli di serotonina nel SNC. La serotonina è uno dei neuro-trasmettitori coinvolti nella modulazione dell’inibizione comportamentale. Un deficit di serotonina è associato solitamente a disinibizione comportamentale (118-119).
La clorimipramina e la fluoxetina, per esempio, sembrano migliorare i sintomi di DOC. Ciò ha aumentato l’interesse per lo studio di tale neurotrasmettitore anche nel DBP (120). I pazienti bulimico-anoressici spesso presentano tratti di tipo ossessivo-compulsivo, ed entrambe tali sindromi sono presenti in alcuni sottogruppi di pazienti con DBP.
L’aggressività impulsiva, con tentativi plurimi di violenta auto ed etero diretta, è tipica dei pazienti con DBP. Alcuni pazienti con DBP manifestano una riduzione dell’aggressività dopo la somministrazione di farmaci, che accrescono i livelli di serotonina, come clomipramina, SSRI e, indirettamente, carbamazepina (99).
Le donne con DBP, spesso, manifestano distimia e disforia, con tendenza alla depressione e all’irritabilità, durante la fase premestruale. Le donne con disturbi alimentari possono manifestare sintomi bulimici o anoressici, più intensi, in fase premestruale. Ulteriori studi sul coinvolgimento funzionale del tono serotoninergico centrale, in funzione del ciclo mestruale, potrebbe fornire risultati interessanti sui correlati fisio-patologici di tale fenomeno.
Deficit neurologici aspecifici, incluso il disturbo da deficit dell’attenzione con iperattività, ed eventi stressanti infantili, quali abusi verbali, fisici o sessuali, sembrano svolgere un ruolo ezio-patogenetico nella genesi del DBP. Alcuni fattori prenatali, inoltre, sembrano in grado di predisporre al DBP. L’abuso cronico, nell’infanzia, può lasciare tracce mnesiche emotive e indurre risposte comportamentali stereotipate, per mezzo d’effetti attivanti sul SNC, tanto marcati e resistenti alle terapie, quanto lo sono quei disturbi comportamentali, che originano da fattori organici.
La sintomatologia clinica, d’alcuni pazienti con disturbi di personalità, non presenta affinità con i quadri psicopatologici d’Asse I. Non è irrazionale ipotizzare, però, alla luce della più recente letteratura scientifica sull’argomento, che, almeno alcuni sintomi, presenti in un sottogruppo di soggetti con disturbo di personalità, possano essere patogeneticamente correlati ai disturbi mentali maggiori (121).
I disturbi psico-comportamentali presenti nel DBP sembrano correlarsi funzionalmente, almeno in parte, con il sistema limbico, che in circostanze normali funziona come un filtro emozionale, attraverso cui passano stimoli e risposte (122). Un sistema limbico eccessivamente reattivo, in risposta a stimoli interpersonali minimi, che possono essere vissuti come stressanti o come minacce all’incolumità personale, può sollecitare risposte comportamentali estreme, di tipo aggressivo auto ed eterodirette. Le interpretazioni psicologiche non sempre sono in grado di interpretare queste reazioni improvvise ed estreme, a stimoli spesso poco significativi, ma aiutano a definire, in modo relativamente utile e preciso, le modalità di interazione sociale, che innescano tali risposte impulsive. Le frustrazioni infantili possono essere più o meno rilevanti, sul piano ezio-patogenetico, nella genesi del DBP, in rapporto ad un substrato neuro-fisiologico più o meno anomalo. Una vulnerabilità neuro-biologica di fondo, sostanzialmente correlata ad un deficit funzionale del sistema omeostatico di gratificazione, la “disedonia” (110), può essere alla base del DBP. Un disturbo del sistema di memoria procedurale, sembra svolgere un ruolo in tale vulnerabilità, nella modulazione di risposte comportamentali del tipo “tutto-o-nulla” tipiche del disturbo borderline di personalità. Ulteriori ricerche potrebbero facilitare, in futuro, la diagnosi di DBP, con markers più specifici, la sottotipizzazione dei pazienti, nonché la predisposizione di trattamenti integrati più efficaci, in un’ottica bio-psico-sociale.


COMORBIDITA’PSICHIATRICA E MARKERS NEURO-BIOLOGICI DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA’
Diversi indici neuro-biologici sono stati studiati alla ricerca di possibili markers del disturbo borderline di personalità. I risultati di tali studi presentano importanti implicazioni, sul piano diagnostico, interpretativo e terapeutico. La presenza di markers neuro-biologici comuni a diversi disturbi psico-patologici induce a formulare l’ipotesi della presenza di un’analoga pato-fisiologia alla loro base. Ciò non può non indurre ad una radicale revisione del concetto di diagnosi in psichiatria. Inoltre, la conoscenza dei meccanismi neuro-biologici, alla base di diversi quadri psico-patologici, potrebbe facilitare la ricerca di nuovi approcci psico-farmacologici e terapeutici integrati, per il loro trattamento.
Sono stati effettuati studi che hanno utilizzato tre diverse metodologie di ricerca nello studio dei markers neuro-chimici e neuro-biologici nel disturbo borderline di personalità. La metodologia più diffusamente utilizzata è stata quella d’investigare la prevalenza di questi markers, in vari gruppi di pazienti, con diversa psicopatologia in atto, confrontandola con la loro prevalenza nei soggetti con personalità borderline (121-123). Un’altra metodologia di ricerca ha utilizzato i risultati degli studi psico-farmacologici, osservazionali e clinici, per comprendere la fisio-patologia del disturbo borderline di personalità (40). In ultimo, sono stati predisposti specifici trattamenti sperimentali psico-farmacologici nella ricerca di tali markers del DBP (124).
Riassumeremo, in breve, l’utilizzo dei markers neuro-chimici e neuro-biologici nella ricerca delle possibili associazioni ezio-patogenetiche tra DBP ed altri quadri psico-patologici.

Disturbi del tono dell’umore
Il rapporto tra disturbo borderline di personalità e disturbi del tono dell’umore, è stato, probabilmente, quello più studiato. I markers neuro-biologici più ricercati si sono avvalsi dello studio del test di soppressione al desametazone (DST), dello studio del sonno, nonché dell’efficacia di specifici stimoli farmacologici.
In pazienti con DBP, il test di soppressione al DST ha una sensibilità piuttosto bassa, variabile da circa il 10% all’85% e una specificità che varia dal 37,5% al 92,3 % (121). I problemi tecnici e i criteri di selezione del campione di studio, quando si utilizza il test di soppressione al DST, rendono la valutazione dei dati, così raccolti, circa questo marker neuro-biologico, poco affidabili nella valutazione dei pazienti borderline. I pazienti borderline hanno, spesso, disturbi alimentari e/o disturbi da abuso d’alcol e droghe che inficiano la validità dei risultati ottenuti al test.
I disturbi affettivi, soprattutto la depressione maggiore, si correlano ad una diminuzione della latenza del sonno REM. La comorbidità tra DBP e depressione maggiore si correla a significative anomalie della latenza e dell’intensità dei movimenti oculari rapidi (sonno REM). Tale ambito di ricerca sembra confermare l’affinità fisio-patologica esistente tra disturbi affettivi e disturbo borderline di personalità. Tale associazione non è stata, però, confermata con l’utilizzo d’altri marker biologici, come il DST e le risposte a stimoli farmacologici specifici (123).
Gli studi sperimentali con l’utilizzo tests psicofarmacologici non hanno dimostrato una significativa associazione tra il disturbo borderline di personalità e i disturbi affettivi. Alcuni studi, su pazienti con DBP, non hanno evidenziato alcuna risposta dei sintomi depressivi al trattamento con triciclici. Un solo studio ha dimostrato una certa risposta dei sintomi affettivi al trattamento con inibitori della monoaminossidasi (99). Non risulta, comunque, verificato che esista un rapporto tra le risposte dei sintomi bersaglio e il tipo di farmaco utilizzato.

Sindromi schizofreniche
Diversi markers neuro-biologici sono stati studiati nella ricerca della comorbidità tra schizofrenia e disturbo borderline di personalità. In particolare, lo studio del tracciato oculare di inseguimento visivo (smooth pursuit eye tracking), i potenziali acustici evocati, l’elettroencefalografia computerizzata ed il dosaggio della monoaminoassidasi piastriniche.
In alcuni studi, sono stati evidenziati in soggetti con DBP potenziali evocati a lunga latenza acustica P300 simili a quelli registrati in individui schizofrenici (125). Questo marker biologico differenziava significativamente i pazienti con DBP dai pazienti depressi di controllo.
Alcuni studi hanno evidenziato un coinvolgimento del tono dopaminergico nell’ezio-patogenesi del DBP. Una risposta disforica alle amfetamine è stata evidenziata da Schulz et al.(101). Effetti analoghi sono stati registrati dopo somministrazione di metilfenidato da Lucas et al. (70). Dati clinici attendibili hanno evidenziato l’efficacia dei neurolettici, a basso dosaggio, sui sintomi psico-patologici, dei soggetti con personalità borderline.
In sintesi, alcuni risultati sembrano sostenere che potrebbe esistere un’associazione significativa, sul piano fisio-patologico tra schizofrenia e DBP. Un rapporto tra queste due entità nosografiche, sul piano ezio-patogenetico, potrebbe coinvolgere anche alcuni sintomi della sintomatologia schizotipica. Ulteriori studi sono necessari per chiarire i rapporti esistenti tra questi diversi quadri sindromici.

Disturbi del controllo degli impulsi
Il disturbo borderline di personalità si associa, spesso, ad un disturbo del controllo degli impulsi (10). Una diminuzione del release di prolattina, in risposta al trattamento con fenfluramina, è stata evidenziata in pazienti aggressivo-impulsivi (118-119). I risultati ottenuti in questo gruppo di pazienti suggeriscono la presenza di una riduzione del tono serotoninergico centrale. Questa riduzione del tono serotoninergico centrale è indirettamente confermata dall’efficacia clinica del litio versus placebo e desipramina (124,126). Il litio tende a diminuire l’aggressività, la rabbia e i comportamenti etero ed autoaggressivi impulsivi. Al contrario, la desipramina tende ad aumentare tali sintomi (126). Probabilmente, il trattamento con sali di litio potrebbe avere un effetto terapeutico, sugli aspetti impulsivi del DBP, modulando il tono serotoninergico. La carbamazepina, farmaco antiepilettico, ma, anche, stabilizzatore dell’umore, è risultata efficace nel contenere gli aspetti comportamentali di perdita del controllo sugli impulsi, tipici del DBP.
In conclusione, non è ancora possibile stabilire chiare correlazioni fisio-patologiche tra disturbi psicopatologici d’Asse I e disturbo borderline di personalità, sulla base dei markers neuro-biologici, sino ad oggi studiati. In futuro, tale approccio di ricerca dovrebbe permettere anche di comprendere le fluttuazioni della sintomatologia di questi pazienti. Inoltre, variazioni dei diversi marker biologici potrebbero essere correlati agli eventi ambientali stressanti, inclusi i traumi infantili ed i conseguenti quadri dissociativi, oltre che a condizioni di vulnerabilità e predisposizione, geneticamente determinati.

CRITICA AL CONCETTO DI DIAGNOSI IN PSICHIATRIA.
Una domanda provocatoria: esistono le malattie mentali? Una seconda domanda provocatoria: il concetto di diagnosi in medicina ed in psichiatria ha lo stesso valore euristico? In Medicina una diagnosi clinica presuppone la conoscenza dei fattori ezio-patogenetici e di decorso clinico di un disturbo, con chiari correlati organici, fisio-patologici ed anatomo-patologici (tavolo autoptico). A tutt’oggi, in Psichiatria una diagnosi clinica nasconde la mancata conoscenza dei fattori eziologici e patogenetici della malattia, nonché, una sostanziale incapacità di predire il decorso nel tempo, di un disturbo, che non ha chiari correlati patologici organici. Il concetto di comorbidità in Medicina presuppone la presenza nello stesso paziente, con sovrapposizione temporale, di due o più specifici quadri patologici (aventi specifiche ezio-patogenesi, fisio-patologia, decorso, prognosi, etc.). La diagnosi psichiatrica è, per sua natura, una descrizione sindromica, un insieme di sintomi, raggruppati convenzionalmente in specifici disturbi, nosograficamente rilevanti, sulla cui ezio-patogenesi, decorso, prognosi etc. poco ancora sappiamo. La comorbidità in Psichiatria nasce dal sovrapporsi, nello stesso paziente, di segni e sintomi sufficienti per porre diagnosi, presenti in diverse entità nosografiche psichiatriche, che restano convenzionalmente identificate. Lo sviluppo della ricerca in campo psico-biologico e psico-farmacologico ha evidenziato variazioni di parametri largamente sovrapponibili in disturbi mentali nosograficamente distanti. Numerosi studi neuro-morfologici, neuro-fisiologici, neuro-endocrinologici e d’andamento inter-generazionale delle malattie mentali depongono per una continuità patologica tra i diversi disturbi dello spettro schizofrenico. I disturbi d’ansia ed i disturbi dell’umore potrebbero essere interpretati come entità distinte o come un fenomeno dimensionale unico. Da un lato è possibile evidenziare l’esistenza di dimensioni patologiche trans-sindromiche, dall’altro l’approccio categoriale non permette di cogliere le similarità sintomatologiche parcellari tra sindromi diverse che potrebbero sottendere comuni meccanismi patogenetici. “Le categorie diagnostiche in psichiatria erano null’altro che ampi cesti che contenevano una varietà di sindromi più o meno collegate tra loro, non certo entità patologiche genuine” (127). Si è passati da un approccio diagnostico/ terapeutico rigidamente categoriale (depressione / antidepressivo; ansia / ansiolitico, psicosi / antipsicotico) ad un approccio dimensionalistico che tende a non considerare come entità reali le categorie diagnostiche psichiatriche (ipersemplificazioni del reale), considerando i diversi sintomi autonomamente, in un continuum trans-nosografico. Negli ultimi anni si va, perciò, verso una visione psicopatologica disfunzionale, cambiando l’approccio diagnostico a favore di una visione dimensionalistica dei disturbi mentali, anziché rigidamente categoriale.

CRITICA DEL CONCETTO DI EZIOLOGIA IN PSICHIATRIA.
Nel concetto di “eziologia” di un disturbo in Medicina e, ancor più, in Psichiatria vi sono diverse questioni implicite e date per scontate, ma che invece devono essere sempre prese in considerazione nella pratica clinica.
La prima considerazione generale va riferita al concetto stesso di causalità. In termini epistemologici già da molti anni il mondo scientifico, soprattutto nell’ambito della fisica teoretica (relatività, teoria quantistica) ha messo in crisi il concetto di spazio-tempo e di causalità lineare. Senza entrare in sottili disquisizioni fisico-filosofiche, una concezione della causalità in termini di linearità di relazione tra un agente causale (eziologico) ed un effetto conseguente (malattia) è messo in crisi dalla clinica quotidianamente. Non sempre, forse mai, l’esposizione allo stesso agente patogeno induce quadri clinici perfettamente sovrapponibili in due soggetti diversi. Ciò dipende, ovviamente, dal complesso rapporto che viene a crearsi tra un agente patogeno, spesso esogeno ed ambientale, ed organismo inteso come sistema organico, con specifiche caratteristiche geneticamente determinate, in relativo equilibrio omeostatico (salute). In Medicina, la malattia, intesa come perdita dell’equilibrio omeostatico bio-psico-sociale dell’individuo, nasce dall’interazione complessa tra fattori esogeni e fattori endogeni, in un determinato ambiente. In Psichiatria, il modello concettuale, cui ci si riferisce più diffusamente nella teorizzazione ezio-patogenetica dei disturbi mentali, prevede l’interazione complessa di fattori ambientali esogeni (agenti stressanti) con le capacità adattive dell’individuo (vulnerabilità). L’esposizione allo stesso agente stressante può indurre effetti psicopatologici diversi in soggetti diversi, analogamente a quanto avviene negli altri ambiti clinici, studiati dalla diverse branche mediche. Ogni condizione ambientale può divenire più o meno stressante sul piano psico-patogenetico, in rapporto alla specifica sensibilità di soglia del soggetto. Non solo, ma lo stesso stimolo soggettivamente stressante può avere diversa valenza psico-patogenetica, nello stesso individuo, in tempi diversi oppure in contesti diversi. Lungi dal considerare il rapporto eziologico come relazione lineare tra un evento antecedente ed un disturbo mentale conseguente, bisogna approcciare con estrema cautela l’universo dei rapporti che intercorrono tra stimoli ambientali, più o meno soggettivamente stressanti, e malattie mentali, cui si è più o meno vulnerabili.
I problemi legati alla ricerca e alla discussione dell’eziologia di una condizione psico-patologica diventano, obiettivamente, inestricabili se vi è un’estrema difficoltà nel verificare, se tale quadro patologico esiste come entità a se stante. La ricerca eziologica è ulteriormente ostacolata dalla definizione stessa del quadro clinico psico-patologico, in senso clinico e diagnostico-nosografico. Se “esiste in sé”, come definire o delimitare il quadro patologico, in modo soddisfacente? Come si può cercare le cause di qualcosa se non sappiamo di cosa si tratta e, soprattutto, quando non sappiamo se è una cosa sola? Paradossalmente la ricerca delle cause di una condizione clinica, volta a stabilire e definire la condizione clinica medesima, si è dimostrato essere un metodo molto utile in ambito medico. La ricerca d’eventi antecedenti e di correlazioni passate e presenti, nonché la previsione di andamenti evolutivi futuri, aiuta a definire più precisamente le ipotesi ezio-patogenetiche, a dirimere raggruppamenti sindromici disomogenei, associati casualmente, ma anche a strutturarne altri, inizialmente poco evidenti. Comunque, nella ricerca di fattori eziologici del DBP ci sono delle intrinseche difficoltà, in assenza di un costrutto teoretico e di un metodo esterno di validazione. Si crea, infatti, una certa circolarità tra quale aspetto specifico della psicopatologia borderline è considerato fondamentale, nella definizione del disturbo, e quali fattori causali sono privilegiati nella ricerca e nella selezione del campione di individui, definiti come borderline.
Gli studiosi che definiscono il DBP, stressandone gli aspetti clinici affettivi, trovano più evidenti meccanismi affettivi alla base del disturbo. Coloro che definiscono il DBP, sottolineandone i sintomi dissociativi ed i comportamenti autolesivi, sono più inclini ad evidenziare in senso patogenetico le esperienze di abuso sessuale infantile come fattore causale principale del disturbo. Chi definisce il DBP come un disturbo da perdita del controllo sugli impulsi, tende a considerare come principale fattore patogenetico la stessa impulsività, evidenziando con più enfasi i rapporti tra sintomi clinici e loro correlati neuro-biologici.
Il paziente borderline può far emergere le contraddizioni ed i conflitti esistenti, in senso clinico ed interpretativo, tra formazione e prassi clinica ad indirizzo biologico ed approcci clinico-terapeutici di ispirazione psicologica, non solo tra i diversi membri dell’equipe psichiatrica, ma anche stressare, in questo ambito, la vulnerabilità specifica del singolo terapeuta.
Il tentativo scientifico-nosografico di catalogare ed interpretare, in senso ezio-patogenetico, il DBP facilita, più del solito, il confliggere d’atteggiamenti interpretativo-terapeutici di diversa impostazione teorica. Trattare la conflittualità e contraddittorietà intrinseca alla patologia borderline induce, quasi contagiosamente, conflittualità tra gli operatori psichiatrici di diversa formazione clinico-terapeutica, e confusione negli operatori con doppia formazione, medica e psicoterapeutica. Questa conflittualità psichiatrica coinvolge da un lato gli aspetti clinico-terapeutici a orientamento biologico, che considerano i fattori genetici e costituzionali le cause principali delle malattie mentali, privilegiando gli interventi curativi farmacologici, dall’altro la formazione di ispirazione psicologica, che, assiomaticamente, interpreta i disturbi mentali come conseguenti ad esperienze esistenziali negative e, quindi, gli interventi psicoterapeutici, quali fondamentali metodi di cura.
L’esagerata dicotomia tra ognuna di queste posizioni teoretiche tende a sostenere un’interpretazione ezio-patogenetica riduzionistica del disturbo borderline, sia nell’ottica neuro-biologica, sia in quella psico-socio-ambientale.
Tale dicotomia porterà gli operatori psichiatrici di diversa formazione, nel migliore dei casi ad un confronto dialettico, con tendenza ad una progressiva “sintesi” inclusiva di diverse interpretazioni, nel peggiore dei casi all’enunciazione di “verità” inconciliabili ed alla conflittualità esplicita.
Un’ulteriore considerazione critica va avanzata alla assegnazione, in ambito psichiatrico, di una causa specifica ad eventi o comportamenti non specifici. La medicina ed ancor più la psichiatria si configura come una clinica della complessità. Ogni essere umano è, per sua natura unico ed irripetibile nelle sue caratteristiche squisitamente individuali, tanto genetiche che esperienziali. Ogni esperienza di vita è particolarmente complessa e ricca di sfumature, largamente soggettive. Gli esseri umani sono, per loro natura, molto versatili e capaci di notevole adattamento. Le nostre esperienze di vita sono esperite all’interno di una complessa rete di rapporti interpersonali, in contesti socio-culturali diversi ed estremamente variabili. Gli stessi psichiatri non possono esimersi dal partecipare della natura umana, in un determinato contesto sociale e culturale, nonché in una complessa relazione interpersonale con il paziente, su cui proporre diagnosi e ricerche ezio-patogenetiche, non scevre da preconcetti e da errori prospettici ed interpretativi.
Ipotizzare semplicisticamente che un evento qualsiasi o un fattore costituzionale qualsiasi è causa di un qualsiasi aspetto del comportamento umano, è, in sé, fuorviante. Nonostante la consapevolezza della intrinseca complessità, sottesa al comportamento umano, è pur sempre vero che la clinica psichiatrica, ma anche la scienza nella sua interezza, tende a isolare il meccanismo mediante il quale un “fattore eziologico” è il necessario e sufficiente antecedente di un determinato disturbo psico-comportamentale. La questione di una causalità lineare è ovviamente molto più problematica per le “scienze” del comportamento rispetto ad altri settori della ricerca scientifica e della stessa prassi medica, in altri settori della clinica. Se un qualsiasi fattore eziologico fosse necessario e sufficiente per indurre il DBP si dovrebbe correttamente affermare che in ogni paziente affetto da disturbo borderline di personalità dovrebbe sempre essere riconoscibile la presenza di tale fattore causale. L’inversione dell’ordine dei fattori risulta, nella pratica clinica, impossibile. Non si può, cioè, sulla base della diagnosi di DBP prevedere quale specifico fattore eziologico lo abbia causato, in tutti i pazienti riconosciuti come affetti da una personalità borderline.
La presenza per esempio di un disturbo affettivo può essere condizione necessaria ma non sufficiente per l’insorgere di un DBP, tant’è che non tutti i pazienti con disturbi affettivi sviluppano una personalità borderline. Il disturbo affettivo potrebbe essere una concausa, in senso ezio-patogenetico, quindi uno dei fattori implicati nella genesi del DBP, in un sottogruppo di pazienti, ma non può essere considerato “tout court” il fattore causale, forse neanche in un singolo paziente.
Tali considerazioni possono essere riproposte con la stessa validità per i traumi infantili, i disturbi del controllo degli impulsi ed i correlati neuro-biologici. In altri termini, il DBP può essere eziologicamente correlato al disturbo affettivo maggiore, al trauma infantile, al discontrollo degli impulsi, alla disedonia, senza che uno solo di tali quadri sindromici possa essere considerato il fattore eziologicamente specifico per il BPD.
In questa ottica, ha più senso parlare di concause diversamente combinate tra loro che possono contribuire in soggetti con specifica vulnerabilità all’insorgere di un DBP.
Paul Meehl (128) ha studiato questi aspetti delle eziologia del DBP enfatizzando il concetto di “forte influenza”. L’assenza dei fattori eziopatogenetici suddescritti rende improbabile l’insorgenza di un DBP. La loro presenza non è necessaria e sufficiente ad indurre sicuramente e direttamente un DBP, ma aumenta fortemente la probabilità di un’insorgenza del disturbo borderline.
La ricerca sull’eziologia del DBP deve coinvolgere, perciò, una serie di fattori concausali, che possono contribuire, parzialmente, con maggiore o minore incisività, sullo sviluppo del disturbo borderline.
Qualsiasi teoria eziologica deve, inoltre, tenere in debito conto il principio cognitivo-comportamentale, secondo cui i comportamenti gratificanti e/o rinforzati diventano abituali e stabili, talora quasi indipendentemente dalle condizioni di stimolo, che li hanno generati. Alcuni comportamenti, apparentemente disadattivi, come l’infliggersi ferite superficiali multiple o i disturbi dell’alimentazione possono rispondere ad una disturbo di fondo di tipo disedonico, ma anche essere considerati soggettivamente, nel tempo, come efficaci meccanismi di riduzione delle tensioni, non più legati alle condizioni specifiche, che ne hanno prodotto, in origine, l’insorgenza.
La varietà delle ipotesi eziologiche si correla alla varietà delle terapie logicamente conseguenti a ciascuna di queste impostazioni teoretiche.
La dicotomia tra le diverse teorie eziologiche del DBP sembra ripercorrere in termini clinici l’annosa disputa filosofica tra ciò che è innato e ciò che è appreso, nell’ambito del comportamento umano, normale e patologico. E’ ovvio che ciò che ogni essere umano è e diventa viene determinato tanto dalle diverse esperienze esistenziali, quanto da fattori costituzionali e genetici. La dicotomia innato-appreso si esprime, perciò, nella diversa valenza che viene data ai diversi fattori ezio-patogenetici suddescritti su particolari aspetti clinici del DBP.
In termini puramente logici, una plausibile teoria eziologica dovrebbe chiarire il rapporto causale tra fattori ezio-patogenetici e sintomi del DBP, fornendo prove scientificamente valide di tale rapporto. La diversa gravità dei fattori ezio-patogenetici presenti dovrebbe, inoltre, indurre diversi livelli di gravità del disturbo, secondo un continuum dimensionale prevedibile. Una teoria ezio-patogenetica completa dovrebbe anche dare razionali spiegazioni della variabilità di decorso del DBP. Infine, l’efficacia clinica degli approcci terapeutici dovrebbe essere comparabile e correlabile, logicamente, ai fattori eziologici ipotizzati.
Diversi autori hanno prodotto dati clinici che corroboravano i loro assunti assiomatici di partenza rispetto all’ezio-patogenesi del DBP.
Van Reekum e coll., studiando i rapporti tra neuroscienze e quadro clinico del DBP, hanno proposto un’analisi particolarmente suggestiva ed obiettiva. (39)
La trasmissione genetica del DBP non è stata provata scientificamente. Ciò nonostante, sulla base di studi effettuati negli U.S.A. su gemelli separati (129), che hanno studiato l’ereditarietà del temperamento e di tratti della personalità o di predisposizioni comportamentali, tra i quali l’esposizione al rischio e la prudenza (avoidance) è emersa una certa influenza genetica, alla base di alcuni tratti comportamentali, che svolgono un ruolo nello sviluppo del DBP. In altre parole, probabilmente non esiste una genetica del DBP, ma esiste un genetica di fattori comportamentali, più elementari, dal cui sommarsi deriva il DBP.
Alcune disfunzioni cerebrali si verificano più frequentemente nei soggetti con DBP, rispetto alla popolazione di controllo. Ciò si correla all’importanza del ruolo patogenetico svolto dall’impulsività e dalla perdita del controllo sugli impulsi, nella genesi del DBP.
Van Reekum et al. (39) hanno precisato, comunque, nei loro studi su quest’argomento, che le prove scientifiche anche in questo settore restano insufficienti.
130Altri studiosi hanno sottolineato nei pazienti con DBP l’importanza relativa dei comportamenti di tipo impulsivo, quali aggressività, autodistruttività, disturbi della condotta sociale, disturbi della condotta alimentare ed abuso di sostanze. Zanarini et al. (19) hanno, inoltre, evidenziato l’importanza relativa dei substrati biochimici e neurofisiologici dei tratti maladattivi di personalità, come l’impulsività, nell’ezio-patogenesi del DBP, come suggerito anche da Soloff (130).
I soggetti con disturbo borderline di personalità presentano difficoltà nel controllo degli impulsi, ma anche iperreattività a stimoli apparentemente irrilevanti e scarsa modulazione delle espressioni emozionali. Tali sintomi possono presentare specifici ed autonomi substrati biologici, sostanzialmente non differenti dai substrati biologici che controllano quegli stessi comportamenti, anche in soggetto sani (3, 131-132).
Molti studi sui fattori ezio-patogenetici ambientali sottesi al DBP utilizzano come prove gli studi retrospettivi.
I rischi della falsificazione retrospettiva sono alti (37, 133-135) con alti rischi di ipersemplificazione. L’ingiustificata e popolare ipotesi sull’abuso, come fattore principale nella genesi del DBP, suggerisce un semplice e diretto rapporto tra abuso subito e personalità borderline. Tali interpretazioni ezio-patogenetiche risultano sicuramente le più diffusamente accettate fra tutte le altre ipotesi attualmente proposte dagli studiosi.
Le prove che identificano nell’abuso il principale fattore ambientale in grado di indurre o facilitare l’insorgere di un DBP sono forti, molto più dei fattori in origine ipotizzati, ma non adeguatamente verificati in ambito clinico, da Masterson (136).
Il persistere di forti adesioni alle ipotesi interpretative di Masterson e la scarsa rilevanza data all’abuso infantile, nell’ambito della ricerca di fattori ambientali alla base del DBP, insegna quanto sia umano prediligere il pensiero astratto sistematico alla ricerca operativa sul campo, che fornisce dati reali, ma parziali, anziché visioni d’insieme rassicuranti, ma meno aderenti alla realtà.
L’ipotesi dell’abuso infantile, come fattore eziopatogenetico ambientale del DBP non è immune da critiche, soprattutto riguardo alla specificità del rapporto che intercorre tra abuso e genesi delle personalità borderline. Non tutti i soggetti con DBP hanno subito abusi infantili e non tutti i bambini che hanno subito abuso sono divenuti, da adulti, soggetti borderline. Abuso è un termine troppo aspecifico che può includere esperienze traumatiche molto diverse, per tipo, durata ed intensità soggettiva dell’esperienza. Inoltre, gli eventi traumatici hanno diversa risonanza affettiva, in soggetti diversi ed in contesti diversi (25, 131, 137). L’episodica violenza subita da un bambino o da un adolescente, può essere meno destruente dell’ambiente affettivo-relazionale in cui queste violenze vengono perpetrate, avvelenato da abuso di alcol e droghe, trasgressioni, violenze ripetute, inversione del ruolo genitore-figlio, trasformazione di una figura familiare protettiva in una fonte di pericolo e di allarme, relazioni affettive e sessuali caotiche. In questi contesti familiari disturbati e disturbanti, l’interiorità del bambino che ha subito violenza viene irrimediabilmente segnata. Non esistono più relazioni interpersonali sicure, né figure di riferimento e rifugio. Non si può fuggire ai propri pensieri ed ai propri sogni, che ripropongono continuamente, nella mente del bambino la scena della violenza, tutte le sue conseguenze reali o immaginarie, il senso di colpa, la confusione, l’autoaccusa, la vergogna, il senso di indegnità, l’autocondanna.
L’abuso infantile o adolescenziale può non essere episodico, ma protrarsi per tempi ed in ambiti diversi. L’abuso può, quindi, influire sia sullo sviluppo di personalità, sia sull’insorgere di sintomi specifici. L’ipotesi dell’abuso è suggestiva soprattutto perché correla gli eventi infantili con i sintomi e la personalità adulta. Uno degli effetti dell’esposizione ad eventi stressanti, singolo o ripetuti, significativi per l’individuo può essere rappresentato dalle esperienze simil-psicotiche transitorie, legate allo stress. Ciò si correla alle alterazioni cognitive e alle esperienze dissociative dei pazienti borderline, con qualche affinità con la sindrome post-traumatica da stress.
Il problema della specificità resta in ogni caso ancora aperto. Non tutti i bambini violentati divengono poi borderline. L’abuso infantile associarsi anche ad altri quadri psicopatologici. Alcuni studi hanno mostrato che una percentuale variabile tra il 25 % ed il 50% delle pazienti affette da patologia psichiatrica ha subito violenza sessuale o fisica in età infantile e/o adolescenziale (138-148). L’abuso in se stesso, senza qualifiche ulteriori, non è sufficiente a giustificare l’insorgere specificamente di un disturbo borderline.
Sarebbe, perciò, necessario studiare il rapporto esistente tra le caratteristiche del trauma (tipo, intensità, frequenza, età d’inizio e durata degli abusi, rapporti con la figura specifica del responsabile dell’abuso) con specifici quadri clinici psicopatologici (134,135,137,149).
A prescindere da questioni nosografiche è probabile che tutti o quasi i bambini vittime di abusi che hanno superato una specifica e, forse, individuale soglia di violenza, coercizione, intrusività e durata, sviluppino impulsività, comportamenti autolesivi, instabilità nelle relazioni affettive, labilità di umore, episodi dissociativi post-traumatici e problemi di identità.
D’altro canto non tutti i bambini che hanno subito violenza sviluppano necessariamente un disturbo psichiatrico clinicamente rilevante o un disturbo borderline di personalità. Tali soggetti sono meno vulnerabili allo stress, in pratica con migliori capacità d’adattamento e migliori capacità di recupero dopo eventi traumatici. I meccanismi che possono svolgere tali funzioni potrebbero avere base genetica, ma esprimersi anche nella capacità di stabilire una relazione con un’altra persona, che ha fornito un sostegno, un attaccamento ed un accadimento sufficiente a compensare la violenza e l’abbandono subito.
In tal senso, nella ricerca delle basi ezio-patogenetiche della personalità borderline può essere necessario prendere nella giusta considerazione il rapporto reciproco esistente tra basi biologiche del comportamento e fattori esperienziali.
Il problema metodologico principale con cui bisogna confrontarsi in questo tipo di ricerca è quello della falsificazione retrospettiva.
Le tracce mnesiche subiscono vari gradi di distorsione. I pazienti borderline tendono a idealizzare e a svalutare le figure sociali principali di riferimento. L’esperienza pratica con questi pazienti insegna che spesso le loro critiche ed i loro rancori, comprese quelle rivolte al terapeuta, sono ingiustificate e distorte. Qual è il grado d’attendibilità di questi pazienti nella rievocazione d’eventi, emotivamente significativi, ma avvenuti 20 o 30 anni prima? Probabilmente molti pazienti borderline non hanno trascorso un’infanzia terribile con i loro genitori, anche se la descrivono soggettivamente come tale. Le distorsioni mnesiche diventano perciò estremamente rilevanti.
I limiti metodologici succitati, circa la ricerca dei fattori eziopatogenetici ambientali, sottesi all’insorgere di una personalità borderline, sono presenti, evidenti e rilevanti negli studi psicoanalitici.
Le varie teorie psicoanalitiche proposte da Kernberg (150-155), Masterson (136), Rinsley (156), e Adler (157) ipotizzano gravi disturbi dello sviluppo, prevalenti nella fase (18-30 mesi d’età) di separazione-individuazione.
In sintesi, la psicopatologia della madre non permetterebbe, secondo queste interpretazioni, una sana separazione / individuazione e non permetterebbe lo sviluppo di un’introiezione autoconsolatoria. In conseguenza di ciò, le componenti libidiche e aggressive delle rappresentazioni del sé e dell’oggetto non verrebbero integrate. Le emozioni negative, in quest’ottica, non possono essere tollerate. Ne deriverebbe un fragile senso d’identità e il persistere di difese primitive (scissione e identificazione proiettiva) nella vita adulta.
Purtroppo non è mai stata portata alcuna prova sperimentale e scientifica a sostegno di tali complesse interpretazioni psicoanalitiche. Nessuno ha mai dimostrato che i pazienti borderline hanno effettivamente avuto una problematica fase di separazione-individuazione, né che tale gruppo di pazienti n’abbia avuto in maniera significativamente diversa rispetto ai pazienti con altri problemi psichiatrici. Nessuno ha mai dimostrato scientificamente che le difficoltà incontrate a 18-30 mesi d’età sono stati più rilevanti nella genesi del disturbo borderline rispetto a esperienze stressanti successive. Il paradosso, in questo tipo di studi, è rappresentato non dal fatto che le prove raccolte siano dubbie o contraddittorie, ma che non sia presentata né ricercata nessuna prova diversa dalla ricostruzione psicoanalitica di ricordi e rievocazioni anamnestiche del paziente adulto A tal proposito Gedo (158) scrive: “Quando ci si impegna a stabilire una serie di assunti teorici, l’uso potenziale dei dati osservabili si restringe a un esercizio paragonabile all’indossare vestiti ‘pret a porter’ con l’idea che siano fatti su misura”.
Sulle cause sociali e culturali della condizione borderline molto è stato detto, sebbene, ancora una volta, poco è stato dimostrato scientificamente rispetto alla specificità dell’eventuale rapporto causale. Le nuove condizioni sociali che riducono e conflittualizzano i rapporti tra genitori e figli, la perdita di coesione durata dell’istituto familiare e delle altre istanze sociali, più stabili e rassicuranti in epoche e società diverse da quella occidentale moderna, non possono essere chiamate semplicisticamente a giustificare l’insorgere del DBP. L’apparente aumento del numero di soggetti con personalità borderline può, però, dipendere dalla perdita delle capacità familiari di contenimento ed integrazione dei sintomi che costituiscono il quadro borderline. L’odierna perdita di senso dei valori sociali e del valore sociale dell’individuo è un dato di facile constatazione. Tuttavia, forse da sempre, ogni generazione ha guardato alla generazione successiva come fonte di deterioramento dei valori tradizionali. Sebbene le condizioni sociali non sono cause specifiche dello sviluppo del DBP, la perdita dei valori sociali fondanti è, contemporaneamente, causa ed effetto dell’instabilità delle famiglie, della perdita di un solido e condiviso senso morale e della inconsapevole legittimazione dell’egoismo. Tali condizioni possono predisporre la nostra gioventù a sintomi e comportamenti di tipo borderline (159-162).
Il DBP resta storicamente figlio della cosiddetta “schizofrenia pseudonevrotica” (52), così definita per inquadrare nosograficamente quei pazienti “difficili”, che durante la psicoterapia peggioravano (163-164). Parte della popolazione borderline è stata inquadrata, in questa categoria diagnostica, quindi, sulla base degli strumenti terapeutici dei clinici. Non va sottovalutata, in questa prospettiva una componente iatrogena, ma non un fattore eziologico propriamente detto, nella genesi del fenomeno borderline.
Sulla base dei dati anamnestici e d’evoluzione clinica del DBP possono essere distinguibili due principali sottogruppi di soggetti con personalità borderline: I. coloro che hanno subito abusi nell’infanzia e nell’adolescenza, affetti da una sorta di disturbo post-traumatico da stress cronico, con particolari aspetti temperamentali e caratteriali; II. coloro che presentano un rapporto stretto tra disturbi del tono dell’umore e sintomi borderline nell’adolescenza e nella prima parte dell’età adulta e che normalmente presentano una sintomatologia in regressione entro la quarta decade di vita. Tutti i fattori ambientali incidono, comunque, su esseri umani, frutto di una lunghissima e complessa evoluzione biologica. Va sempre considerato, perciò, con attenzione il ruolo svolto dalla neuro-biologia nella patogenesi dei sintomi, in ogni soggetto affetto da personalità borderline, come in ogni altra condizione psicopatologica (165-174).

CONCLUSIONI
In conclusione si può ipotizzare l’esistenza di quattro possibili modelli ezio-patogenetici per il disturbo borderline di personalità.
I. Un danno cerebrale, prevalente a livello della regione orbito-limbico-frontale, potrebbe causare un disturbo del controllo degli impulsi, instabilità emotiva ed affettiva, disfunzioni cognitive specifiche ed una vulnerabilità allo scompenso psicotico. La condizione neuro-biologica predisponente potrebbe dipendere da danni anatomo-funzionali (175), disfunzioni cognitive ed iperattività limbica, con o senza crisi epilettiche (64), oppure ad alterazioni neuro-chimiche monoaminiche, coinvolgenti il tono serotoninergico e dopaminergico cerebrale (176). La sintomatologia clinica, sociale e interpersonale, verrebbe, comunque, modulata, successivamente, da fattori sociali, educativi e traumatici (177-187).
II. I pazienti con DBP potrebbero convivere nella loro infanzia con altri membri della famiglia, spesso i genitori stessi, con il medesimo disturbo. Ciò esporrebbe i pazienti a comportamenti disturbanti quali l’abuso di sostanze, l’instabilità delle figure genitoriali, la conflittualità espressa tra genitori, nonché episodi di ‘abuso fisico e/o sessuale. Comportamenti di questo genere possono alterare persistentemente lo sviluppo psico-sessuale normale ed indurre modelli comportamentali disfunzionali attraverso l’apprendimento per imitazione. L’insorgere di una personalità borderline potrebbe conseguire, in tale prospettiva ad un disturbo dello sviluppo del paziente per esposizione a comportamenti aggressivi, messi in atto da membri della famiglia, con analogo disturbo dello sviluppo. Paradossalmente, lo sviluppo di tale disturbo di personalità potrebbe essere adattivo al contesto familiare in cui il paziente è vissuto in età infantile e adolescenziale.
III. Il disturbo borderline di personalità è da considerarsi alla stregua di un disturbo di controllo degli impulsi, con aspetti di predisposizione genetica. Lo scarso controllo degli impulsi faciliterebbe il rischio di danni cerebrali, traumatici o da abuso di sostanze, che, a loro volta, possono peggiorare il preesistente disturbo di controllo degli impulsi (188) con conseguenti e secondari deficit cognitivi. In alcuni pazienti, la disfunzione cerebrale potrebbe non dipendere da un precedente disturbo del controllo degli impulsi, svolgendo, in questa sottopopolazione di pazienti con DBP il ruolo di causa principale ed organica dell’impulsività. I comportamenti impulsivi e gli aspetti cognitivi connessi, in assenza di capacità d’autocontrollo e modulazione nei rapporti interpersonali, indurrebbero ripetuti fallimenti nelle relazioni affettive e sociali, associandosi in seguito, a depressione, rabbia ed episodi dissociativi.
IV. La strutturazione evolutiva della personalità potrebbe necessitare di un livello minimo di funzionamento cognitivo, e quindi, di un livello minimo di integrità funzionale del SNC. Qualsiasi fattore esogeno o endogeno sufficiente ad indurre danni cognitivi, superiori a questo livello minimo di funzionamento, potrebbe indurre lo sviluppo di una personalità borderline. Infatti, i danni cerebrali, in soggetti con precedenti elevati livelli di funzionamento, influiscono poco sui comportamenti e sulla strutturazione di personalità rispetto a quanto gli stessi insulti cerebrali possano influire nel caso di individui in età evolutiva e con minori capacità cognitive. Una predisposizione genetica, la contemporanea presenza di un disturbo affettivo o di una vulnerabilità psicotica, ma anche le conseguenze di un’esperienza traumatica, episodica o ripetuta nel tempo, potrebbero condurre allo sviluppo di una personalità borderline (189-198).
Tali ipotesi interpretative possono non essere reciprocamente alternative. Si può, cioè, ipotizzare che sussistano nel singolo paziente diversi fattori neuro-biologici di predisposizione e diversi fattori ambientali, educativi e traumatici, che abbiano svolto un loro specifico ruolo nella genesi del disturbo di personalità. Razionalmente, non tutti i pazienti con lo stesso disturbo “finale” di personalità devono, perciò, necessariamente presentare una sequenza rigida di fattori predisponenti, causali o concausali rispetto allo sviluppo psicopatologico (199-201). La condizione di personalità borderline potrebbe essere, perciò, generata da fattori diversi in soggetti diversi, sebbene i principali fattori patogenetici, implicati in questo sviluppo psicopatologico, possano essere riconosciuti tra quelli trattati in questa breve rassegna.
Un’interpretazione causale lineare è semplicistica e riduttiva nelle scienze fisiche, alla luce delle più moderne teorizzazioni scientifiche, che trattano, ormai, di causalità circolare. In medicina ed ancor più in psichiatria la ricerca di una causalità rigidamente lineare risulta, nei fatti, anacronistica e lontana dalla realtà clinica.
Tali considerazioni conclusive risultano essere gravide di conseguenze cliniche sia sul piano diagnostico sia sul piano terapeutico. Ulteriori sforzi vanno riservati alla valutazione obiettiva dei risultati terapeutici ottenuti con l’applicazione di strumenti di intervento sia psicoterapeutici sia farmacologici, in una ottica ampia di tipo bio-psico-sociale (202-210).

Il Disturbo di Personalità: una brutta bestia difficile da riconoscere e da trattare

Il termine “Disturbo di Personalità” si applica a condizioni psichiche caratterizzate dalla disfunzionalità stabile nel senso dell’ identità soggettiva, quindi nel pensiero, nei comportamenti, nelle relazioni interpersonali e nella regolazione degli stati emotivi. Queste patologie, che esordiscono nella tarda adolescenza e tendono a protrarsi per gran parte dell’età adulta, comportano spesso una grave compromissione nella capacità di realizzarsi nello studio, di mantenere una carriera lavorativa, di avere relazioni affettive soddisfacenti e di crearsi un proprio posto nella comunità sociale. Se la maturazione individuale consiste nella “capacità di amare e lavorare”, il perseguimento di tali obiettivi è seriamente ostacolato in queste persone.
Malgrado ciò gli studi epidemiologici hanno evidenziato che molte persone, affette da queste patologie, non cercano un trattamento specialistico perchè percepiscono come naturale il proprio modo distorto di pensare e di comportarsi, o tutt’al più attribuiscono le cause della loro sofferenza all’ ambiente che li circonda. La cura di queste patologie, che colpiscono il 10% della popolazione, è l’unico modo per raggiungere e mantenere una qualità soddisfacente della vita socio-relazionale.
Nella loro pratica clinica, tuttavia, psichiatri e psicologi incontrano regolarmente pazienti che, dopo aver richiesto l’aiuto dello specialista, non rispondono adeguatamente alle procedure terapeutiche abituali. Nel caso delle terapie farmacologiche, gli psichiatri assistono a miglioramenti iniziali che lasciano presto il posto al riacutizzarsi di sintomi come la depressione, l’ansia,  i pensieri negativi, l’ impulsività e altre disregolazioni del comportamento, come l’uso di sostanze o alterazioni del comportamento alimentare. In altri casi emergono imponenti effetti collaterali che minano la possibilità di proseguire nel trattamento.
I terapeuti di ogni indirizzo devono fare fronte alle reazioni negative di questi pazienti alla terapia stessa. Questi pazienti si lamentano della inefficacia della cura, o accusano il dottore di non capire la vera natura dei loro problemi o di  non essere sufficientemente coinvolto e interessato. Ma vi sono anche reazioni di segno opposto, marcate da una eccessiva dipendenza, che porta i pazienti “difficili” a  cercare contatti al di fuori delle visite regolari con richieste immediate, che vanno nella direzione opposta agli obiettivi della terapia. Nel peggiore degli scenari la potenziale impulsività e la tendenza ai comportamenti autolesivi sono di tale gravità che il terapeuta deve unicamente preoccuparsi della sopravvivenza fisica del paziente .
In breve alcuni pazienti diventano insidiosamente più “difficili” o “problematici”, al punto da creare  talvolta gravi difficoltà nel management clinico. Gran parte di questa problematicità sorge da una inadeguata attenzione alla componente della patologia che deriva dalla organizzazione di personalità del paziente. Condizioni che a prima vista sembrano diagnosticabili in Asse I (secondo il DSM-IV-TR) come patologie d’ansia o dell’umore, possono rivelarsi come Disturbi di Personalità soltanto quando, sfortunatamente,  il trattamento è già in fase avanzata. Il disturbo borderline è il più frequente nella pratica clinica, ma anche i disturbi narcisistico, dipendente, depressivo-masochisitico, istrionico, paranoide e schizoide richiedono una estrema attenzione alle dinamiche di funzionamento di personalità, e l’ implementazione di strategie psicoterapiche di trattamento, come la Transference Focused Psychotherapy, mirate alla realtà intrapsichica.

La Personalità Borderline: ostica per gli esperti, figurarsi per parenti e amici

Molti pazienti con questo disturbo presentano non solo sintomi come depressione, ansia, ossessioni o fobie, per i quali l’aiuto è tipicamente richiesto, ma anche uno scarso controllo delle emozioni e dell’aggressività, una insufficiente comprensione di sé e una scarsa tolleranza per il processo del trattamento.

Diagnosi

Il termine “borderline” ha una lunga storia. A partire dal XVIII secolo, un ristretto numero di medici iniziò a studiare i pazienti ricoverati negli ospedali psichiatrici, scoprendo che alcuni di questi non avevano assolutamente perso la  capacità di ragionare. Seppure in grado di distinguere cosa fosse reale da cose non lo fosse, soffrivano tuttavia terribilmente per tormenti emotivi causati dall’impulsività e dalla rabbia, oltre che per una complessiva difficoltà nella gestione di sé.  Sembravano vivere in una zona di confine (“borderline”, appunto) tra la follia e la normalità.
Per tutto il secolo successivo questi soggetti, che non erano né folli né sani mentalmente, continuarono a mettere in difficoltà gli psichiatri. Era in questa “zona di confine” che la società e gli psichiatri avevano collocato i criminali, gli etilisti, le persone con intenti suicidari, le persone instabili emotivamente e imprevedibili nel comportamento, allo scopo di separarli da un lato da quelli con patologie psichiatriche chiaramente definite (ad esempio quelli che poi verranno definiti come schizofrenici e maniaco depressivi o con disturbo bipolare), e dall’altro dalle persone “normali”.
Agli albori della psicoanalisi si pensava che questa nuova tecnica avrebbe curato tutte le persone disturbate mentalmente, tranne i pazienti gravemente psicotici. Ma con il passare degli anni ci si è resi conto che anche i pazienti collocati su questa zona di confine, pur non essendo psicotici, non rispondevano alla psicoanalisi come i terapeuti si aspettavano. Gradualmente i terapeuti cominciarono a riconoscere e a diagnosticare questi pazienti non tanto per i loro sintomi quanto piuttosto per i particolari problemi sottostanti ai sintomi, cioè alla organizzazione della loro personalità, e per gli effetti che questi pazienti avevano sugli altri.

I sintomi dei pazienti borderline sono simili a quelli per i quali la maggior parte delle persone chiede aiuto agli psichiatri: depressione, oscillazioni dell’umore, uso e abuso di farmaci, alcol, abboffate o digiuni, ossessioni, fobie, sentimenti di vuoto, e incapacità a sopportare la solitudine.
Inoltre, questi pazienti mostrano grande difficoltà nel controllare la rabbia, sono insolitamente impulsivi, si innamorano e disamorano repentinamente, tendono a idealizzare gli altri e poi improvvisamente li disprezzano. Una conseguenza di tutto ciò è che tipicamente chiedono aiuto ad un terapeuta e poi improvvisamente interrompono con intenso disappunto e rabbia.
Dietro a tutti questi sintomi i terapeuti hanno cominciato a vedere nei pazienti borderline una incapacità a tollerare quei livelli di ansia, frustrazione, rifiuto e perdita che la maggior parte delle persone è in grado di gestire, una difficoltà a calmarsi e a controllare gli impulsi per l’espressione sia di amore che di odio. L’elemento caratteristico di cruciale importanza nei sintomi e nelle difficoltà sopra menzionate consiste in una grande difficoltà di mantenere una identità individuale ( o senso di sé)  stabile e coerente, con oscillazioni tra punte di euforia e grandiosità, e crolli depressivi con drammatici sentimenti di inadeguatezza: “Chi sono?” si chiedono queste persone, “la mia vita è un caos: a volte penso che posso fare di tutto, altre volte voglio morire perché mi sento totalmente incapace, senza aiuto e disgustoso. Mi sento come se fossi molte persone anziché una persona sola”.
La parola che meglio caratterizza la personalità borderline è “instabilità”. Le emozioni sono instabili, ampiamente fluttuanti, spesso senza una ragione evidente. I processi di pensiero sono instabili: a volte razionali e chiari, altre volte estremi e distorti. Il comportamento è instabile: periodi con un comportamento eccellente, elevata efficienza e affidabilità si alternano a improvvise regressioni a condizioni infantili di impotenza e rabbia, con improvvise interruzioni nel lavoro, ritirandosi nell’isolamento, fallendo.
L’autocontrollo è insufficiente con conseguenti comportamenti impulsivi e relazioni caotiche. Una persona con disturbo borderline di personalità può essere estremamente compiacente con una marcata sottomissione verso gli altri per poi diventare improvvisamente accusatorio, rivendicativo, aggressivo ribellandosi improvvisamente in modo esplosivo.
Accanto a questa instabilità c’è una terribile ansia, colpa e auto disprezzo per il quale si cerca sollievo a qualunque costo con medicine, droghe, alcool, abbuffate, suicidi tentati o compiuti. Purtroppo per molti pazienti borderline le autolesioni diventano una fonte di sollievo più rapida di qualunque altro intervento terapeutico: tagliarsi o bruciarsi ferma l’ansia temporaneamente.

Il risultato principale di tutto questa complessa situazione è grave: i membri della famiglia non sanno mai cosa aspettarsi dal loro volubile fratello o coniuge, se non una serie di gravi problemi come minacce e tentativi di suicidio, autolesioni, esplosioni di rabbia e recriminazione, matrimoni ma rapidi divorzi, gravidanze e aborti impulsivi; ripetuti inizi e interruzioni di lavori o carriere scolastiche. Tutto questo provoca nella famiglia un sentimento di dolorosa impotenza per l’incapacità a fornire aiuto.
Pertanto, l’effetto della malattia sulla vita del paziente è ugualmente profondo: si perde il lavoro, i successi sono irraggiungibili, le relazioni distrutte, le famiglie rovinate. Il risultato finale è spesso il fallimento di una vita promettente o un tragico suicidio.

Cause

Quali sono le cause della patologia definita Personalità Borderline? Non è stata identificata nessuna causa singola quanto piuttosto una combinazione di fattori che comprendono una vulnerabilità ereditaria, un particolare temperamento, esperienze traumatiche precoci di vita, e lievi disturbi neurologici e ormonali. Tutti questi fattori interagiscono tra di loro e, successivamente, producono reazioni problematiche nei genitori e negli insegnanti con un conseguente rinforzo del problema.

Innanzitutto, per quanto riguarda la vulnerabilità ereditaria, l’evidenza di un fattore genetico in almeno alcuni casi è stata dimostrata da un recente studio secondo il quale i disturbi borderline di personalità sono considerevolmente più frequenti tra gemelli identici di pazienti borderline di quanto non siano nella popolazione generale. Questi studi suggeriscono ma non dimostrano assolutamente una tendenza ereditaria. I pazienti borderline hanno più parenti con disturbi dell’umore, alcolismo e suicidio di quanto non abbiano le persone che non hanno un disturbo borderline di personalità.

Per quanto riguarda il temperamento, come è noto, i neonati sono molto differenti  tra loro per stabilità fisica ed emotiva. I bambini che sin dall’inizio sono difficili da consolare, irregolari nell’alimentazione e nel sonno, e che reagiscono con una rabbia insolitamente intensa alla frustrazione o al dolore, sono quelli che più verosimilmente svilupperanno un disturbo borderline di personalità. Ma non si può assolutamente affermare che neonati difficili manifesteranno da adulti un disturbo borderline di personalità. Inoltre, le madri di alcuni pazienti borderline riferiscono che questi da bambini erano insolitamente tranquilli e facili.

Venendo alle esperienze precoci di vita, molti pazienti borderline hanno vissuto numerosi eventi dolorosi nella loro infanzia. La ricerca ha suggerito che l’abuso fisico e sessuale nell’infanzia, la precoce perdita di un genitore causato dalla morte o dal divorzio, la presenza di molteplici figure di accudimento, la trascuratezza dei genitori, sono tra i fattori di rischio per lo sviluppo di un disturbo di personalità. Tuttavia, non tutti i bambini che hanno sofferto per queste esperienze diventano personalità borderline. Inoltre, alcune persone che crescono in famiglie stabili e sembrano non aver avuto nessuna sofferenza infantile possono sviluppare una personalità borderline.
Per quanto riguarda i fattori neurologici e ormonali, vediamo che molti adulti borderline hanno avuto nell’infanzia problemi di sviluppo, altri hanno avuto varie difficoltà di apprendimento, altri ancora avevano convulsioni, o mostravano anomalie nelle loro onde cerebrali. Infine, alcune donne vivono  una particolare difficoltà emotiva nel loro ciclo mestruale. Ma ancora, non tutti i pazienti borderline hanno questi problemi e non tutte le persone con questi problemi hanno un disturbo borderline di personalità.

Si può facilmente vedere come tutti questi elementi possono interagire: un bambino irritabile, inconsolabile, che non riesce a stabilizzarsi in un orario dei pasti regolare, che non riesce a dormire tutta la notte, con umore collerico apparentemente senza motivo, può trasformare una normale buona madre in una madre nervosa e irritabile. Genitori incapaci di calmare e rassicurare un bambino agitato diventano frequentemente aggressivi e abusanti, diversamente da come si comporterebbero con un bambino che reagisce in un modo prevedibile.
Due esperienze sono  molto comuni durante la crescita dei soggetti con disturbo borderline. Una è l’esperienza di essere giudicati come apparentemente competenti. Infatti, poiché queste persone sono spesso molto capaci, sensibili, intelligenti e acute, è molto difficile per gli altri prenderle sul serio quando crollano disperate e rabbiose per una piccola frustrazione, e commettendo clamorosi errori di giudizio.  Di fronte ad uno psicotico che si comporta in quel modo si tende a essere comprensivi, pensando “non può farne a meno”; invece ad una persona borderline si dice “non è poi così grave ciò che ti sta succedendo”, “concentrati, cresci, non fare il rammollito, lo sai perfettamente”. Il loro comportamento è spesso considerato come intenzionale, manipolatorio, “alla ricerca di attenzione”.
La seconda esperienza caratteristica è legata al fatto di essere apparentemente una persona competente, e consiste nell’esperienza di essere disconfermati: “la tua sofferenza non è così grave”, “il tuo mal di testa, la tua ansia non sono assolutamente peggiori di quelle degli altri: perché fare tanto chiasso?” Essere disconfermati aumenta l’auto disprezzo dei borderline. La maggioranza dei pazienti borderline che arrivano agli psichiatri sono donne. Non ne sappiamo il motivo ma i ricercatori ipotizzano che ciò rifletta l’effetto combinato del fatto che sono più donne che uomini ad essere vittime di abuso sessuale nell’infanzia, con la tendenza degli uomini ad esprimere la loro instabilità emotiva attraverso una aggressività diretta verso l’esterno piuttosto che rivolta verso di sé. Recentemente, si considera che l’ esplosività e il discontrollo emotivo rappresentano la “forma” che la patologia assume, in generale, nelle donne, mentre l’ aggressività e le tendenze antisociali sono la “forma” della patologia negli uomini.

Trattamento

Nel momento in cui ad una persona viene diagnosticato un disturbo borderline di personalità è già stato provocato un grave stress in tutti i componenti della famiglia. Per questa ragione è consigliabile che inizialmente tutta la famiglia cerchi un aiuto specialistico. Spesso i famigliari si rendono conto che hanno bisogno e chiedono esplicitamente una terapia famigliare.
La psicoterapia individuale ambulatoriale può essere di due tipi. In un caso mira ad aiutare il paziente a controllare i comportamenti disfunzionali, offre ha il vantaggio della semplicità (formare terapeuti di questo genere non è complesso) ma impone lo svantaggio di non affrontare i nodi cruciali della personalità, in primo luogo l’ organizzazione della identità individuale. Al contrario le terapie dinamiche, come la Transference Focused Psychotherapy, un trattamento intensivo di media durata,  mira ad affrontare i nodi della organizzazione intrapsichica della personalità ma comporta, per i professionisti, il costo di un training impegnativo per acquisire la tecnica terapeutica e non può essere erogata nel breve spazio temporale. Le ricerche empiriche, che hanno confermato la efficacia di alcune psicoterapie, confermano che soltanto la TFP incrementa le funzioni psicologiche che vanno sotto il nome di “funzione riflessiva”, che è alla base della capacità personale di regolare il controllo del comportamento e degli affetti. Nella TFP il terapeuta lavora con il paziente per capire i significati e i motivi del suo comportamento, e per rafforzare le sue capacità di sopportare le frustrazioni, la rabbia, la solitudine evitando di agire impulsivamente questi sentimenti.
La maggior parte dei pazienti borderline ha bisogno di una psicoterapia che sia molto focalizzata sui sentimenti che sottostanno al loro problema di “pensare bianco o nero”, “tutto o nulla”, per cui vivono gli altri o loro stessi a volte come meravigliosi, e a volte privi di qualunque valore. Le famiglie possono avere bisogno di sostegno per i primi anni di psicoterapia allo scopo di fornire il supporto emotivo di cui il paziente ha bisogno e per evitare problematiche interazioni con il paziente. Il supporto appropriato prevede anche l’imparare a porre dei limiti al paziente, anziché cedere a minacce o irragionevoli richieste.

Una psicofarmacologia può rendersi necessaria durante il trattamento psicoterapico dei soggetti borderline. Qualora siano contemporaneamente presenti altri disturbi psichiatrici (come depressione maggiore, disturbo bipolare, disturbi d’ansia, disturbi alimentari, disturbo da uso di sostanze) questi devono ricevere il trattamento previsto dalle linee guida cliniche per le varie patologie. Inoltre, sintomi tipici della patologia borderline quali marcate oscillazioni del’umore, impulsività, e sentimenti di rabbia possono beneficiare di una terapia con farmaci comunemente usati per trattare altri disturbi, quali stabilizzatori dell’umore (es. lamotrigina, valproato), antipsicotici atipici (es. olanzapina, aripiprazolo) ed antidepressivi di nuova generazione (es. SSRI, SNRI). L’uso di queste categoria di farmaci anche per controllare l’ansia nei periodi di grave stress sembra davvero preferibile a quello di farmaci ansiolitici (benzodiazepine), che dovrebbero invece essere somministrati con cautela ed in ogni caso solo per brevi periodi, poiché possono comportare il rischio di effetti paradossi o tolleranza.

Se la terapia ambulatoriale arriva ad uno stallo o è interrotta da ripetuti tentativi di suicidio, o se il paziente non può stare stabilmente in terapia e continua a distruggere la propria vita e quella degli altri, la famiglia e il paziente possono aver bisogno di una consultazione in un centro specializzato nella terapia del disturbo borderline di personalità. Una accurata valutazione può portare alla prescrizione di una terapia individuale più specifica, integrando con una terapia di gruppo o della famiglia, oppure una terapia per l’abuso di sostanze o ancora una terapia più intensiva come un ricovero o un day hospital.
Il trattamento in day hospital è utile sia per mettere i pazienti in condizione di capire i propri problemi e i loro effetti sugli altri, sia per mettere i pazienti in contatto con altri che stanno lavorando su problemi simili. I pazienti borderline tendono a supportarsi reciprocamente, a volte in modo negativo, ma più spesso in un modo molto positivo. Incontrare “pari” capaci di parlare di sé in modo sincero e diretto, risulta spesso molto efficace nel fare breccia nelle negazioni di responsabilità o nelle accuse agli altri, a causa delle quali diventa difficile vedere i propri problemi. Raggiungere la consapevolezza della malattia e la determinazione di superarla sono requisiti fondamentali per un trattamento di successo.

 Decorso ed esito

Senza un trattamento adeguato la malattia può durare per tutta la vita e troppo spesso finisce in un’esistenza insoddisfacente o nei casi peggiori nel suicidio. Con un buon trattamento l’esito è decisamente favorevole in molti casi. Tra i 500 pazienti studiati dal Michael Stone al Psychiatric Institute- Columbia University di New York nell’arco di più di vent’anni, 4 su 10 sono clinicamente guariti a 10-20 anni dal loro ingresso nello studio, al momento del ricovero. Il 75% sono autosufficienti e stanno abbastanza bene. La percentuale di suicidio è del 7% a 16 anni dal ricovero. I pazienti guariti sono quelli che hanno continuato la psicoterapia per anni.

DPB

Noi ci saremooooo!!!

È il “sogno” il filo conduttore del “capodanno dell’estate italiana” in programma venerdì 1 luglio lungo i 110 km della Riviera Adriatica dell’Emilia Romagna animato da tanta musica e nomi internazionali, dove non mancheranno la magia, la letteratura, l’arte, la danza e la pittura. La festa proseguirà per tutto il fine settimana.

 

Per muoversi poi facilmente da un punto all’altro della costa, tra Rimini e Ravenna correranno anche treni speciali gratuiti composti da carrozze “storiche” trainate da vecchie, ma pienamente funzionanti, locomotive elettriche. I biglietti saranno distribuiti negli Uffici di Accoglienza Turistica (IAT) e serviranno da prenotazione.

 

In apertura de La Notte Rosa riminese salirà sul palco Francesco De Gregori, con il suo celebre ed amato repertorio, seguito dalla graffiante voce di Noemi e dall’attesissimo concerto all’alba sulla spiaggia di Riminiterme con Raphael Gualazzi e il trombettista Fabrizio Bosso.

 

Sulla spiaggia di Bellaria, dopo mezzanotte, ad intrattenere il pubblico saranno prima i Pooh, con i loro più celebri successi, e a seguire Chiara Canzian che presenterà il suo nuovo disco.

 

Sabato 2 luglio palcoscenico riminese anche per Teresa Salguiero, voce dei Madredeus, mentre domenica 3 sarà la volta di Joan as Police Woman, suadente voce rock che presenterà a Rimini il suo nuovo album “The Deep Field”.

 

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A Riccione, sabato 2 luglio andranno in scena i finalisti dell’edizione 2011 di “Amici”, con special guest Alessandra Amoroso, mentre a Cattolica venerdì 1 concerto dei Grammar School, la band anglo-italo-americana (protagonista sabato sera a Montefiore Conca) con il suo repertorio di classici del pop-rock del XX secolo, e domenica grande attesa per il re del pop latino, Ricky Martin, con la seconda tappa italiana del suo tour.

 

A Cesenatico venerdì 1 luglio saliranno sul palco di “Radio Bruno Estate” Enrico Ruggeri e Paolo Belli con la sua band, mentre è dedicato alle musiche da film del compositore Henry Mancini, riarrangiate in chiave jazz, il concerto all’alba sulla spiaggia del molo di Levante con il Martina Grossi Trio.

 

A Cervia sarà di scena la world music, con l’esibizione di Natacha Atlas e i Transglobal Underground direttamente dal cartellone di Ravenna Festival 2011, che sempre venerdì 1 luglio, a Ravenna, proporrà anche “The Magic Flute – Impempe Yomlingo”, con la storia di Schikaneder ambientata in un sobborgo di Cape Town.

 

Musica internazionale anche a Milano Marittima, con il repertorio jazz e pop dell’Aries Percussion Ensemble, gruppo di giovani musicisti dalla Repubblica Ceca.

 

A Lido di Volano appuntamento per i nostalgici della musica italiana anni ’60 e 70’, con Riccardo Fogli, storica voce dei Pooh, Ivana Spagna e Paolo Mengoli, mentre Carmen Russo si esibirà in compagnia del suo corpo di ballo sulle coreografie di Enzo Paolo Turchi.

 

A Lido delle Nazioni, sabato 2 luglio, saliranno sul palco Marco Carta e The Bastard Sons of Dioniso.

 

Ma il “sogno” è anche magia, letteratura, arte, danza, pittura.


La Notte RosaIl passaggio del Rex sognato da Fellini prenderà corpo con il viaggio inaugurale di “Costa Favolosa”, ultima nata della flotta di Costa Crociere, che venerdì sera, tutta illuminata a festa, comparirà davanti alla riviera romagnola in tutta la sua maestosità, creando un’atmosfera magica da favola felliniana, per poi fare tappa a Cattolica, dove a mezzanotte Costa Crociere offrirà un eccezionale spettacolo pirotecnico che nascerà dal mare.
Sabato 2 Rimini propone il reading di Claudio Santamaria (il celebre “Dandi” del film Romanzo Criminale) e il cortometraggio del pittore e cineasta Gianluigi Toccafondo, entrambi dedicati a Piepaolo Pasolini nell’ambito del festival Assalti al Cuore. Mentre domenica sera, sarà la volta dello spettacolo di Betrand Sallè con la proiezione delle sue opere legate al tema del sogno, accompagnate da un “live set” realizzato per l’occasione da Malvina Meinier al pianoforte e Vincenzo Vasi al “Theremin”. Da non perdere anche “Fellini…per caso”, itinerario inedito e semiserio nei luoghi del Maestro condotto venerdì 1 da Patrizio Roversi, tra gli interpreti de La voce della luna (1990).

 

Magia e sogno anche a Cattolica, che venerdì ospiterà in centro “Incanti Marini – La dama della notte”, lo spettacolo-evento della Compagnia Teatrale Corona, suggestivo show tra danza e acrobazia dedicato al mondo sommerso, e a Misano, con “Maraviglia”, performance tra balletti aerei e imponenti macchine sceniche della compagnia Sonics.

 

Sempre a Cattolica venerdì sera l’astrologo Marco Pesatori accompagnerà il pubblico del suo spettacolo “La poesia dello zodiaco” tra pianeti, decadi e quadri astrali con il suo linguaggio ironico e appassionato, mentre Riccione ospiterà per tutto il weekend due esposizioni tra Graffiti Art e pittura e fotografia del ‘900.

 

San Mauro Mare sarà teatro, venerdì, del 1° Festival Internazionale di Magia, che vedrà la partecipazione di maghi e maghe da tutta Europa, mentre a Bellaria, sabato sera, saranno protagonisti assoluti i più piccoli, con La Notte Rosa dei Bambini, con l’Isola dei Platani invasa da giochi, animazioni, spettacoli e laboratori.

 

A Cesenatico venerdì sera il grattacielo diverrà un enorme schermo sul quale 20 proiettori architetturali a gestione computerizzata e ad altissima luminosità riprodurranno spezzoni di celebri pellicole, mentre a Lido di Volano risate a non finire con gli Oblivion, direttamente da Zelig con i loro romanzi storici “in pillole”, tra musica e recitazione, e un volto storico della comicità italiana, Andrea Roncato.

 

Tutta la riviera a mezzanotte in punto si “fermerà” per assistere al concerto di fuochi d’artificio che illuminerà a giorno 110 km di spiagge, da sempre uno dei momenti più attesi della Notte Rosa, che a Porto Garibaldi – nei Lidi di Comacchio – si potrà ammirare direttamente a bordo delle motonavi che usciranno al largo per l’occasione.

 

Informazioni e programma dettagliato sul sito dell’evento: La Notte Rosa

I veri amici amici sono quelli che non ci sono amici solo per comodità temporanea o abitudine ma che ci vogliono bene per davvero e conoscono ogni ventricolo del nostro cuore.
Essi sono come grandi fari d’amore che ci indicano la via per farci riemergere dalla selva oscura alla luce e a volte ci pungono per risvegliare quella sensibilità nel vivere la vita che abbiamo perso senza nemmeno accorgerci.
È grazie a loro, oggi come allora, che ci salviamo dalla selva di Dante, è grazie a loro che scopriamo la bellezza della vita e di questo mondo che nonostante sia corrotto è meraviglioso e che noi, invece di disboscarne le foreste naturali che possiede, dovremmo disboscare la forestache abita nelnostro cuore.

Che bello!!! Tra pochi giorni rivedrò il mare in estate!!! Anche se non saranno i Caraibi ma sarà quello di Rimini, a me va più che bene, anche perché è un modo per ritornare nella mia amata Romagna…

Voglio quindi festeggiare l’evento con una carrellata di foto dei Bagni Riminesi, una sconfinata distesa di vere e proprie oasi di mare, di sole, di sabbia, di divertimento, di sport, di relax, di spensieratezza…Un totale di 150 Bagni in una delle Riviere più amate, allegre, conosciute e goderecce…Per gentile concessione del fotografo Stefano Bittante…

NON VEDO L’ORA DI ARRIVARE!!! 🙂

ROMAGNA MIA, CHE MERAVIGLIAAAA!!! 🙂

 

Penso che alla base di ogni pregiudizio, della paura dell’altro e del diverso, in ogni xenofobia ci sia una profonda ignoranza di fondo…L’arma per combattere tutto questo potrebbe essere l’Antropologia Culturale, disciplina non sempre studiata in modo adeguato e spesso caduta nel dimenticatoio…Io mi sono approciata ad essa per la prima volta all’Università, e, da quel momento in poi, l’ho utilizzata in diversi ambiti, per darmi tante spiegazioni, ma anche per prendere posizione relativamente a determinate questioni…Penso che l’antropologia culturale possa servire, insieme alla psicologia, a capire la la formazione di una persona, il perché dei condizionamenti culturali e familiari, gli elementi che hanno influenzato la crescita e lo sviluppo di ogni singolo individuo…

Ed ora la parola all’esperto Ugo Fabietti, Professore Ordinario di Antropologia culturale presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Milano Bicocca.
Direttore del Dipartimento di Epistemologia ed Ermeneutica della Formazione nell’Università degli Studi di Milano Bicocca
, che sicuramente meglio di me, riuscirà a spiegare qualcosina a riguardo…

Elementi di Antropologia Culturale

CAPITOLO 1: GENESI E STRUTTURA DELL’ANTROPOLOGIA CULTURALE

 

1)      Natura e origini dell’antropologia

1.1  Antropologia significa

Antropologia significa letteralmente “studio del genere umano”, ma è una definizione vaga ed imprecisa, perché ci sono molte altre discipline che se ne occupano ed inoltre perché non specifica quale aspetto del genere umano sia il suo oggetto di studio privilegiato. In questo libro ci occuperemo dello studio del genere umano dal punto di vista culturale, ovvero delle idee e dei comportamenti espressi dagli esseri umani in tempi e luoghi distanti tra loro.

Quali furono le condizioni della comparsa dell’antropologia? Le origini di questa disciplina non sono facili da stabilire. Erodoto può essere considerato il primo, anche se nei suoi trattati non parlò mai di antropologia; ma le sue osservazioni sulle diversità fra Greci e barbari e sulla differenza di costumi tra i popoli hanno indubbiamente “sapore” antropologico. Le radici dell’antropologia più immediatamente riconoscibili risalgono piuttosto, almeno nella linea della nostra tradizione di pensiero, all’umanesimo europeo, al ‘400, e ai dibattiti che fecero seguito, durante tutto il secolo successivo, alla scoperta del N.vo Mondo e dei suoi abitanti. Ma tentativi di riflessione non mancano neanche in paesi extra-europei, come dimostra il caso di Ibn Khaldun nel mondo arabo. L’umanesimo pose l’umanità al centro della riflessione filosofica e della produzione artistica; agli occhi degli umanisti il genere umano divenne un soggetto capace di forgiare il proprio destino, nonché di esplorare la natura studiandone le leggi e i meccanismi nascosti. Ma essi rimasero legati ad un’idea di umanità fortemente astratta e idealizzata, pensata in riferimento alle società classiche del mondo antico e delle più civili contrade europee di allora… La scoperta e la successiva conquista dell’America ruppero l’incanto umanistico e posero, all’Europa cristiana, quesiti precedentemente inimmaginabili. L’espansione, l’intensificarsi dei contatti con genti dai “costumu” così diversi da quelli degli europei fecero sorgere gravi problemi di ordine religioso, scientifico e morale. Gli europei infatti cominciarono ad interrogarsi sulla natura di queste popolazioni, a volte barbare e selvagge, a volte belle e vigorose. L’espansione e i traffici commerciali intensificarono i contatti fra gli europei e queste popolazioni locali, e di conseguenza si moltiplicarono anche le descrizioni di istituzioni, usi e costumi di tali popolazioni. Alla base di queste descrizioni non vi era però un intento scientifico, che verrà solo a fine ‘700, quando scienziati e filosofi cominciarono ad elaborare una teoria “unitaria” del genere umano, concepito come un’unica specie. Grazie agli illuministi la riflessione sul genere umano acquistò definitivamente i caratteri di una riflessioni su un soggetto universale. Per quanto riguarda poi l’istituzione dell’insegnamento universitario di Antropologia culturale si dovrà attendere la fine dell’800. Nelle colonie e nelle riserve gli antropologi trovarono i luoghi privilegiati del loro lavoro. Ciò non significa che gli antropologi fossero dei colonialisti; pur collaborando a volte con le istituzioni coloniali, gli antropologi si sono distinti dai colonizzatori per la volontà di stabilire rapporti di reciproca comprensione con le popolazioni da loro studiate.

Cosa fanno gli antropologi? Prevalentemente gli antropologi (o etnologi) si sono occupati dello studio di popoli loro contemporanei ma geograficamente lontani. Lo studio delle istituzioni sociali, politiche, dei culti, delle credenze religiose, delle tecniche di costruzione dei manufatti, dell’arte dei popoli lontani e “diversi” da quelli europei o d’origine europea, ha costituito, genericamente parlando, e almeno all’inizio, l’oggetto privilegiato dell’antropologia. Gli antropologi si sono dedicati, fino a pochi decenni fa, allo studio dei popoli che per molto tempo sono stati chiamati “selvaggi” o “primitivi” perché ritenuti i rappresentanti di fasi arcaiche della storia del genere umano. I cui costumi si segnalavano per la loro notevole diversità rispetto a quelli europei. A partire dalla metà del ‘900 sono stati inclusi nell’antropologia anche popoli con tradizioni scritte e praticanti culti monoteistici, istituzionalmente, e anche geograficamente, più “vicini” all’Europa. Oggi gli antropologi si occupano di ogni realtà presente nel mondo, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Quando l’antropologia si sviluppò, spesso i suoi rappresentanti non avevano modo di visitare direttamente i popoli sui quali poi scrivevano: era dunque uno studio a distanza che si basava su testimonianze di viaggiatori, esploratori, militari… Tra fine ‘800 e inizio ‘900 la svolta: viene inaugurata la pratica della ricerca sul campo. Da allora non è stata più abbandonata anche se oggi l’osservazione diretta si avvale anche di altri supporti. In ogni caso fare antropologia non consiste solo nel riflettere partendo da ricerche svolte da altri ma significa voler affrontare l’incontro con esseri umani con costumi diversi dai propri, coniugando le conoscenze teoriche della disciplina con la personale esperienza di osservazione, riflessione e ricerca.

 1.2  Una sola antropologia o tante antropologie?

L’antropologia non è un prodotto esclusivo dell’occidente, tutti i popoli infatti si chiedono come siano le altre popolazioni. Così dunque l’elaborazione di vere e proprie teorie relative alla natura umana, si trova presso molti popoli del nostro pianeta, anche tra quelli che non hanno elaborato il loro sapere in forma scritta. Spesso è proprio presso i popoli semplici e sprovvisti di istituzioni preposte allo studio del genere umano che possiamo trovare affascinanti visioni della natura, dell’uomo e del cosmo. Di conseguenza alcuni antropologi rifiutano l’idea che il discorso sul genere umano si sarebbe prodotto esclusivamente in occidente nell’età moderna: la nostra non è altro che una delle tante “antropologie” elaborate in tempi e luoghi diversi. L’antropologia che tratteremo nel volume rappresenta un’attività intellettuale legata ad un contesto storico che ne ha permesso lo sviluppo; si tratta cioè di un sapere che è andato trasformandosi nel tempo in relazione ai mutamenti della società euro-americana e delle relazioni tra quest’ultima e i popoli della Terra. L’antropologia culturale è un sapere che opera criticamente su se stesso, sui propri metodi e nozioni.

2)Oggetto e metodo dell’antropologia culturale

2.1 Cos’è la cultura?

Possiamo affermare che la cultura è un “complesso di idee, di simboli, di azioni e di disposizioni storicamente tramandate, acquisite, selezionate e largamente condivise da un certo numero di individui, mediante le quali questi ultimi si accostano al mondo in senso pratico e intellettuale”. Oggetto privilegiato dell’antropologia sono soprattutto le differenze che intercorrono tra le idee e i comportamenti in vigore presso le varie comunità umane. Ciò che gli antropologi chiamano “culture” non sono altro che modi diversi di affrontare il mondo da parte di gruppi umani che condividono certe idee e certi comportamenti. L’antropologia però cerca anche di mettere in luce quanto vi è di comune o affine tra di essi, cioè tra i vari modi in cui i diversi gruppi umani interpretano, immaginano, conoscono e trasformano il mondo che li circonda.

2.2 La natura della cultura   www.obsoonline.it

E’ ormai appurato che gli uomini, a differenza degli animali, dipendono per la propria sopravvivenza molto più dalla cultura che dai geni. Infatti, alla nascita il genoma di un essere umano non possiedile informazioni necessarie per fargli adottare automaticamente determinati comportamenti che sono invece indispensabili per poter far fronte al mondo circostante. L’uomo dunque nasce “nudo” e non solo dal punto di vista strettamente letterale del termine. Esso inoltre è fra gli animali, quello che necessita di più tempo per le cure, dal momento della nascita. Il nostro codice genetico ci predispone a compiere una serie di operazioni che sono infinitamente più complesse di quelle effettuabili da qualsiasi altro animale, ma non ci indica quali operazioni dovremo compiere. Molte delle nostre azioni o credenze derivano dunque da qualcosa che ci viene insegnato dal gruppo in cui viviamo, e che a sua volta è frutto di una lunga storia di rapporto con l’ambiente. Stesso discorso vale per la lingua: non utilizziamo segnali geneticamente programmati, ma un codice linguistico che apprendiamo fin dai primi anni di vita in base al contesto in cui nasciamo e cresciamo. Il fatto che negli esseri umani i comportamenti e le immagini del mondo non siano geneticamente programmati non significa che essi, venendo al mondo, siano liberi di scegliere, per esempio, quale lingua parlare, di unirsi con chi gli pare o scegliersi il dio che più li ispira: al contrario, nei pensieri come negli atti, gli uomini sono determinati, dal momento che, per vivere in mezzo ai loro simili, devono adottare codici di comportamento pratico e mentale che siano riconoscibili e condivisi dagli altri.

La cultura come complesso di modelli. In quanto complesso di idee, di simboli, di azioni e disposizioni, la cultura presenta forme interne di organizzazione. Essa, pur non essendo rigida e meccanica, coincide con i modelli (culturali) che orientano le attitudini pratiche e intellettuali di coloro che li condividono. Ma modelli di che cosa? Si tratta di insiemi di idee e simboli che, propri del contesto particolare in cui l’essere umano vive, gli servono da guida per il comportamento e per il pensiero. In quanto guida al pensiero e al comportamento, questi modelli possono essere qualificati come “modelli per”, modelli-guida al diverso modo di agire e di pensare in contesti culturali diversi. Tuttavia non esistono solo “modelli per” ma anche “modelli di”, o meglio i “modelli per” sono anche “modelli di”: questi ultimi sono modelli attraverso cui noi pensiamo qualcosa, lo rendiamo coerente con altre cose e poi lo consideriamo un modello “di” come sono o dovrebbero essere le cose

La cultura è operativa. Grazie ai modelli culturali di cui dispongono, gli esseri umani si accostano al mondo in senso pratico ed intellettuale. Senza di essi non potrebbero pensare, agire, in pratica sopravvivere. Alcuni antropologi, tra cui Malinowski, hanno visto nella culturo un complesso sistema per far fronte alle sfide dell’ambiente e della vita associata. Qualunque atto o comportamento umano finalizzato a uno scopo sia materiale che intellettuale è guidato dalla cultura. In questo senso si può dire che la cultura sia “operativa”, poiché mette l’uomo nella condizione di agire in relazione ai propri obiettivi adattandosi sia all’ambiente naturale che a quello sociale e culturale che lo circonda. In genere non siamo abituati a riflettere sulle azioni che compiamo ogni giorno: è come se fossimo predisposti operativamente ad affrontare il mondo fisico e morale che ci circonda. Tale predisposizione deriva dall’introiezione di modelli culturali e corrisponde a ciò 636b13g che il sociologo francese P.Bourdieu ha chiamato “habitus”, ovvero un sistema durevole di disposizioni fisiche ed intellettuali, che sono il risultato dell’interiorizzazione di modelli di comportamento e di pensiero elaborati dalla cultura nella quale viviamo in risposta all’ambiente fisico, sociale e culturale che ci circonda.

Selettività della cultura. I modelli non vivono di vita propria. Al contrario, essi si alimentano di una tensione continua con altri modelli condivisi dagli stessi soggetti. Spesso un modello può cambiare in seguito a circostanze determinate e allora anche gli altri modelli dovranno cambiare di conseguenza, a meno che il cambiamento non rimanga circoscritto. La cultura infatti è un complesso di modelli tramandati, acquisiti ma anche selezionati. Ciò significa che le generazioni successive ereditano modelli culturali delle generazioni precedenti e ne acquisiscono di nuovi o in base alla propria esperienza o per l’influenza di modelli provenienti da altre culture. Alla base sia del processo di trasmissione che in quello di acquisizione agisce sempre un principio di selezione, che accoglie nuovi elementi culturali ma ne blocca anche altri, ritenuti incompatibili o intrusivi. Tramite la messa in atto di processi selettivi, le culture rivelano il loro carattere di sistemi aperti e chiusi al tempo stesso; esistono culture più aperte ed altre più chiuse ma non esiste né un’apertura né una chiusura totale.

Dinamicità della cultura. I processi di selezione tipici di tutte le culture lasciano intendere che queste ultime non sono entità statiche, fisse, ma piuttosto dei complessi di idee e comportamenti che cambiano nel tempo. Le culture infatti sono prodotti storici, frutto di incontri, cessioni, prestiti e selezioni, ma i processi non sono casuali. Quando si parla di cultura non bisogna commettere l’errore di pensare che i popoli possiedano una cultura definita una volta per tutte e sempre identica a se stessa: questo errore è facile a compiersi specialmente quando si analizzano i popoli extra-europei, quelli a noi più lontani e storicamente marginali: le loro culture sono state via via identificate come arcaiche, primitive o tradizionali, a sottolineare un’incapacità di innovarsi. In realtà come abbiamo visto, ogni cultura ha la propria storia: è vero che i modelli culturali tendono a conservarsi ma non esistono culture totalmente chiuse.

La cultura è differenziata e stratificata. Sappiamo che all’interno di una singola cultura esistono tanti modi diversi di percepire il mondo, di rapportarsi agli altri, di esprimersi, di comportarsi in pubblico… Tali differenze di comportamento e di espressione non dipendono solo dalle circostanze del momento, spesso infatti hanno a che vedere con il potere, la ricchezza, la posizione sociale, la religione, la politica,… e si presentano in maniera più o meno accentuata presso le diverse società. Solo in poche società queste differenze erano o sono marcate in maniera minima (cacciatori-raccoglitori di foresta e deserto), perché nella stragrande maggioranza delle società queste differenze esistono e si riflettono sul piano culturale, anche se indirettamente. Bisogna dunque essere cauti nel ritenere che le culture siano costituite da modelli distribuiti in maniera uniforme. Spesso a prevalere sono gli interessi (e quindi la cultura) dei soggetti socialmente più forti, per cui l’immagine culturale che spesso esce è quella che i dominatori vogliono trasmettere. Gramsci parlò a tal proposito di “cultura egemonica” (di chi prevale) e “cultura subalterna” (di chi subisce), mentre l’australiano R.Keesing ha parlato di controllo culturale.

Comunicazione e creatività. La cultura non esiste nella mente o nel cuore degli uomini ma bensì nella loro capacità di comunicare. La dimensione comunicativa è centrale a qualsiasi processo di tipo culturale. Il fatto che i modelli culturali debbano essere condivisi per poter essere compresi non significa che tutti debbano per forza aderire ad essi nel senso di seguirli o di approvarli. I segni possono essere combinati secondo sequenze riconoscibili ma innovative, capaci cioè di creare nuovi significati: ciò coincide con la natura creativa della cultura, creatività che ha riscontro in alcune caratteristiche del linguaggio umano: l’universalità semantica e la produttività infinita. Il primo concetto è riassumibile nel dato che tutte le lingue sono in grado di produrre informazioni relative a eventi, qualità, luoghi; il linguaggio umano infatti colloca le azioni e gli eventi sia nello spazio che nel tempo, cosa che non fanno gli animali. Il secondo concetto consiste nel fatto che data una proposizione (“oggi piove”) nulla ci dice su che cosa potrà seguire ad essa. Esiste però anche un altro tipo di creatività culturale, cioè quella che consiste nell’emersione di nuovi significati che modificano il nostro modo di intendere le cose. La cultura “controlla” sempre la creatività degli attori sociali, nel senso che mette un freno ad essa. Esiste poi un altro limite alla creatività, quello dettato dai tempi: invenzioni troppo precoci (L.da Vinci) non possono avere seguito immediato. Il successo della creatività, nella cultura, sta nel dire parole, immaginare situazioni o inventare cose che si allontanano da ciò che una cultura già conosce, ma che non diventino per questo irriconoscibili o inutilizzabili dai componenti della cultura stessa.

La cultura è solistica. I modelli interagiscono sempre fra di loro, ed è la capacità di coniugarsi in un insieme più o meno coerente che dà vita a quel qualcosa che noi chiamiamo cultura. Questo interagire e coniugarsi di modelli forma un complesso integrato: perciò si dice che la cultura è un’entità olistica cioè complessa ed integrata, formata da elementi che stanno in un rapporto di interdipendenza reciproca, anche se ciò non significa affatto che una cultura sia chiusa o isolata. Secondo certi antropologi esisterebbero culture più olistiche di altre, nel senso che i loro elementi costitutivi sarebbero pensati, dai loro stessi componenti, in un rapporto di integrazione che è maggiore rispetto ad altre culture.

Esistono i confini di una cultura? Le culture non hanno confini netti, precisi, identificabili con sicurezza. Hanno dei nuclei forti (comportamenti, simboli, idee) che le distinguono da alcune ma che, al tempo stesso, le assimilano ad altre. Però, se ci allontaniamo da questi nuclei forti, le cose tendono sempre più a confondersi e le differenza finiscono per sbiadire o intrecciarsi.

2.3 La ricerca antropologica

Dal momento che la cultura è da intendersi in maniera olistica, cioè come correlata nelle sue parti e approssimativamente integrata a livello di pratiche e di idee, il compito degli antropologi si presenta molto arduo, a prima vista. Come si fa a studiare “tutta” una cultura? Il fatto di riconoscere il carattere olistico della cultura non coincide con l’obbligo di conoscerla nella sua totalità, ma piuttosto di studiarla adottando una prospettiva che ci predispone a stabilire collegamenti tra i vari aspetti della vita di coloro che vivono quella cultura stessa. Una ricerca antropologica non mira a cogliere le culture in una loro peraltro improbabile interezza; gli antropologi studiano di solito determinati aspetti di una cultura. Per far questo tuttavia essi non possono concentrarsi solo sull’aspetto da loro prescelto come se tutti gli altri non li interessassero. Qualunque sia l’oggetto di interesse nell’indagine antropologica, non si può fare a meno di considerare un fenomeno in relazione a tutti gli altri. Le teorie elaborate dagli antropologici trovano però un senso compiuto solo in stretto collegamento con la pratica della ricerca antropologica. La professionalità stessa degli antropologi è inscindibile dalla ricerca vera e propria, quella che va sotto il nome di “ricerca sul campo” o “etnografia”.

L’etnografia e la raccolta dei “dati”: L’etnografia costituisce un elemento chiave della ricerca antropologica. Essa segna l’incontro con realtà culturali diverse da quelle dell’antropologo, e rappresenta lo studio di tali realtà mediante l’adozione di prospettive e tecniche particolari. Sul campo l’antropologo deve “raccogliere dati” utili alla conoscenza della cultura che vuole studiare. Questo compito si traduce da una parte nella raccolta di miti, storie, aneddoti, proverbi, norme e comportamenti degli individui e dall’altra nella raccolta di informazioni precise e dettagliate su riti, matrimoni e credenze, uso delle risorse,… Vivendo poi a stretto contatto con queste persone, l’antropologo riesce a cogliere gesti, sguardi, emozioni, idee ed opinioni che altrimenti non emergerebbero. La ricerca antropologica si avvale del metodo dell’intervista, della compilazione di tabelle e questionari, della campionatura di esemplari… Ciò che è peculiare del metodo antropologico è il fatto che gli antropologi trascorrono molto tempo con le persone sulle quali compiono ricerche, e soprattutto il modo in cui essi trascorrono questo tempo. L’antropologo deve condividere il più possibile il loro stile di vita, comunicare nella loro lingua, partecipare alle attività: questa condivisione di esperienze è stato chiamato dagli antropologi “osservazione partecipante”.

L’osservazione partecipante. Vivendo per periodi di tempo relativamente lunghi a contatto con i propri ospiti, l’antropologo entra pian piano nel loro mondo: soprattutto impara a vedere il mondo dal loro punto di vista, e, cosa non da poco, comincia a capire come i suoi ospiti vedono se stessi nel proprio mondo. Ciò non significa che esso si sia trasformato in un membro di quella società; anzi, nulla gli vieta di tanto in tanto di tornare mentalmente nel proprio mondo, cosa peraltro frequentissima quando si svolgono ricerche sul campo. E’ come un andare e venire da due mondi diversi, quello che l’antropologo studia e quello a lui familiare, ed è un processo essenziale nella ricerca antropologica perché permette di considerare con distacco ciò che pian piano si impara della cultura che si sta studiando. E’ in questa prospettiva che l’espressione “osservazione partecipante” acquista un senso compiuto: essa è qualcosa che consente di considerare con un certo distacco (osservazione) l’esperienza condivisa dall’antropologo con gli appartenenti a una cultura diversa dalla sua (partecipazione).

Centralità dell’etnografia per l’antropologia. Durante il lavoro sul campo l’antropologo e le persone con le quali egli interagisce entrano in una relazione assai più complessa di quanto potrebbe far pensare un’etnografia intesa come osservazione e registrazione di dati. L’elemento partecipativo, necessario per cogliere le idee e i modelli culturali che si vogliono analizzare, comporta una condivisione di esperienze e di situazioni culturali che non possono ridurre l’etnografia ad una semplice raccolta di dati. Già la sola operazione di scegliere alcuni dati e di scartarne altri, significa che l’antropologo li ha in un certo senso interpretati in base ad un’ipotesi o teoria che ha in mente. Per lungo tempo si è pensato che l’etnografia fosse un’insieme di tecniche più o meno attendibili ed efficaci per raccogliere dati che dovevano poi essere restituiti in forma di teoria con portata esplicativa e generalizzante. Intesa invece nella maniera in cui l’abbiamo intesa qui, l’etnografia è parte costitutiva ed organica dell’antropologia: non solo perché offre alla teoria materia di riflessione, ma anche perché dà forma allo stesso stile di ragionamento dell’antropologia. Possiamo dire che l’antropologia è un sapere “di frontiera” ovvero che sta sulla linea d’incontro fra tradizioni intellettuali e modi di pensare tra culture diverse. L’antropologia deve gettare un ponte fra queste culture. La ricerca etnografica comporta una serie di problemi etici e politici non trascurabili. L’antropologo rischia ad esempio di divulgare fatti relativi alla vita privata delle persone che lo hanno accolto come un ospite e talvolta come un amico o un confidente; spesso la sua presenza suscita tensioni e malumori nelle comunità che lo accolgono. A volte è considerato una spia del governo, a volte un sobillatore politico, un agente di qualche potenza straniera, a volte semplicemente un rompiscatole. La dimensione etnografica, in ogni caso, conferisce all’antropologia un sapere basato su esperienze dirette in contesti culturali diversi dal proprio.

 3)Gli assunti fondamentali del ragionamento antropologico

 “Pensare antropologicamente” è una prerogativa di chi possiede delle competenze che solo in parte possono essere acquisite al di fuori della tradizione degli studi antropologici. Tali competenze sono radicate anzitutto nell’esperienza etnografica, nella ricerca sul campo. Altre competenze sono invece acquisite mediante lo studio, la discussione e l’applicazione di ipotesi e teorie che, per quanto in contrasto tra loro o in competizione tra loro, fanno a capo a un certo numero di assunti fondamentali. Questi assunti caratterizzano lo stile di pensiero proprio dal momento che quest’ultima li condivide con altri saperi del genere umano come la filosofia, la psicologia e la sociologia. Ma altri sono invece specificamente antropologici.

 3.1 La prospettiva olistica

Abbiamo già visto quale sia l’importanza della dimensione solistica per la concezione che si ha della cultura e, al tempo stesso, della ricerca sul campo. Infatti quando gli antropologi studiano determinati fenomeni, come il sistema delle caste in India, non potranno fare a meno di considerare questo importante aspetto. La prospettiva solistica ha avuto importanti riflessi sullo stile di ricerca adottato dagli antropologi, perché per lungo tempo li ha indotti a privilegiare lo studio di comunità di piccole dimensioni, dove l’interconnessione tra i differenti aspetti della vita sociale e culturale può essere colta meglio che altrove.

 3.2 La problematica contestuale

E’ ormai un assunto ben consolidato tra gli antropologi che i dati individuati, selezionati e raccolti nel corso delle diverse ricerche etnografiche debbano essere considerati in relazione al loro contesto di provenienza. Ma non è sempre stato così; lo stile comparativo dei primi antropologi consisteva quasi sempre nel mettere a confronto fra loro fenomeni provenienti da luoghi e popoli lontani nel tempo e nello spazio, senza che ci si chiedesse quale senso essirivestissero nel contesto di provenienza. Non ci si chiedeva cioè quali relazioni quei fenomeni avessero con altri appartenenti al medesimo ambito. Fu solo con l’affermazione esplicita della prospettiva olistica per effetto dello sviluppo dell’etnografia che divenne chiaro come fosse arbitrario decontestualizzare i fenomeni a scopo comparativo. Se si adotta una prospettiva di tipo olistico le cose cambiano: il ricercatore è infatti obbligato a considerare ogni aspetto della cultura in relazione ad altri aspetti di quest’ultima, cioè a definire il contesto in cui si colloca. La ricostruzione del contesto consente di far emergere le  varie sfaccettature e i differenti significati che un dato fenomeno può assumere se osservato da punti di vista differenti: infatti in una cultura non tutti possiedono la stessa visione delle cose. Ciò che si è detto a proposito del carattere stratificato della cultura vale anche quando si tratta di studiarla e di descriverla. Il contesto dell’analisi culturale deve essere sempre definito in relazione ai soggetti di cui si vuole esporre il punto di vista. La prospettiva contestuale consente anche di collegarsi ad altri contesti e ad altri fenomeni in una catena pressoché infinita di interconnessioni, all’interno di una sola cultura o addirittura tra culture diverse.

3.3 Lo sguardo universalista e anti-etnocentrico

Fin dalle sue origini l’antropologia si è presentata come un sapere universalista, nel senso che considera tutte le forme di produzione culturale e di vita associata come degne di attenzione e utili alla conoscenza del genere umano nel suo complesso. Questa attenzione dell’antropologia si traduce in quella che potremmo chiamare “un’impresa etnografica generalizzata”, consistente nello studio sul campo, diretto e partecipativo, delle più disparate comunità. La vocazione universalista dell’antropologia discende dalle sue origini razionaliste e ha un evidente riscontro nel concetto stesso di cultura: questo concetto, infatti, oltre a designare le specificità (culturali) di diversi gruppi umani, fa riferimento, come si è detto, alla cultura come capacità universalmente umana di “pridurre cultura”. L’universalismo antropologico si oppone alle tendenze etnocentriche che si manifestano in tutte le culture. L’etnocentrismo, cioè la tendenza istintiva e irrazionale che consiste nel ritenere i propri comportamenti e i propri valori migliori di quelli degli altri, è un dato che accomuna senza distinzione tutti i popoli della Terra. L’anti-etnocentrismo dell’antropologia, cioè il suo universalismo, è tanto più importante in quanto le origini di questa disciplina affondano, come abbiamo già detto, in un contesto storico caratterizzato dalla progressiva dominazione dell’Occidente sui popoli della Terra. L’antropologia stessa non è libera dall’etnocentrismo, nel senso che spesso anche gli antropologi interpretano la vita degli altri popoli attraverso il filtro delle proprie categorie culturali. Tuttavia l’antropologia è anche un sapere che si è applicato in maniera sistematica alla revisione delle categorie che essa stessa impiega, e si sforza di produrre modelli di analisi e di interpretazione che siano in grado di rendere conto tanto dell’unità quanto della diversità dei fenomeni che essa studia.

 3.4 Lo stile comparativo

Quanto detto si raccorda con quello che è lo stile comparativo dell’antropologia. Ai suoi esordi l’antropologia si prefiggeva di giungere alla scoperta delle leggi che segnano la trasformazione della cultura e della società, dalle forme più semplici (o primitive) fino a quelle più complesse (o evolute). A tale scopo gli antropologi adottarono in maniera sistematica un procedimento caratteristico non solo di tutte le scienze, ma anche del senso comune: confrontare fenomeni diversi per ricavare delle costanti. All’inizio il loro modo di procedere era piuttosto semplice, per non dire approssimativo: sceglievano quegli elementi che sembravano corroborare le loro ipotesi o le loro teorie aprioristiche. Più che di un metodo comparativo si trattava di un metodo illustrativo di tesi la cui validità era data per scontata già in partenza. Questo programma comparativo basato sull’accostamento di somiglianze labili e superficiali è stato progressivamente abbandonato nel corso del XX° secolo: non però il metodo della comparazione, tanto che sono emersi due principali stili comparativi. Il primo si esercita su società e culture storicamente interrelate o geograficamente vicine. Consente un maggiore controllo delle variabili considerate rispetto a quello che si avrebbe confrontando comunità distanti nel tempo e nello spazio. Il vantaggio di questo metodo è la precisione descrittiva, il suo limite il non consentire grandi generalizzazioni. Il secondo stile comparativo considera invece società prive di legami storici reciproci e cerca, tramite l’accostamento di fenomeni simili per forma e struttura, di pervenire alla elaborazione di tipologie e conclusioni più ampie di quanto non faccia il primo stile comparativo. I limiti sono la mancanza di precisione analitica e il rischio, sempre presente, di generalizzazione indebite. Il suo vantaggio consiste nel fatto di offrire ampie e sintetiche visioni dei fenomeni considerati. Di fatto oggi gli antropologi tendono a procedere a gradini, ossia allargando progressivamente il raggio delle loro comparazione.

3.5 La vocazione dialogica e l’antropologia come traduzione

L’antropologia si fonda sulla pratica etnografica. Quest’ultima, a sua volta, consiste di esperienze di incontro con umanità, storie, memorie e identità assai diverse da quelle degli antropologi. Di conseguenza questi spesso devono prestare un’attenzione particolare al modo di esprimersi di coloro che di tali comunità fanno parte. Ciò implica chel’antropologia debba praticare, oltre che teorizzare, una cultura dell’ascolto. Un atteggiamento improntato all’ascolto dà innanzitutto rilievo al fatto che anche gli altri sono produttori di significati, di valori, tutti aspetti che non sarebbe possibile cogliere se gli antropologi non prestassero orecchio alle loro parole. Dal punto di vista epistemologico il carattere dialogico dell’antropologia è importante perché consente a due universi culturali più o meno distanti tra loro di trovare uno spazio di incontro comune. La ricerca di un punto di riferimento comune non si scontra solo con il problema costituito dalle diversità linguistiche, ma anche e soprattutto con il senso che le parole rivestono all’interno di codici comunicativi diversi. Ciò equivale a riconoscere che fare antropologia significa dedicarsi, in ultima analisi, ad un lavoro di traduzione: non solo un processo di tipo linguistico ma anche e soprattutto una traduzione concettuale. Sul piano etico, infine, l’atteggiamento improntato all’ascolto è di grande rilievo in quanto molte comunità del mondo contemporaneo non hanno la possibilità di far intendere la propria voce se non attraverso alcuni individui (tra cui gli antropologi) che, soggiornando con essi per periodi abbastanza lunghi, vengono a conoscenza dei loro problemi, delle loro frustrazioni e delle loro speranze.

3.6 L’inclinazione critica e l’approccio relativista

L’antropologia è nata in un contesto storico di dominio che tuttavia ha consentito, a coloro che la praticano, di entrare in una relazione di dialogo con le popolazioni delle terre controllate dalle potenze coloniali. Opponendosi intellettualmente alla pressione esercitata su queste popolazioni dai governi coloniali prima, e da quelli post-coloniali in seguito, l’antropologia ha esercitato una potente funzione critica nei confronti di quegli atteggiamenti di sopraffazione e di sottovalutazione delle culture più deboli messe in atto dai gruppi di interesse più disparati. L’antropologia non mira a preservare le culture in una astratta autenticità. Gli antropologi sanno bene che le culture cambiano, si modificano, si adattano e a volte scompaiono… La funzione critica dell’antropologia non si esaurisce infatti nella difesa delle culture più deboli, ma consiste nell’individuare le trasformazioni delle culture in contesti storici differenti che le hanno poste in contatto con le forze del colonialismo e che oggi le espongono a quelle della globalizzazione. Tale funzione critica riguarda quindi la stessa cultura di cui l’antropologia è espressione, e della quale rimette in discussione l’atteggiamento etnocentrico. L’antropologia è un sapere critico anche verso se stesso. Non solo per il costante processo di revisione dei propri concetti, ma anche per non cadere nella tentazione di idealizzare pratiche e valori dei popoli che studia. Con l’espressione relativismo culturale si indica quell’atteggiamento che consiste nel ritenere che comportamenti e valori, per poter essere compresi, debbano essere considerati all’interno del contesto complessivo entro cui prendono vita e forma. In accordo con il suo interessamento per le culture e le società, l’antropologia è “relativista” perché ritiene che le esperienze culturali “altre” non possono venire interpretate attraverso l’applicazione scontata e ingenua delle categorie della cultura dell’osservatore. Al contrario, per poter essere compresi, i comportamenti e i valori devono essere letti in una prospettiva olistica, cioè in connessione con tutti gli altri comportamenti e valori che tendono a conferire ad essi un senso. Gli antropologi sanno che l’analisi culturale deve cercare, nel contesto in cui si manifestano i fenomeni (azioni, pensieri, valori,…) il senso del loro esistere. Questo atteggiamento culturale si è spesso coniugato con la volontà di mostrare come possano esistere forme di vita culturale che, pur diverse da quelle occidentali, sono nondimeno dotate di senso. Ciò ha spinto molti antropologi a spiegare in maniera scientifica pratiche e idee che noi consideriamo condannabili: infanticidio, mutilazioni corporali, incesto rituale,… Questo atteggiamento ha indotto alcuni a credere che gli antropologi siano persone disposte a giustificare qualsiasi cosa accada nelle culture diverse dalla propria, al punto che all’interno della stessa antropologia si sono levate aspre critiche all’atteggiamento relativista. Il relativismo culturale non deve essere inteso come mezzo di giustificazione di qualsiasi comportamento; esso, se correttamente inteso, è un atteggiamento intellettuale che mira a comprendere (non giustificare), a collocare il senso delle cose al posto giusto, nel loro contesto.

 3.7 L’impianto pluriparadigmatico

Le scienze funzionano per paradigmi. Paradigma significa “idea”, “modello”, il quale ci serve per effettuare confronti e per poter ragionare e agire secondo procedure stabilite dal paradigma medesimo. Gli stessi modelli culturali potrebbero essere considerati dei paradigmi. I paradigmi scientifici sono gli assunti di riferimento in base ai quali gli scienziati fanno ricerca: quanfo un paradigma non spiega più i dati che emergono dalla ricerca, viene sostituito da un altro che è in grado di far procedere la scienza. Anche le scienze umane hanno i loro paradigmi ma i rapporti tra un paradigma e l’altro sono di tipo un po’ diverso rispetto a quelli delle “scienze dure”. In antropologia vari paradigmi si sono succeduti nel corso degli ultimi 150 anni: evoluzionismo, storicismo, funzionalismo… In antropologia però più paradigmi possono costituire contemporaneamente i punti di riferimento per gli studiosi di questa disciplina. Talvolta paradigmi precedentemente abbandonati riaffiorano a distanza di un po’ di tempo. La situazione pluriparadigmatica dell’antropologia è una conseguenza del fatto che si tratta di un sapere radicato nell’esperienza etnografica.

3.8 Il risvolto applicativo

Sin dagli inizi l’antropologia si presentò come un sapere con risvolti applicativi. Alla fine del ‘700 si riteneva che avrebbe potuto contribuire ad una società migliore. Nella seconda metà dell’800 fu vista come uno strumento per “riformare” la società, eliminando pregiudizio, superstizione e ignoranza. Allo stesso tempo i governi europei vi videro uno strumento per conoscere meglio i popoli delle colonie (e quindi controllarli). Gran Bretagna e Francia furono maestre in questo, mentre negli Usa gli studi si concentrarono per lo più sugli Indiani delle riserve. Tra fine ‘800 e primi del ‘900 furono finanziate dalle amministrazioni coloniali e dai governi molte importanti ricerche sui popoli dell’Africa, dell’Asia, dell’America Meridionale e dell’Oceania. Gli antropologi collaborarono con le amministrazioni coloniali non tanto appoggiandole direttamente, quanto piuttosto traendo vantaggio dalle occasioni di ricerca che queste offrivano loro. Verso la metà del ‘900 l’antropologia ha vissuto poi una lunga stagione di dibattiti interni, tesi a stabilire quanta parte avesse avuto nell’impresa coloniale. Dalla seconda metà del ‘900 in poi gli antropologi sono stati spesso impegnati in progetti si sviluppo di varia natura: economici, educativi, sanitari. In alcuni paesi, come Usa, Francia e Gran Bretagna, gli antropologi lavorano ormai da tempo in strutture e servizi, prestando la loro opera di consulenza tra gli immigrati in materia sanitaria e giuridica. Nonostante questi apporti pratici e applicativi, l’antropologia culturale resta un sapere accademico-scientifico, non una tecnica o una scienza le cui scoperte possano essere immediatamente tradotte in azione. L’antropologia, in quanto studio del genere umano, non pretende di insegnare come comportarsi. Un dovere degli antropologi è quello di far sì che le conoscenze da loro stessi elavorate non vengano usate per dominare, opprimere, discriminare.

 3.9 La condizione riflessiva e il decentramento dello sguardo

Negli ultimi anni è venuta diffondendosi tra gli antropologi l’idea che la loro disciplina sia di natura riflessiva. Ciò significa che l’incontro con soggetti appartenenti a culture diverse dalla propria consente agli antropologi di esplorare la propria soggettività e la propria cultura. Le esperienze “altre” si riflettono sull’esperienza dell’antropologo che può, in questo modo, cogliere meglio il senso delle vite altrui. L’antropologia applica metodicamente la dimensione riflessiva ma non per fare dell’incontro con le altre culture un’esperienza soggettiva, bensì produttiva sul piano della conoscenza e che sia messa a disposizione di un vasto pubblico. La dimensione riflessiva è infatti centrale per l’antropologia non solo in quanto consente di cogliere meglio il punto di vista degli altri. Inoltre solo così possiamo capire meglio noi stessi. E’ osservando le caratteristichepositive delle altre culture che noi possiamo apprezzare le caratteristiche positive delle altre culture che noi possiamo apprezzare le caratteristiche positive della nostra, così come è attraverso la conoscenza dei limiti delle altre culture che possiamo meglio abituarci a prendere coscienza dei limiti della nostra. Per ottenere questo risultato dobbiamo insomma “decentrare” il nostro sguardo, cercare di osservare noi stessi attraverso lo sguardo degli altri. Vedere se stessi attraverso gli altri è un insegnamento basilare dell’antropologia.

 

CAPITOLO 2: UNITA’ E DIVERSITA’ NEL GENERE UMANO

 

 

1)      “Razze”, geni, lingue e culture

 

1.1  Apparentemente diverso ma del tutto simili

 

Nonostante l’intensità crescente dei contatti e degli scambi tra le popolazioni del pianeta, e nonostante le migrazioni e le mescolanze tra individui, non può non colpire la grande varietà che caratterizza l’umanità attuale. Tale varietà si manifesta a più livelli. Da un punto di vista fisico gli esseri umanisi differenziano per la statura, il colore della pelle e degli occhi…  A livello linguistico la varietà si esprime in almeno 5000 lingue oggi parlate nel mondo e in un numero infinitamente superiore di idiomi locali conosciuti come “dialetti”. Sul piano culturale infine, esiste grande varietà di comportamenti e idee. A fronte di questa grande varietà nel genere umano possiamo constatare però elementi di forte unità. Nella seconda metà dell’800 gli antropologi dimostrarono che gli esseri umani sono tali proprio perché sono tutti produttori di cultura. Per lungo tempo l’aspetto degli esseri umani ha costituito il principale fattore di riconoscimento della differenza. In effetti l’aspetto fisico è ciò che colpisce più d’ogni altra cosa, assieme ai suoni di una lingua sconosciuta. In varie epoche storiche le differenze fisiche sono state di supporto a ideologie e pratiche di discriminazione. Il colore della pelle ha costituito un marcatore di diversità da cui vengono fatte talvolta dipendere erroneamente le differenze culturali. Il razzismo ha infatti preteso di stabilire un nesso causale tra aspetto fisico e cultura, e di giustificare, sulla base delle differenze somatiche, la dominazione di alcuni gruppi su altri: ad una supposta superiorità sul piano fisico doveva necessariamente seguire una superiorità sul piano culturale. Questo ed altri ragionamenti analoghi presero particolarmente piede nell’Europa dell’800, un’epoca in cui molti paesi si lanciarono nell’impresa coloniale e nella quale le frange nazionaliste più aggressive sostenevano anche l’esistenza di una gerarchia di “purezza” tra le stesse popolazioni europee. Le ideologie della superiorità (bianchi su neri, europei su africani ed asiatici,…) posero le basi concettuali, ideologiche e giustificative di tutti i massacri e di tutte le persecuzioni razziali che insanguinarono il nostro continente nel primo ‘900. Il razzismo ruota intorno alla nozione di “razza”. Gli studiosi tuttavia hanno dimostrato che non si può parlare di razze umane perché non esiste alcun criterio per individuarle che possa ritenersi scientificamente fondato. Ciò dipende dal fatto che i criteri utilizzati sono estremamente soggettivi. La “razza” è infatti innanzitutto una costruzione culturale. Ciò è evidente ad esempio negli Usa, dove i gruppi razziali sono ufficialmente riconosciuti: bianchi, neri, indiani,… In questo paese un individuo non è “classificato” sulla base del suo aspetto, ma in relazione ai suoi ascendenti. In Brasile vale il contrario: un individuo appartiene ad un “tipo” sulla base del suo aspetto. Non è possibile tracciare distinzioni nette tra gruppi umani basandosi sulle caratteristiche somatiche degli individui. Se infatti potessimo osservare in un sol colpo tutti i tipi umani presenti sul globo, ci accorgeremmo che da nord a sud e da est a ovest tali caratteristiche cambiano gradualmente sfumando le une nelle altre. La cosa più corretta che si possa dire a proposito della nozione di “razza” è che tale nozione, oltre a costituire un prodotto nel senso comune, rappresenta un veicolo di stereotipi diffusi e persistenti in base ai quali lo stesso senso comune opera distinzioni che sono quasi sempre connesse a pregiudizi, xenofobia,… In realtà quelle che sembrano essere le differenze più appariscenti tra i diversi soggetti umani sono, paradossalmente, proprio quelle più superficiali. Le ricerche scientifiche confermano infatti che le differenze somatiche tra gli esseri umani, anche quelle più evidenti, sono differenze superficiali e relativamente recenti nella storia della nostra specie. E’ intorno ai 50.000 anni fa che gli esseri umani “moderni” cominciarono a differenziarsi somaticamente, in seguito al processo migratorio e di dispersione della specie. La seconda conferma che emerge dalle ricerche dei genetisti è che gli esseri umani possiedono un corredo genetico (DNA) del tutto simile. A tal proposito sembra che quanto più tempo è trascorso dalla separazione di due popolazioni, tanto più grande è la distanza genetica tra di esse. La distanza genetica tra due popolazioni potrebbe diventare così una specie di strumento con cui ricostruire il processo e i tempi di allontanamento dei gruppi umani nel corso della colonizzazione del pianeta. E’ però importante osservare a tale riguardo che se la distanza genetica tra le popolazioni è frutto di migrazioni, queste traggono a loro volte origine da fattori ambientali e/o culturali. Se le migrazioni portarono all’allontanamento e quindi all’isolamento parziale dei gruppi umani, con la loro conseguente distanziazione sul piano genetico, si deve riconoscere che quest’ultima deve essere considerata come l’effetto di spinte culturali più che biologiche.

 

1.2  Popolazioni genetiche e famiglie linguistiche

 

Come spesso accade nel campo della ricerca scientifica, vi sono teorie che sembrano trovare conferma nelle scoperte di un’altra. Questo è il caso delle teorie dei genetisti sulla distribuzione dei geni umani, le quali sembrano ricevere una conferma dagli studi sulla classificazione delle “famiglie linguistiche”. L’idea di famiglia linguistica risale alla seconda metà del XVIII° secolo quando W.Jones notò notevoli somiglianze tra il sanscrito, il latino, il greco, il celtico e il gotico. Questo gruppo di lingue non più parlate ma ricostruibili a partire da testi scritti o da frammenti, divenne nota come la famiglia indoeuropea. Per molto tempo si ritenne che questa “familiarità” fosse esclusiva delle lingue studiate da Jones e di quelle da esse derivate. Con il progredire degli studi, invece, alcuni linguisti e e glottologi cominciarono a intravedere somiglianze ed affinità tra altri gruppi di lingue, come quelle semito-camitiche e quelle uraliche. Alcuni studiosi arrivarono addirittura ad ipotizzare, sulla base di alcune ricorrenze fonetiche e morfologiche, che tutte le lingue estinte e parlate fossero riconducibili a più grandi “superfamiglie”, le quali sarebbero derivate da una comune origine. Tra i primi ad avanzare questa ipotesi vi fu il glottologo bolognese A.Trombetti, il quale riteneva che il genere umano fosse una specie comparsa in un determinato punto della Terra. Le sue teorie non ricevettero al tempo molta attenzione tuttavia di recente sono state riprese con vigore da un gruppo di studiosi, i quali sono stati in grado di elaborare una visione del “mosaico linguistico” planetario come riconducibile a famiglie e superfamiglie a loro volta derivate da un ipotetico ceppo comune. Queste posizioni sono state definite “unitariste”. Coloro che le condividono ritengono di aver individuato famiglie e superfamiglie di lingue africane, asiatiche, maleo-polinesiane e amerindiane, a loro volta distinguibili in sotto-famiglie. Il punto notevole della questione è che le ricostruzioni operate dai ricercatori unitaristi sulla distanza e sul processo di differenziazione delle lingue sembra corrispondere largamente a quello di distanziazione delle popolazioni genetiche a cui appartengono i soggetti che parlano quegli idiomi. Non tutti i linguisti sono però oggi d’accordo con questa visione unitarista, ed esprimono seri dubbi che si possano determinare l’esistenza di una proto-lingua da cui esse sarebbero derivate. La presenza di una lingua può infatti essere il frutto di almeno quattro processi:

  • L’occupazione iniziale di una regione disabitata (colonizzazione Polinesia da parte di popolazione del Sud-Est Asiatico)
  • La divergenza (conseguenza di diversi fattori come migrazioni, conflitti, deriva linguistica)
  • La convergenza (prestito linguistico o idiomi che sorgono dopo un rapido ed intenso contatto culturale)
  • La sostituzione di una lingua che, per una qualche ragione, è rimpiazzata in tempi più o meni brevi da una lingua proveniente dall’esterno (imposizione di una lingua da parte di un’èlite politico-militare, a cui ci si conforma per praticità e convenienza)

 

1.3  Geni, lingue e culture

 

Abbiamo precedentemente osservato che le migrazioni devono essere considerate in molti casi come l’effetto di spinte culturali; sono queste ultime le vere responsabili della distanziazione genetica. In verità il corredo genetico degli individui varia anche in conseguenza di altri fattori, casuali (deriva genica) e adattativi (selezione naturale), i quali agiscono su periodi temporali molto più lunghi. Un’efficace illustrazione di come fattori culturali, migrazioni e costituzione di popolazioni geneticamente individuabili possano essere tra loro interconnessi è quella derivante dalla diffusione dell’agricoltura in diverse parti del pianeta a partire dalla rivoluzione agricola dell’VIII° millennio a.C. Secondo gli studiosi la diffusione di alcune famiglie linguistiche particolarmente numerose, tra cui quella indo-europea, fu una conseguenza della diffusione dell’agricoltura ad opera di alcuni gruppi. L’adozione dell’agricoltura in diverse aree del pianeta e in tempi differenti si tradusse in un incremento della popolazione. A tale incremento demografico seguì da un lato un’espansione territoriale che portò in aree sempre più vaste alla sostituzione della caccia-raccolta con l’agricoltura; dall’altro la lingua degli agricoltori andò diversificandosi in seguito all’incontro con gli idiomi delle popolazioni preesistenti. Tutte queste lingue verrebbero a formare quella che viene chiamata una famiglia linguistica. Contemporaneamente a tutto ciò, alcune caratteristiche genetiche dei popoli agricoltori in espansione demografica sarebbero diventate maggioritarie rispetto a quelle delle popolazioni locali, per cui in molti casi sembra possibile avere la sovrapposizione di tre processi: diffusione dell’agricoltura, formazione di famiglie linguistiche, presenza di popolazioni geneticamente omogenee. La distanza genetica tra le popolazioni, e la sua larga corrispondenza con la distanza tra famiglie linguistiche, non trova però alcun corrispettivo nelle differenze culturali che le popolazioni presentano. Alla distanza genetica (e linguistica) non corrisponde cioè una distanza culturale commensurabile. Questo perché i tratti culturali non linguistici non sono stabili, isolati e databili come quelli genetici, fonetici e grammaticali. Un buon esempio di ciò può essere quello offertoci dai Baschi: sembra siano i discendenti di popolazioni pre-indoeuropee. Geneticamente i Baschi mostrano una certa somiglianza genetica con i Sardi ma soprattutto con alcune popolazione dell’area del Caucaso. La lingua parlata dai Baschi, pur non rientrando in alcuna famiglia linguistica, mostra qualche affinità con alcune lingue dell’area del Caucaso. Nonostante queste affinità genetiche e linguistiche tra Baschi e Caucasici, non esiste un qualche elemento culturale comune a entrambe le popolazioni che sia individuabile con altrettanta sicurezza dei dati genetici e linguistici da esse condivisi. Infatti non pare non esistere alcun elemento o modello culturale comune a entrambe che possa essere fatto risalire alla stessa epoca in cui presumibilmente le due popolazioni si staccarono geneticamente e linguisticamente dal resto delle popolazioni dell’Europa. Geni e lingue cambiano anch’essi, ma ad una velocità infinitamente minore rispetto a quella con cui mutano comportamenti, usanze e modelli culturali.

 

1.4  Le aree culturali

 

Il grande sviluppo delle ricerche etnografiche nel corso del ‘900 ha indotto gli antropologi a sistematizzare le conoscenze acquisite secondo il criterio delle aree culturali. Un’area culturale è una regione geografica al cui interno sembra plausibile comprendere una serie di elementi sociali, culturali, linguistici, relativamente simili. La suddivisione del mondo per aree culturali deve essere considerata come puramente indicativa delle maggiori differenze socio-culturali riscontrate dall’antropologia nel periodo aureo dell’etnografia. Tale suddivisione risale infatti all’epoca delle scoperte etnografiche, quando i ricercatori erano davvero in grado di segnalare popoli, culture, società, lingue, istituzioni, riti e credenze, precedentemente poco conosciute o del tutto ignote in Occidente. Tuttavia, qualunque pretesa di considerare le aree culturali come nettamente definite e comprensive di elementi del tutto omogenei rischia di essere fortemente penalizzante dal punto di vista metodologico. Il rischio di prendere troppo sul serio la ripartizione del mondo in aree culturali è quello di “essenzializzare” tali aree e le società che ne fanno parte. Molto spesso infatti le aree culturali vengono caratterizzate per gli elementi particolarmente rilevanti di alcune società e culture studiate in maniera approfondita dagli antropologi, elementi che vengono poi considerati tipici dell’intera area. La scelta du uno o più elementi socio-culturali come rappresentativi delle società comprese in determinate aree, ha finito quasi sempre con il creare una distinzione tra società e culture più rappresentative e meno rappresentative delle aree in questione. Si corre il rischio di presentare le società più rappresentative di una certa area culturale come se si trattasse di società statiche, al di fuori della storia e sottratte a qualunque processo di trasformazione. Il fatto di privilegiare certi elementi culturali e certe società comporta la messa in ombra di tanti altri elementi e di tante altre realtà sociali.

 

2)      Forme storiche di adattamento – Le società “acquisitive”

 

2.1 Homo sapiens sapiens, il colonizzatore

 

Nel corso degli ultimi 50.000 anni l’uomo “anatomicamente moderno” (Homo sapiens sapiens) è andato diversificandosi non solo sul piano somatico, linguistico e culturale, ma anche dal punto di vista delle forme di adattamento all’ambiente. Durante la colonizzazione del pianeta l’umanità ha infatti occupato aree diversissime come le fasce temperate dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa; quelle fredde dell’area circumpolare (Siberia, Alaska e Groenlandia); la regione calda e umida delle zone tropicali Africane, asiatiche e centro-sudamericane; e ancora le praterie nordamericane, foreste come l’Amazzonia, i deserti mediorientali ed australiani, le isole vulcaniche del Pacifico… Durante questi 50 mila anni la specie umana ha dovuto pertanto elaborare strategie di adattamento altamente diversificate. Ogni gruppo umano ha dovuto adattarsi ad un ambiente particolare, costruire utensili per sfruttare il diverso ambiente circostante, inventare metodi diversi per ripararsi dal caldo o dal freddo. Queste forme di adattamento, così come le possiamo osservare oggi, sono il risultato di un processo lungo quanto la storia dell’uomo anatomicamente moderno, che ha al suo centro il lavoro umano. Per circa 4/5 di questa sua lunga storia, l’Homo sapiens sapiens ha fondato il proprio adattamento su un’unica opzione: la caccia-raccolta e la pesca con strumenti tecnologicamente semplici. Le società di questo periodo (e dei precedenti) sono state definite “acquisitive”. E’ un’espressione con la quale si è voluto tradurre il termine inglese “forager” intraducibile in italiano, ma che comunque rimanda all’idea di “ricerca de cibo”. E’ infatti solo nell’ultima parte della storia umana che il genere umano ha compiuto “la rivoluzione agricola”: essa risale a 10 mila anni fa ed ha portato con sé altre e altrettanto importanti modificazioni nella vita del genere umano: la comparsa delle società stratificate, la formazione delle città, la nascita delle religioni statuali nonché di elaborate forme di divisione del lavoro, la centralizzazione politica e la scrittura. Si è imposta nel giro di pochi millenni in quasi tutto il pianeta e fu accompagnata da uno straordinario incremento demografico e da una diversa forma di adattamento all’ambiente con la quale sarebberimasta in simbiosi per lungo tempo: la pastorizia nomade. Con la rivoluzione industriale prodottasi in Europa alla fine del XVIII° secolo l’umanità ha conosciuto un’accelerazione precedentemente impensabile nel campo della produzione e dell’innovazione tecnologica. Fino a quella data, infatti, l’umanità rimase per millenni legata a modelli di esistenza sociale basati sulle forme storiche di adattamento sviluppate nei 40 mila anni precedenti: la caccia-raccolta, l’agricoltura e la pastorizia nomade.

 

2.2 I cacciatori-raccoglitori: passato e presente

 

Parlare oggi di popoli cacciatori-raccoglitori significa per la maggioranza di noi evocare scenari primordiali, fome elementari di vita sociale e modi assai semplici di sfruttamento delle risorse elementari. Ed in effetti parlare di questi popoli significa rinviare alle nostre idee di origine sociale e produrre una rappresentazione del nostro remoto passato. Attualmente rappresentano lo 0.0004% dei circa 6 miliardi e mezzo di abitanti sulla Terra, numericamente si parla di 40 mila unità: ma alle soglie della rivoluzione agricola essi costituivano la totalità della popolazione mondiale. Alla vigilia della scoperta dell’America, su 350 milioni di abitanti sulla Terra essi erano già intorno all’1%. Nel 1970, su 3 miliardi rappresentavano lo 0,001%. E’ evidente pertanto che la caccia-raccolta ha conosciuto una progressiva e radicale ritrazione di fronte all’incontenibile avanzata di altre forme storiche di adattamento, in primo luogo l’agricoltura. Quella dei popoli cacciatori-raccoglitori è una categoria estremamente ampia. Al suo interno vengono fatti rientrare tanto i cacciatori-raccoglitori dell’Europa preistorica, quanto gli attuali pigmei BaTwa e BaMbuti della foresta equatoriale camerunese e congolese, i boscimani !Kung San della Namibia o gli Hadza della Tanzania. Lo stesso vale per gli Aborigeni australiani, popoli dell’area circumpolare, del Sud-Est Asiatico e dell’India. Nonostante vengano classificati all’interno di una stessa categoria, questi popoli mostrano spesso differenze notevoli. Molti di questi popoli ad esempio cacciavano grandi prede, come gli abitanti dell’Europa preistorica. La caccia forniva a queste popolazioni la maggior parte del cibo, e dagli animali traevano gran parte del materiale per la fabbricazione di vesti, utensili, armi, ripari e suppellettili varie. I cacciatori-raccoglitori attuali invece catturano per lo più piccole prede che non offrono loro un supporto alimentare paragonabile a quello degli animali cacciati nella preistoria, e nemmeno prodotti derivati. I popoli cacciatori-raccoglitori attuali ricavano oltre il 70% dei prodotti alimentari dalla raccolta di frutti selvatici, tuberi, radici, miele, pesci… Molte differenze vi sono anche dal punto di vista dell’organizzazione sociale. A differenza dei cacciatori-raccoglitori attuali, i popoli della preistoria erano piuttosto stanziali e formavano gruppi di varie centinaia di individui. I cacciatori-raccoglitori attuali sono invece assai mobili e vivono in gruppi di 20-30 individui al massimo. Altri gruppi, di cui abbiamo testimonianze, addirittura vivevano in villaggi permanenti ed avevano un’organizzazione sociale molto differenziata

 

2.3 Caratteristiche delle società acquisitive

 

La caccia-raccolta si basa su tecniche di sfruttamento delle risorse naturali finalizzate all’acquisizione di risorse spontanee, di natura animale e vegetale. Caratteristica di questa forma storica di adattamento è che essa non implica alcuna forma di intervento sulla natura che possa determinare un cambiamento della stessa natura. Gli esseri umani prendono ciò che la natura offre. Nelle società acquisitive il lavoro umano si presenta come un’attività a rendimento immediato. Per molti antropologi il carattere “spontaneo” delle risorse su cui si basano le società acquisitive avrebbe ripercussioni importanti sull’organizzazione sociale di queste popolazioni. I sostenitori di questa tesi hanno usato come esempio alcune società di caccia-raccolta attuali, di piccolissime dimensioni, altamente mobili, e fortemente ugualitarie, cercando di dimostrare come tutte queste caratteristiche siano connesse con la natura stessa di questo sfruttamento delle risorse naturali. Questi antropologi concordano innanzitutto nel ritenere che la dispersione delle risorse che si registra nei territori di questi gruppi imponga un’alta mobilità degli esseri umani: la natura non avrebbe il tempo di riprodurre le proprie risorse tanto velocemente da sostenere una popolazione stanziale e numerosa. La mobilità favorirebbe la formazione di gruppi numericamente ridotti, denominati “bande”. La mobilità si risolverebbe soprattutto nell’impossibilità, per i membri di queste bande, di accumulare risorse utilizzabili in altri momenti. La mancanza di “riserve” obbligherebbe quindi i cacciatori-raccoglitori ad una continua ricerca di cibo e sarebbe soprattutto all’origine dell’impossibilità, di qualunque persona, di appropriarsene a scapito di altri. Ciò spiegherebbe il fondamentale egualitarismo delle società acquisitive, la cui sopravvivenza è resa soprattutto possibile da un forte sentimento di cooperazione tra i loro membri. Anche i rapporti tra i sessi sono assai più paritari qui che presso altri popoli. La divisione del lavoro pressoché non esiste e le donne, nomadi come gli uomini, non vengono confinate alla sfera domestica. Ciò non vuol dire che le società di caccia-raccolta, e quelle acquisitive in generale, siano prive di differenze interne. Anche in esse infatti esistono individui più autorevoli di altri per avvedutezza e visione dei problemi o più abili di altri; o maggiormente ispirati e capaci di entrare in contatto congli “spiriti” della natura. Le condizioni generali di vita di questi gruppi fanno sì che le differenze tra gli individui nell’abilità del cacciare, nel valutare i problemi, nel comunicare con gli spiriti, non siano stabili né trasmissibili da una generazione all’altra. Non si ha cioè la formazione di gruppi socialmente differenziati. Infatti le bande studiate dagli antropologi presentano una notevole discontinuità nella composizione. Gli individui cambiano spesso gruppo, mentre le coppie si trasferiscono con la loro prole presso bande diverse da quelle d’origine. In antropologia viene chiamato “flusso” questo complesso di movimenti che rende difficile concepire la banda come un’unità stabile dal punto di vista territoriale e sociale. Ci sono casi però in cui differenziazione sociale e stanzialità possono di fatto esistere anche presso i cacciatori-raccoglitori, per cui diventa problematico stabilire delle relazioni dirette tra forma di adattamento e organizzazione sociale. Quanto ai cacciatori-raccoglitori della preistoria europea, sembra vivessero, almeno in un certo periodo, in aree talmente ricche di selvaggina da rendere superflui gli spostamenti. Anche loro avevano insediamenti fortemente stanziali e forme si stratificazione della società.

 

2.4 Le società “acquisitive” oggi: residui del passato o casi di marginalità moderna?

 

Le differenze inerenti alle società “acquisitive” rendono assai problematico il tentativo di legere nelle società acquisitive contemporanee le eredi di quelle preistoriche. Non c’è dubbio che alcuni aspetti di queste società possano illuminarci sullo stile di vita dei nostri antenati, ma sarebbe fuorviante ritenere che i cacciatori-raccoglitori di oggi siano dei semplici “relitti del passato”. Le ragioni di questa impossibile omologazione dei cacciatori-raccoglitori odierni a quelli della preistoria riguardano soprattutto il fatto che, a differenza di questi ultimi, i primi mantengono rapporti di vario genere con le società agricole, pastorali e soprattutto con le amministrazioni degli stati centralizzati. Ritenere che i cacciatori-raccoglitori vivano nell’isolamento rispetto ad altre forme di organizzazione sociale, politica ed economica sarebbe un errore, soprattutto oggi che la pervasività delle amministrazioni statali e dei mercati si fa sempre più massiccia. Dal momento in cui comparvero le prime società agricole e i primi stati in Medio-Oriente, Asia, Europa, Africa ed Americhe, i popoli cacciatori-raccoglitori cominciarono ad instaurare con l’esterno relazioni spesso significative. Alcuni autori ritengono che i cacciatori-raccoglitori di oggi non potrebbero sopravvivere senza interagire con società fondate su altre forma di adattamento. L’economia “multipolare” tipica di tutte le società acquisitive attuali rende ovviamente problematico dire chi siano i veri cacciatori-raccoglitori.

 

3)      Forme storiche di adattamento – Coltivatori e pastori

 

3.1 Orticoltori e contadini

 

Le società acquisitive hanno dunque costituito la forma di adattamento dominante per gran parte della storia umana. Che esse abbiano dovuto cedere il passo ad altre forme di adattamento dipende dal fatto che il domesticamento delle piante e degli animali aprì scenari alimentari, demografici e politici dirompenti per quel tipo di società. Proprio con il domesticamento di piante e animali gli esseri umani operarono le prime vere modifiche sui processi di crescita e riproduzione degli organismi naturali. Selezionando specie vegetali e animali con caratteristiche particolarmente vantaggiose sul piano alimentare, il genere umano modificò il quadro generale delle condizioni di vita, ma ciò non sarebbe stato possibile senza un’attenta valutazione delle piante e degli animali, nonché dei propri cicli riproduttivi. Per molti millenni, fino in pratica al 1950, oltre i 2/3 della popolazione mondiale era costituita da orticoltori ed agricoltori. Benché essi rappresentino un “salto” nel processo di adattamento umano, riguardano sia le modalità produttive sia le forme di organizzazione del lavoro sociale a cui rispettivamente orticoltura ed agricoltura danno vita. Queste pratiche si fondano sullo sfruttamento di piante addomesticate e implicano centrambe un investimento lavorativo nel processo di produzione. Diversamente dalle forme di adattamento messe in atto dalle società acquisitive, che si fondano sullo sfruttamento di risorse naturali spontanee per cui il lavoro umano è un’attività a rendimento “immediato”, nelle società di coltivatori e in quelle pastorali, il lavoro costituisce un’attività a rendimento “differito”. In quanto forme di adattamento, orticoltura e agricoltura devono essero però distinte per la diversa complessità delle operazioni finalizzate alla produzione. Popoli che fondano la propria sussistenza sull’orticoltura sono distribuiti un po’ ovunque nella fascia tropicale, specialmente nell’Africa subsahariana e nell’America meridionale. Se l’orticoltura implica solo l’impianto nel terreno di talee provenienti da alberi adulti le quali danno vita ad altri alberi produttori di frutti senza altro intervento che la preparazione del terreno adatto allo scopo mediante disboscamento o incendio, l’agricoltura invece implica operazioni e una strumentazione maggiormente complesse, perché si fonda soprattutto sulla coltivazione di legumi, cereali, alberi da frutto, i quali necessitano di un terreno preparato adeguatamente (aratura, semina), di cure continue (irrigazione), e poi, stagionalmente, raccolta, battitura, spelatura, spremitura,… Trattandosi di piante con tempi abbastanza lunghi di crescita e di fruttificazione, gli agricoltori devono accumulare risorse per i periodi in cui le colture sono improduttive e per poter poi ricominciare il ciclo produttivo. Secondo alcuni antropologi le società che fondano la propria sussistenza sull’agricoltura contengono in sé le premesse per la comparsa dell’autorità politica e della stratificazione sociale. Il ciclo agricolo implicherebbe infatti forme di gestione delle risorse accumulate in vista dei periodi improduttivi e del nuovo ciclo agricolo, un fenomeno che nelle società di caccia-raccolta normalmente non si verifica. Le società che praticano l’orticoltura come principale forma di produzione del cibo avrebbero invece forme di organizzazione sociale più ugualitarie. Le società fondate sull’agricoltura sono talvolta conosciute come “società contadine”. Di solito si preferisce definire “contadine” quelle comunità di agricoltori che fanno parte di società più ampie, comprendenti insediamenti urbani e politicamente centralizzate, da cui si distinguono per il fatto di risiedere nelle campagne, ossia nel contado. La rivoluzione urbana e la nascita degli Stati non avrebbero potuto verificarsi senza l’esistenza di queste comunità. Spesso esse sono diventate il principale oggetto di sfruttamento politico dell’elite installate nei centri urbani. Il rapporto tra mondo contadino, fonte di produzione, e quello urbano, sede del potere politico, amministrativo e militare, è stato storicamente complesso, problematico e talvolta conflittuale. A partire dall’800 il mondo contadino europeo ha costantemente rifornito la società urbana di forza-lavoro da impiegare nell’industria. Oggi l’agricoltura, grazie all’introduzione di nuove tecniche, viene detta “agricoltura industriale”, con molta tecnologia e pochi lavoranti. Ma purtroppo ciò è relativo solo ad Europa e Nord-America; nei restanti 4/5 del mondo, l’agricoltura è sempre basata su tecniche tradizionali, sempre meno capaci di sostenere il costante incremento demografico (Asia, Africa e CentroSud-America). Questo deficit produttivo porta come primo effetto un inurbamento della popolazione, che però non è funzionale allo sviluppo industriale. Ciò ha creato in molti paesi di Asia, Africa e Centro Sud-America, enormi masse prive di lavoro, che vivono al di sotto della soglia di povertà, senza istruzione e assistenza sanitaria, con una bassa aspettativa di vita.

 

3.2 Popoli pastori e comunità “peripatetiche”

 

La pastorizia è una forma di adattamento che, come l’agricoltura, segna il passaggio da un’economia di caccia-raccolta a un’economia di produzione vera e propria. Infatti, anche in questo caso, le risorse utili all’uomo hanno bisogno, per potersi riprodurre, del lavoro umano. Considerate dai primi teorici dell’evoluzione sociale come uno “stadio” dell’evoluzione economica posteriore alla caccia ma anteriore all’agricoltura, la pastorizia e la coltivazione sembrano piuttosto essersi sviluppate contemporaneamente. Pare che il domesticamento delle piante sia andato di pari passo con quello di certi animali. In alcuni casi la pastorizia risulta essere addirittura posteriore all’agricoltura. La pastorizia si distingue dall’allevamento in senso stretto. Quest’ultimo può riguardare animali di vario tipo, ma stanziali (suini, volatili, ovini, bovini) e allevati con foraggi provenienti dalle coltivazioni, e pertanto presenti nell’economia delle comunità contadine. La pastorizia in senso stretto implica invece che gli animali vengano nutriti con il pascolo naturale, senza che gli uomini li riforniscano di biade e foraggi; si riferisce dunque a dromedari, cammelli, pecore, capre, cavalli ma anche bovini. La pastorizia nacque in Medio Oriente all’epoca della rivoluzione agricola. Popoli pastori sono presenti in quasi tutta l’Asia e in Africa e, in passato, in Europa. Scarse sono le tracce della pastorizia nelle Americhe. La pastorizia riveste molte forme. In Africa centro-orientale vi sono popolazioni che associano l’allevamento di dromedari e di bovini alla coltivazione di cereali, come il miglio e il sorgo anche se la pastorizia di questi animali riveste un’importanza economica e sociale di gran lunga superiore all’agricoltura. Anche in Medio Oriente la pastorizia ha assunto un carattere nomade, sebbene gli animali allevati siano qui dromedari, pecore e capre. In Medio Oriente, e nella Pen.Arabica in particolare, i beduini sono assurti a modello del pastore nomade per eccellenza. Nella Pen.Arabica e nel mondo iranico la pastorizia si presenta sotto forma di spostamenti regolari di uomini e animali all’interno di determinati territori, secondo schemi fissi, un anno dopo l’altro. I pastori nomadi sono sempre stati in relazioni simbiotiche con il mondo agricolo ed urbano: fornendo mezzi di trasporto, guide, animali e prodotti derivati, i nomadi ricevevano ciò che la loro economia non era in grado di produrre. La pastorizia nomade è infatti una forma di adattamento iperspecializzata, che non può combinare efficacemente l’allevamento degli animali migratori (dromedario e cammello) con forme di produzione come l’agricoltura e l’artigianato che richiedono una vita stanziale. Questa dipendenza si è fatta ancora più stretta con lo sviluppo degli stati nazionali: creazione di confini, sistema fiscale, controllo politico, monetarizzazione dell’economia, conflitti, sono tutti elementi che hanno portato al restringimento delle libertà di movimento e d’azione da parte dei nomadi, e accentuato la loro dipendenza dagli stati centralizzati. Molti di questi stati poi sono intervenuti anche con la violenza per rendere stabili i nomadi e meglio controllarli. Benché in misura minore rispetto ai cacciatori-raccoglitori, i pastori nomadi sono oggi sulla difensiva: anche se molti di loro scelgono le opportunità offerte dalle economie e dai servizi degli stati nazionali, molti altri sono restii ad adeguarsi a situazioni che avvertono come minacciose per il mantenimento del loro stile di vita. Oltre ai pastori esistono altre comunità che fanno del nomadismo il loro modello ideale di esistenza. Si tratta di tutte quelle comunità “senza fissa dimora”, quali Rom e Sinti (“Zingari”) che sono presenti in Europa fin dal Medioevo. Vengono chiamate comunità “peripatetiche” cioè di movimento.

 

CAPITOLO 3: COMUNICAZIONE E CONOSCENZA

 

1)      Orale e scritto

 

Principali differenze tra comunicazione orale e scritta. E’ infatti a certe differenze tra questi due modi di comunicare che possono essere fatte risalire alcune importanti diversità tra visioni del mondo presenti nelle varie culture. Il confronto tra questi due stili di comunicazione, orale e scritto, non va inteso nel senso di un’opportunità assoluta, bensì di una “tensione relativa”.

 

1.1  Comunicazione orale e comunicazione scritta

 

Non esiste ormai cultura che ignori l’esistenza della scrittura e tuttavia, anche dove la scrittura è estremamente diffusa, la comunicazione ordinaria si svolge per lo più in forma orale. D’altra parte non ci rendiamo conto di quanto la comunicazione orale sia condizionata dalla scrittura. Essa ci influenza nel senso che il modo con il quale ci esprimiamo è guidato da un pensiero che si fonda sulla sua interiorizzazione. Le culture come la nostra, in cui vi è una scrittura diffusa, sono dette culture “a oralità ristretta”. Fino a non molto tempo fa esistevano ancora le società a “oralità primaria”, cioè società che non conoscevano alcuna forma di scrittura. Oggi non esistono più società a “oralità primaria”. Infatti, anche laddove l’ignoranza dell’alfabeto scritto è ancora particolarmente diffusa, la scrittura esercita la sua influenza attraverso leggi, regolamenti, disposizioni,… D’ora in poi parleremo di “culture a oralità diffusa” per indicare che lo stile comunicativo in esse prevalente non è stato ancora completamente sopravanzato dallo stile della comunicazione scritta. La dimensione orale della comunicazione corrisponde, in assenza di scrittura o dov’è poco assimilata, ad uno stile di pensiero che è per certi aspetti diverso da quello di soggetti abituati a maneggiare i segni di un alfabeto grafico. Noi non ci rendiamo completamente conto di quanto peso abbia, sul nostro modo di comunicare le informazioni e le conoscenze, il fatto di appartenere ad una cultura che ha profondamente interiorizzato la scrittura: la scrittura esercita una sorta di “imperialismo” sulla parola. Studi recenti hanno mostrato come i cantastorie di tutto il mondo, detti griot in Africa, anche potendo avvalersi della scrittura per trasmettere i testi recitati, preferiscano mantenere un metodo improntato all’oralità. Per cui si affidano a mezzi mnemonici derivati da uno stile di pensiero tipico delle culture a oralità primaria: essi, per ricordare i loro “testi”, si affidano al ritorno frequente di formule sempre identiche. Nelle culture fortemente impregnate di oralità, questo modo di procedere non è caratteristico solo della dimensione poetica, religiosa o mitica ma anche di discorsi conoscitivi, politici, giuridici e amministrativi. In assenza di scrittura, modelli fissi e formule diventano i necessari supporti per comunicare con altri o per trasmettere le conoscenze da una generazione all’altra. Il procedere con formule non scompare nemmeno con il passaggio all’uso dell’alfabeto scritto. Un caso ulteriore di rapporto tra oralità e scrittura è rappresentato dal “regresso all’oralità” nelle società ricche e post-industriali. Le ricerche condotte dai sociologi esperti di media e dagli psicolinguisti hanno messo ormai da tempo in evidenza come il linguaggio televisivo, e in misura minore di altre forme di trasmissione delle informazioni per immagini (cinema, internet, fumetti, sms…) abbiano spesso comportato un regresso sul piano della ricchezza lessicale e delle conoscenze linguistiche da parte di certe fasce sociali e d’età. I soggetti che vivono in culture senza scrittura, o dove la scrittura è penetrata solo parzialmente, non possono essere definiti “analfabeti” nel senso corrente del termine. L’analfabetismo, così come si presenta nelle nostre società ricche e ipertecnologiche, è un fattore di emarginazione, esclusione e povertà. Chi proviene da culture a tradizione orale e si trova in una società dove a prevalere è la scrittura si trova ovviamente svantaggiato, in termini di accesso alle informazione e alle risorse.

 

1.2  Parola, corpo e percezione del mondo

 

La dimensione orale corrisponde a un modo di esprimersi diverso da quello tipico delle culture dotate di scrittura diffusa. Il procedere per formule permea la percezione stessa che gli esseri umani possiedono del mondo sociale e naturale che li circonda. In assenza di scrittura infatti le parole non hanno un’esistenza visiva, sono solo “eventi”, nel senso che “accadono” in un tempo preciso e con esso svaniscono. Nelle culture orali l’efficacia delle parole sembra essere legata al momento in cui esse vengono pronunciate, e spesso la narrazione per essere più efficace è accompagnata da una precisa gestualità. Queste culture vengono infatti dette “verbomotorie”, a testimonianza del legame molto forte tra i modelli ritmici del discorso orale con respirazione e gesti. Presso certi popoli la parola assume un’importanza quasi mistica, come se avesse una sorta potere: per questo non stupisce che presso alcune società non tutti gli individui possano pronunciare determinate parola o addirittura conoscerne l’esistenza. Altri popoli hanno invece una vera e propria “teoria della parola”, in cui essa è costituita da 4 elementi, proprio come il corpo umano: l’acqua (che la “inumidisce”), l’aria (che la trasforma in vibrazione sonora), la terra (che dà  peso alla parola, cioè significato), il fuoco (che dà calore alla parola come riflesso dello stato d’animo del parlante).

 

1.3  Scrittura, oralità, memoria

 

Un’importante differenza tra culture orali e culture con scrittura sta infatti nella presenza, presso queste ultime, di tecniche altamente elaborate di conservazione della memoria, quindi di trasmissione del sapere. Dove non c’è scrittura possono infatti esistere tecniche mnemoniche esterne alla parola (come sassolini, bastoncini, cordicelle) ma non utili per ricordare sequenze argomentative molto lunghe e con contenuti analitici. Dove la scrittura non è presente, l’unico modo per ricordare lunghe sequenze argomentative è pensare per “moduli mnemonici” che possano funzionare per un rapido recupero orale: temi, proverbi, scenari, ripetizioni, antitesi. Questo modo di trasmettere la memoria e le conoscenze ha un riflesso immediato sul tipo di memoria e di conoscenza che si trasmette: ci si può affidare solo alla parola, che per poter essere ricordata e trasmessa deve fare affidamento su moduli mnemonici ripetitivi. Questo modo di trasmettere la memoria tende a produrre effetti “omeostatici”, cioè tende a eliminare tutto ciò che non ha interesse per il presente; del passato e delle conoscenze viene trasmesso solo ciò che interessa al presente. Tutte le culture operano delle selezioni sulla propria memoria, perché tutte sono selettive. Però le società che possono contare su sistemi avanzati possono conservare questa massa di “ricordi inutili” proprio grazie agli strumenti di cui dispongono mentre nelle società prive di scrittura ciò non avviene.

 

1.4  Oralità ed esperienza

 

Un dato cruciale delle culture ad oralità diffusa è la dimensione dell’esperienza: se il rapporto immediato tra la parola e l’esperienza viene meno, il significato della parola tende ad alterarsi o a perdersi. Ciò coincide con quanto abbiamo detto a proposito degli effetti “omeostatici” delle culture orali. Il pensiero fondato sulla comunicazione orale, almeno nelle società in cui l’oralità è la forma dominante di comunicazione e di trasmissione della memoria e delle conoscenze, ha un carattere “concreto” piuttosto che astratto. Importante a questo proposito la ricerca svolta in Uzbekistan dallo psicologo A.Luria, il quale volle esplorare l’attività psico-cognitiva dei soggetti in relazione al contesto materiale, pratico e concreto in cui le menti si trovano ad operare, in rapporto cioè al “contesto d’esperienza”. In Uzbekistan, egli scelse individui preletterati, semi alfabetizzati e pienamente scolarizzati dei villaggi e accampamenti nomadi e sottopose loro elementari quesiti di logica e geometria. Di fronte a figure geometriche (quadrato e rettangolo), le prime due categorie di intervistati rispondevano che ciò che vedevano corrisponde al sole, alla luna, ad un piatto, piuttosto che un setaccio, un orologio… Gli scolarizzati risposero invece esattamente, secondo ciò che avevano imparato a scuola, cioè in un contesto lontano dalla loro esperienza. L’esperienza infatti è un dato centrale per l’individuazione di un oggetto e per la sua comprensione mediante la ricostruzione a categorie già note. Anche di fronte a domande di logica formale le risposte furono molto variegate: gli individui preletterati continuavano a ragionare secondo l’esperienza personale, i semi-alfabetizzati univano concretezza e relazioni interpersonali, mentre solo gli secolarizzati rispondevano “correttamente”. La logica formale appare quindi come il prodotto dell’alfabetizzazione. Storicamente infatti essa si sviluppò non solo dopo la comparsa della scrittura, ma dopo che la scrittura era stata interiorizzata da una cultura come quella greca antica. Ciò non significa che i soggetti intervistati da Luria pensassero in maniera sbagliata; essi dimostrarono che nel concreto la mente non opera sulla base di schemi sillogistici, che sono autoconsistenti in quanto derivano le conclusioni solo dalle premesse; gli esperimenti di Luria furono piuttosto la dimostrazione che una cultura orale non riesce a pensare in termini di figure geometriche, categorie o definizioni astratte afferrabili come tali solo da un pensiero che ha avuto modo di confrontarsi con la scrittura. I soggetti che hanno interiorizzato la scrittura pensano dunque in maniera tendenzialmente diversa da coloro che si muovono in contesti orali. La scrittura consente l’acquisizione di un pensiero più “ampio” di quello legato all’oralità, perchè essa consente di entrare in contatto con altri mondi ed altri punti di vista, si confrontarli in maniera sistematica e di elaborare nuove proposizioni a partire da quelle esistenti.

 

1.5  Scrittura e identità nel mondo globale

 

L’impatto che la diffusione della scolarizzazione e della scrittura in generale ha avuto sulle culture del pianeta è stato enorme. Non esistono praticamente più culture ad oralità primaria. Ci sono campi però in cui alcune società evitano l’uso della scrittura, pur conoscendola: è il caso delle genealogie. Alcuni gruppi fanno di esse un uso “politico” cioè un mezzo che consente a questi gruppi di legittimare, attraverso il richiamo agli antenati, le scelte compiute nel campo delle alleanze. Ad esempio i Beduini nomadi del Medio-Oriente hanno sempre evitato di utilizzare la scrittura per la registrazione delle loro genealogie tribali. Affidare le genealogie alla memoria piuttosto che alla scrittura, è sempre stata un’operazione funzionale alla flessibilità della loro società, in cui gli spostamenti seguivano l’andamento delle stagioni e i cambiamenti nelle alleanze erano frequenti e necessitavano di giustificazioni immediate (come la prossimità genealogica). Ciò ha assicurato ai beduini una certa libertà di manovra, autonomia e scelta. Ma con la diffusione sempre più massiccia della scrittura le cose sembrano destinate a cambiare: anche certe tribù beduine cominciano ad adattarsi alla scrittura per non rimanere tagliate fuori dai rispettivi governi nazionali, che le etichettano come “preletterate”. Quanto inoltre sia diffuso l’uso strategico della scrittura nella definzione delle identità locali appare del resto evidente in relazione al movimento N’Ko: sviluppatosi in Mali con l’idea di restituire l’Africa agli Africani, questo movimento rivendica per gli africani una propria identità storica e culturale. Pur essendo musulmani, molti di questi africani mal sopportano la tendenza ad identificare l’islam con il mondo arabo. La guida del movimento, S.Kantè, si è fatto promotore di un’iniziativa “politica” che ha per oggetto la scrittura: per distinguersi dagli arabi, gli N’Ko hanno abbandonato l’alfabeto arabo e adottato quello inventato da Kantè, simile a quello latino, ma che va da destra verso sinistra nella scrittura. In questo modo, muovendosi tra due forme di scrittura, Kantè si muove tra due forme di identità parzialmente assimilate, e dalle quali si vuole tuttavia prendere le distanze: l’identità ereditata dal colonialismo europeo e quella derivante dalla precedente islamizzazione da parte degli Arabi.

 

2)      Percezione e cognizione

 

2.1 Pensiero “concreto” e pensiero “astratto”

 

I primi europei che si accostarono a quelli che una volta erano chiamati “popoli primitivi”, furono colpiti dal fatto che molti di essi non avevano sistemi di numerazione e di calcolo che andassero oltre poche unità. In seguito anche l’assenza di un concetto astratto di spazio e di tempo suscitò la perplessità die filosofi occidentali. Quando poi i contatti con queste popolazioni divennero più frequenti, gli stessi antropologi segnalarono anche che i “primitivi” parevano interessarsi alla flora e fauna del loro ambiente solo in relazione alle specie considerate da essi utili, mentre tutte le altre non sembravano suscitare in loro la minima curiosità. Molte di queste segnalazioni erano però dovute ad osservazioni errate, a mancanza di informazioni adeguate o alla scarsa conoscenza della lingua di quelle popolazioni. Infatti, in seguito, alcuni di questi popoli si rivelarono in possesso di un repertorio lessicale assai ricco con cui descrivere i fenomeni naturali.

 

2.2 La percezione del mondo fisico e gli stili cognitivi

 

La percezione del mondo circostante coincide con i processi medianti i quali gli individui organizzano le informazioni di natura prevalentemente sensoriale. Se però ci riferissimo solo ai sensi mediante i quali “entriamo in contatto” con il mondo, ogni problema sembrerebbe risolto: percepiremmo tutti nello stesso modo, e anche il quesito di sapere quale sia il rapporto del soggetto con il mondo fisico avrebbe una risposta definitiva. Ma non è così, in quanto la percezione del mondo fisico può, in molti casi, risultare differente a seconda dei soggetti coinvolti. A proposito della natura “socialmente determinata” del pensiero si distinguono infatti “processi cognitivi elementari” e “sistemi cognitivi funzionali”. I primi rappresentano alcune capacità universalmente presenti, e formalmente identiche, in tutti gli umani “normali”, cioè non colpiti da patologie o disturbi particolari. Questi processi sono: astrazione, categorizzazione, induzione e deduzione. I sistemi cognitivi funzionali invece sono il prodotto del contesto culturale entro cui il soggetto attiva i processi cognitivi elementari. Tali sistemi potrebbero essere anche definiti come delle “strategie” di organizzazione die processi cognitivi in funzione della risoluzione di particolari problemi che cambiano a seconda del contesto culturale. I diversi modi di reagire ad un test interculturale sono anche dovuti a “stili cognitivi” differenti. Gli antropologi hanno usato questa espressione per denotare il diverso modo in cui individui provenienti da ambiti culturali differenti si rapportano al mondo sul piano cognitivo. Per comodità si dice che lo stile cognitivo può oscillare, in misura diversa, tra due estremi ideali: tra uno stile cognitivo “globale” e uno stile cognitivo “articolato”. Il primo è caratterizzato da una disposizione cognitiva che parte dalla totalità del fenomeno considerato per giungere solo successivamente alla particolarità degli elementi di cui si compone; lo stile articolato invece è quello che parte dalla considerazione dei singoli elementi dell’esperienza per risalire alla totalità.

 

2.3 L’etnoscienza

 

Tutti i popoli possiedono una conoscenza più o meno ricca e complessa dell’ordine naturale. Tutti hanno elaborato le proprie classificazioni, ma le differenze sono notevoli. Gli antropologi che si sono dedicati allo studio delle classificazioni nei contesti culturali più diversi definiscono la loro specializzazione con il termine di etno-scienza. L’etnoscienza è lo studio di come le differenti culture organizzano le loro conoscenze del mondo naturale. Tali conoscenze e concezioni non sono casuali e frammentate, ma possiedono gradi di sistematicità spesso notevoli, sebbene differenti e meno “esatti” di quelli elaborati dalla scienza moderna. Le classificazioni del mondo naturale non sono il semplice riflesso sulla nostra mente di una realtà esterna che noi cogliamo in maniera “oggettiva”, ma tali classificazioni sono in larga misura il prodotto dei principi d’organizzazione che stanno dalla parte del soggetto che classifica.

 

2.4 Dai prototipi agli schemi

 

I prototipi sono un modo di organizzare la percezione del mondo circostante. Essi individuano particolari aspetti della realtà, ma non sono ciò che consente di mettere concettualmente “in forma” la realtà. La possibilità di individuae e ordinare la realtà è data dagli “schemi”. Il concetto di schema venne ripreso da E.Kant, che afferma: “gli schemi sono regole concettuali grazie alle quali la nostra immaginazione, per esempio in relazione al concetto di “cane”, è messa in grado di delineare in generale la figura di un quadrupede, senza tuttavia chiudersi dentro una particolare raffigurazione offertami dall’esperienza o in una qualsiasi immagine che io possa rappresentarmi in concreto”. Che l’attività schematica sia una proprietà universale della mente umana è indubbio, come è certo il fatto che gran parte di questa attività è “culturalmente orientata”. Gli schemi sono ciò che organizza la nostra esperienza, la quale, per essere rappresentata, deve procedere per prototipi e sotto-prototipi, che vengono organizzati a loro volta da schemi e sotto-schemi. Noi non conosciamo tutta la nostra cultura, ma siamo in grado di attuarla grazie all’attività schematizzante. Quest’ultima è una caratteristica universale del pensiero umano e “viene riempita” e “messa in moto” al tempo stesso da prototipi elaborati dal contesto d’esperienza, i quali rinviano a cose simili ma non identiche.

 

2.5 La terminologia del colore. Tra universalismo percettivo e determinazione socio-culturale

 

Una ricerca condotte sulla terminologia adoperata sui colori in 26 lingue diverse, ha evidenziato che il numero dei termini presenti in esse variava da un minimo di 2 ad un massimo di 11. Questi termini fondamentali, o “di base”, sono quelli che riflettono fenomeni di percezione del colore senza bisogno di ulteriore specificazione per essere compresi. In italiano, ad esempio, “rosso” è un termine di base, dal momento che non vi è bisogno di alcuna specificazione per capire cosa significhi; il colore scarlatto o ruggine richiedono invece sempre un riferimento al colore rosso (termine di base) per poter essere individuati. Gli studiosi giunsero dunque a 3 conclusioni:

  • Esistono, per tutti gli esseri umani, 11 categorie percettive basilari del colore che servono come referenti psicofisici degli 11, o meno, termini di colore di base in tutte le lingue. Tutti gli esseri umani sono cioè in grado di percepire le differenze (11) del colore, ma tali differenze o vengono espresse mediante 11 termini, oppure vengono ricondotte, sempre sul piano terminologico, ad altre categorie cromatiche
  • La terminologia cromatica di base si sviluppa secondo una linea precisa. In tutti i sistemi che possiedono solo due termini, questi sono sempre chiaro e scuro; in quelli che ne hanno tre, bianco-nero-rosso; in quelli che ne hanno cinque, bianco-nero-rosso-giallo-verde, mentre il sesto è sempre il blu. Poi si scende nel complesso (marrone, porpora…)
  • Il numero dei termini di base impiegati da una lingua è in relazione alla complessità culturale e tecnologica della cultura in questione.

 

Altri studiosi però ritengono che il sistema percettivo di una popolazione si influenzato in maniera decisiva da fattori di tipo culturale. Innanzitutto i colori rivestono molto spesso significati differenti a seconda del contesto. Le variazioni nel significato dei colori hanno a che vedere, almeno in parte, con il fatto che essi non vengono percepiti solo sul piano strettamente cromatico, cioè fisico-percettivo, ma possono ricevere connotazioni che a volte precedono la definizione cromatica in senso stretto. Sappiamo inoltre che la percezione che gli individui hanno di un colore può dipendere da idiosincrasie e da gusti personali. Ciò che potremmo chiamare “l’apprezzamento sociale” di un colore è molto spesso influenzato dagli ambiti della cultura e della società in cui gli individui sono posizionati: sesso, età, professione…

 

3)      Tempo e spazio

 

3.1 Due categorie del pensiero umano

 

Gli esseri umani vivono nel mondo fisico, percepiscono la trasformazione delle cose e la loro finitezza. In riferimento alla trasformazione delle cose e di sé gli umani percepiscono ciò che noi chiamiamo “tempo”; e in riferimento al posizionamento del proprio corpo e delle cose rispetto ad altri corpi e ad altre cose, percepiscono ciò che noi chiamiamo “spazio”. Tempo e spazio costituiscono infatti delle “intuizioni a priori” universali. La percezione del tempo e dello spazio è la funzione primaria della nostra attività mentale. Non possiamo pensare nulla che sia fuori dal tempo e dallo spazio. Esse sono le dimensioni costitutive di qualunque modo di pensare. Per quanto costituiscano intuizioni universali a priori, tempo e spazio rivestono significati diversi in contesti culturali differenti. Per alcuni studiosi sarebbe lo stile di pensiero prevalente all’interno di una società a determinare le valenze simboliche, affettive, e persino percettive, che il tempo e lo spazio assumono in quel contesto particolare. Quando prevale la comunicazion