Category: Arte


Joker Gang
Dispettose Prigioni
Etichetta Indipendente
2012

Era da tempo che volevo farlo… dal 2009 circa, quando ricominciai a suonare dopo tanto tempo. Molti pensano che non dovevo. Non me ne frega un cazzo della loro opinione. Si fottano :-)”

Gia`da questa dichiarazione si capisce la tenacia e l`orgoglio del Joker, una figura che a tutti risulta patetica ma che quasi tutti temono, quel fantoccio con la faccia truccata che puo`permettersi di cambiare faccia ad ogni occasione, anche se questa continua finzione che si mescola con la realta`non e` sempre costruttiva…Joker e`curioso, e la sua curiosita`lo porta ad aprire il Vaso di Pandora della realta`e della Vita, spesso nascosto da quel Velo di Maya che e`l`ignoranza…
Joker “smaschera con la sua maschera ghignante”,con un ghigno beffardo e disincantato, la crudelta`della cruda quotidianita`…

Le storie che vengono raccontate nel cd, con metafore, tinte fosche e colori espressionisti, fanno affiorare una pellicola in bianco e nero, celata dai trucchi (un po`come si fa con Photoshop)…Joker e`l`anti-Photoshop, e`la contraddizione che spacca in mille pezzi la menzogna, che riduce in frantumi la meschinita`della vergogna e dell`omerta`…La verita`e`dura e va raccontata…Un po`come ne Il Testamento di un Pagliaccio, pezzo della Giovane Band IoDrama…Oppure come in Opinioni di un Clown di Heinrich Böll: “Io sono un Clown e faccio collezione di attimi.”.
Anche Giuss, leader del gruppo, afferma che Dispettose Prigioni sia un Album fotografico, in cui si vuole dare una brechtiana, quindi impegnata ed epica lettura della realta`…L`essere umano e`portato lentamente a prendere posizione, a far qualcosa, ad impegnarsi per trarre in salvo la propria liberta`, che sta annegando…Oppure e`stata sequestrata dai flutti di un mare in tempesta, la tempesta dell`inconscio, come una zattera piena di falle…Le falle ci sono, ma possono essere riparate, solo se lo si vuole…

Nell`album ci sono colti riferimenti al Mondo della Musica, soprattutto alla new wave e al dark; ma anche alla Letterattura, alle Arti Figurative, alla Fotografia ovviamente, ma anche alla Psicologia…Nell`insano gesto si vede una possibilita`dell`inconscio, dell`io profondo; esso finalmente puo`dire: “Ascoltatemi, sono qui!!! Non sotterratemi sotto un mucchio di parole inutili e di gesti formali o convenzionalmente etichettati…Voglio far sentire la mia voce anche chi non crede a queste cazzate…”

La verita`e`sempre duale, puo`avere varie interpretazioni, ed in essa possono interagire numerosi elementi, in rapporto dialettico tra di loro…Joker e`un Reporter, un Fotografo che, con la sua Polaroid, immortala proprio quei momenti che ogni giornalista tralascerebbe come dettagli osceni. Joker scappa alla censura, spesso rischiando, ma nello stesso tempo, provando piacere nell`opera di smascheramento…Viviamo tutti quanti in un mondo illusorio, fatto di Sogni di carta e di speranze di fango…Dove siamo come burattini con un burattinaio che ci comanda, che muove i fili; come direbbe Bennato: “Non si scherza, non è un gioco  sta arrivando Mangiafuoco, lui comanda e muove i fili  fa ballare i burattini . State attenti tutti quanti, non fa tanti complimenti, chi non balla, o balla male  lui lo manda all’ospedale  Ma se scopre che tu i fili non ce l’hai se si accorge che tu il ballo non lo fai  allora sono guai – e te ne accorgerai attento a quel che fai – attento ragazzo che chiama i suoi gendarmi  e ti dichiara pazzo!…”

Nonostante la presa di coscienza sia dolorosa e porti ad un autolesionismo, ad un automutilamento continuo ed irrefrenabile, sia nel corpo, con tagli sanguinanti, sia nella mente, con una societa` per cui sei solo un Numero, che ti incasella meccanicamente in base al disturbo mentale o alla classe sociale a cui appartieni, Joker ti capira` ed il suo sussurro ti portera`ad aprirti, a scoperchiare quell`anima fragile che alberga in te, permettendole di scorrere, un po`meno vincolata, per le strade della Vita…

Qual e` la soluzione?? Fare la Rivoluzione?? Rovesciare il Potere??

Felice il Popolo che non ha bisogno di eroi!”. Così diceva il grandissimo Bertolt Brecht, da intellettuale impegnato…Sicché non si può non prenderne atto, anzi è terribilmente controproducente non farlo, far finta di niente, con l’aria dei primi della classe, di quelli che ce la fanno sempre. L’esperienza ha insegnato: i primi della classe non ce l’hanno fatta mai, quelli che al banco erano seduti composti, che si facevano da parte quando qualcuno si alzava per fare caciara, che cercavano di risolvere sempre tutto con la diplomazia, che rispondevano sempre in maniera seria senza alzare la voce o battere i pugni hanno sempre avuto la peggio. Questo perché il Popolo,un  popolo di lavoratori instancabili ma un po’ duri di comprendonio, non ama le risposte articolate, difficili, magari piene di termini in lingua straniera, ma preferisce quelle semplici, secche, nette. Risposte semplici per interrogativi difficili. Al bicchiere di acqua amaro della medicina non vuole un cucchiaino di zucchero, ma vuol togliere completamente la medicina e bere l’acqua dolce che ne rimane.

Qualcuno riuscira`a sentire il grido disperato di chi vuole cambiare musica?? La “ghigliottina” del senno di poi dice che molto probabilmente nessuno ne sarebbe capace, perché la massa e`come inebriata da un fenomeno mistico, venereo, insuperabile, creatosi attorno alla figura di un individuo che, a differenza dei suoi avversari politici, ne è consapevole e ne fa un’arma di distruzione di massa. Perché è inutile parlare dello “tsunami Grillo” se prima non si parla del “diluvio universale berlusconiano”, perché ormai davvero tenere la testa sotto la sabbia è un prendere in giro se stessi. Non resta altro da fare che prendere atto dei dati empirici, con coscienza di sé prima e di chi si trova nei propri paraggi, ricordando che, come diceva Franco Battiato, un’evoluzione sociale non serve al popolo se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero.

For more info: http://www.facebook.com/jokergang e http://jokergang.jimdo.com/

Influenze:

– Litfiba

– Timoria

– Bluvertigo

– Franco Battiato

– Baustelle

http://www.youtube.com/watch?v=sCw7mh2jFs0

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Contatti digitali

Conversazione via Facebook Email nell’Era della Digitalizzazione, della Globalizzazione ed

Internettizzazione dell’Esistenza 

Ragazzi anormali si scrivono a distanza…

di Irene Ramponi

Una ragazza italiana migrante in Olanda scrive all’amico lontano, in risposta alla piccola email che l’amico stesso le ha appena mandato. Nella sua lettera ci fornisce il suo punto di vista sulla vita nel Nord Europa, in Germania ed Olanda in particolare, ci da’ uno spaccato della sua vita di migrante alla ricerca di se’ stessa, in un viaggio senza vento…e senza Tempo (cit. Timoria, Viaggio Senza Vento, Polygram, Giugno/Luglio 1993). Qui ne viene presentato uno stralcio veloce.

“Le medicine tradizionali sono efficaci, certo, ma sempre robaccia chimica rimangono, che costa cara e serve molto ad arricchire le multinazionali farmaceutiche…Ecco perche’ apprezzo quei medici che si rifiutano categoricamente di prescrivere farmaci allopatici come caramelle! […]. Ora vivo sulla linea di confine tra Olanda e Germania, quindi ho tutto il meglio da entrambe le parti: Birra e Cibo dalla Germania, qualita’ a buon prezzo, divertimenti a non finire, stile di vita libero e piu’ rilassato, piu’ sussidi dallo stato se sei disoccupato, artista, creativo, nullatenente, proletario, sottopagato o semplicemente disperato…Qui i senza tetto non esistono perche’ ognuno ha IL FOTTUTO SACROSANTO DIRITTO AD AVERE UNA CAZZO DI CASA!!! Un cazzo di posto dove stare che non sia sotto i ponti…[…]. Ma ovviamente ci sono severi canoni di meritocrazia, mica la danno a tutti, la casa intendo…Nonostante quasi tutti lavorino e la disoccupazione sia irrilevante, il tenore di vita e’ ottimo, la gente e’ rilassata,  fa festa tutte le sere, senza limiti di orario o scuse tipo che deve andare a letto presto perche’ il giorno dopo deve lavorare…[…]. Qui trovi gente di tutti i tipi, tutta simpaticissima:dai punkettoni old school, agli hardcore warriors, dai techno addicted ai metallari, dai red skin che legnano i nazi, quasi nessun hausettaro…Ma anche molti vecchietti comunicativi con tutore, come mio nonno potrebbe essere, qualche impiegatuccio e, come direste voi, per chi NE VUOLE, ce n’e’ davvero per tutti i gusti…No proibizionismo!!!  E soprattutto, non c’e’ il fottuto Vaticano in casa a rompere i coglioni…

Insomma, Paradies Land o Fantasylandia, che dir si voglia…Io collaboro all’allestimento di mostre, studio e miglioro il tedesco e l’inglese, faccio lavoretti di arti minori che poi vendero’ in qualche mercatino, dipingo quadri, scrivo, leggo, giro per mostre e citta’…Insomma, una bella vita, quella che ho sempre sognato…E per tutto questo devo ringraziare il mio ragazzo, tedesco purosangue, che ho conosciuto al matrimonio di mio cugino; praticamente mio cugino di sangue ha sposato la sorella del mio ragazzo, e noi due ci siamo conosciuti al pranzo di matrimonio, agli inizi di maggio…Abbiamo conversato un po’, e poi, siamo rimasti in contatto via Internet…Lui poi e’ tornato in Italia a trovarmi, abbiamo passato del tempo insieme…Intanto il mio lavoro in casa editrice andava a rotoli, ed ero sull’orlo di una crisi di nervi…Ho cosi’ deciso di cercare lavoro in Germania, in Renania Vestfalia, parte Nord Ovest della Germania, in cui le piu’ grandi citta’ sono Dusseldorf, Colonia, Aachen, ed, in seconda battuta, Duisburg (dove hanno fatto la Love Parade del 2010, dove e’ morta tutta quella gente…). Beh, insomma, io stavo a Duisburg, come ragazza alla pari, dovevo curare quattro mocciosi terribili, due gemelli iperattivi e psicotici, e due ragazzine isteriche e con disturbi alimentari…Ok, avevo una stanza tutta per me, dove pero’ non mi era permesso bere e fumare…Assolutamente peggio della Colonia Ticino, dove almeno ci divertivamo… I miei “carcerieri”, ovvero la famiglia per cui lavoravo e facevo da babysitter, era composta da una donna rossocappelluta, con testa di medusa, bocca di vipera, occhi verdi da Maga Circe, nana e totalmente incapace come mamma, quindi, totalmente esaurita, nevrotica, isterica, iperattiva, la classica impiegatucola borghese, che si lamenta perche’ il marito non porta a casa abbastanza soldi; come se non bastassero quelli che guadagna gia’ come avvocato penalista…Fai un po’ te…Il marito incarnava il tipico tipo di uomo di destra, rosso, obeso e rubicondo, perennemente a dieta, senza mai perdere peso e, obbligato dall moglie, non poteva bere…E la moglie non gliela dava…Insomma, mi sono messa in un bel casino!!! Il mio ragazzo ha fatto di tutto per portarmi a vivere con lui al confine tra Olanda e Germania…Ho resistito tre mesi, di cui 2 senza essere pagata…Si’, pagata ma con le mazzate ricevute dai gemelli e a suon di umiliazioni e prese per il culo dalla quella puttanazza della madre di casa, Susanne, ho deciso di mandarli affanculo, o meglio, il mio organismo ha ceduto e mi hanno ricoverata in ospedale una mezza giornata, sotto valium o non so quale altro tranquillante…Nella lettera di dimissioni, hanno scritto che quel lavoro non faceva per me, e che quindi dovevo rinunciarvi…Ho preso armi e bagagli ed ho levato le tende!!! Sono stata a Duisburg dalla meta’ di luglio ai primi di ottobre, da li’ in poi, mi sono trasferita a Kerkrade, in Olanda, a casa del mio ragazzo, proprio al confine con la Germania…Praticamente, solo attraversando la strada, sei gia’ in Germania! Pensa che noi andiamo a far la spesa a piedi…Abbiamo un appartamento di 4 locali, una specie di piccolo centro sociale/circolo arci/Bed&Breakfast all’occorrenza (solo per i turisti, per gli amici l’ospitalita’ e’ gratuita ovviamente!!! ), che e’ anche la nostra casa allo stesso tempo…Ci manca solo la fermata di Macondo Express all’ingresso e abbiamo tutto…Si’, vita molto punkabbestia, ma mi piace, quindi, me ne sbatto di cio’ che dice la gente e vivo meglio…Finalmente vivo per me stessa…Ovviamente con le difficolta’ economiche connesse, ma e’ il prezzo da pagare per la propria indipendenza e conseguente liberta’ di non dipendere da nessuno e di camminare sulle tue gambe, senza rimpianti, risentimenti e sensi di colpa verso parenti, amici, conoscenti ed ex…Ti diro’, sto da dio da quando ho mollato quel mollusco del mio ex, il musicista incompreso, il narcisista del cazzo che pensa di non valere una sega, che sa di non avere le palle, che ha paura di tutto…Ma di fronte agli amici ed ai compagni di merenda, beh, diventa la persona piu’ brillante, piu’ simpatica, piu’ compagnona del mondo…Bleah, che sbocco!!! Ne ho avuto la nausea…Come cazzo fai a convivere da un anno e mezzo e stare quattro mesi senza un minimo di affettivita’??? E senza una coccola, e senza nemmeno un semplice e fraterno abbraccio…Boh, io non lo so, ma tutti gli amici maschi con cui ne ho parlato mi hanno detto che non e’ fottutamente normale…E cosi’, l’ho mollato e sono stata meglio!!! Ovvio che lui mi ha rinfacciato un sacco di cose, nonche’ sparlato alle spalle, ma, detto sinceramente, fotte eminentemente sega…Beh, questa e’ la mia storia…Scusa se mi sono dilungata, ma era da un po’ che non ci sentivamo, quindi volevo spiegarti un po’ com’era andata, tutto qua…Dimmi che non hai impegni il 2 luglio 2013! :-D”.

Benvenuti nello Zuid-Limburg. La regione più meridionale dell’Olanda é garanzia di un bellissimo ed indimenticabile soggiorno. Numerose sono le occasioni di restare sorpresi dalla cultura e dalle straordinarie bellezze naturali. Lo Zuid-Limburg é garanzia di una irripetibile e memorabile esperienza.

Tra le numerose possibilità di scoprire la Regione: quando le giornate sono belle, sotto un terso, limpido cielo blu, ideali sono le passeggiate nelle dolci colline del paesaggio limburghese, alla scoperta di idillici villaggi e paesini, nascosti tra i verdi pascoli; ma anche quando arriva il brutto tempo, lo Zuid-Limburg ha un sacco da offrire, per esempio una gita “scientifica al Discover Center Continium di Kerkrade (http://www.continium.nl/), o una nuotata alla piscina tropicale coperta Mosaqua di Gulpen. Inoltre é affascinante viaggiare in tempo reale con un nostalgico treno a vapore, lungo la “One Million railway’” da Simpelveld a Valkenburg, oppure immergersi, a 32 gradi Celsius, nella rilassante atmosfera delle Thermae 2000 (http://www.thermae.nl/welkom/). Consigliatissimo agli amanti dello sci: visitate la pista di indoor ski più grande del mondo, SnowWorld Landgraaf  (http://www.snowworld.com/).

Tutto questo é solo un piccolo assaggio delle innumerevoli possibilità di godere appieno della Regione.

Un po’ di geografia…

Lo Zuid-Limburg è famoso per le fitte foreste, valli fluviali, stradine che vi si inerpicano e colline; tutto ciò costituisce un affascinante panorama tutto da esplorare e scoprire.

Lo Zuid-Limburg è la parte più meridionale della Provincia del Limburgo, che é a sua volta la provincia più meridionale dell’Olanda, ed è molto caratterizzato geograficamente.

A sud é consigliabile visitare il “three country point” a Vaals. Qui Olanda, Belgio e Germania si incontrano strettamente.
Non lontano da qui é possibile visitare il punto più alto dell’Olanda (322,5 meters), a Vaalserberg.
Lo Zuid-Limburg é stato chiamato “Piccola Svizzera” per le sue numerose colline. L’intera area é ideale per passeggiate a piedi od escursioni in bici.

La regione é inoltre caratterizzata dalla presenza di marmo di colore giallo. Questa soffice e malleabile ma resistente arenaria viene utilizzata per costruire case ed, in passato, castelli, ed é presente nell’area da circa, 70-80 milioni di anni. Il marmo si trova in numerose cave dello Zuid-Limburg. Attualmente a Valkenburg, conosciuta anche come “Città del Marmo”, é possibile visitare diverse cave, nelle quali si possono svolgere numerose attività, quali escursioni in mountain bike o in quad sottoterra, paintball, o passeggiate alla scoperta delle rovine dell’antico castello attraverso passaggi segreti medievali. Valkenburg é anche chiamata ‘Christmas town of the Netherlands’ perché, nel periodo natalizio, le cave si trasformano in un mercatino di Natale sottoterra! Assolutamente da non perdere!!! 😀

Ad est dello Zuid-Limburg si trova Parkstad. Dopo la dismissione delle industrie minerarie, l’area di Parkstad é stata bonificata ed é passata da nera a verde. Attualmente la regione si é trasformata in una delle aree in cui il turismo é  più sviluppato ed in costante crescita. Qui é possibile trovare innumerevoli attrazioni di valore e fama internazionale,  eventi di prestigio, shopping rilassante e meravigliosi parchi verdi.

Ad ovest si trova la città di Maastricht, capitale del Limburgo e meta culinaria per eccellenza. Da nord a sud il fiume Maas scorre lungo la città e la collega ai più importanti porti fluviali europei. Insieme al Reno e allo Schelde, il Maas é uno dei più importanti fiumi dell’Olanda.

Un po’ di Storia…

Lo Zuid-Limburg é abitato da diversi secoli. I Romani hanno edificato terme a Heerlen, che oggi possono essere visitate nel Thermenmuseum. A Savelsbos, una zona boscosa nei dintorni del villaggio di Eijsden, é possibile visitare miniere di silicio preistoriche. Nonostante le numerose guerre e assedi nel Medioevo, lo Zuid-Limburg ha conservato un immenso patrimonio di antiche chiese, case a graticcio, mulini ad acqua, castelli,  fattorie, e case di campagna.

File:Sittard Petruskerk.jpg  File:Sittard Petruskerk Domein.jpg
La cittadina Sittard, edificata nel 1243, ha un’incantevole, antica chiesa di grande fama. La storia di  Valkenburg aan de Geul risale all’inizio del XII secolo, quando il castello di Valkenburg era una delle più potenti, strategiche e formidabili fortezze dell’Olanda. Oggi ciò che ne é rimasto sono solamente le sue affascinanti rovine. Al Kasteel Hoensbroek, uno dei più antichi e più grandi castelli sopravvissuti in Olanda, é possibile assaggiare pienamente il gusto del passato medievale.

 

 

All’inizio del XIX secolo il Limburgo é stato suddiviso tra svariati e differenti paesi. Nel 1839 è avvenuta la divisione tra Limburgo Olandese e Limburgo Belga. Attraverso i secoli, la regione é stata soggetta a diverse influenze culturali e linguistiche (inclusa quella olandese, tedesca e francese) e ciò si riflette ancora oggi nella cultura e nella cucina della provincia.

Lo Zuid-Limburg può essere diviso in cinque diverse regioni. Ogni regione ha le proprie, particolari caratteristiche.

  1. Parkstad Limburg
  2. Valkenburg aan de Geul
  3. Heuvelland
  4. Grensmaasvallei
  5. Maastricht

E presto andremo alla scoperta di ogni singola provincia…;-)

Nieuwstr. and Domaniale Mijnstr. junction (Tomasz Nowak) Tags: holland germany border netherland kerkrade grenze fronteira herzogenrath holandia niemcy granica frontiera  hranice  hranica schengenzone

File:Wappen herzogenrath.jpg

Edificato nell’anno 1104, il castello di Rode è oggi un importante centro culturale a Herzogenrath. Lo dimostra il vastissimo programma culturale dell’associazione “Schloss Rode Herzogenrath, che offre una vasta gamma di eventi, tra cui i più importanti sono quelli tradizionali della tradizione popolare tedesca.

Vi si svolgono inoltre mostre di pittura, concerti di musica classica e spettacoli di cabaret con interpreti di fama nazionale.

L’atmosfera speciale del castello dà un tocco unico ai singoli eventi. Il castello è situato in posizione centrale e a pochi passi da un vasto parcheggio nel centro della città. In ambito culturale, l’evento culturale più importante è il tradizionale festival nel mese di giugno di ogni anno, quando il castello si trasforma in centro culturale di grande attrattiva.

Foto: Burgterrasse (hinten)Foto: BurgeingangFoto: BurgaufgangFoto: Burg ganze AnsichtFoto: Burg bei Nacht

Un po’ di Storia…

  • 1104: Primi accenni al Borgo di Rode nelle fonti scritte;
  • Fino al 1136 – Il castello é sotto il dominio dei Conti di Saffenberg;
  • 1282 – Re Rudolf Von Hagsburg permette al Castello di Burg di battere moneta; da questo momento le monete coniate nel borgo hanno valore di acquisto;
  • 1289-1387: Il Castello é in possesso dei Duchi di Brabante (piccolo accenno tomonomastico: si noti che in tedesco la parola duca viene tradotta come Herzog; da qui deriva il nome Herzogenrath, borgo che fu sovente governato da duchi, quindi appartenente a vari ducati);
  • 1389-1393: Viene costruita la Torre del Castello;
  • 1387-1425: i territori ed il Castello di Rode sono sotto il potere del Duca di Borgogna; essi saranno poi annualmente inclusi nei domini della città di Jülich;
  • 1544: Carlo V acquista il Castello di Rode; in questo modo i territori del borgo apparterranno prima alla Spagna e poi all’Austria;
  • 1784-1814: Il Borgo di Rode passa sotto l’amministrazione francese;
  • 1814-1913: Rode viene ceduto alla Prussia;
  • 1913-1978: Il Castello di Rode é adibito a sede del Municipio di Herzogenrath.
  • 1977: Fondazione dell’Associazione Burg Rode Herzogenrath e.V.
  • 1982: Prima Burgsfest organizzata dall’Associazione medesima;
  • 2007: L’Associazione Burg Rode Herzogenrath e.V. festeggia i suoi trent’anni di attività;
  • 2012: Si festeggia il 35esimo compleanno dell’Associazione Burg Rode Herzogenrath e.V. e la 30esima Burgfest.

Stadtplan gross

Stadtplan Nah

Questo post e’ dedicato al primo posto che ho visitato qui a Kerkrade, dove ora vivo da un mese esatto…

E’ un luogo incantevole, dove l’arte, la natura e la storia collimano tra di loro e si fondono in un’armonia perfetta…Si tratta di un complesso abbaziale romanico in perfetto stato; per gli amanti del genere, come me, si tratta di una vera e propria chicca tutta da scoprire!

Interessante e meraviglioso constatare quanti splendidi luoghi ci sono nel nostro mondo, una vita intera non basterebbe a scoprirli e visitarli tutti, o forse si’, basterebbe impegnarsi un po’…Purtroppo la vita lavorativa, lo stress e la routine non ce lo consentono, a menoche’ non si lavori nel settore…In questa zona lavorare nel campo Arte e Cultura e’ molto piu’ facile, sarebbe bellissimo se anche in Italia fosse cosi’…

L’articolo che riporto e’ scritto sia in inglese che in tedesco per riportare quel senso di internazionalismo che si e’ un po’ perso da un po’ di tempo a questa parte, o forse non si e’ mai completamente applicato…Peccato, perche’ una visione internazionale migliorerebbe la situazione, almeno credo…Soprattutto nella nostra chiusa, conservatrice ed antiquata Italia, dove tutto sembra essersi fermato in una dimensione orribile…Fatto paradossale, dal momento che la nostra Nazione e’ colma di tesori unici ed inimitabili, che, inutile dirlo, andrebbero valorizzati nel giusto modo, con la giusta dovizia, i dovuti investimenti e con una corretta e pulita politica culturale…Paroloni utopici, ma che, nei miei sogni, regnano sempre…

 

English Version

“In 1104, a young priest by the name of Ailbertus van Antoing appeared in the Land of Rode, accompanied by two followers. It was their wish to found a religious community somewhere since they had become dissatisfied with the lack of discipline in the collegiate church at Tournai (in present-day Belgium) from where they came.
Adelbert, Count of Saffenberg from Mayschoß an der Ahr (in the German Eifel), who was in possession of the castle in Herzogenrath, gave them permission to settle on a tract of his land and to build a small chapel.

The wealthy Embrico von Mayschoß and his family decided to join Ailbertus and donated all his possessions to the young community. In 1106, they started to build a stone crypt and laid the foundations to the future monastic church. The crypt was finished in 1108.

After a difference of opinion with Embrico, Ailbertus departed in 1111. He died in Sechtem, near Bonn in 1122. In 1895, the bones, thought to be those of Ailbertus, were transferred to Rolduc and interred in the crypt built by himself and Embrico.

The first abbot of the monastic community was Abbot Richer who came from Rottenburch in Bavaria. The community was made up of canons regular (Augustinians) who initially lived according to extremely strict principles. Community life, prayers, lack of possessions, fasting and manual work were all part and parcel of the daily cycle.

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The abbey was called Kloosterrade, and later, from the 18th century onwards, the French name for Herzogenrath (Rode-le-Duc = Rolduc) was adopted.

After guardianship of the abbey fell into the hands of the Duchy of Limburg in 1136, Kloosterrade was considered to be their family church. Several dukes are buried at Rolduc, such as Walram III. His tombstone can be found in the main aisle of the church.

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From the mid-12th century to the end of the 13th century the abbey flourished. In 1250 the abbey owned more than 3,000 hectares of land and the number of regulars grew steadily.

The library developed into one of the most important of its age and the Abbey provided pastoral and spiritual care to many parishes throughout the Netherlands.
Other communities were founded by Kloosterrade: Marienthal in the Ahr valley of the Eifel, Sinnich near Aubel (B) and Hooidonk near Eindhoven. Five communities in Friesland were placed under the authority of the Abbot of Kloosterrade, the most important of these being the Abbey of Ludingakerke.
 

During the 14th, 15th and 16th centuries times were harder for Kloosterrade in both spiritual and material terms. The buildings and fabric paid a heavy price during the Eighty Years War.
After ca. 1680, abbots Van der Steghe and Bock succeeded in introducing a more disciplined regime in the community, despite the strident protests of most regulars.
Materialistically, the abbey began to prosper once again and revenue was generated from the exploitation of the coal mines. In around 1775, Kloosterrade employed 350 mineworkers.
The abbey was dissolved by the French occupiers in 1796 and the canons regular were forced to leave the community.

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The buildings at Rolduc stood empty for 35 years, before Rolduc was recommissioned for use as a seminary by the Diocese of Liège. After Belgian independence, this seminary moved to St. Truiden in Belgium and Rolduc became a boarding (grammar) school for boys from well-to-do Dutch families. From 1946 to 1967, the buildings were used to accommodate a seminary, but now under the auspices of the Diocese of Roermond.
The boarding school closed in 1971.

Since then, the former abbey has been home to the Rolduc hotel and conference centre (Conferentieoord & Hotel Rolduc) the seminary of the Diocese of Roermond and College Rolduc, a secondary school.

In order to maintain the cultural and spiritual heritage of Rolduc, there is close contact with Stichting Lève Rolduc and other interested organisations.

 

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Crypt and church

The crypt and the choir and chancel above have a cloverleaf pattern. The western-most part of the crypt (the stem of the cloverleaf) was built later. When the crypt was consecrated in 1108, it was smaller than it is today.
The crypt and the abbey are dedicated to the Virgin Mary and the archangel Gabriel, which is why scenes of Gabriel’s appearance to Mary are widespread throughout Rolduc. Remarkable is the fact that the columns in the crypt all have a different design.
The chancel above the crypt was completed in 1130 and eight years later the northern and southern transepts were constructed. The crossing had not yet then been raised, so that it was flanked by two wings on the same level. This transversal gallery consisted of three sections, the roofs of each comprising a vaulted ceiling supported by columns. In 1143, the church was extended westwards with a further three sections. In the original design, two smaller sections in the side aisles were planned to the south of these three sections.
This plan was changed during construction. In the second (and later in a fourth) section, the aisles on either side were raised to the same height as the nave to form so-called pseudo transepts, so that on the outside of the church they look like transepts, whereas in fact they do not extend beyond the foundation plan of the church. These pseudo-transepts were not initially intended to be aesthetic, but designed to give better support to the vaults and to allow more light into the church. The same construction method was also used in the older Mariakerk (now demolished) in Utrecht and later used in the Onze Lieve Vrouwekerk in Maastricht. When the three sections of the nave were completed in 1143, a solid enclosing wall was built at the end of the third section. This third section was not yet then vaulted and in 1153, the thatched roof was replaced by tiles.
Later in the twelfth century, the exact date is not known, a fourth section was built and the church extended further westwards. Originally, this would have consisted of a middle section (on which the tower now stands) and two lower side aisles.
The tower extended no further upwards than the ledge that can be seen on the outside under the gothic windows.
  
 
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The westwork would originally have been much lower and compacter than now. The church was completed and consecrated in 1209. Prior to 1225, the crypt was extended westwards, the stem of the cloverleaf, as it were, being made longer. The choir above it was consequently raised along the same length. This raised section, in the crossing, likewise cut the transepts in two. In the sixteenth century, in line with the fashions of the time, the Romanesque trimmings were removed from the crypt and the choir and replaced with Gothic designs.
  
 The two side recesses of the crypt and choir were demolished and the circular windows replaced with perpendicular ones. In the mid-eighteenth century, the crypt was plastered in rococo style.
The choir stalls were installed on the crossing in the choir in the seventeenth century. Their carvings are simple but powerful in design. A tower was constructed on the westwork in 1624 and in 1678, its stone steeple was replaced by one made in timber with slates.
In 1853, the young architect, P.H.J. Cuypers, was commissioned to restore the crypt and to reinstate as much as possible the original Romanesque fabric. The first restoration projects were also carried out on the church at the same time. Restoration of the church was resumed in 1893, including the reconstruction of the side recesses in the cloverleaf layout. As faithful as possible a reconstruction of the old chancel was carried out on the basis of the old foundation plans that had been found. The frescoes were painted between 1894 and 1902 by the Aachen-based priest, Goebbels. The tombstones of the abbots in the side aisles were removed and placed vertically outside the church and against the walls in the transept.
  
 

Other buildings

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The abbot’s lodging, which now forms the entrance to Rolduc, and the adjacent corner tower, were built by Abbot van der Steghe in Maasland Renaissance style between 1671 and 1676.
From both inside and outside, they give an impression of grandeur, reflecting to some extent the status of the abbots, who had been rewarded with the right to wear the mitre ever since the time of van der Steghe.
  
 The quadrangle, which housed a courtyard surrounded by the cloisters to the north of the church show little of the original form which was less elevated than today. The western side is more or less original, but the other sides have been raised and altered in the course of time.

The eastern wing, which looks directly onto the gardens, was built by Moretti, an Aachen-based architect between 1752 and 1754.
The splendid library which it houses has plasterwork designed in late eighteenth century rococo style.
To the south of the main complex is a farmstead dating from the end of the eighteenth century. For a long time it remained in private hands, but was bought back by Rolduc in 1980 and restored.

The southern wing, on the right-hand side when you are facing the church, was built in 1848 as a school.
  
Between 1970 and 1990, the building that make up Rolduc, including the crypt and the church with their frescoes, underwent major restoration work.
In 1992, Rolduc received the Europa Nostra Award, a prize awarded in recognition of projects that contribute to the upkeep of the European cultural heritage.

 

Deutsch Version

 “Im Jahr 1104 erschien der junge Priester Ailbertus van Antoing mit zwei Mitbrüdern im Land van Rode. Sie wollten eine eigene Klostergemeinde gründen, weil ihnen die Zucht in ihrem Kloster in Doornik nicht streng genug war.
Von Adalbert, Graf van Saffenberg aus Mayschoss an der Ahr und Eigentümer der Burg von ’s-Hertogenrade (das heutige Herzogenrath), erhielt er ein Stück Land, auf dem er eine einfache Unterkunft und eine kleine Holzkapelle errichtete.

Der reiche Embrico van Mayschoss schloss sich mit seiner Familie der kleinen Gemeinde von Ailbertus an und schenkte ihr seine gesamten Besitztümer. So konnte 1106 mit dem Bau der Krypta und der Errichtung der Fundamente der zukünftigen Klosterkirche begonnen werden. Die Krypta wurde 1108 fertig gestellt.

Nach Uneinigkeiten mit Embrico zog Ailbertus 1111 weg. Er starb im Jahr 1122 in Sechtem bei Bonn. 1895 wurden die sterblichen Überreste von Ailbertus nach Rolduc überführt und in der dort von ihm und Embrico errichteten Krypta beigesetzt.

Erster Abt des Klosters wurde Richer aus Rottenburch in Bayern. Die Gemeinschaft wurde ein Kloster der Augustiner-Chorherren, in der anfänglich nach sehr strengen Regeln gelebt wurde. Im Mittelpunkt des Ordenslebens standen das Leben in der Ordensgemeinschaft, das gemeinschaftliche Chorgebet, der Verzicht auf Privateigentum, strenges Fasten und harte körperliche Arbeit. Die Abtei wurde Kloosterrade genannt. Später, seit dem 18. Jahrhundert, wurde die französische Übersetzung von ’s-Hertogenrade (Rode-le-Duc = Rolduc) verwendet.

Nachdem die Herzöge von Limburg 1136 die Schirmherrschaft über die Abtei erhielten, wurde Kloosterrade ihr Familienkloster. Mehrere Herzöge wurden in Rolduc begraben, u.a. Walram III von Limburg. Sein Grab befindet sich im Mittelgang der Kirche.

Mitte des 12. Jahrhunderts begann die Blütezeit der Abtei, die bis weit in das 13. Jahrhundert reichte. Um 1250 hatte die Abtei etwa 3000 Hektar Grundbesitz und die Zahl der Klosterbrüder stieg unablässig.

Die Bibliothek entwickelte sich zu einer der bedeutendsten ihrer Zeit, und die Abtei lieferte die Seelsorger für zahlreiche Pfarrgemeinden.
Kloosterrade stiftete mehrere Tochterklöster: Marienthal im Ahrtal, Sinnich bei Aubel und Hooidonk bei Eindhoven. Fünf weitere Klöster in Friesland unterstanden der Autorität des Abtes von Kloosterrade. Die Abtei von Ludingakerke war die wichtigste.

 Im 14., 15. und 16. Jahrhundert erlebte die Abtei eine lange Periode des geistigen und materiellen Verfalls. Die Gebäude hatten schwer unter den Verwüstungen des Achtzigjährigen Kriegs zu leiden.
Erst 1680 gelang es den Äbten van der Steghe und Bock gegen den Widerstand der meisten Klosterbrüder, erneut eine strenge Ordensregel einzuführen.
Auch in materieller Hinsicht begann eine neue Blütezeit: dies war vor allem auf die Einnahmen aus dem Abbau von Steinkohle zurückzuführen. Um 1775 beschäftigte Kloosterrade 350 Grubenarbeiter.
1796 wurde die Abtei von den Franzosen aufgelöst, die Chorherren mussten die Abtei verlassen.

Die Gebäude standen daraufhin 35 Jahre lang leer. 1831 wurde das Priesterseminar des Bistums Lüttich in Rolduc gefestigt. Nach der Trennung Belgiens von den Niederlanden zog dieses Seminar nach St. Truiden und wurde Rolduc ein Internat mit Gymnasium und Realschule für die Söhne der mehr oder weniger begüterten niederländischen Bourgeoisie. Zwischen 1946 und 1967 war es wieder ausschließlich ein Kleinseminar, diesmal des Bistums Roermond.
Das letztendliche Internat wurde 1971 geschlossen.

Krypta und Kirche

Die Krypta und der später darüber errichtete Altarraum haben eine Kleeblattform. Der westlichste Teil der Krypta (der hintere Teil des Kleeblattstiels) wurde später errichtet. Bei ihrer Einweihung im Jahr 1108 war die Krypta also kürzer als heute.
Krypta und Kloster wurden der Jungfrau Maria und dem Erzengel Gabriel geweiht.
Aus diesem Grund findet man noch an vielen Stellen des Gebäudes Darstellungen der Verkündung Gabriels an Maria. Es fällt auf, dass alle Säulen der Krypta unterschiedlich sind.

1130 wurde über der Krypta der Altarraum der Kirche errichtet. Acht Jahre später wurden die Querschiffarme gebaut: das linke und rechte Querschiff mit dem dazwischen liegenden Teil. Der Mittelteil war damals noch nicht erhöht, da die Krypta noch nicht verlängert worden war. Vor dem Altarraum lag somit ein langer Quersaal, der von links nach rechts aus drei Gewölbefeldern (Travéen) bestand (Travée = Teil der Kirche, der mit einem Gewölbe überdacht ist, das auf Pfeilern ruht). 1143 wurde die Kirche in westlicher Richtung um drei Gewölbefelder verlängert. Beim ursprünglichen Plan sollten auf der Seite jeder Travée zwei kleinere Travéen in den Seitenschiffen errichtet werden.
Während des Baus wurde der Plan geändert. Bei der zweiten Travée (und später auch bei der vierten) hat man nicht zwei kleinere Travéen in den Seitenschiffen angebracht, sondern die Seitenschiffe als Ganzes erhöht. Dadurch entstanden die so genannten Pseudo-Querschiffe. Von außen hat es den Anschein, als ob neben der zweiten und vierten Travée des Mittelschiffs kleinere Querschiffe vorhanden seien, was jedoch nicht der Fall ist. Sie gehen nicht über die Fundamente des Kirchenschiffs hinaus. Diese Pseudo-Querschiffe waren nicht direkt von ästhetischer Bedeutung. Sie dienten der zusätzlichen Abstützung der Gewölbe und der Vergrößerung des Lichteinfalls. Die gleiche Bauweise war bei der älteren und inzwischen abgerissenen Mariakirche in Utrecht verwendet worden und wurde etwas später auch bei der O.L.-Vrouwekerk in Maastricht angewandt. Nach der Fertigstellung der drei Travéen im Jahr 1143 wurde hinter der dritten Travée eine schwere Abschlussmauer errichtet. Diese hinterste Travée hatte damals noch kein Gewölbe. 1153 wurde das Stroh des Kirchendachs durch Dachpfannen ersetzt.
Später im zwölften Jahrhundert, das genaue Datum ist nicht bekannt, wurde die vierte Travée gebaut und der westliche Gebäudeteil errichtet. Ursprünglich bestand er aus einem Mittelteil (auf dem jetzt der Turm steht) und zwei niedrigeren Seitenflügeln.
Der Turm reichte damals bis zu dem Gesims, das jetzt an der Außenseite unter dem heutigen gotischen Fenster zu sehen ist.

Die Vorderansicht der Kirche war anfänglich also niedriger und gedrungener als heute. Im Jahr 1209 war die Kirche fertig und wurde sie eingeweiht. Noch vor 1225 wurde die Krypta in westlicher Richtung vergrößert, der Stiel des Kleeblattes wurde verlängert. Auch der Altarraum wurde damals entsprechend verlängert und erhöht. Seither spaltet dieser erhöhte Altarraum das Querschiff in zwei Teile. Im sechzehnten Jahrhundert wurden Krypta und Altarraum dem Zeitgeist entsprechend der gotischen Bauweise angepasst, wobei die romanischen Elemente beseitigt wurden.
Die zwei Seitenschiffe der Krypta und des Altarraums wurden abgerissen, die runden Fenster durch spitze Fenster ersetzt.
 

Mitte des achtzehnten Jahrhunderts wurde die Krypta mit Stuckarbeiten im Rokokostil versehen.
Zu Beginn des siebzehnten Jahrhunderts wurden die Chorbänke vorne im Altarraum aufgestellt. Sie sind mit einfachen und ausdrucksvollen Schnitzereien versehen. 1624 wurde auf dem Westteil des Gebäudes ein Turm errichtet. 1678 wurde dessen Steinspitze durch eine Holzkonstruktion ersetzt, die mit Schiefer bedeckt wurde.
 
1853 erhielt der junge Architekt P.H.J. Cuypers den Auftrag, die Krypta zu restaurieren und dabei den inneren Teil möglichst in den alten romanischen Zustand zurückzuversetzen. Auch an der Kirche wurden erste Restaurationsarbeiten vorgenommen. 1893 wurde die Restauration der Kirche fortgesetzt, unter anderem durch den Wiederaufbau des Altarraums mit drei Trompetengewölben. Ausgehend von den wiederentdeckten alten Fundamenten wurde er alte Altarraum so gut wie möglich rekonstruiert. Die noch heute vorhandenen Wandmalereien wurden zwischen 1894 und 1902 von Kanonikus Göbbels aus Aachen angebracht. Die Grabsteine, die die Gräber der Äbte bedeckten, wurden vertikal außerhalb der Kirche und gegen die Mauern der Seitenschiffe aufgestellt.

Weitere Gebäude

Die Abtwohnung, das heutige Vorderhaus mit seinem großen Eckturm, wurde zwischen 1671 und 1676 von Abt van der Steghe im maasländischen Renaissance-Stil errichtet.
Dieses stattliche Gebäude vermittelt etwas vom Grandeur der Äbte, die seit van der Steghe das Recht hatten, die Bischofsmütze zu tragen.
 
Der Klosterhof, ein umschlossener Garten, der sich innerhalb der Kreuzgänge an der Nordseite der Kirche befindet, weist kaum noch etwas von seiner ursprünglichen Form auf. Ursprünglich war er weniger tief. Der westliche Flügel ist noch größtenteils im Originalzustand erhalten geblieben, die anderen Flügel wurden im Laufe der Zeit verändert und erhöht.

Der östliche Flügel, auf der Seite des einstigen Cour (Spielplatz), wurde zwischen 1752 und 1754 vom Aachener Architekten Moretti geschaffen.
Der reich verzierte Bibliotheksaal weist Stuckarbeiten im späten Rokokostil aus dem 18. Jahrhundert auf.
Auf der Südseite des Geländes befindet sich das Klostergehöft aus dem späten achtzehnten Jahrhundert. Es war lange in Privatbesitz. 1980 wurde es von Rolduc zurückgekauft und restauriert.

Der südliche Flügel des Vorplatzes, auf der rechten Seite der Kirche, wurde 1848 als Unterrichtsgebäude errichtet.
Zwischen 1970 und 1990 wurden die Gebäude von Rolduc, auch die Kirche und die Krypta mit ihren Wandgemälden, eingehend restauriert.

1992 erhielt Rolduc den Europa Nostra Award. Dieser Preis wird für Restaurierungen verliehen, die zum Erhalt des europäischen kulturellen Erbes beitragen.


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Da Il Giornale di Vicenza, 14/02/2012

Il contrabbasso. Può “cantare”, il contrabbasso? Con quella sensazione di “ottava sotto”, come la subottava dell’organo, il registro di Subbasso che tra le canne è il più dolce e misteriosamente penetrante. Nell’orchestra è il fondamento. “Una fila di contrabbassi a dire il doloroso tormento delle passioni”, confidava Puccini agli amici che nella casa di Torre del Lago assistevano all’orchestrazione di Bohème. “Il contrabbasso prosegue nel violoncello che prosegue nella viola che prosegue nel violino: questa è la sequela degli archi” si recitava nella Scuola di Avviamento Professionale, la “Rude scuola del popolo” voluta da Mussolini, dove per un’ora la settimana si studiava “Musica e Canto”. Anche Mario Rigoni Stern si è formato nella Scuola di Avviamento, e avrà recitato a memoria “la sequela degli archi”.
A Padova, la musicale famiglia Valdettaro e Scarlino propone il CD “Tre per Attila”, titolo giocoso, spiritosa dedica-pretesto al tenero cagnolino domestico, Attila. Ines Scarlino, pianista, insegnante al Pollini, con uno stuolo di allievi diplomati affermati nel mondo musicale. Giambattista Valdettaro, il marito, anch’egli insegnante al Pollini, per lungo tempo violoncellista dei Solisti Veneti, poi in altre prestigiose formazioni orchestrali sinfoniche. Il figlio Riccardo, diplomato in contrabbasso, già avviato all’insegnamento e al concertismo con un repertorio di musiche rare, meglio dire trascurate dall’ufficialità dei programmi. Può cantare, può avvincere, il contrabbasso? Certamente. E si pensa subito a Giovanni Bottesini. Claudio Scimone si distingue tra i direttori d’orchestra anche per la capacità di cercarle, queste musiche dimenticate; infatti, include spesso Bottesini, compositore amico di Giuseppe Verdi, nei suoi concerti in tutto il mondo. Del virtuoso contrabbassista, direttore d’orchestra alla “prima” dell’Aida al Cairo il 24 dicembre 1871, poi direttore del conservatorio di Parma, inventore della moderna tecnica contrabbassistica con innovazioni geniali, nato a Crema nel 1821, Riccardo Valdettaro propone l’Elegia in re e il poderoso Capriccio di bravura per contrabbasso e pianoforte. E stupisce, oltre la tecnica, il suono sempre intenso e morbido, che porta a pensare immancabilmente alla simpatica “sequela” degli strumenti ad arco. L’incisione si apre con Piéces en concert per violoncello e pianoforte, cinque genialissimi quadri del grande François Couperin, il grande clavicembalista e organista parigino. Giambattista Valdettaro e Ines Scarlino propongono anche, con mirabile intesa, le Dodici Variazioni di Beethoven dal Giuda Maccabeo di Haendel. La pregevole pubblicazione, che si può cercare nel catalogo di Velut Luna, l’affermato tecnico dei suoni e produttore padovano, si chiude con un’altra rarità, il Duetto per contrabbasso e violoncello di Gioachino Rossini. In tre movimenti, Allegro, Andante con moto, Allegro, per un’ampia durata sonatistica, il Duetto conferma la felicità tematica rossiniana e insieme la brillantezza tecnica, ma anche la maturità interpretativa di Giambattista e Riccardo Valdettaro, padre e figlio, divertiti, forse, anche dallo stupore domestico di Attila.

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Chi è Riccardo Valdettaro

Nasce a Padova il 15 febbraio 1979.

si è diplomato nel 2007 con il massimo dei voti  presso il Conservatorio di Rovigo “F.Vanezze” sotto la guida del M° Ubaldo Fioravanti.

Nel 2004, 2005, 2006 e 2007 ha frequentato i corsi internazionali di perfezionamento (sempre tenuti dal M° Ubaldo Fioravanti ) della Fondazione Musicale S.Cecilia di Portogruaro (suonando al concerto di fine corso degli studenti, in veste di solista). Nel 2004 ha frequentato il corso d’interpretazione dello stile barocco tenuto dai Maestri Ubaldo Fioravanti ed Enrico Casazza per la “Giovane Accademia Musicale Veneta”. Ha frequentato le Masterclass dei Contrabbassisti: Gabriele Raggianti, Giuseppe Ettorre, Libero Lanzillotta, Antonio Sciancalepore.

Successivamente studia per un anno con il M° Riccardo Donati al Conservatorio “Lucio Campiani” di Mantova e dal 2007 è inscritto all’Accademia di  alto perfezionamento “Walter Stauffer” di Cremona sotto la guida del M° Franco Petracchi seguendo anche i corsi estivi di perfezionamento del Campus Internazionale di Musica di Sermoneta (sempre tenuti dal M° Franco Petracchi e suonando anche qui al concerto di fine corso degli studenti, in veste di solista).

Nel 2004 e nel 2005 ha fatto parte dell’Orchestra regionale dei conservatori del Veneto (O.R.C.V.) diventandone poi primo contrabbasso nel 2006. Nel 2005 vince il 2° premio della categoria A (corsi inferiori) della rassegna d’archi “Mario Benvenuti” di Vittorio Veneto, nel 2006 è finalista alla medesima rassegna della categoria B (corsi superiori) (nessun premio assegnato), nel 2007 vince il primo premio della categoria B (corsi superiori) alla medesima rassegna. Sempre nel 2007 vince l’audizione tenuta dal Conservatorio di Rovigo per esibirsi in veste di solista in qualità di migliore allievo e suona il Concerto in Si minore di G.Bottesini accompagnato dall’ Orchestra del Conservatorio. Nel 2008 riceve un Diploma d’Onore al concorso internazionale T.I.M. (torneo internazionale di Musica). Nello stesso anno riceve un premio speciale al prestigioso concorso di esecuzione per Contrabbasso “Werther Benzi”.Viene regolarmente chiamato a collaborare con l’orchestra di Padova e del Veneto (anche primo contrabbasso), orchestra Filarmonia Veneta, orchestra delle Venezie diretta da Giovanni Angeleri (anche primo contrabbasso), orchestra Vanezze (primo contrabbasso), Giovane Filarmonica Veneta (primo contrabbasso), Accademia dell’Orchestra Mozart  diretta da Enrico Bronzi, ecc…

Figlio d’arte, si esibisce con i genitori (la pianista Ines Scarlino e il Violoncellista Giambattista Valdettaro) oltrechè in vari gruppi cameristici, orchestre, e in veste di solista.

Attualmente studia sotto la guida del M° Franco Petracchi.

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Il fumetto, di Paul Dini e Bruce Timm, descrive le origini del personaggio, e racconta di come il Joker impiegò solamente 15 minuti per riuscire a sedurre la dottoressa. Nel finale, quando Harley ha ormai rinunciato all’amore del pazzo, si ritrova un regalo spedito proprio dal Joker: una bellissima rosa rossa, con un bigliettino scritto dal Joker che augura a Harley di guarire presto. Inutile dire che la giovane si converte completamente al crimine. Il finale, piuttosto ambiguo, fa intuire che anche il Joker prova, non un amore folle, ma una vera affezione per l’anima gemella trovata.

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Joker + Harley Valentine - the-joker-and-harley-quinn fan art

Let's hug, Sweetie. - the-joker-and-harley-quinn fan art

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The Satin Dolls è un progetto musicale acustico che vede i suoi natali presso l’Accademia Musicale Città di Castellanza, dall’idea di Irene Ramponi, che recluta altre tre allieve della Scuola, con cui ha già cantato, e con cui nel frattempo è nata anche una bella amicizia, Gaia Galizia e Francesca Franciamore. Nel progetto viene poi coinvolta anche Alice Crespi, chitarrista jazz ed ex allieva dell’Accademia, la quale coinvolgerà anche Dario Cap, chitarrista acustico che già suona con lei in un altro progetto jazz, ma solo come special guest di un progetto nato per essere esclusivamente di sole donne.

Le Satin Dolls sono:

Irene Ramponi nasce a Milano l’8 febbraio 1983 e, fin dai primi anni di vita, mostra una buona propensione per la musica, oltre che un ottimo orecchio musicale e grandi capacità di ascolto. Già a due anni canta davanti a parenti e conoscenti, che notano la sua bravura; a tre anni è già capace di usare il giradischi, che diventa il suo compagno di giochi preferito.

La passione per la musica si accresce sempre più, anche grazie ai genitori che le fanno ascoltare di tutto, a patto che sia di prima scelta e di alta qualità (non a caso Irene cresce a pane e Beatles!); Irene inizia a cantare in un coro intorno ai 7 anni, e vi rimane fino agli 11. Continua ad ascoltare di tutto, soprattutto rock a 360 gradi (dal metal al grunge fino al punk rock, dal rock anni 60-70 al crossover, dal nu-metal al punk-hardcore…), ma inizia anche a prendere spunto dalle grandi cantautrici italiane, Elisa Toffoli in primis.

Continua la propria formazione canora da autodidatta per tutta la durata del Liceo e per i primi anni dell’Università (Irene si iscrive a Scienze dei Beni Culturali ad indirizzo artistico, in seguito prenderà una Laurea Magistrale in Storia e Critica dell’Arte, dal momento che le Arti Figurative, insieme alla Musica, sono la sua passione più grande); in seguito si iscrive all’Accademia Musicale Città di Castellanza ad un corso di Canto Moderno-Jazz, corso che frequenta ormai da quasi 5 anni. Capisce così la propria propensione per il Jazz (soprattutto per lo Swing), e per il blues (Irene si definisce una bluesgirl, dal momento che per lei il blues è la musica che maggiormente esprime le sue emozioni ed in cui riesce meglio ad immedesimarsi nel canto).

Nel frattempo, comincia a dar vita a diversi progetti musicali; un simil-tributo ad Elisa (Marzo-Giugno 2010), che dura pochi mesi, sperimentazioni varie con diverse band di svariati generi (hard rock, classic rock, pop rock, reggae), ed infine, la fondazione, insieme a due amici, degli Idols Of Fools (www.myspace.com/idolsoffools), il suo primo gruppo serio, che si ispira al genere del metal a cappella della band tedesca Van Canto (http://www.vancanto.de/). La band ha molti progetti, vengono così reclutati altri membri e si dà corpo a diversi pezzi, scritti ed arrangiati da Corrado Manenti, leader e principale fondatore della band. Purtroppo, per impegni vari di alcuni componenti, la band si scioglie, anche se Irene sta ancora lavorando con Corrado alla registrazione di un demo con tutti i pezzi della band, con l’obiettivo di farlo girare e di poter, un giorno, far rinascere il progetto dalle proprie ceneri.

Nell’estate del 2011, Irene entra a far parte degli Smoking Thompson, band rockabilly di quattro elementi, compresa lei, con cui fa due date; grande successo per la data all’Athmos Café di Milano (www.facebook.com/athmos.cafe); nonostante questo successo, Irene sente che quella non è la sua strada, dal momento che gli altri musicisti non sono interessati al blues, mentre lei, ovviamente, ha il sogno di buttarsi appieno in questo genere, padre del jazz e del rock. E così lascia la band e si butta a capofitto nei progetti della propria insegnante di canto Fiorella Zito (www.myspace.com/fiorellazito), che la fa cantare da solista, con l’accompagnamento del coro e degli strumenti degli allievi dell’Accademia, a concerti presso l’Auditorium della Scuola di Musica a Villa Pomini, Castellanza (http://www.castellanza.org/news/8/21/3523/; www.myspace.com/villapomini).

E’ un progetto di musica di insieme che tuttora va avanti con diverse esibizioni canore durante l’anno. Molto importante per Irene è l’annuale appuntamento con il concerto di Fine Anno Accademico; quest’anno è in cantiere un grande concerto di tutti gli allievi residenti a Castellanza presso il Teatro di Via Dante per il mese di giugno, oltre che una registrazione di un cd del coro Voice Box, di cui Irene fa parte.

Per farvi un’idea della sua voce, potete trovare alcuni video su Youtube a questi link:

http://www.youtube.com/watch?v=paZsPz86-jQ&list=UUoEK6VS9-HmBtJmsE0tRHsg&index=3&feature=plcp

http://www.youtube.com/watch?v=fYuwtNecEzI&list=UUoEK6VS9-HmBtJmsE0tRHsg&index=2&feature=plcp

http://www.youtube.com/watch?v=fYuwtNecEzI&list=UUoEK6VS9-HmBtJmsE0tRHsg&index=2&feature=plcp<http://www.youtube.com/watch?v=fYuwtNecEzI&list=UUoEK6VS9-HmBtJmsE0tRHsg&index=2&feature=plcp

http://www.youtube.com/watch?v=QD5BdZYlPfg&list=UUoEK6VS9-HmBtJmsE0tRHsg&index=1&feature=plcp

Dal blog di Irene (è una grande bloggatrice) sappiamo che “E’ amante del viaggio per la scoperta e la ricognizione di luoghi nuovi, e ama la musica, della quale  si occupa personalmente con l’organizzazione di concerti e festival musicali e praticandola in prima persona con lo studio del canto moderno e tramite alcuni progetti artistici. Ama scrivere a tempo perso, soprattutto recensioni di critica a mostre e concerti, ma anche poesie, e pensieri in libertà, idealista disincantata, crede ancora nella forza dei sogni per la propria realizzazione personale.” (https://irenotta.wordpress.com).

Gaia Galizia nasce nel Basso Varesotto/Alto Milanese che dir si voglia nel Novembre del 1992 e vive nella ridente cittadella di Castellanza. Con la musica, non ci azzecca subito, dal momento che il suo sogno, da piccola, era di fare l’illustratrice per bambini prima e la stilista poi. Capisce che la moda e l’arte sono la sua strada alla fine del Liceo Linguistico, quando si iscrive a Comunicazione e Didattica dell’Arte all’Accademia di Brera (è al primo anno). Si avvicina al canto all’età di 12 anni, quindi sono sette anni che studia moderno-jazz con Fiorella Zito all’Accademia Musicale di Castellanza. A livello musicale, molto di quello che ha imparato è stato proprio grazie alla sua insegnante; ne ha appreso i gusti musicali, le abilità tecniche e stilistiche. Il canto le ha permesso, passo dopo passo, di scoprire chi è e di costruirsi la propria identità…Se le chiediamo cosa pensa di se stessa, ci dice: “ Comunque sia, sono una cazzona.” . Scherzi a parte, nel gruppo si distingue per la sua voce molto spinta, potente e graffiante, una voce molto rock, che sa essere ruvida ma anche molto precisa. Ha altri progetti musicali ed una buona esperienza di palcoscenico. Insieme a Irene e Francesca, fa parte del coro Voice Box, dell’Accademia Musicale Città di Castellanza.

Francesca Franciamore ha diciotto anni e vive nel Basso Varesotto; frequenta l’Istituto Tecnico Commerciale E. Tosi di Busto Arsizio. Il canto è una passione che non si porta dietro da molti anni, anche se, a tempo perso, ha sempre cantato sotto la doccia sin da quando era piccina. Frequenta le lezioni di canto moderno-jazz all’Accademia di Castellanza con Fiorella Zito da circa un anno e mezzo. La sua prima esperienza di palco avviene ai concerti della Scuola. Ha una voce molto morbida, calda e carezzevole, dalle notevoli coloriture soul e black. Con Irene e Gaia, fa parte del coro Voice Box dell’Accademia Musicale Città di Castellanza.

Alice Crespi, la strumentista del gruppo, ha ventun anni, è nata e cresciuta a Busto Arsizio. Chitarrista classica di grande talento, si applica nello studio della chitarra da sei anni a questa parte. Suona in un altro progetto acustico, insieme all’ospite del gruppo, Dario, a cui abbiamo accennato prima. Studia Fisica all’Università degli Studi; la musica è la sua vita. La sua bravura, sia negli assoli che nell’accompagnamento, si nota fin dalle prime note; è un’artista dal tocco delicato e preciso, ma molto umile e modesta. Non ammetterà mai di essere una grande. Annualmente accompagna il coro Voice Box durante i concerti.

        

Rock En Rose

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Mi chiedo come andrà a finire…Dopo innumerevoli sbattimenti fallimentari con band di merda che non meritano nemmeno di essere considerate tali, dopo aver incontrato gente infame che pensa di suonare bene, quando in realtà dovrebbe andare a scuola di umiltà, dopo notevoli inculate sotto molti fronti (da chi ti dice che non servi perché “i coinvolgimenti emotivi tra musicisti dello stesso gruppo non fanno bene”, a chi ti dice che sei troppo seria ed impostata per cantare un certo genere…), siamo ammessi a Rock En Rose, sul palco di Palazzo Granaio, palco molto ambito e, a volte, non sempre raggiungibile da tutti.

Viene fuori quest’occasione, un contest per band che abbiano almeno una componente donna e cantantesse emergenti…Dopo una gavetta di qualche anno e continue lezioni di canto e di umiltà insieme alla mitica Fiorella, ci troviamo a cantare insieme, esperienza che abbiamo già fatto durante i concerti all’Accademia di Castellanza, preparati con molto studio, prove e sacrifici…Siamo io, Gaia e Francy Francy alle voci, a cui poi si aggiunge Alice, giovanissimo fenomeno alla chitarra classica (che tira in mezzo anche un suo amico, con cui vive quasi musicalmente in simbiosi) e poi Marco, bassista hard rock da parecchi anni, che si presta ad accompagnarci nella ritmica…

Il progetto è messo in piedi in poco tempo…In esso deve risaltare l’elemento voce, come preponderante, e poi, l’elemento femminile…Tre cantanti donne che si esibiscono in acustico non passano di certo inosservate…Nascono le The Satin Dolls, nome ispirato ad un pezzo del grande Duke Ellington…Inizialmente doveva essere un progetto in rappresentaza della Scuola, ma poi si decide di farci le ossa da sole e provare questa esperienza…

Non sappiamo come andrà a finire, ma di certo ci metteremo tutto l’impegno, la buona volontà, lo spirito di corpo e la fiducia in noi stesse; è questo che ci ha insegnato ad essere l’Accademia Musicale, che oltre ad essere Scuola di Musica, è anche Scuola di Vita, essendo un valido aiuto per formare le nostre personalità a volte alla deriva e per fortificarci il carattere…

Ringraziamo Lela Rose Produzioni per aver messo in piedi tutto questo! Ringrazio poi personalmente chi mi ha sostenuta, prendendo parte o semplicemente partecipando emotivamente al progetto, o abbracciando a piene mani la propria partecipazione; inoltre ringrazio la Silligan, che per me è stata veicolo di nuovi orizzonti e nuove aperture mentali… 😉

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Milano Milano...
Milano Sguardo Distratto Bacio Di Ghiaccio Capto Frequenza Di Intolleranza E
Mancanza Di Tempo E Di Vento Intenso Traffico Denso E Ripenso Al Motivo Per
Cui Vivo Tra Il Grigio Di Questo Cemento Ci Sono Immigrati In Edifici
Occupati E Gli Sciuri Imboscati Dietro Sicuri Giardini Privati Dai Quartieri
Duri Ai Locali Tra Troie E Avvocati Carcerati Tra Muri E Palazzi Pittati E
Futuri Pazzi Sclerali Ma Siamo Già Alla Fine Della Settimana E Scendendo Il
Sole Dietro Porta Romana Sei Troppo Bella Per Dirti Addio Tu Chiami E Poi
Noi Tutti Ubbidiamo E Tra Chi Nomina Il Tuo Nome Invano Ci Sono Anch’io
Milano Milano Milano Quando Sono Lontano Voglio Tornare Milano Quando Ci
Sono Voglio Scappare Il Cielo Un Foglio Di Rame Per La Vivace Attività
Industriale L’industriale Si Droga Poi Vota Chi Dice Che La Droga Fa Male
Ipocrisia Nuda Come Modelle Sul Cartellone Dei Saldi Fuori Stagione In
Montenapoleone Bambini Sniffano Colla Alla Stazione Centrale E Piazza Affari
Tracolla E Chi Compra Vita Superficiale Ma C’è Chi Tiene Accesa La Lotta La
Manifestazione Parte A Porta Venezia

Sei Troppo Bella Per Dirti Addio Tu Chiami E Poi Noi Tutti Ubbidiamo E Tra
Chi Nomina Il Tuo Nome Invano Ci Sono Anch’io Milano Milano Nel Tuo Veleno
Che Noi Respiriamo Ci Sono Anch’io Milano Milano Tra La Ringhiera E Il Sogno
Americano Ci Sono Anch’io Milano Milano

Non C’è Mai Parcheggio Ed È Sempre Peggio Settimana Della Moda Vita Mondana
In Coda In Auto A Noleggio L’alternativo Beve Vino Vicino Agli Yuppi In
Brera Sera A Tema Tropico Latino
Tutti In Fiera Tra Chi Rapina Per La Cocaina Sento Un Vecchietto Che Canta
In Dialetto Alla Sua Madonnina E Quando La Nebbia Scompare In Lui Mi
Riconosco Come Una Goccia Nel Mare
Mi Ritrovo Al Mio Posto E Devo A Tè Quello Che Sono E Alle Luci Di Un
Tramonto Sopra Piazza Del Duomo

Sei Troppo Bella Per Dirti Addio Tu Chiami E Poi Noi Tutti Ubbidiamo E Tra
Chi Nomina Il Tuo Nome Invano Ci Sono Anch’io Milano Milano Nel Tuo Veleno
Che Noi Respiriamo Ci Sono Anch’io Milano Milano Tra La Ringhiera E Il Sogno
Americano Ci Sono Anch’io Milano Milano.

 

 

“Solitudine e bisogno esistenziale di unione nell’ Arte di amare di Erich Fromm,“ in: P. L. Eletti (Ed.), Incontro con Erich Fromm. Atti del Simposio Internazionale su Erich Fromm: „Dalla necrofilia alla
biofilia: linee per una psicoanalisi umanistica“ Firenze 1986, Firenze (Edizioni Medicea) 1988, pp. 287-292.”

Di Eda Ciampini Gazzarrini

Il tema esplicito del libro di Fromm, l’Arte di Amare“, è l’interrogativo sulla possibilità di amare nella civiltà contemporanea, incentrata sul profitto e sullo scambio di mercato. Tuttavia argomenti centrali dell’opera appaiono la solitudine umana e quell’insopprimibile anelito di unione“ che troverà acquietamento nell’amore.
È il bisogno di unione“, di un incontro risolutore tra gli uomini quello che Fromm percepisce nella società americana e in quelle a sviluppo tecnologico, dietro l’apparente stato di benessere. Sarà questo stesso bisogno, preannunciante di per sé la possibilità di amare, a generare nell’uomo insoddisfazione per le pseudosoluzioni adottate.
Ci ha colpito di questo libro la presenza di nostalgia di un bene perduto“, dietro il quale è il mistero, di cui Fromm, insieme a noi, cerca il nome. Fromm chiama questa nostalgia desiderio di ritorno al Paradiso Terrestre“ dove l’uomo può vivere senza consapevolezza di sé, dove non si sono ancora sviluppate le dicotomie esistenziali.
Paradiso come condizione perduta di armonia, con la natura e con se stesso.
Ma è stato fatto divieto ad Adamo ed Eva di rimanere, dopo che si sono cibati del frutto dell’albero del bene e del male. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Con la nuova dimensione della consapevolezza Adamo ed Eva si mettono fuori dal regno dell’indistinto, dell’istinto, della natura e si sentono soli e colpevoli.
I cherubini con la spada di fuoco sono a testimoniare la colpa commessa e l’impossibilità di  un ritorno.
Con questo dramma, dirà Fromm, inizia, per la razza umana, il destino di uomo.
Parimenti, con la separazione dalla madre iniziano per il bambino il destino di individuo e la ricerca di un nuovo incontro.
Anche il bambino alla nascita viene sbalzato da una situazione chiara come l’istinto in una incerta, ma il senso di solitudine del neonato è annullato dalla presenza fisica della madre dal suo contatto, dall’odore della sua pelle. Fromm dirà che più il bambino, nella crescita, si libera dai vincoli primitivi, più intenso resta in lui il bisogno di nuove vie“ per ripristinare l’unione”.
L’autore batte l’accento sull’isolamento e sul vuoto che il bambino prova quando si rende conto della separazione dalla madre.
Il senso di solitudine è, per Fromm, l’origine di ogni ansia che, se intollerabile, porta a cancellare il senso di separazione e con esso il mondo esterno. L’individuo si chiude in un isolamento che è follia. Per il nostro autore l’umanità, di qualsiasi civiltà, si è trovata di fronte alla soluzione dell’eterno problema di come superare la solitudine e raggiungere l’unione“. Questo è l’interrogativo che si è posto l’uomo delle caverne così come l’uomo di oggi.
È un problema, continuerà a dire Fromm, che nasce dalla condizione dell’esistenza umana, di fronte al quale la storia delle religioni e della filosofia sono tentativi di soluzione.
È convinzione di Fromm che anche la società capitalistica risponda a suo modo, a salvaguardia dei privilegi, al bisogno dell’uomo di superare la solitudine, ammannendo il „conformismo“, la “routine di lavoro e del piacere” e”idoli” privi di qualità umane.
E l’uomo è solo più di sempre.
Fromm ci avverte che la maggior parte della gente non si rende conto di cosa nasconda il conformismo: „Come potrebbe un uomo prigioniero della
ragnatela della routine ricordarsi che è un uomo, un individuo ben distinto, uno al quale è concessa una unica occasione di vivere, con speranze e delusioni e dolori e timori, col desiderio di amare e il terrore della solitudine e del nulla?“
Fromm tocca uno dei più scottanti temi attuali e denuncia che i movimenti socio-politici e le vertiginose scoperte tecnologiche sono sempre più al servizio di una società retta da una costrittiva
economia competitiva.
È esplicito in Fromm che per l’uomo di oggi il problema della solitudine e di una ricerca di „integrazione“ senza perdita della propria individualità sia altrettanto importante quanto lo studio della sessualità ai tempi di Freud. La stessa spinta sessuale, per Fromm, è causata solo parzialmente dal bisogno di sopprimere una tensione mentre la necessità principale è data dall’istanza di „unione“ con l’altro polo sessuale.
Nel processo della separazione che fa parte della crescita, che è anche euforia e gioia, Fromm richiama la nostra attenzione sullo stato di sofferenza che ne consegue e sulla paura del vuoto, dell’isolamento. L’uomo Fromm sembra molto preso da questa condizione umana di „separazione“ che non avviene una volta per tutte ma che si ripete, con rinnovato senso di perdita ad ogni cambiamento, sempre dolorosa.
Così si ritrova in lui, non acquietata, la nostalgia. di una felice unione perduta.
Fromm, sociologo, è preoccupato per le condizioni della società attuale, per il futuro dell’uomo che rischia la distruzione, anche perché la società conia strategie di mascheramento del disagio e l’uomo rimane „consapevolmente inconsapevole“.
Con questa ultima affermazione dell’ambiguità dell’individuo, Frómm pare minare la speranza di una risoluzione nella quale egli tuttavia crede.
Dei messaggi di Fromm, sembra essersi fatto araldo in questi ultimissimi tempi, il linguaggio dell’artista. I temi di Fromm hanno trovato espressione
e particolare incisività attraverso la macchina da presa e le immagini che rendono più accessibili i significati. Michel del film del regista Ferreri „I love you“ ripropone il problema esistenziale di una propria individuazione e il
fallimento di un ritiro dalle relazioni umane verso un oggetto meccanico che sostituisce l’incontro con l’altro.
Michel è l’uomo che Fromm in una opera più tarda chiamerà uomo monocerebrale preso dal meccanismo tecnologico a tale punto da stabilire fra lui e la macchina una specie di rapporto
simbiotico. Fromm troverà una sorprendente analogia fra questo tipo di uomo monocerebrale e gli schizofrenici.
Sempre attraverso lo strumento della macchina da presa ci arriva un altro messaggio. È la volta di Kaos dei registi Taviani. Kaos è il mondo prima dell’atto della creazione, nel quale tutte le forme erano indefinite. Il film si presta a significare un ritorno regressivo alla Grande Madre, la nostalgia di un „eterno presente“. Il protagonista, a maturità avanzata, torna nei luoghi dell’infanzia e ricorda la madre: „Ora che sei morta e non mi pensi più, io
non sono vivo per te“. Possiamo cogliere in altri aspetti della cultura il segno del disagio ed anche modalità di copertura, strategie, che negano „il
vuoto“. Stiamo pensando al „trompe d’oeil“ (inganno dell’occhio) in architettura, a quel movimento che cerca di coprire con pitture di modelli architettonici del passato Rinascimento le pareti di vetro e cemento dell’edilizia moderna.

Aggiungiamo queste immagini ingannevoli, tratte dai nostri giorni, a quelle che Fromm mette a nudo nel suo libro sia relative alla vita dell’individuo che della società. Sembra non possano esserci altre soluzioni che follia, regressione, inganno e che la società debba andare verso la distruzione totale. Fromm indica la possibilità di superare la solitudine e di sfuggire il vuoto, nella capacità di amare dell’uomo e in una organizzazione sociale improntata dall’amore.
Scrive dell’amore come di un sentimento attivo, la cui caratteristica si sintetizza nel concetto del „dare“. “Dare”come la più alta forma di potenza per cui l’uomo prova la sua forza, la sua ricchezza, il suo potere. Il „principio“ dell’amore per Fromm è incompatibile con il „principio“ che anima la società capitalistica, basata sul profitto. Tuttavia egli ammette che il capitalismo, nella sua reale estrinsecazione, è complesso e in continua evoluzione, da dare adito ad una certa dose di anticonformismo e di giudizio critico.
Questa dialettica di Fromm ci porterebbe ad affrontare il problema della polarità e della integrazione nel suo pensiero.
La polarità sembra corrispondere più al Fromm sociologo per il compito che si è assegnato di togliere l’uomo dalla confusione, dalla ignoranza consapevole, con visioni chiare di vita. Anche quando illustra la crescita
dell’individuo differenzierà nettamente l’amore, definendone le caratteristiche di premura, responsabilità, rispetto e conoscenza, degli stati di simbiosi, di narcisismo, di dipendenza. Egli sembra lasciare tra la condizione matura dell’amore e gli stati affettivi più elementari come un vuoto che disorienta.
Sara, una adolescente seguita in psicoterapia, al culmine della sua ambivalenza, esposta alla disperazione depressiva per l’oggetto buono sentito come perduto, chiede: „Nella dipendenza c’è amore?“ .
Cerchiamo con Sara, presi dalla conflittualità dei nostri sentimenti, una rassicurazione da Fromm.
E Fromm terapeuta abbandona la polarità e tocca il tema della sofferenza mentale con la sua affermazione carica di empatia:„Mentre si è coscientemente timorosi di non essere amati, il vero, sebbene inconscio timore è quello di riuscire ad amare“. Sara ci chiede di ricercare la presenza di amore là dove è fusione, narcisismo, dipendenza e colpa. Ci invita ad andare a ricercare più indietro le radici della capacità di amare.
E Fromm ci viene ancora incontro con il „principio dell’amore materno“ rappresentato dalla figura della madre, principio che è al di sopra delle prestazioni reali della mamma con il proprio bambino.
È un amore incondizionato che dice al figlio: „Non c’è peccato, né delitto che ti possa privare del mio amore, del desiderio che tu sia vivo e felice“.
L’amore incondizionato corrisponde ad uno dei più profondi aneliti di ogni essere umano, dirà Fromm.
Una nota studiosa dell’infanzia chiamerà questo anelito „Oggetto di bontà unica di cui il neonato sa inconsciamente“ ricorrendo in certo qual modo ad una eredità filogenetica.
Fromm è un uomo che ha fede nella capacità individuale di amore e la ritiene unica reale soluzione al problema della solitudine. Ha fede nella possibilità dell’amore come fenomeno sociale, e afferma che le forme maligne di aggressione e sadismo possono essere sostanzialmente ridotte se le condizioni socio-economiche si evolvono in modo da favorire lo sviluppo del potere creativo dell’uomo, come suo autentico obiettivo.

Bibliografia
S. Ferenczi, Thalassa, Roma, 1965, Astrolabio. Freud,
S., Tre saggi sulla sessualità, Milano, 1975, Boringhieri.
E. Fromm, L’Arte di Amare, Milano 1963 – „I Corvi“
dall’Oglio – Il Saggiatore
E. Fromm, Anatomia della distruttività umana, Milano,
1975, A. Mondadori.
E. Fromm, Avere o Essere?, Milano 1977, A. Mondadori.
M. Klein, Scritti,l92l-1958, Torino 1978, Boringhieri.

Per chi non lo conoscesse:

L’Arte di amare di Erich Fromm

“ Ogni essere umano avverte dentro di sé in modo istintivo e insopprimibile l’assoluta necessità dell’amore. Eppure, in molti casi, si ignora il vero significato di questo complesso e totalizzante aspetto della vita. Per lo più l’amore viene scambiato con il bisogno di essere amati. In questo modo un atto creativo dinamico e stimolante si trasforma in un tentativo egoistico di piacere. Ma il vero amore, sostiene Erich Fromm, è un sentimento molto più profondo che richiede sforzo e saggezza, umiltà e coraggio. E, soprattutto, è qualcosa che si può imparare. “

 

Un’onda si sta gonfiando, e siamo impreparati ad affrontarla – International Business Times.

Pier Paolo Pasolini

Vi odio, cari studenti (Il Pci ai giovani!!)

È triste.
La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato.
Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati…
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!

Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!

I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.

A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri.
Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.

l’Espresso (n. 24, 16.6.68)


Le nostre vite con la loro storia sono così legate a eventi, misteri, giochi beffardi
che l’unica soluzione sembra quella di meravigliarsi e basta.
Queste righe vogliono essere un resoconto delle varie impressioni dovute alla visione del film Mulholland Drive di David Lynch.

In genere Lynch o è amato o è odiato, e anche questo suo ultimo film non sfugge alla regola. Se lo si ama, e questo è il caso mio, le emozioni che ne derivano sono assai forti, tanto che ti viene poi voglia di comunicarle: quindi scrivo qualche frase, un po’ arruffata, nel tentativo di dire qualcosa.
La storia non è importante o meglio, non si capisce molto: fino a un certo punto lo spettatore è accompagnato in un sistema razionale di avvenimenti dove c’è la netta sensazione che il mistero che avvolge il tutto, una vicenda un po’ malavitosa accompagnata da amnesia, venga a poco a poco svelata.
Poi, quando la nebbia dell’amnesia evapora e, per un attimo, tutto sembra ritornare nella rassicurazione della causa-effetto, subentra un’impennata di avvenimenti, immagini e quant’altro che complica tutto: non ci si capisce più niente.
Tre donne, i nomi di donne, Rita, Diana, Betty, Camilla, si alternano, si scambiano, si confondono, si amano, in flash back che poi non tornano più avanti, in intrighi a scatole cinesi che non si chiuderanno mai.
Lo spettatore ha due possibilità: o cerca di capire, e allora si irriterà e ridacchierà sconsolato, o si lascia trasportare nel delirio e lui stesso si confonderà con quei nomi e farà l’amore con gli sguardi, la pelle e le lacrime di quelle donne.
Il regista è geniale nel prenderti per mano e immergerti fino in fondo in atmosfere di paura, straniamento, commozione, in piccoli quadri che diventano grandi scene di un film che non c’entra col film che stai vedendo, improvvise aperture di vita in mondi paralleli che stanno: sospesi e lontani dalla realtà che circola nei fotogrammi; stanno e aprono i cuori di uno spettatore che ha abbandonato le sequenze temporali e si è dimenticato di essere al cinema.
Mondo di piccole dive di Holliwood , piene di speranze, invidiose, belle, brave, ma non è Eva contro Eva, o forse sì: Eva contro Eva con una pasticca di LSD in corpo.
Un film sul cinema, alla Fellini o alla Truffaut, o alla troppo lunga serie di registi che si compiacciono del gioco ormai vecchio e banale del cinema nel cinema. Qui c’è qualcosa di molto più profondo: tutto è mistero che ti accarezza e ti trascina lontano da te stesso: forse ricordare a più riprese che quello che stai vedendo è un film, è quasi rassicurante: è tutto registrato, si dice nel film, come per dire: è tutto finzione; forse perché il tutto entra così nel profondo che è meglio dirsi che poi finisce e si torna tranquilli alle proprie contingenze quotidiane.
Le interpretazioni fuori dal cinema si sprecano e ciascuno cerca di capire, non rispettando l’ultima parola che conclude il film: silenzio.
Solo senza esternazioni di entusiasmo o di irritazione puoi camminare in una Genova notturna dove ogni immagine è la continuazione di una scena girata a Los Angeles, e i visi delle persone assumono quell’intensità sempre presente ma poco osservata che solo uno zoom estremo ti permette di cogliere: gli sguardi di Betty o di Diana sono gli stessi delle persone che vedi oggi e domani, ma vederli riempire lo schermo ti ricorda molte cose impolverate dall’abitudine.
In una scena una cantante truccata pesantemente e con una lacrima finta interpreta una canzone d’amore mentre le due innamorate, dimentiche di tutto, piangono lacrime vere, o forse finte anch’esse, comunque registrate, e tu, spettatore che hai dimenticato che stai vedendo un film dove c’è un enigma da svelare, piangi lacrime vere. Detto così forse risulta banale: qualche lacrimuccia da spettatore piagnucolante per una vicenda un po’ commovente.
In realtà, l’emozione è rara.
In un’altra scena Camilla esce da un bosco come una sacerdotessa che ha appena compiuto un rito sacro sulle alture di Atene, e prende per mano la sua amata Diana (o Betty?), accompagnandola su, per un sentiero fino ad arrivare a vedere Los Angeles immensa e illuminata, nuova Atene dei miti del cinema.
Quella camminata d’amore accompagnata da una musica straniante che portava al sogno di una città che solo le città di notte possono dire, quella camminata d’amore che d’amore non sarà da lì a poco, ripercorreva tutti i passi degli amanti silenziosi che si sono tenuti per mano un attimo in un bosco notturno: già questa scena merita il film.
Spesso gli oggetti sono ripresi in modo ravvicinato, dettagliato: anche qui lo sguardo pigro ha un sussulto perché vede le stesse cose da un’angolazione nuova:
rimane l’essenza e tutto il già noto viene messo tra parentesi: è l’epochè di Husserl applicata alle immagini.
Lo sguardo torna a essere “senza memoria o desiderio” come direbbe Bion per una seduta analitica, ovvero senza orpelli già predefiniti che fissano l’altro in un ruolo. Lo sguardo di un bimbo che scopre il mondo torna a invaderci e a commuoverci e ancora una volta riscopri l’incanto del vivere. Tutto questo e molto di più, vedendo il film; o almeno: quel film con i miei occhi e in quel momento.
Al di là dell’atto poetico, che può affascinare o no a seconda della lunghezza d’onda di ciascuna persona, ciò che può irritare o lasciare perplessi riguarda la trama. In un qualsiasi film che si rispetti, alla fine tutto si spiega con una ragione, una causa, un motivo.
Anche in film a effetti paranormali, se la sceneggiatura è ben scritta, le situazioni più inverosimili hanno anch’esse una spiegazione che riguarda un ente supremo, alieno, altrimenti si tratta di un’accozzaglia di scene senza nesso logico, magari ad effetto, ma che lascia perplessi.
In questo caso la situazione è diversa: più si va avanti, più gli eventi si ingarbugliano e la girandola delle protagoniste diventa così vorticosa che la mente non riesce più a ordinare le cose e alla fine si getta la spugna.
Anche le fisionomie delle attrici tendono a rassomigliarsi, tanto che si possono avere dei dubbi tra le varie bionde che si alternano.
Semplici effetti a sorpresa per stupire, o qualcosa d’altro? Non so quale fosse l’intento del regista, quello che poi importa è quello che rimane nello spettatore.
Il mio possibile significato allora è il seguente: una vicenda di attrici che arrivano a Hollywood per fare fortuna; c’è chi ci riesce mentre altre rimangono comparse frustrate. Fin qui nulla di nuovo.
Quello che però viene sottolineato è che il risultato di ciascuna vita dipende dal caso, da circostanze così complesse e aggrovigliate che poi la diva e la comparsa potrebbero scambiarsi i ruoli per un puro gioco del destino.
Le nostre vite con la loro storia sono quindi così legate a eventi, misteri, giochi beffardi che l’unica soluzione sembra quella di meravigliarsi e basta.
Tentare di strutturare diventa inutile, una teoria non potrà mai rendere conto di tutte le sequenze di una vita o di un film. Truffaut disse in un film che i film sono migliori della vita, perché sono più lineari, non ci sono tempi morti, le sequenze si susseguono ordinatamente.
Affermazione facilmente contestabile (non a caso i cinefili spesso hanno paura della vita), ma con Lynch forse la confusione, il mistero e la bellezza della vita entrano davvero in un film. Forse per questo lo si ama o lo si odia.

Tullio Tommasi

 Io amo David Lynch, come regista, ma anche come astista (ancor di più dopo aver visto la sua mostra alla Triennale di Milano, The Air Is On Fire, un concentrato di sogno, incubo, spirito visionario, organizzata dalla Fondazione Cartier per l’Arte Contemporanea nel 2007. Da tener presente che l’inquietudine e l’ambiguità dei suoi film vengono riprese  anche nell’arte, così come il suo macabro senso dell’umorismo e la sensualità torbida e conturbante delle sue donne. Il catalogo della mostra è commentato dallo stesso David Lynch e contiene anche una conversazione con Kristine McKenna, giornalista americana. Insomma, decisamente da non perdere. ).

E sicuramente Mullholland Drive è uno dei miei film preferiti…In cui analisi psicologica, introspezione nella mente dell’animo umano, visionarietà ed arte si fondono in un tutt’uno di grande effetto.

Trama del film: Una misteriosa ragazza bruna che si fa chiamare Rita, scampata a un terribile incidente stradale sulla Mulholland Drive e affetta da amnesia, si rifugia in un appartamento di Los Angeles abitato da Betty, un’aspirante attrice giunta a Hollywood in cerca di fama; insieme, le due donne indagheranno per far luce sul passato di Rita. Nel frattempo, un regista cinematografico deve subire le vessazioni di un gruppo di mafiosi.
Pensato in origine come il pilot di una serie televisiva mai realizzata e trasformato in seguito in un vero e proprio film, Mulholland Drive (il titolo deriva dal nome di una strada di Los Angeles) è una delle opere più complesse ed enigmatiche nell’itinerario dell’apprezzato regista americano David Lynch. Presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes 2001, ottenendo le lodi dei critici e il premio per la miglior regia, il film è un coinvolgente thriller psicologico a metà strada fra realtà e immaginazione, fra sogno e incubo, che riprende i temi e le situazioni di alcune delle precedenti pellicole di Lynch (Strade perdute, Velluto blu) e del celebre telefilm Twin Peaks, accentuandone l’elemento visionario e surrealista. Il risultato è una pellicola assolutamente unica nel suo genere, consacrata come un vero e proprio cult e considerata una delle vette più alte nella carriera di Lynch.
Dopo una bizzarra introduzione iniziale con una coloratissima scena di danza, lo spettatore viene subito avvolto nell’atmosfera cupa e angosciosa della storia, aperta da un drammatico incidente sulla Mulholland Drive dal quale l’unica a uscire viva è Rita (Laura Elena Harring), una ragazza senza identità e senza memoria (il suo nome è ripreso da un poster di Rita Hayworth). Qual è il mistero che si nasconde nel passato della donna? Quale pericolo incombe su di lei? A tentare di rispondere a queste domande sarà la giovane e ingenua Betty Elms (Naomi Watts), che finirà ben presto per farsi sedurre dal fascino di Rita. A questo intrigante plot giallo si intrecciano poi altre storie parallele, come quella (memorabile) di un uomo che vede materializzarsi il proprio incubo; talvolta, però, queste vicende laterali – come l’episodio semi-grottesco di Adam Kesher (Justin Theroux), un regista alle prese con la mafia – rischiano di risultare scoordinate rispetto alla trama principale, con l’inevitabile conseguenza di rallentare il ritmo narrativo e di influire sulla lunghezza forse eccessiva della pellicola.
Costruito nella prima parte come un thriller alla Twin Peaks, con il passare dei minuti il film di Lynch si fa sempre più ermetico e sconcertante, fino a trasformarsi in un autentico labirinto fatto di flashback, suggestioni oniriche, erotismo e terrori scaturiti dall’inconscio. Il regista mette al centro della scena le due protagoniste – una bionda e una bruna – per poi addentrarsi negli anfratti della psiche e della coscienza e creare un ambiguo senso di suspense, al quale contribuiscono anche le musiche di Angelo Badalamenti e il contrasto fra le inquietanti ambientazioni notturne e le tinte sgargianti delle ville di Los Angeles. Negli ultimi quaranta minuti, il film subisce un improvviso capovolgimento con l’apertura di una piccola scatola blu che rovescia le identità dei personaggi ed i loro rispettivi rapporti; e l’intera trama assumerà di colpo un nuovo significato, tramite il quale sarà possibile dare una diversa disposizione ai vari tasselli del puzzle. Mulholland Drive può apparire di sicuro come un’opera oscura e spiazzante, ma in fondo rappresenta il cinema di Lynch allo stato puro: prendere o lasciare.

Chi è David Lynch (un maestro dalla mente onirica):

Eclettica e visionaria icona della cinematografia mondiale, David Lynch è un moderno artista del rinascimento (così viene definito) che attraverso le sue opere ha sviscerato l’inconscio umano, conducendoci al limite dell’immaginifico.
Cineasta, pittore, designer, compositore e molto altro ancora: nel corso della prodigiosa carriera, il divo ha espresso la sua essenza astrale mediante le più svariate forme artistiche.
Oltre ad aver diretto numerosi videoclip musicali nonché accattivanti spot come quelli per la Playstation 2, Lynch è anche un’abile fumettista: il Los Angeles Reader pubblica regolarmente la sua strip “Il Cane più Arrabbiato della Terra”.
Inoltre, realizza quadri, sculture e composizioni dinamiche caratterizzate da elementi come formiche vive o carne putrefatta. Le pellicole estremamente surrealistiche di questo maestro prendono forma dalle sue tele intrise di sconcertante nonsense.
Il 20 Gennaio 1946, Donald e Sunny Lynch danno alla luce il primogenito David. Nasce a Missoula, nel Montana: cittadina assai pittoresca, come quelle che il regista tende a raffigurare nei suoi film.
Di origini tedesco-finlandesi, il bimbo adora giocare assieme ai fratelli John e Margaret, con i suoi cinque pupazzi di Woody Woodpecker: Chucko, Buster, Peter, Bob e Dan. Piccolo membro degli scout, David è costretto a trasferirsi ripetutamente a causa del lavoro di suo padre: scienziato del Servizio Forestale.
Durante l’adolescenza sogna di fare lo psichiatra; col passare del tempo però scopre la passione per la pittura e nel 1963 decide di iscriversi al Corcoran School of Art di Washington DC. Dodici mesi più tardi, frequenta il Museum School di Boston: in quel periodo il ragazzo è assunto come commesso in un art store di cornici ma viene ben presto licenziato, perché non riesce a svegliarsi presto al mattino e di conseguenza ad essere puntuale. Nel 1965 il 19enne Lynch è ammesso alla Pennsylvania Academy of Fine Arts di Philadelphia, dove si stabilisce definitivamente con la famiglia.
L’anno successivo dà vita alla sua prima creazione: il cortometraggio Six Figures Getting Sick. Nel ’67 convola a nozze con l’attrice Peggy Lentz: la loro unione durerà sette anni. La donna darà al marito una figlia: Jennifer, che diventata adulta dirigerà il controverso thriller Boxing Helena. La realtà violenta della periferia di Philadelphia ispira il giovane David per il suo debutto nel grande schermo: Eraserhead – La mente che cancella, horror girato per l’American Film Institute. Oltre a produrlo e dirigerlo, Lynch ne firma la sceneggiatura, la fotografia, il montaggio nonché gli effetti speciali. Lavorerà ossessivamente a questo progetto per cinque anni, mezzo decennio travagliato da mille disastri finanziari: per via dei debiti dovuti alla realizzazione del film, David perde la casa ed è costretto a dormire nel set all’insaputa della troupe eliminando sapientemente, alla mattina, ogni traccia del bivacco.
Già in questa pellicola prima emerge il suo affascinate stile allucinato e inquietante, completamente estraneo a tutto ciò che è stato creato fino ad allora. E’ stato riportato che l’opera prima di Lynch sia il film preferito da Stanley Kubrick. Gli estenuanti sacrifici vengono premiati con una meritatissima popolarità: persino George Lucas diviene un suo ammiratore e gli offre l’opportunità di dirigere Il ritorno dello Jedi. La star tuttavia rifiuta, dato che lo sci-fi è già totalmente definito da Lucas. Il 21 giugno 1977 sposa Mary Fisk dalla quale divorzierà l’anno seguente; i due hanno un figlio, Austin Jack.
Nel 1980 arriva la consacrazione definitiva: l’amico e collega Mel Brooks affida a David la direzione del dramma vittoriano The Elephant Man. Il film è la ricostruzione romanzata della vita di John Merrick, un uomo realmente esistito nel tardo Ottocento, orrendamente deformato a causa di una malattia genetica. Questa opera struggente e di eccezionale bellezza, interpretata in modo superbo da Anthony Hopkins e John Hurt, ottiene un enorme successo di pubblico e critica. Nella notte della 52esima edizione degli Academy Awards, The Elephant Man si aggiudica ben otto nomination all’Oscar ma scandalosamente non ne vince neanche uno.
Ciò nonostante, David Lynch diviene un mito, un emblema di inimitabile genialità. È il 1984 quando è dietro la macchina da presa del suo primo film a colori: il flop fantascientifico Dune. A quei tempi Lynch accetta la proposta di De Laurentis di girare questa pellicola, assicurandosi di avere carta bianca per il prossimo lungometraggio. L’opera in questione è l’eccessivo e delirante Velluto Blu, escluso dal Festival di Venezia con l’accusa di pornografia gratuita. Pertanto, l’opera rimane la sua “creatura” più personale e singolare dalle origini.
Durante le riprese, il divo viene incantato dallo charmedi Isabella Rossellini, con la quale ha una relazione. Arriva il 1990 e con esso il paradossale Cuore Selvaggio: presentato al Festival di Cannes, il film tra fischi e polemiche, vince la Palma d’Oro come migliore pellicola, grazie alla forte influenza di Bernardo Bertolucci, presidente della giuria. È in questo periodo che l’eccentrico cineasta genera la sua opera più innovativa fino ad allora: la serie tv I Segreti di Twin Peaks. Questa telepsychonovela di elevata fattura scandalizza e turba il pubblico del piccolo schermo, accaparrandosi numerosi riconoscimenti. Nel 1997 ingaggia Bill Pullman, Patricia Arquette e altre stelle di Hollywood per l’ipnotico Strade Perdute. Due anni dopo invece dirige Richard Farnsworth e Sissy Spacek nel commovente Una storia vera.
Nel 2001 la mente di questo eccelso artista partorisce una delle sue migliori opere in assoluto: Mulholland Drive. Onirico, conturbante, sinistro,ambiguo,estremo,complesso: in una sola parola “lynchiano”. Questo thriller racchiude in sé, tutta la sofisticata entità del regista che mediante la straordinaria pellicola si aggiudica la Palma d’Oro per la miglior regia al Festival di Cannes, in ex aequo con L’uomo che non c’era di Joel Coen. Spesso accreditato con il nome di Judas Booth, il divo si sta separando dalla montatrice Mary Sweeney: con lei ha avuto il terzo figlio, Riley. David è un grandissimo fan della band germanica dei Rammstein e per quanto riguarda il cinema, ha sempre amato Luis Buñuel, Werner Herzog, Kubrick e Roman Polanski. Fedele alla sua natura bizzarra e stravagante, Lynch richiede esplicitamente che le edizioni in DVD dei suoi film non siano divise in “capitoli”. Nel 2006 è stato insignito con il Leone D’oro alla carriera, durante la 63ª edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha presentato la sua ultima, scioccante fatica: Inland Empire – L’impero della Mente.



Sociologia degli afroamericani attraverso il jazz

Prefazione all’edizione italiana

George Morland, The Slave Trade, 1788
Anonimo suonatore di banjo fotografato da Victor C. Schreck vicino a Savannah, Georgia, nel 1902
Manifesto per un gruppo mistrel nero
Manifesto per un gruppo mistrel nero
Bessie Smith
Bessie Smith
Blind Willie McTell
Blind Willie McTell
Sonny Boy Williamson
Sonny Boy Williamson
Meade “Lux” Lewis
Meade “Lux” Lewis
Uno spettacolo di Ethel Waters
Uno spettacolo di Ethel Waters
Chicago, anni quaranta
Chicago, anni quaranta
Louis Armstrong, Johnny St. Cyr e Johnny Dodds
Louis Armstrong, Johnny St. Cyr e Johnny Dodds
B.B. King
B.B. King
Joe Turner
Joe Turner
Swinging in un juke joint
Swinging in un juke joint
Miles Davis
Miles Davis

L’estetica blues e l’estetica nera

di Amiri Baraka

 Il termine “estetica blues”, recentemente proposto da alcuni accademici, è utile solo se esso non comporta la depoliticizzazione del referente. È possibile, infatti, rivendicare l’esistenza di un’estetica del blues anche separando l’evoluzione storica del blues dalla sua origine nazionale e internazionale, dalla vita e dalla storia delle popolazioni africane, panafricane e, più precisamente, afroamericane.

L’estetica blues è solo un aspetto della totalità dell’estetica afroamericana. Una cosa ovvia, dal momento che il blues rappresenta solo uno dei vettori espressivi di un’unica origine materiale, storica e psicologica.

La cultura è il risultato di “uno sviluppo psicologico comune”, che a sua volta si fonda sull’esperienza di condizioni materiali comuni che, in ultima analisi, appaiono politicamente ed economicamente definite.

La cultura afroamericana nasce come vivida esperienza e sviluppo storico del popolo afroamericano, un popolo dell’emisfero occidentale, la cui storia e retaggio dipendono tanto dall’Africa quanto dall’America.

Alle soglie del Diciannovesimo secolo questo nuovo popolo si era consolidato a tal punto che il “ritorno in Africa” cessò di rappresentare una via di fuga per i prigionieri e venne sostituito dalla sottomissione psicologica e politica di una piccola parte della popolazione afroamericana e dalla più diffusa ideologia del “restare e lottare”.

Il blues ha origine dalla spinta tardo ottocentesca della cultura musicale secolarizzata afroamericana, la cui eredità lirica e musicale più antica era africana, ma la cui forma mutevole più recente riassumeva la vita e la storia in Occidente!

Il blues rispecchia sia gli stadi iniziali di un linguaggio e di un’esperienza musicale afroamericani, sia forme nuove, sviluppatesi dopo la Guerra civile, quando la cultura afroamericana non era più strettamente circoscritta ai riferimenti religiosi o alle restrizioni sociali della schiavitù.

Il blues è profano, ma anche postschiavitù. La sonorità dei cori africani non accompagnati dalle percussioni, tipico delle sorrow song (come Black Ladysmith Mambazo), lascia spazio a un suono più vivace, in realtà più “africano”, più moderno. Anche lo stile del tardo gospel riflette questa evoluzione.

Già all’inizio del Diciannovesimo secolo diversi africani erano diventati afroamericani e il blues, dallo spiritual e dalla work song, attraverso l’introduzione di holler, shout e arwhoolies, si era innalzato per celebrare l’entrata dei neri in una dimensione meno repressiva, più incerta, ma meno dura, anche se, per molti aspetti, sempre tragica e deprivativa.

Il blues, in quanto forma lirica e musicale, è solo uno dei tanti aspetti possibili. In questa sede si tenterà di circoscrivere il quadro intero, lo sguardo estetico d’insieme, la matrice culturale di cui il blues rappresenta una espressione. In termini più specifici, il blues è una forma profana afroamericana, rurale e urbana. Quella rurale è la più antica, e risale all’epoca della schiavitù. Le diverse forme urbane riflettono, invece, il movimento storico e sociale dei primi neri che, dalla Guerra civile in avanti, si spostarono dalle piantagioni alle città meridionali e che, verso la fine degli anni Ottanta del secolo scorso, iniziarono a spingersi verso nord per sfuggire all’opera di ricostruzione e al Ku Klux Klan, oltre che per cercare un mondo nuovo.

L’estetica blues, dal punto di vista storico ed emozionale, racchiude inevitabilmente l’essenza dell’antichità africana, ma è anche un’estetica occidentale, per il fatto di essere espressione di un popolo occidentale, anche se afroamericano. (In fondo l’Europa non è l’Ovest, mentre lo sono le Americhe! Dirigendosi a ovest dall’Europa si arriva nel Jersey! A ovest delle Americhe sta l’Oriente!)

Il blues deve, quindi, esprimere la rivelazione umana della vita all’esterno delle piantagioni (o al di là, anche se non ci siamo spinti molto oltre). Esso ha carattere regionale o meridionale o urbano, e così via. La sua strumentazione varia, riflettendo il livello delle forze produttive della gente e la loro organizzazione sociale, politica ed economica.

Questo per quanto riguarda la forma variabile e in continuo cambiamento del blues in quanto blues. Nell’essenza, comunque, esso risulta più profondo e più vecchio di se stesso.

Studiando Equiano, DuBois, Douglass, Diop, Robert Thompson e LeRoi Jones si comprende come la matrice culturale africana, unica ma infinitamente varia, stia alla base non solo di ciò che va sotto il nome di estetica blues, ma anche di qualunque estetica nera.

Prima di tutto, gli africani sono il raggruppamento umano più antico del pianeta, e ogni estetica che abbia a che fare con la società umana deve assumerli almeno come punto di partenza!

Perfino l’approccio europeo della cosiddetta estetica apollinea (formalismo e contenimento), caratteristico della cultura attica ateniense, risulta particolarmente significativo perché emerge dal contrasto con il metodo filosofico ed estetico più antico, quello dionisiaco (espressionistico e umanistico, incentrato sull’emozione).

Si tratta di una risistemazione della sensibilità e delle priorità umane, fondamentale per la creazione di un’epoca tanto quanto il Mediterraneo, l’inondazione che divise il mondo. Siamo ancora dominati dalle tribù che emersero a nord di questa via d’acqua dai riferimenti biblici.

In pillole, l’estetica africana, nelle sue manifestazioni apparentemente più antiche, è prima di tutto un’espressione della visione animistica del mondo dei nostri antenati più antichi. Secondo la sensibilità africana classica, infatti, ogni cosa sulla Terra è viva e, fatto ancora più importante, ogni cosa esistente (al presente, perché sia il passato sia il futuro esistono unicamente nel presente e come evoluzione speculativa dell’essere la “divinità” africana Essere) è parte della stessa realtà!

Tutte le cose sono una sola cosa, una creatura viva. In questo caso si può comprendere come anche il cosiddetto “monoteismo” sia simile al “rock’n’roll” (il mio modo di indicare la cultura borghese dell’emisfero settentrionale). L’idea di “un dio” è ormai decrepitezza jive della filosofia dell’antico. La qualifica di selvaggio non deriva dalla credenza in “un dio” invece che in molti, ma dalla consapevolezza che “tutte le cose sono il tutto”, ogni cosa è tutte le altre! “Allah” significa letteralmente “tutto”, ogni cosa come parte del medesimo elemento. Allo stesso modo in cui sia la ciambella sia il buco sono spazio!

Quindi, la continuità, l’infinitezza, la forza espressiva nella moltitudine di forme diverse caratterizzano l’Uno, ciò che è, l’Essere.

La continuità, in quanto tratto distintivo della religiosità africana, ha trovato un corrispettivo fondamentale nella ripetizione della formula “chiamata e risposta” fra il sacerdote e la congregazione: l’Uno e i tanti sono una cosa sola. Essi, in quanto esistenti, non sono scindibili, come nel battito del cuore, il beat (suono e non suono al tempo stesso), l’esistenza è indivisibile dalla scansione temporale.

Monk sostiene che gli africani celebrano la manifestazione. La sua vita, infatti, è intesa consapevolmente come manifestazione. In questo modo essa risulta materiale, cioè manifestazione naturale piuttosto che artificio, quindi formalismo. Ogni cosa si trova in essa e può essere utilizzata, riflettendo nella sua equità la forma economica e sociale più primitiva di comunanza [communalism] dei beni.

Al di sopra del Mediterraneo, l’aspetto delle cose era più importante della loro essenza o delle loro attitudini. Nella culla meridionale l’attitudine, l’esperienza, il contenuto erano invece primari.

La religione africana (si veda DuBois a proposito delle sorrow song e “The Faith of the Fathers” in Songs of Black Folk) si articolava attraverso il sacerdote e la congregazione, la chiamata e la risposta (“due sono Uno” dicono Monk e Marx)… il carattere dialettico di ciò che è, la negazione della negazione, l’unità degli opposti. La religione deve avvalersi anche della musica, dal momento che “lo spirito non può discendere senza il canto”.

Lo spirito è letteralmente respiro: inspirare, espirare. Aspirare riguarda, invece, la direzione e la meta, come nel caso dell’elevazione della chiesa. Niente respiro, niente vita. Il tamburo che riproduce il primo strumento umano e il Sole che si riproduce dentro di noi preservano la vita. Notte e giorno: il beat. Dentro e fuori: il respiro. Arrivo e partenza: il Tutto. Il battito, il flusso, l’elemento ritmico. (Il tempo, invece, è forma, è l’opposto della sensibilità espressionista.)

Quindi, come spiega DuBois, il sacerdote, la congregazione, la musica fanno discendere lo Spirito (da dove? L’anima è l’influsso invisibile della sfera solare, è il senso della vita, l’io infinitesimale e l’occhio più ampio).

Gli africani ritenevano che l’utilità della musica, sia dal punto di vista scientifico sia come risultato di una percezione storico-culturale, consistesse nel trasporto, nel possesso dell’anima, e che, attraverso essa, si potesse raggiungere una ricombinazione fra due elementi distinti, cioè il singolo e il Tutto, la redenzione, la felicità. Essa era una via d’accesso alla coscienza del cosmo, che trascendeva la comprensione parziale del singolo.

L’estasi dell’Essere, l’Essere/vita. Il jazz è, quindi, musica della venuta, musica che crea. A venire è la presenza spirituale della totalità dell’esistenza che il singolo si è concentrato a inalare.

L’estetica settentrionale non ha mai assimilato la sessualità, ritenendo il sesso un fatto sporco o imbarazzante. Anche l’esperienza sessuale è, comunque, un riflesso esplicito della dialettica “due sono Uno”, oltre a riflettere il rovesciamento dei diritti materni (l’antica società matriarcale africana) e l’asservimento femminile. Il carattere antifemminista della civiltà settentrionale, come nel caso dei roghi delle streghe a Salem (con il fine specifico dell’estirpazione definitiva di residui dionisiaci), è storicamente ben attestato.

Quindi, la qualità rivelatoria, “a uscire”, della cultura afroamericana, sotto forma di musica o altro, è evidente e costante, dall’ambito religioso a quello sociale.

I poliritmi della musica africana sono un riflesso ulteriore di una cultura a base animista: non solo nella musica, ma anche nel vestiario, negli ornamenti per il corpo o i capelli, nelle forme artistiche popolari scritte o orali, come punti fermi in una caratterizzazione della cultura panafricana e del suo significato internazionale.

I colori sgargianti della cultura panafricana sono un riflesso proprio di questi stessi poliritmi, il riconoscimento dell’esistenza simultanea di diversi livelli, settori o “luoghi” di vita.

Quindi, il carattere cosmopolita delle popolazioni africane, aperte e accoglienti, incuriosite dalla diversità e “dall’altro”, risulta storicamente rintracciabile. In modo ironico Diop fa notare la natura essenzialmente non africana del nazionalismo. Ancora una volta si fa ritorno al riconoscimento che tutte le cose sono il Tutto e che ogni cosa è tutte le altre.

Il tentativo di denigrare le popolazioni panafricane attraverso stereotipi razzisti che li classificano come gente in grado unicamente di cantare e ballare (ok, lasciateci gestire la situazione! Quante persone possiamo accogliere e istruire con i 93 milioni di dischi venduti da Michael J.?) ha origine dal fatto che “siamo quasi una nazione di cantanti e ballerini”, come sottolinea Equiano. Il canto e la danza costituivano la dimensione sociale della gente, in quanto espressioni dell’esistenza, in ogni occasione. (L’equivalente americano è lo stereotipo del fan sportivo.) Gli africani iniziarono a socializzare attorno a canzoni e a danze, grazie alla partecipazione e al contributo di tutti. L’arte stessa era espressione collettiva e comunitaria, oltre a essere funzionale e sociale.

Perfino il colore blu dei nostri stessi volti protokrishna risulta da un eccesso di nero. Diop parla delle popolazioni dell’India meridionale come delle più nere della Terra. Come Krishna, anch’esse blu. Equiano, inoltre, ci racconta che il “blu”, quel meraviglioso blu della Guinea, era “il nostro colore preferito”.

Agli italiani, anche se scuri, non piaceva essere chiamati “schiavi neri”. Noi, naturalmente, siamo le vere ghinee, con la testa sull’omonima moneta d’oro inglese che prende nome dall’antica costa guineiana o “d’oro”.

Il blues, come espressione di dolore, dovrebbe contenere, anche in questo caso, un ovvio riferimento alla tristezza della vita degli schiavi africani. Inoltre esso contiene il segnale che, dopo essere notte (Black Mama), il Sole farà subito ritorno alla nostra porta. Come recita una mia poesia: “Il blues giunse/ Prima che il Giorno/ Arrivasse”.

Quindi, l’estetica blues non ha solo un valore storico, in quanto portatrice di tutti i tratti distintivi del popolo afroamericano, ma, al tempo stesso, sociale. Esso deve riguardare come e che cosa sia l’esistenza nera e come essa rifletta su se stessa: riguarda lo stile e la forma, ma anche lo sviluppo del contenuto, delle idee, l’articolazione dei sentimenti che è critica, oltre a essere il modo della forma. D’altra parte, la forma e il contenuto sono espressione l’uno dell’altra.

Per quanto riguarda la forma del verso, la tipica forma blues AAB, per struttura e dinamica si concentra sull’enfatizzazione (ripetizione del primo verso), sul cambiamento e sull’equilibrio (il verso introdotto nello schema metrico AA BB).

Le 3e e le 5e abbassate, le legature delle note cantate o strumentali sono riconducibili ai tratti culturali e alla percezione della realtà antico-camiti. kam o Ham significa cambiamento (cambiamenti, chimica; il chimico o camita). I camiti sono stati i primi chimici. Il cambiamento qualitativo di un elemento in un altro è la dialettica stessa dell’esistenza, “due sono Uno”, come affermò Lenin nella spiegazione della dialettica nei Quaderni filosofici ogni cosa è contemporaneamente se stessa e altro: ciò che è e che sta diventando.

Le 12 battute sono i 4/4 di 360 (4 archi , cioè stagioni), della trinità presente-passato-futuro, la piramide stessa di movimento e dimensione, sono ritmo, non tempo, ballo, non i passi di Arthur Murray, che sono pubblicità e denaro, cioè assenza totale di ballo.

Il blues non è neppure necessariamente in 12; l’insistenza su questa forma è formalismo (ciò di cui si rende colpevole Martin Smithsonian quando afferma che Billie Holiday non era una cantante blues perché le sue canzoni non erano di 12 battute!).

Il blues è, prima di tutto, un sentimento, una conoscenza sensoriale, un’entità, non una teoria, in cui il sentimento è la forma e viceversa.

John Coltrane è stato capace di trasformare My Favourite Things di Julie Andrews nella nostra esistenza effettiva: il chimico che opera cambiamenti (ritmo e cambi, rhythm & blues) a livello di percezione, non di calcolo. (Il blues è sottoporsi ai cambiamenti.)

Gridiamo: “Fatti da parte Beethoven”, collegandolo alla nostra condizione in tutti i modi possibili. “Blueseggiamo” o “jazziamo”, sincopiamo qualunque cosa. Siamo sincopatori. Due sono Uno. Uno si divide in due.

La donna nera è la madre di tutti, l’addomesticatrice che rende umano l’animale; l’uomo nero è l’animale addomesticato una seconda volta: opera di sua moglie!

La causa della corruzione della cosiddetta “trinità cristiana” sta nella mancanza dell’elemento femminile. Questo spiega il simbolo della croce. Nel crocifisso cristiano mancano il capo e i genitali, escludendo, così, riproduzione e creatività, e rendendolo un simbolo di morte.

Quindi, la cultura settentrionale resta aggrappata a reminiscenze dell’antica chiesa nera (blues) attraverso frammenti della Madonna nera, ma la chiesa romana è rock’n’roll. Gesù si evolve (Cristo), approda a una dimensione più alta, attraverso la rinascita o una costante progressione.

“Sono hip” è il messaggio di Cristo, cioè, “sono diventato hip”. Fred sosteneva: “Non c’è progressione senza la lotta”. Non si tratta del travisamento del messaggio di Betty Wright e dei politicanti neri: “Niente progressione senza dolore”. In questo caso non si menziona il dolore ma la lotta; come a dire: “Il Sole splenderà un giorno anche per me”.

Il passato (la notte nera è tua madre) è anche il futuro (ciò che è vicino è prossimo). Il presente era qui già prima del passato e dopo il futuro.

Il mondo è una tragedia, è il contenuto, il peso, i cambiamenti, il ritmo e non il tempo, la percezione e non il calcolo.

Ogni cosa è legata alle altre come fossero una sola: parte dell’intero, intero di una parte, il Tutto e ciò che vi entra ed esce, materia in continua creazione (come in principio, ora e sempre, il mondo senza fine eccetera). La storia, ciò che va e viene è funky.

Il blues è la prima procreazione di nero e rosso, l’ultima a farvi ritorno dopo essersi allontanata, come in un ciclo, un cerchio. Il rosso (fatica): ri-congiunzione, riproduzione, rivoluzione; rosso antico che sconfina nel nero e fa ritorno attraverso il blue Mood Indigo.

Quindi, il blues è il passato, l’andato, tutto ciò che è stato espresso e l’espressivo, cioè ciò che esprime; è perdita, ciò che è stato espresso e che esprime, l’esperienza andata, l’ignoto che verrà e ogni cosa al di fuori del tempo.

Ci rattristiamo per ciò che era e non è più e per ciò che è e non dovrebbe essere, e ci rallegriamo solo per le sensazioni.

L’essere e il cambiare, l’andare e il venire, felicità e tristezza: si tratta del sentimento vitale, della rivelazione, evoluzione, sollevamento; rah rah rah diciamo rivolgendoci verso l’alto, Rah Rah Rah, l’esistenza è sacralità. Come Mao espose spiegando la teoria marxista della conoscenza, la consapevolezza che, in ultimo, combina il conoscere e il modo è la percezione, l’utilizzo della coscienza a base razionale.

La Sacra famiglia dell’umanità non include né esclude separazioni, per esempio fra la forma e il contenuto, o la forma e la sensazione. Amleto, con l’essere o non essere, ne rappresenta la controparte settentrionale, incerto perfino se valga la pena di vivere.

Noi ricerchiamo completezza, redenzione.

Non vogliamo nessun Nietzsche a dirci che la sensazione ostacola il pensiero. Per noi ciò che non può sentire non può pensare. Definiscono Dr. J., Magic, Michael Air “istintivi”, mentre Larry B. dei Boston lo chiamano intelligente. La massima intelligenza sta nel ballo, non nella pubblicità di Arthur Murray! Il pensiero massimo è concreto, vivo, non astratto.

L’improvvisazione, la spontaneità, l’intuizione, la sensazione si caricano di un valore enorme, proprio come il verso B nello schema AAB, che risulta dal riconoscimento della forma ma anche dall’affermazione del primato del contenuto. Come il manifestarsi dell’estasi della congregazione, che, rapita, passa dalla felicità all’angoscia, dall’euforia alla commozione, come ciò che è, sarà ed è statoÉ anche B rappresenta la nostra provenienza, la nostra storia, la nostra coda, proprio come il serpente che se la morde.

Se definiamo noi stessi racconto, non possiamo accettare un’estetica blues che tenti di sottrarsi alla politica di completezza, come è accaduto nel caso della recente tendenza reazionaria dei buppie/yuppie, che cercavano di cogliere lo “stile” dei neri a prescindere dalla sostanza, la lotta, i cambiamenti. Fred diceva: “Vogliono il mare senza il suo rumore assordante”. È il caso del negro che per questa strada tenta di scavalcare la politica di liberazione determinando così l’avanzamento economico e sociale dell’approfittatore. Quelli che fanno del blues autentico lo portano dentro, perché non è cosa da imparare sui libri di scuola, e gli approfittatori corrotti e molli del commercio, che senza annerire sperano di arricchirsi, possono farlo solo attraverso lo spaccio.

In una prospettiva storica, politica e sociale, l’esistenza nera è la forma e il contenuto del blues. Come sostiene Langston, è il significante che ci ha contraddistinti come categoria animale superiore; comunque, anche se siamo stati i primi a drizzarci, la qualifica di umanità sembra ancora lontana. Il senso, la parabola dei semi, la nostra provenienza e la nostra direzione perdono significato senza il significante. È il significante a distinguere l’uomo dalla scimmia. Tolte le parole (passato, passa il testimone corridore, corri, scandisci il tempo sul legno o la pelle, perfino sulla tua, rapper), i segni “respiro” e “cambiamento” e tutto il resto, rimane un disegno senza chiave. L’uomo chiave, lui lo ha dischiuso.

È in corso una tendenza reazionaria di artisti neri che vedono l’esistenza nera come una caricatura. C’è una diversa corrente all’interno della stessa tendenza, la cosiddetta “nuova estetica nera”, che tenta di distaccare l’arte nera dall’esistenza nera, rendendola in questo modo solo uno “stile”; ma queste non sono certo le correnti principali, né ora né in passato. L’estetica nera è tratteggiata dall’esistenza dei neri nel mondo reale e questo vale necessariamente anche per la cosiddetta “estetica blues”.

Nelle forme e nel contenuto dell’estetica nera, in ogni sua componente storica o culturale sono racchiusi la volontà, il desiderio, l’invocazione di libertà. Monk parlava proprio di questo. Libertà! Bird, Trane, Duke, Count, Sassy, Bessie, MonkÉ

La tendenza reazionaria buppie/yuppie non riesce a venire a patti con l’estetica afroamericana perché essa, quando parla, “parla sporco”, da Rap al rap e da Fred al Big Red. Il primo significante dell’estetica nera, comunitaria, rivelatoria, estatica, espressionistica e incentrata sul contenuto, significa sempre libertà: nuova vita, rivelazione, evoluzione, rivoluzione. Nelle canzoni, nei balli, nel vestiario: Freedom Now, Freedom Suite, Free Jazz! A proposito del jazz, Monk disse: “Riguarda la libertà, andare oltre sarebbe complicato”.

Non può darsi un riflesso autentico del movimento principale dell’estetica afroamericana che non affronti la ricerca di libertà da parte del singolo o membro dell’Uno.

La simbologia afroamericana racchiude l’espressione di libertà, si tratti di Br’er Rabbit, che appoggiandosi a un simbolo si rese comprensibile attraverso l’astuzia (apparendo nella cultura americana come Bugs Bunny), o del suo opposto dialettico come, per esempio, Stagolee o John Henry o Jimmy Brown, tutti appartenenti a una sfera di forza e potere. La nostra storia è piena di eroi ed eroine dialetticamente contraddittori.

Una depoliticizzazione dell’estetica afroamericana comporta il suo distacco dall’esistenza effettiva degli afroamericani e rappresenta un’esplicita offerta nei confronti dei detentori del potere. Dobbiamo, cioè, comprendere che non è solo la nostra storia ad apparire esteticamente contraddittoria per la cosiddetta “civiltà settentrionale”, ma che, in quanto schiavi e, ora, nazione oppressa, la contraddizione schiavo/schiavo-padrone è la più preoccupante di tutte.

Senza il dissidio, la lotta, l’involucro del contenuto, non ci può essere un’estetica né nera né blu, ma solo un’estetica di sottomissione, per denaro o a causa dell’ignoranza e della depravazione ideologica.

George Morland, The Slave Trade, 1788George Morland, The Slave Trade, 1788

Ecco un omaggio al Blues, la Musica che mi sta facendo rinascere…

Il Blues intorno a me…”Questa è una storia blues. Il Blues è una musica semplice ed io sono un uomo semplice. Il Blues non è una scienza, non può essere analizzato come la matematica. Il Blues è un mistero, ed i misteri non sono mai semplici come sembrano” (B.B. King)

David Ritz, già scrittore e collaboratore di famose biografie come quelle su Marvin Gaye, Ray Charles e Etta James, segue per più di un anno la B.B.King’s Band nei suoi tour. B.B. King dedica parte del suo tempo allo scrittore, conversando sulla propria vita e dai racconti che riempiono i lunghi pomeriggi dedicati agli spostamenti da una città all’altra, dove il celebre bluesman si esibisce la sera, viene estratto questo appassionante libro. Questa autobiografia non è solamente una descrizione della vita di un grande musicista, ma una serie di ricordi del cuore di un uomo, le cui vicissitudini hanno ruotato, nel bene e nel male, costantemente per ormai 78 anni attorno al blues. B.B. King si è messo sulla strada nel 1951, e da allora non si è più fermato. Vivere di musica ha un suo prezzo, a volte anche molto caro, e B (è così che lo chiamano gli amici) per cantare il suo blues ha dovuto sacrificare gran parte dei suoi affetti, affrontare momenti difficili, ma in suo aiuto c’è sempre stato l’amore per la musica e per la sua chitarra, “mi piace considerare la mia chitarra come una donna, per rilassarmi, mi siedo assieme a Lucille, la prendo tra le mie braccia e aspetto finché un’allegra combinazione di note non esce dalla sua bocca e mi fa sentire un gran calore dentro”. 

Il blues non richiede grande tecnica esecutiva e neppure un egocentrico sex-appeal tipico di altri generi musicali, ma pretende solo tantissima sincerità, perché mette a nudo la propria anima per comunicare emozioni a chi ascolta ed è così che B.B. King parla di sé in questo libro: non ci sono trucchi, non c’è un personaggio da recitare o un mito da celebrare, bensì ricordi di un’infanzia finita troppo presto, la sopravvivenza nelle piantagioni di un Sud spietatamente segregazionista, un amore viscerale per sua madre e per tutte le donne della sua vita.Il racconto non segue sempre un ordine cronologico, ma rimbalza da un emozione all’altra; sentimenti rimasti evidentemente indelebili nella memoria di B.B. King, in altre parole è il cuore (così come nella sua musica) che ha la meglio nel guidare il nostro eroe nel ricordo dei momenti più significativi della sua vita. E’ su questa sottile linea rossa che racconta le proprie avventure a volte con amarezza, a volte con incredibile dolcezza, ma sempre con una disarmante voglia di andare avanti, di superare le avversità guardando al futuro, di sorridere con dignità alla vita, sia nella cattiva che nella buona sorte osservando il mondo sempre attraverso gli occhi di quel semplice ragazzotto di campagna, orgoglioso di andare a guidare per tutto il giorno il trattore nei candidi campi di cotone del Mississipi.

Se si sta cercando di capire cos’è il blues, non solo come genere musicale, ma anche come modo di vivere, nella ricerca dell’essenziale, della semplicità, dell’emozione profonda dell’animo umano, chi meglio di colui che ha contribuito più di tutti a far conoscere al mondo questo affascinante universo musicale, può raccontarci attraverso la sua vita di che cosa stiamo parlando. “Considero ogni concerto come una specie di test, voglio che il pubblico si senta  a casa propria; però, posso far sentire al pubblico che siamo tutti parte di una stessa famiglia? Posso far capire al pubblico quanto amo il blues? Posso fargli capire che il blues ama il proprio pubblico? Se la risposta è sì, ho fatto il mio lavoro; altrimenti, la sera dopo ci riprovo, magari sforzandomi un po’ di più”.

Una chitarra come una donna, da coccolare, vezzeggiare, rispettare, amare. Perché è una compagna di vita, una presenza più che uno strumento, qualcosa a cui aggrapparsi nei momenti difficili. BB King, re del blues, nella sua lunga vita ("è sulla strada dal 1958 e non ha ancora smesso" avverte il risvolto di copertina) è stato forse più fedele alla sua chitarra Lucille che alle proprie donne. E lo ammette senza riserve, in questa autobiografia sincera, raccontata con linguaggio semplice e diretto, che a tratti sembra un romanzo di Faulkner o Caldwell. Si comincia nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti, a Indianola, Mississippi dove scoppia la "vocazione" di BB (per gli amici solo B): "ruppi un trattore e allora capii che non era quello il mio lavoro", per passare attraverso gli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, Ottanta e Novanta. BB King ha rappresentato una straordinaria continuità del blues attraverso gli anni, riuscendo quasi sempre a conquistarsi il rispetto e l'ammirazione delle nuove generazioni di turno, ha vissuto le ondate del rock'n'roll, del soul, del beat, della musica psichedelica, del punk, del grunge e oggi della techno senza farsi mai travolgere, rimanendo fedele alla propria musica, anche se è stato spesso accusato dai puristi di annacquare il blues e dai progressisti del momento di essere solo un vecchio in ritardo sui tempi. E allora, come ha fatto a suonare con gente di estrazione diversa come Frank Sinatra, John Fogerty, Jeff Beck, Eric Clapton, i Crusaders, gli U2 (che lo hanno rivelato ai giovani dei tardi anni Ottanta con la sua splendida partecipazione a Rattle and Hum)?. Forse questo libro può aiutare a risolvere il dilemma.

Tratte da “Il Blues intorno a Me” L’ Autobiografia di B.B. King.
1-Miles Davis su B.B.:
“Ah, quel gran pezzo di m***a di B.B. King, quello sì che è in gamba.
Quel negraccio lo sa suonare per davvero, il Blues.”
2-Miles Davis aveva chiesto a Coltrane di abbreviare gli assolo, lui gli aveva risposto:
“Ci ho provato, ma continuano a venirmi in mente delle idee, e non so come fare per fermarmi.”
Al che Miles gli aveva detto:
“Perchè non provi a toglierti quel c***o di sassofono dalla bocca?

“Perhaps on some quiet night the tremor of far-off drums, sinking, swelling, a
tremor vast, faint; a sound weird, appealing, suggestive, and wild.”
Joseph Conrad, Heart Of Darkness.

1.1. LE FONTI DEL BLUES (Ps: Grazie Goio!!! Gran bella tesi!!!
Alcune delle affermazioni più interessanti al riguardo delle origini del blues provengono dai
rappresentanti della scena del blues che ebbero modo di illustrare non solo con la musica, ma
anche con preziose interviste, la loro opinione su che cosa sia il blues e da dove venga. E
sono proprio questi uomini e queste donne che il blues l’hanno vissuto e ne sono stati
protagonisti a venire incontro all’obbiettivo principale di questa tesi, dal momento che le loro
parole contengono in modo evidente e, possiamo dire, prepotente, quella appartenenza alla
terra che, del blues è probabilmente la componente più significativa e caratterizzante. Le
parole secche e semplici di questa gente costituiscono la testimonianza più interessante perché
rifuggono da facili tentazioni retoriche di cui spesso il blues è vittima (soprattutto fuori dagli
USA16) e vanno dritte al cuore del problema. A proposito delle origini musicali del blues e del
jazz esiste già una ricca bibliografia tecnica. Saranno qui riassunte le componenti principali
che contribuirono alla costituzione di un genere più o meno ben definito, chiamato blues.
Il blues come genere musicale a se stante nasce e si forma come unione e commistione di più
componenti nel corso di un periodo che va grossomodo dalla metà del XIX secolo fino agli
16 Almeno in Italia, dal momento che la cultura del blues, è un dato di fatto, non la si possiede, si cerca
spesso di ricostruirla in modo fittizio ed enfatico, facendo propri ma distorcendoli, quegli elementi reali e
costitutivi del blues stesso che troviamo nelle canzoni e nelle parole dei bluesmen. In altri termini ciò che
c’è di vero nel blues viene spesso utilizzato in modo acritico e usato con faciloneria nel tentativo costruire
un’identità che non si possiede e non si possiederà mai, con il risultato che nella scena blues nazionale si
assiste spesso ad una retorica che nasce appunto dallo sforzo per calarsi in un mondo che non può per sua
natura appartenerci. Le parole dei bluesmen vengono, anche se spesso in buona fede, spesso travisate e
decontestualizzate con il risultato di apporre al blues una maschera che non è sua. Si assiste a uno sforzo
continuo e snervante di arrivare al blues. Aveva visto bene Bob Dylan quando ebbe a dire, con un’ironia che
andava al nocciolo della questione, che le nuove generazioni (allora degli anni ’60) bianche cercavano di
immergersi nel blues, laddove i neri del Sud cercavano di scapparne (citato in MONGE L., I Got The Blues,
Arcana, Milano, 2008, p. 259). Il nero cerca di fuggire da una realtà, che è anche geografica, in cui è,
semplicemente, nato per accidente. L’appartenenza ad una realtà territoriale ben definita non è esportabile se
non a fatica e mai con i risultati desiderati: ancora oggi il blues continua ad appartenere ed ad essere
inscindibilmente legato a quella realtà e non ad un’altra. Lo scopo di questa tesi è anche ripulire il blues
della sua veste più romanticizzata ma che alla fine non gli appartiene, per giungere a osservarne e
considerarne l’armatura costitutiva e ritrovarne almeno in parte la vera natura e, nella fattispecie, la sua
natura di stampo marcatamente territoriale.
11
albori di quello scorso17, e spesso è difficile anche valutare quanto e in che misura una di
queste componenti sia responsabile del risultato finale.
Ciò che interessa maggiormente sono quelle composizioni direttamente legate al lavoro, e cioè
quell’insieme complesso, magmatico ma al tempo stesso ben definito di musiche e canti
(perché tecnicamente di canti si tratta) che prendono il nome generico work songs, hollers e
richiami. Si tratta di musiche che, a seconda della situazione, contribuivano ad accompagnare
il lavoro individuale nei campi piuttosto che nei cantieri ferroviari o nelle work-gangs, canti
che erano profondamente radicati con il tipo di lavoro e col territorio, sia naturale che
antropizzato. Questi canti o modulazioni vocali, sebbene riuniti sotto la generica
denominazione di “richiami” sono in realtà vari e diversi tra di loro e sono stati distinti in
precise tipologie. Abbiamo quindi la seguente suddivisione:
a) hollers, arwhoolie, che erano canti di lavoro individuali;
b) calls, ovverosia richiami veri e propri che dovendo trasmettere un significato erano
caratterizzati da una particolare cura nella modulazione; nei calls è compreso l’uso
dell’abbellimento noto come yodel;
c) cries, analoghi ai calls per la loro funzione comunicativa;
d) altre modulazioni riunite sotto i nomi i yells, groans, moans che, a seconda dei nomi,
esprimevano un diverso stato d’animo;
e) distinti e caratterizzati da una funzione specifica è la work-song.
La work song è tra le più antiche forme di canto in quanto, a differenza ad esempio degli
hollers, risalgono ai tempi della schiavitù, quando sussistevano le squadre di lavoro (work
gangs), sparite dopo l’emancipazione. Questa rese obsolete le grandi piantagioni di stampo
schiavista e la proprietà venne frammentata. La diretta conseguenza in senso musicale fu la
scomparsa della work-song a favore dei suddetti canti individuali, soprattutto gli hollers, che
meglio si confacevano alla nuova condizione. Naturalmente non è tutto così schematico e i
diversi tipi di canti dovettero sopravvivere spesso insieme, soprattutto i richiami veri e propri
che aveano un duplice ruolo: in primo luogo quello di tranquillizzare il sorvegliante sulla
propria presenza; dall’altro lato il call conteneva sovente modulazioni tali che lo rendeva un
vero e proprio messaggio in codice. Il grido, a seconda delle modulazioni, cambiava il
17 Vedi “tabella 1”
12
significato. Questo è un retaggio che si è soliti ricondurre all’Africa e ai cosiddetti linguaggi
tonali18, uniti all’uso della comunicazione a distanza tramite l’uso dei tamburi. In altre parole,
il call riprendeva da un lato il canto di lavoro che era già diffuso in Africa, e dall’altro aveva
subito una metamorfosi e si era adattato, data la mancanza di percussioni, a svolgere il ruolo
di queste ultime e di conseguenza si era alzato anche di volume. Quindi ciò che il sorvegliante
di turno accettava ed anzi incoraggiava era in realtà un arma a doppio taglio, perché un
messaggio lanciato da uno schiavo poteva essere ripetuto e diffuso per chilometri e chilometri:
e i messaggi erano suscettibili di occultare incitamenti alla fuga o alla rivolta.
Risulta chiaro come la work-song sia sopravvissuta solo in ambito carcerario, dove
continuava a sussistere il lavoro di gruppo nel campo dei lavori forzati: le testimonianze
registrate in tale senso sono per fortuna numerosissime e costituiscono una documentazione di
estremo interesse in quanto ci permettono di valutare, anche se con una certa approssimazione,
la caratteristica di una vecchia work-song di periodo antecedente alla Guerra Civile.
Nel blues, tutti questi elementi confluirono prepotentemente, andando a formarne il
linguaggio e gli stilemi nei quali è facilissimo trovare la traccia, rimasta viva ed evidente,
degli antichi richiami e canti di lavoro. Due testimonianze, entrambe provenienti dal Delta,
sono assai significative per i fatto che una si riferisce ai cosiddetti hollers, mentre la seconda,
anche se non le cita esplicitamente, si riferisce in modo evidente ai calls.
E’ il chitarrista e cantante David “Honeyboy” Edwards, nato a Shaw, nel cuore del Delta sulla
Highway 61, a parlare degli hollers legandoli alle origini del blues:
“Blues came from holler songs. People used to work in the fields, and they worked from
slavery, and they’d work all day long, and they didn’t have nothing to do because they was
tired and everything, and somebody came along and they started singing a song. They
started singing the songs, and they are called the holler songs. In the ’20s, Ma Rainey and
Bessie Smith adn ida Cox and all of those back in the ’20s, they started playing it and
named it the blues. But before the it was holler songs.”19
18 Per i linguaggi tonali e la ritmica dell’Africa Subsahariana, cfr. CERCHIARI L., Il jazz, Bompiani, Milano,
1997, pp. 32-54.
19 DUNAS J., State of the blues, Aperture Fundation, New York, 2005, p. 72.
13
Ai calls si riferisce invece Big Daddy Kinsey, nativo di Pleasant Grove, ai margini della zona
delle Hills. Il suo racconto, che affonda le radici forse nella memoria di qualche suo avo,
conferma la corrispondenza tra i calls e il periodo della schiavitù, dove invece Honeyboy
Edwards si riferiva certamente al periodo successivo in cui, come si è appena detto, queste
forme di comunicazione (e anche la work-song) non aveva più ragione di essere, cedendo
invece all’individuale holler. Il racconto di Kinsey è tuttavia ambiguo, in quanto, se da un lato
è chiaramente riferito alle grida modulate in funzione comunicativa, dall’altro però la
descrizione che ne fa assomiglia più ad una work song. Probabilmente non si tratta di un vero
e proprio errore, ma di una confusione che ha creato nella narrazione una commistione tra le
due forme di canto, nata dal fatto che anche la work-song aveva una funzione comunicativa
tramite messaggi più o meno in codice:
“Well, it goes way back. It goes way back to the slavery. Really. It was a form of getting
messages across to toher plantations – one group of slaves communicating with another
group, but without the master knowing what was going on. You know they did it in a
discreet way, when you might hear one guy, ‘I’m goin’ to leave in the morn-in. I’m gon’
leave in the morn-nn-ing.’ Then another one would say, ‘When the su-un goes down.’So, in
other words, that means when the sun go down, they gonna be gone. In other words,
escaping, you know […]”.20
C’è una terza testimonianza che non viene dal Mississippi ma è di estrema importanza in
quanto si tratta sicuramente della memoria più antica di un call ed è estendibile, a quel che si
evince leggendo la descrizione, a tutto il blues in quanto rappresenta l’embrione di alcuni
elementi costituivi della futura devil’s music. Le parole non sono di un bluesman, bensì di un
giornalista newyorchese del Daily Times, Frederick Law Olmsted, il cui racconto viene anche
riportato da Paul Oliver21 e risale al 1853, cioè a dodici anni prima dell’abolizione della
schiavitù; il suo racconto riporta ciò che vide e sentì nei pressi di un cantiere ferroviario nella
Carolina del Sud:
20 Ibid., pp. 72-73.
21 OLIVER P., The story of the blues, Barrie & Jenkins, London, 1969.
14
“I strolled off until I reached an opening in the woods, in which was a cotton-field and
some negro-cabins, and beyond it large girdled trees, among which were two negroes with
dogs, barking, yelping, hacking, shouting, and whistling, after ‘coons and ‘possums.
Returning to the rail-road, I found a comfortable, warm passenger-car, and, wrapped in
my blanket, went to sleep. At midnight I was awakened by loud laughter, and, looking out,
saw that the loading gang of negroes had made a fire, and were enjoying a right merry
repast. Suddenly, one raised such a sound as I never heard before; a long, loud, musical
shout, rising, and falling, and breaking into falsetto, his voice ringing through the woods
in the clear, frosty night air, like a bugle-call. As he finished, the melody was caught up by
another, and then, another, and then, by several in chorus. When there was silence again,
one of them cried out, as if bursting with amusement: “Did yer see de dog?–when I began
eeohing, he turn roun’ an’ look me straight into der face; ha! ha! ha!” and the whole party
broke into the loudest peals of laughter, as if it was the very best joke they had ever heard.
After a few minutes I could hear one urging the rest to come to work again, and soon he
stepped towards the cotton bales, saying, “Come, brederen, come; let’s go at it; come now,
eoho! roll away! eeoho-eeoho-weeioho-i!”–and the rest taking it up as before, in a few
moments they all had their shoulders to a bale of cotton, and were rolling it up the
embankment […]”.22
La descrizione fatta di questo canto o, meglio, di questa modulazione vocale, rimanda
direttamente a quei vocalizzi così diffusi nel blues e che li caratterizzano in modo
inequivocabile e, al tempo stesso, interessa direttamente questa ricerca in quanto collega le
origini del blues al territorio e al lavoro che in esso veniva svolto, fosse la raccolta del cotone,
l’aratura di un campo o la posa delle traversine di una linea ferroviaria. In particolare questo
canto è stato definito come “canto di riposo” e inquadrabile come “cry”23.
Risulta a questo punto chiaro come il canto derivi (semplicemente) da una mera necessità, una
necessità che nasce dal tipo di lavoro effettuato, con uno scopo che alla fine è duplice: aiutare
il lavoro quando esso necessiti di una coordinazione tra più uomini (work-songs) e, su un
piano che trascende la pratica immediata, giungere a ciò che potremmo definire una cura
22 LAW OLMSTED F., A journey in the seabord slave States, pp. 394-395. New York, 1856. La citazione qui
riportata è più ampia rispetto a quella estrapolata da Paul Oliver e fornisce una visione più ampia e
contestualizzata dell’evento in questione.
23 Cfr. POLILLO A., Il jazz, Mondadori, Milano, 1975 (nuova edizione 1997), p. 23.
15
dell’anima nel tentativo di tirare avanti in condizioni spesso durissime, che è altrettanto
importante, come possiamo capire leggendo le parole di un altro grande bluesman: Billy Boy
Arnold, che nacque a Chicago ma nel suo essere nero conosceva bene come potesse essere la
realtà del Sud, forse anche attraverso i racconti della sua gente di cui, ed è questo soprattutto
che emerge dalle sue affermazioni, sente molto forte la sua appartenenza:
“And the reason why it started in the South is because that’s where the slaves were brought
to work the fields, and that’s where they were oppressed. Now, Mississippi is noted to be
the worst Jim Crow state of them all, the most suppressed state. All the blacks were
brought to the South. They took them off the boats down South to pick the cotton and work
the fields and do the manual labor to build up the country. All blacks came from the South.
And the reason why Mississippi, it had all the plantations. That’s where they had a lot of
work, and that’s where the most supreme effort was to suppress the blacks and mistreat
them. So the blacks in Mississippi, on the plantation, you had to have the blues. In
Mississippi you are sad most of the time, because you are oppressed, not a free man,
here’s a man got control over you, telling you what to do, here’s a man who have power of
life or death over you. So you start singing the blues. See, the blues is a sort of way out.
You know what I mean? It gives you something to go on. You sing about it, and it a sort of
eases the misery of everyday’s life.”24
Ciò che da queste testimonianze (esclusa quella di Frederick Law Olmsted) emerge come
elemento fondamentale non sono solo i racconti o le riflessioni in quanto tali, bensì il fatto
stesso che il bluesman in quanto testimone percepisce proprio in quel modo la nascita del
blues.
Parlando di fonti, non è possibile non fare un accenno all’Africa. Per quanto i legami con le
terre da cui gli schiavi venivano razziati sia oggetto di diverse teorie, soprattutto riguardo alle
aree di provenienza degli schiavi, è indubbio che nel blues, oltre che nel jazz, elementi africani
siano confluiti in modo evidente. Tuttavia, oltre che sulle aree di provenienza, dubbi
sussistono anche in riferimento a elementi più tecnici, il più celebre dei quali riguarda la scala
pentatonica che, se si trova presente in certi elementi africani, è altrettanto costitutiva della
24 DUNAS J., op. cit., p. 74.
16
base di molta musica anglosassone. E’ comunque certo che, seguendo determinate linee
evolutive, mutando molto e adattandosi, l’Africa abbia portato molto di sé nella musica dei
neri d’America. L’elemento africano unito a quello bianco ha creato così alcune delle forme
musicali più originali e più influenti del XX secolo. Il blues e il jazz sono le musiche meno
occidentali che hanno influenzato più di ogni altra gli sviluppi della musica occidentale per
eccellenza: il rock e i generi che da esso derivano. Gli anelli di congiunzione tra il blues e il
rock sono molti, ma uno sopra tutti detiene l’onore di aver portato la musica nera lungo strade
completamente nuove: Elvis Presley, che trasse dal blues un genere completamente nuovo
destinato a cambiare per sempre il modo di concepire la musica25.
25 Una delle dissertazioni più complete sul rapporto tra Africa e blues si trova in KUBIK G., Africa And The
Blues, University Press Of Mississippi, Jackson MS, 1999.

1.2. DEFINIZIONE GENERALE
Il blues è una “Forma lirica musicale emersa e affermatasi tra fine Ottocento e inizio
Novecento nel Meridione afroamericano, con le sue principali aree di diffusione
originarie nel Texas, nel Mississippi, negli stati del Sudest. Spesso caratterizzato da una
strofa in 12 misure a cui si adattano tre versi poetici in rima e quasi immancabilmente in
prima persona (il primo verso generalmente ripetuto per creare tensione, attesa), il blues
– con il suo schietto immaginoso linguaggio erotico, i suoi riflessi della condizione
esistenziale nera – è stato tradotto sul pentagramma e “urbanizzato” da un compositore
come W.C. Handy negli anno ’10, e quindi registrato su disco tanto nella sua veste
rustica, genuina, che in quella elaborata, da vaudeville, durante il decennio successivo.
La struttura del blues (armonicamente sintetizzabile come I-I-I-I-IV-IV-I-I-V-IV-I-I nella
forma in 12 battute e come I-I7-IV-IVmin.-I-V-I-I in quella in 8 misure) e i suoi vari elementi
espressivi vocali e strumentali (come la “blue note”, la terza nota della scala modulata in
una chiave ambigua, intermedia tra minore e maggiore, e capace di suggerire un senso
peculiare e complesso di malinconia) hanno avuto una propria importante evoluzione
attraverso il secolo, e sono stati anche adottati ed elaborati da altri generi musicali, neri e
bianchi, dal jazz al R&R al gospel e al country.”26
Particolare attenzione va posta alla considerazione sulle modalità di espressione del bluesman
che si esprime “quasi immancabilmente in prima persona”. Questa frase è estremamente
importante perché aiuta a stabilire che cosa sia il blues nella sua vera essenza. Per una
definizione del blues, infatti, bisogna prima di tutto superare l’opinione, secondo cui si
tratterebbe di una musica “folklorica” o popolare che dir si voglia. Il dato di fatto conclusivo è
che il blues non è una musica folklorica: e anche la definizione dell’Enciclopedia, nella sua
descrizione non confina il blues in nessun involucro prestabilito e comunque non ne parla in
questo senso. Il blues non possiede nessuna veste folk nel senso stretto del termine: la
spiegazione risiede nel fatto che il bluesman, per quanto inserito nella tradizione e nella
cultura della sua gente, è e rimane un autore che prende e attinge anche dal folklore, ma ne
trae un’opera che è del tutto originale e, soprattutto, personale. Poco conta se in tanti blues,
ascoltando i testi, sentiamo versi ripetuti e riutilizzati che potrebbero dare l’impressione di un
26 AA. VV., Enciclopedia del blues e della musica nera, Arcana Edizioni, Milano 1994, p. 891.
19
corpus poetico limitato e monotono. Questo è un aspetto che non incide sulla natura personale
della composizione poetico-musicale. Il bluesman usa questo materiale per raccontare
qualcosa che riguarda lui: la sua è un’esperienza personale. Per cui il blues è definibile senza
alcun dubbio come “musica d’autore”. Anche un autore “sintetico” e “catalizzatore” come
Robert Johnson, che sfruttò e saccheggiò un patrimonio già esistente, lo rielaborò e lo ricreò
verso una sua originale poetica.27
Al tempo stesso, però, il bluesman è uomo della propria gente, che vive accanto ad essa, e del
proprio mondo vive tutti gli aspetti che conosce profondamente. Egli è paragonabile, senza
troppe forzature, ad un cantastorie che riutilizza la tradizione. E in questo senso vive
comunque la realtà del territorio in cui risiede e di cui fa parte. In altri termini, il bluesmancantastorie
è un autore che ri-crea dalla tradizione e nella tradizione è immerso. Egli è uomo
del proprio tempo e della propria terra:
“Si è detto anche ‘Il blues è una lamentazione.’ Forse. Ma una lamentazione molto ben
recepita da chi l’ascoltava, perché il cantore viveva di fatto nello stesso modo
dell’ascoltatore, con le sue tribolazioni, con la sua stessa impotenza contro le ingiustizie e
contro le calamità della natura.”28
In questo ambito, esiste un pezzo il cui testo, composto da chi, probabilmente più di altri,
seppe usare la tradizione e trasportarla nel proprio vissuto, creando qualcosa che era
tradizione e novità insieme, senza che i due aspetti si escludessero a vicenda: il brano è The
Goat29 di Rice Miller (Sonny Boy Williamson II), le cui parole sono proposte qui di seguito
per intero:
There was an animal called a goat, he butted his way out of the Supreme Court
Said, “Let him go”
Yeah, said, “Let him go, because he butt so hard till you can’t use him in our court no
more”
27 Per la presenza della tradizione in Robert Johnson, vedere MONGE L., Robert Johnson, I Got The Blues,
Arcana, Milano, 2008, passim.
28 RONCAGLIAG. C., Il jazz e il suo mondo, Einaudi, Torino, 1998, p. 66.
29 The Very Best Of Sonny Boy Williamson, Charlie Records, CD1.
20
Judge give him five hours to get out of town, he got five miles down the road and
committed another crime
That’s when the high sheriff happened to be coming along, and caught the billy goat
eating up an old farmer’s corn
High sheriff taken the billy goat to the county jail, but the desk sergeant can’t said that “I’ll
go his bail, let him go”
A medicine doctor bought the billy goat, had a great big stage show
The billy goat got mad and butt him right down in the lonesome floor
So let him go, please, please, let him go, because he butt so hard till I can’t use him in our
court no more
Ooh
Questo testo straordinario è interessante perché altro non è che la trasposizione ai tempi in cui
la canzone venne composta (anni ’50) di una tradizione a cui appartiene un lunga teoria di
racconti e canzoni afroamericani sugli animali30: si tratta di testi allegorici in cui l’animale in
questione è simbolo della strenua resistenza contro la cattiveria o la stupidità umana, con
chiaro riferimento al rapporto tra il nero che resiste e il bianco ottuso che si ostina nel suo
tentativo di sottometterlo. Canti che rientrano in questa tipologia sono: The Grey Goose31,
30 “Gli animali rappresentano un elemento fondamentale della favolistica africana ed afroamericana, nelle
storie che riguardano ad esempio Fratel Coniglio, la Rana, Sorella Volpe, Fratello Procione, ecc. Gli animali
dei racconti afro-americani sono i discendenti diretti degli animali mitici delle fiabe africane, protagonisti di
miti eziologici e figure familiari alla vita quotidiana.” (Slave Songs Of The United States, L’Epos, Palermo
2004, p. 281. Edizione originale, Simpson, New York, 1867).
Venturini (op. cit. p.64), con respiro più ampio, in riferimento ai canti sugli animali nota: “Un elemento
tipicamente afroamericano e comune alla ballata come alla worksong, al blues e agli spirituals, è
l’allentamento dei nessi logici delle strofe. Mentre le canzoni narrative anglosassoni raccontano un
fato di cronaca, servendosi di uno sviluppo consequenziale dei fatti, nela negro-ballad la logica con
cui la rappresentazione si aggroviglia a rappresentazioni di vario genere, a punti di vista e a commenti
personali, a interiezioni e a una serie di frammenti provenienti da altri brani folklorici, si rivela
talvolta inestricabile.” Per questa tematica, che coinvolge la produzione musicale dei neri d’America nella
sua interezza cfr. anche nota 110.
31 The Grey Goose è il racconto paradossale di un oca che viene cacciata ma ci mette sei settimane a cadere
e i cacciatori impiegano altrettanto a trovarla. Sei settimane ci mettono a spennarla e ci mette sei mesi a
bollire. Forchette e coltelli si infrangono sulla sua carne e, gettata a i maiali, spacca la mascella della scrofa
per poi rompere i denti di una sega. Alla fine l’oca viene vista volare starnazzando seguita da una lunga fila
di ochette. (in ROFFENI A. (a cura di), Blues, ballate e canti di lavoro afroamericani, Newton Compton
Editori, Roma, 1976., p. 58-59 e relativa nota a p. 268).
21
Grizzly Bear32, Bool Weevil33 Blues, Shake It Mister Gator34 o Rabbit In The Garden35.
Tranne nel caso di Grizzly Bear, tutti gli altri animali sono la rappresentazione del nero che
sfugge, nonostante gli sforzi, alla cieca violenza dell’uomo bianco.
Così, in The Goat, Rice Miller utilizza il black lore per dipingere una situazione dei propri
tempi e rappresenta con tutte le probabilità se stesso (“Goat” era infatti anche un suo
soprannome derivato dalla barba a punta che era solito portare sul mento) in quanto uomo
spesso in lotta con la legge e che qui, quasi in virtù di un potere soprannaturale e magico, è
impossibile trattenere e imprigionare contro la sua volontà.
L’interesse in questo tipo di definizione del blues risiede nel fatto che la creatività personale,
che non muta in questa sua intrinseca natura, si innesta, senza contraddizione ma anzi, in
piena complementarietà, nel territorio in cui il bluesman risiede; territorio da cui egli non può
prescindere e che è fonte della sua creatività.
E’ anche ipotizzabile per la prima volta un legame tra il blues come musica d’autore e il
territorio come luogo di viaggio e di mobilità, tutte cose che, come vedremo, caratterizzano
profondamente il blues: questo legame si può congetturare sulla base del fatto che, finita
l’epoca della schiavitù, il nero si è trovato libero e al tempo stesso soggetto individuale, in
continuo, perpetuo movimento alla ricerca costante di un luogo migliore o semplicemente di
un lavoro. Ora, è plausibile ritenere che proprio questo cambiamento di status (da massa a
individuo, da schiavo a contadino, almeno formalmente, libero) sia l’input e la causa che ha
stimolato naturalmente l’istinto a creare una musica e un canto che fosse rivolto al privato.
Non a caso lo sviluppo e la nascita del blues propriamente detto prende le mosse a cominciare
32 Questo canto, pur rientrando nella casistica dei racconti che hanno gli animali come protagonisti, è diverso
dagli altri in quanto il grizzly è immagine dell’uomo bianco con la sua violenza cieca e ottusa.
33 Probabilmente il più famoso di questi canti, fu eseguito in numerosissime versioni che però concordano
nella sostanza: il bool weevil era l’insetto parassita del cotone, chiara allegoria del nero che prende la sua
rivincita contro il farmer bianco. Il bool weevil (“antonomo del cotone”) fu responsabile, sul declinare
dell’800, della distruzione di numerose piantagioni in tutto il Sud. (cfr. VENTURINI F., op. cit. p. 66).
34 Canto in cui il forzato cerca di fuggire dalla prigionia. Il ritornello recita: “Won’t you shake it Mr. Gator,
doggone your soul, / Won’t you shake it Mr. Gator, to your muddy hole.” (in ROFFENI A., Blues, ballate e
canti di lavoro afroamericani, op. cit., pp. 96-98).
35 Affine a The Grey Goose, il canto sintetizzabile così: il cane non riesce a prendere il coniglio, il fucile
non riesce a colpirlo, la mamma non riesce a spellarlo, il cuoco non riesce a cucinarlo e la gente non lo
riesce a mangiare (vedi VENTURINI F., op. cit. pp. 65-66).
22
dal periodo successivo all’abolizione della schiavitù (1865) e con il periodo post-bellico della
ricostruzione.
23
1.3. LE TESTIMONIANZE
Per definire il blues in relazione al territorio, uno strumento utile è fare ricorso alle
testimonianze dirette di bluesmen che parlano del duro lavoro dei neri nei campi, fatto risalire
addirittura ai tempi della schiavitù, vista spesso dai musicisti neri come il punto di partenza da
cui tutto ebbe origine36: qui sono raccolte sei testimonianze (di cui cinque di musicisti nati e
cresciuti nel Delta). La prima è di Bukka White, celebre chitarrista e cantante di Aberdeen,
Mississippi:
“Il blues viene dal culo del mulo. Oggi puoi avere i blues anche seduto al ristorante o in
un hotel, ma il blues è nato camminando dietro a un mulo, ai tempi della schiavitù.37”
La seconda testimonianza è quella del violinista James Butch Cage:
“Il blues risale ai tempi della schiavitù. Quando eravamo schiavi mangiavamo ossa e
cotenna di maiale: la carne andava ai bianchi. Erano tempi duri; ci si faceva sopra delle
canzoni per consolarsi, ma la vita era un inferno.38”
La terza, di Son House, dipinge un’immagine più legata ai tempi contemporanei alla sua
giovinezza, e comunque si nota come il tipo di descrizione sia analoga alle due precedenti:
“Quando ero un ragazzo si cantava nei campi, ma non erano vere canzoni, erano lamenti.
Poi abbiamo iniziato a cantare la nostra vita quotidiana e credo che sia nato il blues.39”
36 Queste testimonianze non si basano certamente su argomenti scientifici e storicamente provati, ma sono
comunque significative in quanto rappresentative del modo in cui i neri percepivano il blues e il suo legame
con la terra. L’inizio della schiavitù è naturalmente visto come l’anno zero della loro storia, almeno
musicale, anche se sappiamo che il periodo schiavista e anche quello immediatamente successivo non
conosceva il blues in quanto tale. Su questa percezione, anche il chitarrista, armonicista e cantante J.D.
Short afferma in un intervista (The Sonet Blues Story – J.D. Short – A Last Legacy Of The Blues From a
Pioneer Blues Singer, 1962) che il blues proviene dai canti degli schiavi.
37 MARINI S., Il colore del blues? Black & White, Luna Nera, Ranfusina, Varzi (PV), p. 7.
38 Ibid., p. 8.
39 Ibid., p. 9.
24
Uscendo temporaneamente dal Delta, di seguito sono riportate le parole dell’armonicista
Sonny Terry40, che riporta direttamente a ciò che afferma Butch Cage:
“Il blues è nato nei campi di cotone dove si lavorava duro e il padrone non pagava. Così
si cantava: ‘Ohhh, uno di questi giorni lascerò questo posto per non tornare mai più,
ohhh yeah!’. Era un modo per alimentare la speranza.41”
Interessante a proposito un’intervista a Willie Foster, armonicista del Delta, scomparso nel
2001 e che fu quindi uno degli ultimi testimoni del mondo musicale di quella regione e che
incise quattro dischi già in età avanzata. Foster ci parla della sua infanzia e ci fornisce un’idea
di cosa fosse, anche per un bambino, il Delta delle piantagioni nella prima metà del secolo
scorso:
“Well, now, I was born in 1921 about 4 miles east of Leland, Mississippi. My mother was
pickin’ cotton when I was born. I kept on a goin’ till I was 6 or 7 years old. I went to work
when I was eight years old. I was making thirty cents a day from sunup ‘till sundown. My
daddy used to tell me, “Pick fifty pounds of cotton and I’ll let you go play” and I learned
how to pick and I picked it about three o’ clock and he say, “I believe I want you to pick
about 75 pounds”, and so I went to pickin’ that about three o’ clock and he’d say, “Well
you goin’ to play too early so you pick me 100 pounds42”.
La citazione che segue è tratta dall’intervista fatta nel 2007 da due studenti della Delta State
University di Cleveland, Mississippi, a uno dei protagonisti del Delta Blues: John Nolden,
armonicista nero di Renova, un sobborgo di Cleveland, tutt’oggi attivo sulla scena blues: (una
delle sue performance più recenti risale al giugno del 2008 in occasione della nona edizione
dell’Highway 61 Blues Festival di Leland, Mississippi). La testimonianza di Nolden è
interessante perché parte descrivendo la propria infanzia per arrivare ad una definizione del
blues secondo il suo punto di vista. E’, in un certo senso, il sunto delle precedenti anche se si
40 Sonny Terry, autentica icona del blues che seppe proseguire la propria carriera, anche fuori dagli U.S.A.,
fino alla sua morte nel 1984, nacque a Greensboro, nel North Carolina.
41 MARINI, S., op. cit., p. 9.
42 Note di copertina a I Found Joy, Palindrome Records.
25
discosta leggermente dalla classica affermazione di derivazione del blues direttamente dal
lavoro dei campi. E vale la pena citarla per intero:
“Well, I come up kinda … well, it was all right, but I had to work all the time, you know,
something you ain’t never seen. I used to plow on mules, and you know I couldn’t go to
school much so I didn’t get no good learning, sure didn’t. No, I had, got to try in that
muddy water, lining up mules. … One time after we go to the woods and hauled wood, cut
trees down … y’all might have heard (inaudible) tell something like that, but I know you
don’t know nothing ‘bout that, but back in that time people would take a crosscut saw, two
men, pulling, and you cut your own winter wood. I was on a farm, and it didn’t have this
geared stuff like we got now, not out in the rural area. You had to take a hack saw or
sledge hammer, go out and cut the wood, take away the mule, haul it back to the house.
And, uh, you had your winter supply right there in your yard. That’s kind of a rough way
but it work. […]
I was, used to, be around with B.B. King over in that area, over in Sunflower County. And,
his name was Riley King, and we had gospel groups. He had the St. John’s Gospel
Singers, I had my four brothers, called the Four Nolden brothers. We broadcast WGRM,
oh about, in the same times. He would come on, we would come on a little earlier than he
would. He would come on, he had the St. John Gospel Singers, he would come on, about,
well, one o’clock and they, we come around 9:00, 9:30, back then, but we broadcast. I had
four brothers and he had … I don’t know who he had. I know he had the St. John Gospel
Singers. […]
I wouldn’t have fooled with no Blues, but I got hurt one day. I had a, I should not go into
this but I got to tell you. A lady I thought so much of, she went away and left, and I ain’t
got straight yet. That’s a long time ago (laughs) and I don’t think I’ll never get it right …
well, the lady caught me good, you know. I just went off into it, sittin’ there, you know. I
couldn’t stay out of it. Well, when you get worried—now, let’s, let’s make a long story
short. Some way, you’re gonna make a move one way or the other. Am I right? And so
that’s what got me really started, kept on doing it. I used to be a church man, used to be
going to church every Sunday. But I’m gonna tell you something. I don’t want to talk too
much but you know, when you get hurt it don’t help you to go to church with it. It be, you
26
be hurting and don’t care where you go. Folks say, “Oh, you’ll be all right.” I don’t know.
You don’t get all right like that. It takes a little time … a long time (laughs). […]
Well, I think Blues means you don’t got a word for it. You got someone you care about and
they left you, them’s the Blues in my mind, you know, cause you can’t get at it hard
enough. It’s so hard to get out. The first thing you … you go to sleep and it ain’t gonna
help you none cause you, all you’re gonna do is lay there … thinking a long time. You
hurt, and uh, you want to see somebody you can’t find, the Blues (laughs). I ain’t got the
good long talk too properly but you know but I’m telling you the way I feel. Expressions,
that’s the way I feel.”43
Il discorso di Nolden è più articolato rispetto alle testimonianze precedenti e le sue parole sono
sensibilmente differenti da quelle dei musicisti precedenti, che fanno un collegamento diretto
tra vita dei campi (prima degli schiavi e poi dei sharecroppers) e la nascita del blues. Ma ciò
non muta il quadro ed è anzi, se si legge bene tra le righe, una conferma del legame tra musica
e luoghi di nascita dei bluesmen: nel senso che Nolden non sente nemmeno il bisogno di dire
ciò che è quasi ovvio, vale a dire che la musica che ha cominciato a suonare deriva per forza
di cose da lì e da quella vita, e non potrebbe essere diversamente.
43 Da http://www.birthplaceoftheblues.com
27
1.4 ASPETTI MUSICALI
Il blues è codificato per lo più in due categorie o, meglio, due schemi metrici standard: quello
a dodici e quello a otto battute.
Prendendo ad esempio in considerazione la struttura a dodici battute44, che è poi la forma più
comune e usata, essa si sviluppa secondo una struttura tripartita: c’è il primo verso che dura
per le prime quattro battute. Questo viene ripetuto, uguale o quasi (su un accordo diverso)
nelle battute dalla cinque alla otto, con la funzione di ribadire accentuando ciò che è stato
appena esposto; e infine il terzo verso scioglie, su un altro accordo ancora, la tensione creata
dai primi due. Il cerchio si chiude sulla dodicesima battuta per poi ricominciare da capo.
Il terzo verso è molto importante perché, come la musica, dal punto di vista armonico,
completa il giro, così le parole che si snodano nelle ultime quattro battute sono una
conclusione di ciò che i primi due versi hanno esposto come tensione sospesa. In altre parole, i
primi due versi preparano un discorso che il terzo risolve.
Un pezzo esemplificativo è Jinx Blues n.1, una celeberrima creazione di uno dei padri del
Delta blues, Eddie James “Son” House:
Well, I got up this morning jinx45 all ‘round, jinx all ‘round, ‘round
[my bed,
I said, I got up his morning with the jinx all ‘round my bed,
You know I thought about you now I’d like to kill me dead.46
Come si vede chiaramente, I primi due versi propongono in maniera sostanzialmente identica
un’idea iniziale che però rimane sospesa, finché il terzo verso risolve o comunque chiude il
discorso. La fine del secondo verso è quindi il culmine di un climax ascendente che inizia col
44 La battuta, variabile nei tempi e nella durata, è definibile come una cellula ritmica che ha durata di tempo
uguale alle altre e che costituisce l’unità minima che sta alla base di ogni composizione musicale.
45 Al proposito è interessante il significato di Jinx, una parola che si può tradurre con “sfortuna”, “jella”, e
che si ipotizza derivi dai jinn , sorta di genietti o spiriti maligni diffusi nella tradizione araba e islamica. Ciò
fa ipotizzare un legame tra il blues e la musica moresca e, in ultima analisi araba: frutto dunque di un
remoto retaggio che alcuni schiavi di tribù islamizzate o a contatto con la cultura islamica, avrebbero portato
con sé. (cfr. VENTURINI F., op. cit., p. 181 e passim.).
46 Da Jinx Blues n.1 di Son House, in: ROFFENI A. (a cura di), Il Blues – Canti dei negri d’America,
Edizioni Accademia, Milano, 1973. La registrazione è reperibile in The Complete Library of Congress
Sessions, 1941-1942, Travelin’ Man.
28
primo verso e che il secondo aumenta fino al parossismo47 per poi trovare lo sfogo finale
nell’ultima parte della strofa48. In sostanza la musica non è un semplice accompagnamento,
ma è l’immagine speculare del discorso poetico e ad esso parallelo. La musica insomma è
funzionale alle parole, e questa è probabilmente una delle ragioni che fanno del blues un
musica “semplice” e che, almeno nelle sue forme più classiche, poco concede agli
abbellimenti. Il blues deve esprimere qualcosa e non usa, né nelle parole, né nella musica,
nulla che ecceda, e questo si rifletta nella struttura poetica, melodica e armonica. Tutto è
necessario. E’ una musica diretta, essenziale. Ogni nota si trova in un determinata posizione
perché deve, anche se di fatto con il tempo la tendenza a ornare la musica si è sempre più
diffusa, in certi casi andando oltre il discorso che fa di quella musica un blues e non altro.
Queste, in linea di massima, le caratteristiche basilari della forma più comune di blues.
Tuttavia, si comprende facilmente come la struttura a dodici (o otto) battute sia solo
l’esemplificazione di qualcosa che, a monte, era molto più variegato e irregolare: ascoltando
molti bluesmen delle origini, non ultimo il “padre” Charlie Patton, sono riscontrabili
frastagliature e, soprattutto per la nostra concezione musicale di tipo occidentale, diverse
anomalie, che provocano sfasature per eccesso o per difetto dalla rigida struttura sopra
descritta. Al tempo stesso però, il legame tra i vari blues e comunque una morfologia che li
accomuna tutti è sempre esistita, e gli schemi a dodici e a otto altro non sono che una sorta di
comune denominatore che può soddisfare e sotto il quale possono rientrare tutti i tipi che
rispondono ad un’idea di base condivisa. Va ricordato anche che i primi bluesmen erano
totalmente estranei alla concezione eurocolta della musica e nella maggior parte dei casi
ignoravano anche le più elementari nozioni di teoria musicale. La tradizionale mancanza di
conoscenza della musica è qualcosa che si è protratta spesso fino ai giorni nostri, in cui
troviamo ancora musicisti blues anche non americani che imparano da autodidatti, avendo
una conoscenza scarsa o nulla della teoria, e anche questo sta ad indicare che il blues in ultima
47 L’aumento della tensione, musicalmente, è data da una specifica successione di accordi che fornisce
l’armonia caratteristica del blues.
48 In realtà le cose sono più complesse perché il culmine della tensione di fatto si sposta, armonicamente,
fino a metà circa del terzo verso per poi iniziare la vera “curva” discendente fino ad arrivare al giro
conclusivo (in gergo: turn-around) della dodicesima battuta, che funge da conclusione della strofa e
insieme da raccordo con quella successiva. Concettualmente e poeticamente, però, è comunque il terzo
verso nella sua totalità a costituire il momento di scioglimento della tensione. Vale la pena ribadire che nel
work song (vedi par. 1.1), una delle fonti da cui il blues trasse il proprio DNA, il verso era ripetuto due
volte o anche più volte prima di essere oggetto di una risposta.
29
analisi sfugge ai tentativi di ingabbiarlo in schemi prestabiliti; tanto più che i recenti tentativi
di trasporre su pentagramma le inafferrabili sfumature del blues sono qualcosa che si è
rivelato nulla più di un abile esercizio. La musica, va sottolineato, si caratterizza per una
marcata ambiguità, che si può tradurre, senza scomodare troppo la terminologia musicale, in
un’incertezza tonale (nel senso squisitamente tecnico di tonalità) che dà quel senso di
malinconia che tuttavia non è mai definita ed è sempre suscettibile di portare l’ascoltatore
verso altri e diversi sentimenti.
Gli scheletri ritmico-armonici delle dodici o otto battute furono adottati molto presto anche in
virtù del fatto che per suonare in gruppo si rese necessario avere un ritmo e delle sequenze
precise da seguire, anche se non è sempre così e nella musica delle prime band si riscontra più
di una libertà esecutiva. Inoltre, ancora nel blues moderno, si trovano abbondanti esempi di
blues che seguono la ritmica personale dell’esecutore, come avviene ad esempio nelle tessiture
melodiche del texano Sam “Lightnin’” Hopkins o nelle ritmiche ossessive e pulsanti di John
Lee Hooker.
Il blues è peraltro caratterizzato da quelli che si potrebbero definire sottogeneri e che non sono
inquadrabili secondo schemi precisi: in questo ambito rientrano ad esempio il fox chase e il
train time. Il primo affonda le proprie origini nella musica anglosassone e altro non è che
l’imitazione dell’andamento frenetico caccia alla volpe con l’uso dell’armonica inframezzata da
urla. Il train time è invece l’imitazione dell’andamento sferragliante del treno che da sempre
viene soprattutto eseguita con l’armonica: ogni bluesman nel corso della sua carriera ha
cantato canzoni sui treni, e ogni armonicista (ma anche tanti chitarristi) ha suonato almeno
una volta l’imitazione della locomotiva a vapore.
30
1.5. TEMATICHE E POETICA
Osservando il blues dal punto di vista dei temi in esso trattati, esso sviluppa una serie di
soggetti che attingono, in generale, ai problemi della vita quotidiana. D’altronde basta sentire
una delle tante interviste fatte a più di un bluesman tra quelli che vennero riscoperti dagli anni
’60 in poi, per sentire più o meno le stesse parole sul blues e sui motivi per cui si sviluppò e,
di conseguenza, sulle tematiche.
Un gran numero di blues ha come argomento l’amore infelice e, più in generale, tutte le
problematiche dei rapporti tra donna e uomo. Esse spaziano dall’abbandono, alle prospettive e
speranze di conquista, al maltrattamento, ai problemi economici, ai temi esplicitamente
sessuali. Troppo vasta è la casistica dei testi che si occupano di questi temi, e qui non è
possibile nemmeno antologizzarli per fornire un’idea di massima. Il tema dell’amore
tormentato, di per sé vecchio quanto l’uomo, assume nel blues una valenza del tutto
particolare, in quanto deriva in linea diretta dalla condizione dei neri sotto la schiavitù,
almeno a sentire le parole del vecchio bluesman Willie King, intervistato da Corey Harris (a
sua volta giovane chitarrista blues) nel film di Martin Scorsese The Blues – Feel Like Goin’
Home49: egli spiega chiaramente come, almeno nei primi blues, parlare della donna che
maltratta era uno schermo, un modo per mascherare la vera identità della persona in oggetto,
che altri non era che il padrone o il sorvegliante. E’ chiaro poi che il tema amoroso assunse
presto una propria autonomia e, anzi, all’interno dell’universo blues, assume e occupa un
ruolo preponderante, quasi prepotente, diventando la tematica per eccellenza, benché non la
sola. Riguardo a questo sono illuminanti le parole di Son House, esponente di punta del Delta
blues: “I giovani suonano quattro accordi e pensano di star facendo del Blues, ma c’è un solo
tipo di Blues: quello che racconta del sofferenze legate all’amore di un uomo per una donna”.
Lasciando fuori dal discorso la polemica verso la banalizzazione del blues da parte delle
nuove generazioni50, risulta chiaro come, almeno per Son House, il vero e unico blues
(nell’intervista scandisce anche le lettere facendo lo spelling: B.L.U.E.S) altro non sia che
quello appunto legato all’amore. Nel seguito dell’intervista, House prosegue affermando che
l’amore non è mai paritario, e quando due persone dicono di essere innamorate, una delle due
inganna l’altra: da qui proviene il dramma che si estrinseca e prende la forma del blues.
49 SCORSESE M., The Blues – Feel Like Goin’ Home, USA, Mikado, 2002.
50 l’intervista è un’immagine di repertorio degli anni ’60.
31
Quindi per il grande bluesman, blues coincide esattamente proprio con il rapporto uomodonna.
Le altre tematiche sono le condizioni economiche disagiate e il duro lavoro, o addirittura
l’assenza di lavoro. E’ facile comprendere come questi problemi siano entrati a far parte della
poetica afroamericana se si considerano le condizioni a cui, soprattutto negli anni della
Grande Depressione, i neri in particolare erano soggetti. In questo tipo di blues ricorrono
spessissimo i nomi delle monete: nickel, dime, etc…
Un altro argomento caro al blues è quello del carcere: essere condannato al di là della
colpevolezza reale e finire in galera, per un nero era (e ad oggi troviamo ancora delle
drammatiche coincidenze) molto facile, e così numerosi bluesmen (Son House stesso, Bukka
White, Rice Miller e tanti altri) passarono periodi più o meno prolungati nelle carceri più dure
degli stati: tristemente famosa tra i neri e cantata in un omonimo blues da Bukka White, è il
penitenziario di Parchman, Mississippi. A lato vanno citati i numerosi canti non sul carcere,
ma registrati nelle carceri51 soprattutto da Alan Lomax, canti che costituiscono un
inestimabile repertorio. Il tema dei blues carcerari registrati sul campo meriterebbe un
discorso a parte che in questa sede non è possibile sviluppare pienamente.
Questi canti costituiscono una fonte preziosissima a cui attingere per comprendere quali siano
le origini del blues, nel senso che spesso i canti carcerari sono stati tramandati da una lunga
tradizione e, rimanendo chiusi (anche fisicamente) in un ambito del tutto particolare, hanno
conservato molto delle loro matrici originarie: si tratta perlopiù di canti di lavoro individuali o
di squadra. Naturalmente non dobbiamo pensare che tali canti siano identici a quelli che
avremmo potuto ascoltare ai tempi della schiavitù, ma costituiscono comunque l’esempio più
vicino di cui disponiamo per comprendere in linea di massima come potesse ad esempio essere
una worksong nei tempi che precedettero lo sviluppo del blues come forma autonoma.
Strettamente correlato alle tematiche della legalità e del carcere è il tema dell’alcol: i
bluesmen, come accadeva per tanti musicisti, erano spesso forti consumatori di bevande
alcoliche, spesso distillate di contrabbando. Uno dei blues più famosi sul tema è Canned Heat
Blues52 di Tommy Johnson, capolavoro assoluto del grande chitarrista, con un testo dalle tinte
51 E’ evidente che i canti registrati nelle carceri riguardano spesso anche il carcere stesso.
52 Tommy Johnson, Complete Recorded Works In Chronological Order, 1928-29, DOCD 5001.
32
particolarmente oscure e sinistre che parla di questo mefitico intruglio (il canned heat
appunto) a base di un combustibile, lo sterno, mischiato ad alcol e limone, molto in voga nel
Sud della Depressione. In epoca più recente, anche l’armonicista Carey Bell cantò un pezzo
intitolato The Alcoholic Man53.
Queste, schematicamente, le tematiche più diffuse del blues. Ma si cadrebbe in errore se si
considerasse il blues semplicemente come “musica che parla di cose tristi” o, peggio, di
“musica triste”: infatti il blues è molto più complesso e articolato, in quanto esso è, al
contrario, musica “per scacciare la tristezza” e non un canto di autocommiserazione. In altri
termini, cantare la tristezza per scacciarla è la base e la motivazione del blues che, sempre
secondo Willie King, fu mandato da Dio per dare ai neri qualcosa per sopravvivere54. Il blues
è sopravvivenza e ha una vera funzione guaritrice, dove il bluesman assume quasi il ruolo di
officiatore di questo rito taumaturgico (lo stesso John Lee Hooker, a detta di Willie King55, si
definiva un guaritore56).
Ma tutti questi temi, che sono spesso correlati tra di loro e si intersecano, hanno spesso se non
quasi sempre una matrice, o meglio, una confluenza comune: il viaggio, di cui mi occuperò
più avanti. Il viaggio si inserisce come tematica a se stante in quanto il viaggio è una specie di
sottofondo, una sorta di basso continuo che percorre come un fiume carsico il mondo del
blues, a volte in modo esplicito, a volte espresso in modo velato.
53 Harp Legends vol.II, Catfish Records 105.
54 The Blues – Feel Like Goin’ Home, op. cit.
55 Ibid.
56 A conferma, esiste un disco, benché recente, di John Lee Hooker intitolato The Healer (Chameleon).

In caso vogliate leggere questa intera ed interessantissima tesi, andate al link: 

http://ebookbrowse.com/goio-geografia-del-mississippi-delta-attraverso-il-blues-un-ipotesi-di-relazione-tra-musica-e-territorio-pdf-d65884076

 

 

Noi ci saremooooo!!!

È il “sogno” il filo conduttore del “capodanno dell’estate italiana” in programma venerdì 1 luglio lungo i 110 km della Riviera Adriatica dell’Emilia Romagna animato da tanta musica e nomi internazionali, dove non mancheranno la magia, la letteratura, l’arte, la danza e la pittura. La festa proseguirà per tutto il fine settimana.

 

Per muoversi poi facilmente da un punto all’altro della costa, tra Rimini e Ravenna correranno anche treni speciali gratuiti composti da carrozze “storiche” trainate da vecchie, ma pienamente funzionanti, locomotive elettriche. I biglietti saranno distribuiti negli Uffici di Accoglienza Turistica (IAT) e serviranno da prenotazione.

 

In apertura de La Notte Rosa riminese salirà sul palco Francesco De Gregori, con il suo celebre ed amato repertorio, seguito dalla graffiante voce di Noemi e dall’attesissimo concerto all’alba sulla spiaggia di Riminiterme con Raphael Gualazzi e il trombettista Fabrizio Bosso.

 

Sulla spiaggia di Bellaria, dopo mezzanotte, ad intrattenere il pubblico saranno prima i Pooh, con i loro più celebri successi, e a seguire Chiara Canzian che presenterà il suo nuovo disco.

 

Sabato 2 luglio palcoscenico riminese anche per Teresa Salguiero, voce dei Madredeus, mentre domenica 3 sarà la volta di Joan as Police Woman, suadente voce rock che presenterà a Rimini il suo nuovo album “The Deep Field”.

 

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A Riccione, sabato 2 luglio andranno in scena i finalisti dell’edizione 2011 di “Amici”, con special guest Alessandra Amoroso, mentre a Cattolica venerdì 1 concerto dei Grammar School, la band anglo-italo-americana (protagonista sabato sera a Montefiore Conca) con il suo repertorio di classici del pop-rock del XX secolo, e domenica grande attesa per il re del pop latino, Ricky Martin, con la seconda tappa italiana del suo tour.

 

A Cesenatico venerdì 1 luglio saliranno sul palco di “Radio Bruno Estate” Enrico Ruggeri e Paolo Belli con la sua band, mentre è dedicato alle musiche da film del compositore Henry Mancini, riarrangiate in chiave jazz, il concerto all’alba sulla spiaggia del molo di Levante con il Martina Grossi Trio.

 

A Cervia sarà di scena la world music, con l’esibizione di Natacha Atlas e i Transglobal Underground direttamente dal cartellone di Ravenna Festival 2011, che sempre venerdì 1 luglio, a Ravenna, proporrà anche “The Magic Flute – Impempe Yomlingo”, con la storia di Schikaneder ambientata in un sobborgo di Cape Town.

 

Musica internazionale anche a Milano Marittima, con il repertorio jazz e pop dell’Aries Percussion Ensemble, gruppo di giovani musicisti dalla Repubblica Ceca.

 

A Lido di Volano appuntamento per i nostalgici della musica italiana anni ’60 e 70’, con Riccardo Fogli, storica voce dei Pooh, Ivana Spagna e Paolo Mengoli, mentre Carmen Russo si esibirà in compagnia del suo corpo di ballo sulle coreografie di Enzo Paolo Turchi.

 

A Lido delle Nazioni, sabato 2 luglio, saliranno sul palco Marco Carta e The Bastard Sons of Dioniso.

 

Ma il “sogno” è anche magia, letteratura, arte, danza, pittura.


La Notte RosaIl passaggio del Rex sognato da Fellini prenderà corpo con il viaggio inaugurale di “Costa Favolosa”, ultima nata della flotta di Costa Crociere, che venerdì sera, tutta illuminata a festa, comparirà davanti alla riviera romagnola in tutta la sua maestosità, creando un’atmosfera magica da favola felliniana, per poi fare tappa a Cattolica, dove a mezzanotte Costa Crociere offrirà un eccezionale spettacolo pirotecnico che nascerà dal mare.
Sabato 2 Rimini propone il reading di Claudio Santamaria (il celebre “Dandi” del film Romanzo Criminale) e il cortometraggio del pittore e cineasta Gianluigi Toccafondo, entrambi dedicati a Piepaolo Pasolini nell’ambito del festival Assalti al Cuore. Mentre domenica sera, sarà la volta dello spettacolo di Betrand Sallè con la proiezione delle sue opere legate al tema del sogno, accompagnate da un “live set” realizzato per l’occasione da Malvina Meinier al pianoforte e Vincenzo Vasi al “Theremin”. Da non perdere anche “Fellini…per caso”, itinerario inedito e semiserio nei luoghi del Maestro condotto venerdì 1 da Patrizio Roversi, tra gli interpreti de La voce della luna (1990).

 

Magia e sogno anche a Cattolica, che venerdì ospiterà in centro “Incanti Marini – La dama della notte”, lo spettacolo-evento della Compagnia Teatrale Corona, suggestivo show tra danza e acrobazia dedicato al mondo sommerso, e a Misano, con “Maraviglia”, performance tra balletti aerei e imponenti macchine sceniche della compagnia Sonics.

 

Sempre a Cattolica venerdì sera l’astrologo Marco Pesatori accompagnerà il pubblico del suo spettacolo “La poesia dello zodiaco” tra pianeti, decadi e quadri astrali con il suo linguaggio ironico e appassionato, mentre Riccione ospiterà per tutto il weekend due esposizioni tra Graffiti Art e pittura e fotografia del ‘900.

 

San Mauro Mare sarà teatro, venerdì, del 1° Festival Internazionale di Magia, che vedrà la partecipazione di maghi e maghe da tutta Europa, mentre a Bellaria, sabato sera, saranno protagonisti assoluti i più piccoli, con La Notte Rosa dei Bambini, con l’Isola dei Platani invasa da giochi, animazioni, spettacoli e laboratori.

 

A Cesenatico venerdì sera il grattacielo diverrà un enorme schermo sul quale 20 proiettori architetturali a gestione computerizzata e ad altissima luminosità riprodurranno spezzoni di celebri pellicole, mentre a Lido di Volano risate a non finire con gli Oblivion, direttamente da Zelig con i loro romanzi storici “in pillole”, tra musica e recitazione, e un volto storico della comicità italiana, Andrea Roncato.

 

Tutta la riviera a mezzanotte in punto si “fermerà” per assistere al concerto di fuochi d’artificio che illuminerà a giorno 110 km di spiagge, da sempre uno dei momenti più attesi della Notte Rosa, che a Porto Garibaldi – nei Lidi di Comacchio – si potrà ammirare direttamente a bordo delle motonavi che usciranno al largo per l’occasione.

 

Informazioni e programma dettagliato sul sito dell’evento: La Notte Rosa

FIDANZATO MUSICISTA: ISTRUZIONI PER L’USO
Tratto dal blog di Punkesteem (http://blog.libero.it/punkesteem/9087825.html)

Questo post è ispirato ad un post
scritto dalla mia amica MicinaRock
nel quale essenzialmente si domanda:
“deve essere sempre così dura per una
fanciulla essere la ragazza di un
MUSICISTA?”

Ora cercherei di rispodere alla sua domanda
ma dal punto di vista del musicista…dato
che è ciò che infondo sono..ma cercando..
anche di spiegare qual’è la reale vita di
un musicista e cosa scorre nella nostra
contorta mente..e soprattutto come questo
può impattare cn la ragazza che ci sta
accanto..

1) IL TEMPO: ragazze che volete un fidanzato
musicista..ricordate…il musicista nn
ha orari..io spesso torno a casa dalle
prove all’una di notte..se ho un concerto
faccio la nottata fuori..è cosi..

2) LO STUDIO: se il vostro ragazzo sta
incidendo un disco non chiamatelo per
nessuna ragione al mondo..è un momento SACRO
che richiede concentrazione e soprattutto
il cel interferisce cn le apparecchiature
IO QUANDO INCIDO UN DISCO..SPARISCO..

3) LA PASSIONE: mi è capitato che certe ragazze
mi chiedessero di paragonare loro alla
musica…son 2 campi diversi quindi non
dite mai ad un musicista “TU METTI LA MUSICA
DAVANTI A ME”..xkè non è cosi..è come se
vi dicessero non andate a lavorare x stare cn me!

4) LA STANCHEZZA: fare prove, concerti, incidere
etc… anke se è una passione..credetemi che
stanca..quindi è facile che pur avendo il
tempo spesso non abbiamo la voglia…

5) LO STILE: ogni musicista ha il suo, può essere
originale o emulazione di band preesistenti..
accettatelo da subito o cambiate fidanzato..
un musicista è legato ai suoi vestiti, accessori
e modi di fare..io non rinuncio al nero,
al cappuccio ai posini alle borchie etc..se voglio
IO..allora magari certi gg cambio moda..a mio
gusto..ma ciò non deve essermi imposto..io sono
così..prendere o lasciare!

Chiariti questi punti fondamentali se avete accettato
tutte queste clausole..siete pronti ad affrontare
la seconda scottante tematica: LA GELOSIA!
(seguo la linea guida del post di MicinaRock)

Ricordate: belli o brutti che siano..i musicisti
quando salgono sul palco diventano FASCINOSI
(se sanno farci ovviamente)!
Io sul palco occupo quasi sempre la posizione
centrale..strategica..quindi le ragazze che si
mettono sotto hanno spesso gli occhi puntati..
con questo bisogna farci l’abitudine..inoltre
quando scendiamo dal palco qualche ragazza
può chiederci FOTO o regalarci abbracci (a sorpresa
e non prevedibili)…in passato è capitato
ciò..scatenando guerre (quando ero fidanzato)!
Per di piu’ ricordo che molte fidanzate di musicisti
corrono subito a baciarli dopo i concerti..
quasi a marcare il loro territorio..:)..
abitudine della mia ex..ma di quasi tutte direi..
vorrei ricordarvi che dopo un concerto il musicista
puo’ voler fare solo 2 cose:

– se il cncerto è andato bene: fare baldoria
fin a notte fonda lasciandosi andare ai piaceri
dell’alcol..e della goliardia collettiva..
– se il concerto è andato male: un po di pace
e tranquillità nel backstage..

quindi anche in questo caso ragazze..dopo un concerto
..invece di martoriarci..stateci vicine cn affetto
e non in modo oppressivo..

ora conculudo dandovi la mia opinione..
anche noi musicisti vogliamo amare essere amati
essere fidanzati(spesso ho invidiato i compagni
di band con la fidanzata che prima e dopo il concerto
.li riempiva di coccole..mentre a me toccava starmene
dietro il bancone a sparare le solite cazzate!)
ma ovviamente bisogna trovare una ragazza che abbia
pazienza e comprensione!
io ultimamente ho iniziato a frequentare
una ragazza che è una musicista pure lei..
certo forse ora sarò io quello che aspetterà
sotto il palco..sarò io quello che dovrà
accettare la sua stanchezza musicale o che
non potrà telefonare..chissà forse ora
sarò io a “subire” la passione di musicista..
ma credo che allo stesso tempo..viveno
vite simili ci potrà essere una maggiore
compresione!

Ho deciso di dedicare una paginetta alle mie amate bestiole, Batik e Jole, ovvero i miei due miciotti…Mai e poi mai avrei pensato che sarei arrivata ad avere un gatto; fin da quando ero bambina, infatti, mia mamma è sempre stata contraria ad ospitare animaletti in casa, eccezion fatta per pesci e tartarughe…Di gatti, cani, criceti o altro non se ne parlava!!!

Adesso ho una casa mia…Era da tempo che meditavo di prendere almeno un gatto; mi ha maggiormente stimolata un avvenimento successo al lavoro, ovvero il ritrovamento di un gattino di pochissimi mesi, spaventatissimo e denutrito, ma bellissimo e super-dolce; l’ha adottato la mia collega, anche se mi sarebbe piaciuto prenderlo io…Però, a conti fatti, il gattino piccolo deve essere seguito e, con il fatto che noi siamo fuori casa per gran parte della giornata, ci sarebbe risultato difficile accudirlo adeguatamente…Poi siamo in affitto, e magari il cucciolo scatenato potrebbe fare disastri…Ho comunque provato ad andare al gattile, ma non sono rimasta del tutto convinta…

Ma, quando si dice il destino, l’occasione è arrivata quando una mia vecchia amica e “compagna di sventure” mi ha detto che sua sorella dava via una gatta NERA CON GLI OCCHI VERDI!!! Non ci potevo credere, è sempre stato il mio sogno avere un gatto nero, alla faccia della superstizione!!!

E così sono andata a trovare la gatta Jolanda, già di 4 anni, ma molto timida e schiva…All’inizio non si è fatta trovare, poi è uscita e non vi dico che folli corse per prenderla…Nell’appartamento, in visibile stato di trasloco, c’era anche un altro gatto, Batik, dolcissimo e coccolosissimo, oltre che molto più socievole rispetto a Jolanda; ho chiesto alla padrona cosa avrebbe fatto di lui, e lei mi ha detto che non ne aveva idea, ma che, comunque, era costretta a darlo via…Io le ho detto che avrei potuto tenere sia lui che Jole, e lei, visibilmente felice, mi ha detto che l’avrei resa più tranquilla se i gatti fossero rimasti insieme, almeno in un ambiente nuovo si sarebbero tenuti compagnia…E così, detto fatto, li ho portati entrambi in quel di Saronno la sera stessa!!! E non me ne sono pentita…Finalmente c’è qualcuno a tenermi compagnia ed a coccolarmi quando sono sola… 🙂

Ed ora un po’ di aforismi e citazioni dedicate proprio ai gatti:

Aforismi e citazioni sui gatti
  • Guardare un gatto è come guarda il fuoco, si rimane sempre incantati.
    Giorgio Celli
  • Dio ha creato il gatto per dare all’uomo il piacere di accarezzare la tigre.
    Fernand Méry
  • Credo che i gatti siano spiriti venuti sulla terra. Un gatto, ne sono convinto, può camminare su una nuvola.
    Jules Verne
  • Le persone fanno molta fatica ad esprimere la loro personalità. Per un gatto di strada è una cosa facilissima: gli è sufficiente qualche spruzzatina qua e là, e la sua presenza nei giorni di pioggia rimane per anni.
    Albert Einstein
  • Quando la chiamavo fingeva di non sentire, ma arrivava un po’ dopo quando poteva sembrare che avesse deciso di venire spontaneamente.
    Arthur Weigall
  • Se gli animali potessero parlare, il cane sarebbe un tipo grossolano e senza peli sulla lingua; il gatto, invece, avrebbe il raro dono di non dire mai una parola di troppo.
    Mark Twain
  • Non è possibile possedere un gatto. Nella migliore delle ipotesi si può essere con loro soci alla pari.
    Sir Harry Swanson
  • Due cose al mondo sono esteticamente perfette: il gatto e l’orologio.
    Emile Auguste Cartier
  • Il gatto perde i peli soltanto in presenza di gente allergica.
    Garfield
  • Alla mattina me lo ritrovavo con la testa sul mio petto. Appena percepivo la sua presenza mi sentivo in pace. E’ completamente idiota. La complicità è difficile da spiegare. Il gatto rappresenta la libertà, quello che vuoi essere. Capisce tutte le tue pazzie, ti segue. Quando sei al colmo della felicità c’è sempre un gatto dietro.
    Gérard Depardieu
  • Uno scrittore senza un gatto è inconcepibile. Certo è una scelta perversa,poiché sarebbe più semplice scrivere con un bufalo nella stanza piuttosto che con un gatto. Si accucciano tra i vostri appunti, mordicchiano le penne e camminano sui tasti della macchina da scrivere.
    Barbara Holland
  • Un gatto è bellissimo da una certa distanza: visto da vicino è un’inesauribile fonte di meraviglia.
    Pam Brown
  • Non conosco il gatto. So tutto sulla sua vita ed i suoi misteri, ma non sono mai riuscito a decifrare il gatto.
    Pablo Neruda
  • Vieni sul mio cuore innamorato, mio bel gatto: trattieni gli artigli e lasciami sprofondare nei tuoi occhi belli, misti d’agata e metallo.
    Charles Baudelaire
  • Il gatto è imprevedibile ed ammaliante come un’orchidea selvaggia.
    Stanislao Nievo
  • Ho trovato che il mio amore per i gatti mi ha molto spesso aiutato a capire le donne.
    John Simon
  • Dormire insieme è un eufemismo quando si parla di persone, ma col gatto equivale ad un matrimonio.
    Marge Piercy
  • Anche i gatti in soprappeso conoscono per istinto la regola principale: quando si è grassi bisogna assumere pose da magri.
    John Weitz
    • Mi dà sempre un brivido quando osservo un gatto che sta osservando qualcosa che io non riesco a vedere.
      Eleanor Farjeon
    • Se un pesce è l’incarnazione del movimento dell’acqua, il gatto è la materializzazione dell’aria.
      Doris Lessino
    • Il rapporto con un gatto prevede una dedizione totale. Non può essere limitato a riempirgli la ciotola di cibo e a pulire la lettiera.
      Paul Corey
    • Mi era stato detto che l’addomesticamento con i gatti è molto difficile. Non è vero. Il mio mi ha addomesticato in un paio di giorni.
      Bill Dana
    • I gatti sono infinitamente più amichevoli dei cani. Avete mai visto un cartello Attenti al gatto?
      Leonard Grainger
    • Un gatto può risolvere un po’ tutto facendo le fusa.
      Donna McRohan
    • E’ con l’approssimarsi dell’autunno che i gatti indossano la loro più folta pelliccia e assumono un’aria suntuosa e di incantevole opulenza.
      Pierre Loti
    • Il miglior esercizio per un gatto è un altro gatto.
      Jo e Paul Loeb
    • I gatti sono gli inquilini del sole: dove c’è il sole, c’è un gatto.
      Vittorio G. Rossi
    • Guardando un gatto che lava un altro, non si è mai sicuri se si tratti di affetto, di gusto o di una prova di attacco alla giugulare.
      Helen Thompson
    • Il gatto è un lembo di notte arrotolato sullo spigolo di un tetto.
      Antonio Casanova
    • Il gatto obbedisce solo quando lo decide, sostiene che dormire gli permetterà di vedere le cose con più chiarezza e si fa le unghie su ogni cosa dove riesca a mettere le proprie zampe.
      Francois René de Chateaubriand
    • Fare le fusa sembra essere, nel suo caso, un dispositivo di sicurezza, una valvola per sfogare gli accumuli di felicità.
      Monica Edwards
    • D’accordo, i gatti tiranneggiano, strumentalizzano, condizionano i loro padroni, ma in cambio, offrono impagabili lezioni di saggezza.
      Julia Bachstein
    • Ogni gatto ha un’opinione ben precisa sugli esseri umani: non dice molto, ma questo è sufficiente a non farvi venire voglia di ascoltare altro.
      Jerome K. Jerome
    • I cani mangiano. I gatti pranzano.
      Ann Taylor
    • Guardi con quei brillanti, languidi segmenti di verde e raddrizzi le tue orecchie di velluto ma ti prego non affondare i tuoi nascosti artigli.
      John Keats
    • Gatto: lo si potrebbe definire lo scaldamani delle poverette.
      Carlo Dossi
      • Un gatto non chiede, prende.
        Garfield
      • Non c’è alcuna necessità di insegnare ai gatti come divertirsi poichè essi sono dotati di ineffabile ingegno in questa arte.
        James Mason
      • Il tempo del gatto è perfetto, si allarga e si stringe come la sua pupilla, concentrico e centripeto, senza precipitare in alcun affannoso stillicidio.
        Claudio Magris
      • Dalle dolci note della sua lingua melodiosa, il gatto fa le fusa secondo una precisa metrica e miagola in rima.
        Joseph Green
      • Se fosse possibile dotare i gatti di ali, essi non si accontenterebbero di essere uccelli, sarebbero angeli.
        Dick Shawn
      • Che misteriosa ricetta conoscono i gatti per saper dosare in modo così perfetto dolcezza e crudeltà, timidezza ed aggressività, docilità e spirito selvaggio?
        Mary S. Emilson
      • Puoi tenere un cane, ma è il gatto che tiene le persone, perché i gatti trovano che gli esseri umani siano utili animali domestici.
        George Mikes
      • I gatti vanno sempre un po’ più in là dei limiti che noi, nella nostra cieca follia, vorremmo stabilire.
        Andrè Norton
      • Un gatto giocherellone, con le sue capriole e i suoi modi da tigre in miniatura, è mille volte più divertente di metà della gente con cui ci tocca vivere in questo mondo.
        Sydney Morgan
      • Guardando un gatto che lava un altro, non si è mai sicuri se si tratti di affetto, di gusto o di una prova di attacco alla giugulare.
        Helen Thompson
      • Quando i verdi occhi di un gatto scrutano dentro di voi potete essere certi che qualunque cosa intendano dirvi è la verità.
        Lillian Moore
      • Chi odia i gatti rispecchia uno spirito brutto, stupido, grossolano e bigotto.
        William S. Burroughs
      • Un essere umano ed un gatto si guardano negli occhi: nella penombra del crepuscolo, oppure al lume di candela. E subito si crea un’atmosfera di fiaba.
        Sergius Golowin
      • Un gatto è un gentiluomo: elegante nell’atteggiamento, dalle maniere squisite e con una passione per i combattimenti corpo a corpo, sfrenate storie d’amore, duelli al chiar di luna e canti di gioia. Il gatto è un nobile che dal suo personale domestico (il padrone umano) si aspetta un servizio inappuntabile. Il gatto conosce una gamma di invettive che farebbe impallidire un manovale.
        Pam Brown
      • Considerate le qualità, discrezione, affetto, pazienza, dignità e coraggio che i gatti possiedono: quanti di noi, vi chiedo, sarebbero in grado di essere un gatto?
        Fernand Méry
      • I gatti, come categoria, non hanno mai completamente superato il complesso di superiorità dovuto al fatto che, nell’antico Egitto, erano adorati come dei.
        Pelham Grenville Wodenhause
      • La cosa veramente grandiosa dei gatti è la loro infinita varietà. Uno può scegliere un gatto in base alla propria personalità, al proprio umore, al proprio carattere o lo può fare scegliendolo dal colore della pelliccia in modo che si adatti a qualsiasi tipo di decorazione. Ma sotto quel pelo morbido si trova ancora una degli spiriti più liberi del mondo. Un gatto è un gentiluomo.
        Eric Gurney
      • Voglio un gatto… Ne voglio uno subito. Se non mi è concesso avere i capelli lunghi e altre cose divertenti, posso però avere un gatto.
        Ernest Hemingway
      • I gatti e i non conformisti mi sembrano i soli esseri in questo mondo che abbiano una coscienza pratica e attiva.
        Jerome K. Jerome
    • (tratto da http://www.gattiandco.com/)

 

BELLEZZA

Che cosa e’ la bellezza? Che cosa e’ l’estetica? Dalle giunoniche bellezze dell’arte classica, dai corpi tondi e morbidi della pittura antica… alle efebiche e sensuali modelle dei  nostri giorni ….
Si parla, fin troppo spesso di canoni di bellezza, di criteri, di misure, quasi a voler classificare e imbrigliare le espressioni mutevoli e le mille forme in cui il corpo umano si puo’ esprimere. E i corpi perdono la sensualita’ e sono catalogati  in forme e frutti … corpi a clessidra, a mela, a pera…
Si scoprono nuovi canoni di bellezza, seni acerbi, decollete prorompenti,  fisici longilinei, linee voluttuose ….
In questa confusione estetica l’unica estetica che rimane e’ l’estetica dell’anima, l’estetica del sorriso  che non e’ mutata e non mutera’ mai.

bellezza – citazioni e frasi celebri

per celebrare la bellezza, perche’ il bello fa piacere, perche’ il bello e’ bello, perche’ il vero bello e’ espressione di anima e poesia
Che cosa e’ la bellezza? La bellezza e’ negli occhi di chi guarda

 La bellezza è il dono di Dio.
(Aristotele)

La bellezza è come una ricca gemma, per la quale la montatura migliore è la più semplice.
(Francesco Bacone)

Lo studio della bellezza è un duello in cui l’artista urla di spavento prima di essere vinto.
(Charles Baudelaire)

Non  so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore.
(Charles Baudelairee)

La bellezza delle cose esiste nella mente che le contempla.
(David Hume)

Che cos’è la bellezza? Una convenzione, una moneta che ha corso solo in un dato tempo e un dato luogo.
(Henrik Ibsen)

Bellezza: s’incurva: le curve sono la bellezza.
(James Joyce)

Il bello è una manifestazione di arcane leggi della natura, che senza l’apparizione di esso ci sarebbero rimaste eternamente celate.
(Goethe)

La bellezza ci può trafiggere come un dolore
(Thomas Mann)

Bellezza: il potere per mezzo del quale una donna affascina un amante e terrorizza un marito.
(Ambrose Gwinnett Bierce)

La bellezza delle cose esiste nella mente di chi le osserva.
(David Hume)

Una donna che non sa essere brutta non è bella.
(Karl Kraus)

Ricordatevi che le cose più belle del mondo sono le più inutili: i pavoni ed i gigli, per esempio.
(John Ruskin)

Cosa bella e mortal passa e non dura.
(Francesco Petrarca)

La bellezza serve alle donne per essere amate dagli uomini, la stupidità per amare gli uomini.
(Coco Chanel)

Le persone brutte si vendicano di solito sulle altre del torto che la natura ha fatto loro.
(Francis Bacon)

La bellezza è una moneta che ha corso solo in un dato tempo e in un dato luogo.
(Henrik Ibsen)

“La bellezza salverà il mondo”
(F. Dostoevskij)

Su richiesta del compagno e collega blogger e scrittore Mirko Tondi, genio incompreso e accanito sostenitore dell’editoria indipendente, autoprodotta ed underground, ho deciso di leggere il suo e-book, che mi è assai piaciuto; per questo ho deciso di diffonderlo dalle pagine del mio blog. Si tratta di un libriccino di aforismi di attualità, scritti da una persona comune, una persona che la vita la vive come tutti noi comuni mortali…Magari tante cose potrebbero apparire scontate, ma, in realtà, tutto ciò che è frutto di una riflessione ragionata non è mai scontato di questi tempi…

Complimenti Mirko, in bocca al lupo!!! Continua così!!! E a tutti voi, buona lettura!

A pensarci bene non mi piaccio neanche un po’
aforismi per lamentosi e insoddisfatti, molto utili al giorno d’oggi
Testi di Mirko Tondi Disegni di Enrico Guerrini

Avviso ai lettori:
Questa pagina,
come si conviene in editoria,
doveva essere bianca.
Ma questo è un’e-book, quindi al diavolo l’editoria classica…
L’immagine stilizzata e rudimentale che vedete qui sopra,
per gentile concessione di Michelangelo Maiullari, mostra Mirko Tondi,
l’autore dei testi dell’e-book, durante un momento di riflessione.
Da una di quelle riflessioni,
è nato “A pensarci bene non mi piaccio neanche un po’”.
Buona lettura

Le dediche che seguono sono di Mirko Tondi.
Racchiudono il senso stesso del libro.
A parte per la dedica alla nonna.
Quella è puramente affettiva.
Una dedica speciale, come speciale era lei.
Ancora buona lettura (stavolta diciamo sul serio…)
Testi originali di Mirko Tondi 2011
Disegni originali di Enrico Guerrini 2011

A pensarci bene non mi piaccio neanche un po’
aforismi per lamentosi e insoddisfatti, molto utili al giorno d’oggi

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L’assioma degli insoddisfatti è che quello che hanno non gli basta.
Neanche quello che avevano, né quello che avranno.
Il fatto è che loro sono e non sono,
perché ciò che sono non è ciò che vorrebbero essere.
E se anche fossero come avrebbero desiderato di essere?
Non ne sarebbero soddisfatti, questo è certo.

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Il vero problema dei nostalgici
è che non hanno paura della morte, ma della vecchiaia.
*******
Oggi è stata talmente una brutta giornata
che rimpiango persino quella che credevo
fosse stata la mia più brutta giornata.

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Quando me la passo bene coi soldi, si vede dal frigorifero.
Basta controllare se il cassetto dei formaggi è pieno o meno.
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Sono bravissimo a dire le cose.
Però sono altrettanto bravo a dirle
nel momento esatto in cui non servono più.

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Conosco solo un tipo di persona che pensa costantemente ai soldi.
Quella che ce li ha già.
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Da’ a una persona disperata quello che sta cercando
e ti pagherà il doppio.

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La tendenza di oggi è quella di essere buonisti.
Qualche risultato lo si ottiene sempre.
Ma è anche la prima cosa che notano i cattivi.

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Quando una persona ritiene di essere soddisfatta di se stessa,
allora si può dire che non abbia
da chiedere nient’altro alla propria vita.
Tranne di rivivere quella stessa vita in una maniera del tutto opposta.
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Quello di piacersi, purtroppo,
è un vantaggio che viene riservato solo ai narcisisti.

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Se non fossi fidanzato, mi laverei molto meno.
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A sbagliare ci vuole solo un attimo.
Anche a pentirsi, a dire il vero.
Ma il pentimento non cancella il gesto.

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Il fatto non è quello di trovare del tempo libero,
ma di riuscire a ottimizzare quello che si ha a disposizione.
Purtroppo io non sono mai stato bravo a ottimizzarlo,
semmai a perderlo.
Anche quello è un talento, però.

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L’autostima è quella qualità che viene alimentata
dall’affermazione e dal successo personale.
In alcuni soggetti,
semplicemente da una buona condotta.
In altri, da una condotta riprovevole,
ma di cui loro vanno fieri.
In altri ancora, invece, dal denaro.
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Amiamo le novità.
Nessuno vuole una vita piatta e noiosa.
Ma l’unico motivo per il quale speriamo
che accada qualcosa di insolito nelle nostre vite
è per la smania di raccontarlo agli altri.

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Non è forse il timore
di rompere un oggetto
che poi lo fa rompere davvero?
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Tutti noi abbiamo bisogno di illuderci.
È bello ogni tanto lasciar perdere la realtà e
concedersi qualche sogno a occhi aperti.
Peccato che quando poi ritorniamo in noi,
ci sia il nostro capo lì davanti a bacchettarci
per la nostra ultima disattenzione.
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Sono così nervoso che una volta mi è venuto un esaurimento
e se n’è andato promettendo di non tornare mai più.

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Non faccio mai programmi,
perché non c’è alcun gusto
nel rispettarli.
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Si può essere eleganti anche senza essere ricchi.
Ma in quel caso si tende a usare il termine casual…
*******
Cos’è il pessimo gusto?
Quello degli altri, di sicuro.
Nessuno ammetterà mai di averlo.
Sarebbe come far dire a un calciatore
che il suo non è un vero lavoro.
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Non è la speranza che fa accadere le cose,
però certe volte aiuta.
Ad esempio io ho sperato con tutto me stesso
che qualcosa cambiasse nel mio conto corrente.
Infatti gli interessi sono schizzati alla stelle.
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La sola maniera per sopperire alla mancanza di intelligenza
è quella di avere una buona memoria.
*******
Se ognuno di noi trovasse il lavoro e il partner che desidera,
non esisterebbero più gli psicoterapeuti.

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La strada è piena di persone
che attraversano dove non dovrebbero attraversare.
Il problema è che spesso vengono investite quelle
che passano sulle strisce pedonali…
*******
Un pessimista è semplicemente uno che ha
maggiore consapevolezza del fatto che le cose,
in futuro, potrebbero andare peggio di come
stanno andando adesso.

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Fare politica è un mestiere che unisce l’utile al dilettevole:
lavorare, contemporaneamente non facendolo.

*******
Per rimediare ai propri errori occorrono
una decisa ammissione di colpa
e una buona volontà.
E poi una certa dose di fortuna.
*******
L’unica cosa che mi accomuna all’essere artista
è la mancanza di soldi.
*******
I dialetti costituiscono il modo migliore per non
dover parlare preoccupandosi della grammatica.
*******
Il cinico è un idealista con qualche delusione alle spalle.
*******
Le collezioni sono difficili da spiegare.
Io, per esempio, colleziono brutte figure
e neanche mi interessano.

*******
Molte date portano con sé emozioni e ricordi.
È per questo che cerco sempre di dimenticarle.
*******
L’ambizione è una bella donna che ti promette
di portarti a letto e poi ti lascia a bocca asciutta.

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Il bello della televisione è che puoi spegnerla quando ti pare.
Tanto ne hai una anche nelle altre stanze.
*******
Non sempre gli specchi dicono la verità.
Soprattutto se è il tizio riflesso a non dirla.
*******
Un ritardatario cronico ha due problemi fondamentali:
uno è il tempo, l’altro è se stesso.
*******
Una volta la chiamavano guerra,
adesso “battaglia per la pace”.
*******
L’obiettivo di chi si lamenta della propria condizione
non è quello di ottenere qualcosa, né di essere compatito.
Semmai di nutrire il proprio malcontento.
*******
Il mondo dello spettacolo è davvero straordinario:
cantanti che presentano,
concorrenti di reality show che diventano attori,
pseudo-giornalisti che si azzuffano.
Manca solo una cosa: lo spettacolo.

*******
La differenza fra “stare male” e non “stare molto bene”
è che la seconda è un’ottima scusa per non fare qualcosa.
*******
Dicono che si debba andare vicino a perdere
qualcosa per capire quanto ci si tenga veramente.
Ma un conto è la paura, l’altro è la vera passione.

*******
Qualche volta la sfortuna viene chiamata in causa
per giustificare la propria incompetenza.
*******
Gli incontentabili desiderano soltanto avere tutto.
E anche quello difficilmente li accontenta.
*******
L’ipocrisia è il passepartout dei nostri tempi.
*******
L’invidia è un surrogato della felicità.
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Perdo tutto, non trovo mai niente.
Ma non è colpa mia.
Pare che gli oggetti, certe volte,
non vogliano proprio essere trovati.
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Il problema reale di chi incontra il successo
non è tanto quello di accettarne l’ingombrante presenza,
semmai quello di non riuscire a sopportarne l’eventuale perdita.
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Non tollero proprio l’arroganza negli altri,
perché vorrei possederla tutta io.

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Chi è molto religioso ha parecchio da farsi perdonare.
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Un eterno insoddisfatto è convinto che sia stupido
smettere di cercare un’idea non appena l’ha trovata.
Crede invece che, continuando a pensare,
possa trovare prima o poi un’idea migliore.
Intanto gli altri la propria idea l’hanno già messa in pratica.

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Lamentarsi costantemente per la propria condizione
è la cosa che riesce meglio a quelli che hanno già tutto nella vita.
*******
Una persona può ritenersi davvero vecchia
quando neanche le novità riescono più a procurargli un’emozione.

Questo libro è stato reso possibile da:
Si avvisano i lettori che, essendo questo e-book un’auto-produzione a costo zero,
non è stata coinvolta alcuna casa editrice nel progetto.
Nessun redattore è stato quindi maltrattato durante la realizzazione del libro.
Se l’e-book è piaciuto, si pregano gentilmente i lettori di consigliarlo agli amici.
Se non è piaciuto, consigliatelo a chi vi sta antipatico, ma consigliatelo lo stesso.
Grazie, al prossimo e-book.

BIOS

Mirko Tondi, autore fiorentino, ha
pubblicato due libri ed è incluso in varie
antologie poetiche. Scrive per la webzine
“Sul Romanzo” e per il mensile free-press
“Alza la Voce”. Inoltre è regista e autore
dei testi della compagnia di teatro comico e
cabaret “I Rene-Fiz”. Ama i dischi in
vinile, i film di Alfred Hitchcock, perdere
tempo su internet e comprare cose inutili.
Qui sotto lo vediamo in una delle sue
pose più felici…

 

Enrico Guerrini, nato a Firenze, è pittore, scultore, Enrico Guerrini
illustratore e scenografo. Ha esposto le proprie opere in
numerose mostre collettive e personali in tutta la Toscana.
Artista talentuoso, visionario, straordinariamente
versatile, si distingue soprattutto per le sue performance
estemporanee. Di lui si apprezzano in particolare
l’originalità, l’apertura alle sperimentazioni e la
disponibilità a nuovi progetti (tra cui, appunto,
“A pensarci bene non mi piaccio neanche un po’”).
Qui sotto è possibile osservare un suo autoritratto.

In assoluto,  io penso che le migliori attrici italiane, Attrici con la A maiuscola, siano LAURA CHIATTI e CLAUDIA ZANELLA, una umbra, l’altra toscana, guarda caso! 🙂 (le ragazze del Centro Italia sono le migliori, modestamente!!!:-) ); giovani, emergenti, bravissime nella recitazione come nella vita, oltre che molto belle… Altro che la Arcuri!!! Spiegatemi da quando la Arcuri è un’attrice, a me non risulta…Se non avesse le poppe che ha e tutti i ritocchi, sarebbe proprio uno schifo di donna…Per me lo è anche adesso, il maschio italiano è proprio monotematico: TETTE-CULO-CULO-TETTE!!! Che novità!!! Tanto ormai i canoni che contano sono quelli, a nessuno frega più un cazzo della bravura, del merito, ma solo del corpo, punto, stop…E poi, altro che donne (possiamo chiamarle tali??) del Grande Fratello di minchia…Non ditemi che quelle bagasce sgualdrine vi attizzano…Se così è, ragazzi miei, siete messi maleeee!!!

Rifacciamoci gli occhi su quel gran fenomeno che è Laura Chiatti…In un Paese dove la meritocrazia conta meno della carta da cesso…

BIOGRAFIA

Laura Chiatti nasce a Castiglion del Lago, nella provincia Perugina, nel 1982. Giovanissima partecipa nella categoria cantanti ad un concorso su scale regionale. La sua bellezza e il suo fascino non passano inosservati e alla fine vince il concorso nella “sezione sbagliata” ed è così che nel 1996 diventa Miss Teen-ager Europa.

Nel 1997 approda sul piccolo schermo nella fortunatissima serie televisiva “Un posto al sole”. Successivamente sono molte le sue partecipazioni a serie televisive: “Compagni di scuola”, “Incantesimo”, “Don Matteo”, “Carabinieri”, solo per citarne alcune.

Nel 2004 è protagonista femminile nel film di Giacomo Campiotti “MAI + COME PRIMA” che vince a Saint- Vincent “La Grolla d’oro al cinema per l’innovazione” e di “Passo a due” di Andrea Barzini in cui oltre a rafforzare la sua immagine di attrice si presenta al pubblico come un’ottima ballerina.

La svolta decisiva alla sua carriera di attrice avviene nel settembre del 2005 quando Paolo Sorrentino, uno dei migliori registi italiani reduce dallo strepitoso successo de “Le conseguenze dell’amore” la sceglie come protagonista femminile nel suo nuovo e attesissimo film “L’amico di Famiglia” con Fabrizio Bentivoglio. Il film partecipa in concorso al 59° Festival di Cannes dove Laura ottiene un grosso successo personale.

Nel febbraio del  2006 è impegnata sul set del nuovo film di Francesca Comencini “A casa nostra” che partecipa in concorso al Festival Intenazionale del cinema di Roma.

Il suo volto diventa noto al grande pubblico grazie alla partecipazione come testimonial della campagna “Vodafone Summer 2006” firmata dalla regia di Gabriele Muccino.

Il regista Luis Prieto la sceglie come protagonista femminile del film campione di incassi “Ho voglia di te”. Nel 2007 ritorna al piccolo schermo con “Rino Gaetano- Il cielo è sempre più blu” di Marco Turco. Nel 2008 è la protagonista femminile de “Il mattino ha l’oro in bocca” di Francesco Patierno e partecipa in un cameo nel nuovo film di Giuseppe Tornatore “Bariia”.

PREMI 

Nastri d’argento

Candidatura 2007: miglior attrice protagonista per “L’amico di Famiglia” di Paolo Sorrentino 

Ciak d’oro

Candidatura 2007: miglior attrice non protagonista per “ A Casa Nostra” di Francesca Comencini 

Diamanti del cinema

Vincitrice 2007: miglior attrice dell’anno

2011      “Romanzo di una strage” regia di M.T. GiordanaPellicola dedicata ad una delle pagine più controverse e dolorose della storia d’Italia, la strage di Piazza Fontana, avvenuta nel dicembre del 1969.Vedi La Scheda.Vedi La Scheda  

Televisione/Pubblicità

  Televisione:
1999    “Un posto al Sole”, regia AAVV
   
2001     “Compagni di scuola”, regia di T. Aristarco.
“Padri” regia di R. Donna
2002     “Carabinieri”, regia di R. Mertes
2007       “Rino Gaetano” regia di M. Turco
“Diritto di difesa”, regia di G. F. Lazotti
“Incantesimo 7” regia di A. Cane e T. Sherman
2010   “Dorando Petri” regia di L. Pompucci
Pubblicità:
2004-2005 – “Lavazza”
2005 – “Ferrero Mon Chéri” distribuzione europea. 
2006 – “Vodafone” regia di G. Muccino (Testimonial)
 
Music Video
2005 – “Ti scatterò una foto” con Tiziano Ferro
   
Premi  
2009 – Vincitore del premio “Guglielmo Biraghi” alla 66ma Mostra Internazionale del Cinema di Venezia
   
Doppiaggio  
2010 – Rapunzel – L’intreccio della torre” Regia di Nathan Greno
   
    2010      “Manuale d’amore 3” regia di G. VeronesiTre nuovi capitoli per il Manuale d’amore 3 di Giovanni Veronesi. “Giovinezza” racconta la storia di Roberto (Riccardo Scamarcio), giovane e ambizioso avvocato, prossimo alle nozze con Sara (Valeria Solarino), e del suo travolgente incontro con Micol (Laura Chiatti), bellissima ….Vedi La Scheda
    2009      “Somewhere” regia di S. CoppolaDalla sceneggiatrice/regista premio Oscar Sofia Coppola (Lost in Translation – L’Amore Tradotto, Il Giardino delle Vergini Suicide, Marie Antoinette) Somewhere, uno sguardo penetrante, commosso e coinvolgente nell’universo dell’attore Johnny Marco (interpretato da Stephen Dorff) … Vedi La Scheda
    2009      “Io, loro e Lara” regia di C. Verdone

Un prete in crisi mistica torna in Italia dopo aver trascorso un periodo in Africa come missionario e ritrova Un sacerdote missionario in Africa torna dopo molti anni a Roma. Attraversa un momento di grande confusione, è pieno di dubbi e in crisi di fede; i suoi superiori gli consigliano un breve ritiro tra i famigliari, ma è un disastro.

Vedi La Scheda

    2008      “Iago” regia di V. De BiasiIl personaggio di Iago (Nicolas Vaporidis) diventa il vero protagonista di una storia ambientata nella Facoltà di Architettura di Venezia ai nostri giorni. Iago è un laureando di grande talento …Vedi La Scheda
    2008      – “Il caso dell’infedele Klara” regia di R. FaenzaLuca, musicista italiano che vive a Praga, è in preda a un’incontrollabile gelosia per la sua fidanzata Klara, studentessa di storia dell’arte in procinto di laurearsi. Insospettito dal rapporto della ragazza con Pavel, suo tutor all’università, Luca incarica un detective, Denis, di controllarla …Vedi La Scheda
    2008      – “Gli amici del bar Margherita” regia di P. AvatiIl film racconta, attraverso gli occhi di un diciottenne, la Bologna degli anni ’50.
    2008      “Baariia” regia di G. TornatoreBaaria è il nome fenicio di Bagheria ed è anche il titolo del nuovo film di Giuseppe Tornatore che sarà un film in costume girato in gran parte in Tunisia.
    2007      – “Il mattino ha l’oro in bocca” regia di F. PatiernoIl film parla della storia di Marco Baldini, noto conduttore radiofonico con il vizio del gioco. Siamo a Firenze agli inizi degli anni ’70 e Marco é appena un ragazzo che sta ancora decidendo che cosa fare della sua vita, ha una passione, quella per la musica, e così inizia a fare il dj in discoteca. ..Vedi La Scheda
  2006      – “Ho voglia di te” regia di L. Prieto  Candidata come migliore attrice protagonista ai “ciak d’oro 2007”
  

Tre metri sopra il cielo. È dove gli innamorati vivono le loro emozioni. È dove Step desidera essere ancora. Il tempo è trascorso, e due anni negli Stati Uniti, hanno allontanato i pensieri…
Vedi La Scheda
  2006    – “A casa nostra” regia di F. Comencini   Candidata come migliore attrice non protagonista ai “ciak d’oro 2007”Nel segno del piccolo o grande denaro, grande inquinatore. Si comincia con una riunione di banchieri e imprenditori per organizzare un business tipo furbetti del quartierino. E c’è chi parla un milanese grottesco e macchiettistico…Vedi La Scheda
  2006     – “L’amico di famiglia” regia di P. Sorrentino   Candidata come migliore attrice protagonista ai “Nastri d’argento 2007”Geremia de’ Geremei ha settant’anni. Vive in una cittadina dell’Agro Pontino ed è proprietario di una piccola sartoria. Brutto e sgraziato vive in una casa buia con la madre paralizzata…Vedi La Scheda
  2005      “Mai più come prima” regia di G. Campiotti Dopo l’esame di maturità sei compagni di classe partono per una vacanza insieme, vorrebbero andare al mare, ma finiscono quasi per caso in una baita tra le montagne…Vedi la Scheda
  2004      “Passo a due” regia di A. Barzini Beni (Kledi Kadiu) è un ballerino che vive in Italia da più di un anno. Il suo grande desiderio è fare della danza la sua vita. Quando improvvisamente crede di avere incontrato l’occasione della vita…Vedi la Scheda

 

Uma Thurman Insieme a Gwineth Paltrow, è indubbiamente la mia attrice preferita, veramente molto capace e dalla recitazione versatile, ottima…Senza contare che è  anche una bella donna!!! Ps: Se fossi un uomo… 😛

Golden Globes 2005
Nomination miglior attrice in un film drammatico per il film Kill Bill – Volume 2 di Quentin Tarantino

Golden Globes 2004

Nomination miglior attrice per il film Kill Bill – Volume 1 di Quentin Tarantino

Golden Globes 2003
Premio miglior attrice miniserie o film tv per il film Gli occhi della vita di Mira Nair

Golden Globes 1995
Nomination miglior attrice non protagonista per il film Pulp Fiction di Quentin Tarantino

Premio Oscar 1994
Nomination miglior attrice non protagonista per il film Pulp Fiction di Quentin Tarantino

Citazioni
 
Ho molte persone da uccidere e ho così poco tempo!”
dal film Batman & Robin (1997) Uma Thurman è Poison Ivy; Pamela Isley
 
Sei più razionale di quanto Bill ti ritenesse capace.
Sono la pietà, la compassione, il perdono che mi mancano, non la razionalità.”

dal film Kill Bill – Volume 1 (2003) Uma Thurman è La Sposa; Black Mamba
Mia (Uma Thurman) a Vincent (John Travolta)
Mia: Non odi tutto questo?
Vincent: Odio cosa?
Mia: I silenzi che mettono a disagio… Perché sentiamo la necessità di chiaccherare di puttanate per sentirci più a nostro agio?
Vincent: Non lo so… È un’ottima domanda.
Mia: È solo allora che sai di aver trovato qualcuno speciale…quando puoi chiudere quella ca**o di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace.
“Quando voi maschiacci vi riunite siete peggio di un circolo di cucito…”
Da Pulp Fiction (1994),  Uma Thurman è Mia Wallace, la donna del Boss
 
“Cerca di complicarti la vita così saprai che sei vivo.”
Da Prime (regia Ben Younger, 2006), Uma Thurman è Rafi

 

“Sembravo morta, vero? Ma non lo ero. Non perché non ci avessero provato, intendiamoci. A dire il vero l’ultimo proiettile di Bill mi mandò in coma. Coma in cui sono rimasta per quattro anni. Al mio risveglio, ho agito spinta da quella che la pubblicità del film definisce una ruggente furia vendicativa. Ho ruggito. E mi sono infuriata. E mi sono presa tante soddisfazioni. Ho ucciso tante persone per arrivare fin qui. Ma ne devo uccidere ancora una, l’ultima, quella da cui sto andando ora. La sola rimasta in vita. E quando sarò arrivata a destinazione, io ucciderò Bill!”
Da Kill Bill – Volume 2 (2004), Uma Thurman è La Sposa; Black Mamba

 

“Ho finalmente imparato che finchè una donna non esige amore vero per se stessa finirà sempre per farsi molto male. Ma come faccio a sapere se un amore è vero oppure no? Facile, analizzalo lettera per lettera. V: lui è volenteroso? E: equivale a te? R: è responsabile? Ma soprattutto O: è onesto?”
“Non puoi trovare qualcosa quando non sai neanche cosa stai cercando. Sei in ricognizione, giusto? Nella speranza che qualcuno voglia tu quando invece sei tu che hai bisogno di sapere quello che tu vuoi. Chiunque può innamorarsi ma tu meriti un uomo emotivamente maturo che ti ami nel tempo. Non elemosinare compagnia quando invece puoi esigere un compagno.”
Da Un marito di troppo (2010, regia Griffin Dunne), Uma Thurman è Emma Lloyd, psicologa
 
“La vita consiste in quello che fai mentre aspetti il tuo treno.”
Da Lo sbirro, il boss e la bionda (1993, regia John McNaughton), Uma Thurman è la bionda in ostaggio

 

Pulp Fiction (1994)
Celebrities: Uma Thurman

Souvenir from Barcelona…

Questo post è dedicato ad una mostra al Museu Picasso di Barcellona che mi ha particolarmente colpita; è un’esposizione temporanea sulla Guerra Civile Spagnola, che focalizza l’attenzione sul ruolo degli artisti nella lotta contro la presa di potere del fascismo franchista…Ecco la presentazione in inglese…Prima o poi la tradurrò… 😛

 Introduzione
Ubu, Roi, the play by Alfred Jarry considered one of the key works in subsequent avant-garde developments, premiered in Paris in December 1896. With the creation of the Ubú character, Jarry highlighted merciless humour as a means to bring the spectator closer to reality around him and to help him get along in a terrible world. Picasso never actually met Jarry, but he was utterly fascinated with the writer.
In 1937, four decades later and in the middle of the Spanish Civil War, Picasso produced Dream and Lie of Franco with Ubú reincarnated as the general. With these two prints from the same year in which he painted Guernica for the Republican pavilion at the International Exposition in Paris, Picasso became a full partner in the war-time artistic production, on the Republican side centred not only on the printing of posters, but also in the production of aleluyas, pasquinades, illustrations and cartoons for the press.
 
The Dream and Lie of Franco
On January 8, 1937, Picasso began work on The Dream and Lie of Franco, a satire against the military uprising of the previous July. It was also at this time that the artist formalized his support for the legitimate government of the Spanish Republic and was the first evidence of the work to the official commission that came to visit. The pair of etchings was finally printed on Picasso’s own initiative, together with a text he himself had written, and the money raised from sales of the copies donated to the Republican cause. Each of the two plates that make up the work is divided into nine panels, and the sheets were originally intended to be cut up to produce a series of postcards, although this was never done. The formal structure of the sequence of images is close to that of a cartoon or comic strip; what we see here is a committed artist bringing together the most avant-garde concepts and grassroots popular culture in the service of a cause. Picasso then set the etchings aside until late May. In the days prior to this, the artist had started to work on Guernica, his great mural painting for the Spanish pavilion at the Paris International Exposition, which is a direct consequence of his work on The Dream and Lie of Franco. On May 25 he added some tonalities to the aquatint and finally, on June 7, completed the second plate, with new illustrations in which dramatically intense images of death replace the initial parody.
First panel
The first panel of The Dream and Lie of Franco presents the ‘official’ equestrian portrait of the dictator under a blazing sun, and has its iconographic sources in Picasso’s own earlier work, in Dora Maar’s photographs, in the clumsy figures of glove puppets and in Alfred Jarry’s absurd and grotesque Ubu. Picasso also levelled his sarcasm at the various institutions responsible for the uprising and at some of their emblems: the Army of Africa, associated with the crescent moon; the Church and a processional banner of the Virgin, and the monarchy and the crown. In the following panels we find, among other things, a clear critique of capitalism and its support for the rebels, a denunciation of the destruction of the nation’s art treasures and of the rebels’ appropriation of certain symbols, and the ridiculing of the archetype of a Spanish woman with a mantilla and an ornamental comb. Satire then gives way to drama to depict the tragic struggle of the Spanish people, represented here by the bull and the winged horse. Iconographic evocations of the bull as heroic opponent of the invader were already familiar from popular illustrations of the Peninsular War and the Spanish-American War. Others refer to some of the instruments of political propaganda of the time — posters and cartoons of the war — and to the work of other politically committed contemporary artists such as Josep Renau and John Heartfield. Picasso himself used some of these elements in subsequent works.
Second panel
In the second etching of The Dream and Lie of Franco, the denunciation of support for the rebels is still a constant. The military puppet appears again with all of its iconographic attributes: crown, Episcopal tiara, crescent moon, processional banner…Confronted by a radiant bull and metamorphosed into a gored horse, its failure is made manifest. In panels 10 and 11, in contrast to the earlier images Picasso depicts figures stretched on the ground — a woman and a man with a horse — in a war-torn setting. The puppet general has disappeared from the scene and the images now centre on the consequences of the war, clearly evoking those of newspaper photographs of the war. The last four panels present several of the models that Picasso developed for Guernica, such as the crying woman and the mother with her dead child, which can also be found in numerous wartime posters. The panel that concludes this etching introduces a new model: the dying woman, with arms raised, shouting, her neck pierced by a spear. The direct heir of this pain is the woman on fire who appears on the right in Guernica. Goya and snapshots of the war come to the spectator’s mind.
 
Army of Art
During the Spanish Civil War, both sides engaged in intense propaganda activity on behalf of their respective causes. There was a spectacular outpouring of aligned creative work, particularly in the graphic arts — posters, cartoons, postcards and satirical illustrations, among others — and particularly on the Republican side, which reflected in a more or less aggressive form the violence of the conflict and the terms in which it posed itself, both political and cultural. Although these committed artists often opted for realism, many of the heterogeneous talents who placed their professional expertise in the service of the Republic employed an eclectic repertoire of formal resources drawn from post-Cubism, Futurism, Expressionism, Surrealism and other avant-garde movements in their bid to find new languages with a heightened visual and emotional impact. This permeability on the part of modern graphic art, personified by George Grosz and John Heartfield, with treatments of images inspired by film and photography, and the existence of large print shops and lithography presses in certain key cities (Barcelona, Madrid, Valencia, Bilbao), made it possible for cartoonists, painters, poster artists and designers such as Lluís Bagaria, Mauricio Amster, Josep Renau, Manuel Monleón, Mariano Rawicz, Helios Gómez and Luis Seoane -an “army of Art”, using the words of the Russian poet Mayakovsky- to produce works that radically transformed the language of propaganda and political satire Spain.
 

 

Capalbio (Gr)

Come promesso, ecco il post sulla rinomata località della Costa d’Argento dove mi piacerebbe trascorrere le vacanze; con questo tempaccio brutto l’estate sembra un miraggio lontano in un deserto di noia! 😦 Piove, piove, piove,  non smette mai!!! E oggi, da diversi punti di vista, non è proprio giornata…Mi permetto di viaggiare con la mente, di sognare un po’, di evadere con il pensiero…Immagino di essere già in estate, immersa nel sole e con il cuore traboccante di mare…Basta concentrarsi, far emigrare il pensiero dalla testa, chiudere le tende e non guardare fuori, per non vedere la depressione climatica di questi giorni…

Capalbio è una località turistica molto rinomata, si affaccia sulla lunga Costa d’Argento, conosciuta per il mare pulito e trasparente; Capalbio è situato su una collina della Maremma Toscana ed ha molti luoghi da visitare tra cui il borgo antico e le Tombe Etrusche.

Mare  e relax Il mare di Capalbio  ha una costa lunga una decina di chilometri e ben consevata, grazie alla vicina oasi del W.W.F. del Lago di Burano e grazie anche ai pochi accessi al mare che permettono un’entrata limitata dei visitatori. Il mare è trasparente e la natura è rigogliosa poiché è presente la macchia mediterranea che in questi posti è caratterizzata da alberi di ginepro. La spiaggia libera è molto vasta, ma ci sono anche stabilimenti attrezzati con vari servizi come ristoranti, giochi per bambini, massaggi, e anche parecchi eventi di vario tipo.
La spiaggia di Capalbio ha numerose spiaggette nelle vicinanze, tutte molto graziose ma non sono sempre facilmente raggiungibili, alcune insenature di questa costa frastagliata sono infatti accessibili solo in barca.

Eventi estivi
Per la sera c’è la possibilità di assistere anche a molti eventi organizzati sia a Capalbio che nelle vicinanze.
-Nel centro del Borgo medievale di Capalbio, dal 22 Giugno al 1 Luglio, in rassegna una selezione di cortometraggi, dal meglio della produzione internazionale, per saperne di più potete visitare il sito Capalbio Cinema.
-In Agosto invece, dal 9 al 18, si rinnova l’appuntamento estivo con Festambiente, il festival della natura e del buon vivere promosso da Legambiente. Nella splendida cornice del Parco Naturale della Maremma, ci sono dieci giorni di eventi tra musica, cinema, spettacoli e teatro.

Nel dettaglio…

Superficie – 108,60 kmq.
Altitudine del capoluogo – 217 m s.l.m.
Abitanti – 3.912
Monumenti – Mura castellane, chiesa del ‘300, chiesa della Provvidenza (affresco di scuola del perugino)
Festività – 2° domenica di settembre e 20 maggio (S.Bernardino).
Frazioni e località – Capalbio scalo, Borgo Carige, Chiarone, La Torba, Pescia Fiorentina, Vallerana

Bisogna andare da Grosseto sull’Aurelia fin oltre Orbetello, e poi imboccare sulla sinistra una strada asfaltata che si fa largo fra colline ricoperte ancora di una folta macchia: quando è trascorsa un’oretta di auto, procedendo di andatura onesta, si arriva a Capalbio. Laconica, ma in neretto, la notizia che apparve sui quotidiani in cronaca locale. “Sulla Gazzetta Ufficiale del 1° settembre 1960, è sancita l’erezione di Capalbio a capoluogo del Comune omonimo”. Chi ne ha fatto le spese, è stato il territorio di Orbetello, ma era un fatto inevitabile. In effetti, il nostro paese è fra i più periferici della provincia e provvede largamente a se stesso: un po’ per la modesta densità di popolazione, un po’ per la fiorente agricoltura. Alle risorse agricole, si unisce poi la presenza di una riserva di caccia molto estesa, che venne istituita, ormai diversi anni fa, dall’Ente Turismo di Grosseto.

Si tratta quasi di un piccolo parco di flora e fauna maremmana: cinghiali e lepri, caprioli e fagiani, roditori e insettivori diversi, in un ambiente floristico tipicamente mediterraneo, non vi fanno mai difetto.

Il Paese

Il villaggio vero e proprio non è che un antico castello, provvisto ancora di spalti con feritoie, di piccole ma severe abitazioni con bifore in pietra. Una chiesetta di stile romanico, reca alle pareti diversi affreschi restaurati; una torre, per disegno e costruzione, ricorda un angolo di Arcidosso. Nelle mura quattrocentesche si conservano bene stemmi dell’epoca, e targhe medicee del Seicento. Tutto intorno al paese, che sorge secondo il solito schema medioevale al di sopra di un cucuzzolo, è un terreno collinare, ferrettizzato e calcareo, dove allignano bene ulivi e lentisco, volpi ed altri animali da preda. Non fosse che per il suo aspetto, simile a quello di pochi altri villaggi toscani, Capalbio meritava dunque un trattamento di riguardo anche dal punto di vista amministrativo.
Parzialmente, sotto l’incalzare dell’appoderamento, delle bonifiche e delle altre forme di intensificazione dell’agricoltura, il paesaggio va un po’ modificandosi: ma c’è da giurare che anche fra un secolo gli stessi boschi che videro intenti alla caccia gli Orsini, armati di frecce e di picche, vedranno gli altri uomini tendere agguati al cinghiale, provvisti magari di pistole al plutonio e a raggi cosmici.

 LA STORIA

Un assetto urbanistico tipico dei borghi medioevali

Il paese ha i connotati e presenta un assetto urbanistico tipico dei borghi medioevali. Il più antico documento che cita Capalbio è la bolla Leonino Carolingia, con la quale Carlo Magno donava il Castello dell’Abbazia delle Tre Fontane a Roma. Alcuni studiosi sostengono invece che il paese era abitato fin dalla più remota antichità, lo conferma anche il ritrovamento di tombe dell’età del bronzo e arcaiche. Dall’805 il paese ha seguito le vicende del patrimonio dell’Abbazia delle Tre Fontane.

 Agli inizi del 1300 il Castello era sottoposto al dominio di una famiglia signorile locale,  che nel 1305 si alleò con gli orvietani contro gli Aldobrandeschi di Santa Fiora e i Baschi di Monte Merano. Venuta meno l’autorità politica degli orvietani, Capalbio fu concessa dagli Aldobrandeschi di Santa Fiora alla regione di Siena tra il 1339 e il 1345, ma cadde in seguito sotto il dominio degli Orsini. Intorno al 1400 venne definitivamente conquistata dai senesi; da questo periodo risalgono i cimeli più interessanti ed artistici del paese. Nel 1555 le truppe spagnole conquistarono Capalbio e, da questo momento, iniziò la decadenza economica e demografica del paese. 

   Il passaggio successivo del Granducato di Toscana dei Medici ai Lorena, segnò per Capalbio la perdita dell’autonomia amministrativa. In questo periodo di disastrosa situazione sociale, si aggiunse anche la piaga del banditismo che terrorizzava la Maremma. Ancora oggi si rammentano i nomi dei famosi briganti che spadroneggiavano nelle contrade trovando poi rifugio nelle macchie impenetrabili; uno di questi è Domenico Tiburzi, che ha legato parte della sua storia a questo paese.

IL BORGO MEDIOEVALE

Il Castello di Tricosto, comunemente detto “Capalbiaccio”

Non si può parlare della storia di Capalbio senza accennare al castello più antico di Tricosto, oggi detto comunemente Capalbiaccio, di cui avanzano le rovine sul colle sito a nord-ovest. All’interno della struttura è tuttora custodito il famoso “pianoforte di Puccini “, costruito da Conrad Graf (nato a Riedlingen, Germania, 1782), risalente, così come indica il numero di serie, ai primi mesi dell’anno 1823.

I suoi strumenti erano famosi per la loro eccezionale stabilità e solidità e, nonostante la loro struttura fosse completamente in legno,  raramente sono state rilevate crepe, distorsioni o scollamenti. Insieme allo strumento op. 184,  il pianoforte “di Puccini” è l’unico con un’estensione di sei ottave, l’incortatura è tripla ed è dotato di una meccanica di concezione ancora settecentesca.

LE CHIESE

I suggestivi luoghi di culto.

A Capalbio sono rimaste due sole chiese, ma entrambe possiedono dei preziosi dipinti di vero e incontestabile valore. Nell’antico castello, ai piedi del torrione, sorge la chiesa di San Nicola. Sul fianco destro della chiesa si eleva la torre campanaria, le cui bifore permettono di datarla al 12° secolo. Nel 1919, il campanile fu riparato e la piccola torre con cupola di stile senese  fu sostituita da una piramide di mattoni intonacata.

La pianta della chiesa è rettangolare, con un’ unica navata che termina in un abside a pianta anch’essa rettangolare. Ai lati della navata si aprono cappelle poco profonde, non comunicanti tra loro e terminanti con arcate a tutto sesto. L’ultima parte della navata e il vano con finestra poggiano su di una singolare costruzione aperta all’estremità, detta “Arco Santo”.  L’estremità ovest dell’Arco Santo è sorretta da un capitello romanico. Le colonne, incassate a metà, dividono l’una dall’altra le cappellette laterali. I capitelli romanici sono decorati da simboli quali racemi di uva, palmette, rosette, foglie stilizzate e, su di un capitello, si notano anche figure di animali, un’ aquila e una leonessa in atto di ruggire, secondo moduli che si ritrovano con una certa frequenza nelle chiese romaniche della campagna toscana e possono essere attribuiti al 12° secolo. Il luogo è particolarmente suggestivo grazie ai numerosi affreschi delle pareti: di “scuola senese” (1300) nelle cappelle di sinistra e di “scuola umbra” (1400) nelle cappelle di destra.

Spiagge

Capalbio offre al turista una fantastica spiaggia lunga ben 12 km di cui la metà sono formati da spiagge libere. La particolarità di questa spiaggia è che, a seconda del tratto di costa in cui siamo, potremmo vedere sia una candida sabbia di colore chiaro che sabbia ferrosa di colore scuro. Il mare si caratterizza per la sua limpidezza, per i suoi meravigliosi colori e per le sue particolari sfumature.

Spiaggia di Chiarone: è situata presso la frazione omonima, all’estremità meridionale del tombolo di Burano, pochi chilometri a sud della Laguna di Orbetello. Si tratta di una bella spiaggia di sabbia dorata caratterizzata da un litorale lungo e molto profondo, ben attrezzato e ricco di servizi turistici. Il mare è ovunque molto bello, azzurro, cristallino e limpido, con fondali sabbiosi e digradanti, ideale per nuotare e fare il bagno.

Approvata da Legambiente! Da tutti i punti di vista, Capalbio è una località da 5 vele perché soddisfa tutti i criteri che la rendono una perla del mare, ovvero: la pulizia delle spiagge e del mare, la presenza di una larga fetta di territorio incontaminato, la qualità dell’aria e dell’acqua, i servizi ben curati e di alto livello, la notevole sostenibilità ambientale, il patrimonio storico-culturale ricchissimo, ben gestito e valorizzato, la particolare attenzione ai disabili, nel rispetto delle barriere architettoniche.

Giudizio complessivo: 5 vele Qualità ambientale: 4 stelle Qualità servizi di accoglienza: 4 petali Albero: Questo comune ha svolto iniziative per la migliorare la sostenibilità ambientale Onde: Mare pulito e buoni servizi Castello: presenza di luoghi o iniziative di interesse culturale Presenza di servizi per disabili

I DINTORNI

I meravigliosi scenari naturali intorno a Capalbio

Lago di Burano: Situato lungo la costa tirrenica nel Comune di Capalbio, il Lago di Burano si estende parallelamente al mare da cui è separato da uno stretto tombolo. Estesa per 300 ettari circa la Riserva è stata creata nel 1967, quando il WWF prese in affitto la tenuta del lago di Burano allo scopo di offrire un tranquillo luogo di sosta per gli uccelli migratori. Tra il tombolo ed il lago si sono formati alcuni specchi d’acqua denominati “chiari”, mentre nella zona più interna si estendono campi coltivati, talvolta allagati.
Nel lago e negli stagni crescono molte piante igrofite e fitti canneti dove trovano rifugio numerosi uccelli acquatici: mestoloni, marzaiole, alzavole, moriglioni, morette, folaghe, aironi, fenicotteri, cormorani, cavalieri d’Italia, oche selvatiche, ecc. Ricca è anche la fauna ittica, che comprende cefali, spigole, orate e anguille. Sulle dune sabbiose sono presenti il giglio di mare, la santolina e l’eringio marittimo. Nella macchia, tipica boscaglia sempreverde mediterranea, vivono mammiferi come la donnola, i ricci, le istrici, i tassi, le volpi. Per una migliore fruibilità dell’Oasi sono stati creati alcuni percorsi-natura, lungo i quali sono situati capanni di osservazione, un orto botanico, un acquario.

capalbio italy

Ed inoltre…

Capalbio si trova nella zona più a sud della costa grossetana, tanto che il suo comune confina con la provincia di Roma, ed è quindi l’ultimo lembo della Maremma Toscana. Si tratta di un piccolo borgo medioevale che è riuscito a conservare tutta la sua tranquillità.

Panoramica di Capalbio

Ambiente e territorio

Il paese si trova a circa 200 metri dal mare, su di una piccola collina. La zona in cui si trova è abbastanza isolata, e circondata solo da macchia mediterranea: il borgo conserva intatto il suo aspetto tranquillo ma selvaggio. I centri abitati qui intorno sono rari a causa del fatto che per secoli la zona è stata infestata dalla malaria e quindi deserta. Quindi la macchia si estende tutto intorno, dal litorale fino all’entroterra. Vicino al mare prevale la macchia, ricca di ginestre, timo camomilla ed eucalipto, mentre nell’area più interna la terra è coltivata. Prevalentemente si coltivano frumento, mais, e ortaggi, ma sopratutto viti ed ulivi; è molto sviluppato anche l’allevamento dei bovini. Si possono trovare querce e lecci, e gli ulivi circondano questa terra incontaminata. La fauna è tipicamente appenninica, con cinghiali, daini, lepri e molte varietà di uccelli. Siamo a soli 7 km dalla trafficatissima Via Aurelia.
Dall’alto del paese si domina tutta la zona, da una parte verso il Lazio e dall’altra si può vedere l’Argentario, tutta la Maremma e il mare. Le spiagge sono bianche e morbide, ricche di minerali tanto da brillare alla luce del sole. C’è anche il lago salato di Burano, che per via della scarsa profondità del fondale è popolato di anatre tuffatrici come le morette, le canapiglie e i moriglioni; si può avvistare anche il cormano e il falco di palude.
In quest’area, solitamente vicino alle piante di corbezzolo, vive anche un particolare tipo di farfalla, la charaxes jasius, chiamata comunemente ninfa del corbezzolo. Si tratta di una delle più belle e grandi farfalle presenti in Italia, dai toni aranciati e riflessi verdi, attraversate da una striscia argentata, oltre a guarnizioni rosse e bianche, con le ali che hanno due code. Ormai moltissime varietà di farfalle, oltre a quelle di questo tipo, sono diventate rare; negli ultimi venti anni se ne sono estinte ben il venticinque percento.
Davanti a Capalbio c’è la Riserva di Burano, e sempre a poca distanza si trovano il Parco della Feniglia e l’Oasi di Orbetello, tutti entro solo 15 km di costa.
Piazza Magenta a Capalbio
(Foto www.capalbio.it)

Storia ed archeologia

Questa zona era già abitata dagli Etruschi, anche se in seguito fu scarsamente popolata a causa della malaria che infestava l’area.Sono stati inoltre ritrovati moltissimi resti di ville e fortificazioni romane.
Il nome probabilmente deriva da caput album o campus album, per l’alabastro bianco che caratterizza questo luogo. Il castello è uno dei più antichi d’Italia e risale addirittura all’VIII sec. dopo Cristo.In questo periodo, per paura di incursioni nemiche, i borghi vengono racchiusi in rocche; quindi le potenti famiglie feudali trasformano i castelli in fortilizi, per potersi meglio difendere dagli assalti.Agli inizi del XVI secolo finalmente cominciarono a sorgere edifici anche fuori le mura. Nella romanica pieve di San Nicola sono presenti affreschi tardo gotici.La torre che invece si innalza vicino al lago di Burano è una splendida e massiccia torre seicentesca, costruita dagli spagnoli che occuparono queste terre in quel periodo. Il comune passò quindi in mano ai Medici, che cercarono di risanare il territorio dalla malaria, impiantando pinete e proteggendo i querceti presenti. Tuttavia dopo pochi anni la popolazione andava diminuendo e il borgo quasi scomparve. A metà del Settecento Pietro Leopoldo di Lorena cercò di continuare l’opera che era stata dei Medici, inviando a verificare le condizioni di queste terre il gesuita Ximenes. Nonostante le pessime condizioni dell’area i Lorena decisero di bonificare la zona, prosciugando le paludi e rendendo coltivabili vasti terreni. La bonifica continuò con Leopoldo II; infine dopo l’annessione al Regno d’Italia si cominciò a chiudere la foce del lago di Burano, per cercare di evitare il paludismo.Il risultato fu che Capalbio era ancora una delle zone più insalubri della Maremma.Solo dopo la Seconda Guerra Mondiale si riuscì a risanare il territorio, grazie all’opera dell’Ente Maremma che si occupò della bonifica, del frazionamento e dell’assegnazione dei terreni in seguito ad un decreto ministeriale.Nel 1960 divenne un comune autonomo, staccandosi da quello di Orbetello da cui era stato precedentemente amministrato.

Enogastronomia

Capalbio è vissuto da sempre di caccia e pesca, tanto che ancora sono presenti diverse sagre che ne testimoniano la tradizione gastronomica; le principali sono quelle del cinghiale, del pesce e delle lumache, che si svolgono tutte in periodo estivo.
Salendo per la strada che porta al paese è possibile acquistare e bere vino; una delle migliori produzioni di questo territorio è il vino bianco Ansonaco.

Immensa voglia di Tirreno…E di Maremma!!!

Argentario:

è un alto promontorio davanti all’Isola del Giglio; con questo toponimo però si intende un vasto tratto della costa maremmana, che comprende anche Giannutri e l’isola del Giglio, e si estende fino alle coste laziali.

Ambiente e territorio

Questa zona è prevalentemente rocciosa, coperta da macchia mediterranea e da coltivazione. In questo territorio si trovano ambienti contrastanti, come spiagge sabbiose e rocciose, pinete e lagune.In tempi remoti, era un’isola che fu poi collegata alla terraferma da due strisce di sabbia e terra ricoperte di vegetazione, a causa delle correnti marine e dei depositi del fiume Albegna: i tomboli della Giannella a nord e quelli della Feniglia a sud.In mezzo si trova la laguna, denominata di Levante o di Ponente a seconda della zona. La parte indicata come di Levante è una zona con acque più profonde e meno salate, mentre quella di Ponente è un ambiente prevalentemente palustre; questa tratto è collegato alla terraferma da un argine artificiale che venne costruito per collegare Orbetello con i centri dell’Argentario.
Proprio sulla zona della Feniglia si trova la Riserva Naturale Forestale di protezione della duna di Feniglia; nata nel 1971, si tratta di una collina di circa 500 ettari gradualmente rimboscata dall’Amministrazione forestale con pini mediterranei, prevalentemente di tipo domestico. Questo rinverdimento della zona ha permesso di fissare bene il terreno e di proteggere l’entroterra dai venti marini.La zona più a nord, più vicina ad Orbetello, è quella tipicamente palustre in cui si possono osservare moltissime varietà di uccelli; questa zona ha un’estensione di circa 800 ettari ed è provvisto di attrezzature come torrette di osservazione, osservatori e sentieri.
Inoltre recentemente la zona è diventata un Parco Nazionale, che ha come prima ricchezza rari esemplari di fenicottero e spatola che vivono nei canneti della laguna.
La cima più alta del promontorio è Monte Telegrafo, che tocca appena i 635m.La zona è adatta alla coltivazione di grano, viti e ulivi; inoltre la pesca è un’attività molto produttiva. Il sottosuolo è ricco di minerali come pirite, ematite e ossido di manganese.
Il clima è tipicamente mediterraneo, molto umido d’estate e con scarse precipitazioni, solitamente concentrate nel periodo autunnale e in primavera; perciò è particolarmente favorevole alla coltivazione di grano e legumi, ma soprattutto di ulivi e viti.

Storia ed archeologia

L’origine del nome Argentarius è incerta: alcuni affermano che derivi dallo splendore di alcuni giacimenti di cristalli di mica rinvenuti nelle cime del promontorio, mentre altri credono che discenda dall’attività svolta dalla gens Domizia che era proprietaria del luogo e vi svolgeva l’ufficio di argentarii appunto, o banchiere. Tuttavia, quale che sia la sua origine, il toponimo è molto antico: possiamo leggerlo già negli scritti di Rutilio Namaziano, autore vissuto nel V sec. dopo Cristo.
Questa zona comprende diversi antichi borghi; i più notevoli sono Porto Santo Stefano, Porto Sant’Ercole e le Grotte. Porto Santo Stefano è la località più importante, ed è la sede amministrativa del comune di Monte Argentario; inoltre da qui è possibile imbarcarsi per le isole del Giglio e di Giannutri. Port’Ercole invece si trova sulla costa orientale ed è un piccolo e pittoresco borgo abitato già in epoca romana; tuttavia i forti che dominano questo paese sono del Seicento, periodo in cui la costa era in mano agli Spagnoli. Sono molte le torri e i forti costruiti su questo promontorio in periodo spagnolo: oltre 10 torri e ben tre forti. Nella chiesa parrocchiale è sepolto il Caravaggio, che si spense a Cala Galera nel 1610, probabilmente a causa della malaria, che in quel periodo infestava ancora la zona.
Inizialmente era stata data l’etichetta di Costa d’Argento a questo litorale, ma la denominazione fu sanzionata dallo stato alcuni anni fa: tuttavia il toponimo di Argentario è rimasto, tanto che questa zona si chiama ancora così.Durante l’ultimo conflitto mondiale, a causa dei violenti bombardamenti, Porto Santo Stefano venne completamente distrutto per essere ricostruito solo anni dopo, insieme al lungomare. La ferrovia che collegava il promontorio ad Orbetello invece non è stata più ripristinata.

Enogastronomia

La cucina dell’Argentario si basa principalmente sui prodotti della pesca, oltre che sulle coltivazioni provenienti dalle zone terrazzate del promontorio; il pesce viene cucinato sia arrosto che crudo, bollito o in umido, principalmente con contorno di pomodorini. Tra i più utilizzati nella tradizione di quest’area c’è un tipo di pesce locale, saporito ma povero, chiamato “fica maschia”, che viene utilizzato principalmente essiccato.

Eventi e cultura

Nel 1937 è stato istituito il Palio Marinaro, che si svolge in Porto Santo Stefano il 15 di Agosto. I rioni del paese si affrontano in una gara in barca a remi, con equipaggi composti di quattro vogatori ed un timoniere.
Recentemente vi è stato istituito il CIMA, Concerti in Monte Argentario, un’importante manifestazione di musica classica che ha avuto risonanza internazionale ed è diventato uno dei più importanti festival d’Europa.

Gastronomia maremmana

Gli Etruschi e la gastronomia

La zona della Maremma è conosciuta per i suoi prodotti fin dai tempi degli Etruschi; questo popolo di mercanti controllava una zona importante, che comprende l’Umbria, la Toscana e l’alto Lazio, situata tra occidente ed oriente, e controllata dalle loro flotte. I prodotti che trattavano erano tutti beni di lusso, come vasi bicchieri e suppellettili, ma soprattutto l’olio, che accompagnava quasi tutti i piatti di questa cucina, e il vino delle colline maremmane.
Il vino etrusco era molto forte, quindi non poteva essere gustato senza aggiungere molta acqua. Una delle maggiori attività, infatti, era l’agricoltura: oltre all’olivo e alla vite erano presenti enormi coltivazioni di grano e farro, che rappresentavano gli alimenti di base, sotto forma di zuppe e pane. Inoltre venivano allevati bovini, anche se la carne bovina non era un piatto che era consumato spesso: gli animali servivano soprattutto per i lavori dei campi e per il latte, il cui uso era diffusissimo, e i formaggi; si allevavano anche ovini e suini. Si consumava più spesso la carne di selvaggina e dai resti che si sono trovati di attrezzature da pesca inoltre, si può dedurre che la pesca fosse molto sviluppata. L’alimentazione etrusca quindi era molto varia e “moderna”.
Dopo la decadenza della federazione etrusca, la zona costiera fu quasi completamente abbandonata, soprattutto a causa della malaria che imperversò quasi fino all’inizio del secolo scorso. Fu a questo punto che la Maremma si divise in due aree: nella zona collinare prevalevano l’agricoltura e l’allevamento, mentre in quella costiera il consumo di pesce.

Le origini Medioevali della cucina maremmana

Anche i piatti che noi gustiamo oggi derivano da cucine diverse, soprattutto di tradizione medioevale; l’usanza delle zuppe, come l’acquacotta, composte principalmente da cipolle, uova o funghi e verdure, oppure la zuppa di pesce, da mangiare tutte con la fettunta, e dei piatti “poveri” come i malfatti con ricotta e spinaci, e i dolci di frutta secca, miele e uova, alimenti sempre reperibili, derivano dalla tradizione contadina, mentre quelli più ricchi di carne, come il cinghiale e soprattutto il bovino, sono stati realizzati per le tavole dei ricchi feudatari.
La cucina di questo periodo non è caratterizzata, come spesso si crede, da carni poco cotte ed eccessivamente speziate, o carbonizzate per coprire la cattiva conservazione degli alimenti, ma soprattutto nel tardo Medioevo, la cucina ricercava sapori nuovi, tramite la sovrapposizione dei sapori, salse agrodolci, formaggio e zucchero.Il sale invece era poco utilizzato, perché troppo costoso. Era molto curata anche la presentazione dei cibi, tanto che venivano preferiti soprattutto volatili per le piume che rendevano più scenografico l’ingresso del piatto.

Dal Rinascimento ai nostri giorni

Questo aspetto fu maggiormente accentuato nel Rinascimento, quando i sovrani cominciarono a non badare a spese per mostrare la loro magnificenza; tornò in voga anche il banchetto a tema che tanto era di moda tra i greci e i romani.In questo periodo, nonostante fosse già molto conosciuta, la cucina italiana divenne famosa in tutta Europa.
La sontuosità dei piatti si trasformò in ricerca della particolarità nel Barocco; la costruzione, in questo caso, si aveva proprio nelle ricette. In questo periodo prevalgono le preparazioni simil-arabe, come i pasticci e, nonostante i prodotti provenienti dalle Americhe, come il mais, abbiano larga diffusione nelle cucine italiane, prevalgono la cioccolata e il caffè, sempre di origine araba. Nascono in questo periodo il sorbetto e le bevande rinfrescanti come la granita.
Solo nell’Ottocento si riscopre la vera cucina Maremmana, quella semplice, legata ai prodotti stagionali, che costituisce la base della cucina mediterranea. Ogni ricetta è composta da pochi ingredienti, carne o verdure, arricchite con spezie e odori come pepe, rosmarino, salvia, timo, basilico e alloro, ma anche peperoncino e noce moscata.

Cibi e piatti tipici

Il suo punto forte è sempre stato il pane, base dell’alimentazione fin dall’epoca etrusca.Il pane toscano è “ispido”, cioè senza sale, quindi riesce ad associarsi bene praticamente ad ogni piatto, e in alcuni casi sostituiva anche la pasta, piatto non proprio abituale in Maremma.Ma ne esistono anche tipi particolari, come il pane di ramerino e la schiacciata con l’uva. Inoltre non bisogna dimenticare la bruschetta, o fettunta, accompagna tutte le zuppe maremmane, e i crostini, tipicamente con patè di fegato se ci si trova nelle zone interne, o con la bottarga, le uova di cefalo o tonno essiccate, se siamo vicini alla costa.Ma anche la panzanella, preparata per utilizzare il pane vecchio, ammolandolo nell’acqua e mescolandolo con verdure fresche di stagione, un filo d’olio e basilico, la “pappa col pomodoro” e molte altre ricette.
L’olio è da sempre eccezionale e accompagna praticamente tutte le ricette della zona, sia a crudo che in cottura. Sono presenti moltissime varietà di vino, quasi una per ogni località, prevalentemente bianchi sulla costa, e rossi nell’entroterra.
Nonostante la semplicità, le ricette variano di paese in paese; ogni piccolo centro maremmano riesce a personalizzare piatti diffusi in tutta la Toscana, creando una grande varietà di pietanze.

 

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