(1998 Relazione al convegno promosso dal comune di Padova a conclusione del progetto di prevenzione alle tossicodipendenze: “Prevenzione, Accettazione, Accoglienza” sul tema “Buona gestione dei conflitti e comunicazione efficace in ambito educativo”)

 

Ci siamo posti un obbiettivo, sicuramente non semplice: fare prevenzione. Non facile e difficilmente verificabile nell’efficacia perché: come si può dimostrare che i cambiamenti osservati sono riconducibili ad un intervento di prevenzione e non un risultato casuale? Nello specifico è ancora più complicato quando l’oggetto dell’intervento è l’uomo con tutto il suo bagaglio di non conoscibile. 
E’ possibile prevenire il disagio psicologico? Innanzi tutto è necessario presumere di conoscere la sua eziologia poiché prevenire significa rimuovere le cause che lo determinano.

Crediamo che le cause siano indubbiamente più complesse e molteplici di quanto qualunque teoria possa tentare di definire. Tuttavia possiamo pensare che le cause principali del malessere contemporaneo risiedano nel vuoto, nella solitudine, nella spersonalizzazione, nella difficoltà a dare spessore e profondità al proprio IO. Sapere “chi sono” e “cosa voglio” è essenziale per la formazione dell’identità. Ogni buco, ogni spazio vuoto in questo” riconoscersi” diventa spazio di malessere.
Quando parliamo di disagio giovanile ci occupiamo anzitutto del malessere di questi ragazzi e i comportamenti disturbanti e ancor peggio devianti che ne conseguono, sono per noi solo dei rivelatori.

I giovani che esprimono disagio, malessere, che abusano di alcool, di sostanze stupefacenti, che si comportano in modo violento e autolesionista, soffrono?

Forse no, o meglio non più, perché quando la sofferenza è troppa non è sopportabile e la natura stessa provvede. Ad esempio quando il dolore fisico supera una certa soglia interviene una sostanza che ha la struttura molecolare simile a quella dell’eroina: l’endorfina, un anestetico naturale. 
Cosa c’è di più pericoloso per un essere umano del non avvertire il dolore? Come fa a distinguere ciò che gli fa male o ciò che fa male agli altri, se non ne ha consapevolezza? Forse questi ragazzi sono psicologicamente anestetizzati, quindi non sentono.

Permetteteci una parentesi etimologica, prendiamo in esame due parole.
MALESSERE: essere male, male, dal latino malum: cattivo, quindi, essere cattivo.
SOFFRIRE: dal latino, sufferre: sopportare, tollerare, resistere a…
C’è differenza di significato tra malessere e sofferenza. Si potrebbe ipotizzare che l’impossibilità o incapacità di soffrire porti al malessere nel significato di “essere cattivo”, che si traduce poi in comportamenti disturbanti o devianti. Stare nella sofferenza, al contrario, è capacità di sopportare, non nel senso moralistico o masochista del termine, bensì nel significato di “capacità di attesa” che implica anche un rapporto più naturale con il tempo.

Star bene o essere sani non significa, come forse molti credono non soffrire, non essere mai tristi. Significa invece sentire le emozioni, i sentimenti, in maniera adeguata alle circostanze e la sofferenza, il dolore e la morte, sono elementi essenziali della vita.

……”la depressione che segue un lutto è considerata anormale, ci mandano dal medico perché ci prescriva dei farmaci”….da “La morte amica” di Marie De Hennezel.

Non siamo certo originali se affermiamo che la nostra civiltà ha rimosso la morte e ha di conseguenza negato tutti i sentimenti relativi al lutto. Nel momento in cui siamo indotti a reprimere il dolore, la sofferenza, il lutto della perdita, siamo costretti a rimpicciolire la nostra capacità di sentire e perciò anche le emozioni di gioia, di entusiasmo, di felicità, sono sopite.

L’uomo contemporaneo ha idealizzato e creduto forte colui che è capace di controllare le emozioni, mentre la persona emotiva è ritenuta infantile, debole.
L’anestesia dei sentimenti è diventato un valore della cultura contemporanea, allora perché stupirsi se tanti dei nostri giovani usano eroina, visto che è il più potente anestetico del sentire?
Chi è dentro il mal-essere ma non dentro la sofferenza non sente, ha anestetizzato il sentire, ha messo a tacere i sensi perché ha negato la sofferenza. Non sente la sua e non comprende quella degli altri. Questo è pericoloso.

Probabilmente è ciò che l’opinione pubblica definisce come “mancanza di valori“. Quello che caratterizza il valore è il segno positivo. Questo implica una capacità di giudizio su ciò che è buono o cattivo, ciò che è bene o male, giusto o sbagliato. 
Ci chiediamo se la crisi dei valori appartenga ai giovani o al mondo degli adulti e se, di conseguenza, si rifletta sui primi. Ci chiediamo cosa provano, quali sentimenti vivono coloro che sono a contatto con i ragazzi, che lavorano con essi o che sono loro legati affettivamente: gli adulti. 
Cosa provano di fronte al disagio, ai comportamenti di “rottura” degli adolescenti? Rabbia, impotenza, pena? Ci sembra che si preoccupino maggiormente di elaborare strategie educative che riconducano i comportamenti devianti alla normalità. Questo li tranquillizzerebbe. 
Ci chiediamo se sono in grado di ascoltare l’urlo di muta disperazione che c’è dietro, se sono capaci di recepire, di sentire, se sono in grado di soffrire. 
Se sono capaci di soffrire allora sono in grado di attendere, che il bambino si faccia adolescente, che l’adolescente si faccia adulto. Non si tratta di un’attesa passiva, assente, bensì di un’attesa propositiva, attenta, presente, tollerante, in una parola EMPATICA.
Allora il tempo dell’attesa si fa contenitore.

Se l’adulto non è capace di empatia non è un buon educatore, anche se è ottimamente preparato sia sul piano teorico che metodologico.
Chi è capace di soffrire può guarire, altrimenti alimenta altro disagio, altro malessere. Se una persona conserva la capacità di soffrire, perciò di sentire, sente empaticamente anche ciò che fa male agli altri. Questa può essere prevenzione.
Il nostro modo di formare é essenzialmente esperienziale proprio perché abbiamo come scopo non quello di “educare gli educatori” ma di “empatizzare gli educatori”.