Psicologia del quotidiano – Rosella De Leonibus

Partiamo dalle emozioni: nel ‘900 la rivoluzione ideologica del pensiero psicanalitico ha riportato in
primissimo piano il “bagno ideologico” cartesiano, che oppose tra loro spirito e materia, mente e corpo, tutto
ciò che l’illuminismo prima e il positivismo scientista poi, avevano cacciato dalla finestra. Ed ecco allora che
le creature umane, lungi dell’essere ormai più descrivibili come soggetti dotati di lucida ragione, si
presentano con il loro lato oscuro in primo piano, con cantine e bassifondi inesplorati, dove si agitano
pulsioni, istinti, passioni che, con una potenza irresistibile, ben più forte di quella delle scelte consapevoli,
orientano il comportamento quotidiano. E di ragione, di consapevolezza, è meglio che non ne parliamo
proprio quando abbiamo di fronte i grandi raggruppamenti, le masse: il lato oscuro, primordiale, primitivo,
prende il sopravvento e si amplifica in relazione alla deresponsabilizzazione che il grande numero favorisce.
Il prezzo della civiltà
E allora? Come si fa a parlare di emozioni senza disegnare per la creatura umana un destino già tracciato,
dove il piccolo vascello dell’io cosciente sarà inevitabilmente trascinato e travolto dai marosi delle passioni
che lo abitano? E come si fa a non pensare alla civiltà come ad un lento e frustrante addestramento dove fin
da piccolo, attraverso l’educazione familiare, e più che mai paterna, assumo e faccio mie quelle regole che,
nella convivenza civile, impediscono agli umani di agire d’impulso uccidendo e stuprando sull’onda
dell’istinto? Allora l’adattamento alla civiltà sarà il prezzo da pagare per la sicurezza personale, imparando
ad inibire una parte dei propri impulsi, in vista della continuità della convivenza. L’Altro è l’oggetto su cui
investo le mie energie libidiche, ma è anche il mio limite, il limite della mia affermazione e della
soddisfazione dei miei bisogni.
Eppure non deve essere questa l’unica via. Voglio allargare il mio pensiero fino ad includere un orizzonte
intersoggettivo, non voglio stringere e costringere la mia vita psichica nel dilemma tra razionalità e passioni,
e vivere più o meno nevroticamante sul filo del rasoio dell’improbabile equilibrio tra le due.
Se sono le pulsioni inconsce che determinano i comportamenti, allora io potrò agire solo in termini di
“scarica”, per liberarmi di una tensione, e soddisfare così il mio bisogno, o di “rimozione” di questa tensione,
per opera dei meccanismi di difesa coi quali il mio io argina il mio inconscio, o in termini di conflitto tra
pulsione inconscia e motivazione cosciente. E se invece fosse vero che il mio bisogno di fondo, quello che
guida, sotto sotto, i miei comportamenti, sia il perseguire il piacere e allontanare il dolore, allora non sarei
certo più libero, come essere umano, di quanto non lo siano i miei amici a quattro zampe.
Un margine di libertà
Mi soddisfa di più un quadro concettuale dove il mio essere non sia totalmente inscritto nella natura, ma
anche nella cultura, dove i miei comportamenti non siano dettati solo dalle sollecitazioni pulsionali, ma anche
dai miei progetti trascendenti. Non saranno solo i bisogni di ciò che mi manca ad agirmi, ma anche potrò
agire un po’ più liberamente per bisogni di tipo “indipendente”.
E quando sono in rapporto ad un ambiente, al mondo, agli altri, ho la possibilità di scegliere se assumere
comportamenti predatori, tanto per andare a prendermi ciò che mi serve, o comportamenti diversi, dove
entro in relazione con questo ambiente qui e decido volta per volta se fermarmi, se cambiare meta, se
costruire quello che mi serve e che magari servirà anche a qualcun altro/E poi mi sembra di possedere più
bisogni, su più livelli, a volte in contrasto, a volte allineati in lista d’attesa, e poi non ho solo bisogni, ma
anche fantasie, idee, valori, sentimenti, esperienze. Quando mi avvio ad una azione verso il mio ambiente,
non trovo il vuoto, ma un mondo vivo di persone, fatti, storia. L’ambiente mi sollecita anche quando io non
voglio: mi respinge, mi attrae, mi offre occasioni e limiti, e anche i limiti mi stimolano e mi sfidano.
Una zona da condividere
Voglio pensarmi soggetto di fronte ad altri soggetti, voglio inscrivere le mie relazioni in un’ottica che
comprenda l’Altro come parte integrante di Me, come qualcuno senza il quale non solo io non esisto come
individuo, ma come qualcuno rapportandomi al quale io costruisco il mio Sé, lo compongo passo per passo
proprio nell’incontro col Tu. Allora Tu mi sei indispensabile; non più come limite, o come oggetto di amore o
conoscenza o altro. Ma come costituente attivo di tutto ciò che in me è crescita, farsi del mio Sé, esistenza di
me nel mondo. Allora se Tu mi sei indispensabile, bisogna che io rinunci subito ad una fetta della mia verità,
bisogna che io me le tenga in tasca, le mie care certezze, anziché farne una barriera attraverso la quale non
ti farei mai passare. E succederà che io mi renderò conto che non esiste un Io e un Tu assoluti, fuori della
relazione che instauriamo. In conseguenza di questo ci accorgeremo che sia Io che Tu siamo pieni di potere
l’uno sull’altro, e pieni di vulnerabilità, l’uno verso l’altro. E occorrerà subito che uno di noi due cominci ad
assumersi la responsabilità di quello che, Io e Tu, stiamo facendo l’uno con l’altro, l’uno all’altro. Io come
soggetto, quindi, soggettivamente motivato e mosso, con le mie emozioni, le mie percezioni, le mie verità, di fronte ad un altro soggetto, col suo mondo, la sua storia, il suo percorso, la sua particolare maniera di
funzionare. E tra di noi questo spazio straordinario della relazione, dove entrambi produciamo un sacco di
eventi, questo spazio mobile, incerto, fragile, ibrido, dove costruiamo passo per passo un piccolissimo
pezzetto di verità comune, di significati condivisi, di emozioni scambiate, ascoltate, accolte, di progettualità
nuova. Se siamo capaci di navigare un po’ in questo spazio, potrà prodursi un cambiamento, salti di livello,
crescite non lineari, ulteriori differenze e contatti, verità multidimensionali e molteplici.
Lo spazio per la responsabilità
Al centro di questo spazio c’è un posto d’onore, dove l’etica è viva e può vivere. Etica come capacità di
scelta e responsabilità che Io e Tu costruiamo insieme, a quattro mani, responsabili di Noi, ma non solo,
responsabili del Mondo che ci ospita, degli altri Io e Tu che ci abitano.
Scegliere, da questo posto che abbiamo creato, non è più una amara rinunzia, o un atto predatorio, non è
più applicare un codice, una norma, predefiniti e preimpostati. Responsabilità significa qui che io mi prendo
carico di me e di te, e di me e di te nel mondo, e accolgo un margine di incertezza e cambiamento che
riguarda anche me, in prima persona.
Significa che la mia soggettività, il mio modo parziale e unico di vedere le cose, le mie emozioni, i miei
sentimenti, le mie motivazioni, li colloco accanto ai tuoi, a cui accordo lo stesso identico diritto di
cittadinanza.
Siamo anche definitivamente fuori dall’illusione che basti la ragione, o l’appello a valori assoluti, a
“ridimensionare” le emozioni e i comportamenti che ne conseguono. Da un pezzo abbiamo capito che le
emozioni hanno le loro buone ragioni, che la mente razionale non solo non sa cogliere, ma oltre una certa
soglia, non riesce proprio a fermarle.
Educare le emozioni
Quindi il primo passo da fare sarà di accoglierle, queste emozioni, come uno dei dati che mi informano di
come va tra me e il mio ambiente, e poi dovrò cercare un modo non distruttivo per esprimerle, dovrò
imparare a usare questo meraviglioso strumento di simbolizzazione che è il linguaggio, e così le potrò
comunicare, raccontare, confrontare con gli altri. E posso diventare abile ad impedire che si traducano
immediatamente in azioni dirette, imparare ad attivare una attenta consapevolezza di me stesso e del
mondo che mi circonda, a valutare le conseguenze delle mie azioni, a cercare una congruenza e una
proporzione tra l’ azione che compio e la direzione che ho scelto, e infine a farmi responsabile delle
conseguenze, anche di quelle che non immaginavo.
Significa che le mie emozioni mi alleno fin da piccolo a sentirle, discriminarle, esserne consapevole, e
soprattutto mi alleno a contenerle, filtrarle, trasformarle in energia che posso gestire, con la quale posso
progettare (gettare avanti) me in un mondo esterno che include altri Io, altri Noi. Tutto sommato, se a due
anni di età ho già imparato a controllare gli sfinteri, a mangiare quando è ora e a dormire quando è notte, in
età meno tenera posso ben imparare a leggere, accogliere e gestire le mie emozioni. Se da adulto poi mi
trincerassi dietro la mia base inconscia di natura biologica, dietro la chimica dei miei ormoni cerebrali per
ogni mia irresponsabile esplosione, per ogni scelta che non compio, per ogni immediata reazione senza
intenzioni più allargate, avrei trovato un alibi piuttosto debole.
Le domande difficili – risponde Rosella De Leonibus
Come acquisire un ”alfabeto emotivo”, come uscire dalla incapacità di comunicare i sentimenti? 2/A,
Classico e Leardini, Psicopedagogico)
Quali rimedi si possono attivare per questa “anestesia” dei sentimenti che sembra caratterizzare la nostra
generazione? (4/Q, Bramante)
Perché la scuola non ci educa a comunicare emozioni? (Benelli , Psicopedagogico)
Tu chiamale se vuoi. emozioni  1
Per queste domande avrò bisogno di minimo due puntate. Ecco la prima.
Per dirla proprio tutta, la nostra epoca sembra avere un rapporto proprio strano con le emozioni.
Perché da un lato le esalta come non è mai avvenuto nella storia, ne fa il pane quotidiano degli eventi
mediatici, le amplifica e le estremizza con la comunicazione visiva, le sbatte in faccia alle famiglie all’ora di
cena dallo schermo, le sbrodola nei talk show e nei programmi<(finta)verità, mentre, dall’altro lato, proprio
per questo produce un effetto di saturazione percettiva.
E il troppo, il troppo urlato, il troppo esibito, l’eccesso di enfasi finiscono, al contrario, per spegnere e
disattivare l’interesse e la partecipazione per la parte emotiva della comunicazione. O peggio, per farne
oggetto di consumo e intrattenimento fine a se stesso, un po’ come i circenses degli antichi romani, come
companatico ad un pane quotidiano evidentemente ben poco eccitante. L’effetto globale di questa enfasiridondante è che, alla fine, tutto fa brodo per le emozioni, perché ciò che conta è attirare l’attenzione, e le
emozioni diventano come il sapore di fragola delle medicine: eccipiente ed edulcorante per facilitare
l’assunzione del principio attivo, il quale è, invece, la necessità di persuadere o dirottare l’attenzione,
allontanando ogni possibilità di riflettere ed analizzare. Alla fine un plus di emozioni non nobilita né valorizza
questa fondamentale modalità umana di rapporto col mondo, ma la riduce a strumento del gioco mediatico.
L’enfasi e l’anestesia
L’anestesia allora la possiamo leggere anche come il risultato di questo eccesso di enfasi? Un po’ come
all’uscita da una discoteca, dove per ore siamo stati immersi in un bagno sonoro coi decibel sparati a mille,
e le orecchie adesso sono come piene di ovatta, tutti i suoni esterni sembrano quasi azzerati.
Sul piano clinico questo azzeramento delle emozioni ha un nome preciso: si chiama alexitimia, e sempre più
spesso si manifesta anche in individui che, in media, vengono considerati “sani”. Infatti questa patologia,
che si definisce come un deficit della capacità di simbolizzare e verbalizzare le emozioni, e come una scarsa
consapevolezza in generale della vita emozionale nel suo complesso, in passato era evidente nelle persone
gravemente compromesse da gravi traumi, da una lunga tossicodipendenza, dall’alcolismo, da gravi malattie
psichiatriche, da serie malattie psicosomatiche.
Oggi sembra invece che questa modalità “spenta” appartenga un po’, come tratto che sta diventando
sempre più comune, alla personalità “normale” dei nostri tempi.
Senza parole per l’anima
Tentiamo una analisi: ci sono modalità tipiche di manifestare questo appiattimento del mondo emotivo, per
esempio nell’uso del linguaggio. Mentre da un lato nella comunicazione verbale c’è ricchezza di dettagli per
quanto riguarda i particolari degli eventi di vita, questi dati e fatti non sembrano collegati con risonanze
emotive. E’ come se la consapevolezza del mondo interiore fosse off. E’ poco usato, per esempio, il
pronome io, mentre abbondano le espressioni in terza persona. E mancano parole che esprimono affetti ed
emozioni. La fantasia sembra spenta, l’immaginazione è ridotta, anche i sogni sono poco colorati, poco
vividi, e la vita affettiva appare impoverita, sembra viaggiare sui binari del conformismo e dello stereotipo. I
rapporti interpersonali tendono ad essere vissuti in modo freddo e come meccanico, c’è difficoltà a capire il
mondo interiore dell’altro, ad immedesimarsi, e l’altro viene considerato, poco o tanto, come un oggetto, che
è interessante fino a quando è presente o è fonte di piacere e soddisfazione, mentre può essere
tranquillamente lasciato da parte quando richiede tolleranza, pazienza, impegno di qualche tipo.
C’è una buona capacità di produrre risultati sulla sfera pratica, ma il teatro interiore ha il sipario chiuso.
Allora spesso le emozioni, che comunque esistono, anche se non vengono né percepite, né riconosciute, né
tanto meno dichiarate, prendono un’altra via. Possono prendere la via del corpo, e trasformarsi in sintomi
somatici, o possono diventare azioni, anche forti, anche estreme, anche distruttive o autodistruttive,
compiute senza la minima consapevolezza di cosa le innesca, con una marcata qualità di automatismo ed
inevitabilità.
Normalità a profilo piatto
Questo è il versante della patologia, ma: quante di queste manifestazioni, più in piccolo, le ritroviamo nella
nostra vita quotidiana, nello stile di comunicazione e di vita di molte persone,?
Alla fine questa anestesia emotiva protegge dal dolore, dalla mancanza di senso, dal vuoto affettivo/ tanto
che accade a volte che alcuni giovani, proprio quando all’improvviso il sipario del mondo interno si squarcia
e non tiene più, strappato da eventi di vita dolorosi, cercano rifugi immediati rispetto all’angoscia, alla
tensione psichica. Nell’incapacità di elaborare le proprie emozioni – che poi vuol dire riconoscerle, dar loro
un nome e una storia, raccontarle a qualcuno che le ascolta e insegna a contenerle < le porte che più
facilmente si aprono sono quelle delle droghe, dell’alcol, della violenza distruttiva. Oppure del ritiro sociale,
con l’unica compagnia di un malessere senza nome e senza volto che invade l’anima e la possiede da
padrone.
Generazione emo
Il pendolo della storia ha nella sua natura il fatto di oscillare, e se da un lato molte persone si barricano nel
conformismo, nella ricerca di risultati materiali, e finiscono per appiattirsi in una “normalità” che conserva
solo poche tracce di umanità, dall’altro lato ecco che nasce la generazione EMO, i sensation seekers, i
gruppi e gli eventi emotionally driven, il movimento emo, la musica emo-core, gli emo-moovies/. la scrittura
emo: xxx, che vuol dire bacio, <3, che vuol dire cuore/
Hugs, no drugs, e cioè abbracci, non droga, è lo slogan del movimento emo, che si incontra in internet, e già
sta elaborando una sua scala di valori molto uncool, no corporate, non allineata, fuori dalle tendenze
comuni, fuori dal bon ton, ma fuori anche dallo stile falasamente empatico di certi eccessi sbrodolati della tv
verità.
E’ una filosofia ancora in parte abbastanza abbozzata, un po’ forse candida e teneramente ingenua, molto
underground, molto enfatica, ma capace, (vedremo, speriamo?) di essere l’inizio di un risveglio diverso. Amicizia, empatia, il cuore al centro del mondo, la capacità di piangere, anche in pubblico, l’innocenza,
l’ingenuità, gli scambi affettivi fisici come l’abbraccio, il contatto corporeo, recuperati non solo nella coppia,
ma tra amici, nel gruppo, come il grooming dei cuccioli, la sensibilità come valore (anche esagerato, come
esige il pendolo, perché ancora questa scala di valori non si è posta il problema dei confini, vedremo/), il
commuoversi come segnale di partecipazione agli eventi.
Voglia di raccontarsi
La generazione emo ha i suoi strumenti per esprimersi.
Il corpo innanzitutto, dicevamo, con la sua ritrovata (esasperata?) capacità do esprimersi col linguaggio non
verbale, ma anche il blog, il diario in rete dove la mia vita quotidiana, le mie idee sul mondo e sui massimi
sistemi, le mie emozioni, invece che rimanere sotto chiave in un cassetto, come piaceva nel secolo scorso ai
diari, si diramano nei mille snodi nella rete, e chi li legge mi può anche rispondere, dialogare con me, forse
un po’ fuori contesto, forse con molte proiezioni, generalizzazioni, semplificazioni, ma almeno recuperando
due strumenti fondamentali per l’umano: la scrittura e le parole che parlano del mondo interiore/.
La self expression, questo è un altro valore forte della generazione emo, il dirsi, il raccontarsi, anche nelle
chat, nei forum on line, soprattutto fra sconosciuti. Attivazioni anche viscerali, ma molto emozionate. La
logica formale vista come limite e ostacolo, (ah, il pendolo/), mentre l’elogio va all’imperfezione, con buona
pace del premio Nobel Rita Levi Montalcini, che invece studiava l’imperfezione e la elogiava proprio
attraverso uno dei più grossi strumenti della logica formale che è il discorso scientifico.
Ma la generazione emo ha bisogno di stare, almeno per un po’, sull’ altro estremo del pendolo. La visceralità
emotiva ha bisogno dell’immediatezza, della condivisione qui ed ora, ed allora un altro strumento sono gli
MMS con immagini della vita quotidiana, dove il frammento di immagine scambiato è come un piccolo dono,
una presenza calda, e anche un pochino, lasciatemelo dire, un ribadire che esisto, che ci sono anch’io nel
mondo così vasto, e voglio che tu mi veda, che fiuti la mia traccia e i riconosca/.
Emozionarsi è bello
Nasce anche una nuova estetica emo, dove imperfetto, approssimativo, dilettante, non troppo preciso, non
troppo ipertecnologico, è bello. Le istantanee col cellulare sono imprecise, ma sono un pezzetto della mia
verità personale adesso, che voglio condividere ora, subito, con te, perché magari tra un’ora, che dico tra
dieci minuti, ho già cambiato stato d’animo/. Gli emo<movies, girati con attori non professionisti, su temi ad
altissimo contenuto emotivo, con sistemi a bassa definizione, tecnologie casalinghe, improvvisate, mi
permettono di essere protagonista, di appropriarmi un pochino dalla parte degli autori di quella
comunicazione visiva di cui sono sempre più spettatore.
La musica emo, i concerti con le improvvisazioni in dialogo col pubblico, la musica low<fi, a bassa fedeltà,
con le voci, i rumori, così struggente, ineguale, così capace di attivare l’immaginario, coi pianti in scena, gli
abiti strappati, non solo del pubblico, ma anche dei cantanti, coi testi duri, estremi, problematici, che tirano
fuori le emozioni più forti/
Evviva il pendolo, per ora.
Prima o poi ci toccherà anche il duro e splendido lavoro di creare ordine, leggibilità e confini in questo mare
risvegliato. Buon lavoro a voi, ragazze e ragazzi del terzo millennio, e a noi educatori, a noi psicologi, a noi
filosofi, a noi genitori, a tutti quelli che vorranno continuare a credere in una umanità integrata, intera.
Le domande difficili – risponde Rosella De Leonibus
Come acquisire un ”alfabeto emotivo”, come uscire dalla incapacità di comunicare i sentimenti? 2/A,
Classico e Leardini, Psicopedagogico)
Quali rimedi si possono attivare per questa “anestesia” dei sentimenti che sembra caratterizzare la nostra
generazione? (4/Q, Bramante)
Perché la scuola non ci educa a comunicare emozioni? (Benelli , Psicopedagogico)
Tu chiamale se vuoi. emozioni – 2
Avevo annunciato altre puntate per queste difficilissime domande, ecco la seconda.
Formare competenze emotive, ecco forse uno dei compiti educativi più delicati. Perché le emozioni sono,
diceva un mio maestro una volta, come le anguille, non riesci mai ad afferrarle, e ti sgusciano via appena
credi di averle in mano. E come le anguille sono anche cangianti, e sanno passare dall’acqua dolce a quella
salata.
Per capire le emozioni ci vuole coraggio. Ancora più coraggio ci vuole per lasciar loro spazio, per starci
insieme, accanto, davanti, intorno, dentro, esplorarle, e non lasciarsi indurre nella tentazione di trasformare
subito la loro energia in azioni impulsive, non scelte, non pensate, in<mediate. Già, è proprio questa
l’educazione emotiva. E’ fatta di linguaggi, di parole per dirle, queste benedette emozioni, e di spazio/tempo
e situazioni adatte per comunicarle. Perché le emozioni hanno la tendenza (colpa dell’etimologia/) a ex<
movere, muovere verso l’esterno, uscire fuori, e decenni, secoli, millenni di tradizioni educative hanno studiato a fondo molti sistemi per non lasciarle uscire, per bandirne alcune, tentando perfino di eliminarne la
radice. Con l’unico risultato di ritrovarsi al punto di partenza, perché questa forma di energia vitale ha una
sua ferrea e stringente logica, una sua ineluttabile “necessità”, una sua innegabile urgenza di esistere, che,
dopo la lavorazione, può essere accolta, riconosciuta, letta, affinata, e portata con sé come bussola per
vivere. Come succo dell’esserci, come sensore per le scelte, come sestante per orientarsi.
Le parole per dirlo
Parole con la P maiuscola: parole che sappiano cogliere le sfumature. Ecco la prima lezione. Se non ci sono
vocabolari per le emozioni, le sensazioni interne, le agitazioni dell’anima non possono essere “salvate con
nome”, vanno tutte nel calderone dello star bene o star male, annegano nel brodo indifferenziato delle
sensazioni vaghe, dei malesseri senza nome, o degli entusiasmi a fuoco d’artificio, istantanei, non
riproducibili, non decifrabili. L’età delle emozioni, quella dove il panorama interno è tutto occupato dagli stati
e dai moti dell’anima, dalle onde ondivaghe e dai flutti fluttuanti delle tempeste ormonali, umorali, identitarie,
relazionali, è l’età in cui questo linguaggio si affina o si perde per sempre. Subito prima delle emozioni ci
sono le sensazioni, e subito accanto, ad un livello più intenso e duraturo ci sono le passioni, e ad un livello
più diffuso ci sono gli affetti, mentre ad un livello di distillazione più elevato ci sono i sentimenti. Dal campo
del biologico, degli istinti, delle pulsioni, al territorio del sociale, delle relazioni, dei valori. Ecco perché dare
un nome a queste cose è importantissimo. E’ la prima forma di accoglienza, di riconoscimento del diritto di
cittadinanza, e queste energie, non più clandestine e apolidi, possono avere un posto dove essere
riconosciute e vivere e trasformarsi. Facciamo una prova, adesso, qui. Al di là delle emozioni capostipite,
quelle di base, come possono essere la rabbia, il dolore, la gioia, la tristezza, il disgusto, la paura,
l’accettazione, l’attesa, la sorpresa, c’è un mondo di sfumature.
Possiamo pensare alla giornata di oggi, mentre leggete queste righe, e vedere se riconosciamo come nostra
esperienza qualcuna di queste sfumature, questi semitoni, questa gamma più vasta di colori.
Mettiamo tutto giù così, alla rinfusa, tanto le emozioni, i sentimenti, le passioni, sono tutti parenti tra loro,
possono stare gli uni accanto alle altre anche se sono diversi e addirittura, se sono contrastanti, spesso
abitano la stessa anima nello stesso momento.
I contrasti e le sfumature
Confusione, serenità, simpatia, fallimento, repulsione, tenerezza, soddisfazione, irritazione, colpa,
imbarazzo, orgoglio, partecipazione, isolamento, impegno, distanza, risentimento, superiorità, curiosità, noia,
sufficienza, scontento, sollievo, fiducia, rispetto, appagamento, ilarità, entusiasmo, delusione, sconcerto,
attrazione, invidia, sofferenza, insofferenza, urgenza, fastidio, impeto, nostalgia, timore, turbamento,
titubanza, sospensione, sfinimento, felicità, amore, odio, rapimento, disprezzo, disillusione, contrizione,
vergogna, fragilità, vulnerabilità, sopraffazione, affinità, disperazione, senso di vuoto, scoraggiamento,
chiusura, estasi, disponibilità, attrazione, rinuncia, rassegnazione, slancio, coraggio, abnegazione,
temerarietà, ira, amarezza, leggerezza, malinconia, disincanto, angoscia, trepidazione, eccitazione,
sconfitta, vittoria, terrore, panico, euforia, esaltazione/..
Il gioco continua: quali di queste sfumature (spesso ne servirà più di una per tracciare l’immagine di un
momento, di un flash di vita ) mi sono appartenute oggi? E ancora: quale filo, quale storia posso
concatenare oggi con queste parole? Come hanno fatto a trasformarsi l’una nell’altra? Quali piccoli o grandi
contrasti ho vissuto oggi? E per ognuna di queste parole che ho riconosciuto mie, quando, come, dove, con
chi l’ho sentita dentro di me? Come la ho manifestata, o nascosta? Ce n’è qualcuna che mi è più congeniale
di altre, che conosco o accetto meglio di altre, o che mi disturba più di altre? Ce ne sono alcune che mi
accorgo di non aver mai sperimentato? E a questo piccolo elenco di parole per dirlo e di domande, cosa
posso aggiungere di proprio mio?
Ecco, entrare dentro questo infinito e variegato universo è un’avventura splendida e faticosa. E’ diverso
sentire di star male, piuttosto che accorgersi di essere per esempio irritati o delusi o sfiduciati o angosciati o
terrorizzati/.. E’ diverso sentire di star bene , piuttosto che sentire di essere sereni, o pieni di entusiasmo, o
rapiti, o leggeri, oppure provare un sentimento di fiducia e apertura. Questa attenzione che possiamo
imparare a porre verso il mondo dell’anima è una potentissima bussola. Perché ci permette di filtrale, queste
robe qua, e lasciarle decantare un po’, scaldarci alla loro energia, positiva o negativa che sia, e metterla al
servizio della nostra vita.
Come training per costruire la forza d’animo, come passaggio per direzionare consapevolmente le scelte,
come allenamento ad ascoltare ed accogliere le altre persone, come ponte privilegiato per attivare
l’intuizione e la capacità di decidere, come costruzione di un “contenitore interno” che può ospitare le
sensazioni e le emozioni mentre affiorano, e ne disciplina l’uscita, per imparare, oggi più che mai, ad
attendere il momento giusto, a trovare il tono giusto, a lasciare che qualche cosa resti anche irrisolta e
inesaudita, a tradurre queste energie in azioni consapevoli e misurate.
Questo è il bello: non più, non solo, cavalloni che ci sbatacchiano sugli scogli o stagno piatto immobile e
morto. Cavalli da cavalcare, a pelo o con la sella, al passo, al trotto, al galoppo, e anche da lasciar correre
liberi quando si può. Gli spazi, i tempi, i rituali
Benedette emozioni, come sono delicate, ed esigenti! Oltre le parole per dirlo, hanno bisogno dello
spazio/tempo per poterci stare accanto. Uno spazio calmo, senza troppi stimoli. Ecco come mai è difficile
che succeda: un ascolto delle emozioni nelle nostre case piene di oggetti, con la fretta della quotidianità, coi
televisori sempre accesi, lontano dai ritmi e dai suoni e dai colori della natura, è quasi impossibile. L’ascolto
delle emozioni nostre e altrui ha bisogno di silenzi, di vuoti, di attese, che le lascino emergere invece che
pomparle fuori, strapparle via, o peggio soffocarle, ridurle a mugugni e grugniti.
Ha bisogno di situazioni e momenti, di rituali, quasi, di celebrazioni. Ha bisogno della conversazione, senza il
peso dei giudizi né delle prescrizioni. Ha bisogno dell’accoglienza e della reciprocità. Mi fa molta tenerezza
pensare alla pretesa che avremmo noi adulti di ricevere le vostre confidenze di adolescenti sulle sfumature
dell’anima mentre pretenderemmo di restare là davanti a voi abbottonati e riparati dal nostro ruolo. O al
contrario mentre fingiamo di voler ascoltare voi e invece vi rovesciamo addosso come un torrente le nostre,
di emozioni, senza spazi di punteggiatura per il dialogo.
Cosa senti, come lo vivi, che effetto ti ha fatto, come stai con questo sentimento, cosa è importante per te,
cosa ti fa male, cosa desideri, cosa hai colto, cosa hai intuito, di cosa ti sei accorto//cosa ti suscita, come
reagisci dentro di te a questa cosa, ecco le calamite per attrarre la comunicazione emotiva, anzi,
emozionata.
Ecco la possibilità che abbiamo per dare spazio alle emozioni senza trasformarle in bombe ad orologeria,
senza legarle una volta per sempre al bisogno narcisistico di essere esposte e imposte senza riguardo al
come e al quando.
E i rituali, dicevamo: sedersi accanto sul divano in silenzio, il saluto della buona notte nel buio della stanza,
l’attesa disponibile, leggere una poesia, un racconto, vedere un film insieme, e commentarli, alla pari, quello
che dici tu vale quanto quello che dico io, anche se ho trenta anni di più. E ritrovare il contatto con l’energia
degli elementi della natura, con la potenza delle espressioni dell’arte in tutte le sue forme, e la nostra
capacità di adulti di stare anche con ciò che è dissonante, irrisolto, estremo, per accompagnarvi anche là, se
state esplorando questi confini.
La nostra possibilità di reggere anche le vostre lacrime (disperate, totali), le vostre eccitazioni
(incondizionate, volatili ed ondivaghe), le vostre chiusure (così dure e frustranti per noi), la vostra paura di
sbagliare (o il desiderio di rischiare), il vostro bisogno di rassicurazione (ma non troppa). La nostra capacità
di sostenere e amare queste intensità, questa alta tensione, e anche quegli abissali vuoti pneumatici che di
tanto in tanto attraversate.
La mappatura che noi stessi abbiamo (o non abbiamo) di questa dimensione interiore, di questo paesaggio
dell’anima, e i sentieri che abbiamo già (o non abbiamo mai ancora) inventariato, esplorato.
Condividere, perché le emozioni non condivise sono pietre dentro l’anima, e come i massi che cadono nei
fiumi, creano vortici e gorghi, e piene devastanti, e secche tremende.