Pipilotti Rist. Parasimpatico
Ex Cinema Manzoni, Milano
a cura di Massimiliano Gioni / Fondazione Nicola Trussardi
8 novembre -18 dicembre 2011

Perfetto esempio di Arte nell’Arte, l’inusuale mostra delle creazioni digitali di Pipilotti Rist si incastra perfettamente nella cornice del Cinema Manzoni, in cui è ospitata, in una comunione ed intimità artistiche davvero inaspettate e sorprendenti.

A partire dalla location, l’ormai, ohimé, dismesso Cinema Manzoni, nella centrale omonima via milanese, si capisce l’originalità e la genialità di questa mostra digitale dell’anticonformista svizzera Pipilotti Rist.                                     Il visitatore, fin dall’ingresso nella hall del vecchio cinema, progettato da Mario Cavallè, ed arricchito dai decori della triade Bergonzo, Fratino e Tedeschi, fin dall’inizio si sente immerso in uno stato di straniamento brechtiano davvero percepibile e pienamente tangibile, che lo porta a riflettere ed ad interagire con l’ambiente che lo circonda. L’attenzione è subito catalizzata da un originale lampadario fatto di mutande, appese a sventolare, quasi fossero mani che salutano lo spettatore, invitandolo a proseguire il viaggio fantastico appena iniziato.

E così si arriva allo scalone, inquietante e buio varco verso un mondo alla rovescia in cui si verrà catapultati, non appena si saranno percorsi i primi gradini. L’oscura ascesa al primo piano del cinema, dove si svolge tutta la mostra, è accompagnata da fasci di luce colorati, proiettati a rischiarare leggermente la sinistra oscurità della scala, che, imponente, si inerpica verso l’alto. A metà percorso, la salita sarà rallentata dalla presenza, sulla sinistra, di una macchina di bolle di sapone, che svaniscono velocemente, scoppiando nell’aria; questo quasi a preconizzare l’anima sinestetica e immaginifica della mostra.

La seconda rampa di scale è molto più luminosa, dal momento che sul soffitto viene proiettata una videoinstallazione,  Lobe of the Lung, di cui è protagonista Pepperminta, ibrido tra bimba curiosa e musa sensuale dai capelli rossi, intenta ad instaurare pienamente un contatto con la Madreterra e con le sue viventi creature. Le immagini, che scorrono sul soffitto, si fondono perfettamente con i bassorilievi bergonziani, in un rapporto dialettico di integrazione vs contrasto molto evidente.

E così si arriva al primo piano, illuminato da tenui e lampeggianti luci, che sono poi le luci irradianti dalle successive, avvolgenti e conturbanti videoinstallazioni. Nella zona del bancone del bar (da notare come al Manzoni tutto sia rimasto com’era prima della chiusura, cristallizzato in una dimensione senza tempo), infiltrata tra bottiglie e proiettata sulla parete retrostante, c’è la videoinstallazione Am Called a Plant, in cui una donna seminuda, sdraiata sulla nuda e verde erba bagnata vicino ad una pozzanghera, sembra immersa in uno stato di semi-trance, nel contatto instaurato con due dei quattro elementi, l’Acqua e la Terra; i capelli rosa punk della donna si sovrappongono e contrastano con il verde dell’erba, con un risultato d’effetto ben riuscito.

L’attenzione dello spettatore sarà poi continuamente distolta dalla successione di altre installazioni che si dipanano lungo il percorso, a partire dalla successiva videoinstallazione, Sip My Ocean, in cui, osservando due diverse pareti ad angolo retto (ammetto che non sapevo più dove guardare!!!) ci si troverà interamente catapultati in un mondo d’acqua, in cui fluttuano oggetti di svariati tipi, degradati al ruolo di rifiuti inutili, che si vanno a mescolare al mondo naturale delle spugne e dei coralli, superiore a quello degli oggetti, in quanto vivente, a figure allungate e deformate e a corpi di donna vestiti con panni dai colori accesi. Leitmotiv dell’installazione è The Wicked Game, celebre brano di Chris Isaak, reinterpretato in modo del tutto personale ed esasperato dalla stessa Pipilotti Rist; la particolare interpretazione del pezzo si nota anche dal fatto che sia stato rinominato dall’artista I’m A Victim Of This Song, una sorta di sottotitolo alla videoinstallazione che mette in evidenza l’aspetto ossessivo ed ipnotico che può creare nella testa una canzone.

Si continua poi con l’effetto di concatenazione e fusione con i rilievi e gli affreschi delle pareti, inevitabile, soprattutto sul plafone del soffitto, dove, sui soggetti affrescati, vanno man mano a stagliarsi, scorrendo uno dopo l’altro, esseri digitali in costante mutamento di colore e caratterizzazione, in opposizione alle figure affrescate, statiche ed immutabili.

Il culmine della mostra, come era presumibile fosse, è nella sala di proiezione, trasformata in un vero e proprio contenitore di immagini, colori, suoni, figure, che si irradiano su tutte le pareti e su ogni superficie, senza alcuna distinzione; tra tutte le videoinstallazioni, spicca subito quella che si staglia su megaschermo del cinema, Open My Glade, sorta di video-autoritratto, zoomato all’eccesso, alternato a proiezioni di macchie di colori in espansione, in cui l’artista struscia il proprio volto, in tutte le sue parti, su un vetro, probabilmente a rappresentare un obbiettivo (di macchina fotografica o di cinepresa), prima lentamente, poi violentemente, facendo colare via il trucco che le copre la faccia, addirittura arrivando a crearsi delle abrasioni sanguinolente, a farsi uscire gli occhi dalle orbite, in una disperata quanto ironica richiesta di aiuto, quasi implorando implicitamente di farla uscire da quella realtà tanto artefatta quanto opprimente.

Sulle pareti laterali, la rappresentazione di una dimensione onirica, ma nello stesso tempo molto umana, avviene con l’installazione Extremities (Smooth Smooth), in cui, in uno spazio a metà strada tra il liquido e l’areiforme di un cielo stellato, fluttuano porzioni di corpo umano, con chiari riferimenti alla sessualità ed ai cinque sensi.

Salendo nella zona della platea alta, sul soffitto, proprio in corrispondenza della lunetta affrescata da Segota, un senso di movimento cosmico è creato dalla videoinstallazione Homo Sapiens Sapiens, che si sovrappone all’affresco stesso, vivificandolo ed arricchendolo ancor più, in cui Pipilotti fornisce una propria rilettura della creazione dell’Uomo (e della Donna soprattutto), in cui mito e leggenda, sensualità e carnalità, religiosità e misticismo si integrano e si esplicano l’un l’altra.

Mostra che ogni donna dovrebbe vedere, per riflettere sulla propria condizione attuale, nell’era del Quarto Potere, quasi un corrispondente artistico alla presa di posizione della nostrana Lorella Zanardo con il suo cortometraggio Il Corpo Delle Donne, che porta a domandarsi quanto i mass media e le nuove realtà digitali possano influire sull’immaginario collettivo relativo alla figura della donna.

Irene Ramponi