Questa è la relazione del dott. Salvatore Valvo, psichiatra “alternativo”, esposta nel corso del Convegno “Le nuove vie del benessere”, che si è tenuto a Ragusa, il 26 marzo 2004, su un tema che ultimamente mi sta facendo riflettere…

Saluto i partecipanti e ringrazio il Prof. Pippo Palazzolo dell’invito rivoltomi. Sono uno psichiatra e come tale mi occupo di disturbi mentali da quasi un ventennio. La mia formazione nel corso di questi anni si è sviluppata su due fronti uno di matrice organica e meccanicista, l’altro umanistico, olistico ed esperenziale (gestalt, danzaterapia, psicodramma e rebirthing). Quest’ultimo genere di formazione mi ha aiutato e mi aiuta quotidianamente a capire meglio le mie emozioni e a cercare di comprendere la sofferenza della persona che chiede aiuto. Inoltre l’esperienza quotidiana alimenta sempre più la convinzione che angoscia, tristezza, rabbia, euforia o passione non siano solo il risultato di una danza di molecole, ma qualcosa di più complesso che ha radici nei vissuti personali e relazionali di ognuno di noi.

 Inoltre io ritengo che una società civile debba strutturare i suoi servizi sanitari e formare i suoi operatori nel recupero di una dimensione etica e umana dell’individuo che soffre e non solo nella ricerca di nuove molecole (pillole della felicità!).

Il tema da me scelto per questo convegno: “La ferita narcisistica e la ricerca della felicità”  dove io aggiungerei “perduta”, è scaturito dall’idea di proporre una riflessione sul significato da attribuire al termine peraltro oggi molto inflazionato.

Prima di procedere nella storia di questo concetto, che riguarderà necessariamente il livello teorico e quindi rischierà di essere arida o difficile, può essere utile partire dal dato clinico, affinché possiamo tenerlo come punto di riferimento durante la discussione successiva. Le nostre disquisizioni teoriche sono sterili se non ci aiutano a comprendere la clinica. A questo proposito, il disturbo narcisistico di personalità è diventato molto di moda negli ultimi tempi, e l’uso di questo termine, originariamente diffusosi nella letteratura psicoanalitica, si nota sempre di più anche nel linguaggio comune. Sembra che l’aggettivo “narcisista”, assieme a quello di “borderline” (che significa caso “al limite” o “al confine” tra nevrosi e psicosi), a poco a poco abbiano preso il posto dell’aggettivo “isterico”, usato per vari decenni anche questo in modo non sempre rigoroso.

Quando una parola viene usata per molto tempo, può diventare meno efficace, e alcune parole nuove, forse solo per il fatto stesso di essere nuove, acquistano più forza, forse perché vi è la fantasia che un interlocutore al quale esse non sono familiari venga preso alla sprovvista e sia disposto a dare ragione a chi magicamente le pronuncia; quando anch’esse si saranno diffuse, probabilmente dovranno essere riciclate, e altre parole nuove avranno maggiore fortuna. Ci si accorge a volte che ci lasciamo andare a tacciare un paziente di “narcisismo” solo per il fatto di avere una sintomatologia vaga o di difficile inquadramento diagnostico, oppure non facile da affrontare psicoterapeuticamente, se non addirittura per scaricare la nostra frustrazione o aggressività, proprio come a volte si faceva col termine “isterico”.

Evoluzione storica del concetto

L’immagine che ritrae il famoso Narciso di Caravaggio, mi permette di parlare del Mito di Narciso, giovane di Tespi di eccezionale bellezza, figlio della ninfa Liriope e del Dio del fiume Cefiso. Quando nacque il veggente Tiresia gli profetizzo che sarebbe vissuto fino a tarda età se solo non si fosse visto.

Quando Narciso ebbe raggiunto i sedici anni si era lasciato alle spalle una schiera di amanti respinti di ambo i sessi. Tra gli spasimanti vi era pure la ninfa Eco che fu punita da Era, perché la distraeva raccontandole lunghe favole mentre le concubine di Zeus sfuggivano ai suoi occhi, privandola della parola e lasciandole solo la possibilità di ripetere le ultime sillabe delle parole udite.

Narciso respinge bruscamente Eco e gli Dei (Artemide) lo condannano a innamorarsi senza poter soddisfare la propria passione. E così mentre Narciso passeggiava si avvicinò ad una fonte incontaminata, e vide l’immagine riflessa di cui si innamorò, ogni volta che tentava di abbracciare o baciare quel bel fanciullo l’immagine scompariva, cosi capì che era se stesso e rimase ore a fissarsi riflesso nell’acqua. L’amore gli veniva concesso e negato, egli si struggeva per il dolore ma insieme godeva del tormento ben sapendo che almeno non avrebbe tradito se stesso. Cosi morì, alcuni sostengono d’inedia, altri dicono che si trafisse il petto con una spada, comunque si trasformò in un fiore il narciso che cresce lungo i bordi dei corsi d’acqua.(fiore bianco con la corolla rossa da cui pare si estragga un unguento la Cheronea con proprietà antiinfiammatoria, antidolorifica).
E’ significativo che Narciso si innamorò della sua immagine solo dopo aver respinto l’amore di Eco. L’innamorarsi della propria immagine – diventare cioè narcisisti – è interpretato nel mito come una forma di punizione per l’incapacità di amare. Ma chi è Eco? Se non uno specchio sonoro, potrebbe essere la nostra stessa voce che ritorna a noi? Se cosi fosse e Narciso avesse potuto dire : “ti amo” Eco avrebbe ripetuto queste parole e il giovane si sarebbe sentito amato. Ma l’incapacità di dire queste parole identifica il narcisista, avendo ritirato la libido verso il proprio Io.

 Definizione: il termine narcisismo descrive una condizione sia psicologica che culturale. Per comprendere come mai la personalità narcisista acquistò una tale importanza sulla scena psichiatrica da essere inclusa nel 1980 nel DSM-III dall’American Psychiatric Association, occorre conoscere e comprendere alcuni sviluppi avvenuti sia in campo sociale che psicoanalitico. Per quanto riguarda i primi, si pensi solamente al famoso libro del 1978 di Christopher Lasch La cultura del narcisismo [Milano: Bompiani, 1981], cultura che caratterizzerebbe l’era del benessere delle società avanzate, in cui la crisi dei valori e altre complesse trasformazioni sociali avrebbero letteralmente stravolto il significato dell’esistenza dell’uomo facendolo per così dire “ripiegare su se stesso”: è ormai un luogo comune dei mass media definire le ultime decadi di questo secolo come “l’era del narcisismo

 A livello culturale il Narciso può essere inteso: come una “perdita di valori umani”, viene a mancare l’interesse per l’ambiente, per la qualità della vita, per i propri simili.

Una società che sacrifica l’ambiente naturale al profitto e al potere rivela la sua insensibilità, per le esigenze umane.

Quando la ricchezza occupa una posizione più alta della saggezza o la notorietà è più ammirata della dignità e quando il successo è più importante del rispetto di se allora vuol dire che la cultura stessa sopravvaluta l’immagine e deve essere ritenuta narcisista.

A livello individuale: indica un disturbo della personalità caratterizzato da un esagerato investimento sulla propria immagine (a spese del Se, intendendo per Se secondo A. Lowen sentimenti e percezioni del proprio corpo).

I narcisisti sono più preoccupati di come appaiono che non di cosa sentono.

Il quadro clinico

Per avere un’idea più precisa di cosa si intente per narcisismo in termini descrittivi, è utile vedere i criteri diagnostici del DSM-IV-TR

In ambito clinico il concetto di Narciso acquista un significato specifico, nel campo della patologia esiste infatti un Disturbo narcisistico della personalità, dove per disturbi della personalità intendiamo disturbi psichici caratterizzati da tratti permanenti del carattere che pur essendo patologici, non vengono avvertiti dal soggetto come aspetti problematici.

I criteri diagnostici del D.NarcisoD.P secondo il DSM IV sono principalmente: una modalità pervasiva di grandiosità, nelle fantasie, nel comportamento ed uno stile relazionale basato sullo sfruttamento dell’altro.

In entrambi i casi il soggetto si pone sul palcoscenico e relega gli altri al ruolo di spettatori sia che decida di occupare la scena prepotentemente reclamando gli applausi, sia che preferisca restare nascosto dietro le quinte in attesa dell’occasione propizia al trionfo.

Sia il Narciso arrogante, che parla senza rivolgersi a nessuno come se fosse davanti ad un vasto pubblico che il Narciso schivo, che sfugge gli sguardi per difendere le sue fantasie di grandiosità, proiettano sullo specchio quell’ideale di perfezione che li allontana da  se stessi e dal mondo.

Il termine infatti è etimologicamente connesso alla parola greca Narkè che significa torpore. Infatti il Narciso è il torpore di chi insegue il miraggio di un ideale senza riuscire a vedere oltre i vapori delle sue fantasie di grandiosità.

La psicoanalista Kerberg afferma che i Narciso non sono in grado di distinguere tra l’immagine di chi credono di essere e l’immagine di chi effettivamente sono.

Criteri diagnostici

Per quanto riguarda i criteri diagnostici secondo il DSM IV TR andando un po’ di più nel particolare si deve dire che perché sia diagnosticato come disturbo di personalità è necessario che almeno cinque dei seguenti elementi siano presenti:

     1)     Ha un senso grandioso d’importanza (per es. esagera i risultati e i talenti, si aspetta di essere notato come superiore senza una adeguata motivazione)

2)     E’ assorbito da fantasie illimitate di successo, potere, fascino, bellezza e amore ideale.

3)     Crede di poter essere speciale e unico e di dover frequentare e poter essere capito solo da altre persone speciali o di classe elevata.

4)     Richiede eccessiva ammirazione

5)     Ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, cioè la irragionevole aspettativa di trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative.

6)     Sfruttamento interpersonale

7)     Mancanza di empatia, è incapace di riconoscere e di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri.

8)     E’ spesso invidioso degli altri o crede che gli altri lo invidino

9)     Mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi

Molti individui di grande successo manifestano tratti di personalità che potrebbero essere considerati narcisistici, ma soltanto quando questi tratti diventano inflessibili, maladattativi e persistenti e causano conseguentemente compromissione funzionale significativa o sofferenza soggettiva, configurano il quadro che abbiamo descritto come Disturbo narcisistico di personalità.

Manifestazioni e disturbi associati: la vulnerabilità dell’autostima, rende l’individuo con D.NarcisoD.P molto sensibile alle ferite dovute alle critiche o alla frustrazione. La critica può tormentarli e lasciarli umiliati, avviliti, vanificati e svuotati. Tali esperienze conducono a ritiro sociale o a una parvenza di umiltà che può mascherare e proteggere la grandiosità.
Talvolta il funzionamento professionale può essere molto basso riflettendo l’avversione ad accettare il rischio in situazioni competitive.

Sentimenti persistenti di umiliazione e vergogna e l’autocritica che li accompagna, possono associarsi a ritiro sociale, umore depresso, e disturbo distimico o depressivo maggiore. Al contrario periodi prolungati di grandiosità possono associarsi con umore ipomaniacale. Il D.NarcisoD.P. può essere associato con l’anoressia nervosa, con i disturbi correlati a sostanze (specialmente con la cocaina). Anche altri disturbi di personalità come: Istrionico, Borderline, Antisociale, Paranoide, possono essere associati al D.NarcisoD.P.

Se riteniamo inutilizzabile il concetto di narcisismo inteso solo come un eccessivo amore per se stessi, sia per la superficialità che per la chiara intonazione moralistica, allora dobbiamo chiederci, nell’utilizzare questo termine, a cosa esattamente ci riferiamo.

 In quanto medico psichiatra la mia ottica è orientata sul D.NarcisoD.P.

Ma per fare chiarezza e proporre un discorso univoco sul narcisismo, mi sembra necessario partire da due ipotesi.

La prima è che il Narciso è strettamente correlato, in senso genetico e psicodinamico con la formazione e la struttura dell’Io.

 La seconda è che la patologia non si esaurisce esclusivamente nel cosiddetto D.NarcisoD.P. ma pur con tratti diversificati può attraversare una gran parte della psicopatologia.
In Psicologia la storia del Narciso viene in genere fatta risalire a Freud con il suo lavoro del 1914  “Introduzione al Narcisismo”; studio finalizzato ad opporsi alle critiche di Jung circa l’impossibilità di applicare la teoria della libido per spiegare la psicosi schizofrenica.

Freud parti dall’osservazione che in origine il termine Narciso era riferito a quei soggetti che derivano una soddisfazione erotica dalla contemplazione del proprio corpo, si accorse che molti aspetti di questo atteggiamento potevano essere riscontrati nella maggior parte delle persone, quindi pensò che il Narciso potesse far parte del normale decorso dello sviluppo sessuale.

 Secondo Freud noi abbiamo originariamente due oggetti sessuali: noi stessi e la persona che si prende cura di noi (madre). Questa convinzione nasce dall’osservazione che un bambino può derivare piacere erotico dal proprio corpo come anche da quello della madre. Pensando a questo Freud ipotizzò che un “narcisismo primario” sia presente in ogni essere umano, Narciso che può per alcuni rivelarsi l’elemento dominante della scelta oggettuale.

Con Narcisismo primario Freud intende quello stato precoce in cui il bambino investe tutta la sua libido in se stesso prima di scegliere degli oggetti esterni.

Con narcisismo secondario Freud indica indica al contrario un ripiegamento sull’Io della libido che verrebbe cosi sottratta ai suoi investimenti oggettuali.

Il problema è : se esiste una fase normale di narcisismo primario, come avvenga nello sviluppo patologico il fallimento dell’evoluzione da una fase di amore di se (narcisismo primario) all’amore d’oggetto(diretto verso gli altri).

E’ implicito in questo fallimento una mancanza che blocca la normale crescita.

 Altri autori negli anni successivi hanno chiarito meglio di Freud in che cosa consista questa mancanza e anche se non descrivono direttamente il Narciso propongono delle dinamiche che risultano importanti per la comprensione di questa istanza.  

Il primo è Fairbairn, che descrive un Io libidico alla ricerca di un contatto emotivo-affettivo che è presente già alla nascita e un Io antilibidico che si sviluppa per una cronica indisponibilità emotiva della madre e che è il frutto del rapporto con l’oggetto rifiutante.

La tensione che nasce dal conflitto tra questi due aspetti costringe il bambino ad operare una scissione tramite una funzione definita Io realtà.

La concezione di Fairbairn propone la psicopatologia come la scissione di un Io primario unificato e coeso che ha però bisogno di un oggetto gratificante e di una situazione ambientale favorevole.

Con la concezione del Sé vero e Sé falso Winnicott amplia successivamente questa concezione.

“Non è la soddisfazione istintuale che fa si che il bambino cominci ad essere e a sentire che la vita è reale e degna di essere vissuta” (Gioco e realtà). Perché questo succeda è necessaria una holding (azione di contenimento) che gli permetta di esperire un ambiente affidabile fonte di quel senso di Se progressivamente emergente che si manifesta come sentimento di essere vivi, d’integrazione e di personalizzazione. Ma se le situazioni esterne non sono favorevoli il bambino percepirà ogni esperienza come interferenza o sopruso. Di fronte a questo vissuto sarà costretto a costruirsi un falso Se necessario a proteggere il Se vero dallo sfruttamento e dall’annientamento.

La madre funge da intermediario con la realtà esterna, è l’area del gioco e dell’oggetto transizionale che rende possibile la separazione e il ritirarsi in se stesso.

Un autore meno conosciuto è Grunberger che nel 1971 pubblica il suo lavoro sul narcisismo. La tesi centrale è la seguente il Narciso è una energia psichica che trova origine nello stato di elazione prenatale, costituita da una perfetta omeostasi in assenza di bisogni, perché questi sono automaticamente soddisfatti.

Dopo la nascita il bambino deve affrontare le inevitabili frustrazioni dovute al rapporto con la realtà, per sopperire al crollo del suo universo narcisistico ha bisogno di elementi narcisistici provenienti dall’esterno (la madre).

In un sano sviluppo è necessario che abbia luogo un rapporto dialettico tra la componente istintuale-pulsionale e la componente narcisistica.

Per realizzarsi nel modo più favorevole, questa dialettica narcisismo-pulsioni, dovra appoggiarsi su due momenti o forme relazionali, la prima consiste nella “valorizzazione narcisistica speculare”, rispecchiandosi nel genitore che gli conferma attraverso l’amore il narcisismo.

Quest’apporto (madre) non potrà tuttavia essere sempre completo, di qui la necessità di una seconda forma di valorizzazione (di solito il padre) alla quale sarà dato un valore unico ed esclusivo.Essa sarà idealizzata, divenendo il supporto dell’ideale dell’Io (super Io) per il bambino. D’ora in poi, per amarsi, dovrà passare attraverso la mediazione di questa formazione ideale.

Quanto più precoci e intense saranno state le ferite narcisistiche tanto più rigorosa diventerà questa istanza (super Io) e più difficile l’integrazione con la componente pulsionale. La distanza tra l’Io e il suo ideale (Super Io) sempre maggiore porterà a sentimenti di vergogna e a movimenti in senso depressivo (1971, Studio sulla depressione).

Ma e’ stato probabilmente Kohut l’autore che ha contribuito in modo decisivo a stimolare l’interesse attorno al disturbo della personalità narcisista: autorevole analista di Chicago, e già vice presidente dell’International Psychoanalytic Association, Kohut ha ispirato un grosso movimento all’interno della psicoanalisi definito “Psicologia del Sé”, in aperto contrasto con la corrente psicoanalitica tradizionale nota come “Psicologia dell’Io”. Il movimento kohutiano, che secondo alcuni rappresenta la più potente corrente di dissidenza all’interno della psicoanalisi contemporanea ha posto al centro della teorizzazione il concetto più esperienziale fenomenico di Self (il Sé, contrapposto a quello di Io, più impersonale ed astratto), ha fatto leva su certe debolezze della tecnica interpretativa classica riproponendo l’importanza di fattori quali l'”empatia”, ha posto vari interrogativi sulla concezione tradizionale dei fattori terapeutici della psicoanalisi, e così via. La sua influenza sul movimento psicoanalitico è stata così grande che, al culmine del successo e della espansione del movimento della Psicologia del Sé, alcuni addirittura hanno affermato che Kohut sta a Freud come Einstein sta a Newton, nel senso del discepolo che ha trasformato la teoria del maestro.

Il pensiero di Kohut

Ma vediamo brevemente come Heinz Kohut concepisce la psicodinamica dei disturbi narcisistici. Kohut [1971, cit.] incominciò col notare due particolari tipi di transfert nei pazienti narcisistici, che chiamò transfert “speculare” e transfert “idealizzante”. Nel primo il paziente esprimerebbe il bisogno di essere ammirato e “rispecchiato” dal terapeuta, mentre nel secondo esprimerebbe il bisogno complementare di idealizzare e ammirare il terapeuta stesso. Egli poi postulò che il compito del terapeuta non è quello di frustrare questi bisogni, magari interpretandoli come difese, ma quello di accettarli in quanto tali e di corrispondere empaticamente ad essi per permettere al Sé di svilupparsi. Infatti secondo Kohut la genesi dei disturbi narcisistici va ricercata in un atteggiamento “poco empatico” da parte dei genitori che ha provocato l’arresto dello sviluppo a un “Sé grandioso arcaico”, del quale appunto i due tipi di transfert prima menzionati sarebbero la riattivazione nel transfert. E’ solo quindi permettendo al paziente di ripercorrere queste tappe evolutive attraverso un rapporto empatico col terapeuta, il quale ammira il paziente e permette a sua volta di farsi ammirare da lui, che il paziente riesce gradualmente a mitigare o modificare il suo Sé grandioso attraverso quelle che Kohut chiama “internalizzazioni trasmutanti”.

Già da questi pochi accenni si può intravedere la radicale diversità della teoria kohutiana da quella freudiana classica. Kohut concepisce il Sé come qualcosa che dipende dall’ambiente, che può farlo crescere o arrestare a seconda di determinate proprie caratteristiche (come l’empatia dei genitori); il conflitto è quindi tra il Sé e gli oggetti, e non è intrapsichico, come vuole la teoria classica che postula una conflittualità tra Io, Es e Super-Io (in questo senso si può dire che Kohut appartenga alla scuola della “teoria delle relazioni oggettuali”, secondo la quale l’ambiente ha una grossa responsabilità nella costituzione del soggetto).

Ma perché si crea e che funzioni assolve questo Sé grandioso arcaico?

Alla nascita il bambino per mantenere un senso di benessere a fronte delle difficoltà e delle delusioni della realtà esterna, crea un’immagine grandiosa ed esibizionistica del Sé (Sé grandioso) che successivamente verrà trasferita su un oggetto-Sé transizionale che è la madre.

Ed il bambino può mantenere questa immagine positiva (Sé grandioso), solo se trova un reale oggetto che gli rinforza questo sentimento.

“L’accettazione speculare della madre conferma la grandiosità nucleare del bambino; il suo tenerlo e portarlo in braccio permette esperienze di fusione con l’onnipotenza idealizzata dell’oggetto-Sé”.

Se ci sono invece situazioni eccessivamente frustranti, si produce un arresto evolutivo ed una messa in crisi traumatica del Sé grandioso che si manifesterà, successivamente, come disturbo narcisistico di personalità.

Il pensiero di A. Lowen

Uno degli studiosi che più di tutti mi ha interessato per le sue teorie e il suo metodo nella cura dei pazienti con disturbo narcisistico di personalità è A. Lowen medico psicoanalista formatosi alla scuola di Wilhelm Reich.

Lowen è d’accordo sulla definizione di Narciso come “disturbo della personalità”, mentre non è d’accordo con Freud quando afferma che esiste un narcisismo primario, ed interpreta il Narciso patologico come un fallimento del bambino nella evoluzione dall’amore di se all’amore oggettuale, egli ritiene invece che ogni forma di Narciso sia secondaria ad una difficoltà relazionale nel rapporto tra genitore e figlio.

Lowen è convinto che sia il Narciso dei genitori ad essere proiettato sul figlio.

L’autore sostiene che il neonato nasce con un Se che è un fenomeno biologico, l’Io è invece una organizzazione mentale che cresce e si sviluppa insieme al bambino.

Il senso o la coscienza del proprio Se prende forma e si sviluppa man mano che l’Io mentale si definisce attraverso la consapevolezza.

Es.: “Io mi sento adirato”.

I narcisisti operano una separazione o dissociazione dell’Io dal corpo, risultandone una personalità scissa in due, una attiva che osserva: l’Io, e una passiva l’oggetto osservato: il corpo.

Cosi se sentiamo il nostro corpo entriamo in contatto con il nostro Se, se invece ne abbiamo un immagine facciamo un contatto indiretto e falso.

Una persona sana ha entrambe le esperienze e ciò non gli crea problemi, perché l’immagine e l’esperienza diretta coincidono e vengono accettate.

L’accettazione di se manca ai narcisisti che investono la propria libido sull’Io e non sul corpo ritirandola dalle relazioni oggettuali, troncando o falsificando i rapporti con il mondo esterno.

Alice Miller si basa sugli stessi presupposti del pensiero di Lowen, essa ha avuto modo di verificare, nella lunga esperienza con pazienti narcisisti, come la modalità relazionale con le figure genitoriali e in special modo come un rapporto non nutriente con la madre possa determinare un blocco o una distorsione nella evoluzione del Se autentico del bambino.

Spesso i genitori non danno un sostegno e un affetto adeguato disconoscendo e non rispettando l’individualità del proprio figlio, e al tempo stesso con la seduzione cercano di plasmare il bambino e di farlo corrispondere alla immagine che se ne sono fatti.

 Il trattamento dei pazienti narcisisti secondo le tecniche bioenergetiche è diretto ad aiutarli a essere in contatto con il proprio corpo, a recuperare i sentimenti soppressi e a riacquistare l’umanità perduta.

Per fare questo occorre ridurre le tensioni muscolari e le rigidità che impediscono ai sentimenti e alle sensazioni di esprimersi.

La chiave della terapia sta nella comprensione, senza di essa nessun approccio o tecnica terapeutica ha senso o è efficace a livello profondo.

 Tutti i pazienti hanno un disperato bisogno di qualcuno che li capisca, in quanto da bambini non furono capiti, considerati e rispettati dai genitori.
Il terapista che non riesce a capire la pena dei suoi pazienti, a sentire la loro paura e a conoscere l’intensità della loro lotta per difendere il proprio equilibrio in una situazione familiare che potrebbe condurre alla pazzia, non sarà mai in grado di aiutare i pazienti a superare la ferita e il disturbo narcisistico.
Lowen è d’accordo sulla definizione di Narciso come “disturbo della personalità”, mentre non è d’accordo con Freud quando afferma che esiste un narcisismo primario, ed interpreta il Narciso patologico come un fallimento del bambino nella evoluzione dall’amore di se all’amore oggettuale, egli ritiene invece che ogni forma di Narciso sia secondaria ad una difficoltà relazionale nel rapporto tra genitore e figlio.

Lowen è convinto che sia il Narciso dei genitori ad essere proiettato sul figlio.

L’autore sostiene che il neonato nasce con un Se che è un fenomeno biologico, l’Io è invece una organizzazione mentale che cresce e si sviluppa insieme al bambino.

Il senso o la coscienza del proprio Se prende forma e si sviluppa man mano che l’Io mentale si definisce attraverso la consapevolezza.

Es.: “Io mi sento adirato”.

I narcisisti operano una separazione o dissociazione dell’Io dal corpo, risultandone una personalità scissa in due, una attiva che osserva: l’Io, e una passiva l’oggetto osservato: il corpo.

Cosi se sentiamo il nostro corpo entriamo in contatto con il nostro Se, se invece ne abbiamo un immagine facciamo un contatto indiretto e falso.

Una persona sana ha entrambe le esperienze e ciò non gli crea problemi, perché l’immagine e l’esperienza diretta coincidono e vengono accettate.

L’accettazione di se manca ai narcisisti che investono la propria libido sull’Io e non sul corpo ritirandola dalle relazioni oggettuali, troncando o falsificando i rapporti con il mondo esterno.

Alice Miller si basa sugli stessi presupposti del pensiero di Lowen, essa ha avuto modo di verificare, nella lunga esperienza con pazienti narcisisti, come la modalità relazionale con le figure genitoriali e in special modo come un rapporto non nutriente con la madre possa determinare un blocco o una distorsione nella evoluzione del Se autentico del bambino.

Spesso i genitori non danno un sostegno e un affetto adeguato disconoscendo e non rispettando l’individualità del proprio figlio, e al tempo stesso con la seduzione cercano di plasmare il bambino e di farlo corrispondere alla immagine che se ne sono fatti.

 Il trattamento dei pazienti narcisisti secondo le tecniche bioenergetiche è diretto ad aiutarli a essere in contatto con il proprio corpo, a recuperare i sentimenti soppressi e a riacquistare l’umanità perduta.

Per fare questo occorre ridurre le tensioni muscolari e le rigidità che impediscono ai sentimenti e alle sensazioni di esprimersi.

La chiave della terapia sta nella comprensione, senza di essa nessun approccio o tecnica terapeutica ha senso o è efficace a livello profondo.

 Tutti i pazienti hanno un disperato bisogno di qualcuno che li capisca, in quanto da bambini non furono capiti, considerati e rispettati dai genitori.

Il terapista che non riesce a capire la pena dei suoi pazienti, a sentire la loro paura e a conoscere l’intensità della loro lotta per difendere il proprio equilibrio in una situazione familiare che potrebbe condurre alla pazzia, non sarà mai in grado di aiutare i pazienti a superare la ferita e il disturbo narcisistico.