Angoscia e nevrosi

Quasi tutti hanno conosciuto in un certo momento della loro vita quel sentimento spiacevole di apprensione per un qualcosa d’indefinito e indefinibile. E’ proprio l’indefinitezza, il non riuscire a dare un senso logico e razionale alla propria apprensione che caratterizza il sentimento dell’angoscia. In alcuni momenti questi stati di apprensione possono avere delle impennate improvvise e, apparentemente, ingiustificate, dando luogo alle cosiddette “crisi d’ansia”. Quando ciò accade, il quadro ansioso si complica con l’insorgenza di svariati sintomi quali un aumento del battito cardiaco, sudorazione, dispnea, l’impressione di perdere la conoscenza e, tra tutti i sintomi il più spiacevole, quello di essere sul punto di morire.

Nei primi tentativi di dare un significato al sentimento dell’angoscia, già in ambiti filosofici, l’angoscia era presentata come la minaccia all’integrità del Sé. Quando si percepisce soltanto la minaccia, si può parlare di ansia normale, quando, invece, si ha l’impressione che sia in atto un processo di dissoluzione del Sé, è il caso di parlare di ansia neurotica. Occorre distinguere, ancora, tra paura ed ansia. Nel primo caso la minaccia è riferita ad un qualcosa di esterno e oggettivo, nel secondo caso, ad un pericolo interno, irrazionale e inconscio, che il soggetto non è in grado di spiegare.

Prima di addentrarci nella descrizione della psicodinamica ansiosa, è opportuno considerare che nell’uomo c’è una fisiologica e, quindi, normale preoccupazione della propria condizione esistenziale. Questa preoccupazione  viene dalla consapevolezza dei propri limiti. E così, l’idea della morte o della malattia o che il Caso possa portarci in qualche situazione di vita impegnativa dalla quale si può uscire sconfitti, porta ad un senso di fragilità che sfocia, inevitabilmente, nel sentimento dell’angoscia.

Ciò che ad un uomo interessa più di qualsiasi altra cosa è sfuggire alla morte vissuta non soltanto come morte fisica ma come dissoluzione del proprio Sé. Perfino il bambino è preoccupato ed interessato a questo. Solitamente si crede che il bambino sia interessato al gioco e, quindi, che il suo mondo abbia una sola valenza, quella del piacere. Non c’è dubbio che il bambino sia dominato dal “principio del piacere”. Tuttavia occorre considerare che se il bambino non si sente protetto da quel senso di dissolvimento di cui abbiamo detto, tende ad evitare il gioco e a chiudersi in se stesso: diventa depresso, aggressivo, s’incattivivisce, insomma, si difende da un pericolo che, pur non essendo reale, è vissuto intensamente e con enorme timore. Nella persona adulta, tutto questo è pure presente. Se da un lato l’adulto ha strumenti di controllo del proprio mondo interno e di quello esterno più perfezionati e più efficaci di quelli del bambino, tuttavia, anche l’adulto è sottoposto a sollecitazioni e rischi che, in condizioni normali, sono risparmiati al bambino, dalla vita e dagli altri.

Ma passiamo ora alla psicodinamica dell’ansia, per come si può cogliere nell’organizzazione neurotica di personalità. Facendo riferimento a Karen Horney, bisogna partire dai bisogni e dalle necessità del bambino per arrivare a definire quei sentimenti di “ansia di base” dai quali parte il conflitto neurotico. Il bambino ha due necessità prevalenti: di essere protetto nella sua debolezza e di essere accettato. La protezione non deve essere eccessiva, trasformandosi in iper-protezione, perché, se così è, il bambino non può espandersi e, soprattutto, non può canalizzarsi in modo autentico, per quelle che sono le sue attitudini e i suoi veri bisogni. L’accettazione non deve essere formale, vale a dire, espressione di bisogni narcisistici del genitore, ma vero riconoscimento del bambino anche nei suoi aspetti meno positivi.

 Se il bambino non è aiutato nei suoi sforzi di individuarsi per quello che è, oppure è spinto ad una definizione del Sé che soddisfi la rappresentazione che del figlio ha il genitore ma non la vera natura del bambino, questi ha due possibilità: sottomettersi o ribellarsi, o le due cose insieme. Il più delle volte non si verifica una delle due reazioni, la sottomissione o la ribellione, ma entrambe. E così, sono state gettate le basi del conflitto.

 Il bambino all’inizio tende a ribellarsi ma, col tempo, tende a aderire alle richieste dei genitori per evitare il rifiuto ed il ritiro dell’affetto. In alcuni casi, il bambino può dare l’impressione di essere autonomo nelle scelte manifestando comportamenti di tipo oppositivo ma, dopo qualche tempo, tende ad uniformarsi alle richieste ed ai bisogni degli altri per non andare incontro alla disapprovazione e, in pratica, alla solitudine.

Si capisce che una condizione di solitudine nel bambino determina in lui una situazione d’incertezza circa i modi e le strategie che egli deve trovare per raggiungere i propri equilibri. Insomma, se il bambino deve scegliere tra ciò che è veramente e ciò che gli altri pensano di lui, tra il suo progetto, portato avanti da solo, ed un progetto altrui che è presentato con le garanzie del massimo appoggio, il bambino tende ad accettare la soluzione apparentemente più facile ed agibile: quella proposta dagli altri.

Parliamo di soluzione apparentemente più facile perché in realtà il bambino con il tempo è costretto a rinunciare ad un bisogno importantissimo che è quello dell’autorealizzazione. Per questa rinuncia, il bambino prova un sentimento di ostilità molto forte che, intanto, non potendolo manifestare, s’incista per effetto delle prime “rimozioni” e, poi, tende a ritornare sul proprio Io, nel timore che la collera possa passare le barriere della censura.

Insomma, si viene a delineare uno schema neurotico che ha il significato di conciliare due bisogni contrastanti: quello di essere accettato ed amato dagli altri ed il bisogno di essere se stessi. Per essere accettato, il bambino attiva comportamenti convenzionalmente accettati quali l’ubbidienza, la bontà, la solidarietà e tanti altri atteggiamenti che sarebbero difficili da realizzare, perfino, se fossero veri. Diventano pesantissimi se contrastano altri bisogni, quali un naturale e fisiologico egoismo, un bisogno di competere, e tra tutti, il bisogno di essere se stessi, anche con le proprie miserie.

L’inevitabile conseguenza di questa dinamica psicologica è una più o meno forte “rimozione” degli impulsi inaccettabili, spesso considerati tali perché non accettati, che tuttavia continuano a spingere per manifestarsi e realizzarsi. Il timore che la spinta dei bisogni possa superare la censura è ciò che stiamo definendo ansia. Insistiamo sul fatto che la rimozione dei propri bisogni rende incerto il processo di acquisizione del proprio Sé. Il soggetto senza un adeguato senso della propria identità non può vivere bene. Egli si difende neuroticamente dalle proprie dinamiche, trovando sollievo in certi casi o in certi momenti, ma allontanandosi sempre più dal suo vero Sé.

La Horney parla di “ricerca della gloria” da parte del nevrotico ansioso che cerca soluzioni sempre più efficaci. In altre parole, il soggetto cerca un’idealizzazione del proprio Sé dove i caratteri dominanti sono la perfezione, il senso d’onnipotenza e onniscienza. In questo modo, il nevrotico s’illude di aver trovato i propri equilibri, di aver superato l’odio di Sé, di aver conquistato l’approvazione degli altri. Insomma è come se il nevrotico dicesse: sono come voi volete che io sia ma anche come io stesso voglio essere. In questo modo s’illude di aver superato il conflitto di base, vale a dire, l’antitesi tra il proprio bisogno d’autorealizzazione, spesso in conflitto con i bisogni degli altri, e il bisogno degli altri di vedere il soggetto uniformato alle indicazioni prevalenti e convenzionali della società.

Si capisce facilmente, che i tentativi del neurotico di superare i conflitti, che sono partiti dall’ansia di base e si sono strutturati e cristallizzati in schemi neurotici funzionali al bisogno di sfuggire alla sofferenza e al conflitto, non possono funzionare. Non possono funzionare perché, intanto, la perfezione non appartiene a nessun essere umano e, poi, perché tutta la vita del soggetto diventa una fatica e una finzione. A partire da questo momento il soggetto è costretto a realizzare, nel lavoro, nei rapporti di relazione, nella sua dimensione sentimentale, quella perfezione che oggettivamente non è possibile. Egli cerca di dare concretezza al suo Sé idealizzato ma, inevitabilmente, fallisce. Per qualche tempo il soggetto può credere di aver raggiunto i suoi risultati. Con sforzi davvero patognonomici fa di tutto per essere un uomo dal comportamento ineccepibile nella valutazione degli altri e di se stesso. Ad un certo punto, però, scopre di essere molto lontano dal personaggio fittizio che egli stesso ha creato, e la reazione è forte, sofferta, disadattiva. Si sente meschino ed in colpa per il fatto di non essere riuscito a raggiungere quegli obiettivi di perfezione che si era prefissato. Di qui il bisogno di colpire il proprio Sé inadeguato con sentimenti di disprezzo e di odio. In ultima analisi, nella psicodinamica del nevrotico c’è una tendenza all’autodistruzione che vanifica, a parte tutte le altre difficoltà, qualsiasi sforzo di essere, perfino, normale, vale a dire, come gli altri, negli aspetti positivi e negativi. E così, partendo dall’affermazione “Io sono”, affermazione che esprime una necessità psicologica ed esistenziale, il nevrotico arriva all’altra affermazione “Io non sono”. Il bisogno di sparire, dunque, si realizza ed il soggetto ha l’impressione di non esistere. E’ questa una condizione esistenziale di profonda disperazione che scaturisce da un senso di alienazione, irrimediabile ed insopportabile.

Ad un livello d’analisi interpretativa più classica che si rifà alla teoria freudiana delle pulsioni, è il cambiamento dello stato d’arginatura dell’Io che determina una situazione d’allarme. L’ irrompere nella coscienza della pulsione originaria rimossa  può portare ad un’intensificazione della difesa che, tuttavia, non sempre riesce ad evitare lo stato d’allarme. Certe volte avviene un compromesso tra l’impulso e la difesa, in base al quale, l’impulso rimane inconscio mentre aumentano le controcariche dell’Io per contenere la spinta della pulsione. Naturalmente tutta l’operazione psichica è accompagnata da reazioni d’angoscia che sono proporzionali al rischio che la pulsione possa rendersi manifesta.

In “Inibizione sintomo e angoscia” Freud, dopo aver precisato che l’inibizione ha un preciso rapporto con la funzione e non necessariamente  esprime una qualche patologia, fa notare che il rapporto tra inibizione e angoscia è evidente, non può essere a lungo ignorato, e si manifesta soprattutto nella funzione sessuale inibita. In questo caso, l’angoscia non sempre si manifesta come angoscia fluttuante. In alcuni casi, si presenta come disgusto, altre volte, è legata a qualche situazione od oggetto specifici o è convertita in sintomo, somatico o psichico. Insomma una funzione dell’Io può essere diminuita o eliminata del tutto per non entrare in conflitto con L’Es. Oppure, sono i sensi di colpa che vengono elicitati dalla funzione dell’Io e, quando ciò accade, la funzione è inibita, in parte o completamente, per non entrare in conflitto con il Super-io.

Più avanti, Freud spiega che per comprendere la dinamica della reazione d’angoscia, occorre fare riferimento al meccanismo della rimozione. In base a questo meccanismo di difesa dell’Io, meccanismo che opera al di fuori della sfera del conscio, un impulso dell’Es inaccettabile dall’Io è bloccato nel suo soddisfacimento. C’è da chiedersi, posto che Freud ha sempre considerato l’Io più debole dell’Es, da dove viene la capacità dell’Io di fronteggiare con successo la spinta pulsionale. Si può rispondere a questa domanda osservando che l’Io è abile nei confronti dell’Es piuttosto che forte. Detto semplicemente, l’Io trasforma il piacere connesso alla pulsione in dispiacere (angoscia) e, così facendo, legittima il rifiuto del soddisfacimento delle richieste dell’Es. Per la verità, un qualche soddisfacimento l’Es lo trova nel sintomo, inteso come sostituto pulsionale, ma “molto sciupato, spostato, inibito, che non è neanche più riconoscibile come soddisfacimento”(ibid.). Freud, precisando ancora, spiega che non è avvertita come pericolosa la pulsione in sé, quanto le conseguenze che il soddisfacimento della pulsione potrebbe determinare.

Quali conseguenze teme l’Io se la pulsione rimossa si dovesse affermare? Il pericolo più grave per l’Io è rappresentato dal rischio dell’evirazione. Un’altra conseguenza temuta è quella che si riferisce alla disapprovazione del Super-io, fatto questo che determina angoscia sociale o morale indeterminata. L’Io cerca di superare i timori connessi al pericolo che la rimozione possa essere superata in tanti modi. Può negare il contenuto di fondo della sua angoscia con una reazione fobica, attribuendo a fatti e situazioni esterne al proprio mondo psichico il pericolo e, in questo caso, tende ad attivare una reazione fobica. Un’altra reazione può essere quella isterica, vale a dire, la conversione in sintomi psichici o somatici del vissuto spiacevole dell’angoscia. Nelle nevrosi ossessive, l’angoscia è evitata aderendo scrupolosamente, con appropriati rituali, “ agli ordini, le prescrizioni e le penalità che gli sono imposte (dal Super-io)”(ibid). Quando tutte queste strategie di difesa falliscono o non possono essere sostenute efficacemente “…allora insorge subito uno stato di disagio estremamente penoso, in cui noi possiamo ravvisare l’equivalente dell’angoscia, e che gli ammalati stessi paragonano all’angoscia”(ibid).

Quale che sia il modello teorico interpretativo che si voglia scegliere per dare un senso all’angoscia, appare evidente che il sintomo sottenda una psicodinamica complessa nei suoi significati, non del tutto chiarita nei suoi aspetti epistemologici, impegnativa per il paziente. Se un essere umano si allontana da un principio che è biologico prima ancora che psicologico, contrasta la naturale tendenza dell’Io a cercare il piacere, preferendo di andare incontro al dispiacere, è verosimile pensare che la posta in gioco sia molto alta. Di là dai fraintendimenti e dalla distorsione neurotica dei fatti psichici, la ricerca di un equilibrio psichico fittizio non esprime evidentemente una difesa generica, nei confronti di un qualche pericolo più o meno grave, ma è specificamente correlata al bisogno di conservare la propria integrità minacciata da un senso di annichilimento che, prima ancora che doloroso, è percepito, appunto, con terrore. E a ragione. Un Io destrutturato, non solo, avrebbe difficoltà ad affrontare i compiti della vita ma, cosa ancora più grave, potrebbe non riuscire a sopravvivere. In questo senso, si può capire come l’idea della morte, percepita, come abbiamo già detto, non solo come morte fisica quanto soprattutto come dissolvimento del Sé, scomparsa, alienazione, basta e avanza per spingere  un essere umano a cercare qualsiasi strategia possibile per sfuggire a questo rischio mortale. Che poi, nella realtà, le cose non siano esattamente così, il rimedio sia peggiore del male, è cosa evidente per tutti quelli che non sono rimasti impigliati nella psicodinamica che abbiamo descritto. Ma per il paziente non ci sono argomentazioni e rassicurazioni convincenti. Sarà compito di una psicoterapia, capace di andare in profondità, quello di convincere il paziente a confrontarsi con i suoi fantasmi, evocarli e mandarli via o, al peggio, come diceva Oscar Wilde, farli danzare.