I fatti del 15 ottobre 2011 a Roma hanno suscitato non poche opinioni, nonché polemiche, relative a determinate questioni, in particolare al dare un’etichetta precisa ai manifestanti pacifici, ma soprattutto ai facinorosi vestiti di nero (anarcoinsurrezionalisti, rivoluzionari, no global, anti-cops, ultras, autonomi sono alcuni dei nomi identificativi…).

Mi è capitato sotto il naso un articolo, curiosando per il web, tratto da La Padania del 14 ottobre 2011…Quasi una previsione di quello che sarebbe successo, ma con un’esasperazione di toni, un anacronismo ed un’analisi che mi è parsa, per molti versi, inopportuna e fuori tema (eclatante accomunare quarant’anni e ridurre a fattore comune, facendo di tutta l’erba un fascio, sessantottini e Movimento del Sessantotto e no global/No Tav, Indignati pacifici e teppisti estremisti…).

Eccovi qui l’articolo:

Sale la tensione in vista della manifestazione di domani a Roma che potrebbe sfociare in gravi scontri come un anno fa

di Andrea Accorsi

Si chiamino indignados, no global o sessantottini, la loro natura è sempre la stessa: violenta. Domani a Roma dicono di voler manifestare contro “Commissione europea, governi europei, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale, multinazionali e poteri forti” per contestare “il pagamento del debito, il pareggio del bilancio pubblico, gli interessi dei mercati finanziari, le privatizzazioni, i tagli alla spesa, la precarizzazione del lavoro e della vita”. Ma il loro vero obbiettivo da più di quarant’anni rimane quello di fare casino. E farne tanto di più quanto meno chiare sono le loro idee.
La “Giornata europea e internazionale di mobilitazione” in programma domani è solo l’ennesimo pretesto degli “indignados italiani” per tornare sul piede di guerra. Il prologo di mercoledì, con gli scontri che a Bologna hanno causato una dozzina di contusi tra forze dell’ordine e manifestanti e con l’“occupazione” di via Nazionale, sede della Banca d’Italia, a Roma, non promettono nulla di buono. Le preoccupazioni per l’ordine pubblico aumentano se si scorre l’elenco dei partecipanti al “Coordinamento 15 ottobre”, “luogo aperto di tanti e plurali attori sociali impegnati” eccetera, poco più sotto definito anche “luogo di convergenza organizzativa dei soggetti sociali impegnati” ecc. Ebbene, di tale coordinamento fanno parte, citiamo a random, Fgci, Giovani comunisti,l Popolo Viola, gli immancabili Arci, Federazione anarchica italiana, Atenei in Rivolta (sic), Cub, Cobas, Cgil, Legambiente, Sel, Pdci, Prc e pure i No Tav. Insomma, proprio una bella compagnia, alla quale potrebbero aggiungersi molti “cani sciolti” dei centri (a)sociali e i temutissimi black bloc.
Tutti insieme rabbiosamente – ne sono attesi almeno 150 mila – percorreranno le vie della capitale in più cortei, alcuni dei quali non autorizzati. Attraverso il web, oltre a raccogliersi, i manifestanti stanno studiando forme di protesta che metteranno a dura prova i dispositivi anti-disordini messi in campo dalle forze dell’ordine. Ad esempio, deviazioni improvvise dei cortei dai percorsi annunciati, blitz contro sedi di Enti e istituzioni, accampamenti in vie e piazze.
In quello allestito mercoledì sulle scale del Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale, vicino alla sede di Bankitalia, ieri sono rimasti in 60, distribuiti in 14 tende. «Abbiamo fatto un’assemblea di tutti i gruppi presenti e si è deciso di rimanere. La notte è passata tranquillamente. Saremo qui fino al 15 ottobre» annunciano i ragazzi che partecipano alla mobilitazione. Nel pomeriggio, sulle colonne del Palazzo hanno issato uno striscione con il drago simbolo della protesta e la scritta “Global change”. Una marcia lungo via Nazionale è stata subito fermata dai blindati e dai poliziotti in assetto antisommossa.
E siccome queste sono occasioni da non perdere, riecco l’ex europarlamentare Vittorio Agnoletto, ora direttore culturale di tale Ole (Otranto Legality Experience), forum internazionale su mafia e globalizzazione finanziaria. «La manifestazione di sabato – spiega Agnoletto – darà voce a un’indignazione e a una scontentezza diffusa che va oltre le parti politiche. La gente si rende conto di essere stata truffata. Alla manifestazione – sottolinea – ci sarà uno schieramento ampio, come in altre città del mondo, a rappresentare un atto d’accusa senza alcuna alternativa all’attuale sistema economico-finanziario e ai responsabili di questa crisi, ovvero le grandi operazioni di speculazioni finanziarie».
Il pensiero corre al 14 dicembre di un anno fa, quando la manifestazione degli studenti contro la riforma dell’università offrì l’occasione a frange di estremisti per provocare violenti scontri nel cuore di Roma, intorno ai palazzi del potere, con scene di guerriglia urbana e un bilancio finale di alcune decine di feriti. Un pessimo precedente, che fa salire alle stelle la tensione.

dalla “Padania” del 14.10.11

I miei genitori avevano 16-18 anni nel 68, hanno vissuto le lotte del Movimento, sempre pacifiche ed intrise del mito della non-violenza per cambiare il mondo, hanno combattuto costruttivamente delle battaglie che hanno portato ad un risultato, non certo per devastare o “fare casino”, come viene asserito nell’articolo. Negli Anni di Piombo si sono trovati a fronteggiare gli Autonomi e le loro P38, infiltrati nelle manifestazioni di studenti e metalmeccanici, gente violenta che sparava ed era critica verso la stessa sinistra, quella sinistra berlingueriana che aveva messo da parte l’idea di lotta armata, sostituendola con il dialogo pacifico e con il lavoro intenso per l’elaborazione di nuove idee, volte a cambiare mondo, o perlomeno, a renderlo migliore. Paragonare le loro lotte a quelle dei teppisti di Roma o a quelle dei no global/no tav/anarchici e compagnia bella mi sembra azzardato ed offensivo.

Mi sento poi molto offesa dall’articolo de La Padania, dal momento che io stessa sono un’indignata, così come lo erano quei milioni di persone in corteo pacifico, che vengono additate indistintamente come casiniste, quando, a loro volta, hanno fatto di tutto per contrastare i teppistelli vestiti di nero, collaborando con le forze dell’ordine (non me lo sto inventando io, i filmati e le testimonianze dirette parlano chiaro…).

Condanno la frangia violenta che, anziché far passare in primo piano i motivi validi della protesta, ha dato il pretesto a tutti di passar sopra alla protesta stessa, per parlare solo delle devastazione e degli atti ignobili e fascisti compiuti nella Capitale.

Ecco il punto di vista che appoggio, tratto da http://minimaetmoralia.minimumfax.com/, che è una valida risposta a chiunque soffi sul fuoco e strumentalizzi in modo distruttivo e terrorista i fattacci:

Chi soffia sul fuoco non canti vittoria

di Emiliano Sbaraglia

Bisognava attraversarla tutta, la manifestazione di Roma, per capire quello che è accaduto e soprattutto quello che poteva accadere, se la capitale italiana non fosse stata messa a ferro e fuoco da qualche centinaio di ultras della violenza, che non a caso sul blindato dei carabinieri bruciato nei dintorni di piazza San Giovanni hanno apposto la firma “A.C.A.B” (All Cops Are Bastards), acronimo noto alle curve degli stadi e negli ambienti anarchici.

Attraversandola tutta, la prima cosa che saltava agli occhi era l’immenso fiume umano riversatosi nelle strade, ben oltre le previsioni e i numeri resi noti in queste ore. Basti pensare che, dopo essere stato costretto a partire prima dell’orario prestabilito per l’enorme numero di persone radunate tra piazza dei Cinquecento e piazza Esedra, dopo quattro ore il corteo ancora invadeva via Cavour, teatro dei primi episodi di guerriglia urbana. E se non fosse stata trasformata in un campo di battaglia, piazza San Giovanni avrebbe fatto fatica ad accogliere tutti i partecipanti.

Perché di gente ce n’era davvero tanta, e sia detto a chiare lettere, gli “indignati” sono loro: precari, pensionati, famiglie con bambini, ragazzi che ballavano e cantavano, provenienti da tutta Italia, che erano lì per rappresentare la vera Italia, un’Italia che, malgrado tutto e per fortuna, continua ad essere maggioranza.

Poi le cose sono andate come tutti hanno potuto osservare. E immaginiamo che non pochi si siano fregati le mani, sprofondati nelle comode poltrone dei cosiddetti palazzi del potere. Ma fossimo in loro saremmo cauti nel cantar vittoria per l’ennesima dimostrazione popolare finita tra idranti, lacrimogeni e lacrime amare.

Perché l’indignazione collettiva monta giorno dopo giorno, e pericolosamente si mescola con la rabbia esasperata; e come il surreale pomeriggio di Roma ha reso evidente in maniera inequivocabile, si tratta di una rabbia nichilista, sempre più difficile da prevedere e controllare. Sotto i caschi e dietro le sciarpe di molti di coloro che hanno scelto la strada della devastazione cieca si nascondevano anche volti giovani, molto giovani, facili da arruolare e sprezzanti del pericolo, che anzi diventa ai loro occhi l’unico modo per rendersi visibili al resto del mondo. Il “blocco nero” che si era posizionato al centro del corteo marciava tenendo in testa uno striscione che recitava così: “Non chiediamo il futuro, ci prendiamo il presente”. E agli adulti che li invitavano ad andarsene se non volevano scoprire i loro volti, rispondevano col dito medio alzato e un coro beffardo: “pacifisti servi”. Proprio davanti al Colosseo, si è passati dallo scontro verbale a quello fisico, con momenti di tensione emblematici, che simboleggiano un conflitto generazionale di drammatica portata.

Chiunque soffi sul fuoco di una simile situazione sociale, che veramente è arrivata ai confini dell’emergenza nazionale, è e sarà responsabile e colpevole tanto quanto coloro che hanno trasformato una imponente manifestazione di protesta civile in una ordinaria giornata di follia.