15 Ottobre, chi è l’artefice? – International Business Times.

Nasce l’anarcoterrorismo del XXI secolo?

Di Lorenzo Romani | 17.10.2011

Sottovalutare il pericolo dei black bloc sarebbe un gravissimo errore.

Da gran parte della stampa e della classe politica gli incappucciati vengono considerati un fenomeno degenerativo marginale e dallo scarso potenziale. Ciò si deduce dalle dichiarazioni cui abbiamo assistito dopo i disordini di Piazza S.Giovanni, dalle quali si evince che i black bloc sono semplicemente un nutrito gruppo di teppisti che infesta manifestazioni civili e pacifiche.

E se non fosse così?

Gli eventi del 15 ottobre romano possono marcare una netta linea di demarcazione rispetto al passato. Nelle precedenti occasioni che ci hanno dato modo di osservare il fenomeno (in particolar modo durante il G8 di Genova), le malefatte della polizia hanno allineato l’opinione di gran parte del pubblico di sinistra su una condanna senza se e senza ma dei deprecabili atti delle forze dell’ordine.

In quel caso, insomma, i black bloc non erano proprio la vittima, ma nemmeno il colpevole numero uno.

Sabato invece le cose sono andate diversamente. Gli incappucciati sono stati isolati completamente dal resto del corteo, almeno da un punto di vista morale. I manifestanti hanno collaborato con le forze dell’ordine, non sono mancati atti di solidarietà tra protettori e protetti. La reazione della politica è stata – salvo qualche eccezione – unanime: il corteo pacifico era legittimo ed è stato danneggiato dai teppisti.

Quest’insieme di fattori rende più che evidente la serietà della situazione. La polarizzazione di tutta l’opinione pubblica contro questo fenomeno indica che la gente inizia a temerlo. Invece di considerarlo alla stregua di un’aberrazione, le persone percepiscono che così non è, e la netta condanna dei fatti cristallizza nell’immaginario collettivo l’immagine di un movimento che – volenti o nolenti – ha acquisito una propria identità sociale, una propria ragion d’essere, una legittimità rubata e illegittima, con cui dobbiamo fare i conti.

Continuare a considerarli ragazzi senza programmi, basi ideologiche e senso di appartenenza, contribuisce a sottostimare, sia presso l’opinione pubblica che presso le istituzioni, il potenziale terroristico che sta nascendo in questo e in altri paesi.

Se le brigate rosse, pur imbastardendola, trovavano la loro legittimità ideologica nella matrice comunista, oggi è l’essere anti-sistema a nutrire programmi e azioni di questi gruppi. Si parla di migliaia di persone che si sono addestrate viaggiando l’Europa, connettendosi con le realtà analoghe degli altri paesi, sono evidentemente in grado di finanziarsi, programmare e mettere in atto spettacoli di terrore pubblico. Potrebbero sganciarsi dal contesto delle manifestazioni, colpire con potenziale distruttivo e riportare l’italia indietro di quarant’anni.

Ma sono anche ingenui.

Sabato alcuni di loro, dispersi dalla polizia, lasciavano la scena e nel mentre venivano insultati dagli altri manifestanti. Si fermavano quindi a discutere con questi ultimi, come per legittimare il proprio operato. Autentici rivoluzionari non darebbero ascolto ai passanti, continuerebbero per la propria strada, ma solo il tempo può permetter loro di superare le debolezze intrinseche di un germoglio che può diventare albero, separando completamente la propria morale da quella pubblica e maggioritaria, esattamente come ogni altro movimento integralista fa.

La differenza è che stavolta non solo l’Italia verrebbe coinvolta, ma forse molti paesi occidentali: come globalizzata e liquida è la crisi economico-politica che i paesi sviluppati stanno vivendo, altrettanto globalizzato e transfrontaliero può essere l’anarcoterrorismo del ventunesimo secolo.

La classe politica occidentale deve quindi soppesare attentamente tutte le variabili e non sottovalutare un fenomeno sociale che c’è, prende vigore sotto ai nostri occhi, agendo con particolare veemenza proprio in Italia, paese in cui l’antipolitica e l’incapacità di dare le dovute risposte ai cittadini generano questi fenomeni che dalla dimensione locale (come in Val di Susa) si stanno diffondendo ovunque come un virus influenzale.

Anche certa opinione politica e qualunquista è, senza volerlo, cibo ideologico per queste manifestazioni: cosa se non la condanna generica di tutta la classe politica dà all’anarcoterrorismo un quadro politico e valoriale di riferimento?

La primazia della politica va assolutamente ritrovata, su scala nazionale ed europea: come ha ricordato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, “la politica siamo tutti noi”.

E’ quindi solo con la politica che possiamo sconfiggere sul nascere un pericolo pubblico di cui ignoriamo – ma verosimilmente sottostimiamo, come si è potuto notare a Roma – la forza.       La polizia è stata dominata da circa ottocento incappucciati nel centro della capitale, chi può dire che ignorando il problema ciò non possa riaccadere, ma la prossima volta su una scala più grande?

Soffocare questo movimento sul nascere non vuol dire instaurare uno stato di polizia, di repressione e compressione dei diritti individuali, vuol dire rendersi conto che la politica ha fallito nell’amministrare il bene comune. Ritrovando lo spirito della politica il potenziale terroristico di questa come di altre organizzazioni si assorbirà spontaneamente. E’ giunto il momento di invertire la rotta: tamponare le perdite di un sistema non più sostenibile può solo irrigidire le parti sociali e contribuire al perdurare di una crisi economica, politica, e sociale, della quale potrebbe diventare impossibile liberarsi. Servono riforme strutturali, che riportino un equilibrio di base nell’economia e quella giustizia sociale che sconfigge sul nascere ogni forma di violenza e autoritarismo.