Mario Capanna

 

Lettera a mio figlio sul Sessantotto

 

“Un’esperienza nuova per il nostro tempo è entrata nel gioco politico: ci si è accorti che agire è divertente. Questa generazione ha scoperto quella che il diciottesimo secolo aveva chiamato la ‘felicità pubblica’, il che vuol dire che quando l’uomo partecipa alla vita pubblica apre a se stesso una dimensione di esperienza umana che altrimenti gli rimane preclusa, e che in qualche modo rappresenta parte di una felicità completa”

Hannah Arendt

 

Una maglietta avuta in dono dalla moglie è il pretesto per scrivere e dedicare al figlio questo libro. Infatti la scritta 68 e tutti gli eventi di quell’anno brevemente descritti da quella t-shirt avevano suscitato grande curiosità tra gli amici del figlio che la indossava. Allora il Sessantotto può ancora interessare i ragazzi? Constatato questo, uno dei protagonisti di quegli “anni formidabili” decide di sintetizzare, in una lunga lettera al figlio, l’origine, il farsi, le conseguenze di quella rivoluzione e di tracciarne un breve giudizio storico. Tutto ciò con un linguaggio semplice e immediato, di facile comprensione per un adolescente. Quell’anno, o meglio quegli anni, che ancora fanno discutere, nascono dall’esigenza di una intera generazione di farsi protagonista della storia. Non interessa la conquista del potere, si vuole un modo diverso di far politica. E questo appare chiaro fin dall’inizio: un’improvvisato presidio e un megafonaggio davanti all’Università Cattolica, vengono trasformati da Capanna in una tenzone oratoria con gli studenti fascisti che si contrappongono. Nessuna violenza quindi da parte di chi inizia ad “alzare la testa”, solo il bisogno insopprimibile di dire le proprie ragioni. Il Movimento, giorno dopo giorno, cresce e si afferma, diventa davvero un movimento di massa, una contestazione globale. Contestazione ad un modo di concepire il mondo, lo studio, la propria individualità e i rapporti interpersonali, rifiuto dell’utile come unico scopo dell’agire, rifiuto della passività e delle gerarchie vuote di contenuto. Globale la contestazione di quegli anni lo fu anche da un punto di vista geografico: mai era accaduto che un movimento di idee circolasse tanto velocemente attraverso il mondo, mai si erano visti tanti giovani di culture, economie, razze e regimi politici diversi, uscire nelle piazze e rivendicare una nuova e diversa libertà, una nuova e diversa società. I giovani, gli studenti, sono i primi ad entrare in agitazione; a questi faranno seguito, in Italia, gli operai e le loro richieste saranno sicuramente influenzate dalla nuova aria che si respira: non solo rivendicazioni salariali, ma di miglioramento della qualità della vita e della propria preparazione culturale. Il ’69 operaio raggiungerà il suo massimo obiettivo con l’approvazione dello Statuto dei lavoratori, che darà all’Italia uno dei più avanzati strumenti di democrazia nel mondo.
Ma il Sessantotto studentesco è invece fallito? Sono in molti, e Capanna riporta le opinioni di personaggi famosi di aree culturali e politiche diverse, a credere di no. Sicuramente nel costume, nella mentalità collettiva sono, da quell’anno, cambiate moltissime cose e ciò è avvenuto in modo irreversibile. Con un paragone forse un po’ ambizioso, Capanna mette in relazione la contestazione globale di quegli anni con la Rivoluzione francese: certo al 1789 hanno fatto seguito Napoleone e la Restaurazione, ma i grandi valori di liberté, égalité, fraternité, sono ancora vivi e attuali.
Nel volume viene poi contrastata con forza la tesi che il terrorismo è figlio del Sessantotto, e questa mi sembra essere forse la parte più appassionata e sentita dall’autore. Con ben circostanziate analisi si vede come non certo dall’entusiasmo e dalla carica vitale di quegli anni sia derivata la buia stagione del terrorismo, quanto in particolare dalle stragi, dalla strategia della tensione, prima fra tutte la strage di Piazza Fontana a Milano.
In questi ultimi anni sono molti i libri indirizzati ai propri figli, Savater iniziò qualche anno fa con la sua lezione di etica, ma forse questo è dedicato a una nuova generazione, ai figli di “quelli del Sessantotto”, così diversi, un po’ marziani per i padri, ma sicuramente quelli che potranno… portare avanti il discorso.

 

Lettera a mio figlio sul Sessantotto di Mario Capanna
Pag.166, Lit.20.000 – Edizioni Rizzoli
ISBN 88-17-52162-0

 

Le prime righe

Caro Dario,

una lettera non breve, e tuttavia sintetica rispetto all’ampiezza della materia, credo sia il modo migliore per rispondere alle domande, crescenti con l’età, che mi vieni rivolgendo sul ’68 e dintorni.
Ci pensavo da tempo, ma ero restio a cominciare. Non tanto per il timore di caricarti di un peso (tale non è mai la riflessione sul passato, perché aiuta a capire il presente e a immaginare meglio il futuro), quanto per la preoccupazione di apparirti, anche se involontariamente, saccente. Rischio che i genitori corrono spesso. E i padri, forse, più delle madri.
A determinare la decisione è stato il simpatico aneddoto che, tuo malgrado, ti ha visto protagonista nell’estate ’97.
Quando la mamma mi regalò, con dolce malizia perché sapeva che non avrei mai osato indossarla, la maglietta extralarge con “68” stampigliato sul davanti in caratteri cubitali e circondato da un intrico di scritte minute che ricordavano i principali avvenimenti di quell’anno nel mondo, e io la passai a te, né Ivana né io pensavamo sul serio che ti sarebbe piaciuta e che l’avresti usata. Non foss’altro per le dimensioni: ancora oggi ti arriva quasi alle ginocchia.
Tu, invece, decidesti di indossarla, un pomeriggio, durante la vacanza che eri andato a trascorrere, insieme ai tuoi amici, in un centro sportivo sull’Appennino parmense.
E quel giorno passasti buona parte del tuo tempo stando fermo, “bloccato” soprattutto dai ragazzi più grandi, quindici-diciassettenni provenienti da varie parti d’Italia, che ti pregavano di stare immobile per poter leggere le scritte minute degli avvenimenti.
Sei, quando vuoi, davvero un buon narratore. Il tuo racconto ricostruiva in modo vivo la scena, sì che pareva di assistere quasi dal vero ai capannelli, tu al centro a mo’ di ragazzo-sandwich e gli altri di fronte e intorno intenti alla lettura.
E di percepire i commenti e le osservazioni: “Mia madre mi ha parlato dell’assassinio di Martin Luther King e di Robert Kennedy”, diceva lo spilungone dai capelli biondi e lunghi; “c’era anche mio padre alla contestazione alla Scala”, notava, fiero, il grassoccio rapato a zero.
Bisogna apprezzare, te ne va dato atto, che non hai fatto pesare il tuo esercizio di immobilità paziente. Posso immaginare che ti sia costato non poco, visto che per te, come per tutti gli adolescenti, il muoversi è vita.
“Non è vero che il ’68 è passato, è ben vivo tra i ragazzi”: fu questa la conclusione, lapidaria e priva di incertezze, del tuo racconto.

© 1998, R.C.S. Libri S.p.A.

Giulio Mozzi – Giuseppe Caliceti
Quello che ho da dirvi
Autoritratto delle ragazze e dei ragazzi italiani
A cura di Giuseppe Caliceti e Giulio Mozzi

“Vorrei che i miei genitori facessero la mia conoscenza”

(F*, Liguria)

Nel febbraio 1997 sono apparsi manifesti, avvisi nelle bacheche scolastiche e box pubblicitari sulle pagine di quotidiani e periodici che invitavano i giovani a scrivere, a raccontare a tirare fuori quello che avevano da dire, principalmente in quanto figli e figlie. Naturalmente a questo invito hanno risposto in molti, o per meglio dire in molte, dato che la maggioranza dei messaggi arrivano da ragazze. “Le lettere ricevute presso la redazione di Stile Libero di Einaudi riempivano tre ceste” come raccontano i curatori nelle note introduttive. Ridistribuite in dieci scatole da scarpe e suddivise secondo l’argomento generale trattato, le lettere hanno fornito il supporto, la base su cui costruire il volume, anzi, rappresentano esse stesse l’opera. La prima parte del libro, presentata sotto il titolo Enciclopedia dell’adolescenza, contiene brevi considerazioni, raccolte in ordine alfabetico, su temi strettamente legati all’adolescenza e alla famiglia: da Abbandono a Zero responsabilità, passando attraverso voci come Bacio, Bugie necessarie, Complicità, Cordone ombelicale, Dolore, Essere ascoltati, Fallimenti, Fare la fila al bagno, Fumo, Incoraggiamento, Jim Morrison, Libertà, Madre (in tutte le sue forme), Padre (in tante forme anch’esso), Prof (anche questi non mancano), Ruoli, Separazione, Sesso, Territori domestici, e molti, molti altri. Ne esce un quadro divertente o drammatico, inquietante o semplicemente “naturale” di una generazione giovane in questo decennio, ma non così differente dalle generazioni che l’hanno preceduta. Ne escono pensieri analoghi a quelli espressi dai genitori ai tempi dell’adolescenza; ne emerge un grande desiderio di dialogo, di affetto, di confronto con gli adulti, che spesso si rivelano invece sfuggenti, inadempienti. L’eterno rapporto conflittuale, che alterna amore e odio, tra genitori e figli, parzialmente stigmatizzato in una frase di L*, ragazzo del Veneto: “Ti amo perché sei madre, ti odio perché sei la mia”.
Parte di questi argomenti sono presenti anche nella seconda parte del volumetto, dal titolo Diciotto storie più una, dove è stato lasciato uno spazio maggiore ad alcune selezionate storie, reputate più interessanti di altre. I curatori raccontano: “In questa scelta ha contato parecchio, com’è naturale, la qualità della scrittura. Ci piaceva l’idea di mostrare non solo come vive e cosa pensa questa generazione, ma di mostrare anche come sa esprimersi (per mezzo della parola scritta).”
Ancora una nota su una “trovata” che dal punto di vista della grafica, dell’impaginazione, ma soprattutto, della lettura è molto interessante: a fianco dei brani compaiono lateralmente richiami ad altri argomenti trattati, nella forma degli appunti che solitamente sono fatti a penna o a matita studiando un testo. Capita così che alla voce Gesù e Anna Frank, di lato si trovi un rinvio a Jim Morrison e che alla voce Urlare si richiami quella Sorelle…


Quello che ho da dirvi. Autoritratto delle ragazze e dei ragazzi italiani, a cura di Giuseppe Caliceti e Giulio Mozzi
206 pag., Lit. 14.000 – Edizioni Einaudi, (Einaudi Tascabili. Stile libero n.505) ISBN 88-06-14488-X


Le prime righe

Enciclopedia dell’adolescenza
A

Abbandono. […] Io ho diciassette anni ed è già da quand’ero piccolo che mio padre non è con me. Si fa vedere ogni tanto e poi… “Ciao Pippino, lo sai che io ti voglio bene, sei tu l’unica cosa che ho al mondo”. Eppure, mica sta con me. Non è in casa mia (che, fra l’altro, mia non è più, visto che l’ha venduta… e non c’ha lasciato niente). Vive, e scopa, con una donna che ha dato della mignotta a mia madre, ignorando d’esser lei la prima, avendo appena concluso di affermare la bellezza del chiavare col marito di colei che le è stata amica. […] Mia madre non so neanch’io come prenderla. Anche lei dice che sono tutto per lei, eppure appena può se ne va. Non sono ancora riuscito a instaurare un dialogo con lei, nonostante i diciassette anni di convivenza. Per lei un figlio è solo da mantenere. “Lavoro tutto il giorno perché devo darti da mangiare e un’istruzione”. Ma non è di questo che io ho bisogno da lei. Io voglio affetto. Io esigo amore. È nell’amore che c’è la vita. Non nei soldi. Eppure lei non mi capisce. Non so come farmi capire. Da lei. […] (A*, Lombardia).

Abbraccio (1). Ciao mamma. […] Quando hai provato ad abbracciarmi, te lo ricordi?, mi hai stretta fino quasi a soffocarmi, era la prima volta che lo facevi, come se volessi farmi capire che nella forza di quell’abbraccio c’era tutto il tuo amore, ma non era tutto il calore che avevo accumulato in tanti anni e di cui avevo bisogno in quel momento. Vorrei che me lo dicessi adesso: cosa c’era in quell’abbraccio? Perché non ho potuto conoscere, prima di quella sera, il tuo abbraccio e vedere, prima di quella sera, le tue lacrime? Come siamo diverse, mamma. Hai provato a farmi crescere come sei cresciuta tu, a diventare come tu sei diventata. Non ci sei riuscita. Hai voluto farmi provare le tue stesse amarezze, le tue stesse delusioni, quando già sapevi che mi avresti fatto soffrire, mi hai lasciato il ricordo della tua rabbia per sempre sul viso – e quella sera piangevi. Piangevi e le tue lacrime mi facevano soffrire tanto, quasi da mettere in crisi la mia decisione, dentro di me piangevo con te per tutto quello che non ci siamo mai dette, per tutto quello che non c’è mai stato, anche se avevo gli occhi asciutti. Amarezza. Non ci sono altre parole per dirti cosa sento di me adesso: solo amarezza, dopo tutto questo tempo sento la stessa amarezza di quella sera e credo che resterà con me tutta la vita ogni volta che ci penserò. Adesso vorrei che me lo dicessi: cosa c’era in quell’abbraccio? […] (T*, Lombardia).

© 1998, Giulio Einaudi editore s.p.a.

I curatori
Giulio Mozzi ha pubblicato nel 1996 presso Einaudi, La felicità terrena (Finalista Premio Strega). Da Theoria sono usciti tra l’altro Questo è il giardino e la raccolta di saggi Parole private dette in pubblico.

Giuseppe Caliceti ha pubblicato per Marsilio il romanzo Fonderia Italghisa.


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