Il mito della monogamia. Animali e uomini (in)fedeli

In questo libro David Barash e Judith Lipton fanno a pezzi l’ideale della monogamia sulla base delle molte evidenze che provengono dalle scienze dell’uomo ma anche dalle ricerche di zoologia comparata. Proprio nelle specie animali abitualmente ritenute monogamiche lo scambio dei partner è la regola, non l’eccezione. Ma allora, se la poligamia è la norma e la monogamia quasi un’aberrazione, com’è che grandi tradizioni e culture hanno potuto sviluppare questa bizzarra tendenza? Com’è che sofisticate filosofie hanno potuto presentare come “naturale” l’unicità del partner sessuale? Tra natura e cultura la sfida è ancora aperta.

“È un basilisco per i miei occhi e m’uccide se lo guardo”: così Shakespeare, nel Cimbelino , fa dire a Postumo, in preda a una violenta angoscia di fronte alla prova dell’adulterio della moglie. Perché l’essere umano è così geloso? Risponde Dumas figlio: “Le catene del matrimonio sono così pesanti che ci vogliono due persone per portarle, qualche volta tre”. Ironia a parte, perché tutto questo? Perché la gelosia? Perché il tradimento? Anzi, capovolgendo la prospettiva: perché il matrimonio, o monogamia che dir si voglia? In effetti si tratta di un’istituzione, o meglio di un sistema riproduttivo, la cui stessa esistenza non è affatto scontata. Che la monogamia non fosse la regola nel regno animale lo si sapeva già, ma è soltanto da pochi anni che le ricerche di etologia e biologia evoluzionistica, grazie a nuove tecniche di indagine molecolare, hanno cominciato a sollevare il velo sotto cui si celerebbe la virtuale assenza di monogamia persino in quelle specie (soprattutto uccelli, come la rondine, la tortora o la cornacchia) che, ritenute strettamente monogame, ne erano nel frattempo diventate veri e propri testimonial.

La nuova minaccia allo statu quo non proviene cioè dalle “strutture a harem”, dalle organizzazioni sociali di specie che hanno istituzionalizzato la poligamia o addirittura la più totale promiscuità, facendosi platealmente beffe fin dal principio dei nostri meschini moralismi. È proprio dietro la facciata della monogamia sociale – ovvero dietro le tante coppie “istituzionali”, apparentemente fedeli, in certi casi fino alla morte – e lontano dagli occhi “l’uno dell’altra” che si nasconde invece la sorpresa più grossa: l’insistente e capillare diffusione delle cosiddette Cec, le copulazioni “extraconiugali”, le vere protagoniste di un libro che, contandole, stimandole, osservandole ma soprattutto deducendole, ci rivela la lampante, conclamata realtà di un’onnipresente poligamia di fatto. Deducendole perché nella stragrande maggioranza dei casi gli stessi ricercatori non se ne sono accorti fino a quando la possibilità di prelevare le cosiddette impronte genetiche non ha dischiuso loro nuovi orizzonti, o meglio nuove uova, visto che si è scoperto che anche nel nido della più fedele e casta mogliettina giacciono uova il cui Dna non coincide affatto con quello del partner “marito”.

Poligamia come poliginia, ma anche come poliandria: una distinzione importante poiché, se è vero che le nuove ricerche sferrano un brutto colpo al mito della fedeltà in generale, un dato altrettanto notevole è quello che ci obbliga a restituire tutta la sua millenaria (e dunque vincente, evoluzionisticamente parlando) dignità alla parità dei sessi. Già negli anni settanta, con i fondamentali lavori del noto evoluzionista Robert L. Trivers, si era capito (posto che ce ne fosse bisogno) che per un maschio la strategia vincente è quella cosiddetta “mista”: la sicurezza di una famiglia “istituzionale” affiancata dal più facile e poco dispendioso “volar di fiore in fiore”, che alla trasmissione dei “geni egoisti” può dare molto, togliendo quasi niente. Le nuove ricerche non fanno che aggiungere nomi (per quanto insospettabili) all’elenco delle specie in cui tale abitudine sarebbe stata per così dire smascherata. Ed è vero che i differenti ruoli riproduttivi del maschio e della femmina sembrano portare i primi a inseguire “spensieratamente” la quantità e le seconde a badare maggiormente alla qualità: tant’è vero che è di solito la femmina a godere del “privilegio” di operare un’accurata selezione tra i maschi variopinti e galanti che gareggiano azzuffandosi per lei, e a compiere infine la cosiddetta “scelta sessuale”, preludio certo a un festoso accoppiamento. Ma anche la ricerca della qualità passa spesso per la quantità, ed è così che il “disdicevole” comportamento del gentil sesso assurge agli onori della cronaca.

La verità è che, al di là dei tutto sommato rari casi di poliandria sociale istituzionale (si pensi al sistema sociale degli strani uccelli jacana, dove tanti piccoli maschi subordinati si prendono cura di un nido ciascuno all’interno del territorio di un’unica “sultana”, ben più grossa di loro e molto più aggressiva), le femmine non sembrano aver nulla da invidiare ai maschi in fatto di ricerca, pratica, “sfruttamento” e (soprattutto) dissimulazione delle famigerate Cec. Seguendo una complessa serie di coordinate, e guardandosi bene dal farsi scoprire dal loro partner (intento, del resto, in attività del tutto paragonabili), le femmine della stragrande maggioranza delle specie animali non cessano mai – a quanto pare – di dedicarsi all’accurata selezione del maschio “migliore”. Anche dopo aver messo su famiglia, se poco poco vedono passare un individuo molto attraente (e dunque, in linea di principio – ma naturalmente si parla di principi inscritti nel Dna – molto adatto a garantire protezione, cibo, cure parentali e soprattutto ottimi geni che rendano la prole maggiormente adatta a sopravvivere) in un momento in cui il loro partner ufficiale è fuori “a caccia” (di cibo o di amanti che sia), esse non disdegnano affatto di mostrarsi carine con lui (anzi, spesso e volentieri sono proprio loro a darsi da fare: le scimpanzé si allontanano dal gruppo penetrando nel folto della boscaglia, sfuggendo in tal modo anche agli occhi dei ricercatori, che a quanto sembra non sono ancora riusciti a coglierne una sul fatto). Specialmente – come hanno mostrato recenti e mirati esperimenti – se lo sconosciuto è non soltanto attraente, ma più attraente del “marito”. Un’eco evolutiva del termine “irresistibile”: se a volte fanno resistenza, potrebbe trattarsi semplicemente di una strategia che finisce per farle vantaggiosamente cedere al maschio più “irresistibile”, che per forza di cose (oltre che di muscoli) è il migliore. Dalle Cec le femmine otterrebbero la fondamentale possibilità di “ripensarci”, qualora si profili l’occasione di accoppiarsi con un nuovo partner di migliore qualità (incontrato troppo tardi per “fare sul serio”, o magari irrimediabilmente “sposato” con un’altra), nonché una serie di benefici secondari ma non irrilevanti offerti dall’amante di turno (tra i quali, nel caso per esempio della scimpanzé, la “prevenzione” dell’infanticidio praticato da maschi di altri branchi: a scoraggiarli basta infatti un pur vago sospetto di paternità).

Certo, un testo che propone questi temi può facilmente scivolare nel redigere leggi morali “naturali” per la specie umana, rischiando di incappare nell’antropomorfizzazione degli animali e nella “animalizzazione” dell’uomo. Del resto la divulgazione delle nuove scoperte è quasi invariabilmente accompagnata da tanto entusiastiche quanto frettolose semplificazioni. Se è difficile tenersi lontani da simili tentazioni, gli autori (coppia di lunga data, apparentemente monogama) per lo meno ci avvertono del pericolo. E lo fanno più di una volta quando decidono di “raccontarci i particolari”.

Tutto quanto accade tra gli animali sarebbe reso possibile dal controintuitivo principio del “vantaggio dell’ultimo”: il maschio i cui spermatozoi raggiungono per ultimi la cloaca della femmina è quello che – semplicemente spo(de)stando i prodotti sessuali dei suoi predecessori – ha maggiori probabilità di fecondarne le uova. Quando il gioco si fa duro, in prossimità della “porta”, occorre infatti spostarsi sul nuovo e sdrucciolevole terreno della cosiddetta sperm competition , la competizione tra gli spermatozoi che sono già riusciti a penetrare nell’apparato riproduttivo femminile, illudendosi forse di aver raggiunto la meta. Alla “scelta sessuale” classica seguirebbe la “scelta criptica”, rappresentata dalle strategie con le quali la femmina facilita la fecondazione delle sue uova ad alcuni spermatozoi rispetto ad altri. È per questo che gli apparati riproduttivi sono spesso anfratti convoluti e superaccidentati, all’interno dei quali un’elevata acidità del pH, legioni di leucociti, barriere irsute di anticorpi, e chi più ne ha più ne metta, rendono letteralmente la vita impossibile all’esercito dei piccoli conquistatori che – al grido di “vinca il migliore” – si lanciano alla volta delle uova, trofeo sempre lontano e ben nascosto (e qui un certo vantaggio lo conferisce in effetti un pene lungo, in grado di deporre gli spermatozoi il più vicino possibile alla cervice).

Tra maschi e femmine sembrerebbe in atto un autentico conflitto, ma in realtà si tratta di una sfida infinita, continuamente rilanciata e mai vinta. Del resto, per tornare alla parità dei sessi, la sopravvivenza stessa di una specie non può che reggersi su quella che il biologo van Valen ha chiamato “l’ipotesi della Regina Rossa” – in omaggio al paese delle meraviglie di Louis Carroll, in cui la regina spiegava ad Alice che, essendo il mondo in movimento, occorreva correre semplicemente per rimanere nello stesso posto. I conflitti che esplodono tra i due sessi nella corsa alla trasmissione dei propri geni non possono infatti avere altro esito che una serie di adattamenti e contro-adattamenti, in cui per definizione – come si dice, it takes two to tango — nessuno dei due può vincere a spese dell’altro. I duellanti si sfidano sempre ad armi pari, ma, proprio grazie alla sfida evolutiva, le armi si fanno sempre più efficaci e specializzate.

E infatti apprendiamo che, di fronte all’immane impresa, i maschi non se ne stanno con le mani in mano. Non si limitano a competere strenuamente per avere accesso alle femmine, né a sorvegliarle strettamente e ad abbandonarle se colte in flagranza di adulterio. È ben oltre che devono arrivare, se vogliono davvero aggiungere “tacche alla pistola”. Ecco perché “in molti animali (e particolarmente negli insetti) il pene non è solo un condotto per lo sperma: è anche, a seconda dei casi, un raschietto, una sgorbia, un punteruolo, un cavatappi, un vero coltello dell’esercito svizzero pieno di gadget e accessori, atti a togliere il seme di tutti i maschi precedenti”. Se le piovre pigmee possiedono all’uopo un tentacolo specializzato, gli squali fanno alle loro compagne una sorta di “doccia precoitale”, grazie a un “rimarchevole pene a doppia canna”, una delle quali contiene un idrante ad alta pressione che rimuove il liquido depositato dai rivali! E se alcuni “spermatozoi kamikaze” (con coda a serpentina) parrebbero specializzati non per la fecondazione ma per il combattimento corpo a corpo con i loro simili, nello sperma di alcuni animali è contenuta una vera e propria sostanza spermicida: il moscerino della frutta ne utilizza una che si rivela addirittura “subletale” per la femmina che la riceve, raggiungendo così il duplice scopo di mettere fuori combattimento con un sol colpo sia gli spermatozoi dei rivali sia l’ardimentosità sessuale della poveretta, che, viva per miracolo, ci penserà due volte prima di guardare un altro moscerino. Per non parlare della “paternità per delega” delle cimici dei pipistrelli delle caverne, che iniettano lo sperma direttamente nei rivali perché essi (in cambio di calorie) lo trasferiscano nelle femmine con cui si accoppieranno.

L’infedeltà diffusa getta una nuova luce su diversi importanti costrutti sociobiologici ed etologici, ridimensionando per esempio l’importanza delle teorie che spiegavano il fenomeno degli “zii” aiutanti al nido per mezzo della selezione di parentela: più che di un “altruismo” motivato dalla condivisione di parte del patrimonio genetico, potrebbe trattarsi di un vero e proprio investimento genitoriale in seguito a Cec occasionali. Anche il fenomeno del parassitismo di covata (classico è quello del cucùlo) potrebbe prendere nuovi contorni e rappresentare al più un semiparassitismo se si pensa che in molti casi l’uovo che la femmina mette alla chetichella nel nido di un’altra per liberarsi del fardello della cova potrebbe essere stato fecondato proprio dal marito adultero della padrona di casa. Ipotesi, però, tutta da convalidare.

Tale è la mole di dati che al lettore diventa ben presto evidente che “è già notevole il solo fatto che (la monogamia) esista”, e occorre dunque paradossalmente domandarsi perché. Fra tante ipotesi, l’unica certezza è che, al di là di una valenza di scelta di comodo (poco rischiosa e poco impegnativa) oppure obbligata (in mancanza di alternative), la monogamia (passando a quanto pare per il tallonamento stretto della partner e dunque per la certezza della paternità) ha un’importanza davvero capitale per l’allevamento dei piccoli. Non è un caso che essa si sia evoluta principalmente negli uccelli, i cui pulcini hanno un metabolismo talmente rapido da rendere necessario l’approvvigionamento continuo di grosse quantità di cibo e dunque la collaborazione dei due genitori; e nell’uomo, mammifero che, pur allattando e non avendo dunque bisogno in linea di principio di cure biparentali, mette al mondo una prole spiccatamente inetta e destinata a rimanere per lungo tempo notevolmente dipendente e bisognosa di cure.

L’ Homo sapiens sarebbe dunque “il più ‘uccellesco’ dei primati”. Se da un lato la sua storia evolutiva di primate gli rimanda insistenti eco di poliginia, dall’altro la sua “somiglianza” agli uccelli parla di dedizione assoluta alle Cec. Dal canto loro, una serie di indizi provenienti dalla nostra anatomia e fisiologia – primi tra tutti il dimorfismo e il bimaturismo sessuale, ma si parla anche di tratti psicologici e comportamentali, come la gelosia, nonché delle tanto discusse “dimensioni” – sembrerebbero inchiodarci all’evidenza che la monogamia è per noi, evoluzionisticamente parlando, un vero scoop. Nulla insomma avrebbe fatto pensare che essa sarebbe diventata uno dei pilastri della società occidentale. Ma, allora, come è potuto accadere? Tra le ipotesi più accreditate vi è quella che, partendo da Rousseau e passando addirittura per Engels, mette in relazione l’evoluzione della monogamia con quella della proprietà privata. D’altro canto è evidente che, se confrontato con la promiscuità e con la poliginia (sistemi entrambi basati su un principio del tipo libero mercato), il sistema monogamico incarna un ideale di egualitarismo e di democrazia, in cui a tutti (persino ai meno “adatti”) sia permesso avere una femmina e riprodursi. Tutti i nostri problemi di coppia potrebbero persino derivare dalla rivoluzione industriale, e in particolare dall’astuzia dei primi capitani d’industria che, ricchi e potenti e dunque minacciati dalle masse, avrebbero trovato una soluzione del tipo panem et circenses : si sarebbero assicurati l’appoggio degli “oi polloi” concedendogli una donna ciascuno.

Questo per quanto riguarda la monogamia sociale, istituzionale. Con un misto di umana ironia e di scientifico realismo, gli autori dichiarano che sessualmente o geneticamente “monogami gli uomini possono esserlo, ma è cosa insolita e difficile”. E non c’era bisogno di dirlo. Per il resto, il capitolo finale a noi umani dedicato è (per fortuna) tutto un rincorrersi di ipotesi, dubbi e boutades sul nostro elusivo comportamento sessuale. In merito alla questione umana non si può certo riposare su “animalesche” certezze, e se si è tentati di trarre qualche generica conclusione (soprattutto grazie alla generosa collaborazione di volenterosi soggetti sperimentali che si sono prestati a ogni genere di misurazione e questionario), la porta va comunque lasciata giudiziosamente aperta: benché forse, da un altro punto di vista, essa sia addirittura più “aperta” di prima. Qualche “scampolo”, da prendere più o meno sul serio: l’eccitazione che nasce dalla pornografia o dall’ultima moda di organizzare incontri in cui il marito possa vedere la moglie “in azione” con un altro deriva forse dal bisogno di correre a copulare con la traditrice per essere l’ultimo a inseminarla? E la prescrizione della verginità fino al matrimonio non sarà nata per garantire all’uomo l’assenza di rivali pregressi?

Né sono ancora risolti quelli che gli autori chiamano i “misteri della sessualità femminile”. La sincronia mestruale potrebbe essere “un’antica reazione preistorica di adattamento alla poliginia dei primati”, che serviva a ostacolare i maschi che avrebbero voluto fecondare con comodo più femmine. E ancora: è dall’ovulazione nascosta che deriva la monogamia o viceversa? È per lasciargli la possibilità di fare una scappatella di tanto in tanto che le femmine hanno smesso di segnalare al loro “padrone” il proprio periodo fertile? O invece costui si è messo a controllarle dappresso per l’intero ciclo ovulatorio proprio perché non aveva più questa certezza? Nella nostra specie, l’esistenza stessa della competizione tra spermatozoi è ancora una pura e semplice congettura, ma c’è già chi avanza l’ipotesi della strategia che si potrebbe definire del “riflusso differenziato”, mediante la quale le donne, alzandosi in piedi più o meno velocemente dopo un rapporto, potrebbero “scegliere” quanto sperma ritenere a seconda del “valore” del partner con cui si sono intrattenute. E se scoprissimo un giorno che, come i babbuini, le femmine gridano durante l’orgasmo allo scopo di attirare altri maschi e innescare tra loro una competizione che garantisca loro il migliore? E pensare che gli uomini hanno sempre scambiato i gridolini femminili per il riconoscimento definitivo dell’inarrivabile livello della loro performance, e dunque della loro indiscutibile desiderabilità…

Nell’attesa di qualche risposta possiamo rileggere Proust e ringraziare gli incredibili adattamenti di cui è capace l’animo umano: è proprio dell’amore “farci allo stesso tempo più sospettosi e più crudeli, farci sospettare dell’amato più prontamente di quanto sospetteremmo di chiunque altro, ed essere convinti più facilmente dei suoi dinieghi”. Ma soprattutto dovremo cambiare atteggiamento verso i pipistrelli, che rappresentano una delle dodici specie di mammiferi su quattromila (sic!) a resistere, per adesso, eroicamente al crollo dell’impero della fedeltà. Alla bisogna ci si può addirittura rivolgere a quel verme platelminto (un parassita dei pesci) in cui maschio e femmina accoppiandosi si fondono letteralmente, diventando per l’eternità quella “cosa sola” cui la maggior parte degli umani innamorati ritengono di anelare, e praticando una forma di monogamia estrema, in cui la radicale negazione dell’alterità rimanda da un lato al platonico mito dell’androginia e dall’altro a una perversione di gran lunga più sfrontata della più sfrenata poligamia. In ogni caso, lungo la strada, è ora di liberarsi una volta per tutte di un altro mito, quello del paradiso perduto dello “stato di natura”: anche nel regno animale esisterebbe, per esempio tra i placidi germani reali, la coercizione sessuale, e giungerebbe fino allo “stupro”, con tanto di ferite o di morte per annegamento della vittima. È considerata una “tecnica per maschi perdenti”, ma è difficile immaginare un maschio vincente se si pensa che, per via del famoso vantaggio dell’ultimo, capita che il compagno della poveretta, sia pure dopo aver tentato invano di difenderla, si affretti a “violentarla” a sua volta.

Insomma: il testo propone tesi accattivanti, a volte saporitamente condite di elementi antropologici, storici e letterali: ma una certa faziosità divulgativa – a tratti più marcata – non può sfuggire al lettore specialista.