Questo post è scaturito dalla riflessione che mi ha provocato l’esperienza del viaggio a Barcellona con i ragazzi della scuola…Avrò modo di raccontarvela meglio con parole mie…In ogni caso condivido pienamente le parole dell’articolo qui sotto…

UNA CULTURA DELLA TRASGRESSIONE. PER NON MORIRE DI PROIBIZIONISMO.

Finiremo col guidare automobili senza acceleratore? La tendenza moralista e proibizionista attuale sembra puntare diritto a esiti grotteschi di tal specie. L’iniziativa del Comune di Milano di cui tanto si è parlato, di vietare cioè totalmente l’alcool ai minori di 16 anni e di inasprire le pene per i trasgressori, punta a sradicare il fenomeno degli schiamazzi e del degrado notturno. Spaccio di droga, baldoria fino all’alba e ragazzi di età sempre più giovane in condizioni pietose sono all’ordine del giorno nelle notti della metropoli lombarda, e le istituzioni ritengono di rispondere all’emergenza con metodi proibizionisti degni di un puritano del 1600.

Ma il caso di Milano non è isolato, anche Bologna ha i luoghi simbolo dello sballo e del degrado. Basta farsi un giro su youtube, il sito di video clip in streaming, e cercare alla voce “Piazza Verdi” i servizi andati in onda in più occasioni sulle reti Rai riguardanti i problemi notturni di alcuni dei luoghi (un tempo) più belli e caratteristici della città universitaria emiliana. Anche qui intere vie affollate di bar e rivendite di alcolici aperte tutta la notte, rumore e schiamazzi, risse, spaccio, degrado e sporcizia, abuso di alcolici e persone che bivaccano sotto i portici. La cittadinanza ha più volte cercato, inutilmente, di far sentire la propria voce e il proprio disappunto, protestando contro una situazione che vede la città abbandonata in condizioni avvilenti, privandola della sua bellezza e della vita notturna festosa e dignitosa di qualche anno fa.

La questione della trasgressione, nel particolare l’abuso di alcool nei giovani, è un problema che coinvolge persone apatiche, demotivate e senza particolari stimoli nella vita quotidiana. Viene in mente la vecchia canzone che il Ruggeri punk incise coi suoi Champagne Molotov, Indigestione Disko: «le stesse vecchie cose che ripeto ogni giorno / ma per fortuna ho qualcosa di più / perché stasera c’è il film in tv […] per cinque lunghi giorni sono un impiegato / ma poi io mi trasformo quando sono gasato». Già allora, siamo negli anni ‘80, era chiara quale fosse la “cultura dello sballo” di cui oggi non si fa che parlare: si pensava di riempire una vita noiosa e monotona con un sabato sera “da leoni”, dandosi al facile brivido socialmente accettato dai coetanei.

Con gli anni molte cose sono cambiate, di punk ribelli non ce ne sono quasi più, in compenso sono comparsi i punkabbestia con il loro nichilistico disinteresse per ogni impegno politico, sono apparse nuove droghe e nel frattempo l’età dello sballo e del primo sorso di superalcolici sì è notevolmente abbassata. Oggi il problema dei giovani ubriachi e drogati emerge con tanta urgenza e drammaticità perché l’eccesso autodistruttivo è diventato la normalità, una norma sociale da rispettare per fare parte di un branco. Beninteso, questa “moda” non ha alcun colore politico, ha semmai una forte componente antropologica, è cioè il naturale prodotto di una società che per decenni non ha voluto essere comunità, e ha abbandonato le persone a una dimensione che Houllebeq ha descritto delle “particelle elementari” – ognuno per sé insomma, ma tutti uguali.

Della solitudine radicale e dello spreco del proprio tempo creativo nessuno sembra preoccuparsi e sempre più i ragazzi si abbandonano a una dimensione di conformismo che Heidegger chiamò del “Si”. «In questo stato di irrilevanza e di indistinzione il Si esercita la sua autentica dittatura. Ce la passiamo e ci divertiamo come ci si diverte. Il Si, che non è un Esserci determinato ma tutti, decreta il modo di essere della quotidianità. Il Si sgrava quindi ogni singolo Esserci nella sua quotidianità» (Essere e Tempo, Longanesi, par. 27). Si arriva a un punto in cui gli stimoli creativi giovanili non sono più impegnati a dare forma al mondo circostante, in cui non si pensa al proprio futuro, e si preferisce mettere a tacere ogni pensiero e ogni problema con la musica assordante e litri di alcool.

Durante le interviste lampo mandate in onda qualche tempo fa, i ragazzi della “movida” nostrana hanno spesso confermato il loro unico interesse quando stanno con gli amici: “essere fuori”, esagerare col bere e magari stare male sono l’unica fonte di divertimento. E la cosa preoccupante è che per molti questa è la normalità. “Essere fuori”, perdersi appunto, non porsi la domanda esistenziale “chi sono io”, lasciandosi andare al flusso.

Non è il caso però di lasciarsi andare a impulsi moralizzanti ad alzo zero o a proibizionismi talebani che tanto verrebbero comunque aggirati e non risolverebbero il problema alla radice. Se da un lato c’è una forte mancanza di educazione (che si dà col buon esempio) e di attenzione da parte degli educatori, dall’altro manca una vera cultura della trasgressione.

È sacrosanto e normale che un sedicenne senta il bisogno di trasgredire, ma se lo fa per noia forse si perde qualcosa del vero brivido trasgressivo. Quelli che oggi pensano di essere trasgressivi non lo sono affatto, sono piuttosto i modelli decadentisti di una gioventù in perdita. «La trasgressione non può trasformarsi in abitudine. Lo sballo quotidiano non è trasgressivo», parola di Andrea G. Pinketts, uno che di risse, sigari e birre se ne intende. In quell’intervista televisiva si affrontava appunto il tema dello sballo tra i giovani, e il giornalista milanese proseguiva puntando il dito sulla normalizzazione quotidiana della sbornia. L’alcool deve essere uno stimolante spontaneo, non il fine ultimo, per questo lui preferisce un pub alla discoteca, perché si chiacchiera più piacevolmente davanti a una birra, mentre ci si guarda attorno spaesati e storditi al ritmo assordante dell’ultima hit.

Chi fa dell’ubriacatura e dell’eccesso un’abitudine è, per l’appunto, un abitudinario, non un trasgressivo e un “grande”. Anche l’eccesso diventa abitudine.

La cultura non conformista vanta tra le sue file, ovviamente, personaggi che hanno fatto del ribellismo e della trasgressione uno stile di vita. Basti pensare a Gabriele D’Annunzio, Gottfried Benn o Drieu La Rochelle, scrittori e uomini d’azione che furono però sempre “uomini di mondo” aristocraticamente fieri della propria particolarità e gelosi della propria libertà di spezzare le regole. Contro i bacchettoni di marca conservatrice, vale più un Jack Kerouac e il genio e sregolatezza dei grandi autori europei. Il problema di molti, però, è che manca il genio.

Un altro grande ribelle della cultura novecentesca, Ernst Jünger, come ricorda in I prossimi titani (Adelphi), non si tirò indietro dallo sperimentare droghe psicoattive come mescalina e LSD, ben consapevole tuttavia della serietà con cui andavano assunte. Le prese solo poche volte nel corso della sua lunga vita per poi parlarne in un suo celebre libro. Lo scrittore tedesco è anche maestro per la classe con cui dimostrò di fregarsene dei divieti salutari e delle “buone norme” sociali; a cento anni suonati prese a fumare: «di tanto in tanto fumo una sigaretta, ma solo da qualche tempo a questa parte. Per tutta la vita non sono stato un fumatore, ho incominciato solo di recente. Trovo il culto della salute fastidioso quanto quello della malattia».

E se oltre all’alcool si vuole parlare delle droghe, affianco di Jünger si deve citare Michel Foucault: «Dobbiamo studiare le droghe. Dobbiamo provare le droghe. Dobbiamo fabbricare delle buone droghe – capaci di produrre un piacere molto intenso» (Antologia, Feltrinelli). Anche se poi vengono in mente le parole di Keyt Richards, chitarrista dei Rolling Stones, che ha sconsigliato i giovani dei nostri giorni dall’assumere sostanze stupefacenti proprio perché, rispetto ai suoi anni, la qualità è notevolmente diminuita.

È normale che i giovani sentano il bisogno e l’istinto a sperimentare, a rompere le norme e la quotidianità, ma dovrebbero farlo per pienezza creativa, alla ricerca della propria identità e di un piacere ancora maggiore. Si sente dire che i giovani dovrebbero “ubriacarsi di vita” e, nonostante il tono paternalistico con cui viene detto, non è un motto sbagliato. Come insegna Nietzsche, l’entusiasmo vitale può sgorgare sotto forma di ribellione creativa e gioiosa alle norme e ai costumi imposti, quindi anche contro l’abitudine allo sballo a favore di una cultura della trasgressione.