E pensare che il mio papà l’ha sempre detto ed io non gli credevo molto…🙂

E questa è anche la teoria di Eddo Rigotti, professore ordinario nella Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università della Svizzera Italiana, Lugano. Eccola qui spiegata.

 L’insegnamento è possibile se, oltre l’insegnante, c’è qualcuno che impara e qualcosa che è imparato. Anzi, chi impara e la cosa imparata sono, a ben vedere, i fattori costitutivi della vicenda dell’insegnamento. Impariamo, infatti, infinite cose senza che nessuno propriamente ce le insegni: imparare la nostra lingua (che magari è il nostro dialetto) dai genitori non è come imparare la grammatica o l’ortografia dall’insegnante. Imparare la lingua dai genitori è imparare dall’esperienza, dal rapporto diretto con la realtà umana e non umana che ci circonda, interagendo nell’esperienza mediata dalla comunicazione con i nostri genitori e gli altri adulti. È così che impariamo, talvolta a nostre spese e comunque a nostro vantaggio, che l’acqua può scottare o raggelare, che i fichi sono più dolci delle mele, che il coltello taglia e che la rosa può anche pungere (e la camelia invece no), che, se c’è un sotto, deve necessariamente esserci anche un sopra, e che la neve, prima o poi, si scioglie. L’evento che segna il successo dell’insegnamento è, in ogni caso, al di là dell’insegnante.

 È chiaro come al piccolo dell’uomo non basti l’informazione e voglia l’accesso alla realtà ed al suo significato. Quegli stessi perché possono diventare di quando in quando domande che indagano il significato della nostra esistenza. Vogliono sapere la nostra origine, il nostro compito e il nostro destino. La conoscenza con la sua razionalità, la sua rilevanza esistenziale, è allora un’esigenza naturale dell’essere umano.

I perché dei bambini, anche se sembrano un gioco, e certamente spesso lo sono, rappresentano il momento centrale della dinamica della crescita, una dinamica che è umano tenere viva in noi attraverso tutta la nostra esistenza: non possiamo considerare l’adulto come qualcuno che non cresce più, anche se questo può essere vero dal punto di vista biologico. La dinamica del perché, essenziale per l’apprendimento, lo è di conseguenza anche per l’insegnamento che viene trasformato in una vera e propria interazione argomentativa, una critical discussion.

E’ quindi necessario insegnare argomentando, ovvero insegnare dando le ragioni. Il primo passo nell’argomentazione, che è una messa alla prova della propria posizione davanti alla ragione dell’altro, è il riconoscimento e la stima della ragione dell’altro. Il bisogno di verifica manifestato dall’allievo viene così incoraggiato. Al tempo stesso la disponibilità dell’insegnante fa cogliere all’allievo l’importanza e la serietà dell’impegno argomentativo.

Ed ora, concludendo, qual è il ruolo dell’adulto nell’apprendimento, cioè nell’acquisizione di conoscenza?

Insegnare non è un verbo causativo in senso stretto, non equivale a causare che un altro impari perché l’oggetto indiretto, cioè quest’altro, è un essere umano, dunque libero: perciò l’evento dell’apprendimento non può essere l’effetto scontato di nessun intervento dell’adulto. Inevitabilmente, quando l’insegnamento opera prescindendo dalla libertà, dall’interesse e dalla ragione dell’apprendente, esso può dare luogo solo a un addestramento, anzi, a una manipolazione.

 Tutto questo, lungi dal rendere il ruolo dell’insegnante meno significativo, ne mostra tutta la grandezza. L’insegnante non causa apprendimento, non addestra, non è una catena di trasmissione di saperi costruiti e deliberati altrove, è un “cultore della materia”, ossia un soggetto appassionato a quella realtà che la sua disciplina si incarica di conoscere. Non si limita a consegnare un sapere acquisito, ma lo smonta e lo rimonta insieme al discepolo riverificandone le ragioni ed i nessi, continuamente interrogando la realtà a cui il sapere si riferisce per trarne un’esperienza più ricca. Mentre accompagno (tenendolo per mano = Handführung) il mio allievo nella realtà (totale!) anch’io rifaccio esperienza e rincontro quella realtà: non è possibile ripetere la stessa esperienza rileggendo lo stesso canto di Dante o ripercorrendo le mosse inferenziali dello stesso teorema insieme all’allievo. Il “gaudium de veritate”, legato nel primo caso alla partecipazione all’evento poetico e nel secondo alla profonda, intensa, gioia dell’inferenza, scaturisce da un nuovo avvenimento. Non sono solo io che accompagno lui nella realtà, anche lui accompagna me. La sua esperienza è una verifica della mia in quanto l’insegnamento non è esposizione di contenuti, ma sfida alla ragione e al cuore dell’allievo. In questo senso è argomentativo.