“La mia é stata un’infanzia felice”

“Sono sempre stato precoce; da piccolo ero l’orgoglio dei miei genitori; si diceva di me che ero un bambino dotato”.

Frasi come queste, spesso raccolte nel corso della prima seduta di psicoterapia, descrivono una situazione abbastanza simile: la situazione di colui che, da adulto, soffre di un forte disagio psicologico che non riesce a spiegare, né a risolvere, a livello conscio e razionale.

Questa persona, raccontando per la prima volta ad un terapeuta la propria storia personale, compie già un gesto diverso dai precedenti racconti che può aver fatto per “sfogarsi” a parenti, amici o persone affettivamente a lui legate; questa volta infatti riconosce di avere un problema che non riesce a risolvere da solo e si sceglie un testimone/guaritore esterno, neutrale, “tecnico”, con il quale mettere in gioco le convinzioni che lo hanno sostenuto fino a quel momento.

Analizzando i tre commenti alla propria infanzia, possiamo dire che nel primo caso (“non ricordo niente della mia infanzia”), é avvenuto un cosiddetto fenomeno di rimozione e cioè i ricordi non sono stati cancellati, non si dimentica niente in realtà, ma sono stati resi non accessibili alla memoria cosciente.

Il motivo per cui questo avviene si evidenzia prima o poi nel corso della terapia quando la persona comincia a raccontare qualche episodio della sua vita familiare infantile, e, guarda caso, si tratta quasi sempre di brutti ricordi, di avvenimenti nei quali il protagonista bambino é stato ignorato, umiliato, non compreso nelle sue necessità, oppure brutalmente offeso nella sua dignità di persona, quando non emerge di peggio e cioè traumi alla propria identità personale o sessuale.

I ricordi vengono rimossi a livello conscio perché‚ sono intollerabili per la persona; l’adulto di oggi non può accettare le ferite al proprio io che si sono accumulate nel corso della sua storia personale ed inoltre, una presa di coscienza reale, lo costringerebbe a rivedere le figure dei suoi genitori per quelli che sono stati effettivamente e abbandonare quindi la falsa immagine che gli é stata fornita dai genitori stessi quando lui era piccolo.

Colui che afferma, invece, che la sua é stata un’infanzia felice (quando non lo é stata) ed in base a questo non riesce a spiegarsi il perché‚ della infelicità da adulto, in realtà compie una operazione simile a quella della rimozione, soltanto che invece di impedirsi l’accesso ai veri ricordi, li nega e li traveste in ricordi felici.

La persona infine che di sé‚ racconta di essere stato sempre precoce ed aver costituito l’orgoglio della sua famiglia, e non si riesce a spiegare il contrasto tra le capacità da bambino e l’infelicità da adulto, in realtà non parla in prima persona, ma riferisce soltanto l’immagine della sua infanzia secondo quello che gli é sempre stato raccontato dai genitori.

Qualcosa stona però nel racconto; questa immagine, viene riferita, in maniera acritica, oppure, in certi casi, viene raccontata, con indifferenza e mancanza di partecipazione, ironia, sarcasmo talvolta, come se si trattasse della vita di un altra persona.

Nella prima infanzia (da un anno e mezzo a cinque anni) queste persone spesso sono state definite bambini “bravi” e “dotati”, perché‚ hanno avuto dei comportamenti precoci per quello che riguarda l’indipendenza (alimentazione, controllo degli sfinteri, deambulazione eretta, comportamento all’asilo, gestione della propria vita, assunzione di responsabilità nei confronti dei fratellini più piccoli).

Secondo l’opinione comune, queste dovrebbero essere le premesse di un adulto realizzato e felice; chi ha alle spalle una tale infanzia, dovrebbe avere da adulto una salda coscienza del proprio valore; in realtà, dietro alla facciata di vuota grandiosità o efficienza, dietro un’immagine ideale e non reale di sé‚ stessi e della propria famiglia, stanno sempre in agguato sensi di vuoto, di depressione, di autoalienazione, di assurdità della propria vita; sono presenti inoltre eccessivi sensi del dovere, angosce, rigidezza, sensi di colpa e di vergogna, infine patologie psicologiche o addirittura psichiatriche.

In tutti questi casi, di fronte a rimozione del passato, negazione dei ricordi, adesione a ideali non propri, ci troviamo di fronte a persone che, non volendo sapere nulla della propria storia, in realtà non sanno di esserne viceversa, nel bene e nel male, nella salute o nel disturbo, continuamente influenzati.

Queste persone, in molti campi della loro vita, é come se non avessero aggiornato i propri archivi e gli strumenti per affrontare la vita: hanno ancora paura di pericoli che una volta erano reali, ma che ormai da tempo non lo sono più; sono mossi da ricordi inconsci, da sentimenti e bisogni rimossi, i quali, finché‚ restano inconsci, spesso determinano in modo perverso, quasi tutto quello che essi fanno o non fanno. Un non risolto conflitto infantile spesso, da adulti, si concretizza, in una coazione a ripetere della quale si é persa la chiave.

Per descrivere il clima, psicologico, di una simile infanzia, é utile distinguerne le diverse fasi:

  • un bisogno fondamentale del bambino, é quello di essere considerato e preso sul serio, per quello che lui é veramente, e non per quello che i genitori vorrebbero che fosse;
  • questo significa il rispetto dei sentimenti, delle sensazioni, delle emozioni e della loro espressione pur con le modalità del bambino;
  • in un atmosfera di apprezzamento e rispetto verso i suoi sentimenti, il bambino può cominciare a rinunciare alla simbiosi con la madre e cominciare ad avviarsi verso l’autonomia;
  • affinché‚ questo possa avvenire, é necessario che anche i genitori siano cresciuti in clima di amore e rispetto; genitori così cresciuti, riescono a trasmettere al figlio, un senso di sicurezza e di protezione, che favorisce lo sviluppo della fiducia in se stessi e la ricerca dell’autonomia, cioè una crescita sana;
  • i genitori che sono cresciuti in una famiglia che non li ha rispettati come individui , vivono anche da adulti in stato di carenza affettiva, il che vuol dire che cercheranno, per tutta la vita ciò che i loro genitori, non hanno potuto dar loro al momento giusto, e cioè qualcuno che si interessi di loro, li comprenda, li ami e li rispetti;
  • questa ricerca, non potrà mai avere successo, perché riguarda una situazione irrimediabilmente passata nel tempo e non più ripetibile;
  • chi però, come coloro che negano o rimuovono il proprio passato, non affronta la propria storia personale, resta vittima di un desiderio inconscio e sempre insoddisfatto; spesso tenta di realizzarlo per vie sostitutive fintanto che non riuscirà ad affrontare e vedere con occhi diversi le vicende della propria vita.

Il bambino così cresciuto, divenuto adulto, continuerà a negare i propri sentimenti inconsci ed a cercare senza mai riuscirci, di raggiungere il soddisfacimento dei bisogni rimossi che nel frattempo sono divenuti perversi e patologici; per far questo, spesso utilizzerà il ricorso a simboli non compresi di dipendenza: alcool, droga, perversioni sessuali, coazioni a ripetere, adesioni a gruppi politici, sette religiose…….

A questi comportamenti spesso si aggiunge la creazione di veri e propri miti personali e familiari, sviluppati allo scopo di proteggere dalla verità rimossa, e questo può avere effetti letali, se la patologia ha innescato meccanismi di grave disturbo o di somatizzazione; questi meccanismi col passar del tempo tendono a diventare autonomi e non più controllabili;

– uno dei sistemi sostitutivi per cercare di risolvere i propri problemi e soddisfare i bisogni inconsci di amore consiste nell’educazione dei propri figli, approfittando del fatto che nella buona e nella cattiva sorte, i neonati ed i bambini piccoli dipendono totalmente dai propri genitori.

Questo schema ci consente di comprenderne un altro, che si ripete quasi costantemente, nella storia personale di coloro che da adulti presentano problemi di carattere psicologico:

  • la madre quasi sempre era profondamente insicura di se stessa sul piano emotivo e affettivo; il suo equilibrio psicologico molto spesso dipendeva dal bambino, o dai comportamenti o dai modi di essere del bambino; questa insicurezza spesso veniva nascosta dietro una facciata di sicurezza autoritaria che creava in famiglia atmosfere raggelanti, specie per il più debole, cioè il bambino stesso;
  • a questo bisogno della madre, o di entrambi i genitori, corrispondeva una sorprendente capacità del bambino “dotato e precoce”. Il bambino dotato, é un bambino intelligente, dotato soprattutto di quella particolare sensibilità, che gli permette di intuire e spesso prevenire, ciò che da parte dei genitori viene richiesto per il mantenimento dell’ equilibrio familiare;
  • in questo modo il bambino si assicurava l'”amore” dei genitori, avvertiva che di lui si aveva bisogno, e legittimava la propria vita nel soddisfacimento dei bisogni dei genitori.

Questo bambino, divenuto così “bravo ed obbediente”, non si rende conto di aver commesso tre gravissimi errori:

  • aver scambiato per amore verso se stesso la parvenza di amore che gli é stata data; non é stato amato per chi era veramente, ma solo per cosa faceva o peggio é stato usato come pedina nella lotta mai risolta per il dominio in famiglia, che si combatte tra padre e madre: il bambino alleato della madre contro il padre o viceversa;
  • aver imparato fin da piccolo a tenere nascosto e poi soffocare e perdere il suo vero io, per paura di perdere l'”amore” della mamma; aver costruito così una falsa immagine di se stesso, un “falso sé” che non corrisponde alla vera personalità dell’individuo e che, come una maschera troppo stretta, lo soffoca;
  • aver perso o meglio, non aver acquisito, la capacità di provare emozioni autonome e quindi la capacità di una autentica comunicazione.

Questa capacità infatti, in una famiglia stabile e normale, si forma nella prima infanzia, quando i genitori permettono al bambino di esprimere le sue emozioni ed i sentimenti, rassicurandolo che, qualsiasi cosa dica, non gli farà perdere l’amore ed il sostegno dei quali ha bisogno.

Quando invece i genitori nella loro infanzia, hanno dovuto sopportare madre e padre assenti o poco disponibili, utilizzando il fatto che il bambino é disponibile, impostano la sua educazione per farlo diventare come piace a loro, ignorandone quindi a loro volta la personalità e i bisogni, e replicando la patologia della loro famiglia di origine.

Per un figlio così allevato‚ è quasi impossibile la rottura del legame psicologico coi genitori stessi; anche da adulto dipenderà sempre dalla conferma dei genitori o di persone che rappresentano i genitori come il partner, il gruppo o l’ambiente sociale che frequenta.

La psicoterapia consente, a coloro che hanno subito simili esperienze nell’infanzia, non solo una semplice comprensione intellettuale della propria storia, ma il provare emozioni attraverso la rielaborazione dei ricordi. Tutto questo non é facile, perché‚ implica la rinuncia ai ricordi di copertura e alle false immagini di sé, che hanno costituito fino a quel momento, la struttura della persona.

L’analisi delle resistenze, che emergono in terapia, consente di poter rinunciare, all ‘immagine di sé, fino a quel momento utilizzata, di essere stati soltanto buoni, comprensivi, generosi, controllati e privi di esigenze personali.

Si innescano così tutta una serie di processi e di meccanismi psicologici che aprono la strada alla vera crescita della persona:

  • il recupero dei sentimenti autentici e della propria autentica personalità;
  • la legittimazione a provare ed esprimere le proprie emozioni anche se in contrasto con le persone amate;
  • la comprensione che amare una persona significa vederla per quello che veramente é nel bene e nel male;
  • la conseguente accettazione di provare sentimenti contrastanti ed ambivalenti verso le persone amate, senza aver paura di perderle;
  • la creazione di una relazione adulta ed indipendente coi genitori;
  • il rispetto verso se stessi e gli altri.