E’ da un po’ che non scrivo sul mio blog, ma da ora in poi voglio ripromettermi di aggiornarlo quasi sempre e con regolarità; il buon proposito viene proprio da uno scrittore che usa la scrittura come terapia, ovvero Haruki Murakami.Mi sono appassionata a lui da un anno a questa parte, dopo aver letto, quasi per caso perché l’ho trovato intonso nell’armadio del mio fratellino, Norwegian Wood, un suo libro che mi ha molto coinvolta, sia a livello di scrittura sia a livello di emozioni, e mi ha spinto a comprare man mano tutti i libri di questo scrittore giapponese che non tutti conoscono.

In lui viene alla luce tutta la giapponesità, e tutto lo spirito che è completamente diverso da quello di noi cattolicizzati ed ipocriti occidentali; la sua scrittura è descrittiva, pittorica ma anche molto diretta e senza mezzi termini; le storie sono quelle di giovani e meno giovani che, pur vivendo nel loro Giappone, incarnano comunque emozioni universali e ovunque riconosciute e provate sulla propria pelle. Senza contare che nella sua scrittura c’è poesia, filosofia, spiritualità, chicche di saggezza, spunti di riflessione, grande profondità…

Proprio lo scrittore adatto al mio essere…

Per questo voglio dedicargli una paginetta, dando spazio alle sue citazioni, davvero un condensato di vita vissuta e da vivere, da cui si può solo imparare.

Da Norwegian Wood  (1987):

 

  • Cerca di pensare che la vita è una scatola di biscotti. […] Hai presente quelle scatole di latta con i biscotti assortiti? Ci sono sempre quelli che ti piacciono e quelli che no. Quando cominci a prendere subito tutti quelli buoni, poi rimangono solo quelli che non ti piacciono. È quello che penso sempre io nei momenti di crisi. Meglio che mi tolgo questi cattivi di mezzo, poi tutto andrà bene. Perciò la vita è una scatola di biscotti.
  • Ma a partire dalla notte in cui morì Kizuki, non riuscii più a vedere in modo così semplice la morte (e la vita). La morte non era più qualcosa di opposto alla vita. La morte era già compresa intrinsecamente nel mio essere, e questa era una verità che, per quanto mi sforzassi, non potevo dimenticare. Perché la morte che in quella sera di maggio, quando avevo diciassette anni, aveva afferrato Kizuki, in quello stesso momento aveva afferrato anche me.
  • Sono molto più paziente con gli altri di quanto lo sia con me stessa, e mi è molto più facile tirar fuori i lati positivi nelle cose degli altri che non nelle mie. Sono un tipo così. È un po’ come essere quella superficie ruvida su una scatola di fiammiferi. Il che mi sta benissimo, intendiamoci. Meglio essere una scatola di prima qualità che un fiammifero scadente.
  • – Ti scriverò.
    – Mi piacciono tanto le tue lettere. Peccato che Naoko le abbia bruciate tutte. Erano così belle.
    – Tanto, le lettere sono solo lettere, – dissi. – Che tu le bruci o le conservi, quello che deve rimanere rimane e quello che si deve perdere si perde.
  • A volte ho l’impressione di essere diventato il custode di un museo. Un museo vuoto, senza visitatori, a cui faccio la guardia solo per me.
  • – Non è questo il punto, – dissi. – Non è una questione di «a cosa porterebbe». Nel mondo ci sono persone che amano sapere tutto sulle tabelle orarie, e passano intere giornate a confrontarle. O gente a cui piace fare costruzioni coi fiammiferi, capace di costruire navi di un metro fatte tutte di fiammiferi. Allora che c’è di strano se nel mondo c’è uno che è interessato a capire te?
    – Come una specie di hobby? – disse Naoko perplessa.
    – Se vuoi puoi chiamarlo così. Persone meno fantasiose lo chiamerebbero affetto, amicizia. Però se tu vuoi chiamarlo hobby, non c’è niente di male.
  • E invece, inutile negarlo, la memoria si sta allontanando, e ho già dimenticato troppe cose. Nello scrivere seguendo i ricordi come faccio adesso, a volte vengo preso da una terribile angoscia. All’improvviso mi assale il dubbio di stare perdendo la memoria delle cose più essenziali. Il dubbio che tutti i miei ricordi più preziosi, accumulati in qualche zona buia del mio corpo, in una specie di limbo della memoria, si stiano trasformando in una massa fangosa.

Da Dance Dance Dance (1988):

  • Il tempo può risolvere molti problemi. Ma quelli che il tempo non può risolvere, li dobbiamo risolvere da soli.
  • L’immaginazione non ha problemi di costi e preventivi. È libera. Mettiamo da parte ogni preoccupazione piccolo borghese e sogniamo.
  • Mah, riconosco di aver avuto fortuna, – disse. – Però, se ci penso, mi sembra di non aver mai scelto niente. A volte di notte mi sveglio all’improvviso con questo pensiero, e vengo preso dal panico. Esiste qualcosa di concreto che corrisponde a questa parola, io? Se c’è, perché non la trovo da nessuna parte? Mi sembra di non aver mai fatto che recitare, uno dopo l’altro, tutti i ruoli che mi venivano offerti. Di non aver fatto mai una scelta personale, nemmeno una volta.
  • Mi sembrava di non aver mai toccato l’apice. Se mi voltavo indietro, mi sembrava di non aver avuto nemmeno una vita. Un po’ di vicissitudini. Progressi e regressi. Ma niente di più. Non avevo fatto niente, prodotto niente. Avevo amato qualcuno, ed ero stato amato. Ma non mi restava niente. Il paesaggio era stranamente piatto. Mi sembrava di muovermi all’interno di un videogame. Come Pac-man, avanzavo mangiando i puntini che componevano il labirinto. Senza scopo. Ma con la certezza, prima o poi, di morire.
  • Non so se quello che faccio si possa chiamare «scrivere». Più che altro confeziono dei brani che servono a riempire dei buchi. Va bene qualsiasi cosa, purché il numero delle righe sia sufficiente. Ma bisogna pure che qualcuno faccia questo lavoro, e io lo faccio. È un po’ come spalare la neve. Ma è la neve della cultura.
  • Quello che voglio dire è che una condizione del genere dopo un po’ diventa cronica. La ferita è riassorbita nella quotidianità e non ci si ricorda più dov’è. Ma rimane. Non è una cosa che si può tirare fuori e mostrare. Se si può, vuol dire che è una ferita da poco.
  • Sentivo che il mondo continuava a muoversi. Anche chiuso in casa, immobile, l’eco di quel movimento mi arrivava lo stesso. Ma non riusciva in nessun modo a interessarmi. Tutto mi sfiorava come un vento leggero, silenzioso. (Capitolo secondo)
  • Se tendi le orecchie, ascolterai. Se aguzzi la vista, vedrai.
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  • Sono momenti che capitano a tutti, – dissi. – Siamo esseri umani, non progressioni geometriche.
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    Da Kafka sulla spiaggia (2002):

    • Ciò che è fuori di te è una proiezione di ciò che è dentro di te, e ciò che è dentro di te è una proiezione del mondo esterno. Perciò spesso, quando ti addentri nel labirinto che sta fuori di te, finisci col penetrare anche nel tuo labirinto interiore. E in molti casi è un’esperienza pericolosa.
    • C’è solo una cosa che devo fare: riuscire a vivere con questo involucro che è il mio corpo. Un compito facile, difficile? Dipende da come lo si guarda. Quello che so è che, anche se ci riuscirò, nessuno penserà che ho compiuto qualcosa di importante. Nessuno si alzerà per applaudirmi commosso.

     

    E qui si conclude la prima parte…Mi ricapiterà di citarlo. Senza ombra di dubbio…