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Joker Gang
Dispettose Prigioni
Etichetta Indipendente
2012

Era da tempo che volevo farlo… dal 2009 circa, quando ricominciai a suonare dopo tanto tempo. Molti pensano che non dovevo. Non me ne frega un cazzo della loro opinione. Si fottano :-)”

Gia`da questa dichiarazione si capisce la tenacia e l`orgoglio del Joker, una figura che a tutti risulta patetica ma che quasi tutti temono, quel fantoccio con la faccia truccata che puo`permettersi di cambiare faccia ad ogni occasione, anche se questa continua finzione che si mescola con la realta`non e` sempre costruttiva…Joker e`curioso, e la sua curiosita`lo porta ad aprire il Vaso di Pandora della realta`e della Vita, spesso nascosto da quel Velo di Maya che e`l`ignoranza…
Joker “smaschera con la sua maschera ghignante”,con un ghigno beffardo e disincantato, la crudelta`della cruda quotidianita`…

Le storie che vengono raccontate nel cd, con metafore, tinte fosche e colori espressionisti, fanno affiorare una pellicola in bianco e nero, celata dai trucchi (un po`come si fa con Photoshop)…Joker e`l`anti-Photoshop, e`la contraddizione che spacca in mille pezzi la menzogna, che riduce in frantumi la meschinita`della vergogna e dell`omerta`…La verita`e`dura e va raccontata…Un po`come ne Il Testamento di un Pagliaccio, pezzo della Giovane Band IoDrama…Oppure come in Opinioni di un Clown di Heinrich Böll: “Io sono un Clown e faccio collezione di attimi.”.
Anche Giuss, leader del gruppo, afferma che Dispettose Prigioni sia un Album fotografico, in cui si vuole dare una brechtiana, quindi impegnata ed epica lettura della realta`…L`essere umano e`portato lentamente a prendere posizione, a far qualcosa, ad impegnarsi per trarre in salvo la propria liberta`, che sta annegando…Oppure e`stata sequestrata dai flutti di un mare in tempesta, la tempesta dell`inconscio, come una zattera piena di falle…Le falle ci sono, ma possono essere riparate, solo se lo si vuole…

Nell`album ci sono colti riferimenti al Mondo della Musica, soprattutto alla new wave e al dark; ma anche alla Letterattura, alle Arti Figurative, alla Fotografia ovviamente, ma anche alla Psicologia…Nell`insano gesto si vede una possibilita`dell`inconscio, dell`io profondo; esso finalmente puo`dire: “Ascoltatemi, sono qui!!! Non sotterratemi sotto un mucchio di parole inutili e di gesti formali o convenzionalmente etichettati…Voglio far sentire la mia voce anche chi non crede a queste cazzate…”

La verita`e`sempre duale, puo`avere varie interpretazioni, ed in essa possono interagire numerosi elementi, in rapporto dialettico tra di loro…Joker e`un Reporter, un Fotografo che, con la sua Polaroid, immortala proprio quei momenti che ogni giornalista tralascerebbe come dettagli osceni. Joker scappa alla censura, spesso rischiando, ma nello stesso tempo, provando piacere nell`opera di smascheramento…Viviamo tutti quanti in un mondo illusorio, fatto di Sogni di carta e di speranze di fango…Dove siamo come burattini con un burattinaio che ci comanda, che muove i fili; come direbbe Bennato: “Non si scherza, non è un gioco  sta arrivando Mangiafuoco, lui comanda e muove i fili  fa ballare i burattini . State attenti tutti quanti, non fa tanti complimenti, chi non balla, o balla male  lui lo manda all’ospedale  Ma se scopre che tu i fili non ce l’hai se si accorge che tu il ballo non lo fai  allora sono guai – e te ne accorgerai attento a quel che fai – attento ragazzo che chiama i suoi gendarmi  e ti dichiara pazzo!…”

Nonostante la presa di coscienza sia dolorosa e porti ad un autolesionismo, ad un automutilamento continuo ed irrefrenabile, sia nel corpo, con tagli sanguinanti, sia nella mente, con una societa` per cui sei solo un Numero, che ti incasella meccanicamente in base al disturbo mentale o alla classe sociale a cui appartieni, Joker ti capira` ed il suo sussurro ti portera`ad aprirti, a scoperchiare quell`anima fragile che alberga in te, permettendole di scorrere, un po`meno vincolata, per le strade della Vita…

Qual e` la soluzione?? Fare la Rivoluzione?? Rovesciare il Potere??

Felice il Popolo che non ha bisogno di eroi!”. Così diceva il grandissimo Bertolt Brecht, da intellettuale impegnato…Sicché non si può non prenderne atto, anzi è terribilmente controproducente non farlo, far finta di niente, con l’aria dei primi della classe, di quelli che ce la fanno sempre. L’esperienza ha insegnato: i primi della classe non ce l’hanno fatta mai, quelli che al banco erano seduti composti, che si facevano da parte quando qualcuno si alzava per fare caciara, che cercavano di risolvere sempre tutto con la diplomazia, che rispondevano sempre in maniera seria senza alzare la voce o battere i pugni hanno sempre avuto la peggio. Questo perché il Popolo,un  popolo di lavoratori instancabili ma un po’ duri di comprendonio, non ama le risposte articolate, difficili, magari piene di termini in lingua straniera, ma preferisce quelle semplici, secche, nette. Risposte semplici per interrogativi difficili. Al bicchiere di acqua amaro della medicina non vuole un cucchiaino di zucchero, ma vuol togliere completamente la medicina e bere l’acqua dolce che ne rimane.

Qualcuno riuscira`a sentire il grido disperato di chi vuole cambiare musica?? La “ghigliottina” del senno di poi dice che molto probabilmente nessuno ne sarebbe capace, perché la massa e`come inebriata da un fenomeno mistico, venereo, insuperabile, creatosi attorno alla figura di un individuo che, a differenza dei suoi avversari politici, ne è consapevole e ne fa un’arma di distruzione di massa. Perché è inutile parlare dello “tsunami Grillo” se prima non si parla del “diluvio universale berlusconiano”, perché ormai davvero tenere la testa sotto la sabbia è un prendere in giro se stessi. Non resta altro da fare che prendere atto dei dati empirici, con coscienza di sé prima e di chi si trova nei propri paraggi, ricordando che, come diceva Franco Battiato, un’evoluzione sociale non serve al popolo se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero.

For more info: http://www.facebook.com/jokergang e http://jokergang.jimdo.com/

Influenze:

– Litfiba

– Timoria

– Bluvertigo

– Franco Battiato

– Baustelle

http://www.youtube.com/watch?v=sCw7mh2jFs0

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Contatti digitali

Conversazione via Facebook Email nell’Era della Digitalizzazione, della Globalizzazione ed

Internettizzazione dell’Esistenza 

Ragazzi anormali si scrivono a distanza…

di Irene Ramponi

Una ragazza italiana migrante in Olanda scrive all’amico lontano, in risposta alla piccola email che l’amico stesso le ha appena mandato. Nella sua lettera ci fornisce il suo punto di vista sulla vita nel Nord Europa, in Germania ed Olanda in particolare, ci da’ uno spaccato della sua vita di migrante alla ricerca di se’ stessa, in un viaggio senza vento…e senza Tempo (cit. Timoria, Viaggio Senza Vento, Polygram, Giugno/Luglio 1993). Qui ne viene presentato uno stralcio veloce.

“Le medicine tradizionali sono efficaci, certo, ma sempre robaccia chimica rimangono, che costa cara e serve molto ad arricchire le multinazionali farmaceutiche…Ecco perche’ apprezzo quei medici che si rifiutano categoricamente di prescrivere farmaci allopatici come caramelle! […]. Ora vivo sulla linea di confine tra Olanda e Germania, quindi ho tutto il meglio da entrambe le parti: Birra e Cibo dalla Germania, qualita’ a buon prezzo, divertimenti a non finire, stile di vita libero e piu’ rilassato, piu’ sussidi dallo stato se sei disoccupato, artista, creativo, nullatenente, proletario, sottopagato o semplicemente disperato…Qui i senza tetto non esistono perche’ ognuno ha IL FOTTUTO SACROSANTO DIRITTO AD AVERE UNA CAZZO DI CASA!!! Un cazzo di posto dove stare che non sia sotto i ponti…[…]. Ma ovviamente ci sono severi canoni di meritocrazia, mica la danno a tutti, la casa intendo…Nonostante quasi tutti lavorino e la disoccupazione sia irrilevante, il tenore di vita e’ ottimo, la gente e’ rilassata,  fa festa tutte le sere, senza limiti di orario o scuse tipo che deve andare a letto presto perche’ il giorno dopo deve lavorare…[…]. Qui trovi gente di tutti i tipi, tutta simpaticissima:dai punkettoni old school, agli hardcore warriors, dai techno addicted ai metallari, dai red skin che legnano i nazi, quasi nessun hausettaro…Ma anche molti vecchietti comunicativi con tutore, come mio nonno potrebbe essere, qualche impiegatuccio e, come direste voi, per chi NE VUOLE, ce n’e’ davvero per tutti i gusti…No proibizionismo!!!  E soprattutto, non c’e’ il fottuto Vaticano in casa a rompere i coglioni…

Insomma, Paradies Land o Fantasylandia, che dir si voglia…Io collaboro all’allestimento di mostre, studio e miglioro il tedesco e l’inglese, faccio lavoretti di arti minori che poi vendero’ in qualche mercatino, dipingo quadri, scrivo, leggo, giro per mostre e citta’…Insomma, una bella vita, quella che ho sempre sognato…E per tutto questo devo ringraziare il mio ragazzo, tedesco purosangue, che ho conosciuto al matrimonio di mio cugino; praticamente mio cugino di sangue ha sposato la sorella del mio ragazzo, e noi due ci siamo conosciuti al pranzo di matrimonio, agli inizi di maggio…Abbiamo conversato un po’, e poi, siamo rimasti in contatto via Internet…Lui poi e’ tornato in Italia a trovarmi, abbiamo passato del tempo insieme…Intanto il mio lavoro in casa editrice andava a rotoli, ed ero sull’orlo di una crisi di nervi…Ho cosi’ deciso di cercare lavoro in Germania, in Renania Vestfalia, parte Nord Ovest della Germania, in cui le piu’ grandi citta’ sono Dusseldorf, Colonia, Aachen, ed, in seconda battuta, Duisburg (dove hanno fatto la Love Parade del 2010, dove e’ morta tutta quella gente…). Beh, insomma, io stavo a Duisburg, come ragazza alla pari, dovevo curare quattro mocciosi terribili, due gemelli iperattivi e psicotici, e due ragazzine isteriche e con disturbi alimentari…Ok, avevo una stanza tutta per me, dove pero’ non mi era permesso bere e fumare…Assolutamente peggio della Colonia Ticino, dove almeno ci divertivamo… I miei “carcerieri”, ovvero la famiglia per cui lavoravo e facevo da babysitter, era composta da una donna rossocappelluta, con testa di medusa, bocca di vipera, occhi verdi da Maga Circe, nana e totalmente incapace come mamma, quindi, totalmente esaurita, nevrotica, isterica, iperattiva, la classica impiegatucola borghese, che si lamenta perche’ il marito non porta a casa abbastanza soldi; come se non bastassero quelli che guadagna gia’ come avvocato penalista…Fai un po’ te…Il marito incarnava il tipico tipo di uomo di destra, rosso, obeso e rubicondo, perennemente a dieta, senza mai perdere peso e, obbligato dall moglie, non poteva bere…E la moglie non gliela dava…Insomma, mi sono messa in un bel casino!!! Il mio ragazzo ha fatto di tutto per portarmi a vivere con lui al confine tra Olanda e Germania…Ho resistito tre mesi, di cui 2 senza essere pagata…Si’, pagata ma con le mazzate ricevute dai gemelli e a suon di umiliazioni e prese per il culo dalla quella puttanazza della madre di casa, Susanne, ho deciso di mandarli affanculo, o meglio, il mio organismo ha ceduto e mi hanno ricoverata in ospedale una mezza giornata, sotto valium o non so quale altro tranquillante…Nella lettera di dimissioni, hanno scritto che quel lavoro non faceva per me, e che quindi dovevo rinunciarvi…Ho preso armi e bagagli ed ho levato le tende!!! Sono stata a Duisburg dalla meta’ di luglio ai primi di ottobre, da li’ in poi, mi sono trasferita a Kerkrade, in Olanda, a casa del mio ragazzo, proprio al confine con la Germania…Praticamente, solo attraversando la strada, sei gia’ in Germania! Pensa che noi andiamo a far la spesa a piedi…Abbiamo un appartamento di 4 locali, una specie di piccolo centro sociale/circolo arci/Bed&Breakfast all’occorrenza (solo per i turisti, per gli amici l’ospitalita’ e’ gratuita ovviamente!!! ), che e’ anche la nostra casa allo stesso tempo…Ci manca solo la fermata di Macondo Express all’ingresso e abbiamo tutto…Si’, vita molto punkabbestia, ma mi piace, quindi, me ne sbatto di cio’ che dice la gente e vivo meglio…Finalmente vivo per me stessa…Ovviamente con le difficolta’ economiche connesse, ma e’ il prezzo da pagare per la propria indipendenza e conseguente liberta’ di non dipendere da nessuno e di camminare sulle tue gambe, senza rimpianti, risentimenti e sensi di colpa verso parenti, amici, conoscenti ed ex…Ti diro’, sto da dio da quando ho mollato quel mollusco del mio ex, il musicista incompreso, il narcisista del cazzo che pensa di non valere una sega, che sa di non avere le palle, che ha paura di tutto…Ma di fronte agli amici ed ai compagni di merenda, beh, diventa la persona piu’ brillante, piu’ simpatica, piu’ compagnona del mondo…Bleah, che sbocco!!! Ne ho avuto la nausea…Come cazzo fai a convivere da un anno e mezzo e stare quattro mesi senza un minimo di affettivita’??? E senza una coccola, e senza nemmeno un semplice e fraterno abbraccio…Boh, io non lo so, ma tutti gli amici maschi con cui ne ho parlato mi hanno detto che non e’ fottutamente normale…E cosi’, l’ho mollato e sono stata meglio!!! Ovvio che lui mi ha rinfacciato un sacco di cose, nonche’ sparlato alle spalle, ma, detto sinceramente, fotte eminentemente sega…Beh, questa e’ la mia storia…Scusa se mi sono dilungata, ma era da un po’ che non ci sentivamo, quindi volevo spiegarti un po’ com’era andata, tutto qua…Dimmi che non hai impegni il 2 luglio 2013! :-D”.

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Benvenuti nello Zuid-Limburg. La regione più meridionale dell’Olanda é garanzia di un bellissimo ed indimenticabile soggiorno. Numerose sono le occasioni di restare sorpresi dalla cultura e dalle straordinarie bellezze naturali. Lo Zuid-Limburg é garanzia di una irripetibile e memorabile esperienza.

Tra le numerose possibilità di scoprire la Regione: quando le giornate sono belle, sotto un terso, limpido cielo blu, ideali sono le passeggiate nelle dolci colline del paesaggio limburghese, alla scoperta di idillici villaggi e paesini, nascosti tra i verdi pascoli; ma anche quando arriva il brutto tempo, lo Zuid-Limburg ha un sacco da offrire, per esempio una gita “scientifica al Discover Center Continium di Kerkrade (http://www.continium.nl/), o una nuotata alla piscina tropicale coperta Mosaqua di Gulpen. Inoltre é affascinante viaggiare in tempo reale con un nostalgico treno a vapore, lungo la “One Million railway’” da Simpelveld a Valkenburg, oppure immergersi, a 32 gradi Celsius, nella rilassante atmosfera delle Thermae 2000 (http://www.thermae.nl/welkom/). Consigliatissimo agli amanti dello sci: visitate la pista di indoor ski più grande del mondo, SnowWorld Landgraaf  (http://www.snowworld.com/).

Tutto questo é solo un piccolo assaggio delle innumerevoli possibilità di godere appieno della Regione.

Un po’ di geografia…

Lo Zuid-Limburg è famoso per le fitte foreste, valli fluviali, stradine che vi si inerpicano e colline; tutto ciò costituisce un affascinante panorama tutto da esplorare e scoprire.

Lo Zuid-Limburg è la parte più meridionale della Provincia del Limburgo, che é a sua volta la provincia più meridionale dell’Olanda, ed è molto caratterizzato geograficamente.

A sud é consigliabile visitare il “three country point” a Vaals. Qui Olanda, Belgio e Germania si incontrano strettamente.
Non lontano da qui é possibile visitare il punto più alto dell’Olanda (322,5 meters), a Vaalserberg.
Lo Zuid-Limburg é stato chiamato “Piccola Svizzera” per le sue numerose colline. L’intera area é ideale per passeggiate a piedi od escursioni in bici.

La regione é inoltre caratterizzata dalla presenza di marmo di colore giallo. Questa soffice e malleabile ma resistente arenaria viene utilizzata per costruire case ed, in passato, castelli, ed é presente nell’area da circa, 70-80 milioni di anni. Il marmo si trova in numerose cave dello Zuid-Limburg. Attualmente a Valkenburg, conosciuta anche come “Città del Marmo”, é possibile visitare diverse cave, nelle quali si possono svolgere numerose attività, quali escursioni in mountain bike o in quad sottoterra, paintball, o passeggiate alla scoperta delle rovine dell’antico castello attraverso passaggi segreti medievali. Valkenburg é anche chiamata ‘Christmas town of the Netherlands’ perché, nel periodo natalizio, le cave si trasformano in un mercatino di Natale sottoterra! Assolutamente da non perdere!!! 😀

Ad est dello Zuid-Limburg si trova Parkstad. Dopo la dismissione delle industrie minerarie, l’area di Parkstad é stata bonificata ed é passata da nera a verde. Attualmente la regione si é trasformata in una delle aree in cui il turismo é  più sviluppato ed in costante crescita. Qui é possibile trovare innumerevoli attrazioni di valore e fama internazionale,  eventi di prestigio, shopping rilassante e meravigliosi parchi verdi.

Ad ovest si trova la città di Maastricht, capitale del Limburgo e meta culinaria per eccellenza. Da nord a sud il fiume Maas scorre lungo la città e la collega ai più importanti porti fluviali europei. Insieme al Reno e allo Schelde, il Maas é uno dei più importanti fiumi dell’Olanda.

Un po’ di Storia…

Lo Zuid-Limburg é abitato da diversi secoli. I Romani hanno edificato terme a Heerlen, che oggi possono essere visitate nel Thermenmuseum. A Savelsbos, una zona boscosa nei dintorni del villaggio di Eijsden, é possibile visitare miniere di silicio preistoriche. Nonostante le numerose guerre e assedi nel Medioevo, lo Zuid-Limburg ha conservato un immenso patrimonio di antiche chiese, case a graticcio, mulini ad acqua, castelli,  fattorie, e case di campagna.

File:Sittard Petruskerk.jpg  File:Sittard Petruskerk Domein.jpg
La cittadina Sittard, edificata nel 1243, ha un’incantevole, antica chiesa di grande fama. La storia di  Valkenburg aan de Geul risale all’inizio del XII secolo, quando il castello di Valkenburg era una delle più potenti, strategiche e formidabili fortezze dell’Olanda. Oggi ciò che ne é rimasto sono solamente le sue affascinanti rovine. Al Kasteel Hoensbroek, uno dei più antichi e più grandi castelli sopravvissuti in Olanda, é possibile assaggiare pienamente il gusto del passato medievale.

 

 

All’inizio del XIX secolo il Limburgo é stato suddiviso tra svariati e differenti paesi. Nel 1839 è avvenuta la divisione tra Limburgo Olandese e Limburgo Belga. Attraverso i secoli, la regione é stata soggetta a diverse influenze culturali e linguistiche (inclusa quella olandese, tedesca e francese) e ciò si riflette ancora oggi nella cultura e nella cucina della provincia.

Lo Zuid-Limburg può essere diviso in cinque diverse regioni. Ogni regione ha le proprie, particolari caratteristiche.

  1. Parkstad Limburg
  2. Valkenburg aan de Geul
  3. Heuvelland
  4. Grensmaasvallei
  5. Maastricht

E presto andremo alla scoperta di ogni singola provincia…;-)

Nieuwstr. and Domaniale Mijnstr. junction (Tomasz Nowak) Tags: holland germany border netherland kerkrade grenze fronteira herzogenrath holandia niemcy granica frontiera  hranice  hranica schengenzone

File:Wappen herzogenrath.jpg

Edificato nell’anno 1104, il castello di Rode è oggi un importante centro culturale a Herzogenrath. Lo dimostra il vastissimo programma culturale dell’associazione “Schloss Rode Herzogenrath, che offre una vasta gamma di eventi, tra cui i più importanti sono quelli tradizionali della tradizione popolare tedesca.

Vi si svolgono inoltre mostre di pittura, concerti di musica classica e spettacoli di cabaret con interpreti di fama nazionale.

L’atmosfera speciale del castello dà un tocco unico ai singoli eventi. Il castello è situato in posizione centrale e a pochi passi da un vasto parcheggio nel centro della città. In ambito culturale, l’evento culturale più importante è il tradizionale festival nel mese di giugno di ogni anno, quando il castello si trasforma in centro culturale di grande attrattiva.

Foto: Burgterrasse (hinten)Foto: BurgeingangFoto: BurgaufgangFoto: Burg ganze AnsichtFoto: Burg bei Nacht

Un po’ di Storia…

  • 1104: Primi accenni al Borgo di Rode nelle fonti scritte;
  • Fino al 1136 – Il castello é sotto il dominio dei Conti di Saffenberg;
  • 1282 – Re Rudolf Von Hagsburg permette al Castello di Burg di battere moneta; da questo momento le monete coniate nel borgo hanno valore di acquisto;
  • 1289-1387: Il Castello é in possesso dei Duchi di Brabante (piccolo accenno tomonomastico: si noti che in tedesco la parola duca viene tradotta come Herzog; da qui deriva il nome Herzogenrath, borgo che fu sovente governato da duchi, quindi appartenente a vari ducati);
  • 1389-1393: Viene costruita la Torre del Castello;
  • 1387-1425: i territori ed il Castello di Rode sono sotto il potere del Duca di Borgogna; essi saranno poi annualmente inclusi nei domini della città di Jülich;
  • 1544: Carlo V acquista il Castello di Rode; in questo modo i territori del borgo apparterranno prima alla Spagna e poi all’Austria;
  • 1784-1814: Il Borgo di Rode passa sotto l’amministrazione francese;
  • 1814-1913: Rode viene ceduto alla Prussia;
  • 1913-1978: Il Castello di Rode é adibito a sede del Municipio di Herzogenrath.
  • 1977: Fondazione dell’Associazione Burg Rode Herzogenrath e.V.
  • 1982: Prima Burgsfest organizzata dall’Associazione medesima;
  • 2007: L’Associazione Burg Rode Herzogenrath e.V. festeggia i suoi trent’anni di attività;
  • 2012: Si festeggia il 35esimo compleanno dell’Associazione Burg Rode Herzogenrath e.V. e la 30esima Burgfest.

Stadtplan gross

Stadtplan Nah

Herbst im NationalparkNel cuore di un paesaggio composto da foreste e di acqua, resterete affascinati dalla natura allo stato selvaggio. In quest’area protetta, il Parco Nazionale dell’Eifel, situato a sud est di Colonia, la natura, bella e variegata, può crescere secondo il proprio ritmo. 

“Lasciate agire la Natura”, é il motto del Parco Nazionale, identico a quello di tutti i Parchi Naturali del Mondo. L’Eifel è un vero e proprio concentrato di verdeggianti foreste, affascinanti vedute, uniche nel loro genere, sui tre laghi, e di sentieri che attraversano il cuore di romantiche valli. Il Parco si estende su una superficie di circa 110 km² a nord dell’Eifel, il massiccio più importante della Renania Westfalia e Renania Palatinato. La parte sud del parco tocca il confine belga.

E’ il Parco Nazionale più grande della zona ovest della Germania. Il suo paesaggio é contrastato: grandi macchie di latifoglie, inframmezzate da valli profonde caratterizzano la parte nord, mentre la parte sud è inngran parte costituita da polle d’acqua, proveniente dalle fonti di montagna, e da praterie di un giallo estremamente luminoso, coperte, in primavera, di narcisi selvatici.

I fiumi Urft e Ruhr, le foreste di faggi e l’aspetto selvaggio (foresta vergine), costituiscono l’ambiente ottimale per specie animali e vegetali rare, circa 930 in tutto. Solamente lo scarabeo ha 1.300 varietà; altre specie molto diffuse nell’Eifel sono il cervo nobile, il gatto selvatico, il castoro, la cicogna nera, il gufo reale, la lucertola muraiola; tutti questi animali, rari in Renania Westfalia, vivono qui.

Il narciso giallo, selvatico, è una delle particolarità floreali del Parco, quando fiorisce in aprile-maggio, per il piacere degli occhi! 🙂 In estate erbe selvatiche profumate invadono le praterie.

Quest’area è stata dichiarata Parco Nazionale il Primo gennaio 2004. E’ il quattordicesimo parco nazionale della Germania; si tratta di un Parco “in divenire”, dal momento che almeno il 75% della superficie é ancora soggetta ad un’evoluzione naturale continua e costante.

Interessante come l’Eifel si estenda in una zona di frontiera, nella quale confinano quattro Stati: Germania (Renania Westfalia), Olanda (Limburgo), Belgio e Lussemburgo.

Le praterie

Si possono distinguere diversi tipi di praterie in funzione della loro forma di sfruttamento e della ricchezza del suolo, in base alle sostanze nutritive e all’acqua che ricevono. Nel Parco si trovano praterie di nardo rado, a crescita corta, e povero di sostanze nutritive, di avena dorata o di graminacee di altezza notevole, praterie inondate o umide con giunchi e arbusti in fiore (narciso giallo, giunchiglia varia, ranuncolo, che fioriscono a primavera).

Nelle praterie numerose specie di uccelli canterini, come la tordela (Turdus viscivorus), il tordo bottaccio, (Turdus philomelos) e lo zigolo giallo(Emberiza citrinella) vengono a cercare cibo. Vi si possono trovare anche rapaci come la poiana comune, (Buteo buteo), il gheppio, (Falco tinnunculus), il nibbio bruno, (Milvus migrans) o il nibbio reale (Milvus milvus). 

Piccoli mammiferi come il topo campagnolo (Microtus arvalis), l’arvicola agreste (Microtus agrestis) o l’arvicola acquatica (Arvicola terrestris) e insetti di grossa taglia sono specie protette; inoltre, tra le numerose farfalle presenti nel Parco, almeno tre specie sono minacciate, quindi protette.

Altre specie animali vivono nelle praterie umide e ricche d’acqua, soprattutto numerose varietà rare e fortemente minacciate di farfalle, tra le quali è importante citare la filipendula, farfalla verde metallico dall’aspetto brillante, che può vivere in una prateria vicina ad un ruscello.

Anche i grandi vertebrati costituiscono gran parte della fauna dell’Eifel: il cervo nobile o cervo rosso (Cervus elaphus), il capriolo (Capreolus capreolus) e il cinghiale(Sus scrofa) pascolano nelle praterie del Parco, così come la volpe rossa (Vulpes vulpes) o il gatto selvatico (Felis silvestris) sono catalogati tra i più diffusi piccoli mammiferi della zona. Le praterie sono particolarmente importanti per gli animali erbivori, quando la foresta non può offrire alcun tipo di nutrimento in inverno. Un branco di cinghiali alla ricerca di bacche e di larve di insetti può percorrere un’intera prateria in una sola notte. 

E’ interessante osservare due rapaci diurni, l’albanella minore (Circus pygargus) e l’albanella reale (Circus cyaneus), sorvolare la prateria di Dreiborn a caccia di prede fino alla migrazione.

L’acqua sotto tutte le sue forme

Se si considera la portata annuale delle precipitazioni, il Nord dell’Eifel è una regione caratterizzata da montagne di media altezza, piovosa e ricca di acqua. Attenzione! C’è acqua e acqua: in questa regione l’acqua si trova in diverse forme, acqua corrente (fiumi), e acqua stagnante (laghi, stagni, e paludi). I grandi laghi di ritenuta costituiscono un caso a parte, dal momento che si tratta di acque correnti che, una volta trattenute da una barriera, diventano acque stagnanti artificiali. In base al tipo di acqua, l’ecosistema é differente.

I ruscelli, un’arteria vitale dell’Eifel

Diversi dipi di ruscelli scorrono nell’area: 

  • i ruscelli naturali su un letto argilloso, che scorrono nelle strette valli; 
  • i ruscelli delle praterie su un letto di sappia o di ghiaia, serpeggianti con nonchance tra le larghe valli.

Sulle rive e nei fiumi vivono numerose specie vegetali ed animali, caratteristiche della zona: (pesci, libellule, coleotteri d’acqua, plecotteri d’acqua, effemeridi, tricopteri e muschi fluviali. 

Le fonti rappresentano un ecosistema importante. Pressoché in tutte le praterie e foreste, le acque sotterranee affiorano in superficie sotto forma di fonte che cola goccia a goccia. Una fauna e una vegetazione specifica si sono sviluppate in prossimità dell’acqua di fonte, costantemente fredda e ricca di ossigeno.

Tra gli animali più diffusi nell’ecosistema acquatico dell’Eifel, sono annoverate alcune specie minacciate in Renania Westfalia, come il martin pescatore e la salamandra.

Le acque stagnanti

Ricche di specie vegetali ed animali (piante acquatiche, canneti, graminacee, arbusti e cespugli, mammiferi tra cui il castoro, uccelli, pesci, anfibi, libellule, coleotteri, pulci d’acqua), queste acque formano un ecosistema molto complesso, che gli amanti della natura hanno la possibilità di osservare come un microcosmo in un bicchiere di vetro.

Le dighe, monumenti architettonici e preziosi ecosistemi

E’ da notare la particolarità della diga dell’Urft, situata nel cuore del Parco Nazionale. Fa parte di una catena di dighe situate lungo il corso della Ruhr, di cui il Lago Superiore (Obersee) e la diga della Ruhr Schwammenauel fanno parte.

La diga dell’Urft contiene all’incirca 45 milioni de m³ di acqua. La sua costruzione risale all’inizio del XX secolo. Ha la funzione di proteggere le acque alte, di fornire acqua alle industrie situate lungo il corso della Ruhr e di produrre energia.

Essa rappresenta un importante ecosistema per gli animali. Qui covano differenti specie di uccelli. In inverno ci si accorge della presenza di uccelli acquatici, che sull’acqua costruiscono nidi. I laghi artificiali, formatisi grazie alla diga, costituiscono una fonte alimentare ideale per i rapaci ed i pipistrelli, dal momento che le rive forniscono un rifugio per le prede. In mezzo al lago si trova l’Isola di Krummenauel, un rifugio selvaggio non accessibile all’essere umano. 

Tutto questo e molto altro é l’Eifel! Una terra tutta da scoprire ed esplorare….

Wintersonnenaufgang

Himmel, Abendhimmel, Abendrot

Wald Waldrand Lichtung Wiese Löwenzahn Blumen Blume Blüten Blüte Frühling Gelb Grün Äste

 

Wildpark Daun rotwild damwild wald lichtung bäume baum tiere herde

tier weiß vogel vögel

Venn,Brackven

blumi,Rurberg,rotkehlchen

Eis, Eiszapfen, Wasserfall, Klidinger Wasserfall, Schießlay

Wasserfall, Eis, Klidinger Wasserfall, Schießlay

Feuersalamander

Müllenborn, Vulkaneifel, Eifelwasser, Wasserfälle

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Questo post e’ dedicato al primo posto che ho visitato qui a Kerkrade, dove ora vivo da un mese esatto…

E’ un luogo incantevole, dove l’arte, la natura e la storia collimano tra di loro e si fondono in un’armonia perfetta…Si tratta di un complesso abbaziale romanico in perfetto stato; per gli amanti del genere, come me, si tratta di una vera e propria chicca tutta da scoprire!

Interessante e meraviglioso constatare quanti splendidi luoghi ci sono nel nostro mondo, una vita intera non basterebbe a scoprirli e visitarli tutti, o forse si’, basterebbe impegnarsi un po’…Purtroppo la vita lavorativa, lo stress e la routine non ce lo consentono, a menoche’ non si lavori nel settore…In questa zona lavorare nel campo Arte e Cultura e’ molto piu’ facile, sarebbe bellissimo se anche in Italia fosse cosi’…

L’articolo che riporto e’ scritto sia in inglese che in tedesco per riportare quel senso di internazionalismo che si e’ un po’ perso da un po’ di tempo a questa parte, o forse non si e’ mai completamente applicato…Peccato, perche’ una visione internazionale migliorerebbe la situazione, almeno credo…Soprattutto nella nostra chiusa, conservatrice ed antiquata Italia, dove tutto sembra essersi fermato in una dimensione orribile…Fatto paradossale, dal momento che la nostra Nazione e’ colma di tesori unici ed inimitabili, che, inutile dirlo, andrebbero valorizzati nel giusto modo, con la giusta dovizia, i dovuti investimenti e con una corretta e pulita politica culturale…Paroloni utopici, ma che, nei miei sogni, regnano sempre…

 

English Version

“In 1104, a young priest by the name of Ailbertus van Antoing appeared in the Land of Rode, accompanied by two followers. It was their wish to found a religious community somewhere since they had become dissatisfied with the lack of discipline in the collegiate church at Tournai (in present-day Belgium) from where they came.
Adelbert, Count of Saffenberg from Mayschoß an der Ahr (in the German Eifel), who was in possession of the castle in Herzogenrath, gave them permission to settle on a tract of his land and to build a small chapel.

The wealthy Embrico von Mayschoß and his family decided to join Ailbertus and donated all his possessions to the young community. In 1106, they started to build a stone crypt and laid the foundations to the future monastic church. The crypt was finished in 1108.

After a difference of opinion with Embrico, Ailbertus departed in 1111. He died in Sechtem, near Bonn in 1122. In 1895, the bones, thought to be those of Ailbertus, were transferred to Rolduc and interred in the crypt built by himself and Embrico.

The first abbot of the monastic community was Abbot Richer who came from Rottenburch in Bavaria. The community was made up of canons regular (Augustinians) who initially lived according to extremely strict principles. Community life, prayers, lack of possessions, fasting and manual work were all part and parcel of the daily cycle.

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The abbey was called Kloosterrade, and later, from the 18th century onwards, the French name for Herzogenrath (Rode-le-Duc = Rolduc) was adopted.

After guardianship of the abbey fell into the hands of the Duchy of Limburg in 1136, Kloosterrade was considered to be their family church. Several dukes are buried at Rolduc, such as Walram III. His tombstone can be found in the main aisle of the church.

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From the mid-12th century to the end of the 13th century the abbey flourished. In 1250 the abbey owned more than 3,000 hectares of land and the number of regulars grew steadily.

The library developed into one of the most important of its age and the Abbey provided pastoral and spiritual care to many parishes throughout the Netherlands.
Other communities were founded by Kloosterrade: Marienthal in the Ahr valley of the Eifel, Sinnich near Aubel (B) and Hooidonk near Eindhoven. Five communities in Friesland were placed under the authority of the Abbot of Kloosterrade, the most important of these being the Abbey of Ludingakerke.
 

During the 14th, 15th and 16th centuries times were harder for Kloosterrade in both spiritual and material terms. The buildings and fabric paid a heavy price during the Eighty Years War.
After ca. 1680, abbots Van der Steghe and Bock succeeded in introducing a more disciplined regime in the community, despite the strident protests of most regulars.
Materialistically, the abbey began to prosper once again and revenue was generated from the exploitation of the coal mines. In around 1775, Kloosterrade employed 350 mineworkers.
The abbey was dissolved by the French occupiers in 1796 and the canons regular were forced to leave the community.

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The buildings at Rolduc stood empty for 35 years, before Rolduc was recommissioned for use as a seminary by the Diocese of Liège. After Belgian independence, this seminary moved to St. Truiden in Belgium and Rolduc became a boarding (grammar) school for boys from well-to-do Dutch families. From 1946 to 1967, the buildings were used to accommodate a seminary, but now under the auspices of the Diocese of Roermond.
The boarding school closed in 1971.

Since then, the former abbey has been home to the Rolduc hotel and conference centre (Conferentieoord & Hotel Rolduc) the seminary of the Diocese of Roermond and College Rolduc, a secondary school.

In order to maintain the cultural and spiritual heritage of Rolduc, there is close contact with Stichting Lève Rolduc and other interested organisations.

 

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Crypt and church

The crypt and the choir and chancel above have a cloverleaf pattern. The western-most part of the crypt (the stem of the cloverleaf) was built later. When the crypt was consecrated in 1108, it was smaller than it is today.
The crypt and the abbey are dedicated to the Virgin Mary and the archangel Gabriel, which is why scenes of Gabriel’s appearance to Mary are widespread throughout Rolduc. Remarkable is the fact that the columns in the crypt all have a different design.
The chancel above the crypt was completed in 1130 and eight years later the northern and southern transepts were constructed. The crossing had not yet then been raised, so that it was flanked by two wings on the same level. This transversal gallery consisted of three sections, the roofs of each comprising a vaulted ceiling supported by columns. In 1143, the church was extended westwards with a further three sections. In the original design, two smaller sections in the side aisles were planned to the south of these three sections.
This plan was changed during construction. In the second (and later in a fourth) section, the aisles on either side were raised to the same height as the nave to form so-called pseudo transepts, so that on the outside of the church they look like transepts, whereas in fact they do not extend beyond the foundation plan of the church. These pseudo-transepts were not initially intended to be aesthetic, but designed to give better support to the vaults and to allow more light into the church. The same construction method was also used in the older Mariakerk (now demolished) in Utrecht and later used in the Onze Lieve Vrouwekerk in Maastricht. When the three sections of the nave were completed in 1143, a solid enclosing wall was built at the end of the third section. This third section was not yet then vaulted and in 1153, the thatched roof was replaced by tiles.
Later in the twelfth century, the exact date is not known, a fourth section was built and the church extended further westwards. Originally, this would have consisted of a middle section (on which the tower now stands) and two lower side aisles.
The tower extended no further upwards than the ledge that can be seen on the outside under the gothic windows.
  
 
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The westwork would originally have been much lower and compacter than now. The church was completed and consecrated in 1209. Prior to 1225, the crypt was extended westwards, the stem of the cloverleaf, as it were, being made longer. The choir above it was consequently raised along the same length. This raised section, in the crossing, likewise cut the transepts in two. In the sixteenth century, in line with the fashions of the time, the Romanesque trimmings were removed from the crypt and the choir and replaced with Gothic designs.
  
 The two side recesses of the crypt and choir were demolished and the circular windows replaced with perpendicular ones. In the mid-eighteenth century, the crypt was plastered in rococo style.
The choir stalls were installed on the crossing in the choir in the seventeenth century. Their carvings are simple but powerful in design. A tower was constructed on the westwork in 1624 and in 1678, its stone steeple was replaced by one made in timber with slates.
In 1853, the young architect, P.H.J. Cuypers, was commissioned to restore the crypt and to reinstate as much as possible the original Romanesque fabric. The first restoration projects were also carried out on the church at the same time. Restoration of the church was resumed in 1893, including the reconstruction of the side recesses in the cloverleaf layout. As faithful as possible a reconstruction of the old chancel was carried out on the basis of the old foundation plans that had been found. The frescoes were painted between 1894 and 1902 by the Aachen-based priest, Goebbels. The tombstones of the abbots in the side aisles were removed and placed vertically outside the church and against the walls in the transept.
  
 

Other buildings

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The abbot’s lodging, which now forms the entrance to Rolduc, and the adjacent corner tower, were built by Abbot van der Steghe in Maasland Renaissance style between 1671 and 1676.
From both inside and outside, they give an impression of grandeur, reflecting to some extent the status of the abbots, who had been rewarded with the right to wear the mitre ever since the time of van der Steghe.
  
 The quadrangle, which housed a courtyard surrounded by the cloisters to the north of the church show little of the original form which was less elevated than today. The western side is more or less original, but the other sides have been raised and altered in the course of time.

The eastern wing, which looks directly onto the gardens, was built by Moretti, an Aachen-based architect between 1752 and 1754.
The splendid library which it houses has plasterwork designed in late eighteenth century rococo style.
To the south of the main complex is a farmstead dating from the end of the eighteenth century. For a long time it remained in private hands, but was bought back by Rolduc in 1980 and restored.

The southern wing, on the right-hand side when you are facing the church, was built in 1848 as a school.
  
Between 1970 and 1990, the building that make up Rolduc, including the crypt and the church with their frescoes, underwent major restoration work.
In 1992, Rolduc received the Europa Nostra Award, a prize awarded in recognition of projects that contribute to the upkeep of the European cultural heritage.

 

Deutsch Version

 “Im Jahr 1104 erschien der junge Priester Ailbertus van Antoing mit zwei Mitbrüdern im Land van Rode. Sie wollten eine eigene Klostergemeinde gründen, weil ihnen die Zucht in ihrem Kloster in Doornik nicht streng genug war.
Von Adalbert, Graf van Saffenberg aus Mayschoss an der Ahr und Eigentümer der Burg von ’s-Hertogenrade (das heutige Herzogenrath), erhielt er ein Stück Land, auf dem er eine einfache Unterkunft und eine kleine Holzkapelle errichtete.

Der reiche Embrico van Mayschoss schloss sich mit seiner Familie der kleinen Gemeinde von Ailbertus an und schenkte ihr seine gesamten Besitztümer. So konnte 1106 mit dem Bau der Krypta und der Errichtung der Fundamente der zukünftigen Klosterkirche begonnen werden. Die Krypta wurde 1108 fertig gestellt.

Nach Uneinigkeiten mit Embrico zog Ailbertus 1111 weg. Er starb im Jahr 1122 in Sechtem bei Bonn. 1895 wurden die sterblichen Überreste von Ailbertus nach Rolduc überführt und in der dort von ihm und Embrico errichteten Krypta beigesetzt.

Erster Abt des Klosters wurde Richer aus Rottenburch in Bayern. Die Gemeinschaft wurde ein Kloster der Augustiner-Chorherren, in der anfänglich nach sehr strengen Regeln gelebt wurde. Im Mittelpunkt des Ordenslebens standen das Leben in der Ordensgemeinschaft, das gemeinschaftliche Chorgebet, der Verzicht auf Privateigentum, strenges Fasten und harte körperliche Arbeit. Die Abtei wurde Kloosterrade genannt. Später, seit dem 18. Jahrhundert, wurde die französische Übersetzung von ’s-Hertogenrade (Rode-le-Duc = Rolduc) verwendet.

Nachdem die Herzöge von Limburg 1136 die Schirmherrschaft über die Abtei erhielten, wurde Kloosterrade ihr Familienkloster. Mehrere Herzöge wurden in Rolduc begraben, u.a. Walram III von Limburg. Sein Grab befindet sich im Mittelgang der Kirche.

Mitte des 12. Jahrhunderts begann die Blütezeit der Abtei, die bis weit in das 13. Jahrhundert reichte. Um 1250 hatte die Abtei etwa 3000 Hektar Grundbesitz und die Zahl der Klosterbrüder stieg unablässig.

Die Bibliothek entwickelte sich zu einer der bedeutendsten ihrer Zeit, und die Abtei lieferte die Seelsorger für zahlreiche Pfarrgemeinden.
Kloosterrade stiftete mehrere Tochterklöster: Marienthal im Ahrtal, Sinnich bei Aubel und Hooidonk bei Eindhoven. Fünf weitere Klöster in Friesland unterstanden der Autorität des Abtes von Kloosterrade. Die Abtei von Ludingakerke war die wichtigste.

 Im 14., 15. und 16. Jahrhundert erlebte die Abtei eine lange Periode des geistigen und materiellen Verfalls. Die Gebäude hatten schwer unter den Verwüstungen des Achtzigjährigen Kriegs zu leiden.
Erst 1680 gelang es den Äbten van der Steghe und Bock gegen den Widerstand der meisten Klosterbrüder, erneut eine strenge Ordensregel einzuführen.
Auch in materieller Hinsicht begann eine neue Blütezeit: dies war vor allem auf die Einnahmen aus dem Abbau von Steinkohle zurückzuführen. Um 1775 beschäftigte Kloosterrade 350 Grubenarbeiter.
1796 wurde die Abtei von den Franzosen aufgelöst, die Chorherren mussten die Abtei verlassen.

Die Gebäude standen daraufhin 35 Jahre lang leer. 1831 wurde das Priesterseminar des Bistums Lüttich in Rolduc gefestigt. Nach der Trennung Belgiens von den Niederlanden zog dieses Seminar nach St. Truiden und wurde Rolduc ein Internat mit Gymnasium und Realschule für die Söhne der mehr oder weniger begüterten niederländischen Bourgeoisie. Zwischen 1946 und 1967 war es wieder ausschließlich ein Kleinseminar, diesmal des Bistums Roermond.
Das letztendliche Internat wurde 1971 geschlossen.

Krypta und Kirche

Die Krypta und der später darüber errichtete Altarraum haben eine Kleeblattform. Der westlichste Teil der Krypta (der hintere Teil des Kleeblattstiels) wurde später errichtet. Bei ihrer Einweihung im Jahr 1108 war die Krypta also kürzer als heute.
Krypta und Kloster wurden der Jungfrau Maria und dem Erzengel Gabriel geweiht.
Aus diesem Grund findet man noch an vielen Stellen des Gebäudes Darstellungen der Verkündung Gabriels an Maria. Es fällt auf, dass alle Säulen der Krypta unterschiedlich sind.

1130 wurde über der Krypta der Altarraum der Kirche errichtet. Acht Jahre später wurden die Querschiffarme gebaut: das linke und rechte Querschiff mit dem dazwischen liegenden Teil. Der Mittelteil war damals noch nicht erhöht, da die Krypta noch nicht verlängert worden war. Vor dem Altarraum lag somit ein langer Quersaal, der von links nach rechts aus drei Gewölbefeldern (Travéen) bestand (Travée = Teil der Kirche, der mit einem Gewölbe überdacht ist, das auf Pfeilern ruht). 1143 wurde die Kirche in westlicher Richtung um drei Gewölbefelder verlängert. Beim ursprünglichen Plan sollten auf der Seite jeder Travée zwei kleinere Travéen in den Seitenschiffen errichtet werden.
Während des Baus wurde der Plan geändert. Bei der zweiten Travée (und später auch bei der vierten) hat man nicht zwei kleinere Travéen in den Seitenschiffen angebracht, sondern die Seitenschiffe als Ganzes erhöht. Dadurch entstanden die so genannten Pseudo-Querschiffe. Von außen hat es den Anschein, als ob neben der zweiten und vierten Travée des Mittelschiffs kleinere Querschiffe vorhanden seien, was jedoch nicht der Fall ist. Sie gehen nicht über die Fundamente des Kirchenschiffs hinaus. Diese Pseudo-Querschiffe waren nicht direkt von ästhetischer Bedeutung. Sie dienten der zusätzlichen Abstützung der Gewölbe und der Vergrößerung des Lichteinfalls. Die gleiche Bauweise war bei der älteren und inzwischen abgerissenen Mariakirche in Utrecht verwendet worden und wurde etwas später auch bei der O.L.-Vrouwekerk in Maastricht angewandt. Nach der Fertigstellung der drei Travéen im Jahr 1143 wurde hinter der dritten Travée eine schwere Abschlussmauer errichtet. Diese hinterste Travée hatte damals noch kein Gewölbe. 1153 wurde das Stroh des Kirchendachs durch Dachpfannen ersetzt.
Später im zwölften Jahrhundert, das genaue Datum ist nicht bekannt, wurde die vierte Travée gebaut und der westliche Gebäudeteil errichtet. Ursprünglich bestand er aus einem Mittelteil (auf dem jetzt der Turm steht) und zwei niedrigeren Seitenflügeln.
Der Turm reichte damals bis zu dem Gesims, das jetzt an der Außenseite unter dem heutigen gotischen Fenster zu sehen ist.

Die Vorderansicht der Kirche war anfänglich also niedriger und gedrungener als heute. Im Jahr 1209 war die Kirche fertig und wurde sie eingeweiht. Noch vor 1225 wurde die Krypta in westlicher Richtung vergrößert, der Stiel des Kleeblattes wurde verlängert. Auch der Altarraum wurde damals entsprechend verlängert und erhöht. Seither spaltet dieser erhöhte Altarraum das Querschiff in zwei Teile. Im sechzehnten Jahrhundert wurden Krypta und Altarraum dem Zeitgeist entsprechend der gotischen Bauweise angepasst, wobei die romanischen Elemente beseitigt wurden.
Die zwei Seitenschiffe der Krypta und des Altarraums wurden abgerissen, die runden Fenster durch spitze Fenster ersetzt.
 

Mitte des achtzehnten Jahrhunderts wurde die Krypta mit Stuckarbeiten im Rokokostil versehen.
Zu Beginn des siebzehnten Jahrhunderts wurden die Chorbänke vorne im Altarraum aufgestellt. Sie sind mit einfachen und ausdrucksvollen Schnitzereien versehen. 1624 wurde auf dem Westteil des Gebäudes ein Turm errichtet. 1678 wurde dessen Steinspitze durch eine Holzkonstruktion ersetzt, die mit Schiefer bedeckt wurde.
 
1853 erhielt der junge Architekt P.H.J. Cuypers den Auftrag, die Krypta zu restaurieren und dabei den inneren Teil möglichst in den alten romanischen Zustand zurückzuversetzen. Auch an der Kirche wurden erste Restaurationsarbeiten vorgenommen. 1893 wurde die Restauration der Kirche fortgesetzt, unter anderem durch den Wiederaufbau des Altarraums mit drei Trompetengewölben. Ausgehend von den wiederentdeckten alten Fundamenten wurde er alte Altarraum so gut wie möglich rekonstruiert. Die noch heute vorhandenen Wandmalereien wurden zwischen 1894 und 1902 von Kanonikus Göbbels aus Aachen angebracht. Die Grabsteine, die die Gräber der Äbte bedeckten, wurden vertikal außerhalb der Kirche und gegen die Mauern der Seitenschiffe aufgestellt.

Weitere Gebäude

Die Abtwohnung, das heutige Vorderhaus mit seinem großen Eckturm, wurde zwischen 1671 und 1676 von Abt van der Steghe im maasländischen Renaissance-Stil errichtet.
Dieses stattliche Gebäude vermittelt etwas vom Grandeur der Äbte, die seit van der Steghe das Recht hatten, die Bischofsmütze zu tragen.
 
Der Klosterhof, ein umschlossener Garten, der sich innerhalb der Kreuzgänge an der Nordseite der Kirche befindet, weist kaum noch etwas von seiner ursprünglichen Form auf. Ursprünglich war er weniger tief. Der westliche Flügel ist noch größtenteils im Originalzustand erhalten geblieben, die anderen Flügel wurden im Laufe der Zeit verändert und erhöht.

Der östliche Flügel, auf der Seite des einstigen Cour (Spielplatz), wurde zwischen 1752 und 1754 vom Aachener Architekten Moretti geschaffen.
Der reich verzierte Bibliotheksaal weist Stuckarbeiten im späten Rokokostil aus dem 18. Jahrhundert auf.
Auf der Südseite des Geländes befindet sich das Klostergehöft aus dem späten achtzehnten Jahrhundert. Es war lange in Privatbesitz. 1980 wurde es von Rolduc zurückgekauft und restauriert.

Der südliche Flügel des Vorplatzes, auf der rechten Seite der Kirche, wurde 1848 als Unterrichtsgebäude errichtet.
Zwischen 1970 und 1990 wurden die Gebäude von Rolduc, auch die Kirche und die Krypta mit ihren Wandgemälden, eingehend restauriert.

1992 erhielt Rolduc den Europa Nostra Award. Dieser Preis wird für Restaurierungen verliehen, die zum Erhalt des europäischen kulturellen Erbes beitragen.


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Ed eccoci qui, ad un mese e qualcosa di distanza dall’ultimo post…Molto è cambiato, ho deciso finalmente di fare il salto che ho sempre sognato di fare…Ebbene sì, i sogni si avverano, tutto sta nel saperli seguire e metterci tutta la forza della propria mente per realizzarli…Per cambiare…E per cambiarsi! 🙂

Mi rendo conto di quanto sono cambiata a quasi due mesi di distanza, a quanti passi da gigante ho fatto, al salto di qualità che ho compiuto ed alla presa di coscienza di quello che voglio.

Fra qualche giorno la mia vita cambierà drasticamente, sotto diversi punti di vista, ma soprattutto nello stile di vita…Troverò, forse, nell’evasione, la possibilità di crescere ancora, di trovare quella maturità che tuttora mi manca; inoltre avrò la possibilità di anestetizzare, o magari recidere, perché no, quel cordone ombelicale che mi ha sempre tenuta ancorata alla mia famiglia, che mi ha sempre fatto temere l’abbandono…Ho voglia di diventare pienamente donna, di costruire e costruirmi, di migliorarmi e di rompere quella barriera di incomunicabilità che spesso è stata l’origine di molti dei miei problemi.

Finalmente si volta pagina…Strapparla potrebbe essere lacerante, ma è sulla base del passato che cercherò di non commettere gli stessi errori…A partire dal risparmio, dalla gestione di quel poco che ho, fino ad arrivare a metter via qualcosina per il mio futuro…

 

Mi ritrovo, dopo 4 anni dall’apertura di questo blog, a rileggere i post più datati, oppure quelli più recenti…E mi rendo conto di quante cose siano cambiate nel giro di poco tempo (per poco tempo intendo qualche anno come qualche mese…).

Quattro anni fa scrivevo post su una persona che era il mio dio, il mio salvatore, il mio compagno di vita…Persona a cui dedicavo canzoni, che mi faceva battere il cuore, di cui sentivo la mancanza, una persona con cui ritenevo di poter finalmente costruire qualcosa di concreto…In realtà non è stato così…La colpa non è solo sua, dato che, raramente, nella rottura di una coppia, la responsabilità è solo di uno dei due…Ammetto di avere un carattere difficile da sopportare, sono complessa, qualcuno, con una buona dose di tagliente sarcasmo, mi ha rinfacciato di “affrontare la vita con il solito coraggio, maturità e sincerità che mi contraddistingue”…Una persona su cui avevo investito tutto, per cui ho sofferto e mi sono dannata l’anima ed il corpo (e le cicatrici si vedono…)…La mia spontaneità ed il mio anticonformismo non sono state apprezzate, i miei scleri, molto spesso esagerati ed il più delle volte, devo ammetterlo, tollerati da questa persona, non sono stati capiti fino in fondo…La filosofia dei panni sporchi lavati in famiglia ha prevalso sul resto, l’individualismo ha imperato…E dove c’è troppo individualismo, non può esserci rapporto duraturo…

Sono sempre più convinta, e sono i fatti a farmelo credere sempre più, del fatto che, lasciando tutto e buttando via 4 anni su cui avevo costruito, avevo investito, avevo lavorato su di me, mi ero sforzata di migliorarmi, di correggere i miei atteggiamenti da pazza psicopatica, ho solo fatto un favore a quella persona, che non mi sopportava più, che non avrebbe mai avuto il coraggio di mollarmi su due piedi, che minacciava ma non agiva, che non ce la faceva più a reggere una situazione che era più grossa di lui…Se avesse realmente voluto recuperare il rapporto, avrebbe potuto fare uno sforzo empatico maggiore…Non gliene faccio una colpa, ma solo un limite…

E questo è quanto ho da dire su un rapporto di cui ero entusiasta, era tutto quello che volevo, ma il cui epilogo mi ha delusa, mi ha amareggiata…E non è stato facile distaccarsi da una persona a cui volevo veramente bene, a cui voglio ancora bene, ma che ora, nella pura concezione dell’usa finché ti serve e poi getta, rinnega tutto quello che c’è stato, addirittura fa lo stronzo con atteggiamenti infantili, pensando di ferirmi, quando in realtà non me ne frega una sega…(cosa credi, che non abbia colto la bastardata che hai fatto?? Sai a cosa mi riferisco, ammettilo…). Cresci un po’ caro mio, soprattutto, sii coerente!!! Tacci me di immaturità, quando in realtà, sei tu quello che ancora deve crescere…Poi vengo a scoprire che, tramite il mezzo internet, quando io stavo facendo di tutto per recuperare la crisi, tu vai sui siti di incontri online…Per quelli riesci a sottrarre tempo al lavoro, quando invece riuscivi a stare un intero giorno senza mandare nemmeno un fottuto messaggio alla tua compagna…Quella per la quale non hai pianto, quella che ti ha lasciato ma a te la cosa scivola addosso, quella che ha fatto fuoco e fiamme per te, ma che importa…E poi non dirmi che non avevi capito che la cosa si stava spegnendo, come un vecchio ed umido moccolo di cera sciolta….Non dirmi che era solo una questione di soldi…Ma certo, tu mettevi tutto sul piano materiale, dell’affettività non te ne fregava un cazzo…Ti sembra normale?? Io credo che per te lo sia, sei troppo orgoglioso per ammettere che hai dei problemi…Ricorda che il peggior malato è colui che non vuole farsi curare, con tutte quelle scuse, che, per mascherare la propria paura di scavarsi ne profondo, si nascondono dietro allo scetticismo…Bah, non ti capirò mai!!! Come tu non hai capito me…

In ogni caso ti ringrazio per avermi insegnato quanto può essere bella la solitudine, quella solitudine che odiavo tanto e che mi faceva star male, quanto si riacquista la serenità quando si impara a star bene con se stessi, ad affrontare i propri problemi, a scavarsi nel profondo, a prendere per le palle le proprie paure…Quando si impara a star soli, e si sta bene, beh, io penso che sia un buon passo verso il Nirvana, quel Nirvana di cui anche Kurt parlava, a cui si giunge, finalmente illuminati, dopo un periodo indeterminato di profonda ascesi e sofferenza…Beh, io forse ci sono quasi arrivata, perché, finalmente, posso dire che da sola non sto poi così male…E non sento il bisogno di buttarmi ad ogni costo in una fottuta relazione, nelle braccia di quello sbagliato, solo perché mi può dare conforto ed un briciolo di effimero affetto…

Chiuso questo capitolo, possiamo passare a parlare dell’immaturità di questi trentenni e oltre, che si credono ultraprofondi, quando, in realtà, non hanno il coraggio di ricominciare una relazione dopo un fallimento sentimentale per paura di soffrire nuovamente…Ma che uomini siete?? Capisco che ci voglia tempo per guarire le ferite emotive, ma non voler più mettersi in gioco e voler giocare al cazzeggio, in tutti i sensi, da eterni Peter Pan, non solo è un atteggiamento che fa incazzare, ma è anche patetico…

Qualche tempo fa avevo scritto un post su una persona, per cui mi ero beccata una grande infatuazione…Una persona che inizialmente sembrava fosse intenzionata a frequentarmi, ma che, poi, si è ritratta perché “non voleva storie…”. “Mi voglio solo divertire”, non voglio farlo con te perché ti ferirei…Intanto però il biscottone l’hai pucciato…Forse è per questo che un giorno tu mi dissi: “Prima o poi avrai l’occasione di capire che sono STRONZO…” Hai ragione, sei stato obiettivo, come la tua formazione ed il tuo lavoro ti impongono di essere, ed onesto…Ed io apprezzo il gesto…Ognuno vive la propria esistenza come vuole ed io non sono nessuno per criticare…Da una persona come te, però, che sei dolce, sensibile, empatico (o, perlomeno, lo eri, visto che adesso svicoli e per te non sono che il ricordo di qualche scopata…), non mi aspettavo un simile atteggiamento, ovvero: volevi pucciare il biscotto ed io te l’ho fatto fare volentieri…Quella sera eri tutto ciò che desideravo…

Quanto ero persa per te…Ma adesso sto imparando a mettere in standby l’eccessivo coinvolgimento emotivo, le emozioni, la mia fottuta impulsività del cazzo… E l’ho imparato da te che, per deformazione professionale, sei razionale per natura, ed i sentimenti non potranno mai scalfire la tua mente di ghiaccio, o perlomeno non completamente…

Adesso come adesso mi pento di averti dedicato un post…Chissà adesso come sarai pieno di te, come te la starai menando…O forse no…Del resto, non c’è nulla di emozionante ad essere tra i post di una romanticona rincoglionita…Non ho cancellato nulla perché in questo blog c’è la mia storia…In quel preciso momento mi sentivo di dedicarti un post e l’ho fatto, punto…A costo di passare per esibizionista e di essere irrisa da tutti, te compreso…

Ora sto bene…L’unica cosa che hai cannato su di me in pieno: come cazzo fai a dire che “mi comporto da mamma”??

– THE END –

Psicologia del quotidiano – Rosella De Leonibus

Partiamo dalle emozioni: nel ‘900 la rivoluzione ideologica del pensiero psicanalitico ha riportato in
primissimo piano il “bagno ideologico” cartesiano, che oppose tra loro spirito e materia, mente e corpo, tutto
ciò che l’illuminismo prima e il positivismo scientista poi, avevano cacciato dalla finestra. Ed ecco allora che
le creature umane, lungi dell’essere ormai più descrivibili come soggetti dotati di lucida ragione, si
presentano con il loro lato oscuro in primo piano, con cantine e bassifondi inesplorati, dove si agitano
pulsioni, istinti, passioni che, con una potenza irresistibile, ben più forte di quella delle scelte consapevoli,
orientano il comportamento quotidiano. E di ragione, di consapevolezza, è meglio che non ne parliamo
proprio quando abbiamo di fronte i grandi raggruppamenti, le masse: il lato oscuro, primordiale, primitivo,
prende il sopravvento e si amplifica in relazione alla deresponsabilizzazione che il grande numero favorisce.
Il prezzo della civiltà
E allora? Come si fa a parlare di emozioni senza disegnare per la creatura umana un destino già tracciato,
dove il piccolo vascello dell’io cosciente sarà inevitabilmente trascinato e travolto dai marosi delle passioni
che lo abitano? E come si fa a non pensare alla civiltà come ad un lento e frustrante addestramento dove fin
da piccolo, attraverso l’educazione familiare, e più che mai paterna, assumo e faccio mie quelle regole che,
nella convivenza civile, impediscono agli umani di agire d’impulso uccidendo e stuprando sull’onda
dell’istinto? Allora l’adattamento alla civiltà sarà il prezzo da pagare per la sicurezza personale, imparando
ad inibire una parte dei propri impulsi, in vista della continuità della convivenza. L’Altro è l’oggetto su cui
investo le mie energie libidiche, ma è anche il mio limite, il limite della mia affermazione e della
soddisfazione dei miei bisogni.
Eppure non deve essere questa l’unica via. Voglio allargare il mio pensiero fino ad includere un orizzonte
intersoggettivo, non voglio stringere e costringere la mia vita psichica nel dilemma tra razionalità e passioni,
e vivere più o meno nevroticamante sul filo del rasoio dell’improbabile equilibrio tra le due.
Se sono le pulsioni inconsce che determinano i comportamenti, allora io potrò agire solo in termini di
“scarica”, per liberarmi di una tensione, e soddisfare così il mio bisogno, o di “rimozione” di questa tensione,
per opera dei meccanismi di difesa coi quali il mio io argina il mio inconscio, o in termini di conflitto tra
pulsione inconscia e motivazione cosciente. E se invece fosse vero che il mio bisogno di fondo, quello che
guida, sotto sotto, i miei comportamenti, sia il perseguire il piacere e allontanare il dolore, allora non sarei
certo più libero, come essere umano, di quanto non lo siano i miei amici a quattro zampe.
Un margine di libertà
Mi soddisfa di più un quadro concettuale dove il mio essere non sia totalmente inscritto nella natura, ma
anche nella cultura, dove i miei comportamenti non siano dettati solo dalle sollecitazioni pulsionali, ma anche
dai miei progetti trascendenti. Non saranno solo i bisogni di ciò che mi manca ad agirmi, ma anche potrò
agire un po’ più liberamente per bisogni di tipo “indipendente”.
E quando sono in rapporto ad un ambiente, al mondo, agli altri, ho la possibilità di scegliere se assumere
comportamenti predatori, tanto per andare a prendermi ciò che mi serve, o comportamenti diversi, dove
entro in relazione con questo ambiente qui e decido volta per volta se fermarmi, se cambiare meta, se
costruire quello che mi serve e che magari servirà anche a qualcun altro/E poi mi sembra di possedere più
bisogni, su più livelli, a volte in contrasto, a volte allineati in lista d’attesa, e poi non ho solo bisogni, ma
anche fantasie, idee, valori, sentimenti, esperienze. Quando mi avvio ad una azione verso il mio ambiente,
non trovo il vuoto, ma un mondo vivo di persone, fatti, storia. L’ambiente mi sollecita anche quando io non
voglio: mi respinge, mi attrae, mi offre occasioni e limiti, e anche i limiti mi stimolano e mi sfidano.
Una zona da condividere
Voglio pensarmi soggetto di fronte ad altri soggetti, voglio inscrivere le mie relazioni in un’ottica che
comprenda l’Altro come parte integrante di Me, come qualcuno senza il quale non solo io non esisto come
individuo, ma come qualcuno rapportandomi al quale io costruisco il mio Sé, lo compongo passo per passo
proprio nell’incontro col Tu. Allora Tu mi sei indispensabile; non più come limite, o come oggetto di amore o
conoscenza o altro. Ma come costituente attivo di tutto ciò che in me è crescita, farsi del mio Sé, esistenza di
me nel mondo. Allora se Tu mi sei indispensabile, bisogna che io rinunci subito ad una fetta della mia verità,
bisogna che io me le tenga in tasca, le mie care certezze, anziché farne una barriera attraverso la quale non
ti farei mai passare. E succederà che io mi renderò conto che non esiste un Io e un Tu assoluti, fuori della
relazione che instauriamo. In conseguenza di questo ci accorgeremo che sia Io che Tu siamo pieni di potere
l’uno sull’altro, e pieni di vulnerabilità, l’uno verso l’altro. E occorrerà subito che uno di noi due cominci ad
assumersi la responsabilità di quello che, Io e Tu, stiamo facendo l’uno con l’altro, l’uno all’altro. Io come
soggetto, quindi, soggettivamente motivato e mosso, con le mie emozioni, le mie percezioni, le mie verità, di fronte ad un altro soggetto, col suo mondo, la sua storia, il suo percorso, la sua particolare maniera di
funzionare. E tra di noi questo spazio straordinario della relazione, dove entrambi produciamo un sacco di
eventi, questo spazio mobile, incerto, fragile, ibrido, dove costruiamo passo per passo un piccolissimo
pezzetto di verità comune, di significati condivisi, di emozioni scambiate, ascoltate, accolte, di progettualità
nuova. Se siamo capaci di navigare un po’ in questo spazio, potrà prodursi un cambiamento, salti di livello,
crescite non lineari, ulteriori differenze e contatti, verità multidimensionali e molteplici.
Lo spazio per la responsabilità
Al centro di questo spazio c’è un posto d’onore, dove l’etica è viva e può vivere. Etica come capacità di
scelta e responsabilità che Io e Tu costruiamo insieme, a quattro mani, responsabili di Noi, ma non solo,
responsabili del Mondo che ci ospita, degli altri Io e Tu che ci abitano.
Scegliere, da questo posto che abbiamo creato, non è più una amara rinunzia, o un atto predatorio, non è
più applicare un codice, una norma, predefiniti e preimpostati. Responsabilità significa qui che io mi prendo
carico di me e di te, e di me e di te nel mondo, e accolgo un margine di incertezza e cambiamento che
riguarda anche me, in prima persona.
Significa che la mia soggettività, il mio modo parziale e unico di vedere le cose, le mie emozioni, i miei
sentimenti, le mie motivazioni, li colloco accanto ai tuoi, a cui accordo lo stesso identico diritto di
cittadinanza.
Siamo anche definitivamente fuori dall’illusione che basti la ragione, o l’appello a valori assoluti, a
“ridimensionare” le emozioni e i comportamenti che ne conseguono. Da un pezzo abbiamo capito che le
emozioni hanno le loro buone ragioni, che la mente razionale non solo non sa cogliere, ma oltre una certa
soglia, non riesce proprio a fermarle.
Educare le emozioni
Quindi il primo passo da fare sarà di accoglierle, queste emozioni, come uno dei dati che mi informano di
come va tra me e il mio ambiente, e poi dovrò cercare un modo non distruttivo per esprimerle, dovrò
imparare a usare questo meraviglioso strumento di simbolizzazione che è il linguaggio, e così le potrò
comunicare, raccontare, confrontare con gli altri. E posso diventare abile ad impedire che si traducano
immediatamente in azioni dirette, imparare ad attivare una attenta consapevolezza di me stesso e del
mondo che mi circonda, a valutare le conseguenze delle mie azioni, a cercare una congruenza e una
proporzione tra l’ azione che compio e la direzione che ho scelto, e infine a farmi responsabile delle
conseguenze, anche di quelle che non immaginavo.
Significa che le mie emozioni mi alleno fin da piccolo a sentirle, discriminarle, esserne consapevole, e
soprattutto mi alleno a contenerle, filtrarle, trasformarle in energia che posso gestire, con la quale posso
progettare (gettare avanti) me in un mondo esterno che include altri Io, altri Noi. Tutto sommato, se a due
anni di età ho già imparato a controllare gli sfinteri, a mangiare quando è ora e a dormire quando è notte, in
età meno tenera posso ben imparare a leggere, accogliere e gestire le mie emozioni. Se da adulto poi mi
trincerassi dietro la mia base inconscia di natura biologica, dietro la chimica dei miei ormoni cerebrali per
ogni mia irresponsabile esplosione, per ogni scelta che non compio, per ogni immediata reazione senza
intenzioni più allargate, avrei trovato un alibi piuttosto debole.
Le domande difficili – risponde Rosella De Leonibus
Come acquisire un ”alfabeto emotivo”, come uscire dalla incapacità di comunicare i sentimenti? 2/A,
Classico e Leardini, Psicopedagogico)
Quali rimedi si possono attivare per questa “anestesia” dei sentimenti che sembra caratterizzare la nostra
generazione? (4/Q, Bramante)
Perché la scuola non ci educa a comunicare emozioni? (Benelli , Psicopedagogico)
Tu chiamale se vuoi. emozioni  1
Per queste domande avrò bisogno di minimo due puntate. Ecco la prima.
Per dirla proprio tutta, la nostra epoca sembra avere un rapporto proprio strano con le emozioni.
Perché da un lato le esalta come non è mai avvenuto nella storia, ne fa il pane quotidiano degli eventi
mediatici, le amplifica e le estremizza con la comunicazione visiva, le sbatte in faccia alle famiglie all’ora di
cena dallo schermo, le sbrodola nei talk show e nei programmi<(finta)verità, mentre, dall’altro lato, proprio
per questo produce un effetto di saturazione percettiva.
E il troppo, il troppo urlato, il troppo esibito, l’eccesso di enfasi finiscono, al contrario, per spegnere e
disattivare l’interesse e la partecipazione per la parte emotiva della comunicazione. O peggio, per farne
oggetto di consumo e intrattenimento fine a se stesso, un po’ come i circenses degli antichi romani, come
companatico ad un pane quotidiano evidentemente ben poco eccitante. L’effetto globale di questa enfasiridondante è che, alla fine, tutto fa brodo per le emozioni, perché ciò che conta è attirare l’attenzione, e le
emozioni diventano come il sapore di fragola delle medicine: eccipiente ed edulcorante per facilitare
l’assunzione del principio attivo, il quale è, invece, la necessità di persuadere o dirottare l’attenzione,
allontanando ogni possibilità di riflettere ed analizzare. Alla fine un plus di emozioni non nobilita né valorizza
questa fondamentale modalità umana di rapporto col mondo, ma la riduce a strumento del gioco mediatico.
L’enfasi e l’anestesia
L’anestesia allora la possiamo leggere anche come il risultato di questo eccesso di enfasi? Un po’ come
all’uscita da una discoteca, dove per ore siamo stati immersi in un bagno sonoro coi decibel sparati a mille,
e le orecchie adesso sono come piene di ovatta, tutti i suoni esterni sembrano quasi azzerati.
Sul piano clinico questo azzeramento delle emozioni ha un nome preciso: si chiama alexitimia, e sempre più
spesso si manifesta anche in individui che, in media, vengono considerati “sani”. Infatti questa patologia,
che si definisce come un deficit della capacità di simbolizzare e verbalizzare le emozioni, e come una scarsa
consapevolezza in generale della vita emozionale nel suo complesso, in passato era evidente nelle persone
gravemente compromesse da gravi traumi, da una lunga tossicodipendenza, dall’alcolismo, da gravi malattie
psichiatriche, da serie malattie psicosomatiche.
Oggi sembra invece che questa modalità “spenta” appartenga un po’, come tratto che sta diventando
sempre più comune, alla personalità “normale” dei nostri tempi.
Senza parole per l’anima
Tentiamo una analisi: ci sono modalità tipiche di manifestare questo appiattimento del mondo emotivo, per
esempio nell’uso del linguaggio. Mentre da un lato nella comunicazione verbale c’è ricchezza di dettagli per
quanto riguarda i particolari degli eventi di vita, questi dati e fatti non sembrano collegati con risonanze
emotive. E’ come se la consapevolezza del mondo interiore fosse off. E’ poco usato, per esempio, il
pronome io, mentre abbondano le espressioni in terza persona. E mancano parole che esprimono affetti ed
emozioni. La fantasia sembra spenta, l’immaginazione è ridotta, anche i sogni sono poco colorati, poco
vividi, e la vita affettiva appare impoverita, sembra viaggiare sui binari del conformismo e dello stereotipo. I
rapporti interpersonali tendono ad essere vissuti in modo freddo e come meccanico, c’è difficoltà a capire il
mondo interiore dell’altro, ad immedesimarsi, e l’altro viene considerato, poco o tanto, come un oggetto, che
è interessante fino a quando è presente o è fonte di piacere e soddisfazione, mentre può essere
tranquillamente lasciato da parte quando richiede tolleranza, pazienza, impegno di qualche tipo.
C’è una buona capacità di produrre risultati sulla sfera pratica, ma il teatro interiore ha il sipario chiuso.
Allora spesso le emozioni, che comunque esistono, anche se non vengono né percepite, né riconosciute, né
tanto meno dichiarate, prendono un’altra via. Possono prendere la via del corpo, e trasformarsi in sintomi
somatici, o possono diventare azioni, anche forti, anche estreme, anche distruttive o autodistruttive,
compiute senza la minima consapevolezza di cosa le innesca, con una marcata qualità di automatismo ed
inevitabilità.
Normalità a profilo piatto
Questo è il versante della patologia, ma: quante di queste manifestazioni, più in piccolo, le ritroviamo nella
nostra vita quotidiana, nello stile di comunicazione e di vita di molte persone,?
Alla fine questa anestesia emotiva protegge dal dolore, dalla mancanza di senso, dal vuoto affettivo/ tanto
che accade a volte che alcuni giovani, proprio quando all’improvviso il sipario del mondo interno si squarcia
e non tiene più, strappato da eventi di vita dolorosi, cercano rifugi immediati rispetto all’angoscia, alla
tensione psichica. Nell’incapacità di elaborare le proprie emozioni – che poi vuol dire riconoscerle, dar loro
un nome e una storia, raccontarle a qualcuno che le ascolta e insegna a contenerle < le porte che più
facilmente si aprono sono quelle delle droghe, dell’alcol, della violenza distruttiva. Oppure del ritiro sociale,
con l’unica compagnia di un malessere senza nome e senza volto che invade l’anima e la possiede da
padrone.
Generazione emo
Il pendolo della storia ha nella sua natura il fatto di oscillare, e se da un lato molte persone si barricano nel
conformismo, nella ricerca di risultati materiali, e finiscono per appiattirsi in una “normalità” che conserva
solo poche tracce di umanità, dall’altro lato ecco che nasce la generazione EMO, i sensation seekers, i
gruppi e gli eventi emotionally driven, il movimento emo, la musica emo-core, gli emo-moovies/. la scrittura
emo: xxx, che vuol dire bacio, <3, che vuol dire cuore/
Hugs, no drugs, e cioè abbracci, non droga, è lo slogan del movimento emo, che si incontra in internet, e già
sta elaborando una sua scala di valori molto uncool, no corporate, non allineata, fuori dalle tendenze
comuni, fuori dal bon ton, ma fuori anche dallo stile falasamente empatico di certi eccessi sbrodolati della tv
verità.
E’ una filosofia ancora in parte abbastanza abbozzata, un po’ forse candida e teneramente ingenua, molto
underground, molto enfatica, ma capace, (vedremo, speriamo?) di essere l’inizio di un risveglio diverso. Amicizia, empatia, il cuore al centro del mondo, la capacità di piangere, anche in pubblico, l’innocenza,
l’ingenuità, gli scambi affettivi fisici come l’abbraccio, il contatto corporeo, recuperati non solo nella coppia,
ma tra amici, nel gruppo, come il grooming dei cuccioli, la sensibilità come valore (anche esagerato, come
esige il pendolo, perché ancora questa scala di valori non si è posta il problema dei confini, vedremo/), il
commuoversi come segnale di partecipazione agli eventi.
Voglia di raccontarsi
La generazione emo ha i suoi strumenti per esprimersi.
Il corpo innanzitutto, dicevamo, con la sua ritrovata (esasperata?) capacità do esprimersi col linguaggio non
verbale, ma anche il blog, il diario in rete dove la mia vita quotidiana, le mie idee sul mondo e sui massimi
sistemi, le mie emozioni, invece che rimanere sotto chiave in un cassetto, come piaceva nel secolo scorso ai
diari, si diramano nei mille snodi nella rete, e chi li legge mi può anche rispondere, dialogare con me, forse
un po’ fuori contesto, forse con molte proiezioni, generalizzazioni, semplificazioni, ma almeno recuperando
due strumenti fondamentali per l’umano: la scrittura e le parole che parlano del mondo interiore/.
La self expression, questo è un altro valore forte della generazione emo, il dirsi, il raccontarsi, anche nelle
chat, nei forum on line, soprattutto fra sconosciuti. Attivazioni anche viscerali, ma molto emozionate. La
logica formale vista come limite e ostacolo, (ah, il pendolo/), mentre l’elogio va all’imperfezione, con buona
pace del premio Nobel Rita Levi Montalcini, che invece studiava l’imperfezione e la elogiava proprio
attraverso uno dei più grossi strumenti della logica formale che è il discorso scientifico.
Ma la generazione emo ha bisogno di stare, almeno per un po’, sull’ altro estremo del pendolo. La visceralità
emotiva ha bisogno dell’immediatezza, della condivisione qui ed ora, ed allora un altro strumento sono gli
MMS con immagini della vita quotidiana, dove il frammento di immagine scambiato è come un piccolo dono,
una presenza calda, e anche un pochino, lasciatemelo dire, un ribadire che esisto, che ci sono anch’io nel
mondo così vasto, e voglio che tu mi veda, che fiuti la mia traccia e i riconosca/.
Emozionarsi è bello
Nasce anche una nuova estetica emo, dove imperfetto, approssimativo, dilettante, non troppo preciso, non
troppo ipertecnologico, è bello. Le istantanee col cellulare sono imprecise, ma sono un pezzetto della mia
verità personale adesso, che voglio condividere ora, subito, con te, perché magari tra un’ora, che dico tra
dieci minuti, ho già cambiato stato d’animo/. Gli emo<movies, girati con attori non professionisti, su temi ad
altissimo contenuto emotivo, con sistemi a bassa definizione, tecnologie casalinghe, improvvisate, mi
permettono di essere protagonista, di appropriarmi un pochino dalla parte degli autori di quella
comunicazione visiva di cui sono sempre più spettatore.
La musica emo, i concerti con le improvvisazioni in dialogo col pubblico, la musica low<fi, a bassa fedeltà,
con le voci, i rumori, così struggente, ineguale, così capace di attivare l’immaginario, coi pianti in scena, gli
abiti strappati, non solo del pubblico, ma anche dei cantanti, coi testi duri, estremi, problematici, che tirano
fuori le emozioni più forti/
Evviva il pendolo, per ora.
Prima o poi ci toccherà anche il duro e splendido lavoro di creare ordine, leggibilità e confini in questo mare
risvegliato. Buon lavoro a voi, ragazze e ragazzi del terzo millennio, e a noi educatori, a noi psicologi, a noi
filosofi, a noi genitori, a tutti quelli che vorranno continuare a credere in una umanità integrata, intera.
Le domande difficili – risponde Rosella De Leonibus
Come acquisire un ”alfabeto emotivo”, come uscire dalla incapacità di comunicare i sentimenti? 2/A,
Classico e Leardini, Psicopedagogico)
Quali rimedi si possono attivare per questa “anestesia” dei sentimenti che sembra caratterizzare la nostra
generazione? (4/Q, Bramante)
Perché la scuola non ci educa a comunicare emozioni? (Benelli , Psicopedagogico)
Tu chiamale se vuoi. emozioni – 2
Avevo annunciato altre puntate per queste difficilissime domande, ecco la seconda.
Formare competenze emotive, ecco forse uno dei compiti educativi più delicati. Perché le emozioni sono,
diceva un mio maestro una volta, come le anguille, non riesci mai ad afferrarle, e ti sgusciano via appena
credi di averle in mano. E come le anguille sono anche cangianti, e sanno passare dall’acqua dolce a quella
salata.
Per capire le emozioni ci vuole coraggio. Ancora più coraggio ci vuole per lasciar loro spazio, per starci
insieme, accanto, davanti, intorno, dentro, esplorarle, e non lasciarsi indurre nella tentazione di trasformare
subito la loro energia in azioni impulsive, non scelte, non pensate, in<mediate. Già, è proprio questa
l’educazione emotiva. E’ fatta di linguaggi, di parole per dirle, queste benedette emozioni, e di spazio/tempo
e situazioni adatte per comunicarle. Perché le emozioni hanno la tendenza (colpa dell’etimologia/) a ex<
movere, muovere verso l’esterno, uscire fuori, e decenni, secoli, millenni di tradizioni educative hanno studiato a fondo molti sistemi per non lasciarle uscire, per bandirne alcune, tentando perfino di eliminarne la
radice. Con l’unico risultato di ritrovarsi al punto di partenza, perché questa forma di energia vitale ha una
sua ferrea e stringente logica, una sua ineluttabile “necessità”, una sua innegabile urgenza di esistere, che,
dopo la lavorazione, può essere accolta, riconosciuta, letta, affinata, e portata con sé come bussola per
vivere. Come succo dell’esserci, come sensore per le scelte, come sestante per orientarsi.
Le parole per dirlo
Parole con la P maiuscola: parole che sappiano cogliere le sfumature. Ecco la prima lezione. Se non ci sono
vocabolari per le emozioni, le sensazioni interne, le agitazioni dell’anima non possono essere “salvate con
nome”, vanno tutte nel calderone dello star bene o star male, annegano nel brodo indifferenziato delle
sensazioni vaghe, dei malesseri senza nome, o degli entusiasmi a fuoco d’artificio, istantanei, non
riproducibili, non decifrabili. L’età delle emozioni, quella dove il panorama interno è tutto occupato dagli stati
e dai moti dell’anima, dalle onde ondivaghe e dai flutti fluttuanti delle tempeste ormonali, umorali, identitarie,
relazionali, è l’età in cui questo linguaggio si affina o si perde per sempre. Subito prima delle emozioni ci
sono le sensazioni, e subito accanto, ad un livello più intenso e duraturo ci sono le passioni, e ad un livello
più diffuso ci sono gli affetti, mentre ad un livello di distillazione più elevato ci sono i sentimenti. Dal campo
del biologico, degli istinti, delle pulsioni, al territorio del sociale, delle relazioni, dei valori. Ecco perché dare
un nome a queste cose è importantissimo. E’ la prima forma di accoglienza, di riconoscimento del diritto di
cittadinanza, e queste energie, non più clandestine e apolidi, possono avere un posto dove essere
riconosciute e vivere e trasformarsi. Facciamo una prova, adesso, qui. Al di là delle emozioni capostipite,
quelle di base, come possono essere la rabbia, il dolore, la gioia, la tristezza, il disgusto, la paura,
l’accettazione, l’attesa, la sorpresa, c’è un mondo di sfumature.
Possiamo pensare alla giornata di oggi, mentre leggete queste righe, e vedere se riconosciamo come nostra
esperienza qualcuna di queste sfumature, questi semitoni, questa gamma più vasta di colori.
Mettiamo tutto giù così, alla rinfusa, tanto le emozioni, i sentimenti, le passioni, sono tutti parenti tra loro,
possono stare gli uni accanto alle altre anche se sono diversi e addirittura, se sono contrastanti, spesso
abitano la stessa anima nello stesso momento.
I contrasti e le sfumature
Confusione, serenità, simpatia, fallimento, repulsione, tenerezza, soddisfazione, irritazione, colpa,
imbarazzo, orgoglio, partecipazione, isolamento, impegno, distanza, risentimento, superiorità, curiosità, noia,
sufficienza, scontento, sollievo, fiducia, rispetto, appagamento, ilarità, entusiasmo, delusione, sconcerto,
attrazione, invidia, sofferenza, insofferenza, urgenza, fastidio, impeto, nostalgia, timore, turbamento,
titubanza, sospensione, sfinimento, felicità, amore, odio, rapimento, disprezzo, disillusione, contrizione,
vergogna, fragilità, vulnerabilità, sopraffazione, affinità, disperazione, senso di vuoto, scoraggiamento,
chiusura, estasi, disponibilità, attrazione, rinuncia, rassegnazione, slancio, coraggio, abnegazione,
temerarietà, ira, amarezza, leggerezza, malinconia, disincanto, angoscia, trepidazione, eccitazione,
sconfitta, vittoria, terrore, panico, euforia, esaltazione/..
Il gioco continua: quali di queste sfumature (spesso ne servirà più di una per tracciare l’immagine di un
momento, di un flash di vita ) mi sono appartenute oggi? E ancora: quale filo, quale storia posso
concatenare oggi con queste parole? Come hanno fatto a trasformarsi l’una nell’altra? Quali piccoli o grandi
contrasti ho vissuto oggi? E per ognuna di queste parole che ho riconosciuto mie, quando, come, dove, con
chi l’ho sentita dentro di me? Come la ho manifestata, o nascosta? Ce n’è qualcuna che mi è più congeniale
di altre, che conosco o accetto meglio di altre, o che mi disturba più di altre? Ce ne sono alcune che mi
accorgo di non aver mai sperimentato? E a questo piccolo elenco di parole per dirlo e di domande, cosa
posso aggiungere di proprio mio?
Ecco, entrare dentro questo infinito e variegato universo è un’avventura splendida e faticosa. E’ diverso
sentire di star male, piuttosto che accorgersi di essere per esempio irritati o delusi o sfiduciati o angosciati o
terrorizzati/.. E’ diverso sentire di star bene , piuttosto che sentire di essere sereni, o pieni di entusiasmo, o
rapiti, o leggeri, oppure provare un sentimento di fiducia e apertura. Questa attenzione che possiamo
imparare a porre verso il mondo dell’anima è una potentissima bussola. Perché ci permette di filtrale, queste
robe qua, e lasciarle decantare un po’, scaldarci alla loro energia, positiva o negativa che sia, e metterla al
servizio della nostra vita.
Come training per costruire la forza d’animo, come passaggio per direzionare consapevolmente le scelte,
come allenamento ad ascoltare ed accogliere le altre persone, come ponte privilegiato per attivare
l’intuizione e la capacità di decidere, come costruzione di un “contenitore interno” che può ospitare le
sensazioni e le emozioni mentre affiorano, e ne disciplina l’uscita, per imparare, oggi più che mai, ad
attendere il momento giusto, a trovare il tono giusto, a lasciare che qualche cosa resti anche irrisolta e
inesaudita, a tradurre queste energie in azioni consapevoli e misurate.
Questo è il bello: non più, non solo, cavalloni che ci sbatacchiano sugli scogli o stagno piatto immobile e
morto. Cavalli da cavalcare, a pelo o con la sella, al passo, al trotto, al galoppo, e anche da lasciar correre
liberi quando si può. Gli spazi, i tempi, i rituali
Benedette emozioni, come sono delicate, ed esigenti! Oltre le parole per dirlo, hanno bisogno dello
spazio/tempo per poterci stare accanto. Uno spazio calmo, senza troppi stimoli. Ecco come mai è difficile
che succeda: un ascolto delle emozioni nelle nostre case piene di oggetti, con la fretta della quotidianità, coi
televisori sempre accesi, lontano dai ritmi e dai suoni e dai colori della natura, è quasi impossibile. L’ascolto
delle emozioni nostre e altrui ha bisogno di silenzi, di vuoti, di attese, che le lascino emergere invece che
pomparle fuori, strapparle via, o peggio soffocarle, ridurle a mugugni e grugniti.
Ha bisogno di situazioni e momenti, di rituali, quasi, di celebrazioni. Ha bisogno della conversazione, senza il
peso dei giudizi né delle prescrizioni. Ha bisogno dell’accoglienza e della reciprocità. Mi fa molta tenerezza
pensare alla pretesa che avremmo noi adulti di ricevere le vostre confidenze di adolescenti sulle sfumature
dell’anima mentre pretenderemmo di restare là davanti a voi abbottonati e riparati dal nostro ruolo. O al
contrario mentre fingiamo di voler ascoltare voi e invece vi rovesciamo addosso come un torrente le nostre,
di emozioni, senza spazi di punteggiatura per il dialogo.
Cosa senti, come lo vivi, che effetto ti ha fatto, come stai con questo sentimento, cosa è importante per te,
cosa ti fa male, cosa desideri, cosa hai colto, cosa hai intuito, di cosa ti sei accorto//cosa ti suscita, come
reagisci dentro di te a questa cosa, ecco le calamite per attrarre la comunicazione emotiva, anzi,
emozionata.
Ecco la possibilità che abbiamo per dare spazio alle emozioni senza trasformarle in bombe ad orologeria,
senza legarle una volta per sempre al bisogno narcisistico di essere esposte e imposte senza riguardo al
come e al quando.
E i rituali, dicevamo: sedersi accanto sul divano in silenzio, il saluto della buona notte nel buio della stanza,
l’attesa disponibile, leggere una poesia, un racconto, vedere un film insieme, e commentarli, alla pari, quello
che dici tu vale quanto quello che dico io, anche se ho trenta anni di più. E ritrovare il contatto con l’energia
degli elementi della natura, con la potenza delle espressioni dell’arte in tutte le sue forme, e la nostra
capacità di adulti di stare anche con ciò che è dissonante, irrisolto, estremo, per accompagnarvi anche là, se
state esplorando questi confini.
La nostra possibilità di reggere anche le vostre lacrime (disperate, totali), le vostre eccitazioni
(incondizionate, volatili ed ondivaghe), le vostre chiusure (così dure e frustranti per noi), la vostra paura di
sbagliare (o il desiderio di rischiare), il vostro bisogno di rassicurazione (ma non troppa). La nostra capacità
di sostenere e amare queste intensità, questa alta tensione, e anche quegli abissali vuoti pneumatici che di
tanto in tanto attraversate.
La mappatura che noi stessi abbiamo (o non abbiamo) di questa dimensione interiore, di questo paesaggio
dell’anima, e i sentieri che abbiamo già (o non abbiamo mai ancora) inventariato, esplorato.
Condividere, perché le emozioni non condivise sono pietre dentro l’anima, e come i massi che cadono nei
fiumi, creano vortici e gorghi, e piene devastanti, e secche tremende.

(1998 Relazione al convegno promosso dal comune di Padova a conclusione del progetto di prevenzione alle tossicodipendenze: “Prevenzione, Accettazione, Accoglienza” sul tema “Buona gestione dei conflitti e comunicazione efficace in ambito educativo”)

 

Ci siamo posti un obbiettivo, sicuramente non semplice: fare prevenzione. Non facile e difficilmente verificabile nell’efficacia perché: come si può dimostrare che i cambiamenti osservati sono riconducibili ad un intervento di prevenzione e non un risultato casuale? Nello specifico è ancora più complicato quando l’oggetto dell’intervento è l’uomo con tutto il suo bagaglio di non conoscibile. 
E’ possibile prevenire il disagio psicologico? Innanzi tutto è necessario presumere di conoscere la sua eziologia poiché prevenire significa rimuovere le cause che lo determinano.

Crediamo che le cause siano indubbiamente più complesse e molteplici di quanto qualunque teoria possa tentare di definire. Tuttavia possiamo pensare che le cause principali del malessere contemporaneo risiedano nel vuoto, nella solitudine, nella spersonalizzazione, nella difficoltà a dare spessore e profondità al proprio IO. Sapere “chi sono” e “cosa voglio” è essenziale per la formazione dell’identità. Ogni buco, ogni spazio vuoto in questo” riconoscersi” diventa spazio di malessere.
Quando parliamo di disagio giovanile ci occupiamo anzitutto del malessere di questi ragazzi e i comportamenti disturbanti e ancor peggio devianti che ne conseguono, sono per noi solo dei rivelatori.

I giovani che esprimono disagio, malessere, che abusano di alcool, di sostanze stupefacenti, che si comportano in modo violento e autolesionista, soffrono?

Forse no, o meglio non più, perché quando la sofferenza è troppa non è sopportabile e la natura stessa provvede. Ad esempio quando il dolore fisico supera una certa soglia interviene una sostanza che ha la struttura molecolare simile a quella dell’eroina: l’endorfina, un anestetico naturale. 
Cosa c’è di più pericoloso per un essere umano del non avvertire il dolore? Come fa a distinguere ciò che gli fa male o ciò che fa male agli altri, se non ne ha consapevolezza? Forse questi ragazzi sono psicologicamente anestetizzati, quindi non sentono.

Permetteteci una parentesi etimologica, prendiamo in esame due parole.
MALESSERE: essere male, male, dal latino malum: cattivo, quindi, essere cattivo.
SOFFRIRE: dal latino, sufferre: sopportare, tollerare, resistere a…
C’è differenza di significato tra malessere e sofferenza. Si potrebbe ipotizzare che l’impossibilità o incapacità di soffrire porti al malessere nel significato di “essere cattivo”, che si traduce poi in comportamenti disturbanti o devianti. Stare nella sofferenza, al contrario, è capacità di sopportare, non nel senso moralistico o masochista del termine, bensì nel significato di “capacità di attesa” che implica anche un rapporto più naturale con il tempo.

Star bene o essere sani non significa, come forse molti credono non soffrire, non essere mai tristi. Significa invece sentire le emozioni, i sentimenti, in maniera adeguata alle circostanze e la sofferenza, il dolore e la morte, sono elementi essenziali della vita.

……”la depressione che segue un lutto è considerata anormale, ci mandano dal medico perché ci prescriva dei farmaci”….da “La morte amica” di Marie De Hennezel.

Non siamo certo originali se affermiamo che la nostra civiltà ha rimosso la morte e ha di conseguenza negato tutti i sentimenti relativi al lutto. Nel momento in cui siamo indotti a reprimere il dolore, la sofferenza, il lutto della perdita, siamo costretti a rimpicciolire la nostra capacità di sentire e perciò anche le emozioni di gioia, di entusiasmo, di felicità, sono sopite.

L’uomo contemporaneo ha idealizzato e creduto forte colui che è capace di controllare le emozioni, mentre la persona emotiva è ritenuta infantile, debole.
L’anestesia dei sentimenti è diventato un valore della cultura contemporanea, allora perché stupirsi se tanti dei nostri giovani usano eroina, visto che è il più potente anestetico del sentire?
Chi è dentro il mal-essere ma non dentro la sofferenza non sente, ha anestetizzato il sentire, ha messo a tacere i sensi perché ha negato la sofferenza. Non sente la sua e non comprende quella degli altri. Questo è pericoloso.

Probabilmente è ciò che l’opinione pubblica definisce come “mancanza di valori“. Quello che caratterizza il valore è il segno positivo. Questo implica una capacità di giudizio su ciò che è buono o cattivo, ciò che è bene o male, giusto o sbagliato. 
Ci chiediamo se la crisi dei valori appartenga ai giovani o al mondo degli adulti e se, di conseguenza, si rifletta sui primi. Ci chiediamo cosa provano, quali sentimenti vivono coloro che sono a contatto con i ragazzi, che lavorano con essi o che sono loro legati affettivamente: gli adulti. 
Cosa provano di fronte al disagio, ai comportamenti di “rottura” degli adolescenti? Rabbia, impotenza, pena? Ci sembra che si preoccupino maggiormente di elaborare strategie educative che riconducano i comportamenti devianti alla normalità. Questo li tranquillizzerebbe. 
Ci chiediamo se sono in grado di ascoltare l’urlo di muta disperazione che c’è dietro, se sono capaci di recepire, di sentire, se sono in grado di soffrire. 
Se sono capaci di soffrire allora sono in grado di attendere, che il bambino si faccia adolescente, che l’adolescente si faccia adulto. Non si tratta di un’attesa passiva, assente, bensì di un’attesa propositiva, attenta, presente, tollerante, in una parola EMPATICA.
Allora il tempo dell’attesa si fa contenitore.

Se l’adulto non è capace di empatia non è un buon educatore, anche se è ottimamente preparato sia sul piano teorico che metodologico.
Chi è capace di soffrire può guarire, altrimenti alimenta altro disagio, altro malessere. Se una persona conserva la capacità di soffrire, perciò di sentire, sente empaticamente anche ciò che fa male agli altri. Questa può essere prevenzione.
Il nostro modo di formare é essenzialmente esperienziale proprio perché abbiamo come scopo non quello di “educare gli educatori” ma di “empatizzare gli educatori”.

 
 

Nati così, in mezzo a tutto questo, tra facce di gesso che ghignano e la signora morte che se la ride…

mentre gli ascensori si rompono

mentre gli orizzonti politici si dissolvono

mentre il ragazzo della spesa del supermercato ha una laurea

mentre i pesci sporchi di petrolio sputano la loro preda oleosa

e il sole è mascherato

 

siamo nati così

in mezzo a tutto questo

tra queste guerre attentamente matte

tra la vista di finestre di fabbrica rotte di vuoto

in mezzo a bar dove le persone non non si parlano più

nelle risse che finiscono tra sparatorie e coltellate

 

siamo nati così

in mezzo a tutto questo

tra ospedali così costosi che conviene lasciarsi morire

tra avvocati talmente esosi che è meglio dichiararsi colpevoli

in un Paese dove le galere sono piene e i manicomi chiusi

in un posto dove le masse trasformano i cretini in eroi di successo

nati in mezzo a tutto questo

 

ci muoviamo e viviamo in tutto ciò

a causa di tutto questo moriamo

castrati

corrotti

diseredati

per tutto questo

ingannati da questo

usati da questo

pisciati addosso da questo

resi pazzi e malati da questo

resi violenti

resi inumani

da questo

 

il cuore è annerito

le dita cercano la gola

la pistola

il coltello

la bomba

le dita vanno in cerca di un dio insensibile

le dita cercano la bottiglia

le pillole

qualcosa da sniffare

 

siamo nati in questo essere letale triste

siamo nati in un governo in debito di 60 anni

che presto non potrà nemmeno pagare gli interessi su quel debito

e le banche bruceranno

il denaro sarà inutile

ammazzarsi per strada in pieno giorno non sarà più un crimine

resteranno solo pistole e folle di sbandati

la terra sarà inutile

il cibo diventerà un rendimento decrescente

l’energia nucleare finirà in mano alle masse

il pianeta sarà scosso da un’esplosione dopo l’altra

uomini robot radioatitvi si inseguiranno l’un l’altro

 

il ricco e lo scelto staranno a guardare da piattaforme spaziali

l’inferno di Dante sarà fatto per somigliare a un parco giochi per bambini

il sole sarà invisibile e sarà la notte eterna

gli alberi moriranno

e tutta la vegetazione morirà

uomini radioattivi si nutriranno della carne di uomini radioattivi

il mare sarà avvelenato

laghi e fiumi spariranno

la pioggia sarà il nuovo oro

la puzza delle carcasse di uomini e animali si propagherà nel vento oscuro

gli ultimi pochi superstiti saranno oppressi da malattie nuove ed orrende

e le piattaforme spaziali saranno distrutte dalla collisione

il progressivo esaurimento di provviste

l’effetto naturale della decadenza generale

e il più bel silenzio mai ascoltato

nascerà da tutto questo

il sole nascosto

attenderà il capitolo successivo

 

(Charles Bukowski)

 

Da Il Giornale di Vicenza, 14/02/2012

Il contrabbasso. Può “cantare”, il contrabbasso? Con quella sensazione di “ottava sotto”, come la subottava dell’organo, il registro di Subbasso che tra le canne è il più dolce e misteriosamente penetrante. Nell’orchestra è il fondamento. “Una fila di contrabbassi a dire il doloroso tormento delle passioni”, confidava Puccini agli amici che nella casa di Torre del Lago assistevano all’orchestrazione di Bohème. “Il contrabbasso prosegue nel violoncello che prosegue nella viola che prosegue nel violino: questa è la sequela degli archi” si recitava nella Scuola di Avviamento Professionale, la “Rude scuola del popolo” voluta da Mussolini, dove per un’ora la settimana si studiava “Musica e Canto”. Anche Mario Rigoni Stern si è formato nella Scuola di Avviamento, e avrà recitato a memoria “la sequela degli archi”.
A Padova, la musicale famiglia Valdettaro e Scarlino propone il CD “Tre per Attila”, titolo giocoso, spiritosa dedica-pretesto al tenero cagnolino domestico, Attila. Ines Scarlino, pianista, insegnante al Pollini, con uno stuolo di allievi diplomati affermati nel mondo musicale. Giambattista Valdettaro, il marito, anch’egli insegnante al Pollini, per lungo tempo violoncellista dei Solisti Veneti, poi in altre prestigiose formazioni orchestrali sinfoniche. Il figlio Riccardo, diplomato in contrabbasso, già avviato all’insegnamento e al concertismo con un repertorio di musiche rare, meglio dire trascurate dall’ufficialità dei programmi. Può cantare, può avvincere, il contrabbasso? Certamente. E si pensa subito a Giovanni Bottesini. Claudio Scimone si distingue tra i direttori d’orchestra anche per la capacità di cercarle, queste musiche dimenticate; infatti, include spesso Bottesini, compositore amico di Giuseppe Verdi, nei suoi concerti in tutto il mondo. Del virtuoso contrabbassista, direttore d’orchestra alla “prima” dell’Aida al Cairo il 24 dicembre 1871, poi direttore del conservatorio di Parma, inventore della moderna tecnica contrabbassistica con innovazioni geniali, nato a Crema nel 1821, Riccardo Valdettaro propone l’Elegia in re e il poderoso Capriccio di bravura per contrabbasso e pianoforte. E stupisce, oltre la tecnica, il suono sempre intenso e morbido, che porta a pensare immancabilmente alla simpatica “sequela” degli strumenti ad arco. L’incisione si apre con Piéces en concert per violoncello e pianoforte, cinque genialissimi quadri del grande François Couperin, il grande clavicembalista e organista parigino. Giambattista Valdettaro e Ines Scarlino propongono anche, con mirabile intesa, le Dodici Variazioni di Beethoven dal Giuda Maccabeo di Haendel. La pregevole pubblicazione, che si può cercare nel catalogo di Velut Luna, l’affermato tecnico dei suoni e produttore padovano, si chiude con un’altra rarità, il Duetto per contrabbasso e violoncello di Gioachino Rossini. In tre movimenti, Allegro, Andante con moto, Allegro, per un’ampia durata sonatistica, il Duetto conferma la felicità tematica rossiniana e insieme la brillantezza tecnica, ma anche la maturità interpretativa di Giambattista e Riccardo Valdettaro, padre e figlio, divertiti, forse, anche dallo stupore domestico di Attila.

Zoom Foto

Chi è Riccardo Valdettaro

Nasce a Padova il 15 febbraio 1979.

si è diplomato nel 2007 con il massimo dei voti  presso il Conservatorio di Rovigo “F.Vanezze” sotto la guida del M° Ubaldo Fioravanti.

Nel 2004, 2005, 2006 e 2007 ha frequentato i corsi internazionali di perfezionamento (sempre tenuti dal M° Ubaldo Fioravanti ) della Fondazione Musicale S.Cecilia di Portogruaro (suonando al concerto di fine corso degli studenti, in veste di solista). Nel 2004 ha frequentato il corso d’interpretazione dello stile barocco tenuto dai Maestri Ubaldo Fioravanti ed Enrico Casazza per la “Giovane Accademia Musicale Veneta”. Ha frequentato le Masterclass dei Contrabbassisti: Gabriele Raggianti, Giuseppe Ettorre, Libero Lanzillotta, Antonio Sciancalepore.

Successivamente studia per un anno con il M° Riccardo Donati al Conservatorio “Lucio Campiani” di Mantova e dal 2007 è inscritto all’Accademia di  alto perfezionamento “Walter Stauffer” di Cremona sotto la guida del M° Franco Petracchi seguendo anche i corsi estivi di perfezionamento del Campus Internazionale di Musica di Sermoneta (sempre tenuti dal M° Franco Petracchi e suonando anche qui al concerto di fine corso degli studenti, in veste di solista).

Nel 2004 e nel 2005 ha fatto parte dell’Orchestra regionale dei conservatori del Veneto (O.R.C.V.) diventandone poi primo contrabbasso nel 2006. Nel 2005 vince il 2° premio della categoria A (corsi inferiori) della rassegna d’archi “Mario Benvenuti” di Vittorio Veneto, nel 2006 è finalista alla medesima rassegna della categoria B (corsi superiori) (nessun premio assegnato), nel 2007 vince il primo premio della categoria B (corsi superiori) alla medesima rassegna. Sempre nel 2007 vince l’audizione tenuta dal Conservatorio di Rovigo per esibirsi in veste di solista in qualità di migliore allievo e suona il Concerto in Si minore di G.Bottesini accompagnato dall’ Orchestra del Conservatorio. Nel 2008 riceve un Diploma d’Onore al concorso internazionale T.I.M. (torneo internazionale di Musica). Nello stesso anno riceve un premio speciale al prestigioso concorso di esecuzione per Contrabbasso “Werther Benzi”.Viene regolarmente chiamato a collaborare con l’orchestra di Padova e del Veneto (anche primo contrabbasso), orchestra Filarmonia Veneta, orchestra delle Venezie diretta da Giovanni Angeleri (anche primo contrabbasso), orchestra Vanezze (primo contrabbasso), Giovane Filarmonica Veneta (primo contrabbasso), Accademia dell’Orchestra Mozart  diretta da Enrico Bronzi, ecc…

Figlio d’arte, si esibisce con i genitori (la pianista Ines Scarlino e il Violoncellista Giambattista Valdettaro) oltrechè in vari gruppi cameristici, orchestre, e in veste di solista.

Attualmente studia sotto la guida del M° Franco Petracchi.

 

Sesto Calende è una piccola città lombarda vicina al confine con il Piemonte. Sorge al centro di un verdeggiante anfiteatro morenico all’estremità meridionale del Lago Maggiore, dove il Ticino riprende il suo cammino per congiungersi con il Po.

Turismo a Sesto Calende

Sesto Calende gode di una posizione privilegiata che l’ha resa una zona ideale per gli insediamenti fin dal periodo neolitico, quando qui si stanziarono dei popoli migranti. Qui vivevano le genti che diedero origine alla Cultura di Golasecca. Per questo motivo in città sorge il Civico Museo Archeologico, ricco di reperti e testimonianze provenienti dai tempi antichi.

Nella località di San Vincenzo si trova il grande masso erratico conosciuto come Sass de Preja Büja, importante anche per le antiche iscrizioni incise sulla sua superficie.

Per quanto riguarda l’architettura sacra, è molto interessante l’Abbazia di San Donato, risalente al IX secolo. Si tratta di una chiesa romanica che ospita numerosi affreschi dei periodi più disparati ed è considerato il maggior monumento sestense.

Sesto, posto sulla Statale e la linea ferroviaria del Sempione, è un essenziale nodo di comunicazione viaria verso la Pianura Padana e i valichi del Sempione e del Gottardo. Monumentale simbolo di questa vocazione ai trasporti è il doppio Ponte di ferro sul Ticino, realizzato nel 1868. Grazie ad esso la città rappresenta anche un punto di partenza privilegiato per visitare sia le sponde piemontesi del Lago Maggiore, da Arona a Cannobio, sia quelle lombarde, da Angera a Luino.

Svago a Sesto Calende

Le bellezze naturali offerte da questa zona sono stupende: lago, fiume, collina, montagne e il Monte Rosa sullo sfondo. Inoltre il territorio di Sesto Calende è immerso nel verde del Parco Lombardo della Valle del Ticino, parco attrezzato per pic-nic e scampagnate all’aria aperta.
Nel paese sono continuamente organizzati tanti simpatici eventi teatrali, musicali, cinematografici e anche le classiche sagre gastronomiche.

 

 

Ma chi ci abita sarà d’accordo?? 🙂

Sesto Calende è una piccola città lombarda vicina al confine con il Piemonte. Sorge al centro di un verdeggiante anfiteatro morenico all’estremità meridionale del Lago Maggiore, dove il Ticino riprende il suo cammino per congiungersi con il Po.

Turismo a Sesto Calende

Sesto Calende gode di una posizione privilegiata che l’ha resa una zona ideale per gli insediamenti fin dal periodo neolitico, quando qui si stanziarono dei popoli migranti. Qui vivevano le genti che diedero origine alla Cultura di Golasecca. Per questo motivo in città sorge il Civico Museo Archeologico, ricco di reperti e testimonianze provenienti dai tempi antichi.

Nella località di San Vincenzo si trova il grande masso erratico conosciuto come Sass de Preja Büja, importante anche per le antiche iscrizioni incise sulla sua superficie.

Per quanto riguarda l’architettura sacra, è molto interessante l’Abbazia di San Donato, risalente al IX secolo. Si tratta di una chiesa romanica che ospita numerosi affreschi dei periodi più disparati ed è considerato il maggior monumento sestense.

Sesto, posto sulla Statale e la linea ferroviaria del Sempione, è un essenziale nodo di comunicazione viaria verso la Pianura Padana e i valichi del Sempione e del Gottardo. Monumentale simbolo di questa vocazione ai trasporti è il doppio Ponte di ferro sul Ticino, realizzato nel 1868. Grazie ad esso la città rappresenta anche un punto di partenza privilegiato per visitare sia le sponde piemontesi del Lago Maggiore, da Arona a Cannobio, sia quelle lombarde, da Angera a Luino.

Svago a Sesto Calende

Le bellezze naturali offerte da questa zona sono stupende: lago, fiume, collina, montagne e il Monte Rosa sullo sfondo. Inoltre il territorio di Sesto Calende è immerso nel verde del Parco Lombardo della Valle del Ticino, parco attrezzato per pic-nic e scampagnate all’aria aperta.
Nel paese sono continuamente organizzati tanti simpatici eventi teatrali, musicali, cinematografici e anche le classiche sagre gastronomiche.

Stupid cupid, you’re a real mean guy
I’d like to clip your wings so you can’t fly
I’m in love and it’s a crying shame
And I know that you’re the one to blame
Hey, hey — set me free
Stupid cupid, stop pickin’ on me!
I can’t do my homework and I can’t see straight
I meet him every morning ‘bout a half-past eight
I’m acting like a lovesick fool
You’ve even got me carrying his books to school
Hey, hey — set me free
Stupid cupid, stop pickin’ on me!
You mixed me up but good right from the very start
Hey, go play Robin Hood with somebody else’s heart
You’ve got me jumping like a crazy clown,
And I don’t feature what you’re putting down
Since I kissed his lovin’ lips of wine,
The thing that bothers me is that I like it fine!
Hey, hey — set me free
Stupid cupid, stop pickin’ on me!
You’ve got me jumping like a crazy clown,
And I don’t feature what you’re putting down
Since I kissed his lovin’ lips of wine,
The thing that bothers me is that I like it fine!
Hey, hey — set me free
Stupid cupid, stop pickin’ on me!
Hey, hey — set me free
Stupid cupid, stop pickin’ on me! 

Con quello sguardo mi ha stregata, con la sua dolcezza mi ha ammaliata, con i suoi occhi mi ha domata, con le sue parole mi ha incantata, con la sua bellezza mi ha sedotta, con la sua mente mi ha conquistata, con la sua intelligenza mi ha stupita, con la sua cultura mi ha basita…Ma perchè esiste il raziocinio?? E perché la passione non se ne va da me?? Tu mi dicesti: “deformazione professionale…”; “non voglio usarti, prima che tu ti innamori seriamente, voglio rallentare per non farti soffrire…”. Ma come Medusa sugli umani, hai pietrificato la mia mente ed ora, come un sasso tagliente, ti ci sei conficcato e non riesco a scagliarti via…

 “Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.Non lo so, ma sento che ciò accade, e ne sono tormentato.” (Catullo, Carme 85).

O Enea dalle forti braccia,

pastore della tua gente, condottiero indomito,

abbi pietà nell’ascoltare le suppliche di una misera regina

che nell’opulenza vive, ma senza amore.

A piangere andai dalla sorella mia, ma ella non seppe

non seppe consolare le mie pene,

perché non hanno natura umana, ma

sono capricci degli dei, di cui tutti siamo

non più di pupazzetti per bambini,

riempiti di paglia con gli occhi d’argilla,

si beffan di noi per lor diletto, e noi subiamo.

Ma è punizione bellissima, quella che io subisco per te.

Qual nume, quale mi instillo il seme bollente che porto nel petto e nell’anima?

Chi disse a Cupido, divin bambino, di scoccare la freccia che mi colpì?

So solo che sebbene ora questo calore mi consuma,

nulla mi è più grato di sciogliermi in questo abbraccio,

e se avessi ancor qualche potere, ah quanto mi abbandonerei.

Ma la ragione mi spinge,

sussurra e mi dice parole maleve.

Ché il ricordo del tanto amato Sicheo ancor mi confonde

e sono miele e rose che sento sulle labbra.

Quanto odiai il fratello, quanto lo volli sventrare, ma

non ne ebbi la forza, non volli macchiarmi della sua stessa colpa.

Ma forse, tu, o Enea dalle forti braccia, sei diverso:

guardo il tuo elmo che scintilla sotto la polvere, furore mai riposto,

solo accantonato, e la tua voce, soave ed incrinata dall’emozione

di quando narrasti i tuoi pellegrinaggi.

Come incantata non potevo cessar di abbeverarmi a quella dolce fonte,

dovevo mantenermi ad un’ancella per non cedere

per non correre a sedermi al tuo cospetto,

le gambe ripiegate sotto il corpo, come una bambina che

ascolta il suo vecchio maestro.

Voglio lenire le tue sventure, voglio farti conoscere il calore del focolare,

voglio esser madre per Ascanio, il piccolo Iulo,

voglio non farti mancare nulla, perché tanto hai sofferto,

voglio darti regni e domini, se questo è voler di dei,

voglio darti figli ed eredi, voglio dimenticare.

Anche se non mi è concesso.

Il dolor ancor palpita in me, troppo recente, e mi struggo

d’amor passato, per ei con il quale mi unì

d’amor presente, per te, Enea, il tuo nome mi rotola sulla lingua come ambrosia

d’amor futuro, che solo Febo oracolo sa dove mi porterà

d’amor possibile, che ora in ginocchio prego nel contempo

di abbandonarmi

e di riscaldarmi assieme.

Caos, abbandonami.

Confusione, spegniti.

Luce divina illuminami la strada

tortuosa

tra ciò che voglio

e ciò che promisi.

La via più ardua è quella che si sceglie nell’indecisione.

(Lettera di Didone ad Enea)

 

Nell’amore infelice la poesia ha trovato da sempre l’oggetto del suo felice amore. (Soren Kierkegaard).

 

Amore senza dolore non ha vita.

Dietmar von AistDormi, mio bell’amante?, XII sec.

 

L’amore che si accende e si spegne a intermittenza presto si fulmina.

Dino BasiliTagliar corto, 1987

 

Gli amori sono come i bambini appena nati: fino a che non piangono non si sa se vivono.

Jacinto BenaventeLa comida de las fieras, 1898

 

Sulla nostra terra noi possiamo amare in realtà solo col tormento e solo per mezzo del tormento.

Fëdor DostoevskijIl sogno di un uomo ridicolo, 1877

 

L’unico modo per non soffrire è non amare, che nei casi in cui non puoi fare a meno di amare sei destinato a soccombere.

Oriana FallaciUn uomo, 1979

 

Fra tutte le burrasche che investono l’amore, una richiesta di denaro è la più fredda e la più distruttiva.

Gustave FlaubertMadame Bovary, 1856

 

L’amore deluso nel suo eccesso, e soprattutto l’amore ingannato dalla fatalità della morte, non ha altro esito che il suicidio.

Michel FoucaultStoria della follia nell’età classica, 1961

 

Chi comincia ad amare, deve essere pronto a soffrire.

Antoine Gombaud, Chevalier de MéréMassime

 

L’amore è come l’acqua, se qualcosa non lo agita, imputridisce.

Arturo GrafEcce Homo, 1908

 

Nessuna parola, nessuna combinazione di parole, può chiudere le ferite d’amore.

Stephen KingStagioni diverse, 1982

 

Sempre meglio un amore bizzarro che nessun amore. 
Stephen KingIl miglio verde, 1999

 

Il rimpiangere chi si ama è un bene, paragonato al vivere con chi si odia.

Jean de La BruyèreI caratteri, 1688

 

L’amore, come il fuoco, non può sussistere senza un continuo movimento: esso si spegne non appena finisce di sperare e di temere.

François de La RochefoucauldMassime, 1678

 

Con te non posso vivere né senza di te.

MarzialeEpigrammi, 80/102

 

L’amore non dura se togli ogni lotta.

Publio Ovidio NasoneAmores, ca. 20 a.e.c.

 

L’amore è una milizia, e anche Cupido ha i suoi campi militari.

Publio Ovidio NasoneAmores, ca. 20 a.e.c.

 

Non si ama finché non si soffre.

Etienne ReyMassime morali e immorali, 1913

 

L’amore soddisfatto è un piacevole passatempo; l’amore infelice è un dente guasto del cuore.

Gioachino RossiniLettera a Isabella Colbran

 

Le collere degli innamorati rinnovano l’amore.

Publio Terenzio AfroAndria, 166 a.e.c.ImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagine

I DISTURBI NELLA RELAZIONE DI COPPIA
Un vecchio proverbio dice: «il matrimonio (o la convivenza) è la tomba dell’amore». Vivere in coppia, in effetti, significa anche aver calcolato il rischio di istituzionalizzare i sentimenti, e la necessità di strutturare una relazione e di sviluppare sistemi per fuggire alle contraddizioni. Ciò che veramente può finire con il matrimonio è l’ebbrezza della passione, quello stato affettivo di intensa fusione che caratterizza la relazione agli inizi, in cui però, spesso, ciascuno dei due partner è innamorato più dell’amore che dell’altra persona. E se l’amore sopravvive, c’è sempre un processo difficoltoso di prove da superare, che imponiamo a noi stessi e all’altra persona. Ammettere che l’altro non è un angelo né un demone, ma soltanto un essere umano, può essere un fatto doloroso perché, accettando i limiti autenticamente umani dell’altro, siamo costretti ad abbandonare le nostre illusioni idealizzanti. Che il sesso cementi l’amore è un’opinione che incontra il consenso generale e, se due partner hanno un’intesa sessuale soddisfacente per entrambi, è più probabile che la coppia resista e che il legame si rafforzi, nonostante le inevitabili divergenze, i disaccordi, la quotidianità. Spesso certi comportamenti, come la mutua imposizione di ruoli fissi e rigidi, sono pericolosi per il sistema della vita in comune, così come per la sessualità. Si registrano, però, anche situazioni nelle quali i due partner si distruggono vicendevolmente negli ambiti non sessuali del rapporto, ma trovano a letto l’accordo perfetto. In buona parte dei casi una vasta gamma di manovre di sabotaggio sessuale viene utilizzata per esprimere ostilità, collera nei confronti del coniuge, lotte di potere, rifiuto, delusioni. Un comportamento che inibisce la sessualità dell’altro è creare pressioni e tensioni prima di fare l’amore: proprio in quel momento il coniuge sabotatore inizia un litigio o dice qualcosa che suscita la collera o l’ansia dell’altro. Un altro è il ritardare l’atto sessuale quando il partner lo desidera ed esigerlo quando l’altro non ne ha voglia. Oppure, ci si rende particolarmente sgradevoli e poco attraenti, in modo da scoraggiare le avance del partner. Anche alcune particolari richieste espresse da uno dei due partner per aumentare il proprio livello di eccitazione possono essere sadicamente frustrate dall’altro: avviene per esempio se all’uomo piace che la donna muova i fianchi e la donna giace immobile; se l’uomo ha bisogno di sentirsi amato, desiderato, ma la donna è stanca e gli si concede tanto per fargli un favore; se alla donna piace muoversi attivamente, ma l’uomo la inchioda al letto e insinua che le altre donne con cui è stato non avevano bisogno di cose del genere, e così via. Gli individui sono raramente coscienti di questo tipo di dinamiche, e non sempre manovre di sabotaggio sono sintomo di ostilità nei confronti del partner. Spesso, invece, sono la conseguenza di problemi psichici, dell’ansia e dell’insicurezza del coniuge a proposito del proprio «funzionamento» sessuale. La coppia che non riesce a comunicare sul piano sessuale si trova in difficoltà per una grande varietà di cause, e non di rado la mancanza di apertura nella sfera sessuale è soltanto la spia di una difficoltà più ampia: l’ansia da prestazione, per esempio, spesso è lo specchio di una più generale paura di insuccesso nella vita. Altra causa frequente di crisi coniugale è la paura dell’intimità, a volte infatti le persone sembrano essere più spaventate dall’intimità che dal sesso. Si preferisce guardare la televisione e giocare a carte piuttosto che conversare intimamente, essere spettatori piuttosto che a partecipare insieme a qualcosa. Se vi sono problemi nei confronti dell’intimità, i due partner entrano in ansia quando la vicinanza si fa troppo stretta, di conseguenza uno dei due fa in modo di creare una certa distanza. A farne le spese, a lungo andare, è tutta la vita di coppia.
La terapia moderna: la teoria sistemica
Secondo gli studi dei terapeuti della coppia, al momento del matrimonio marito e moglie hanno già fissato una modalità di interazione reciproca. Lo sviluppo di una relazione coniugale soddisfacente consiste essenzialmente nell’elaborazione di una serie di accordi condivisi, per lo più non discussi. Le regole sono essenzialmente di tre tipi:

  • regole che la coppia stabilisce apertamente (per esempio quella per cui ognuno ha diritto a frequentare i suoi amici);
  • regole di cui una coppia non ha mai parlato ma su cui trova l’accordo (per esempio quella per cui il marito deve consultare la moglie prima di prendere decisioni importanti, e viceversa);
  • regole che appaiono chiare a un osservatore esterno, ma che la coppia molto probabilmente negherebbe (per esempio se uno dei due accusa sempre e l’altro deve sempre difendersi, e mai viceversa).

Anche nel caso in cui i coniugi pensano di comportarsi sempre e solo spontaneamente, essi hanno comunque stabilito tacitamente la regola di seguire un certo comportamento. Non solo la coppia si dà un insieme di norme, ma deve anche accordarsi su chi dei due legiferi per ogni area del matrimonio, e deve altresì decidere le norme da seguire per risolvere un eventuale disaccordo. Queste ultime sono dette «metaregole», si tratta di regole che disciplinano le regole. Ciascuna regola stabilita dalla coppia definisce un certo tipo di relazione: la regola secondo la quale il marito deve sostenere la moglie quando questa si trova in difficoltà definisce una relazione complementare; oppure l’accordo secondo cui la moglie ha diritti pari a quelli del marito in materia di bilancio, definisce una relazione simmetrica in un matrimonio riuscito. La coppia è in grado di stabilire relazioni simmetriche e complementari nelle diverse aree del matrimonio, ma se uno dei due coniugi ha avuto nel passato un’esperienza negativa, tenderà a preferire una relazione simmetrica e avrà difficoltà ad accettare l’atteggiamento protettivo del partner. Il conflitto interno di una coppia può verificarsi a diversi livelli e può consistere nel disaccordo sulle norme che regolano la vita comune, nel disaccordo su chi abbia il diritto di stabilire queste norme e nei tentativi di imporre regole incompatibili tra di loro. Se nella coppia non si riesce a esprimere quello che ciascuno pensa, vengono utilizzate tecniche di copertura per evitare discussioni inerenti la regolamentazione di una o più aree della relazione. Non è detto poi che, quando si discute si raggiunga sempre un accordo: lo scontro si verifica più facilmente sul problema di chi abbia il diritto di stabilire le regole, ed è molto più facile discutere su quale regola seguire piuttosto che su chi abbia il potere di stabilirla. Come in ogni lotta per il potere sono usate minacce, chiusure, sabotaggi, resistenza passiva, e se i due partner comunicassero con messaggi a un solo livello, non si verrebbero a creare dei conflitti in serie. Per esempio: la moglie che dice al marito di pulirsi le scarpe segnala che la loro relazione dovrebbe essere simmetrica, tutti e due devono pulire le proprie scarpe. Ma nel momento in cui lo dice, la moglie definisce anche che la relazione è complementare, perché è lei che dà ordini ed è lui che deve seguirli. Il marito, quindi, se si pulisce le scarpe accetta la relazione simmetrica, ma se esegue gli ordini della moglie accetta anche una relazione complementare in cui non è lui a tenere il bastone del comando. In frangenti come questi è probabile che egli reagisca con uno scatto di rabbia di cui non capisce, in realtà, il motivo e anche la moglie si arrabbi, a sua volta, non comprendendo perché il suo marito abbia reagito male a una richiesta così semplice.

Le dinamiche della vita coniugale
l’attrazione che due partner provano l’uno per l’altra e che dà avvio alla formazione della coppia dipende da un certo numero di desideri coscienti ma anche da meccanismi inconsci. Può succedere ad esempio che taluni percependo se stessi insicuri, scelgano un partner che appare loro rassicurante. La ricerca di rassicurazione evoca il bisogno di sicurezza infantile e nuovamente un rapporto regressivo con le figure parentali interiorizzate(ossia si cerca di ripetere il rapporto che avevano i nostri genitori tra loro). D’altro canto alcun individui non riescono mai raggiungere lo scopo della loro interminabile ricerca del partner ideale. A causa di un conflitto edipico mai superato si produce un’inconscia idealizzazione del genitore di sesso opposto, tale da rendere imperfetto qualsiasi partner reale. Questa situazione intrapsichica si traduce in volubilità come è il caso di chi s’innamorò continuamente di persone diverse. In questo contesto ci si creano una serie di miti intrafamiliari che dovrebbero servire a spiegare il perché di certe situazioni. Sia in senso positivo, richiamando ad esempio continuamente una figura appartenente alla famiglia del passato, sia in senso negativo scaricando le colpe su un personaggio che ha avuto a che fare con la nostra educazione passata. Va tenuto presente che il rapporto di coppia parte con un equilibrio una lotta dei rispettivi narcisismi, la capacità di amare in modo adulto è un punto di arrivo nell’organizzazione del soggetto; in questo senso l’amore coniugale è rispetto all’amore passione una sorta di amore appreso in seguito alle peripezie della vita in comune. Si tratta di un’acquisizione che comporta superamento dei rispettivi narcisismi, presupposto indispensabile affinché l’altro sia amato e apprezzato per quello che è veramente.
Le problematiche di maternità e paternità
Quanto più maturo sarà rapporto coniugale tanto più chiara sarà la motivazione ad avere dei figli. In questo caso il figlio sarà la realizzazione di un desiderio reciproco. Ma la complicazione del rapporto coniugale provocherà sorprese emotive di fronte al terzo incomodo. La nascita di un figlio infatti, produce un cambiamento evidente nella vita di coppia, ma soprattutto trasforma l’innamoramento cioè quello stato di estasi, di straordinarietà sentimentale, in amore. Francesco Alberoni dice che l’innamoramento è lo stato nascente di un movimento collettivo a due, quando il figlio diventa oggetto d’amore di entrambi, il rapporto tra due partner dipende dall’esistenza di un terzo, non più da loro due soltanto. A una struttura intrinsecamente instabile come l’innamoramento si è sostituita una struttura potenzialmente permanente, cementata dalla nascita del figlio. Spesso però la convinzione che un figlio consolidi l’amore o ponga rimedio ad un amore in pericolo è, certamente una verità, ma spesso un fatto e un risultato puramente formale. Non dimentichiamo che sottoposta alla prova della gravidanza la donna attraversa una crisi narcisistica, accompagnata da tutti i pericoli di regressione e squilibrio che la cosa comporta.La libido che prima era rivolta verso il marito diventa quasi una forma immaginaria di ammirazione narcisistica per se stessa ,dove il nascituro diventa il suo modo di rimanere aggrappata al reale.La nascita del figlio se vissuta in modo squilibrato e senza comunicazione con il partner, ovvero senza quella convinzione inconscia del proprio amore per l’altro,rappresenta un fattore di squilibrio nel quale l’uomo diventa geloso del nuovo arrivato verso il quale sente che sono rivolte tutte le attenzioni e i sentimenti della donna e la donna effettivamente arriva a trascurare come partner il marito perchè presa dalle incombenze materne. Nella donna talvolta il ruolo materno e quello sessuale non si integrano ed essa tende a sopravvalutare il primo sopratutto a svantaggio del secondo.In questo caso l’uomo si trova escluso ,anche se per ragioni culturali ,dal contatto assiduo con il figlio durante la prima infanzia .Ciò può alla fine aggravare una relazione di coppia nella quale siano già presenti difficoltà di ordine psicologico.

Dedicato a Simona Silligan, che oggi compie gli anni…

frasi compleanno

he tu possa sempre trovare:
nuovi sentieri da percorrere,
nuove avventure da osare,
nuovi capitoli da aprire,
la sfida di nuovi cambiamenti.

Helen Thompson

*

Il mondo è pieno
di meraviglie da scoprire,
non far trascorre un solo giorno,
senza esserti stupito.

Thomas Merton

*

Non perdere mai la speranza nell’inseguire i tuoi sogni,
perché c’e’ un’unica creatura che può fermarti,
e quella creatura sei tu.
Non smettere mai di credere in te stessa e nei tuoi sogni.
Non smettere mai di cercare,
tu realizzerai sempre ogni cosa ti metterai in testa.

Peter O’Connor

*

La vita è un’enorme tela:
rovescia su di essa tutti i colori che puoi.

Danny Kaye

*

La cosa migliore che tu possa fare
è credere in te stessa.
Non aver paura di tentare.
Non aver paura di cadere.
E se capitasse,
levati la polvere di dosso, rialzati e prova ancora!

Judy Green Herbistreit – alla Figlia

*

Ti voglio offrire almeno qualche fiore. Una rosa ad esempio, è il simbolo dell’amore con cui ti auguro di ricevere e di gustare tutti i segnali dell’affetto e di simpatia che ti circondano! E poi un girasole, il cui giallo lucente è invito ad accondiscendere ai ritmi sorprendenti della vita. Infine un cespetto di viole, che suggeriscono modestia e umiltà e ci ricorda che certe cose, in apparenza insignificanti, hanno il loro pregio!

Pam Brown

Un uomo ha gli anni che si sente, una donna quelli che dimostra.”
(M. Collins)
*
“Acquista cosa nella tua gioventù, che ristori il danno della tua vecchiezza. E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo la sapienza, adoprati in tal moda in gioventù, che a tal vecchiezza non manchi il nutrimento.”
(L. da Vinci)
*
“Per riacquistare la giovinezza basta solo ripeterne le follie.”
(O.Wilde)

Pipilotti Rist. Parasimpatico
Ex Cinema Manzoni, Milano
a cura di Massimiliano Gioni / Fondazione Nicola Trussardi
8 novembre -18 dicembre 2011

Perfetto esempio di Arte nell’Arte, l’inusuale mostra delle creazioni digitali di Pipilotti Rist si incastra perfettamente nella cornice del Cinema Manzoni, in cui è ospitata, in una comunione ed intimità artistiche davvero inaspettate e sorprendenti.

A partire dalla location, l’ormai, ohimé, dismesso Cinema Manzoni, nella centrale omonima via milanese, si capisce l’originalità e la genialità di questa mostra digitale dell’anticonformista svizzera Pipilotti Rist.                                     Il visitatore, fin dall’ingresso nella hall del vecchio cinema, progettato da Mario Cavallè, ed arricchito dai decori della triade Bergonzo, Fratino e Tedeschi, fin dall’inizio si sente immerso in uno stato di straniamento brechtiano davvero percepibile e pienamente tangibile, che lo porta a riflettere ed ad interagire con l’ambiente che lo circonda. L’attenzione è subito catalizzata da un originale lampadario fatto di mutande, appese a sventolare, quasi fossero mani che salutano lo spettatore, invitandolo a proseguire il viaggio fantastico appena iniziato.

E così si arriva allo scalone, inquietante e buio varco verso un mondo alla rovescia in cui si verrà catapultati, non appena si saranno percorsi i primi gradini. L’oscura ascesa al primo piano del cinema, dove si svolge tutta la mostra, è accompagnata da fasci di luce colorati, proiettati a rischiarare leggermente la sinistra oscurità della scala, che, imponente, si inerpica verso l’alto. A metà percorso, la salita sarà rallentata dalla presenza, sulla sinistra, di una macchina di bolle di sapone, che svaniscono velocemente, scoppiando nell’aria; questo quasi a preconizzare l’anima sinestetica e immaginifica della mostra.

La seconda rampa di scale è molto più luminosa, dal momento che sul soffitto viene proiettata una videoinstallazione,  Lobe of the Lung, di cui è protagonista Pepperminta, ibrido tra bimba curiosa e musa sensuale dai capelli rossi, intenta ad instaurare pienamente un contatto con la Madreterra e con le sue viventi creature. Le immagini, che scorrono sul soffitto, si fondono perfettamente con i bassorilievi bergonziani, in un rapporto dialettico di integrazione vs contrasto molto evidente.

E così si arriva al primo piano, illuminato da tenui e lampeggianti luci, che sono poi le luci irradianti dalle successive, avvolgenti e conturbanti videoinstallazioni. Nella zona del bancone del bar (da notare come al Manzoni tutto sia rimasto com’era prima della chiusura, cristallizzato in una dimensione senza tempo), infiltrata tra bottiglie e proiettata sulla parete retrostante, c’è la videoinstallazione Am Called a Plant, in cui una donna seminuda, sdraiata sulla nuda e verde erba bagnata vicino ad una pozzanghera, sembra immersa in uno stato di semi-trance, nel contatto instaurato con due dei quattro elementi, l’Acqua e la Terra; i capelli rosa punk della donna si sovrappongono e contrastano con il verde dell’erba, con un risultato d’effetto ben riuscito.

L’attenzione dello spettatore sarà poi continuamente distolta dalla successione di altre installazioni che si dipanano lungo il percorso, a partire dalla successiva videoinstallazione, Sip My Ocean, in cui, osservando due diverse pareti ad angolo retto (ammetto che non sapevo più dove guardare!!!) ci si troverà interamente catapultati in un mondo d’acqua, in cui fluttuano oggetti di svariati tipi, degradati al ruolo di rifiuti inutili, che si vanno a mescolare al mondo naturale delle spugne e dei coralli, superiore a quello degli oggetti, in quanto vivente, a figure allungate e deformate e a corpi di donna vestiti con panni dai colori accesi. Leitmotiv dell’installazione è The Wicked Game, celebre brano di Chris Isaak, reinterpretato in modo del tutto personale ed esasperato dalla stessa Pipilotti Rist; la particolare interpretazione del pezzo si nota anche dal fatto che sia stato rinominato dall’artista I’m A Victim Of This Song, una sorta di sottotitolo alla videoinstallazione che mette in evidenza l’aspetto ossessivo ed ipnotico che può creare nella testa una canzone.

Si continua poi con l’effetto di concatenazione e fusione con i rilievi e gli affreschi delle pareti, inevitabile, soprattutto sul plafone del soffitto, dove, sui soggetti affrescati, vanno man mano a stagliarsi, scorrendo uno dopo l’altro, esseri digitali in costante mutamento di colore e caratterizzazione, in opposizione alle figure affrescate, statiche ed immutabili.

Il culmine della mostra, come era presumibile fosse, è nella sala di proiezione, trasformata in un vero e proprio contenitore di immagini, colori, suoni, figure, che si irradiano su tutte le pareti e su ogni superficie, senza alcuna distinzione; tra tutte le videoinstallazioni, spicca subito quella che si staglia su megaschermo del cinema, Open My Glade, sorta di video-autoritratto, zoomato all’eccesso, alternato a proiezioni di macchie di colori in espansione, in cui l’artista struscia il proprio volto, in tutte le sue parti, su un vetro, probabilmente a rappresentare un obbiettivo (di macchina fotografica o di cinepresa), prima lentamente, poi violentemente, facendo colare via il trucco che le copre la faccia, addirittura arrivando a crearsi delle abrasioni sanguinolente, a farsi uscire gli occhi dalle orbite, in una disperata quanto ironica richiesta di aiuto, quasi implorando implicitamente di farla uscire da quella realtà tanto artefatta quanto opprimente.

Sulle pareti laterali, la rappresentazione di una dimensione onirica, ma nello stesso tempo molto umana, avviene con l’installazione Extremities (Smooth Smooth), in cui, in uno spazio a metà strada tra il liquido e l’areiforme di un cielo stellato, fluttuano porzioni di corpo umano, con chiari riferimenti alla sessualità ed ai cinque sensi.

Salendo nella zona della platea alta, sul soffitto, proprio in corrispondenza della lunetta affrescata da Segota, un senso di movimento cosmico è creato dalla videoinstallazione Homo Sapiens Sapiens, che si sovrappone all’affresco stesso, vivificandolo ed arricchendolo ancor più, in cui Pipilotti fornisce una propria rilettura della creazione dell’Uomo (e della Donna soprattutto), in cui mito e leggenda, sensualità e carnalità, religiosità e misticismo si integrano e si esplicano l’un l’altra.

Mostra che ogni donna dovrebbe vedere, per riflettere sulla propria condizione attuale, nell’era del Quarto Potere, quasi un corrispondente artistico alla presa di posizione della nostrana Lorella Zanardo con il suo cortometraggio Il Corpo Delle Donne, che porta a domandarsi quanto i mass media e le nuove realtà digitali possano influire sull’immaginario collettivo relativo alla figura della donna.

Irene Ramponi

Uomo, il fascino è nello sguardo

Lo preferiscono 4 donne su 10

Che cosa guarda una donna per decidere se un uomo è affascinante? Innanzi tutto gli occhi.  Il lato più sexy di un potenziale partner, infatti si nasconde proprio nello sguardo. Ne è convinto il 38% delle single italiane, secondo le quali è più facile restare sedotte da uno sguardo magnetico che da un fisico dalla muscolatura scolpita. Al secondo posto, nella classifica delle armi seduttive di un bell’esemplare maschio, si piazza comunque un elemento di sicura fisicità, ossia il fondoschiena.

Sono questi i risultati di un sondaggio effettuato da Speed Date, l’organizzazione che si occupa di programmare eventi e vacanze per single. Oltre al fascino di uno sguardo vellutato, le donne apprezzano dunque un bel  sedere, considerato parte più sensuale del corpo maschile dal 28% delle single e ritenuto una vera e propria arma di seduzione. Un altro 16% invece, decisamente più sofisticato, vota a favore delle spalle, della bocca (11%) e delle mani (7%).

Ad essere ammaliate dallo sguardo di un uomo sono soprattutto le donne del Sud Italia, che costituiscono il 40% di coloro che lo eleggono ad elemento maschile più sexy. Le donne del Centro lo scelgono nel 36% dei casi, mentre quelle del Nord  solo nel 24%. Le settentrionali, invece, sono più sensibili al fascino del fisico e costituiscono così il 37% delle single che valutano il fondoschiena la parte più irresistibile in un potenziale partner. Seguono le donne del Centro (35%) e del Sud (28%). Per quanto riguarda, invece, le fasce di età, le più attratte dallo sguardo sono le over 40 (41%), seguite dalle single tra i 30 e 40 anni (30%) e infine dalle ragazze dai 20 ai 30 anni (29%).

“In un incontro di pochi minuti, l’aspetto fisico è la prima cosa che scatena l’attrazione. Anche se nella maggior parte dei casi non serve avere una bellezza canonica per conquistare. Ad attrarre sono soprattutto i modi di fare, la capacità di esprimere se stessi e di valorizzare il proprio lato sensuale”, spiega Giuseppe Gambardella, fondatore dello Speed Date. “Le donne considerano gli occhi la parte più sensuale del corpo  proprio perché lo sguardo non è un fattore solamente fisico, ma si collega direttamente alla personalità. Durante gli Speed Date, in cui i partecipanti hanno solo 200 secondi per conoscersi, le single rimangono affascinate da chi riesce ad esprimere se stesso con un semplice sguardo, magari intavolando anche una breve conversazione piacevole e divertente”.

La maggior parte delle intervistate, ben il 67%, dichiara infatti di preferire un uomo affascinate ad un partner considerato esteticamente bello. Se si va ad indagare su che cosa costituisca il fascino di un uomo, il 38% pensa che corrisponda a un uomo che mostra sicurezza in se stesso, il 32% considera affascinante chi è galante, mentre il 22% equipara lo charme alla capacità di essere misteriosi. Solo l’8% asserisce che il fascino sia collegato direttamente alla bellezza esteriore.

Sono entrambi convinti

che un sentimento improvviso li unì.

E’ bella una tale certezza

ma l’incertezza è più bella.

 

Non conoscendosi prima, credono

che non sia mai successo nulla fra loro.

Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi

dove da tempo potevano incrociarsi?

 

Vorrei chiedere loro

se non ricordano –

una volta un faccia a faccia

forse in una porta girevole?

uno “scusi” nella ressa?

un “ha sbagliato numero” nella cornetta?

– ma conosco la risposta.

No, non ricordano.

 

Li stupirebbe molto sapere

che già da parecchio

il caso stava giocando con loro.

 

Non ancora del tutto pronto

a mutarsi per loro in destino,

li avvicinava, li allontanava,

gli tagliava la strada

e soffocando un risolino

si scansava con un salto.

 

Vi furono segni, segnali,

che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa

o il martedì scorso

una fogliolina volò via

da una spalla all’altra?

Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.

Chissà, era forse la palla

tra i cespugli dell’infanzia?

 

Vi furono maniglie e campanelli

in cui anzitempo

un tocco si posava sopra un tocco.

Valigie accostate nel deposito bagagli.

Una notte, forse, lo stesso sogno,

subito confuso al risveglio.

 

Ogni inizio infatti

è solo un seguito

e il libro degli eventi

è sempre aperto a metà.

 

Immagine

Sono entrambi convinti

che un sentimento improvviso li unì.

E’ bella una tale certezza

ma l’incertezza è più bella.

 

Non conoscendosi prima, credono

che non sia mai successo nulla fra loro.

Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi

dove da tempo potevano incrociarsi?

 

Vorrei chiedere loro

se non ricordano –

una volta un faccia a faccia

forse in una porta girevole?

uno “scusi” nella ressa?

un “ha sbagliato numero” nella cornetta?

– ma conosco la risposta.

No, non ricordano.

 

Li stupirebbe molto sapere

che già da parecchio

il caso stava giocando con loro.

 

Non ancora del tutto pronto

a mutarsi per loro in destino,

li avvicinava, li allontanava,

gli tagliava la strada

e soffocando un risolino

si scansava con un salto.

 

Vi furono segni, segnali,

che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa

o il martedì scorso

una fogliolina volò via

da una spalla all’altra?

Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.

Chissà, era forse la palla

tra i cespugli dell’infanzia?

 

Vi furono maniglie e campanelli

in cui anzitempo

un tocco si posava sopra un tocco.

Valigie accostate nel deposito bagagli.

Una notte, forse, lo stesso sogno,

subito confuso al risveglio.

 

Ogni inizio infatti

è solo un seguito

e il libro degli eventi

è sempre aperto a metà.

(Wislawa Szymborska, La fine e l’inizio, Scheiwiller)Immagine

Sono entrambi convinti

che un sentimento improvviso li unì.

E’ bella una tale certezza

ma l’incertezza è più bella.

 

Non conoscendosi prima, credono

che non sia mai successo nulla fra loro.

Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi

dove da tempo potevano incrociarsi?

 

Vorrei chiedere loro

se non ricordano –

una volta un faccia a faccia

forse in una porta girevole?

uno “scusi” nella ressa?

un “ha sbagliato numero” nella cornetta?

– ma conosco la risposta.

No, non ricordano.

 

Li stupirebbe molto sapere

che già da parecchio

il caso stava giocando con loro.

 

Non ancora del tutto pronto

a mutarsi per loro in destino,

li avvicinava, li allontanava,

gli tagliava la strada

e soffocando un risolino

si scansava con un salto.

 

Vi furono segni, segnali,

che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa

o il martedì scorso

una fogliolina volò via

da una spalla all’altra?

Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.

Chissà, era forse la palla

tra i cespugli dell’infanzia?

 

Vi furono maniglie e campanelli

in cui anzitempo

un tocco si posava sopra un tocco.

Valigie accostate nel deposito bagagli.

Una notte, forse, lo stesso sogno,

subito confuso al risveglio.

 

Ogni inizio infatti

è solo un seguito

e il libro degli eventi

è sempre aperto a metà.

(Wislawa Szymborska, La fine e l’inizio, Scheiwiller)

Mad Kiss - the-joker-and-harley-quinn fan art

Disgusting - the-joker-and-harley-quinn fan art

 

Joker-Harley-Fanart - the-joker-and-harley-quinn fan art

Mad-Love-collage - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker-Harley-Fanart - the-joker-and-harley-quinn fan art

Mad-Love-collage - the-joker-and-harley-quinn fan art

Mad-Love-collage - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker & Harley   - the-joker-and-harley-quinn fan art

Mr J and Harleen Quinzel - the-joker-and-harley-quinn fan art

When Skies Are Gray - the-joker-and-harley-quinn fan art

Farewell Mr. J - the-joker-and-harley-quinn fan art

At the party <3 - the-joker-and-harley-quinn fan art

Mad Love <3 - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker and Harley  - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker and Harley  - the-joker-and-harley-quinn fan art

Il fumetto, di Paul Dini e Bruce Timm, descrive le origini del personaggio, e racconta di come il Joker impiegò solamente 15 minuti per riuscire a sedurre la dottoressa. Nel finale, quando Harley ha ormai rinunciato all’amore del pazzo, si ritrova un regalo spedito proprio dal Joker: una bellissima rosa rossa, con un bigliettino scritto dal Joker che augura a Harley di guarire presto. Inutile dire che la giovane si converte completamente al crimine. Il finale, piuttosto ambiguo, fa intuire che anche il Joker prova, non un amore folle, ma una vera affezione per l’anima gemella trovata.

Let's go for a walk, Puddin - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker + Harley Valentine - the-joker-and-harley-quinn fan art

Let's hug, Sweetie. - the-joker-and-harley-quinn fan art

"Do not disturb" - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker and Harley  - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker and Harley  - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker and Harley  - the-joker-and-harley-quinn fan art

Mad Kiss - the-joker-and-harley-quinn fan art

BORDERLINE LINEA DI CONFINE

 

1.  S.I.B.

Tutti coloro che dimenticano il loro

passato, sono condannati a riviverlo.”

Primo Levi

 

1.  S.I.B.

All those who forget their past

are condemned to revive it.”

Primo Levi

 

2. Primo dell’anno

Amore non e’ guardarsi a vicenda e’

guardare insieme nella stessa

direzione.

Antoine De Saint-Exupery

 

Come il sole d’inverno,

la luce sul tuo volto

È scheggia di un ricordo

che ha perso la sua libertà

Mi accorgo, che un certo tuo bel sogno,

su ali di farfalla

È distrutto e non tornerà

Scende sul viso una lacrima,

piove anche il primo dell’anno

prego prendi questa mia felicità

Rubo al mio petto una stella,

perché nel cuor tuo si accenda

ecco credi in questa nuova realtà,

la nostra favola

 

2. New Year’s Day

Love does not consist in gazing at

each other, but in looking outward

together in  the same direction” 

Antoine Saint-Exupery

 

The light on your face

damps in the anguish

Like the winter sun,

lost serenity

I realize that some nice dream of yours

is lost on butterfly’s wings

and will never come back

A tear flows down,

it rains also on New Year’s Eve

Please take this happiness of mine

I steal a star so that it can shine in your

heart

Tell me if it’s helpful

or if it burns and how much

 

3. Differenze

Occorre somigliarsi un po’ per

comprendersi, ma occorre essere un po’

differenti per amarsi.”

Paul Borget

 

Che cos’è che è cambiato fra noi,

cosa c’è in me che non va

Certe volte ho il sentore che

non c’è nulla che io possa fare

Oggi il mio mondo ha una strana forma

Un cuore nero

con le fauci spalancate e denti aguzzi

Ed il cielo tutto nero come pece

Com’è strana la vita,

com’è debole la mente

Ci sono troppe differenze fra di noi

Del dolce nostro amore,

è rimasto il mio dolore

Questo cielo nero non mi lascia più

guardare dentro me

Tristi e vani pensieri miei        

Questa volta lei non tornerà

Non che sia così triste l’amore   

Sono io che l’ho reso fatale

Un pensiero solo mi trattiene al mondo

Un chiodo in petto,

un martello che si scaglia sul ginocchio

Verso un nuovo sole tende la mia vista

Saprò aspettare

fin quando gli occhi

non ritrovino la via

Forse mi sbaglio ancora

 

 

3. Differences

We must be a little similar to

understand each other. But we must be

a little different to fall in love.”

Paul Borget

 

What has changed between us,

what is wrong with me

Sometimes I feel

that I can do nothing at all

My world is odd-shaped today

Like a black heart

with wide jaws and sharp teeth

And the sky is completely pitch black

How strange life is,

how weak the mind

Too many differences between us

Sorrow and an old glove is all that

remains of our love

I can’t watch inside me

under such a black sky

Sad and vain thoughts of mine

This time she’ll not come back

Love itself is not painful

But I’ve changed it fatally

Just one thought keeps me alive

A nail in the breast,

a hammer hitting a knee

My eyesight searches for a new sun

I’ll be able to wait

until my eyes find the right path

Maybe I’m wrong again

 

 

4. Promesse

Dicono che l’amore è vita, io per amore

sto morendo.”

Jim Morrison

 

Le mie canzoni sono aliti di vita, riassunti

dell’anima, vibrazioni immortali d’emozioni

Le mie canzoni catene forgiate dall’invisibile,

gemiti di un cuore diviso a metà

Le mie canzoni,

luci che illuminano cumuli di macerie 

Era un bel giorno di sole

Quel che c’è fra noi non si esaurirà mai

Sto lasciando al vento

le mie cento maschere, per te

E da quel giorno ho scritto canzoni

per te

Aspettandomi,

un premio per l’intenso mio patire

E sentirmi chiuso dentro una favola,

nera e mistica

Ed ogni giorno che passa

non penso che a te

Quanto amore ormai, resterà fra noi

Ora affido al vento le mie mille lacrime

Se solo bastassero,

se solo sapessero portarti a me

Allora sarebbe più di 4 note e due parole

urlate nella notte

 

4. Promises

It is said that love is life

but for love I’m dying.”

Jim Morrison

 

My songs are life’s breath, a mirror of soul,

an everlasting quivering of emotions

My songs are chains folded by the invisibile

world, the weeping of a splitted heart

My songs are lights

enlighting a heap of debris 

One sunny day you told me thate mi hai detto così:

What binds us will always be strong

I cast to the wind my hundred masks,

for you my love

Since then I’ve written

a stack of songs for you

I’ve been waiting, you know,

waiting with trust,

Believing to be in a sweet,

magical fable movie.

And everyday and every night

I think of you

How much love will be left over

Now I cast to the wind

my thousand tears

If only tears were enough

to bring you back to me

Then it would be more than just a couple of

tunes of a night song

 

5. La cella degli amori estinti

Ciò che ho amato, l’abbia o no

conservato, lo amerò per sempre.”

A. Breton

 

Nei miei ricordi il tuo viso,

e un atroce silenzio 

Dove sei amore perduto,

non ti sento

Oggi in fondo al mio cuore,

ho aperto una porta di sale

Con occhi macchiati di pece,

estinti si stringono a me

Fiore del nuovo mattino,

non venire vicino

Se deve soffrire il mio cuore,

lo faccia per l’eternità

Quanta bellezza in un cuore

ch’è libero di amare

 

5. The prison cell of

extinguished loves

What I loved, whether or not I

treasured it, I will love forever.”

A. Breton

 

My memories hold your face

and a dreadful silence 

Where are you my lost love,

I can’t hear you

Today I’ve opened a salty door

in the bottom of my heart

The arms of the departed clutch me,

I see pitch stained eyes

Blossoms of the morning,

don’t come near me

If my heart must be broken,

then let it be forever

There’s so much beauty in a heart

that is free to love

 

6. Speranze

Ho incontrato per la via un

giovane poverissimo che era

innamorato. Aveva un vecchio

cappello, la giacca logora, l’acqua

gli passava attraverso le suole

delle scarpe e le stelle attraverso

l’anima.”

Victor Hugo

 

Ogni tristezza in me,

io la trasformerò

In dolci forme d’amore

Di quel dolore che

Mi spezza l’anima,

ne farò un’altra canzone

Quelle incertezze del cuore

Voglio tenerle per me

Sogno una danza nel cielo

Nel mentre l’alba incendia il nero

Sorrido e sei accanto a me

 

6. Hopes

I met a very poor young man

who was in love. His hat was old,

his coat worn… the water passed

through his shoes – and the stars

through his soul.”

Victor Hugo

 

I want to change my sadness

Into a higher kind of love

And with the soul breaking pain

I’ll try to make a new song

But I’ll be sure to keep

The hesitations of my heart

I’m dreaming of a dance in the sky

When the dawn burns the darkness

I smile and here you appear beside me

 

7. …

Siamo angeli con un’ala sola, solo

restando abbracciati possiamo volare.”

Luciano De Crescenzo

 

Io canto di quel posto dentro te

il regno della tua infelicità

ora sento dentro il cuore che

sono già un’ombra per te

e Il peso della mia inutilità si abbatte

sulla mente immobile

nel ricordo della sola sensazione

delle tue labbra il calore

anche quando non ci sei, ti porto

dentro di me

perché ho bisogno dell’essenza divina  

che respira dentro il cuore

 

7. …

We are angels with only one wing, and

we can only fly embracing each other.”

Luciano De Crescenzo

 

Ed ora il senso di questa realtà 

nel legame fra di noi

si smarrisce nella convinzione

che sia soltanto illusione

E sento un peso su me

Inutile cercare un perché

perché non ci sei, e non ti sento in me

perché non ci sei, e non ti sento con me

 

I sing about that place inside you

Your Kingdom of Sorrow

I feel now that I’m only

a shadow for you

And the immobile mind gets knocked

down by the weight

of my uselessness

Remembering the sheer emotion of

your kisses and kisses’ warmth

Even if you’re not here, I can still

picture you in my mind

For I need the divine essence which

breaths inside the heart

And now in the bond of our love

I lose the awareness of the reality 

Well knowing that,

hurt by the world’s triviality,

There is nothing but illusion

I feel a weight on my mind

There’s no reason of any kind

That’s why you’re not here,

I don’t feel you

That’s why you’re not here,

I don’t feel you anymore

 

8. Linea di confine

Ci sono abissi che l’amore non

può superare, nonostante la forza

delle sue ali..”

Honoré de Balzac

 

La notte dispensa il dolore,

del giorno che nutre la mia ossessione

Al cuore ho dato la comprensione,

che lei non ha colpe

che ce l’ha la sua ragione

E allora

Ora è qui che spenderò ,

le mie lacrime d’amore

E piangerò la tua fragilità

Costrizioni logiche, hanno

imprigionato quello che                           

Di più profondo avevi in te,

da anni ormai

Il senso di queste parole,

si perde nel vuoto

di un artificioso amore

E svela l’antica mia ingiunzione,

che devo salvarti

anche se muoio di dolore e allora

Ora è qui che spenderò,

le parole mie per darle a te

perché addolciscano il dolore

di una regina scriverò,

e di un certo re che l’amerà

e del suo amor ne morirà

perché il cuore tuo misero

in un conflitto arcaico

s’è scisso in due metà

ma ho visto la luce che è in te,  

e  lì dentro c’è un pezzo di me

non cesserà il mio dolore,

non cesserà il mio dolore

finchè tu non avrai pace

non cesserà il mio dolore,

non cesserà il mio dolore

finchè tu non libererai il tuo cuore

 

 

8. Borderline

There are abysses that love

cannot overcome, in spite of its

wings’ strength.”

Honoré de Balzac

 

 

 

The night bestows sorrows,

after a day full with obsessions

I try to understand on the morrow

that it’s not your fault,

it’s only depression

And then

Now and here I’ll spend

all my love’s tears

And I’ll complain your fragility

Logical constraints

have imprisoned your desire,

Like a bird in a cage,

since years by now

The sense of these words

is killed by the void

of an artificial love

Disclosing my old injunction

to rescue you even

if I’m dying of di stress

And then

Now and here I’ll spend

all my words for you

So that they can relieve the pain

I’ll write about a queen,

and about a king in love

Who dies of his longing

Because your wretched heart

Splitted up in two halves

during an archaic war

But I’ve seen the light inside you,

and in that place lives a part of me

My pain will never vanish,

my pain will never vanish

until you shall find peace

My pain will never vanish,

my pain will never vanish

until you’ll set your heart free

 

9. Dovresti non scordare

Celami in te, dove cose più dolci son

celate, fra le radici delle rose

e delle spezie

Algernon Charles Swinburne

 

Dovresti non scordare,

gli sguardi miei sinceri

Di quell’intenso amore,

cantato dai poeti

Dovresti non scordare,

gli abbracci sotto il cielo

Lontani dalle mode

che fermano il pensiero

Dovresti non scordare, 

le notti di passione

Sapori delicati di un’altra dimensione

Chè quando fu la noia

a prenderti per mano

che ti ero già lontano

………………….. lontano

Dovresti non scordare

nel gelo degli eventi

Quell’intimo calore

del nostro appartenerci

Ti ho visto su una strada,

che non percorro più

Ma se ti volti indietro,

non devi mai scordare

Che ti ho amata davvero

Potresti non scordare,

che mi hai travolto il cuore

ma in questa mia follia

ho visto il tuo candore

Dovresti non scordare

che siamo stati bene

Al canto del mattino

e nelle silenziose sere

Ma quando fu la noia

a prenderti per mano

Sentivo la mia sposa

andarsene lontano

Ti ho vista su una strada

che non percorro più

Ma se ti volti indietro

non devi mai scordare

Che ti ho amata davvero 

 

 

9. You should not forget

Save me and hide me with all thy waves,

Find me one grave

of thy thousand graves

Algernon Charles Swinburne

 

You should not forget

my sincere glances

Of a love so intense

that the poets wrote about

You should not forget

the embraces under sky

Outside of the thought-stopping

fashion norm

You should not forget

all the passion’s nights

Delicate flavours

from another dimension

Then when the boredom Sentivi mia signora

clasped your hand

You knew dear lady

that I was already far away

………………….. away

You should not forget

in the chill of the events

The tight warmth

of our mutual belonging

I’ve seen you on a road

which is no more mine

But if you turn back now,

you must not forget

That I’ve loved you true

You would not forget

that you swept away my heart

But crazy as I was

I could see your innocence

You should not forget

that we were swell

Hearing the morning song

and the evening silence

But when the boredom

clasped your hand

I saw how my bride

walked away from me

I’ve seen you on a road

which is no more mine

But if you turn back now,

you must not forget

That I’ve loved you true

 

10. Buona notte

“eri la musica della mia vita….

adesso tutto è silenzio”

Anonimo

 

Io nel silenzio della guerra

che combatti per te

Voglio entrare con le note

e le mie parole

Non si sa mai, forse potrai

sentirle tue, amore

E quelle volte in cui quel vuoto

si impossessa di te

E lottare può sembrare del tutto inutile

Ascolterai questa canzone

e ricorderai che è scritta per te

E tu dormirai dentro al mio cuore

Al riparo dal dolore

Ed i sogni tuoi saranno angeli

Che vegliano su te

 

10. Good night

“You was the music of my life… now

everything is SILENCE”

Unknown

 

I want to enter the silence

of your personal war

Using my tunes and my lyrics

Maybe you want to care about my love,

who knows

And everytime the emptiness

gets on you

And evrytime you think

that fighting doesn’t help

You may listen to this song and realize

it’s written for you

And you will sleep in my heart

It’s your shelter from the sorrow

And your dreams will be like angels

Who keep watching over you

 

11. Preghiera di un re

“La vita e i sogni

sono fogli di uno stesso libro.

Leggerli in ordine, e’ vivere,

sfogliarli a caso e’ sognare.”

Arthur Schopenauer

 

Non sei accanto a me,

mia dolce regina

E dedico a te,

quest’ingenua preghiera

Se il mio cuore è ancora

incanto ai tuoi occhi

Io morirò con la speranza di

incontrarti nei tuoi sogni

Prega il tuo re,

che il demone muoia

E canti il tuo cuore,

ricolmo di gioia

Sui tuoi begli occhi

specchi d’abisso ho letto il dolore

E morirò con la certezza

di averti dato tutto il mio amore

 

11. A king’s prayer

“Life and dreams are sheets of a same

book: reading them in order is living,

turning over them randomly

is dreaming.” 

Arthur Schopenhauer

 

You are not here my sweet queen

And to you I dedicate

this ingenuous prayer

If still my heart is a spell for your eyes

I can die hoping

to meet you in your dreams

Your king is praying

for the devil’s death

May your heart sing, full of joy

I’ve seen sorrow in your eyes so nice,

mirrors of the abyss

I’ll die knowing

I’ve given you all my love

 

12. Ritorno

“Dio mi conceda la serenità di accettare le cose che non posso

cambiare, il coraggio di cambiare

quelle che possono cambiare e la

saggezza di distinguere tra le une

e le altre.”

Kurt Vonnegut

 

 

12. Comeback

” God grant me the serenity to

accept the things I cannot change,

courage to change the things I can,

and wisdom to know the difference.”

Kurt Vonnegut

 

Ora che sei ritornata da me,

nell’intreccio equivoco

di un gioco psicologico

Io che da un mese ho pensato solo a te

Colgo dalle tue parole

disforiche intenzioni di rinascita

Vorrei solo donarti il mio cuore

E che le tue paure, possano mutare

in ferma convinzione

Mi avvicino per parlare

Solo che non c’è maniera

Di arrivare alla base

Per sconfiggere il tuo male

 

Now that you are back,

in the misleading plot

of a psychological game

I who think only of you since months

Catch in your strange words

the purpose of rebirth

I just wish to give you my heart

Wishing that your fears

will cease as your beliefs increase

I come closer to you

But there’s no way

To reach the base

And to fight the evil inside

 

14. La caduta della mia stella

Quando vide la mia tristezza lei

voleva andare, ma era gia’ scritto che

quella notte avrei perso il suo amore.”

Luis Sepulveda

 

Dritta nello spazio sfreccia già la stella

che di te notizie porterà

Corre ad una gran velocità

ma la distanza è tanta e forse morirà

Corri stella corri

dritta verso questo cuore

Portami ancora un po’

della tua scura luce

Non temere il tempo

che condanna le mie ore

Non fuggire il sogno

di tornare per restare qui con me

Ghiaccio terra è fluorescenti gas

e la tua scia che si dirige verso me

 

14. My star’s downfall

“When she saw my sadness, she

wanted to go, but it was already

written: that night I would have lost

her love”

Luis Sepulveda

 

La tua luce perde intensità

il tempo ha dimostrato la sua crudeltà

Stringo al petto senza incanto

i tuoi frammenti caldi

L’aria che re