Pubblicato da: Irenotta | 13 maggio 2012

Momento di passaggio, momento di bilanci…

Mi ritrovo, dopo 4 anni dall’apertura di questo blog, a rileggere i post più datati, oppure quelli più recenti…E mi rendo conto di quante cose siano cambiate nel giro di poco tempo (per poco tempo intendo qualche anno come qualche mese…).

Quattro anni fa scrivevo post su una persona che era il mio dio, il mio salvatore, il mio compagno di vita…Persona a cui dedicavo canzoni, che mi faceva battere il cuore, di cui sentivo la mancanza, una persona con cui ritenevo di poter finalmente costruire qualcosa di concreto…In realtà non è stato così…La colpa non è solo sua, dato che, raramente, nella rottura di una coppia, la responsabilità è solo di uno dei due…Ammetto di avere un carattere difficile da sopportare, sono complessa, qualcuno, con una buona dose di tagliente sarcasmo, mi ha rinfacciato di “affrontare la vita con il solito coraggio, maturità e sincerità che mi contraddistingue”…Una persona su cui avevo investito tutto, per cui ho sofferto e mi sono dannata l’anima ed il corpo (e le cicatrici si vedono…)…La mia spontaneità ed il mio anticonformismo non sono state apprezzate, i miei scleri, molto spesso esagerati ed il più delle volte, devo ammetterlo, tollerati da questa persona, non sono stati capiti fino in fondo…La filosofia dei panni sporchi lavati in famiglia ha prevalso sul resto, l’individualismo ha imperato…E dove c’è troppo individualismo, non può esserci rapporto duraturo…

Sono sempre più convinta, e sono i fatti a farmelo credere sempre più, del fatto che, lasciando tutto e buttando via 4 anni su cui avevo costruito, avevo investito, avevo lavorato su di me, mi ero sforzata di migliorarmi, di correggere i miei atteggiamenti da pazza psicopatica, ho solo fatto un favore a quella persona, che non mi sopportava più, che non avrebbe mai avuto il coraggio di mollarmi su due piedi, che minacciava ma non agiva, che non ce la faceva più a reggere una situazione che era più grossa di lui…Se avesse realmente voluto recuperare il rapporto, avrebbe potuto fare uno sforzo empatico maggiore…Non gliene faccio una colpa, ma solo un limite…

E questo è quanto ho da dire su un rapporto di cui ero entusiasta, era tutto quello che volevo, ma il cui epilogo mi ha delusa, mi ha amareggiata…E non è stato facile distaccarsi da una persona a cui volevo veramente bene, a cui voglio ancora bene, ma che ora, nella pura concezione dell’usa finché ti serve e poi getta, rinnega tutto quello che c’è stato, addirittura fa lo stronzo con atteggiamenti infantili, pensando di ferirmi, quando in realtà non me ne frega una sega…(cosa credi, che non abbia colto la bastardata che hai fatto?? Sai a cosa mi riferisco, ammettilo…). Cresci un po’ caro mio, soprattutto, sii coerente!!! Tacci me di immaturità, quando in realtà, sei tu quello che ancora deve crescere…Poi vengo a scoprire che, tramite il mezzo internet, quando io stavo facendo di tutto per recuperare la crisi, tu vai sui siti di incontri online…Per quelli riesci a sottrarre tempo al lavoro, quando invece riuscivi a stare un intero giorno senza mandare nemmeno un fottuto messaggio alla tua compagna…Quella per la quale non hai pianto, quella che ti ha lasciato ma a te la cosa scivola addosso, quella che ha fatto fuoco e fiamme per te, ma che importa…E poi non dirmi che non avevi capito che la cosa si stava spegnendo, come un vecchio ed umido moccolo di cera sciolta….Non dirmi che era solo una questione di soldi…Ma certo, tu mettevi tutto sul piano materiale, dell’affettività non te ne fregava un cazzo…Ti sembra normale?? Io credo che per te lo sia, sei troppo orgoglioso per ammettere che hai dei problemi…Ricorda che il peggior malato è colui che non vuole farsi curare, con tutte quelle scuse, che, per mascherare la propria paura di scavarsi ne profondo, si nascondono dietro allo scetticismo…Bah, non ti capirò mai!!! Come tu non hai capito me…

In ogni caso ti ringrazio per avermi insegnato quanto può essere bella la solitudine, quella solitudine che odiavo tanto e che mi faceva star male, quanto si riacquista la serenità quando si impara a star bene con se stessi, ad affrontare i propri problemi, a scavarsi nel profondo, a prendere per le palle le proprie paure…Quando si impara a star soli, e si sta bene, beh, io penso che sia un buon passo verso il Nirvana, quel Nirvana di cui anche Kurt parlava, a cui si giunge, finalmente illuminati, dopo un periodo indeterminato di profonda ascesi e sofferenza…Beh, io forse ci sono quasi arrivata, perché, finalmente, posso dire che da sola non sto poi così male…E non sento il bisogno di buttarmi ad ogni costo in una fottuta relazione, nelle braccia di quello sbagliato, solo perché mi può dare conforto ed un briciolo di effimero affetto…

Chiuso questo capitolo, possiamo passare a parlare dell’immaturità di questi trentenni e oltre, che si credono ultraprofondi, quando, in realtà, non hanno il coraggio di ricominciare una relazione dopo un fallimento sentimentale per paura di soffrire nuovamente…Ma che uomini siete?? Capisco che ci voglia tempo per guarire le ferite emotive, ma non voler più mettersi in gioco e voler giocare al cazzeggio, in tutti i sensi, da eterni Peter Pan, non solo è un atteggiamento che fa incazzare, ma è anche patetico…

Qualche tempo fa avevo scritto un post su una persona, per cui mi ero beccata una grande infatuazione…Una persona che inizialmente sembrava fosse intenzionata a frequentarmi, ma che, poi, si è ritratta perché “non voleva storie…”. “Mi voglio solo divertire”, non voglio farlo con te perché ti ferirei…Intanto però il biscottone l’hai pucciato…Forse è per questo che un giorno tu mi dissi: “Prima o poi avrai l’occasione di capire che sono STRONZO…” Hai ragione, sei stato obiettivo, come la tua formazione ed il tuo lavoro ti impongono di essere, ed onesto…Ed io apprezzo il gesto…Ognuno vive la propria esistenza come vuole ed io non sono nessuno per criticare…Da una persona come te, però, che sei dolce, sensibile, empatico (o, perlomeno, lo eri, visto che adesso svicoli e per te non sono che il ricordo di qualche scopata…), non mi aspettavo un simile atteggiamento, ovvero: volevi pucciare il biscotto ed io te l’ho fatto fare volentieri…Quella sera eri tutto ciò che desideravo…

Quanto ero persa per te…Ma adesso sto imparando a mettere in standby l’eccessivo coinvolgimento emotivo, le emozioni, la mia fottuta impulsività del cazzo… E l’ho imparato da te che, per deformazione professionale, sei razionale per natura, ed i sentimenti non potranno mai scalfire la tua mente di ghiaccio, o perlomeno non completamente…

Adesso come adesso mi pento di averti dedicato un post…Chissà adesso come sarai pieno di te, come te la starai menando…O forse no…Del resto, non c’è nulla di emozionante ad essere tra i post di una romanticona rincoglionita…Non ho cancellato nulla perché in questo blog c’è la mia storia…In quel preciso momento mi sentivo di dedicarti un post e l’ho fatto, punto…A costo di passare per esibizionista e di essere irrisa da tutti, te compreso…

Ora sto bene…L’unica cosa che hai cannato su di me in pieno: come cazzo fai a dire che “mi comporto da mamma”??

- THE END -

Pubblicato da: Irenotta | 4 maggio 2012

Emozioni, bisogni, scelte

Psicologia del quotidiano – Rosella De Leonibus

Partiamo dalle emozioni: nel ‘900 la rivoluzione ideologica del pensiero psicanalitico ha riportato in
primissimo piano il “bagno ideologico” cartesiano, che oppose tra loro spirito e materia, mente e corpo, tutto
ciò che l’illuminismo prima e il positivismo scientista poi, avevano cacciato dalla finestra. Ed ecco allora che
le creature umane, lungi dell’essere ormai più descrivibili come soggetti dotati di lucida ragione, si
presentano con il loro lato oscuro in primo piano, con cantine e bassifondi inesplorati, dove si agitano
pulsioni, istinti, passioni che, con una potenza irresistibile, ben più forte di quella delle scelte consapevoli,
orientano il comportamento quotidiano. E di ragione, di consapevolezza, è meglio che non ne parliamo
proprio quando abbiamo di fronte i grandi raggruppamenti, le masse: il lato oscuro, primordiale, primitivo,
prende il sopravvento e si amplifica in relazione alla deresponsabilizzazione che il grande numero favorisce.
Il prezzo della civiltà
E allora? Come si fa a parlare di emozioni senza disegnare per la creatura umana un destino già tracciato,
dove il piccolo vascello dell’io cosciente sarà inevitabilmente trascinato e travolto dai marosi delle passioni
che lo abitano? E come si fa a non pensare alla civiltà come ad un lento e frustrante addestramento dove fin
da piccolo, attraverso l’educazione familiare, e più che mai paterna, assumo e faccio mie quelle regole che,
nella convivenza civile, impediscono agli umani di agire d’impulso uccidendo e stuprando sull’onda
dell’istinto? Allora l’adattamento alla civiltà sarà il prezzo da pagare per la sicurezza personale, imparando
ad inibire una parte dei propri impulsi, in vista della continuità della convivenza. L’Altro è l’oggetto su cui
investo le mie energie libidiche, ma è anche il mio limite, il limite della mia affermazione e della
soddisfazione dei miei bisogni.
Eppure non deve essere questa l’unica via. Voglio allargare il mio pensiero fino ad includere un orizzonte
intersoggettivo, non voglio stringere e costringere la mia vita psichica nel dilemma tra razionalità e passioni,
e vivere più o meno nevroticamante sul filo del rasoio dell’improbabile equilibrio tra le due.
Se sono le pulsioni inconsce che determinano i comportamenti, allora io potrò agire solo in termini di
“scarica”, per liberarmi di una tensione, e soddisfare così il mio bisogno, o di “rimozione” di questa tensione,
per opera dei meccanismi di difesa coi quali il mio io argina il mio inconscio, o in termini di conflitto tra
pulsione inconscia e motivazione cosciente. E se invece fosse vero che il mio bisogno di fondo, quello che
guida, sotto sotto, i miei comportamenti, sia il perseguire il piacere e allontanare il dolore, allora non sarei
certo più libero, come essere umano, di quanto non lo siano i miei amici a quattro zampe.
Un margine di libertà
Mi soddisfa di più un quadro concettuale dove il mio essere non sia totalmente inscritto nella natura, ma
anche nella cultura, dove i miei comportamenti non siano dettati solo dalle sollecitazioni pulsionali, ma anche
dai miei progetti trascendenti. Non saranno solo i bisogni di ciò che mi manca ad agirmi, ma anche potrò
agire un po’ più liberamente per bisogni di tipo “indipendente”.
E quando sono in rapporto ad un ambiente, al mondo, agli altri, ho la possibilità di scegliere se assumere
comportamenti predatori, tanto per andare a prendermi ciò che mi serve, o comportamenti diversi, dove
entro in relazione con questo ambiente qui e decido volta per volta se fermarmi, se cambiare meta, se
costruire quello che mi serve e che magari servirà anche a qualcun altro/E poi mi sembra di possedere più
bisogni, su più livelli, a volte in contrasto, a volte allineati in lista d’attesa, e poi non ho solo bisogni, ma
anche fantasie, idee, valori, sentimenti, esperienze. Quando mi avvio ad una azione verso il mio ambiente,
non trovo il vuoto, ma un mondo vivo di persone, fatti, storia. L’ambiente mi sollecita anche quando io non
voglio: mi respinge, mi attrae, mi offre occasioni e limiti, e anche i limiti mi stimolano e mi sfidano.
Una zona da condividere
Voglio pensarmi soggetto di fronte ad altri soggetti, voglio inscrivere le mie relazioni in un’ottica che
comprenda l’Altro come parte integrante di Me, come qualcuno senza il quale non solo io non esisto come
individuo, ma come qualcuno rapportandomi al quale io costruisco il mio Sé, lo compongo passo per passo
proprio nell’incontro col Tu. Allora Tu mi sei indispensabile; non più come limite, o come oggetto di amore o
conoscenza o altro. Ma come costituente attivo di tutto ciò che in me è crescita, farsi del mio Sé, esistenza di
me nel mondo. Allora se Tu mi sei indispensabile, bisogna che io rinunci subito ad una fetta della mia verità,
bisogna che io me le tenga in tasca, le mie care certezze, anziché farne una barriera attraverso la quale non
ti farei mai passare. E succederà che io mi renderò conto che non esiste un Io e un Tu assoluti, fuori della
relazione che instauriamo. In conseguenza di questo ci accorgeremo che sia Io che Tu siamo pieni di potere
l’uno sull’altro, e pieni di vulnerabilità, l’uno verso l’altro. E occorrerà subito che uno di noi due cominci ad
assumersi la responsabilità di quello che, Io e Tu, stiamo facendo l’uno con l’altro, l’uno all’altro. Io come
soggetto, quindi, soggettivamente motivato e mosso, con le mie emozioni, le mie percezioni, le mie verità, di fronte ad un altro soggetto, col suo mondo, la sua storia, il suo percorso, la sua particolare maniera di
funzionare. E tra di noi questo spazio straordinario della relazione, dove entrambi produciamo un sacco di
eventi, questo spazio mobile, incerto, fragile, ibrido, dove costruiamo passo per passo un piccolissimo
pezzetto di verità comune, di significati condivisi, di emozioni scambiate, ascoltate, accolte, di progettualità
nuova. Se siamo capaci di navigare un po’ in questo spazio, potrà prodursi un cambiamento, salti di livello,
crescite non lineari, ulteriori differenze e contatti, verità multidimensionali e molteplici.
Lo spazio per la responsabilità
Al centro di questo spazio c’è un posto d’onore, dove l’etica è viva e può vivere. Etica come capacità di
scelta e responsabilità che Io e Tu costruiamo insieme, a quattro mani, responsabili di Noi, ma non solo,
responsabili del Mondo che ci ospita, degli altri Io e Tu che ci abitano.
Scegliere, da questo posto che abbiamo creato, non è più una amara rinunzia, o un atto predatorio, non è
più applicare un codice, una norma, predefiniti e preimpostati. Responsabilità significa qui che io mi prendo
carico di me e di te, e di me e di te nel mondo, e accolgo un margine di incertezza e cambiamento che
riguarda anche me, in prima persona.
Significa che la mia soggettività, il mio modo parziale e unico di vedere le cose, le mie emozioni, i miei
sentimenti, le mie motivazioni, li colloco accanto ai tuoi, a cui accordo lo stesso identico diritto di
cittadinanza.
Siamo anche definitivamente fuori dall’illusione che basti la ragione, o l’appello a valori assoluti, a
“ridimensionare” le emozioni e i comportamenti che ne conseguono. Da un pezzo abbiamo capito che le
emozioni hanno le loro buone ragioni, che la mente razionale non solo non sa cogliere, ma oltre una certa
soglia, non riesce proprio a fermarle.
Educare le emozioni
Quindi il primo passo da fare sarà di accoglierle, queste emozioni, come uno dei dati che mi informano di
come va tra me e il mio ambiente, e poi dovrò cercare un modo non distruttivo per esprimerle, dovrò
imparare a usare questo meraviglioso strumento di simbolizzazione che è il linguaggio, e così le potrò
comunicare, raccontare, confrontare con gli altri. E posso diventare abile ad impedire che si traducano
immediatamente in azioni dirette, imparare ad attivare una attenta consapevolezza di me stesso e del
mondo che mi circonda, a valutare le conseguenze delle mie azioni, a cercare una congruenza e una
proporzione tra l’ azione che compio e la direzione che ho scelto, e infine a farmi responsabile delle
conseguenze, anche di quelle che non immaginavo.
Significa che le mie emozioni mi alleno fin da piccolo a sentirle, discriminarle, esserne consapevole, e
soprattutto mi alleno a contenerle, filtrarle, trasformarle in energia che posso gestire, con la quale posso
progettare (gettare avanti) me in un mondo esterno che include altri Io, altri Noi. Tutto sommato, se a due
anni di età ho già imparato a controllare gli sfinteri, a mangiare quando è ora e a dormire quando è notte, in
età meno tenera posso ben imparare a leggere, accogliere e gestire le mie emozioni. Se da adulto poi mi
trincerassi dietro la mia base inconscia di natura biologica, dietro la chimica dei miei ormoni cerebrali per
ogni mia irresponsabile esplosione, per ogni scelta che non compio, per ogni immediata reazione senza
intenzioni più allargate, avrei trovato un alibi piuttosto debole.
Le domande difficili – risponde Rosella De Leonibus
Come acquisire un ”alfabeto emotivo”, come uscire dalla incapacità di comunicare i sentimenti? 2/A,
Classico e Leardini, Psicopedagogico)
Quali rimedi si possono attivare per questa “anestesia” dei sentimenti che sembra caratterizzare la nostra
generazione? (4/Q, Bramante)
Perché la scuola non ci educa a comunicare emozioni? (Benelli , Psicopedagogico)
Tu chiamale se vuoi. emozioni  1
Per queste domande avrò bisogno di minimo due puntate. Ecco la prima.
Per dirla proprio tutta, la nostra epoca sembra avere un rapporto proprio strano con le emozioni.
Perché da un lato le esalta come non è mai avvenuto nella storia, ne fa il pane quotidiano degli eventi
mediatici, le amplifica e le estremizza con la comunicazione visiva, le sbatte in faccia alle famiglie all’ora di
cena dallo schermo, le sbrodola nei talk show e nei programmi<(finta)verità, mentre, dall’altro lato, proprio
per questo produce un effetto di saturazione percettiva.
E il troppo, il troppo urlato, il troppo esibito, l’eccesso di enfasi finiscono, al contrario, per spegnere e
disattivare l’interesse e la partecipazione per la parte emotiva della comunicazione. O peggio, per farne
oggetto di consumo e intrattenimento fine a se stesso, un po’ come i circenses degli antichi romani, come
companatico ad un pane quotidiano evidentemente ben poco eccitante. L’effetto globale di questa enfasiridondante è che, alla fine, tutto fa brodo per le emozioni, perché ciò che conta è attirare l’attenzione, e le
emozioni diventano come il sapore di fragola delle medicine: eccipiente ed edulcorante per facilitare
l’assunzione del principio attivo, il quale è, invece, la necessità di persuadere o dirottare l’attenzione,
allontanando ogni possibilità di riflettere ed analizzare. Alla fine un plus di emozioni non nobilita né valorizza
questa fondamentale modalità umana di rapporto col mondo, ma la riduce a strumento del gioco mediatico.
L’enfasi e l’anestesia
L’anestesia allora la possiamo leggere anche come il risultato di questo eccesso di enfasi? Un po’ come
all’uscita da una discoteca, dove per ore siamo stati immersi in un bagno sonoro coi decibel sparati a mille,
e le orecchie adesso sono come piene di ovatta, tutti i suoni esterni sembrano quasi azzerati.
Sul piano clinico questo azzeramento delle emozioni ha un nome preciso: si chiama alexitimia, e sempre più
spesso si manifesta anche in individui che, in media, vengono considerati “sani”. Infatti questa patologia,
che si definisce come un deficit della capacità di simbolizzare e verbalizzare le emozioni, e come una scarsa
consapevolezza in generale della vita emozionale nel suo complesso, in passato era evidente nelle persone
gravemente compromesse da gravi traumi, da una lunga tossicodipendenza, dall’alcolismo, da gravi malattie
psichiatriche, da serie malattie psicosomatiche.
Oggi sembra invece che questa modalità “spenta” appartenga un po’, come tratto che sta diventando
sempre più comune, alla personalità “normale” dei nostri tempi.
Senza parole per l’anima
Tentiamo una analisi: ci sono modalità tipiche di manifestare questo appiattimento del mondo emotivo, per
esempio nell’uso del linguaggio. Mentre da un lato nella comunicazione verbale c’è ricchezza di dettagli per
quanto riguarda i particolari degli eventi di vita, questi dati e fatti non sembrano collegati con risonanze
emotive. E’ come se la consapevolezza del mondo interiore fosse off. E’ poco usato, per esempio, il
pronome io, mentre abbondano le espressioni in terza persona. E mancano parole che esprimono affetti ed
emozioni. La fantasia sembra spenta, l’immaginazione è ridotta, anche i sogni sono poco colorati, poco
vividi, e la vita affettiva appare impoverita, sembra viaggiare sui binari del conformismo e dello stereotipo. I
rapporti interpersonali tendono ad essere vissuti in modo freddo e come meccanico, c’è difficoltà a capire il
mondo interiore dell’altro, ad immedesimarsi, e l’altro viene considerato, poco o tanto, come un oggetto, che
è interessante fino a quando è presente o è fonte di piacere e soddisfazione, mentre può essere
tranquillamente lasciato da parte quando richiede tolleranza, pazienza, impegno di qualche tipo.
C’è una buona capacità di produrre risultati sulla sfera pratica, ma il teatro interiore ha il sipario chiuso.
Allora spesso le emozioni, che comunque esistono, anche se non vengono né percepite, né riconosciute, né
tanto meno dichiarate, prendono un’altra via. Possono prendere la via del corpo, e trasformarsi in sintomi
somatici, o possono diventare azioni, anche forti, anche estreme, anche distruttive o autodistruttive,
compiute senza la minima consapevolezza di cosa le innesca, con una marcata qualità di automatismo ed
inevitabilità.
Normalità a profilo piatto
Questo è il versante della patologia, ma: quante di queste manifestazioni, più in piccolo, le ritroviamo nella
nostra vita quotidiana, nello stile di comunicazione e di vita di molte persone,?
Alla fine questa anestesia emotiva protegge dal dolore, dalla mancanza di senso, dal vuoto affettivo/ tanto
che accade a volte che alcuni giovani, proprio quando all’improvviso il sipario del mondo interno si squarcia
e non tiene più, strappato da eventi di vita dolorosi, cercano rifugi immediati rispetto all’angoscia, alla
tensione psichica. Nell’incapacità di elaborare le proprie emozioni – che poi vuol dire riconoscerle, dar loro
un nome e una storia, raccontarle a qualcuno che le ascolta e insegna a contenerle < le porte che più
facilmente si aprono sono quelle delle droghe, dell’alcol, della violenza distruttiva. Oppure del ritiro sociale,
con l’unica compagnia di un malessere senza nome e senza volto che invade l’anima e la possiede da
padrone.
Generazione emo
Il pendolo della storia ha nella sua natura il fatto di oscillare, e se da un lato molte persone si barricano nel
conformismo, nella ricerca di risultati materiali, e finiscono per appiattirsi in una “normalità” che conserva
solo poche tracce di umanità, dall’altro lato ecco che nasce la generazione EMO, i sensation seekers, i
gruppi e gli eventi emotionally driven, il movimento emo, la musica emo-core, gli emo-moovies/. la scrittura
emo: xxx, che vuol dire bacio, <3, che vuol dire cuore/
Hugs, no drugs, e cioè abbracci, non droga, è lo slogan del movimento emo, che si incontra in internet, e già
sta elaborando una sua scala di valori molto uncool, no corporate, non allineata, fuori dalle tendenze
comuni, fuori dal bon ton, ma fuori anche dallo stile falasamente empatico di certi eccessi sbrodolati della tv
verità.
E’ una filosofia ancora in parte abbastanza abbozzata, un po’ forse candida e teneramente ingenua, molto
underground, molto enfatica, ma capace, (vedremo, speriamo?) di essere l’inizio di un risveglio diverso. Amicizia, empatia, il cuore al centro del mondo, la capacità di piangere, anche in pubblico, l’innocenza,
l’ingenuità, gli scambi affettivi fisici come l’abbraccio, il contatto corporeo, recuperati non solo nella coppia,
ma tra amici, nel gruppo, come il grooming dei cuccioli, la sensibilità come valore (anche esagerato, come
esige il pendolo, perché ancora questa scala di valori non si è posta il problema dei confini, vedremo/), il
commuoversi come segnale di partecipazione agli eventi.
Voglia di raccontarsi
La generazione emo ha i suoi strumenti per esprimersi.
Il corpo innanzitutto, dicevamo, con la sua ritrovata (esasperata?) capacità do esprimersi col linguaggio non
verbale, ma anche il blog, il diario in rete dove la mia vita quotidiana, le mie idee sul mondo e sui massimi
sistemi, le mie emozioni, invece che rimanere sotto chiave in un cassetto, come piaceva nel secolo scorso ai
diari, si diramano nei mille snodi nella rete, e chi li legge mi può anche rispondere, dialogare con me, forse
un po’ fuori contesto, forse con molte proiezioni, generalizzazioni, semplificazioni, ma almeno recuperando
due strumenti fondamentali per l’umano: la scrittura e le parole che parlano del mondo interiore/.
La self expression, questo è un altro valore forte della generazione emo, il dirsi, il raccontarsi, anche nelle
chat, nei forum on line, soprattutto fra sconosciuti. Attivazioni anche viscerali, ma molto emozionate. La
logica formale vista come limite e ostacolo, (ah, il pendolo/), mentre l’elogio va all’imperfezione, con buona
pace del premio Nobel Rita Levi Montalcini, che invece studiava l’imperfezione e la elogiava proprio
attraverso uno dei più grossi strumenti della logica formale che è il discorso scientifico.
Ma la generazione emo ha bisogno di stare, almeno per un po’, sull’ altro estremo del pendolo. La visceralità
emotiva ha bisogno dell’immediatezza, della condivisione qui ed ora, ed allora un altro strumento sono gli
MMS con immagini della vita quotidiana, dove il frammento di immagine scambiato è come un piccolo dono,
una presenza calda, e anche un pochino, lasciatemelo dire, un ribadire che esisto, che ci sono anch’io nel
mondo così vasto, e voglio che tu mi veda, che fiuti la mia traccia e i riconosca/.
Emozionarsi è bello
Nasce anche una nuova estetica emo, dove imperfetto, approssimativo, dilettante, non troppo preciso, non
troppo ipertecnologico, è bello. Le istantanee col cellulare sono imprecise, ma sono un pezzetto della mia
verità personale adesso, che voglio condividere ora, subito, con te, perché magari tra un’ora, che dico tra
dieci minuti, ho già cambiato stato d’animo/. Gli emo<movies, girati con attori non professionisti, su temi ad
altissimo contenuto emotivo, con sistemi a bassa definizione, tecnologie casalinghe, improvvisate, mi
permettono di essere protagonista, di appropriarmi un pochino dalla parte degli autori di quella
comunicazione visiva di cui sono sempre più spettatore.
La musica emo, i concerti con le improvvisazioni in dialogo col pubblico, la musica low<fi, a bassa fedeltà,
con le voci, i rumori, così struggente, ineguale, così capace di attivare l’immaginario, coi pianti in scena, gli
abiti strappati, non solo del pubblico, ma anche dei cantanti, coi testi duri, estremi, problematici, che tirano
fuori le emozioni più forti/
Evviva il pendolo, per ora.
Prima o poi ci toccherà anche il duro e splendido lavoro di creare ordine, leggibilità e confini in questo mare
risvegliato. Buon lavoro a voi, ragazze e ragazzi del terzo millennio, e a noi educatori, a noi psicologi, a noi
filosofi, a noi genitori, a tutti quelli che vorranno continuare a credere in una umanità integrata, intera.
Le domande difficili – risponde Rosella De Leonibus
Come acquisire un ”alfabeto emotivo”, come uscire dalla incapacità di comunicare i sentimenti? 2/A,
Classico e Leardini, Psicopedagogico)
Quali rimedi si possono attivare per questa “anestesia” dei sentimenti che sembra caratterizzare la nostra
generazione? (4/Q, Bramante)
Perché la scuola non ci educa a comunicare emozioni? (Benelli , Psicopedagogico)
Tu chiamale se vuoi. emozioni – 2
Avevo annunciato altre puntate per queste difficilissime domande, ecco la seconda.
Formare competenze emotive, ecco forse uno dei compiti educativi più delicati. Perché le emozioni sono,
diceva un mio maestro una volta, come le anguille, non riesci mai ad afferrarle, e ti sgusciano via appena
credi di averle in mano. E come le anguille sono anche cangianti, e sanno passare dall’acqua dolce a quella
salata.
Per capire le emozioni ci vuole coraggio. Ancora più coraggio ci vuole per lasciar loro spazio, per starci
insieme, accanto, davanti, intorno, dentro, esplorarle, e non lasciarsi indurre nella tentazione di trasformare
subito la loro energia in azioni impulsive, non scelte, non pensate, in<mediate. Già, è proprio questa
l’educazione emotiva. E’ fatta di linguaggi, di parole per dirle, queste benedette emozioni, e di spazio/tempo
e situazioni adatte per comunicarle. Perché le emozioni hanno la tendenza (colpa dell’etimologia/) a ex<
movere, muovere verso l’esterno, uscire fuori, e decenni, secoli, millenni di tradizioni educative hanno studiato a fondo molti sistemi per non lasciarle uscire, per bandirne alcune, tentando perfino di eliminarne la
radice. Con l’unico risultato di ritrovarsi al punto di partenza, perché questa forma di energia vitale ha una
sua ferrea e stringente logica, una sua ineluttabile “necessità”, una sua innegabile urgenza di esistere, che,
dopo la lavorazione, può essere accolta, riconosciuta, letta, affinata, e portata con sé come bussola per
vivere. Come succo dell’esserci, come sensore per le scelte, come sestante per orientarsi.
Le parole per dirlo
Parole con la P maiuscola: parole che sappiano cogliere le sfumature. Ecco la prima lezione. Se non ci sono
vocabolari per le emozioni, le sensazioni interne, le agitazioni dell’anima non possono essere “salvate con
nome”, vanno tutte nel calderone dello star bene o star male, annegano nel brodo indifferenziato delle
sensazioni vaghe, dei malesseri senza nome, o degli entusiasmi a fuoco d’artificio, istantanei, non
riproducibili, non decifrabili. L’età delle emozioni, quella dove il panorama interno è tutto occupato dagli stati
e dai moti dell’anima, dalle onde ondivaghe e dai flutti fluttuanti delle tempeste ormonali, umorali, identitarie,
relazionali, è l’età in cui questo linguaggio si affina o si perde per sempre. Subito prima delle emozioni ci
sono le sensazioni, e subito accanto, ad un livello più intenso e duraturo ci sono le passioni, e ad un livello
più diffuso ci sono gli affetti, mentre ad un livello di distillazione più elevato ci sono i sentimenti. Dal campo
del biologico, degli istinti, delle pulsioni, al territorio del sociale, delle relazioni, dei valori. Ecco perché dare
un nome a queste cose è importantissimo. E’ la prima forma di accoglienza, di riconoscimento del diritto di
cittadinanza, e queste energie, non più clandestine e apolidi, possono avere un posto dove essere
riconosciute e vivere e trasformarsi. Facciamo una prova, adesso, qui. Al di là delle emozioni capostipite,
quelle di base, come possono essere la rabbia, il dolore, la gioia, la tristezza, il disgusto, la paura,
l’accettazione, l’attesa, la sorpresa, c’è un mondo di sfumature.
Possiamo pensare alla giornata di oggi, mentre leggete queste righe, e vedere se riconosciamo come nostra
esperienza qualcuna di queste sfumature, questi semitoni, questa gamma più vasta di colori.
Mettiamo tutto giù così, alla rinfusa, tanto le emozioni, i sentimenti, le passioni, sono tutti parenti tra loro,
possono stare gli uni accanto alle altre anche se sono diversi e addirittura, se sono contrastanti, spesso
abitano la stessa anima nello stesso momento.
I contrasti e le sfumature
Confusione, serenità, simpatia, fallimento, repulsione, tenerezza, soddisfazione, irritazione, colpa,
imbarazzo, orgoglio, partecipazione, isolamento, impegno, distanza, risentimento, superiorità, curiosità, noia,
sufficienza, scontento, sollievo, fiducia, rispetto, appagamento, ilarità, entusiasmo, delusione, sconcerto,
attrazione, invidia, sofferenza, insofferenza, urgenza, fastidio, impeto, nostalgia, timore, turbamento,
titubanza, sospensione, sfinimento, felicità, amore, odio, rapimento, disprezzo, disillusione, contrizione,
vergogna, fragilità, vulnerabilità, sopraffazione, affinità, disperazione, senso di vuoto, scoraggiamento,
chiusura, estasi, disponibilità, attrazione, rinuncia, rassegnazione, slancio, coraggio, abnegazione,
temerarietà, ira, amarezza, leggerezza, malinconia, disincanto, angoscia, trepidazione, eccitazione,
sconfitta, vittoria, terrore, panico, euforia, esaltazione/..
Il gioco continua: quali di queste sfumature (spesso ne servirà più di una per tracciare l’immagine di un
momento, di un flash di vita ) mi sono appartenute oggi? E ancora: quale filo, quale storia posso
concatenare oggi con queste parole? Come hanno fatto a trasformarsi l’una nell’altra? Quali piccoli o grandi
contrasti ho vissuto oggi? E per ognuna di queste parole che ho riconosciuto mie, quando, come, dove, con
chi l’ho sentita dentro di me? Come la ho manifestata, o nascosta? Ce n’è qualcuna che mi è più congeniale
di altre, che conosco o accetto meglio di altre, o che mi disturba più di altre? Ce ne sono alcune che mi
accorgo di non aver mai sperimentato? E a questo piccolo elenco di parole per dirlo e di domande, cosa
posso aggiungere di proprio mio?
Ecco, entrare dentro questo infinito e variegato universo è un’avventura splendida e faticosa. E’ diverso
sentire di star male, piuttosto che accorgersi di essere per esempio irritati o delusi o sfiduciati o angosciati o
terrorizzati/.. E’ diverso sentire di star bene , piuttosto che sentire di essere sereni, o pieni di entusiasmo, o
rapiti, o leggeri, oppure provare un sentimento di fiducia e apertura. Questa attenzione che possiamo
imparare a porre verso il mondo dell’anima è una potentissima bussola. Perché ci permette di filtrale, queste
robe qua, e lasciarle decantare un po’, scaldarci alla loro energia, positiva o negativa che sia, e metterla al
servizio della nostra vita.
Come training per costruire la forza d’animo, come passaggio per direzionare consapevolmente le scelte,
come allenamento ad ascoltare ed accogliere le altre persone, come ponte privilegiato per attivare
l’intuizione e la capacità di decidere, come costruzione di un “contenitore interno” che può ospitare le
sensazioni e le emozioni mentre affiorano, e ne disciplina l’uscita, per imparare, oggi più che mai, ad
attendere il momento giusto, a trovare il tono giusto, a lasciare che qualche cosa resti anche irrisolta e
inesaudita, a tradurre queste energie in azioni consapevoli e misurate.
Questo è il bello: non più, non solo, cavalloni che ci sbatacchiano sugli scogli o stagno piatto immobile e
morto. Cavalli da cavalcare, a pelo o con la sella, al passo, al trotto, al galoppo, e anche da lasciar correre
liberi quando si può. Gli spazi, i tempi, i rituali
Benedette emozioni, come sono delicate, ed esigenti! Oltre le parole per dirlo, hanno bisogno dello
spazio/tempo per poterci stare accanto. Uno spazio calmo, senza troppi stimoli. Ecco come mai è difficile
che succeda: un ascolto delle emozioni nelle nostre case piene di oggetti, con la fretta della quotidianità, coi
televisori sempre accesi, lontano dai ritmi e dai suoni e dai colori della natura, è quasi impossibile. L’ascolto
delle emozioni nostre e altrui ha bisogno di silenzi, di vuoti, di attese, che le lascino emergere invece che
pomparle fuori, strapparle via, o peggio soffocarle, ridurle a mugugni e grugniti.
Ha bisogno di situazioni e momenti, di rituali, quasi, di celebrazioni. Ha bisogno della conversazione, senza il
peso dei giudizi né delle prescrizioni. Ha bisogno dell’accoglienza e della reciprocità. Mi fa molta tenerezza
pensare alla pretesa che avremmo noi adulti di ricevere le vostre confidenze di adolescenti sulle sfumature
dell’anima mentre pretenderemmo di restare là davanti a voi abbottonati e riparati dal nostro ruolo. O al
contrario mentre fingiamo di voler ascoltare voi e invece vi rovesciamo addosso come un torrente le nostre,
di emozioni, senza spazi di punteggiatura per il dialogo.
Cosa senti, come lo vivi, che effetto ti ha fatto, come stai con questo sentimento, cosa è importante per te,
cosa ti fa male, cosa desideri, cosa hai colto, cosa hai intuito, di cosa ti sei accorto//cosa ti suscita, come
reagisci dentro di te a questa cosa, ecco le calamite per attrarre la comunicazione emotiva, anzi,
emozionata.
Ecco la possibilità che abbiamo per dare spazio alle emozioni senza trasformarle in bombe ad orologeria,
senza legarle una volta per sempre al bisogno narcisistico di essere esposte e imposte senza riguardo al
come e al quando.
E i rituali, dicevamo: sedersi accanto sul divano in silenzio, il saluto della buona notte nel buio della stanza,
l’attesa disponibile, leggere una poesia, un racconto, vedere un film insieme, e commentarli, alla pari, quello
che dici tu vale quanto quello che dico io, anche se ho trenta anni di più. E ritrovare il contatto con l’energia
degli elementi della natura, con la potenza delle espressioni dell’arte in tutte le sue forme, e la nostra
capacità di adulti di stare anche con ciò che è dissonante, irrisolto, estremo, per accompagnarvi anche là, se
state esplorando questi confini.
La nostra possibilità di reggere anche le vostre lacrime (disperate, totali), le vostre eccitazioni
(incondizionate, volatili ed ondivaghe), le vostre chiusure (così dure e frustranti per noi), la vostra paura di
sbagliare (o il desiderio di rischiare), il vostro bisogno di rassicurazione (ma non troppa). La nostra capacità
di sostenere e amare queste intensità, questa alta tensione, e anche quegli abissali vuoti pneumatici che di
tanto in tanto attraversate.
La mappatura che noi stessi abbiamo (o non abbiamo) di questa dimensione interiore, di questo paesaggio
dell’anima, e i sentieri che abbiamo già (o non abbiamo mai ancora) inventariato, esplorato.
Condividere, perché le emozioni non condivise sono pietre dentro l’anima, e come i massi che cadono nei
fiumi, creano vortici e gorghi, e piene devastanti, e secche tremende.

Pubblicato da: Irenotta | 4 maggio 2012

Malessere giovanile: mancanza di valori o di contenitori?

(1998 Relazione al convegno promosso dal comune di Padova a conclusione del progetto di prevenzione alle tossicodipendenze: “Prevenzione, Accettazione, Accoglienza” sul tema “Buona gestione dei conflitti e comunicazione efficace in ambito educativo”)

 

Ci siamo posti un obbiettivo, sicuramente non semplice: fare prevenzione. Non facile e difficilmente verificabile nell’efficacia perché: come si può dimostrare che i cambiamenti osservati sono riconducibili ad un intervento di prevenzione e non un risultato casuale? Nello specifico è ancora più complicato quando l’oggetto dell’intervento è l’uomo con tutto il suo bagaglio di non conoscibile. 
E’ possibile prevenire il disagio psicologico? Innanzi tutto è necessario presumere di conoscere la sua eziologia poiché prevenire significa rimuovere le cause che lo determinano.

Crediamo che le cause siano indubbiamente più complesse e molteplici di quanto qualunque teoria possa tentare di definire. Tuttavia possiamo pensare che le cause principali del malessere contemporaneo risiedano nel vuoto, nella solitudine, nella spersonalizzazione, nella difficoltà a dare spessore e profondità al proprio IO. Sapere “chi sono” e “cosa voglio” è essenziale per la formazione dell’identità. Ogni buco, ogni spazio vuoto in questo” riconoscersi” diventa spazio di malessere.
Quando parliamo di disagio giovanile ci occupiamo anzitutto del malessere di questi ragazzi e i comportamenti disturbanti e ancor peggio devianti che ne conseguono, sono per noi solo dei rivelatori.

I giovani che esprimono disagio, malessere, che abusano di alcool, di sostanze stupefacenti, che si comportano in modo violento e autolesionista, soffrono?

Forse no, o meglio non più, perché quando la sofferenza è troppa non è sopportabile e la natura stessa provvede. Ad esempio quando il dolore fisico supera una certa soglia interviene una sostanza che ha la struttura molecolare simile a quella dell’eroina: l’endorfina, un anestetico naturale. 
Cosa c’è di più pericoloso per un essere umano del non avvertire il dolore? Come fa a distinguere ciò che gli fa male o ciò che fa male agli altri, se non ne ha consapevolezza? Forse questi ragazzi sono psicologicamente anestetizzati, quindi non sentono.

Permetteteci una parentesi etimologica, prendiamo in esame due parole.
MALESSERE: essere male, male, dal latino malum: cattivo, quindi, essere cattivo.
SOFFRIRE: dal latino, sufferre: sopportare, tollerare, resistere a…
C’è differenza di significato tra malessere e sofferenza. Si potrebbe ipotizzare che l’impossibilità o incapacità di soffrire porti al malessere nel significato di “essere cattivo”, che si traduce poi in comportamenti disturbanti o devianti. Stare nella sofferenza, al contrario, è capacità di sopportare, non nel senso moralistico o masochista del termine, bensì nel significato di “capacità di attesa” che implica anche un rapporto più naturale con il tempo.

Star bene o essere sani non significa, come forse molti credono non soffrire, non essere mai tristi. Significa invece sentire le emozioni, i sentimenti, in maniera adeguata alle circostanze e la sofferenza, il dolore e la morte, sono elementi essenziali della vita.

……”la depressione che segue un lutto è considerata anormale, ci mandano dal medico perché ci prescriva dei farmaci”….da “La morte amica” di Marie De Hennezel.

Non siamo certo originali se affermiamo che la nostra civiltà ha rimosso la morte e ha di conseguenza negato tutti i sentimenti relativi al lutto. Nel momento in cui siamo indotti a reprimere il dolore, la sofferenza, il lutto della perdita, siamo costretti a rimpicciolire la nostra capacità di sentire e perciò anche le emozioni di gioia, di entusiasmo, di felicità, sono sopite.

L’uomo contemporaneo ha idealizzato e creduto forte colui che è capace di controllare le emozioni, mentre la persona emotiva è ritenuta infantile, debole.
L’anestesia dei sentimenti è diventato un valore della cultura contemporanea, allora perché stupirsi se tanti dei nostri giovani usano eroina, visto che è il più potente anestetico del sentire?
Chi è dentro il mal-essere ma non dentro la sofferenza non sente, ha anestetizzato il sentire, ha messo a tacere i sensi perché ha negato la sofferenza. Non sente la sua e non comprende quella degli altri. Questo è pericoloso.

Probabilmente è ciò che l’opinione pubblica definisce come “mancanza di valori“. Quello che caratterizza il valore è il segno positivo. Questo implica una capacità di giudizio su ciò che è buono o cattivo, ciò che è bene o male, giusto o sbagliato. 
Ci chiediamo se la crisi dei valori appartenga ai giovani o al mondo degli adulti e se, di conseguenza, si rifletta sui primi. Ci chiediamo cosa provano, quali sentimenti vivono coloro che sono a contatto con i ragazzi, che lavorano con essi o che sono loro legati affettivamente: gli adulti. 
Cosa provano di fronte al disagio, ai comportamenti di “rottura” degli adolescenti? Rabbia, impotenza, pena? Ci sembra che si preoccupino maggiormente di elaborare strategie educative che riconducano i comportamenti devianti alla normalità. Questo li tranquillizzerebbe. 
Ci chiediamo se sono in grado di ascoltare l’urlo di muta disperazione che c’è dietro, se sono capaci di recepire, di sentire, se sono in grado di soffrire. 
Se sono capaci di soffrire allora sono in grado di attendere, che il bambino si faccia adolescente, che l’adolescente si faccia adulto. Non si tratta di un’attesa passiva, assente, bensì di un’attesa propositiva, attenta, presente, tollerante, in una parola EMPATICA.
Allora il tempo dell’attesa si fa contenitore.

Se l’adulto non è capace di empatia non è un buon educatore, anche se è ottimamente preparato sia sul piano teorico che metodologico.
Chi è capace di soffrire può guarire, altrimenti alimenta altro disagio, altro malessere. Se una persona conserva la capacità di soffrire, perciò di sentire, sente empaticamente anche ciò che fa male agli altri. Questa può essere prevenzione.
Il nostro modo di formare é essenzialmente esperienziale proprio perché abbiamo come scopo non quello di “educare gli educatori” ma di “empatizzare gli educatori”.

 
 
Pubblicato da: Irenotta | 3 maggio 2012

Nati così, in …

Nati così, in mezzo a tutto questo, tra facce di gesso che ghignano e la signora morte che se la ride…

mentre gli ascensori si rompono

mentre gli orizzonti politici si dissolvono

mentre il ragazzo della spesa del supermercato ha una laurea

mentre i pesci sporchi di petrolio sputano la loro preda oleosa

e il sole è mascherato

 

siamo nati così

in mezzo a tutto questo

tra queste guerre attentamente matte

tra la vista di finestre di fabbrica rotte di vuoto

in mezzo a bar dove le persone non non si parlano più

nelle risse che finiscono tra sparatorie e coltellate

 

siamo nati così

in mezzo a tutto questo

tra ospedali così costosi che conviene lasciarsi morire

tra avvocati talmente esosi che è meglio dichiararsi colpevoli

in un Paese dove le galere sono piene e i manicomi chiusi

in un posto dove le masse trasformano i cretini in eroi di successo

nati in mezzo a tutto questo

 

ci muoviamo e viviamo in tutto ciò

a causa di tutto questo moriamo

castrati

corrotti

diseredati

per tutto questo

ingannati da questo

usati da questo

pisciati addosso da questo

resi pazzi e malati da questo

resi violenti

resi inumani

da questo

 

il cuore è annerito

le dita cercano la gola

la pistola

il coltello

la bomba

le dita vanno in cerca di un dio insensibile

le dita cercano la bottiglia

le pillole

qualcosa da sniffare

 

siamo nati in questo essere letale triste

siamo nati in un governo in debito di 60 anni

che presto non potrà nemmeno pagare gli interessi su quel debito

e le banche bruceranno

il denaro sarà inutile

ammazzarsi per strada in pieno giorno non sarà più un crimine

resteranno solo pistole e folle di sbandati

la terra sarà inutile

il cibo diventerà un rendimento decrescente

l’energia nucleare finirà in mano alle masse

il pianeta sarà scosso da un’esplosione dopo l’altra

uomini robot radioatitvi si inseguiranno l’un l’altro

 

il ricco e lo scelto staranno a guardare da piattaforme spaziali

l’inferno di Dante sarà fatto per somigliare a un parco giochi per bambini

il sole sarà invisibile e sarà la notte eterna

gli alberi moriranno

e tutta la vegetazione morirà

uomini radioattivi si nutriranno della carne di uomini radioattivi

il mare sarà avvelenato

laghi e fiumi spariranno

la pioggia sarà il nuovo oro

la puzza delle carcasse di uomini e animali si propagherà nel vento oscuro

gli ultimi pochi superstiti saranno oppressi da malattie nuove ed orrende

e le piattaforme spaziali saranno distrutte dalla collisione

il progressivo esaurimento di provviste

l’effetto naturale della decadenza generale

e il più bel silenzio mai ascoltato

nascerà da tutto questo

il sole nascosto

attenderà il capitolo successivo

 

(Charles Bukowski)

 

Pubblicato da: Irenotta | 3 maggio 2012

Il contrabbasso può cantare…

Da Il Giornale di Vicenza, 14/02/2012

Il contrabbasso. Può “cantare”, il contrabbasso? Con quella sensazione di “ottava sotto”, come la subottava dell’organo, il registro di Subbasso che tra le canne è il più dolce e misteriosamente penetrante. Nell’orchestra è il fondamento. “Una fila di contrabbassi a dire il doloroso tormento delle passioni”, confidava Puccini agli amici che nella casa di Torre del Lago assistevano all’orchestrazione di Bohème. “Il contrabbasso prosegue nel violoncello che prosegue nella viola che prosegue nel violino: questa è la sequela degli archi” si recitava nella Scuola di Avviamento Professionale, la “Rude scuola del popolo” voluta da Mussolini, dove per un’ora la settimana si studiava “Musica e Canto”. Anche Mario Rigoni Stern si è formato nella Scuola di Avviamento, e avrà recitato a memoria “la sequela degli archi”.
A Padova, la musicale famiglia Valdettaro e Scarlino propone il CD “Tre per Attila”, titolo giocoso, spiritosa dedica-pretesto al tenero cagnolino domestico, Attila. Ines Scarlino, pianista, insegnante al Pollini, con uno stuolo di allievi diplomati affermati nel mondo musicale. Giambattista Valdettaro, il marito, anch’egli insegnante al Pollini, per lungo tempo violoncellista dei Solisti Veneti, poi in altre prestigiose formazioni orchestrali sinfoniche. Il figlio Riccardo, diplomato in contrabbasso, già avviato all’insegnamento e al concertismo con un repertorio di musiche rare, meglio dire trascurate dall’ufficialità dei programmi. Può cantare, può avvincere, il contrabbasso? Certamente. E si pensa subito a Giovanni Bottesini. Claudio Scimone si distingue tra i direttori d’orchestra anche per la capacità di cercarle, queste musiche dimenticate; infatti, include spesso Bottesini, compositore amico di Giuseppe Verdi, nei suoi concerti in tutto il mondo. Del virtuoso contrabbassista, direttore d’orchestra alla “prima” dell’Aida al Cairo il 24 dicembre 1871, poi direttore del conservatorio di Parma, inventore della moderna tecnica contrabbassistica con innovazioni geniali, nato a Crema nel 1821, Riccardo Valdettaro propone l’Elegia in re e il poderoso Capriccio di bravura per contrabbasso e pianoforte. E stupisce, oltre la tecnica, il suono sempre intenso e morbido, che porta a pensare immancabilmente alla simpatica “sequela” degli strumenti ad arco. L’incisione si apre con Piéces en concert per violoncello e pianoforte, cinque genialissimi quadri del grande François Couperin, il grande clavicembalista e organista parigino. Giambattista Valdettaro e Ines Scarlino propongono anche, con mirabile intesa, le Dodici Variazioni di Beethoven dal Giuda Maccabeo di Haendel. La pregevole pubblicazione, che si può cercare nel catalogo di Velut Luna, l’affermato tecnico dei suoni e produttore padovano, si chiude con un’altra rarità, il Duetto per contrabbasso e violoncello di Gioachino Rossini. In tre movimenti, Allegro, Andante con moto, Allegro, per un’ampia durata sonatistica, il Duetto conferma la felicità tematica rossiniana e insieme la brillantezza tecnica, ma anche la maturità interpretativa di Giambattista e Riccardo Valdettaro, padre e figlio, divertiti, forse, anche dallo stupore domestico di Attila.

Zoom Foto

Chi è Riccardo Valdettaro

Nasce a Padova il 15 febbraio 1979.

si è diplomato nel 2007 con il massimo dei voti  presso il Conservatorio di Rovigo “F.Vanezze” sotto la guida del M° Ubaldo Fioravanti.

Nel 2004, 2005, 2006 e 2007 ha frequentato i corsi internazionali di perfezionamento (sempre tenuti dal M° Ubaldo Fioravanti ) della Fondazione Musicale S.Cecilia di Portogruaro (suonando al concerto di fine corso degli studenti, in veste di solista). Nel 2004 ha frequentato il corso d’interpretazione dello stile barocco tenuto dai Maestri Ubaldo Fioravanti ed Enrico Casazza per la “Giovane Accademia Musicale Veneta”. Ha frequentato le Masterclass dei Contrabbassisti: Gabriele Raggianti, Giuseppe Ettorre, Libero Lanzillotta, Antonio Sciancalepore.

Successivamente studia per un anno con il M° Riccardo Donati al Conservatorio “Lucio Campiani” di Mantova e dal 2007 è inscritto all’Accademia di  alto perfezionamento “Walter Stauffer” di Cremona sotto la guida del M° Franco Petracchi seguendo anche i corsi estivi di perfezionamento del Campus Internazionale di Musica di Sermoneta (sempre tenuti dal M° Franco Petracchi e suonando anche qui al concerto di fine corso degli studenti, in veste di solista).

Nel 2004 e nel 2005 ha fatto parte dell’Orchestra regionale dei conservatori del Veneto (O.R.C.V.) diventandone poi primo contrabbasso nel 2006. Nel 2005 vince il 2° premio della categoria A (corsi inferiori) della rassegna d’archi “Mario Benvenuti” di Vittorio Veneto, nel 2006 è finalista alla medesima rassegna della categoria B (corsi superiori) (nessun premio assegnato), nel 2007 vince il primo premio della categoria B (corsi superiori) alla medesima rassegna. Sempre nel 2007 vince l’audizione tenuta dal Conservatorio di Rovigo per esibirsi in veste di solista in qualità di migliore allievo e suona il Concerto in Si minore di G.Bottesini accompagnato dall’ Orchestra del Conservatorio. Nel 2008 riceve un Diploma d’Onore al concorso internazionale T.I.M. (torneo internazionale di Musica). Nello stesso anno riceve un premio speciale al prestigioso concorso di esecuzione per Contrabbasso “Werther Benzi”.Viene regolarmente chiamato a collaborare con l’orchestra di Padova e del Veneto (anche primo contrabbasso), orchestra Filarmonia Veneta, orchestra delle Venezie diretta da Giovanni Angeleri (anche primo contrabbasso), orchestra Vanezze (primo contrabbasso), Giovane Filarmonica Veneta (primo contrabbasso), Accademia dell’Orchestra Mozart  diretta da Enrico Bronzi, ecc…

Figlio d’arte, si esibisce con i genitori (la pianista Ines Scarlino e il Violoncellista Giambattista Valdettaro) oltrechè in vari gruppi cameristici, orchestre, e in veste di solista.

Attualmente studia sotto la guida del M° Franco Petracchi.

Pubblicato da: Irenotta | 17 aprile 2012

Souvenir from Sextum Mercatum…

 

Sesto Calende è una piccola città lombarda vicina al confine con il Piemonte. Sorge al centro di un verdeggiante anfiteatro morenico all’estremità meridionale del Lago Maggiore, dove il Ticino riprende il suo cammino per congiungersi con il Po.

Turismo a Sesto Calende

Sesto Calende gode di una posizione privilegiata che l’ha resa una zona ideale per gli insediamenti fin dal periodo neolitico, quando qui si stanziarono dei popoli migranti. Qui vivevano le genti che diedero origine alla Cultura di Golasecca. Per questo motivo in città sorge il Civico Museo Archeologico, ricco di reperti e testimonianze provenienti dai tempi antichi.

Nella località di San Vincenzo si trova il grande masso erratico conosciuto come Sass de Preja Büja, importante anche per le antiche iscrizioni incise sulla sua superficie.

Per quanto riguarda l’architettura sacra, è molto interessante l’Abbazia di San Donato, risalente al IX secolo. Si tratta di una chiesa romanica che ospita numerosi affreschi dei periodi più disparati ed è considerato il maggior monumento sestense.

Sesto, posto sulla Statale e la linea ferroviaria del Sempione, è un essenziale nodo di comunicazione viaria verso la Pianura Padana e i valichi del Sempione e del Gottardo. Monumentale simbolo di questa vocazione ai trasporti è il doppio Ponte di ferro sul Ticino, realizzato nel 1868. Grazie ad esso la città rappresenta anche un punto di partenza privilegiato per visitare sia le sponde piemontesi del Lago Maggiore, da Arona a Cannobio, sia quelle lombarde, da Angera a Luino.

Svago a Sesto Calende

Le bellezze naturali offerte da questa zona sono stupende: lago, fiume, collina, montagne e il Monte Rosa sullo sfondo. Inoltre il territorio di Sesto Calende è immerso nel verde del Parco Lombardo della Valle del Ticino, parco attrezzato per pic-nic e scampagnate all’aria aperta.
Nel paese sono continuamente organizzati tanti simpatici eventi teatrali, musicali, cinematografici e anche le classiche sagre gastronomiche.

 

 

Pubblicato da: Irenotta | 17 aprile 2012

Ma chi ci abita sarà d’accordo?? :-)

Ma chi ci abita sarà d’accordo?? :-)

Sesto Calende è una piccola città lombarda vicina al confine con il Piemonte. Sorge al centro di un verdeggiante anfiteatro morenico all’estremità meridionale del Lago Maggiore, dove il Ticino riprende il suo cammino per congiungersi con il Po.

Turismo a Sesto Calende

Sesto Calende gode di una posizione privilegiata che l’ha resa una zona ideale per gli insediamenti fin dal periodo neolitico, quando qui si stanziarono dei popoli migranti. Qui vivevano le genti che diedero origine alla Cultura di Golasecca. Per questo motivo in città sorge il Civico Museo Archeologico, ricco di reperti e testimonianze provenienti dai tempi antichi.

Nella località di San Vincenzo si trova il grande masso erratico conosciuto come Sass de Preja Büja, importante anche per le antiche iscrizioni incise sulla sua superficie.

Per quanto riguarda l’architettura sacra, è molto interessante l’Abbazia di San Donato, risalente al IX secolo. Si tratta di una chiesa romanica che ospita numerosi affreschi dei periodi più disparati ed è considerato il maggior monumento sestense.

Sesto, posto sulla Statale e la linea ferroviaria del Sempione, è un essenziale nodo di comunicazione viaria verso la Pianura Padana e i valichi del Sempione e del Gottardo. Monumentale simbolo di questa vocazione ai trasporti è il doppio Ponte di ferro sul Ticino, realizzato nel 1868. Grazie ad esso la città rappresenta anche un punto di partenza privilegiato per visitare sia le sponde piemontesi del Lago Maggiore, da Arona a Cannobio, sia quelle lombarde, da Angera a Luino.

Svago a Sesto Calende

Le bellezze naturali offerte da questa zona sono stupende: lago, fiume, collina, montagne e il Monte Rosa sullo sfondo. Inoltre il territorio di Sesto Calende è immerso nel verde del Parco Lombardo della Valle del Ticino, parco attrezzato per pic-nic e scampagnate all’aria aperta.
Nel paese sono continuamente organizzati tanti simpatici eventi teatrali, musicali, cinematografici e anche le classiche sagre gastronomiche.

Pubblicato da: Irenotta | 12 aprile 2012

Fuck U Stupid Cupid!!!

Stupid cupid, you’re a real mean guy
I’d like to clip your wings so you can’t fly
I’m in love and it’s a crying shame
And I know that you’re the one to blame
Hey, hey — set me free
Stupid cupid, stop pickin’ on me!
I can’t do my homework and I can’t see straight
I meet him every morning ’bout a half-past eight
I’m acting like a lovesick fool
You’ve even got me carrying his books to school
Hey, hey — set me free
Stupid cupid, stop pickin’ on me!
You mixed me up but good right from the very start
Hey, go play Robin Hood with somebody else’s heart
You’ve got me jumping like a crazy clown,
And I don’t feature what you’re putting down
Since I kissed his lovin’ lips of wine,
The thing that bothers me is that I like it fine!
Hey, hey — set me free
Stupid cupid, stop pickin’ on me!
You’ve got me jumping like a crazy clown,
And I don’t feature what you’re putting down
Since I kissed his lovin’ lips of wine,
The thing that bothers me is that I like it fine!
Hey, hey — set me free
Stupid cupid, stop pickin’ on me!
Hey, hey — set me free
Stupid cupid, stop pickin’ on me! 

Con quello sguardo mi ha stregata, con la sua dolcezza mi ha ammaliata, con i suoi occhi mi ha domata, con le sue parole mi ha incantata, con la sua bellezza mi ha sedotta, con la sua mente mi ha conquistata, con la sua intelligenza mi ha stupita, con la sua cultura mi ha basita…Ma perchè esiste il raziocinio?? E perché la passione non se ne va da me?? Tu mi dicesti: “deformazione professionale…”; “non voglio usarti, prima che tu ti innamori seriamente, voglio rallentare per non farti soffrire…”. Ma come Medusa sugli umani, hai pietrificato la mia mente ed ora, come un sasso tagliente, ti ci sei conficcato e non riesco a scagliarti via…

 ”Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.Non lo so, ma sento che ciò accade, e ne sono tormentato.” (Catullo, Carme 85).

O Enea dalle forti braccia,

pastore della tua gente, condottiero indomito,

abbi pietà nell’ascoltare le suppliche di una misera regina

che nell’opulenza vive, ma senza amore.

A piangere andai dalla sorella mia, ma ella non seppe

non seppe consolare le mie pene,

perché non hanno natura umana, ma

sono capricci degli dei, di cui tutti siamo

non più di pupazzetti per bambini,

riempiti di paglia con gli occhi d’argilla,

si beffan di noi per lor diletto, e noi subiamo.

Ma è punizione bellissima, quella che io subisco per te.

Qual nume, quale mi instillo il seme bollente che porto nel petto e nell’anima?

Chi disse a Cupido, divin bambino, di scoccare la freccia che mi colpì?

So solo che sebbene ora questo calore mi consuma,

nulla mi è più grato di sciogliermi in questo abbraccio,

e se avessi ancor qualche potere, ah quanto mi abbandonerei.

Ma la ragione mi spinge,

sussurra e mi dice parole maleve.

Ché il ricordo del tanto amato Sicheo ancor mi confonde

e sono miele e rose che sento sulle labbra.

Quanto odiai il fratello, quanto lo volli sventrare, ma

non ne ebbi la forza, non volli macchiarmi della sua stessa colpa.

Ma forse, tu, o Enea dalle forti braccia, sei diverso:

guardo il tuo elmo che scintilla sotto la polvere, furore mai riposto,

solo accantonato, e la tua voce, soave ed incrinata dall’emozione

di quando narrasti i tuoi pellegrinaggi.

Come incantata non potevo cessar di abbeverarmi a quella dolce fonte,

dovevo mantenermi ad un’ancella per non cedere

per non correre a sedermi al tuo cospetto,

le gambe ripiegate sotto il corpo, come una bambina che

ascolta il suo vecchio maestro.

Voglio lenire le tue sventure, voglio farti conoscere il calore del focolare,

voglio esser madre per Ascanio, il piccolo Iulo,

voglio non farti mancare nulla, perché tanto hai sofferto,

voglio darti regni e domini, se questo è voler di dei,

voglio darti figli ed eredi, voglio dimenticare.

Anche se non mi è concesso.

Il dolor ancor palpita in me, troppo recente, e mi struggo

d’amor passato, per ei con il quale mi unì

d’amor presente, per te, Enea, il tuo nome mi rotola sulla lingua come ambrosia

d’amor futuro, che solo Febo oracolo sa dove mi porterà

d’amor possibile, che ora in ginocchio prego nel contempo

di abbandonarmi

e di riscaldarmi assieme.

Caos, abbandonami.

Confusione, spegniti.

Luce divina illuminami la strada

tortuosa

tra ciò che voglio

e ciò che promisi.

La via più ardua è quella che si sceglie nell’indecisione.

(Lettera di Didone ad Enea)

 

Nell’amore infelice la poesia ha trovato da sempre l’oggetto del suo felice amore. (Soren Kierkegaard).

 

Amore senza dolore non ha vita.

Dietmar von AistDormi, mio bell’amante?, XII sec.

 

L’amore che si accende e si spegne a intermittenza presto si fulmina.

Dino BasiliTagliar corto, 1987

 

Gli amori sono come i bambini appena nati: fino a che non piangono non si sa se vivono.

Jacinto BenaventeLa comida de las fieras, 1898

 

Sulla nostra terra noi possiamo amare in realtà solo col tormento e solo per mezzo del tormento.

Fëdor DostoevskijIl sogno di un uomo ridicolo, 1877

 

L’unico modo per non soffrire è non amare, che nei casi in cui non puoi fare a meno di amare sei destinato a soccombere.

Oriana FallaciUn uomo, 1979

 

Fra tutte le burrasche che investono l’amore, una richiesta di denaro è la più fredda e la più distruttiva.

Gustave FlaubertMadame Bovary, 1856

 

L’amore deluso nel suo eccesso, e soprattutto l’amore ingannato dalla fatalità della morte, non ha altro esito che il suicidio.

Michel FoucaultStoria della follia nell’età classica, 1961

 

Chi comincia ad amare, deve essere pronto a soffrire.

Antoine Gombaud, Chevalier de MéréMassime

 

L’amore è come l’acqua, se qualcosa non lo agita, imputridisce.

Arturo GrafEcce Homo, 1908

 

Nessuna parola, nessuna combinazione di parole, può chiudere le ferite d’amore.

Stephen KingStagioni diverse, 1982

 

Sempre meglio un amore bizzarro che nessun amore. 
Stephen KingIl miglio verde, 1999

 

Il rimpiangere chi si ama è un bene, paragonato al vivere con chi si odia.

Jean de La BruyèreI caratteri, 1688

 

L’amore, come il fuoco, non può sussistere senza un continuo movimento: esso si spegne non appena finisce di sperare e di temere.

François de La RochefoucauldMassime, 1678

 

Con te non posso vivere né senza di te.

MarzialeEpigrammi, 80/102

 

L’amore non dura se togli ogni lotta.

Publio Ovidio NasoneAmores, ca. 20 a.e.c.

 

L’amore è una milizia, e anche Cupido ha i suoi campi militari.

Publio Ovidio NasoneAmores, ca. 20 a.e.c.

 

Non si ama finché non si soffre.

Etienne ReyMassime morali e immorali, 1913

 

L’amore soddisfatto è un piacevole passatempo; l’amore infelice è un dente guasto del cuore.

Gioachino RossiniLettera a Isabella Colbran

 

Le collere degli innamorati rinnovano l’amore.

Publio Terenzio AfroAndria, 166 a.e.c.ImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagine

I DISTURBI NELLA RELAZIONE DI COPPIA
Un vecchio proverbio dice: «il matrimonio (o la convivenza) è la tomba dell’amore». Vivere in coppia, in effetti, significa anche aver calcolato il rischio di istituzionalizzare i sentimenti, e la necessità di strutturare una relazione e di sviluppare sistemi per fuggire alle contraddizioni. Ciò che veramente può finire con il matrimonio è l’ebbrezza della passione, quello stato affettivo di intensa fusione che caratterizza la relazione agli inizi, in cui però, spesso, ciascuno dei due partner è innamorato più dell’amore che dell’altra persona. E se l’amore sopravvive, c’è sempre un processo difficoltoso di prove da superare, che imponiamo a noi stessi e all’altra persona. Ammettere che l’altro non è un angelo né un demone, ma soltanto un essere umano, può essere un fatto doloroso perché, accettando i limiti autenticamente umani dell’altro, siamo costretti ad abbandonare le nostre illusioni idealizzanti. Che il sesso cementi l’amore è un’opinione che incontra il consenso generale e, se due partner hanno un’intesa sessuale soddisfacente per entrambi, è più probabile che la coppia resista e che il legame si rafforzi, nonostante le inevitabili divergenze, i disaccordi, la quotidianità. Spesso certi comportamenti, come la mutua imposizione di ruoli fissi e rigidi, sono pericolosi per il sistema della vita in comune, così come per la sessualità. Si registrano, però, anche situazioni nelle quali i due partner si distruggono vicendevolmente negli ambiti non sessuali del rapporto, ma trovano a letto l’accordo perfetto. In buona parte dei casi una vasta gamma di manovre di sabotaggio sessuale viene utilizzata per esprimere ostilità, collera nei confronti del coniuge, lotte di potere, rifiuto, delusioni. Un comportamento che inibisce la sessualità dell’altro è creare pressioni e tensioni prima di fare l’amore: proprio in quel momento il coniuge sabotatore inizia un litigio o dice qualcosa che suscita la collera o l’ansia dell’altro. Un altro è il ritardare l’atto sessuale quando il partner lo desidera ed esigerlo quando l’altro non ne ha voglia. Oppure, ci si rende particolarmente sgradevoli e poco attraenti, in modo da scoraggiare le avance del partner. Anche alcune particolari richieste espresse da uno dei due partner per aumentare il proprio livello di eccitazione possono essere sadicamente frustrate dall’altro: avviene per esempio se all’uomo piace che la donna muova i fianchi e la donna giace immobile; se l’uomo ha bisogno di sentirsi amato, desiderato, ma la donna è stanca e gli si concede tanto per fargli un favore; se alla donna piace muoversi attivamente, ma l’uomo la inchioda al letto e insinua che le altre donne con cui è stato non avevano bisogno di cose del genere, e così via. Gli individui sono raramente coscienti di questo tipo di dinamiche, e non sempre manovre di sabotaggio sono sintomo di ostilità nei confronti del partner. Spesso, invece, sono la conseguenza di problemi psichici, dell’ansia e dell’insicurezza del coniuge a proposito del proprio «funzionamento» sessuale. La coppia che non riesce a comunicare sul piano sessuale si trova in difficoltà per una grande varietà di cause, e non di rado la mancanza di apertura nella sfera sessuale è soltanto la spia di una difficoltà più ampia: l’ansia da prestazione, per esempio, spesso è lo specchio di una più generale paura di insuccesso nella vita. Altra causa frequente di crisi coniugale è la paura dell’intimità, a volte infatti le persone sembrano essere più spaventate dall’intimità che dal sesso. Si preferisce guardare la televisione e giocare a carte piuttosto che conversare intimamente, essere spettatori piuttosto che a partecipare insieme a qualcosa. Se vi sono problemi nei confronti dell’intimità, i due partner entrano in ansia quando la vicinanza si fa troppo stretta, di conseguenza uno dei due fa in modo di creare una certa distanza. A farne le spese, a lungo andare, è tutta la vita di coppia.
La terapia moderna: la teoria sistemica
Secondo gli studi dei terapeuti della coppia, al momento del matrimonio marito e moglie hanno già fissato una modalità di interazione reciproca. Lo sviluppo di una relazione coniugale soddisfacente consiste essenzialmente nell’elaborazione di una serie di accordi condivisi, per lo più non discussi. Le regole sono essenzialmente di tre tipi:
  • regole che la coppia stabilisce apertamente (per esempio quella per cui ognuno ha diritto a frequentare i suoi amici);
  • regole di cui una coppia non ha mai parlato ma su cui trova l’accordo (per esempio quella per cui il marito deve consultare la moglie prima di prendere decisioni importanti, e viceversa);
  • regole che appaiono chiare a un osservatore esterno, ma che la coppia molto probabilmente negherebbe (per esempio se uno dei due accusa sempre e l’altro deve sempre difendersi, e mai viceversa).

Anche nel caso in cui i coniugi pensano di comportarsi sempre e solo spontaneamente, essi hanno comunque stabilito tacitamente la regola di seguire un certo comportamento. Non solo la coppia si dà un insieme di norme, ma deve anche accordarsi su chi dei due legiferi per ogni area del matrimonio, e deve altresì decidere le norme da seguire per risolvere un eventuale disaccordo. Queste ultime sono dette «metaregole», si tratta di regole che disciplinano le regole. Ciascuna regola stabilita dalla coppia definisce un certo tipo di relazione: la regola secondo la quale il marito deve sostenere la moglie quando questa si trova in difficoltà definisce una relazione complementare; oppure l’accordo secondo cui la moglie ha diritti pari a quelli del marito in materia di bilancio, definisce una relazione simmetrica in un matrimonio riuscito. La coppia è in grado di stabilire relazioni simmetriche e complementari nelle diverse aree del matrimonio, ma se uno dei due coniugi ha avuto nel passato un’esperienza negativa, tenderà a preferire una relazione simmetrica e avrà difficoltà ad accettare l’atteggiamento protettivo del partner. Il conflitto interno di una coppia può verificarsi a diversi livelli e può consistere nel disaccordo sulle norme che regolano la vita comune, nel disaccordo su chi abbia il diritto di stabilire queste norme e nei tentativi di imporre regole incompatibili tra di loro. Se nella coppia non si riesce a esprimere quello che ciascuno pensa, vengono utilizzate tecniche di copertura per evitare discussioni inerenti la regolamentazione di una o più aree della relazione. Non è detto poi che, quando si discute si raggiunga sempre un accordo: lo scontro si verifica più facilmente sul problema di chi abbia il diritto di stabilire le regole, ed è molto più facile discutere su quale regola seguire piuttosto che su chi abbia il potere di stabilirla. Come in ogni lotta per il potere sono usate minacce, chiusure, sabotaggi, resistenza passiva, e se i due partner comunicassero con messaggi a un solo livello, non si verrebbero a creare dei conflitti in serie. Per esempio: la moglie che dice al marito di pulirsi le scarpe segnala che la loro relazione dovrebbe essere simmetrica, tutti e due devono pulire le proprie scarpe. Ma nel momento in cui lo dice, la moglie definisce anche che la relazione è complementare, perché è lei che dà ordini ed è lui che deve seguirli. Il marito, quindi, se si pulisce le scarpe accetta la relazione simmetrica, ma se esegue gli ordini della moglie accetta anche una relazione complementare in cui non è lui a tenere il bastone del comando. In frangenti come questi è probabile che egli reagisca con uno scatto di rabbia di cui non capisce, in realtà, il motivo e anche la moglie si arrabbi, a sua volta, non comprendendo perché il suo marito abbia reagito male a una richiesta così semplice.

Le dinamiche della vita coniugale
l’attrazione che due partner provano l’uno per l’altra e che dà avvio alla formazione della coppia dipende da un certo numero di desideri coscienti ma anche da meccanismi inconsci. Può succedere ad esempio che taluni percependo se stessi insicuri, scelgano un partner che appare loro rassicurante. La ricerca di rassicurazione evoca il bisogno di sicurezza infantile e nuovamente un rapporto regressivo con le figure parentali interiorizzate(ossia si cerca di ripetere il rapporto che avevano i nostri genitori tra loro). D’altro canto alcun individui non riescono mai raggiungere lo scopo della loro interminabile ricerca del partner ideale. A causa di un conflitto edipico mai superato si produce un’inconscia idealizzazione del genitore di sesso opposto, tale da rendere imperfetto qualsiasi partner reale. Questa situazione intrapsichica si traduce in volubilità come è il caso di chi s’innamorò continuamente di persone diverse. In questo contesto ci si creano una serie di miti intrafamiliari che dovrebbero servire a spiegare il perché di certe situazioni. Sia in senso positivo, richiamando ad esempio continuamente una figura appartenente alla famiglia del passato, sia in senso negativo scaricando le colpe su un personaggio che ha avuto a che fare con la nostra educazione passata. Va tenuto presente che il rapporto di coppia parte con un equilibrio una lotta dei rispettivi narcisismi, la capacità di amare in modo adulto è un punto di arrivo nell’organizzazione del soggetto; in questo senso l’amore coniugale è rispetto all’amore passione una sorta di amore appreso in seguito alle peripezie della vita in comune. Si tratta di un’acquisizione che comporta superamento dei rispettivi narcisismi, presupposto indispensabile affinché l’altro sia amato e apprezzato per quello che è veramente.
Le problematiche di maternità e paternità
Quanto più maturo sarà rapporto coniugale tanto più chiara sarà la motivazione ad avere dei figli. In questo caso il figlio sarà la realizzazione di un desiderio reciproco. Ma la complicazione del rapporto coniugale provocherà sorprese emotive di fronte al terzo incomodo. La nascita di un figlio infatti, produce un cambiamento evidente nella vita di coppia, ma soprattutto trasforma l’innamoramento cioè quello stato di estasi, di straordinarietà sentimentale, in amore. Francesco Alberoni dice che l’innamoramento è lo stato nascente di un movimento collettivo a due, quando il figlio diventa oggetto d’amore di entrambi, il rapporto tra due partner dipende dall’esistenza di un terzo, non più da loro due soltanto. A una struttura intrinsecamente instabile come l’innamoramento si è sostituita una struttura potenzialmente permanente, cementata dalla nascita del figlio. Spesso però la convinzione che un figlio consolidi l’amore o ponga rimedio ad un amore in pericolo è, certamente una verità, ma spesso un fatto e un risultato puramente formale. Non dimentichiamo che sottoposta alla prova della gravidanza la donna attraversa una crisi narcisistica, accompagnata da tutti i pericoli di regressione e squilibrio che la cosa comporta.La libido che prima era rivolta verso il marito diventa quasi una forma immaginaria di ammirazione narcisistica per se stessa ,dove il nascituro diventa il suo modo di rimanere aggrappata al reale.La nascita del figlio se vissuta in modo squilibrato e senza comunicazione con il partner, ovvero senza quella convinzione inconscia del proprio amore per l’altro,rappresenta un fattore di squilibrio nel quale l’uomo diventa geloso del nuovo arrivato verso il quale sente che sono rivolte tutte le attenzioni e i sentimenti della donna e la donna effettivamente arriva a trascurare come partner il marito perchè presa dalle incombenze materne. Nella donna talvolta il ruolo materno e quello sessuale non si integrano ed essa tende a sopravvalutare il primo sopratutto a svantaggio del secondo.In questo caso l’uomo si trova escluso ,anche se per ragioni culturali ,dal contatto assiduo con il figlio durante la prima infanzia .Ciò può alla fine aggravare una relazione di coppia nella quale siano già presenti difficoltà di ordine psicologico.
Pubblicato da: Irenotta | 27 marzo 2012

Un compleanno speciale per una persona unica…

Dedicato a Simona Silligan, che oggi compie gli anni…

frasi compleanno

he tu possa sempre trovare:
nuovi sentieri da percorrere,
nuove avventure da osare,
nuovi capitoli da aprire,
la sfida di nuovi cambiamenti.

Helen Thompson

*

Il mondo è pieno
di meraviglie da scoprire,
non far trascorre un solo giorno,
senza esserti stupito.

Thomas Merton

*

Non perdere mai la speranza nell’inseguire i tuoi sogni,
perché c’e’ un’unica creatura che può fermarti,
e quella creatura sei tu.
Non smettere mai di credere in te stessa e nei tuoi sogni.
Non smettere mai di cercare,
tu realizzerai sempre ogni cosa ti metterai in testa.

Peter O’Connor

*

La vita è un’enorme tela:
rovescia su di essa tutti i colori che puoi.

Danny Kaye

*

La cosa migliore che tu possa fare
è credere in te stessa.
Non aver paura di tentare.
Non aver paura di cadere.
E se capitasse,
levati la polvere di dosso, rialzati e prova ancora!

Judy Green Herbistreit – alla Figlia

*

Ti voglio offrire almeno qualche fiore. Una rosa ad esempio, è il simbolo dell’amore con cui ti auguro di ricevere e di gustare tutti i segnali dell’affetto e di simpatia che ti circondano! E poi un girasole, il cui giallo lucente è invito ad accondiscendere ai ritmi sorprendenti della vita. Infine un cespetto di viole, che suggeriscono modestia e umiltà e ci ricorda che certe cose, in apparenza insignificanti, hanno il loro pregio!

Pam Brown

Un uomo ha gli anni che si sente, una donna quelli che dimostra.”
(M. Collins)
*
“Acquista cosa nella tua gioventù, che ristori il danno della tua vecchiezza. E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo la sapienza, adoprati in tal moda in gioventù, che a tal vecchiezza non manchi il nutrimento.”
(L. da Vinci)
*
“Per riacquistare la giovinezza basta solo ripeterne le follie.”
(O.Wilde)

Pipilotti Rist. Parasimpatico
Ex Cinema Manzoni, Milano
a cura di Massimiliano Gioni / Fondazione Nicola Trussardi
8 novembre -18 dicembre 2011

Perfetto esempio di Arte nell’Arte, l’inusuale mostra delle creazioni digitali di Pipilotti Rist si incastra perfettamente nella cornice del Cinema Manzoni, in cui è ospitata, in una comunione ed intimità artistiche davvero inaspettate e sorprendenti.

A partire dalla location, l’ormai, ohimé, dismesso Cinema Manzoni, nella centrale omonima via milanese, si capisce l’originalità e la genialità di questa mostra digitale dell’anticonformista svizzera Pipilotti Rist.                                     Il visitatore, fin dall’ingresso nella hall del vecchio cinema, progettato da Mario Cavallè, ed arricchito dai decori della triade Bergonzo, Fratino e Tedeschi, fin dall’inizio si sente immerso in uno stato di straniamento brechtiano davvero percepibile e pienamente tangibile, che lo porta a riflettere ed ad interagire con l’ambiente che lo circonda. L’attenzione è subito catalizzata da un originale lampadario fatto di mutande, appese a sventolare, quasi fossero mani che salutano lo spettatore, invitandolo a proseguire il viaggio fantastico appena iniziato.

E così si arriva allo scalone, inquietante e buio varco verso un mondo alla rovescia in cui si verrà catapultati, non appena si saranno percorsi i primi gradini. L’oscura ascesa al primo piano del cinema, dove si svolge tutta la mostra, è accompagnata da fasci di luce colorati, proiettati a rischiarare leggermente la sinistra oscurità della scala, che, imponente, si inerpica verso l’alto. A metà percorso, la salita sarà rallentata dalla presenza, sulla sinistra, di una macchina di bolle di sapone, che svaniscono velocemente, scoppiando nell’aria; questo quasi a preconizzare l’anima sinestetica e immaginifica della mostra.

La seconda rampa di scale è molto più luminosa, dal momento che sul soffitto viene proiettata una videoinstallazione,  Lobe of the Lung, di cui è protagonista Pepperminta, ibrido tra bimba curiosa e musa sensuale dai capelli rossi, intenta ad instaurare pienamente un contatto con la Madreterra e con le sue viventi creature. Le immagini, che scorrono sul soffitto, si fondono perfettamente con i bassorilievi bergonziani, in un rapporto dialettico di integrazione vs contrasto molto evidente.

E così si arriva al primo piano, illuminato da tenui e lampeggianti luci, che sono poi le luci irradianti dalle successive, avvolgenti e conturbanti videoinstallazioni. Nella zona del bancone del bar (da notare come al Manzoni tutto sia rimasto com’era prima della chiusura, cristallizzato in una dimensione senza tempo), infiltrata tra bottiglie e proiettata sulla parete retrostante, c’è la videoinstallazione Am Called a Plant, in cui una donna seminuda, sdraiata sulla nuda e verde erba bagnata vicino ad una pozzanghera, sembra immersa in uno stato di semi-trance, nel contatto instaurato con due dei quattro elementi, l’Acqua e la Terra; i capelli rosa punk della donna si sovrappongono e contrastano con il verde dell’erba, con un risultato d’effetto ben riuscito.

L’attenzione dello spettatore sarà poi continuamente distolta dalla successione di altre installazioni che si dipanano lungo il percorso, a partire dalla successiva videoinstallazione, Sip My Ocean, in cui, osservando due diverse pareti ad angolo retto (ammetto che non sapevo più dove guardare!!!) ci si troverà interamente catapultati in un mondo d’acqua, in cui fluttuano oggetti di svariati tipi, degradati al ruolo di rifiuti inutili, che si vanno a mescolare al mondo naturale delle spugne e dei coralli, superiore a quello degli oggetti, in quanto vivente, a figure allungate e deformate e a corpi di donna vestiti con panni dai colori accesi. Leitmotiv dell’installazione è The Wicked Game, celebre brano di Chris Isaak, reinterpretato in modo del tutto personale ed esasperato dalla stessa Pipilotti Rist; la particolare interpretazione del pezzo si nota anche dal fatto che sia stato rinominato dall’artista I’m A Victim Of This Song, una sorta di sottotitolo alla videoinstallazione che mette in evidenza l’aspetto ossessivo ed ipnotico che può creare nella testa una canzone.

Si continua poi con l’effetto di concatenazione e fusione con i rilievi e gli affreschi delle pareti, inevitabile, soprattutto sul plafone del soffitto, dove, sui soggetti affrescati, vanno man mano a stagliarsi, scorrendo uno dopo l’altro, esseri digitali in costante mutamento di colore e caratterizzazione, in opposizione alle figure affrescate, statiche ed immutabili.

Il culmine della mostra, come era presumibile fosse, è nella sala di proiezione, trasformata in un vero e proprio contenitore di immagini, colori, suoni, figure, che si irradiano su tutte le pareti e su ogni superficie, senza alcuna distinzione; tra tutte le videoinstallazioni, spicca subito quella che si staglia su megaschermo del cinema, Open My Glade, sorta di video-autoritratto, zoomato all’eccesso, alternato a proiezioni di macchie di colori in espansione, in cui l’artista struscia il proprio volto, in tutte le sue parti, su un vetro, probabilmente a rappresentare un obbiettivo (di macchina fotografica o di cinepresa), prima lentamente, poi violentemente, facendo colare via il trucco che le copre la faccia, addirittura arrivando a crearsi delle abrasioni sanguinolente, a farsi uscire gli occhi dalle orbite, in una disperata quanto ironica richiesta di aiuto, quasi implorando implicitamente di farla uscire da quella realtà tanto artefatta quanto opprimente.

Sulle pareti laterali, la rappresentazione di una dimensione onirica, ma nello stesso tempo molto umana, avviene con l’installazione Extremities (Smooth Smooth), in cui, in uno spazio a metà strada tra il liquido e l’areiforme di un cielo stellato, fluttuano porzioni di corpo umano, con chiari riferimenti alla sessualità ed ai cinque sensi.

Salendo nella zona della platea alta, sul soffitto, proprio in corrispondenza della lunetta affrescata da Segota, un senso di movimento cosmico è creato dalla videoinstallazione Homo Sapiens Sapiens, che si sovrappone all’affresco stesso, vivificandolo ed arricchendolo ancor più, in cui Pipilotti fornisce una propria rilettura della creazione dell’Uomo (e della Donna soprattutto), in cui mito e leggenda, sensualità e carnalità, religiosità e misticismo si integrano e si esplicano l’un l’altra.

Mostra che ogni donna dovrebbe vedere, per riflettere sulla propria condizione attuale, nell’era del Quarto Potere, quasi un corrispondente artistico alla presa di posizione della nostrana Lorella Zanardo con il suo cortometraggio Il Corpo Delle Donne, che porta a domandarsi quanto i mass media e le nuove realtà digitali possano influire sull’immaginario collettivo relativo alla figura della donna.

Irene Ramponi

Pubblicato da: Irenotta | 6 marzo 2012

Uomo, il fascin…

Uomo, il fascino è nello sguardo

Lo preferiscono 4 donne su 10

Che cosa guarda una donna per decidere se un uomo è affascinante? Innanzi tutto gli occhi.  Il lato più sexy di un potenziale partner, infatti si nasconde proprio nello sguardo. Ne è convinto il 38% delle single italiane, secondo le quali è più facile restare sedotte da uno sguardo magnetico che da un fisico dalla muscolatura scolpita. Al secondo posto, nella classifica delle armi seduttive di un bell’esemplare maschio, si piazza comunque un elemento di sicura fisicità, ossia il fondoschiena.

Sono questi i risultati di un sondaggio effettuato da Speed Date, l’organizzazione che si occupa di programmare eventi e vacanze per single. Oltre al fascino di uno sguardo vellutato, le donne apprezzano dunque un bel  sedere, considerato parte più sensuale del corpo maschile dal 28% delle single e ritenuto una vera e propria arma di seduzione. Un altro 16% invece, decisamente più sofisticato, vota a favore delle spalle, della bocca (11%) e delle mani (7%).

Ad essere ammaliate dallo sguardo di un uomo sono soprattutto le donne del Sud Italia, che costituiscono il 40% di coloro che lo eleggono ad elemento maschile più sexy. Le donne del Centro lo scelgono nel 36% dei casi, mentre quelle del Nord  solo nel 24%. Le settentrionali, invece, sono più sensibili al fascino del fisico e costituiscono così il 37% delle single che valutano il fondoschiena la parte più irresistibile in un potenziale partner. Seguono le donne del Centro (35%) e del Sud (28%). Per quanto riguarda, invece, le fasce di età, le più attratte dallo sguardo sono le over 40 (41%), seguite dalle single tra i 30 e 40 anni (30%) e infine dalle ragazze dai 20 ai 30 anni (29%).

“In un incontro di pochi minuti, l’aspetto fisico è la prima cosa che scatena l’attrazione. Anche se nella maggior parte dei casi non serve avere una bellezza canonica per conquistare. Ad attrarre sono soprattutto i modi di fare, la capacità di esprimere se stessi e di valorizzare il proprio lato sensuale”, spiega Giuseppe Gambardella, fondatore dello Speed Date. “Le donne considerano gli occhi la parte più sensuale del corpo  proprio perché lo sguardo non è un fattore solamente fisico, ma si collega direttamente alla personalità. Durante gli Speed Date, in cui i partecipanti hanno solo 200 secondi per conoscersi, le single rimangono affascinate da chi riesce ad esprimere se stesso con un semplice sguardo, magari intavolando anche una breve conversazione piacevole e divertente”.

La maggior parte delle intervistate, ben il 67%, dichiara infatti di preferire un uomo affascinate ad un partner considerato esteticamente bello. Se si va ad indagare su che cosa costituisca il fascino di un uomo, il 38% pensa che corrisponda a un uomo che mostra sicurezza in se stesso, il 32% considera affascinante chi è galante, mentre il 22% equipara lo charme alla capacità di essere misteriosi. Solo l’8% asserisce che il fascino sia collegato direttamente alla bellezza esteriore.

Pubblicato da: Irenotta | 1 marzo 2012

Amore a prima vista

Sono entrambi convinti

che un sentimento improvviso li unì.

E’ bella una tale certezza

ma l’incertezza è più bella.

 

Non conoscendosi prima, credono

che non sia mai successo nulla fra loro.

Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi

dove da tempo potevano incrociarsi?

 

Vorrei chiedere loro

se non ricordano -

una volta un faccia a faccia

forse in una porta girevole?

uno “scusi” nella ressa?

un “ha sbagliato numero” nella cornetta?

- ma conosco la risposta.

No, non ricordano.

 

Li stupirebbe molto sapere

che già da parecchio

il caso stava giocando con loro.

 

Non ancora del tutto pronto

a mutarsi per loro in destino,

li avvicinava, li allontanava,

gli tagliava la strada

e soffocando un risolino

si scansava con un salto.

 

Vi furono segni, segnali,

che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa

o il martedì scorso

una fogliolina volò via

da una spalla all’altra?

Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.

Chissà, era forse la palla

tra i cespugli dell’infanzia?

 

Vi furono maniglie e campanelli

in cui anzitempo

un tocco si posava sopra un tocco.

Valigie accostate nel deposito bagagli.

Una notte, forse, lo stesso sogno,

subito confuso al risveglio.

 

Ogni inizio infatti

è solo un seguito

e il libro degli eventi

è sempre aperto a metà.

 

Immagine

Pubblicato da: Irenotta | 1 marzo 2012

Amore a prima vista

Sono entrambi convinti

che un sentimento improvviso li unì.

E’ bella una tale certezza

ma l’incertezza è più bella.

 

Non conoscendosi prima, credono

che non sia mai successo nulla fra loro.

Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi

dove da tempo potevano incrociarsi?

 

Vorrei chiedere loro

se non ricordano -

una volta un faccia a faccia

forse in una porta girevole?

uno “scusi” nella ressa?

un “ha sbagliato numero” nella cornetta?

- ma conosco la risposta.

No, non ricordano.

 

Li stupirebbe molto sapere

che già da parecchio

il caso stava giocando con loro.

 

Non ancora del tutto pronto

a mutarsi per loro in destino,

li avvicinava, li allontanava,

gli tagliava la strada

e soffocando un risolino

si scansava con un salto.

 

Vi furono segni, segnali,

che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa

o il martedì scorso

una fogliolina volò via

da una spalla all’altra?

Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.

Chissà, era forse la palla

tra i cespugli dell’infanzia?

 

Vi furono maniglie e campanelli

in cui anzitempo

un tocco si posava sopra un tocco.

Valigie accostate nel deposito bagagli.

Una notte, forse, lo stesso sogno,

subito confuso al risveglio.

 

Ogni inizio infatti

è solo un seguito

e il libro degli eventi

è sempre aperto a metà.

(Wislawa Szymborska, La fine e l’inizio, Scheiwiller)Immagine

Pubblicato da: Irenotta | 1 marzo 2012

Amore a prima vista

Sono entrambi convinti

che un sentimento improvviso li unì.

E’ bella una tale certezza

ma l’incertezza è più bella.

 

Non conoscendosi prima, credono

che non sia mai successo nulla fra loro.

Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi

dove da tempo potevano incrociarsi?

 

Vorrei chiedere loro

se non ricordano -

una volta un faccia a faccia

forse in una porta girevole?

uno “scusi” nella ressa?

un “ha sbagliato numero” nella cornetta?

- ma conosco la risposta.

No, non ricordano.

 

Li stupirebbe molto sapere

che già da parecchio

il caso stava giocando con loro.

 

Non ancora del tutto pronto

a mutarsi per loro in destino,

li avvicinava, li allontanava,

gli tagliava la strada

e soffocando un risolino

si scansava con un salto.

 

Vi furono segni, segnali,

che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa

o il martedì scorso

una fogliolina volò via

da una spalla all’altra?

Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.

Chissà, era forse la palla

tra i cespugli dell’infanzia?

 

Vi furono maniglie e campanelli

in cui anzitempo

un tocco si posava sopra un tocco.

Valigie accostate nel deposito bagagli.

Una notte, forse, lo stesso sogno,

subito confuso al risveglio.

 

Ogni inizio infatti

è solo un seguito

e il libro degli eventi

è sempre aperto a metà.

(Wislawa Szymborska, La fine e l’inizio, Scheiwiller)

Pubblicato da: Irenotta | 20 febbraio 2012

Mad Love – A Comic Love Story…Solo un sogno…

Mad Kiss - the-joker-and-harley-quinn fan art

Disgusting - the-joker-and-harley-quinn fan art

 

Joker-Harley-Fanart - the-joker-and-harley-quinn fan art

Mad-Love-collage - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker-Harley-Fanart - the-joker-and-harley-quinn fan art

Mad-Love-collage - the-joker-and-harley-quinn fan art

Mad-Love-collage - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker & Harley   - the-joker-and-harley-quinn fan art

Mr J and Harleen Quinzel - the-joker-and-harley-quinn fan art

When Skies Are Gray - the-joker-and-harley-quinn fan art

Farewell Mr. J - the-joker-and-harley-quinn fan art

At the party <3 - the-joker-and-harley-quinn fan art

Mad Love <3 - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker and Harley  - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker and Harley  - the-joker-and-harley-quinn fan art

Il fumetto, di Paul Dini e Bruce Timm, descrive le origini del personaggio, e racconta di come il Joker impiegò solamente 15 minuti per riuscire a sedurre la dottoressa. Nel finale, quando Harley ha ormai rinunciato all’amore del pazzo, si ritrova un regalo spedito proprio dal Joker: una bellissima rosa rossa, con un bigliettino scritto dal Joker che augura a Harley di guarire presto. Inutile dire che la giovane si converte completamente al crimine. Il finale, piuttosto ambiguo, fa intuire che anche il Joker prova, non un amore folle, ma una vera affezione per l’anima gemella trovata.

Let's go for a walk, Puddin - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker + Harley Valentine - the-joker-and-harley-quinn fan art

Let's hug, Sweetie. - the-joker-and-harley-quinn fan art

"Do not disturb" - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker and Harley  - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker and Harley  - the-joker-and-harley-quinn fan art

Joker and Harley  - the-joker-and-harley-quinn fan art

Mad Kiss - the-joker-and-harley-quinn fan art

Pubblicato da: Irenotta | 20 febbraio 2012

Bruciare nel vento…

Pubblicato da: Irenotta | 20 febbraio 2012

BORDERLINE LINEA DI CONFINE

BORDERLINE LINEA DI CONFINE

 

1.  S.I.B.

Tutti coloro che dimenticano il loro

passato, sono condannati a riviverlo.”

Primo Levi

 

1.  S.I.B.

All those who forget their past

are condemned to revive it.”

Primo Levi

 

2. Primo dell’anno

Amore non e’ guardarsi a vicenda e’

guardare insieme nella stessa

direzione.

Antoine De Saint-Exupery

 

Come il sole d’inverno,

la luce sul tuo volto

È scheggia di un ricordo

che ha perso la sua libertà

Mi accorgo, che un certo tuo bel sogno,

su ali di farfalla

È distrutto e non tornerà

Scende sul viso una lacrima,

piove anche il primo dell’anno

prego prendi questa mia felicità

Rubo al mio petto una stella,

perché nel cuor tuo si accenda

ecco credi in questa nuova realtà,

la nostra favola

 

2. New Year’s Day

Love does not consist in gazing at

each other, but in looking outward

together in  the same direction” 

Antoine Saint-Exupery

 

The light on your face

damps in the anguish

Like the winter sun,

lost serenity

I realize that some nice dream of yours

is lost on butterfly’s wings

and will never come back

A tear flows down,

it rains also on New Year’s Eve

Please take this happiness of mine

I steal a star so that it can shine in your

heart

Tell me if it’s helpful

or if it burns and how much

 

3. Differenze

Occorre somigliarsi un po’ per

comprendersi, ma occorre essere un po’

differenti per amarsi.”

Paul Borget

 

Che cos’è che è cambiato fra noi,

cosa c’è in me che non va

Certe volte ho il sentore che

non c’è nulla che io possa fare

Oggi il mio mondo ha una strana forma

Un cuore nero

con le fauci spalancate e denti aguzzi

Ed il cielo tutto nero come pece

Com’è strana la vita,

com’è debole la mente

Ci sono troppe differenze fra di noi

Del dolce nostro amore,

è rimasto il mio dolore

Questo cielo nero non mi lascia più

guardare dentro me

Tristi e vani pensieri miei        

Questa volta lei non tornerà

Non che sia così triste l’amore   

Sono io che l’ho reso fatale

Un pensiero solo mi trattiene al mondo

Un chiodo in petto,

un martello che si scaglia sul ginocchio

Verso un nuovo sole tende la mia vista

Saprò aspettare

fin quando gli occhi

non ritrovino la via

Forse mi sbaglio ancora

 

 

3. Differences

We must be a little similar to

understand each other. But we must be

a little different to fall in love.”

Paul Borget

 

What has changed between us,

what is wrong with me

Sometimes I feel

that I can do nothing at all

My world is odd-shaped today

Like a black heart

with wide jaws and sharp teeth

And the sky is completely pitch black

How strange life is,

how weak the mind

Too many differences between us

Sorrow and an old glove is all that

remains of our love

I can’t watch inside me

under such a black sky

Sad and vain thoughts of mine

This time she’ll not come back

Love itself is not painful

But I’ve changed it fatally

Just one thought keeps me alive

A nail in the breast,

a hammer hitting a knee

My eyesight searches for a new sun

I’ll be able to wait

until my eyes find the right path

Maybe I’m wrong again

 

 

4. Promesse

Dicono che l’amore è vita, io per amore

sto morendo.”

Jim Morrison

 

Le mie canzoni sono aliti di vita, riassunti

dell’anima, vibrazioni immortali d’emozioni

Le mie canzoni catene forgiate dall’invisibile,

gemiti di un cuore diviso a metà

Le mie canzoni,

luci che illuminano cumuli di macerie 

Era un bel giorno di sole

Quel che c’è fra noi non si esaurirà mai

Sto lasciando al vento

le mie cento maschere, per te

E da quel giorno ho scritto canzoni

per te

Aspettandomi,

un premio per l’intenso mio patire

E sentirmi chiuso dentro una favola,

nera e mistica

Ed ogni giorno che passa

non penso che a te

Quanto amore ormai, resterà fra noi

Ora affido al vento le mie mille lacrime

Se solo bastassero,

se solo sapessero portarti a me

Allora sarebbe più di 4 note e due parole

urlate nella notte

 

4. Promises

It is said that love is life

but for love I’m dying.”

Jim Morrison

 

My songs are life’s breath, a mirror of soul,

an everlasting quivering of emotions

My songs are chains folded by the invisibile

world, the weeping of a splitted heart

My songs are lights

enlighting a heap of debris 

One sunny day you told me thate mi hai detto così:

What binds us will always be strong

I cast to the wind my hundred masks,

for you my love

Since then I’ve written

a stack of songs for you

I’ve been waiting, you know,

waiting with trust,

Believing to be in a sweet,

magical fable movie.

And everyday and every night

I think of you

How much love will be left over

Now I cast to the wind

my thousand tears

If only tears were enough

to bring you back to me

Then it would be more than just a couple of

tunes of a night song

 

5. La cella degli amori estinti

Ciò che ho amato, l’abbia o no

conservato, lo amerò per sempre.”

A. Breton

 

Nei miei ricordi il tuo viso,

e un atroce silenzio 

Dove sei amore perduto,

non ti sento

Oggi in fondo al mio cuore,

ho aperto una porta di sale

Con occhi macchiati di pece,

estinti si stringono a me

Fiore del nuovo mattino,

non venire vicino

Se deve soffrire il mio cuore,

lo faccia per l’eternità

Quanta bellezza in un cuore

ch’è libero di amare

 

5. The prison cell of

extinguished loves

What I loved, whether or not I

treasured it, I will love forever.”

A. Breton

 

My memories hold your face

and a dreadful silence 

Where are you my lost love,

I can’t hear you

Today I’ve opened a salty door

in the bottom of my heart

The arms of the departed clutch me,

I see pitch stained eyes

Blossoms of the morning,

don’t come near me

If my heart must be broken,

then let it be forever

There’s so much beauty in a heart

that is free to love

 

6. Speranze

Ho incontrato per la via un

giovane poverissimo che era

innamorato. Aveva un vecchio

cappello, la giacca logora, l’acqua

gli passava attraverso le suole

delle scarpe e le stelle attraverso

l’anima.”

Victor Hugo

 

Ogni tristezza in me,

io la trasformerò

In dolci forme d’amore

Di quel dolore che

Mi spezza l’anima,

ne farò un’altra canzone

Quelle incertezze del cuore

Voglio tenerle per me

Sogno una danza nel cielo

Nel mentre l’alba incendia il nero

Sorrido e sei accanto a me

 

6. Hopes

I met a very poor young man

who was in love. His hat was old,

his coat worn… the water passed

through his shoes – and the stars

through his soul.”

Victor Hugo

 

I want to change my sadness

Into a higher kind of love

And with the soul breaking pain

I’ll try to make a new song

But I’ll be sure to keep

The hesitations of my heart

I’m dreaming of a dance in the sky

When the dawn burns the darkness

I smile and here you appear beside me

 

7. …

Siamo angeli con un’ala sola, solo

restando abbracciati possiamo volare.”

Luciano De Crescenzo

 

Io canto di quel posto dentro te

il regno della tua infelicità

ora sento dentro il cuore che

sono già un’ombra per te

e Il peso della mia inutilità si abbatte

sulla mente immobile

nel ricordo della sola sensazione

delle tue labbra il calore

anche quando non ci sei, ti porto

dentro di me

perché ho bisogno dell’essenza divina  

che respira dentro il cuore

 

7. …

We are angels with only one wing, and

we can only fly embracing each other.”

Luciano De Crescenzo

 

Ed ora il senso di questa realtà 

nel legame fra di noi

si smarrisce nella convinzione

che sia soltanto illusione

E sento un peso su me

Inutile cercare un perché

perché non ci sei, e non ti sento in me

perché non ci sei, e non ti sento con me

 

I sing about that place inside you

Your Kingdom of Sorrow

I feel now that I’m only

a shadow for you

And the immobile mind gets knocked

down by the weight

of my uselessness

Remembering the sheer emotion of

your kisses and kisses’ warmth

Even if you’re not here, I can still

picture you in my mind

For I need the divine essence which

breaths inside the heart

And now in the bond of our love

I lose the awareness of the reality 

Well knowing that,

hurt by the world’s triviality,

There is nothing but illusion

I feel a weight on my mind

There’s no reason of any kind

That’s why you’re not here,

I don’t feel you

That’s why you’re not here,

I don’t feel you anymore

 

8. Linea di confine

Ci sono abissi che l’amore non

può superare, nonostante la forza

delle sue ali..”

Honoré de Balzac

 

La notte dispensa il dolore,

del giorno che nutre la mia ossessione

Al cuore ho dato la comprensione,

che lei non ha colpe

che ce l’ha la sua ragione

E allora

Ora è qui che spenderò ,

le mie lacrime d’amore

E piangerò la tua fragilità

Costrizioni logiche, hanno

imprigionato quello che                           

Di più profondo avevi in te,

da anni ormai

Il senso di queste parole,

si perde nel vuoto

di un artificioso amore

E svela l’antica mia ingiunzione,

che devo salvarti

anche se muoio di dolore e allora

Ora è qui che spenderò,

le parole mie per darle a te

perché addolciscano il dolore

di una regina scriverò,

e di un certo re che l’amerà

e del suo amor ne morirà

perché il cuore tuo misero

in un conflitto arcaico

s’è scisso in due metà

ma ho visto la luce che è in te,  

e  lì dentro c’è un pezzo di me

non cesserà il mio dolore,

non cesserà il mio dolore

finchè tu non avrai pace

non cesserà il mio dolore,

non cesserà il mio dolore

finchè tu non libererai il tuo cuore

 

 

8. Borderline

There are abysses that love

cannot overcome, in spite of its

wings’ strength.”

Honoré de Balzac

 

 

 

The night bestows sorrows,

after a day full with obsessions

I try to understand on the morrow

that it’s not your fault,

it’s only depression

And then

Now and here I’ll spend

all my love’s tears

And I’ll complain your fragility

Logical constraints

have imprisoned your desire,

Like a bird in a cage,

since years by now

The sense of these words

is killed by the void

of an artificial love

Disclosing my old injunction

to rescue you even

if I’m dying of di stress

And then

Now and here I’ll spend

all my words for you

So that they can relieve the pain

I’ll write about a queen,

and about a king in love

Who dies of his longing

Because your wretched heart

Splitted up in two halves

during an archaic war

But I’ve seen the light inside you,

and in that place lives a part of me

My pain will never vanish,

my pain will never vanish

until you shall find peace

My pain will never vanish,

my pain will never vanish

until you’ll set your heart free

 

9. Dovresti non scordare

Celami in te, dove cose più dolci son

celate, fra le radici delle rose

e delle spezie

Algernon Charles Swinburne

 

Dovresti non scordare,

gli sguardi miei sinceri

Di quell’intenso amore,

cantato dai poeti

Dovresti non scordare,

gli abbracci sotto il cielo

Lontani dalle mode

che fermano il pensiero

Dovresti non scordare, 

le notti di passione

Sapori delicati di un’altra dimensione

Chè quando fu la noia

a prenderti per mano

che ti ero già lontano

………………….. lontano

Dovresti non scordare

nel gelo degli eventi

Quell’intimo calore

del nostro appartenerci

Ti ho visto su una strada,

che non percorro più

Ma se ti volti indietro,

non devi mai scordare

Che ti ho amata davvero

Potresti non scordare,

che mi hai travolto il cuore

ma in questa mia follia

ho visto il tuo candore

Dovresti non scordare

che siamo stati bene

Al canto del mattino

e nelle silenziose sere

Ma quando fu la noia

a prenderti per mano

Sentivo la mia sposa

andarsene lontano

Ti ho vista su una strada

che non percorro più

Ma se ti volti indietro

non devi mai scordare

Che ti ho amata davvero 

 

 

9. You should not forget

Save me and hide me with all thy waves,

Find me one grave

of thy thousand graves

Algernon Charles Swinburne

 

You should not forget

my sincere glances

Of a love so intense

that the poets wrote about

You should not forget

the embraces under sky

Outside of the thought-stopping

fashion norm

You should not forget

all the passion’s nights

Delicate flavours

from another dimension

Then when the boredom Sentivi mia signora

clasped your hand

You knew dear lady

that I was already far away

………………….. away

You should not forget

in the chill of the events

The tight warmth

of our mutual belonging

I’ve seen you on a road

which is no more mine

But if you turn back now,

you must not forget

That I’ve loved you true

You would not forget

that you swept away my heart

But crazy as I was

I could see your innocence

You should not forget

that we were swell

Hearing the morning song

and the evening silence

But when the boredom

clasped your hand

I saw how my bride

walked away from me

I’ve seen you on a road

which is no more mine

But if you turn back now,

you must not forget

That I’ve loved you true

 

10. Buona notte

“eri la musica della mia vita….

adesso tutto è silenzio”

Anonimo

 

Io nel silenzio della guerra

che combatti per te

Voglio entrare con le note

e le mie parole

Non si sa mai, forse potrai

sentirle tue, amore

E quelle volte in cui quel vuoto

si impossessa di te

E lottare può sembrare del tutto inutile

Ascolterai questa canzone

e ricorderai che è scritta per te

E tu dormirai dentro al mio cuore

Al riparo dal dolore

Ed i sogni tuoi saranno angeli

Che vegliano su te

 

10. Good night

“You was the music of my life… now

everything is SILENCE”

Unknown

 

I want to enter the silence

of your personal war

Using my tunes and my lyrics

Maybe you want to care about my love,

who knows

And everytime the emptiness

gets on you

And evrytime you think

that fighting doesn’t help

You may listen to this song and realize

it’s written for you

And you will sleep in my heart

It’s your shelter from the sorrow

And your dreams will be like angels

Who keep watching over you

 

11. Preghiera di un re

“La vita e i sogni

sono fogli di uno stesso libro.

Leggerli in ordine, e’ vivere,

sfogliarli a caso e’ sognare.”

Arthur Schopenauer

 

Non sei accanto a me,

mia dolce regina

E dedico a te,

quest’ingenua preghiera

Se il mio cuore è ancora

incanto ai tuoi occhi

Io morirò con la speranza di

incontrarti nei tuoi sogni

Prega il tuo re,

che il demone muoia

E canti il tuo cuore,

ricolmo di gioia

Sui tuoi begli occhi

specchi d’abisso ho letto il dolore

E morirò con la certezza

di averti dato tutto il mio amore

 

11. A king’s prayer

“Life and dreams are sheets of a same

book: reading them in order is living,

turning over them randomly

is dreaming.” 

Arthur Schopenhauer

 

You are not here my sweet queen

And to you I dedicate

this ingenuous prayer

If still my heart is a spell for your eyes

I can die hoping

to meet you in your dreams

Your king is praying

for the devil’s death

May your heart sing, full of joy

I’ve seen sorrow in your eyes so nice,

mirrors of the abyss

I’ll die knowing

I’ve given you all my love

 

12. Ritorno

“Dio mi conceda la serenità di accettare le cose che non posso

cambiare, il coraggio di cambiare

quelle che possono cambiare e la

saggezza di distinguere tra le une

e le altre.”

Kurt Vonnegut

 

 

12. Comeback

” God grant me the serenity to

accept the things I cannot change,

courage to change the things I can,

and wisdom to know the difference.”

Kurt Vonnegut

 

Ora che sei ritornata da me,

nell’intreccio equivoco

di un gioco psicologico

Io che da un mese ho pensato solo a te

Colgo dalle tue parole

disforiche intenzioni di rinascita

Vorrei solo donarti il mio cuore

E che le tue paure, possano mutare

in ferma convinzione

Mi avvicino per parlare

Solo che non c’è maniera

Di arrivare alla base

Per sconfiggere il tuo male

 

Now that you are back,

in the misleading plot

of a psychological game

I who think only of you since months

Catch in your strange words

the purpose of rebirth

I just wish to give you my heart

Wishing that your fears

will cease as your beliefs increase

I come closer to you

But there’s no way

To reach the base

And to fight the evil inside

 

14. La caduta della mia stella

Quando vide la mia tristezza lei

voleva andare, ma era gia’ scritto che

quella notte avrei perso il suo amore.”

Luis Sepulveda

 

Dritta nello spazio sfreccia già la stella

che di te notizie porterà

Corre ad una gran velocità

ma la distanza è tanta e forse morirà

Corri stella corri

dritta verso questo cuore

Portami ancora un po’

della tua scura luce

Non temere il tempo

che condanna le mie ore

Non fuggire il sogno

di tornare per restare qui con me

Ghiaccio terra è fluorescenti gas

e la tua scia che si dirige verso me

 

14. My star’s downfall

“When she saw my sadness, she

wanted to go, but it was already

written: that night I would have lost

her love”

Luis Sepulveda

 

La tua luce perde intensità

il tempo ha dimostrato la sua crudeltà

Stringo al petto senza incanto

i tuoi frammenti caldi

L’aria che respiro

ti ha reso pietra inerte

Sulla terra nera affondo il viso triste,  

cade la mia stella

a causa delle favole di un re

Di un re          

che non ha più un regno,              

solo nel suo castello

Di fumo e di parole

Triste                                  

avvolto nel mantello            

Si ferma ad osservare

il suo ricordo bello

che giace in cenere

Nera cenere

 

The star darts across the space

bringing news on you

It flies at high speed

but the distance is great

and it will maybe run out

Fly star fly straight to my heart

Bring me a little of your dark light

again

Don’t be afraid of the time

that dooms my hours

Don’t lack to come to me,

you can stay a little while

Ice rocks and fluorescent gases

and your approaching

Your light loses intensity,

time displays its cruelty

I hug your hot fragments to my chest

The air I breath

has made of you a dead stone

I sink my sad face into the black soil,  

my star has fallen down

because of the king’s yarn

This king without a crown,              

alone in his castle

Of mist and words

Gloomy                                 

wrapped in his cloack            

He stops and watches

the ashes

the lying ashes

of his loveliest memory

Black ashes

 

15. Amori

“Gli amori sono come gli imperi:

quando scompare l’idea su cui sono

fondati, periscono anch’essi”

Milan Kundera

 

Ci sono amori che

attraversano più generazioni

Amori che tramontano

ma nel ricordo si rinnovano

Ma l’abbandono è così triste

assai crudele per noi che

cerchiamo un senso  

una forma che non c’è

e poi amori che,

si accendono per disperazione

amori che travolgono

e come neve poi si sciolgono

anime che s’incontrano

e di passione bruciano

fin quando non resta che scura cenere

E altri amori che, ti tolgono la voglia

di sognare e credere

Di scoprire la tua sposa nella

meraviglia di un sorriso

Nella pace di un bel viso

che non siano favole

E poi ti lasci sempre andare,

come se ogni amore fosse un dono

che una divinità ha riservato  solo a te

perché sia lei,

soltanto lei la tua dolce metà

Vorrei salvare questo amore

Nel ricordo di una sera

Senza il grigiore di un presente

Che non sa più rinnovare

Oggi fiorisce come un fiore

e m’inebria del suo profumo

Poi appassisce per lasciare

Solo spine di dolore

Tu  ti  illudi di trovare

L’anima che ti mancava

Quando in fondo poi alla fine

Resta solo delusione

Un amore delicato

In pallido affetto tramutato

 

15. Love stories

“Loves are like empires: when the idea

they are founded on crumbles, they,

too, fade away”.

Milan Kundera

 

For some love stories

one life time isn’t enough

They go down like the sun

but then they are reborn in memories

And yet how cruel

the forsaking is for us

Who look for a meaning  

for a non-existent form

Some love stories

are born from despair

Love stories like wildflowers

love stories like snow

Souls who meet and burn for passion

Until they become dark ashes

And other love stories

with no dreams and no faith

And you don’t find your bride in a

wonderful smile

Or in the calm of a face

Just in a fairy tale

And you ease yourself

as if love were a gift from divinity

Given only to you

Because she and only

she could be your better half

I’d like to save this love.

Remembering a night

Without the greyness

of the present days

Which are unable to renew

This love blooming today inebriates

me with its sweet smell

And it lets behind itself grievous

thorns as it withers

You wish to find

The missing soul

But at the end of the story

You are alone and hoary

Many delicate loves

Are going to die like doves

16. Epilogo

Non piangere perche’ qualcosa

finisce, sorridi perche’ e’ accaduta.”

Ignoto

 

Ora che raccolgo i pezzi del mio cuore

E del dolore non rimane niente

Che una lieve malinconia

Forse non incontrerò mai più

una donna che

Sia pari a te in bellezza e profondità

Scorterò lontano il desiderio

di sapere come stai

E non cercherò altro che la mia musica

Sposterò i pensieri nel domani

e per sempre scorderò

La dolcezza del tuo sguardo

che io non avrò mai più

 

16. Epilogue

“Don’t cry because it’s over, Smile

because it happened.”

Unknown

 

I’m picking the pieces of my heart

All that remains of my suffering

Is a light sadness

Perhaps I will never meet

another woman who

Has your same beauty and deepness

I will win my wish of you and will not

to ask how you’re doing

I will stay alone with my music

I shift my thoughts to the future

and forget forever

Your sweet eyes,

because nothing can restore a lost love

 

Pubblicato da: Irenotta | 20 febbraio 2012

Al “limite” del possibile: Borderline ed emarginazione

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DI CARMEN FORINO – La storia di Maria, una donna derubata della speranza di vivere una vita “normale”.

  • Tendi a comportarti in modo eccessivo per evitare che qualcuno si allontani da te?
  • Temi spesso che chi ami possa lasciarti, anche se niente lo lascia presagire?

  • Vedi i tuoi cari in modo completamente positivo o completamente negativo?

  • Sei impulsivo (per es. sesso occasionale, spese compulsive, abuso di droghe o alcool ecc )?

  • Cambia spesso il modo in cui pensi a te stesso, ai tuoi obiettivi o alla tua sessualità?

  • Hai minacciato o tentato di suicidarti o di farti del male ( tagliandoti, bruciandoti ecc)?

  • Cambi umore più volte al giorno?

  • Quando sei stressato o angosciato tendi a diventare sospettoso ?

  • Spesso ti arrabbi così tanto da perdere il controllo, anche per piccole cose?

Se a queste domande, la maggior parte delle risposte è affermativa, per gli psicologi si è affetti da Borderline, un disturbo della personalità caratterizzato da instabilità nelle relazioni interpersonali, nell’immagine di sé e degli altri e da impulsività elevata. Il termine è stato utilizzato per la prima volta nei primi del Novecento per indicare quei pazienti, la cui patologia non era classificabile né come nevrosi, (conflitti e problemi quotidiani condivisi dalla maggior parte delle persone), né come psicosi (i disturbi mentali più gravi, come la schizofrenia), pur presentando sintomi comuni ad entrambe le condizioni.

Il termine Borderline, infatti, significa “limite “ o “linea di confine” e indica la principale caratteristica del disturbo: come una persona che cammina su una linea di confine tenderà a sconfinare in due differenti territori, così il paziente affetto da Disturbo di personalità Borderline oscilla tra normalità e follia, senza vie di mezzo.

Di parole da scrivere ce ne sarebbero ancora tante per questo disturbo ma per ora ci basta sapere che a causa di questa diagnosi, una giovane donna tedesca non potrà riappropriarsi della sua vita.

Maria Verde, ecco come ha voluto (ri)chiamarsi questa giovane, alla quale sono stati rubati gli anni migliori e le è stata tolta soprattutto la speranza (non a caso ha scelto Verde come cognome, come la speranza di una vita migliore di quella attuale)

Già dall’età di 10 anni è stata più volta violentata dal padre. Una madre  “quasi complice” degli abusi che non ha fatto nulla per denunciare il marito –padre violento, ma ha taciuto per non alimentare voci nel piccolo quartiere di un paese della provincia tedesca.

Il tempo è passato. Maria conserva sulla pelle e nel cuore le ferite che fanno fatica a cicatrizzarsi. Una mattina di un freddo mattino invernale trova il coraggio di scappare dalla sua casa-prigione e si reca alla polizia per denunciare cosa avevo subito. Senza documenti non le fu possibile farlo ma non voleva ritornare a casa sua per riprenderseli. Era come arrendersi, era come dargliela vinta. E lei ora non vuole arrendersi. Si reca in ospedale e dopo i primi accertamenti di routine le prescrivono una visita psicologica. Da quel momento in poi, invece di intravedere la luce alla fine del tunnel, tutto le sembrò più buio di prima. Sulla sua cartella clinica c’erano testuali parole: “ La paziente è affetta dal disturbo borderline. Si prescrive ricovero a lungo termine in clinica psichiatrica.”.

Poche parole ed incise che caddero come un macigno sul cuore già infranto di Maria. Non era fuggita dalla prigione, stava per cambiare cella.

Dopo 4 anni non può condurre ancora una vita “normale”.

Ripudiata da tutti i parenti per aver osato fatto conoscere le vicende familiari al paese, emarginata dalla società perché “pazza, schizofrenica”.

Il borderline non è schizofrenia, è un disturbo della personalità, del quale sono affette molte persone senza neppur saperlo.

La legislazione tedesca ha deciso per Maria, quasi per mettere a tacere il tutto. Maria non potrà lasciare la clinica se non ci sarà un parente che garantisca per lei e se i medici non le diranno che per la sua patologia non possa arrecare danni a sé stessi ed ad altri. I parenti l’hanno abbandonata e le vie per la guarigione sono ancor più lunghe, se a ciò si aggiunge la solitudine.

E’ davvero più vantaggioso non darle la possibilità di riappropriarsi di ciò che le è stato rubato piuttosto che offrirle nuove chances per riuscirci?

Da una storia di abusi a una di emarginazione. A volte la legge gioca davvero brutti scherzi.

Pubblicato da: Irenotta | 20 febbraio 2012

Sull’orlo della linea di confine…

Ilaria Buccioni
BORDERLINE: LINEA DI CONFINE

La parola inglese borderline significa: linea di confine.
Questa definizione è stata scelta intorno agli anni ‘30-’40 per descrivere alcuni disturbi di personalità in soggetti che mostravano forti oscillazioni dell’umore e rabbia improvvisa. Tali persone comunque non erano così gravi da essere valutate come schizofreniche, ma in ogni caso erano troppo disturbate per essere trattate con la psicoanalisi. Sono stati identificati 4 sottogruppi di pazienti borderline:
>    Un primo gruppo che presenta comportamenti inappropriati sul versante psicotico. La persona può esprimere apertamente rabbia e avere difficoltà a valutare la realtà.
>    Il secondo gruppo, in cui le persone possono incontrare difficoltà a mantenere relazioni interpersonali stabili ed hanno una bassa autostima e considerazione di sé.
>    Nel terzo gruppo – definito “Come se”- queste persone possono essere anaffettive ed avere una tendenza ad  imitare gli altri, appropriandosi dell’identità altrui.
>    Nell’ultimo gruppo si possono identificare persone che soffrono di una depressione ciclica e  di ansia elevata.

Le persone identificate come borderline hanno serie difficoltà a relazionarsi con gli altri e quindi spesso si “consumano” nel tentativo di sviluppare relazioni o amicizie esclusive con un’unica persona, con la quale non vi sia alcun dubbio o rischio di venire abbandonate. Inoltre spesso queste non sanno definirsi rispetto a scelte quali il lavoro, o l’orientamento sessuale, arrivando in molti casi a fare uso di sostanze alcool correlate.
Vivere le relazioni affettive per loro significa soffrire forti sensazioni di insicurezza e di ansia espresse attraverso atteggiamenti manipolativi e contraddittori. Possono temere con il passare del tempo di essere come “fagocitati” e invasi dall’altra persona, e di conseguenza possono avere  paura di perdere la loro identità.

Ma allo stesso tempo la persona borderline può percepire una angosciosa sensazione di terrore al pensiero di poter essere abbandonata in qualsiasi momento. Allora, potrà richiedere attenzione e rassicurazione al partner usando atteggiamenti sia manipolatori che comportamenti autodistruttivi o autolesivi.
Le persone che soffrono di tale disturbo spesso possono non avere la percezione del problema, ed in molti casi possono venire spronate dagli altri (parenti, genitori, compagno/a, figli) ad affrontare un percorso psicologico.

La meta principale dell’intervento psicologico è quella di cercare di rafforzare l’Io, cioè facendo tollerare meglio al paziente l’ansia e cercando di fargli controllare meglio gli impulsi, proponendogli un modo di vivere diverso dal solito con l’obiettivo di provare una sensazione di maggiore coerenza di sé, innalzando così la sua autostima.

Di conseguenza per il paziente borderline sarà più sopportabile la separazione dalle figure significative.
Il risultato della terapia individuale potrà dipendere molto anche dal tipo di relazione terapeutica che si instaurerà tra il terapeuta ed il paziente.

Oltre all’intervento individuale, svolgere un lavoro con l’intera famiglia  potrà portare a dei risultati molto positivi ed in breve tempo.

La presenza della famiglia sarà molto utile per individuare il ruolo giocato dalle interazioni familiari nella patologia del paziente.

La terapia familiare in questo caso è da considerarsi un essenziale complemento per l’intero trattamento.

Film consigliati:
♦    “Ragazze interrotte” (1999) con Winona Ryder e Angelina Jolie.
♦    “Prozac Nation” ( 2001) con Christina Ricci, Jessica Lange e Jason Biggs.

Pubblicato da: Irenotta | 19 febbraio 2012

Ayreon – The Final Experiment – A Rock Opera

La Storia

Prologo
Nell’anno 2084 gli scienziati hanno trovato un modo di mandare messaggi nel tempo, usando la telepatia. Con la Terra quasi distrutta da innumerevoli cause, hanno speranza solamente in quell’esperimento: avvertire il passato di ciò che succederà in futuro per invertire le sorti della Terra.

Atto Primo


Il destinatario dei messaggi telepatici è Ayreon, un menestrello cieco che vive nel VI Secolo in Inghilterra. Ha vissuto la sua vita nell’oscurità fin dalla nascita, ma, un giorno propizio, tutto cambia. — Ayreon è in grado di vedere immagini. Il menestrello crede che queste visioni gli siano state mandate dal Signore del Tempo. Inconsapevole di quanto tempo dovrà passare prima che la Terra sia distrutta, Ayreon si ingegna per raccontare la storia della fine della Terra, cantando canzoni di guerre, disastri naturali e tecnologia informatica. Le terrificanti storie spaventano gli abitanti del villaggio, che lo scacciano via.

Atto Secondo


Solo, e messo al bando dal proprio villaggio, Ayreon va al castello di Re Artù, e, essendo un menestrello di fama, gli è concesso cantare le proprie visioni ad una cerchia ristretta nella corte del Re.

Atto Terzo

Geloso della sua abilità di predire il futuro, Merlino, mago di corte, non è d’accordo con il messaggio di Ayreon, e convince la corte che il menestrello sia un mendace.

Atto Quarto

Merlino pensa che sia necessario zittire Ayreon per sempre e lo maledice. Quando il maleficio è compiuto, Merlino si accorge del proprio errore, ma è troppo tardi.  Il mago predice che il messaggio arriverà alla mente di un altro menestrello alla fine del XX secolo…

http://arjenlucassen.com/

Il progetto Ayreon

AYREON è un progetto nato due decadi fa;  il suo fondatore, Arjen Lucassen è stato velocemente e inesplicabilmente invaso dalla compulsione di creare opere rock. Questo un po’ prima degli anni 90, l’era del grunge e dell’alternative rock, quindi, l’idea di rilanciare un’opera rock era inconcepibile per la maggior parte della gente ragionevole. Tuttavia la storia ha dimostrato che l’impulso creativo di Arjen non era solo un trionfo personale; esso ha preconizzato un’intera era di opere rock (vedi Avantasia).

Un vasto numero di musicisti e cantanti ha preso parte al progetto, e molti hanno ambito a lavorare con Arjen. Gli artisti in un album di Ayreon sono tutti severamente e cautamente scelti da lui per essere la perfetta incarnazione musicale del ruolo che Arjen ha in mente di assegnar loro.

Musicalmente, gli album di Ayreon tendono ad essere caratterizzati da estremi opposti: chitarre heavy inframmezzate da dolci mandolini, tonanti Hammond classici che collidono con urlanti synth digitali e borbottii di scura morte con angeliche voci celtiche. I drammatici concept spaziano dal fantasy  (Actual Fantasy) alla fantascienza (01011001) al paesaggio interiore dell’emozione umana (The Human Equation).

Thierry-Otto Loves

 

Pubblicato da: Irenotta | 17 febbraio 2012

Innamorarsi di un pezzo…Innamorarsi di una band…

Un’altra piccola digressione musicale, che riguarda una band emergente di cui ho già parlato, ovvero la Joker Gang. Stavolta mi voglio cimentare con l’analisi di un pezzo che, fra tutti quelli partoriti dal progetto, mi ha colpita particolarmente, mi ha commossa e mi ha movimentato l’anima…Il pezzo in questione è Il Giardino di…Joker Gang. Come molti appassionati di musica potranno intuire, già nel titolo si trovano ben due richiami:

- alla band Giardini di Mirò, di cui, per chi non la conoscesse, facciamo un breve accenno biografico: provengono dalla provincia reggiana. La musica del gruppo vive però di influenze anglossassoni, in particolar modo inizialmente si rifà al post rock per arrivare ora ad un suono proprio che è in un mix di psichedelia,  shoegaze, dream pop, noise, post punk, musica d’autore e molto altro. hanno contribuito allo sviluppo della scena “indie-rock” italiana a cavallo tra fine Novanta e nuovo millennio. Dal post-rock degli esordi, la loro musica si è progressivamente evoluta, assorbendo influenze, soprattutto anglosassoni, ma senza rinunciare a una sua peculiarità tutta italiana. Oggi, per i cinque di Cavriago, è il momento della maturità. Non pare fuori luogo, nel loro caso, parlare di post-rock. La musica della formazione di Cavriago, tuttavia, ha anche una sua peculiarità “mediterranea” che la allontana da possibili modelli anglosassoni. Le parti di chitarra, lineari e melodiche, partono quasi sempre da arpeggi avvolgenti e si evolvono in una serie di esplosioni a catena, dove emergono brandelli ben metabolizzati di Sonic Youth e suggestioni psichedeliche. Una formula che ha subito negli anni progressive contaminazioni ed evoluzioni;

- Il pezzo dei Timoria , Il Giardino di Daria, tratto dall’album Eta Beta (1997), probabilmente il disco più difficile dei Timoria, un album di rottura arrivato al culmine di un periodo che porterà la band e Francesco Renga a dividersi. Eta Beta è un ulteriore passo in avanti rispetto al sound già potente di 2020 e Viaggio senza vento. La musica dei Timoria si fa più “europea”, con sperimentazioni e nuovi suoni che spaziano dal Rock al Dub. Numerose le collaborazioni, tra cui spiccano quelle con Leon Mobley, percussionista di Ben Harper, David “Fuze” Fiuczynski, virtuoso chitarrista di New York e Luca “Zulu” Persico dei 99 Posse. Alle canzoni sono spesso alternate poesie ed haiku di Omar Pedrini, Lawrence Ferlinghetti e Fausto Pirito. Il pezzo è profondamente simbolico, criptico, introspettivo, con riferimenti ad una bucolica malinconia e ad un languore esistenziale in cui, però, il barlume di speranza c’è, tenuto acceso da uno scambio amoroso reciproco e da un affetto corrisposto… Ecco qui il testo e il pezzo:

Il giardino di Daria

(Carlo Alberto Pellegrini, Omar Pedrini)

Guardami, ascoltami
e vedremo l’erba crescere
albero, nascondimi
una foglia basterà per me
sono io lo spirito
vivo nel giardino e vedo lei
nessuno può vedermi ma
Daria il segreto già lo sa
viene qui se soffre un po’
e cresco io con le sue lacrime
e sarò il fiore re
la regina certo sarà lei
rispetta la mia libertà
Daria il segreto già lo sa
vive come noi, ama come noi
ride come noi, non cambiare!
ridono i fiori miei
le sue mani mi accarezzano
sfiorano i miei petali
e non serve una parola sai
nessuno può capire ma
Daria il segreto già lo sa
vive come noi, ama come noi
ride come noi, non cambiare!

Possiamo quindi dire che nel pezzo della Joker Gang si trovi un condensato di citazioni e di richiami a queste due fonti di ispirazione…E’ un pezzo di inestimabile dolcezza, di grande scavo psicologico, un pezzo che narra di un amore, che può essere passionale ma, al contempo, pieno di affetto, di gratitudine, di scambio continuo. E’ un po’ come paragonare il rapporto che un fiore ha con l’acqua, in una comunione naturale ed in uno scorrere di morbide e tiepide emozioni difficili da dimenticare.

Posso davvero dire di essermi commossa nel sentire la grande poesia e la grande passione contenuta nel pezzo, in cui chi l’ha scritto si mette a nudo, si rivela gradualmente, si mostra ma senza presunzione…Se già avevo amato la band per altri pezzi già ascoltati, scoprire Il Giardino di Joker Gang ed entrarci mi ha solo incentivata a diventare sempre più sostenitrice di questo progetto…Da brivido!!!

Pubblicato da: Irenotta | 16 febbraio 2012

L’angolo musicale del giorno: The Joker Gang

Premesso che voglio ricominciare a scrivere di musica, dopo un periodo di stallo creativo dovuto a diversi fattori ed impegni, oltre che ad una vera e propria crisi personale, che spero di aver superato, anticipo che queste piccole chicche di musica saranno un appuntamento fisso di questo mio diario telematico…Hanno anticipato queste piccole rubrichette i miei interventi dedicati a due grandi della musica, Kurt Cobain e Sid Vicious, per me punti di vista molto importanti durante l’adolescenza e ancor oggi una sorta di miti…

Scopo di questo angolo musicale è dare visibilità a realtà emergenti nel panorama della musica e dell’arte e sensibilizzare il pubblico su queste tematiche; la prima puntata di questo viaggio nell’underground è dedicata alla Joker Gang, progetto emergente dalla provincia nord-ovest di Milano, in cui milita il mio amico Giuss, che ne è anche il fondatore.  E’ un concentrato di idee ed influenze musicali diverse, che Giuss rielabora personalmente, e fa sue, secondo uno spirito interpretativo molto spiccato e vivace. I pezzi sono tutti scritti a quattro mani da Giuss e dal batterista-tastierista Stefano; agli arrangiamenti, oltre a Giuss, collaborano gli altri membri del progetto; vengono poi pubblicizzati tramite il principale social network che ormai quasi tutti utilizziamo, ovvero, lo sapete tutti, Facebook, e tramite un canale ufficiale di Youtube (http://www.youtube.com/user/jokergangofficial/videos), in cui si possono trovare dei video amatoriali, ma molto ben fatti, di tutti i pezzi già scritti.

Il nome della band si ispira al personaggio del pagliaccio, The Joker per l’appunto, nemico numero uno di Batman; e le influenze musicali vanno dal dark-gothic rock al rock italiano (Litfiba, Timoria), fino ad arrivare, nei testi di alta profondità e grande introspezione, allo stile di Franco Battiato; non è un caso che proprio quello che si ascolta sia ciò che influenza maggiormente nella composizione e negli arrangiamenti di lavori propri…Giuss però ha una forte capacità di elaborazione personale, e questo si può notare da due cover che ha inciso recentemente: Mad World, dei Tears For Fears e DottorM  dei Litfiba (con cui la Joker Gang ha avuto un personale rendez-vous alla Fnac di Torino e a quella di Milano…)

Ma adesso vediamo un po’ i loro pezzi, che, in un prossimo post, vedrò di analizzare, magari anche con l’aiuto di Giuss (chissà, magari riuscirò ad intervistarlo personalmente; inserirò in questo blog i link ai loro video, in modo che possiate fruirne direttamente…Keep In Touch!!! :-)

Pubblicato da: Irenotta | 9 febbraio 2012

Kurt Cobain – In grunge we trust

Kurt Cobain

Preferisco essere odiato per ciò che sono, piuttosto che essere amato per ciò che non sono.

Kurt Donald Cobain
(1967 – 1994)

L’hanno chiamata “la generazione degli orgogliosi perdenti”. Sbattuti lassù, in quel nordovest freddo e piovoso. Ma qualcuno si accorge di loro. Perché all’improvviso arrivano gli anni 90. A Seattle irrompe il grunge. E le camicie da montanari diventano cool anche nell’inflazionata California.

Il movimento sbalordisce tutto il mondo, ma non si fa in tempo a trattenerlo. È già morto. Come il suo involontario simbolo. Kurt Cobain, frontman dei Nirvana.
Cresciuto col Ritalin perché iperattivo (o forse semplicemente un bambino). Morto con una smisurata quantità di eroina Black Tar nelle vene. E una fucilata in faccia per curare il male di vivere.

Per qualche anno è stato il re Mida. Indiscusso leader di quel rock alternativo che aveva tanto bisogno di un nome. Lo trova Melody Maker: grunge, sporcizia. Nasce un FA, non più un semplice accordo, ma un simbolo. Nascono About A GirlSmells Like Teen SpiritLithiumRape Me.
Arrivano il successo e i riflettori, che mal si addicono alla depressione.

La macchina dello showbiz non aspetta, la casa discografica preme. Tra il ’91 e il ’93 i Nirvana sono in giro per il mondo. Le promozioni, i tour. Mentre Cobain vorrebbe essere rintanato nel proprio guscio, come le sue tartarughe.
Grunge is dead” scrive sulla sua maglietta. Ma nessuno lo ascolta. La folla è sempre in visibilio, Kurt sempre a un passo dall’ennesima overdose.
Il matrimonio con Courtney, la nascita di Francis Bean, la clinica. E il canto del cigno: Unplugged in New York. Tutto in un baleno.

Fino al silenzio. Per l’involontario portavoce di tutta una generazione.
I Hate Myself And I Want To Die”

Pubblicato da: Irenotta | 9 febbraio 2012

Kurt Cobain – In grunge we trust

Kurt Cobain

Preferisco essere odiato per ciò che sono, piuttosto che essere amato per ciò che non sono.

Kurt Donald Cobain
(1967 – 1994)

L’hanno chiamata “la generazione degli orgogliosi perdenti”. Sbattuti lassù, in quel nordovest freddo e piovoso. Ma qualcuno si accorge di loro. Perché all’improvviso arrivano gli anni 90. A Seattle irrompe il grunge. E le camicie da montanari diventano cool anche nell’inflazionata California.

Il movimento sbalordisce tutto il mondo, ma non si fa in tempo a trattenerlo. È già morto. Come il suo involontario simbolo. Kurt Cobain, frontman dei Nirvana.
Cresciuto col Ritalin perché iperattivo (o forse semplicemente un bambino). Morto con una smisurata quantità di eroina Black Tar nelle vene. E una fucilata in faccia per curare il male di vivere.

Per qualche anno è stato il re Mida. Indiscusso leader di quel rock alternativo che aveva tanto bisogno di un nome. Lo trova Melody Maker: grunge, sporcizia. Nasce un FA, non più un semplice accordo, ma un simbolo. Nascono About A GirlSmells Like Teen SpiritLithiumRape Me.
Arrivano il successo e i riflettori, che mal si addicono alla depressione.

La macchina dello showbiz non aspetta, la casa discografica preme. Tra il ’91 e il ’93 i Nirvana sono in giro per il mondo. Le promozioni, i tour. Mentre Cobain vorrebbe essere rintanato nel proprio guscio, come le sue tartarughe.
Grunge is dead” scrive sulla sua maglietta. Ma nessuno lo ascolta. La folla è sempre in visibilio, Kurt sempre a un passo dall’ennesima overdose.
Il matrimonio con Courtney, la nascita di Francis Bean, la clinica. E il canto del cigno: Unplugged in New York. Tutto in un baleno.

Fino al silenzio. Per l’involontario portavoce di tutta una generazione.
I Hate Myself And I Want To Die”

Pubblicato da: Irenotta | 9 febbraio 2012

Sid Vicious – In Punk we trust

Sid Vicious

L’ho fatto a modo mio

John Simon Ritchie/Beverley
(1957 – 2-2-1979)

La leggenda narra che abbia inventato il ‘pogo’. La storia ci dice che il basso Fender non sapeva neanche impugnarlo. Voci di corridoio sussurrano che Never Mind The Bollocks sia stato realizzato senza che lui abbia mai messo davvero piede in studio. Tutto ciò è assolutamente inaccettabile, a meno che non si stia parlando di Sid Vicious, l’uomo con la faccia da criceto e il lucchetto Richmond al collo.

Artefice della sua fama è stato Malcolm McLaren, manager che giocava con i Sex Pistols manco fossero state marionette da presepe. Sid, senza quasi accorgersene, rimpiazza il primo bassista dei Pistols, Glen Matlock (che almeno i rudimenti delle quattro corde li aveva) e, da festaiolo casinista, diventa prima fedele compare di Johnny Rotten e soci, poi involontaria figura di spicco del punk britannico.

Il gruppo, dal vivo, più che esibirsi semina letteralmente il panico. I Sex Pistols sono brutti all’inverosimile e sporchi da fare schifo. Anarchia, ‘No Future’. Il rock progressivo viene preso a calci. Tanto per gradire, il singolo God Save The Queen esce (ma loro continuano a giurare che non ne avevano idea) proprio il giorno del giubileo d’argento della regina Elisabetta. Il Regno Unito e sotto shock.

Sid viene più volte immortalato mentre indossa una graziosa maglietta rossa con la svastica. Il che chiaramente aggiunge sdegno allo sdegno.

Manca solo un solo elemento, e il pacchetto “Sid Vicious” è completo: l’eroina. A questa sembrava proprio non aver pensato, così corre in suo aiuto Nancy Spungen. Poteva mancare nella vita di Sid Vicious una groupie eroinomane, con disturbi della personalità e affetta da psicosi maniaco-ossessive? Figurarsi…

E dire che gli altri componenti del gruppo avevano provato a tenerla lontana dal bassista, ma Vicious è uno che i guai se li va a cercare. In pochissimo tempo diventa addicted al brown sugar. E se in una relazione il collante è l’eroina c’è poco di che stare allegri. Inutile dire che la tragedia sia dietro l’angolo. Vicious molla il gruppo e si rifugia prima a Parigi, poi a New York.

È li che la sua Nancy muore, al Chelsea Hotel. Accoltellata. Le circostanze? Mai del tutto chiarite. I più fantasiosi sostengono che sia stata opera di un sicario assoldato da Malcolm McLaren. Sta di fatto che le impronte sul coltello sono di Sid. Ma lui non ricorda niente.

Non c’è molto tempo per approfondire. Sid Vicious muore di overdose. Troppo veloce per vivere.

Pubblicato da: Irenotta | 3 febbraio 2012

The Satin Dolls – Le Nuove Frontiere della Musica

The Satin Dolls è un progetto musicale acustico che vede i suoi natali presso l’Accademia Musicale Città di Castellanza, dall’idea di Irene Ramponi, che recluta altre tre allieve della Scuola, con cui ha già cantato, e con cui nel frattempo è nata anche una bella amicizia, Gaia Galizia e Francesca Franciamore. Nel progetto viene poi coinvolta anche Alice Crespi, chitarrista jazz ed ex allieva dell’Accademia, la quale coinvolgerà anche Dario Cap, chitarrista acustico che già suona con lei in un altro progetto jazz, ma solo come special guest di un progetto nato per essere esclusivamente di sole donne.

Le Satin Dolls sono:

Irene Ramponi nasce a Milano l’8 febbraio 1983 e, fin dai primi anni di vita, mostra una buona propensione per la musica, oltre che un ottimo orecchio musicale e grandi capacità di ascolto. Già a due anni canta davanti a parenti e conoscenti, che notano la sua bravura; a tre anni è già capace di usare il giradischi, che diventa il suo compagno di giochi preferito.

La passione per la musica si accresce sempre più, anche grazie ai genitori che le fanno ascoltare di tutto, a patto che sia di prima scelta e di alta qualità (non a caso Irene cresce a pane e Beatles!); Irene inizia a cantare in un coro intorno ai 7 anni, e vi rimane fino agli 11. Continua ad ascoltare di tutto, soprattutto rock a 360 gradi (dal metal al grunge fino al punk rock, dal rock anni 60-70 al crossover, dal nu-metal al punk-hardcore…), ma inizia anche a prendere spunto dalle grandi cantautrici italiane, Elisa Toffoli in primis.

Continua la propria formazione canora da autodidatta per tutta la durata del Liceo e per i primi anni dell’Università (Irene si iscrive a Scienze dei Beni Culturali ad indirizzo artistico, in seguito prenderà una Laurea Magistrale in Storia e Critica dell’Arte, dal momento che le Arti Figurative, insieme alla Musica, sono la sua passione più grande); in seguito si iscrive all’Accademia Musicale Città di Castellanza ad un corso di Canto Moderno-Jazz, corso che frequenta ormai da quasi 5 anni. Capisce così la propria propensione per il Jazz (soprattutto per lo Swing), e per il blues (Irene si definisce una bluesgirl, dal momento che per lei il blues è la musica che maggiormente esprime le sue emozioni ed in cui riesce meglio ad immedesimarsi nel canto).

Nel frattempo, comincia a dar vita a diversi progetti musicali; un simil-tributo ad Elisa (Marzo-Giugno 2010), che dura pochi mesi, sperimentazioni varie con diverse band di svariati generi (hard rock, classic rock, pop rock, reggae), ed infine, la fondazione, insieme a due amici, degli Idols Of Fools (www.myspace.com/idolsoffools), il suo primo gruppo serio, che si ispira al genere del metal a cappella della band tedesca Van Canto (http://www.vancanto.de/). La band ha molti progetti, vengono così reclutati altri membri e si dà corpo a diversi pezzi, scritti ed arrangiati da Corrado Manenti, leader e principale fondatore della band. Purtroppo, per impegni vari di alcuni componenti, la band si scioglie, anche se Irene sta ancora lavorando con Corrado alla registrazione di un demo con tutti i pezzi della band, con l’obiettivo di farlo girare e di poter, un giorno, far rinascere il progetto dalle proprie ceneri.

Nell’estate del 2011, Irene entra a far parte degli Smoking Thompson, band rockabilly di quattro elementi, compresa lei, con cui fa due date; grande successo per la data all’Athmos Café di Milano (www.facebook.com/athmos.cafe); nonostante questo successo, Irene sente che quella non è la sua strada, dal momento che gli altri musicisti non sono interessati al blues, mentre lei, ovviamente, ha il sogno di buttarsi appieno in questo genere, padre del jazz e del rock. E così lascia la band e si butta a capofitto nei progetti della propria insegnante di canto Fiorella Zito (www.myspace.com/fiorellazito), che la fa cantare da solista, con l’accompagnamento del coro e degli strumenti degli allievi dell’Accademia, a concerti presso l’Auditorium della Scuola di Musica a Villa Pomini, Castellanza (http://www.castellanza.org/news/8/21/3523/; www.myspace.com/villapomini).

E’ un progetto di musica di insieme che tuttora va avanti con diverse esibizioni canore durante l’anno. Molto importante per Irene è l’annuale appuntamento con il concerto di Fine Anno Accademico; quest’anno è in cantiere un grande concerto di tutti gli allievi residenti a Castellanza presso il Teatro di Via Dante per il mese di giugno, oltre che una registrazione di un cd del coro Voice Box, di cui Irene fa parte.

Per farvi un’idea della sua voce, potete trovare alcuni video su Youtube a questi link:

http://www.youtube.com/watch?v=paZsPz86-jQ&list=UUoEK6VS9-HmBtJmsE0tRHsg&index=3&feature=plcp

http://www.youtube.com/watch?v=fYuwtNecEzI&list=UUoEK6VS9-HmBtJmsE0tRHsg&index=2&feature=plcp

http://www.youtube.com/watch?v=fYuwtNecEzI&list=UUoEK6VS9-HmBtJmsE0tRHsg&index=2&feature=plcp<http://www.youtube.com/watch?v=fYuwtNecEzI&list=UUoEK6VS9-HmBtJmsE0tRHsg&index=2&feature=plcp

http://www.youtube.com/watch?v=QD5BdZYlPfg&list=UUoEK6VS9-HmBtJmsE0tRHsg&index=1&feature=plcp

Dal blog di Irene (è una grande bloggatrice) sappiamo che “E’ amante del viaggio per la scoperta e la ricognizione di luoghi nuovi, e ama la musica, della quale  si occupa personalmente con l’organizzazione di concerti e festival musicali e praticandola in prima persona con lo studio del canto moderno e tramite alcuni progetti artistici. Ama scrivere a tempo perso, soprattutto recensioni di critica a mostre e concerti, ma anche poesie, e pensieri in libertà, idealista disincantata, crede ancora nella forza dei sogni per la propria realizzazione personale.” (http://irenotta.wordpress.com).

Gaia Galizia nasce nel Basso Varesotto/Alto Milanese che dir si voglia nel Novembre del 1992 e vive nella ridente cittadella di Castellanza. Con la musica, non ci azzecca subito, dal momento che il suo sogno, da piccola, era di fare l’illustratrice per bambini prima e la stilista poi. Capisce che la moda e l’arte sono la sua strada alla fine del Liceo Linguistico, quando si iscrive a Comunicazione e Didattica dell’Arte all’Accademia di Brera (è al primo anno). Si avvicina al canto all’età di 12 anni, quindi sono sette anni che studia moderno-jazz con Fiorella Zito all’Accademia Musicale di Castellanza. A livello musicale, molto di quello che ha imparato è stato proprio grazie alla sua insegnante; ne ha appreso i gusti musicali, le abilità tecniche e stilistiche. Il canto le ha permesso, passo dopo passo, di scoprire chi è e di costruirsi la propria identità…Se le chiediamo cosa pensa di se stessa, ci dice: “ Comunque sia, sono una cazzona.” . Scherzi a parte, nel gruppo si distingue per la sua voce molto spinta, potente e graffiante, una voce molto rock, che sa essere ruvida ma anche molto precisa. Ha altri progetti musicali ed una buona esperienza di palcoscenico. Insieme a Irene e Francesca, fa parte del coro Voice Box, dell’Accademia Musicale Città di Castellanza.

Francesca Franciamore ha diciotto anni e vive nel Basso Varesotto; frequenta l’Istituto Tecnico Commerciale E. Tosi di Busto Arsizio. Il canto è una passione che non si porta dietro da molti anni, anche se, a tempo perso, ha sempre cantato sotto la doccia sin da quando era piccina. Frequenta le lezioni di canto moderno-jazz all’Accademia di Castellanza con Fiorella Zito da circa un anno e mezzo. La sua prima esperienza di palco avviene ai concerti della Scuola. Ha una voce molto morbida, calda e carezzevole, dalle notevoli coloriture soul e black. Con Irene e Gaia, fa parte del coro Voice Box dell’Accademia Musicale Città di Castellanza.

Alice Crespi, la strumentista del gruppo, ha ventun anni, è nata e cresciuta a Busto Arsizio. Chitarrista classica di grande talento, si applica nello studio della chitarra da sei anni a questa parte. Suona in un altro progetto acustico, insieme all’ospite del gruppo, Dario, a cui abbiamo accennato prima. Studia Fisica all’Università degli Studi; la musica è la sua vita. La sua bravura, sia negli assoli che nell’accompagnamento, si nota fin dalle prime note; è un’artista dal tocco delicato e preciso, ma molto umile e modesta. Non ammetterà mai di essere una grande. Annualmente accompagna il coro Voice Box durante i concerti.

        

Pubblicato da: Irenotta | 1 febbraio 2012

Rock En Rose

Immagine

Mi chiedo come andrà a finire…Dopo innumerevoli sbattimenti fallimentari con band di merda che non meritano nemmeno di essere considerate tali, dopo aver incontrato gente infame che pensa di suonare bene, quando in realtà dovrebbe andare a scuola di umiltà, dopo notevoli inculate sotto molti fronti (da chi ti dice che non servi perché “i coinvolgimenti emotivi tra musicisti dello stesso gruppo non fanno bene”, a chi ti dice che sei troppo seria ed impostata per cantare un certo genere…), siamo ammessi a Rock En Rose, sul palco di Palazzo Granaio, palco molto ambito e, a volte, non sempre raggiungibile da tutti.

Viene fuori quest’occasione, un contest per band che abbiano almeno una componente donna e cantantesse emergenti…Dopo una gavetta di qualche anno e continue lezioni di canto e di umiltà insieme alla mitica Fiorella, ci troviamo a cantare insieme, esperienza che abbiamo già fatto durante i concerti all’Accademia di Castellanza, preparati con molto studio, prove e sacrifici…Siamo io, Gaia e Francy Francy alle voci, a cui poi si aggiunge Alice, giovanissimo fenomeno alla chitarra classica (che tira in mezzo anche un suo amico, con cui vive quasi musicalmente in simbiosi) e poi Marco, bassista hard rock da parecchi anni, che si presta ad accompagnarci nella ritmica…

Il progetto è messo in piedi in poco tempo…In esso deve risaltare l’elemento voce, come preponderante, e poi, l’elemento femminile…Tre cantanti donne che si esibiscono in acustico non passano di certo inosservate…Nascono le The Satin Dolls, nome ispirato ad un pezzo del grande Duke Ellington…Inizialmente doveva essere un progetto in rappresentaza della Scuola, ma poi si decide di farci le ossa da sole e provare questa esperienza…

Non sappiamo come andrà a finire, ma di certo ci metteremo tutto l’impegno, la buona volontà, lo spirito di corpo e la fiducia in noi stesse; è questo che ci ha insegnato ad essere l’Accademia Musicale, che oltre ad essere Scuola di Musica, è anche Scuola di Vita, essendo un valido aiuto per formare le nostre personalità a volte alla deriva e per fortificarci il carattere…

Ringraziamo Lela Rose Produzioni per aver messo in piedi tutto questo! Ringrazio poi personalmente chi mi ha sostenuta, prendendo parte o semplicemente partecipando emotivamente al progetto, o abbracciando a piene mani la propria partecipazione; inoltre ringrazio la Silligan, che per me è stata veicolo di nuovi orizzonti e nuove aperture mentali… ;-)

Pubblicato da: Irenotta | 24 gennaio 2012

Psicologia delle Parafilie

A cura di Monica Barassi, Psicologia in Movimento

Parafilie, cosa sono: Si tratta di quelle manifestazioni patologiche della sessualità che sono state chiamate dapprima perversioni e poi deviazioni sessuali.

Ad esse non appartiene più, da quasi trent’anni, l’omosessualità.
Il nuovo termine vuole indicare che la deviazione (para) dipende dall’oggetto fonte di attrazione (filia).
Prima che nelle forme di rilievo clinico, se ne possono vedere nuclei non necessariamente patologici in soggetti che possono avere comunque difficoltà a vivere la relazione intima in modo anche emotivamente coinvolgente.
Di solito si presentano associate ad un desiderio sufficiente, all’incapacità di investire in una direzione oggettuale definita e alla necessità di far fronte a sentimenti di vuoto. Nelle loro espressioni più benigne, le parafile presentano ancora un certo grado di flessibilità e il soggetto non ne è imprigionato senza via d’uscita.

Ciò invece avviene nelle forme parafiliche organizzate , le quali hanno una codificazione diagnostica ben definita.
Secondo l’ultima edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV) prodotto dall’American Association of Psychiatry:

le caratteristiche essenziali di una parafilia sono fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che riguardano:

oggetti inanimati;
la sofferenza o l’umiliazione di se stessi o del partner;
bambini o altre persone non consenzienti.
Devono manifestarsi per almeno sei mesi.

Il DAM-IV aggiunge che :
Per alcuni soggetti, fantasie o stimoli parafilici sono indispensabili per l’eccitazione sessuale e sono sempre inclusi nell’attività sessuale. In altri casi, le preferenze parafiliche si manifestano solo episodicamente (per esempio, durante periodi di stress), mentre altre volte il soggetto riesce a funzionare sessualmente senza fantasie o stimoli parafilici. Il comportamento, i desideri sessuali, o le fantasie causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre importanti aree di funzionamento. Le fantasie parafiliche possono essere agite con un partner non consenziente, in modo da risultare lesive per il partner stesso. Il soggetto può andare incontro ad arresto e reclusione. I reati sessuali contro i bambini costituiscono una parte significativa di tutti i crimini sessuali riportati e i soggetti con esibizionismo, pedofilia e voyeurismo costituiscono la maggior parte dei criminali sessuali arrestati. …Le relazioni sociali e sessuali possono essere danneggiate se altri trovano il comportamento sessuale vergognoso o ripugnante o se il partner sessuale del soggetto rifiuta di condividere le preferenze sessuali inusuali.In alcuni casi, il comportamento inusuale (per esempio, atti esibizionistici o la collezione di oggetti feticistici) può diventare l’attività sessuale principale nella vita dell’individuo“.

L’evoluzione della definizione di attività sessuale perversa o parafilie rivela quanto la nosografia psichiatrica rifletta la società che la esprime. Nel contesto di una cultura che considerava la sessualità in termini relativamente ristretti, Freud (1905) definì l’attività sessuale perversa secondo diversi criteri:
1) focalizzata su regioni del corpo non genitali;
2) soppianta e sostituisce l’abituale pratica di rapporti genitali con un partner dell’altro sesso;
3) tende ad essere la pratica esclusiva dell’individuo.

Dal primo scritto di Freud, gli atteggiamenti culturali relativi alla sessualità sono radicalmente cambiati. È emerso che le coppie normali hanno una varietà di comportamenti sessuali. I rapporti orali-genitali, sono stati accettati come comportamento sessuale sano. L’omosessualità e la penetrazione anale sono state rimosse dalla lista delle attività perverse.

Secondo la McDougall (1986) fantasie perverse si riscontrano in tutto il comportamento sessuale adulto, ma causano pochi problemi in quanto non vengono esperite come compulsive. Ha inoltre suggerito di utilizzare il termine neosessualità per indicare le parafilie. Infatti, l’autrice propone di non utilizzare termini intrisi di toni moralistici e peggiorativi e di spostare, così, il focus e la riflessione sulla natura innovativa della pratica e l’intenso investimento dell’individuo nel suo conseguimento.
Lo studioso Stoller (1975, 1985) ha invocato una definizione più ristretta di perversione sessuale. Riferendosi alla perversione come alla forma erotica dell’odio ha asserito che la crudeltà, il desiderio di umiliare e di degradare il partner sessuale, e anche se stessi, sono i determinanti cruciali per classificare un comportamento perverso. Secondo questa prospettiva, l’intenzione dell’individuo è una variabile critica nel definire la perversione. Un individuo viene definito perverso, solo quando l’atto erotico viene utilizzato per evitare una relazione a lungo termine, emotivamente intima con un’altra persona.

La definizione delle parafilie del DSM-IV (American Psychiatric Association, 1994), nel tentativo di essere non giudicante, ha suggerito la restrizione del termine alle situazioni in cui vengono utilizzati oggetti non umani, vengono inflitti a sé o al proprio partner un effettivo dolore o umiliazione, o vengono coinvolti bambini o adulti non consenzienti. Per considerare il continuum fra fantasia e azione, il DSM-IV ha elaborato uno spettro di gravità. Nelle forme lievi, i pazienti sono turbati dalle loro spinte sessuali parafiliache, ma non le mettono in atto.
Nelle condizioni di gravità moderata, i pazienti traducono la spinta in azione, ma solo occasionalmente. Nei casi gravi, i pazienti mettono ripetutamente in atto le loro spinte parafiliache.

Comprensione psicodinamica delle parafilie
L’eziologia delle parafilie rimane in gran parte piena di mistero. Nonostante alcuni studi abbiano suggerito che fattori biologici contribuiscano alla patogenesi delle perversioni, i dati sono lungi dall’essere definitivi. Anche se sono presenti fattori biologici, sono ovviamente ragioni psicologiche che giocano un ruolo nel determinare la scelta della parafilia e il significato sottostante agli atti sessuali. La visione classica delle perversioni, secondo la teoria pulsionale di Freud (1905) riteneva che in questi disturbi “l’istinto” e “l’oggetto” fossero separati l’uno dall’altro. Scrive Freud che “la pulsione sessuale probabilmente è in un primo tempo indipendente dal proprio oggetto”. Secondo il padre della psicoanalisi, nelle perversioni, le fantasie diventano coscienti e vengono espresse direttamente come piacevoli attività egosintoniche. Secondo Fenichel (1945) il fattore decisivo che impedisce il raggiungimento dell’orgasmo attraverso il rapporto genitale convenzionale è l’angoscia di castrazione. Le perversioni, secondo questa visione classica, assolvono, quindi, la funzione di negare la castrazione. Secondo lo studioso Stoller (1975, 1985) l’essenza della perversione è la conversione “di un trauma infantile in un trionfo adulto”. I pazienti sono spinti dalle loro fantasie di vendicare umilianti traumi infantili causati dai genitori. Il loro metodo di vendetta è di umiliare o disumanizzare il partner durante la fantasia o l’atto perverso. Secondo Michell (1988) l’attività sessuale perversa può anche essere una fuga dalla relazionalità oggettuale. Molte persone che soffrono di parafilie si sono separate e individualizzate in maniera incompleta dalle loro rappresentazioni intrapsichiche della madre. Il risultato è che sentono che la loro identità come persone separate viene costantemente minacciata da una fusione da parte di oggetti interni o esterni. L’espressione sessuale può essere l’unica area nella quale riescono ad affermare la loro indipendenza. La McDougall (1986), che come sopracitato, propone l’utilizzo del termine neosessualità, suggerisce che il comportamento sessuale evolve da una complicata matrice di identificazioni e controidentificazioni con i genitori. Ciascun bambino è coinvolto in un teatro psicologico inconscio che sorge dai desideri e conflitti erotici inconsci dei genitori. Per cui la natura obbligatoria di ogni neosessualità è programmata da copioni genitoriali interiorizzati dal bambino. Infine, secondo l’autrice, certe pratiche ed oggetti sessuali diventano come una droga che il paziente usa per curare un senso di morte interno e una paura di disintegrazione del Sé. Per Kohut (1971, 1977), l’attività perversa comprende un tentativo disperato di ristabilire l’integrità e la coesione del Sé in assenza di risposte empatiche da oggetto-Sé da parte degli altri. L’attività o fantasia sessuale può aiutare il paziente a sentirsi vivo ed integro quando minacciato dall’abbandono o dalla separazione. Un comportamento perverso in terapia può essere una reazione a fallimenti di empatia da parte del terapeuta, che portano ad un temporaneo scompiglio nella matrice Sé/oggetto-Sé. Per quanto concerne, nello specifico, lo studio delle perversioni femminili, la Kaplan (1991) sottolinea che esse implicano dinamiche più sottili rispetto alla sessualità più prevedibile delle perversioni maschili. Delle attività sessuali che derivano dalle parafilie femminili fanno parte le tematiche della separazione, dell’abbandono e della perdita. Concludendo, prima di prendere in esame le dinamiche di ciascuna parafilia, dobbiamo ricordare che la preferenza individuale di una fantasia perversa piuttosto che di un’altra rimangono oscure. Pertanto, la comprensione psicodinamica di un paziente coinvolto in un’attività sessuale perversa implica una comprensione esauriente del modo in cui la perversione interagisce con la sottostante struttura caratterologica del paziente.

Esibizionismo e voyeurismo
Esponendo pubblicamente i propri genitali alle donne e alle bambine sconosciute, l’esibizionista si rassicura di non essere castrato (Freud, 1905 – Fenichel 1945). Le reazioni di shock che queste azioni provocano lo aiuta a fronteggiare l’angoscia di castrazione e gli dà un senso di potere sul sesso opposto. Lo studioso Stoller (1985) ha messo in evidenza che le azioni esibizionistiche tipicamente fanno seguito a una situazione nella quale il responsabile si è sentito umiliato, spesso da parte di una donna. Inoltre, l’atto di mostrare i suoi genitali permette all’uomo di riguadagnare un qualche senso di valore e di identità maschile positiva. Spesso questi uomini rivelano una profonda insicurezza rispetto al loro senso di mascolinità. Secondo Mitchell (1988) gli esibizionisti spesso sentono di non aver avuto nessun impatto su nessuna persona della propria famiglia hanno pertanto dovuto ricorrere a misure straordinarie per essere notati. Anche l’altra faccia dell’esibizionismo, il voyeurismo, comporta la violazione del privato di una donna sconosciuta, un trionfo aggressivo, ma segreto sul sesso femminile. Fenichel (1945) ha associato le tendenze voyeuristiche a una fissazione alla scena primaria infantile, nella quale il bambino assiste o ode a un rapporto sessuale tra i genitori. Questa precoce esperienza traumatica potrebbe stimolare l’angoscia di castrazione del bambino e portarlo poi, una volta adulto, a rimettere in atto la scena più e più volte nel tentativo di padroneggiare attivamente un trauma vissuto passivamente. Infine, lo studioso identificò anche una componente aggressiva nel guardare, concettualizzandola come uno spostamento del desiderio di essere direttamente distruttivo verso le donne, al fine di evitare sentimenti di colpa.

Sadismo e masochismo
Il sadismo e il masochismo, sono le uniche parafilie che si riscontrano regolarmente nei due sessi. I pazienti afferenti da sadismo, stanno spesso inconsciamente tentano di capovolgere scenari infantili nei quali sono stati vittime di abuso fisico o sessuale. Infliggendo ad altri quello che accadde a loro quand’erano bambini, ottengono al medesimo tempo vendetta e un senso di padronanza sulle esperienze infantili di abuso (Fenichel 1945). In termini relazionali, secondo Michell (1988), il sadismo spesso si sviluppa da una particolare relazione interna nella quale l’oggetto rifiutante e distante necessita di uno sforzo energico per superare la propria resistenza rispetto alla propria rappresentazione del Sé. Anche i pazienti masochisti, che hanno bisogno di umiliazioni e addirittura di dolore per raggiungere il piacere sessuale, possono star ripetendo delle esperienze infantili di abuso. Secondo Fenichel (1945), i pazienti masochisti possono essere fortemente convinti di meritare delle punizioni per i loro desideri sadici conflittuali e che l’accettazione di un atto sadico è un “male minore” rispetto alla loro paura di castrazione. Secondo la corrente della Psicologia del Sé, il comportamento masochista può essere esperito dal paziente come capace di ristrutturare il Sé. A tal proposito, una paziente masochista scrisse al proprio terapeuta “il dolore fisico è meglio della morte spirituale”. Infine, secondo Mitchell (1988) la resa masochista è la messa in atto di una relazione d’oggetto interna nella quale l’oggetto risponderà al Sé solo quando viene umiliato.

Feticismo
Per raggiungere l’eccitamento sessuale, i feticisti hanno bisogno di usare un oggetto inanimato, spesso un articolo di biancheria intima femminile, o una scarpa, oppure una parte non genitale del corpo. Freud originariamente spiegò il feticismo come derivato dall’angoscia di castrazione. L’oggetto scelto come feticcio rappresenta il pene femminile, uno spostamento che aiuta i feticisti a superare l’angoscia di castrazione. Seguendo la premessa secondo la quale la consapevolezza maschile dei genitali femminili accresce la paura dell’uomo di perdere i suoi stessi genitali e di diventare come una donna, Freud pensò che questa simbolizzazione inconscia spiegasse la presenza relativamente comune del feticismo. Il fondatore della psicoanalisi utilizzò questa formulazione per sviluppare il suo concetto di scissione dell’io (1938): nella mente del feticista coesistono due idee contraddittorie: la negazione della castrazione e l’affermazione della castrazione. Il feticcio le rappresenta entrambe. Secondo la studiosa Greenacre (1979) il feticismo deriva da gravi problemi nella relazione madre-bambino: il bambino non può essere consolato dalla madre o da oggetti transazionali. Per esperire un’integrità corporea, il bambino ha bisogno pertanto di un feticcio, un oggetto rassicurante, duro, inflessibile, immutabile e duraturo. Questi precoci disturbi pregenitali vengono in seguito riattivati quando il maschio bambino o adulto è preoccupato riguardo all’integrità genitale. In sostanza la Greenacre ha visto il feticcio operante come un oggetto transizionale.
Anche, lo studioso Kohut (1977), ha sostenuto una visione abbastanza simile del feticismo, sebbene espressa in termini di Psicologia del Sé. Secondo la sua visione, il feticista, in contrasto con i sentimenti di impotenza nei riguardi della madre, può avere un controllo completo sulla versione non umana dell’oggetto-Sé. Pertanto, quello che appare come un intenso bisogno sessuale di un oggetto narcisistico può in realtà riflettere una grave ansia riguardo alla perdita del proprio senso di Sé (Mitchell, 1988).

Pedofilia
Secondo la visione classica (Fenichel, 1945; Freud, 1905), la pedofilia rappresenta una scelta oggettuale narcisistica; questo significa che il pedofilo vede il bambino come un’immagine che rappresenta se stesso. I pedofili venivano anche considerati come individui impotenti e deboli che cercano i bambini come oggetti sessuali in quanto ponevano minori resistenze o creavano minore ansia dei partner adulti, permettendo così ai pedofili di evitare l’angoscia di castrazione.
Nella pratica clinica si riscontra come l’attività sessuale con bambini prepuberi può puntellare la fragile stima di Sé. D’altra parte, il pedofilo spesso idealizza i bambini: l’attività sessuale con loro comporta la fantasia inconscia di fusione con un oggetto ideale o di ristrutturazione di un Sé giovane, idealizzato. A un livello più profondo, l’unione con un bambino rappresenta il desiderio di incorporare il seno della madre e pertanto di compensare l’effettiva assenza di cure materne nella prima infanzia. Inoltre, i pedofili sono frequentemente stati vittime di abusi sessuali infantili. Dinamiche sadiche e un senso di trionfo e di potere può accompagnare la trasformazione di un trauma passivo in una vittimizzazione perpetrata attivamente.
Concludendo, anche il potere e l’aggressività sono preoccupazioni importanti nei pedofili la cui attività sessuale è limitata a relazioni incestuose con i propri figli o figliastri. Questi uomini spesso non si sentono amati dalle loro mogli, e sollecitano delle risposte di protezione da parte dei figli presentando se stessi come vittime. L’altra faccia del loro autopresentarsi come martiri è, tuttavia, un senso di controllo e di potere sul proprio partner sessuale. Questi padri incestuosi covano una straordinaria aggressività verso la donna, e pensano spesso al loro pene come a un’arma da utilizzare in atti di vendetta contro la donna.

Travestitismo
In questa comune parafilia, il paziente maschio si veste da donna per creare in sé un eccitamento sessuale che porta a un rapporto sessuale eterosessuale o alla masturbazione. Il paziente si comporta in maniera tradizionalmente maschile quando è vestito da uomo, ma diventa effeminato quando è vestito da donna. La classica comprensione psicoanalitica del travestirsi da donna comporta la nozione di madre fallica. Immaginando che la madre possieda un pene, anche se questo non è chiaramente visibile, il bambino maschio supera la sua angoscia di castrazione. L’atto di travestirsi da donna può pertanto essere un’identificazione con la madre fallica (Fenichel, 1945).
A livello più primitivo, il bambino piccolo può identificarsi con la madre per evitare l’ansia relativa alla separazione. La sua consapevolezza delle differenze sessuali tra lui e la madre può attivare l’ansia di perderla perché essi sono persone separate.

Approcci terapeutici
I pazienti affetti da parafilie sono notoriamente difficili da trattare. La maggior parte dei parafiliaci sono poco interessati a rinunciare alle proprie perversioni, vissute come spesso come egosintoniche e fonte di piacere. La maggior parte dei pazienti va in terapia a seguito di pressioni esercitate da altri (es. crisi coniugale, causa giudiziaria etc etc) e possono cercare di dare un’immagine di sé distorta per ottenere dei vantaggi secondari. A volte i pazienti parafiliaci presentano, anche un disturbo di personalità (es. antisociale, borderline, narcisista) e necessitano di trattamenti terapeutici integrati accuratamente personalizzati.

Psicoterapia individuale
La psicoterapia individuale espressivo-supportiva con enfasi espressiva è spesso il metodo preferito di trattamento, ma le aspettative di un terapeuta devono però essere modeste. Anche se diversi pazienti potranno migliorare in termini di relazionalità oggettuale e funzionamento dell’Io, le tendenze perverse sono meno facilmente modificabili. In genere, gli individui con organizzazione del carattere di più alto livello hanno un esito migliore di quelli con organizzazione borderline. Inoltre, la prognosi è più favorevole, allorché i pazienti posseggano una mentalità psicologica, abbiano un qualche grado di motivazione, provino un certo disagio per i loro sintomi e siano curiosi riguardo alle origini di tali sintomi. Tipicamente, il trattamento dei pazienti parafiliaci presenta alcuni problemi. Nello specifico: il diniego del disturbo, ovvero i pazienti raramente desiderano focalizzarsi sulla perversione, il terapeuta deve integrare il comportamento parafiliaco con il settore centrale del funzionamento della personalità del paziente per permettergli di affrontarlo; l’importanza da parte del terapeuta di non assumere un atteggiamento punitivo verso il paziente: il comportamento perverso facilmente evoca nei terapeuti delle risposte di forte disapprovazione che ostacolano l’alleanza terapeutica e lo svolgimento del trattamento. Compiti prioritari del terapeuta per il trattamento delle parafilie sono: cercare insieme al paziente i significati inconsci del sintomo e la sua funzione all’interno della personalità dell’individuo e spiegare le connessioni del sintomo con gli altri stati emotivi e gli eventi della vita che possono accrescere il bisogno del sintomo. Concludendo, nessuna terapia presa singolarmente è efficace per tutte le parafilie, sono assolutamente necessari approcci individualizzati, nel corso dei quali il paziente deve arrivare ad accettare completamente la responsabilità delle proprie azioni e dei danni causati conseguentemente ai comportamenti patologici.

Terapia coniugale
La terapia della coppia può essere cruciale per il successo del trattamento delle parafilie. Aiuta a delineare come l’attività perversa rifletta difficoltà sessuali ed emotive nella diade coniugale. Può anche alleviare nella moglie gli infondati sentimenti di colpa e responsabilità circa i comportamenti del coniuge e farla sentire partecipe alla risoluzione del comportamento del marito. L’esplorazione del disaccordo coniugale può anche rivelare che la parafilia è un contenitore o un capro espiatorio che sposta l’attenzione da uno o più aree problematiche del matrimonio.

Terapia della famiglia
La terapia della famiglia è soprattutto indicata nei casi di pedofilia che si verificano nel contesto di un incesto. Il terapeuta che si accosta a questo tipo di patologia familiare cercando di punire i colpevoli incontrerà una resistenza massiccia: i membri della famiglia “faranno quadrato” per escludere l’azione del terapeuta come fosse un aggressore esterno che va ad alterare precari equilibri omeostatici esistenti nel nucleo familiare. Il terapeuta, deve invece, riconoscere e rispettare la fedeltà e la protezione della vittima nei confronti del padre incestuoso. È importante che il terapeuta focalizzi l’attenzione sul desiderio del padre di relazionalità e vicinanza emotiva, piuttosto che sulla sessualità o perversione sul minore. E infine, il terapeuta deve prendere in esame con empatia l’impoverimento delle risorse emotive della madre, che pure collude inconsciamente al perpetuarsi della dinamica familiare incestuosa.

Trattamento ospedaliero
Il trattamento ospedaliero è indicato soprattutto per i pedofili, ma anche per gli esibizionisti, incapaci di controllare il proprio comportamento se trattati in modo ambulatoriale. Tuttavia, molti pazienti e specie i pedofili, per evitare di doversi confrontare in merito alla propria perversione con gli altri durante le riunioni di gruppo possono: ammaliare gli altri pazienti per bloccare le risposte di feedback che vengono invece date agli altri pazienti; mentire sul proprio comportamento e, infine, fingere di seguire effettivamente il trattamento.

Psicoterapia di gruppo
La psicoterapia di gruppo è indicata soprattutto per i pazienti affetti da voyeurismo ed esibizionismo. L’esperienza del gruppo fornisce un misto di sostegno e di confronto con altri aggressori che hanno intima familiarità con il problema del paziente.

Farmacoterapia
I farmaci antiandrogeni, come il ciproterone acetato (CPA) e il medrossiprogesterone acetato (MPA, Depo-Provera), rappresentano comuni strumenti terapeutici. Ma il loro utilizzo è comunque limitato a causa di effetti collaterali sulla salute del paziente. Infine, è notevolissimo il problema della bassa compliance dei prodotti e il fatto che non risolvano la deviazione in sé. Se il farmaco viene interrotto, infatti, il comportamento deviante riappare.

Bibliografia

- Quick Reference to the Diagnostic Criteria from DSM-IV by American Psychiatric Association, Washington D.C., 1994-1995.
- Gabbard Glen O. (2000), Psychodynamic Psychiatry in Clinical Practice, American Psychiatry Press, Inc.(trad. it. Psichiatria psicodinamica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002).
- Simonelli C. (1996), Diagnosi e trattamento delle disfunzioni sessuali, Franco Angeli, Milano.

Pubblicato da: Irenotta | 24 gennaio 2012

Cervicale, collo e Narcisismo secondo Willhelm Reich

Il collo è la sede di importantissimi organi connessi con vari sistemi:

Digerente (faringe, esofago);
Respiratorio (laringe, trachea, polmoni);
Circolatorio (importanti arterie e vene come la carotide e la giugulare);
Endocrino (ghiandole vitali come tiroide, paratiroidi, timo)
Nervoso periferico (i primi tre gangli che regolano la circolazione, il funzionamento della tiroide, le funzioni cardiaca e polmonare).

I muscoli di questo segmento sono disposti in tre strati:

Lo strato profondo è costituito dai muscoli che aderiscono posteriormente e anteriormente alla colonna vertrebrale cervicale.

Questi muscoli tengono unite le vertebre cervicali alle clavicole, sterno, coste, scapole.

La tensione di questi muscoli profondi può generare un non allineamento delle vertebre (percepibile alla palpazione), è responsabile della morfologia del collo (sottile o grosso, lungo o corto) e della famosa artrosi cervicale.

È bene conoscere la differenza fra un cattivo allineamento delle vertebre del collo e una “frattura” dell’allineamento stesso.

Quest’ultima è indicativa di una condizione schizoide, che è rilevabile osservando la persona in piedi: all’altezza del collo la linea della colonna si “interrompe” per poi proseguire “spostata” rispetto all’asse della colonna intera.

Ovviamente la tensione cronica di questi muscoli è responsabile anche delle cifosi (gobba o arrotondamento in genere nella parte superiore della colonna) o scoliosi (deformità laterale della colonna).

Nello Strato medio si trovano i muscoli che anteriormente ricoprono la laringe e la tiroide e che provengono sia dalla mandibola che dal torace.

Per produrre suoni, nel pianto, nel riso la laringe deve poter essere mobile, quindi una tensione cronica a questo livello ha le conseguenze che immaginate.

La ghiandola tiroide è formata da due lobi posti lateralmente alla trachea. La tiroide svolge un ruolo importantissimo nel controllo del metabolismo, è fondamentale per la crescita ossea e per la rapidità dei processi mentali.

La funzionalità della tiroide è controllata dall’ipotalamo e da un’altra ghiandola: l’ipofisi.

La condizione ipertiroidea è tipica di soggetti ansiosi ma molto controllati e quindi chiusi e orgogliosi. L’ansia al primo livello li porta a caricare l’ipotalamo che stimolando l’ipofisi aumenta la produzione di calcitonina (calcio) con sintomi neuro-vegetativi come tremito, ipersudorazione, tachicardia ecc.

La condizione ipotiroidea porta ad un rallentamento dei processi mentali. La condizione di deficit energetico è caratteristica dello stato borderline che può presentare a volte allucinazioni e fobie.
muscoli del Terzo strato sono rilevanti ai fini della postura del capo.

Sono localizzati posteriormente, come ad es. il trapezio e lateralmente, come gli scaleni e lo sternocleidomastoideo.

Una condizione riconducibile alla tensione di questi muscoli è il torcicollo. La limitazione dei movimenti del collo corrisponde psicologicamente ad una diminuzione nella capacità del soggetto di “guardarsi intorno”, ad avere un’ottica ristretta e un comportamento rigido che gli fa perdere di vista l’insieme a favore del dettaglio e lo porta su posizioni di egoismo.

Inoltre la trazione dei muscoli del collo influenza il torace gonfiando e comprimendo la gabbia toracica soffocando il cuore e compromettendo la capacità amorosa.

L’importanza degli organi situati nel collo per la salvaguardia della vita fa sì che il collo rappresenti più di ogni altra parte del soma, l’istinto di conservazione. È il luogo privilegiato della difesa dalla minaccia di annientamento somatico e psichico.

Nel collo troviamo i ricordi che fanno riferimento alle situazioni in cui ci hanno mortificato e umiliato. Purtroppo l’integrità psicologica dei bambini è spesso violata costringendoli ad ingoiare “cose” che altrimenti rifiuterebbero.

La tensione muscolare di questo segmento rappresenta una difesa inconscia contro la possibilità di essere costretti ad ingoiare qualunque “cosa” inaccettabile proveniente dall’esterno.

È anche, al tempo stesso, una difesa o un controllo inconscio contro l’espressione di sentimenti che si teme possano essere inaccettabili per gli altri.

Il collo finisce così per rappresentare “il controllo” per eccellenza, una specie di stazione in cui si decide cosa far passare in entrata o in uscita.

Nel collo è localizzato il sef-control, che cronicizzato impedisce a causa della rigidità psicologica, (non solo fisica), di potersi concedere e abbandonare a se stessi e all’altro.

Da un punto di vista somatopsicodinamico per Federico le infiammazioni a carico della faringe, condotto posto tra la bocca e l’esofago, sono somatizzazioni riconducibili alla difficoltà a “inghiottire” o “digerire” una novità sgradevole.

La laringite, invece, (l’apertura delle vie respiratorie), caratterizzata da disfonia o afonia, è collegata ad una situazione affettiva in cui ci s’impedisce di parlare e urlare.

Il narcisismo
Le offese e le umiliazioni del passato sono gli ingredienti della “ferita narcisistica”, la matrice dell’odio vendicativo, come abbiamo visto in altre sezioni di questo sito (Antonio Mazzetti, Laura Rita, Antonio Mercurio).

La presenza d’organi indispensabili alla sopravvivenza e il ruolo rilevante del collo nel controllo delle sensazioni, emozioni e sentimenti fa di questo livello il luogo in cui troviamo rappresentati l’orgoglio e il narcisismo.

Vi sono un narcisismo primario (fisiologico) e uno secondario (nevrotico).

Il narcisismo primario nasce nel periodo in cui il bambino, ormai muscolarmente capace, scopre il suo corpo e il piacere che può darsi da sé.

Questo tipo di narcisimo compare in forma inconscia verso i nove mesi, e coscientemente verso i due anni di vita. Siamo nella fase dell’autoerotismo, dell’inizio della masturbazione e della scoperta della propria identità sessuale.

Scoprendosi capace di darsi piacere, il bambino scopre due parti di sé:

il “me”
cioè il contatto con se stesso, l’energia auto-indirizzata
l’”io”
cioè il contatto con gli altri, l’energia etero-indirizzata.
Si può dire, quindi, che il bambino scopre se stesso attraverso il piacere che può darsi. Quando questo processo di scoperta è impedito o contrastato l’identità personale non può fondersi e integrarsi armoniosamente con quella del proprio genere sessuale: qui nasce l’ambivalenza e l’omosessualità latente.

Il collo rappresenta l’identità personale; il bacino con le pelvi, invece, l’identità sessuale. Tra i due esiste, quindi, un collegamento naturale, ciò fa sì che collegato al blocco del terzo livello vi sia sempre un blocco al settimo: la pelvi.

L’impossibilità ad abbandonarsi tipica del blocco narcisistico coinvolgendo il bacino impedisce l’abbandono orgastico e, nelle donne, un facile svolgimento del parto.

Dalla repressione del narcisismo primario, nasce Il narcisismo secondario.

In altre parole l’energia destinata al contatto con gli altri è ripiegata, reindirizzata reattivamente sull’io che s’ingigantisce. Si crea qui il Super-io primitivo (l’altro si trova nel bacino), e al piacere si sostituisce l’insoddisfazione di sé.

Ci sono due Super-Io, uno legato al collo: super-io come ideale dell’io, per cui il soggetto ha paura del proprio giudizio; il secondo super-io è invece legato alla pelvi, e in quel caso il soggetto ha paura dell’opinione degli altri che rappresentano, fantasmaticamente, l’entità autoritaria che giudica il sesso una cosa sporca.

Cominciano, così, auto-richieste sempre più pressanti di perfezione che spingeranno poi il soggetto, all’ambizione, competizione, carrierismo, lo priveranno dell’umiltà e della possibilità di sentire i propri limiti rendendolo sempre più orgoglioso e rigido.
Narcisismo e carattere
Il tentativo costante di superare noi stessi e le nostre paure ci fa vivere continuamente in ansia. Quest’ansia stabilisce un’unione naturale tra il collo e il diaframma dove troviamo il MASOCHISMO.

Il narcisista ha anche un tratto masochista, perché per la sua brama di potere elabora progetti a lungo termine che impongono sacrifici e lo privano della gioia del presente.

Il masochista è anche un narcisista a rovescio. Facendo una vita di sacrifici si sente un martire, un eroe e un santo.

Il soggetto per vanitosa presunzione, si “carica” sulla nuca le responsabilità del mondo intero sviluppando così, quello che è conosciuto come il “Complesso di Atlante”. (In anatomia è chiamata “atlante” la prima vertebra cervicale; nella mitologia classica, Atlante è il titano che sorregge l’intera volta celeste).

Il tratto narcistico è, con aspetti diversi, presente in ogni tipo caratteriale: orale, coatto, fallico e isterico.

La posizione fallico-narcista, per esempio, ha la sua genesi verso i tre anni di età quando il bambino o la bambina si avvicinano edipicamente al genitore di sesso opposto.

Quando la richiesta del bambino, che è naturalmente seduttiva ed esibizionistica, è repressa o respinta ciò genera, in lui, una condizione di ambivalenza con desiderio di conquista e vendetta insieme.

Quest’angoscia di castrazione fa sì che il fallico-narcista s’identifichi con il fallo, (nelle donne vi è la fantasia di averlo) e che utilizzi la sessualità come un’arma per vendicarsi.
“Sono sicuro che alcuni di noi hanno conosciuto quei momenti di gioia in cui l’io si fa da parte e il bambino che è in noi è libero di ridere e di amare. Purtroppo perdiamo troppo presto la nostra innocenza e, ancora peggio, ne siamo lieti. Non vogliamo essere innocenti perché questo ci rende vulnerabili al ridicolo e alle ferite. Preferiamo essere sofisticati, cosa che ci permette di sentirci superiori. Ci sembra che la gente sofisticata si diverta di più: feste, baldorie, stranezze, assenza di limiti.
Che cos’hanno gli innocenti? Un cuore aperto, piaceri semplici, fede. Quanto è più allettante saperla lunga, conoscere tutto della vita, gli alti e i bassi, avere potenza, essere ammirati, sentirsi speciali. E’ difficile resistere alla seduzione del potere, in modo particolare quando da bambini si è stati feriti e traditi da chi si amava.
Vendere il regno dei cieli per il potere è un patto con il diavolo.
Il narcisista lo accetta.”
Alex Lowen, Il narcisismo – L’identità rinnegata (1983)

Pubblicato da: Irenotta | 24 gennaio 2012

Un caso clinico di narcisismo: l’esempio di Franz

A cura del Dott. Salvatore Valvo, psichiatra olistico

Franz aveva poco più di trent’anni quando mi consultò, circa la sua incapacità di esprimere i sentimenti.

Aveva un corpo ben fatto, muscoloso: era cresciuto in campagna e lavorava nella fattoria dei genitori. A scuola aveva praticato la lotta (i lottatori sanno incassare bene i colpi).

Franz era il primo di cinque fratelli. “Per quanto riesco a ricordare,” narrò, “mio padre non sapeva fare altro che gridarmi dietro, darmi dello stupido e dirmi che “non valevo niente”.

Inoltre mi picchiava ogni volta che facevo qualcosa che lo infastidiva –sul lavoro, a tavola e perfino quando dormivo.Una volta, avevo undici anni, mi picchiò con un tubo di gomma finché crollai sul pavimento pensando che mi volesse uccidere e sentendo che stavo per morire. Mia madre, che era presente, mi disse: “Franz, cerca di fare il bravo e fai quello che ti dice tuo padre.”

Durante il racconto Franz non mostrò tracce di emozione. E’ vero che, avendomi chiesto un consulto, voleva darmi rapidamente le informazioni necessarie, ma la sua impassibilità mi sorprese.

Poi raccontò di un ricordo che risaliva all’infanzia, “ricordo che avevo una angoscia terribile e mi rotolavo sul pavimento mentre mia madre mi diceva che ero un bambino cattivo. Non riuscivo a frenarmi, ero incapace di scappare. Mi sentivo come se fossi posseduto da un spirito maligno.” Sono esperienze che non possono non lasciare il segno, ma Franz aveva usato tutta la sua volontà per superare questo vissuto devastante.

“Alle scuole superiori e all’università,” proseguì, “ero duro e freddo. Dopo essermi specializzato in psicologia, lavorai in un centro psicosociale, ma avendo a che fare con gente che aveva dei problemi capii che anche in me c’era qualcosa che non andava, arrivai al punto che durante un colloquio con un paziente, mi parve di guardarmi allo specchio, sentivo di avere bisogno di una terapia ma fu difficile ammettere di fronte a me stesso che in me c’era davvero qualcosa che non andava.” “Ho dei problemi con le figure autoritarie e con i pazienti, nei confronti delle prime provo terrore e rabbia, e ora so che hanno origine dall’esperienza con mio padre. Con i pazienti mi sento superiore e mi comporto come se sapessi già tutto.Mi accorgo d avere un forte atteggiamento di sfida, un rifiuto che mi impedisce una qualsiasi azione positiva. Adesso capisco che blocco me stesso per paura del fallimento e del successo, che mento a me stesso su chi sono, che non posso concedermi un intervallo di benessere. Mi è difficile lasciarmi andare all’intimità, reprimo la rabbia e la collera e mi sono abituato a subire la violenza in maniera masochistica.”

Il racconto della brutalità subita da Franz  mi sconcertò e mi venne in mente una domanda: perché non era diventato uno psicopatico? Non avevo dubbi sul fatto che potesse uccidere ma ero certo che non avrebbe tradotto in azione i suoi impulsi. Aveva un sufficiente autocontrollo e c’era una incrinatura e non una scissione nella sua personalità.

Il consulto era stato deciso per vedere che cosa potessi fare per aiutare Franz a ritrovare il contatto con la tristezza latente e con la collera che aveva represso.

Piangere, per Franz, significava ammettere di non essere capace di incassare. Era dimostrando di saper sopportare qualsiasi cosa che aveva sconfitto il padre.

Con l’esperienza che gli derivava dalla sua professione , Franz era in grado di capire le dinamiche della sua condizione, mi basai dunque su questa consapevolezza e usai un metodo molto semplice per farlo piangere.

Lo feci sedere su uno sgabello con le mani protese verso una sedia dietro di lui.

E’ una posizione stancante e se il corpo è rigido può essere anche dolorosa.

Per resistere allo sforzo il paziente è costretto a respirare più a fondo. La respirazione profonda carica il corpo di energia, perché permette di introdurre più ossigeno nei polmoni.

Mentre era steso sullo sgabello Franz fu incoraggiato ad emettere un suono fino a che non avesse espulso tutta l’aria dai polmoni. Fare uscire completamente l’aria agisce contro la tendenza a trattenersi e facilita così l’espressione dei sentimenti.

Mentre il paziente emette questo suono prolungato, arriva un punto, verso la fine dell’espirazione, in cui la voce si rompe.

Il suono che ne risulta è molto simile ad un singhiozzo, quindi se indugia nel punto di rottura il paziente comincia a singhiozzare via via sempre più profondamente man mano che cominciano a fluire i sentimenti soppressi di tristezza. Questo sfogo si verifica se la persona vi è preparata e l’accetta.

Quando fece questo esercizio Franz si abbandonò a una tristezza e a un pianto profondo, tra i singhiozzi espresse anche la pena e la collera che provava.

Dio mio, perché mi hai fatto tanto male? Ti odio Come hai potuto farmi questo?”

Il pianto e le grida durarono diversi minuti e per lui fu una vera conquista.

Ma Franz aveva bisogno anche di esprimere più completamente la sua collera……(lavoro sul lettino con pugni e racchetta). Il paziente può abbandonare il controllo perché sa che c’è il terapista che lo mantiene.

Agli occhi di chi guarda lo sfogo può sembrare spaventoso e pazienti sembrano dei pazzi. Ma sono solo infuriati, non folli perché sanno quello che stanno facendo

Per arrivare a conoscere se stessi i narcisisti devono ammettere la loro paura della follia e sentire la rabbia omicida che hanno dentro e che identificano con la follia.

Ma possono farlo solo se il terapista conosce questi loro aspetti e non ne ha paura.

La vera pazzia è quella che loro considerano un segno di equilibrio mentale, cioè la mancanza di emozioni.

Comincia, piccolo fanciullo,

a riconoscere dal sorriso tua madre,

comincia piccolo fanciullo;

a chi i genitori non sorrisero,

nessun dio lo degnerà della mensa,

nessuna dea del suo letto.

(Virgilio: Ecloga IV,vv 60-63)

Pubblicato da: Irenotta | 24 gennaio 2012

La ferita narcisistica e la ricerca della felicità

Questa è la relazione del dott. Salvatore Valvo, psichiatra “alternativo”, esposta nel corso del Convegno “Le nuove vie del benessere”, che si è tenuto a Ragusa, il 26 marzo 2004, su un tema che ultimamente mi sta facendo riflettere…

Saluto i partecipanti e ringrazio il Prof. Pippo Palazzolo dell’invito rivoltomi. Sono uno psichiatra e come tale mi occupo di disturbi mentali da quasi un ventennio. La mia formazione nel corso di questi anni si è sviluppata su due fronti uno di matrice organica e meccanicista, l’altro umanistico, olistico ed esperenziale (gestalt, danzaterapia, psicodramma e rebirthing). Quest’ultimo genere di formazione mi ha aiutato e mi aiuta quotidianamente a capire meglio le mie emozioni e a cercare di comprendere la sofferenza della persona che chiede aiuto. Inoltre l’esperienza quotidiana alimenta sempre più la convinzione che angoscia, tristezza, rabbia, euforia o passione non siano solo il risultato di una danza di molecole, ma qualcosa di più complesso che ha radici nei vissuti personali e relazionali di ognuno di noi.

 Inoltre io ritengo che una società civile debba strutturare i suoi servizi sanitari e formare i suoi operatori nel recupero di una dimensione etica e umana dell’individuo che soffre e non solo nella ricerca di nuove molecole (pillole della felicità!).

Il tema da me scelto per questo convegno: “La ferita narcisistica e la ricerca della felicità”  dove io aggiungerei “perduta”, è scaturito dall’idea di proporre una riflessione sul significato da attribuire al termine peraltro oggi molto inflazionato.

Prima di procedere nella storia di questo concetto, che riguarderà necessariamente il livello teorico e quindi rischierà di essere arida o difficile, può essere utile partire dal dato clinico, affinché possiamo tenerlo come punto di riferimento durante la discussione successiva. Le nostre disquisizioni teoriche sono sterili se non ci aiutano a comprendere la clinica. A questo proposito, il disturbo narcisistico di personalità è diventato molto di moda negli ultimi tempi, e l’uso di questo termine, originariamente diffusosi nella letteratura psicoanalitica, si nota sempre di più anche nel linguaggio comune. Sembra che l’aggettivo “narcisista”, assieme a quello di “borderline” (che significa caso “al limite” o “al confine” tra nevrosi e psicosi), a poco a poco abbiano preso il posto dell’aggettivo “isterico”, usato per vari decenni anche questo in modo non sempre rigoroso.

Quando una parola viene usata per molto tempo, può diventare meno efficace, e alcune parole nuove, forse solo per il fatto stesso di essere nuove, acquistano più forza, forse perché vi è la fantasia che un interlocutore al quale esse non sono familiari venga preso alla sprovvista e sia disposto a dare ragione a chi magicamente le pronuncia; quando anch’esse si saranno diffuse, probabilmente dovranno essere riciclate, e altre parole nuove avranno maggiore fortuna. Ci si accorge a volte che ci lasciamo andare a tacciare un paziente di “narcisismo” solo per il fatto di avere una sintomatologia vaga o di difficile inquadramento diagnostico, oppure non facile da affrontare psicoterapeuticamente, se non addirittura per scaricare la nostra frustrazione o aggressività, proprio come a volte si faceva col termine “isterico”.

Evoluzione storica del concetto

L’immagine che ritrae il famoso Narciso di Caravaggio, mi permette di parlare del Mito di Narciso, giovane di Tespi di eccezionale bellezza, figlio della ninfa Liriope e del Dio del fiume Cefiso. Quando nacque il veggente Tiresia gli profetizzo che sarebbe vissuto fino a tarda età se solo non si fosse visto.

Quando Narciso ebbe raggiunto i sedici anni si era lasciato alle spalle una schiera di amanti respinti di ambo i sessi. Tra gli spasimanti vi era pure la ninfa Eco che fu punita da Era, perché la distraeva raccontandole lunghe favole mentre le concubine di Zeus sfuggivano ai suoi occhi, privandola della parola e lasciandole solo la possibilità di ripetere le ultime sillabe delle parole udite.

Narciso respinge bruscamente Eco e gli Dei (Artemide) lo condannano a innamorarsi senza poter soddisfare la propria passione. E così mentre Narciso passeggiava si avvicinò ad una fonte incontaminata, e vide l’immagine riflessa di cui si innamorò, ogni volta che tentava di abbracciare o baciare quel bel fanciullo l’immagine scompariva, cosi capì che era se stesso e rimase ore a fissarsi riflesso nell’acqua. L’amore gli veniva concesso e negato, egli si struggeva per il dolore ma insieme godeva del tormento ben sapendo che almeno non avrebbe tradito se stesso. Cosi morì, alcuni sostengono d’inedia, altri dicono che si trafisse il petto con una spada, comunque si trasformò in un fiore il narciso che cresce lungo i bordi dei corsi d’acqua.(fiore bianco con la corolla rossa da cui pare si estragga un unguento la Cheronea con proprietà antiinfiammatoria, antidolorifica).
E’ significativo che Narciso si innamorò della sua immagine solo dopo aver respinto l’amore di Eco. L’innamorarsi della propria immagine – diventare cioè narcisisti – è interpretato nel mito come una forma di punizione per l’incapacità di amare. Ma chi è Eco? Se non uno specchio sonoro, potrebbe essere la nostra stessa voce che ritorna a noi? Se cosi fosse e Narciso avesse potuto dire : “ti amo” Eco avrebbe ripetuto queste parole e il giovane si sarebbe sentito amato. Ma l’incapacità di dire queste parole identifica il narcisista, avendo ritirato la libido verso il proprio Io.

 Definizione: il termine narcisismo descrive una condizione sia psicologica che culturale. Per comprendere come mai la personalità narcisista acquistò una tale importanza sulla scena psichiatrica da essere inclusa nel 1980 nel DSM-III dall’American Psychiatric Association, occorre conoscere e comprendere alcuni sviluppi avvenuti sia in campo sociale che psicoanalitico. Per quanto riguarda i primi, si pensi solamente al famoso libro del 1978 di Christopher Lasch La cultura del narcisismo [Milano: Bompiani, 1981], cultura che caratterizzerebbe l’era del benessere delle società avanzate, in cui la crisi dei valori e altre complesse trasformazioni sociali avrebbero letteralmente stravolto il significato dell’esistenza dell’uomo facendolo per così dire “ripiegare su se stesso”: è ormai un luogo comune dei mass media definire le ultime decadi di questo secolo come “l’era del narcisismo

 A livello culturale il Narciso può essere inteso: come una “perdita di valori umani”, viene a mancare l’interesse per l’ambiente, per la qualità della vita, per i propri simili.

Una società che sacrifica l’ambiente naturale al profitto e al potere rivela la sua insensibilità, per le esigenze umane.

Quando la ricchezza occupa una posizione più alta della saggezza o la notorietà è più ammirata della dignità e quando il successo è più importante del rispetto di se allora vuol dire che la cultura stessa sopravvaluta l’immagine e deve essere ritenuta narcisista.

A livello individuale: indica un disturbo della personalità caratterizzato da un esagerato investimento sulla propria immagine (a spese del Se, intendendo per Se secondo A. Lowen sentimenti e percezioni del proprio corpo).

I narcisisti sono più preoccupati di come appaiono che non di cosa sentono.

Il quadro clinico

Per avere un’idea più precisa di cosa si intente per narcisismo in termini descrittivi, è utile vedere i criteri diagnostici del DSM-IV-TR

In ambito clinico il concetto di Narciso acquista un significato specifico, nel campo della patologia esiste infatti un Disturbo narcisistico della personalità, dove per disturbi della personalità intendiamo disturbi psichici caratterizzati da tratti permanenti del carattere che pur essendo patologici, non vengono avvertiti dal soggetto come aspetti problematici.

I criteri diagnostici del D.NarcisoD.P secondo il DSM IV sono principalmente: una modalità pervasiva di grandiosità, nelle fantasie, nel comportamento ed uno stile relazionale basato sullo sfruttamento dell’altro.

In entrambi i casi il soggetto si pone sul palcoscenico e relega gli altri al ruolo di spettatori sia che decida di occupare la scena prepotentemente reclamando gli applausi, sia che preferisca restare nascosto dietro le quinte in attesa dell’occasione propizia al trionfo.

Sia il Narciso arrogante, che parla senza rivolgersi a nessuno come se fosse davanti ad un vasto pubblico che il Narciso schivo, che sfugge gli sguardi per difendere le sue fantasie di grandiosità, proiettano sullo specchio quell’ideale di perfezione che li allontana da  se stessi e dal mondo.

Il termine infatti è etimologicamente connesso alla parola greca Narkè che significa torpore. Infatti il Narciso è il torpore di chi insegue il miraggio di un ideale senza riuscire a vedere oltre i vapori delle sue fantasie di grandiosità.

La psicoanalista Kerberg afferma che i Narciso non sono in grado di distinguere tra l’immagine di chi credono di essere e l’immagine di chi effettivamente sono.

Criteri diagnostici

Per quanto riguarda i criteri diagnostici secondo il DSM IV TR andando un po’ di più nel particolare si deve dire che perché sia diagnosticato come disturbo di personalità è necessario che almeno cinque dei seguenti elementi siano presenti:

     1)     Ha un senso grandioso d’importanza (per es. esagera i risultati e i talenti, si aspetta di essere notato come superiore senza una adeguata motivazione)

2)     E’ assorbito da fantasie illimitate di successo, potere, fascino, bellezza e amore ideale.

3)     Crede di poter essere speciale e unico e di dover frequentare e poter essere capito solo da altre persone speciali o di classe elevata.

4)     Richiede eccessiva ammirazione

5)     Ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, cioè la irragionevole aspettativa di trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative.

6)     Sfruttamento interpersonale

7)     Mancanza di empatia, è incapace di riconoscere e di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri.

8)     E’ spesso invidioso degli altri o crede che gli altri lo invidino

9)     Mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi

Molti individui di grande successo manifestano tratti di personalità che potrebbero essere considerati narcisistici, ma soltanto quando questi tratti diventano inflessibili, maladattativi e persistenti e causano conseguentemente compromissione funzionale significativa o sofferenza soggettiva, configurano il quadro che abbiamo descritto come Disturbo narcisistico di personalità.

Manifestazioni e disturbi associati: la vulnerabilità dell’autostima, rende l’individuo con D.NarcisoD.P molto sensibile alle ferite dovute alle critiche o alla frustrazione. La critica può tormentarli e lasciarli umiliati, avviliti, vanificati e svuotati. Tali esperienze conducono a ritiro sociale o a una parvenza di umiltà che può mascherare e proteggere la grandiosità.
Talvolta il funzionamento professionale può essere molto basso riflettendo l’avversione ad accettare il rischio in situazioni competitive.

Sentimenti persistenti di umiliazione e vergogna e l’autocritica che li accompagna, possono associarsi a ritiro sociale, umore depresso, e disturbo distimico o depressivo maggiore. Al contrario periodi prolungati di grandiosità possono associarsi con umore ipomaniacale. Il D.NarcisoD.P. può essere associato con l’anoressia nervosa, con i disturbi correlati a sostanze (specialmente con la cocaina). Anche altri disturbi di personalità come: Istrionico, Borderline, Antisociale, Paranoide, possono essere associati al D.NarcisoD.P.

Se riteniamo inutilizzabile il concetto di narcisismo inteso solo come un eccessivo amore per se stessi, sia per la superficialità che per la chiara intonazione moralistica, allora dobbiamo chiederci, nell’utilizzare questo termine, a cosa esattamente ci riferiamo.

 In quanto medico psichiatra la mia ottica è orientata sul D.NarcisoD.P.

Ma per fare chiarezza e proporre un discorso univoco sul narcisismo, mi sembra necessario partire da due ipotesi.

La prima è che il Narciso è strettamente correlato, in senso genetico e psicodinamico con la formazione e la struttura dell’Io.

 La seconda è che la patologia non si esaurisce esclusivamente nel cosiddetto D.NarcisoD.P. ma pur con tratti diversificati può attraversare una gran parte della psicopatologia.
In Psicologia la storia del Narciso viene in genere fatta risalire a Freud con il suo lavoro del 1914  “Introduzione al Narcisismo”; studio finalizzato ad opporsi alle critiche di Jung circa l’impossibilità di applicare la teoria della libido per spiegare la psicosi schizofrenica.

Freud parti dall’osservazione che in origine il termine Narciso era riferito a quei soggetti che derivano una soddisfazione erotica dalla contemplazione del proprio corpo, si accorse che molti aspetti di questo atteggiamento potevano essere riscontrati nella maggior parte delle persone, quindi pensò che il Narciso potesse far parte del normale decorso dello sviluppo sessuale.

 Secondo Freud noi abbiamo originariamente due oggetti sessuali: noi stessi e la persona che si prende cura di noi (madre). Questa convinzione nasce dall’osservazione che un bambino può derivare piacere erotico dal proprio corpo come anche da quello della madre. Pensando a questo Freud ipotizzò che un “narcisismo primario” sia presente in ogni essere umano, Narciso che può per alcuni rivelarsi l’elemento dominante della scelta oggettuale.

Con Narcisismo primario Freud intende quello stato precoce in cui il bambino investe tutta la sua libido in se stesso prima di scegliere degli oggetti esterni.

Con narcisismo secondario Freud indica indica al contrario un ripiegamento sull’Io della libido che verrebbe cosi sottratta ai suoi investimenti oggettuali.

Il problema è : se esiste una fase normale di narcisismo primario, come avvenga nello sviluppo patologico il fallimento dell’evoluzione da una fase di amore di se (narcisismo primario) all’amore d’oggetto(diretto verso gli altri).

E’ implicito in questo fallimento una mancanza che blocca la normale crescita.

 Altri autori negli anni successivi hanno chiarito meglio di Freud in che cosa consista questa mancanza e anche se non descrivono direttamente il Narciso propongono delle dinamiche che risultano importanti per la comprensione di questa istanza.  

Il primo è Fairbairn, che descrive un Io libidico alla ricerca di un contatto emotivo-affettivo che è presente già alla nascita e un Io antilibidico che si sviluppa per una cronica indisponibilità emotiva della madre e che è il frutto del rapporto con l’oggetto rifiutante.

La tensione che nasce dal conflitto tra questi due aspetti costringe il bambino ad operare una scissione tramite una funzione definita Io realtà.

La concezione di Fairbairn propone la psicopatologia come la scissione di un Io primario unificato e coeso che ha però bisogno di un oggetto gratificante e di una situazione ambientale favorevole.

Con la concezione del Sé vero e Sé falso Winnicott amplia successivamente questa concezione.

“Non è la soddisfazione istintuale che fa si che il bambino cominci ad essere e a sentire che la vita è reale e degna di essere vissuta” (Gioco e realtà). Perché questo succeda è necessaria una holding (azione di contenimento) che gli permetta di esperire un ambiente affidabile fonte di quel senso di Se progressivamente emergente che si manifesta come sentimento di essere vivi, d’integrazione e di personalizzazione. Ma se le situazioni esterne non sono favorevoli il bambino percepirà ogni esperienza come interferenza o sopruso. Di fronte a questo vissuto sarà costretto a costruirsi un falso Se necessario a proteggere il Se vero dallo sfruttamento e dall’annientamento.

La madre funge da intermediario con la realtà esterna, è l’area del gioco e dell’oggetto transizionale che rende possibile la separazione e il ritirarsi in se stesso.

Un autore meno conosciuto è Grunberger che nel 1971 pubblica il suo lavoro sul narcisismo. La tesi centrale è la seguente il Narciso è una energia psichica che trova origine nello stato di elazione prenatale, costituita da una perfetta omeostasi in assenza di bisogni, perché questi sono automaticamente soddisfatti.

Dopo la nascita il bambino deve affrontare le inevitabili frustrazioni dovute al rapporto con la realtà, per sopperire al crollo del suo universo narcisistico ha bisogno di elementi narcisistici provenienti dall’esterno (la madre).

In un sano sviluppo è necessario che abbia luogo un rapporto dialettico tra la componente istintuale-pulsionale e la componente narcisistica.

Per realizzarsi nel modo più favorevole, questa dialettica narcisismo-pulsioni, dovra appoggiarsi su due momenti o forme relazionali, la prima consiste nella “valorizzazione narcisistica speculare”, rispecchiandosi nel genitore che gli conferma attraverso l’amore il narcisismo.

Quest’apporto (madre) non potrà tuttavia essere sempre completo, di qui la necessità di una seconda forma di valorizzazione (di solito il padre) alla quale sarà dato un valore unico ed esclusivo.Essa sarà idealizzata, divenendo il supporto dell’ideale dell’Io (super Io) per il bambino. D’ora in poi, per amarsi, dovrà passare attraverso la mediazione di questa formazione ideale.

Quanto più precoci e intense saranno state le ferite narcisistiche tanto più rigorosa diventerà questa istanza (super Io) e più difficile l’integrazione con la componente pulsionale. La distanza tra l’Io e il suo ideale (Super Io) sempre maggiore porterà a sentimenti di vergogna e a movimenti in senso depressivo (1971, Studio sulla depressione).

Ma e’ stato probabilmente Kohut l’autore che ha contribuito in modo decisivo a stimolare l’interesse attorno al disturbo della personalità narcisista: autorevole analista di Chicago, e già vice presidente dell’International Psychoanalytic Association, Kohut ha ispirato un grosso movimento all’interno della psicoanalisi definito “Psicologia del Sé”, in aperto contrasto con la corrente psicoanalitica tradizionale nota come “Psicologia dell’Io”. Il movimento kohutiano, che secondo alcuni rappresenta la più potente corrente di dissidenza all’interno della psicoanalisi contemporanea ha posto al centro della teorizzazione il concetto più esperienziale fenomenico di Self (il Sé, contrapposto a quello di Io, più impersonale ed astratto), ha fatto leva su certe debolezze della tecnica interpretativa classica riproponendo l’importanza di fattori quali l’”empatia”, ha posto vari interrogativi sulla concezione tradizionale dei fattori terapeutici della psicoanalisi, e così via. La sua influenza sul movimento psicoanalitico è stata così grande che, al culmine del successo e della espansione del movimento della Psicologia del Sé, alcuni addirittura hanno affermato che Kohut sta a Freud come Einstein sta a Newton, nel senso del discepolo che ha trasformato la teoria del maestro.

Il pensiero di Kohut

Ma vediamo brevemente come Heinz Kohut concepisce la psicodinamica dei disturbi narcisistici. Kohut [1971, cit.] incominciò col notare due particolari tipi di transfert nei pazienti narcisistici, che chiamò transfert “speculare” e transfert “idealizzante”. Nel primo il paziente esprimerebbe il bisogno di essere ammirato e “rispecchiato” dal terapeuta, mentre nel secondo esprimerebbe il bisogno complementare di idealizzare e ammirare il terapeuta stesso. Egli poi postulò che il compito del terapeuta non è quello di frustrare questi bisogni, magari interpretandoli come difese, ma quello di accettarli in quanto tali e di corrispondere empaticamente ad essi per permettere al Sé di svilupparsi. Infatti secondo Kohut la genesi dei disturbi narcisistici va ricercata in un atteggiamento “poco empatico” da parte dei genitori che ha provocato l’arresto dello sviluppo a un “Sé grandioso arcaico”, del quale appunto i due tipi di transfert prima menzionati sarebbero la riattivazione nel transfert. E’ solo quindi permettendo al paziente di ripercorrere queste tappe evolutive attraverso un rapporto empatico col terapeuta, il quale ammira il paziente e permette a sua volta di farsi ammirare da lui, che il paziente riesce gradualmente a mitigare o modificare il suo Sé grandioso attraverso quelle che Kohut chiama “internalizzazioni trasmutanti”.

Già da questi pochi accenni si può intravedere la radicale diversità della teoria kohutiana da quella freudiana classica. Kohut concepisce il Sé come qualcosa che dipende dall’ambiente, che può farlo crescere o arrestare a seconda di determinate proprie caratteristiche (come l’empatia dei genitori); il conflitto è quindi tra il Sé e gli oggetti, e non è intrapsichico, come vuole la teoria classica che postula una conflittualità tra Io, Es e Super-Io (in questo senso si può dire che Kohut appartenga alla scuola della “teoria delle relazioni oggettuali”, secondo la quale l’ambiente ha una grossa responsabilità nella costituzione del soggetto).

Ma perché si crea e che funzioni assolve questo Sé grandioso arcaico?

Alla nascita il bambino per mantenere un senso di benessere a fronte delle difficoltà e delle delusioni della realtà esterna, crea un’immagine grandiosa ed esibizionistica del Sé (Sé grandioso) che successivamente verrà trasferita su un oggetto-Sé transizionale che è la madre.

Ed il bambino può mantenere questa immagine positiva (Sé grandioso), solo se trova un reale oggetto che gli rinforza questo sentimento.

“L’accettazione speculare della madre conferma la grandiosità nucleare del bambino; il suo tenerlo e portarlo in braccio permette esperienze di fusione con l’onnipotenza idealizzata dell’oggetto-Sé”.

Se ci sono invece situazioni eccessivamente frustranti, si produce un arresto evolutivo ed una messa in crisi traumatica del Sé grandioso che si manifesterà, successivamente, come disturbo narcisistico di personalità.

Il pensiero di A. Lowen

Uno degli studiosi che più di tutti mi ha interessato per le sue teorie e il suo metodo nella cura dei pazienti con disturbo narcisistico di personalità è A. Lowen medico psicoanalista formatosi alla scuola di Wilhelm Reich.

Lowen è d’accordo sulla definizione di Narciso come “disturbo della personalità”, mentre non è d’accordo con Freud quando afferma che esiste un narcisismo primario, ed interpreta il Narciso patologico come un fallimento del bambino nella evoluzione dall’amore di se all’amore oggettuale, egli ritiene invece che ogni forma di Narciso sia secondaria ad una difficoltà relazionale nel rapporto tra genitore e figlio.

Lowen è convinto che sia il Narciso dei genitori ad essere proiettato sul figlio.

L’autore sostiene che il neonato nasce con un Se che è un fenomeno biologico, l’Io è invece una organizzazione mentale che cresce e si sviluppa insieme al bambino.

Il senso o la coscienza del proprio Se prende forma e si sviluppa man mano che l’Io mentale si definisce attraverso la consapevolezza.

Es.: “Io mi sento adirato”.

I narcisisti operano una separazione o dissociazione dell’Io dal corpo, risultandone una personalità scissa in due, una attiva che osserva: l’Io, e una passiva l’oggetto osservato: il corpo.

Cosi se sentiamo il nostro corpo entriamo in contatto con il nostro Se, se invece ne abbiamo un immagine facciamo un contatto indiretto e falso.

Una persona sana ha entrambe le esperienze e ciò non gli crea problemi, perché l’immagine e l’esperienza diretta coincidono e vengono accettate.

L’accettazione di se manca ai narcisisti che investono la propria libido sull’Io e non sul corpo ritirandola dalle relazioni oggettuali, troncando o falsificando i rapporti con il mondo esterno.

Alice Miller si basa sugli stessi presupposti del pensiero di Lowen, essa ha avuto modo di verificare, nella lunga esperienza con pazienti narcisisti, come la modalità relazionale con le figure genitoriali e in special modo come un rapporto non nutriente con la madre possa determinare un blocco o una distorsione nella evoluzione del Se autentico del bambino.

Spesso i genitori non danno un sostegno e un affetto adeguato disconoscendo e non rispettando l’individualità del proprio figlio, e al tempo stesso con la seduzione cercano di plasmare il bambino e di farlo corrispondere alla immagine che se ne sono fatti.

 Il trattamento dei pazienti narcisisti secondo le tecniche bioenergetiche è diretto ad aiutarli a essere in contatto con il proprio corpo, a recuperare i sentimenti soppressi e a riacquistare l’umanità perduta.

Per fare questo occorre ridurre le tensioni muscolari e le rigidità che impediscono ai sentimenti e alle sensazioni di esprimersi.

La chiave della terapia sta nella comprensione, senza di essa nessun approccio o tecnica terapeutica ha senso o è efficace a livello profondo.

 Tutti i pazienti hanno un disperato bisogno di qualcuno che li capisca, in quanto da bambini non furono capiti, considerati e rispettati dai genitori.
Il terapista che non riesce a capire la pena dei suoi pazienti, a sentire la loro paura e a conoscere l’intensità della loro lotta per difendere il proprio equilibrio in una situazione familiare che potrebbe condurre alla pazzia, non sarà mai in grado di aiutare i pazienti a superare la ferita e il disturbo narcisistico.
Lowen è d’accordo sulla definizione di Narciso come “disturbo della personalità”, mentre non è d’accordo con Freud quando afferma che esiste un narcisismo primario, ed interpreta il Narciso patologico come un fallimento del bambino nella evoluzione dall’amore di se all’amore oggettuale, egli ritiene invece che ogni forma di Narciso sia secondaria ad una difficoltà relazionale nel rapporto tra genitore e figlio.

Lowen è convinto che sia il Narciso dei genitori ad essere proiettato sul figlio.

L’autore sostiene che il neonato nasce con un Se che è un fenomeno biologico, l’Io è invece una organizzazione mentale che cresce e si sviluppa insieme al bambino.

Il senso o la coscienza del proprio Se prende forma e si sviluppa man mano che l’Io mentale si definisce attraverso la consapevolezza.

Es.: “Io mi sento adirato”.

I narcisisti operano una separazione o dissociazione dell’Io dal corpo, risultandone una personalità scissa in due, una attiva che osserva: l’Io, e una passiva l’oggetto osservato: il corpo.

Cosi se sentiamo il nostro corpo entriamo in contatto con il nostro Se, se invece ne abbiamo un immagine facciamo un contatto indiretto e falso.

Una persona sana ha entrambe le esperienze e ciò non gli crea problemi, perché l’immagine e l’esperienza diretta coincidono e vengono accettate.

L’accettazione di se manca ai narcisisti che investono la propria libido sull’Io e non sul corpo ritirandola dalle relazioni oggettuali, troncando o falsificando i rapporti con il mondo esterno.

Alice Miller si basa sugli stessi presupposti del pensiero di Lowen, essa ha avuto modo di verificare, nella lunga esperienza con pazienti narcisisti, come la modalità relazionale con le figure genitoriali e in special modo come un rapporto non nutriente con la madre possa determinare un blocco o una distorsione nella evoluzione del Se autentico del bambino.

Spesso i genitori non danno un sostegno e un affetto adeguato disconoscendo e non rispettando l’individualità del proprio figlio, e al tempo stesso con la seduzione cercano di plasmare il bambino e di farlo corrispondere alla immagine che se ne sono fatti.

 Il trattamento dei pazienti narcisisti secondo le tecniche bioenergetiche è diretto ad aiutarli a essere in contatto con il proprio corpo, a recuperare i sentimenti soppressi e a riacquistare l’umanità perduta.

Per fare questo occorre ridurre le tensioni muscolari e le rigidità che impediscono ai sentimenti e alle sensazioni di esprimersi.

La chiave della terapia sta nella comprensione, senza di essa nessun approccio o tecnica terapeutica ha senso o è efficace a livello profondo.

 Tutti i pazienti hanno un disperato bisogno di qualcuno che li capisca, in quanto da bambini non furono capiti, considerati e rispettati dai genitori.

Il terapista che non riesce a capire la pena dei suoi pazienti, a sentire la loro paura e a conoscere l’intensità della loro lotta per difendere il proprio equilibrio in una situazione familiare che potrebbe condurre alla pazzia, non sarà mai in grado di aiutare i pazienti a superare la ferita e il disturbo narcisistico.

Pubblicato da: Irenotta | 24 gennaio 2012

Ho paura del narcisismo…

Mi rendo sempre più conto di come sia entrata più volte in contatto con gente narcisista, consapevolmente o inconsapevolmente…Ho una maledetta paura di incontrare persone bloccate nei loro sentimenti, incapaci di amare e di instaurare relazioni, per mancanza di volontà, disorientamento o semplicemente a causa delle emozioni bloccate, cristallizzate e ghiacciate nell’anima, che non sono in grado di liberare e che covano dentro di loro come un perverso cancro…

In psicologia dicono che si ha paura di qualcosa o ci si incazza verso un aspetto degli altri proprio perché questo ci appatiene, ci riguarda molto da vicino, è una proiezione di una parte di noi che c’è e che odiamo profondamente, ma che non riusciamo a debellare, dal momento che fa parte del nostro inconscio…Che io non sopporti così tanto il narcisismo proprio perché, forse, un po’ narcisista lo sono anch’io…Chi lo sa…

Questo mi ha portato a fare un eventuale approfondimento su questa tematica sulle pagine di Mal d’Amore…Non è un caso che gran parte delle sofferenze dell’anima e della mente nascano da una problematica comportamentale, comunicativa e relazionale…La sfera dell’affettività, dell’amore (non solo anche quello passionale ma anche quello genitoriale…) influisce molto su quelli che sono i tormenti della psiche…

[...] egli si avvicinò un giorno ad una fonte chiara come l’argento né mai contaminata da armenti, uccelli, belve o rami caduti da alberi vicini; non appena Narciso, esausto, sedette sulla riva di quella fonte si innamorò della propria immagine. Dapprima tentò di abbracciare e baciare il bel fanciullo che gli stava dinanzi, poi riconobbe se stesso e rimase per ore a fissare lo specchio d’acqua alla fonte, quasi fosse incantato. L’amore gli veniva al tempo stesso concesso e negato, egli si struggeva per il dolore e insieme godeva del suo tormento, ben sapendo che almeno non avrebbe tradito se stesso qualunque cosa accadesse. (R. Graves, I miti greci)

Il narcisismo appare ora spostato su questo nuovo io ideale, che si trova in possesso, come l’io di quando si era bambini, di tutte le più preziose qualità. L’uomo si è dimostrato ancora una volta, come sempre nell’ambito della libìdo, incapace di rinunciare a un soddisfacimento di cui ha goduto in passato. Non vuol essere privato della perfezione narcisistica della sua infanzia e se – importunato dagli ammonimenti altrui e dal destarsi del suo stesso giudizio critico – non è riuscito a serbare questa perfezione negli anni dello sviluppo, si sforza di riconquistarla nella nuova forma di un ideale dell’io. Ciò che egli proietta avanti a sé come proprio ideale è il sostituto del narcisismo perduto dell’infanzia, di quell’epoca cioè in cui egli stesso era il proprio ideale. (S. Freud, Introduzione al narcisismo , Boringhieri, Torino, 1976, p. 48)

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Innanzitutto raccontiamo il mito di Narciso

Narciso era Figlio della ninfa Liriope e del dio del fiume Cefiso ed alla nascita l’indovino Tiresia aveva vaticinato che il ragazzo avrebbe vissuto a lungo solo a patto che non conoscesse mai sé stesso.

Narciso era un giovane bellissimo che destava l’ammirazione e l’interesse di tutti coloro che incontrava, sia uomini che donne. Tra gli innamorati di Narciso ci fù la Ninfa Eco che per una maledizione, era stata privata della parola dalla dea Era, e poteva soltanto ripetere le parole degli altri. Eco era quindi incapace di esprimere il proprio amore a Narciso, il quale la respinse. La ninfa morì di crepacuore. Gli dei adirati allora, decisero di punire Narciso per la durezza con cui aveva trattato la Ninfa facendolo innamorare della sua immagine. Fu così che un giorno Narciso passeggiando presso Danacone, si avvicinò a una fonte chiara e limpida e non appena sedette sulla sponda di quella fontana s’ innamorò all’istante del proprio riflesso. Dapprima tentò di abbracciare e baciare il bel fanciullo che gli stava davanti, poi quell’amore che gli veniva al tempo stesso concesso e negato, cominciò a struggerlo di dolore e insieme a farlo godere del suo tormento, fino a quando non morì di languore trasformandosi in un narciso, il fiore che cresce ai bordi delle fonti.

Dal mito di narciso si genera il concetto di narcisista a definire tutte quelle persone in un certo senso innamorate di sé stesse, e poco attente agli altri. È vero che i narcisisti sembrano avere una scarsa considerazione nei confronti di altre persone, ma è anche vero che, paradossalmente, queste persone sono completamente incapaci di provare amore per sé e, di conseguenza, per chiunque.

Nella quarta edizione del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), il narcisismo è collocato tra i disturbi di personalità del gruppo B, e può avere livelli di gravità diversi.
Secondo il DSM IV i criteri diagnostici del narcisismo sono i seguenti:

A)Un quadro pervasivo di grandiosità (nella fantasia o nel comportamento), necessità di ammirazione e mancanza di empatia, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

1. ha un senso grandioso di importanza (per esempio: esagera risultati e talenti, si aspetta di essere notato come superiore senza un’adeguata motivazione);

2. è assorbito da fantasie di illimitati successo, potere, fascino, bellezza, e di amore ideale;

3. crede di essere “ speciale ” e unico, e di dover frequentare e poter essere capito solo da altre persone (o istituzioni)speciali o di classe elevata;

4. richiede eccessiva ammirazione;

5. ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, cioè, la irragionevole aspettativa di trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative;

6. sfruttamento interpersonale, cioè usa gli altri per raggiungere i propri scopi;

7. manca di empatia: è incapace di riconoscere o identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri;

8. è spesso invidioso degli altri, o crede che gli altri lo invidino;

9. mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi.
Aggiungerei ai suddetti criteri diagnostici, anche i seguenti:

Tendono a mostrarsi affascinanti, imprevedibili e seduttivi
Sottolineano la propria superiorità
Temono l’intimità affettiva
Si ritengono indispensabili
Non sono consapevoli delle proprie emozioni e dei propri bisogni
Non accettano le critiche a cui reagiscono con veemenza
Tutto ciò che ‘scelgono’ viene ritenuto di ‘valore’
Ritengono di essere state ‘vittime’ di situazioni o eventi.
Cercano di provocare l’altro
Manifestano un atteggiamento giudicante, svalutante e critico nei confronti degli altri
Pretendono la “devozione” in tutti i sensi dell’altro all’interno della relazione
Desiderano che l’altro sia debole per poterlo aiutare
Tendono ad intuire le debolezze altrui e ad evidenziarle
Talvolta scelgono una donna forte per renderla debole
Qualunque cosa faccia l’altro non và mai bene
Nel descrivere la personalità narcisistica citerò brani del libro “Il narcisismo” dello psicanalista A.Lowen uno dei massimi studiosi del fenomeno. Egli nel suddetto libro distingue cinque turbe narcisistiche in ordine crescente di gravità:
- Carattere Fallico-narcisistico
- Carattere narcisistico
- Personalità borderline
- Personalità psicopatica
- Personalità paranoide.

Leggiamo alcuni suoi passi

“Comunemente viene definito ‘Narcisista’ una persona che si preoccupa solo di se stessa escludendo tutti gli altri, dunque: un soggetto in grado di agire quasi completamente in assenza di sentimenti…
….Già nel 1914 tale disturbo della personalità fu oggetto di studio da parte di Freud, ma se consideriamo il quadro culturale in cui viviamo oggi, possiamo affermare che tale patologia è caratteristica della nostra epoca. I costumi sessuali che paiono essere di gran lunga più liberi, la
facilità nel passare da un partner all’altro, l’esibizionismo, la pornografia, la smania di costruirsi un’immagine vincente agli occhi del mondo, tutti questi fattori hanno certamente contribuito, contrariamente agli usi e costumi che distinguevano l’età vittoriana, allo sviluppo incalzante delle personalità narcisistiche. Sicuramente è questa eccessiva importanza legata all’immagine un indizio inequivocabile della tendenza al narcisismo…
…C’è da dire comunque che un sano interesse per la nostra apparenza, basato quindi sul senso di sé, e lo spostamento di identità dal ‘sé immagine’, è ciò che si trova alla base dello stato narcisistico.
I narcisisti dimostrano, è vero, una mancanza d’interesse per gli altri, ma sono altrettanto indifferenti anche ai propri più veri bisogni. Spesso il loro comportamento è autodistruttivo. Inoltre, quando parliamo dell’amore dei narcisisti per se stessi, dobbiamo operare una distinzione. Il narcisismo denota un investimento nell’immagine invece che nel sé. I narcisisti amano la propria immagine non il loro sé reale. Hanno un senso di sé debole, e non è in base ad esso che orientano le loro emozioni. Ciò che fanno è piuttosto diretto ad incrementare l’immagine, spesso a discapito del sé. … D’altra parte l’ammirazione che il narcisista riceve gonfia soltanto il suo io e non fa nulla per il sé. Alla fine allora il narcisista respingerà gli ammiratori nello stesso modo in cui ha respinto il
proprio sé autentico”A. Lowen.

Lowen, effettua sempre nello stesso libro, un interessante analisi della ninfa Eco.

“…Potrebbe essere la nostra stessa voce che riviene a noi. Così, se Narciso avesse potuto dire ‘ti amo’, la ninfa lo avrebbe ripetuto e il giovane si sarebbe sentito appagato, amato. L’incapacità di dire queste parole identifica il narcisista. Avendo ritratto la libido dal mondo esterno, i narcisisti sono condannati ad innamorarsi della loro immagine dirigendo quindi la libido verso il proprio io. ….Un’altra interpretazione è probabile. La voce è espressione dell’essere interiore, del sé corporeo in opposizione all’apparenza superficiale. Nel termine persona è implicita la capacità di riconoscere un individuo dal suono della voce. Secondo questa interpretazione perciò, Narciso respingendo Eco ha respinto la propria stessa voce, il suo essere interiore in favore dell’apparenza, manovra tipica dei narcisisti…
…E’ significativo che Narciso s’innamori del suo riflesso soltanto dopo aver respinto l’amore di Eco. L’innamorarsi della propria immagine in questa vicenda rappresenta una forma di punizione per l’incapacità di amare…
…Qual’è l’importanza della profezia proferita da Tiresio? Su cosa poteva basarsi la sua predizione?
A mio avviso sull’eccezionale bellezza di Narciso. Una bellezza che spesso, sia per un uomo quanto per una donna, può rappresentare una sventura più che una fortuna. La consapevolezza di tale dono può dare alla testa, rendere egocentrici, o ancora suscitare violente passioni di desiderio e invidia degli altri. Un indovino, essendo un saggio, capisce bene questi particolari”. A. Lowen

Ma Lowen analizza anche il libro “Il ritratto di Dorian Gray” di Wilde, che è un romanzo che rappresenta in qualche modo uno studio della personalità narcisistica.
“Come Narciso, Dorian era un giovane bellissimo, gentile, affascinante, che destò presto l’interesse di un pittore che lo volle come modello per un ritratto e di Lord Henry che si premurò di iniziarlo alle maniere di quel mondo. Così con studiata adulazione Lord Henry, indusse Dorian a pensare d’essere speciale per la sua bellezza fisica. E uno dei modi per mantenere intatta quella bellezza era che nessun forte sentimento o emozione turbasse la sua mente o lasciasse segni sul corpo. In mancanza di sentimenti allora, il giovane trascorreva la vita alla ricerca di sensazioni ( ‘seduzioni’), possedendo e abbandonando le donne che incontrava, corrompendo ai vizi e alle droghe gli uomini che lo ammiravano. La sua giovinezza era intatta, solo il ritratto era testimone di quanto accadeva veramente al suo corpo e alla sua anima col trascorrere degli anni. Ma Dorian la sua immagine dipinta su quella tela( il suo vero sé ), non la guardava mai, non affrontava mai la realtà, come non provava rimorsi per quanto di più orribile aveva commesso nella sua ‘fredda esistenza’.
“La storia di Dorian Gray è immaginaria, ma l’idea che una persona possa avere un aspetto che contraddice il suo modo di essere interiore è valida.
E’ straordinario come spesso i narcisisti sembrino molto più giovani della loro età: non permettono che la vita li tocchi, in particolare non permettono agli eventi della vita interiore di raggiungere la
superficie della mente e del corpo. Operano, insomma, una negazione dei sentimenti. Ma quanto esseri umani, non sono immuni dalla vita e allora invecchiano dentro.
Alla fine, come nel caso di Dorian, il dolore e la bruttezza vincono la negazione e il soggetto sembra invecchiare d’un tratto…
… Chi non si sente bene nel proprio corpo può soltanto proiettare l’immagine di quello che dovrebbe essere secondo lui un bell’aspetto. E più si concentra su queste immagini, più gli vengono a mancare le sensazioni e i sentimenti piacevoli.” A. Lowen

Un riferimento attuale a tale tipo di personalità è l’ideale del narcisista tardo-moderno del sociologo Bauman, secondo il quale sarebbe tale quel soggetto che costringe l’altro della relazione a dare senza prendere, a offrire senza chiedere, ad appagre senza opprimere, ad essere un oggetto “usa e getta” che si può recuperare all’occorrenza e abbandonare quando non serve più.
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Pubblicato da: Irenotta | 19 gennaio 2012

Il Vangelo del Nichilismo

Nichilismo

Il nichilismo (volontà del nulla) è un orientamento filosofico che nega l’esistenza di valori e di realtà comunemente ammessi.

La diffusione del termine risale alla fine del ’700 (latino NIHIL=nulla) quando Jacobi caratterizzò come nichilista la filosofia trascendentale di Kant e soprattutto la ripresa fattane da Fichte. Secondo Jacobi il sistema della pura ragione “annichila ogni cosa che sussista fuori di sé”.
Successivamente Schopenhauer riprese in chiave nichilista il problema della conoscibilità e dell’essenza del reale. La realtà fenomenica è l’apparenza nullificante e dolorosa della Volontà irrazionale e inconscia che origina il cosmo intero. L’uomo può liberarsi solo cessando di volere la vita e il volere stesso, per abbracciare il nulla.
Con Dostoevskij il termine indicava la perdita dei valori tradizionali cristiani nel mondo moderno, il destino della modernità dopo “la morte di Dio“. Per Dostoevskij la morte e la negazione di Dio da un lato, e la fede nel Dio negato ma redentore proprio perché sofferente (capace di salvare la sofferenza, prendendola su di sé, dall’insensatezza e dal vuoto nulla) dall’altro, avrebbero potuto ricondurre, attraverso il crogiuolo del nichilismo, il cristianesimo al rinnovamento.
Per Nietzsche il nichilismo appartiene alla vicenda del cristianesimo, che insegnando a cercare la verità in un altrove metafisico, condanna il mondo e Dio stesso al nulla.

Il termine di nichilismo fu usata da Nietzsche in tre occasioni principali:
nel passato è esistito un nichilismo intrinseco a tutte le metafisiche, dato dal prevalere in esse di un atteggiamento contrario alla vita.
Secondo Nietzsche tutti i sistemi etici, le religioni e le filosofie elaborate nell’intera storia dell’Occidente sono interpretabili come stratagemmi elaborati per infondere sicurezza alla gente, a coloro che non riescono ad accettare la natura imprevedibile della vita e quindi si rifugiano in un mondo trascendente; sono reazioni protettive di un uomo insicuro, spaventato dalla propria stessa natura (dalle passioni, dall’istinto) ed incapace di accettarsi. La massima espressione di questa nullificazione dell’uomo è stata la religione ebraico-cristiana: l’etica dell’amore, della pietà e della mortificazione del corpo in vista di una ipotetica felicità ultraterrena è solo una perversione dello spirito, una patologia dell’umanità;
in una seconda accezione Nietzsche intese con nichilismo la morte di Dio, ossia la condizione dell’uomo moderno, che a partire dall’Illuminismo ed a causa di una “accresciuta potenza dello spirito”, crede sempre di meno nei valori tradizionali. E’ una crisi di una civiltà che Nietzsche riassume con la formula “Dio è morto”, dove Dio è il simbolo di tutte le fedi e di tutte le metafisiche. Nietzsche descrisse in termini efficaci questo nichilismo (la crisi di valori) dell’epoca attuale: notò ad esempio come il venir meno di ogni certezza, l’abbandono di ogni prospettiva religiosa o oltremondana, provochino nell’uomo contemporaneo un forte senso di fallimento e smarrimento esistenziale. Ne consegue una nostalgia del passato, il rimpianto per quel periodo felice in cui ancora si credeva alle favole metafisiche. L’uomo moderno non crede più, ma vorrebbe credere; d’altra parte non sa più in cosa credere e non riesce più ad usare i miti ed i riti del passato. Finisce quindi con l’inventarsene di nuovi, crea nuove fedi in sostituzione delle antiche spesso investendo di senso religioso le ideologie politiche. Nelle esperienze tragiche della storia moderna, nel proliferare delle sette religiose, nel persistere di credenze magiche (astrologia, parapsicologia, ufologia) e persino mistiche (le apparizioni della Madonna) si può vedere un disperato nichilismo, una “volontà di credere ad ogni costo” a qualcosa;
esiste infine per Nietzsche, un nichilismo attivo e positivo: l’atteggiamento proprio dell’oltreuomo che accetta la “morte di Dio” e con essa la fine di ogni metafisica ed è capace di reggerne psicologicamente le conseguenze.
In questo senso Nietzsche rivendicò per sé il titolo di primo nichilista.

Così Nietzsche parla di sé:
“Ciò che io racconto e’ la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo. Questa storia può già ora essere raccontata; perché la necessità stessa e’ qui all’opera. Questo futuro parla già per mille segni, questo destino si annunzia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie sono già in ascolto. Tutta la nostra cultura europea si muove in una torturante tensione che cresce da decenni in decenni, come protesa verso una catastrofe: irrequieta, violenta, precipitosa; simile ad una corrente che vuole giungere alla fine, che non riflette più ed ha paura di riflettere. – Chi prende qui la parola sinora non ha fatto altro che riflettere: come filosofo ed eremita d’istinto, che ha trovato vantaggio nell’appartarsi, nel restar fuori, nel ritardare, come uno spirito audace, indagatore e tentatore che già si e’ smarrito in ogni labirinto dell’avvenire;…che guarda indietro mentre narra ciò che avverrà, come il primo nichilista compiuto d’Europa, che ha già vissuto in sé sino il nichilismo sino alla fine, e ha il nichilismo dietro di sé, sotto di se, fuori di se” (Wille zur Macht)
Il filosofo individua accanto a un “nichilismo attivo”, segno di forza e crescita dello spirito, anche un “nichilismo passivo” determinato dall’attenuarsi dell’energia dello spirito e che comporta l’accettazione rassegnata della crisi dell’epoca.
Sotto questi riguardi, il nichilismo si rivela chiuso in un equivoco che lascia aperta la possibilità di essere “per l’una o per l’altra, ma anche per l’una e per l’altra”

[...] Nichilismo come segno della cresciuta potenza dello spirito: come nichilismo attivo.
Può essere un segno di forza: l’energia dello spirito può essere cresciuta tanto, che i fini sinora perseguiti (“convinzioni, articoli di fede”) le riescano inadeguati.[...]
Nichilismo come declino e regresso della potenza dello spirito: il nichilismo passivo: come segno di debolezza: l’energia dello spirito può essere stanca,
2. presupposti di quest’ipotesi: Che non ci sia una verità; che non ci sia una costituzione assoluta delle cose, una “cosa in sé”; ciò stesso è un nichilismo, è anzi il nichilismo estremo. Esso ripone il valore delle cose proprio nel fatto che a tale valore non corrisponda né abbia corrisposto nessuna realtà, ma solo un sintomo di forza da parte di chi pone il valore, una semplificazione ai fini della vita.
(tratto da: F. Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, in Id., Opere complete, trad. it. di S. Giametta, vol. VIII, tomo II, Adelphi, Milano 1971, pp. 12-14)
fonte: www.matmatprof.it

Pubblicato da: Irenotta | 19 gennaio 2012

Alla Ricerca del Tempo Perduto

Sono in vena di ricordi, di nostalgia, di revival…Sarà dovuto anche ai cambiamenti che stanno intercorrendo nella mia vita in questi ultimi tempi…

Beh, la mente torna ai tempi del Liceo, a quell’adolescenza vissuta con una testa troppo matura, a quei momenti passati senza la dovuta e piena spensieratezza…Ma che importa?? Non sarei quello che sono se non avessi vissuto in quel modo a quei tempi, come la nerd, la ragazza strana e fuori moda, l’idealista che si fidava delle persone, il ranocchio che non si truccava né si vestiva provocante, la cozza che non faceva successo con i maschi…Posso dire di aver sofferto molto ma di non aver contributo a quella crisi dei valori di massa che sono derivati da questi ultimi 15-20 anni di depravazione culturale ed intellettuale, di totalitarismo televisivo, di regressione e recessione economica…E ne vado fiera!!!

Ritornando a rievocare i tempi del Liceo, beh, mi è capitato in questi giorni di discorrere a lungo di questo periodo con amici e conoscenti…Nel dettaglio, il mio migliore amico, nonché ex compagno di classe, mi raccontava di essere tornato proprio presso il Liceo Cardano per ritirare l’attestato di Maturità…Dettagliatamente mi descriveva come non fosse cambiato nulla a scuola, come se il Tempo si fosse fermato, cristallizzato ai nostri anni di fatica e di avventure…Quanti ricordi, quante cazzate, quante ingiustizie e quante gioie avranno sentito quelle mura, quante scritte, chewingum e sputi avranno subito, quante generazioni avranno visto crescere…

Parlando, mi ha raccontato di aver visto la nostra prof di Tedesco, la Gelosa, detta anche Frau Eifersuchtige!!! Identica, anzi, quasi ringiovanita…E poi siamo passati a parlare del nostro Prof di Filosofia, Mauro Parrini, il più bravo ed appassionato in assoluto…Mi diceva il mio amico che ha scritto un libro, un Aforismario per la precisione, intitolato A Mani Alzate; tra l’altro io adoro le raccolte di aforismi…Se poi sono scritti dal Parrini, tanto meglio!!!

Questo vuole essere un omaggio proprio a lui, al mitico Super-Parro, insegnante insuperabile, maestro di vita, personalità incredibile…Un elenco di citazioni tratte dal suo libro, pubblicato in occasione dei suoi 50 anni.

Mauro Parrini

Carmignano, 1961

Docente di filosofia e aforista italiano

A mani alzate, 2009

Aforismi vari, racconti minimi e considerazioni massime ispirate dalla duplice passione per il paradosso e per la filosofia. “Togliete il superfluo dal mondo, e resterà un aforisma”.

L’uomo non è mai solo. È sempre abbandonato.

Non è possibile abituarsi alla solitudine. L’uomo è solo ogni volta di più.

La capacità mimetica della mediocrità è tale che oggi occorre molto talento per distinguerla dal genio.

Se il lettore è fesso e il libro è brutto, statene certi: la lettura risulterà “tutta d’un fiato”.

Dove bruciano libri, prima o poi qualcuno accenderà un televisore.

Dire di sì alla vita: magra consolazione per chi non può dire di no alla morte.

Ormai tutto è talmente fuori posto che più niente è fuori luogo.

Meglio condurre una vita miserabile che farsi condurre da una vita qualunque.

Se non siete felici siate almeno infelici e ne ricaverete comunque una certa soddisfazione.

La vita si allunga perdendo di significato: diventeremo immortali quando esserlo non interesserà più a nessuno.

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Pubblicato da: Irenotta | 17 gennaio 2012

Vi è un tempo per lavorare e un tempo per riposarsi…

Le attendiamo. Spesso con ansia. Mi riferisco alle ferie. Perché su di un punto sembriamo essere d’accordo: vi è un tempo per lavorare e un tempo per riposarsi. E il riposo va preteso, a volte imposto. I tempi del lavoro e dell’impegno quotidiano ci appaiono definitivamente separati dagli altri. Per chissà quale motivo, o per quale perversa ideologia, ci si può riposare solo durante uno  o più periodi dell’anno. A volte può accadere nei fine settimana, sempre se non occupiamo anche quelli. E’ come se avessimo digerito una concezione liturgica e carnevalesca dell’esistenza espellendo  dal quotidiano il tempo per sé e per i nostri interessi. Figuratevi che mi è capitato, recentemente, che un amico mi abbia confidato di aver acquistato durante l’anno una serie di libri che poi ha riposto su di una mensola. Ora li porterà in vacanza dove avrà, finalmente, il tempo per leggerli. Viviamo in un tempo verticale e sincopato nel quale si confondono il lavoro con l’esistenza, la felicità con il divertimento. Il riposo ci appare solo come un aspetto del modello idraulico della nostra vita : meccanicamente vi si alternano la fase di compressione a quella di scarico. Sorrido pensando che ci siamo imposti punizioni superiori a quelle divine. Dio aveva maledetto solo il lavoro

GIANFRANCO BREVETTO * da gbrevetto.blogspot.com

Pubblicato da: Irenotta | 17 gennaio 2012

Sul viaggio…

Ho tanto viaggiato che il mio vestito è logoro
il mio vestito che il freddo trapassa
chiaro è il cielo lontano da qui
ma soffre come il mio cuore

Irako Seihaku

“Il vento del cambiamento giunge dentro ognuno di noi, sta a noi ascoltarlo o meno”

 

“Viaggiate con anima e cuore, portate un bagaglio vuoto, e non tornate finchè non è pieno”

Un Viaggio è sempre una scoperta, prima di luoghi nuovi è la scoperta di cio’ che i luoghi nuovi fanno alla tua mente e al tuo cuore. Viaggiare è sempre, in qualche forma, esplorare se stessi.
Stephen Littleword, Aforismi

*

Ho viaggiato in lungo in largo alla ricerca dei tesori che la vita poteva offrirmi, mi sono fermato a contemplare una goccia di rugiada appoggiata in un filo d’erba, e vi ho trovato l’infinito.
Stephen Littleword, Aforismi

*

È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. […] La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.
Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine

*

Non esistono due viaggi uguali che affrontano il medesimo cammino
Aleph, Paulo Coelho

*

Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perchè. I loro desideri hanno le forme delle nuvole.
Charles Baudelaire, I fiori del male

*

C’è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore. Non credo che si possa viaggiare di più nel nostro pianeta. Così come non credo che si viaggi per tornare. L’uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito, perché, nel frattempo, lui stesso è cambiato. Da sé stessi non si può fuggire.
Andrej Tarkovskij, Tempo di viaggio

*

La città in cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo. Non credere che si possa smettere di cercarla.
Italo Calvino, Le città invisibili

*

Viaggiare è per sua forma, esistere.
Stephen Littleword, Aforismi

*

Il viaggio, come ogni altra dimensione fondamentale per la costruzione identitaria dell’uomo, viene e deve necessariamente essere ridefinito in quest’ottica di umanità accresciuta e deve essere concepito sempre più non come un atto fisico, ma come un processo che dalla dimensione mediata dell’esperienza ci conduce alla realtà fisica del nostro corpo, ricollocato in uno spazio che diviene sempre più fluido e difficile da definire in termini geografici, ma che è più carico di esperienze ed aspettative: uno spazio che diviene tridimensionale nel momento in cui si incontra con quello a due dimensione del cinema, della carta stampata, della televisione, di Internet.
Ilaria Pitocchi, Il Viaggio nell’Era Contemporanea

*

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.
Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

*

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.
Jose’ Saramago, Viaggio in Portogallo

*

Durante un viaggio può succedere di tutto, specie in quelli di avventura, ma qualsiasi sia il viaggio, per lavoro o per vacanza, non ritorni mai come sei partita… l’obiettivo è quello di prendere più che puoi, con tutti i tuoi strumenti, quello che questo percorso ti vuole offrire e così, con gli occhi sempre attenti ad osservare le cose che accadono e quelle che fai accadere, con le orecchie pronte a percepire le parole, i suoni e i rumori che possono essere segnali per la tua mente e pronto a respirarti profondamente i momenti di volo e di atterraggio per ricordare ciò che hai lasciato e ciò che di nuovo stai portando.
Oriana Staiano, L’Anello Magico

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Un viaggio di mille miglia deve cominciare con un solo passo.
Lao Tzu, Tao The Ching

*

Un viaggio per quanto terribile possa essere, nel ricordo si trasforma in qualcosa di meraviglioso.
Banana Yoshimoto, Un viaggio chiamato vita

*

Al cospetto della bellezza veniamo innanzitutto colti dall’impulso di afferrarla e possederla per darle maggiore spazio nella nostra vita. È come se volessimo disperatamente dire: «Sono stato qui, ho visto tutto questo.
Alain De Botton, L’arte di viaggiare

*

Più viaggiava, più si rendeva conto che ovunque c’erano posti straordinari che semplicemente esistevano nonostante le miserie dei loro abitanti. C’erano e ci sarebbero sempre stati. Alcuni luoghi non avevano bisogno degli uomini.
Licia Troisi, Leggende del mondo emerso

Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.

Bisogna ricominciare il viaggio.

Sempre.

J.Saramago

Se la nostra esistenza si svolge all’insegna della ricerca della felicità, forse poche cose meglio dei viaggi riescono a svelarci le dinamiche di questa impresa- completa di tutto il suo ardore e di tutti i suoi paradossi.Benché in maniera indiretta, infatti, i viaggi, contengono una chiave di lettura del senso della vita che va oltre le costrizioni imposte dal lavoro e dalla lotta per la sopravvivenza; ciononostante raramente vengono considerati stimolanti sul piano filosofico piichè sembrano richiedere considerazioni di ordine eminentemente pratico. Veniamo così inondati su consigli sul dove, ma poco o nulla ci viene domandato circa il come e il perchè del nostro andare. Eppure l’arte di viaggiare pone una serie di interrogativi nient’affatto semplici o banali, e il cui studio potrebbbe modestamente contribuire alla comprensione di ciò che i filosofi greci indicavano con la bella espressione eudaimonia, ovvero felicità.

“L’arte di Viaggiare” – Alain de Botton

“Per me c’è solo il viaggio su strade che hanno un cuore, qualsiasi strada abbia un cuore. Là io viaggio, e l’unica sfida che valga è attraversarla in tutta la sua lunghezza. Là io viaggio guardando, guardando, senza fiato”.

DON JUAN: “Tutto è solo una strada tra tantissime possibili. Devi sempre tenere a mente che una strada è solo una strada; se senti che non dovresti seguirla, non devi restare con essa a nessuna condizione. Per raggiungere una chiarezza del genere devi condurre una vita disciplinata. Solo allora saprai che qualsiasi strada è solo una strada e che non c’è nessun affronto, a se stessi o agli altri, nel lasciarla andare se questo è ciò che il tuo cuore ti dice di fare. Ma il tuo desiderio di insistere sulla strada o di abbandonarla deve essere libero dalla paura o dall’ambizione”.

“Ti avverto. Guarda ogni strada attentamente e deliberatamente. Mettila alla prova tutte le volte che lo ritieni necessario. Quindi poni a te stesso, e a te stesso soltanto, una domanda. Questa è una domanda posta solo da un uomo molto vecchio. Il mio benefattore me l’ha detta una volta quando ero giovane, e il mio sangue era troppo vigoroso perché la comprendessi. Ora la comprendo. Ti dirò che cosa è: Questa strada ha un cuore? Tutte le strade sono uguali; non portano da alcuna parte. Sono strade che passano attraverso la boscaglia o che vanno nella boscaglia. Nella mia vita posso dire di aver percorso strade lunghe, molto lunghe, ma io non sono da nessuna parte. La domanda del mio benefattore ha adesso un significato.”Questa strada ha un cuore? Se lo ha la strada è buona. Se non lo ha non serve a niente. Entrambe le strade non portano da alcuna parte, ma una ha un cuore e l’altra no. Una porta un viaggio lieto; finché la segui sei una sola cosa con essa. L’altra ti farà maledire la tua vita. Una ti rende forte; l’altra ti indebolisce”.

CARLOS CASTANEDA: “Ma come si fa a sapere quando un sentiero non ha un cuore, don Juan?”

DON JUAN: “Prima di inoltrarti in esso poniti la seguente domanda: Questa strada ha un cuore? Se la risposta è no, lo saprai, e allora dovrai scegliere un altro sentiero.”

CARLOS CASTANEDA: “Ma come faccio a capirlo?”

DON JUAN: “E’ una cosa che si sente. Il problema è che nessuno si pone questa domanda, e quando un uomo si accorge di aver intrapreso una strada senza cuore, essa è pronta per ucciderlo. Arrivati a quel punto, sono pochi quelli che si fermano a riflettere e abbandonano la strada.”

CARLOS CASTANEDA: “Cosa devo fare per formulare la domanda nel modo giusto, don Juan?”

DON JUAN: “Fallo e basta”.

CARLOS CASTANEDA: “Quello che vorrei sapere è se esiste un metodo per non mentire a se stessi credendo che la risposta sia positiva quando in realtà non lo è.”

DON JUAN: “Perché dovresti mentire?”

CARLOS CASTANEDA: “Forse perché in quel momento la strada sembra piacevole e divertente”.

DON JUAN: “Sciocchezze. Una strada senza cuore non è mai piacevole. Devi lavorare duramente anche per intraprenderla. D’altra parte è facile seguire una strada che ha un cuore, perché amarla non ti costa fatica.”

Carlos CastanedaGli Insegnamenti di don Juan – pagg. 145 e 211; A Scuola dallo Stregone – pagg. 86 e 129

Non sei la stessa persona che eri prima di partire!

 

Pubblicato da: Irenotta | 17 gennaio 2012

Un omaggio alla mia Milano…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Milano Milano...
Milano Sguardo Distratto Bacio Di Ghiaccio Capto Frequenza Di Intolleranza E
Mancanza Di Tempo E Di Vento Intenso Traffico Denso E Ripenso Al Motivo Per
Cui Vivo Tra Il Grigio Di Questo Cemento Ci Sono Immigrati In Edifici
Occupati E Gli Sciuri Imboscati Dietro Sicuri Giardini Privati Dai Quartieri
Duri Ai Locali Tra Troie E Avvocati Carcerati Tra Muri E Palazzi Pittati E
Futuri Pazzi Sclerali Ma Siamo Già Alla Fine Della Settimana E Scendendo Il
Sole Dietro Porta Romana Sei Troppo Bella Per Dirti Addio Tu Chiami E Poi
Noi Tutti Ubbidiamo E Tra Chi Nomina Il Tuo Nome Invano Ci Sono Anch’io
Milano Milano Milano Quando Sono Lontano Voglio Tornare Milano Quando Ci
Sono Voglio Scappare Il Cielo Un Foglio Di Rame Per La Vivace Attività
Industriale L’industriale Si Droga Poi Vota Chi Dice Che La Droga Fa Male
Ipocrisia Nuda Come Modelle Sul Cartellone Dei Saldi Fuori Stagione In
Montenapoleone Bambini Sniffano Colla Alla Stazione Centrale E Piazza Affari
Tracolla E Chi Compra Vita Superficiale Ma C’è Chi Tiene Accesa La Lotta La
Manifestazione Parte A Porta Venezia

Sei Troppo Bella Per Dirti Addio Tu Chiami E Poi Noi Tutti Ubbidiamo E Tra
Chi Nomina Il Tuo Nome Invano Ci Sono Anch’io Milano Milano Nel Tuo Veleno
Che Noi Respiriamo Ci Sono Anch’io Milano Milano Tra La Ringhiera E Il Sogno
Americano Ci Sono Anch’io Milano Milano

Non C’è Mai Parcheggio Ed È Sempre Peggio Settimana Della Moda Vita Mondana
In Coda In Auto A Noleggio L’alternativo Beve Vino Vicino Agli Yuppi In
Brera Sera A Tema Tropico Latino
Tutti In Fiera Tra Chi Rapina Per La Cocaina Sento Un Vecchietto Che Canta
In Dialetto Alla Sua Madonnina E Quando La Nebbia Scompare In Lui Mi
Riconosco Come Una Goccia Nel Mare
Mi Ritrovo Al Mio Posto E Devo A Tè Quello Che Sono E Alle Luci Di Un
Tramonto Sopra Piazza Del Duomo

Sei Troppo Bella Per Dirti Addio Tu Chiami E Poi Noi Tutti Ubbidiamo E Tra
Chi Nomina Il Tuo Nome Invano Ci Sono Anch’io Milano Milano Nel Tuo Veleno
Che Noi Respiriamo Ci Sono Anch’io Milano Milano Tra La Ringhiera E Il Sogno
Americano Ci Sono Anch’io Milano Milano.

 

Pubblicato da: Irenotta | 17 gennaio 2012

Povero pisello…Thread del cazzo!!!

Chi ha l’invidia del pene?? Chi l’ha detto che è un organo fortunato?? Date un’occhiata qui sotto, ogni vostro dubbio a riguardo sarà fugato… :-)

Pubblicato da: Irenotta | 16 gennaio 2012

Il carattere e i suoi squilibri

Come in tutti i problemi che sono vicini alla formazione del carattere umano, due fattori determinano la normalità e l’anormalità dello sviluppo psichico dell’individuo: le disposizioni ereditarie innate e le influenze regolatrici dell’ambiente sullo sviluppo pulsionale, soprattutto quello della prima infanzia.

Il carattere, secondo Burness E. Moore e Bernard D. Fine, è quell’“aspetto della personalità… che riflette i modi abituali in cui l’individuo riesce ad armonizzare i propri bisogni interni e le richieste del mondo esterno”.

Anna Freud ha visto la formazione del carattere sotto svariati aspetti, tutti correlati tra di loro: la formazione del carattere rappresenta il conseguimento dell’“indipendenza morale”, “l’esito di una lotta dinamica”.

Peter Blos ha presentato alcune concezioni interessanti e utili del carattere. Ad esempio, il carattere è visto come il risultato della “internalizzazione di un ambiente stabile e protettivo”. Sfortunatamente, vengono internalizzati anche ambienti instabili e non protettivi. Nell’infanzia, tuttavia, il carattere è “prevalentemente un modello degli atteggiamenti dell’Io, stabilizzato da identificazioni che… possono subire una revisione estremamente radicale durante l’adolescenza”.

Marie Jahoda propone cinque criteri per la valutazione del carattere normale e cioè:

assenza di malattia mentale;
comportamento normale;
adattamento all’ambiente;
unità interiore della personalità;
percezione corretta della realtà.
Sigmund Freud definisce il carattere normale come copresenza di lieben und arbeiten (amare e lavorare).

Karl Menninger afferma che il carattere normale è l’adattamento degli esseri umani al mondo e ai rapporti reciproci con il massimo di efficacia e di felicità.

Erich Fromm sottolinea che: “una persona può dirsi normale o sana se è capace di svolgere il ruolo che è tenuta ad assumere in quella determinata società”.

Il comitato degli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito carattere normale e salute mentale come la “capacità di stabilire relazioni interpersonali armoniose”.

Comunque gli attributi che definiscono il carattere normale sono: maturità, stabilità, realismo, altruismo, senso di responsabilità sociale, effettiva integrazione nel lavoro e nei rapporti umani. Nel carattere patologico prevalgono invece tratti di rigidità comportamentale, identità coartata e automatica, incapacità di adattarsi all’interazione sociale, tendenza alla rigidità e alla ripetitività.

Il carattere del bambino
Un genitore che desidera un carattere normale nel proprio figlio non dovrebbe valutare solamente i fatti materiali, né tantomeno dare importanza solo alla sua salute fisica e mentale, ma dovrebbe soprattutto curare le relazioni affettive che il bambino ha con il suo mondo interno e con l’ambiente esterno, le cui conseguenze sono definitive nell’evoluzione del carattere dell’infante. Le tendenze profonde dell’istinto e delle pulsioni affettive del bambino verso se stesso o verso l’altro (genitori, fratelli e sorelle, maestro/a, amichetto o compagni) si armonizzano o al contrario si oppongono.

Il presupposto fondamentale per poter ottenere buoni risultati nel rapporto del bambino con il proprio mondo interno ed esterno è quello di una migliore conoscenza, da parte degli adulti, del suo mondo psichico.

È intuitivo che se, nonostante la migliore buona volontà, l’adulto (e in particolare il genitore) non saprà rendersi conto dei bisogni istintivi, affettivi e delle manifestazioni emotive del bambino, se non saprà ricordare quella che è stata la propria infanzia, il comportamento infantile resterà per lui molto oscuro ed enigmatico ed egli rischierà di fare del male, anche quando sarà convinto di essere stato realmente buono.

L’incomprensione del bambino da parte dell’adulto è un fatto non più scusabile nella nostra società attuale, che ha accentuato le richieste di un rapido ed efficiente adattamento sociale, moltiplicandole di giorno in giorno, con il risultato non proprio moderno che chi non è preparato per la lotta viene sopraffatto, oppure assume degli atteggiamenti antisociali, o si ammala “nell’anima” chiudendosi a riccio nel suo mondo interno.

Queste tre situazioni sono emblematiche per comprendere i tre tipi di carattere patologico che il bambino puo mostrare: il carattere dipendente (o di continua richiesta), il carattere aggressivo (o di discontrollo degli impulsi), il carattere narcisistico (o di chiusura nel proprio mondo).

Il carattere dipendente infantile

Il bambino con un carattere dipendente mostra in genere le seguenti caratteristiche:

manifestazioni di ambivalenza: copresenza di espressioni al tempo stesso positive e negative di desideri pulsionali, o di tendenze affettive ostili e amichevoli;
manifestazioni amplificate di desiderio e forti aspirazioni;
presenza di impulsi avidi;
tendenza a succhiare cose dolci;
sintomi di fame continua o, al contrario, rifiuto di nutrirsi;
comportamento simbiotico: eccessiva richiesta di contatto con la madre o con la maestra;
pianto eccessivo nella separazione dalla madre, dalla maestra, o da un amichetto;
timidezza eccessiva;
paura di cose assurde;
instabilità nei compiti;
capriccio ed egoismo;
ribellione se frustrato, remissione se gratificato;
noia, tristezza e scoraggiamento verso la scuola;
sentimenti di impotenza verso gli amici;
dipendenza eccessiva dal voto, dallo studio, dalla televisione, dagli oggetti;
fobie: paure degli animali, paura degli oggetti, paura di situazioni anche normali, paura degli elementi naturali;
disturbi funzionali: difficoltà ad addormentarsi, lagnanze di natura ipocondriaca (mal di pancia, mal di testa);
lamentele “somatiche” per ottenere vicinanza e sostegno.
Da adolescente poi potrà mostrare comportamenti di:

rifiuto o, al contrario, richiesta eccessiva di cibo;
sentimenti di vuoto;
“grandi amicizie e grandi perdite”;
dipendenza amorosa;
dipendenza eccessiva dalla critica, dallo studio, dal voto;
facili innamoramenti e facili cambiamenti;
dipendenza da fumo, alcool e droghe.
Il carattere dipendente nel bambino è legato, oltre che a fattori innati, al comportamento materno (o dei sostituti ambientali) soprattutto durante il suo primo anno di vita, ossia durante la fase orale, che si chiama così perché la bocca è la prima parte del corpo del bambino a sperimentare un piacere, il piacere di succhiare latte dal seno materno o dal biberon.

La fase orale si suddivide in due stadi:

il primo si incentra intorno all’attività nutritiva: la qualità del benessere fisico e psicologico del bambino durante la poppata determina i suoi primi sentimenti verso la nascente vita sociale. Un’attenzione continua, certa e amorevole in questo periodo determinerà fiducia (in luogo del suo opposto, cioè sfiducia), che si esprimerà nella prima impresa sociale del bambino, senza che sia preso da eccessiva angoscia o collera.
il secondo si instaura con l’inizio della dentizione, quando il bambino impara che può mantenere cio che gli viene dato – apprende cioè la modalità dell’afferrare – e lo può mordere. In questo stadio, inoltre, il bambino sviluppa il suo primo “senso di cattiveria”, quando il seno, amata fonte di conforto, viene bruscamente ritirato.
Se durante questo periodo:

il primissimo desiderio di piacere viene soddisfatto in modo manchevole;
la beatitudine dell’età neonatale non è goduta a sufficienza;
la stessa epoca è straordinariamente ricca di piacere;
ad ogni richiesta di piacere corrisponde il suo immediato soddisfacimento;
lo svezzamento è ritardato, difficoltoso o si completa dopo anni;
la stimolazione ambientale è eccessiva e/o disarmonica, con presenza coatta intorno al bambino;
il contatto fisico è minimo;
avvengono continui cambiamenti di baby-sitter o sostituti materni;
avviene una brusca separazione dalla madre;
si verifica una trascuratezza concreta legata a bisogni reali (ciclo veglia-sonno, regolarità dell’allattamento, ecc.);
l’assenza d’amore è esplicita nel contatto e nel dialogo;
allora il bambino può sedimentare al suo interno affetti ed emozioni caotiche che lo porteranno a ricercare l’oggetto per riparare a quell’amore che, gestito per difetto o per eccesso, lo ha reso dipendente.

Una elaborazione ben riuscita del periodo orale rappresenta il primo e forse più importante presupposto di un comportamento futuro normale, dal punto di vista sia sociale che sessuale, ma soprattutto una buona cura della dipendenza.

Se pure l’unità biologica e affettiva della coppia madre/bambino – con il narcisismo della madre che si estende al bambino e il bambino che include la madre nel suo “ambiente narcisistico interno” – è massima in questo periodo, dobbiamo comunque sfatare alcune credenze.

Ad esempio la credenza che la brava madre debba sacrificarsi, e che il bambino si espande a spese della madre, è un mito duro a morire.

La ritroviamo nei pregiudizi più comuni, secondo cui:

la madre deve dare sino a soffrire;
se non è disposta a sacrificarsi è una cattiva madre;
l’amore si dimostra con la pena e con il danno della madre;
la rinuncia a se stessa è cosa nobile, esaltante;
abbiamo verso nostra madre un debito che non potremo mai ripagare.
Se in condizioni anormali può esistere un fondo di verità nel tema del sacrificio, in condizioni normali le cose non stanno così: non è affatto vero che l’infante si espande a spese della madre, piuttosto è vero che il benessere della madre e quello del bambino formano un tutt’uno.

Il carattere aggressivo infantile

Il bambino con un carattere aggressivo mostra:

eccessiva attività;
eccessiva affettuosità e continuo bisogno di attenzione;
ricerca di contatto e stimolazione fisica, per esempio attraverso pressioni fisiche e movimenti intensi;
irritazione e pianti violenti quando si nega un giocattolo o quando lo possiede il fratellino;
avidità vissuta come desiderio di possedere tutte le cose buone di cui si ha bisogno;
aggressività eccessiva vissuta come credenza che gli altri hanno sempre qualcosa in più;
continua scontentezza e sofferenza;
occhi penetranti che sembrano registrare incessantemente paragoni;
forte gelosia verso il fratellino o sorellina appena nati;
eccesso di ordine, perfezionismo e controllo mentale a spese della flessibilità, dell’apertura mentale tipica della sua età;
troppa obbedienza nel seguire le regole e molta coscienziosità rispetto a doveri come compiti scolastici e faccende di casa;
assenza di controllo con forte ostinazione tale da opprimere le loro famiglie e il loro ambiente;
rabbia e ostinazione;
compulsione e perfezionismo;
irritazione, difficoltà e resistenze alle transizioni e ai cambiamenti.
Da adolescente potrà essere:

intollerante all’ambiente e sempre pronto ad aggredire;
intollerante alle persone e incapace di identificarsi;
intollerante alle regole e incapace di controllare le sue pulsioni;
isolato e incapace di costruire una relazione con l’oggetto d’amore, ma sempre pronto a distruggerlo;
deprivato dai contatti sociali e quindi pericoloso;
antisociale con comportamenti di bullismo.
Il carattere aggressivo nel bambino è dovuto, oltre che a fattori costituzionali, al comportamento materno, paterno e dei vari sostituti avuto durante il periodo che va dal primo al terzo anno circa di vita del figlio, ossia durante la fase anale. Per S. Freud “i bambini esperimentano piacere nell’evacuazione dell’urina e del contenuto dell’intestino, e molto presto si sforzano di manipolare queste azioni in modo che la contemporanea eccitazione delle membrane in queste zone erogene possa assicurar loro la massima gratificazione possibile” (S. Freud, 1913-1917).

Il bambino puo quindi ricavare piacere sia con l’eliminazione che con la ritenzione degli escrementi, da qui il termine anale. Il particolare modo di educazione sfinterica messo in atto dalla madre e i suoi sentimenti nei riguardi della defecazione possono avere degli effetti di notevole portata sulla formazione di tratti e valori specifici nel bambino:

Se, per esempio, i metodi usati dalla madre sono particolarmente ristretti e repressivi il bambino puo trattenere le sue feci e divenir costipato (carattere ritentivo). Se questo tipo di reazione si generalizza verso altri modi di comportamento, il bambino puo sviluppare quello che viene chiamato il carattere ritentivo, divenendo ostinato e avaro.
D’altra parte, di fronte a misure repressive dello stesso tipo, un altro bambino puo dare sfogo alla sua collera espellendo le feci nei momenti meno adatti. Cio in genere viene considerato come il prototipo di tutti i tipi di tratti espulsivi, e cioè: crudeltà, vandalismo, eccessi di collera e accentuata trascuratezza per l’ordine.
Se, d’altra parte, la madre è il tipo di persona che supplica il suo bambino affinché vada di corpo e che lo elogia quando egli defeca, egli finisce per convincersi che tutta l’attività della produzione delle feci è estremamente importante. Quest’idea viene spesso considerata come la base della creatività e della produttività.

Ma vediamo altre situazioni di educazione sfinteriale distorta:

genitori che costringono prima del tempo il bambino ad un’abitudine per la quale manca ancora la preparazione psichica;

genitori che, ignorando il fatto che agli escrementi e alle sue prestazioni escretorie il bambino dà potenza narcisistica, onnipotenza dei propri pensieri e dei propri desideri e considera le feci equivalenti ad un dono da offrire al proprio genitore, svalutano il primitivo senso di potenza presente nell’orgoglio del bambino per l’evacuazione, il cui prodotto è per lui un vero e proprio regalo da offrire: “ L’ho fatta!” urla il bambino che ha appena fatto la cacca nel vasino e che è impaziente di portarla ai suoi genitori, che spesso rispondono con uno sciatto “Buttala via!” mostrando di non comprendere che il bambino con orgoglio la vuole condividere, con cio condividendo il suo vissuto sadico che altrimenti sarebbe inevitabilmente introiettato oppure espulso ferocemente sull’oggetto;
donne o madri che redigono un programma minuzioso del tipo: alzarsi, mettersi sul vasino, lavarsi le mani, ecc…;
la “madre-sergente” che usa esprimersi così: “A che punto sei? Ore 9.15!”;
madri o genitori che non tollerano vedere i loro figli sporcarsi;
madri che dispensano i loro figli dalla prestazione della defecazione, somministrando loro senza indugio clisteri o purganti, smisuratamente;
educazione sfinteriale ritardata.
Al momento degli sforzi imposti dalla madre per l’addestramento alla pulizia, il bambino puo mostrare rituali diversi e talvolta tenaci:

fa i suoi bisogni solo sul proprio vasino;
rifiuta di orinare quando è fuori di casa;
rifiuta di toccare il pene durante la minzione;
ricorre a tutto un cerimoniale per defecare, raccontandosi storie interminabili.
Nell’insieme questi rituali sembrano costituirsi senza angoscia apparente: cionondimeno la madre non deve intimidire il bambino, ma deve scioglierne i conflitti riportandolo ad una dolce disciplina.

In questo periodo sopravvengono poi alcuni comportamenti sintomatici tipici:

piccoli rituali e cerimoniali nell’andare a dormire;
piccole manifestazioni di insonnia o chiamate notturne, spesso contemporanee ai progressi della motricità e del linguaggio;
accessi d’ansia notturna;
tic che sono espressione motoria di ossessioni.
Madri rigide che applicano strategie educative in maniera ossessiva o genitori incoerenti che sottopongono i figli ai regimi più diversi – a seconda che siano aggressivi e ansiosi o calmi e positivi – non facilitano il superamento di tali comportamenti, anzi li fissano, talvolta definitivamente, a tale stadio.

Sempre in questo periodo si attivano sentimenti di paura e di fobia dovuti alla formazione del Super-Io primitivo, che nella mente infantile si materializza in fantasie assurde, irreali, fantastiche: draghi, lupi mannari, streghe, orchi, “l’uomo nero” e così via. Ma per il bambino la fantasia è realtà!

Ebbene il Super-Io primitivo è un coacervo di queste terrificanti figure di fantasia: in esse si celano le ombre genitoriali. Inoltre le stesse fantasie sono emozioni distruttive del suo psichismo, proiettate all’esterno e personificate in figure archetipiche, volte a colpire cio che si ama: temendo pero di perdere l’oggetto amato, il bambino preferisce creare un mondo ostile esterno a sé piuttosto che riconoscere la propria aggressività interna. Dopo questa complessa operazione psichica il bambino è comunque sopraffatto dalla paura di subire aggressioni incredibilmente crudeli sia da parte dei suoi oggetti interni, vissuti tramite il Super-Io, sia da parte degli oggetti reali.

Si instaura così un circolo vizioso per cui:

l’angoscia proveniente dal Super-Io spinge il bambino a distruggere i suoi oggetti;
la distruzione si traduce in un aumento dell’angoscia;
l’angoscia a sua volta torna a spingere il bambino contro gli oggetti.
L’angoscia che lo spinge a distruggere gli oggetti ostili per sfuggire ai loro attacchi determina un incremento delle sue pulsioni sadiche.

Questo circolo vizioso costituisce il meccanismo psicologico che è alla base di:

tendenze asociali;
tendenze criminali;
prevalenza di istinti bassi, quali crudeltà, violenza, rabbia, invidia, avidità, egoismo fuori misura;
relazioni oggettuali ed emozionali difettose.
Il bambino reagisce al Super-Io primitivo dalle mille perfide fantasie non con paura, ma addirittura con una vera e propria fobia verso l’oggetto crudele (streghe, orchi, ecc. ), che rasenta il panico.

Se non si tiene conto di questi vissuti fobici del bambino, continuando a:

metterlo, o minacciare di metterlo, per punizione in una stanza o in un armadio, al buio;
utilizzare racconti spettrali o fiabe dell’oscuro bosco delle fate, con orribili streghe e giganti, o impaurirlo con figure “cattive” quale l’“uomo nero”, al solo scopo di indurlo all’ubbidienza;
permettere la visione di filmati e racconti non adatti alla sua età;
accogliere con facilità il bambino nel lettone o lasciare la luce accesa nella sua stanza sino a che si addormenti, dando così inconsciamente prova che esiste una qualche base obiettiva che giustifichi la fobia;
lasciar cadere, piuttosto che risolvere, paure estemporanee per persone, animali domestici, temporali, scarafaggi, mosche, rumori e via dicendo;
il bambino crescerà con forti sentimenti di inferiorità, sentimenti di colpa, aggressività ed invidia.

Quindi nel rapporto col bambino è bene:

che la madre eviti di immettervi ansietà a lui intollerabili;
non accentuare il peso della responsabilità verso gli educatori;
evitare, quali adulti, atteggiamenti le cui motivazioni possano risultargli oscure o confuse;
non adottare tecniche rozze quali suggestione, persuasione o seduzione;
evitare misure repressive e coercitive.
Il carattere narcisistico infantile

Il bambino con un carattere narcisistico:

preferisce starsene in un angolo o giocare solo con le sue cose;
tende ad essere irrequieto e a camminare in modo inquieto e senza uno scopo preciso;
talvolta guarda fisso davanti a sé, come se fosse assente o allucinato;
parla poco ed tende ad evitare contatti personale;
è poco ricettivo agli stimoli dell’ambiente, né trova in sé la giusta spinta per vivere la sua età, senza provarne disagio e restando “tranquillamente passivo”;
trascura il proprio aspetto esteriore, spesso mangia senza appetito;
è soggiogato dal mondo della sua immaginazione, tanto da avere difficoltà aimpegnarsi in cio che succede nel qui e ora;
talvolta apatico e letargico, dà l’impressione di non avere quella spinta interna alla socializzazione e all’esplorazione motoria tipica della maggior parte dei bambini;
mostra goffaggine e comportamenti poco modulati;
puo essere in grado di far fronte agli urti, alle cadute, ai tagli, alle abrasioni e agli oggetti che possono causare bruciature o gelo ma solo perché mostra di non sentirne il dolore;
spesso assorbito in se stesso, difficile da coinvolgere, ha un apparente disinteresse per l’esplorazione delle relazioni e per i giochi e gli oggetti stimolanti;
mostra di stancarsi facilmente;
già da molto piccolo può iniziare a interessarsi agli oggetti per mezzo dell’esplorazione solitaria anziché in un contesto interattivo;
è disattento, facilmente distratto o preoccupato, specialmente quando non è attratto da un compito o da un’interazione;
in età prescolare tende a rifugiarsi nella fantasia quando si confronta con minacce esterne;
si annoia facilmente nel giocare con amici preferendo un gioco solitario, in cui mostra spesso grande immaginazione e creatività.
Da adolescente può mostrare:

una forte rabbia o al contrario vergogna ed umiliazione come reazione alle critiche;
una tendenza a sfruttare gli altri per i propri interessi;
un eccesso di grandiosità, cioè sensazione di essere importanti, anche in modoimmeritato;
di sentirsi unico o speciale, e compreso solo da certe persone;
fantasie di illimitato successo, potere, amore, bellezza;
di sentirsi in diritto di meritare privilegi più degli altri;
eccessive richieste di attenzione o ammirazione;
mancanza di empatia verso i problemi altrui;
persistente invidia.
Il carattere narcisistico nel bambino è dovuto, oltre che a fattori costituzionali, al comportamento materno, paterno, genitoriale, e dei vari sostituti avuti durante il periodo che va pressappoco dal terzo al quinto anno di vita. È noto che in questa fase detta “fallica” il bambino scopre, per cosi dire, gli organi genitali e impara a ricavarne sensazioni di piacere mediante la stimolazione manuale. Durante questo periodo gli organi genitali vengono investiti di potenti cariche energetiche, anche se ci vorrà ancora del tempo prima che tutta l’eccitazione sessuale si concentri sui genitali e venga scaricata dalla loro interazione nel rapporto sessuale.

Inoltre nel bambino in questa fase si manifesta il complesso di Edipo.

Durante lo stadio fallico, il comportamento del bambino è caratteristicamente intrusivo per i maschi e ricettivo per le femmine, non soltanto in rapporto alla zona genitale ma anche per cio che riguarda il modo di maneggiare gli oggetti, il passeggiare e il calpestare, il chiacchierare e il porre domande. Diviene per lui importante anche provare i limiti della curiosità e dell’aggressività.

L’influenza che questo periodo eserciterà sulla personalità futura dell’individuo dipende in larga misura dal modo in cui i genitori riescono a sviluppare un senso di partecipazione, responsabilità e iniziativa delle inclinazioni e degli interessi del bambino, e non lo gravano con i vari sensi di colpa. In questo stadio lo sviluppo di una forma di Super-Io più crudele e rigida di quella che si struttura nella fase anale puo avere degli effetti disastrosi su tutta la vita successiva.

Ma come può questa forma di Super-Io essere sviluppata dall’ambiente circostante?

Le situazioni che potenziano il Super-Io determinando nel bambino angosce di castrazione possono essere molteplici. Le più comuni:

vedendo il figlio che si tocca i genitali, il genitore lo minacciano di “tagliargli il pene”;
l’ambiente può ridicolizzare o schernire un bambino che gioca con i suoi genitali e che neppure se ne rende conto o una bambina che arrossisce perché dondolandosi sull’altalena scopre che quel piacere può diventare eccitazione;
perfino le esperienze che oggettivamente non contengono alcuna minaccia possono essere fraintese da un bambino che già si sente colpevole: per esempio scoprire che esistono “esseri senza pene” mediante l’osservazione del genitale femminile;
dopo un’operazione chirurgica, la paura di castrazione puo spostarsi dalla zona operata – le tonsille, per esempio – alla parte genitale;
un bambino, che sia stato presente alla decapitazione di un pollo, o impressionato da favole circa la decapitazione, puo sostituire all’idea di decapitazione quella di castrazione.
Spesso il bambino narcisista diventa tale:

perché è rinforzato e guidato all’interno di una famiglia o di una istituzione ad un’eccessiva idealizzazione del modello (padre, madre, nonno, insegnante) e si relaziona illusoriamente soltanto con esso, escludendo ogni tipo di relazione reale (illusione di idealizzazione);
perché vive una fantasia simbiotica di essere identico a qualcun altro, di avere contenuti psichici interscambiabili, per cui penserà che “lui e sua madre” o “lui e suo padre” si bastano a vicenda e il mondo esterno è automaticamente designificato in quanto privo di valore (illusioni di identicità o illusione di gemellarità);
perché ha sviluppato fantasie idealizzanti verso uno o più personaggi di fantasia creati ad arte dalla potente industria dell’intrattenimento che attivano in lui una onnipotenza che potremmo esprimere così: “Io ed il mio eroe ci bastiamo, siamo un tutt’uno ed io con lui mi sento forte” (illusione di grandiosità).
È chiaro che si tratta di dinamiche pericolose, perché il bambino finisce per negare l’esistenza dell’oggetto esterno con cui avrebbe potuto avere una sana relazione: invece con il modello, il genitore o il suo beniamino non potrà mai avere una relazione alla pari, ma il bambino è pero convinto di averla. Lo si puo già immaginare da adulto con in mano il suo gadget tecnologico, a dimenticarsi la sua donna all’area di servizio o peggio ancora il figlio chiuso in macchina sotto il sole.

Ma allora il narcisista non riesce ad amare un oggetto d’amore?

Non riesce ad amare, perché ha paura: intuisce che amare vuol dire mettersi in gioco e teme che dare si risolva in un perdere.

Forse il narcisista ha paura che l’oggetto del suo amore non sia alla sua altezza?

In realtà è lui che teme di non essere all’altezza dell’oggetto d’amore.

Il narcisista nasconde un innegabile senso o sentimento di inferiorità verso l’oggetto esterno, vissuto come fattore di sofferenza, ma soprattutto come agente straniero e perturbatore dell’equilibrio (già oltremodo precario) e della tranquillità del suo Io: l’oggetto esterno è il suo oggetto-trauma (ossia la sua dannazione), che, non curato, col tempo si trasforma in “oggetto folle”. In realtà basterebbe impegnarsi seriamente verso l’oggetto esterno per essere già sulla via della guarigione.

Riferimenti bibliografici

Wolman, B. B. (1974). Manuale di psicoanalisi infantile. Vol. I: I fondamenti (Astrolabio-Ubaldini, Roma 1974).

Warren, N. – Jahoda, M. (1975). Gli atteggiamenti (Boringhieri, Torino 1975).

Menninger, K. (1979). Teoria della tecnica psicoanalitica (Boringhieri, Torino 1979).

Fromm, E. (2004). Io difendo l’uomo (Bompiani, Milano 2004).

Pubblicato da: Irenotta | 16 gennaio 2012

Il complesso di Edipo di Walter Machet (20/02/1995)

Secondo Freud tutto l’insieme dei problemi affettivi della seconda infanzia (3-6 anni), la conseguenza di una precisa spinta istintuale: in questo periodo, infatti, la sessualità infantile raggiunge un livello di sviluppo definito come “fase fallica”. La libido del bambino si concentra, cioè, in corrispondenza della zona genitale, che assume il carattere di zona erogena, così come precedentemente era avvenuto per la “zona anale” ed ancor prima per quella “orale”. Nonostante la sua localizzazione nell’organo genitale, la libido del periodo fallico, ovviamente, non consente ancora l’espletamento della sessualità matura. Non mancano, però manifestazioni che indicano l’attivazione della zona in senso erotico. E’ in questa età, infatti, che compaiono le prime manifestazioni di masturbazione, di esibizione degli organi sessuali, di vivaci curiosità relative alle differenze anatomiche fra i due sessi, ecc. In questo contesto, proprio la scoperta di tali differenze, contribuisce ad attivare nel bambino delle paure inconsce di perdere o di vedere danneggiato il proprio organo sessuale. E queste paure giocano un ruolo molto importante nella complessa dinamica dei rapporti fra il bambino e i suoi genitori. Il maschietto teme di essere punito per la sua rivalità verso il padre, proprio attraverso la privazione di quell’organo genitale del quale va tanto fiero e di cui la bimba è priva, forse per effetto di una punizione inflittale. Questo timore lo porta, così a modificare il proprio atteggiamento. Trasformando la sua aggressività verso il padre in imitazione e in identificazione, il bambino abbandona quella posizione così pericolosa di aperta rivalità. La femminuccia, d’altra parte, vive anch’essa la stessa “ansia di castrazione”: fantasticando di poter essere invasa, distrutta e dilaniata nell’interno del suo corpo, a motivo della lotta accesasi con la madre per ottenere il possesso esclusivo, affettivo ed erotico del padre. Lentamente, anche in questo caso, lo scontro si tramuta in identificazione: decidere di assomigliare alla madre perchè è in questo modo che si può piacere al padre.
Tutta questa complessa vicissitudine è stata teorizzata e descritta dalla psicoanalisi, inizialmente da S. Freud e successivamente da M. Klein, la quale ha addirittura osservato che queste difficoltà nella relazione a tre, questo desiderio di possesso esclusivo nei confronti di uno dei genitori con l’eliminazione dell’altro, inizia già nel primo anno di vita, quando il neonato stabilisce un rapporto distinto con entrambi, madre e padre.
Ora, come noto, Freud ha creduto di poter ritrovare il simbolo di questa situazione affettiva nella leggenda di Edipo, il re tebano che il destino conduce ad uccidere il proprio padre Laio e a sposare – sempre inconsapevolmente – la propria madre Giocasta.
Questo mito rappresenterebbe, sostiene Freud in “Totem e tabù”, il residuo simbolico delle tremende passioni dell’uomo della preistoria, il quale, privo di freni inibitori, non temette, probabilmente, di uccidere il proprio padre, capo della tribù, per conquistarne le donne. Col passare dei millenni, nulla di tutto ciò si ripete; rimane, però, nell’animo umano, presente ed operante, il problema affettivo del rapporto dei figli con i genitori, dei giovani con gli adulti. E’ ovvio che riconoscere l’esistenza e l’importanza di queste problematiche edipiche non significa vedere in ogni bimbo un incestuoso, un parricida, ma semplicemente considerare certi aspetti del comportamento infantile e anche adulto, alla luce della specifica rete affettiva ed emozionale che si instaura all’interno della situazione edipica. Il mancato superamento di questa “condizione” produce notevoli conseguenze nella successione dell’evoluzione psicologica e sessuale. Anzi, come possiamo ben osservare durante il lavoro psicoterapeutico con i nostri pazienti, questo problema costituisce il nucleo conflittuale più forte della nevrosi e determina tutta una serie di sintomi e di atteggiamenti compensatori, che possono rendere davvero difficile la vita di un individuo e di coloro che gli stanno accanto. All’origine dei disturbi della personalità, è innegabile che ci possono anche essere delle circostanze traumatizzanti momentanee che possono determinare una situazione edipica complessa, ma al contrario di quanto comunemente si crede, ciò è molto raro. Risultano, invece, molto più gravi le influenze continue ed inadeguate di un ambiente familiare perturbante. Un buon equilibrio sessuale di una coppia genitoriale, infatti, è la garanzia più sicura di un superamento dell’Edipo nel bambino. Dove l’uomo e la donna non hanno correttamente affrontato e risolto il loro Edipo, vi è incapacità a realizzare una buona armonia sessuale: le pesanti conseguenze si riversano sulla coppia stessa e, quel che ancora più tragico, sui loro figli.
Nel primo caso si hanno tutte le possibili manifestazioni di problematiche sessuali, dai disturbi del desiderio a quelli del piacere, fino alle vere e proprie deviazioni della sessualità.
Nel secondo caso, le pulsioni inappagate della coppia si riverseranno sui loro figli. I sentimenti edipici, in effetti, sono reciproci. Se il figlio è legato alla madre, questa è altrettanto legata al figlio e così dicasi per la figlia con il padre. Nel caso di un mancato superamento dell’Edipo nei genitori, questo sentimento si tramuta in attaccamento “forte”, secondo cui il figlio amato è visto come un bene di cui si vuole godere esclusivamente, paralizzando sin dall’inizio tutti i tentativi che questo fa per conquistare la sua autonomia e di instaurare altre relazioni con persone estranee alla famiglia, in particolare al momento dell’evoluzione adolescenziale.
Casi del genere emergono dalla clinica psicoterapeutica più frequentemente di quel che non si immagini: già dalla prima infanzia, i figli sono vittime di carenze affettive, di strumentalizzazioni, di iper-gratificazioni o di seduzioni. Alla tutto sommato più rara violenza fisica e sessuale, si deve spesso aggiungere quella del non riconoscere, del non accettare, del non rispettare i propri figli. A monte di tutto questo ci sono, come si diceva, grosse problematiche edipiche irrisolte. Esempi concreti ricavabili dalla pratica psicoanalitica possono chiarire meglio quanto sto dicendo.
Una coppia sessualmente frustrata nel proprio rapporto matrimoniale, può sentirsi spinta verso i propri bambini al fine di ottenere quel tipo di soddisfazione affettiva che dovrebbe scaturire dal rapporto coniugale. In questo senso, un padre con desideri sessuali immaturi e non ben integrati, può mostrarsi eccessivamente seduttivo con la propria bambina. Questa incoraggiata da tali aspetti infantili della personalità paterna vivrà nella fantasia, quando addirittura non subirà nella realtà, questo rapporto segreto e colpevole che implica l’esclusione della madre ed il trionfo su di lei. Ciò potrà portarla a sentirsi, da un punto di vista psicologico, unica responsabile dell’esclusione della madre. Tutto ciò può renderle difficile, con il sopraggiungere dell’adolescenza e dell’età adulta, l’allontanarsi dalla famiglia, perchè le sembrerà che la madre abbia bisogno di lei. Inoltre, quel legame segreto avuto o fantasticato, grazie agli atteggiamenti del padre, e sentito come colpevole, potrà crearle serie difficoltà nella realizzazione di una vita sessuale matura con un altro uomo.
Allo stesso modo, difficoltà di vario genere possono sorgere quando vi è un’intesa di questo tipo tra il bambino e la madre e quando il padre viene estromesso come una figura insignificante o come un bruto insensibile. Anche qui ciò può accadere quando la madre non soddisfatta della sua relazione sessuale, ha paura di questo tipo di rapporto con un uomo e cerca di raggiungere una specie di soddisfazione sessuale più infantile (quindi meno angosciante) con il figlio, che viene considerato come propria creazione e quindi fonte di soddisfazione narcisistica.
Ma, si badi bene: tale intimità genitori – figli, anche quando non chiaramente esplicitata, è quasi sempre impregnata di seduzione erotica. Vi sono infatti molti modi sottili attraverso cui un genitore può eccitare sessualmente il figlio: il tono di voce, il modo di curarsi esteticamente quando lo incontra, il trattenerlo con premure eccessive, il difenderlo dall’altro genitore, il non difendere quest’ultimo dall’arroganza del figlio/a, nel fare con lui/lei il sonnellino pomeridiano, nel fare il bagno o la doccia insieme, nel girare più o meno nudi per casa, nell’asciugare con troppa cura i genitali del figlio/a, ecc. ecc.
E’ così rileva Dacquino che:
difficoltà affettive da parte di uomini verso le figure femminili o di donne verso quelle maschili mascherano un complesso di Edipo non superato. Il vivere da adulti una situazione amorosa virulenta genera in loro quei sensi di colpa che traggono origine dal rapporto esagerato, morboso e frustrante avuto con la prima donna o con il primo uomo della vita, cioè la madre o il padre. Tali soggetti amano i genitori di sesso opposto fino al punto da non poterli “tradire”.
Ora, è solo dopo un lungo e paziente lavoro terapeutico fra analista e analizzando che si possono individuare e quindi risolvere i problemi che da tali rapporti nascono. Ciò può accadere grazie al fatto che il terapeuta, attraverso lo strumento del transfert, prende “il posto del padre e della madre naturali”, e permette, in tal modo, I’evidenziarsi ed il rivivere consapevolmente il particolare tipo di legame instauratosi fra il paziente e le proprie figure genitoriali. Proprio in virtù di tale caratteristica, il rapporto terapeutico stesso inteso come “riedizione” della relazione figlio – genitore e, proprio ancora in ragione di ciò, quello che emerge dal processo psicoanalitico può essere inteso, secondo le indicazioni di Freud, come una nuova crescita, una seconda educazione, una ri-nascita.

Pubblicato da: Irenotta | 16 gennaio 2012

Approccio integrale al narcisismo

LAURA BOGGIO GILOT
Il narcisista è un uomo tragico,
guidato da ideali impossibili e da ambizioni che non ama.
La vergogna e l’odio insorgono
quando non sa vivere all’altezza di questo irrealismo
Due sono le fondamentali ragioni per cui lo studio del narcisismo appare di grande rilevanza nella psicoterapia. La prima ragione è che il narcisista rappresenta il perdente per antonomasia e colui al quale è riservato il più grande quoziente di sofferenza inutile e autoprodotta; la seconda ragione è che il narcisismo non è solo una sofferenza mentale in sé, ma anche il fondamento e il cuore di ogni tipo di sofferenza mentale, di cui costituisce il nucleo della distruttività.
La distruttività narcisistica si ritrova sia nelle diverse forme di psicopatologia conclamate da sintomi, sia nelle forme mascherate di psicopatologia, che sono quelle della tossicodipendenza, della devianza sociale e della delinquenza comune, sia nella cosiddetta psicopatologia della normalità, che informa la sofferenza dell’io separato dall’Anima, fatta di egoismo difensivo, paura, vuoto e mancanza di significato della vita.
Per la sua pervasività il narcisismo, più che una psicopatologia a sé stante, può essere considerata una malattia immunitaria della psiche, poiché rappresenta un sostrato di fragilità e di illusorietà su cui attecchiscono con facilità i sintomi clinici.

Fortemente radicato nella società moderna, il narcisismo può essere letto come un inquinamento ecologico della psiche collettiva, che è nutrita da miti socioculturali perniciosi, contrari alla salute mentale e all’evoluzione della coscienza verso forme di vita più creativa, serena e consapevole.
IL CARATTERE NARCISISTICO
Il carattere narcisistico è emblematizzato dal bisogno inappagabile di essere sempre considerato migliore. Associato ad intensa ambizione e a scarsi valori, il carattere narcisistico è polarizzato su miti esteriori di successo, ricchezza, prestigio e su obiettivi superficiali di bellezza e potere.
Sottende il carattere narcisistico l’aspettativa idealistica che tutto debba avvenire come si desidera e si crede giusto secondo prospettive egocentrate. Il rifiuto della frustrazione, la ricerca di conferma sempre e comunque, l’estrema vulnerabilità alle critiche, l’intima insicurezza e l’esterna arroganza e presunzione sono gli aspetti più evidenti del carattere narcisistico.
Dipendente dall’approvazione altrui, e peraltro non libero e condizionato, il narcisista è improntato in maniera onnipotente e irrealistica al controllo e al potere, in nome del quale si dissocia dai propri sentimenti di fragilità e dai bisogni più profondi del proprio essere, vissuti spesso come minaccia per le proprie finalità autoaffermatorie di successo e possesso.
Il fanatico innamoramento di sé, tipico del narcisista, e l’ostinata       negazione dei propri difetti, limiti ed errori, porta al rifiuto del sentimento della colpa reale, all’incapacità di amare, allo sviluppo del cinismo, dell’indifferenza e della manipolazione, nonché a gravi disarmonie nell’equilibrio psicosomatico.
Penetrando nella fenomenologia della sofferenza narcisistica si

può riconoscere che il narcisista rappresenta la tipologia psicologica più separata dalla reale natura del Sé; incarnando un falso sé grandioso e illusorio, il narcisista è per emblema la personalità più lontana dalla conoscenza della sua vera natura, dall’espressione delle proprie potenzialità e dei propri talenti, così come dalla consapevolezza della propria debolezza e dei propri reali bisogni.
A causa della basica non conoscenza di se stesso, il narcisista sceglie, senza saperlo, ciò che è male per sé, prende strade sbagliate, considerandole giuste, fa scelte inopportune, credendo di fare ciò che è utile a sé, e per questa grande illusorietà si trova a raccogliere frutti opposti a ciò che crede di avere seminato, senza dubbio assai lontani da quello che realmente occorre ad ogni essere umano per essere sano, forte e felice.
Intorno al nucleo dell’inconsapevolezza di sé e delle conseguenti scelte di vita e di relazioni sbagliate, si articola un coacervo di esperienze fallimentari che sviluppano nel narcisista un’immagine di sé impoverita, latrice di senso di inferiorità e di vergogna, in contrasto con il modello ideale grandioso che sottende le sue motivazioni, e un’immagine della realtà negativa, troppo potente e minacciosa, che produce paura, avversione e invidia.
La relazione disfunzionale con se stesso e con il mondo costruisce nella mente narcisistica una somma di conflitti (interni ed esterni), complessi (inferiorità e abbandono) ed emozioni dolorose (paura, rabbia, impotenza e vergogna), che lo spingono sempre più ad attività difensive ed a scelte compensatorie di carattere materialistico, estrovertito ed edonistico.
Preda del falso sé, che corre dietro alle lucciole dell’ “avere”, del successo esteriore e dell’acclamazione altrui, il narcisista sperimenta la drammatica rinuncia alla conoscenza della bontà e della dignità intrinseca alla natura umana, rappresentando per antonomasia un’esistenza apparentemente socializzata ma intimamente solitaria e priva di valori, in cui il terrore della morte, della vecchiaia e della malattia si sviluppano col passare del tempo accanto ad un vuoto di autostima e di sfiducia nella vita.
Va sottolineato che se la direzione del narcisismo è guidata dal principio del piacere, il suo effetto, viceversa, è legato all’istinto di morte: come sottolinea il mito di Narciso, questi, fanaticamente attratto dalla sua immagine riflessa nell’acqua, muore cadendovi dentro. Il tema della morte è emblematico degli effetti dell’inconsapevolezza egocentrica, che produce azioni in contrasto con la vera natura del Sé e con i veri bisogni e valori dell’esistenza, estraniando la coscienza dalle necessità evolutive e da quelle certezze che si trovano solo nel cuore di ogni essere umano.
GRADI DI STRUTTURAZIONE NARCISISTICA
Le conoscenze della psicoterapia insegnano che il narcisismo si presenta come un disturbo della strutturazione della personalità che è generato da una patologia del super-io, ovvero dalla disfunzionalità, sino all’assenza completa, di quella struttura fondamentale della mente che impone i limiti morali, le regole e le normative realistiche. E’ attraverso questo opus direttivo del super-io che l’io regola l’assolutezza del piacere, evoca il senso di colpa in caso di danno reale e spinge alla riparazione, mantenendo in tal modo l’autostima. In assenza di un super-io ben strutturato si realizza una carenza del senso del dovere e del senso morale, un abuso del principio del piacere ai danni del principio della realtà, con una conseguente assenza di capacità autocritica e di visione realistica delle cose, che è necessariamente fonte di un rapporto disfunzionale con la realtà e con il prossimo. Da questo rapporto disfunzionale si genera il senso di inadeguatezza che indebolisce l’autostima e il rapporto con la vita.

NARCISISMO DELL’IO
SEPARATO DALL’ANIMA
•    Super-io conformistico
•    Inconsapevolezza del Sé e chiusura nell’io storico
•    Fattori non etici egoistici: orgoglio, avidità, volontà di potenza
•    Vuoto spirituale – aridità affettiva
•    Paura della morte e fuga nell’esteriorità

NARCISISMO
NEVROTICO
•    Super-io contenente residuati idealizzanti e onnipotenti
•    Difese secondarie (rimozione e razionalizzazione)
•    Differenziazione sé-oggetto
•    Paura, odio, invidia, rabbia, vergogna…sotto controllo
•    Comportamenti sociali adattati ma conflittuali

NARCISISMO
BORDERLINE
•    Assenza di super-io e aspettative idealistiche e onnipotenti
•    Difese primarie di scissione (idealizzazione primitiva, identificazione proiettiva, ecc.)
•    Indifferenziazione sé-oggetto
•    Paura, odio, invidia, rabbia, vergogna…fuori controllo
•    Comportamento sociale disadattato

Non guidato da un super-io realistico e da un corrispondente adattamento ai limiti della realtà, privo in altre parole della guida di quel “genitore interno” che educa e protegge con retto rigore, il mondo del narcisista è fondamentalmente egoista, infantile e abitato dalla pretesa eccessiva verso gli altri e verso se stesso, dalla cui frustrazione originano i sentimenti di rabbia e odio a cui il narcisista oppone difese diverse, che lo portano ad esistere in una dimensione sempre più alienata e compensatoria di soddisfazioni mancate.
Centrata su aspettative che non possono trovare conferma e su una visione falsa e idealizzata della realtà, l’immagine che il narcisista ha di se stesso è deludente, così come lo è il mondo che lo circonda. È naturale che la vergogna di se stesso, la paura del mondo e la rabbia verso di esso siano le emozioni che fanno da corollario alla patologia narcisistica.
Integrando le prospettive della psicoterapia con la sapienza meditativa, l’approccio integrale, derivante da Ken Wilber, consente di studiare il narcisismo nella cornice di riferimento evolutiva che riconosce questo disturbo della personalità come il risultato di una cattiva metabolizzazione delle esperienze nelle diverse fasi dello sviluppo, dallo stadio pre-egoico a quello transegoico-transpersonale.
Il narcisismo borderline, descritto nella tradizione psicoanalitica, è relativo ad un disturbo dello sviluppo nella fase di separazione/individuazione (precedente quindi la strutturazione del super-io).
Il narcisismo nevrotico deriva da una cattiva metabolizzazione della struttura tripartita (super-io, es, io), a causa di un super-io che non ha dissolto i residuati idealizzanti ed è portatore di richieste onnipotenti e irrealizzabili.
Nel narcisismo dell’io separato dall’Anima, il super-io è strutturato realisticamente, ma la personalità è troppo identificata con
credenze, morale e valori conformistici che si cementano sui falsi miti dell’età moderna (successo, ricchezza e prestigio), opponendosi di per sé a ciò che è necessario per la realizzazione del Sé.
Quest’ultima patologia narcisistica, meno riconosciuta ma più pervasiva delle prime, è essenziata da egoismo e da inconsapevolezza, che impedisce il riconoscimento del significato e del compito connesso all’esistenza, determinando la separazione della vita individuale dalla realtà universale a cui è collegata.
Questo stato dell’ego scisso dalla vita universale, immerso nell’illusione della caducità della vita, si manifesta con un complesso di attaccamenti al proprio corpo, ai propri averi, ai propri credi e ai propri pensieri, attaccamenti che si sviluppano come difesa dalla paura, che sperimenta il senso dell’identità incapsulata nel corpo ed esistente in un mondo senza significato.
La terapia integrale del narcisismo richiede la diagnosi evolutiva, per riconoscere il grado del narcisismo e quali sono le strutture patologiche della mente che devono essere trasformate.
È bene ricordare che l’eventuale sintomatologia (fobica, depressiva, ossessiva, ecc.) presente nei conflitti narcisistici non va soffocata e affrontata in sé e per sé, ma tenuta presente e valorizzata come l’espressione del disturbo strutturale, con la consapevolezza che il sintomo non potrà essere risolto se non cambierà la strutturazione mentale.
Il risanamento narcisistico richiede di procedere dalla strutturazione più bassa, e quindi richiede come prima tappa la costruzione di un buon super-io.  Questo obiettivo è comune ad ogni tipo di psicoterapia: diverso per l’approccio integrale è il fine della psicoterapia e ciò che veramente significa superare il narcisismo.
Mentre la psicoterapia ordinaria, nell’affrontare il narcisismo, vuole liberare il paziente dalla sofferenza che lo opprime (paura,
odio, vergogna, rabbia), e per questo usa strumenti di rinforzo dell’io e di occultamento del male che l’io non può sopportare, la psicoterapia integrale si rivolge alla trasformazione di più profonde strutture disfunzionali della mente narcisistica, che consistono nell’inconsapevolezza ontologica e nei fattori egoistici, tra i quali l’orgoglio, l’avidità e la volontà di potenza.
Mentre la psicoterapia ordinaria troppo spesso sviluppa l’egocentrismo, ignorando i danni del vuoto spirituale, la psicoterapia integrale vede nella trasformazione delle motivazioni egocentriche e nelle scelte spirituali di vita e di valori la liberazione da veleni di base della mente, che costruiscono una sofferenza inutile e impediscono una guarigione duratura.
Nella prospettiva integrale la guarigione richiede non solo la liberazione dalla sofferenza clinica, ma l’espansione della coscienza alle fonti di bellezza, verità e bontà presenti nell’animo umano e, attraverso questo, la riappropriazione di un senso universalistico della vita, garante di significato e certezze.
CENNI DI TRATTAMENTO TERAPEUTICO DEL NARCISISMO
L’approccio integrale alla terapia del narcisismo contempla l’utilizzazione delle conoscenze psicoterapiche e delle pratiche di consapevolezza e trasformazione appartenenti alle tradizioni meditative.
Poiché il narcisismo nelle forme borderline e nevrotiche si radica nell’infanzia e nella relazione genitori-bambino, occorre penetrare nella sfera personale antica della vita infantile e nella qualità delle relazioni genitoriali interiorizzate. Fondamentali per questo obiettivo sono le conoscenze della psicoanalisi, in particolare le teorie delle relazioni oggettuali, e infine le pratiche introspettive analitiche, che aiutano a far emergere il passato storico del paziente.
Kernberg sottolinea come l’investigazione delle relazioni ogget¬tuali interiorizzate, ovvero delle vicissitudini dei rapporti genitoriali e interpersonali che sono divenute parte della psiche, nonché l’esame dello sviluppo delle relazioni affettive, rappresentino le componenti fondamentali dell’approccio terapeutico ai disturbi della personalità narcisistico-borderline.
Nell’approccio integrale, accanto all’investigazione introspettiva psicoanalitica, di particolare utilità ci sembra l’uso di alcune tecniche meditative di consapevolezza corporea, che facilitano l’integrazione dei vissuti emotivi e affettivi. La dinamica affettiva è infatti strettamente correlata all’esperienza corporea e sensoriale: gli affetti comprendono sempre una componente soggettiva cognitiva e un’esperienza soggettiva fisica ed emotiva di natura piacevole o spiacevole, con fenomeni di scarico neurovegetativi che hanno a che fare con l’attivazione psicomotoria e la comunicazione nel corpo.
Semplici pratiche di movimento libero, o di catarsi corporea, associate a più precise tecniche meditative di attenzione selettiva al corpo ed alle sue sensazioni, sviluppano una maggiore possibilità di consapevolezza sensoriale ed emotiva, facilitando la possibilità di differenziazione e di autoriflessione che collabora all’integrazione di emozioni rimosse, contribuendo ad un senso dell’identità più concreto e unificato.
Per affrontare il narcisismo nevrotico è fondamentale il lavoro sulla struttura tripartita (super-io, es, io), che nell’approccio integrale può essere visto come conflitto tra tre subpersonalità: il Bambino, il Genitore e il Mediatore interno.
Il risanamento della struttura tripartita narcisistica richiede che si abbia una nozione chiara della maturità psicologica a questo livello dello sviluppo, e delle forme di pensiero ad essa connesse.

Nella struttura tripartita sana, la capacità di controllare gli impulsi considerati inaccettabili, la possibilità di accettare i propri errori con il desiderio di risanarli, il porsi di fronte alle proprie colpe e alle proprie debolezze senza perdere l’autostima, ma volendo riparare, determina la capacità di autocritica, di retto rimorso e di responsabilità verso le proprie azioni, nonché la possibilità di pagare i propri errori e le proprie colpe senza sentirsene annientati.
Questi elementi sani del comportamento mentale sono fondamentali per lo sviluppo futuro dell’identità e fanno capo a una buona strutturazione del super-io.
Nella misura in cui la normativa superegoica si sposta verso l’insensatezza dell’ipermoralismo o dell’idealismo onnipotente, si produrrà un bambino sofferente e un mediatore che troverà sempre più difficile la sua opera di transizione tra le richieste interne e quelle della realtà esterna.
Questa disfunzione del comportamento interno porta a disfunzionali relazioni interpersonali che impediscono l’adattamento.
Il disturbo del super-io, in altre parole, produce diverse fasce di sofferenza che possono essere viste come conflitti tra subpersonalità. Nella psicoterapia integrale vanno affrontate le sofferenze del bambino vittima, la sofferenza aggressiva del genitore e quella del mediatore difensivo diviso tra genitore e bambino, nelle componenti relazionali che si riferiscono alla percezione, all’affettività, al pensiero e al comportamento:
    la sofferenza emotiva del bambino vittima (paura, rabbia, impotenza, vergogna, invidia, gelosia);
    la sofferenza aggressiva del genitore onnipotente (intolleranza, ipercriticismo…);
    la sofferenza del mediatore difensivo (diviso tra il genitore e il bambino).

Grande attenzione va data alla comprensione delle aspettative narcisistiche idealiste e onnipotenti ed al superamento delle difese che si ergono contro il pericolo delle cariche distruttive dovute alla sofferenza reattiva del bambino interiore.
L’osservazione attenta della relazione genitore-bambino svela l’operato difensivo del mediatore, che cerca di occultare gli aspetti che acuiscono il conflitto tra i due, alleandosi con il genitore o il bambino e rimuovendo i fattori dell’aggressività, della debolezza e dei limiti produttori di paura e di vergogna.
È il vittimismo, quale sentimento di essere trattato ingiustamente, che va posto in primo piano, come la voce del bambino interiore in risposta alla pretesa onnipotente del genitore.
L’autorappresentazione di se stesso vittima e carnefice, quale risultato dell’agire interrelato delle subpersonalità del bambino e del genitore, dovrà cedere il posto a una più matura autorappresentazione, che riconoscerà questa dualità interna da una più unificata e sapiente posizione. Dovrà, in altre parole, svilupparsi un nuovo centro di coscienza che, invece di occultare, accolga l’imperfezione e i limiti e, con essa, la frustrazione inevitabile che la vita dà, e medi, secondo principi realistici, le richieste morali, quelle pulsionali e quelle della realtà.
I conflitti narcisistici sono impregnati di egoismo e non sono risolubili senza una trasformazione delle motivazioni verso la vita e del pensiero che guida l’azione: prima tra di esse è l’importanza personale esagerata, da cui è generata l’aspettativa irrealistica di come dovremmo essere, di come dovremmo trattare il mondo e di come dovremmo essere trattati dal mondo.
Il risanamento della struttura tripartita richiede un’elaborazione emotiva, attraverso pratiche che implicano il lavoro con il corpo, ed un’elaborazione cognitiva, che riconosca il modo di pensare
disfunzionale e gli atteggiamenti idealistici e onnipotenti che lo preparano e lo sottendono. Nel narcisismo le emozioni di impotenza, rabbia, risentimento, vergogna, invidia e odio sono il risultato di un pensiero disfunzionale che non contempla la capacità di accettare i propri limiti e di assumersi le implicazioni di questa accettazione, che richiede di accettare la disconferma altrui.
Occorre sapere qual è il retto modo di pensare che precede l’agire: senza la consapevolezza di ciò che è bene e di ciò che è sano le componenti emotive diventano drammatiche. La rabbia e il senso illusorio di essere non capiti e maltrattati, tipici del narcisista, non possono essere affrontati in se stessi se non si comprende che essi sono la risposta a un non retto pensare, ovvero al pensiero di chi in realtà cerca nel mondo solo uno specchio che accetti indiscriminatamente il proprio modo di essere.
La psicoanalisi parla di disillusione ottimale, quale prassi terapeutica che sposta l’ambizione narcisistica su scopi realistici (questo segue il passaggio da una patologia nevrotica a un narcisismo “normale” che non lede l’adattamento alla realtà). Come vedremo, la prospettiva integrale include questa disillusione ottimale ma mira a più profonde trasformazioni, perché ha come finalità anche il superamento del narcisismo dell’io separato dall’Anima, ovvero quello della cosiddetta psicopatologia della normalità.
D’accordo con le teorie psicoanalitiche, l’approccio integrale affronta l’ingiunzione irrealistica e grandiosa del genitore e le reazioni del bambino interiore, nonché la natura dei meccanismi difensivi, ma affronta anche le origini non etiche del narcisismo che fanno capo ai fattori egoistici dell’avidità, dell’orgoglio e della volontà di potenza.
Occorre tener presente che la genesi del narcisismo è sì nel bisogno di assoluta stima, conferma e successo che si radicano in un
vissuto primario infantile di una ferita di amore, ma è anche fondato su fattori del carattere di base che rappresentano un terreno fertile per lo sviluppo dell’egoismo, il padre del narcisismo.
Riappropriarsi delle proprie ferite d’amore è uno scopo della psicoterapia, ma affrontare l’egoismo e coltivare qualità spirituali è un mezzo imprescindibile della integrale guarigione narcisistica.
Lavoro psicologico e lavoro spirituale dovranno incontrarsi per una vera soluzione di questa sofferenza paralizzante la salute mentale e lo sviluppo autorealizzativo.
In questo contesto, le valenze narcisistiche e non etiche della personalità vanno sempre tenute presenti e fatte riconoscere al paziente. Nel trattamento della struttura narcisistica è necessario rivisitare e trasformare gli atteggiamenti mentali di criticismo e intolleranza e rivalutare il pensiero positivo e benevolente, ma anche maturare l’accettazione degli altri e la capacità di donare.
I fattori non etici del carattere narcisistico: arroganza, superbia, presunzione andranno riconosciuti come radici del conflitto della struttura tripartita, concause della rigidità e della chiusura ostile che produce sofferenza mentale, nonché della fragilità e della fondamentale incapacità di amare.
È necessario riconoscere come gli atteggiamenti narcisistici infantili costruiscono l’opposto di ciò che cercano e ispessiscono la percezione irrealistica di se stessi e del mondo. Esempio:
    la richiesta onnipotente costruisce il sentimento d’impotenza;
    la pretesa di essere sempre accettati costruisce l’incapacità di asserire opinioni e dissenso per paura del giudizio altrui;
    la paura della propria assertività crea l’incapacità di difendersi dall’aggressività altrui;

    l’incapacità di riconoscere i propri errori e le colpe reali porta alla confusione tra bene e male;
    l’incapacità di assumersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni porta al fallimento dell’intenzionalità;
    l’incapacità di accettare che altri siano preferiti e migliori di se stessi perché si vuole essere il migliore porta a incertezza e fallacità.
Nella psicoterapia della struttura tripartita vanno affrontati anche i miti distruttivi che si formano nelle pieghe del pensiero narcisistico.
I miti distruttivi sono caratterizzati da assunzioni inconsce e da coazioni a ripetere modalità distruttive, che si manifestano in comportamenti ripetitivi intessuti di un simbolismo carico di istinto di morte. Ogni mito distruttivo è incarnato da una specifica maschera e da un’ombra che corrisponde a ciò che la maschera vela.
    Narciso (è il mito vanaglorioso di chi vive la vita in funzione di appropriazione, che cela l’egoismo che uccide).
    Icaro (è il mito dell’onnipotenza, che cela il rifiuto del limite).
    Prometeo (è il mito della volontà di potenza, che cela l’orgoglio).
    Lucifero (è il mito della modalità disobbediente e traditrice, che cela l’avidità e l’invidia verso l’autorità).
    Il vincitore (è il mito di colui che vuole sempre essere il migliore, che cela il  rifiuto del fallimento).
    L’angelo del focolare (è il mito dell’obbedienza cieca all’autorità, che cela la paura).
    La vittima (è il mito di colui che è sempre permeato di sconfitte, che cela l’incapacità di essere grato).

Concludendo questa breve panoramica dell’approccio integrale al narcisismo, in particolare al narcisismo nevrotico, voglio sottolineare che, per sviluppare la consapevolezza delle componenti narcisistiche, di grande utilità è la pratica meditativa Vedanta di autosservazione, che allena ad osservare nel qui ed ora il soggetto sperimentatore della realtà, ed il pensiero che usa per giudicare la realtà. Questa esplorazione pone facilmente in contatto con le subpersonalità.
L’osservazione della natura del pensiero porta a riconoscere i danni del pensiero violento o limitato o pregiudiziale ed a favorirne la trasformazione.
Lo sviluppo di un pensiero portatore di verità rieduca l’orgoglio di appartenere a se stesso e l’avidità di beni transitori, verso forme più garanti e sicure di esistenza.
È ancora il pensiero purificato dalla visione spirituale ciò che rivoluziona gli atteggiamenti narcisistici apportatori di dolore, verso atteggiamenti apportatori di serenità e di ottimismo.
Accanto alla pratica meditativa di autosservazione è di grande utilità la pratica meditativa, insegnata nella tradizione Yoga-Vedanta, dell’evocazione del sentimento positivo, che coltiva qualità come il perdono, la comprensione, l’accettazione e l’umiltà.
Queste pratiche spirituali rappresentano la migliore terapia del comportamento grandioso e orgoglioso del super-io disfunzionale, smontano la pretesa onnipotente e la richiesta idealistica che si fa a se stessi e agli altri, sviluppando aspettative più realistiche che contribuiscono all’accettazione dei propri limiti, della propria incompiutezza e quindi di quella altrui.
L’atteggiamento spirituale che accetta il coraggio di esistere in un mondo imperfetto e vuole comprendere e perdonare gli errori
propri e altrui aiuta a non reagire con rabbia alla frustrazione, superando così la sofferenza narcisistica più dolorosa.
Nella pratica spirituale, di grande utilità è la lettura dei testi sapienziali, come la Bhagavad-Gita, gli Yoga-Sutra di Patanjali, commentati da Raphael, che aiuta a disidentificarsi dal limitato e debole senso dell’io ordinario e dall’autorappresentazione egocentrata, acquistando speranza e fiducia nelle potenzialità del Sé, che è parte indivisa della vita universale.
La visione spirituale del Sé come anima immortale, abitatrice della vita universale che è incarnata con un compito e uno scopo, dà significato a quei limiti ed a quei fallimenti ineluttabili nella vita di ogni essere umano, che il narcisista non sopporta, aiutandolo a comprendere che la sofferenza che si incontra nella vita non è una sterile sconfitta che sviluppa disistima, ma un’opportunità di trasformazione, crescita e conoscenza.
Se il narcisista capirà il senso spirituale della vita e il suo radicamento nella vita universale, se potrà accettare la sofferenza come opportunità di crescita, potrà ridurre la sua basica insicurezza e sviluppare un senso di responsabilità verso la vita che mitigherà le sue pretese onnipotenti, i suoi terrori e i suoi odi.
CENNI SUL RAPPORTO TERAPEUTA-PAZIENTE
Nella psicoterapia integrale, cruciale per la soluzione dei conflitti narcisistici e delle aspettative irrealistiche che li sottendono è il rapporto terapeuta-paziente. Il lavoro con il paziente narcisista richiede non solo una relazione terapeutica profonda ed empatica, ma anche una reale modalità attiva da parte del terapeuta, rivolta a favorire il riconoscimento degli oggetti narcisistici, tale da consentire il ripristino del principio della realtà sull’idealizzazione narcisistica.
Nella relazione terapeutica, l’intervento del terapeuta facilita
l’elaborazione dell’aspetto cognitivo delle relazioni affettive, che riflette sempre il rapporto tra una rappresentazione di sé ed una dell’oggetto. Inoltre, la personalità matura del terapeuta potrà favorirne i processi di interiorizzazione e identificazione con una figura genitoriale positiva, che consenta la costruzione del super-io sano.
Il lavoro con il paziente narcisista richiede molta centralità e pazienza. Nel transfert che lega il paziente al terapeuta, si manifestano i vissuti delle pulsioni sessuali e aggressive, dalle reazioni iniziali di attaccamento come affetto di base, alla rabbia, all’odio come stato affettivo reattivo alle aspettative deluse, proiettate nel setting terapeutico. A queste si aggiunge l’invidia conscia o inconscia, che si sviluppa facilmente verso il terapeuta, e che è particolarmente perniciosa nel borderline.
Nel trattare i disturbi narcisistici va privilegiata una situazione terapeutica forte, attenta ed amorevole, e un rapporto terapeutico con uno psicoterapeuta maturo, libero da valenze narcisistiche.
Quanto più il terapeuta è capace di accettare e di essere in pace con i suoi limiti, con un’attiva responsabilità volta alla loro trasformazione, tanto più sarà capace di accogliere i limiti del paziente ed esserne valido specchio.
Quanto più il terapeuta avrà trasceso la vulnerabilità, la rabbia e le difese narcisistiche, tanto più potrà venire in contatto con la rabbia narcisistica del paziente e comprenderne le difese. Quanto più egli incarnerà un modello realistico e accettante il bene e il male, tanto più potrà favorire un nuovo modello da introiettare, che favorirà lo sviluppo di un super-io con richieste morali giuste.
Lo psicoterapeuta ideale è quel meditante progredito che, ben oltre il disordine dei disturbi narcisistici, cosciente dei limiti e delle potenzialità, è allineato al Sé, da cui riceve guida e nutrimento.
Se lo psicoterapeuta può incarnare il Sé piuttosto che l’io, egli apparirà come un centro di discriminazione, armonia e saggezza  amorevole, di per sé altamente trasformatorio.
Non va dimenticato che il Sé, come centro e totalità della psiche, è capace di conciliare gli opposti: esso non solo è la sorgente delle forze superiori dell’interiorità, ma è anche l’organo di accettazione per eccellenza.
Alleandosi con il Sé, lo psicoterapeuta dovrà trasmettere la natura dell’accettazione, non come passiva acquiescenza alla negatività e agli errori del paziente (che significherebbe un’iperindulgenza, priva di discriminazione e sottomessa al male), ma come capacità di riconoscere errori e negatività ed assumersene umilmente la responsabilità, onde dare avvio a un processo di trasformazione centrato sulla volontà di bene e sull’affermazione della dignità della propria vita.
L’atteggiamento di vera accettazione, così spesso confusa con l’iperindulgenza, richiede e porta seco il sentimento di responsabile e riparatoria considerazione per il male e per il danno inferto a se stessi e agli altri.
Uno psicoterapeuta efficiente non sarà mai critico e svalutativo, ma neanche iperindulgente: come il Virgilio dantesco, guiderà il paziente nel suo “inferno” narcisistico e gli farà riconoscere i suoi fantasmi e i suoi mostri, così come i suoi talenti e le sue qualità, rimanendo in ogni caso centrato in un cuore lucido e compassionevole, capace di un’intenzionalità volta alla liberazione dal male, che non potrebbe realizzarsi senza la fiducia nelle forze buone del Sé e nella sua costante opera di risanamento e illuminante influsso.

http://iochiaraeloscuro.blog.rai.it

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Boggio Gilot L., Crescere oltre l’io, Cittadella editrice, Assisi 1997
Boggio Gilot L., Il narcisismo nevrotico, Dispense di insegnamenti tenuti all’AIPT
Boggio Gilot L., Il narcisismo borderline, Dispense di insegnamenti tenuti all’AIPT
Kernberg O., Sindromi marginali e narcisismo patologico, Boringhieri, Torino 1989
Kohut H., Narcisismo e analisi del sé, Boringhieri, Torino 1976
Lowen A., Il narcisismo, edizioni Feltrinelli, Milano 1985
McWilliams N., La diagnosi psicoanalitica, edizioni Astrolabio, Roma 1999
Raphael, Tu sei quello, Asram Vidya, Roma 1982
Raphael, Al di là del dubbio, Asram Vidya, Roma 1987
Raphael, Scienza dell’amore, Asram Vidya, Roma 1996

Pubblicato da: Irenotta | 6 gennaio 2012

Mito e psicoterapia. Borderline e visione del mondo

Pubblicato da: Irenotta | 29 dicembre 2011

Pensieri di fine anno….

 

 

Tutti si trovano a fare dei bilanci…Relativamente all’avventura che ci siamo appena lasciati alle spalle, conditi dalle aspettative o dai pessimismi per quella che inizierà… La vista inizia già da Natale ad annebbiarsi nei fumi del vino e nei bagordi, per chi li fa, del cibo…Ed è così che ci si ritrova ad essere più saggi o più cazzari, più vivi o più defunti, più attivi o più passivi, più ottimisti o completamente disfattisti…

Per quanto mi riguarda, penso che l’atteggiamento migliore da assumere dovrebbe essere l’equilibrio, ovvero, non vivere di sole aspettative ma nemmeno finire sull’orlo di un baratro di pessimismo suicidario senza speranza…Dal momento che trovare l’equilibrio non è sempre così facile, beh, io adotto la terza via, essendo abbastanza disfattista di natura, ma non avendo alcuna intenzione di tagliarmi le vene: dicasi PESSIMISMO COSTRUTTIVO, ovvero quell’atteggiamento pronto a qualsiasi evento od imprevisto, positivo o negativo, fausto o infausto, beneaugurante o sciagurato, quella predisposizione di chi non si aspetta niente, andando avanti per la propria strada e pur avendo nel cuore qualche aspettativa, piccola o grande che sia. Se poi qualcosa di positivo ed inaspettato accade, tanto meglio, dal momento che non lo si attendeva in modo frenetico; se, al contrario, l’accadimento negativo ed imprevisto ci si para davanti, non saremo troppo spiazzati nell’affrontarlo, anzi, saremo più pronti, e magari anche più…Insomma, aspettarsi il peggio per rimanere piacevolmente sorpresi o per non restare amaramente delusi da qualcosa di inaspettato.Non mi resta che aggiungere qualche aforisma, qualche aforisma…Un augurio che ognuno possa vivere come vuole…

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Diceva Giuseppe Ungaretti, in versi concisi quanto incisivi, “Si sta come d’autunno, sugli alberi, le foglie” (da Soldati, 1918)…Non c’è modo migliore per esprimere il concetto della caducità umana e la consapevolezza della precarietà della vita umana.

Tale concetto è ripreso in diverse culture e accompagna l’intera Storia dell’Uomo, si trova in pressoché ogni ambito geografico ed in diverse riflessioni della mente umana… In particolare, nella cultura giapponese e nella filosofia zen, l’elucubrazione relativa alla caducità è ferma e serena allo stesso tempo, come ci si poteva aspettare da questo tipo di meditazione, sempre molto fatalista, ma anche molto positivo.

Ho approfondito un po’ ed ecco l’interessante risultato, che porta addirittura ad un paragone ed ad una vicinanza concettuale con la letteratura latina (Virgilio in primis)…Stiamo andando verso un concetto-chiave dell’estetismo giapponese, l’aware.

L’odierno significato di questa parola, come aggettivo, è “compassionevole”. Più precisamente, aware si riferisce alla qualità emotiva insita nelle cose, nella natura, nell’arte, ma anche, in senso più generico, alla reazione interiore di una persona dinanzi a uno stimolo estetico.

Il senso dell’ aware ebbe la sua massima espressione in Giappone durante l’Epoca Heian, intorno l’anno 1000. Nell’allora capitale di Heiankyō, la corte imperiale dei Fujiwara viveva praticamente racchiusa in un mondo completamente artificiale, in un ambiente che in quanto ad eleganza formale, gusto per la bellezza, meticolosità, cura dei dettagli, ha avuto ben pochi uguali nella storia umana. A quell’epoca i gentiluomini, anche quando raggiungevano posizioni elevate, mostravano ben poco interesse per le responsabilità pubbliche e preferivano dedicare il loro tempo a vergare poesie su fogli di carta colorata, o a controllare i dettagli più minuti del loro abbigliamento. Le dame vivevano truccate come bambole dietro ai loro paraventi, dedicandosi alle lettere e all’amore. La civiltà heian tendeva alla ricerca della perfezione estetica. Un minimo errore di gusto poteva distruggere la reputazione di un gentiluomo.

Nell’Epoca Heian tutti gli uomini colti scrivevano in cinese, lingua della burocrazia e della cultura, e dunque furono le donne a creare i grandi capolavori della letteratura giapponese. Dame di corte come Murasaki Shikibu o Sei Shōnagon si sforzarono di analizzare la percezione infinitesimale dei sentimenti, riuscendo a rasentare limiti assoluti di delicatezza stilistica. Gli ideali di bellezza che contrassegnarono il gusto di quest’epoca possiamo appunto incontrarli negli scritti di queste dame, nelle loro lunghe contemplazioni e riflessioni. Leggiamo ad esempio nel diario di Izumi Shikibu:

“Voglio aprire le imposte a guardare la luna che scende verso l’orizzonte occidentale. Sembra lontana e serenamente diafana (c’è una nebbiolina sopra la terra) e arrivano insieme il suono di una campana e il canto dei galli. Non ci sarà mai più un momento come questo né nel passato né nel futuro…”

Infinite frasi come queste si rintracciano nella letteratura heian: c’è la contemplazione della bellezza unita all’idea della sua irripetibilità e caducità. Izumi Shikibu la tratta con dolcezza e melanconia, Sei Shōnagon col suo spirito beffardo. Nel Libro del Guanciale, quest’ultima procede mescolando il dato autobiografico a baluginanti elencazioni di immagini.

“Particolari eleganti e graziosi. Un’ampia sopravveste candida gettata su una veste rossa. Le uova di anatra. Un dolce di zucchero conservato nel ghiaccio e presentato in una piccola coppa di metallo. Un rosario dai grani di cristallo. I fiori di glicine. I fiori di prugno con la neve che cade. Un bambino graziosissimo intento a mangiar fragole…”

Lo spirito dell’aware pervade tutta la letteratura Heian” scrive Hisamatsu Senichi. “Si manifesta nei sentimenti che ci ispira una lucente mattina di primavera, ma anche nella tristezza che ci sopraffà in una sera d’autunno. Il suo significato primario, comunque, è una delicata melanconia, che può diventare una vera sofferenza.”

Gli esempi più significativi li ritroviamo però nella Storia di Genji, il diluviale romanzo di Murasaki Shikibu, primo romanzo della letteratura giapponese e capolavoro assoluto della letteratura mondiale. Ci sarebbe moltissimo da dire su questo romanzo ricco di personaggi e privo di trama, che, in quello che potrebbero essere additati come difetti formali, rasenta invece la perfezione. L’autrice ne domina i mille rivoli con un’attenzione e una sensibilità assolute, e sembra che nel romanzo la parola aware sia ripetuta più di mille volte. I giapponesi hanno dato origine a innumerevoli ed erudite disquisizioni sull’esatto significato diella parola nei vari contesti in cui viene a cadere ed è ben comprensibile l’imbarazzo dei traduttori occidentali che ogni volta che si trovano a definirne l’esatta sfumatura.

Il protagonista del romanzo, Hikaru Genji, è figlio dell’imperatore e di una concubina, ragion per cui non è destinato al trono. È un giovane avvenente, dal gusto ricercato, lo spirito brillante e l’umore velato da una melanconia un po’ decadente. È l’immagine di tutto ciò che una donna potrebbe chiedere a un uomo, alla corte dei Fujiwara e nell’epoca Heian. L’autrice stessa è evidentemente innamorata del suo personaggio, il quale “nessuno poteva guardarlo senza provarne piacere”.

Nel corso del romanzo, Genji si sofferma spesso a contemplare un giardino inargentato dalla luna, ad ammirare la danza di un mimo dinanzi alla tormenta, ad ascoltare le note di un koto vibrare nel crepuscolo. C’è una scena bellissima in cui il principe, recandosi da una delle sue amanti, avverte, nel buio della notte, il profumo di un fiore appena sbocciato. Fa fermare la portantina e rimane a lungo ad assaporare quella fragranza che la brezza già sta sbriciolando e disperdendo. Questo è il gusto che sorregge l’intero romanzo: la finzione narrativa si fonde con quello che era l’effettivo ideale di vita dell’Epoca Heian. Quando Genji viene esiliato a Suma, a metà romanzo, la contemplazione della bellezza si fonde a una nostalgia totale, struggente:

“In una tranquilla notte di luna, in cui un limpido cielo s’inarcava sul vasto mare, Genji se ne stava a guardare la baia. Pensava ai laghi e ai fiumi del suo paese natio. L’uniforme distesa del mare non destava in lui che una vaga e generica nostalgia. Non c’era un segno familiare intorno a cui si potessero concentrare le sue associazioni, non un punto preciso in cui i suoi occhi si volgessero. Davanti a lui, in tutto lo spazio deserto, solo l’isola di Awaji si stagliava fermamente e attirava l’attenzione. – Awaji, grano di spuma allo sguardo lontano – citò egli e recitò il verso: – Oh, isola maculata di spuma che per me non eri niente, persino un dolore come il mio in questa notte di meravigliosa bellezza tu hai il potere di guarire!”

E per impulso Genji afferra il suo koto e comincia a provare una melodia cinese: il suono, mescolato coi sospiri dei pini e il sussurro delle onde, si ode lungo il pendio, fin nelle case vicine. Il governatore è straziato da quel canto e dalla nostalgia che lo riporta ai giorni in cui si trovava nella corte di Heiankyō, arriva alle stanze di Genji e geme: – L’incanto di una musica come questa non è unicamente terreno! Non dirige forse i nostri pensieri verso quelle melodie celesti che ci accoglieranno quando finalmente raggiungeremo la mèta dei nostri desideri?

Nel senso principale dell’aware c’è infatti una nota malinconica. È sì, l’emozione suscitata dalla bellezza del mondo, ma senza dimenticare che questa bellezza è destinata a svanire, come chi la osserva. È “compassione” nel senso etimologico della parola, dal latino cum-patire, e dunque un condividere il nostro sentire con ciò che ci circonda, di cui facciamo parte e con cui condividiamo il destino. All’amore per la contemplazione della natura, di stampo scintoista, si fonde l’idea dell’impermanenza del mondo affermata dalle dottrine buddhiste. Come nota Anesaki Masaharu, la convinzione della continuità delle esistenze nel ciclo delle morti e delle rinascite approfondisce la nota sentimentale ed amplia infinitamente l’ambito simpatetico dell’aware.

Mono no aware, “l’emozione delle cose”. Ci si commoveva percependo la relazione fra bellezza e tristezza del mondo, relazione che l’animo sensibile avvertiva nella bellezza della natura o nel suo materializzarsi nell’arte, non solo perché ne subiva l’impatto estetico, ma anche perché essa gli faceva prender più che mai coscienza della natura effimera di ogni cosa. Aware non era dunque soltanto emozione dovuta a contemplazione, ma addirittura dolore. Dolore perché quest’attimo di assoluta perfezione che stiamo sperimentando è destinato a scomparire nel volgere di un battito di cuore, così come ogni altra cosa del nostro mondo temporale. Nell’aware, nota Joseph Campbell, arriva un eco, molto lontana, della pena del giovane principe Siddharta, il futuro Buddha, che uscendo per la prima volta dal suo splendido palazzo scoprì la realtà del dolore e della morte. Ma i cavalieri e le dame di corte giapponesi non amavano soffermarsi su argomenti funerei, così ritornano nelle loro prigioni dorate e sublimarono tale dolorosa consapevolezza cantando piuttosto la bellezza dei fiori che cadono.

C’è una bella frase di Virgilio che rappresenta molto bene questa sensazione. Enea, giunto alla reggia di Didone, osserva i dipinti che rappresentano gli eventi dinanzi alla piana di Troia, le gesta eroiche dei guerrieri e il dolore degli sconfitti, e commenta:

“- Quale luogo ormai, quale parte del mondo non conosce le nostre pene! Guarda Priamo: qui c’è ancora un premio alla virtù, gli affanni muovono il pianto e la miseria umana desta pietà.”

Isolato dal suo contesto, quest’ultimo celebre verso s’illumina di un significato assoluto. Sunt lacrymæ rerum et mentem mortalia tangunt. “Queste sono le lacrime delle cose e la mortalità ci taglia fino al cuore”. Quant’è vicino Virgilio al senso dell’aware! Se dovessimo tradurre mono no aware in latino, lacrymæ rerum sarebbe l’espressione più vicina all’originale. La percezione delle cose connaturata alla consapevolezza della loro mortalità!

Tuttavia non si pensi che il rapimento estetico dell’aware fosse qualcosa di travolgente come lo Sturm und Drang dei nostri romantici. La sensibilità heian era contenuta entro i limiti di un gusto estremamente controllato. Raramente degenerava in sentimentalismo; mai varcava i limiti del patetico. Si trattava di una calma rassegnazione, di uno spirito che potremmo definire, prese le dovute distanze, più stoico che epicureo. I gentiluomini finivano per sublimare nell’estetismo le loro emozioni più strazianti: nella letteratura assistiamo a scene dove persino il dolore per la morte dell’amata viene trasformato in eleganti tanka di trentun sillabe imperniate su immagini tratte dal più trito repertorio stilistico.

Se si può imputare un difetto alla letteratura dell’epoca, che della civiltà Heian fu fedele specchio e ritratto, è che questa tendenza all’appagamento estetico tendeva a cancellare dal proprio orizzonte mentale tutto ciò che non vi si adeguava. Il Giappone dell’anno 1000, al di là della corte dei Fujiwara, era povertà e squallore. Eppure, la letteratura non fa il minimo accenno al mondo esterno. Sei Shōnagon, che delle scrittrici fu la più anticonformista, si limita una sola volta ad annotare di aver visto dei villani… ma avevano un aspetto così sgradevole!

Ne consegue un’ultima annotazione. L’eleganza e la raffinatezza erano considerate qualcosa di aristocratico. La percezione della bellezza dipendeva dal gusto [shumi] o dal cuore [kokoro], o comunque dalla sensibilità della persona che riusciva a coglierla. Ed era proprio questa capacità di lasciarsi “folgorare” dall’esperienza estetica a definire la misura del vero gentiluomo. L’attitudine di provare un tal genere di emozione estetica [mono no aware o shiru] equivaleva alla virtù morale, era il segno distintivo delle persone di qualità. La gente delle classi inferiori mai avrebbero potuto sperare di possederla. In questo, il senso dell’aware aveva alcuni punti in comune, ancora una volta notati da Campbell, con gli ideali dei trovatori che frequentavano le corti europee nel XII secolo. Anche qui si parlava di un “cor gentile” capace di elevarsi spiritualmente attraverso l’amore per una donna. Ma l’aware giapponese era un sentimento assai più vasto, perché avvolgeva nel suo manto l’intero universo, la natura e le cose.

In seguito le guerre civili e l’avvento dei samurai avrebbero cancellato la ricercata e fragile civiltà Heian, ma quest’ideale di aristocratica bellezza, che era insieme rapimento e tormento, contemplazione e commozione, e quindi illuminazione istantanea e sovrarazionale, rimase fissato nella mentalità giapponese fino ai nostri giorni, per oggi suggerire al mondo intero nuovi codici espressivi ed estetici, certo diversi dai nostri… ugualmente profondi, però, e altrettanto validi.

BIBLIOGRAFIA

  • Joseph Campbell. Mitologia orientale. Mondadori 1991.
  • Irene Iarocci [a cura di]. Mille haiku. Guanda, 1987.
  • Fosco Maraini. Ore giapponesi. Corbaccio 2000.
  • Ivan Morris. Il mondo del Principe splendente. Adelphi, 1984.
  • Murasaki Shikibu. Storia di Genji, il principe splendente. Einaudi 1992 [2 voll.].
  • Sei Shōnagon. Il libro del guanciale. Mondadori 1989.Giorgia Valensin [a cura di]. Diari di dame di corte dell’antico Giappone. Einaudi 1981

Pubblicato da: Irenotta | 16 dicembre 2011

Riflessioni in un momento di svolta…

- La noia è in fondo a ogni tentativo di fuga. (Charles Morgan)

- La noia proviene o da debolissima coscienza dell’esistenza nostra, per cui non ci sentiamo capaci di agire, o da coscienza eccessiva, per cui vediamo di non poter agire quanto vorremmo. (Ugo Foscolo)

- Ognuno di noi è una noia per qualcun altro. Non è importante questo. La cosa che conta di più è non essere noiosi a se stessi. (Gerald Brenan)

- C’è una sola cosa orribile al mondo, un solo peccato imperdonabile: la noia. (Oscar Wilde)

- La noia è una sorta di anelito verso un piacere ideale. (Immanuel Kant)

- La noia. La noia andrebbe calpestata con scarpe con la para. Diventerebbe paranoia, una malattia mentale meno pericolosa. Andrea G. Pinketts

- La noia è in fondo a ogni tentativo di fuga. Charles Morgan
Elias Canetti

- Una noia mortale emana da quelli che hanno ragione e lo sanno. Elias Canetti

- Lavorare in compagnia salva dalla noia. Soli si è così svogliati! Fridericus Mistral

- Ognuno di noi è una noia per qualcun altro. Non è importante questo. La cosa che conta di più è non essere noiosi a se stessi. Gerald Brenan

- La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. Giacomo Leopardi

- La noia è la più sterile delle passioni umane. Com’ella è figlia della nullità, così è madre del nulla: giacché non solo è sterile per sé, ma rende tale tutto ciò a cui si mesce o avvicina. Giacomo Leopardi

- La noia non è se non di quelli in cui lo spirito è qualche cosa. Giacomo Leopardi

- La noia è una sorta di anelito verso un piacere ideale. Immanuel Kant

- I periodi noiosi e senza avvenimenti sono privi di durata. John Steinbeck

- La noia segue l’ordine e precede le bufere. Leo Longanesi

- La noia è uno dei mali meno gravi che abbiamo da sopportare. Marcel Proust

- C’è una sola cosa orribile al mondo, un solo peccato imperdonabile: la noia. Oscar Wilde

- La noia è incapacità di godere. Roberto Gervaso

- Solo le persone importanti possono permettersi di essere noiose

- Meglio essere assolutamente ridicoli che assolutamente noiosi!
Marilyn Monroe

La cosa che conta di più è non essere noiosi a se stessi.
Gerald Brenan

 

Mutevoli e variegati, cupi o sereni, annuvolati o chiari…Proprio come il mio umore ed i miei pensieri…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato da: Irenotta | 14 dicembre 2011

Quando lo Zinco guarisce le ferite… (E’ una metafora…)

Aspetto dell'elemento

Metallo reattivo, lo Zinco è un minerale essenziale per il benessere ed il mantenimento della salute psico-fisiologica dell’individuo poiché possiede numerose proprietà funzionali tra le quali spicca quella antiossidante. E’ presente in tutte le cellule ed è necessario in piccole quantità; tale sostanza appartiene infatti al sottogruppo dei Sali Minerali chiamati “Microelementi”.

Configurazione elettronica

Lo Zinco risulta indispensabile sulla base delle sue virtù anti invecchiamento e protettive nei confronti di possibili danni ossidativi e anche del fatto che rappresenta un elemento costitutivo di moltissimi enzimi preposti a molteplici dinamiche metaboliche.

Lo Zinco si dimostra allora capace, attraverso le sue caratteristiche antiossidanti, di proteggere la cellula dagli attacchi dei Radicali liberi, ovvero delle sostanze di scarto derivanti da processi organici interni o da reazioni metaboliche dovute a sostanze arrivate dall’esterno, come ad esempio fumi di combustione di tabacco o di smog, molecole lipidiche, sostanze alcoliche, etc.

Come detto lo Zinco va inoltre a formare ed attivare molteplici sostanze enzimatiche, rendendosi così indispensabile, come coenzima, per lo sviluppo psico-fisico, per il buon funzionamento dei vari apparati organici (compreso il sistema immunitario), per la sintesi e la differenziazione cellulare, per la metabolizzazione di vari principi nutritivi (come ad esempio Carboidrati e Fosforo) e per l’assorbimento di alcuni di essi (ad esempio le Vitamine), così come per la formazione di altri ancora (ad esempio le Proteine) ed infine per la produzione di energia.

Lo Zinco è cruciale anche per la sintesi del DNA e per la costruzione di nuovo tessuto fisiologico, confermando in tal modo la sua necessaria presenza per un corretto sviluppo ed una adeguata crescita del neonato.

Lo Zinco è fondamentale altresì per certe funzioni e meccanismi neuropsichici, ormonali, fisici e di senso (ad esempio per la vista ed il gusto). Esso regola infatti il corretto funzionamento di vari Ormoni, come ad esempio quelli sessuali, l’Insulina e l’Ormone della crescita, media la contrattilità muscolare ed il funzionamento psico-cognitivo, ed infine mantiene in buona salute l’apparato olfattivo, gustativo e visivo, proteggendo quest’ultimo da patologie della vista come la degenerazione maculare o la cecità crepuscolare.

Ulteriori funzioni propositive dello Zinco sono quelle di favorire la guarigione di possibili ferite o scottature, agevolando e velocizzando i processi di cicatrizzazione delle medio-piccole lesioni sia interne (ad esempio ulcere), che esterne (ad esempio escoriazioni o tagli). Inoltre riesce a ridurre la secrezione sebacea, migliorando la situazione fisiologica di stati acneici e/o di dermatite seborroica.

 Lo Zinco è anche efficace nei casi di Diabete sulla base della sua azione regolatrice sull’Insulina a livello ematico, la quale prolunga l’effetto di tale fondamentale ormone nel sangue. Inoltre tale Sale minerale insieme a Iodio e Selenio influenza la funzionalità della Tiroide.

Per quanto detto una carenza di Zinco può determinare maggior spossatezza psico-fisica, per la ridotta produzione di energia e sintesi di Proteine, difficoltà cognitive, dolori articolari e muscolari, problemi dermici e minor reattività di guarigione in caso di lesioni cutanee e/o infezioni, visto anche il rallentamento della formazione di collagene.

La scarsità prolungata di Zinco può inoltre comportare la comparsa di smagliature sulla pelle e di macchie sulle unghie, così come la crescita di capelli più fragili e decolorati e la loro maggiore caduta. Si può inoltre osservare un generale e pericoloso invecchiamento precoce dell’apparato dermico e dei suoi annessi con l’aggravarsi ed il cronicizzarsi dei suddetti problemi fisiologici.

Una situazione di carenza del livello di Zinco può comportare anche manifestazioni psico-fisiche di eccessiva stanchezza, con un rallentamento delle capacità e sensibilità psico-cognitive e sensoriali e un’alterazione dell’appetito e del sonno.

Nei casi più gravi la mancanza di Zinco può favorire o portare anche ritardo dello sviluppo sessuale e della crescita, ciclo mestruale irregolare, diminuzione del desiderio sessuale, impotenza maschile, problemi e disturbi psicologici (ora si capiscono tante cose!!!)

La presenza di Zinco può essere garantita attraverso l’alimentazione; in tal modo la sua introduzione e disponibilità, come quella degli altri principi nutritivi, passa attraverso una dieta variegata ed equilibrata (come ad esempio quella Mediterranea).

Allo stesso modo una carenza eccessiva di Zinco solitamente è determinata da una alimentazione irregolare, con l’ingestione di quantità eccesive di certi cibi e l’assenza di altri dal menù quotidiano (ad esempio una dieta con pochissima presenza di carne).

Anche l’abuso di alcol può portare alla scarsità di tale Sale minerale, poiché le molecole alcoliche lo spingono fuori dal fegato; ulteriori situazioni che possono interferire con le giuste quantità organiche di Zinco sono l’eccessiva sudorazione, l’utilizzo di antibiotici, corticosteroidi e/o diuretici, l’introduzione di grosse quantità di Calcio (che è suo antagonista a livello dei recettori di assorbimento), ma anche situazioni di forte stress psicologico e/o fisico.

Lo Zinco viene assorbito organicamente a livello dell’intestino tenue ed eventualmente le quantità che non servono vengono rilasciate sempre per via intestinale (e in minima parte per via urinaria o attraverso la normale traspirazione dermica).

Tale Microelemento si ritrova in particolare nel fegato, nei muscoli, nelle ossa, nei denti, nella pelle, nei capelli nei globuli rossi e bianchi, mentre i cibi che ne contengono maggiori quantità sono: carne rossa, cereali, cioccolato e cacao, crostacei, fegato, formaggi, frutta secca, germe di grano, latte, legumi, lievito di birra, pesce, semi di zucca, uova. (Frutta e verdura invece contrastano l’assorbimento di Zinco a livello intestinale a causa dei loro cospicui contenuti di fitati e fibre).

Il fabbisogno quotidiano di Zinco per una persona adulta è di circa 10-12 milligrammi (leggermente inferiore per la donna), mentre durante la crescita tali dosi dovrebbero essere più basse e salire poi progressivamente da 5 a 10-12 mg. Durante gravidanza ed allattamento l’assunzione di Zinco dovrebbe infine essere incrementato, per integrare l’aumento di necessità nutrizionali tipici di tali periodi.

 

Questo minerale è ubiquitario nell’organismo. È essenziale per alcune fondamentali funzioni come la digestione, la riproduzione e la crescita; lo zinco è legato alla funzionalità di molti apparati dell’organismo. L’elenco dei suoi benefici è esteso e a volte ambizioso…

L’integrazione di zinco può essere utile nel trattamento di problemi della pelle, come ad esempio le piaghe sugli arti, ma solo per chi ha dei bassi livelli di zinco. Le creme allo zinco applicate direttamente su una ferita sono più efficaci di un’integrazione alimentare nel ridurre l’infezione e nello stimolare la guarigione e oggi si ritrova comunemente lo zinco nelle creme per l’acne e negli shampoo per problemi al cuoio capelluto per stimolare la guarigione.

Lo zinco fa parte di oltre 200 complessi enzimatici ed è necessario per il corretto funzionamento di molti ormoni, inclusa l’insulina, l’ormone della crescita e gli ormoni sessuali. L’organismo ne contiene da 1,4 a 2,5 g, immagazzinati per lo più nei muscoli, nei globuli rossi e in quelli bianchi.

CARENZA: gravi carenze di zinco sono poco frequenti e sono caratterizzate da alterazioni cutanee, diarrea, perdita dei capelli, disturbi mentali e infezioni ricorrenti a causa dell’indebolimento delle funzioni immunitarie. Una carenza di zinco può inoltre predisporre ad una carenza di vitamina A.

Principali funzioni dello zinco

Lo zinco è un componente fondamentale di molti enzimi implicati nel metabolismo energetico. Ha proprietà antiossidanti, favorisce il normale funzionamento della prostata e partecipa alla crescita e al differenziamento cellulare; stimola inoltre la rigenerazione dei tessuti. Per questo motivo è molto importante includere nella propria dieta alimenti ricchi di zinco.

Pubblicato da: Irenotta | 14 dicembre 2011

Ecco il mio 2012 Incompleto e Incasinato- Parte Prima

 

“Solitudine e bisogno esistenziale di unione nell’ Arte di amare di Erich Fromm,“ in: P. L. Eletti (Ed.), Incontro con Erich Fromm. Atti del Simposio Internazionale su Erich Fromm: „Dalla necrofilia alla
biofilia: linee per una psicoanalisi umanistica“ Firenze 1986, Firenze (Edizioni Medicea) 1988, pp. 287-292.”

Di Eda Ciampini Gazzarrini

Il tema esplicito del libro di Fromm, l’Arte di Amare“, è l’interrogativo sulla possibilità di amare nella civiltà contemporanea, incentrata sul profitto e sullo scambio di mercato. Tuttavia argomenti centrali dell’opera appaiono la solitudine umana e quell’insopprimibile anelito di unione“ che troverà acquietamento nell’amore.
È il bisogno di unione“, di un incontro risolutore tra gli uomini quello che Fromm percepisce nella società americana e in quelle a sviluppo tecnologico, dietro l’apparente stato di benessere. Sarà questo stesso bisogno, preannunciante di per sé la possibilità di amare, a generare nell’uomo insoddisfazione per le pseudosoluzioni adottate.
Ci ha colpito di questo libro la presenza di nostalgia di un bene perduto“, dietro il quale è il mistero, di cui Fromm, insieme a noi, cerca il nome. Fromm chiama questa nostalgia desiderio di ritorno al Paradiso Terrestre“ dove l’uomo può vivere senza consapevolezza di sé, dove non si sono ancora sviluppate le dicotomie esistenziali.
Paradiso come condizione perduta di armonia, con la natura e con se stesso.
Ma è stato fatto divieto ad Adamo ed Eva di rimanere, dopo che si sono cibati del frutto dell’albero del bene e del male. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Con la nuova dimensione della consapevolezza Adamo ed Eva si mettono fuori dal regno dell’indistinto, dell’istinto, della natura e si sentono soli e colpevoli.
I cherubini con la spada di fuoco sono a testimoniare la colpa commessa e l’impossibilità di  un ritorno.
Con questo dramma, dirà Fromm, inizia, per la razza umana, il destino di uomo.
Parimenti, con la separazione dalla madre iniziano per il bambino il destino di individuo e la ricerca di un nuovo incontro.
Anche il bambino alla nascita viene sbalzato da una situazione chiara come l’istinto in una incerta, ma il senso di solitudine del neonato è annullato dalla presenza fisica della madre dal suo contatto, dall’odore della sua pelle. Fromm dirà che più il bambino, nella crescita, si libera dai vincoli primitivi, più intenso resta in lui il bisogno di nuove vie“ per ripristinare l’unione”.
L’autore batte l’accento sull’isolamento e sul vuoto che il bambino prova quando si rende conto della separazione dalla madre.
Il senso di solitudine è, per Fromm, l’origine di ogni ansia che, se intollerabile, porta a cancellare il senso di separazione e con esso il mondo esterno. L’individuo si chiude in un isolamento che è follia. Per il nostro autore l’umanità, di qualsiasi civiltà, si è trovata di fronte alla soluzione dell’eterno problema di come superare la solitudine e raggiungere l’unione“. Questo è l’interrogativo che si è posto l’uomo delle caverne così come l’uomo di oggi.
È un problema, continuerà a dire Fromm, che nasce dalla condizione dell’esistenza umana, di fronte al quale la storia delle religioni e della filosofia sono tentativi di soluzione.
È convinzione di Fromm che anche la società capitalistica risponda a suo modo, a salvaguardia dei privilegi, al bisogno dell’uomo di superare la solitudine, ammannendo il „conformismo“, la “routine di lavoro e del piacere” e”idoli” privi di qualità umane.
E l’uomo è solo più di sempre.
Fromm ci avverte che la maggior parte della gente non si rende conto di cosa nasconda il conformismo: „Come potrebbe un uomo prigioniero della
ragnatela della routine ricordarsi che è un uomo, un individuo ben distinto, uno al quale è concessa una unica occasione di vivere, con speranze e delusioni e dolori e timori, col desiderio di amare e il terrore della solitudine e del nulla?“
Fromm tocca uno dei più scottanti temi attuali e denuncia che i movimenti socio-politici e le vertiginose scoperte tecnologiche sono sempre più al servizio di una società retta da una costrittiva
economia competitiva.
È esplicito in Fromm che per l’uomo di oggi il problema della solitudine e di una ricerca di „integrazione“ senza perdita della propria individualità sia altrettanto importante quanto lo studio della sessualità ai tempi di Freud. La stessa spinta sessuale, per Fromm, è causata solo parzialmente dal bisogno di sopprimere una tensione mentre la necessità principale è data dall’istanza di „unione“ con l’altro polo sessuale.
Nel processo della separazione che fa parte della crescita, che è anche euforia e gioia, Fromm richiama la nostra attenzione sullo stato di sofferenza che ne consegue e sulla paura del vuoto, dell’isolamento. L’uomo Fromm sembra molto preso da questa condizione umana di „separazione“ che non avviene una volta per tutte ma che si ripete, con rinnovato senso di perdita ad ogni cambiamento, sempre dolorosa.
Così si ritrova in lui, non acquietata, la nostalgia. di una felice unione perduta.
Fromm, sociologo, è preoccupato per le condizioni della società attuale, per il futuro dell’uomo che rischia la distruzione, anche perché la società conia strategie di mascheramento del disagio e l’uomo rimane „consapevolmente inconsapevole“.
Con questa ultima affermazione dell’ambiguità dell’individuo, Frómm pare minare la speranza di una risoluzione nella quale egli tuttavia crede.
Dei messaggi di Fromm, sembra essersi fatto araldo in questi ultimissimi tempi, il linguaggio dell’artista. I temi di Fromm hanno trovato espressione
e particolare incisività attraverso la macchina da presa e le immagini che rendono più accessibili i significati. Michel del film del regista Ferreri „I love you“ ripropone il problema esistenziale di una propria individuazione e il
fallimento di un ritiro dalle relazioni umane verso un oggetto meccanico che sostituisce l’incontro con l’altro.
Michel è l’uomo che Fromm in una opera più tarda chiamerà uomo monocerebrale preso dal meccanismo tecnologico a tale punto da stabilire fra lui e la macchina una specie di rapporto
simbiotico. Fromm troverà una sorprendente analogia fra questo tipo di uomo monocerebrale e gli schizofrenici.
Sempre attraverso lo strumento della macchina da presa ci arriva un altro messaggio. È la volta di Kaos dei registi Taviani. Kaos è il mondo prima dell’atto della creazione, nel quale tutte le forme erano indefinite. Il film si presta a significare un ritorno regressivo alla Grande Madre, la nostalgia di un „eterno presente“. Il protagonista, a maturità avanzata, torna nei luoghi dell’infanzia e ricorda la madre: „Ora che sei morta e non mi pensi più, io
non sono vivo per te“. Possiamo cogliere in altri aspetti della cultura il segno del disagio ed anche modalità di copertura, strategie, che negano „il
vuoto“. Stiamo pensando al „trompe d’oeil“ (inganno dell’occhio) in architettura, a quel movimento che cerca di coprire con pitture di modelli architettonici del passato Rinascimento le pareti di vetro e cemento dell’edilizia moderna.

Aggiungiamo queste immagini ingannevoli, tratte dai nostri giorni, a quelle che Fromm mette a nudo nel suo libro sia relative alla vita dell’individuo che della società. Sembra non possano esserci altre soluzioni che follia, regressione, inganno e che la società debba andare verso la distruzione totale. Fromm indica la possibilità di superare la solitudine e di sfuggire il vuoto, nella capacità di amare dell’uomo e in una organizzazione sociale improntata dall’amore.
Scrive dell’amore come di un sentimento attivo, la cui caratteristica si sintetizza nel concetto del „dare“. “Dare”come la più alta forma di potenza per cui l’uomo prova la sua forza, la sua ricchezza, il suo potere. Il „principio“ dell’amore per Fromm è incompatibile con il „principio“ che anima la società capitalistica, basata sul profitto. Tuttavia egli ammette che il capitalismo, nella sua reale estrinsecazione, è complesso e in continua evoluzione, da dare adito ad una certa dose di anticonformismo e di giudizio critico.
Questa dialettica di Fromm ci porterebbe ad affrontare il problema della polarità e della integrazione nel suo pensiero.
La polarità sembra corrispondere più al Fromm sociologo per il compito che si è assegnato di togliere l’uomo dalla confusione, dalla ignoranza consapevole, con visioni chiare di vita. Anche quando illustra la crescita
dell’individuo differenzierà nettamente l’amore, definendone le caratteristiche di premura, responsabilità, rispetto e conoscenza, degli stati di simbiosi, di narcisismo, di dipendenza. Egli sembra lasciare tra la condizione matura dell’amore e gli stati affettivi più elementari come un vuoto che disorienta.
Sara, una adolescente seguita in psicoterapia, al culmine della sua ambivalenza, esposta alla disperazione depressiva per l’oggetto buono sentito come perduto, chiede: „Nella dipendenza c’è amore?“ .
Cerchiamo con Sara, presi dalla conflittualità dei nostri sentimenti, una rassicurazione da Fromm.
E Fromm terapeuta abbandona la polarità e tocca il tema della sofferenza mentale con la sua affermazione carica di empatia:„Mentre si è coscientemente timorosi di non essere amati, il vero, sebbene inconscio timore è quello di riuscire ad amare“. Sara ci chiede di ricercare la presenza di amore là dove è fusione, narcisismo, dipendenza e colpa. Ci invita ad andare a ricercare più indietro le radici della capacità di amare.
E Fromm ci viene ancora incontro con il „principio dell’amore materno“ rappresentato dalla figura della madre, principio che è al di sopra delle prestazioni reali della mamma con il proprio bambino.
È un amore incondizionato che dice al figlio: „Non c’è peccato, né delitto che ti possa privare del mio amore, del desiderio che tu sia vivo e felice“.
L’amore incondizionato corrisponde ad uno dei più profondi aneliti di ogni essere umano, dirà Fromm.
Una nota studiosa dell’infanzia chiamerà questo anelito „Oggetto di bontà unica di cui il neonato sa inconsciamente“ ricorrendo in certo qual modo ad una eredità filogenetica.
Fromm è un uomo che ha fede nella capacità individuale di amore e la ritiene unica reale soluzione al problema della solitudine. Ha fede nella possibilità dell’amore come fenomeno sociale, e afferma che le forme maligne di aggressione e sadismo possono essere sostanzialmente ridotte se le condizioni socio-economiche si evolvono in modo da favorire lo sviluppo del potere creativo dell’uomo, come suo autentico obiettivo.

Bibliografia
S. Ferenczi, Thalassa, Roma, 1965, Astrolabio. Freud,
S., Tre saggi sulla sessualità, Milano, 1975, Boringhieri.
E. Fromm, L’Arte di Amare, Milano 1963 – „I Corvi“
dall’Oglio – Il Saggiatore
E. Fromm, Anatomia della distruttività umana, Milano,
1975, A. Mondadori.
E. Fromm, Avere o Essere?, Milano 1977, A. Mondadori.
M. Klein, Scritti,l92l-1958, Torino 1978, Boringhieri.

Per chi non lo conoscesse:

L’Arte di amare di Erich Fromm

“ Ogni essere umano avverte dentro di sé in modo istintivo e insopprimibile l’assoluta necessità dell’amore. Eppure, in molti casi, si ignora il vero significato di questo complesso e totalizzante aspetto della vita. Per lo più l’amore viene scambiato con il bisogno di essere amati. In questo modo un atto creativo dinamico e stimolante si trasforma in un tentativo egoistico di piacere. Ma il vero amore, sostiene Erich Fromm, è un sentimento molto più profondo che richiede sforzo e saggezza, umiltà e coraggio. E, soprattutto, è qualcosa che si può imparare. “

 

Pubblicato da: Irenotta | 21 novembre 2011

Oggi non va…

Angoscia e nevrosi

Quasi tutti hanno conosciuto in un certo momento della loro vita quel sentimento spiacevole di apprensione per un qualcosa d’indefinito e indefinibile. E’ proprio l’indefinitezza, il non riuscire a dare un senso logico e razionale alla propria apprensione che caratterizza il sentimento dell’angoscia. In alcuni momenti questi stati di apprensione possono avere delle impennate improvvise e, apparentemente, ingiustificate, dando luogo alle cosiddette “crisi d’ansia”. Quando ciò accade, il quadro ansioso si complica con l’insorgenza di svariati sintomi quali un aumento del battito cardiaco, sudorazione, dispnea, l’impressione di perdere la conoscenza e, tra tutti i sintomi il più spiacevole, quello di essere sul punto di morire.

Nei primi tentativi di dare un significato al sentimento dell’angoscia, già in ambiti filosofici, l’angoscia era presentata come la minaccia all’integrità del Sé. Quando si percepisce soltanto la minaccia, si può parlare di ansia normale, quando, invece, si ha l’impressione che sia in atto un processo di dissoluzione del Sé, è il caso di parlare di ansia neurotica. Occorre distinguere, ancora, tra paura ed ansia. Nel primo caso la minaccia è riferita ad un qualcosa di esterno e oggettivo, nel secondo caso, ad un pericolo interno, irrazionale e inconscio, che il soggetto non è in grado di spiegare.

Prima di addentrarci nella descrizione della psicodinamica ansiosa, è opportuno considerare che nell’uomo c’è una fisiologica e, quindi, normale preoccupazione della propria condizione esistenziale. Questa preoccupazione  viene dalla consapevolezza dei propri limiti. E così, l’idea della morte o della malattia o che il Caso possa portarci in qualche situazione di vita impegnativa dalla quale si può uscire sconfitti, porta ad un senso di fragilità che sfocia, inevitabilmente, nel sentimento dell’angoscia.

Ciò che ad un uomo interessa più di qualsiasi altra cosa è sfuggire alla morte vissuta non soltanto come morte fisica ma come dissoluzione del proprio Sé. Perfino il bambino è preoccupato ed interessato a questo. Solitamente si crede che il bambino sia interessato al gioco e, quindi, che il suo mondo abbia una sola valenza, quella del piacere. Non c’è dubbio che il bambino sia dominato dal “principio del piacere”. Tuttavia occorre considerare che se il bambino non si sente protetto da quel senso di dissolvimento di cui abbiamo detto, tende ad evitare il gioco e a chiudersi in se stesso: diventa depresso, aggressivo, s’incattivivisce, insomma, si difende da un pericolo che, pur non essendo reale, è vissuto intensamente e con enorme timore. Nella persona adulta, tutto questo è pure presente. Se da un lato l’adulto ha strumenti di controllo del proprio mondo interno e di quello esterno più perfezionati e più efficaci di quelli del bambino, tuttavia, anche l’adulto è sottoposto a sollecitazioni e rischi che, in condizioni normali, sono risparmiati al bambino, dalla vita e dagli altri.

Ma passiamo ora alla psicodinamica dell’ansia, per come si può cogliere nell’organizzazione neurotica di personalità. Facendo riferimento a Karen Horney, bisogna partire dai bisogni e dalle necessità del bambino per arrivare a definire quei sentimenti di “ansia di base” dai quali parte il conflitto neurotico. Il bambino ha due necessità prevalenti: di essere protetto nella sua debolezza e di essere accettato. La protezione non deve essere eccessiva, trasformandosi in iper-protezione, perché, se così è, il bambino non può espandersi e, soprattutto, non può canalizzarsi in modo autentico, per quelle che sono le sue attitudini e i suoi veri bisogni. L’accettazione non deve essere formale, vale a dire, espressione di bisogni narcisistici del genitore, ma vero riconoscimento del bambino anche nei suoi aspetti meno positivi.

 Se il bambino non è aiutato nei suoi sforzi di individuarsi per quello che è, oppure è spinto ad una definizione del Sé che soddisfi la rappresentazione che del figlio ha il genitore ma non la vera natura del bambino, questi ha due possibilità: sottomettersi o ribellarsi, o le due cose insieme. Il più delle volte non si verifica una delle due reazioni, la sottomissione o la ribellione, ma entrambe. E così, sono state gettate le basi del conflitto.

 Il bambino all’inizio tende a ribellarsi ma, col tempo, tende a aderire alle richieste dei genitori per evitare il rifiuto ed il ritiro dell’affetto. In alcuni casi, il bambino può dare l’impressione di essere autonomo nelle scelte manifestando comportamenti di tipo oppositivo ma, dopo qualche tempo, tende ad uniformarsi alle richieste ed ai bisogni degli altri per non andare incontro alla disapprovazione e, in pratica, alla solitudine.

Si capisce che una condizione di solitudine nel bambino determina in lui una situazione d’incertezza circa i modi e le strategie che egli deve trovare per raggiungere i propri equilibri. Insomma, se il bambino deve scegliere tra ciò che è veramente e ciò che gli altri pensano di lui, tra il suo progetto, portato avanti da solo, ed un progetto altrui che è presentato con le garanzie del massimo appoggio, il bambino tende ad accettare la soluzione apparentemente più facile ed agibile: quella proposta dagli altri.

Parliamo di soluzione apparentemente più facile perché in realtà il bambino con il tempo è costretto a rinunciare ad un bisogno importantissimo che è quello dell’autorealizzazione. Per questa rinuncia, il bambino prova un sentimento di ostilità molto forte che, intanto, non potendolo manifestare, s’incista per effetto delle prime “rimozioni” e, poi, tende a ritornare sul proprio Io, nel timore che la collera possa passare le barriere della censura.

Insomma, si viene a delineare uno schema neurotico che ha il significato di conciliare due bisogni contrastanti: quello di essere accettato ed amato dagli altri ed il bisogno di essere se stessi. Per essere accettato, il bambino attiva comportamenti convenzionalmente accettati quali l’ubbidienza, la bontà, la solidarietà e tanti altri atteggiamenti che sarebbero difficili da realizzare, perfino, se fossero veri. Diventano pesantissimi se contrastano altri bisogni, quali un naturale e fisiologico egoismo, un bisogno di competere, e tra tutti, il bisogno di essere se stessi, anche con le proprie miserie.

L’inevitabile conseguenza di questa dinamica psicologica è una più o meno forte “rimozione” degli impulsi inaccettabili, spesso considerati tali perché non accettati, che tuttavia continuano a spingere per manifestarsi e realizzarsi. Il timore che la spinta dei bisogni possa superare la censura è ciò che stiamo definendo ansia. Insistiamo sul fatto che la rimozione dei propri bisogni rende incerto il processo di acquisizione del proprio Sé. Il soggetto senza un adeguato senso della propria identità non può vivere bene. Egli si difende neuroticamente dalle proprie dinamiche, trovando sollievo in certi casi o in certi momenti, ma allontanandosi sempre più dal suo vero Sé.

La Horney parla di “ricerca della gloria” da parte del nevrotico ansioso che cerca soluzioni sempre più efficaci. In altre parole, il soggetto cerca un’idealizzazione del proprio Sé dove i caratteri dominanti sono la perfezione, il senso d’onnipotenza e onniscienza. In questo modo, il nevrotico s’illude di aver trovato i propri equilibri, di aver superato l’odio di Sé, di aver conquistato l’approvazione degli altri. Insomma è come se il nevrotico dicesse: sono come voi volete che io sia ma anche come io stesso voglio essere. In questo modo s’illude di aver superato il conflitto di base, vale a dire, l’antitesi tra il proprio bisogno d’autorealizzazione, spesso in conflitto con i bisogni degli altri, e il bisogno degli altri di vedere il soggetto uniformato alle indicazioni prevalenti e convenzionali della società.

Si capisce facilmente, che i tentativi del neurotico di superare i conflitti, che sono partiti dall’ansia di base e si sono strutturati e cristallizzati in schemi neurotici funzionali al bisogno di sfuggire alla sofferenza e al conflitto, non possono funzionare. Non possono funzionare perché, intanto, la perfezione non appartiene a nessun essere umano e, poi, perché tutta la vita del soggetto diventa una fatica e una finzione. A partire da questo momento il soggetto è costretto a realizzare, nel lavoro, nei rapporti di relazione, nella sua dimensione sentimentale, quella perfezione che oggettivamente non è possibile. Egli cerca di dare concretezza al suo Sé idealizzato ma, inevitabilmente, fallisce. Per qualche tempo il soggetto può credere di aver raggiunto i suoi risultati. Con sforzi davvero patognonomici fa di tutto per essere un uomo dal comportamento ineccepibile nella valutazione degli altri e di se stesso. Ad un certo punto, però, scopre di essere molto lontano dal personaggio fittizio che egli stesso ha creato, e la reazione è forte, sofferta, disadattiva. Si sente meschino ed in colpa per il fatto di non essere riuscito a raggiungere quegli obiettivi di perfezione che si era prefissato. Di qui il bisogno di colpire il proprio Sé inadeguato con sentimenti di disprezzo e di odio. In ultima analisi, nella psicodinamica del nevrotico c’è una tendenza all’autodistruzione che vanifica, a parte tutte le altre difficoltà, qualsiasi sforzo di essere, perfino, normale, vale a dire, come gli altri, negli aspetti positivi e negativi. E così, partendo dall’affermazione “Io sono”, affermazione che esprime una necessità psicologica ed esistenziale, il nevrotico arriva all’altra affermazione “Io non sono”. Il bisogno di sparire, dunque, si realizza ed il soggetto ha l’impressione di non esistere. E’ questa una condizione esistenziale di profonda disperazione che scaturisce da un senso di alienazione, irrimediabile ed insopportabile.

Ad un livello d’analisi interpretativa più classica che si rifà alla teoria freudiana delle pulsioni, è il cambiamento dello stato d’arginatura dell’Io che determina una situazione d’allarme. L’ irrompere nella coscienza della pulsione originaria rimossa  può portare ad un’intensificazione della difesa che, tuttavia, non sempre riesce ad evitare lo stato d’allarme. Certe volte avviene un compromesso tra l’impulso e la difesa, in base al quale, l’impulso rimane inconscio mentre aumentano le controcariche dell’Io per contenere la spinta della pulsione. Naturalmente tutta l’operazione psichica è accompagnata da reazioni d’angoscia che sono proporzionali al rischio che la pulsione possa rendersi manifesta.

In “Inibizione sintomo e angoscia” Freud, dopo aver precisato che l’inibizione ha un preciso rapporto con la funzione e non necessariamente  esprime una qualche patologia, fa notare che il rapporto tra inibizione e angoscia è evidente, non può essere a lungo ignorato, e si manifesta soprattutto nella funzione sessuale inibita. In questo caso, l’angoscia non sempre si manifesta come angoscia fluttuante. In alcuni casi, si presenta come disgusto, altre volte, è legata a qualche situazione od oggetto specifici o è convertita in sintomo, somatico o psichico. Insomma una funzione dell’Io può essere diminuita o eliminata del tutto per non entrare in conflitto con L’Es. Oppure, sono i sensi di colpa che vengono elicitati dalla funzione dell’Io e, quando ciò accade, la funzione è inibita, in parte o completamente, per non entrare in conflitto con il Super-io.

Più avanti, Freud spiega che per comprendere la dinamica della reazione d’angoscia, occorre fare riferimento al meccanismo della rimozione. In base a questo meccanismo di difesa dell’Io, meccanismo che opera al di fuori della sfera del conscio, un impulso dell’Es inaccettabile dall’Io è bloccato nel suo soddisfacimento. C’è da chiedersi, posto che Freud ha sempre considerato l’Io più debole dell’Es, da dove viene la capacità dell’Io di fronteggiare con successo la spinta pulsionale. Si può rispondere a questa domanda osservando che l’Io è abile nei confronti dell’Es piuttosto che forte. Detto semplicemente, l’Io trasforma il piacere connesso alla pulsione in dispiacere (angoscia) e, così facendo, legittima il rifiuto del soddisfacimento delle richieste dell’Es. Per la verità, un qualche soddisfacimento l’Es lo trova nel sintomo, inteso come sostituto pulsionale, ma “molto sciupato, spostato, inibito, che non è neanche più riconoscibile come soddisfacimento”(ibid.). Freud, precisando ancora, spiega che non è avvertita come pericolosa la pulsione in sé, quanto le conseguenze che il soddisfacimento della pulsione potrebbe determinare.

Quali conseguenze teme l’Io se la pulsione rimossa si dovesse affermare? Il pericolo più grave per l’Io è rappresentato dal rischio dell’evirazione. Un’altra conseguenza temuta è quella che si riferisce alla disapprovazione del Super-io, fatto questo che determina angoscia sociale o morale indeterminata. L’Io cerca di superare i timori connessi al pericolo che la rimozione possa essere superata in tanti modi. Può negare il contenuto di fondo della sua angoscia con una reazione fobica, attribuendo a fatti e situazioni esterne al proprio mondo psichico il pericolo e, in questo caso, tende ad attivare una reazione fobica. Un’altra reazione può essere quella isterica, vale a dire, la conversione in sintomi psichici o somatici del vissuto spiacevole dell’angoscia. Nelle nevrosi ossessive, l’angoscia è evitata aderendo scrupolosamente, con appropriati rituali, “ agli ordini, le prescrizioni e le penalità che gli sono imposte (dal Super-io)”(ibid). Quando tutte queste strategie di difesa falliscono o non possono essere sostenute efficacemente “…allora insorge subito uno stato di disagio estremamente penoso, in cui noi possiamo ravvisare l’equivalente dell’angoscia, e che gli ammalati stessi paragonano all’angoscia”(ibid).

Quale che sia il modello teorico interpretativo che si voglia scegliere per dare un senso all’angoscia, appare evidente che il sintomo sottenda una psicodinamica complessa nei suoi significati, non del tutto chiarita nei suoi aspetti epistemologici, impegnativa per il paziente. Se un essere umano si allontana da un principio che è biologico prima ancora che psicologico, contrasta la naturale tendenza dell’Io a cercare il piacere, preferendo di andare incontro al dispiacere, è verosimile pensare che la posta in gioco sia molto alta. Di là dai fraintendimenti e dalla distorsione neurotica dei fatti psichici, la ricerca di un equilibrio psichico fittizio non esprime evidentemente una difesa generica, nei confronti di un qualche pericolo più o meno grave, ma è specificamente correlata al bisogno di conservare la propria integrità minacciata da un senso di annichilimento che, prima ancora che doloroso, è percepito, appunto, con terrore. E a ragione. Un Io destrutturato, non solo, avrebbe difficoltà ad affrontare i compiti della vita ma, cosa ancora più grave, potrebbe non riuscire a sopravvivere. In questo senso, si può capire come l’idea della morte, percepita, come abbiamo già detto, non solo come morte fisica quanto soprattutto come dissolvimento del Sé, scomparsa, alienazione, basta e avanza per spingere  un essere umano a cercare qualsiasi strategia possibile per sfuggire a questo rischio mortale. Che poi, nella realtà, le cose non siano esattamente così, il rimedio sia peggiore del male, è cosa evidente per tutti quelli che non sono rimasti impigliati nella psicodinamica che abbiamo descritto. Ma per il paziente non ci sono argomentazioni e rassicurazioni convincenti. Sarà compito di una psicoterapia, capace di andare in profondità, quello di convincere il paziente a confrontarsi con i suoi fantasmi, evocarli e mandarli via o, al peggio, come diceva Oscar Wilde, farli danzare.

Pubblicato da: Irenotta | 31 ottobre 2011

Quando l’umiltà è tutta apparenza…

Alla luce dei fattacci di questi giorni, che non sto a narrare (magari lo farò più avanti a mente fredda), mi convinco sempre più che sia un po’ il mio karma incontrare casi umani nella mia vita…Nella vita di tutti i giorni, nella musica, sul lavoro, nei rapporti umani…La domanda sorge spontanea: forse sono io quella sbagliata?? Del resto, come diceva Mr. Mojo Rise, “People are strange, when you’re a stranger”.

Beh, tra questi casi umani capita di incontrare gente egocentrica, profondamente narcisista, dalla critica facile e tagliente, apparentemente rivolta verso se stessa, ma poi in realtà puntata solo sugli altri…

Ho finalmente imparato che in ogni cosa non ci sono rapporti umani o di relazione che tengano; ognuno fa i propri interessi, perché non si reputa un’associazione no profit, di volontariato o un banco del mutuo soccorso, e, alla fin fine, chi ti aveva spronato fino a pochi minuti prima, cambia atteggiamento verso di te e ti trafigge alle spalle…

Io odio quando le persone fanno finta di essere umili, ed usano la loro umiltà per criticare gli altri in modo becero ed arrogante (notoriamente l’arroganza non va a braccetto con l’umiltà o sbaglio??); così come odio la gente priva di sensibilità che cerca ad ogni costo un capro espiatorio, che vogliono colpevolizzarti ad ogni costo, che quando non servi più ti sputano addosso e ti gettano via…

Ecco, questo è il mio sfogo…Ma ricordate che chi semina vento raccoglie tempesta, disse un giorno la mia cara nonna…

Concludo con qualche citazione:

Francois de La Rochefoucauld

Tutto questo tempo a chiedermi
Cos’è che non mi lascia in pace
Tutti questi anni a chiedermi
Se vado veramente bene
Così
Come sono
Così

Così un giorno
Ho scritto sul quaderno
Io farò sognare il mondo con la musica
Non molto tempo
Dopo quando mi bastava
Fare un salto per
Raggiungere la felicità
E la verità è che

Ho aspettato a lungo
Qualcosa che non c’è
Invece di guardare il sole sorgere

Questo è sempre stato un modo
Per fermare il tempo
E la velocità
I passi svelti della gente
La disattenzione
Le parole dette
Senza umiltà
Senza cuore così
Solo per far rumore

Ho aspettato a lungo
Qualcosa che non c’è
Invece di guardare
Il sole sorgere

E miracolosamente non
Ho smesso di sognare
E miracolosamente
Non riesco a non sperare
E se c’è un segreto
E’ fare tutto come
Se vedessi solo il sole

Un segreto è fare tutto
Come se
Fare tutto
Come se
Vedessi solo il sole
Vedessi solo il sole
Vedessi solo il sole

E non
Qualcosa che non c’è
(Elisa)

Pubblicato da: Irenotta | 18 ottobre 2011

Indignati, Milano non è Roma

Non è il caso fare di tutta l’erba un fascio…E non è solo la “Stampa comunista, rossa e bolscevica” (ovviamente non sono parole mie…) ad ammetterlo…Menomale che anche in alcuni giornalisti di orientamento centro-destra rimane un po’ di buonsenso…Noi che c’eravamo sappiamo la verità…E sappiamo che Indignati non è sinonimo di teppisti violenti ma di gente che vuole esprimere pacificamente il proprio dissenso verso una politica mondiale ed un sistema economico che fanno acqua da tutte le parti…Forse siamo idealisti ma ci tentiamo ancora…

Da IL GIORNALE, 16 ottobre 2011

di Enrico Silvestri

È bastato un rapido tam tam in rete e tutti quelli che non avevano potuto andare a «indignarsi» a Roma, si sono ritrovati in piazza Affari. Un migliaio di persone che hanno poi dato vita a un breve corteo fino al Duomo, previo «sit-in» in Cordusio per bloccare il traffico, dove sono rimasti fino all’imbrunire ma senza incidenti, provocazioni, edifici imbrattati e lanci di oggetti verso la polizia. Niente a che vedere a quello che è successo l’altro giorno in città ma soprattutto ieri a Roma.
Una manifestazione nata con un semplice e quasi sommesso avviso sui siti antagonisti «Milano, ore 15 piazza Affari spontaneo assembramento ciclico» nel senso di bicicletta. E difatti verso le 3 del pomeriggio davanti a palazzo Mezzanotte si sono ritrovati in trenta, per lo più adulti. Nessuna divisa, solo Digos e Nucleo informativo dei carabinieri a tenerli d’occhio. E con il passare dei minuti, il numero ha preso a salire. Prima delle 15.30 erano già 150. Mentre in rete, su Faceboook e Twitter, iniziava il tam tam di richiamo. A cui inaspettatamente rispondevano in molti. Anche perché, contemporaneamente, in Duomo iniziavano a radunarsi altre decine di «indignados».
Un breve conciliabolo tra i due tronconi, poi il gruppo del Duomo decideva di marciare su piazza Affari. Dove continuano a convergere altre persone, a piedi o in bicicletta. E già verso le 16, davanti alla Borsa il manifestanti erano saliti a un migliaio. Tenuti d’occhio da un esiguo cordone di agenti, molti tirati fuori all’ultimo momento dai commissariati. Anche perché la protesta procedeva in maniera assai pacifica, senza momenti di particolare tensione. Solo slogan del tipo «Noi la crisi non la paghiamo» e improvvisati balletti attorno al «ditone» di Cattelan. A questo punto la piazza era ormai piena di una folla quanto mai eterogenea: molti adolescenti, ragazzi, studenti medi e universitari e, prima novità, signori e signore con i capelli pepe e sale. Tutti scesi in piazza, seconda novità, senza ordini né capi, ma decisamente in modo spontaneo. Tanto che solo all’ultimo momento qualcuno si è autoproclamato leader e ha iniziato a trattare un corteo con le forze dell’ordine.
Un breve conciliabolo concluso verso le 17 quando il serpentone ha iniziato a marciare verso il Duomo. Con una tappa intermedia a Cordusio, dove alcune centinaia di ragazzi si sono seduti a terra facendo impazzire il traffico. Solo una pausa, poi il corteo ha ripreso a marciare per sfociare sul sagrato della cattedrale per un secondo sit-in. Qualche minuto ancora, quindi in molti hanno iniziato a sfollare eccetto un gruppo di circa 400 «irriducili» rimasti a sfidare la temperatura autunnale. Solo all’imbrunire gli ultimi manifestanti hanno «mollato», concludendo una protesta una volta tanto pacifica, senza tensioni, insulti e lanci di pietre e bottiglie contro le forze dell’ordine.

Pubblicato da: Irenotta | 18 ottobre 2011

Una chiarificazione necessaria…

I fatti del 15 ottobre 2011 a Roma hanno suscitato non poche opinioni, nonché polemiche, relative a determinate questioni, in particolare al dare un’etichetta precisa ai manifestanti pacifici, ma soprattutto ai facinorosi vestiti di nero (anarcoinsurrezionalisti, rivoluzionari, no global, anti-cops, ultras, autonomi sono alcuni dei nomi identificativi…).

Mi è capitato sotto il naso un articolo, curiosando per il web, tratto da La Padania del 14 ottobre 2011…Quasi una previsione di quello che sarebbe successo, ma con un’esasperazione di toni, un anacronismo ed un’analisi che mi è parsa, per molti versi, inopportuna e fuori tema (eclatante accomunare quarant’anni e ridurre a fattore comune, facendo di tutta l’erba un fascio, sessantottini e Movimento del Sessantotto e no global/No Tav, Indignati pacifici e teppisti estremisti…).

Eccovi qui l’articolo:

Sale la tensione in vista della manifestazione di domani a Roma che potrebbe sfociare in gravi scontri come un anno fa

di Andrea Accorsi

Si chiamino indignados, no global o sessantottini, la loro natura è sempre la stessa: violenta. Domani a Roma dicono di voler manifestare contro “Commissione europea, governi europei, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale, multinazionali e poteri forti” per contestare “il pagamento del debito, il pareggio del bilancio pubblico, gli interessi dei mercati finanziari, le privatizzazioni, i tagli alla spesa, la precarizzazione del lavoro e della vita”. Ma il loro vero obbiettivo da più di quarant’anni rimane quello di fare casino. E farne tanto di più quanto meno chiare sono le loro idee.
La “Giornata europea e internazionale di mobilitazione” in programma domani è solo l’ennesimo pretesto degli “indignados italiani” per tornare sul piede di guerra. Il prologo di mercoledì, con gli scontri che a Bologna hanno causato una dozzina di contusi tra forze dell’ordine e manifestanti e con l’“occupazione” di via Nazionale, sede della Banca d’Italia, a Roma, non promettono nulla di buono. Le preoccupazioni per l’ordine pubblico aumentano se si scorre l’elenco dei partecipanti al “Coordinamento 15 ottobre”, “luogo aperto di tanti e plurali attori sociali impegnati” eccetera, poco più sotto definito anche “luogo di convergenza organizzativa dei soggetti sociali impegnati” ecc. Ebbene, di tale coordinamento fanno parte, citiamo a random, Fgci, Giovani comunisti,l Popolo Viola, gli immancabili Arci, Federazione anarchica italiana, Atenei in Rivolta (sic), Cub, Cobas, Cgil, Legambiente, Sel, Pdci, Prc e pure i No Tav. Insomma, proprio una bella compagnia, alla quale potrebbero aggiungersi molti “cani sciolti” dei centri (a)sociali e i temutissimi black bloc.
Tutti insieme rabbiosamente – ne sono attesi almeno 150 mila – percorreranno le vie della capitale in più cortei, alcuni dei quali non autorizzati. Attraverso il web, oltre a raccogliersi, i manifestanti stanno studiando forme di protesta che metteranno a dura prova i dispositivi anti-disordini messi in campo dalle forze dell’ordine. Ad esempio, deviazioni improvvise dei cortei dai percorsi annunciati, blitz contro sedi di Enti e istituzioni, accampamenti in vie e piazze.
In quello allestito mercoledì sulle scale del Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale, vicino alla sede di Bankitalia, ieri sono rimasti in 60, distribuiti in 14 tende. «Abbiamo fatto un’assemblea di tutti i gruppi presenti e si è deciso di rimanere. La notte è passata tranquillamente. Saremo qui fino al 15 ottobre» annunciano i ragazzi che partecipano alla mobilitazione. Nel pomeriggio, sulle colonne del Palazzo hanno issato uno striscione con il drago simbolo della protesta e la scritta “Global change”. Una marcia lungo via Nazionale è stata subito fermata dai blindati e dai poliziotti in assetto antisommossa.
E siccome queste sono occasioni da non perdere, riecco l’ex europarlamentare Vittorio Agnoletto, ora direttore culturale di tale Ole (Otranto Legality Experience), forum internazionale su mafia e globalizzazione finanziaria. «La manifestazione di sabato – spiega Agnoletto – darà voce a un’indignazione e a una scontentezza diffusa che va oltre le parti politiche. La gente si rende conto di essere stata truffata. Alla manifestazione – sottolinea – ci sarà uno schieramento ampio, come in altre città del mondo, a rappresentare un atto d’accusa senza alcuna alternativa all’attuale sistema economico-finanziario e ai responsabili di questa crisi, ovvero le grandi operazioni di speculazioni finanziarie».
Il pensiero corre al 14 dicembre di un anno fa, quando la manifestazione degli studenti contro la riforma dell’università offrì l’occasione a frange di estremisti per provocare violenti scontri nel cuore di Roma, intorno ai palazzi del potere, con scene di guerriglia urbana e un bilancio finale di alcune decine di feriti. Un pessimo precedente, che fa salire alle stelle la tensione.

dalla “Padania” del 14.10.11

I miei genitori avevano 16-18 anni nel 68, hanno vissuto le lotte del Movimento, sempre pacifiche ed intrise del mito della non-violenza per cambiare il mondo, hanno combattuto costruttivamente delle battaglie che hanno portato ad un risultato, non certo per devastare o “fare casino”, come viene asserito nell’articolo. Negli Anni di Piombo si sono trovati a fronteggiare gli Autonomi e le loro P38, infiltrati nelle manifestazioni di studenti e metalmeccanici, gente violenta che sparava ed era critica verso la stessa sinistra, quella sinistra berlingueriana che aveva messo da parte l’idea di lotta armata, sostituendola con il dialogo pacifico e con il lavoro intenso per l’elaborazione di nuove idee, volte a cambiare mondo, o perlomeno, a renderlo migliore. Paragonare le loro lotte a quelle dei teppisti di Roma o a quelle dei no global/no tav/anarchici e compagnia bella mi sembra azzardato ed offensivo.

Mi sento poi molto offesa dall’articolo de La Padania, dal momento che io stessa sono un’indignata, così come lo erano quei milioni di persone in corteo pacifico, che vengono additate indistintamente come casiniste, quando, a loro volta, hanno fatto di tutto per contrastare i teppistelli vestiti di nero, collaborando con le forze dell’ordine (non me lo sto inventando io, i filmati e le testimonianze dirette parlano chiaro…).

Condanno la frangia violenta che, anziché far passare in primo piano i motivi validi della protesta, ha dato il pretesto a tutti di passar sopra alla protesta stessa, per parlare solo delle devastazione e degli atti ignobili e fascisti compiuti nella Capitale.

Ecco il punto di vista che appoggio, tratto da http://minimaetmoralia.minimumfax.com/, che è una valida risposta a chiunque soffi sul fuoco e strumentalizzi in modo distruttivo e terrorista i fattacci:

Chi soffia sul fuoco non canti vittoria

di Emiliano Sbaraglia

Bisognava attraversarla tutta, la manifestazione di Roma, per capire quello che è accaduto e soprattutto quello che poteva accadere, se la capitale italiana non fosse stata messa a ferro e fuoco da qualche centinaio di ultras della violenza, che non a caso sul blindato dei carabinieri bruciato nei dintorni di piazza San Giovanni hanno apposto la firma “A.C.A.B” (All Cops Are Bastards), acronimo noto alle curve degli stadi e negli ambienti anarchici.

Attraversandola tutta, la prima cosa che saltava agli occhi era l’immenso fiume umano riversatosi nelle strade, ben oltre le previsioni e i numeri resi noti in queste ore. Basti pensare che, dopo essere stato costretto a partire prima dell’orario prestabilito per l’enorme numero di persone radunate tra piazza dei Cinquecento e piazza Esedra, dopo quattro ore il corteo ancora invadeva via Cavour, teatro dei primi episodi di guerriglia urbana. E se non fosse stata trasformata in un campo di battaglia, piazza San Giovanni avrebbe fatto fatica ad accogliere tutti i partecipanti.

Perché di gente ce n’era davvero tanta, e sia detto a chiare lettere, gli “indignati” sono loro: precari, pensionati, famiglie con bambini, ragazzi che ballavano e cantavano, provenienti da tutta Italia, che erano lì per rappresentare la vera Italia, un’Italia che, malgrado tutto e per fortuna, continua ad essere maggioranza.

Poi le cose sono andate come tutti hanno potuto osservare. E immaginiamo che non pochi si siano fregati le mani, sprofondati nelle comode poltrone dei cosiddetti palazzi del potere. Ma fossimo in loro saremmo cauti nel cantar vittoria per l’ennesima dimostrazione popolare finita tra idranti, lacrimogeni e lacrime amare.

Perché l’indignazione collettiva monta giorno dopo giorno, e pericolosamente si mescola con la rabbia esasperata; e come il surreale pomeriggio di Roma ha reso evidente in maniera inequivocabile, si tratta di una rabbia nichilista, sempre più difficile da prevedere e controllare. Sotto i caschi e dietro le sciarpe di molti di coloro che hanno scelto la strada della devastazione cieca si nascondevano anche volti giovani, molto giovani, facili da arruolare e sprezzanti del pericolo, che anzi diventa ai loro occhi l’unico modo per rendersi visibili al resto del mondo. Il “blocco nero” che si era posizionato al centro del corteo marciava tenendo in testa uno striscione che recitava così: “Non chiediamo il futuro, ci prendiamo il presente”. E agli adulti che li invitavano ad andarsene se non volevano scoprire i loro volti, rispondevano col dito medio alzato e un coro beffardo: “pacifisti servi”. Proprio davanti al Colosseo, si è passati dallo scontro verbale a quello fisico, con momenti di tensione emblematici, che simboleggiano un conflitto generazionale di drammatica portata.

Chiunque soffi sul fuoco di una simile situazione sociale, che veramente è arrivata ai confini dell’emergenza nazionale, è e sarà responsabile e colpevole tanto quanto coloro che hanno trasformato una imponente manifestazione di protesta civile in una ordinaria giornata di follia.

 

 

 

 

Un’onda si sta gonfiando, e siamo impreparati ad affrontarla – International Business Times.

Pier Paolo Pasolini

Vi odio, cari studenti (Il Pci ai giovani!!)

È triste.
La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato.
Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati…
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!

Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!

I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.

A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri.
Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.

l’Espresso (n. 24, 16.6.68)


Sessantotto e Indignados a confronto : un movimento ancora in cerca di identità. – International Business Times.

Pubblicato da: Irenotta | 17 ottobre 2011

15 Ottobre, chi è l’artefice? – International Business Times

15 Ottobre, chi è l’artefice? – International Business Times.

Nasce l’anarcoterrorismo del XXI secolo?

Di Lorenzo Romani | 17.10.2011

Sottovalutare il pericolo dei black bloc sarebbe un gravissimo errore.

Da gran parte della stampa e della classe politica gli incappucciati vengono considerati un fenomeno degenerativo marginale e dallo scarso potenziale. Ciò si deduce dalle dichiarazioni cui abbiamo assistito dopo i disordini di Piazza S.Giovanni, dalle quali si evince che i black bloc sono semplicemente un nutrito gruppo di teppisti che infesta manifestazioni civili e pacifiche.

E se non fosse così?

Gli eventi del 15 ottobre romano possono marcare una netta linea di demarcazione rispetto al passato. Nelle precedenti occasioni che ci hanno dato modo di osservare il fenomeno (in particolar modo durante il G8 di Genova), le malefatte della polizia hanno allineato l’opinione di gran parte del pubblico di sinistra su una condanna senza se e senza ma dei deprecabili atti delle forze dell’ordine.

In quel caso, insomma, i black bloc non erano proprio la vittima, ma nemmeno il colpevole numero uno.

Sabato invece le cose sono andate diversamente. Gli incappucciati sono stati isolati completamente dal resto del corteo, almeno da un punto di vista morale. I manifestanti hanno collaborato con le forze dell’ordine, non sono mancati atti di solidarietà tra protettori e protetti. La reazione della politica è stata – salvo qualche eccezione – unanime: il corteo pacifico era legittimo ed è stato danneggiato dai teppisti.

Quest’insieme di fattori rende più che evidente la serietà della situazione. La polarizzazione di tutta l’opinione pubblica contro questo fenomeno indica che la gente inizia a temerlo. Invece di considerarlo alla stregua di un’aberrazione, le persone percepiscono che così non è, e la netta condanna dei fatti cristallizza nell’immaginario collettivo l’immagine di un movimento che – volenti o nolenti – ha acquisito una propria identità sociale, una propria ragion d’essere, una legittimità rubata e illegittima, con cui dobbiamo fare i conti.

Continuare a considerarli ragazzi senza programmi, basi ideologiche e senso di appartenenza, contribuisce a sottostimare, sia presso l’opinione pubblica che presso le istituzioni, il potenziale terroristico che sta nascendo in questo e in altri paesi.

Se le brigate rosse, pur imbastardendola, trovavano la loro legittimità ideologica nella matrice comunista, oggi è l’essere anti-sistema a nutrire programmi e azioni di questi gruppi. Si parla di migliaia di persone che si sono addestrate viaggiando l’Europa, connettendosi con le realtà analoghe degli altri paesi, sono evidentemente in grado di finanziarsi, programmare e mettere in atto spettacoli di terrore pubblico. Potrebbero sganciarsi dal contesto delle manifestazioni, colpire con potenziale distruttivo e riportare l’italia indietro di quarant’anni.

Ma sono anche ingenui.

Sabato alcuni di loro, dispersi dalla polizia, lasciavano la scena e nel mentre venivano insultati dagli altri manifestanti. Si fermavano quindi a discutere con questi ultimi, come per legittimare il proprio operato. Autentici rivoluzionari non darebbero ascolto ai passanti, continuerebbero per la propria strada, ma solo il tempo può permetter loro di superare le debolezze intrinseche di un germoglio che può diventare albero, separando completamente la propria morale da quella pubblica e maggioritaria, esattamente come ogni altro movimento integralista fa.

La differenza è che stavolta non solo l’Italia verrebbe coinvolta, ma forse molti paesi occidentali: come globalizzata e liquida è la crisi economico-politica che i paesi sviluppati stanno vivendo, altrettanto globalizzato e transfrontaliero può essere l’anarcoterrorismo del ventunesimo secolo.

La classe politica occidentale deve quindi soppesare attentamente tutte le variabili e non sottovalutare un fenomeno sociale che c’è, prende vigore sotto ai nostri occhi, agendo con particolare veemenza proprio in Italia, paese in cui l’antipolitica e l’incapacità di dare le dovute risposte ai cittadini generano questi fenomeni che dalla dimensione locale (come in Val di Susa) si stanno diffondendo ovunque come un virus influenzale.

Anche certa opinione politica e qualunquista è, senza volerlo, cibo ideologico per queste manifestazioni: cosa se non la condanna generica di tutta la classe politica dà all’anarcoterrorismo un quadro politico e valoriale di riferimento?

La primazia della politica va assolutamente ritrovata, su scala nazionale ed europea: come ha ricordato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, “la politica siamo tutti noi”.

E’ quindi solo con la politica che possiamo sconfiggere sul nascere un pericolo pubblico di cui ignoriamo – ma verosimilmente sottostimiamo, come si è potuto notare a Roma – la forza.       La polizia è stata dominata da circa ottocento incappucciati nel centro della capitale, chi può dire che ignorando il problema ciò non possa riaccadere, ma la prossima volta su una scala più grande?

Soffocare questo movimento sul nascere non vuol dire instaurare uno stato di polizia, di repressione e compressione dei diritti individuali, vuol dire rendersi conto che la politica ha fallito nell’amministrare il bene comune. Ritrovando lo spirito della politica il potenziale terroristico di questa come di altre organizzazioni si assorbirà spontaneamente. E’ giunto il momento di invertire la rotta: tamponare le perdite di un sistema non più sostenibile può solo irrigidire le parti sociali e contribuire al perdurare di una crisi economica, politica, e sociale, della quale potrebbe diventare impossibile liberarsi. Servono riforme strutturali, che riportino un equilibrio di base nell’economia e quella giustizia sociale che sconfigge sul nascere ogni forma di violenza e autoritarismo.

Pubblicato da: Irenotta | 12 ottobre 2011

Cantacronache…Il Ratto della Chitarra

Testo di un’attualità disarmante…

Il ratto della chitarra

Dal centrosinistra all’autunno caldo (1963-1969)

La mia povera chitarra
ha subito un incidente
l'altro giorno fu rapita
da un ignoto malvivente
era una chitarra vecchia,
senza classe, un po' ridicola
non aveva sangue illustre
nè una cifra di matricola

Non so proprio la ragione
che me l'han portata via
e no ho neppur pensato
d'avvertir la polizia
perchè so che alla questura
era in fondo un po' mal vista
l'han schedata sotto il nome
di "chitarra comunista"

Cantava senza paura
dei versi un poco insolenti
in barba alla censura,
contro i padroni e i potenti
era alle volte estremista,
e la sua grande ambizione
era di accompagnare la musica
della rivoluzione

La chitarra ripulita
ben lavata ed elegante
sarà spinta a far la parte
di chitarra benpensante
per seguire la corrente,
per salvarsi un po' la faccia
d'ora in poi dovrà evitare
di dir qualche parolaccia

Mi vorrei proprio sbagliare
ma so già che il rapitore
porterà la mia chitarra
sulla via del disonore
prostituta e svergognata
un bel dì la sentiremo
a suonar sui marciapiedi
le canzoni di Sanremo

 Cantava senza timore,
 senza badare agli offesi
 anche argomenti d'amore,
 ma senza far sottointesi
 Si era una coppia ideale,
 c'era una splendida intesa
 si stava insieme anche se non
 eravamo sposati in chiesa

Non mi han detto fino ad ora
qual'è il prezzo del riscatto
ma ci sono altre maniere
per far ben fruttare un ratto
per esempio legalmente
non c'è manco un codicillo
che consideri reato
lo sfruttar chitarre squillo

Istruiranno la chitarra
a sedurre gli italiani
miagolando e dando baci
su dei ritmi afro-cubani
prenderanno loro i soldi
ed a mo' di conclusione
la faranno anche cantare
alla Rai Televisione

 La mia chitarra perduta
 era chitarra d'onore
 non si sarebbe venduta
 neppure per un milione
 poichè era molto espansiva
 non era certo illibata
 ma concedeva i propri favori
 soltanto se innamorata
 ma concedeva i propri favori
 soltanto se innamorata...

Fonte: Jona Emilio, Straniero Michele L., Cantacronache – Un’avventura politico-musicale degli anni cinquanta, Torino, Crel, 1996

Pubblicato da: Irenotta | 12 ottobre 2011

Aspettando il sole…

At first flash of Eden we raced down to the sea

Standing there on freedom’s shore

Waiting for the sun

Waiting for the sun

Waiting for the sun

Can’t you feel it, now that spring has come

That it’s time to live in the scattered sun

Waiting for the sun

Waiting for the sun

Waiting for the sun

Waiting for the sun

This is the strangest life I’ve ever known

Can’t you feel it, now that spring has come

That it’s time to live in the scattered sun

Waiting for the sun

Waiting for the sun

Waiting for the sun

Waiting for the sun

Pubblicato da: Irenotta | 12 ottobre 2011

“Volevo essere una farfalla”, di Michela Marzano

Una filosofa racconta di come l’anoressia le abbia insegnato a vivere.
inserito da Roberta Yasmine Catalano

Michela Marzano, Volevo essere una farfalla, Mondadori, Milano 2011, pp. 210.

Alzi la mano chi non ha sudato sette camicie sui libri di filosofia, tra profondi entusiasmi e terribili scoraggiamenti. Può capitare tuttavia di riavvicinarsi a una delle più ostiche materie scolastiche grazie a una brillante filosofa, che scrive libri illuminanti e accattivanti. Michela Marzano è una giovane filosofa italiana che vive e insegna in Francia. Mentre cercavo approfondimenti per un lavoro sulle donne, ho incontrato il suo notevole Sii bella e stai zitta, divorandolo tutto d’un fiato. Poi è stata la volta di Della fedeltà o il vero amore, anche qui una piacevolissima sorpresa. E ho pensato che non avrebbe potuto stupirmi di più. Mi sbagliavo. Avevo appena terminato di leggere il suo pensiero sulla fedeltà, quando è uscito Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere. Mi chiedevo se sarebbe riuscita a trattare un argomento così delicato e difficile e doloroso con la stessa nitidezza di pensiero, con la stessa lucida semplicità. Ci è riuscita.
Credo di aver letto quasi tutti i libri sui disturbi alimentari e mi incuriosiva lo sguardo di una filosofa. Ho trovato lo sguardo di una donna. Che ha avuto un coraggio ragguardevole. Perché non è facile dire “anch’io”. Perché i panni sporchi si lavano in casa e c’è sempre qualcuno pronto a ricordartelo. Perché mostrare le proprie debolezze significa mettersi a nudo, esporsi allo sguardo altrui che spesso è uno sguardo giudicante.
Il libro catapulta immediatamente dentro il cuore del problema: “Nel bene come nel male, non riesco a non essere eccessiva… Se c’è un termine che mi definisce veramente è ‘troppo’. Mi innamoro troppo. Mi appassiono troppo. Mi stanco troppo. Mi arrabbio troppo”. E riconoscersi dà già le vertigini. Fino alla tregua: “Ormai so che, prima o poi, passerà. Non rispondere al telefono. Non accendere il computer. Non parlare. Non muovermi. Non fare nulla”. L’unica soluzione possibile quando il cavallone si annuncia, arriva e ti travolge. Perché “quando si soffre, si è soli. È come se l’altro percepisse il dolore da lontano e volesse proteggersene. Lo sente, ma lo nega. Se ne allontana. Torna al proprio lavoro. (…) Soprattutto quando non riesce a capire cosa succede, quelle lacrime improvvise, quel brusco ‘non è niente’, quella paura che si spalanca…”. E poi l’importanza dello sguardo altrui, perché essere visti significa esistere, significa non essere trasparenti. E i sogni, che sono sempre incubi. E quel momento, perché c’è sempre quel momento, in cui tutto si spezza e, inesorabilmente, “nessuno si accorge di nulla”. E allora ecco la fame, ma “la fame non è appetito (…). La fame può anche essere una lotta. Un tira e molla quotidiano. Una sfida”.
Bambine diligenti. Ragazze e donne perfette. Che si adattano a tutto. Accomunate dalla negazione di qualsiasi forma di debolezza, “come se non si avesse il diritto di esistere, ci si scusasse di ‘occupare’ un po’ di spazio, si supplicasse il permesso di ‘essere’…”. “Se sta bene agli altri allora sta bene anche a me!” “Tutto pur di non ‘pesare’ sugli altri.” È tutta questione di volontà, perché “ci vuole una forza di volontà sovrumana per non mangiare, nonostante la fame. Ci vuole una forza di volontà sovrumana per non ‘cedere’, anche quando si muore di freddo”. Perché imparare a dire no alla vita significa imparare a dire no al dolore, controllare tutto, annullare le emozioni, fino a non sentire più male, fino a non sentire più niente, e galleggiare sull’onnipotenza. “Mi ero convinta che se fossi riuscita a diventare leggera come una farfalla, tutto sarebbe andato a posto. Sarei diventata forte, indipendente, libera. E non avrei mai più avuto bisogno di nessuno”. Sbriciolare il passato, vomitare la rabbia, punirsi per essere sporche, sporche perché non si è state capaci di difendersi, complici, comunque colpevoli. Del resto, se lo sguardo degli altri non ha visto, non è accaduto nulla. Raccogliamo veloci le briciole e buttiamole sotto il tappeto, ché lì forse non le vedrà nessuno.
Un libro importante, necessario. Anche per infrangere tabù e disinformazione: “Basta allora con tutti questi luoghi comuni che dicono che ‘le anoressiche’ rifiutano il mondo, mentre le ‘bulimiche’ si lascerebbero andare al magma delle pulsioni! Non esistono le anoressiche e le bulimiche. Esistono solo tante persone che utilizzano il cibo per dire qualcosa. Che non sanno più bene come e quando ‘aprirsi’ o ‘chiudersi’ al mondo”. E ancora, “ma perché attaccarsi a questo maledetto sintomo e cercare a tutti i costi di far entrare tutte coloro che ne soffrono nello stesso schema? Perché non ascoltare quello che ognuno dice, cerca, rivendica, supplica?”
“L’anoressia porta allo scoperto quello che non va nel profondo. È un’occasione per mettere un po’ tutto in discussione. Ma è anche una protezione. Che mette a distanza la disperazione. Che contiene il magma che si agita all’interno”. Ma attenzione, riprendere a mangiare non significa essere guariti: “Allora non basta ricominciare a mangiare. Non basta smettere di vomitare. (…) Niente cambia se non si scava dentro, profondamente, dove fa più male. (…) Si deve solo capire che non è tanto il ‘sintomo’ che fa soffrire, ma la sofferenza che si trasforma in sintomo. Per negoziare con la realtà il prezzo della propria libertà. Anche se le ferite non si cancellano mai”. La ricetta è tutta lì: smettere di fingere che vada tutto bene. Abbandonare il maledetto “come se”. Ed è già rivoluzione. E allora parlare, scrivere, denudarsi, perché “certe cose non esistono veramente finché non vengono raccontate. (…) Perché ci vuole un coraggio immenso per smetterla di soffrire”.
Nella storia delle persone che soffrono di disturbi alimentari, c’è sempre un genitore che per proteggersi ha scelto l’anaffettività, o la considerazione spasmodica di cosa dirà la gente, o le regole imposte senza via di scampo, e allora bisogna essere figlie irreprensibili, corrispondere perfettamente a quel modello. Spesso sono le madri. Qui c’è un padre, che commette l’errore più grave, e così dannatamente frequente: non mettersi mai in discussione. Che poi è l’ennesimo modo di fare “come se”, come se fosse giusto, come se fosse normale, come se fosse naturale. E allora si scatena l’esercito dei “se”: se riuscissi a dirglielo, se potessi spiegarglielo, se solo fossi in grado di parlargliene. Sono storie in cui è evidente che qualcosa non ha funzionato. “È chiaro che c’è stato un non-amore”. L’unico modo per uscirne è partire da lì. Scardinarlo, fotografarlo, dirlo e ridirlo, raccontarlo per esorcizzarlo. E infine perdonarsi, per perdonarlo.
La cosa più difficile è far capire agli altri, quando apparentemente non ci sono segni, quando sembra che vada tutto bene. “Hai tutto. Assolutamente tutto. Bellezza, intelligenza, sensibilità. Una famiglia, degli amici, dei diplomi. (…) per gli altri sei tu all’origine del tuo male”. E quant’è difficile spiegare, soprattutto quando non se ne ha alcuna voglia. Dire l’abisso, le tenebre, la paura di uscire, la sensazione di non valere nulla, l’ossessione, la disperazione, il terrore di non essere accettati, un dolore legato all’infanzia che all’improvviso ricompare, a tradimento, come un rigurgito violento, e “in quei momenti, non è la morte che fa paura. È la vita”.
Si può guarire. Si può usare quest’esperienza atroce per imparare a vivere. Imparando a dire no. Usando il fermo immagine e indugiandoci davanti: osservare, prendere tempo, spegnere tutto e riposare il motore. Azzerare. Accettare di commettere il peccato mortale di perdere tempo. Si può fare. Ma, soprattutto, “smettere di voler riparare il passato”.
Michela Marzano ci fa attraversare frammenti di dolore indicibile, laddove piangere non è concesso, dove il dolore è classificato come malattia mentale. E lo fa in punta di piedi, dicendo solo poco, piccoli flash, ché tanto non c’è bisogno di dire altro, si respira tutta la disperazione.
La Marzano analizza anche la relazione amorosa, l’innamoramento, il difficile equilibrio, la necessità di aprirsi, di confrontarsi, “perché per amare bisognerebbe potersi abbandonare”. Perché gli amori impossibili non sono veri amori.
Ma anche l’importanza della psicoterapia, la difficoltà di lasciarsi andare, di analizzare e rianalizzare. Risalire al momento in cui si è smesso di mangiare per dire no a tutti, “smettere di mangiare per far capire una buona volta per tutte a quella bambina che doveva smetterla di chiamare. Tanto nessuno le avrebbe mai risposto”.
Infine, la filosofa ci offre la preziosa occasione di comprendere la difficoltà di vivere e scrivere in due lingue, “perché non basta sapere come si dice qualcosa. Bisogna trovare la sfumatura giusta. Spezzare la distanza che esiste tra la parola e la cosa. Scivolare nei segni. Riuscire ad abitarli. Cambiare i gesti che li accompagnano”. Fa pensare allo splendido Amour bilingue di Abdelkebir Khatibi, dove l’autore si innamora in una lingua e si disinnamora in un’altra. Quando vivere in due lingue significa vivere due vite, scindersi in due, col rischio di perdersi. Sembrano cose semplici, ma non lo sono affatto. Come dire “ama il prossimo tuo come te stesso”: come la mettiamo con quel “come te stesso”? Perché la cosa più difficile non è amare il prossimo, ma amare se stessi.
Questo non è solo un libro sull’anoressia. È un viaggio che partendo da lì attraversa il male di vivere, i conti col quotidiano, la vita. “La vita non è meravigliosa. È difficile, piena di inceppi, faticosa. Talvolta anche deludente. Ma è un’avventura… E allora capita anche di essere felici.”. Bisogna imparare a stare bene, anche se nessuno ce lo insegna. Capire cosa ci piace e darci il permesso di farlo. Di desiderarlo. Imparare la gioia, abdicare a essa. “Stare di fronte alla montagna e decidere di non scalarla. (…) E non fare altro che ascoltare il passo delle nuvole sul prato”. Imparare a dire di no agli altri che non significa dire di no a noi stessi. Perdonarci. Per amarci. Finalmente.

 Il 30 agosto 2011 è stato pubblicato l’ultimo libro della Marzano, affermata filosofa italiana che vive in Francia ormai da anni, edito dalla casa editrice Mondadori: Volevo essere una farfalla”.

Volevo essere una farfalla” non è un libro sull’anoressia com’è stato da taluni definito forse troppo frettolosamente, ma piuttosto un racconto sul come l’anoressia l’abbia accompagnata per anni, costringendola quasi a sopravvivere più che a vivere, a rimettersi quotidianamente in gioco e in questione a prezzo di dure lotte con se stessa, a voler infine riprendere a vivere a tutti i costi.

L’autrice ci fa dono di un libro autobiografico il cui tema centrale verte sul modo in cui l’anoressia le abbia insegnato a vivere, ad accettare i difetti, l’imperfezione, il non poter tenere tutto sotto controllo. L’ordine, la ragione, la perfezione, il controllo del cibo: un diktat della mente sul proprio corpo che per anno l’ha ossessionata e quasi annientata.

Quello che emerge dalla lettura del libro è un grido di sofferenza, pagina dopo pagina, rigo dopo rigo, l’urlo di un corpo spezzato [brisé] e lacerato che vorrebbe tornare ad essere leggero, leggero come una farfalla come recita il titolo, libero dal peso, dalle oppressioni, dalle incombenze e dalla gravità del vivere quotidiano. Chi tenta il suicidio è di norma una persona che desidera la vita con tutte le proprie forze, proprio come la Marzano che, con il cibo, instaura un rapporto ambivalente e patologico fin da adolescente e che la porterà al confine tra la vita e la morte, relegandola a vivere in bilico sul filo sottile che le separa. Ma Michela non vuole rifiutare la vita, non disdegna il cibo: lei ha fame, fame insaziabile di vita, di affetto, di cibo, di conoscenza, di tutto: per la prima volta racconta di essere sempre stata eccessiva, di innamorarsi troppo, di pretendere troppo da se stessa e dagli altri, di impegnarsi troppo.

 Quali sono i meccanismi che si insinuano poi in una bambina ancora piccola, che si sente abbandonata dalla madre ricoverata in ospedale per due settimane, e che esperisce giorno dopo giorno un complesso rapporto con un padre autoritario il quale esige da lei sempre e soltanto la perfezione assoluta? Ecco insinuarsi la dicotomia tra l’essere e il dover-essere, tra ciò che si è veramente, che si desidera –  un’adolescente con tutti i sogni, desideri e aspirazioni – e il tu devi kantiano, la necessità di dover essere sempre la più brava della classe, la più preparata (lei stessa lo ammetterà: “Non è da tutti vincere il dottorato alla Normale”), anche se poi si laurea con i suoi 35 chili e i capelli che le cadono perché doveva essere la migliore, a dimostrazione del fatto che lei è speciale, che ce la può fare, nell’erronea convinzione che suo padre non la amerebbe se non fosse così. Emergono così paure, violenze, ricordi del passato, che è sempre lì, dietro la porta, pronto ad assalirci se i nostri meccanismi di difesa non vigilassero costantemente.  Quanta difficoltà e fatica nel liberarsi da quei retaggi ancestrali e dalle norme che ci vengono inculcate sin da bambini, e che ci portiamo dietro, dovunque andiamo. Non basta allora scappare, non è sufficiente dimenticare, è necessario soffermarsi attraverso un incessante esame di se stessi, parlare e affrontare definitivamente tutte le paure.

L’autrice (foto) parla in seguito anche dei suoi rapporti con gli uomini, degli uomini che ha incontrato sul suo cammino e che non amano vedere una donna che piange perché si sentono fragili e disorientati dalle lacrime, e che la lasciano anche se lei è la donna della loro vita.

Anche in amore Michela sembra volere o tutto o niente, mentre l’unica cosa al mondo che più desidererebbe è quella di essere abbracciata. E non importa se lui è più grande, se è il suo professore, se l’abbandona, l’importante è dirlo sempre e comunque, come se le parole non dette perdessero di consistenza rispetto al mero pensarle: ecco spuntar fuori l’espressione più temuta e desiderata al tempo stesso, ti amo. Cinque lettere che in italiano suonano in una determinata maniera:  è infatti diverso dire ‘ti amo’ da ‘ti voglio bene’, o ‘mi piace’. Ma il ti voglio bene non le basta, non la soddisfa, lei vuole di più. E qui entra in gioco la lingua francese con tutte le sue accezioni, sfumature e ambivalenze.

Ricominciare a studiare una lingua sconosciuta, che suo padre conosce poco, lei in Francia ci è andata per seguire un uomo che pensava di amare e non perché si considerasse uno di quei cervelli in fuga di cui oggi è tanto di moda parlare, tornare a fare analisi in francese, in una lingua che non è la sua, non è la lingua materna, la lingua del cuore e del pensare. E l’inconscio, in che lingua ci parla l’inconscio? Ed ecco la scissione interiore di Michela, l’italiano che le fa dire ti amo, emblema della sua vita passata in Italia, e il francese del je t’aime, un peu, beaucoup, passionnément, à la folie.  Da una parte, c’è l’amore vagheggiato, sognato, anelato: quello impossibile. Proprio perché impossibile, esso non esiste nella realtà. E dall’altra parte, c’è quello vero, fatto di quotidianità, di condivisione, di discussioni, di piatti da lavare impilati nel lavandino e vestiti da stirare, quello che deve limitarsi ad accettare l’altro per quello che è, in quanto altro, la cui alterità sarà sempre irriducibile, non potrà mai essere fagocitato o del tutto inglobato dal Medesimo, proprio perché le persone non si cambiano, ma si possono solo smussare gli angoli, accettare insieme dei compromessi, cercare di ammorbidirle. E poi c’è sempre quella porta che dev’essere lasciata aperta, affinché l’altro si possa sentire libero di andarsene quando vuole, se è quello che desidera. L’altro potrà starci accanto, certo, sempre a modo suo, perché non è un nostro riflesso, costruito a nostra immagine e somiglianza, non sarà mai come lo vorremmo. Anche se le ferite non si rimarginano mai completamente, anche se quello che ci fa star male continua a gridare dentro di noi, anche se parlare era diventato necessario per poter fare pace con se stessi e poter spiegare i motivi per cui si è diventati quel che si è oggi, ci sono sempre delle stanze segrete, dei segreti intimi che nessuno conoscerà mai, cui gli altri non potranno mai accedere. Ed è a questo che serve la filosofia: la filosofia non è una disciplina arida, il sapere nobile par excellence proprio perché non serve a nulla.

La filosofia deve insegnare l’arte di vivere, la gioia, deve poter raccontare il dolore, la morte e la finitezza ma deve anche aiutare a superare i conflitti, le contraddizioni, ad accogliere i difetti, a perdonarsi, accettarsi ed essere maggiormente indulgenti verso se stessi.

La filosofia non servirebbe a niente quindi se la si riducesse in un sistema di tesi e antitesi, se fosse resa sterile, svuotata di contenuti, impoverita allorquando si pretende di spiegare tutto lo scibile racchiudendolo all’interno di un sistema metafisico rigido e valido una volta per tutte. In realtà non esistono verità o spiegazioni incontrovertibili: non la si può banalizzare declassandola a ricetta per la felicità; la filosofia è e deve essere spirito critico, occhio lucido e disincantato sulla realtà e deve poter aiutare a sfuggire allo specchio deformante dello sguardo di altri.

Questo in definitiva il messaggio della Marzano, che condividiamo in pieno e ringraziamo, per aver voluto mettere a nudo il proprio cuore e la propria anima, per aver saputo accettare le contraddizioni, superato il timore dello sguardo critico e pietrificante di altri, e averci fatto dono di questa preziosa e coraggiosa testimonianz

Pubblicato da: Irenotta | 12 ottobre 2011

David Cronenberg…Conoscete costui??

David Paul Cronenberg regista e sceneggiatore cinematografico, nasce il 16 marzo 1943 a Toronto (Ontario, Canada). Le sue inquietanti pellicole esplorano diversi tipi di incubi, colpendo gli spettatori con uno stile visuale del tutto personale.

Inizialmente David Cronenberg si dedica agli studi letterari e alla fotografia prima di debuttare come regista in alcuni cortometraggi (ad esempio “Transfer” del 1966). Dopo aver firmato due opere di avanguardia e sperimentali, dal 1976 si afferma come uno dei più grandi maestri del cinema fantastico contemporaneo.

Iscrittosi alla University of Toronto, Cronenberg sfrutta i suoi interessi principali – la lettura e la scienza – e comincia a scrivere un numero impressionante di racconti fantascientifici che poi spedisce a riviste specializzate. Quando si laurea, nel 1967, in lingua e letteratura inglese (dopo aver cambiato facoltà), ha già all’attivo due cortometraggi: il già citato “Transfert” e “From the Drain”.

Nel 1969 realizza in 35 mm “Stereo”, a cui si ispirerà per “Scanners”, mentre l’anno successivo è la volta di “Crimes of the Future”. Inizia in questo periodo una breve carriera televisiva terminata nel 1976, in cui si specializza nella regia di alcuni telefilm.

Dopo un viaggio in Europa, Cronenberg realizza nel 1974 il suo primo lungometraggio: “Il demone sotto la pelle” un film decisamente scandaloso, soprattutto per la mentalità e il gusto medio che domina in quegli anni, tanto che la pellicola si merita un’interrogazione parlamentare.

Con il tempo, comunque, lo stile del regista non sembra perdere i connotati esibiti in origine. Il cinema di Cronenberg è un cinema “difficile, colmo di violenza e di orrori e che porta alla luce tematiche come quelle legate all’identità negata, in relazione ad una società messa in crisi dal disordine e dal dubbio pervasivo“.

Tema fondamentale della quasi totalità dei film di Cronenberg è l’ossessione per la “mutazione del corpo”. Citiamo, ad esempio, oltre a quelli enumerati in precedenza, film come “Rabid” (1976), “Brood, la covata malefica” (1979); “Scanners” (1980); “La zona morta” (1983); “La mosca” (1986); “Inseparabili” (1988).

Affascinato da quello che si cela all’interno del corpo, proprio dal punto organico e fisico, l’artista mette in risalto nelle sue opere visionarie tutto ciò che in genere il buon gusto della società ritiene scabroso, filtrando il materiale fantastico attraverso le più diverse ossessioni umane.

Qualcuno ha sostenuto che alla base del cinema filosofico e crepuscolare di David Cronenberg ci sia il trauma infantile della lenta morte del padre musicista avvenuta per cancro.
Da quell’evento in poi, ecco che il suo inconscio avrebbe elaborato delle ossessioni circa le mutazioni e aberrazioni del corpo.
A prescindere dalla plausibilità o meno di tale influenza sull’opera di Cronenberg, è sempre esistito da parte del regista canadese un amore sviscerato per il cinema e la letteratura di fantascienza e dell’orrore.

In un’intervista concessa ad un critico ha affermato: “Credo che la gente che fa film sia attirata dal film di fantasia a causa della creatività e dell’inventiva che essi comportano“.

In un’altra occasione, sollecitato a descrivere il suo rapporto con il cinema, ha raccontato: “Una volta ho sognato che stavo guardando un film, e il film provocava in me un invecchiamento rapido. Lo stesso film mi stava contagiando, mi stava trasmettendo una malattia che provocava l’invecchiamento; lo schermo diventava uno specchio in cui io mi vedevo invecchiare. Mi sono svegliato in preda al terrore. Ecco di cosa sto realmente parlando, è qualcosa di più di un qualsiasi piccolo virus“.

Tra i suoi ultimi lavori: “eXistenZ” (1999), “Camera” (2000), “Spider” (2002), “A history of violence” (2005).

Cronenberg non ha mai lavorato con grandi budget, tuttavia la possibilità di farlo non gli è mancata. In un primo momento il suo nome era stato preso in considerazione da George Lucas come possibile regista de “Il ritorno dello Jedi” (poi assegnato a Richard Marquand). Il regista canadese lavorò anche per circa un anno al film “Atto di forza” ma per per alcune divergenze con il produttore Dino de Laurentiis abbandonò il progetto; una versione differente dello stesso film sarà poi realizzata da Paul Verhoeven. Alla fine degli anni ’90, Cronenberg è stato annunciato come regista del sequel del film “Basic Instinct” (di Paul Verhoeven), ma anche questo non andò in porto.

L’esistenza è il corpo. Conversazione con David Cronenberg

‘Un viaggio filosofico in cui rifletto sulla vita e sulla condizione umana e invito il pubblico a farlo con me’: questo è il cinema per David Cronenberg. Profeta delle avventure dell’incontro del nostro corpo con la tecnologia, della carne con il metallo e la plastica. E indagatore dell’uomo a partire dal suo aspetto più universale: la mortalità.

cura di Mario Sesti, da MicroMega 6/2010

David Cronenberg venne a Roma nell’ottobre del 2008 per esporre i 50 fotogrammi di Chromosomes: la sua prima mostra da artista e creatore puro, fatta di 50 inquadrature dei suoi film, elaborate al computer e trasformate in opere d’arte per una mostra che ebbe luogo durante il Festival di Roma, al Palazzo delle Esposizioni (il direttore di Cannes, Thierry Frémaux, venne nella capitale, un solo giorno, solo per vedere questa mostra). Era una sorta di endoscopia all’interno del cinema di uno degli autori più originali e sorprendenti dell’immaginazione, e non solo del cinema, contemporanei. Chi l’ha vista sa che a volte si trattava di interventi di microchirurgia sulla pelle del proprio cinema (i dettagli delle mani), a volte erano l’equivalente di stemmi araldici del proprio universo immaginario (la vestizione di Jeremy Irons in Inseparabili, come se fosse il cardinale di un diabolico rito uterino), a volte ritagliavano uno sguardo e non solo degli oggetti (da Crash, da Inseparabili, da La promessa dell’assassino, per esempio), a volte, da sole, innescavano un racconto (Spider, M. Butterfly), a volte, semplicemente, sottolineavano ambienti e design (La mosca, eXistenZ) con lo stesso implacabile nitore con il quale la luce di un frigorifero inonda uno yogurt o un tubetto di maionese al proprio interno. È come se Cronenberg avesse fatto dei prelievi dentro i propri film e in ciascuno di essi scoprisse qualcosa di prezioso e segreto che egli stesso scruta con più attenzione e stupore di quanto avesse potuto fare quando dava vita a quelle immagini su un set. Endoscopia, prelievi, sezioni. Non è un lessico casuale per chi ha intimità con il mondo di questo regista che ha iniziato raccontando di medici borderline, ha studiato biologia e ha istruito, con Inseparabili, un indimenticabile dramma da camera (operatoria) con protagonisti due gemelli ginecologi. Profeta delle avventure dell’incontro del nostro corpo con la tecnologia, della carne con il metallo e la plastica, anche da artista sembra impegnato a capire se essi, insieme, saranno davvero capaci di fondersi in un linguaggio completamente diverso da quello da noi conosciuto fino ad oggi. Tra i pochissimi registi a essersi imposto nel cinema di genere (l’horror) per poi essere riconosciuto dalla critica come autore dotato di un mondo e di uno stile inconfondibili, Cronenberg ha affrontato la grande letteratura di Burroughs, Ballard, McGrath, ha dato vita a un cinema che pesca nell’inquietudine del futuro e delle mutazioni del corpo, ma anche nella profondità capillare dei sentimenti, nella pietà della passione, nell’allucinazione della solitudine: il suo occhio clinico sa vivere, imperturbabile, l’intensità di ogni emozione (paura, disgusto, desiderio, amore, dolore) senza disperderla ma anche senza compromettere il rigore e la precisione dell’occhio. Quella che segue è la stesura della conversazione che si è tenuta a Roma, al Festival del Cinema del 2008, di fronte a giornalisti, spettatori, appassionati, condotta da chi scrive e Antonio Monda.

Lei è uno dei maestri riconosciuti del genere horror e anche uno tra coloro che più efficacemente hanno contribuito a rivoluzionarlo. Vorrei sapere se, secondo lei, in questo genere sia più efficace o, in altre parole faccia più paura, mostrare o meno?
Il non mostrare è sempre stato una sorta di luogo comune sostenuto da coloro che non amano vedere sullo schermo immagini disturbanti e situazioni molto fisiche. Io penso sempre a Hitchcock, un vero maestro nel risvegliare la paura non mostrando le cose; però penso anche al suo film Frenzy che è estremamente violento, anche sessualmente intendo, al punto di far vedere la scena di uno stupro in cui un uomo strangola una donna usando la propria cravatta. Una scena in cui si mostra ogni cosa. La ragione per cui Hitchcock non esponeva le cose è che allora non gli era consentito; a quei tempi negli Stati Uniti era vietato mostrare determinate scene, quando però lui ebbe la possibilità di farlo diede libero sfogo alla sua volontà e al suo desiderio. Mostrare cose scomode, orribili e indicibili implica che queste alberghino nella propria coscienza, il che significa il doversi confrontare con se stessi e con la realtà, riconoscendo che gli esseri umani sono capaci di fare certe cose. Mostrarle o meno dipende però anche dal tipo di film che si realizza. The Dead Zone (La zona morta, 1983), ad esempio, è un film in cui compaiono alcune scene di violenza ma è un tipo di film diverso. Per certi versi, infatti, è il film a dire le proprie esigenze, perché inizia a vivere una propria vita organica e chiede quello di cui ha bisogno al punto da rendere impossibile imporgli cose ad esso incompatibili. Questo è semplicemente il rapporto tra l’artista e la sua creazione. Dopo aver diretto The Dead Zone, la gente ha iniziato ad affermare: «Cronenberg è divenuto più sadico, più simile a Hitchcock», successivamente però ho girato The Fly (La mosca, 1986) che è realizzato in quel modo semplicemente perché è un tipo di film diverso. È più legato al corpo umano e alla malattia. Al tempo in cui questo film fu realizzato, la gente volle associarlo al tema dell’Hiv. Io risposi che una malattia come l’invecchiamento è ancor più diffusa dell’Aids. Secondo me la forza di questa pellicola è dovuta al fatto che tratta un tema con cui dobbiamo tutti confrontarci perché, se viviamo abbastanza a lungo, affrontiamo tutti la disintegrazione dei nostri corpi e, per gli esseri umani, è sempre difficile accettare la propria estinzione. Quello che credo di affrontare nei miei film è anche la mia mortalità.

Penso che Dead Ringers (Inseparabili, 1988) sia uno dei suoi film più belli e misteriosi, oltre ad avere una delle più belle colonne sonore di Howard Shore. Sicuramente tra le più originali. Nella pellicola c’è poi una delle più sorprendenti teorie della forma: lei fa dire a uno dei personaggi che se si potesse vedere il corpo umano dall’interno, esso avrebbe una bellezza – di colori, forme e strutture – forse ancor più interessante di quella a cui siamo abituati. È un po’ come dire che la nostra concezione della bellezza è stata dominata dall’arte classica, da Fidia e dalla grande arte antica, per intenderci, ma ce ne potrebbe anche essere una completamente diversa che riguarda il corpo e che è a noi completamente sconosciuta.
Uno dei gemelli, Elliot, afferma: «Perché non ci sono concorsi di bellezza per l’interno del corpo umano ma solo per il suo esterno?» e significa che non abbiamo ancora affrontato la totalità di ciò che siamo. Secondo me, il corpo è il fattore primario dell’esistenza umana. Ed è facile perdere di vista questo fatto perché vi sono numerose forze nella cultura e nella società che tentano di sviare l’attenzione da questa realtà, e ovviamente intendo la religione, molta arte, il lavoro e le interazioni sociali. Molte sono le cose che ci aiutano a evadere dalla realtà del corpo umano che per me, ateo che non crede a una vita ultraterrena e allo spirito che vive separatamente dal corpo, è un’evasione dalla realtà della condizione umana. Ne comprendo la ragione, perché è davvero qualcosa molto difficile da affrontare. Fondamentalmente si tratta della mortalità e la morte, unitamente alla nostra estinzione, sono cose difficili da immaginare. Come la propria inesistenza. È quindi assai più facile inventare un’esistenza che proseguirà nonostante tutto. Detto questo, come accennavo prima, parte di quel che faccio nella mia attività di regista è provare ad affrontare la mia mortalità ovvero quello che è l’esistenza umana. Mi considero un esistenzialista, cosa che oggi è davvero fuori moda, contrariamente a quanto avveniva un tempo. Ovviamente anche del mio esistenzialismo ho un’interpretazione personale: vivere la vita autentica essenzialmente significa affrontarla con una reale comprensione della realtà della condizione umana. Molto difficile a farsi ma credo questa sia una delle cose che vado esplorando in tutti i miei film, si pensi a eXistenZ, e naturalmente a Dead Ringers, realizzato prima dell’avvento del computer. In quest’ultimo si tratta il tema dell’identità così come anche nel film Spider. Io ritengo si debba lavorare molto per conservare un’identità, perché non è qualcosa con cui si nasce bensì qualcosa che l’uomo crea, un atto creativo. Ogni mattino, al risveglio, si ricompone quell’identità e si deve lavorare molto per conservarla. Lo si può vedere in tutte quelle persone che hanno smarrito la volontà di mantenere una personalità, lo si scorge nella schizofrenia o in molte condizioni mentali in cui la volontà di tenere assieme la personalità viene meno e ci si disintegra.

Lei ha spiegato che il mostrare i corpi dilaniati sia un modo per raccontare qualcosa che è intrinseco alla vita umana, alla mortalità dell’uomo. Vedendo i suoi film, però, mi chiedo se lei non pensi che l’uomo sia intrinsecamente anche violento, se sia impossibile per un uomo o una donna sfuggire alla propria violenza.
Sono riuscito a sfuggire alla violenza facendo film. È evidente che vi sia una parte innata della natura umana che è violenta, non si deve certo essere dei geni per intuirlo. Siamo animali, dopotutto, nonostante l’intelligenza che ci contraddistingue, l’inventiva e il nostro linguaggio, il pollice prensile e così via. Rimaniamo sempre estremamente violenti. La differenza tra noi e gli altri animali è che noi possiamo osservare questa violenza, meditarci e specularci sopra e considerare la possibilità di vivere facendone a meno, nonostante non siamo mai riusciti a farlo. Molte persone mi hanno detto: «I tuoi film sono estremamente violenti», ma rispetto ai comuni film d’azione il numero degli atti di scontro nei miei lavori è estremamente ridotto. Se si considera la durata delle scene, la maggior parte dei miei film in effetti ritrae persone che parlano. Dal momento che considero molto seriamente la violenza, però, e non la ritengo una forma di intrattenimento, comprendo che quei momenti hanno un significativo impatto sul pubblico che reagisce vigorosamente a certe immagini – come ad esempio alla visione grottesca di una mandibola distrutta. Per certi versi il senso di quelle scene sta nel fatto che il pubblico gradisce vedere il cattivo che viene ucciso ma allo stesso tempo resta scioccato quando vede che si spara in testa a qualcuno, perché è un’immagine estremamente efferata.
A History of Violence tratta l’aspetto sociale della violenza in un modo che i lavori precedenti hanno fatto in maniera più metaforica perché, nella maggior parte dei miei film, essa aveva una componente fantascientifica che credo protegga le persone. Per certi versi, il genere fantascientifico o l’horror difendono il pubblico, gli consentono di esperire ogni cosa pur restandone a distanza proprio perché le storie non si presentano in forma realistica, come leggendole su un quotidiano. In un film come A History of Violence, invece, si ha a che fare con la violenza sociale in un modo più realistico, privo quindi di quella protezione data dall’elemento fantastico, cosa di cui ero ben consapevole durante la sua realizzazione. Io sono non violento. Non mi diverte la violenza che in vita mia ho solo vista sulle strade una o due volte. È estremamente scioccante, anche quando si tratta di una semplice scazzottata. Per non parlare della sola volta in cui sono stato preso a pugni, durante un trip sotto effetto di Lsd, posso solo dire che fu la cosa più violenta che mi sia capitata. Ero però anestetizzato dalla droga e alla fine non mi fece così male.

Potrà sembrare naïf e ingenuo ma il primo aspetto che si nota è che lei come persona sembra emanare un senso di serenità e di tranquillità, la stessa che appare anche nei suoi film, assieme a qualcosa di molto inquietante. Soprattutto i suoi primi lavori sono stati immediatamente contraddistinti da questa caratteristica: producevano delle reazioni piuttosto evidenti nelle persone, nel pubblico. Inizialmente sembrano proprio concepiti per far reagire le persone in termini di disgusto e paura. So che tutti i film horror lo fanno ma, rivedendo ora il suo cinema che si è evoluto in questa maniera, si ha l’impressione che lei, sin dagli esordi, avesse ben chiara questa diversa tastiera, ovvero la possibilità che si ha col cinema di generare reazioni anche fisiche, corporee.
Credo siano molti i registi che hanno iniziato a lavorare con il genere horror tra cui anche Francis Ford Coppola, il cui primo film era un horror; Scorsese realizzò alcuni gangster-movie; Kubrick iniziò realizzando film di genere. E a pensarci oggi, sembrò una strategia astuta iniziare con questi horror a basso costo che avevano un loro mercato mentre i gangster-movie o i film d’autore a basso costo non avevano alcun pubblico. Si tratta però di quello che volevo fare davvero. Avevo realizzato un paio di film d’essai che furono presentati a festival cinematografici, lungometraggi underground da 65’, ma anche quelli erano un po’ fantascientifici. Il primo trattava il tema della telepatia e il secondo dei crimini del futuro. Quando iniziai a girare Shivers (Il demone sotto la pelle, 1975) feci proprio quello che volevo; non avevo alcuna strategia, non pensai a come riuscire a realizzare un film o a quale fosse il modo migliore per iniziare a farlo. Era esattamente il mio desiderio, era la mia sensibilità. Amavo il tipo di creatività che puoi permetterti in un film horror o di fantascienza. Puoi inventarti fisiologie, tipi diversi di creature e questo mi affascinava molto. Nel mio secondo film Rabid (Rabid – Sete di sangue, 1977), infatti, inventai ricerche sulle cellule staminali. In quella pellicola inventai davvero alcune cose che immaginavo fossero possibili ma allora non lo erano ancora: l’idea che si potesse avere un tessuto umano che fosse neutro e che potesse trasformarsi in un tipo qualsiasi di organo o tessuto del corpo. Tutto questo appare in Rabid che risale alla fine degli anni Settanta e quel tipo di ricerca è divenuto realtà soltanto negli ultimi due anni. Ma esiste. Dalle indagini fatte potei prevedere che si trattava di una possibilità concreta. Mi piaceva quella occasione di inventare. Per questo non concepirei l’horror come modo per suscitare una reazione dal pubblico; se si guarda quei film, si comprende che sono anche molto filosofici. Il mio lavoro di regista è come un viaggio filosofico in cui rifletto sulla vita e sulla condizione umana e invito il pubblico a farlo con me. Non ho mai provato la sensazione di Hitchcock di essere un burattinaio, di manipolare il pubblico. Egli sosteneva di poterlo far saltare, ridere e piangere a comando e a lui tutto questo piaceva. Questo non è il processo in cui sono impegnato. In quei film, io parlavo a me stesso e quel che dicevo era qualcosa di spaventoso. Terrorizzavo innanzitutto me stesso e poi chiedevo al pubblico di esprimere la propria reazione. Questo, secondo me, è il processo creativo.

Vedendo in parallelo la sequenza nella sauna di Eastern Promises (La promessa dell’assassino, 2007) e di Othello (1952) diretto da Orson Welles, la prima domanda spontanea è sapere se David Cronenberg ha in qualche modo studiato, ammirato e citato la sequenza di Welles, visto che si tratta, in tutti e due i casi, di una sequenza (in entrambi i casi una sequenza che è una sorta di assolo di regia) in cui si ambienta una scena di un omicidio in una sauna.
Non ho mai visto l’Otello di Welles prima, per cui non è certo stata un’ispirazione. Ammiro però molte delle sue pellicole, trovo affascinanti gli alti e bassi della sua carriera; è stato un personaggio straordinario che ha realizzato alcuni film semplicemente fantastici. Ero certo di non essere stato il primo ad aver immaginato una lotta con coltello in un bagno turco, ero infatti certo che fosse già avvenuto in precedenza, magari in qualche film giapponese. Quando lavoro non ho riferimenti o referenti cinematografici benché io sia influenzato da tanti film. Non ho mai seguito alcun corso di cinema, sono un autodidatta e la mia scuola è stata vedere pellicole; così come si impara a scrivere un romanzo leggendone, allo stesso modo si impara a girare film vedendoli. In questo senso mi è stato quindi insegnato a fare film da molte persone. Penso però che certe cose emergano organicamente dai personaggi, dall’ambiente – nel caso di Eastern Promises dalla mafia russa a Londra – e la scena del bagno turco è dovuta al fatto che volevo mostrare i tatuaggi del protagonista, quei segni che raccontano l’intera storia di quello che queste persone sono, la storia di quel che è l’affiliazione in termini di criminalità. Il solo posto in cui i tatuaggi possano veramente vedersi in modo chiaro e inequivocabile è quindi nel bagno turco. I personaggi si incontrano lì per una ragione precisa.
Eastern Promises, ed è la sua caratteristica, è veramente low-tech, quelli impiegati sono coltelli con lame retrattili, strumenti davvero semplici, e non compaiono pistole. Per qualche strana ragione, credo si tratti della visione della tecnologia più primitiva di tutti i miei film. Anche gli strumenti per realizzare i tatuaggi sono del tipo impiegato nelle prigioni russe, si tratta di attrezzi ottenuti trasformando campanelli elettrici che vibrano, questo perché i criminali laggiù non hanno alcun accesso ad attrezzature moderne neppure per fare dei tatuaggi. Nei miei film mostro sempre un certo interesse per la tecnologia e per quello che essa è, questo perché il regista deve necessariamente impiegare la tecnologia dal momento che non è uno scultore né un pittore. C’è un suo impiego sempre maggiore nella realizzazione di film e si tratta sempre di una tecnologia estremamente avanzata; non importa di quale tipo si tratti ma se è avanzata presto o tardi finisce sempre con l’essere impiegata nel cinema. Si sente spesso la gente parlare della disumanizzazione dovuta alla tecnologia e lo trovo davvero sconcertante perché essa è interamente umana nel senso che non esiste alcun altro tipo di tecnologia se non quella umana. Si tratta quindi di un prodotto della mente e dello spirito creativo degli uomini e, sostanzialmente, nasce come estensione del corpo. Basta pensare a un telefono cellulare che non è altro che un’estensione dell’orecchio e della voce, del sentire e del parlare, e poi, se si possiede un iPhone, ci sono altre cose che si possono fare, come il navigatore satellitare che è estremamente utile. Ritengo quindi che la tecnologia sia un nostro riflesso e che ci riveli quel che siamo, quali siano le nostre ispirazioni e fantasie. Quel che intendo è che anche il luogo in cui siamo in questo momento è sostanzialmente tecnologia. Questo stesso edificio non è un prato in cui piove, tutto questo spazio è guidato dalla tecnologia ma riflette quel che vogliamo, la comodità, la protezione dal mondo esterno, la creazione di un nostro mondo, l’amplificazione della mia voce che di certo non sarebbe possibile sentire senza questo microfono. Come stavo dicendo, quindi, la tecnologia è estremamente umana e in tal senso non disumanizzante ma rivelatoria della nostra condizione e questa è la ragione per cui in molti dei miei film riservo molto spazio ad essa o mi piace inventarne di nuove, come in eXistenZ, dove tratto il mondo dei videogame che ben presto è divenuto assolutamente reale. Credo sia effettivamente molto difficile tenere il passo della tecnologia.

Nei suoi lavori è evidente una ricerca, un percorso d’autore, una personalità molto forte. Mi chiedo come sia stato possibile e, soprattutto, come reagì quando l’industria hollywoodiana le propose di girare prima Star Wars (Guerre Stellari) e poi Top Gun (1986).
Non so quanto seria fosse l’offerta per Top Gun ma ricevetti la sceneggiatura dal mio agente. Si trattava di un film estremamente patriottico, militaristico ma, essendo io un canadese, per me è diverso e ho una sensibilità differente. Qualche volta ricevo sceneggiature che non riesco a comprendere perché non sono abbastanza americano. E lo dico sul serio. Nel caso di Star Wars, mi pare ricevetti una telefonata mentre facevo colazione in cucina da quello che credo fosse uno dei produttori del terzo Star Wars – The Return of the Jedi (Guerre Stellari – Il ritorno dello Jedi, 1983). Mi fu chiesto se fossi interessato a incontrare George Lucas e a girare quel film; io risposi: «Di solito non faccio film di altri» e la persona replicò: «Va bene. La saluto». Suppongo di non aver dimostrato abbastanza entusiasmo per il mondo di Star Wars e nei loro confronti. Questo è quanto sono stato vicino a dirigere quel film ma al tempo stesso risposi seriamente in quel modo, perché giravo solo pellicole di cui avessi scritto io stesso la sceneggiatura e non comprendevo cosa mai potessi apportare a qualcosa così controllato da George Lucas.

Come è nato The Dead Zone (La zona morta, 1983)?
Mi era stato inviato il copione che inizialmente rifiutai. Poi incontrai la produttrice Debra Hill a qualche festa a Los Angeles. Io non sono uno che va a molte feste. Lì lei mi propose nuovamente questo soggetto e riuscì a essere molto persuasiva, dicendomi che Dino De Laurentiis, il produttore del film, era molto interessato ad avermi nel progetto. Non ricordo perché ma, per qualche strana ragione, tutto quello che stavo facendo allora non riusciva mai a concretizzarsi, accettai così di incontrare Dino. Esistevano ben 5 stesure della sceneggiatura, una di loro addirittura curata da Stephen King, ed era sicuramente la peggiore di tutte, e lo dico sul serio. I suoi fan mi avrebbero ucciso se avessi usato quella sceneggiatura perché, per qualche motivo, aveva trasformato il suo racconto in un film su un serial killer. Comunque sia, scelsi l’autore della versione che ritenevo a me più vicina e lavorai con lui e quella fu la prima volta che giravo un film basato su un racconto e su una sceneggiatura di qualcun altro. Ci lavorammo su parecchio e fu un’esperienza davvero interessante; sino ad allora, infatti, rispettavo solo quei cineasti che realizzavano film scritti da loro ma in quell’occasione compresi che non tutti i bravi registi sanno scrivere. Puoi essere un bravo regista e non necessariamente un bravo scrittore e viceversa. Fu davvero una bella esperienza realizzare The Dead Zone, mi divertii molto e fui orgoglioso del film e pensai che era una cosa interessante, che si può lavorare su materiale di altri e quando lo si fa è come una fusione di vedute con un altro. È quasi come il sesso. Quasi, però. Vabbé, no, non è come il sesso ma è una combinazione dei rispettivi materiali genetici, senza implicazioni sessuali. Fu una cosa veramente buona per me perché dopo mi si aprirono le strade per fare qualcosa come Crash, la mia versione almeno, basata sul libro di James Graham Ballard, non quella di Paul Haggis, poi Naked Lunch (Il pasto nudo, 1991) basato sul lavoro di William Burroughs, e M. Butterfly, tratto dalla piéce di David Henry Hwang. È stato un bene per me perché mi ha tirato fuori da quella sorta di stato mentale estremamente rigoroso per cui si deve fare solo un certo tipo di cose e non altro; ho così compreso che ovviamente un film è sempre una collaborazione e una pellicola può trarre origine da qualsiasi cosa: un sogno, un articolo di giornale, un racconto, un testo teatrale o dallo spazio. Per questo non ha alcun senso limitarsi a un solo modo di fare cinema.

(domande dal pubblico)

Vorrei fare una domanda su un ruolo che David Cronenberg ha ricoperto nella storia del cinema, ovvero quello di interprete. Mi sento particolarmente legato a un film come Nightbreed (Cabal, 1990) in cui lei interpreta il ruolo dell’antagonista. Vorrei sapere com’è stata l’esperienza attoriale in quel film in cui incarnava il male, nei panni di un assassino puro implacabile, così come in To Die For (Da morire, 1995) di Gus van Sant, nonostante nella vita reale lei dica di sgomentarsi di fronte alla violenza.
Sono molti i registi che segretamente vorrebbero recitare. Il ruolo che ho interpretato in Nightbreed è stato il tipo di recitazione più serio che abbia fatto. Ho trascorso ben 3 mesi a Londra esclusivamente occupato come attore, benché fossi anche impegnato a scrivere la sceneggiatura di Naked Lunch, si è trattato però del tipo più estremo di recitazione con cui mi sono misurato. Tutti gli altri ruoli che ho interpretato mi hanno impegnato per due o tre giorni, in genere a Toronto, proprio come nel film di Gus van Sant. Si è trattato comunque di un’esperienza molto interessante; è stata infatti la prima volta in cui ho esperito quello che chiamano il «tempo dell’attore», durante il quale si vive in un’altra città, di solito lontano dalla propria famiglia, si trascorrono le giornate accanto al telefono, aspettando il momento in cui ti dicano: «Vieni sul set!». A volte però non sono ancora pronti a girare ma tu non puoi allontanarti. Sono stati momenti in cui ero molto cupo, depresso, perché la famiglia è stata con me solo per un po’, poi è dovuta andar via. Io vivevo solo, in una grande casa a St. John’s Wood e proprio non sapevo come fare, come fare a vivere da attore, sulla location, recitando. C’era un altro interprete del film, Charlie Haid, abbastanza noto per aver lavorato nella serie Hill Street Blues (Hill Street giorno e notte), che mi disse: «David, tu sbagli. Non puoi restartene a casa, devi uscire, devi fare qualcosa, esplorare la città. Dai, ce ne andremo a Stratford-on-Avon e noleggeremo una barca per scendere lungo il fiume Avon, fino a Londra». E così abbiamo fatto. Noi due soli in barca, lungo una sorprendente serie di affluenti. Ed è lì che ho capito da dove nascono tutti quei racconti per bambini alla Beatrix Potter, quelle storie ambientate in una campagna che credevo fossero solo un’invenzione e invece esiste davvero. Per me è stato interessante sotto molti aspetti comprendere non solo la psicologia di un attore sul set ma la loro psicologia di persone che vivono come zingari. È un tipo di vita tanto strano quanto emozionante che necessita di un carattere molto particolare per essere vissuta e debbo ammettere che non sono abbastanza serio come attore per ripetere quel tipo di esperienza e trascorrere ancora tre o quattro mesi a recitare da qualche parte dove si gira un film. Suppongo comunque che se si trattasse di un progetto o di un regista abbastanza interessanti prenderei in considerazione l’offerta ma oggi le proposte che ricevo sono solo per interpretare uno scienziato pazzo oppure uno psichiatra omicida, un medico o cose simili a cui non sono molto interessato. Proprio come ogni attore, ti aspetti che qualcuno scopra il tuo vero «io», che qualcuno riveli il genio che è in te, perché un attore non riesce a farlo da solo. Si dipende troppo dalla sceneggiatura o dal progetto o dal regista ed è questo il motivo per cui la maggior parte degli interpreti prestano particolare attenzione ai cineasti con cui lavorano, sebbene, lo ammetto, per quanto riguarda la mia esperienza, il personaggio viene prima d’ogni altra cosa. Se a un attore interessa interpretare un certo ruolo è disposto a lavorare con un regista che non ammira perché desidera fortemente la parte. Ho capito molto della psicologia degli attori e anche il fatto che, come interprete, tu hai un corpo e quello è lo strumento con cui devi lavorare: non hai alcuna tecnologia a disposizione, hai solo te stesso, il tuo corpo, il tuo tutto. Il corpo è lo strumento che suoni e il cast è l’orchestra.

Il sesso è molto importante nei suoi film. Spesso figura una componente omo-erotica. Vorrei lei ne parlasse più approfonditamente.
Quando delineo un personaggio, in una sceneggiatura, cerco di restare quanto più aperto ad ogni genere di esperienze. Non è come quando si scrive un’autobiografia. Quando le persone vanno al cinema, una delle attrattive principali è riuscire a vivere le vite degli altri, vite che non ci appartengono e che, forse, non vorremmo vivere ma che c’incuriosiscono comunque. È evidente che se il corpo umano è una priorità nella tua vita creativa, allora la sessualità occupa un ruolo centrale. Vorrei tanto essere stato il primo a capire lo stretto rapporto tra il sesso e la violenza ma sono diverse migliaia di anni che gli artisti lo hanno compreso. Nei primi due film che ho realizzato, Stereo (1969) e Crimes of the Future (1970), l’attore protagonista era un mio amico omosessuale, perciò si è trattato di una vera e propria collaborazione, molto spontanea. Non esisteva infatti alcuna sceneggiatura per quei film. I quali hanno quindi un orientamento piuttosto omosessuale per via di quell’attore, qualcosa che allora m’interessava molto e che non ho tentato di reprimere. Il protagonista somigliava un po’ all’attore svedese Max von Sydow, noto per aver interpretato i film di Ingmar Bergman. Per certi versi, quello fu l’inizio del processo collaborativo. Mi piacciono i personaggi delineati nella sceneggiatura ma gli attori sono molto più interessanti. Mi incuriosisce quello che disse Fellini quando affermò che si pensa a un personaggio biondo, alto 1 metro e 90 e poi ti ritrovi con un attore bruno e alto 1 metro e 50 che però è reale mentre il tuo personaggio è solo una fantasia. Si inizia allora a pensare che forse quel personaggio dovrebbe essere davvero bruno e alto solo 1 metro e 50. Anche per me è così: subisco molto l’influenza della presenza degli attori, anche se sono io a selezionarli sono loro a influenzarmi successivamente. Nel momento in cui decidi che nel tuo film esplori la sessualità, sarebbe strano escludere uno degli aspetti principali della sessualità che è l’omosessualità. L’attore di cui dicevo ne parlò sin dal mio primo film, la definimmo «onnisessualità» che è la perversione omnimorfa freudiana, l’idea che in un bimbo la sessualità sia in ogni cosa, ogni aspetto della vita sia sessuale e che è solo più tardi che si diventa specifici sulla propria natura maschile o femminile. Tutto questo mi affascina, è molto reale, molto umano, molto valido. Credo che in una pellicola come Crash compaiano tutti i tipi di sessualità. Quando ero a Parigi per girare Naked Lunch, fui intervistato da un giornalista affetto da aids, un omosessuale militante che era molto arrabbiato perché, per lui, William Burroughs era un’icona gay. Ma Burroughs stesso si definiva «checca» e non gay. Era sposato, faceva sesso con donne e trascorse un lungo periodo della propria vita negando la sua omosessualità. Pensai quindi che quel che stavo facendo con Naked Lunch era vero rispetto alla vita di Burroughs, rispetto alla sua evoluzione e al suo sviluppo e che, con questo film, non stavo tentando di affermare alcuna tesi politica sul piano sessuale. Conoscevo bene Burroughs e avevo trascorso molto tempo in sua compagnia. Credo sia molto pericoloso per un artista essere politico nel senso più stretto del termine.

Una domanda sul suo Videodrome (1983). Quando lo vidi rimasi sconvolto dal finale surreale e da allora mi sono chiesto se il protagonista del film divenisse suicida soltanto nei suoi incubi, considerando che le visioni all’inizio della pellicola sono proiettate singolarmente da lui, o meglio: Videodrome le proietta singolarmente nella sua mente. Guardando al programma di Videodrome ho pensato metaforicamente a questo programma violento un po’ come al precursore della violenza in tv, oggi ben più evidente. Vorrei quindi sapere se, quando ha pensato alla storia del film, nutriva qualche speranza per il protagonista di fronte alla smisurata tecnologia del film che provoca angoscia. Allo stesso modo vorrei sapere se vi è qualche speranza per noi, oggi, di fronte a tutta la violenza trasmessa dalla tv.
Sono molte le cose che ho sperimentato in Videodrome. Sono in molti a ritenere che quel film fu profetico perché precorreva la tv interattiva, internet, tutto questo genere di cose. Quello che mettevo in discussione era il modo in cui costruiamo la realtà nella mente. Quello che intendo è che si può camminare in una strada calma e tranquilla mentre nella propria testa permangono immagini di violenza in altre città, in altri luoghi e si prova angoscia, paura. Tutto questo non ha niente a che vedere con la realtà fisica che si vive in quel preciso momento. Ci sono persone che sono particolarmente impressionate da quel che leggono o vedono, non soltanto in tv o in internet. Eppure, se si presta attenzione alla reale esperienza delle loro vite fisiche questa ci appare assolutamente pacifica, calma e priva di pericoli. Ho indagato fino a che punto l’influenza di un mezzo d’informazione come la televisione potesse spingersi fino a modificare la realtà perché, come dicevo prima, noi creiamo la nostra realtà. Se infatti si pensa a un’altra cultura in cui si parla un’altra lingua e si è fortemente religiosi e vi sono molti rituali particolari, quella realtà è ben diversa dalla mia e ne hai un’altra. È quindi molto difficile parlare di realtà oggettiva con gli esseri umani. Ci guardiamo attorno, ad esempio, e pensiamo: «Questa è la realtà», ma ovviamente, se io fossi un cane, mi guarderei attorno e vedrei cose completamente diverse, i colori, le forme, l’olfatto importerebbe ben più della vista, si tratterebbe di una percezione completamente diversa della stessa realtà fisica. Per cui, ogni animale risponderebbe diversamente a quel che vediamo in questa stanza. Allora tentai di comprendere tutto questo e trasmetterlo ai miei personaggi per affermare: ecco un ruolo che ha permesso ai media di assumere il controllo di ogni altro tipo di realtà e reagisce a tutto questo come fosse la sola realtà. I miei film non sono affatto contro la speranza perché se fossi disperato non farei cinema. Se sei disperato non puoi creare. Secondo me, fare un film è un atto di speranza.

Pubblicato da: Irenotta | 12 ottobre 2011

A Dangerous Method…JungVSFreud

Ecco un altro film di un altro genio cinematografico (David Croneberg) che mi riproporrò di vedere non appena riuscirò a ritagliarmi un po’ di tempo libero…Si tratta di A Dangerous Method, basato sulla storia della Psicologia e che ha come protagonisti i due maggiori esponenti della scienza della mente, ovvero Jung e Freud. La mente mi affascina da sempre, così come l’approfondimento di discipline che riguardano lo studio del comportamento, dell’agire dell’essere umano mi hanno sempre interessata moltissimo…Ecco quindi uno spunto per approciarsi alla psicoanalisi in modo più umano…E con uno strumento di cura molto utile, la filmterapia…

“Zurigo 1904. Carl Gustav Jung ha ventinove anni, è sposato, in attesa di una figlia e affascinato dalle teorie di Sigmund Freud. Nell’ospedale Burgholzli in cui esercita la professione di psichiatra viene portata una giovane paziente, Sabina Spielrein. Jung decide di applicare le teorie freudiane sul caso di questa diciottenne che si scoprirà aver vissuto un’infanzia in cui le violenze subite dal padre hanno condizionato la visione della sessualità. Nel frattempo Freud, che vede in Jung il suo potenziale successore, gli manda come paziente lo psichiatra Otto Gross​, tossicodipendente e dichiaratamente amorale. Saranno i suoi provocatori argomenti contro la monogamia a far cadere le ultime barriere e a convincere Jung ad iniziare una relazione intima con Sabina.
Non è difficile capire quanto questa sceneggiatura (che risale alla metà degli anni Novanta) e soprattutto questa storia con protagonisti che hanno rivoluzionato le scienze umane abbiano suscitato l’interesse di David Croneberg attento, come sempre, a vicende in cui siano centrali la complessità dell’essere umano e il coacervo di sentimenti e pulsioni che ne promuovono l’agire. Non c’è carne esposta o martoriata in questo film e neppure la violenza che esplodeva improvvisa nelle sue due ultime opere. C’è semmai un ritorno all’indagine della psiche già affrontato in Spider sotto l’egida di un romanzo di McGrath.
Sul rapporto tra Sabina Spielrein e Jung si era già puntata la macchina da presa di Roberto Faenza quando girò Prendimi l’anima. Cronenberg assume la stessa prospettiva mostrandoci l’evolvere della relazione Jung/Spielerein ma entrando in profondità anche nel rapporto maestro/discepolo che si va costruendo tra Freud e Jung. Una giovane donna urlante riempie lo schermo e una carrozza nelle prime inquadrature del film. Quel grido progressivamente si placherà ma resterà sempre sottotraccia, pronto a riemergere. Perché a Cronenberg interessa analizzare ancora una volta la fragilità dell’agire anche quando, a livelli culturali elevati, si tenta di lavorare sullo smascheramento delle cause del disagio finendo poi con il precipitarvi. C’è un’inquadratura di Carl Gustav e Sabine sdraiati vicini sul fondo di un’imbarcazione. Sembrano prigionieri di una bara in cui cercano di allentare una passione che contrasta con il lavoro che compiono sui pazienti e con la stessa deontologia professionale. In questo film poi i segni dell’elaborazione delle pulsioni cercano di trovare un incanalamento nella parola. Non solo in quella detta in sede di analisi ma anche in quella, scritta, del carteggio intercorso tra i tre protagonisti. Se Freud ammise il contributo dato dalla Spielrein alla psicoanalisi, Jung non lo fece, ma anche nel suo caso l’apporto è innegabile. Gli splendidi titoli di testa e di coda ci ricordano come i segni dell’inchiostro, su una carta che assume la porosità della pelle, abbiano inciso profondamente sulla storia del Novecento passando attraverso le illuminazioni e le contraddizioni di tre personalità in costante ricerca.” (Giancarlo Zappoli).

Da Micromega, Ottobre 2011:

Cronenberg racconta “A Dangerous Method”

Conversazione con David Cronenberg intorno ai temi del suo ultimo film “A Dangerous Method“, in questi giorni nelle sale.

di Barbara Sorrentini

Ci descrive il contesto storico temporale che lei ha scelto di rappresentare nel film, a partire dalla nascita della psicoanalisi?
Freud viveva a Vienna sotto l’impero austroungarico, determinato da un atteggiamento di forte antisemitismo. Era una società basata sull’ordine, che dava ai propri cittadini tutto ciò di cui avevano bisogno e si riteneva che il progresso dell’umanità continuasse, che gli esseri umani si stessero trasformando da animali in angeli, che ci fosse la chiave per risolvere tutti i problemi. Sigmund Freud invece con le sue teorie ha dimostrato che sotto questa apparente verità si nascondevano delle forze distruttive per la civiltà, creando un acceso dibattito perchè sosteneva che l’umanità era rimasta una tribù, un crogiolo di uomini capaci di compiere gesti distruttivi. Nel film lo vediamo costantemente minacciato per le sue tesi e assistiamo al tentativo da parte dell’intera società di seppellirlo. Motivo per cui vengono alla superficie tutti i pregiudizi che c’erano all’epoca contro gli ebrei e in particolare contro la sua teoria sulla sessualità. L’atteggiamento antisemita sviluppato nei suoi confronti e di tutto il suo gruppo di lavoro, era il motivo per cui Freud ci teneva che Jung diventasse il suo successore e arrivasse a promulgare le sue teorie e a diffonderle. Freud aveva un suo modo di fare tagliente, con un umorismo un po’ cattivo, ma non lo ritengo un aspetto negativo perché era positiva la rivoluzione che lui stava portando nel modo di pensare nell’Europa di quegli anni. Su Jung ci sono più testimonianze rispetto a Freud, su youtube ci sono delle interviste di quando era anziano. Mi è sembrato un personaggio quasi religioso, dolce, con un atteggiamento paterno o da nonno. Certo è comprovato che lui abbia avuto un sacco di relazioni e che sua moglie le abbia tollerate, però ai miei occhi Jung è stato soprattutto un leader religioso ed è il motivo per cui Freud ad un certo punto lo ha attaccato, per questo sua deriva mistica. Per Freud era fondamentale che le sue teorie fossero dimostrate come scientifiche e promulgate da persone che avessero un atteggiamento puramente scientifico.

Che valore attribuisce alla psicoanalisi oggi?
Recentemente ho letto un articolo sul New York Times che diceva che la psicoanalisi freudiana sta diventando molto popolare in Cina e che funziona. E’ una cosa sorprendente se si considera la diversità culturale che c’è tra la cultura orientale cinese e quella europea. Jung era arrivato ad affermare che la psicoanalisi freudiana funzionava soltanto sugli ebrei e invece la dimostrazione della sua popolarità lo ha smentito. Negli ultimi 15 anni la psicoanalisi freudiana è tornata molto di moda, attraverso alcuni esami clinici, come la risonanza magnetica e la tac, è stata dimostrata l’esistenza di un pensiero non conscio, simile all’inconscio. Un concetto che Freud aveva identificato e di cui oggi c’è la prova scientifica. Il problema è che oggi un’analisi costa tantissimo, Freud non avrebbe mai concepito un Woody Allen che resta in analisi per 30 anni, avrebbe concepito solo qualche breve seduta per cercare di aiutare una persona a risolvere i suoi problemi e non avrebbe mai immaginato che noi potessimo diventare dipendenti dall’analisi con lo siamo oggi. Ormai gli psichiatri hanno pochissimo tempo per curare i pazienti, un quarto d’ora al massimo a seduta, e a quel punto ricorrono alle terapie farmacologiche, prescrivendo vari farmaci per le diverse sintomatologie, dall’ansia a tutto il resto. Sicuramente è più veloce e costa meno, ma non è detto che risolva il problema.

Questo film basato molto sulla parola e con testi molto teorici da far interpretare agli attori. Come mai l’immagine passa quasi in secondo piano?
Per me il volto è un’immagine forte, un paesaggio visivo importante e il fatto di concentrarmi sui primi piani e sui volti spiega molto di me e del mio tipo di cinema. Ho sentito varie volte usare il verbo “cronenberghizzare”, non voglio essere un regista che viene identificato per qualche cosa di strano, di bizzarro e particolare nel mio cinema. Quando giro sono totalmente devoto alla mia sceneggiatura e al mio progetto e resto concentrato su questo senza stare ad elaborare tutta una serie di teorie sul mio cinema. Invece, riguardo ai dialoghi anche Inseparabili era un film molto parlato. In “A Dangerous Method” ci sono anche le immagini del lago, c’è tutta l’ambientazione e la ricostruzione storica della Vienna dell’epoca, le location, lo studio di Freud.

Ci descrive la figura di Sabina Spielrein, di Freud e di Jung, dal suo punto di osservazione?
Sabina Spielrein è quella che introduce il concetto di distruzione come forza creativa ed è vero che in questo senso è la scienziata che crea la svolta. E’ una figura che può terrorizzare e che può essere paragonata allo scienziato del mio film La Mosca, perchè fa questa scoperta così innovativa e così lontana da quelle che erano le teorie del tempo. Quello che a me interessava in questo film non era tanto la struttura, ma la tematica. Io sono partito dalla pièce teatrale di Christopher Hampton, The talking cure, e quello che mi ha incuriosito di più è stato questo mènage à trois a livello intellettuale che si instaura tra di loro. Sabina è il nucleo essenziale del film, è lei che crea la situazione per un’evoluzione della teoria psicoanalitica: da un lato lei è quella che evolve di più, passando dalla malattia e dalla sua nevrosi a diventare lei stessa una psicoanalista, dall’altro mette in crisi Jung sulle sue teorie. Sigmund Freud invece, pur essendo uno psicoanalista affermato che aveva già trovato parecchi elementi scientifici a sostegno delle sue teorie, arriva ad assorbire il contributo che Sabina gli dà introducendo l’elemento fondamentale della pulsione di morte. Ognuno dei tre personaggi arriva, a modo suo, ad un’evoluzione.

Che tipo di ricerca e di documentazione ha fatto sulle teorie psicoanalitiche e come è riuscito a tradurle in materia cinematografica?
Ho letto tantissimi testi di Freud, da sempre. Mi hanno sempre appassionato, non solo per le teorie, ma anche perchè sono scritti molto bene e in tedesco hanno un valore letterario. La storia di Sabina l’ho conosciuta attraverso il testo teatrale di Hampton e mi ha affascinato la storia d’amore. Però non volevo fissare l’attenzione solo su questa passione e neanche solo sull’aspetto intellettuale. Mi interessava l’aspetto scientifico, ma volevo cogliere anche quello artistico. Ho utilizzato anche un altro testo, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo di Stefan Zweig che dimostra quanto umorismo c’era nell’ambiente viennese scientifico del tempo. Volevamo essere molto accurati nelle ricostruzioni e mi piaceva l’idea di riprodurre questo scambio epistolare fertile fra tutti gli scienziati e che nel film è concentrato su loro tre. Si diceva che a Vienna la posta veniva consegnata cinque volte al giorno, era come le mail di oggi.

E quello strumento affascinante sulla libera associazione di idee?
E’ la ricostruzione accurata di un macchinario realmente esistito.

“A Dangerous Method” di David Cronenberg

di Giona A. Nazzaro

L’unico metodo pericoloso è quello di David Cronenberg.

Per anni Cronenberg ha dato forma, meglio carne, a quello che, mutuando una celebre espressione di J.G. Ballard, possiamo definire “lo spazio interiore”. Per anni ha lavorato intorno all’ossessione del corpo come entità in grado di produrre, proprio come un virus, altri corpi. Da discepolo di William S. Burroughs, Cronenberg ha sempre saputo che “language is a virus”. E come Burroughs ha condotto la sua indagine sino ai margini estremi del pensiero contemporaneo. Tutta la sua filmografia è un’indagine accurata è meticolosa, quasi tassonomica, delle teratomorfie implicite nel corpo. Come il Leslie Fiedler di Freaks, i film di Cronenberg hanno indagato le possibilità di vita al di là dei codici esistenti.

La grande intuizione filosofica di Cronenberg è stata di avere compreso, attraverso lo studio di Marshall McLuhan e William Burroughs, come il nostro sistema nervoso si sarebbe trasformato a contatto con la modificazione del principio d’individuazione e di realtà introdotti dalle nuove tecnologie digitali. Cronenberg, come Burroughs, ha condotto queste sue sperimentazioni in territorio analogico, proprio come l’autore de Il pasto nudo che studiando i cut up dei nastri magnetici ha dato corpo e forma totalitarismo della comunicazione di massa.

Marshall McLuhan interviene nella costruzione dell’universo poetico di Cronenberg attraverso la sua convinzione che i media, e soprattutto l’introduzione di nuovi media, rappresentano delle vere e proprie guerre psichiche. Ossia i nuovi sistemi di decodifica della realtà sostituiscono i precedenti e in questo processo attivano delle trasformazioni (anche fisiche). Per intenderci: il cervello di un bambino che usa il computer oggi è senz’altro diverso da quello di un suo coetaneo di venti o trent’anni fa. Videodrome, per esempio, raccontava proprio questo processo di mutazione e come e se era possibile intervenire su e in esso. Ogni nuovo media è un’estensione del sistema nervoso. E se il sistema nervoso modificato s’innamora di un virus e produce un nuovo organo? La poetica di Cronenberg danza sempre sulla sottile linea che separa il principio d’individuazione dal principio di realtà. L’uno modifica impercettibilmente l’altro, come dimostra M Butterfly.

La geniale perversione di Cronenberg è di trattare il corpo come uno strumento di comunicazione. Una morbida macchina che serve per (in)scrivere nuovi codici e processare realtà altre. I virus, in questo, sono gli agenti di un cambiamento, un po’ come gli zombi per Romero. Il corpo, dunque, è il luogo-narrazione, metastabile per definizione, il teatro del cambiamento.

Cronenberg, con il tempo, è progressivamente stato sempre più attratto dal versante invisibile della mutazione. Basti pensare alla scelta di eliminare tutti gli effetti speciali a vista da Inseparabili o a M Butterfly dove tutto accade nello sguardo del protagonista. E, ovviamente, il cinema di Cronenberg è uno schiaffo per i fautori della “verosimiglianza” che mal tollerano le incongruenze psicologiche dei suoi film (quando non c’è il rifiuto basato sul semplice rigetto moralistico della violenza).

Non sorprende, dunque, che il regista che in Inseparabili teorizzava concorsi di bellezza per gli organi interni, nel corso degli anni abbia messo progressivamente a punto una strategia che a partire dall’evidenza del corpo e delle sue manifestazioni arretrasse verso il cervello. Il primo sintomo di questa strategia, e per chi scrive l’unico parziale passo falso del regista, s’era manifestato con Spider, la schizofrenia come l’alba della scrittura (e quindi del linguaggio). Progressivamente il regista ha continuato a muoversi lungo queste coordinate, e con A History of Violence, una vicenda di mutazioni senza mutazioni (apparentemente) e con La promessa dell’assassino, un’altra storia di scritture e corpi mutanti, ha trovato le energie necessarie per confrontarsi compiutamente con quella che sembra offrirsi come la scena primaria del cinema cronenberghiano.

A Dangerous Method, a dispetto di coloro che rimproverano al regista di essersi convertito a una sorta di accademismo inerte, e ai tutori del verbo freudiano offesi dalle libertà che il regista si è concesso, sembra invece, a tutti gli effetti, la reinvenzione delle origini del cinema cronenberghiano.

Sin da Transfer, il suo primissimo cortometraggio del 1966, Cronenberg mette in scena uno psichiatra perseguitato da un suo paziente. In From the Drain, film dell’anno seguente, due uomini in una tinozza parlano, mimando il processo dell’analisi, sino a che uno dei due non viene strangolato da una pianta misteriosa (l’inconscio che emerge dal basso…). Ma sono soprattutto Stereo e Crimes of the Future che sembrano già preconizzare A Dangerous Method, con la centralità del medico-guru che torna in tutti i film del regista insieme alla relazione medico (analista)-paziente.

A Dangerous Method, quindi, è l’origine ideale dei melodrammi virali di Cronenberg. Non a caso attraverso la psicosi del personaggio femminile è possibile dare vita a un processo di scrittura che viene decifrato a sua volta dal corpo di un macchinario che letteralmente trascrive i processi del corpo (e siamo sempre in territori burroughsiani: non si scrive mai, al massimo si trascrive). Il sesso è il virus liberato dal corpo in trasformazione e la scrittura diventa la mappa di un nuovo mondo. Tutto il cinema di Cronenberg si ritrova distillato in A Dangerous Method.

In questo senso anche il classicismo del regista, sinora rimasto sempre all’ombra delle sue invenzioni più visionarie, emerge per la prima volta in maniera compiuta. L’inquietudine è affidata a impercettibili movimenti di macchina, a angolazioni di ripresa inconsuete, a lievi torsioni dell’immagine. Anche il film di Cronenberg replica le strategie mimetiche dei corpi: si vede sempre un’altra immagine e l’immagine visibile è solo la copertura mimetica, strategica dell’altra. La quintessenza del cinema di Cronenberg.

Ed è in questa danza dominata dall’immagine invisibile che il gioco di seduzione fra parola, scrittura e corpo che A Dangerous Method formula un progetto politico preciso: il corpo come sperimentazione di patti sociali ancora tutti da immaginare.

Pubblicato da: Irenotta | 12 ottobre 2011

Comici spaventati, guerrieri visionari…

Le nostre vite con la loro storia sono così legate a eventi, misteri, giochi beffardi
che l’unica soluzione sembra quella di meravigliarsi e basta.
Queste righe vogliono essere un resoconto delle varie impressioni dovute alla visione del film Mulholland Drive di David Lynch.

In genere Lynch o è amato o è odiato, e anche questo suo ultimo film non sfugge alla regola. Se lo si ama, e questo è il caso mio, le emozioni che ne derivano sono assai forti, tanto che ti viene poi voglia di comunicarle: quindi scrivo qualche frase, un po’ arruffata, nel tentativo di dire qualcosa.
La storia non è importante o meglio, non si capisce molto: fino a un certo punto lo spettatore è accompagnato in un sistema razionale di avvenimenti dove c’è la netta sensazione che il mistero che avvolge il tutto, una vicenda un po’ malavitosa accompagnata da amnesia, venga a poco a poco svelata.
Poi, quando la nebbia dell’amnesia evapora e, per un attimo, tutto sembra ritornare nella rassicurazione della causa-effetto, subentra un’impennata di avvenimenti, immagini e quant’altro che complica tutto: non ci si capisce più niente.
Tre donne, i nomi di donne, Rita, Diana, Betty, Camilla, si alternano, si scambiano, si confondono, si amano, in flash back che poi non tornano più avanti, in intrighi a scatole cinesi che non si chiuderanno mai.
Lo spettatore ha due possibilità: o cerca di capire, e allora si irriterà e ridacchierà sconsolato, o si lascia trasportare nel delirio e lui stesso si confonderà con quei nomi e farà l’amore con gli sguardi, la pelle e le lacrime di quelle donne.
Il regista è geniale nel prenderti per mano e immergerti fino in fondo in atmosfere di paura, straniamento, commozione, in piccoli quadri che diventano grandi scene di un film che non c’entra col film che stai vedendo, improvvise aperture di vita in mondi paralleli che stanno: sospesi e lontani dalla realtà che circola nei fotogrammi; stanno e aprono i cuori di uno spettatore che ha abbandonato le sequenze temporali e si è dimenticato di essere al cinema.
Mondo di piccole dive di Holliwood , piene di speranze, invidiose, belle, brave, ma non è Eva contro Eva, o forse sì: Eva contro Eva con una pasticca di LSD in corpo.
Un film sul cinema, alla Fellini o alla Truffaut, o alla troppo lunga serie di registi che si compiacciono del gioco ormai vecchio e banale del cinema nel cinema. Qui c’è qualcosa di molto più profondo: tutto è mistero che ti accarezza e ti trascina lontano da te stesso: forse ricordare a più riprese che quello che stai vedendo è un film, è quasi rassicurante: è tutto registrato, si dice nel film, come per dire: è tutto finzione; forse perché il tutto entra così nel profondo che è meglio dirsi che poi finisce e si torna tranquilli alle proprie contingenze quotidiane.
Le interpretazioni fuori dal cinema si sprecano e ciascuno cerca di capire, non rispettando l’ultima parola che conclude il film: silenzio.
Solo senza esternazioni di entusiasmo o di irritazione puoi camminare in una Genova notturna dove ogni immagine è la continuazione di una scena girata a Los Angeles, e i visi delle persone assumono quell’intensità sempre presente ma poco osservata che solo uno zoom estremo ti permette di cogliere: gli sguardi di Betty o di Diana sono gli stessi delle persone che vedi oggi e domani, ma vederli riempire lo schermo ti ricorda molte cose impolverate dall’abitudine.
In una scena una cantante truccata pesantemente e con una lacrima finta interpreta una canzone d’amore mentre le due innamorate, dimentiche di tutto, piangono lacrime vere, o forse finte anch’esse, comunque registrate, e tu, spettatore che hai dimenticato che stai vedendo un film dove c’è un enigma da svelare, piangi lacrime vere. Detto così forse risulta banale: qualche lacrimuccia da spettatore piagnucolante per una vicenda un po’ commovente.
In realtà, l’emozione è rara.
In un’altra scena Camilla esce da un bosco come una sacerdotessa che ha appena compiuto un rito sacro sulle alture di Atene, e prende per mano la sua amata Diana (o Betty?), accompagnandola su, per un sentiero fino ad arrivare a vedere Los Angeles immensa e illuminata, nuova Atene dei miti del cinema.
Quella camminata d’amore accompagnata da una musica straniante che portava al sogno di una città che solo le città di notte possono dire, quella camminata d’amore che d’amore non sarà da lì a poco, ripercorreva tutti i passi degli amanti silenziosi che si sono tenuti per mano un attimo in un bosco notturno: già questa scena merita il film.
Spesso gli oggetti sono ripresi in modo ravvicinato, dettagliato: anche qui lo sguardo pigro ha un sussulto perché vede le stesse cose da un’angolazione nuova:
rimane l’essenza e tutto il già noto viene messo tra parentesi: è l’epochè di Husserl applicata alle immagini.
Lo sguardo torna a essere “senza memoria o desiderio” come direbbe Bion per una seduta analitica, ovvero senza orpelli già predefiniti che fissano l’altro in un ruolo. Lo sguardo di un bimbo che scopre il mondo torna a invaderci e a commuoverci e ancora una volta riscopri l’incanto del vivere. Tutto questo e molto di più, vedendo il film; o almeno: quel film con i miei occhi e in quel momento.
Al di là dell’atto poetico, che può affascinare o no a seconda della lunghezza d’onda di ciascuna persona, ciò che può irritare o lasciare perplessi riguarda la trama. In un qualsiasi film che si rispetti, alla fine tutto si spiega con una ragione, una causa, un motivo.
Anche in film a effetti paranormali, se la sceneggiatura è ben scritta, le situazioni più inverosimili hanno anch’esse una spiegazione che riguarda un ente supremo, alieno, altrimenti si tratta di un’accozzaglia di scene senza nesso logico, magari ad effetto, ma che lascia perplessi.
In questo caso la situazione è diversa: più si va avanti, più gli eventi si ingarbugliano e la girandola delle protagoniste diventa così vorticosa che la mente non riesce più a ordinare le cose e alla fine si getta la spugna.
Anche le fisionomie delle attrici tendono a rassomigliarsi, tanto che si possono avere dei dubbi tra le varie bionde che si alternano.
Semplici effetti a sorpresa per stupire, o qualcosa d’altro? Non so quale fosse l’intento del regista, quello che poi importa è quello che rimane nello spettatore.
Il mio possibile significato allora è il seguente: una vicenda di attrici che arrivano a Hollywood per fare fortuna; c’è chi ci riesce mentre altre rimangono comparse frustrate. Fin qui nulla di nuovo.
Quello che però viene sottolineato è che il risultato di ciascuna vita dipende dal caso, da circostanze così complesse e aggrovigliate che poi la diva e la comparsa potrebbero scambiarsi i ruoli per un puro gioco del destino.
Le nostre vite con la loro storia sono quindi così legate a eventi, misteri, giochi beffardi che l’unica soluzione sembra quella di meravigliarsi e basta.
Tentare di strutturare diventa inutile, una teoria non potrà mai rendere conto di tutte le sequenze di una vita o di un film. Truffaut disse in un film che i film sono migliori della vita, perché sono più lineari, non ci sono tempi morti, le sequenze si susseguono ordinatamente.
Affermazione facilmente contestabile (non a caso i cinefili spesso hanno paura della vita), ma con Lynch forse la confusione, il mistero e la bellezza della vita entrano davvero in un film. Forse per questo lo si ama o lo si odia.

Tullio Tommasi

 Io amo David Lynch, come regista, ma anche come astista (ancor di più dopo aver visto la sua mostra alla Triennale di Milano, The Air Is On Fire, un concentrato di sogno, incubo, spirito visionario, organizzata dalla Fondazione Cartier per l’Arte Contemporanea nel 2007. Da tener presente che l’inquietudine e l’ambiguità dei suoi film vengono riprese  anche nell’arte, così come il suo macabro senso dell’umorismo e la sensualità torbida e conturbante delle sue donne. Il catalogo della mostra è commentato dallo stesso David Lynch e contiene anche una conversazione con Kristine McKenna, giornalista americana. Insomma, decisamente da non perdere. ).

E sicuramente Mullholland Drive è uno dei miei film preferiti…In cui analisi psicologica, introspezione nella mente dell’animo umano, visionarietà ed arte si fondono in un tutt’uno di grande effetto.

Trama del film: Una misteriosa ragazza bruna che si fa chiamare Rita, scampata a un terribile incidente stradale sulla Mulholland Drive e affetta da amnesia, si rifugia in un appartamento di Los Angeles abitato da Betty, un’aspirante attrice giunta a Hollywood in cerca di fama; insieme, le due donne indagheranno per far luce sul passato di Rita. Nel frattempo, un regista cinematografico deve subire le vessazioni di un gruppo di mafiosi.
Pensato in origine come il pilot di una serie televisiva mai realizzata e trasformato in seguito in un vero e proprio film, Mulholland Drive (il titolo deriva dal nome di una strada di Los Angeles) è una delle opere più complesse ed enigmatiche nell’itinerario dell’apprezzato regista americano David Lynch. Presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes 2001, ottenendo le lodi dei critici e il premio per la miglior regia, il film è un coinvolgente thriller psicologico a metà strada fra realtà e immaginazione, fra sogno e incubo, che riprende i temi e le situazioni di alcune delle precedenti pellicole di Lynch (Strade perdute, Velluto blu) e del celebre telefilm Twin Peaks, accentuandone l’elemento visionario e surrealista. Il risultato è una pellicola assolutamente unica nel suo genere, consacrata come un vero e proprio cult e considerata una delle vette più alte nella carriera di Lynch.
Dopo una bizzarra introduzione iniziale con una coloratissima scena di danza, lo spettatore viene subito avvolto nell’atmosfera cupa e angosciosa della storia, aperta da un drammatico incidente sulla Mulholland Drive dal quale l’unica a uscire viva è Rita (Laura Elena Harring), una ragazza senza identità e senza memoria (il suo nome è ripreso da un poster di Rita Hayworth). Qual è il mistero che si nasconde nel passato della donna? Quale pericolo incombe su di lei? A tentare di rispondere a queste domande sarà la giovane e ingenua Betty Elms (Naomi Watts), che finirà ben presto per farsi sedurre dal fascino di Rita. A questo intrigante plot giallo si intrecciano poi altre storie parallele, come quella (memorabile) di un uomo che vede materializzarsi il proprio incubo; talvolta, però, queste vicende laterali – come l’episodio semi-grottesco di Adam Kesher (Justin Theroux), un regista alle prese con la mafia – rischiano di risultare scoordinate rispetto alla trama principale, con l’inevitabile conseguenza di rallentare il ritmo narrativo e di influire sulla lunghezza forse eccessiva della pellicola.
Costruito nella prima parte come un thriller alla Twin Peaks, con il passare dei minuti il film di Lynch si fa sempre più ermetico e sconcertante, fino a trasformarsi in un autentico labirinto fatto di flashback, suggestioni oniriche, erotismo e terrori scaturiti dall’inconscio. Il regista mette al centro della scena le due protagoniste – una bionda e una bruna – per poi addentrarsi negli anfratti della psiche e della coscienza e creare un ambiguo senso di suspense, al quale contribuiscono anche le musiche di Angelo Badalamenti e il contrasto fra le inquietanti ambientazioni notturne e le tinte sgargianti delle ville di Los Angeles. Negli ultimi quaranta minuti, il film subisce un improvviso capovolgimento con l’apertura di una piccola scatola blu che rovescia le identità dei personaggi ed i loro rispettivi rapporti; e l’intera trama assumerà di colpo un nuovo significato, tramite il quale sarà possibile dare una diversa disposizione ai vari tasselli del puzzle. Mulholland Drive può apparire di sicuro come un’opera oscura e spiazzante, ma in fondo rappresenta il cinema di Lynch allo stato puro: prendere o lasciare.

Chi è David Lynch (un maestro dalla mente onirica):

Eclettica e visionaria icona della cinematografia mondiale, David Lynch è un moderno artista del rinascimento (così viene definito) che attraverso le sue opere ha sviscerato l’inconscio umano, conducendoci al limite dell’immaginifico.
Cineasta, pittore, designer, compositore e molto altro ancora: nel corso della prodigiosa carriera, il divo ha espresso la sua essenza astrale mediante le più svariate forme artistiche.
Oltre ad aver diretto numerosi videoclip musicali nonché accattivanti spot come quelli per la Playstation 2, Lynch è anche un’abile fumettista: il Los Angeles Reader pubblica regolarmente la sua strip “Il Cane più Arrabbiato della Terra”.
Inoltre, realizza quadri, sculture e composizioni dinamiche caratterizzate da elementi come formiche vive o carne putrefatta. Le pellicole estremamente surrealistiche di questo maestro prendono forma dalle sue tele intrise di sconcertante nonsense.
Il 20 Gennaio 1946, Donald e Sunny Lynch danno alla luce il primogenito David. Nasce a Missoula, nel Montana: cittadina assai pittoresca, come quelle che il regista tende a raffigurare nei suoi film.
Di origini tedesco-finlandesi, il bimbo adora giocare assieme ai fratelli John e Margaret, con i suoi cinque pupazzi di Woody Woodpecker: Chucko, Buster, Peter, Bob e Dan. Piccolo membro degli scout, David è costretto a trasferirsi ripetutamente a causa del lavoro di suo padre: scienziato del Servizio Forestale.
Durante l’adolescenza sogna di fare lo psichiatra; col passare del tempo però scopre la passione per la pittura e nel 1963 decide di iscriversi al Corcoran School of Art di Washington DC. Dodici mesi più tardi, frequenta il Museum School di Boston: in quel periodo il ragazzo è assunto come commesso in un art store di cornici ma viene ben presto licenziato, perché non riesce a svegliarsi presto al mattino e di conseguenza ad essere puntuale. Nel 1965 il 19enne Lynch è ammesso alla Pennsylvania Academy of Fine Arts di Philadelphia, dove si stabilisce definitivamente con la famiglia.
L’anno successivo dà vita alla sua prima creazione: il cortometraggio Six Figures Getting Sick. Nel ’67 convola a nozze con l’attrice Peggy Lentz: la loro unione durerà sette anni. La donna darà al marito una figlia: Jennifer, che diventata adulta dirigerà il controverso thriller Boxing Helena. La realtà violenta della periferia di Philadelphia ispira il giovane David per il suo debutto nel grande schermo: Eraserhead – La mente che cancella, horror girato per l’American Film Institute. Oltre a produrlo e dirigerlo, Lynch ne firma la sceneggiatura, la fotografia, il montaggio nonché gli effetti speciali. Lavorerà ossessivamente a questo progetto per cinque anni, mezzo decennio travagliato da mille disastri finanziari: per via dei debiti dovuti alla realizzazione del film, David perde la casa ed è costretto a dormire nel set all’insaputa della troupe eliminando sapientemente, alla mattina, ogni traccia del bivacco.
Già in questa pellicola prima emerge il suo affascinate stile allucinato e inquietante, completamente estraneo a tutto ciò che è stato creato fino ad allora. E’ stato riportato che l’opera prima di Lynch sia il film preferito da Stanley Kubrick. Gli estenuanti sacrifici vengono premiati con una meritatissima popolarità: persino George Lucas diviene un suo ammiratore e gli offre l’opportunità di dirigere Il ritorno dello Jedi. La star tuttavia rifiuta, dato che lo sci-fi è già totalmente definito da Lucas. Il 21 giugno 1977 sposa Mary Fisk dalla quale divorzierà l’anno seguente; i due hanno un figlio, Austin Jack.
Nel 1980 arriva la consacrazione definitiva: l’amico e collega Mel Brooks affida a David la direzione del dramma vittoriano The Elephant Man. Il film è la ricostruzione romanzata della vita di John Merrick, un uomo realmente esistito nel tardo Ottocento, orrendamente deformato a causa di una malattia genetica. Questa opera struggente e di eccezionale bellezza, interpretata in modo superbo da Anthony Hopkins e John Hurt, ottiene un enorme successo di pubblico e critica. Nella notte della 52esima edizione degli Academy Awards, The Elephant Man si aggiudica ben otto nomination all’Oscar ma scandalosamente non ne vince neanche uno.
Ciò nonostante, David Lynch diviene un mito, un emblema di inimitabile genialità. È il 1984 quando è dietro la macchina da presa del suo primo film a colori: il flop fantascientifico Dune. A quei tempi Lynch accetta la proposta di De Laurentis di girare questa pellicola, assicurandosi di avere carta bianca per il prossimo lungometraggio. L’opera in questione è l’eccessivo e delirante Velluto Blu, escluso dal Festival di Venezia con l’accusa di pornografia gratuita. Pertanto, l’opera rimane la sua “creatura” più personale e singolare dalle origini.
Durante le riprese, il divo viene incantato dallo charmedi Isabella Rossellini, con la quale ha una relazione. Arriva il 1990 e con esso il paradossale Cuore Selvaggio: presentato al Festival di Cannes, il film tra fischi e polemiche, vince la Palma d’Oro come migliore pellicola, grazie alla forte influenza di Bernardo Bertolucci, presidente della giuria. È in questo periodo che l’eccentrico cineasta genera la sua opera più innovativa fino ad allora: la serie tv I Segreti di Twin Peaks. Questa telepsychonovela di elevata fattura scandalizza e turba il pubblico del piccolo schermo, accaparrandosi numerosi riconoscimenti. Nel 1997 ingaggia Bill Pullman, Patricia Arquette e altre stelle di Hollywood per l’ipnotico Strade Perdute. Due anni dopo invece dirige Richard Farnsworth e Sissy Spacek nel commovente Una storia vera.
Nel 2001 la mente di questo eccelso artista partorisce una delle sue migliori opere in assoluto: Mulholland Drive. Onirico, conturbante, sinistro,ambiguo,estremo,complesso: in una sola parola “lynchiano”. Questo thriller racchiude in sé, tutta la sofisticata entità del regista che mediante la straordinaria pellicola si aggiudica la Palma d’Oro per la miglior regia al Festival di Cannes, in ex aequo con L’uomo che non c’era di Joel Coen. Spesso accreditato con il nome di Judas Booth, il divo si sta separando dalla montatrice Mary Sweeney: con lei ha avuto il terzo figlio, Riley. David è un grandissimo fan della band germanica dei Rammstein e per quanto riguarda il cinema, ha sempre amato Luis Buñuel, Werner Herzog, Kubrick e Roman Polanski. Fedele alla sua natura bizzarra e stravagante, Lynch richiede esplicitamente che le edizioni in DVD dei suoi film non siano divise in “capitoli”. Nel 2006 è stato insignito con il Leone D’oro alla carriera, durante la 63ª edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha presentato la sua ultima, scioccante fatica: Inland Empire – L’impero della Mente.



Poème
Il pleure dans mon cœur

” Il pleure dans mon cœur” est le 3ème poème de la section initiale ariettes oubliées de Romances sans paroles “.
Il pleut doucement sur la ville.
(ARTHUR RIMBAUD)

Il pleure dans mon cœur
Comme il pleut sur la ville ;
Quelle est cette langueur
Qui pénètre mon cœur ?
0 bruit doux de la pluie
Par terre et sur les toits !
Pour un cœur qui s’ennuie
0 le chant de la pluie !
Il pleure sans raison
Dans ce cœur qui écœure.
Quoi ! nulle trahison ? …
Ce deuil est sans raison.
C’est bien la pire peine
De ne savoir pourquoi
Sans amour et sans haine
Mon cœur a tant de peine!
Pubblicato da: Irenotta | 6 ottobre 2011

ù

 

 

 

 

 

 

 

 

moon

ed è forse perchè possa vivere per sempre
che nel sogno mettiamo quell’alito infinito che è in noi,
che si può chiamare speranza, amore, emozione, paura….
che può durare un attimo, un’ora, mille anni

che può essere tutto ciò che siamo, tutto ciò che non siamo,
tutto ciò che vogliamo essere e che in realtà già siamo nel divenirlo….

già un sogno… e in un attimo voliamo distanti nello spazio e nel tempo
a cavallo di quell’essenza interiore che ne fa da motore….

un sogno…forse talvolta un’evasione da ciò che spaventa vivere….

ma se quella stessa essenza a cavallo di cui vola un sogno fino alle stelle
fosse presente in ogni attimo vissuto…
allora l’angolo dei sogni sarebbe una preghiera…..

Pubblicato da: Irenotta | 6 ottobre 2011

Pubblicato da: Irenotta | 28 settembre 2011

Lettera aperta di Serena Sinigaglia

SALVATE GIULIETTA!
ASSOCIATEVI!!!

Cari amici,

in questi ultimi mesi qualcosa è cambiato.

Mentre le condizioni di vita si facevano sempre più dure (niente soldi, niente lavoro, niente futuro), sentivo intorno a me, al mio lavoro, al lavoro dei miei compagni, un calore nuovo, un sostegno più chiaro, più forte.

Secondo alcuni “signori”, arroccati nei loro scandalosi privilegi, di arte non si campa anzi essa, quando è libera e sincera, rischia di essere un deterrente al consenso che tv e giornali si prodigano di costruire massicciamente giorno dopo giorno. Chi vuole pensare, ragionare, collegare, conoscere è nemico di ogni semplificazione demagogica, nemico di quel sistema di menzogne e fango che ormai ha distrutto ogni principio etico nell’agire politico. Questo nemico i “signori” lo combattono con un’arma potentissima: lo ignorano, tutto qui, portandolo ad uno stato di inedia molto prossimo alla morte. Il loro slogan in tempo di crisi è: “ Di bellezza non si campa. E’ un bene superfluo, accessorio e pure rompiscatole.”

Eppure mai come in questi mesi  bui  ho sentito, come vi dicevo, la vostra presenza solidale. Una partecipazione diversa, un bisogno di “senso”, un bisogno, in fondo, di riconoscersi e di constatare che non si è poi così soli in mezzo alla barbarie di questo terzo millennio. Ci si sente impotenti, certo, ma forse, a differenza di prima, ci si cerca e nel cercarsi ci si riconosce e nel riconoscersi si trova il coraggio per alzare la testa e dire basta. Le ultime elezioni lo hanno dimostrato, Milano, Firenze, Napoli, Cagliari…molte, moltissime persone non ne possono più, vogliono un cambiamento, vogliono riappropriarsi dello spazio pubblico.

Abbiamo capito, o almeno a me così pare, che per farcela, dobbiamo unirci e smettere di dipendere da loro. Certo con loro sarebbe più semplice e forse anche più bello, saremmo più forti, più incisivi ma la loro indifferenza quando non subdola ostilità non deve paralizzarci. Bisogna arrivare ad un dialogo inter pares con chi ha potere. Non mi riferisco mica solo alla destra e ai suoi esponenti, mi riferisco a quella fascia trasversale di politici e potenti che non vogliono mollare potere e privilegi, che non vogliono vedere che la crisi attuale dimostra che bisogna muoversi su logiche totalmente diverse da quelle del neoliberismo sfrenato, bisogna reinventarne di nuove sulla base delle buone precedenti, altrimenti è la fine per tutti, compresi loro (questo è il macabro paradosso)! Sembra proprio che siano rimasti solo questi ricchi e dissoluti signori, con le loro maschere grottesche, a non averlo capito: o si cambia registro o si muore.

Veniamo a noi. E alle ragioni di questa lettera.

Come vi dicevo, in questi anni e ancora con più forza in questi ultimi mesi ho sentito la vostra presenza affettuosa in ogni occasione di incontro e confronto. Quanto più percepivo lontane e spesso aberranti le politiche culturali di questa città e di questo paese, quanto più arrancavo tra angosciosi debiti e angosciati creditori, tanto più sentivo una silenziosa ma tenacissima forza accanto a me. La vostra.

Quindi prima di tutto grazie, grazie mille a tutti coloro che ci stanno vicino e ci vogliono bene.

Ecco, detto questo, il motivo di questa lettera è quello di farvi una richiesta, che poi è una proposta, che deriva da un desiderio e dall’intuizione che sia il momento giusto e più urgente.

Quello che vi chiedo è semplicissimo, ma potenzialmente deflagrante.

Associatevi all’ATIR. ATIR è un’associazione senza scopo di lucro, il capitale sociale dell’Associazione si fonda sulle quote sociali annualmente versate dai soci; tutti gli eventuali utili delle attività vengono reinvestiti nelle attività stesse (che comprendono naturalmente tra le molte voci anche le paghe del personale coinvolto e dei vari costi sostenuti di volte in volta).

Per diventare socio di un’associazione, devi versare una quota sociale annua (ovvero valida per un anno). Questo perché appunto le associazioni senza scopo di lucro si fondano sull’impegno economico del socio stesso. Sono attività “libere” che la persona sceglie di proteggere col suo lavoro e il suo denaro, perché le ritiene necessarie per la propria vita di essere umano e di cittadino. Io e i miei compagni siamo soci fondatori dell’ATIR. Paghiamo dunque da molti anni, 15 per l’esattezza, la nostra quota sociale annua. Accanto alle quote sociali, si cercano sponsor privati e pubblici, che, a dire il vero, sono sempre più inesistenti, quando non nei guai seri. E infine si cerca di alimentare l’attività con i proventi delle attività stessa (nel nostro caso incassi, assai scarni per via di un biglietto alla portata delle tasche di tutti e di un teatro difficilissimo da riempire, come ben sapete, oppure cachet degli spettacoli o dei laboratori).

Torniamo alla mia proposta.

Associatevi all’ATIR.

Pagate la quota sociale annuale e partecipate con il vostro sostegno e la vostra collaborazione al nostro progetto:

-       un teatro “partecipato” che si impegna ad essere un reale servizio per città e quartiere.

-       un teatro a disposizione di tutti che restituisca l’uomo all’uomo.

-       un teatro gestito da una comunità di persone che si battono per il confronto e la condivisione.

-       un teatro comunitario per difendere il valore della cultura perché sentita come strumento potentissimo di emancipazione sociale e politica, di integrazione delle diversità.

Da soli non possiamo più farcela. La crisi non lo permette. I politici non se ne curano. I tempi nuovi lo impongono. Bisogna creare piccole e grandi reti di partecipazione, se si vuole riemergere da questa crisi. Reti di solidarietà che si autofinanziano, sistemi virtuosi che riescono a stare in piedi grazie a logiche di scambio e di risparmio. Ognuno se e come può, naturalmente.

L’ATIR è nato e si è sviluppato proprio su un progetto di cultura condivisa e partecipata, tentando di offrire risposte a domande fondamentali quali:

-       A che cosa ci serve oggi la cultura?

-       Quali temi, quali testi, quali spettacoli sono urgenti?

-       Che cos’è il teatro e qual’è la sua funzione nell’era della comunicazione di massa?

-       Come dirigere un teatro in periferia?

-       Abbiamo veramente bisogno di fare un’altra stagione al Teatro Ringhiera? Non bastano le stagioni già presenti in città, fatte da teatri più ricchi, più storici, più grandi, più centrali?

-       Quale può essere la specifica, l’unicità del nostro Ringhiera?

-       Quali economie per una cultura in periferia?

-       Come rifondare uno spettacolo nazional popolare che sia di grande richiamo ma non sia gossip e cronaca, o grande nome e basta ma elevazione e crescita come lo pensava il filosofo di Turi?

-       Come riuscire a fare pressione sul Comune perché i diversi assessorati costruiscano un serio progetto di riqualificazione della piazza e del quartiere, con zone verdi, zone bambini, bar e gelaterie, pulizia, copertura buche e crepe nell’asfalto, ecc. ecc.

-       Come raggiungere a aiutare col nostro teatro chi ne ha bisogno (adolescenti, anziani, diversamente abili, bambini…)

Diventando soci sostenitori dell’ATIR potrete prendere parte attivamente alla gestione del Teatro Ringhiera, partecipando alle discussioni sulle linee da seguire, su come trovare i soldi per farlo, potrete fare le vostre proposte, discuterle. Insomma, associandovi, potrete partecipare con me, con noi, a fare del nostro teatro il vostro – nostro teatro. Un’occupazione pacifica e allegra, un gesto simbolico, ma un impegno preciso, per dire alla città che non solo esistete ma pensate, amate, desiderate,e scegliete su cosa puntare, insomma un modo per costruire un futuro migliore per voi e per i vostri figli.

“Noi è di più che non io” diceva un condannato a morte della Resistenza.

Io lo credo fermamente. E questo è il momento giusto per dimostrarlo.

Con affetto e stima

Serena Sinigaglia
(Direttore artistico della compagnia ATIR)

Pubblicato da: Irenotta | 28 settembre 2011

Generazione senza commiato…

«Noi siamo la generazione senza legami e senza profondità. La nostra profondità è l’abisso. Noi siamo la generazione senza felicità, senza casa e senza commiato… Così siamo la generazione senza Dio, poiché noi siamo la generazione senza legami, senza passato, senza riconoscimento» 

(Wolfgang-Borchert)

Pubblicato da: Irenotta | 13 settembre 2011

Autolesionismo…

 

Liberamente tratto da www.iltuopsicologo.it, sito molto curato e fatto veramente bene dal Dott. Roberto Cavaliere.

Ancora quella sensazione. Ti svegli e vedi sangue sulle lenzuola e sul tappeto. Libri e pezzi di carta sparsi in tutta la stanza. Mobili rotti. Quel pizzicore familiare sulle braccia, sul torso. La faccia è sbavata di rosso. Stava andando così bene: tredici giorni dall’ultima volta. Ti senti intorpidito, confuso, mezzo ubriaco, stupido. Hai appena le forze per alzarti: non mangi da tre giorni e hai perso molto sangue. Che cosa stai cercando di dimostrare? La cameriera entra e vede i fazzolettini macchiati di sangue sul pavimento, ti guarda non è sicura di capire bene. Cerchi di ricotruire esattamente quello che è successo durante la notte…

Hai lavorato fino a tardi, volevi uscire e rilassarti, divertirti. Non c’era nessuno. Sei andato all’enoteca, hai comprato da bere, ti sei seduto nella tua stanza, ascoltando la tua musica preferita, violenta e deprimente. Ti accorgi che qualcosa, dentro, sta traboccando. Ti sembra di essere sul punto di esplodere da un momento all’altro. Ti si riempiono di lacrime gli occhi, cominci a piagere. Il pianto si trasforma in grida, lamenti, urla. Cerchi di trattenerti. Cominci a prendere a calci la porta. Butti la roba in giro per la stanza, fuori dalla finestra. Non riesci a calmarti. Non sai neppure che cosa ti abbia ridotto in questo stato. Ti pianti le unghie nella pelle del polso. Non senti niente. É come se stessi guardando un film su qualcun’altro, non sei tu. Ti togli la camicia, ti guardi allo specchio. Odio, disgusto, frustrazione, rabbia, rimorso. Quasi come in un rituale, senza nemmeno pensare a quel che fai, prendi la lametta… sangue che gocciola. Ci sfreghi su qualcosa di antisettico, lo rifai, fino a quando sei calmo, soddisfatto. Spalmi sangue in giro. É brutto, ma il sangue è reale, è umano, ti fa sentire bene! Al tempo stesso, provi dolore, te lo meriti. Lo racconti a qualcuno.

Ti dicono che sei un manipolatore, che cerchi attenzione. Ci credi. Serve solo a farti stare peggio. Alcuni pensano che tu sia malato, o matto. Poche persone capiscono ma sono ancora troppo preoccupate, scioccate dalla cosa. Qualcuno pensa che tu abbia tendenze suicide. Non è vero.

Tagliarsi non è un modo per cercare attenzione. Non è una manipolazione. É un meccanismo per affrontare i problemi, punitivo, gradevole, potenzialmente pericoloso, ma efficace. Mi aiuta a sopportare le forti emozioni che non so come gestire. Non ditemi che sono malato, non ditemi di smettere. Non cercate di farmi sentire in colpa, mi accade già. Ascoltatemi, sostenetemi, aiutatemi.

Dal libro “Un urlo rosso sangue” di Marilee Strong


 

L’autolesionismo (il termine tecnico è Repetitive Self-Harm Syndrome Sindrome da auto-lesionismo ripetuto)viene in genere definito come il tentativo di causare intenzionalmente un danno al proprio corpo, lesionandosi in modo di solito abbastanza grave da provocare danni ai tessuti o agli organi. E’ considerata una vera e propria patologia. Le persone affette da questo disturbo si fanno del male in diversi modi: tagliandosi con una lametta, bruciandosi con una sigaretta, graffiandosi, strappandosi i capelli, sbattendo contro qualcosa, ecc..

Forme di autolesionismo.
Si possono identificare, grosso modo, tre forme di autolesionismo:

  • Automutilazione grave (molto rara), che produce un danno irreversibile ad un parte del proprio corpo, ad esempio uno sfregio permanente in viso.
  • Automutilazione leggera (la più diffusa) che si manifesta col tagliarsi, bruciarsi, strapparsi i capelli, fratturarsi un osso, urtare, ed ogni altro metodo usato per ferirsi.
  • Automutilazione latente (la più subdola) perchè si nasconde in determinate forme di dipendenza e disagio come la tossicodipendenza, la bulimia, l’attività fisica eccessiva. Esse possono considerarsi forme poco manifeste, ma molto insidiose.

Chi è l’autolesionista:

Può colpire tutti, indipendentemente dall’età, dal grado di istruzione e dalla classe sociale, anche se sono in prevalenza donne, forse, a causa di fattori sociali. Tradizionalmente, agli uomini viene permesso di esprimere la propria aggressività, alle donne viene invece insegnato a reprimerla o quando questo non è più possibile, a rivolgerla verso se stesse.
Le donne, spesso, oltre all’ autolesionismo presentano disturbi del comportamento alimentare come anoressia e bulimia. Alcune ragazze di fronte ad un momento di malessere reagiscono alternando comportamenti bulimici (abbuffate seguite da vomito o abuso di lassativi) a quelli autolesivi.
Inoltre l’autolesionista, a volte, presenta depressione, con pensieri di tipo suicida. In alcuni casi, il malessere è così forte che la persona sente che o si taglia o si suicida.
Non si piace, odia il suo corpo, non ha fiducia in se e neppure negli altri.
Molti degli autolesionisti tendono ad essere perfezionisti, incapaci di gestire e di manifestare verbalmente intense emozioni. Non si piacciono, odiano il proprio corpo e possono avere gravi sbalzi d’umore. È possibile, talvolta, che abbiano subito abusi sessuali o violenza psicologica nell’infanzia.
L’autolesionista non rappresenta un pericolo per la società perché la violenza è sempre e solo rivolta verso di sé, mai verso altri. Perché?
Vari possono essere i motivi.

  • Per scaricare lo stress: autolesionarsi ed il dolore fisico correlato placano lo stress. Tutti il disagio interiore che non si è in grado di gestire viene tramutato in sofferenza fisica, quindi più facilmente gestibile e più reale della sofferenza emozionale che è impalpabile. Per un po’ ci si occupa solo del dolore fisico, distogliendosi temporaneamente da quello interiore
  • Per mostrare agli altri che si sta davvero soffrendo, offrendo loro qualcosa di concreto e di comunemente accettato come “dolore”. Così si esiste agli occhi degli altri. Le cicatrici sulla pelle rendono visibile esteriormente la sofferenza che si ha dentro, è un modo per comunicare agli altri il proprio dolore .I comportamenti autolesivi sono una richiesta di aiuto.
  • Ci si sente talmente morti dentro, talmente apatici dal ricercare nella sofferenza fisica una prova che si è ancora vivi.Non si è in legame con il proprio corpo e il dolore fisico è l’unico modo che si ha per sentire di esistere, per percepire il proprio corpo.
  • Come sostituto di un desiderio di suicidio.
  • Per punirsi di proprie azioni o sensi di colpa .

Io amo riassumere le possibili cause di un comportamento autolesionista in questa frase: “Si preferisce provare un dolore fisico per non provare un più profondo e doloroso dolore interiore”

Indicazioni utili:

  • Non isolarsi ma far presente la problematica ad una persona a noi significativa al fine che possa diventare un “sos” nei momenti di crisi acuta.
  • Nel momento in cui si manifesta la crisi acuta svolgere un’attivita “lesionistica” rivolta ad un oggetto esterno, quale “picchiare” un oggetto morbido al fine di “scaricare” la rabbia.
  • Uscire immediatamente di casa .
  • Nei momenti non di crisi acuta praticare un’attività fisica che “svuota” in qualche maniera della rabbia accumulata.
  • Esprimere la propria rabbia anche attraverso qualche forma artistica, come dipingere e disegnare ad esempio.

Ma soprattutto non bisogna vergognarsi di ammettere di essersi volutamente feriti, per timore di non essere capiti, di essere giudicati negativamente o di essrere considerati dei pazzi. Invece non c’è motivo di cui vergognarsi, sia perché gli autolesionisti non sono pazzi, sia perché tale fenomeno è più comune di quanto si creda, in forma più o meno patologica .
Se la buona volontà personale di combattere l’autolesionismo non produce significativi miglioramenti bisogna chiedere, senza esitazione, timore e vergogna, aiuto ad un’esperto.

LETTURE CONSIGLIATE:

Il disturbo Borderline di Personalità, Giorgio Caviglia, Carla Iuliano, Raffaella Perrella, Carocci Editore, 2005

Testo divulgativo, conciso, sintetico, quindi utile per studenti alle prime armi o non professionisti che vogliano avere informazioni generali sul Disturbo Borderline.

Trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo borderline, Marsha Linehan, Cortina Editore, 2001

E’ il testo di riferimento italiano della Dialectical Behavior Therapy (DBT), la Terapia Dialettico-Comportamentale sviluppata da Marsha Linehan per il trattamento di pazienti Borderline, in particolare affetti da autolesionismo e suicidarietà. Si tratta di un manuale operativo molto corposo, specificamente formulato per l’utilizzo da parte di specialisti che vogliano implementare la loro pratica clinica con strumenti provenienti dall’area delle Terapie Cognitivo-Comportamentali.

Trattato dei Disturbi di Personalità, Oldham J.M., Skodol A.E., Bender D.S., Cortina Editore, 2008

Primo testo specialistico, completo ed esaustivo, completamente dedicato ai Disturbi della Personalità. Voluminoso e piuttosto costoso, è quindi dedicato a specialisti che vogliano arricchire le proprie conoscenze teoriche su questa categoria diagnostica.

La Personalità Borderline. Una Guida Clinica, John Gunderson, Cortina Editore, 2003

Una descrizione della dimensione Borderline, e del suo trattamento, da parte di uno dei principali sviluppatori del modello personologico di interpretazione di questo complessa categoria diagnostica.

Il Trattamento Basato sulla Mentalizzazione. Psicoterapia con il paziente borderline, Anthony Bateman, Peter Fonagy, Cortina Editore, 2006

Questo testo costituisce un importante riferimento in quanto descrittivo dell’unico approccio psicodinamico (oltre alla TFP di Kernberg, descritta oltre) ad aver  fornito prove di efficacia con il Disturbo Borderline. Tutto l’impianto teorico si basa sulla promozione della capacità del paziente di riflettere sui contenuti mentali propri ed altrui, definita dagli autori come capacità di mentalizzazione (ma anche capacità riflessiva, o funzione riflessiva), ritenuta un aspetto di importante deficitarietà caratteristica del Disturbo.

Borderline. Struttura, categoria, dimensione, Cesare Maffei, Cortina Editore, 2008

Questo testo fornisce una definizione dello stato dell’arte rispetto alla definizione del costrutto “Borderline”, la cui eterogeneità di utilizzo ha da sempre generato difficoltà ed impasse, sia nella ricerca, sia nel dialogo tra clinici afferenti a diversi approcci teorici.

Psicoterapia delle Personalità Borderline, John Clarkin, Frank Yeomans, Otto Kernberg, Cortina Editore, 2000

Questo testo presenta un altro approccio al trattamento psicodinamico del paziente Borderline, validato empiricamente e supportato da un’imponente teoria di riferimento, sviluppato dall’equipe coordinata da Otto Kernberg, personaggio di spicco della cultura psicoanalitica su scala mondiale e tra i primi ad essersi occupato di tale disturbo a partire dagli anni settanta.

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Ci sono persone che portano con sé un alone di confusione, d’incoerenza, di contraddizioni, che sembrano smarrirsi in un mondo privo di scopi e significati profondi, e rischiano di far smarrire anche gli altri, tra anche i propri terapeuti. Una ragazza lo ha espresso in questo modo: “Ci sono giorni che passano perché devono passare, cose che faccio perché devo farle, ma non c’è più un obiettivo, qualcosa per cui andare avanti, una meta o un desiderio così forte per cui ha senso continuare”. E’ come se queste persone dovessero vivere senza sapere bene chi sono, sentendosi scaraventate in modo repentino e inspiegabile da uno stato d’animo ad un altro; dalla gioia e allegria alla disperazione e angoscia più profonda; da un senso di speranza e fiducia verso la vita, dal vortice di mille pensieri e idee, all’immobilità, al vuoto e noia. Il momento presente, i sentimenti e i vissuti del qui e ora, intensi e travolgenti, sembrano tenere impegnate tutte le energie della persona, mentre pare venir meno il contatto con il passato, con le risorse che l’elaborazione delle esperienze vissute o della propria storia può dare; viene meno la possibilità di proiettarsi nel futuro verso mete e scopi che diano significato alla propria esistenza. Altrettanto rapido potrà essere il passaggio da un’idea di sé come persona valida e degna di fiducia a un sentimento di non valore, d’indegnità, colpa e vergogna; e anche gli altri seguiranno lo stesso destino d’idealizzazione e svalutazione. L’identità personale e le relazioni saranno spesso in pericolo; la possibilità d’intimità e di scambi autentici sarà sempre compromessa e anche la relazione terapeutica verrà messa a dura prova da quest’instabilità, con il cliente in bilico fra il bisogno d’appoggio e sostegno e il timore dell’abbandono, del tradimento, dell’attacco che può arrivare anche all’interno del setting. L’impegno a sostituire nel tempo l’impulsività e la reattività con la riflessione, a sviluppare o rafforzare un “sé osservante”, sarà molto gravoso con questi clienti che non sembrano disponibili all’esplorazione di sé e chiedono invece un aiuto immediato, dato dall’urgenza. Spesso lo chiedono con impazienza o in termini molto difensivi, nascondendo la fragilità e vulnerabilità dietro grandiosità e arroganza. “Aiutami, ma non darmi l’impressione di essere aiutato, poiché posso fare tutto da solo”, sembra essere il grido di aiuto del narcisista. Se prevalgono invece le difese di tipo borderline la persona vivrà confusione e caos; ed è come se attraverso il disordine e il caos il cliente borderline dicesse “Sono una persona che sta male; aiutami a sopravvivere”. E con queste persone non sempre la relazione terapeutica si configurerà nei termini che ci sono più noti, ma ci impegnerà a trovare nuove vie per l’incontro. L’importante sarà non perdere le nostre mappe. “Sarà pertanto fondamentale accogliere il cliente nel suo unico modo possibile di chiedere aiuto, nel suo sé provvisorio, con un’empatia ben bilanciata e misurata”, lasciando per il futuro il lavoro terapeutico vero e proprio.

Il disturbo borderline di personalità è da tantissimi anni oggetto di studio e controversie in ambito psichiatrico e psicoterapeutico; problematica è stata la diagnosi differenziale rispetto ad altri disturbi come quelli schizotipici della personalità o maniaco-depressivi, mentre attualmente l’ipotesi di esperienze traumatiche infantili nella sua eziogenesi lo avvicina piuttosto al Disturbo Post Traumatico da Stress.

Anche i criteri diagnostici del DSM IV non sempre sono di aiuto. Secondo Paris, per esempio, non discriminano con esattezza da altri disturbi della personalità dello spettro impulsivo. I nove criteri, e ne bastano cinque per formulare la diagnosi, hanno in ogni caso permesso di focalizzare gli aspetti fenomenologici di tale sofferenza, che le principali teorie avevano evidenziato con maggiore o minore rilievo.

Riguardano una drammatica incertezza e instabilità rispetto alla propria identità (chi sono io? questa cosa mi piace o no? quali sono i miei valori? sono omosessuale o eterosessuale?); rispetto alle relazioni affettive, con l’alternarsi delle polarità di idealizzazione e svalutazione (“ho incontrato una persona meravigliosa.E ieri si è comportata in modo tale che la odio, non la voglio più vedere”); rispetto all’umore e alla reattività emotiva. Spesso sono presenti forti sentimenti di angoscia, vulnerabilità all’abbandono e sforzi per evitarlo; sentimenti cronici di vuoto e noia; frequenti esplosioni di rabbia e collera immotivata; comportamenti impulsivi e autolesivi (sessuali, alimentari, di abuso di sostanze, comportamenti pericolosi in genere); minacce o tentativi di suicidio; sintomi transitori di tipo paranoide o dissociativi.

Consigli efficaci??

1) AUTOCONTROLLO, centrare su se stessi la propria esistenza –> Centrare la propria forza su se stessi come possibilità di riuscita. Aver fiducia nelle proprie risorse personali, vedere i propri limiti come potenzialità ancora svelare. Convincersi che niente e nessuno potrà  farvi del male o soffrire se vi amate e vi accettate serenamente per quello che siete. Ristrutturare la visione della vostra vita presente, passata e futura.

2) CONSAPEVOLEZZA –> è la rabbia repressa che vi fa agire con impulso e aggressività….. davanti a situazioni nuove, incomprensibili dove ti puoi sentire a disagio… Quindi prima di reagire impulsivamente riflettete sulle conseguenze del vostro agire e rivalutate  profondamente la causa del vostro disagio.

Detto ciò partiamo con l’analisi vera e propria….

A partire da questo post riporterò le caratteristiche salienti dei borderline. Nello specifico copierò alcune frasi significative tratte direttamente dal sito sopra menzionato. Il tutto verrà suddiviso in diverse sezioni:

INTRODUZIONE

1) DIPENDENZA

.2) GELOSIA, possessività, pensieri ossessivi, delirio amoroso/TRADIMENTO, coinvolgimento mutevole, frustrazioni,  TUTTO o NULLA senza gradazioni

.3) RIGIDITà MENTALE, relazionale + disregolazione/instabilità emotiva + PROIEZIONI

.4) ATTESA, ANGOSCIA ABBANDONICA, senso di insicurezza, timore di perdere l’altro

.5) DIMENSIONE TEMPORALE e CAMBIAMENTO

.6) CONFLITTI E CRISI DI RABBIA-DOLORE + MANIPOLAZIONE= far finta di: cambiare casa, cambiare indirizzo mail, etc…)

.7) SPAZIO comunicativo PERSONALE,  VALUTAZIONE LOGICA DEI VISSUTI ANSIOSI, Percezione delle emozioni e della distanza affettiva + GLISSARE su argomenti per ridurre ansia basale

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Pubblicato da: Irenotta | 9 settembre 2011

Noi siamo i soliti…

 

 

 

Pubblicato da: Irenotta | 9 settembre 2011

Pensieri, pensieri, pensieri…

Sono giorni difficili questi…Già in passato il senso di disillusione, anche se mai di rassegnazione, mi pervadeva...Il senso che non ci sia la possibilità di un futuro sereno e tranquillo per le nuove generazioni, la paura di non poter mai poter avere una vita completamente indipendente, senza dover a tutti i costi tirare la cinghia a livello economico, l’angoscia nel pensare che non potrò farmi una famiglia, se non molto tardi…Non potrò mai avere figli, dal momento che non avrò abbastanza liquidità per mantenerli e crescerli come si deve…E non avrei nemmeno la serenità mentale per farlo…

In questo periodo sembra proprio che il più forte, il pesce più grande, il capo, colui che occupa un posto più in alto, abbia pienamente il coltello dalla parte del manico…E che i più deboli, inermi, non abbiano, o non vogliano, in alcun modo, la possibilità di far sentire la propria voce, di essere ascoltati, di essere rispettati e considerati, e non trattati alla stregua di sottomesse macchine di produzione selvaggia e senza scrupoli…

Il senso di ingiustizia è il sentimento che maggiormente mi provoca una grande rabbia, una grande voglia di spaccare tutto, di venir meno ai principi non-violenti che mi hanno sempre trasmesso…E la sensazione che nulla possa cambiare mi fa arrabbiare ancor di più…

Purtroppo è anche grazie all’inerzia di molte persone che, per paura, timore, vergogna o altro, piuttosto che reagire, si fanno mettere i piedi in testa, o decidono di adeguarsi al comportamento rinunciatario e disimpegnato, molto diffuso da sempre nella storia dell’Umanità, ma mai come ai giorni nostri.

Mi viene in mente una situazione molto comune, e ve la riporto qui dal momento che mi riguarda da vicino: ho incontrato, fin dall’inizio del mio primo ingresso nel mondo del lavoro, persone che accettano qualsiasi condizione lavorativa a patto di lavorare…Gente che ti dice che “fa curriculum”, e quindi, anche gratuitamente, pronta e disposta a mettersi a novanta gradi e sacrificare 8 o 10 delle proprie 24 ore in un posto di lavoro, senza contratto o con un cosiddetto “contratto di stage” (visto che per alcune categorie l’apprendistato non esiste più…), gente che viene assunta, ma, si badi bene, con contratto a termine delle più svariate tipologie: dal co.co.pro al co.co.co, dal contratto di Diritto d’Autore al vecchio contratto “a tempo determinato con finalità di inserimento”, nella speranza che il premuroso datore di lavoro, alla fine del periodo lavorativo temporaneo, abbia il buon cuore e la volontà di premiare il merito, quindi assumere il malcapitato neolaureato a tempo indeterminato…BALLE!!

Queste persone, a causa della loro giovinezza e disponibilità, ma anche del loro timore di non riuscire più a trovare lavoro altrove, rinunciano ad ogni forma di dignità, si sottopongono a qualsiasi trattamento pur di lavorare, arrivano ad avere contratti a termine permanenti, che, di fatto, sono contratti a tempo indeterminato, ma senza tutte quelle garanzie che un contratto permanente può garantire ovvero: tredicesima, quattordicesima, malattia, maternità…E le nuove generazioni sono tutte o quasi incluse in questo pantano vergognoso, dove la politica economica della massima produzione e del massimo profitto dell’azienda, tagliando i costi, sono gli unici ideali degli amministratori delegati, dei vertici, degli imprenditori e dei dirigenti…

Ovviamente il circolo vizioso si perpetua quando i lavoratori sottoposti a queste condizioni assumono un atteggiamento rinunciatario, ovvero: continuano a lavorare nel medesimo posto, pur sapendo che non avranno mai la possibilità di essere assunti da nessuna parte, quindi non sbattendosi nemmeno a cercare altrove; coloro che pensano che, prima o poi, il loro iter contrattuale ed il loro sputar sangue nell’impegno e nella dedizione totale per il bene dell’azienda, fino al totale annullamento del sè, verranno riconosciuti con l’assunzione a tempo indeterminato; altri si accontentano di fare i precari a vita, non vedendo alcuna altra possibilità o via d’uscita, non lamentandosi mai per paura di essere additati come sediziosi, non partecipando alle proteste, alle quali anche i precari dovrebbero invece partecipare (soprattutto quelli che si lamentano ma non agiscono, non si impegnano…).

TUTTO QUESTO MI FA ENORMEMENTE INCAZZARE!!!

Anch’io sono precaria, ho dovuto aspettare molto prima di trovare un impiego semistabile, mi sono sbattuta, senza avere raccomandazioni, senza dover vendere il culo o doverla dar via, lavoro, non per le conoscenze ma perché ho ingoiato veleno, mi sto sbattendo, senza poter evitare i momenti di tensione che, a causa della crisi, si ripercuotono sulla gente come me ma anche sui responsabili (i quali, nonostante il contratto a tempo indeterminato, sono a loro volta toccati, quasi come tutti i ceti medi, medio-bassi e bassi, dalla crisi economica, dalle misure di una manovra dannosa, una porcata assoluta…)

E allora, mi chiedo: “Dal momento che non ho nulla da perdere, tanto vale rischiare, non smettere mai di mettersi in gioco, di rischiare, no??”. E di far valere le proprie ragioni, anche quando tutto sembra vano, inutile, perduto, senza speranze, anche rispondendo a chi ci sta sopra e ci comanda…Io ci provo!!!

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Pubblicato da: Irenotta | 24 agosto 2011

Con l’età, almeno per me, qualcosa è cambiato…

Da quando mi è successa una cosa, ormai agli inizi di luglio di quest’anno, quindi ormai più di un mese fa,  sto cominciando a cambiare modo di pensare, rispetto solo a poco tempo fa…

A me è sempre piaciuto bere qualche bicchiere in più, essere brilla, ma anche di più, esagerare, ; non ho quasi mai vomitato, e, quelle poche volte che è successo, è stato per un mischione di sostanze alcooliche di vario tipo.

Fino a qualche tempo fa consideravo il bere come un divertimento, come una forma di trasgressione;  non mi ero mai resa conto che l’alcool, da un po’ di tempo a questa parte, non solo non era più così divertente nel bere “un po’ di più”, ma, al contrario, l’esagerazione portava ad un’esasperazione incontrollata i miei difetti, le mie tristezze, la mia turbolenza interiore, le mie paranoie…Ed il senso di rabbia distruttiva ed autodistruttiva si accresceva alla grande…

Ora l’alcool mi fa quasi paura…Mi rendo conto di quali danni, nell’immediato, e, badate bene, non sto parlando di danni di salute, può provocare…Ed ho paura che le persone che ieri bevevano con me e che continuano a farlo, soprattutto alcune a cui tengo di più, si possano danneggiare con i loro atteggiamenti, oppure danneggiare me…

Questo sfogo era necessario, e mi scuso…La mia intenzione non è di essere bacchettona o sapientona,  ma, viste le tendenze di sempre, in alcuni ambienti, ad andare oltre il limite, raggiungendo un tasso alcoolico non indifferente per disinibirsi, per essere trasgressivi, per cacciare indietro la paura, per fare gruppo (tendenze di cui solo adesso, forse, mi sono resa veramente conto con la giusta dose di preoccupazione…), mi sembra giusto esternare i miei sentimenti…

Per fare due esempi di distruttività alcoolica (anche se l’elenco sarebbe molto più lungo e vario…), uno più popolare e l’altro un po’ più di settore, ecco qui:

- le compagnie di ragazzini: mi è capitato, durante le vacanze appena trascorse, di aver assisitito ad una situazione molto sgradevole.  Un gruppo di ragazzi e ragazzini, formatosi in campeggio e formato da occupanti dello stesso, una sera, in preda alla boria alcoolica, ha danneggiato il campeggio in alcuni punti e strutture, ha assalito il custode pesantemente il custode, lanciandogli bottiglie e sottoponendolo ad un pestaggio collettivo senza ritegno, ma forse ha anche fatto altro…Risultato: l’arrivo dei carabinieri ed il danneggiamento di persone e cose…Ma non ci si può divertire anche senza arrivare a questi

-l’ambiente musicale: molto spesso i musicisti bevono. Questo perché vogliono essere maledetti, ribelli, trasgressivi…Ma anche perché vogliono far cadere le inibizioni una volta che salgono sul palco, tenere a bada l’emozione di fronte al loro pubblico, concedersi gesti che magari, per timidezza o altro, non sarebbero mai in grado di fare se non alterati da qualcosa, nella speranza di migliorare la propria performance con un goccio un più, per darsi coraggio…Questo succede in quasi tutte le band (anche se non in tutte), dalla più sconosciuta alla più famosa…E succede anche per una sorta di “eticchetta comportamentale” dell’artista (in questo caso di musicista appartenente ad un certo genere), che, per rispecchiare perfettamente il proprio modo di essere, deve a tutti i costi bere (“il punk o il metallaro, il folkettaro o il grungettone, se non bevono non sono nessuno…”).

E va beh…Detto questo, ecco un interessante articolo relativo all’alcoolismo giovanile…Cose trite e ritrite?? Dette e ridette?? Sarà, ma meglio dirle che tacere…

Un problema che sembra farsi sempre più pressante e pericoloso:

 “l’alcolismo giovanile”

 “Siamo ragazzi di oggi”, cantava a San Remo, nel lontano 1984, un impacciato Eros Ramazzotti, “pensiamo sempre all’America, guardiamo lontano”, “camminiamo da soli, nella notte più scura, anche se il domani ci fa un po’ paura”, e poi, quasi un’invocazione, “finché qualcuno ci darà, una Terra Promessa, un mondo diverso, dove crescere i nostri pensieri”.

La fortunata canzone di Eros Ramazzotti, Terra Promessa, descriveva la ricerca di ideali, la tensione verso un futuro nuovo, le illusioni, i sogni, le aspirazioni dei giovani di allora. Tutt’altra musica nell’estate 2003: è scattato infatti in Italia l’allarme della crescita esponenziale del fenomeno dell’alcolismo giovanile e delle droghe cosiddette leggere. Sapevamo già tutto, ma l’abbiamo colpevolmente dimenticato un po’ tutti: genitori, politici, amministratori, uomini di chiesa e di scuola… Abbiamo rimosso il problema, affibbiandogli l’etichetta di “fenomeno tipico della fase adolescenziale, con la complicità della cultura del consumismo e di una certa ideologia di stampo radical/libertario”. Problema individuato e definito. Tutto a posto. E invece no! Leggendo vari articoli sull’alcolismo giovanile, mi è venuta in mente un’altra canzone, altrettanto famosa (e degli stessi anni), Vita spericolata, di un altro profeta, ascoltato, idolatrato, osannato, cantato e imitato da migliaia di giovani: Vasco Rossi. Sembra che oggi moltissimi giovani, attraverso il crescente consumo di alcol, droghe e sesso irresponsabile, abbiano deciso di vivere una vita spericolata e maleducata, una vita che se ne frega di tutto sì, una vita esagerata, piena di guai, in cui ognuno vive la propria alienazione (‘ognuno col suo viaggio’ eufemismo per dire evasione, allucinazione o ‘trip’ da droga).

ANNEGARE IN UN BICCHIERE

Recita un proverbio giapponese: “Prima l’uomo beve un bicchiere, poi il bicchiere beve un bicchiere. Infine il bicchiere beve l’uomo”. Nel campo delle droghe (e l’alcol è una droga) è proprio vero che a un certo punto non è più l’uomo che comanda ma il bicchiere. E inizia così un penoso processo di auto schiavizzazione con la conseguente graduale autodistruzione. L’allarme alcolismo giovanile è scattato in Europa e anche in Italia. La conferma che anche i nostri giovani sono sulla strada del graduale suicidio da alcol, come i loro colleghi del centro e nord Europa, è venuta da una ricerca dell’Università Vita-Salute del S. Raffaele di Milano. L’inchiesta fu fatta su un campione di 2362 studenti delle scuole superiori attraverso questionari anonimi, con domande sull’uso e abuso di droghe e alcol e sui comportamenti sessuali a rischio di contagio Hiv-Aids. Desolante il risultato. E non stiamo parlando di extra terrestri, ma dei giovani che troviamo per strada, sui mezzi di trasporto, sui banchi di scuola,  nei super mercati. Qualcuno ha confessato di essersi ubriacato in un mese ben 17 volte, spesso da solo. In alcuni casi, con un pericolosissimo mix di marijuana e alcol. Il 42% ha usato droghe almeno una volta. Il primo contatto con sostanze stupefacenti illegali è individuabile a circa 14 anni e mezzo. La marijuana è la droga più diffusa tra i ragazzi (80% degli intervistati). E’  una droga anche se viene chiamata leggera. Aggettivo che è fuorviante (come la pubblicità ingannevole sulle sigarette, chiamate light, leggere!).

LA MIA CLASSE

In questi ultimi anni, insomma, si è aggiunta prepotentemente anche la droga alcol. Che fa paura! Ho detto droga a ragion veduta: crea assuefazione, distrugge l’organismo (con gradualità diversa, ma lo fa) e rende schiavi proprio come le altre. L’alcol è droga, non una sostanza innocua per fanciulli innocenti o adolescenti di primo pelo. Una droga presente e sottovalutata, quotidianamente pubblicizzata e abbondantemente consumata. Una droga che distrugge, cellula dopo cellula, la vita di giovani e non, che riempie prigioni e ospedali, uccide su strade e autostrade. Un flagello sociale! Una rivista americana l’ha battezzata legal drug, droga legale, senza eufemismi o circonlocuzioni di parole. E l’alcol è il killer numero uno dei giovani americani.

LIBERTÀ DAL BICCHIERE

D’altra parte per un ragazzo il bere ha un valore simbolico e psicologico, così come per il primo pacchetto di sigarette. E’ la sensazione di entrare in questo modo nel mondo degli adulti, di sentirsi più liberi e indipendenti. Come diceva un ragazzo nell’inchiesta di De Spiegel: «Bere, bere…ti fa sentire adulto». L’alcol diventa quasi una «pozione magica» che ti dà senza sforzo quell’extra di cui hai bisogno per sentirti forte, coraggioso, super. Quasi sempre l’iniziazione alla bottiglia avviene in gruppo, dove ogni adolescente trova risposta al suo bisogno di socializzare, di evadere, di costruire la propria identità.

Insomma i ragazzi bevono per sentirsi grandi, abusano di alcol per essere accettati dal gruppo, si ubriacano per essere trasgressivi e muoiono da imbecilli, perché non sono più padroni di se stessi. In realtà non bevono, piuttosto sono bevuti dall’alcol. Si stanno poi diffondendo mode pericolose, come gareggiare in vere e proprie maratone alcoliche: una forma di bulimia che porta a bere fino al vomito, per poi ricominciare. Un altro fenomeno, chiamato binge drinking, consiste nell’assunzione esagerata e compulsiva di alcol, fatta spesso in solitudine. Una sorte di sindrome di cui soffre anche il 5% dei maschi italiani e il 2% delle femmine: tre o quattro volte al mese ci si stordisce con l’alcol. I giovani così non sanno di andare incontro a conseguenze terrificanti (una vita piena di guai). L’abuso di alcol provoca un aumento della mortalità in molte malattie, dalla cirrosi epatica, allo stesso alcolismo, alle psicosi di origine alcolica, alle miopatie alcoliche, polinevriti, gastriti, apoplessia cerebrale e cancro; ed è all’origine di comportamenti devianti e violenti, di suicidi, crimini familiari, esclusioni sociali e di incidenti stradali mortali (le cosiddette stragi del sabato sera). Le cause? Molteplici. Tra cui il disagio esistenziale e la fragilità psicologica di chi affronta l’insostenibile leggerezza della propria vita con mezzi pericolosi come l’alcol. Il fatto poi di vivere in una società consumistica, che spesso ti mette a disposizione il denaro ma non l’educazione ai valori facilita l’abuso alcolico. E la pubblicità. Inutile nasconderlo. E’ un martellamento pressante, subdolo, suadente, senza scampo. Fatto sui  figli di una cultura edonista, radicale e individualista, dove i desideri sono  legge, dove prospera la cultura del rischio e del tutto è lecito,dove l’imperativo è la libertà di auto/determinazione… fino all’auto/distruzione! Una cultura religiosamente indifferente, dove l’adorazione dell’io ha scalzato l’adorazione di Dio. La sfida è proprio quella dell’educazione al valore della propria libertà  fino al corretto e responsabile comportamento davanti al bicchiere da bere, per non  correre il pericolo di essere ‘bevuti’ perdendo così la propria dignità e la vita.

 

ALCOLISMO GIOVANILE L’alcol è il killer numero uno dei giovani americani. Ma anche in Germania e in Italia il consumo di alcol tra i giovani è diventato problematico.

Definizione:

L’alcolismo può essere definito come un cronico disordine comportamentale, caratterizzato dalla ripetuta ingestione di bevande alcoliche in eccesso rispetto agli usi dietetici e/o sociali della comunità, con gravi conseguenze sulla salute del bevitore e sulle sue funzioni socio-economiche (Conte).

Conseguenze:

1.  Con il consumo dell’alcol sono aumentati le gravidanze involontarie, gli stupri, e ora anche l’AIDS. Con l’alcol ogni precauzione scivola via, ogni paura viene esorcizzata. «Un terzo degli omicidi commessi negli Stati Uniti avviene in stato di ubriachezza», denuncia un medico, ufficiale delle forze armate USA. «La metà degli incidenti stradali mortali che uccidono ragazzi avvengono in stato di ubriachezza. Circa 400 mila studenti sono bevitori accaniti prima di arrivare alla terza media; 600 mila si sbronzano regolarmente all’ultimo anno della scuola superiore». E gli studenti universitari escono dai college anche laureati in alcolismo.

2. Lo stato di intossicazione cronica appare immediatamente come una condizione di malattia sia per la disorganizzazione cognitiva della persona e le conseguenze sull’ambiente familiare e sociale, sia per l’induzione di una dipendenza fisica che richiede, pena una dolorosa crisi d’astinenza, la continuazione dell’abitudine tossica. Una più sottile distinzione fra vizio e malattia si pone, invece, circa la motivazione e il contesto che favoriscono l’iniziale abuso e i successivi occasionali episodi d’ebbrezza, da un lato, e, dall’altro, circa la forza morale necessaria alla sopportazione dei disagi dell’astinenza e dei percorsi terapeutici.

3. Una prima riflessione etica si riferisce ad alcune strutture culturali e sociali: dalla ovvia e suadente propaganda delle case produttrici delle bevande alcoliche alla caratterizzazione edonistica della società occidentale volta genericamente, ma in maniera pervasiva, alla soddisfazione del bisogno (del piacere) più che alla sua elaborazione. Inoltre, si pone forte la domanda etica circa la liceità del benessere proprio a scapito del benessere altrui. Se è inevitabile che le condizioni morbose e certe non morbose (scelte di vita, ecc.) causino sofferenza nelle persone che ci circondano, tuttavia ciò che qualifica in senso morale determinate manifestazioni è l’indifferenza al dolore altrui. Tale sentimento varia dall’incomprensione del dolore, alla noncuranza, alla beffa, fino ad arrivare all’esaltazione del potere e del godimento.

4. Nell’uso dell’alcol (come per tutte le droghe in generale) la prevaricazione del benessere altrui è frequente: dall’esposizione di familiari e colleghi a comportamenti inopportuni e disturbanti, alla permalosità e aggressività accresciute dall’intossicazione, fino alle vere e proprie offese fisiche e al patrimonio. Il caso più eclatante e doloroso riguarda l’uso dell’alcol in gravidanza, dove l’esposizione del feto al tossico può portare a futuri danni organici irrimediabili e la cui responsabilità è appena celata dall’ignoranza di quegli effetti.

5. Un altro aspetto importante è l’illusorietà del benessere. Illusorio è il benessere delle bevande alcoliche che sollevano da forme d’ansia patologiche o da fobie sociali, non riconosciute precedentemente come tali, e che, sedate dal farmaco-alcol, lo rendono di conseguenza estremamente appetibile, ne giustificano l’uso e ne reclamano, anzi, la liceità di fronte a tutti quelli che asseriscono il contrario.

6. Infine, i rischi legati all’indebolimento delle capacità superiori della coscienza: ideazione, volizione, assunzione di responsabilità.  L’esperienza della sedazione del malessere, di per sé lecita, favorisce meccanismi psichici di scissione ed espulsione (proiezione) di aspetti inaccettabili (dolorosi) di sé. Questo percorso psichico, che appare assai drammatico, caratterizza lo sviluppo evolutivo di ogni singolo uomo e, in negativo, qualifica in varia misura gli stati di dipendenza dall’alcol, come si mostra anche nell’esperienza terapeutica: l’uso dell’alcol, inficiando in varia misura le capacità cognitive, rallenta e rende meno incisiva la volontà.

Pubblicato da: Irenotta | 23 luglio 2011

Welcome Home

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Welcome to where time stands still
No one leaves and no one will
Moon is full, never seems to change
Just labeled mentally deranged
Dream the same thing every night
I see our freedom in my sight
No locked doors, no windows barred
No things to make my brain seem scarredSleep my friend and you will see
That dream is my reality
They keep me locked up in this cage
Can’t they see that’s why my brain says rage

Sanitarium, leave me be
Sanitarium, just leave me alone

Build my fear of what’s out there
And cannot breathe the open air
Whisper things into my brain
Assuring me that I’m insane
They think our heads are in their hands
But violent use brings violent plans
Keep him tied, it makes him well
He’s getting better, can’t you tell?

No more can they keep us in
Listen, damn it, we will win
They see it right, they see it well
But they think this saves us from our hell

Sanitarium, leave me be
Sanitarium, just leave me alone

Fear of living on
Natives getting restless now
Mutiny in the air
Got some death to do
Mirror stares back hard
Kill, it’s such a friendly word
Seems the only way
For reaching out again

Benvenuto dove il tempo si è fermato
Nessuno se ne va e nessuno se ne andrà
La luna è piena non sembra cambiare mai
Soltanto etichettato mentalmente instabile
Sogno la stessa cosa ogni notte
Vedo la nostra libertà nel mio sguardo
Niente porte chiuse, niente finestre sbarrate
Niente che possa sembrare lesionarmi il cervello Dormi amico mio e vedrai
Che il sogno è la mia realtà
Mi tengono rinchiuso in questa gabbia
Non capiscono che è per questo che il mio cervello esprime rabbia?

Manicomio, lasciatemi stare
Manicomio, lasciatemi solo e basta

Costruiscono la mia paura su ciò che c’è fuori
E non mi lasciano respirare l’aria aperta
Sussurrano cose nella mia testa
Assicurandomi che sono pazzo
Pensano che le nostre teste sono nelle loro mani
Ma un uso violento comporta piani violenti
Tienilo legato, gli fà bene
Sta migliorando, che ne dici?

Non possono più tenerci chiusi
Ascolta dannazione, vinceremo noi
Vedono giusto, vedono bene
Ma pensano che questo ci salvi dal nostro inferno

Manicomio, lasciatemi stare
Manicomio, lasciatemi solo e basta

Paura di continuare a vivere
I compagni non riescono a stare fermi
La ribellione è nell’aria
C’ è qualche morte da compiere
Lo specchio riflette un’ immagine dura
Uccidere, è una parola così amichevole
Sembra l’unico modo
Per uscirne fuori di nuovo

Pubblicato da: Irenotta | 20 luglio 2011

Anche lo svago aiuta a realizzarsi…

Questa società ci porta a lavorare di continuo, ad un’iperattività ed ipercineticità incredibili e senza fine, ad un continuo attivismo, fisico in primis, e mentale per alcuni…Per questo i tempi per la riflessione e per l’ozio sano e costruttivo sono stati sacrificati, con la convinzione di molti che, “essendo queste attività improduttive e non finalizzate a produzione e profitto”, non siano degne di essere annoverate con dignità tra le attività umane…

Leggendo qua e là e nei miei giri di cazzeggio in internet (in realtà stavo cercando un indirizzo per un’amica che ne aveva bisogno…) mi sono imbattuta nel sito di Solidare, Società Cooperativa Sociale ONLUS che si occupa di aiuto e sostegno psicologico, ma anche di attività di prevenzione e trattamento del disagio psicologico e sociale, attraverso la psicoterapia (affidata ad un’equipe di psicologi, psichiatri, educatori, operatori sociali); sul sito c’è una sezione dedicata proprio al tempo libero; viene sottolineato quanto sia importante per l’evoluzione e l’edificazione della persona, per la crescita personale, per l’autoaiuto.

Gli esempi lampanti sono i libri e, soprattutto, il cinema, attività di svago che permette di riflettere rilassandosi…

Ecco uno stralcio dei consigli di letture e di film che vengono fornite a chi legge:

FILM

“Non c’è come un film, una scena o un dialogo del grande schermo per illuminare qualcosa di noi che fino a quel momento era avvolto nel buio.

Premesso che la selezione risente di una inevitabile soggettività – e che alcuni titoli possono fare riflettere su più argomenti, oltre a quello indicato - ecco alcune proposte di Solidare per capire meglio noi stessi e gli altri”.

The tree of life di Terrence Malick
I vissuti della nostra vita sono spesso così: ricordi affastellati, frasi folgoranti, dolori indicibili, silenzi densi di curiosità. La fatica nel fare un film del genere, e a volte nel seguirne lo sviluppo, sta proprio nella sua frammentarietà e nel rifiutare la classica sequenza di scene con un inizio e una fine, che talvolta risultano “artificiali” nel momento in cui ci voltiamo a guardare il nostro passato. Ma proprio qui sta anche la sua grandezza.
Per molti versi ricorda Koyaanisqatsi, un vecchio film passato inosservato.

Habemus Papam di Nanni Moretti
Geniale e inquietante: la storia di un papa che appena eletto si scopre smarrito, atterrito e refrattario all’idea di ricoprire un simile ruolo, gettando il mondo in uno “spazio bianco” ansiogeno, ci riporta alla fatiche dell’uomo moderno di essere all’altezza del proprio compito e delle reciproche aspettative. Lo psicanalista Moretti ci trascina nel surreale, mentre la fragilità di un superbo Michel Piccoli ci conduce nei luoghi del dubbio, quasi un nuovo Cristo che si confonde in strada tra le persone comuni. Uomo tra gli uomini. Smarriti.

Locandina The Tree of Life

Il discorso del re di Tom Hooper
Seguendo con trepida ammirazione le lezioni di dizione che re Giorgio VI prende dall’eclettico logopedista Logue (merito soprattutto delle superbe interpretazioni), è facile vedere in controluce il percorso che paziente e terapeuta intraprendono per portare alla luce il valore e il significato “della parola”, espressione di una voce interiore che fatica a uscire…

Hereafter di Clint Eastwood
Mentre Allen ha appena firmato una commedia che risulta mortifera, il talentuoso Clint affronta il tema della morte riconciliandoci con la vita. Lo fa intrecciando le storie di tre persone – che sul finale si incontreranno “casualmente” a Londra – con un garbo e una leggerezza inconsueti. Dialoghi misurati, osservazioni essenziali, un ritmo pacato che inchioda e un epilogo superbo. Tutti bravissimi gli interpreti. Un capolavoro.

Departures, di Yojiro Takita
Daigo è un violoncellista disoccupato che accetta – con evidente ritrosia - il lavoro di abbellimento dei defunti per il loro ultimo viaggio. A dispetto della trama il film trabocca di amore, e già a metà della storia ti conquista. Difficile trovare un’opera che con tanta grazia e incisività tratti il tema della morte come continuità della vita, attraverso continui spunti (essere figli, genitori, amanti, testimoni) che ripropongono da diversi punti di vista la fatica e lo stupore di vivere. Commovente e toccante.

 

E inoltre…

Genitori e figli
City Island / L’aria salata / Animal Kingdom / Mine vaganti / Anche libero va bene / Big fish / Music box / Kramer contro Kramer / L’amore nascosto / Il mio amico Eric / Little Miss Sunshine / Stella

L’Altro come sofferenza
Un cuore in inverno / The reader

L’Altro come sorpresa
Welcome / Il paese dell’abbondanza / Chocolat / Confidenze troppo intime

Differenze che separano (l’Altro come minaccia)
La zona / L’onda / Crash / Le vite degli altri / La giusta distanza / La casa di sabbia e nebbia / The village / Il dubbio

Differenze che uniscono  (avvicinarsi all’Altro)
L’ospite inatteso / Invictus / Il giardino dei limoni / Cars / Qualcosa è cambiato / Si può fare / Shrek / Una giornata particolare / Indovina chi viene a cena / L’amore ha due facce / Dopo mezzanotte / Due volte genitori / Parada / Ratatouille

Rinascere
Departures / Il concerto / L’uomo che verrà / Un’altra donna / Lo spazio bianco / Gente comune / L’attimo fuggente / L’uomo che verrà

Sentimenti “oltre” la sessualità
Brotherhood, Fratellanza / Le fate ignoranti / Yentl / Brokeback Mountain / Philadelphia / A single man / Transamerica / Domenica maledetta domenica / A qualcuno piace caldo / Saturno contro

Identità in gioco
Terminal / The Truman show / Chorus line / Tootsie

Vite alla prova
I ragazzi stanno bene / Una vita tranquilla / Tra le nuvole / Lourdes / Match point / La vita è bella / Nove vite da donna / American beauty / Good night e good luck / Revolutionary road / Train de vie

La vita col sorriso
Happy family / Gli amici del bar Margherita / Il diavolo veste Prada / Basta che funzioni / Forrest Gump

 

 

 

 

LIBRI

L’edificazione di sè, di Salvatore Natoli
Lo scorso anno era venuto a Solidare a parlare di Etica e felicità, e aveva entusiasmato tutti per la capacità di parlare in maniera semplice di questioni impegnative. In questo suo agile lavoro, uscito poche settimane fa, l’incanto si ripete: qui ci suggerisce alcune “istruzioni sulla vita interiore” passando attraverso la riscoperta delle virtù..

Chiedo scusa, di Francesco Abate e Saverio Mastrofranco (in arte Valerio Mastandrea)
E’  la storia di una lenta e sofferta rinascita. Valter pensa che il mondo debba chiedergli scusa, ma quando una malattia lo porta a un’odissea senza fine nel dolore, sente che è lui a chiedere scusa a tutti. Perché quello che credeva il suo dolore è una goccia del dolore del mondo. Una goccia dell’ingiustizia senza rimedio e spiegazione.
E allora, forse, Valter può scoprire la gioia; la gioia nel saper accettare un “dono” e di vivere. “E’ arrivato un dono per lei”  sono le parole solitamente scandite per chiamare con urgenza un paziente in attesa di trapianto e comunicargli che l’attesa è finita. Una  narrazione commovente, cruda , ma anche un’indimenticabile dichiarazione di speranza.

Tratto da

http://www.repubblica.it/cronaca/2011/07/20/news/g8_il_trauma_psicopolitico_10_anni_dopo-19371943/

A dieci anni dai giorni che sconvolsero Genova, un volume analizza gli effetti che ebbe sulle persone. Gli autori parlano di una sofferenza sociale che le istituzioni non hanno mai affrontato: “I cittadini traumatizzati e delegittimati non si sentono più tali”

di RANIERI SALVADORINI

“A 10 anni dal G8, che cosa è rimasto dentro chi ha vissuto Genova?” È stata la domanda guida uno studio curato da Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto. I due psicologi sociali, che per un decennio hanno coordinato un team di otto ricercatori, si sono smarcati dal tradizionale campo d’indagine “che cosa davvero è accaduto a Genova?”, per centrare l’attenzione sulle persone che in quei giorni erano per le strade, alla Diaz, a Bolzaneto. E hanno subito violenza.

I ricercatori, che in questi anni hanno costruito un articolato dialogo con centinaia di vittime del G8 (con lunghi scambi di email, interviste, questionari), hanno così fondato un nuovo concetto: quello di “trauma psicopolitico”. Perché questo tipo di sofferenza non si fa chiudere nelle griglie di diagnosi – ne sono state presentate molte – come quella per Disturbo post traumatico da stress. C’è dell’altro. “La paura che ancora si portano appresso queste persone, nel quotidiano, è un’emozione politica – dice per esempio Zamperini, che insegna Psicologia sociale all’Università di Padova – e questo significa che hanno subito una violenza simbolica insieme a quella fisica, che ha devastato la loro autostima, ma sopratutto li ha portati ad essere fortemente delegittimati come cittadini”.  “Ancora oggi molti sobbalzano alla vista di una divisa. È una psicologia simile a quella degli immigrati quando si sono regolarizzati – spiega lo studioso – durante il periodo di clandestinità

sviluppano un senso di sfiducia verso tutti quelli che sono in divisa e, anche quando sono a posto, non si sentono mai come gli altri”.

Genova ha colpito chiunque. È la specificità del G8. Accanto ai manifestanti abituati alle durezze della piazza, o ai sindacalisti, a essere colpiti dalle Forze dell’Ordine furono insegnanti, boy scout, famiglie, mondo cattolico, ecc. È questo il vero lascito di Genova, secondo i ricercatori: “ha colpito in modo orizzontale”. L’obiettivo del lavoro è stato così di rintracciare, in questa eterogeneità di storie, un unico “profilo di sofferenza”, capace di svelare il tentativo di chiudere quelle violenze negli studi di psicoterapia, invece che scriverle sui libri di storia contemporanea. Spiegano i ricercatori, raccogliere mille storie con “s” minuscola non sarebbe stato utile a mostrare che è in corso un vero e proprio tentativo di diniego: “ti dò i soldi, ti fai la terapia, e la finiamo qui”. Perché sarebbe “un tentativo di chiudere nel privato un episodio di storia sociale, mentre la sofferenza di quella persone è di tutti noi, dice la dottoressa Marialuisa Menegatto, psicologa e ricercatrice presso la Società italiana di scienze psicosociali per la pace”.

La reazione psicologica. Nelle interviste questo senso di isolamento della sofferenza è emerso in modo forte: “Se una parte di loro – spiega Menegatto – ha potuto attivarsi tramite i comitati, la stragrande maggioranza ancora oggi non ha il coraggio di raccontare ai propri cari quel che ha subito”. È un punto delicato. Quelli con più “risorse” hanno rispedito al mittente, sul piano politico, questo tentativo di delegittimazione. Ma le molte persone “nuove alla piazza”, soprattutto quelle appartenenti al mondo cattolico, continuano attribuirsi l’errore: “E questo relega la sofferenza nel privato – dice la psicologa – e quindi anche il rimedio alla stessa”.

Uomini trattati come animali. Per ricostruire questo profilo di sofferenza gli studiosi hanno studiato la violenza agita dalle Forze dell’Ordine. “Non ci siamo chiesti – dice Zamperini – se chi ha commesso quelle violenze avesse intenzione di farlo come l’ha fatto. Abbiamo cercato di capire quanto questa violenza potesse essere sistematica e disumanizzante. In altre parole, non siamo partiti dalle intenzioni ma dagli effetti prodotti”. Gli studiosi non si sono occupati di quante costole sono state rotte, ma di quanto in profondità abbiano “picchiato” sul piano simbolico. “Si è prodotta la stessa logica di disumanizzazione agita nelle grandi atrocità collettive del Novecento – spiega lo studioso  – è difficile dare un calcio tra le gambe a una persona se la consideri tale, se invece la consideri un animale, un insetto, allora è diverso”.

“Espulsione civica”.
Se una parte di popolazione soffre e le istituzioni non se ne occupano, è in corso “uno scarico civico”. Il tribunale, dicono i ricercatori, in qualche modo ha sanato la ferita, ma solo in parte, ma adesso sono le istituzioni che devono fare dei “gesti di restituzione”. È il momento, cioè, che le istituzioni restituiscano cittadinanza e umanità, di cui a Genova ci fu un “ladrocinio”, per riprendere un termine ricorrente nel lavoro. La restituzione non basterà, è ovvio, ma per ora è “la pagina mancante del G8″. Come Bolzaneto, definita nel lavoro “zona rossa della memoria”, uno spazio dove fisicamente si è cercato di cancellare la memoria del G8, il suo alone di orrore. “Iniziative anche lodevoli, come istituire una biblioteca  -  spiega Zamperini – hanno operato un diniego, tolgono memoria di quel che è accaduto”. Lo squarcio nel vetro alla Stazione di Bologna è il segnale non cancellato di una bomba. E così il lastrone di marmo scheggiato in Piazza della Loggia. “Togliere qualsiasi segno, come invece è stato fatto per Bolzaneto, è come voler voltare pagina senza riconoscere quel che è accaduto in quel luogo. E questo ferisce una seconda volta”.

Il G8 è un tabù? “Abbiamo incrociato un insegnante che da anni cerca di inserire il G8 nella storia contemporanea, scontrandosi con il sistematico ostracismo dei colleghi”. E questo la dice lunga, secondo Menegatto, sul clima di tensione che circonda questo evento. “È curioso – prosegue la psicologa – che si possa parlare nelle scuole, di mafia, di Piazza della Loggia, e di tutte quelle tragedie della nostra storia con ampie falle veritative, mentre di quel che è successo a Genova, dove lo statuto di verità è fortissimo, c’è sempre una tensione altissima”.

Affrontare la realtà. La verità su quel che è accaduto è nero su bianco, sulle carte dei processi che hanno supplito il silenzio istituzionale fungendo da “libri della memoria”, come li hanno definiti gli studiosi. Si entra così in una zona spinosa: prendersi in carico Genova, oltre le intenzioni di chi ne è stato protagonista. “Rispetto a quanto è accaduto, nonostante permangano alcune zone d’ombra, ancora oggi l’analisi, il dibattito, sembrano prigionieri dell’ethos del conflitto. E secondo Zamperini tutto ciò trattiene i vari protagonisti nel loro passato, irretiti in una logica di contrapposizione. Chiude lo psicologo: “E’ necessario considerare che il G8 ha prodotto degli effetti pratici che vanno oltre le intenzioni di chi li ha messi in campo, ed è dagli aspetti pratici la collettività deve ripartire, facendosene carico”. Perché come dicono in apertura gli studiosi, ben sa la scienza, la psicologia come le neuroscienze, che “tutto si può dire del passato, fuorché che sia passato”.

“Cittadinanza politica e trauma psicopolitico.  Dopo il G8 di Genova: il lavoro della memoria e la ricostruzione delle relazioni sociali”
Prefazione di Nando Dalla Chiesa
Liguori Editore, 18.99 euro, 200 pag.
Il ricavato andrà al Comitato Verità e Giustizia per Genova

(20 luglio 2011)

Pubblicato da: Irenotta | 20 luglio 2011

Genova 2001 – Cronologia ANSA del 20 Luglio

Da www.ilfattoquotidiano.it, 20/07/2011

Dieci anni fa, venerdì 20 luglio 2001 si apriva il G8 di Genova. Una giornata contraddistinta da scontri di piazza e soprattutto dalla morte del manifestante Carlo Giuliani. Ma quell’evento drammatico non è l’unico di un pomeriggio in cui si capì subito che la situazione era sfuggita di mano e che l’intero weekend sarebbe stato caratterizzato da una guerriglia senza regole. Oggi sono tantissime le ricostruzioni, le testimonianze, le verità processuali sull’accaduto che parlano di “democrazia sospesa”. Ma come è stata raccontata quella giornata in presa diretta? Qui di seguito una cronologia ora per ora con i lanci dell’agenzia Ansa del 20 luglio 2001, con titoli originali e orari di pubblicazione: gli arrivi dei manifestanti in città, i falsi allarmi bomba, poi la violazione della “zona Rossa”, l’assalto a Marassi, i black block infiltrati nei cortei, le cariche della polizia, in particolare quella di via Tolemaide che ha preceduto le “voci di un manifestante morto in via Caffa”. E la conferma, pochi minuti dopo. E ancora i primi commenti a caldo e l’appello del sindaco di Genova in vista della grande manifestazione del 21 luglio.

7.05 – G8: MANIFESTANTI TRENO ANTI-GLOBAL VERSO GENOVA SU PULLMAN (ANSA) – ROMA, 20 LUG – Sono stati fatti salire dalla polizia francese su sei pullman i circa 300 manifestanti anti-global che erano a bordo del treno proveniente da Londra – e diretto a Ventimiglia – deviato in nottata a Modane. Una giornalista freelance che era a bordo del convoglio, ha riferito che la polizia francese ha detto ai dimostranti che li avrebbe trasferiti a Genova con i pullman.

10.16 – G8: TERZO TRENO SPECIALE DA TORINO, PARTITE 180 PERSONE INTANTO CONTINUANO I FALSI ALLARMI BOMBA IN CITTA’ (ANSA) – TORINO, 20 LUG – E’ partito stamane alle 8.35 dalla stazione di Porta Nuova, con 10 minuti di ritardo, il terzo e ultimo treno speciale organizzato dal Torino Social Forum per portare a Genova i manifestanti che parteciperanno alle iniziative contro il G8. Intanto stamattina altri due falsi allarme bomba hanno mobilitato le forze dell’ ordine. Sono 180 i militanti (circa 150 si erano prenotati nei giorni scorsi e una trentina si sono aggiunti stamane alla spicciolata) che sono partiti con le tre carrozze straordinarie aggiunte al treno diretto per Novi Ligure, citta’ dove il gruppo verra’ poi trasferito su un servizio navetta con arrivo a Genova nella tarda mattinata. Altri due treni del Torino Social Forum erano partiti ieri, mentre il grosso dei manifestanti torinesi e piemontesi arrivera’ nel capoluogo ligure domattina con una formazione di oltre 40 pullman. Stamane le operazioni di imbarco sono filate via in modo assolutamente tranquillo. Lo spiegamento di poliziotti impegnati nei controlli era molto minore di quello del primo giorno: sono stati sequestrati solo due o tre caschi di plastica, di quelli gialli da muratore, che gli stessi manifestanti hanno lasciato prima di salire sul treno. Per quanto riguarda la psicosi attentati, dopo quello di ieri mattina presso il Santuario della Consolata, continuano a Torino i falsi allarmi bomba, alimentati dalla febbrile atmosfera pre-G8. Il primo ha riguardato la presenza di un involucro sospetto nella centralissima Piazza Castello, che pero’, dopo i controlli della polizia, ha rivelato al suo interno solo panni sporchi. Altra segnalazione, sempre stamattina, un po’ piu’ in periferia, in Corso Tassoni, dove e’ stata trovata una valigia, che pero’, oltre a rivelarsi vuota, era stata gettata via da un residente nei pressi di un cassonetto.

11.53 – G8: ASSEDIO; IL VIA ALLE 14 CON SUONO SIRENA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Sara’ il suono di una sirena alle 14 a segnare l’ inizio dell’azione. Da quel momento, nei vari punti di assedio alla zona rossa, i vari gruppi manifesteranno secondo diverse modalita’ per protestare contro la morsa di ferro in cui e’ stata chiusa la citta’ per il vertice dei G8. I contestatori tutti insieme alle 14, al suono della sirena si sdraieranno per terra. Intanto nelle varie piazze tematiche organizzate dal Gsf si stanno completando i raduni.

12.16 – G8: PROTESTE; A MIGLIAIA IN PIAZZA DA NOVI, SPUNTANO MAZZE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – In piazza Paolo da Novi, una delle piazze piu’ vicine alla zona rossa, si stanno concentrando migliaia di persone: lavoratori Cobas, ragazzi dei centri sociali e del Network per i diritti globali. Si attendono entro le 14 circa settemila persone. Attorno alla piazza, pero’, si stanno gia’ componendo gruppi estranei al movimento, secondo Piero Bernocchi dei Cobas, con caschi, mazze e con i volti coperti. Si tratterebbe di frange estranee al Genoa social forum, forse ”black block”, anarchici insurrezionalisti.

12.31 – +++G8: PROTESTE; PRIMI SCONTRI, POLIZIA SPARA LACRIMOGENI+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Sono cominciati gli scontri tra dimostranti e polizia nella zona di piazza Paolo da Novi. La polizia ha cominciato a carica re i dimostranti e lancia lacrimogeni.Nei pressi di piazza Da Novi la polizia ha caricato il gruppo di estremisti che stava affrontando le forze dell’ ordine con lancio di pietre e uso di mazze. Alla carica della polizia gli estremisti, che si proteggono con maschere, caschi e mazze, hanno risposto dapprima lanciando pietre e poi sono fuggiti verso piazza Palermo, in direzione Levante. Le forze dell’ ordine hanno lanciato lacrimogeni e stanno cercando di bloccare gli estremisti al centro di un cordone di agenti.

12.48 – G8: PROTESTE; INFERMIERE BASTONATO PER ERRORE DA POLIZIA ERA IN SERVIZIO, E’ STATO PRESO A CALCI E MANGANELLATE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – In piazza Savonarola la carica della polizia ha colpito per errore un infermiere professionale che stava telefonando in una cabina e che aveva il volto coperto da un fazzoletto per proteggersi dai lacrimogeni. I poliziotti gli si sono avventati addosso nonostante urlasse ”sono un medico, sono un medico”. Decine di manganellate, di calci, anche quando l’ uomo era a terra. L’ uomo e’ stato poi soccorso dal gruppo medico del Genoa social forum e portato in ospedale. Si chiama Lorenzo Marvelli ed e’ in salvo. E’ un infermiere professionale venuto da Pescara. ”Guardate come mi hanno conciato – ha detto – E pensare che ero venuto qui per curare la gente. Incredibile”.

13.17 – G8: VIA AL VERTICE, DURI SCONTRI PER LE STRADE DI GENOVA BATTAGLIA FRA POLIZIA ED ANARCHICI BLACK BLOCK (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – In coincidenza con l’inizio del summit del G8 a Palazzo Ducale sono cominciati i primi duri scontri fra polizia e frange estremiste di manifestanti nelle strade di Genova, in alcuni casi con uso di lacrimogeni da parte degli agenti e con lancio di pietre e almeno due bottiglie molotov da parte dei dimostranti. Gli anarchici di Black Block sono partiti in corteo da Corso Torino verso Piazzale Kennedy ed hanno cominciato a fracassare vetrine al loro passaggio. Gli scontri tra dimostranti e polizia hanno avuto inizio nella zona di piazza Paolo da Novi. La polizia ha cominciato a caricare i dimostranti ed a lanciare lacrimogeni: in breve fitte nuvole di fumo si sono alzate sopra la citta’. Alla cariche della polizia gli estremisti, che si proteggono con maschere, caschi e mazze e sono circa 400, hanno risposto lanciando pietre e poi sono fuggiti verso piazza Palermo, in direzione Levante. Gli anarchici, tutti vestiti di nero ed armati di spranghe bastoni e pietre, si sono poi concentrati in piazza Tommaseo, nel quartiere Foce (vicino al quartier generale del Genoa Scoiasl Forum) e hanno in breve ridotto la zona circostante ad un campo di battaglia metropolitano: cassonetti bruciati, diverse auto in fiamme, sanpietrini divelti dal selciato. Fittissimo anche qui il lancio di lacrimogeni da parte della polizia e di molotov da parte dei dimostranti: gli agenti hanno dunque cominciato a caricare ed a sgombrare Piazza Tommaseo.

14.47 – +++G8: PROTESTE; VIOLATA ZONA ROSSA IN PIAZZA DANTE +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – La zona rossa e’ stata violata in piazza Dante da quattro giovani che sono riusciti a sfondare il varco di accesso. La polizia ha cercato di respingere l’ assalto con gli idranti, allontanando un gruppo piu’ folto che tentava di entrare.

14.57 – +++G8: PROTESTE; ANARCHICI ATTACCANO CARCERE MARASSI+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Gli anarchici hanno attaccato il carcere di Marassi. Vengono lanciate bottiglie molotov e sassi. Sono state infrante le finestre degli uffici al primo piano. Tre bottiglie molotov sono state lanciate contro il portone e le finestre del carcere, bersagliati anche da una grandinata di sassi. Una persiana ha preso fuoco. Due furgoni e tre auto dei carabinieri, che presidiavano l’ istituto di pena hanno tentato una reazione con un carosello, I militari hanno lanciato lacrimogeni, ma hanno dovuto ripiegare per inferiorita’ numerica.

14.57 – G8: PROTESTE; TUTE BIANCHE, I VIOLENTI SONO DEGLI INFAMI (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – I ‘disobbedienti’ del Carlini, le Tute bianche, hanno criticato i manifestanti coinvolti nelle violenze, dicendo che sono degli ”infami”. Il corteo dei ‘disobbedienti’ sta arrivando presso il centro della citta’. All’ incrocio tra corso Gastaldi e via Tolemaide, di fronte a due carcasse di auto bruciate dagli anarchici passati da li’ circa due ore prima, dalla testa del corteo e’ stato ribadito ai megafoni il no alla violenza. ”Queste auto bruciate, tutto questo – hanno gridato – non e’ disobbedienza civile. Coloro che hanno fatto tutto questo sono degli infami”.

15.17 – G8: PROTESTE; VIOLAZIONE SIMBOLICA ZONA ROSSA, SALE TENSIONE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Dopo un primo momento di calma, seguito alla violazione simbolica della zona rossa compiuta da quattro ragazzi, in piazza Dante sta salendo la tensione. I manifestanti premono infatti sulla grata che viene sostenuta all’ interno della zona rossa da un autoblindo. Due mezzi della Forestale sui quali sono montati degli idranti hanno acceso i motori e sono pronti ad intervenire. Un reparto di agenti di polizia, in assetto antisommossa, e’ schierato una ventina di metri piu’ indietro a difesa della strada che conduce al Palazzo Ducale, a circa 200 metri di distanza.

15.30 – +++G8: PROTESTE; POLIZIA CARICA IN PIAZZA MANIN, FERITI+++ TRA I FERITI ANCHE PARLAMENTARE PRC ELETTRA DEIANA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – La Polizia ha caricato in piazza Manin il gruppo di anarchici ”black block” che era davanti al presidio della rete Lilliput, dei pacifisti e delle donne. Alcuni dimostranti, tra i quali la parlamentare di Prc Elettra Deiana, sono rimasti feriti. I pacifisti della rete Lilliput e l’ on. Elettra Deiana erano seduti per terra con le mani alzate, dipinte di bianco. Quando la polizia ha lanciato i lacrimogeni e caricato gli anarchici, sono stati travolti anche loro e sono rimasti feriti. Il gruppo degli anarchici ha proseguito la sua azione come se nulla fosse accaduto e si e’ attestato in via Palestro. Da qui, approfittando della strada in discesa, ha cominciato a lanciare cassonetti di rifiuti contro lo schieramento di Polizia.

15.52 – G8: PROTESTE; VIOLAZIONE SIMBOLICA ZONA ROSSA, LA DINAMICA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – La violazione, seppur simbolica, della zona rossa, da parte di antiglobal e’ avvenuta all’ altezza di un cancello al centro della lunga inferriata che taglia in due piazza Dante. Per oltre un’ ora, oltre a battere sistematicamente contro le grate di ferro gridando slogan e lanciando bottiglie d’ acqua, torsoli di mela e palloncini oltre l’ ostacolo all’ indirizzo delle forze dell’ ordine, alcuni manifestanti hanno iniziato a premere ripetutamente sulle ante del cancello, fino ad aprirlo. Un urlo di gioia si e’ levato nel gruppo quando una delle due ante si e’ spalancata. Quattro antiglobal sono riusciti ad entrare nella zona rossa passando in uno stretto corridoio tra il cancello divelto e una grata applicata alla parte anteriore di un mezzo blindato sistemato ad ulteriore protezione del varco. Dopo pochi metri i quattro ”violatori” sono stati bloccati dalle forze dell’ ordine e respinti oltre il varco.

16.18 – G8: PROTESTE, SECONDO SKY NEWS POLIZIOTTO HA SPARATO IN ARIA (ANSA) – LONDRA, 20 LUG – L’emittente satellitare britannica Sky News ha detto che un poliziotto ha sparato colpi di arma da fuoco in aria a Genova. Secondo il racconto fatto dall’inviata di Sky, l’agente era stato circondato da un gruppo di manifestanti.

16.51 – +++G8: PROTESTE; AGNOLETTO INVITA A LASCIARE LA PIAZZA+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Il portavoce del Gsf, Vittorio Agnoletto, ha invitato con un megafono i manifestanti in piazza Dante a lasciare la piazza. Ha cosi’ accolto l’ appello del sindaco Pericu. I dimostranti pacifici si stanno gia’ ritirando. ”Abbiamo vinto” ha ripetuto due volte in italiano e una volta in inglese. ”Perfino il sindaco della citta’ – ha aggiunto Agnoletto – ha detto che la polizia ha esagerato”. Il leader del GSF ha quindi invitato i manifestanti a lasciare la piazza e a formare un corteo. I manifestanti lo hanno ascoltato e poco a poco stanno liberando l’ area. Alcuni irriducibili restano pero’ appoggiati alle grate e non accennano a muoversi.

17.23 – G8: PROTESTE, TUTE BIANCHE SI RITIRANO VERSO STADIO CARLINI (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Migliaia di tute bianche stanno arretrando verso lo stadio Carlini. L’appello di Vittorio Agnoletto pare aver sortito i primi effetti. Dall’incrocio fra corso Torino e via Tolemaide, dove erano schierate, proprio nel cuore della zona della guerriglia, le tute bianche stanno tornando indietro verso lo stadio Carlini lungo via Gastaldi. Dalla zona del corteo delle tute bianche si sentono provenire scoppi a ripetizione e ancora si nota il fumo dei lacrimogeni. Il corteo in questo momento ha raggiunto la zona di San Martino.

17.26 – +++ G8: BERLUSCONI, CHI SI OPPONE A G8 COMBATTE OCCIDENTE+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”Chi si oppone al G8, non combatte otto protagonisti eletti democraticamente nei loro Paesi, ma combatte l’occidente, combatte la sua filosofia, combatte la libera iniziativa e il libero mercato”. Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nella cerimonia di presentazione del Fondo per la salute e la lotta all’Aids.Il presidente del Consiglio ha aggiunto, nel suo breve intervento, che, ”progredendo nel libero mercato e nella difesa dei diritti di tutti, ci puo’ essere una ricchezza che aumenta per tutti”. Inoltre, bisogna fare del nostro ”pianeta, in questo passaggio di millennio, un pianeta che guardi al futuro concretamente, operando affinche’ il futuro sia un futuro di benessere, di liberta’, di sicurezza e di salute per – ha concluso – il maggior numero possibile dei suoi abitanti”.

17.44 – G8: PROTESTE, RIPRENDONO SCONTRI IN VIA TOLEMAIDE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Dopo una lunga pausa sono ripartiti gli scontri in via Tolemaide. Una parte delle migliaia di giovani dello stadio Carlini, fermi all’incrocio con corso Torino, ha cercato di ritornare verso il centro cittadino. A questo punto e’ partita un’ autoblindo della polizia verso i giovani in corteo, seguita da un folto numero di agenti che hanno lanciato lacrimogeni. Le forze dell’ordine hanno intimato con i manganelli alzati di fermarsi. L’intera zona e’ ad altissimo rischio, tra macchine sfondate, capovolte, e vetrine infrante. Anche i giornalisti sono stati invitati ad allontanarsi.

18.00 – +++G8: PROTESTE; VOCI SU GIOVANE MORTO IN VIA CAFFA+++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Secondo una soccorritrice volontaria del Genoa Social Forum, un giovane dimostrante sarebbe morto in via Caffa, nei pressi di piazza Tommaseo. Ma la notizia, sparsasi tra i dimostranti, non ha trovato sinora conferma ne’ dalla Polizia ne’ dal 118.

18.01 – +++G8: PROTESTE; CONFERMATA DA AUTORITA’ MORTE DIMOSTRANTE++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – La notizia della morte di un dimostrante ha trovato conferma da fonti della Polizia. Il corpo del giovane, intorno ai vent’ anni si trova in via Caffa, coperto da un telo bianco. Secondo quanto riferito da una volontaria del soccorso del GSF, di nome Valeria, il ragazzo morto, di neppure 20 anni, avrebbe due segni evidenti sul viso: uno sotto l’ occhio destro, ”come di un colpo di pietra” ha spiegato la giovane; l’ altro sulla fronte, ”e questo – ha aggiunto – non sembrava un colpo di pietra”. Secondo altre informazioni, riferite da infermieri intervenuti per soccorrere il giovane, la vittima sarebbe invece stato investito da un mezzo. Il corpo del ragazzo si trova ancora a terra, coperto con un lenzuolo bianco, in via Caffa, una strada che collega piazza Alimonda a piazza Tommaseo, dove si sono svolti gli scontri piu’ violenti. Sul posto si stanno recando il magistrato di turno, un funzionario di polizia ed un medico legale per verificare le cause della morte del giovane. Nella zona della tragedia nel pomeriggio e’ avvenuta una fitta sassaiola.

18.28 – +++ G8: PROTESTE, DONNA GRAVEMENTE FERITA, TESTIMONI +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Una donna sarebbe stata ferita in maniera grave nella zona intorno a Via Caffa, la stessa dove e’ morto un dimostrante. Lo riferiscono alcuni testimoni.(ANSA).

18.34 – G8: MANIFESTANTE MORTO; TESTIMONE, COSI’ L’HANNO COLPITO EDIZIONE STRAORDINARIA DEL TG1 CON LE IMMAGINI DEL CADAVERE (ANSA) – ROMA, 20 LUG – ”Ero a cinque metri dal ragazzo, e’ stato colpito sotto la fronte, vicino all’occhio, da un colpo di pistola o da un fumogeno sparato dal camioncino dei carabinieri. Poteva colpire anche me”. E’ la testimonianza data nell’edizione straordinaria del Tg1 durante la quale sono andate in onda le immagini del ragazzo morto. Era stata Rainews 24 la prima emittente a dare, alle 18, la conferma dela morte del ragazzo negli incidenti di Genova. Subito dopo, alle 18,05, la programmazione della prima rete Rai e’ stata interrotta con un’edizione straordinaria del Tg1 di dieci minuti. Durante il Tg1, oltre alle immagini del ragazzo morto, e’ andata in onda la ricostruzione del testimone.

18.38 – G8: PROTESTE, TESTIMONI RACCONTANO PESTAGGIO DIMOSTRANTE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Alcuni testimoni degli incidenti avvenuti nel pomeriggio nella zona di via Montevideo hanno raccontato di un ragazzo rimasto gravemente ferito per un pestaggio ad opera dei poliziotti. ”E’ arrivata a tutta velocita’ una camionetta della polizia – ha detto ai giornalisti l’ avvocato Andrea Sandra -, si e’ avvicinata ad un ragazzo isolato, sono scesi i celerini bardati da combattimento. Il ragazzo era disarmato e non diceva nulla. L’ hanno buttato a terra e l’ hanno picchiato. E’ intervenuta una collega avvocato che e’ stata allontanata e hanno continuato a picchiarlo”. Il pestaggio del giovane dimostrante e’ stato confermato anche da una donna e dal figlio. ”Le madri della zona – hanno raccontato – dalle finestre gridavano ‘Basta, lo state ammazzando, fermatevi’. E’ intervenuto anche un signore, sulla cinquantina, che e’ uscito dal portone di casa ed ha cercato di bloccare i poliziotti: ha ripetuto ‘basta, fermatevi, basta’. Poi il ragazzo, tutto insanguinato, e’ stato caricato su una camionetta e portato via. Questa citta’ oggi e’ in mano a tutta questa gente”.

18.41 – G8: MANIFESTANTE MORTO; GRIDA ‘ASSASSINI’ CONTRO FORZE ORDINE (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Manifestanti si stanno concentrando in piazza Alimonda, dove il cadavere del ragazzo ucciso e’ tuttora a terra. Un cordone di uomini delle forze dell’ ordine circonda il cadavere. Contro i carabinieri e i poliziotti e’ cominciato anche un lancio di pietre e vengono lanciate grida di ”assassini, assassini!”. Secondo quanto riferito da una reporter del giornale alternativo francese Transfer, giunto sul luogo dell’ incidente nel momento stesso in cui avvenivano gli scontri, il ragazzo morto sarebbe stato colpito alla testa. Non ha precisato se da un colpo di arma da fuoco o da un lacrimogeno.

18.56 – G8: PROTESTE; 1 MORTO E 85 FERITI, BILANCIO ORE 18.30 (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – E’ di un morto e 85 feriti il bilancio alle 18:30 degli scontri di oggi a Genova. Lo si apprende dall’ unita’ sanitaria della Regione Liguria per il G8. Un altro giovane dimostrante sarebbe ricoverato in gravi condizioni all’ ospedale San Martino. Sara’ inoltre operato a breve il carabiniere con l’ orbita sfondata, colpito da una bomba carta in Corso Torino.

19.02 – G8: MANIFESTANTE MORTO; AGNOLETTO, PROVE SPARI FORZE ORDINE CI SONO VIDEO E PROVE ”INEQUIVOCABILI” CHE HA SPARATO -(ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Il portavoce del Genoa Social Forum, Vittorio Agnoletto, ha annunciato che ci sono video e prove ”inequivocabili” del fatto che ”la polizia, quando ha caricato le tute bianche e i giovani comunisti ha sparato: e quando si spara si spara per uccidere”. Agnoletto ha riferito le notizie che sono giunte finora al GSF: un morto, un ragazzo giovane, forse di venti anni. ”Sembra che sia stato colpito – ha detto Agnoletto – da un colpo di pistola”. In questo momento i gruppi del Genoa Social Forum sono divisi in tre luoghi. In piazzale Kennedy, accanto al palco dove si e’ esibito Manu Chao, c’e’ una parte dei manifestanti. Secondo quanto ha riferito Agnoletto, le tute bianche e i giovani comunisti sono bloccati al Carlini, la Rete Lilliput e gli altri pacifisti che erano a Castelletto sono fermi a Brignole. ”Starebbero trattando – ha detto Agnoletto – con la polizia per riuscire a raggiungere piazzale Kennedy”.

19.02 – +++ G8: MANIFESTANTE MORTO; CIAMPI, SGOMENTO E DOLORE IMMENSO +++ DICO AI DIMOSTRANTI ‘CESSATE OGNI VIOLENZA’ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”Provo sgomento e dolore immenso per la giovane vita spezzata. Mi rivolgo – ha detto il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi – ai dimostranti perche’ cessi da subito questa cieca violenza che non da’ contributo alcuno alla soluzione dei problemi della poverta’ nel mondo. Il vertice che stiamo tenendo a Genova vede per la prima volta riuniti insieme i responsabili dei Paesi industrializzati e dei Paesi poveri del mondo e i vertici delle istituzioni internazionali in cui gli uni e gli altri collaborano congiuntamente. Le grandi attese e speranze suscitate da questo vertice non debbono essere vanificate da atti insensati, indegni della nostra democrazia e della nostra civilta”’.

19.08 – G8: MANIFESTANTE MORTO, RIMOSSO IL CORPO (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Sempre protetto da un cordone di manifestanti, e’ rimasto circa un’ ora sul selciato di piazza Gaetano Alimonda il corpo del giovane manifestante morto negli scontri a Genova. Alle 19 e’ giunta sul posto un mezzo dell’ azienda trasporti funebri di Genova, sempre protetto dal cordone di agenti, e il corpo e’ stato portato via, mentre molti dei giovani presenti urlavano ”assassini, assassini”. Non si hanno particolari certi sulla nazionalita’ della vittima. Secondo i manifestanti che dicono di conoscerlo, si tratterebbe di un ragazzo spagnolo, forse basco, di circa venti anni.

19.12 – +++ G8: MANIFESTANTE MORTO; NUOVI SCONTRI PIAZZA ALIMONDA +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Subito dopo la rimozione del corpo della giovane vittima i manifestanti presenti all’ angolo tra via Caffa e piazza Alimonda hanno gettato di tutto contro le forze dell’ ordine che arretravano. Da una parte volavano bottiglie molotov, pietre, bottiglie vuote; dall’altra i lacrimogeni.

19.13 – +++ G8: BERLUSCONI, MI UNISCO AL DOLORE DI CIAMPI +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”Mi unisco ai sentimenti di dolore del presidente della Repubblica”, ha detto il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, che si trovava insieme a Carlo Azeglio Ciampi alla Prefettura di Genova. Cosi’ Berlusconi ha commentato i gravi incidenti. ”Mi spiace quanto e’ accaduto sia stato contestuale agli sforzi che nel G8 si sono portati innanzi proprio per uno sforzo aggiuntivo rispetto a cio’ che fino ad ora si e’ fatto per combattere la poverta’ e le grandi epidemie nel mondo. Per la prima volta come ha ricordato il presidente Ciampi, il G8 si e’ aperto anche a Paesi in via di sviluppo e insieme a loro stiamo tentando di trovare una soluzione che sia nuova e piu’ efficace, proprio per rimediare a questi gravi inconvenienti (epidemie, malattie, poverta’ e dolore), che riguardano una larga parte della popolazione mondiale”.

19.32 – G8: GSF; OLTRE 100 FERMATI, IMPEDITI CONTATTI CON LEGALI (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Sono oltre cento, secondo i legali del Genoa social forum, i ragazzi che si trovano in questo momento in questura fermati o arrestati. Secondo quanto riferito dall’ associazione giuristi democratici, ”viene loro impedito di mettersi in contatto con difensori. Questo – hanno detto in una conferenza stampa del Gsf – e’ una violazione gravissima dei diritti costituzionali che crediamo, tra l’ altro, avallata dalla procura”. L’ associazione giuristi democratici – e’ stato riferito – e’ impegnata a tentare di mettersi in contatto con i ragazzi bloccati dalle forze dell’ ordine.

19.34 – G8: SMENTITE DA POLIZIA VOCI SU SECONDA VITTIMA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Fonti della polizia hanno smentito che ci sia stata una seconda vittima negli scontri di Genova. La voce, che ha continuato a circolare anche negli ambienti politici, si riferiva ad un giovane rimasto gravemente ferito in scontri in via Montevideo, a poche decine di metri da via Caffa, dove e’ morto l’ altro dimostrante. La vicinanza tra i due luoghi fa ritenere che i testimoni abbiano confuso i due episodi. Anche il 118, in serata, dopo la polizia, ha smentito ufficialmente le voci di una seconda vittima. L’ ipotesi si era diffusa nel tardo pomeriggio e riguardava una delle persone ricoverate negli ospedali genovesi a seguito degli scontri fra dimostranti e polizia.

19.41 – G8: MANIFESTANTE MORTO; TESTIMONI, UCCISO DA COLPO ARMA FUOCO (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Secondo alcune testimonianze, la morte del giovane sarebbe stata causata da un colpo di pistola sparato da un componente delle forze dell’ ordine, forse un carabiniere, che si trovava all’ interno di un mezzo circondato da una folla di manifestanti. Il militare avrebbe impugnato l’ arma e avrebbe sparato per difendersi dall’ assalto dei manifestanti. Sulla vicenda, oltre alla procura di Genova stanno indagando i carabinieri. Sul punto dove il ragazzo e’ stato trovato morto, c’ e’ una pozza di sangue oramai rappreso coperto da segatura, sulla quale sono gia’ stati collocati moltissimi fiori rossi presi da un’ aiuola di fronte alla chiesa di Piazza Alimonda e sistemati in un bossolo di lacrimogeno, usato come portafiori. Nello stesso punto e’ stata posata una canottiera bianca con alcune scritte fatte a pennarello, la piu’ grande delle quali, in rosso dice ”respect”.

20.11 – G8: ATTAC DENUNCIA, MINISTRO INTERNI AVEVA ESCLUSO USO ARMI (ANSA) – PARIGI, 20 LUG – Il responsabile delle relazioni internazionali dell’associazione Attac-France, Christophe Aguitton, ha definito la morte del giovane manifestante a Genova ”il fatto piu’ drammatico che potesse accadere”. Ha poi denunciato ”il ministro degli interni che aveva garantito in modo formale che nessun poliziotto avrebbe usato armi”. Intervistato da Genova dall’emittente RTL, Aguitton si e’ detto ”costernato” e ha denunciato l’atteggiamento della polizia italiana e dei gruppi anarchici ”che non hanno assolutamente nulla a che vedere” con l’essenziale dei manifestanti, che sono ”pacifisti”.

20.28 – G8: PROTESTE; AGNOLETTO, BLOCCO NERO E’ SPUNTATO INDISTURBATO (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”E’ assolutamente incomprensibile come 400 violenti del cosiddetto blocco nero, conosciuti dalle varie polizie, abbiamo potuto spuntare stamane poco prima delle 11:00 nel mezzo delle nostre iniziative”. Il portavoce del Genoa social forum, Vittorio Agnoletto, ha confermato che stamane, poco prima delle 11:00, i ‘Black Blocks’ hanno fatto inaspettatamente la loro comparsa in piazza Paolo da Novi dove il Gsf, i lavoratori dei cobas e il network per i diritti globali avrebbero dato vita alla propria manifestazione. ”Si sono presentati con strumenti di tutti i tipi – ha detto Agnoletto -; io chiedo quindi alle forze dell’ ordine e al capo della polizia, che hanno fermato treni e traghetti di persone pacifiche, come questi 400 siano potuti arrivare nel centro di Genova”. ”E chiedo – ha proseguito Agnoletto – perche’ poi le cariche delle forze dell’ ordine sono state fatte in modo tale da spingere queste persone nei cortei, nei quali si sono infiltrati”.

20.51 – +++ G8: MANIFESTANTE MORTO; BUSH, UN FATTO TRAGICO +++ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Il presidente americano George W. Bush considera la morte di un manifestante a Genova ”un fatto tragico”: lo ha detto un alto funzionario della Casa Bianca. ”Il presidente Bush e’ stato informato delle violenze, dei feriti e del morto. Il presidente si rammarica delle violenze, considera il ferimento di agenti e di manifestanti molto lamentevole e giudica la morte di un manifestante un fatto tragico”. La reazione della Casa Bianca alle violenze e alla tragedia e’ venuta quando i leader dei Grandi stavano per iniziare la cena che chiude la prima giornata dei loro lavori. Prima del Vertice, a piu’ riprese, il presidente Bush aveva espresso il suo parere che ”i nemici della globalizzazione e della liberalizzazione degli scambi non sono amici dei poveri”.

21.24 – G8: PROTESTE; UN MINUTO DI SILENZIO AL GSF (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Un minuto di silenzio e’ stato osservato dalle migliaia di manifestanti presenti a Piazzale Kennedy, questa sera, alle 21.15. Intanto sono riuniti i responsabili dei diversi gruppi del Genoa social forum per valutare la situazione. Dal palco e’ stato annunciato che il Tg5 ha mostrato la sequenza di immagini conclusasi con la morte del ragazzo. L’ appuntamento con la manifestazione di domani e’ stato confermato con forza da tutte le componenti del Gsf.

21.53 – G8: SINDACO E GIUNTA CHIEDONO SICUREZZA PER CITTA’ (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”Assicurare lo svolgimento del vertice non deve escludere che venga garantita la sicurezza di tutta la citta”’. Lo chiedono il sindaco di Genova, Giuseppe Pericu, e la giunta comunale, riunita questa sera in seduta straordinaria, al ministro degli interni Claudio Scajola. Nell’ esprimere ”il profondo cordoglio per la morte del giovane manifestante e la piu’ sincera partecipazione per tutti coloro che sono stati feriti negli scontri”, e’ scritto in una nota diffusa in serata, la giunta ritiene ”inaccettabile che lo svolgimento di un vertice internazionale sollevi un tale livello di contraddizioni e di contrapposizioni capace di provocare la morte di persone”. (…) Nel lasciare agli organizzatori la valutazione dell’ opportunita’ di effettuare la marcia a suo tempo programmata per domani, ”se verra’ deciso di effettuarla la giunta chiede che si svolga pacificamente e senza recare ulteriori ferite alla citta”’. Infine la Giunta comunale ritiene che ”tutti coloro che hanno subito danni debbono essere risarciti ed operera’ affinche’ si raggiunga questo risultato” e ha garantito che ”gli uffici comunali gia’ da questa sera inizieranno a fare quanto di loro competenza per ridare vivibilita’ alle zone cosi’ gravemente danneggiate”.

22.37 – G8:MANIFESTANTE MORTO; CARABINIERE FOTO INTERROGATO A ORE (ANSA) – ROMA, 20 LUG – Sara’ interrogato nelle prossime ore dal magistrato il carabiniere ritratto nelle fotografie che documentano l’incidente nel quale ha perso la vita un giovane manifestante a Genova. Il militare si trova in ospedale perche’, durante gli scontri, ha riportato ferite alla testa e alle braccia. I manifestanti infatti, secondo quanto si e’ appreso, hanno accerchiato la camionetta dei carabinieri e rotto il vetro che ha ferito il militare. Il carabiniere, che e’ gia’ stato sentito dai suoi colleghi, sara’ interrogato dal magistrato in ospedale.

23.02 – +++ G8: MANIFESTANTE MORTO; IDENTIFICATA LA VITTIMA +++ (ANSA) – ROMA, 20 LUG – Il giovane manifestante morto nel pomeriggio a Genova durante gli scontri con le forze dell’ordine si chiamava Carlo Giuliani. Era di Roma, ma residente a Genova. A quanto si e’ appreso aveva precedenti per resistenza a pubblico ufficiale e per oltraggio.

23.29 – G8: PRODI, MORTE RAGAZZO UNA TRAGEDIA PER NOSTRI PROPOSITI (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – ”La morte di quel ragazzo e’ una tragedia per gli scopi che ci siamo proposti”: cosi’ Romano Prodi, presidente della Commissione europea, commenta la morte del giovane manifestante durante gli scontri a margine del G8 di Genova. ”Mi addolora – ha dichiarato Prodi, uscendo dal pranzo offerto in prefettura dal Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi – il grande senso di distanza tra coloro che lavorano dentro la stanza e tutto il mondo che e’ fuori”. Ai cronisti che gli chiedevano se sia il caso di sospendere il G8, Prodi ha risposto: ”non sono io che posso prendere queste decisioni. Quello che posso dire e’ che oggi e’ stato fatto un lavoro serio, pieno di spirito di cooperazione, rivolto nella direzione giusta”.

23.32 – G8: NOTTE TRA PAURA E STANCHEZZA, DOMANI TIMORE NUOVI SCONTRI GENOVA, MANIFESTANTI SI RITIRANO STREMATI DA UNA LUNGA GIORNATA (ANSA) – GENOVA, 20 LUG – Erano le 23 quando sul cielo di Genova per l’ ennesima volta si e’ alzato in volo un elicottero per continuare il controllo della citta’. Quel volo notturno e’ l’ emblema di come Genova si appresta a vivere la notte di vigilia della grande manifestazione di domani. Dopo la lotta senza quartiere della giornata, le tute bianche sono tornate a concentrarsi allo stadio Carlini: sono 5, 6 mila persone riunite in assemblea dalle 8 di sera. Stremate: in molti si lamentano della mancanza di acqua, di viveri. Le entrate allo stadio, cosi’ come le uscite, sono presidiate dalla polizia che vieta ogni ingresso. Gli agenti non sono peraltro presenti in misura massiccia, e su tutti prevale la stanchezza estrema da ogni punto di vista. Gli anarchici e altri centri sociali sono invece tornati al circolo ‘Pinelli’, alla ‘Sciorba’, nel quartiere di Marassi. Anch’essi stremati, riferiscono i portavoce del circolo. Non sono segnalate particolari tensioni, cosi’ come non c’e’ tensione ma solo stanchezza alla scuola Diaz, concentramento del Genoa Social Forum, dove peraltro prevale la delusione e la rabbia per la giornata di guerriglia. L’ intera citta’ di Genova resta comunque presidiata da un ingente numero di reparti di polizia e carabinieri. Tutto il perimetro della ‘zona rossa’ continua ad protetto da decine di camionette, ed anche la polizia a cavallo se necessario e’ pronta a intervenire. Una convinzione e’ comunque diffusa, sia tra le forze dell’ordine, sia tra i ragazzi dei centri sociali: domani non e’ escluso che ci siano altri scontri. Ma c’e’ una grande differenza con la tensione che a Genova si respirava la notte precedente: nelle ore della vigilia, si attendevano gli scontri come gesto di sfida al G8. Questa notte, invece, la morte di Carlo Giuliani e’ presente col suo significato pesantissimo. Per quanto i portavoce delle tute bianche radunate al Carlini non abbiamo dubbi: ”E’ un ragazzo che non abbiamo mai sentito nominare. Non e’ dei nostri. E’ un black blocker, su questo non c’e’ alcun dubbio”. Analoga la risposta degli anarchici genovesi, radunati alla ‘Sciorba’. ”Non sappiamo chi sia”. Dai ‘Black Block’, invece, nessun commento. Le tute nere sembrano invece essersi dissolte. Scese dalle colline di Albaro questa mattina, dopo aver messo a ferro e a fuoco dalla citta’, si sono volatilizzate. Ma sono in molti a ritenere che domani si rifaranno vive a suon di spranghe, molotov e bastoni.

 

IL PUNTO DI VISTA DI UN POLIZIOTTO (Non sono tutti uguali, N.d.r): “Mancò chiarezza”; ordini confusi e giovani impreparati allo sbaraglio

GENOVA – Lo sgomento, la preoccupazione, la sensazione che ”sarebbero successe cose che potevano travolgerci”. Ma soprattutto, ”la totale mancanza di chiarezza: perche’ in quei giorni Genova venne commissariata dal Viminale e da questo punto di vista lo e’ ancora. La chiarezza manco’ in quei giorni e su quei fatti manca ancora”. Roberto Traverso, poliziotto, segretario generale provinciale del Silp-Cgil, ricorda i giorni del G8 di Genova. Parla, e il piano umano e quello professionale si fondono.

Oggi come allora, la voce e’ intrisa di tensione, preoccupazione, dolore. Dieci anni fa, in quei giorni che cambiarono la storia, Traverso si trovava al Palasport dove era stata costituita una postazione sindacale della polizia. Quando arrivarono le prime notizie di disordini ”abbiamo provato un profondo sgomento – ricorda – e abbiamo cominciato ad avvertire la totale mancanza di chiarezza sui fatti”. Genova, continua Traverso, ”venne commissariata 10 giorni prima del G8. E lo e’ ancora. Ci fu un commissariamento dell’attivita’ con una linea d’azione che partiva dal centro”. I disordini, poi la morte di Carlo Giuliani. Quando arrivo’ la notizia ”si diffuse tra noi un forte senso di sgomento. Ci chiedevamo come fosse possibile che la situazione fosse precipitata cosi’ – si interroga ancora oggi – che fosse successa una cosa come quella. Sentivamo che qualcosa stava per travolgerci”. Non trova le parole, Traverso, perche’ ancor oggi lo spessore di quel dolore e’ intatto.

”Posso dire qualcosa di tecnico: e cioe’ che la pistola e’ l’ultima cosa che devi usare, anche se in quel momento non si trattava piu’ di solo ordine pubblico. Ma ci chiedevamo perche’ sia stato mandato in ordine pubblico personale impreparato. Ci chiedevamo perche’ fosse successo”. Il mondo intero guardava i poliziotti di Genova, ”e ci sarebbe voluto qualcuno che ci spiegava cosa stava succedendo – ammette il poliziotto-sindacalista – ma non c’era”. La citta’ era irriconoscibile: un inferno fatto di macchine in fiamme, di dolore, di lacrime e di sangue. ”Il personale impiegato era tantissimo: 15 mila, tra polizia, carabinieri e guardia di finanza, ma sembravamo pochissimi. Tre giorni prima dell’inizio – spiega Traverso – la zona gialla fu abolita e cosi’ il personale all’interno della zona rossa era di 7 mila unita’. Tantissimi. Altri 8 mila erano fuori, pochissimi. E i funzionari non conoscevano il territorio”. Dopo la morte di Giuliani c’e’ stata quella che fu definita, proprio da un poliziotto, ”la macelleria messicana” della Diaz, poi Bolzaneto.

”Ho cercato di trovare una spiegazione tecnica, cercavo di capire perche’ eravamo arrivati a questo. Forse, dopo ore e ore di servizio il personale aveva in corpo troppa adrenalina, come pentole a pressione sul punto di esplodere. Il personale del reparto mobile, a oggi, a causa dei continui tagli di personale fa fino a 200 ore di straordinario al mese”. Il G8 di Genova ha segnato una svolta in negativo dei rapporti tra citta’ e polizia. ”Ma la polizia continua a garantire sicurezza – sottolinea – ed e’ amata dalla gente. E la polizia sa che la protesta di piazza, quella democratica, va sempre tutelata perche’ e’ l’unica che puo’ portare il cambiamento. Ma ci sono alcuni, pochissimi, soggetti che entrano nelle piazze per destabilizzare. Vanno isolati e in questo chiediamo aiuto alla magistratura, nei confronti della quale mai si e’ esaurita la fiducia”. (Da Ansa.it, 20/07/2011)

Pubblicato da: Irenotta | 20 luglio 2011

Genova 2001 – Genova 2011 LORO LA CRISI. NOI LA SPERANZA

Tratto da: www.piazzacarlogiuliani.org

Dieci anni fa centinaia di migliaia di persone, giovani e adulti, donne ed uomini, di tutto il mondo si diedero appuntamento a Genova per denunciare i pericoli della globalizzazione neoliberista e per contestare i potenti del G8, intenti a convincere il mondo che trasformare tutto in merce avrebbe prodotto benessere per tutti.
Le persone che manifestavano a Genova erano parte di un grande movimento “per un mondo diverso possibile” diffuso in tutto il pianeta. Era nato a Seattle nel 1999 con una grande alleanza fra sindacati e movimenti sociali, e ancor prima nelle selve del Chiapas messicano. Nel gennaio 2001 si era incontrato nel grande Forum Sociale Mondiale a Porto Alegre in Brasile che aveva riunito la società civile, i movimenti, le organizzazioni democratiche di tutto il mondo.
Quel movimento diceva – e ancora oggi dice – che la religione del mercato senza regole avrebbe portato al mondo più ingiustizie, più sfruttamento, più guerre, più violenza. Che avrebbe distrutto la natura, messo a rischio la possibilità di convivenza e persino la vita nel pianeta. Che non ci sarebbe stata più ricchezza per tutti ma, piuttosto, nuovi muri, fisici e culturali, tra i nord ed i sud del mondo. Non la pacificazione, conseguenza della “fine della storia”, ma lo “scontro di civiltà”.
Avevamo ragione, e i fatti lo hanno ampiamente confermato. Ora lo sanno tutti. Ma dieci anni fa, per aver detto solo la verità, venimmo repressi in maniera brutale e spietata.
La città di Genova fu violentata fisicamente e moralmente. Le regole di una democrazia, che sempre prevede la possibilità del dissenso e della protesta, vennero sospese e calpestate. Un ragazzo fu ucciso. Migliaia vennero percossi, feriti, arrestati, torturati. Eravamo le vittime, ma per anni hanno tentato di farci passare per i colpevoli.
Oggi, le ragioni di allora sono ancora più evidenti. Una minoranza di avidi privilegiati pare aver dichiarato una guerra totale al resto dell’umanità e all’intera madre Terra. Dopo aver creato una crisi mondiale mai vista cercano ancora di approfittarne, rapinando a più non posso le ultime risorse naturali disponibili e distruggendo i diritti e le garanzie sociali messe a protezione del resto dell’umanità in due secoli di lotte.
E’ un progetto distruttivo: ha prodotto la guerra globale permanente, l’attacco totale ai diritti (al lavoro e del lavoro, alla salute, all’istruzione, alla libertà di movimento, alle differenze culturali e di genere nonché alle scelte sessuali), la rapina dei beni comuni, la distruzione dell’ambiente, il cambiamento climatico e il saccheggio dei territori.
Ormai è chiaro a tanti e tante, a molti più di quanti erano a Genova dieci anni fa, che solo cambiando radicalmente direzione si può dare all’umanità una speranza di futuro, impedendo la catastrofe che i poteri dominanti, sia pure in crisi, stanno continuando a preparare.
Proponiamo a tutte/i coloro che da quei giorni non hanno mai smesso di portare avanti le ragioni di allora e a tutte/i coloro che, pur non avendo avuto la possibilità di partecipare a quelle elaborazioni, ogni giorno costruiscono elementi di un mondo diverso con le loro lotte, le loro rivendicazioni, le loro pratiche, di costruire insieme da oggi le condizioni per incontrarsi a Genova nel luglio del 2011, per tessere reti più forti di resistenza, di solidarietà, di costruzione di alternativa alla barbarie e di speranza.
Viviamo in un mondo che continua a non piacerci, un mondo che continua ad avere tutte le caratteristiche che abbiamo fortemente denunciato 10 anni fa, se possibile ancora più accentuate, attraversato da profonde crisi etiche, morali, democratiche che aggravano e rendono più pericolosa la crisi economica e finanziaria. Ma, allo stesso tempo, viviamo anche in un mondo che, a partire dal nuovo protagonismo dei popoli dell’America Latina, esprime un forte sentimento di cambiamento.
Ripensare, recuperare, allargare ed aggiornare lo “spirito di Genova” che ha segnato una generazione può aiutare. Non a guardare indietro, a quella che ormai è storia, ma a guardare avanti, al futuro che abbiamo tutti e tutte la responsabilità di costruire.

Tratto da www.senzasoste.it

A dieci anni dai tragici fatti di Genova proponiamo e riproponiamo due articoli. Il primo di Pino d’Agostino che ripercorre le strategie repressive e il ruolo della polizia a Genova in occasione del G8 fino ai successivi avanzamenti di carriera per i poliziotti condannati. Il secondo un documento del 2001 di Claudio Albertani sulla composizione politica di quelle giornate dai black bloc agli zapatisti passando per i pacifisti.
Pur non condividendone alcuni passaggi in entrambi i documenti, riconosciamo il valore documentario di una ricostruzione che apre ad una riflessione articolata sulle vicende genovesi e sul movimento dell’epoca. Agli storici, e a coloro che si occupano di storiografia politica, il compito di un lavoro strutturato su questi temi. Senza rancori e rimozioni. red. 20 luglio 2011

G8 di Genova: 3650 giorni dopo. Per non dimenticare la ‘macelleria messicana’

genova2001G8 di Genova anno 2001, scuola Diaz. “Mi hanno bastonata e presa a calci, si divertivano a sentire i miei gemiti”. Racconta la fuga disperata al quarto piano, l’ultimo piano della scuola Diaz. Era in preda al panico mentre quelli, i “tutori dell’ordine”, sfondavano la porta. Quindi trovò un nascondiglio “in un piccolo locale vicino all’ascensore, una dispensa”. Lei e il suo ragazzo avevano deciso di presentarsi con le braccia alzate se la polizia li avesse trovati. Purtroppo i poliziotti li trovarono, e purtroppo le braccia alzate servirono a poco. Lena Z. ha oggi 34 anni, ne aveva 24 al G8, quando tornò a casa, ad Amburgo, con le costole fratturate e lesioni che comportano tuttora una riduzione della capacità polmonare del 30 per cento. “Nella dispensa – ha raccontato la giovane tedesca rispondendo al pm Enrico Zucca – siamo rimasti pochissimo, poi abbiamo sentito passi pesanti, di stivali, e altri rumori come se la polizia stesse picchiando con i bastoni sul muro. Sono arrivati e hanno aperto la porta. Il mio ragazzo è stato trascinato fuori subito, lo hanno circondato e hanno iniziato a colpirlo con il bastone”. Quel ragazzo fu massacrato da delinquenti in divisa, in soprannumero e a volto coperto. Delinquenti e vigliacchi, e ancor più vigliacchi perché agirono “coperti” e protetti da una divisa. “Io ero rimasta là, nella dispensa. Mi hanno tirata fuori per i capelli, credo di essere caduta quasi subito. Ero sdraiata e mi colpivano con calci alla schiena e bastonate ai fianchi. Ho sentito le mie costole che si fratturavano. Un poliziotto mi ha picchiato col ginocchio tra le gambe. Loro continuavano a picchiarmi e io sono scivolata di nuovo a terra. Avevo la sensazione che si stessero divertendo. Così ho deciso di non gridare più per non invogliarli a colpire ancora. Ero sdraiata contro il muro, mi hanno spinta a calci verso le scale e mi hanno buttata giù, uno mi teneva per i capelli, avevo la testa all’altezza della sua anca e le gambe pendevano indietro. E da dietro altri poliziotti mi picchiavano ancora. Al secondo piano mi hanno gettata su altre due persone già a terra. Non si sono mossi. Mi sono accorta del sangue che scorreva sulla mia faccia, non riuscivo più a muovere il braccio destro. I poliziotti sono passati più volte accanto a me e ognuno di loro si fermava a sputarmi in faccia, alzandosi la visiera e togliendosi il fazzoletto rosso”. Questa era la testimonianza della giovane tedesca la cui foto con il volto coperto di sangue fece il giro del mondo. Pochi le credettero al processo. Poi, a distanza di quasi 6 anni, nel 2007, Michelangelo Fournier, all’epoca del G8 vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma, descrisse quello che vide al momento dell’irruzione nella scuola Diaz: “Sembrava una macelleria messicana”. Poche parole, agghiaccianti, la cui crudezza dà, più di mille discorsi, il senso preciso di quel che fu quella spietata mattanza.
scuola_diazEppure la descrizione che Fournier aveva fornito inizialmente era stata ben diversa. Ma gli va riconosciuto e dato onore che fu uno dei pochissimi ad avere la forza di dire, anche se in ritardo, come realmente erano andate le cose. Quelle terribili parole non le dimenticheremo mai. Ma ne disse anche altre Fournier, e altrettanto gravi: “Arrivato al primo piano dell’istituto ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sono rimasto terrorizzato quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Pensavo addirittura che stesse morendo. Fu a quel punto che gridai: basta basta, e cacciai via i poliziotti che picchiavano. Intorno alla ragazza, per terra, c’erano dei grumi che sul momento mi sembrarono materia cerebrale”. Il dato di fatto è che con il pretesto di una sassaiola inesistente, della presenza di due molotov e di un altrettanto inventato accoltellamento, giustificarono il massacro di sessantuno persone, spaccando milze, teste ed ossa, senza pietà. Per arrestare 93 innocenti, i nostri “guardiani della legalità” arrivarono anche a manipolare le prove, o meglio, a inventarle e costruirle (come le false bottiglie molotov). Dal processo emergono le responsabilità dei superpoliziotti coinvolti nel massacro. Il 22 luglio del 2001, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi dichiara alle telecamere: “Ho avuto questa mattina una telefonata del ministro degli Interni, che mi ha rappresentato il ritrovamento di armi improprie all’interno del Genoa Social Forum e la individuazione di 60 persone appartenenti alle squadre violente che si erano occultate, tra gli esponenti stessi del Genoa Social Forum. […] non c’era una distinzione tra coloro che hanno operato la violenza e la guerriglia e gli esponenti del Genoa Social Forum che, anzi, avrebbero favorito e coperto questa loro presenza”. Degno premier di un paese “democratico” che consente scempi del genere. Lo stesso giorno la Polizia di Stato organizza una conferenza stampa nel corso della quale i giornalisti non possono fare domande, ma solo ascoltare la lettura di questo comunicato: …”Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. Sono state sequestrate armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Le indagini successive hanno rivelato una verità differente: il Vicequestore Pasquale Guaglione, ha dichiarato ai PM genovesi che quelle bottiglie furono in realtà ritrovate da lui sul lungomare di Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente.
g8genovaMa il G8 di Genova non fu solo la Diaz. G8 sono stati i Black bloc che attaccano e le forze dell’ordine che li ignorano e preferiscono scagliarsi con cariche e lacrimogeni contro i cortei autorizzati. Nell’inchiesta diranno che si erano sbagliati perché non conoscevano la città. G8 è soprattutto l’assassinio di Carlo Giuliani e il tentativo di attribuire la morte ai suoi compagni: “Siete stati voi a ucciderlo, bastardi, con le vostre pietre”. Così urlavano i carabinieri. E per un momento forse tutti ci abbiamo creduto. E poi le torture nel “carcere” di Bolzaneto. Dieci anni fa la città di Genova fu violentata. Le regole della democrazia sospese e calpestate, gli fu sputato addosso. Un ragazzo fu ucciso. Migliaia vennero percossi senza alcuna ragione, senza aver fatto nulla, solo per il fatto che erano lì. Giorni che passano e ferite che ancora non si rimarginano, ed è meglio che sia così, che quelle ferite non si chiudano mai, perché ci costringeranno a non dimenticare. Quel movimento pacifico fece paura e fu stroncato a Genova con una repressione senza precedenti, come forse neanche in un regime dittatoriale sudamericano degli anni ‘70 ci si sarebbe azzardato a fare. Eppure eravamo in Italia ed era il 2001. E i responsabili di tali violenze, pur essendo stati condannati, sono ancora al loro posto, e molti sono stati promossi ai vertici del ministero dell’Interno. E anche il premier di allora, quel presidente del consiglio che tentò di proteggerli, è ancora qui. Strano paese il nostro…
Amnesty International definì quella mattanza la più grave violazione dei diritti umani dal secondo dopoguerra. Non c’è nessun altro Paese al mondo che abbia i vertici delle polizie e dei servizi segreti condannati in appello. E le immagini di quel G8 scorrono ancora davanti agli occhi di tanti di noi. E fanno male, tanto male. Ma non ai nostri occhi, ai nostri cuori e, spero, alle nostre teste. E mi auguro che questo dolore resti lì per sempre, come monito per il futuro.
Mi calo il cappello sugli occhi e mi addormento.
 
Pino D’Agostino da Interno 18
 
 
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Blocchi Neri, Tute Bianche e Zapatisti nel movimento antiglobalizzazione

Tutti i mali che nascono nelle repubbliche si devono alle violente inimicizie che dividono la nobiltà dal popolo perché, mentre l’una vuole comandare, l’altro non vuole obbedire. [Niccolò Machiavelli]

…s’è accesa, a poco a poco, una nuova epoca d’incendi, di cui nessuno di coloro i quali vivono ora vedrà la fine: l’obbedienza è morta. [Guy Debord]

Piu’ di mezzo secolo fa, George Orwell scrisse che una societa’ perviene ad essere totalitaria quando le sue strutture diventano palesemente artificiali, cioe’ quando la classe dominante riesce a sostenersi unicamente grazie alla forza e all’inganno. Una tale societa’ non puo’ permettersi di essere tollerante, ne’ puo’ autorizzare un resoconto veridico di cio’ che accade.
Oggi il Grande Fratello e’ al governo ovunque e combattere le sue menzogne risulta piu’ difficile che ai tempi di Orwell. Lo si e’ visto in occasione delle manifestazioni contro il vertice dei potenti, tenuto a Genova a fine luglio 2001.
Ci e’ parso utile, per ristabilire la verita’, provare a ricomporre frammenti di quel resoconto, come strumenti da mettere a disposizione di chiunque intenda liberamente avvalersene.
In quei giorni erano all’opera un numero impressionante – forse centomila – fra microfoni, macchine fotografiche, cineprese e videocamere, la qual cosa, se da un lato ha attizzato la curiosita’ malevola dei pubblici ministeri, dall’altro ha reso piu’ facili la memoria e il ripensamento critico.
Inoltre, grazie alla creazione di Radio Gap e al suo sito Internet (www.radiogap.net/it ), l’informazione e’ circolata in tempo reale ed ha potuto essere seguita in piu’ lingue da qualsiasi parte del mondo.
Ci siamo dunque avvalsi di questo materiale e delle testimonianze che coloro i quali sono stati a Genova hanno, in prima persona registrato.
In un’epoca che pare avere perduto ogni certezza, e’ molto difficile prevedere quali potranno essere gli sviluppi di questo movimento, ma di sicuro, per molto tempo non potremo percorrere la via accidentata della liberazione umana, senza ricordarci di Genova.

1. Genova: un esercizio di democrazia totalitaria

La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato d’eccezione” in cui viviamo e’ la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo. Allora ci stara’ davanti, come nostro compito, di suscitare il vero stato d’eccezione…
W. Benjamin

polizia01In preparazione del vertice, la citta’ venne smontata e ricomposta in base a criteri che aggiornavano l’urbanistica controinsurrezionale del barone Haussmann, l’architetto che, dopo la rivoluzione del 1848 aveva demolito interi quartieri di Parigi per prevenire la costruzione di barricate e consentire i movimenti dell’artiglieria.
In bilico fra l’ostentazione del proprio potere e la consapevolezza di una crescente impopolarita’, i signori governanti avevano stabilito di asserragliarsi nella «zona rossa». L’accesso rimase consentito solo a residenti – invitati in ogni modo a prendersi una piccola vacanza e diffidati comunque a non stendere antiestetiche mutande (?!) nelle vie proibite – portaborse, funzionari, giornalisti accreditati di un «passaporto interno».
Intorno, a dividere in due la citta’, ventimila tra poliziotti, finanzieri e carabinieri, tremila militari, paracadutisti, guardie carcerarie, marines, avieri, incursori, sommozzatori, e specialisti della guerra batteriologica, nucleare e chimica.
Nel contempo la temperatura politica veniva alzata artificialmente grazie a un maldestro remake della strategia della tensione: lettere-bomba, piccoli attentati, falsi allarme. Una mossa prevedibile. In Italia, ogniqualvolta appare un movimento di protesta, i corpi separati dello stato rimestano nel torbido.
Il 19 luglio, Genova aveva ormai assunto l’aspetto kafkiano di una citta’ blindata e semi abbandonata: chiuse le stazioni ferroviarie, chiusi il porto e l’aeroporto, chiusa la strada sopraelevata lungo il mare come pure il principale accesso autostradale, chiusi gli accessi alle spiagge, chiusi i posti di lavoro, sospesi i matrimoni, le operazioni chirurgiche, i funerali, capillare ed ossessivo il controllo sul territorio e lo sfoggio di potenza militare. Nemmeno ai tempi dell’occupazione nazista o durante la grande sollevazione del luglio 1960, si era giunti a tanto.
Quel giorno, nel corso di una pacifica manifestazione per la tutela dei migranti (quelli residenti a Genova poco presenti in piazza, per via delle minacce recapitate dalla polizia, casa per casa, nelle settimane precedenti), cio’ che si pote’ constatare fu l’incompatibilita’ della libera circolazione di tutti, e non solo dei clandestini, con la sicurezza dei governanti. Nell’ansia di difendersi dalle migliaia di assedianti giunti dai cinque continenti, e per verificare l’efficacia di nuovi dispositivi di dominio, essi avevano sospeso per decreto la rassicurante cappa della normalita’ sociale.
La citta’ era a tal punto intasata da reti metalliche barriere, percorsi obbligati e labirinti ossessionanti, che il suo attraversamento a piedi da Ovest a Est – d’abitudine una bella passeggiata per il centro storico piu’ grande d’Europa – avrebbe richiesto un percorso di varie ore attraverso i monti!
Il 20 luglio, quando tra calici di vino e linguine al pesto (rigorosamente senz’aglio, per compiacere le idiosincrasie alimentari del satrapo Berlusconi) l’e'lite globale – il senato virtuale del mondo, secondo la definizione di Noam Chomsky – si fu riunita infine a Palazzo Ducale per ragionare amabilmente del destino dell’umanita’, poco lontano, al di la’ delle barriere protettive, una parte di quell’umanita’ decise di riprendere in mano il proprio destino.
La reazione non si fece attendere. Il cielo fu solcato da assordanti elicotteri da combattimento da cui – come nel film Apocalypse Now – si affacciavano, minacciose, le sagome dei gorilla di stato armati fino ai denti. Piu’ sotto, squadracce di poliziotti e carabinieri sfogavano i loro istinti sadici contro manifestanti inermi e seminudi, arretrando di fronte ai Black Blocs i quali, altrove, colpivano con efficacia carceri, banche, commissariati e supermercati.
La sera del 21 gli sbirri, ansiosi di scrollare dai manganelli la polvere di troppi anni di quiete sociale, devastavano due scuole dove si trovavano centinaia di manifestanti. In una di esse, aveva sede il centro multimediale del movimento.
Gli arrestati, per la maggior parte sorpresi nel sonno, vennero massacrati al canto di Faccetta nera, la vecchia canzone fascista. Le violenze continuarono negli ospedali, nelle caserme, nelle carceri, scandite da slogan inequivocabili «Un, due, tre, evviva Pinochet, / quattro, cinque, sei, diamo fuoco agli ebrei, / sette, otto, nove, il negretto non commuove».
Piu’ ancora di questo misero folklore, se vi e’ un elemento nella condotta del governo italiano che davvero richiama il fascismo, e’ l’inquietante modo di dare la caccia ai manifestanti, non gia’ perche’ facessero qualcosa di proibito o si astenessero da qualcosa di obbligatorio (non ci furono ne’ intimazioni di sgombero, ne’ ordini di scioglimento; la polizia, semplicemente, assali’ il corteo), ma, come dei nuovi ebrei, per la semplice colpa di esistere.
Il bilancio fu di proporzioni belliche: piu’ di 300 arresti, 600 feriti, decine di teste fracassate, braccia e gambe spezzate, un numero imprecisato di torturati in caserma, forse qualche desaparecido, e l’odore acre del sangue di un morto sull’asfalto ardente.
Fu un esperimento di controguerriglia freddamente pianificato nelle alte sfere dell’e'lite mondiale o, semplicemente, una bravata del centrodestra nazionale ansioso di consumare sui «rossi» la vendetta per la cacciata di quarantun anni prima?
La tempestiva proposta tedesca di creare una forza europea antisommossa, l’insistenza che si leva da ogni parte per la creazione di un’anagrafe internazionale dei sovversivi, farebbero propendere per la prima ipotesi, pero’ la questione rimane aperta.
A Genova si trovava riassunto il peggio di due anni di repressioni globali: le torture e i canti nazisti a Praga e a Napoli, la rete metallica a Quebec, il blocco delle vie di fuga ancora a Napoli, l’assalto alle scuole concesse al movimento e i colpi di pistola ad altezza d’uomo a Goteborg.
Mentre Berlusconi non arrossiva proclamando: «Il G8 ha lavorato bene e, per la prima volta, si e’ aperto alla societa’ civile», da parte sua, il fiammeggiante vice primo ministro, Gianfranco Fini, avvertiva: «il nostro e’ uno stato democratico dove nessuno ha il diritto di pensare che vi siano soppressioni di liberta’».
Il messaggio e’ chiaro: il nostro e’ il migliore dei mondi possibili, nessuno si azzardi a sollevare obiezioni. E, giustamente, il ruolo di polizia del pensiero, i neofascisti al governo – eredi proprio di chi il vocabolo «totalitarismo» lo invento’ – lo reclamano per se’.

2. Elogio del provocatore

Carlo Giuliani non era “vestito di nero”. Non era un anarchico insurrezionalista. Non era uno squatter. Non era un punkabbestia. Era solo un ragazzo arrabbiato contro questo mondo, che si e’ difeso uccidendolo.Non era uno dei pochi, era uno dei tanti.

Genova: pochi o molti? Comunicato firmato Alcuni anarchici 24.7.01

black_bloc_genovaMentre le polizie ed i governi del mondo – in special modo quello italiano – riesumavano il logoro fantasma dell’anarchico bombarolo, stampa e televisione scoprirono un nuovo filone su cui campare: il misterioso Black Bloc, ultimo antieroe della guerra sociale.
Poiche’ la verita’ non si annovera tra le aspirazioni dei giornalisti, un elenco delle loro menzogne risulterebbe lungo e tedioso. Con modeste varianti, il ritornello e’ questo: da Seattle in poi, gruppi di manifestanti buoni protestano in maniera civile contro la globalizzazione neoliberale. Organizzano seminari, gruppi di studio, incontri. Hanno delle proposte. Vorrebbero essere ascoltati. E magari lo sarebbero anche se alcuni parassiti non ne approfittassero per compiere atti di vandalismo sconsiderato.
Il loro nome e’ Black Bloc, vestono di nero e, come ninja, appaiono e scompaiono con grande rapidita’. Silenziosi e misteriosi, vengono da lontano: Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Paesi Baschi (e qui si evocava il fantasma di ETA…), Grecia, Europa Orientale.
C’erano tutti gli elementi per costruire il mostro: il cattivo anarchico non e’, di preferenza, un prodotto nostrano. Un’idea questa, del male in genere e dell’anarchico in particolare, di chiaro stampo statunitense: il nazionalismo nordamericano contemporaneo si forma, fra l’altro, intorno alla campagna contro i sovversivi stranieri.
«Zanzare agili e veloci, prive di consenso, che rappresentano una disgrazia per tutti» – li definira’ la Tuta Bianca Marco Beltrami, portavoce del «Laboratorio del Nord-Ovest», dimenticando che, prima di Genova, in un’intervista con un esponente dei BB americani, la rivista Carta, vicina al suo gruppo, aveva addirittura manifestato un interesse a diventarne l’interlocutore privilegiato in Italia.
Inoltre, in giugno, a Goteborg, Tute Bianche e BB si erano trovati in piazza insieme, senza particolare conflitti. Fu, solo dopo il 20 luglio, che le Tute individuarono nei BB il capro espiatorio ideale.
«Perche’ non li hanno fermati alla frontiera?», tuonarono tutti i quotidiani, compresi Liberazione e Manifesto, che fino al giorno prima avevano strepitato a favore della libera circolazione dei manifestanti.
Nelle ore successive alla morte di Carlo Giuliani circolarono tutte le ipotesi, comprese le piu’ stravaganti. Hooligans? Infiltrati? Tifosi diffidati cui era stata garantita l’impunita’? Agenti al servizio di interessi oscuri? Di sicuro, comunque, provocatori.
Ogniqualvolta ci si imbatte nella parola «provocatore», emerge inevitabilmente una mescolanza di rabbia e di simpatia. Rabbia perche’ chi non abbia interamente abdicato alla memoria non puo’ proprio sopportare la riscoperta del linguaggio sinistro – «provocatore anarchico» – che reca l’impronta sanguinosa di Stalin. Simpatia perche’, a ben guardare, le esperienze rivoluzionarie piu’ significative del Novecento non avrebbero avuto luogo se non ci fossero stati dei «provocatori» a provocarle.
Provocatori furono di volta in volta gli insorti di Kronstadt; gli anarchici e i comunisti libertari nella Spagna del 1937; gli operai in rivolta nei paesi chiamati socialisti, a Berlino, Budapest, Danzica; i ribelli di maggio in Francia e quelli del 1977 in Italia.
Forse non tutti ricordano che, nel gennaio 1994, la medesima etichetta fu affibbiata anche agli zapatisti messicani per essersi azzardati a tagliare, con la loro pretesa di vivere nella liberta’ e nella dignita’, la fallimentare strada verso il potere della sinistra elettorale.

3. Black Blocs. Demolitori di vetrine. Demolitori di menzogne.

Signori il tempo della vita e’ breve, e se viviamo, viviamo per calpestare i re
William Shakespeare
Slogan del Network per i diritti globali

Roberto Bui, ideatore di Luther Blissett, aspirante nuovo leader delle Tute Bianche, scrisse in rete che, «nel momento in cui le pratiche del BB sono state usate contro di noi, dobbiamo dire con forza che queste persone sono politicamente morte. E se avessero un minimo di intelligenza dovrebbero essere i primi a fare l’esame di coscienza e suicidare un’esperienza che si e’, di fatto, conclusa a Genova» (23 luglio, Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.).

4. La lunga marcia delle Tute Bianche

“Sapevano cosa volevamo fare e avrebbero potuto permetterci di violare la zona rossa. La verita’ pero’ e’ che sono stati i carabinieri a far saltare tutto”
Luca Casarini, Il Nuovo, 27.8.01

“Non conta aver dato la propria parola. E’ a chi l’hai data, che conta”
Dutch – Ernest Borgnine, nel film “Il mucchio selvaggio”
1969, di Sam Peckinpah

Tute_biancheLe Tute Bianche amano presentarsi come un movimento di tipo nuovo, creativo, nonviolento. Sebbene provengano da esperienze operaiste ed ultra leniniste piuttosto truculente la cui espressione teorica e’ l’opera di Toni Negri, ripudiano adesso l’idea della conquista del potere, rifiutano i modelli monolitici e ostentano l’influenza degli zapatisti messicani e, piu’ precisamente, l’influenza del subcomandante Marcos.
L’immagine e’ falsa. Infatti, aldila’ delle apparenze, le Tute rassomigliano piu’ ad un partito tradizionale con tanto di leader – ora chiamati portavoce –, una separazione netta tra dirigenti ed esecutori, un’ideologia che si allontana sempre piu’ dalla pratica, un raffinato lavoro di lobbying istituzionale, e perfino candidati a cariche elettive nelle amministrazioni comunali e regionali.
Le Tute Bianche sono violente o nonviolente? Diciamo che difendono violentemente le ragioni della nonviolenza. Mentre, ad esempio, i Black Bloc, attaccano la proprieta’, le Tute amano spaccare la testa di coloro che contravvengono le loro regole.
I paradossi non finiscono qui: nonostante l’antipatia sovente manifestata in Italia nei confronti dei libertari e delle loro idee, essi coltivano all’estero la fama di essere anarchici. In Messico, dove hanno fatto molto chiasso, sono considerati degli irresponsabili. Ed in Italia sono riusciti a gettare il discreto sul tentativo, nobile all’inizio, di creare un movimento neozapatista nel nostro paese.
In realta’, la pratica delle Tute Bianche nasce all’interno dell’Associazione Ya Basta, creata nel 1996 dall’alleanza di centri sociali definita nella cosiddetta Carta di Milano: il Pedro di Padova ed il Rivolta di Mestre, il Leoncavallo di Milano, il Corto Circuito e il Forte Prenestino di Roma, lo Zapata e il Terra di Nessuno della Liguria e altri ancora.
I centri sociali (spesso menzionati con la sigla CSOA, dove O sta per occupato e A per Autogestito), nati da esperienze locali negli anni 70, nell’area generalmente conosciuta come Autonomia Operaia, costituirono vere e proprie isole di socialita’ alternativa strappate al grigiore dei ghetti metropolitani, che si dimostrarono capaci di una certa resistenza al riflusso degli anni ottanta.
Aggiungiamo che non sono mai stati una realta’ omogenea, ma piuttosto una serie d’esperienze locali che si sono venute diversificando – a volte contrapponendo – nel corso del tempo.
Verso l’inizio degli anni novanta, una parte di essi prese la decisione, molto criticata, di allacciare rapporti di collaborazione con autorita’ ed enti locali, con l’obiettivo di legalizzare il possesso degli edifici, ottenere riconoscimento istituzionale ed accedere a finanziamenti pubblici.
Non e’ nostra intenzione scagliare anatemi per questo, ne’ entrare nella merito di una storia complessa e accidentata. Il problema non e’ trattare con lo stato, ma come e perche’ si tratta. In Messico, ad esempio, gli zapatisti hanno mostrato che e’ possibile farlo, mantenendo, allo stesso tempo, un ragionevole margine di autonomia e senza venire meno a due principi irrinunciabili: la trasparenza e la verita’.
In quanto all’Italia, la profonda frattura che si era venuta creando all’interno dei centri sociali tra antagonisti e negoziatori venne in parte colmata proprio in seguito alla massiccia ondata di entusiasmo suscitata dalla ribellione degli indigeni messicani il primo gennaio 1994. Si apriva la possibilita’ di cominciare da capo e di costruire un nuovo grande movimento, non piu’ sul modello della solidarieta’, ma su quello, ben piu’ appassionante, del coinvolgimento e della condivisione.
Segui’ una tappa unitaria, di breve durata, culminata nel Primo Incontro Intercontinentale per l’Umanita’ e contro il Neoliberalismo, celebrato in Chiapas nell’agosto 1996, su invito del sub comandante Marcos. Quell’incontro puo’ essere considerato come l’atto di battesimo dell’attuale movimento contro la globalizzazione.
I problemi ricominciarono quando, in seguito alla proposta zapatista di organizzare un secondo incontro in Europa, si avviarono i dibattiti sulle modalita’ e i percorsi del nuovo appuntamento.
Le future Tute Bianche fondarono allora l’Associazione Ya Basta presentando la proposta di organizzare l’incontro a Venezia con l’appoggio del comune (il sindaco era Massimo Cacciari una persona non certo affine agli zapatisti, ne’, ad esempio, alla problematica degli immigrati clandestini), piu’ quello di Rifondazione (che allora sosteneva il governo neoliberista dell’Olivo) e de Il Manifesto.
Il viaggio di Bertinotti in Chiapas, insieme con alcuni esponenti del CSOA Corto Circuito di Roma, – organizzato con gran fragore pubblicitario nel gennaio 1997 – siglo’ la nuova alleanza, di cui gli zapatisti erano solo un pretesto, mentre cio’ che realmente contava erano le dinamiche interne italiane e il difficile equilibrio tra forze molto eterogenee.
Per Rifondazione, partito con un occhio puntato sui movimenti e l’altro sui sondaggi elettorali, era vitale mettere radici in quel grande serbatoio di voti che sono i giovani; e per questi centri sociali era importante proseguire la lunga marcia nelle istituzioni. La coalizione dell’Ulivo, da poco insediata grazie alla somma dei voti degli ex comunisti e degli ex democristiani, offriva nuove, inaspettate, opportunita’ all’operazione.
Tanto in Europa come in Italia, pero’, il grosso del movimento boccio’ la formula veneziana, preferendo la proposta presentata dai collettivi spagnoli di un incontro autorganizzato ed autofinanziato in cinque localita’ della Spagna.
A quel punto Rifondazione e Ya Basta scelsero la via dei rapporti diretti e privilegiati con il comando zapatista, boicottando l’incontro spagnolo con il significativo pretesto che gli organizzatori non erano altro che … un mucchio di anarchici, e spedendo in Chiapas Gianfranco Bettin, prosindaco di Venezia, per invitare gli zapatisti a un incontro concorrenziale, messo in piedi in gran fretta per la fine di settembre.
In seguito, gli aderenti a Ya Basta, non esitarono a proclamare se’ stessi Comunita’ Zapatiste, dando luogo a equivoci grotteschi. Infatti, una cosa e’ il proclamarsi ribelle di una comunita’ india a partire da una pratica reale di rottura ed autonomia ed un’altra, molto differente, e’ che un gruppo di persone si autoproclami «comunita’», senza che a cio’ corrisponda nulla di autentico.
Nei mesi successivi, il Messico continuo’ ad essere al centro delle preoccupazioni di tutti in Italia. Il massacro di Acteal (23 dicembre 1997) apri’ una nuova fase unitaria il cui punto culminante fu la grande manifestazione di gennaio a Roma: 50.000 persone in piazza per protestare contro la politica genocida del governo messicano.
Su iniziativa dei collettivi che avevano sostenuto l’Incontro in Spagna, in febbraio vi fu l’iniziativa della Commissione Civile Internazionale per l’Osservazione dei Diritti Umani.
Poiche’ la Costituzione messicana prevede l’espulsione degli stranieri che si intromettono negli affari interni, la commissione si muoveva sul filo del rasoio. Per visitare le zone del conflitto, come a gran voce chiedevano le comunita’ maya colpite dalla repressione, era necessario ottenere il permesso delle autorita’, il che imponeva evidenti limitazioni. Anche la pretesa di essere degli osservatori «neutrali» era un assurdo, pero’ erano in gioco molte vite umane e ne valeva la pena.
L’iniziativa ebbe successo. La Commissione, alla quale parteciparono anche alcuni membri di Ya Basta, riusci’ ad intervistare centinaia di persone, scrivendo poi un rapporto dettagliato che fu di grande utilita’ per tutti coloro che lavoravano sul Chiapas.
Un paio di mesi dopo, in aprile, Ya Basta torno’ in Messico, questa volta senza l’ingombro di altra gente. Se in Italia proseguiva a gonfie vele la politica di avvicinamento al governo di centro sinistra, il Chiapas offriva un terreno ideale per dare sfogo alla spinta rivoluzionaria che continuava a venire dalla base.
Il 6 maggio 1998, 135 militanti di Ya Basta forzarono un posto di blocco tenuto da cinque agenti della polizia di frontiera in piena Selva Lacandona. Seguiti da uno stuolo di giornalisti, essi irruppero nel villaggio di Taniperla, uno dei piu’ conflittuali della regione, dove il gruppo paramilitare Movimiento Indígena Revolucionario Antizapatista (MIRA) terrorizzava da tempo la popolazione civile.
Dopo alcuni spintoni e un paio di momenti drammatici, i militanti di Ya Basta tornarono a San Cristobal, non senza rilasciare dichiarazioni incendiarie. Seguirono il rituale dell’espulsione, ed un grottesco viaggio a Strasburgo a bordo di un aereo noleggiato dal governo messicano. È dubbio il beneficio che ne trassero gli indigeni di Taniperla i quali vivevano un dramma autentico. Inoltre, l’incidente servi’ da pretesto per ridurre ancor piu’ l’erogazione di visti agli osservatori, pero’ l’obiettivo di Ya Basta, far parlare di se’ e creare scandalo, era raggiunto.
Piu’ recentemente, in occasione della marcia zapatista del marzo 2001, le Tute Bianche monopolizzarono la sicurezza dell’EZLN, comportandosi come Hell’s Angels a un concerto, ed agendo in maniera violenta ed autoritaria nei confronti degli altri membri della carovana.
Queste prodezze messicane illustrano bene la doppiezza del gruppo: essere intransigenti e rivoluzionari all’estero, ma accettare tutti i compromessi, compresi i piu’ disonorevoli, a casa propria.
Anche l’idea della tuta, messa per la prima volta a Milano verso la fine del 98, si ispira esplicitamente agli zapatisti. Infatti, gli «invisibili» metropolitani vestono di bianco, cosi’ come gli indigeni del Chiapas si coprono il volto di nero: per essere visti.
Tuttavia, se il fine e’ di essere ripresi dai telegiornali, invitati ai talk show e magari stipendiati da qualche istituzione, l’oro delle comunita’ diventa piombo volgare, mentre le poetiche immagini dei maya («camminiamo interrogandoci», «esercito di sognatori») si convertono in fastidiosi e vuoti ritornelli.
E, per risultare piu’ telegeniche, le contestazioni stesse finiscono per essere concordate con la polizia e gestite come vere e proprie performance teatrali (Guerriglia urbana? Ma vi prego…, Il Manifesto, 1 febbraio 2000). A Milano si e’ arrivati al punto di presentare come una grande vittoria la chiusura di un lager per immigrati che era gia’ stata decisa dalle autorita’.
In occasione del G8 di Genova, nonostante Berlusconi offrisse una sponda assai meno rassicurante dei governi «amici» che lo avevano preceduto, pare ormai accertato esistesse un accordo piu’ o meno esplicito per consentire al corteo dei disubbidienti (altro nome delle Tute Bianche) di operare uno sfondamento simbolico della Zona Rossa in piazza Verdi, seguito da altrettanti simbolici fermi, che sarebbero dovuti cessare la sera.
Ma il nubifragio della notte di giovedi’ impose alle Tute di posticipare al mattino successivo la «prova generale» dell’attacco, e di partire quindi con piu’ di due ore di ritardo sulla tabella di marcia concordata. Come per Napoleone a Waterloo, la pioggia si doveva rivelare fatale: prima che il corteo potesse infine raggiungere il punto prestabilito, si trovo’ davanti «alla violenza della Storia» (Marco d’Eramo, Il Manifesto, 24.7.01).
E cosi’ la lunga marcia e’ arrivata al traguardo. Partiti dalla contestazione totale e dal brivido voluttuoso del passamontagna di negriana memoria, essi sono pervenuti a pretendere sconti, treni speciali, aerei e alberghi per andare a contestare, esattamente come i sindacati di regime.
Loro li chiamano «rapporti di concretezza con le istituzioni», pero’ collaborare non e’ lo stesso di trattare. Si tratta quando si e’ differenti, mentre quando si collabora si e’ omologhi. Ne era ben consapevole, gia’ il 23 aprile 1998, un Casarini ancora poco noto che dichiarava al quotidiano Il Gazzettino «Lo Stato non e’ piu’, d’ora innanzi, il nemico da abbattere, ma l’omologo con cui dobbiamo discutere».
Tale collaborazione, che li ha condotti, di volta in volta, ad intrecciare relazioni con Rifondazione, i Verdi e gli stessi DS (Casarini e’ stato consulente retribuito di Livia Turco, ministro degli affari sociali del governo Amato), a ricevere sponsorizzazioni da grandi aziende, a presentare e talvolta far eleggere rappresentanti nei consigli comunali di Venezia, Roma, Milano, ha ormai superato tutti i limiti.
Piu’ volte e in differenti luoghi (Bologna, Aviano, Treviso, Rovigo, Roma, Venezia, Padova… ) le Tute hanno fatto le veci della polizia, aggredendo fisicamente anarchici, autonomi, o semplicemente persone che non condividevano le loro indicazioni.
Istruttivo e’ anche il loro «breviario della disobbedienza civile», in cui spiccano istruzioni quali: «7. Qualunque iniziativa va concordata con le tute bianche; 8. Non ci deve essere ne’ lancio di alcunche’ ne’ altro che non sia concordato con gli organizzatori; 11. Durante il corteo nessuna iniziativa personale o di gruppo deve essere messa in atto; 12. Si prega di segnalare alle tute bianche qualunque cosa succeda».
Esasperati da questi comportamenti, alcuni anonimi compagni dell’area antagonista diffusero a principio di luglio, un violento documento contro le Tute che recava il titolo significativo di «Pompieri della rivolta» (lista ecn.org).
L’ultimo episodio vergognoso e’ avvenuto a Venezia, pochi giorni dopo i fatti di Genova, allorche’ un gruppo di Tute appartenenti al CSOA Rivolta di Mestre ha aggredito un gruppo di persone intente a un banchetto di solidarieta’ con gli incarcerati.

5. Un nuovo mondo e’ possibile: basta farlo. Noi. Oggi.

Dal piacere di creare al piacere di distruggere non c’e’ che un’oscillazione,
che distrugge il potere.
Raoul Vaneigem

carlo_giuliani2Il 21 luglio, all’indomani dell’assassinio di Carlo Giuliani, le 300.000 persone sfilate a Genova, nonostante gli evidenti pericoli, hanno risposto affermativamente alla domanda in sospeso fin dai giorni Seattle: questo movimento esiste e, come sottolineano i compagni della rivista Vis-a’-vis, «non cerca legittimazioni di sorta: semplicemente impone la propria presenza, riprende la parola, pratica il proprio rifiuto».
Eppure, quella medesima forza che si e’ espressa con tanto vigore ha condotto ad un conflitto preoccupante tra le diverse tendenze che, fin dal principio, convivono al suo interno, seminando profondi interrogativi per cio’ che attiene il futuro.
Contro l’opinione di coloro che cercano l’unita’ a tutti i costi, bisogna prendere atto che il movimento contro la mondializzazione ha molte anime. Fin dal principio ne e’ esistita una pacifista, ed una propensa all’azione diretta, con un’infinita gamma di variazioni intermedie.
La sua forza potrebbe risiedere proprio in questa dimensione plurale e nella molteplicita’ delle sue espressioni internazionali. Oggi il mondo e’ in subbuglio dal Karnakata alla Tailandia, da Seattle a Genova, dalla Selva Lacandona a Puerto Alegre.
In un intervista recente, il sub-comandante Marcos ha recentemente affermato: «Crediamo sinceramente che a livello mondiale i nostri ‘no’ si sommino semplicemente con tutti gli altri che provengono dal resto del pianeta, mentre i ‘si” debbano ancora essere individuati. (…) Non crediamo che tutti questi ‘si” possano articolarsi in un unico corpo mondiale. Anzi, non consideriamo questa eventualita’ auspicabile. Non crediamo, insomma, che alla globalizzazione si debba opporre una nuova internazionale» (rivista Linus, 6 luglio ’01).
Il problema e’ che mentre la tendenza radicale non pretende di esercitare egemonia alcuna, ed anzi ammette apertamente la possibilita’ di altri approcci, non si puo’ dire altrettanto di molti, anche se non tutti, i pacifisti.
Questi hanno sovente criminalizzato i primi, impiegando …la violenza, la calunnia, e perfino la delazione con esiti sono sovente grotteschi. Era gia’ accaduto a Seattle ed e’ accaduto di nuovo a Genova. Al direttore di Liberazione, Sandro Curzi, che in TV, contestava alla polizia di non avere agito preventivamente contro i violenti, un funzionario ha dovuto rispondere imbarazzato: «dottor Curzi, questo non e’ uno stato di polizia, quel che ci chiede noi non lo possiamo fare».
A tutti costoro e’ bene ricordare il monito di Orwell: «la differenza importante non e’ tra violenza e nonviolenza, ma tra avere o no appetito di potere. Vi sono individui che disprezzano la polizia e l’esercito, ma si rivelano poi molto piu’ intolleranti ed inquisitori di coloro che ammettono la necessita’ di usare la violenza in circostanze determinate» (Inside the Whale and Other Essays, Penguin Book, 1962, pag. 118).
Sebbene il problema esista, le contraddizioni principali non sono tra violenti e nonviolenti e forse neppure tra chi cerca alternative al capitalismo e chi, invece, vorrebbe semplicemente abbellirlo o limitarne i danni.
La malafede nelle accuse di alcuni autoproclamati portavoce contro chi agisce in maniera indipendente indica che la posta in gioco e’, appunto, il potere. Calunniare e’ grave: gli stalinisti lo hanno fatto a Barcellona nel 37 ed ogni qualvolta si sono sentiti minacciati nei loro interessi.
Occorre inoltre tenere presente che, come fanno notare i BB la violenza risiede, prima di tutto, nelle relazioni sociali stesse. Chi fu il primo a scatenarla a Genova? Il governo italiano che blindo’ la citta’? Le multinazionali che in nome del libero commercio depredano l’umanita’ e la madre terra? Gli stati che le proteggono? I Black Bloc? Il carabiniere che sparo’? Carlo Giuliani che gli ributto’ addosso l’estintore?
Quanto alla nonviolenza, lo stesso Gandhi affermo’ piu’ volte che, sebbene la considerasse superiore alla violenza sia da un punto di vista tattico che etico, non si poteva fare di cio’ un dogma e che, in ogni caso, era preferibile essere violenti che codardi. La nonviolenza – diceva – e’ una scelta valida solo se praticata da chi rinuncia a una violenza che avrebbe la forza di praticare. E non e’ certo la pratica del topo che fugge di fronte al gatto.
Oggi una tale pratica corre il rischio di essere immiserita da comportamenti addomesticati e condiscendenti. Se il movimento deve crescere, nonviolenza non puo’ voler dire astensione, neutralita’ o, peggio, collaborazione, ma disobbedienza, determinazione, azione, costruzione di altro.
Se l’aspetto propositivo della violenza vandalica pratica dai BB, consiste proprio nel mettere in crisi la pretesa neutralita’ delle relazioni sociali e nel ricondurre al centro dell’attenzione la loro precarieta’ storica, ogni gesto inscritto in questo registro rischia di rimanere prigioniero di una negazione simbolica dell’esistente. «Il fine non giustifica i mezzi», ci mandano a dire gli zapatisti dal Messico. E gli anarchici replicano: «da due secoli lo sappiamo» e non puo’ dirsi casuale il numero crescente di bandiere rosse e nere in tutti gli appuntamenti del movimento che cresce.
Con o senza violenza, l’essenziale e’ che ciascuno individui la propria strategia e il proprio percorso; perche’ la rivoluzione questo e’: liberazione, scatenamento dei percorsi, movimento centrifugo, non centripeto.
Non e’ necessario, avere obiettivi ambiziosi ne prefiggersi la distruzione del capitalismo per essere disponibili, qui e subito, a lottare contro la barbarie neoliberista. Oggi, non vi e’ piu’ un palazzo d’inverno da conquistare e il vecchio dibattito tra «rivoluzionari» e «riformisti» appare obsoleto.
Accantonando questa terminologia, molti preferiscono definirsi semplicemente «ribelli», parola che sottolinea l’assenza di un programma compiuto nel senso inteso dai vecchi partiti comunisti. Ed anche per cio’ che riguarda i nostri vecchi sperimentati nemici, il capitalismo e lo stato, forse, piu’ che di distruzione, converrebbe forse parlare di accantonamento, di dismissione, di soffocamento, di abbandono.
È merito degli zapatisti aver attirato l’attenzione su tali questioni e, in particolare, su quella del potere. Piu’ volte essi hanno ripetuto di non essere interessati a governare ne’ a sedere in parlamento. Cio’ che li distingue dai partiti e dalle guerriglie tradizionali non e’ l’impiego (o l’accantonamento) delle armi, ma il tentativo di andare oltre i vecchi modelli tanto bolscevichi come socialdemocratici.
Un tale superamento implica la creazione (non facile) di un terreno nuovo di lotta politica, non certo trasformarsi in un gruppo di pressione o in una lobby.
Fanno sorridere le dichiarazioni del solito Cassen, il quale annuncia, niente meno, l’imminente iscrizione del sub comandante Marcos, senza piu’ passamontagna ed in versione «civile» (…e l’EZLN?) ad Attac (La Repubblica, 20 agosto). Cosi’, il fuoco della prima rivoluzione del secolo XXI dovrebbe essere spento con lo straccio bagnato della Tobin Tax…
Ancor piu’ fanno sorridere le affermazioni del medesimo Tobin il quale, smentisce i suoi discepoli, dichiarando di essere, da sempre, un fervente sostenitore della globalizzazione e di avere proposto a suo tempo, quella tassa…per «favorire il libero mercato», di cui, dice «sono, come tutti gli economisti, un fautore».
Attac e il gruppo di intellettuali raccolti intorno a Le Monde Diplomatique rappresentano oggi l’ultima versione della vecchia e fallimentare utopia socialdemocratica. Coloro i quali pensano di risolvere la disgrazia dei poveri tassando i ricchi non paiono consapevoli di fondare il futuro sulla permanenza precisamente dei ricchi, e dello sfruttamento che li produce, delle produzioni assassine che li alimentano, dello stato che li garantisce.
No, non ci accontenteremo di fare petizioni, ne’ diventeremo una Ong con voto consultivo all’Onu. A Seattle, come a Genova e nella Selva Lacandona, la scommessa era un’altra.
«Un nuovo mondo e’ possibile: basta farlo. Noi. Oggi.» Questo e’ un altro dei tanti messaggi che ci arrivano dalla Selva Lacandona. Oggi l’importante e’ creare situazioni di rottura, aprire il cammino a una socialita’ diversa, intessere reti, stimolare incontri, favorire l’autonomia dei soggetti. L’apporto di tutti e’ necessario, quello dei popoli indigeni, delle loro civilta’, della loro capacita’ di resistenza, prezioso.
Il movimento e’ giovane e non ha ancora obiettivi definiti. Non importa, questi si chiariranno al momento opportuno. L’importante e’ non ripetere gli errori del passato, imparare a navigare in acque agitate, tra gli uragani della repressione e le risacche istituzionali.
Il momento e’ appassionante. Organismi come l’FMI, la Banca Mondiale o il G8, che prima ritenevano di poter agire indisturbati, sono adesso sulla difensiva e si trovano costretti a organizzare i loro incontri dietro mura invalicabili o in luoghi inaccessibili. Accordi che prima erano discussi in gran segreto e al riparo dalla furia popolare sono adesso sottoposti a dibattito pubblico.
Dopo Genova, meno gente nel mondo crede che la globalizzazione capitalista promuova la democrazia e la distribuzione della ricchezza. Tuttavia questo «stato d’emergenza», questo «momento del pericolo» faticosamente riemersi, non ammettono ripetizioni. Non conviene rincorrere una volta ancora il calendario dei signori governanti, riproponendo semplicemente quello che Tony Blair ha chiamato con spregio «il circo itinerante degli anarchici».
Anche il futuro delle manifestazioni di piazza solleva un gran numero di interrogativi. Il movimento e’ oramai, in maniera irreversibile, internazionale: questo fatto che da’ corpo come mai prima a centocinquant’anni di sogni e di speranze degli internazionalisti, impone pero’ a tutti un grande salto di qualita’ dal punto di vista dell’organizzazione e della comunicazione.
Chi ha vissuto l’avventura degli incontri zapatisti del 1996 e 1997, che tanta parte hanno avuto nel condurci dove ora ci troviamo, sa quanta fatica, sia pure entusiasmante, costi comunicare fra persone che non si conoscono, e che neppure parlano la medesima lingua. Il rischio dell’incomprensione, come pure quello dell’appiattimento a slogan di ogni ragionamento e’ sempre in agguato.
La bastonata che un BB ha assestato a un compagno dei Cobas che ragionevolmente invitava «non partite ancora, aspettate che tutti siano pronti» puo’ certamente essere ascritta in buona misura a questo oggettivo ritardo.
Sgombrato il campo dalle calunnie, il piu’ urgente e irrisolto dei problemi rimane: come armonizzare la violenza offensiva di alcuni con la nonviolenza di molti altri?
I Black Blocs, con buona pace dei calunniatori, non sembrano orientati al suicidio, ma nel futuro non sempre sara’ loro possibile fare come a Washington o a Quebec City.
Genova mostra gia’ ora un salto di qualita’ nella strategia repressiva. La scelta da parte delle forze repressive di concentrare gli attacchi sui manifestanti pacifici ha dato buoni risultati ed e’ facile prevedere che continuera’ ad essere usata, spingendo alla ritirata chi non ama o non ha la possibilita’ di battersi e imponendo il terreno dello scontro militare, su cui non potremo, per molto tempo ancora, giocare al rialzo, quand’anche lo volessimo.
Alcuni ripropongono la vecchia piaga dei servizi d’ordine, una soluzione che, oltre a suggerire una spiacevole identificazione con i repressori in uniforme, e’ profondamente estranea a un movimento che trae la propria forza dal disordine, dagli innumerevoli approcci della creativita’ individuale.
Ne’ bisogna avere illusioni sull’orientamento politico dei governi. A Goteborg, un governo socialdemocratico ha ordinato di sparare sui manifestanti e a Genova un governo postfascista ha fatto il morto. A Parigi, in agosto, i CRS di Jospin e Chirac, hanno fermato, identificato e maltrattato i partecipanti a una pacifica manifestazione sui fatti di Genova.
Occorre che tutti, anche coloro i quali per mille legittimi motivi non hanno desiderio di militarizzare la propria azione, ne’ di contrapporre la mazza al manganello, o la molotov al lacrimogeno, comprendano che arriva un momento in cui il percorso dell’autonomia individuale e collettiva si scontra inevitabilmente con il potere e con la sua violenza e che le conseguenze di cio’ sono spesso tragiche.
A loro volta i «violenti», cui non puo’ piu’ essere negata la possibilita’ di presentare liberamente le proprie tattiche e i propri punti di vista, devono affinare, perfezionare, graduare la portata delle loro azioni per meglio salvaguardare la vita e la liberta’ di tutti.
Se di sicuro non e’ possibile combattere l’alienazione con forme alienate, non e’ possibile neppure cancellare la violenza stupida dei potenti con qualcosa che non sia in certo qual modo un «antiviolenza» le cui forme rimangono in buona misura ancora da inventare con la collaborazione di tutti.
Il futuro di questo movimento sta tutto qui: le sue anime devono imparare ad agire in maniera fraterna. Se no, un’altra occasione sara’ perduta…

Claudio Albertani

Parigi, agosto/settembre 2001

Pubblicato da: Irenotta | 20 luglio 2011

Piccolo dizionario con termini di uso comune…

Termini di uso comune ma dal significato non sempre così chiaro…

AFFETTO: combinazione tra le emozioni e le rappresentazioni mentali a cui tali esperienze si associano; dipende dalla storia di vita di ciascuno.

EMOZIONE: modificazione psicofisiologica innata dell’organismo. Può essere o meno percepita dal soggetto, spingere verso un comportamento (aspetto motivazionale) e comunicare un messaggio agli altri. Esempi: rabbia, gioia, paura.

CRISI: il termine significa “scelta”, perciò occasione di rottura di un equilibrio per raggiungerne un altro potenzialmente più funzionale ed efficace rispetto ai cambiamenti avvenuti nella propria vita.

COMPORTAMENTO: qualsiasi reazione di un organismo a stimolazioni esterne o a pressioni motivazionali interne. Può essere osservabile (“overt” o manifesto) o inferibile (“covert” o privato).

MOTIVAZIONE: caratteristica inferibile di un organismo, caratterizzata dal livello di attivazione richiesto per il raggiungimento di uno scopo.

CAMBIAMENTO: trasformazione di un individuo a fronte di un processo di autorealizzazione o come risultato della tendenza alla mutazione e delle resistenze ad essa. La nozione di cambiamento assume sfumature differenti in base al modello psicologico assunto.

IMPULSIVITA’: Carattere, aspetto di ciò che è fatto, detto ecc. senza riflettere.

COMPULSIONE: impulso alla ripetizione involontaria di un comportamento irrazionale che affonda le sue radici.nell’inconscio.

AGGRESSIVITA’: impulso alla violenza.

DISFORIA: stato di angoscia, di ansia, di irritabilità.

RABBIA: violenta irritazione, spesso accompagnata da parole o da azioni incontrollate.

OSSESSIONE: pensiero che ritorna continuamente e in modo tormentoso.

 

Pubblicato da: Irenotta | 19 luglio 2011

Cosa Fare? Indicazioni per le Famiglie di Pazienti con BPD

Cosa Fare? Come Comportarsi con un Familiare con Disturbo Borderline?
i comportamenti, le azioni e le comunicazioni all’interno del sistema familiare e, più in generale, di vita del paziente con diagnosi di disturbo borderline di personalità, messe in atto al fine di aiutare la persona, nella maggior parte dei casi, si rivelano insufficienti. La situazione sembra sfuggire di mano fino ad arrivare a situazioni limite in cui tutte le forze, i pensieri, le energie sono concentrate sul problema.
Si può arrivare in condizioni in cui si sente che si è smesso praticamente di vivere. Sentimenti di frustrazione, forte angoscia, impotenza sono comuni in questi casi.

Oggi sappiamo che le modalità di comunicazione e comportamento tese a contrastare il problema spesso sono proprio quelle azioni che lo mantengono e che potrebbero contribuire al suo aggravamento.
Questo avviene non tanto per colpa di chi aiuta la persona ma per il fatto che chi cerca di aiutare risponde ad una percezione del problema e dei sintomi che nascono all’interno di un contesto bio-psico-sociale come risposta del paziente ad un sistema che, per un motivo o per l’altro, egli rifiuta.
I tentativi di aiuto, quindi, diremo che colludono con il problema perché, in qualche modo, confermano le aspettative patologiche del paziente.

Comportamenti da Evitare
Di fronte ad un paziente con diagnosi di disturbo borderline di personalità vanno generalmente evitate tutte quelle forme tese alla rassicurazione o al far comprendere al paziente di essere malato.
La tendenza a spiegare alla persona che i propri comportamenti non sono sani genera intensa rabbia e sensazione di profonda incomprensione ed alimenta i tratti paranoidi. Si passa da un ruolo di soccorritore al ruolo di persecutore. Si genera forte odio che può sfociare anche in gravi comportamenti aggressivi auto ed etero-diretti.
Ognuno di noi sa, ad esempio, che l’abuso di cocaina, cannabis, alcol, ecc. sono condotte lesive per il soggetto. Chi le mette in atto ne è perfettamente consapevole. Come è consapevole ogni fumatore che il fumo nuoce gravemente alla salute ma, nonostante questa consapevolezza, continua a fumare.
Lo stesso vale per altri tipi di sostanze e per altre condotte impulsive di cui il soggetto borderline non può e non desidera fare a meno.
E’ sufficiente chiedere al soggetto se uno specifico comportamento piace o meno. Se la risposta è sul versante del piacere ricordiamo che, sul momento, non potrà essere ridotto. Quindi, anziché contrastare inutilmente il comportamento, dobbiamo passivamente accettare che non potrà essere cambiato con la sola consapevolezza del suo aspetto disfunzionale.

La Terapia Psicologica Indiretta: Aiutare la Famiglia ad Aiutare
Abbiamo oggi a disposizione un nuovo strumento per l’intervento indiretto sul paziente ma diretto sulla famiglia (di origine o attuale).
Lo psicologo è in grado di suggerire, dopo una valutazione dettagliata di ogni specifico caso e soltanto quando riscontra che la famiglia può essere utilizzata come risorsa, comportamenti e comunicazioni da adottare in grado di ridurre i rischi di aggravamento della situazione e migliorare le condizioni di vita del sistema familiare.
Gli interventi indiretti si applicano soltanto nei casi in cui il sistema familiare od il partner siano realmente motivati ad aiutare il familiare con il disturbo.

Gestire una situazione familiare di questo tipo è molto complesso senza un supporto psicologico costante rivolto alle famiglie. Spesso la famiglia di un paziente con diagnosi di disturbo borderline si trova isolata, non sa come comportarsi, si sente impotente in quanto sente che ogni tipo di comportamento e comunicazione non produce nessun beneficio. Sembra anzi che più si cerca di aiutare più la situazione si complica.
In genere i pazienti con diagnosi di disturbo borderline di personalità utillzzano l’arma del senso di colpa. Riescono a fare leva sui sensi di colpa della famiglia, degli amici e dei parenti per manipolare l’ambiente e le loro relazioni.
Il problema principale è sicuramente l’impulsività che si può manifestare con condotte dannose come bulimia, abbuffate, sessualità promiscua e spesso mancato uso di protezione in rapporti sessuali occasionali, spendere eccessivamente, non conservazione di denaro, guida spericolata e uso di sostanze come hashish, cocaina, acidi e molto spesso alcol.
Ci possono essere serie difficoltà in ogni impegno che richieda costanza e responsabilità (andare a scuola, lavoro, andare dallo psicologo,…). Sono persone costantemente annoiate e che alternano stati di pessimismo, a momenti in cui possono sembrare più euforici ma sempre con una certa rabbia (a volte con eccessi di ira incontrollati ma di durata breve).

Sono essenzialmente delle persone che utilizzano una modalità drammatica di relazionarsi con gli altri ed i familiari.
Una delle condotte che possiamo definire impulsive più drammatiche è sicuramente l’autolesionismo (tagli su braccia e gambe, bruciature di sigarette, graffiarsi, procurarsi ferite e contusioni, ecc.) e ciò che ruota intorno all’idea di suidicio che va dall’ideazione sucidaria (pensieri di morte), fino ai tentativi di suicidio multipli.

Lo spettro del disturbo borderline di personalità è molto ampio ed è caratterizzato, oltre che dall’impulsività, anche una forte alterazione dell’immagine di sé, degli altri e soprattutto dell’umore.
Sono persone che temono l’abbandono e potrebbero fare di tutto, soprattutto come tentativo di vendetta, se pensano di essere abbandonate o se si verifica un reale abbandono.

La famiglia di fronte a situazioni così drammatiche si trova ovviamente in una situazione di forte impotenza dovuta all’impossibilità di gestione del proprio figlio e, soprattutto, vive in una condizione di costante angoscia e paura.

E’ molto difficile che la persona che soffre del disturbo si renda pienamente conto che le proprie condotte siano disfunzionali, considerando i propri comportamenti più come caratteristiche peculiari e distintive del proprio carattere. E’ molto più facile che quando un amico o un familiare cerca di convincerli a curarsi rispondano che i malati sono gli altri e non loro stessi.

Questo impedisce alla persona di recarsi da uno psicologo esperto in materia (inoltre ci sono pochi psicologi che affrontano questo tipo di problematiche) e la famiglia si trova isolata.

Gli interventi di tipo indiretto sono metodi tra i più efficaci per questo tipo di problematiche e richiedono una certa adesione al trattamento da parte della famiglia.

Siete pronti??? Qui si parla difficile…So che magari gran parte di voi non capirà una mazza di quanto c’è scritto qui…In ogni caso è importante analizzare gli aspetti sia psicologici sia medici, in modo da fornire un grado di affidabilità allo studio di questo difficile e complesso disturbo…

ASPETTI CLINICI FONDAMENTALI DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA
La definizione diagnostica del Disturbo Borderline di Personalità (DBP) inserito nell’Asse II del DSM III dell’American Psychiatric Association (1) è stata caratterizzata dall’intento di distinguerlo dal disturbo schizotipico di personalità (2). Il preteso impianto diagnostico ateoretico, cui s’ispirava il DSM III, non si è dimostrato, in realtà, tale. I criteri diagnostici del DBP sono, infatti, un insieme non del tutto coerente di tratti e di comportamenti, evidenziati e studiati con differenti e non sempre compatibili orientamenti clinici (3). Selezionare alcuni criteri diagnostici provenienti da diverse impostazioni teoretiche e cliniche di studio aveva l’intento di permettere una valutazione più obiettiva e condivisibile per clinici con orientamenti teorici e impostazioni differenti. Gli otto criteri diagnostici selezionati nel DSM III sono risultati numericamente pochi e, sostanzialmente, astratti e semplicistici, al punto di non permettere al clinico di cogliere il nucleo psicopatologico del DBP (4-5). I criteri del DSM III R (6) per il DBP hanno fatto riferimento a cinque diverse aree diagnostiche: 1. diffusione d’identità con stati d’animo disfunzionali come labilità dell’umore, rabbia intensa e incontrollabile, sensazione di vuoto e noia; 2. relazioni interpersonali disturbate come relazioni interpersonali caratterizzate da ipervalutazione, idealizzazione e successiva repentina svalutazione; 3. paura d’abbandono reale o immaginario; 4. comportamento impulsivo; 5. comportamento autodistruttivo e suicidario. Secondo Stone (3), questi criteri diagnostici derivavano dagli studi di Kernberg su identità, impulsività, vuoto e noia, nonché dagli studi di Gunderson su relazioni interpersonali intense e instabili, impulsività, rabbia, autolesività, instabilità emotiva, paura e disagio in condizioni di solitudine e/o abbandono (7-13).

ASPETTI SINDROMICI DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA
L’insieme dei sintomi, utilizzati come criteri, proposti per la diagnosi del DBP dal DSM III e dal DSM III R, risultano provenire da diversi orientamenti teorici e clinici alla psicopatologia. Essi si sono dimostrati poco utili sia in ambito clinico sia in ambito di ricerca, per la scarsa coerenza interna. Una serie di criteri diagnostici con più forti correlazioni reciproche risulta essere più razionale dal punto di vista teorico e più utile in ambito clinico e terapeutico. Lo studio del DBP, tanto in ambito psicologico e familiare quanto nella ricerca di correlati genetici e neurobiologici, necessita di cluster di sintomi, con un’intrinseca validità di costrutto (construct validity).
Gli interventi terapeutici farmacologici per dimostrare la loro efficacia hanno bisogno, per esempio, di valutare variazioni obiettivabili di tratti comportamentali, con una coerente struttura interna.
Gli otto criteri diagnostici per il DBP, proposti dal DSM III, sono stati raggruppati in tre cluster, in uno studio su un campione di 465 pazienti borderline (14). Secondo questi Autori, le relazioni costanti e coerenti tra i criteri diagnostici, raggruppati in cluster, avrebbero potuto indicare la presenza di fattori ezio-patogenetici sottostanti comuni, indicando, consensualmente, possibili target terapeutici (15).
Un primo raggruppamento di criteri diagnostici (cluster), il cluster degli impulsi, comprende l’impulsività in due o più aree, nonché il comportamento autolesivo. Un secondo cluster, il cluster degli affetti, include i sintomi correlati alla labilità affettiva, alla rabbia impulsiva e alle relazioni interpersonali instabili, caratterizzate da ipervalutazione, idealizzazione e svalutazione. Il terzo cluster, il cluster dell’identità, è composto dai criteri d’Asse II riguardanti la diffusione d’identità, le sensazioni di vuoto e noia, e la scarsa tolleranza della solitudine.
TAB. 1 Cluster sintomatologici del disturbo borderline di personalità

A. Cluster degli impulsi

l. Impulsività
2. Ricorrenti tentativi di suicidio ed episodi d’autolesionismo

B. Cluster degli affetti

3. Rabbia inappropriata, intensa e/o incontrollata
4. Relazioni interpersonali intense ed instabili
5. Labilità dell’umore ed instabilità affettiva

C. Cluster dell’identità

6. Disturbo d’identità
7. Sentimenti cronici di vuoto e di noia
8. Scarsa tolleranza alla solitudine con tentativi frenetici di evitare l’abbandono

Tali cluster hanno origine non teoretica ma empirica e risultano essere dotati di validità interna evidente. La diffusione d’identità si correla direttamente alle sensazioni di vuoto. La scarsa tolleranza alla solitudine si correla significativamente al bisogno di rapporto e sostegno interpersonale.
Il cluster degli affetti evidenzia il coesistere in questi pazienti di rabbia, labilità emotiva, espressioni interpersonali di collera irragionevole. Inoltre, gli atti impulsivi, riguardanti cibo, alcol, droghe e sesso promiscuo si correlano alle azioni suicidarie e autolesive. Il cluster dell’impulsività include comportamenti veri e propri, quindi, variabili nel tempo, e non solo aspetti pervasivi e costanti di personalità. Invece, il cluster sindromico affettivo si presenta com’espressione di un’insufficiente modulazione degli affetti con instabilità emotiva. Il cluster d’identità si correla, significativamente, ad aspetti più costanti nel tempo, di strutturazione problematica dell’identità personale. Nell’analisi del paziente borderline i comportamenti impulsivi sembrano non essere parte della struttura di personalità, ma, piuttosto, comportamenti sintomatici fluttuanti nel tempo.
Un paziente necessita di cinque degli otto criteri per la diagnosi DSM-III-R di DBP. Egli potrebbe, perciò, essere classificato come “borderline” con un numero variabile dei sintomi e dei cluster citati.
I pazienti, cui più frequentemente è diagnosticato un disturbo borderline di personalità, sono quelli che presentano i sintomi psicopatologici prevalenti, raggruppati nel cluster affettivo ed in quello impulsivo.
Naturalmente, i pazienti con DBP più gravemente disturbati sono coloro che hanno i sintomi presenti in tutti e tre i cluster. Questi pazienti presentano disturbi del comportamento (cluster degli impulsi), disturbi degli affetti (cluster dell’instabilità affettiva), e disturbi d’identità (cluster d’identità).
I pazienti borderline meno gravi presentano sintomi afferenti al cluster degli affetti e/o dell’identità.
Il DSM IV (16) definisce il DBP come una modalità pervasiva d’instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore con una marcata impulsività, comparse nel corso della prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da cinque o più dei seguenti elementi:
1. sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono;
2. un quadro di relazioni interpersonali instabili ed intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi d’iperidealizzazione e svalutazione;
3. alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili;
4. impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto, quali spendere, sesso, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate;
5. ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamento automutilante;
6. instabilità affettiva dovuta a marcata reattività dell’umore (p.es. episodica intensa disforia, irritabilità o ansia che di solito durano poche ore e soltanto raramente più di pochi giorni);
7. sentimenti cronici di vuoto;
8. rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia (p.es. accessi di ira, rabbia costante, ricorrenti scontri fisici, etc.);
9. ideazione paranoide o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress.
L’ideazione paranoide è stata aggiunta tra i criteri diagnostici, nel DSM IV (17). L’inclusione di una sintomatologia simil-psicotica è stata materia di controversia tra gli studiosi sin dalla stesura del DSM III (2,11,18). La versione originaria di questo criterio includeva numerosi e diversi sintomi della serie psicotica, quali: idee di riferimento, ideazione paranoie, distorsioni percettive ipnagogiche, allucinazioni, distorsioni delle immagini corporee (19).
La definizione accettata dal DSM IV pone l’accento solo sui sintomi dissociativi e sull’ideazione paranoie, stressandone la natura reattiva. Il criterio “episodi simil-psicotici occasionali e transitori con illusioni intense” risulta essere, secondo i criteri dell’IC-10, caratteristico del disturbo schizotipico di personalità, anziché del DBP (20). Gunderson et al. (10-13) sostengono, tuttavia, che questo criterio differenzi significativamente il DBP dal disturbo schizotipico, sulla base di studi pilota. Secondo quest’ottica, le anomalie cognitive e percettive riscontrabili nel disturbo schizotipico risultano essere più stabili e durature, rispetto a quelle brevi, transitorie e reattive dei pazienti con DBP (10, 21).
La risposta terapeutica, dopo tempi sufficientemente prolungati, ottiene, in primo luogo, alcuni cambiamenti nel comportamento impulsivo, seguiti da un qualche controllo della modulazione degli stati d’animo, e, infine, cambiamenti graduali e progressivi negli aspetti dell’identità.

EZIOLOGIA DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ
Eterogeneità eziologica e patogenetica del DBP.
I fattori eziopatogenetici coinvolti nell’insorgenza del disturbo borderline di personalità erano ricercati in una prospettiva restrittivamente psicologica, sino circa venti anni fa.
Secondo Masterson e Rinsley (22) per esempio, la psicogenesi del DBP era dovuta alle madri che interferivano con i bisogni dei propri figli, impedendo loro di raggiungere una condizione di autonomia emotiva e di matura individualizzazione.
Masterson aveva evidenziato che le madri dei pazienti con DBP erano state, di frequente, a loro volta, affette da DBP e aveva sostenuto che il disturbo fosse psicologicamente “trasmissibile”.
Altri autori hanno sostenuto una trasmissibilità non psicologica ma genetica, giacché un numero elevato di madri (più elevato di quanto prevedibile) dei pazienti con DBP, presentano lo stesso disturbo (23).
Altri studi hanno evidenziato nelle famiglie di soggetti affetti da DBP una predisposizione familiare verso lo spettro dei disturbi affettivi (24-25). Non esistono, però, prove per sostenere che per tutti i pazienti con DBP tale fattore familiare sia rilevante. Alcuni studiosi hanno evidenziato la presenza di una patologia affettiva familiare soltanto in una percentuale di pazienti con DBP. Tale fattore può, perciò, rappresentare un fattore aspecifico, in quanto comune nelle famiglie con soggetti affetti da altri disturbi di personalità (26-27).
Negli ultimi anni le ipotesi ezio-patogenetiche sono state orientate diversamente. Le cause del DBP sono state cercate nelle varie forme d’abuso infantile intrafamiliare, sul piano psicologico, fisico e/o sessuale.
Numerosi ricercatori ritengono che l’ambiente familiare caratterizzato da episodi d’abuso sia un elemento specifico nelle storie di pazienti borderline, non altrettanto comune nelle vite di pazienti con altri disturbi di personalità, se si esclude il disturbo antisociale di personalità (28).
Molti soggetti borderline ed antisociali hanno la tendenza a mettere in atto, in età adulta, proprio quei comportamenti che, durante l’infanzia, hanno maggiormente contribuito allo sviluppo di un disturbo di personalità. I soggetti abusati in età infantile potrebbero, infatti, sviluppare cronici sintomi d’irritabilità e rabbia. Questi individui in età adulta, spesso compromettono, con la loro impulsività ed aggressività, le situazioni lavorative e le relazioni affettive. Le difficoltà coniugali e la perdita dell’impiego diventano “eventi di vita” ulteriormente stressanti che peggiorano la condizione clinica di questi soggetti con disturbi di personalità (29).
Nella patogenesi del DBP si sommano e s’intersecano diversi fattori: una componente genetica e costituzionale, la figura materna eccessivamente opprimente, una storia d’abuso in epoca infantile nell’ambito familiare. L’importanza relativa di ognuno di questi fattori, nella storia clinica d’ogni specifico paziente con DBP resta ovviamente da stabilire.
E’ opportuno esaminare i dati clinici e di ricerca relativi da un lato ai traumi infantili e dall’altro ai correlati neurobiologici.

Traumi infantili

Molti pazienti con DBP hanno subito gravi traumi psicologici nei primi anni di vita. Storie d’incesto sono relativamente frequenti tra le donne con DBP ricoverate (3, 30-31). In alcuni studi, tale frequenza varia dal 33% al 70%, in pratica, da due a quattro volte superiore rispetto alla frequenza osservata negli studi epidemiologici sulla popolazione generale (32). Esistono alcune evidenze (30) che dimostrano una frequenza d’incesto più elevata nelle pazienti con DBP e disturbo antisociale, rispetto a donne con altri disturbi di personalità. Qualora altri studi epidemiologici confermassero tali dati, su campioni più numerosi, verrebbe suffragata l’ipotesi di un rapporto causale tra comportamenti incestuosi tra padri/patrigni e figlie, disturbo da stress post-traumatico cronico e lo strutturarsi di un disturbo antisociale e borderline di personalità.
Le violenze subite da parte di un genitore potrebbero facilitare l’insorgere di un quadro clinico persistente o cronico con irritabilità e rabbia particolarmente evidenti (30-33). I maschi sembrano essere vittime di tali abusi infantili più frequentemente delle femmine. L’incesto genera solitamente rabbia e senso di colpa, mentre, la violenza genera rabbia intensa, e, solo raramente, senso di colpa. Un quadro di DBP, che consegue a questi fattori patogenetici, presenta una forte tendenza alla violenza eterodiretta anziché all’autolesionismo. I maschi che hanno subito abusi fisici e che sviluppano un DBP, presentano spesso diversi comportamenti antisociali. E’ frequente, in psichiatria forense, una tale combinazione di fattori patogenetici, nella biografia di famosi pluri-omicidi e serial killer, cui era stato diagnosticato un sottostante DBP, spesso associato con comportamenti antisociali (34).
A livello fenotipico gli effetti d’ereditarietà e ambiente culturale non possono essere separati, se non a fini euristici. In alcune società l’incesto è molto raro (35). Varia da cultura a cultura anche la tolleranza del comportamento impulsivo e aggressivo. Il DBP potrebbe essere proporzionalmente meno frequente, per esempio, in certe società asiatiche, in cui i comportamenti incestuosi sono impediti e puniti fortemente.
In queste culture, temperamenti geneticamente più miti potrebbero essersi sommati, nel corso delle generazioni, ad un’educazione dei bambini meno violenta, con effetti di minore incidenza del DBP.
In questa prospettiva, i soggetti con un numero sufficiente di fattori di rischio che hanno sviluppato un DBP nella nostra cultura, avrebbero potuto avere uno sviluppo diverso se fossero stati educati in un differente ambiente socio-culturale, magari sviluppando altri e diversi quadri psicopatologici, ma non il DBP.
Per verificare il ruolo causale di tali fattori culturali nell’esordio del DBP sarebbe opportuno un lavoro epidemiologico, condotto in nazioni con diverse culture.

Disturbi del tono dell’umore
Il rapporto tra BPD e disturbi del tono dell’umore è stato ripetutamente studiato. Va sottolineato che è importante tenere nel giusto rilievo non solo l’eterogeneità eziologica, ma anche la variabilità dei campioni esaminati in questi studi. Nel gruppo di pazienti con DBP che ha partecipato ad uno studio di follow-up (P.I.-500) le storie d’abuso erano scarsamente presenti, mentre un disturbo affettivo tra parenti di primo grado era invece piuttosto frequente e circa l’8,5% dei pazienti con DBP ha sviluppato, dopo vari anni dalla dimissione, una malattia affettiva unipolare o bipolare (25, 36). In oltre la metà di un campione di pazienti australiane è stata riscontrata una storia d’incesto. Includendo anche l’abuso fisico e le estreme umiliazioni, da parte di chi avrebbe dovuto prendersi cura di loro in età infantile, il fattore “abuso” era presente nella storia di circa il 90% dei pazienti (3, 30, 35). In questo studio, la presenza di una malattia affettiva grave è stata rilevata in un numero limitato di parenti di primo grado dei pazienti con DBP, inoltre, nei pazienti con disturbi depressivi, era difficile dirimere l’effetto patogenetico dei fattori biologici dall’effetto degli eventi stressanti di vita. In Giappone, hanno evidenziato che tali pazienti presentano comportamenti suicidari aggravati dalla solitudine e/o dalla lontananza dagli stretti legami familiari oppure in rapporto al rifiuto subito in una relazione sentimentale, diversamente da entrambi i gruppi dei pazienti con DBP già citati (37). Inoltre, in Giappone è raro riscontrare una storia d’abuso fisico o sessuale nell’infanzia di questi pazienti con DBP. Queste considerazioni dimostrano come diversi studiosi tendono ad attribuire diversa rilevanza a differenti fattori eziopatogenetici coinvolti nelle genesi del DBP, anche in funzione della diversa cultura di provenienza. Nessuna teoria del quadro causale del DBP sarà possibile formulare fino a quando non si riuscirà ad allontanarsi da orizzonti di ricerca ristretti, valutando i campioni raccolti in diverse società e culture. Un consistente numero di pubblicazioni tratta il complesso problema del rapporto tra la patologia affettiva e il DBP (37). La comorbidità tra DBP e disturbo affettivo è talmente frequente da aver indotto numerosi studiosi a formulare l’ipotesi che il DBP rappresenti solo una forma cronica e sottosoglia di disturbo affettivo. I pazienti con DBP e distimia hanno bisogno di un più alto numero di ricoveri e manifestano una maggior frequenza di sintomi di scissione, sintomi suicidari, dipendenza e noia, rispetto ai pazienti con DBP che non manifestano distimia concomitante (38). Tal evidenza ha portato questi studiosi alla conclusione che il DBP è eziologicamente eterogeneo ed include, probabilmente, diverse varietà di disturbi depressivi e di personalità, con differenti livelli di funzionamento socio-lavorativo e d’outcome.

Comportamenti aggressivi ed impulsivi

Una delle principali caratteristiche sintomatologiche del DBP è rappresentata dalla rabbia inappropriata, intensa ed incontrollata. Questa rabbia può presentarsi con diverse espressioni cliniche, come: ostilità omnipervasiva, esplosioni di rabbia transitoria ed incontrollabile, permalosità eccessiva. Secondo alcuni studiosi, tale aggressività potrebbe avere correlati rilevanti di tipo neurologico (39).
L’ambiente clinico è sicuramente indicato per esaminare i tratti comportamentali costanti ma non per valutare i tratti comportamentali episodici, secondo Gardner e Cowdry (40).
Lo studio del flusso ematico cerebrale e l’utilizzo della metodica PET (positron-emission tomography) per ovvi motivi clinici ed etici, non sono stati applicati su pazienti con DBP, in un momento d’esplosione di rabbia. Ciò nonostante, recenti studi in letteratura sull’aggressività prendono in considerazione la sintomatologia aggressiva presente nei soggetti affetti da DBP.
In uno studio su 128 carcerati violenti, Merikangas (41) ha enucleato tre fattori principali alla base del comportamento aggressivo: 1. il fattore pulsionale (drive), 2. la suscettibilità allo stimolo (soglia) e 3. la capacità d’inibizione della risposta (controllo). Alti livelli pulsionali, bassa soglia di reazione e incapacità d’inibire la risposta aggressiva erano tutti fattori associati a più frequenti atti di violenza. Era, talora, evidente una suscettibilità patologica che induceva a rispondere in modo aggressivo anche a minacce minime.
Frequentemente sono presenti epilessia, anomalie bioelettriche cerebrali e altri segni di danno cerebrale. Simili anomalie sono state evidenziate da Andrulonis et al. (42) nel loro campione di pazienti affetti da DBP, costituito in prevalenza da giovani maschi, con episodico disturbo del controllo degli impulsi, rappresentato, soprattutto, da aggressività impulsiva.
Applicando il suo modello di “information processing” per l’aggressività, Huesman (43) sostiene l’ipotesi dell’esistenza di stili di comportamento aggressivo (copioni compor-tamentali) acquisiti nell’infanzia e tendenti a resistere ad ogni cambiamento.
Alcuni soggetti, inoltre, dopo aver subito violenze o dopo esserne stati diretti testimoni, diventano aggressivi e presentano la tendenza ad evocare risposte aggressive negli altri, con atteggiamenti di derisione o di minaccia, difendendosi, così, dalla paura latente evocata dal rapporto sociale e rinforzando, in se stessi, la convinzione acritica che “gli altri sono sempre pericolosi” (44).
Se non è criticato questo tipo d’apprendimento reiterato può costruire una modalità d’interpretazione delle comunicazioni sociali tendenzialmente persistente, che induce al comportamento aggressivo.
I soggetti con DBP, soprattutto quelli che hanno subito violenze fisiche o sessuali, tendono a reagire a stimoli sociali neutri, interpretati come potenzialmente pericolosi, con comportamenti aggressivi subitanei volti a prevenire e/o punire atteggiamenti altrui potenzialmente negativi, in una sorta di cortocircuito comportamentale, ispirato ad una sorta di filosofia di vita del tipo “chi aggredisce per primo si salva”.
In alcune situazioni, tale modalità di risposta impulsiva ed immediata, acquisita per apprendimento e, probabilmente, condizionata da fattori neurobiologici, può condurre a comportamenti gravemente violenti. Fra i 285 pazienti “borderline” inclusi nello studio P.I.-500, quattro maschi avevano ucciso una o più volte nel periodo di follow-up.
Il comportamento aggressivo è un comportamento arcaico, volto alla sopravvivenza dell’individuo, controllato da strutture cerebrali filogeneticamente antiche. Ciò nonostante presenta una sua intrinseca complessità declinandosi in diversi aspetti, secondo Valzelli (45). L’aggressività territoriale, quella competitiva, quella predatoria, quella protettivo-materna, e quella protettivo-difensiva possono essere significativamente differenti sul piano psico-comportamentale e neurobiologico. Nell’ambito di ciascuno di questi aspetti possono essere coinvolte diverse strutture cerebrali, con alcune specificità per un tipo particolare d’aggressività, ma anche con alcune sovrapposizioni neuro-funzionali tra le diverse forme d’aggressività.
L’aggressività protettivo-difensiva è particolarmente rilevante nello studio dei soggetti con DBP. Questa forma d’aggressività è evocata dall’attacco, reale o presunto, di un avversario. In laboratorio si studia dopo aver somministrato stimoli dolorosi o avversivi ad animali da esperimento solitamente ristretti in coppia in un unico ambiente. L’aggressività protettivo-difensiva solitamente si presenta con intensità sproporzionata allo stimolo offensivo (l’accesso di rabbia reattiva del paziente con DBP), ma, anche, con la tendenza ad aggredire non chi direttamente reca un’offesa, ma spesso solo chi n’esprime un innocuo equivalente simbolico.
Nei soggetti con DBP gli abusi subiti nell’infanzia potrebbero plasmare nel sistema nervoso una circuitazione paleo-archi-corticale, in costante preallarme, predisposta a reagire sul piano comportamentale, in tempi rapidissimi e con modalità eccessive, a minacce reali o presunte. Le strutture neurologiche correlate funzionalmente a questi pattern d’attivazione e reattività del Sistema Nervoso Centrale (SNC) sono state studiate, negli ultimi decenni, con risultati interessanti sul piano euristico e clinico.

FATTORI GENETICI E STUDI SULLE FAMIGLIE
Negli studi sulla famiglia, se una maggior prevalenza di un disturbo psicopatologico si manifesta nei parenti naturali dei probandi, portatori di tale disturbo, ne viene confermata la familiarità (46). Gli studi sulla famiglia non differenziano i fattori ambientali da quelli genetici. La ricerca di tale differenziazione richiede altri metodi e campi di ricerca, come gli studi su gemelli o sulle adozioni.
Alcuni ricercatori hanno svolto studi sulla famiglia per verificare se il DBP è più frequentemente nelle famiglie di pazienti, in cui qualche componente è affetto da DBP. Questi studi (23, 47-50) hanno evidenziato anche una maggiore frequenza in queste famiglie d’altri disturbi del controllo degli impulsi. In tutti questi studi è stata evidenziata una maggior prevalenza di DBP tra i componenti delle famiglie di pazienti con DBP.
I parenti di primo grado di pazienti con DBP sono stati messi a confronto con i parenti di primo grado di pazienti con altri disturbi di personalità e con i parenti di primo grado di pazienti schizofrenici maschi (51). L’instabilità affettiva cronica e l’impulsività cronica sono risultate significativamente più evidenti nei parenti di pazienti con DBP rispetto ai gruppi di controllo. Questi Autori hanno suggerito, perciò, per gli studi futuri, un esame più approfondito dei tratti comportamentali di base anziché la mera diagnosi di DBP. Vari studi hanno evidenziato una prevalenza del disturbo borderline di personalità nei parenti di primo grado, del paziente designato.
Gli studi familiari hanno evidenziato, inoltre, nelle famiglie dei pazienti con DBP più alta incidenza di:
· schizofrenia (52);
· disturbi affettivi (25);
· abuso di sostanze e personalità antisociale (10).
In sintesi diverse osservazioni cliniche rilevanti hanno dimostrato che:
1. il DBP si manifesta più frequentemente nelle famiglie di pazienti con DBP, che nelle famiglie di pazienti affetti da schizofrenia, disturbo bipolare, distimia, personalità schizotipica o antisociale;
2. nelle famiglie di pazienti con DBP c’è solo un aumento lieve della prevalenza di schizofrenia;
3. nei parenti di primo grado di pazienti con DBP si manifestano frequentemente tendenze all’alcolismo e all’abuso di sostanze;
4. la maggior parte delle prove non evidenzia un rapporto specifico fra DBP e disturbo affettivo, tranne che per pazienti borderline con storia di concomitante depressione maggiore.

Studi su gemelli, adozioni e analisi di segregazione.

Torgersen (27), in uno studio su gemelli, ha valutato il peso dei fattori genetici nello sviluppo del disturbo di personalità schizotipico e/o borderline. Le diagnosi psicopatologiche dei gemelli erano state effettuate in accordo con i criteri del DSM-III. Il clinico in fase diagnostica non sapeva del carattere di monozigosi o dizigosi dei gemelli. Su 69 probandi con diagnosi di disturbo di personalità, solo dieci presentavano un DBP. I risultati non sembrano sostenere un’eziologia genetica del DBP. Infatti, nessuno dei tre rispettivi gemelli monozigoti di probandi con DBP e solo due dei sette rispettivi cogemelli dizigoti presentavano il DBP.
Altri efficaci metodi di ricerca, utilizzati per evidenziare il contributo rispettivo dell’ereditarietà e dell’ambiente nell’ezio-patogenesi dei disturbi psicopatologici, sono rappresentati dagli studi sulle adozioni (53). Sono stati effettuati diversi studi specifici, con differenti metodologie.
Negli “studi della famiglia naturale degli adottati problematici” vengono confrontati i parenti naturali di figli adottivi patologici, con il gruppo di controllo, di parenti naturali di figli adottivi non patologici. La diversa prevalenza fra i parenti di famiglie naturali e di controllo fornisce una valutazione dei fattori genetici e ambientali.
Negli “studi sugli adottati” sono confrontate le prevalenze di un disturbo fra figli adottivi nati da genitori patologici e non patologici.
Negli studi “cross-fostering” i figli adottivi, nati da genitori patologici, sono confrontati con i figli adottivi, nati da genitori non patologici, ma cresciuti con un genitore adottivo affetto dal disturbo in esame (53). Gli studi sulle adozioni hanno evidenziato l’importanza dei fattori genetici nell’eziologia dell’alcolismo, tuttavia, prove meno consistenti sono state raccolte per sostenere che anche il disturbo antisociale di personalità sia geneticamente trasmesso. Non è stato ancora pubblicato alcuno studio sulle adozioni che abbia valutato con rigore scientifico genitori o figli adottivi con diagnosi di DBP. L’adozione di figli di genitori borderline avviene frequentemente. Soprattutto alla madre borderline è spesso negata la tutela dei propri figli. In un campione di gemelli dello stesso sesso, Torgersen (27) ha studiato, in differenti disturbi di personalità, il ruolo svolto da fattori ereditari e ambientali. Il fattore denominato “impulsività-aggressività” fu considerato, da quest’autore, fattore ambientale, derivante dal contesto familiare e educativo, nonché dal modello culturale di riferimento, più che da fattori genetici.
I quattro principali modelli genetici dell’ereditarietà (autosomico dominante, autosomico recessivo, poligenico e legato al cromosoma X) sono stati sottoposti ad analisi di segregazione. Questi modelli sono stati applicati nella ricerca della comparsa di malattia psichiatrica, nei parenti di primo grado, di pazienti con DBP. Nessuno di questi modelli è stato validato nel confronto tra prevalenze ed incidenze attese e osservate di fratelli/sorelle o figli con psicopatologia in atto.
Queste considerazioni non vanno considerate come definitive. Esse rilevano la necessità d’ulteriori studi su gemelli e adozioni, alla ricerca del ruolo dei fattori genetici nell’ezio-patogenesi del DBP. Va rilevata la più alta incidenza di DBP nelle famiglie di pazienti con DBP. Rimane ancora incerta la presenza di uno specifico fenotipo, quale espressione della patologia ereditata nel DBP. Una critica più radicale alla ricerca di correlati genetici del DBP va fatta, in quest’ambito, al concetto diagnostico stesso di DBP. Probabilmente esiste una specifica ereditarietà per aspetti sintomatici specifici, quali impulsività, instabilità emotiva, disturbi dissociativi, aggressività, ma non per il DBP, in quanto tale. Ciò non dovrebbe portare alla conclusione di una ininfluenza dei fattori genetici nella ezio-patogenesi del disturbo. Al contrario, dovrebbe far riflettere i clinici sulla stessa esistenza del DBP, in quanto entità nosografica. Probabilmente, il futuro della ricerca genetica, in questo settore, ma anche in tutto l’ambito diagnostico psichiatrico, ci fornirà informazioni rilevanti e rivoluzionarie. In quelle che attualmente consideriamo entità nosografiche psichiatriche potrebbero svolgere un ruolo specifico diversi quadri eziologici genetici. D’altronde, non è improbabile che uno stesso danno genetico possa contribuire alla vulnerabilità specifica per diversi disturbi psicopatologici, nosograficamente distanti nelle convenzioni diagnostiche, che sono oggi largamente condivise, in ambito clinico.
I dati di ricerca, attualmente disponibili, sembrano maggiormente orientati a sostenere l’ipotesi che gli eventi traumatici, quindi i fattori ambientali, svolgano un ruolo ezio-patogenetico nell’insorgenza del DBP (54). Diverse evidenze scientifiche dimostrano che la presenza di uno o più genitori affetti da psicopatologia può associarsi significativamente ad episodi d’abuso infantile. In breve, numerose prove raccolte indicano che il DBP consegue all’aver vissuto la propria infanzia con genitori affetti da una patologia mentale. La malattia psichiatrica genitoriale, l’instabilità affettiva e i conseguenti comportamenti traumatizzanti sarebbero, in questa prospettiva, elementi predittivi di un significativo disturbo dello sviluppo nell’infanzia e nell’adolescenza e, quindi, di un conseguente disturbo borderline di personalità, nell’età adulta. Non va, comunque, sottovalutato, anche in quest’ambito di ricerche, il ruolo della vulnerabilità specifica e delle basi genetiche che a questa vulnerabilità possono essere sottese.

DISFUNZIONI CEREBRALI CORRELATE AL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA’

Le disfunzioni cerebrali, presenti nel DBP, includono:
· i danni cerebrali neurologici;
· i deficit neuropsicologici;
· la specifica neuro-biologia del disturbo con lo studio delle anomalie neuro-comportamentali e delle alterazioni del funzionamento cerebrale, in risposta al trattamento.
L’associazione fra personalità borderline e disfunzioni cerebrali è stata valutata, con diversi metodi di ricerca sperimentale, su pazienti e gruppi di controllo. Alcuni studi hanno confrontato la prevalenza di danni cerebrali, in pazienti con DBP, confrontandola con la prevalenza, di tali danni, in pazienti con altre diagnosi. Altri studi hanno utilizzato tecniche investigative e diagnostiche specifiche, per verificare la presenza di una disfunzione cerebrale nei pazienti con personalità borderline.
Presenza di disfunzioni cerebrali in pazienti con DBP rispetto ad altri pazienti
Alcuni dati preliminari hanno suggerito la presenza di un danno cerebrale nel 29% delle femmine e nel 56% dei maschi affetti da DBP (42). Questo gruppo di pazienti con “danno d’organo” poteva essere distinto in due sottogruppi. Un sottogruppo, con disfunzioni cerebrali minime, includeva pazienti con anamnesi positiva per il disturbo da deficit dell’attenzione e per le difficoltà d’apprendimento. Un secondo sottogruppo includeva pazienti che avevano danni cerebrali conseguenti o correlabili ad epilessia, traumi ed encefaliti.
In uno studio, i pazienti borderline con “danno d’organo” presentavano:
- esordio precoce della malattia;
- frequenti acting out;
- alta incidenza d’abuso di sostanze in famiglia.
Questo studio riguardava un gruppo di pazienti resistenti al trattamento, trattati in aperto, in cui non era stato previsto un gruppo di controllo (55).
In uno studio di follow-up sono stati studiati pazienti con DBP e pazienti con diagnosi di schizofrenia, secondo i criteri previsti dal DSM-III, accoppiati per sesso ed età (56). La percentuale di pazienti con DBP, maschi e femmine, che avevano avuto un danno cerebrale, era sostanzialmente sovrapponibile alla percentuale riscontrata in precedenza (42). I pazienti schizofrenici avevano meno danni cerebrali, rispetto ai pazienti con DBP (56).
Andrulonis e Vogel (57) hanno studiato l’incidenza di “danno d’organo”, confrontando i pazienti con DBP, con due gruppi di controllo, uno costituito da pazienti con schizofrenia e uno costituito da pazienti con disturbi affettivi. I pazienti con personalità borderline presentavano un danno d’organo nel 40% dei maschi e nel 14 % delle femmine. Solo il 25% dei pazienti schizofrenici e solo i1 7% dei pazienti con disturbi affettivi avevano segni, sintomi o storie di danno cerebrale acquisito. La prevalenza di danni cerebrali, riscontrata nei borderline maschi rispetto alle femmine, non fu evidenziata nei gruppi di controllo, che non avevano differenze legate al sesso.
Soloff e Millward (58-59) hanno esaminato un gruppo di pazienti selezionati con l’Intervista Diagnostica per Borderline (60), a confronto sia con pazienti con diagnosi di depressione maggiore sia con pazienti con diagnosi di schizofrenia. Gli elementi significativamente più frequenti tra i soggetti con DBP risultarono essere le complicazioni prenatali, con un 17,8% dei pazienti con DBP vs 0,05% dei pazienti schizofrenici e 4,8% dei soggetti di controllo depressi. Questo studio non manca di qualche significativo “bias”, cioè l’assenza di un’osservazione in cieco, un’eccessiva fiducia nei dati raccolti in modo retrospettivo e criteri diagnostici poco definiti, per i disturbi dello sviluppo neurologico.
Un gruppo di pazienti, affetti da un disturbo borderline di personalità, ricoverati in un ospedale per veterani, è stato studiato da Van Reekum e collaboratori (39). Secondo questo studio retrospettivo 1’81% dei pazienti con DBP, rispetto al solo 22% dei pazienti di controllo (P<0,0001), presentava una storia certa di ritardo dello sviluppo (44% dei pazienti con DBP) oppure di danno acquisito al Sistema Nervoso Centrale (58% dei pazienti con DBP). Nell’ambito del “ritardo dello sviluppo” erano inclusi: il disturbo da deficit dell’attenzione, il disturbo dell’apprendimento e gli altri ritardi dello sviluppo mentale. I danni al SNC acquisiti includevano gli effetti di traumi, le crisi epilettiche e altre lesioni del SNC, quali: tumori; idrocefalo; encefalite. Questo studio presenta risultati largamente simili a quelli di Andrulonis et al. (42) e presenta, anch’esso, dei limiti metodologici legati alla mancanza di un disegno in cieco e di uno studio dei fattori che potrebbero aver influenzato la scelta del campione e la disponibilità dei dati anamnestici necessari.
La comorbidità tra DBP ed epilessia è stata studiata (61-62). Mendez et al. (63), in uno studio su quest’associazione, hanno esaminato pazienti ricoverati presso l’University Hospital of Cleveland, negli anni fra il 1981 e il 1987, in seguito a tentativi di suicidio, per overdose. Il 45,5% dei pazienti epilettici presentava un DBP, contro il 13,6% dei soggetti di controllo (P<0,0l). Una maggior prevalenza di psicosi (P = 0,06) ed una minor capacità d’adattamento (P<0,05) è stata evidenziata, nel gruppo di pazienti epilettici, rispetto al gruppo di controllo. L’incidenza di depressione e disturbi dell’umore era sostanzialmente sovrapponibile nei due gruppi.

Studi neurologici prospettici del disturbo borderline di personalità

Uno studio ha rilevato una maggior presenza d’anomalie bioelettriche cerebrali all’elettroencefalogramma (EEG) in soggetti con DBP, rispetto a soggetti di controllo depressi (64). Un altro studio ha evidenziato una prevalenza d’anomalie all’EEG in pazienti borderline, rispetto a soggetti di controllo distimici (65). Una più marcata prevalenza d’anomalie bioelettriche cerebrali è stata riscontrata in altri studi che hanno confrontato pazienti con DBP e pazienti con altre diagnosi psichiatriche, incluse le diagnosi di Asse II (66). La prevalenza delle anomalie bioelettriche cerebrali, di qualsiasi natura ed entità, nei soggetti con DBP, è risultata variare dal 18,8% al 59% (66). Anomalie bioelettriche più specifiche o gravi sono state registrate in percentuali incluse tra il 13% (66) ed il 41% (64). Nei pazienti borderline non sono stati evidenziati specifici aspetti, per sede o natura, delle anomalie EEG. Inoltre, non è conosciuto il tipo di relazione esistente tra queste anomalie bioelettriche cerebrali e le alterazioni psico-comporlamentali tipiche del paziente con DBP.
La prevalenza di crisi epilettiche parziali complesse è stata studiata da Cowdry et al. (64) in una popolazione di pazienti con DBP. La raccolta di prove cliniche, a favore del fenomeno epilettico, ha supportato un’interpretazione, in senso ezio-patogenetico, delle anomalie bioelettriche cerebrali, presenti nei soggetti con personalità borderline, secondo questi autori.
La ricerca d’anomalie cerebrali strutturali in pazienti con DBP è stata effettuata con la metodica della tomografia computerizzata (TC) (67-68). Snyder et al. (69) hanno esaminato le TC di pazienti con DBP senza riscontrare anomalie anatomiche. Schulz (68) ha confrontato le TC di pazienti con DBP, di un gruppo di pazienti schizofrenici e di una popolazione normale di controllo. Il volume dei ventricoli cerebrali dei pazienti schizofrenici è risultato significativamente maggiore, rispetto agli altri due gruppi. In particolare, i soggetti con DBP e i soggetti normali di controllo non presentavano differenze significative. In uno studio in cieco, Lucas et al. (70) hanno studiato pazienti con DBP e soggetti di controllo normali, senza evidenziare differenze significative nelle dimensioni dei ventricoli cerebrali, né altre variazioni anatomiche, degne di nota. Solo in un piccolo gruppo di pazienti con DBP, sottoposto ad esame TC, van Reekum et al. (39) hanno evidenziato una più alta presenza d’anomalie. La mancata rilevazione alla TC di segni patologici, nei soggetti con personalità borderline, non esclude la possibilità che nel DBP è presente una sottostante patofisiologia cerebrale. Molti altri disturbi cerebrali, spesso associati al disturbo borderline di personalità, quali gli esiti di danno cerebrale su base traumatica, l’epilessia, il disturbo da deficit dell’attenzione, i disturbi dell’apprendimento non presentano specifici quadri patologici alla TC.
Sono stati condotti studi più sofisticati d’approfondimento diagnostico neurofisiopatologico. Chapin et al. (71) hanno studiato i tempi di reazione, confrontando fra loro pazienti con DBP e pazienti affetti da altre quattro diverse psico-patologie. In questo studio i pazienti con DBP presentavano risultati, significativamente diversi, dai pazienti schizofrenici e dai pazienti con disturbo schizotipico di personalità. I tempi di latenza dei soggetti con DBP differivano significativamente da quelli dei pazienti schizotipici e da quelli dei soggetti di controllo normali. I dati raccolti, su pazienti con DBP, non differivano da quelli raccolti, su pazienti con depressione maggiore. Gli autori hanno, quindi, concluso che i soggetti con personalità borderline hanno pattern neurofisiopatologici diversi dai soggetti schizotipici.
Kutcher et al. (72), studiando la P300 e altri potenziali evocati cerebrali a lunga latenza, hanno dimostrato, nei pazienti con DBP e nei pazienti schizofrenici “disfunzioni di neuro-integrazione acustica”. I pazienti con DBP presentavano una latenza della P300 più lunga con un’ampiezza più bassa. Questi dati sono stati evidenziati nei soggetti con DBP e nei soggetti schizofrenici, in contrasto con quanto registrato nei soggetti normali, nei depressi e nei pazienti con disturbi di personalità non borderline. Questi dati non identificano spazialmente la disfunzione cerebrale e non chiariscono il significato delle affinità neuro-biologiche tra DBP e schizofrenia.
Gardner et al. (73) hanno esaminato, in aperto, un gruppo di donne con DBP, valutando i segni neurologici minori, in confronto con soggetti normali di controllo. Il gruppo di soggetti con DBP aveva più numerosi ed evidenti segni neurologici minori rispetto ai soggetti sani di controllo (P<0,02). Una differenza significativa tra i soggetti con DBP (65%) e i soggetti di controllo (32%, P<0,05) è stata evidenziata, utilizzando un cut-off di due o più segni neurologici minori. (74-75)
In sintesi, gli studi sui correlati neuro-biologici del DBP suggeriscono la presenza di una disfunzione cerebrale, lieve, non focale, in assenza di grossolane alterazioni strutturali anatomiche. I dati raccolti sono, comunque, non sufficienti per permettere una chiara interpretazione dei risultati. Saranno opportuni ulteriori e più sofisticati studi, con l’utilizzo di tecnologie più sensibili, nell’esplorazione del funzionamento cerebrale, in quest’ambito di ricerca, nel futuro.

Studi di neuropsicologia del DBP
Pochi studi sono stati effettuati alla ricerca dei correlati neuro-psicologici del DBP. Cornelius et al. (55) li hanno studiati, escludendo dal loro campione di pazienti con DBP, i pazienti in cui era verosimile riscontrare una “organicità manifesta” ed i pazienti con deficit intellettivo. In questi pazienti, affetti da DBP “non organici”, le prove di memoria, linguaggio, funzionamento motorio e visuo-spaziale sono risultate normali. Tali risultati non devono meravigliare, considerati i criteri d’inclusione nello studio del campione esaminato. I disturbi clinici dei pazienti con DBP non suggeriscono la presenza d’anomalie motorie, del linguaggio, della memoria e del funzionamento visuo-spaziale. Al contrario, ciò che è più evidente, nei pazienti con DBP, è l’impulsività, il comportamento auto-mutilante, l’instabilità emotiva ed affettiva. Tali comportamenti suggeriscono un coinvolgimento funzionale, nella loro genesi, delle regioni limbiche e frontali.
Van Reekum et al. (39) hanno studiato un gruppo di l0 soggetti con DBP, somministrando una serie di tests neuropsicologici. I risultati, interpretati in cieco rispetto alla condizione di DBP, hanno evidenziato, su nove pazienti che avevano completato la batteria di tests, che ben sette presentavano segni neuropsicologici di deficit frontale. I deficit ineludevano: impulsività; bassa elasticità cognitiva; insufficiente autocontrollo; tendenza alla perseverazione. Questi dati sono stati ottenuti mediante Wisconsin Card Sort (76), Trails B (77), test della Figura Complessa di Rey Osterreith (78). Gli altri test neuropsicologici somministrati non hanno dato risultati patologici. Questi dati, in conclusione, sembrano confermare la presenza di deficit neuropsicologici, correlati alla regione frontale.
Studio della correlazione tra danno cerebrale e DBP.
La forza dell’associazione tra disfunzioni cerebrali e disturbo borderline di personalità può essere valutata, utilizzando i criteri di causalità formulati da Hill, nel 1965, (79) vale a dire:
· forza dell’associazione;
· coerenza dei risultati;
· specificità causale;
· rapporto temporale;
· gradiente biologico;
· plausibilità biologica;
· risultati sperimentali e clinici.
Gli studi epidemiologici, le ricerche neurofisiopatologiche e neurologiche, i test neuropsicologici evidenziano una possibile associazione tra danno cerebrale e disturbo borderline di personalità. Una larga percentuale degli studi effettuati ha evidenziato una disfunzione cerebrale in un largo numero di pazienti con DBP. Ad oggi manca la certezza di un rapporto causale specifico. La complessità delle variabili e delle loro interazioni, sin qui evidenziate, giustificano, almeno in parte, le diverse ipotesi patogenetiche avanzate. Deficit cerebrali specifici sono stati ipotizzati nell’ezio-patogenesi d’altri disturbi psicopatologici, come il disturbo antisociale di personalità e la schizofrenia. Lo studio del rapporto temporale tra disfunzione cerebrale e successivo esordio del DBP richiede studi prospettici, attualmente non disponibili, nella letteratura scientifica internazionale. È verosimile, inoltre, che il disturbo del controllo degli impulsi, associato, per esempio all’abuso di sostanze, possa indurre, nei pazienti con DBP, danni cerebrali organici o traumatici. In tal caso, la presenza di disfunzioni cerebrali potrebbe conseguire al disturbo e non causarlo. Ciò nonostante, i danni cerebrali potrebbero accentuare i tratti di carattere e, probabilmente, potrebbero necessitare di un trattamento integrato multimodale, specifico e personalizzato (80-85).
L’esistenza di un gradiente biologico, per cui ad un aumento delle disfunzioni cerebrali si associa un aumento della gravità del DBP, è stato evidenziato solo da van Reekum et al. (39) che hanno correlato direttamente il numero di disfunzioni cerebrali con il punteggio ottenuto alla DIB (Intervista Diagnostica per Borderline), nel loro campione di pazienti studiati.
La plausibilità biologica dell’ipotesi per cui una disfunzione cerebrale può indurre effetti comportamentali è già acquisita in base ai numerosi studi sul danno traumatico cerebrale, sull’epilessia e sulle alterazioni dello sviluppo neuro-cognitivo. Numerose scale di valutazione clinica del DBP, per esempio, presentano un significativo “overlapping” con quelle utilizzate per valutare gli effetti comportamentali dei danni cerebrali (86-87). I dati degli studi neuro-psicologici indicano la presenza di deficit frontali e, soprattutto, del sistema orbito-limbico-frontale. Questo dati sono, sostanzialmente, in accordo con gli effetti evidenziati in seguito a danno traumatico cerebrale (88) ed in rapporto al disturbo da deficit dell’attenzione (89-91). Per esempio, la descrizione clinica fornita da Cummings (92) sugli effetti comportamentali delle lesioni orbito-frontali è molto simile al comportamento dei pazienti con DBP. “Lesioni in questa regione sembrano separare i sistemi di controllo frontali dall’input limbico, dando come risultato una sindrome di comportamenti disinibiti, in cui gli impulsi sono agiti senza alcuna considerazione delle loro conseguenze, e, in cui si manifestano azioni antisociali e con labilità emotiva molto evidente”. È, quindi, verosimile che una disfunzione del sistema orbito-limbico-frontale (93-95) possa essere considerato il principale fattore ezio-patogenetico del DBP, almeno in una sottopopolazione di soggetti con personalità borderline.
Le verifiche sperimentali, sul ruolo svolto dalla disfunzione cerebrale nell’ezio-patogenesi del disturbo borderline di personalità, sono fortemente limitate da fattori etici. In alcuni studi osservazionali clinici, l’uso di diversi trattamenti farmacologici ha indotto a considerazioni significative, anche in termini d’interpretazione ezio-patogenetica. Alcuni studiosi hanno evidenziato l’efficacia del metilfenidato su un paziente con disturbo borderline di personalità e consensuale disturbo da deficit dell’attenzione (96). In uno studio controllato, altri studiosi hanno evidenziato un miglioramento soggettivo e comportamentale, in un gruppo di pazienti con disturbo da deficit dell’attenzione, in età adulta, dopo analogo trattamento (97). In un altro studio clinico randomizzato in doppio-cieco è stato evidenziato un miglioramento clinico, somministrando carbamazepina, su 16 soggetti, di sesso femminile, con DBP (64). Una verifica sperimentale specifica potrebbe derivare da studi che correlassero i miglioramenti della disfunzione cerebrale con il miglioramento del funzionamento comportamentale. In analogia con quanto provato per il disturbo antisociale di personalità, disturbo frequentemente sovrapposto al disturbo borderline di personalità (98), i risultati di questi studi osservazionali, dopo somministrazione di trattamenti farmacologici, dimostrano come la disfunzione cerebrale svolga un ruolo patogeneticamente rilevante nel disturbo borderline di personalità (99).

Ruolo ezio-patogenetico delle disfunzioni cerebrali nel determinismo clinico del DBP
I risultati di numerosi studi in letteratura scientifica suggeriscono che le disfunzioni cerebrali possono influire significativamente sui comportamenti psico-patologici del DBP, inducendoli o aggravandoli. L’ipotesi che le disfunzioni cerebrali possano determinare i comportamenti psico-patologici può essere sostenuta sulla base degli studi effettuati sulle lesioni orbito-frontali (92). E’ plausibile, comunque, che, per indurre stabili cambiamenti comportamentali, le disfunzioni cerebrali debbano interagire con fattori legati all’ambiente ed all’apprendimento (93-95). Quest’interazione risulta, ovviamente, di difficile studio, senza adeguati studi prospettici, che permettono, contemporaneamente, la valutazione, qualitativa e quantitativa, delle disfunzioni cerebrali, dei fattori ambientali e dei fattori d’apprendimento implicati.
Ciò nonostante, nei pazienti con DBP, disturbi cerebrali e deficit cognitivi sono stati, ripetutamente, evidenziati ed andrebbero sempre ricercati, nella pratica clinica. Tali anomalie neuro-funzionali potrebbero essere, frequentemente, riscontrate nei pazienti con più gravi disturbi comportamentali.
Queste considerazioni ezio-patogenetiche hanno, infatti, evidenti implicazioni clinico-terapeutiche Linehan (100). La riabilitazione comportamentale dei pazienti con DBP dovrebbe, infatti, permettere modificazioni clinicamente rilevanti dei deficit cognitivi e comportamentali, d’ogni paziente. Un trattamento farmacologici, specifico e personalizzato, dei disturbi neuro-biologici sottostanti risulta, in questa prospettiva, opportuno e necessario. I pazienti con deficit dell’attenzione ed iperattività (101) potrebbero giovarsi dell’assunzione di metilfenidato e psicostimolanti. I pazienti con disturbo epilettico potrebbero essere trattati con carbamazepina ed altri antiepilettici, stabilizzatori dell’umore (99).
La prevenzione degli “acting-out” e dei più importanti disturbi impulsivi, in soggetti con disturbi cerebrali ad alto rischio, potrebbe avvalersi dello specifico trattamento del disturbo cerebrale, associato con opportuni interventi psico-educazionali sulla famiglia e/o psicoterapeutici, utilizzando strumenti d’intervento fruibili, anche da chi presenta limitazioni cognitive evidenti.

NEURO-BIOLOGIA DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ.
L’ipotesi di un’eziologia neuro-biologica del disturbo borderline di personalità sottintende che nell’individuo ci siano dei fattori endogeni, su base genetica o acquisiti, che provocano disfunzioni cerebrali e, di conseguenza, specifici disturbi comportamentali.
Una visione dell’uomo, che non tenga conto dell’influenza esercitata sul comportamento sia da fattori ambientali sia da fattori costituzionali, è sicuramente riduttiva e semplicistica.
Di seguito saranno esaminati i dati ottenuti dalla ricerca scientifica, sui fattori genetici implicati nell’eziologia del disturbo borderline di personalità, ma, anche, i dati sulle disfunzioni cerebrali acquisite che possono svolgere un ruolo ezio-patogenetico sull’insorgenza del disturbo.
Verranno, inoltre, considerati i marker biochimici, che potranno rivelare eventuali fattori patogenetici comuni fra DBP e altri disturbi psicopatologici, suggerendo i possibili meccanismi fìsiopatologici sottesi al DBP. Ciò può contribuire alla comprensione di come fattori genetici o acquisiti possano interagire nello sviluppo del DBP.
Alcuni segni patologici minori di tipo neurologico sono stati associati alle anomalie comportamentali, nei pazienti con DBP da Gardner et al. (73).
Anomalie del potenziale evocato acustico P300 nel DBP sono state correlate all’aggressività impulsiva, che si osserva nel DBP (102). Il potenziale evocato acustico P300 sembra essere in rapporto con il processo d’elaborazione cognitiva degli stimoli (103). Non è stata, però, dimostrata una specificità di questo dato neuro-fisiologico nel differenziare i pazienti affetti da DBP dai pazienti con altri disturbi di personalità o con altri disturbi affettivi. Ulteriori studi saranno necessari per determinare se le alterazioni del P300, riscontrate nei pazienti con DBP, siano conseguenti all’espressione clinica del disturbo oppure rappresentino un vero e proprio marker di vulnerabilità (104). Una latenza P300, particolarmente lunga, si correla con l’incapacità di strutturare risposte condizionate a stimoli ambientali specifici. Tale anomalia nei soggetti con DBP potrebbe essere correlata a difficoltà nell’apprendimento operante, in altre parole, nell’acquisizione di nuovi e diversi repertori comportamentali, in risposta a stimoli ambientali già conosciuti, una sorta d’incapacità a modulare i propri comportamenti condizionati, spesso appresi in età infantile. Inoltre, potrebbe essere alla base del fenomeno di ricerca di sensazioni nuove e forti (sensation seeking) (105-106), un aspetto presente in molti pazienti con DBP, soprattutto in quelli che manifestano comportamenti antisociali.
In uno studio sui potenziali evocati, in soggetti normali che cercano sensazioni forti sono state evidenziate variazioni marcate, in funzione dell’ampiezza e dell’intensità dello stimolo, della componente acustica evocata N1/P2 (107). Quest’aspetto neuro-fisiologico potrebbe essere correlato al “bisogno di nuove ed eccitanti sensazioni”, alla riduzione d’interesse veloce per stimoli ripetuti e, quindi, ad un’elevata tendenza a sperimentare noia. Probabilmente, molti dei pazienti ciclotimici e con diagnosi di Cluster-B, in Asse II, potrebbero presentare simili correlati neuro-fisiologici, considerato che tendono a mostrare analoghe modalità di ricerca di sensazioni.
Il comportamento dei pazienti con DBP è condizionato, principalmente, dall’ultima impressione sensoriale, insorta in un rapporto interpersonale, piuttosto che da tutto il vissuto precedente (3). E’ come se essi vivessero in un eterno presente reattivo, senza le modulazioni comportamentali normalmente dettate dalla memoria affettiva. Anni di rapporti amorevoli con un partner possono, in un solo istante, essere rimossi dalla memoria ed il soggetto, con DBP, può reagire all’ultima interazione sociale interpretata, a torto o a ragione, come disturbante, con un’esplosione di rabbia incontrollata.
Un soggetto con DBP si comporta come se i rapporti tra memoria a breve e memoria a lungo termine, soprattutto per quanto attiene ai rapporti interpersonali ed affettivi, fossero gravemente deficitari. Le conoscenze sul processo di memorizzazione e sui sistemi neuronali coinvolti sono ancora molto parziali e ben lontani dal fornirci strumenti di interpretazione del comportamento dei soggetti con personalità borderline (108).
Il funzionamento mnesico è regolato da vari ormoni, alcuni dei quali sono rilasciati in seguito ad esperienze avversive, che attivano, per esempio, i recettori noradrenergici all’interno del complesso amigdaloideo (109). Le esperienze traumatiche del passato potrebbero lasciare tracce mnesiche, talmente forti nella memoria emozionale d’alcuni pazienti con DBP, da indurre, in seguito a successivi stimoli, che evocano anche solo lontanamente tali esperienze, risposte comportamentali incongrue. Sarebbe minimizzata la rilevanza di successive esperienze gratificanti, indipendentemente da quanto intense e costanti possano essere state.
Ciò potrebbe essere l’espressione, quindi, di un disturbo primitivo del sistema omeostatico di gratificazione, dei soggetti con DBP, che potrebbero essere affetti, in altre parole, da una “disedonia” di fondo (110).
Le caratteristiche della memoria emozionale ed i comportamenti connessi indicano nell’amigdala e nel sistema limbico, in generale, la regione cerebrale più direttamente coinvolta, nelle varie manifestazioni cliniche del DBP.
La procaina e.v. attiva le strutture del lobo temporale e del sistema limbico, in pazienti con malattie affettive, DBP e soggetti normali di controllo, provocando distorsioni cognitive e sensoriali, una maggior increzione di cortisolo ed aumento dei ritmi rapidi elettroencefalografici nei lobi temporali (111).
Nel gruppo con DBP non è stata evidenziata alcuna significativa correlazione tra il grado di attivazione EEG, indotta dalla procaina, e il grado di miglioramento indotto dalla successiva somministrazione di carbamazepina. La procaina potrebbe essere uno strumento farmacologico di valutazione della funzionalità del sistema limbico. I dati scientifici in nostro possesso non permettono, però, di sapere se tale strumento può differenziare specificamente il DBP dagli altri disturbi di personalità.
Una sovrapposizione diagnostica tra disturbi del lobo temporale, crisi epilettiche parziali e DBP è stata frequente, in passato. Analogamente il disturbo da personalità multipla ha ricevuto diagnosi di DBP e, a volte, di manifestazioni di crisi epilettiche parziali.
La personalità multipla può essere efficacemente differenziata dalle crisi epilettiche parziali, utilizzando la Dissociative Disorders lnterview Schedule (112). Il disturbo da personalità multipla non è, semplicemente, un disturbo del lobo temporale. I pazienti con crisi epilettiche parziali però, talvolta, soddisfano i criteri diagnostici per il DBP e/o per il disturbo da personalità multipla. Questa constatazione rende ancora più difficile determinare, se la presenza di un disturbo del lobo temporale, almeno in un sottogruppo di pazienti con DBP, non possa avere una specifica importanza patogenetica (42). In quest’ottica, il DBP, il disturbo da personalità multipla e le crisi epilettiche parziali complesse potrebbero avere alcuni fattori patogenetici ed alcuni correlati neuro-biologici in comune, senza che questo faccia perdere ad ognuna di queste condizioni cliniche la sua specificità.
La personalità multipla sembra essere indotta da gravi episodi d’abuso e rappresenta una “scissione” estrema, affine, ma non sovrapponibile, a quanto avviene nel DBP.
Le crisi epilettiche parziali possono essere conseguenza di un trauma cranico, ma non sempre tra trauma e sindrome comiziale esiste un nesso di causalità. Così l’esistenza di una correlazione patogenetica tra DBP e disturbi, anatomici o funzionali, del lobo temporale è possibile, sebbene non clinicamente rilevata con sufficiente frequenza.
Il sistema limbico è parte del più complesso sistema di risposta allo stress limbico-ipotalamo-ipofisi-surrenalico (LIIS) (113). Il coinvolgimento del sistema neuroendocrino LIIS è stato evidenziato, in risposta allo stress acuto, ma, anche, in relazione ai disturbi depressivi (114).
Considerato il livello di stress, sopportato e indotto, dai soggetti con DBP, gli steroidi e i peptidi implicati nel sistema neuro-endocrino LIIS potrebbero presentare variazioni significative, anche se non sono stati studiati, specificamente, in questi pazienti.
I gangli della base, precisamente, caudato e putamen, sembrano contribuire al cosiddetto “habit” o sistema di memoria procedurale (115). Tali strutture neuro-biologiche sembrano svolgere un ruolo centrale nel processo di memorizzazione dei pattern cognitivo-comportamentali, non verbali, che includono le convinzioni non criticate e le identificazioni formatesi nell’infanzia.
Prove cliniche e sperimentali sostengono che il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) è associato alla funzione di tale sistema mnesico (116-117). Una comorbidità per il DOC è stata evidenziata, in alcuni pazienti con BPD. In tali soggetti, le convinzioni irrazionali sembrano esercitare un evidente effetto sui processi di pensiero razionale. Nei pazienti anoressici e bulimici, possono essere esempi di tal effetto, la distorsione irrazionale e non criticabile dell’immagine corporea, nonché la paura dei cambiamenti, che, su tale immagine corporea, possono essere indotti, da variazioni delle loro abitudini alimentari.
I soggetti con DBP, sessualmente, fisicamente e verbalmente abusati negli anni dell’infanzia, tenderebbero, in questa prospettiva a strutturare “habit”, pattern cognitivo-comportamentali di percezione e di reazione, conseguenti alla loro condizione di vittime degli abusi. Tali “habit” possono essere fortemente disadattivi nei rapporti interpersonali, nel corso della vita. Ciò nonostante, questi soggetti sono così acriticamente e fortemente legati alle loro distorsioni cognitive, da accettare raramente interpretazioni del reale più adeguate.
Negli ultimi anni, sono stati proposti approcci terapeutici volti a riprogrammare il sistema mnesico abitudinario, di questi pazienti, con nuovi strumenti di trattamento, che includono la somministrazione di farmaci serotoninergici e forme specifiche di terapia cognitiva e di gruppo. In particolare la terapia di gruppo s’ispira a quanto acquisito dai gruppi d’auto-mutuo-aiuto, orientati al controllo di specifici impulsi disturbanti, come per gli Alcolisti Anonimi.
Il suicidio e l’aggressività sono, spesso, associati a bassi livelli di serotonina nel SNC. La serotonina è uno dei neuro-trasmettitori coinvolti nella modulazione dell’inibizione comportamentale. Un deficit di serotonina è associato solitamente a disinibizione comportamentale (118-119).
La clorimipramina e la fluoxetina, per esempio, sembrano migliorare i sintomi di DOC. Ciò ha aumentato l’interesse per lo studio di tale neurotrasmettitore anche nel DBP (120). I pazienti bulimico-anoressici spesso presentano tratti di tipo ossessivo-compulsivo, ed entrambe tali sindromi sono presenti in alcuni sottogruppi di pazienti con DBP.
L’aggressività impulsiva, con tentativi plurimi di violenta auto ed etero diretta, è tipica dei pazienti con DBP. Alcuni pazienti con DBP manifestano una riduzione dell’aggressività dopo la somministrazione di farmaci, che accrescono i livelli di serotonina, come clomipramina, SSRI e, indirettamente, carbamazepina (99).
Le donne con DBP, spesso, manifestano distimia e disforia, con tendenza alla depressione e all’irritabilità, durante la fase premestruale. Le donne con disturbi alimentari possono manifestare sintomi bulimici o anoressici, più intensi, in fase premestruale. Ulteriori studi sul coinvolgimento funzionale del tono serotoninergico centrale, in funzione del ciclo mestruale, potrebbe fornire risultati interessanti sui correlati fisio-patologici di tale fenomeno.
Deficit neurologici aspecifici, incluso il disturbo da deficit dell’attenzione con iperattività, ed eventi stressanti infantili, quali abusi verbali, fisici o sessuali, sembrano svolgere un ruolo ezio-patogenetico nella genesi del DBP. Alcuni fattori prenatali, inoltre, sembrano in grado di predisporre al DBP. L’abuso cronico, nell’infanzia, può lasciare tracce mnesiche emotive e indurre risposte comportamentali stereotipate, per mezzo d’effetti attivanti sul SNC, tanto marcati e resistenti alle terapie, quanto lo sono quei disturbi comportamentali, che originano da fattori organici.
La sintomatologia clinica, d’alcuni pazienti con disturbi di personalità, non presenta affinità con i quadri psicopatologici d’Asse I. Non è irrazionale ipotizzare, però, alla luce della più recente letteratura scientifica sull’argomento, che, almeno alcuni sintomi, presenti in un sottogruppo di soggetti con disturbo di personalità, possano essere patogeneticamente correlati ai disturbi mentali maggiori (121).
I disturbi psico-comportamentali presenti nel DBP sembrano correlarsi funzionalmente, almeno in parte, con il sistema limbico, che in circostanze normali funziona come un filtro emozionale, attraverso cui passano stimoli e risposte (122). Un sistema limbico eccessivamente reattivo, in risposta a stimoli interpersonali minimi, che possono essere vissuti come stressanti o come minacce all’incolumità personale, può sollecitare risposte comportamentali estreme, di tipo aggressivo auto ed eterodirette. Le interpretazioni psicologiche non sempre sono in grado di interpretare queste reazioni improvvise ed estreme, a stimoli spesso poco significativi, ma aiutano a definire, in modo relativamente utile e preciso, le modalità di interazione sociale, che innescano tali risposte impulsive. Le frustrazioni infantili possono essere più o meno rilevanti, sul piano ezio-patogenetico, nella genesi del DBP, in rapporto ad un substrato neuro-fisiologico più o meno anomalo. Una vulnerabilità neuro-biologica di fondo, sostanzialmente correlata ad un deficit funzionale del sistema omeostatico di gratificazione, la “disedonia” (110), può essere alla base del DBP. Un disturbo del sistema di memoria procedurale, sembra svolgere un ruolo in tale vulnerabilità, nella modulazione di risposte comportamentali del tipo “tutto-o-nulla” tipiche del disturbo borderline di personalità. Ulteriori ricerche potrebbero facilitare, in futuro, la diagnosi di DBP, con markers più specifici, la sottotipizzazione dei pazienti, nonché la predisposizione di trattamenti integrati più efficaci, in un’ottica bio-psico-sociale.


COMORBIDITA’PSICHIATRICA E MARKERS NEURO-BIOLOGICI DEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA’
Diversi indici neuro-biologici sono stati studiati alla ricerca di possibili markers del disturbo borderline di personalità. I risultati di tali studi presentano importanti implicazioni, sul piano diagnostico, interpretativo e terapeutico. La presenza di markers neuro-biologici comuni a diversi disturbi psico-patologici induce a formulare l’ipotesi della presenza di un’analoga pato-fisiologia alla loro base. Ciò non può non indurre ad una radicale revisione del concetto di diagnosi in psichiatria. Inoltre, la conoscenza dei meccanismi neuro-biologici, alla base di diversi quadri psico-patologici, potrebbe facilitare la ricerca di nuovi approcci psico-farmacologici e terapeutici integrati, per il loro trattamento.
Sono stati effettuati studi che hanno utilizzato tre diverse metodologie di ricerca nello studio dei markers neuro-chimici e neuro-biologici nel disturbo borderline di personalità. La metodologia più diffusamente utilizzata è stata quella d’investigare la prevalenza di questi markers, in vari gruppi di pazienti, con diversa psicopatologia in atto, confrontandola con la loro prevalenza nei soggetti con personalità borderline (121-123). Un’altra metodologia di ricerca ha utilizzato i risultati degli studi psico-farmacologici, osservazionali e clinici, per comprendere la fisio-patologia del disturbo borderline di personalità (40). In ultimo, sono stati predisposti specifici trattamenti sperimentali psico-farmacologici nella ricerca di tali markers del DBP (124).
Riassumeremo, in breve, l’utilizzo dei markers neuro-chimici e neuro-biologici nella ricerca delle possibili associazioni ezio-patogenetiche tra DBP ed altri quadri psico-patologici.

Disturbi del tono dell’umore
Il rapporto tra disturbo borderline di personalità e disturbi del tono dell’umore, è stato, probabilmente, quello più studiato. I markers neuro-biologici più ricercati si sono avvalsi dello studio del test di soppressione al desametazone (DST), dello studio del sonno, nonché dell’efficacia di specifici stimoli farmacologici.
In pazienti con DBP, il test di soppressione al DST ha una sensibilità piuttosto bassa, variabile da circa il 10% all’85% e una specificità che varia dal 37,5% al 92,3 % (121). I problemi tecnici e i criteri di selezione del campione di studio, quando si utilizza il test di soppressione al DST, rendono la valutazione dei dati, così raccolti, circa questo marker neuro-biologico, poco affidabili nella valutazione dei pazienti borderline. I pazienti borderline hanno, spesso, disturbi alimentari e/o disturbi da abuso d’alcol e droghe che inficiano la validità dei risultati ottenuti al test.
I disturbi affettivi, soprattutto la depressione maggiore, si correlano ad una diminuzione della latenza del sonno REM. La comorbidità tra DBP e depressione maggiore si correla a significative anomalie della latenza e dell’intensità dei movimenti oculari rapidi (sonno REM). Tale ambito di ricerca sembra confermare l’affinità fisio-patologica esistente tra disturbi affettivi e disturbo borderline di personalità. Tale associazione non è stata, però, confermata con l’utilizzo d’altri marker biologici, come il DST e le risposte a stimoli farmacologici specifici (123).
Gli studi sperimentali con l’utilizzo tests psicofarmacologici non hanno dimostrato una significativa associazione tra il disturbo borderline di personalità e i disturbi affettivi. Alcuni studi, su pazienti con DBP, non hanno evidenziato alcuna risposta dei sintomi depressivi al trattamento con triciclici. Un solo studio ha dimostrato una certa risposta dei sintomi affettivi al trattamento con inibitori della monoaminossidasi (99). Non risulta, comunque, verificato che esista un rapporto tra le risposte dei sintomi bersaglio e il tipo di farmaco utilizzato.

Sindromi schizofreniche
Diversi markers neuro-biologici sono stati studiati nella ricerca della comorbidità tra schizofrenia e disturbo borderline di personalità. In particolare, lo studio del tracciato oculare di inseguimento visivo (smooth pursuit eye tracking), i potenziali acustici evocati, l’elettroencefalografia computerizzata ed il dosaggio della monoaminoassidasi piastriniche.
In alcuni studi, sono stati evidenziati in soggetti con DBP potenziali evocati a lunga latenza acustica P300 simili a quelli registrati in individui schizofrenici (125). Questo marker biologico differenziava significativamente i pazienti con DBP dai pazienti depressi di controllo.
Alcuni studi hanno evidenziato un coinvolgimento del tono dopaminergico nell’ezio-patogenesi del DBP. Una risposta disforica alle amfetamine è stata evidenziata da Schulz et al.(101). Effetti analoghi sono stati registrati dopo somministrazione di metilfenidato da Lucas et al. (70). Dati clinici attendibili hanno evidenziato l’efficacia dei neurolettici, a basso dosaggio, sui sintomi psico-patologici, dei soggetti con personalità borderline.
In sintesi, alcuni risultati sembrano sostenere che potrebbe esistere un’associazione significativa, sul piano fisio-patologico tra schizofrenia e DBP. Un rapporto tra queste due entità nosografiche, sul piano ezio-patogenetico, potrebbe coinvolgere anche alcuni sintomi della sintomatologia schizotipica. Ulteriori studi sono necessari per chiarire i rapporti esistenti tra questi diversi quadri sindromici.

Disturbi del controllo degli impulsi
Il disturbo borderline di personalità si associa, spesso, ad un disturbo del controllo degli impulsi (10). Una diminuzione del release di prolattina, in risposta al trattamento con fenfluramina, è stata evidenziata in pazienti aggressivo-impulsivi (118-119). I risultati ottenuti in questo gruppo di pazienti suggeriscono la presenza di una riduzione del tono serotoninergico centrale. Questa riduzione del tono serotoninergico centrale è indirettamente confermata dall’efficacia clinica del litio versus placebo e desipramina (124,126). Il litio tende a diminuire l’aggressività, la rabbia e i comportamenti etero ed autoaggressivi impulsivi. Al contrario, la desipramina tende ad aumentare tali sintomi (126). Probabilmente, il trattamento con sali di litio potrebbe avere un effetto terapeutico, sugli aspetti impulsivi del DBP, modulando il tono serotoninergico. La carbamazepina, farmaco antiepilettico, ma, anche, stabilizzatore dell’umore, è risultata efficace nel contenere gli aspetti comportamentali di perdita del controllo sugli impulsi, tipici del DBP.
In conclusione, non è ancora possibile stabilire chiare correlazioni fisio-patologiche tra disturbi psicopatologici d’Asse I e disturbo borderline di personalità, sulla base dei markers neuro-biologici, sino ad oggi studiati. In futuro, tale approccio di ricerca dovrebbe permettere anche di comprendere le fluttuazioni della sintomatologia di questi pazienti. Inoltre, variazioni dei diversi marker biologici potrebbero essere correlati agli eventi ambientali stressanti, inclusi i traumi infantili ed i conseguenti quadri dissociativi, oltre che a condizioni di vulnerabilità e predisposizione, geneticamente determinati.

CRITICA AL CONCETTO DI DIAGNOSI IN PSICHIATRIA.
Una domanda provocatoria: esistono le malattie mentali? Una seconda domanda provocatoria: il concetto di diagnosi in medicina ed in psichiatria ha lo stesso valore euristico? In Medicina una diagnosi clinica presuppone la conoscenza dei fattori ezio-patogenetici e di decorso clinico di un disturbo, con chiari correlati organici, fisio-patologici ed anatomo-patologici (tavolo autoptico). A tutt’oggi, in Psichiatria una diagnosi clinica nasconde la mancata conoscenza dei fattori eziologici e patogenetici della malattia, nonché, una sostanziale incapacità di predire il decorso nel tempo, di un disturbo, che non ha chiari correlati patologici organici. Il concetto di comorbidità in Medicina presuppone la presenza nello stesso paziente, con sovrapposizione temporale, di due o più specifici quadri patologici (aventi specifiche ezio-patogenesi, fisio-patologia, decorso, prognosi, etc.). La diagnosi psichiatrica è, per sua natura, una descrizione sindromica, un insieme di sintomi, raggruppati convenzionalmente in specifici disturbi, nosograficamente rilevanti, sulla cui ezio-patogenesi, decorso, prognosi etc. poco ancora sappiamo. La comorbidità in Psichiatria nasce dal sovrapporsi, nello stesso paziente, di segni e sintomi sufficienti per porre diagnosi, presenti in diverse entità nosografiche psichiatriche, che restano convenzionalmente identificate. Lo sviluppo della ricerca in campo psico-biologico e psico-farmacologico ha evidenziato variazioni di parametri largamente sovrapponibili in disturbi mentali nosograficamente distanti. Numerosi studi neuro-morfologici, neuro-fisiologici, neuro-endocrinologici e d’andamento inter-generazionale delle malattie mentali depongono per una continuità patologica tra i diversi disturbi dello spettro schizofrenico. I disturbi d’ansia ed i disturbi dell’umore potrebbero essere interpretati come entità distinte o come un fenomeno dimensionale unico. Da un lato è possibile evidenziare l’esistenza di dimensioni patologiche trans-sindromiche, dall’altro l’approccio categoriale non permette di cogliere le similarità sintomatologiche parcellari tra sindromi diverse che potrebbero sottendere comuni meccanismi patogenetici. “Le categorie diagnostiche in psichiatria erano null’altro che ampi cesti che contenevano una varietà di sindromi più o meno collegate tra loro, non certo entità patologiche genuine” (127). Si è passati da un approccio diagnostico/ terapeutico rigidamente categoriale (depressione / antidepressivo; ansia / ansiolitico, psicosi / antipsicotico) ad un approccio dimensionalistico che tende a non considerare come entità reali le categorie diagnostiche psichiatriche (ipersemplificazioni del reale), considerando i diversi sintomi autonomamente, in un continuum trans-nosografico. Negli ultimi anni si va, perciò, verso una visione psicopatologica disfunzionale, cambiando l’approccio diagnostico a favore di una visione dimensionalistica dei disturbi mentali, anziché rigidamente categoriale.

CRITICA DEL CONCETTO DI EZIOLOGIA IN PSICHIATRIA.
Nel concetto di “eziologia” di un disturbo in Medicina e, ancor più, in Psichiatria vi sono diverse questioni implicite e date per scontate, ma che invece devono essere sempre prese in considerazione nella pratica clinica.
La prima considerazione generale va riferita al concetto stesso di causalità. In termini epistemologici già da molti anni il mondo scientifico, soprattutto nell’ambito della fisica teoretica (relatività, teoria quantistica) ha messo in crisi il concetto di spazio-tempo e di causalità lineare. Senza entrare in sottili disquisizioni fisico-filosofiche, una concezione della causalità in termini di linearità di relazione tra un agente causale (eziologico) ed un effetto conseguente (malattia) è messo in crisi dalla clinica quotidianamente. Non sempre, forse mai, l’esposizione allo stesso agente patogeno induce quadri clinici perfettamente sovrapponibili in due soggetti diversi. Ciò dipende, ovviamente, dal complesso rapporto che viene a crearsi tra un agente patogeno, spesso esogeno ed ambientale, ed organismo inteso come sistema organico, con specifiche caratteristiche geneticamente determinate, in relativo equilibrio omeostatico (salute). In Medicina, la malattia, intesa come perdita dell’equilibrio omeostatico bio-psico-sociale dell’individuo, nasce dall’interazione complessa tra fattori esogeni e fattori endogeni, in un determinato ambiente. In Psichiatria, il modello concettuale, cui ci si riferisce più diffusamente nella teorizzazione ezio-patogenetica dei disturbi mentali, prevede l’interazione complessa di fattori ambientali esogeni (agenti stressanti) con le capacità adattive dell’individuo (vulnerabilità). L’esposizione allo stesso agente stressante può indurre effetti psicopatologici diversi in soggetti diversi, analogamente a quanto avviene negli altri ambiti clinici, studiati dalla diverse branche mediche. Ogni condizione ambientale può divenire più o meno stressante sul piano psico-patogenetico, in rapporto alla specifica sensibilità di soglia del soggetto. Non solo, ma lo stesso stimolo soggettivamente stressante può avere diversa valenza psico-patogenetica, nello stesso individuo, in tempi diversi oppure in contesti diversi. Lungi dal considerare il rapporto eziologico come relazione lineare tra un evento antecedente ed un disturbo mentale conseguente, bisogna approcciare con estrema cautela l’universo dei rapporti che intercorrono tra stimoli ambientali, più o meno soggettivamente stressanti, e malattie mentali, cui si è più o meno vulnerabili.
I problemi legati alla ricerca e alla discussione dell’eziologia di una condizione psico-patologica diventano, obiettivamente, inestricabili se vi è un’estrema difficoltà nel verificare, se tale quadro patologico esiste come entità a se stante. La ricerca eziologica è ulteriormente ostacolata dalla definizione stessa del quadro clinico psico-patologico, in senso clinico e diagnostico-nosografico. Se “esiste in sé”, come definire o delimitare il quadro patologico, in modo soddisfacente? Come si può cercare le cause di qualcosa se non sappiamo di cosa si tratta e, soprattutto, quando non sappiamo se è una cosa sola? Paradossalmente la ricerca delle cause di una condizione clinica, volta a stabilire e definire la condizione clinica medesima, si è dimostrato essere un metodo molto utile in ambito medico. La ricerca d’eventi antecedenti e di correlazioni passate e presenti, nonché la previsione di andamenti evolutivi futuri, aiuta a definire più precisamente le ipotesi ezio-patogenetiche, a dirimere raggruppamenti sindromici disomogenei, associati casualmente, ma anche a strutturarne altri, inizialmente poco evidenti. Comunque, nella ricerca di fattori eziologici del DBP ci sono delle intrinseche difficoltà, in assenza di un costrutto teoretico e di un metodo esterno di validazione. Si crea, infatti, una certa circolarità tra quale aspetto specifico della psicopatologia borderline è considerato fondamentale, nella definizione del disturbo, e quali fattori causali sono privilegiati nella ricerca e nella selezione del campione di individui, definiti come borderline.
Gli studiosi che definiscono il DBP, stressandone gli aspetti clinici affettivi, trovano più evidenti meccanismi affettivi alla base del disturbo. Coloro che definiscono il DBP, sottolineandone i sintomi dissociativi ed i comportamenti autolesivi, sono più inclini ad evidenziare in senso patogenetico le esperienze di abuso sessuale infantile come fattore causale principale del disturbo. Chi definisce il DBP come un disturbo da perdita del controllo sugli impulsi, tende a considerare come principale fattore patogenetico la stessa impulsività, evidenziando con più enfasi i rapporti tra sintomi clinici e loro correlati neuro-biologici.
Il paziente borderline può far emergere le contraddizioni ed i conflitti esistenti, in senso clinico ed interpretativo, tra formazione e prassi clinica ad indirizzo biologico ed approcci clinico-terapeutici di ispirazione psicologica, non solo tra i diversi membri dell’equipe psichiatrica, ma anche stressare, in questo ambito, la vulnerabilità specifica del singolo terapeuta.
Il tentativo scientifico-nosografico di catalogare ed interpretare, in senso ezio-patogenetico, il DBP facilita, più del solito, il confliggere d’atteggiamenti interpretativo-terapeutici di diversa impostazione teorica. Trattare la conflittualità e contraddittorietà intrinseca alla patologia borderline induce, quasi contagiosamente, conflittualità tra gli operatori psichiatrici di diversa formazione clinico-terapeutica, e confusione negli operatori con doppia formazione, medica e psicoterapeutica. Questa conflittualità psichiatrica coinvolge da un lato gli aspetti clinico-terapeutici a orientamento biologico, che considerano i fattori genetici e costituzionali le cause principali delle malattie mentali, privilegiando gli interventi curativi farmacologici, dall’altro la formazione di ispirazione psicologica, che, assiomaticamente, interpreta i disturbi mentali come conseguenti ad esperienze esistenziali negative e, quindi, gli interventi psicoterapeutici, quali fondamentali metodi di cura.
L’esagerata dicotomia tra ognuna di queste posizioni teoretiche tende a sostenere un’interpretazione ezio-patogenetica riduzionistica del disturbo borderline, sia nell’ottica neuro-biologica, sia in quella psico-socio-ambientale.
Tale dicotomia porterà gli operatori psichiatrici di diversa formazione, nel migliore dei casi ad un confronto dialettico, con tendenza ad una progressiva “sintesi” inclusiva di diverse interpretazioni, nel peggiore dei casi all’enunciazione di “verità” inconciliabili ed alla conflittualità esplicita.
Un’ulteriore considerazione critica va avanzata alla assegnazione, in ambito psichiatrico, di una causa specifica ad eventi o comportamenti non specifici. La medicina ed ancor più la psichiatria si configura come una clinica della complessità. Ogni essere umano è, per sua natura unico ed irripetibile nelle sue caratteristiche squisitamente individuali, tanto genetiche che esperienziali. Ogni esperienza di vita è particolarmente complessa e ricca di sfumature, largamente soggettive. Gli esseri umani sono, per loro natura, molto versatili e capaci di notevole adattamento. Le nostre esperienze di vita sono esperite all’interno di una complessa rete di rapporti interpersonali, in contesti socio-culturali diversi ed estremamente variabili. Gli stessi psichiatri non possono esimersi dal partecipare della natura umana, in un determinato contesto sociale e culturale, nonché in una complessa relazione interpersonale con il paziente, su cui proporre diagnosi e ricerche ezio-patogenetiche, non scevre da preconcetti e da errori prospettici ed interpretativi.
Ipotizzare semplicisticamente che un evento qualsiasi o un fattore costituzionale qualsiasi è causa di un qualsiasi aspetto del comportamento umano, è, in sé, fuorviante. Nonostante la consapevolezza della intrinseca complessità, sottesa al comportamento umano, è pur sempre vero che la clinica psichiatrica, ma anche la scienza nella sua interezza, tende a isolare il meccanismo mediante il quale un “fattore eziologico” è il necessario e sufficiente antecedente di un determinato disturbo psico-comportamentale. La questione di una causalità lineare è ovviamente molto più problematica per le “scienze” del comportamento rispetto ad altri settori della ricerca scientifica e della stessa prassi medica, in altri settori della clinica. Se un qualsiasi fattore eziologico fosse necessario e sufficiente per indurre il DBP si dovrebbe correttamente affermare che in ogni paziente affetto da disturbo borderline di personalità dovrebbe sempre essere riconoscibile la presenza di tale fattore causale. L’inversione dell’ordine dei fattori risulta, nella pratica clinica, impossibile. Non si può, cioè, sulla base della diagnosi di DBP prevedere quale specifico fattore eziologico lo abbia causato, in tutti i pazienti riconosciuti come affetti da una personalità borderline.
La presenza per esempio di un disturbo affettivo può essere condizione necessaria ma non sufficiente per l’insorgere di un DBP, tant’è che non tutti i pazienti con disturbi affettivi sviluppano una personalità borderline. Il disturbo affettivo potrebbe essere una concausa, in senso ezio-patogenetico, quindi uno dei fattori implicati nella genesi del DBP, in un sottogruppo di pazienti, ma non può essere considerato “tout court” il fattore causale, forse neanche in un singolo paziente.
Tali considerazioni possono essere riproposte con la stessa validità per i traumi infantili, i disturbi del controllo degli impulsi ed i correlati neuro-biologici. In altri termini, il DBP può essere eziologicamente correlato al disturbo affettivo maggiore, al trauma infantile, al discontrollo degli impulsi, alla disedonia, senza che uno solo di tali quadri sindromici possa essere considerato il fattore eziologicamente specifico per il BPD.
In questa ottica, ha più senso parlare di concause diversamente combinate tra loro che possono contribuire in soggetti con specifica vulnerabilità all’insorgere di un DBP.
Paul Meehl (128) ha studiato questi aspetti delle eziologia del DBP enfatizzando il concetto di “forte influenza”. L’assenza dei fattori eziopatogenetici suddescritti rende improbabile l’insorgenza di un DBP. La loro presenza non è necessaria e sufficiente ad indurre sicuramente e direttamente un DBP, ma aumenta fortemente la probabilità di un’insorgenza del disturbo borderline.
La ricerca sull’eziologia del DBP deve coinvolgere, perciò, una serie di fattori concausali, che possono contribuire, parzialmente, con maggiore o minore incisività, sullo sviluppo del disturbo borderline.
Qualsiasi teoria eziologica deve, inoltre, tenere in debito conto il principio cognitivo-comportamentale, secondo cui i comportamenti gratificanti e/o rinforzati diventano abituali e stabili, talora quasi indipendentemente dalle condizioni di stimolo, che li hanno generati. Alcuni comportamenti, apparentemente disadattivi, come l’infliggersi ferite superficiali multiple o i disturbi dell’alimentazione possono rispondere ad una disturbo di fondo di tipo disedonico, ma anche essere considerati soggettivamente, nel tempo, come efficaci meccanismi di riduzione delle tensioni, non più legati alle condizioni specifiche, che ne hanno prodotto, in origine, l’insorgenza.
La varietà delle ipotesi eziologiche si correla alla varietà delle terapie logicamente conseguenti a ciascuna di queste impostazioni teoretiche.
La dicotomia tra le diverse teorie eziologiche del DBP sembra ripercorrere in termini clinici l’annosa disputa filosofica tra ciò che è innato e ciò che è appreso, nell’ambito del comportamento umano, normale e patologico. E’ ovvio che ciò che ogni essere umano è e diventa viene determinato tanto dalle diverse esperienze esistenziali, quanto da fattori costituzionali e genetici. La dicotomia innato-appreso si esprime, perciò, nella diversa valenza che viene data ai diversi fattori ezio-patogenetici suddescritti su particolari aspetti clinici del DBP.
In termini puramente logici, una plausibile teoria eziologica dovrebbe chiarire il rapporto causale tra fattori ezio-patogenetici e sintomi del DBP, fornendo prove scientificamente valide di tale rapporto. La diversa gravità dei fattori ezio-patogenetici presenti dovrebbe, inoltre, indurre diversi livelli di gravità del disturbo, secondo un continuum dimensionale prevedibile. Una teoria ezio-patogenetica completa dovrebbe anche dare razionali spiegazioni della variabilità di decorso del DBP. Infine, l’efficacia clinica degli approcci terapeutici dovrebbe essere comparabile e correlabile, logicamente, ai fattori eziologici ipotizzati.
Diversi autori hanno prodotto dati clinici che corroboravano i loro assunti assiomatici di partenza rispetto all’ezio-patogenesi del DBP.
Van Reekum e coll., studiando i rapporti tra neuroscienze e quadro clinico del DBP, hanno proposto un’analisi particolarmente suggestiva ed obiettiva. (39)
La trasmissione genetica del DBP non è stata provata scientificamente. Ciò nonostante, sulla base di studi effettuati negli U.S.A. su gemelli separati (129), che hanno studiato l’ereditarietà del temperamento e di tratti della personalità o di predisposizioni comportamentali, tra i quali l’esposizione al rischio e la prudenza (avoidance) è emersa una certa influenza genetica, alla base di alcuni tratti comportamentali, che svolgono un ruolo nello sviluppo del DBP. In altre parole, probabilmente non esiste una genetica del DBP, ma esiste un genetica di fattori comportamentali, più elementari, dal cui sommarsi deriva il DBP.
Alcune disfunzioni cerebrali si verificano più frequentemente nei soggetti con DBP, rispetto alla popolazione di controllo. Ciò si correla all’importanza del ruolo patogenetico svolto dall’impulsività e dalla perdita del controllo sugli impulsi, nella genesi del DBP.
Van Reekum et al. (39) hanno precisato, comunque, nei loro studi su quest’argomento, che le prove scientifiche anche in questo settore restano insufficienti.
130Altri studiosi hanno sottolineato nei pazienti con DBP l’importanza relativa dei comportamenti di tipo impulsivo, quali aggressività, autodistruttività, disturbi della condotta sociale, disturbi della condotta alimentare ed abuso di sostanze. Zanarini et al. (19) hanno, inoltre, evidenziato l’importanza relativa dei substrati biochimici e neurofisiologici dei tratti maladattivi di personalità, come l’impulsività, nell’ezio-patogenesi del DBP, come suggerito anche da Soloff (130).
I soggetti con disturbo borderline di personalità presentano difficoltà nel controllo degli impulsi, ma anche iperreattività a stimoli apparentemente irrilevanti e scarsa modulazione delle espressioni emozionali. Tali sintomi possono presentare specifici ed autonomi substrati biologici, sostanzialmente non differenti dai substrati biologici che controllano quegli stessi comportamenti, anche in soggetto sani (3, 131-132).
Molti studi sui fattori ezio-patogenetici ambientali sottesi al DBP utilizzano come prove gli studi retrospettivi.
I rischi della falsificazione retrospettiva sono alti (37, 133-135) con alti rischi di ipersemplificazione. L’ingiustificata e popolare ipotesi sull’abuso, come fattore principale nella genesi del DBP, suggerisce un semplice e diretto rapporto tra abuso subito e personalità borderline. Tali interpretazioni ezio-patogenetiche risultano sicuramente le più diffusamente accettate fra tutte le altre ipotesi attualmente proposte dagli studiosi.
Le prove che identificano nell’abuso il principale fattore ambientale in grado di indurre o facilitare l’insorgere di un DBP sono forti, molto più dei fattori in origine ipotizzati, ma non adeguatamente verificati in ambito clinico, da Masterson (136).
Il persistere di forti adesioni alle ipotesi interpretative di Masterson e la scarsa rilevanza data all’abuso infantile, nell’ambito della ricerca di fattori ambientali alla base del DBP, insegna quanto sia umano prediligere il pensiero astratto sistematico alla ricerca operativa sul campo, che fornisce dati reali, ma parziali, anziché visioni d’insieme rassicuranti, ma meno aderenti alla realtà.
L’ipotesi dell’abuso infantile, come fattore eziopatogenetico ambientale del DBP non è immune da critiche, soprattutto riguardo alla specificità del rapporto che intercorre tra abuso e genesi delle personalità borderline. Non tutti i soggetti con DBP hanno subito abusi infantili e non tutti i bambini che hanno subito abuso sono divenuti, da adulti, soggetti borderline. Abuso è un termine troppo aspecifico che può includere esperienze traumatiche molto diverse, per tipo, durata ed intensità soggettiva dell’esperienza. Inoltre, gli eventi traumatici hanno diversa risonanza affettiva, in soggetti diversi ed in contesti diversi (25, 131, 137). L’episodica violenza subita da un bambino o da un adolescente, può essere meno destruente dell’ambiente affettivo-relazionale in cui queste violenze vengono perpetrate, avvelenato da abuso di alcol e droghe, trasgressioni, violenze ripetute, inversione del ruolo genitore-figlio, trasformazione di una figura familiare protettiva in una fonte di pericolo e di allarme, relazioni affettive e sessuali caotiche. In questi contesti familiari disturbati e disturbanti, l’interiorità del bambino che ha subito violenza viene irrimediabilmente segnata. Non esistono più relazioni interpersonali sicure, né figure di riferimento e rifugio. Non si può fuggire ai propri pensieri ed ai propri sogni, che ripropongono continuamente, nella mente del bambino la scena della violenza, tutte le sue conseguenze reali o immaginarie, il senso di colpa, la confusione, l’autoaccusa, la vergogna, il senso di indegnità, l’autocondanna.
L’abuso infantile o adolescenziale può non essere episodico, ma protrarsi per tempi ed in ambiti diversi. L’abuso può, quindi, influire sia sullo sviluppo di personalità, sia sull’insorgere di sintomi specifici. L’ipotesi dell’abuso è suggestiva soprattutto perché correla gli eventi infantili con i sintomi e la personalità adulta. Uno degli effetti dell’esposizione ad eventi stressanti, singolo o ripetuti, significativi per l’individuo può essere rappresentato dalle esperienze simil-psicotiche transitorie, legate allo stress. Ciò si correla alle alterazioni cognitive e alle esperienze dissociative dei pazienti borderline, con qualche affinità con la sindrome post-traumatica da stress.
Il problema della specificità resta in ogni caso ancora aperto. Non tutti i bambini violentati divengono poi borderline. L’abuso infantile associarsi anche ad altri quadri psicopatologici. Alcuni studi hanno mostrato che una percentuale variabile tra il 25 % ed il 50% delle pazienti affette da patologia psichiatrica ha subito violenza sessuale o fisica in età infantile e/o adolescenziale (138-148). L’abuso in se stesso, senza qualifiche ulteriori, non è sufficiente a giustificare l’insorgere specificamente di un disturbo borderline.
Sarebbe, perciò, necessario studiare il rapporto esistente tra le caratteristiche del trauma (tipo, intensità, frequenza, età d’inizio e durata degli abusi, rapporti con la figura specifica del responsabile dell’abuso) con specifici quadri clinici psicopatologici (134,135,137,149).
A prescindere da questioni nosografiche è probabile che tutti o quasi i bambini vittime di abusi che hanno superato una specifica e, forse, individuale soglia di violenza, coercizione, intrusività e durata, sviluppino impulsività, comportamenti autolesivi, instabilità nelle relazioni affettive, labilità di umore, episodi dissociativi post-traumatici e problemi di identità.
D’altro canto non tutti i bambini che hanno subito violenza sviluppano necessariamente un disturbo psichiatrico clinicamente rilevante o un disturbo borderline di personalità. Tali soggetti sono meno vulnerabili allo stress, in pratica con migliori capacità d’adattamento e migliori capacità di recupero dopo eventi traumatici. I meccanismi che possono svolgere tali funzioni potrebbero avere base genetica, ma esprimersi anche nella capacità di stabilire una relazione con un’altra persona, che ha fornito un sostegno, un attaccamento ed un accadimento sufficiente a compensare la violenza e l’abbandono subito.
In tal senso, nella ricerca delle basi ezio-patogenetiche della personalità borderline può essere necessario prendere nella giusta considerazione il rapporto reciproco esistente tra basi biologiche del comportamento e fattori esperienziali.
Il problema metodologico principale con cui bisogna confrontarsi in questo tipo di ricerca è quello della falsificazione retrospettiva.
Le tracce mnesiche subiscono vari gradi di distorsione. I pazienti borderline tendono a idealizzare e a svalutare le figure sociali principali di riferimento. L’esperienza pratica con questi pazienti insegna che spesso le loro critiche ed i loro rancori, comprese quelle rivolte al terapeuta, sono ingiustificate e distorte. Qual è il grado d’attendibilità di questi pazienti nella rievocazione d’eventi, emotivamente significativi, ma avvenuti 20 o 30 anni prima? Probabilmente molti pazienti borderline non hanno trascorso un’infanzia terribile con i loro genitori, anche se la descrivono soggettivamente come tale. Le distorsioni mnesiche diventano perciò estremamente rilevanti.
I limiti metodologici succitati, circa la ricerca dei fattori eziopatogenetici ambientali, sottesi all’insorgere di una personalità borderline, sono presenti, evidenti e rilevanti negli studi psicoanalitici.
Le varie teorie psicoanalitiche proposte da Kernberg (150-155), Masterson (136), Rinsley (156), e Adler (157) ipotizzano gravi disturbi dello sviluppo, prevalenti nella fase (18-30 mesi d’età) di separazione-individuazione.
In sintesi, la psicopatologia della madre non permetterebbe, secondo queste interpretazioni, una sana separazione / individuazione e non permetterebbe lo sviluppo di un’introiezione autoconsolatoria. In conseguenza di ciò, le componenti libidiche e aggressive delle rappresentazioni del sé e dell’oggetto non verrebbero integrate. Le emozioni negative, in quest’ottica, non possono essere tollerate. Ne deriverebbe un fragile senso d’identità e il persistere di difese primitive (scissione e identificazione proiettiva) nella vita adulta.
Purtroppo non è mai stata portata alcuna prova sperimentale e scientifica a sostegno di tali complesse interpretazioni psicoanalitiche. Nessuno ha mai dimostrato che i pazienti borderline hanno effettivamente avuto una problematica fase di separazione-individuazione, né che tale gruppo di pazienti n’abbia avuto in maniera significativamente diversa rispetto ai pazienti con altri problemi psichiatrici. Nessuno ha mai dimostrato scientificamente che le difficoltà incontrate a 18-30 mesi d’età sono stati più rilevanti nella genesi del disturbo borderline rispetto a esperienze stressanti successive. Il paradosso, in questo tipo di studi, è rappresentato non dal fatto che le prove raccolte siano dubbie o contraddittorie, ma che non sia presentata né ricercata nessuna prova diversa dalla ricostruzione psicoanalitica di ricordi e rievocazioni anamnestiche del paziente adulto A tal proposito Gedo (158) scrive: “Quando ci si impegna a stabilire una serie di assunti teorici, l’uso potenziale dei dati osservabili si restringe a un esercizio paragonabile all’indossare vestiti ‘pret a porter’ con l’idea che siano fatti su misura”.
Sulle cause sociali e culturali della condizione borderline molto è stato detto, sebbene, ancora una volta, poco è stato dimostrato scientificamente rispetto alla specificità dell’eventuale rapporto causale. Le nuove condizioni sociali che riducono e conflittualizzano i rapporti tra genitori e figli, la perdita di coesione durata dell’istituto familiare e delle altre istanze sociali, più stabili e rassicuranti in epoche e società diverse da quella occidentale moderna, non possono essere chiamate semplicisticamente a giustificare l’insorgere del DBP. L’apparente aumento del numero di soggetti con personalità borderline può, però, dipendere dalla perdita delle capacità familiari di contenimento ed integrazione dei sintomi che costituiscono il quadro borderline. L’odierna perdita di senso dei valori sociali e del valore sociale dell’individuo è un dato di facile constatazione. Tuttavia, forse da sempre, ogni generazione ha guardato alla generazione successiva come fonte di deterioramento dei valori tradizionali. Sebbene le condizioni sociali non sono cause specifiche dello sviluppo del DBP, la perdita dei valori sociali fondanti è, contemporaneamente, causa ed effetto dell’instabilità delle famiglie, della perdita di un solido e condiviso senso morale e della inconsapevole legittimazione dell’egoismo. Tali condizioni possono predisporre la nostra gioventù a sintomi e comportamenti di tipo borderline (159-162).
Il DBP resta storicamente figlio della cosiddetta “schizofrenia pseudonevrotica” (52), così definita per inquadrare nosograficamente quei pazienti “difficili”, che durante la psicoterapia peggioravano (163-164). Parte della popolazione borderline è stata inquadrata, in questa categoria diagnostica, quindi, sulla base degli strumenti terapeutici dei clinici. Non va sottovalutata, in questa prospettiva una componente iatrogena, ma non un fattore eziologico propriamente detto, nella genesi del fenomeno borderline.
Sulla base dei dati anamnestici e d’evoluzione clinica del DBP possono essere distinguibili due principali sottogruppi di soggetti con personalità borderline: I. coloro che hanno subito abusi nell’infanzia e nell’adolescenza, affetti da una sorta di disturbo post-traumatico da stress cronico, con particolari aspetti temperamentali e caratteriali; II. coloro che presentano un rapporto stretto tra disturbi del tono dell’umore e sintomi borderline nell’adolescenza e nella prima parte dell’età adulta e che normalmente presentano una sintomatologia in regressione entro la quarta decade di vita. Tutti i fattori ambientali incidono, comunque, su esseri umani, frutto di una lunghissima e complessa evoluzione biologica. Va sempre considerato, perciò, con attenzione il ruolo svolto dalla neuro-biologia nella patogenesi dei sintomi, in ogni soggetto affetto da personalità borderline, come in ogni altra condizione psicopatologica (165-174).

CONCLUSIONI
In conclusione si può ipotizzare l’esistenza di quattro possibili modelli ezio-patogenetici per il disturbo borderline di personalità.
I. Un danno cerebrale, prevalente a livello della regione orbito-limbico-frontale, potrebbe causare un disturbo del controllo degli impulsi, instabilità emotiva ed affettiva, disfunzioni cognitive specifiche ed una vulnerabilità allo scompenso psicotico. La condizione neuro-biologica predisponente potrebbe dipendere da danni anatomo-funzionali (175), disfunzioni cognitive ed iperattività limbica, con o senza crisi epilettiche (64), oppure ad alterazioni neuro-chimiche monoaminiche, coinvolgenti il tono serotoninergico e dopaminergico cerebrale (176). La sintomatologia clinica, sociale e interpersonale, verrebbe, comunque, modulata, successivamente, da fattori sociali, educativi e traumatici (177-187).
II. I pazienti con DBP potrebbero convivere nella loro infanzia con altri membri della famiglia, spesso i genitori stessi, con il medesimo disturbo. Ciò esporrebbe i pazienti a comportamenti disturbanti quali l’abuso di sostanze, l’instabilità delle figure genitoriali, la conflittualità espressa tra genitori, nonché episodi di ‘abuso fisico e/o sessuale. Comportamenti di questo genere possono alterare persistentemente lo sviluppo psico-sessuale normale ed indurre modelli comportamentali disfunzionali attraverso l’apprendimento per imitazione. L’insorgere di una personalità borderline potrebbe conseguire, in tale prospettiva ad un disturbo dello sviluppo del paziente per esposizione a comportamenti aggressivi, messi in atto da membri della famiglia, con analogo disturbo dello sviluppo. Paradossalmente, lo sviluppo di tale disturbo di personalità potrebbe essere adattivo al contesto familiare in cui il paziente è vissuto in età infantile e adolescenziale.
III. Il disturbo borderline di personalità è da considerarsi alla stregua di un disturbo di controllo degli impulsi, con aspetti di predisposizione genetica. Lo scarso controllo degli impulsi faciliterebbe il rischio di danni cerebrali, traumatici o da abuso di sostanze, che, a loro volta, possono peggiorare il preesistente disturbo di controllo degli impulsi (188) con conseguenti e secondari deficit cognitivi. In alcuni pazienti, la disfunzione cerebrale potrebbe non dipendere da un precedente disturbo del controllo degli impulsi, svolgendo, in questa sottopopolazione di pazienti con DBP il ruolo di causa principale ed organica dell’impulsività. I comportamenti impulsivi e gli aspetti cognitivi connessi, in assenza di capacità d’autocontrollo e modulazione nei rapporti interpersonali, indurrebbero ripetuti fallimenti nelle relazioni affettive e sociali, associandosi in seguito, a depressione, rabbia ed episodi dissociativi.
IV. La strutturazione evolutiva della personalità potrebbe necessitare di un livello minimo di funzionamento cognitivo, e quindi, di un livello minimo di integrità funzionale del SNC. Qualsiasi fattore esogeno o endogeno sufficiente ad indurre danni cognitivi, superiori a questo livello minimo di funzionamento, potrebbe indurre lo sviluppo di una personalità borderline. Infatti, i danni cerebrali, in soggetti con precedenti elevati livelli di funzionamento, influiscono poco sui comportamenti e sulla strutturazione di personalità rispetto a quanto gli stessi insulti cerebrali possano influire nel caso di individui in età evolutiva e con minori capacità cognitive. Una predisposizione genetica, la contemporanea presenza di un disturbo affettivo o di una vulnerabilità psicotica, ma anche le conseguenze di un’esperienza traumatica, episodica o ripetuta nel tempo, potrebbero condurre allo sviluppo di una personalità borderline (189-198).
Tali ipotesi interpretative possono non essere reciprocamente alternative. Si può, cioè, ipotizzare che sussistano nel singolo paziente diversi fattori neuro-biologici di predisposizione e diversi fattori ambientali, educativi e traumatici, che abbiano svolto un loro specifico ruolo nella genesi del disturbo di personalità. Razionalmente, non tutti i pazienti con lo stesso disturbo “finale” di personalità devono, perciò, necessariamente presentare una sequenza rigida di fattori predisponenti, causali o concausali rispetto allo sviluppo psicopatologico (199-201). La condizione di personalità borderline potrebbe essere, perciò, generata da fattori diversi in soggetti diversi, sebbene i principali fattori patogenetici, implicati in questo sviluppo psicopatologico, possano essere riconosciuti tra quelli trattati in questa breve rassegna.
Un’interpretazione causale lineare è semplicistica e riduttiva nelle scienze fisiche, alla luce delle più moderne teorizzazioni scientifiche, che trattano, ormai, di causalità circolare. In medicina ed ancor più in psichiatria la ricerca di una causalità rigidamente lineare risulta, nei fatti, anacronistica e lontana dalla realtà clinica.
Tali considerazioni conclusive risultano essere gravide di conseguenze cliniche sia sul piano diagnostico sia sul piano terapeutico. Ulteriori sforzi vanno riservati alla valutazione obiettiva dei risultati terapeutici ottenuti con l’applicazione di strumenti di intervento sia psicoterapeutici sia farmacologici, in una ottica ampia di tipo bio-psico-sociale (202-210).

Il Disturbo di Personalità: una brutta bestia difficile da riconoscere e da trattare

Il termine “Disturbo di Personalità” si applica a condizioni psichiche caratterizzate dalla disfunzionalità stabile nel senso dell’ identità soggettiva, quindi nel pensiero, nei comportamenti, nelle relazioni interpersonali e nella regolazione degli stati emotivi. Queste patologie, che esordiscono nella tarda adolescenza e tendono a protrarsi per gran parte dell’età adulta, comportano spesso una grave compromissione nella capacità di realizzarsi nello studio, di mantenere una carriera lavorativa, di avere relazioni affettive soddisfacenti e di crearsi un proprio posto nella comunità sociale. Se la maturazione individuale consiste nella “capacità di amare e lavorare”, il perseguimento di tali obiettivi è seriamente ostacolato in queste persone.
Malgrado ciò gli studi epidemiologici hanno evidenziato che molte persone, affette da queste patologie, non cercano un trattamento specialistico perchè percepiscono come naturale il proprio modo distorto di pensare e di comportarsi, o tutt’al più attribuiscono le cause della loro sofferenza all’ ambiente che li circonda. La cura di queste patologie, che colpiscono il 10% della popolazione, è l’unico modo per raggiungere e mantenere una qualità soddisfacente della vita socio-relazionale.
Nella loro pratica clinica, tuttavia, psichiatri e psicologi incontrano regolarmente pazienti che, dopo aver richiesto l’aiuto dello specialista, non rispondono adeguatamente alle procedure terapeutiche abituali. Nel caso delle terapie farmacologiche, gli psichiatri assistono a miglioramenti iniziali che lasciano presto il posto al riacutizzarsi di sintomi come la depressione, l’ansia,  i pensieri negativi, l’ impulsività e altre disregolazioni del comportamento, come l’uso di sostanze o alterazioni del comportamento alimentare. In altri casi emergono imponenti effetti collaterali che minano la possibilità di proseguire nel trattamento.
I terapeuti di ogni indirizzo devono fare fronte alle reazioni negative di questi pazienti alla terapia stessa. Questi pazienti si lamentano della inefficacia della cura, o accusano il dottore di non capire la vera natura dei loro problemi o di  non essere sufficientemente coinvolto e interessato. Ma vi sono anche reazioni di segno opposto, marcate da una eccessiva dipendenza, che porta i pazienti “difficili” a  cercare contatti al di fuori delle visite regolari con richieste immediate, che vanno nella direzione opposta agli obiettivi della terapia. Nel peggiore degli scenari la potenziale impulsività e la tendenza ai comportamenti autolesivi sono di tale gravità che il terapeuta deve unicamente preoccuparsi della sopravvivenza fisica del paziente .
In breve alcuni pazienti diventano insidiosamente più “difficili” o “problematici”, al punto da creare  talvolta gravi difficoltà nel management clinico. Gran parte di questa problematicità sorge da una inadeguata attenzione alla componente della patologia che deriva dalla organizzazione di personalità del paziente. Condizioni che a prima vista sembrano diagnosticabili in Asse I (secondo il DSM-IV-TR) come patologie d’ansia o dell’umore, possono rivelarsi come Disturbi di Personalità soltanto quando, sfortunatamente,  il trattamento è già in fase avanzata. Il disturbo borderline è il più frequente nella pratica clinica, ma anche i disturbi narcisistico, dipendente, depressivo-masochisitico, istrionico, paranoide e schizoide richiedono una estrema attenzione alle dinamiche di funzionamento di personalità, e l’ implementazione di strategie psicoterapiche di trattamento, come la Transference Focused Psychotherapy, mirate alla realtà intrapsichica.

La Personalità Borderline: ostica per gli esperti, figurarsi per parenti e amici

Molti pazienti con questo disturbo presentano non solo sintomi come depressione, ansia, ossessioni o fobie, per i quali l’aiuto è tipicamente richiesto, ma anche uno scarso controllo delle emozioni e dell’aggressività, una insufficiente comprensione di sé e una scarsa tolleranza per il processo del trattamento.

Diagnosi

Il termine “borderline” ha una lunga storia. A partire dal XVIII secolo, un ristretto numero di medici iniziò a studiare i pazienti ricoverati negli ospedali psichiatrici, scoprendo che alcuni di questi non avevano assolutamente perso la  capacità di ragionare. Seppure in grado di distinguere cosa fosse reale da cose non lo fosse, soffrivano tuttavia terribilmente per tormenti emotivi causati dall’impulsività e dalla rabbia, oltre che per una complessiva difficoltà nella gestione di sé.  Sembravano vivere in una zona di confine (“borderline”, appunto) tra la follia e la normalità.
Per tutto il secolo successivo questi soggetti, che non erano né folli né sani mentalmente, continuarono a mettere in difficoltà gli psichiatri. Era in questa “zona di confine” che la società e gli psichiatri avevano collocato i criminali, gli etilisti, le persone con intenti suicidari, le persone instabili emotivamente e imprevedibili nel comportamento, allo scopo di separarli da un lato da quelli con patologie psichiatriche chiaramente definite (ad esempio quelli che poi verranno definiti come schizofrenici e maniaco depressivi o con disturbo bipolare), e dall’altro dalle persone “normali”.
Agli albori della psicoanalisi si pensava che questa nuova tecnica avrebbe curato tutte le persone disturbate mentalmente, tranne i pazienti gravemente psicotici. Ma con il passare degli anni ci si è resi conto che anche i pazienti collocati su questa zona di confine, pur non essendo psicotici, non rispondevano alla psicoanalisi come i terapeuti si aspettavano. Gradualmente i terapeuti cominciarono a riconoscere e a diagnosticare questi pazienti non tanto per i loro sintomi quanto piuttosto per i particolari problemi sottostanti ai sintomi, cioè alla organizzazione della loro personalità, e per gli effetti che questi pazienti avevano sugli altri.

I sintomi dei pazienti borderline sono simili a quelli per i quali la maggior parte delle persone chiede aiuto agli psichiatri: depressione, oscillazioni dell’umore, uso e abuso di farmaci, alcol, abboffate o digiuni, ossessioni, fobie, sentimenti di vuoto, e incapacità a sopportare la solitudine.
Inoltre, questi pazienti mostrano grande difficoltà nel controllare la rabbia, sono insolitamente impulsivi, si innamorano e disamorano repentinamente, tendono a idealizzare gli altri e poi improvvisamente li disprezzano. Una conseguenza di tutto ciò è che tipicamente chiedono aiuto ad un terapeuta e poi improvvisamente interrompono con intenso disappunto e rabbia.
Dietro a tutti questi sintomi i terapeuti hanno cominciato a vedere nei pazienti borderline una incapacità a tollerare quei livelli di ansia, frustrazione, rifiuto e perdita che la maggior parte delle persone è in grado di gestire, una difficoltà a calmarsi e a controllare gli impulsi per l’espressione sia di amore che di odio. L’elemento caratteristico di cruciale importanza nei sintomi e nelle difficoltà sopra menzionate consiste in una grande difficoltà di mantenere una identità individuale ( o senso di sé)  stabile e coerente, con oscillazioni tra punte di euforia e grandiosità, e crolli depressivi con drammatici sentimenti di inadeguatezza: “Chi sono?” si chiedono queste persone, “la mia vita è un caos: a volte penso che posso fare di tutto, altre volte voglio morire perché mi sento totalmente incapace, senza aiuto e disgustoso. Mi sento come se fossi molte persone anziché una persona sola”.
La parola che meglio caratterizza la personalità borderline è “instabilità”. Le emozioni sono instabili, ampiamente fluttuanti, spesso senza una ragione evidente. I processi di pensiero sono instabili: a volte razionali e chiari, altre volte estremi e distorti. Il comportamento è instabile: periodi con un comportamento eccellente, elevata efficienza e affidabilità si alternano a improvvise regressioni a condizioni infantili di impotenza e rabbia, con improvvise interruzioni nel lavoro, ritirandosi nell’isolamento, fallendo.
L’autocontrollo è insufficiente con conseguenti comportamenti impulsivi e relazioni caotiche. Una persona con disturbo borderline di personalità può essere estremamente compiacente con una marcata sottomissione verso gli altri per poi diventare improvvisamente accusatorio, rivendicativo, aggressivo ribellandosi improvvisamente in modo esplosivo.
Accanto a questa instabilità c’è una terribile ansia, colpa e auto disprezzo per il quale si cerca sollievo a qualunque costo con medicine, droghe, alcool, abbuffate, suicidi tentati o compiuti. Purtroppo per molti pazienti borderline le autolesioni diventano una fonte di sollievo più rapida di qualunque altro intervento terapeutico: tagliarsi o bruciarsi ferma l’ansia temporaneamente.

Il risultato principale di tutto questa complessa situazione è grave: i membri della famiglia non sanno mai cosa aspettarsi dal loro volubile fratello o coniuge, se non una serie di gravi problemi come minacce e tentativi di suicidio, autolesioni, esplosioni di rabbia e recriminazione, matrimoni ma rapidi divorzi, gravidanze e aborti impulsivi; ripetuti inizi e interruzioni di lavori o carriere scolastiche. Tutto questo provoca nella famiglia un sentimento di dolorosa impotenza per l’incapacità a fornire aiuto.
Pertanto, l’effetto della malattia sulla vita del paziente è ugualmente profondo: si perde il lavoro, i successi sono irraggiungibili, le relazioni distrutte, le famiglie rovinate. Il risultato finale è spesso il fallimento di una vita promettente o un tragico suicidio.

Cause

Quali sono le cause della patologia definita Personalità Borderline? Non è stata identificata nessuna causa singola quanto piuttosto una combinazione di fattori che comprendono una vulnerabilità ereditaria, un particolare temperamento, esperienze traumatiche precoci di vita, e lievi disturbi neurologici e ormonali. Tutti questi fattori interagiscono tra di loro e, successivamente, producono reazioni problematiche nei genitori e negli insegnanti con un conseguente rinforzo del problema.

Innanzitutto, per quanto riguarda la vulnerabilità ereditaria, l’evidenza di un fattore genetico in almeno alcuni casi è stata dimostrata da un recente studio secondo il quale i disturbi borderline di personalità sono considerevolmente più frequenti tra gemelli identici di pazienti borderline di quanto non siano nella popolazione generale. Questi studi suggeriscono ma non dimostrano assolutamente una tendenza ereditaria. I pazienti borderline hanno più parenti con disturbi dell’umore, alcolismo e suicidio di quanto non abbiano le persone che non hanno un disturbo borderline di personalità.

Per quanto riguarda il temperamento, come è noto, i neonati sono molto differenti  tra loro per stabilità fisica ed emotiva. I bambini che sin dall’inizio sono difficili da consolare, irregolari nell’alimentazione e nel sonno, e che reagiscono con una rabbia insolitamente intensa alla frustrazione o al dolore, sono quelli che più verosimilmente svilupperanno un disturbo borderline di personalità. Ma non si può assolutamente affermare che neonati difficili manifesteranno da adulti un disturbo borderline di personalità. Inoltre, le madri di alcuni pazienti borderline riferiscono che questi da bambini erano insolitamente tranquilli e facili.

Venendo alle esperienze precoci di vita, molti pazienti borderline hanno vissuto numerosi eventi dolorosi nella loro infanzia. La ricerca ha suggerito che l’abuso fisico e sessuale nell’infanzia, la precoce perdita di un genitore causato dalla morte o dal divorzio, la presenza di molteplici figure di accudimento, la trascuratezza dei genitori, sono tra i fattori di rischio per lo sviluppo di un disturbo di personalità. Tuttavia, non tutti i bambini che hanno sofferto per queste esperienze diventano personalità borderline. Inoltre, alcune persone che crescono in famiglie stabili e sembrano non aver avuto nessuna sofferenza infantile possono sviluppare una personalità borderline.
Per quanto riguarda i fattori neurologici e ormonali, vediamo che molti adulti borderline hanno avuto nell’infanzia problemi di sviluppo, altri hanno avuto varie difficoltà di apprendimento, altri ancora avevano convulsioni, o mostravano anomalie nelle loro onde cerebrali. Infine, alcune donne vivono  una particolare difficoltà emotiva nel loro ciclo mestruale. Ma ancora, non tutti i pazienti borderline hanno questi problemi e non tutte le persone con questi problemi hanno un disturbo borderline di personalità.

Si può facilmente vedere come tutti questi elementi possono interagire: un bambino irritabile, inconsolabile, che non riesce a stabilizzarsi in un orario dei pasti regolare, che non riesce a dormire tutta la notte, con umore collerico apparentemente senza motivo, può trasformare una normale buona madre in una madre nervosa e irritabile. Genitori incapaci di calmare e rassicurare un bambino agitato diventano frequentemente aggressivi e abusanti, diversamente da come si comporterebbero con un bambino che reagisce in un modo prevedibile.
Due esperienze sono  molto comuni durante la crescita dei soggetti con disturbo borderline. Una è l’esperienza di essere giudicati come apparentemente competenti. Infatti, poiché queste persone sono spesso molto capaci, sensibili, intelligenti e acute, è molto difficile per gli altri prenderle sul serio quando crollano disperate e rabbiose per una piccola frustrazione, e commettendo clamorosi errori di giudizio.  Di fronte ad uno psicotico che si comporta in quel modo si tende a essere comprensivi, pensando “non può farne a meno”; invece ad una persona borderline si dice “non è poi così grave ciò che ti sta succedendo”, “concentrati, cresci, non fare il rammollito, lo sai perfettamente”. Il loro comportamento è spesso considerato come intenzionale, manipolatorio, “alla ricerca di attenzione”.
La seconda esperienza caratteristica è legata al fatto di essere apparentemente una persona competente, e consiste nell’esperienza di essere disconfermati: “la tua sofferenza non è così grave”, “il tuo mal di testa, la tua ansia non sono assolutamente peggiori di quelle degli altri: perché fare tanto chiasso?” Essere disconfermati aumenta l’auto disprezzo dei borderline. La maggioranza dei pazienti borderline che arrivano agli psichiatri sono donne. Non ne sappiamo il motivo ma i ricercatori ipotizzano che ciò rifletta l’effetto combinato del fatto che sono più donne che uomini ad essere vittime di abuso sessuale nell’infanzia, con la tendenza degli uomini ad esprimere la loro instabilità emotiva attraverso una aggressività diretta verso l’esterno piuttosto che rivolta verso di sé. Recentemente, si considera che l’ esplosività e il discontrollo emotivo rappresentano la “forma” che la patologia assume, in generale, nelle donne, mentre l’ aggressività e le tendenze antisociali sono la “forma” della patologia negli uomini.

Trattamento

Nel momento in cui ad una persona viene diagnosticato un disturbo borderline di personalità è già stato provocato un grave stress in tutti i componenti della famiglia. Per questa ragione è consigliabile che inizialmente tutta la famiglia cerchi un aiuto specialistico. Spesso i famigliari si rendono conto che hanno bisogno e chiedono esplicitamente una terapia famigliare.
La psicoterapia individuale ambulatoriale può essere di due tipi. In un caso mira ad aiutare il paziente a controllare i comportamenti disfunzionali, offre ha il vantaggio della semplicità (formare terapeuti di questo genere non è complesso) ma impone lo svantaggio di non affrontare i nodi cruciali della personalità, in primo luogo l’ organizzazione della identità individuale. Al contrario le terapie dinamiche, come la Transference Focused Psychotherapy, un trattamento intensivo di media durata,  mira ad affrontare i nodi della organizzazione intrapsichica della personalità ma comporta, per i professionisti, il costo di un training impegnativo per acquisire la tecnica terapeutica e non può essere erogata nel breve spazio temporale. Le ricerche empiriche, che hanno confermato la efficacia di alcune psicoterapie, confermano che soltanto la TFP incrementa le funzioni psicologiche che vanno sotto il nome di “funzione riflessiva”, che è alla base della capacità personale di regolare il controllo del comportamento e degli affetti. Nella TFP il terapeuta lavora con il paziente per capire i significati e i motivi del suo comportamento, e per rafforzare le sue capacità di sopportare le frustrazioni, la rabbia, la solitudine evitando di agire impulsivamente questi sentimenti.
La maggior parte dei pazienti borderline ha bisogno di una psicoterapia che sia molto focalizzata sui sentimenti che sottostanno al loro problema di “pensare bianco o nero”, “tutto o nulla”, per cui vivono gli altri o loro stessi a volte come meravigliosi, e a volte privi di qualunque valore. Le famiglie possono avere bisogno di sostegno per i primi anni di psicoterapia allo scopo di fornire il supporto emotivo di cui il paziente ha bisogno e per evitare problematiche interazioni con il paziente. Il supporto appropriato prevede anche l’imparare a porre dei limiti al paziente, anziché cedere a minacce o irragionevoli richieste.

Una psicofarmacologia può rendersi necessaria durante il trattamento psicoterapico dei soggetti borderline. Qualora siano contemporaneamente presenti altri disturbi psichiatrici (come depressione maggiore, disturbo bipolare, disturbi d’ansia, disturbi alimentari, disturbo da uso di sostanze) questi devono ricevere il trattamento previsto dalle linee guida cliniche per le varie patologie. Inoltre, sintomi tipici della patologia borderline quali marcate oscillazioni del’umore, impulsività, e sentimenti di rabbia possono beneficiare di una terapia con farmaci comunemente usati per trattare altri disturbi, quali stabilizzatori dell’umore (es. lamotrigina, valproato), antipsicotici atipici (es. olanzapina, aripiprazolo) ed antidepressivi di nuova generazione (es. SSRI, SNRI). L’uso di queste categoria di farmaci anche per controllare l’ansia nei periodi di grave stress sembra davvero preferibile a quello di farmaci ansiolitici (benzodiazepine), che dovrebbero invece essere somministrati con cautela ed in ogni caso solo per brevi periodi, poiché possono comportare il rischio di effetti paradossi o tolleranza.

Se la terapia ambulatoriale arriva ad uno stallo o è interrotta da ripetuti tentativi di suicidio, o se il paziente non può stare stabilmente in terapia e continua a distruggere la propria vita e quella degli altri, la famiglia e il paziente possono aver bisogno di una consultazione in un centro specializzato nella terapia del disturbo borderline di personalità. Una accurata valutazione può portare alla prescrizione di una terapia individuale più specifica, integrando con una terapia di gruppo o della famiglia, oppure una terapia per l’abuso di sostanze o ancora una terapia più intensiva come un ricovero o un day hospital.
Il trattamento in day hospital è utile sia per mettere i pazienti in condizione di capire i propri problemi e i loro effetti sugli altri, sia per mettere i pazienti in contatto con altri che stanno lavorando su problemi simili. I pazienti borderline tendono a supportarsi reciprocamente, a volte in modo negativo, ma più spesso in un modo molto positivo. Incontrare “pari” capaci di parlare di sé in modo sincero e diretto, risulta spesso molto efficace nel fare breccia nelle negazioni di responsabilità o nelle accuse agli altri, a causa delle quali diventa difficile vedere i propri problemi. Raggiungere la consapevolezza della malattia e la determinazione di superarla sono requisiti fondamentali per un trattamento di successo.

 Decorso ed esito

Senza un trattamento adeguato la malattia può durare per tutta la vita e troppo spesso finisce in un’esistenza insoddisfacente o nei casi peggiori nel suicidio. Con un buon trattamento l’esito è decisamente favorevole in molti casi. Tra i 500 pazienti studiati dal Michael Stone al Psychiatric Institute- Columbia University di New York nell’arco di più di vent’anni, 4 su 10 sono clinicamente guariti a 10-20 anni dal loro ingresso nello studio, al momento del ricovero. Il 75% sono autosufficienti e stanno abbastanza bene. La percentuale di suicidio è del 7% a 16 anni dal ricovero. I pazienti guariti sono quelli che hanno continuato la psicoterapia per anni.

Pubblicato da: Irenotta | 16 luglio 2011

DPB

Pubblicato da: Irenotta | 15 luglio 2011

Genio, successo, fama…e Disturbo Borderline!!!

Ecco un elenco di alcuni personaggi abbastanza celebri con disturbi di personalità…Potremmo applicare vari criteri per cercare di capire cosa li ha portati ad esserlo: la predisposizione genetica, lo stress, l’eccessiva sensibilità, l’uso di droghe, traumi o perdite di vario tipo… O semplicemente, per i più esoterici, l’influenza astrale e della numerologia…Non lo sapremo mai con decisiva certezza…

Per comodità (ma anche per deformazione professionale, che mi porta alla correttezza filologica), e per chi credesse alle teorie astrali e numerologiche, riporterò, oltre ai nomi dei personaggi, anche le date di nascita e, dove ci sono, quelle di morte…Cosicché, in caso qualcuno voglia farsi delle paraseghe astrologiche o di numerologia possa sbizzarrirsi…So che i personaggi magari non ci azzeccano nulla l’uno con l’altro, ma sono accomunati dalla loro grande popolarità…E dal Disturbo Borderline…

- Angelina Jolie (Los Angeles, 4/6/1975, Gemelli), Borderline

 

 

- Kurt Cobain (Aberdeen, 20 febbraio 1967Seattle, 5 aprile 1994, Pesci), Borderline

 

- Jim Morrison  (Melbourne, Florida, 8 dicembre 1943Parigi, 3 luglio 1971, Sagittario), Borderline

 

- Klaus Kinski (Sopot, Polonia, 8 ottobre 1926 – Lagunitas, California, USA, 23 novembre 1991, Bilancia), Borderline e Disturbo Narcisistico di Personalità

 

- Diana Spencer, conosciuta anche come Lady D (Sandringham, 1º luglio 1961Parigi, 31 agosto 1997, Cancro), Borderline

 

- Marilyn Monroe (Los Angeles, 1º giugno 1926Los Angeles, 5 agosto 1962, Gemelli) Borderline

 

- James Dean (Marion, 8 febbraio 1931Cholame, 30 settembre 1955, Acquario ), Borderline

 

 

 

 

 

 

Pubblicato da: Irenotta | 14 luglio 2011

Borderline…

Il termine “Borderline” è nato nei primi del novecento (Huges, 1884; Rosse, 1890) per indicare alcuni pazienti la cui patologia non era classificabile né come nevrosi (i conflitti e i problemi quotidiani condivisi dalla maggior parte delle persone), né come psicosi (i disturbi mentali più gravi, come la schizofrenia), pur presentando sintomi comuni ad entrambe le condizioni.

Il termine Borderline, infatti, significa “limite” o “linea di confine”, e indica la principale caratteristica del disturbo: come una persona che cammina su una linea di confine tenderà a sconfinare in due differenti territori, così il paziente affetto da Disturbo di Personalità Borderline oscilla tra normalità e follia, senza vie di mezzo.

A partire da questa iniziale definizione, ormai in larga parte abbandonata, Zanarini e Gunderson nel 1990 basandosi soprattutto su criteri diagnostici descrittivi individuarono i seguenti tratti distintivi del disturbo borderline: tendenza a perdere il contatto con la realtà; automutilazioni (tagli, bruciature); tentativi di suicidio; paura di essere abbandonati; intenso bisogno e ricerca dell’altro alternato a comportamenti apparentemente  arroganti e sprezzanti.

I pazienti Borderline spesso alternano periodi di relativa normalità, in cui si mostrano sufficientemente equilibrati, a periodi in cui il funzionamento psichico appare fortemente compromesso, con violente crisi di rabbia, tentativi di suicidio, paranoia.

Il disturbo borderline di personalità è una entità diagnostica molto controversa. Talvolta non viene neanche riconosciuto come un disturbo specifico, ma come una classificazione in cui inserire tutti quei casi non meglio diagnosticabili in altro modo. In realtà il disturbo borderline presenta delle caratteristiche specifiche piuttosto ben riconoscibili.
E’ fondamentalmente un disturbo della relazione, che impedisce al soggetto di stabilire rapporti di amicizia, affetto o amore stabili nel tempo. Si tratta di persone che trascorrono delle vite in uno stato di estrema confusione ed i cui rapporti sono destinati a fallire o risultano emotivamente distruttivi per gli altri. Le persone affette da questo disturbo  trascinano altri, parenti e partner in un vortice di emotività,  dal quale spesso è difficile uscire, se non con l’aiuto di un esperto. Questi soggetti, infatti, sperimentano emozioni devastanti e le manifestano in modo eclatante, drammatizzano ed esagerano molti aspetti della loro vita o i loro sentimenti, proiettano le loro inadempienze sugli altri, sembrano vittime degli altri quando ne sono spesso i carnefici e si comportano in modo diverso nel giro di qualche minuto o ora.
Il disturbo borderline è stato spesso associato a eventi traumatici subiti nell’infanzia, quali abusi sessuali o fisici, ma non è detto che ciò sia sempre vero.
L’aspetto più evidente e preoccupante del disturbo borderline è che presenta sintomi potenzialmente dannosi per il soggetto (abbuffate, uso e abuso di sostanze, guida spericolata, sessualità promiscua, condotte antisociali, tentativi di suicidio, ecc.) e si associa a scoppi improvvisi di rabbia intensi.
Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quarta edizione (APA, 1994) il disturbo borderline è caratterizzato da:

Una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore ed una marcata impulsività, comparse nella prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:
1) sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono.
2) un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione.
3) alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili.
4) impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto come ad esempio spendere eccessivamente, promiscuità sessuale, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate, ecc.
5) ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari, o comportamento automutilante.
6) instabilità affettiva dovuta ad una marcata reattività dell’umore (per es., episodica intensa disforia, irritabilità o ansia, che di solito durano poche ore, e soltanto raramente più di pochi giorni).
7) sentimenti cronici di vuoto.
8) rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia (per es., frequenti accessi di ira o rabbia costante, ricorrenti scontri fisici).
9) ideazione paranoide, o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress.

I Disturbi del Comportamento Alimentare maggiormente diffusi e studiati sono l’Anoressia Nervosa e la Bulimia Nervosa. Essi sono frequenti tra i pazienti Borderline (soprattutto tra le donne) probabilmente a causa della funzione assunta dal disturbo alimentare nella gestione delle emozioni: astenersi dal cibo, abbuffarsi, o vomitare sono strategie spesso utilizzate dal Borderline per distrarsi o contenere le emozioni dolorose. Caratteristica comune ad entrambi i disturbi è la presenza di una distorsione nella percezione del peso corporeo e della propria immagine; la variante più grave di quest’ultima caratteristica viene definita Disturbo di Dismorfismo Corporeo o “Dismorfofobia”, e comporta eccessiva preoccupazione per una caratteristica fisica, immaginata o esagerata (spesso seno, cosce, fianchi per le donne e torace, addome, genitali, capelli per gli uomini).

LA DIAGNOSI DEL DISTURBO DI PERSONALITA’ BORDERLINE

Il manuale dei disturbi mentali (DSM-IV, APA, 1994) definisce i tratti di personalità come “modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi”.

Questi tratti, normalmente flessibili e adattabili, in soggetti affetti da Disturbo di Personalità sono caratterizzati da rigidità e difficoltà di adattamento a contesti diversi.

Lo strumento diagnostico più affidabile per la valutazione dei tratti della personalità, e della loro possibile variante patologica, è indubbiamente l’intervista diagnostica SCID-II (Structured Clinical Interwiew For DSM-IV Axis II). Questa intervista semi-strutturata, che si basa direttamente sui criteri del DSM-IV, si sviluppa attraverso uno o più colloqui clinici approfonditi, con valutatore esperto (per una durata massima di 2 - 3 ore), atti a valutare l’eventuale presenza di un disturbo della personalità, o anche solo di alcuni tratti di personalità patologici. Questo procedimento diagnostico viene definito categoriale, comportando come prodotto finale l’inserimento, o il non inserimento, del paziente in una categoria diagnostica (ad es. il Disturbo Borderline).

Westen e Shedler hanno cercato di risolvere alcune criticità della SCID-II creando uno strumento denominato SWAP-200 (Shedler Westen Assessment Procedure). La diagnosi in questo caso avviene attraverso la compilazione 200 descrittori da parte del clinico (non è richiesta la presenza del paziente), che deve comunque possedere una conoscenza approfondita, sia dello strumento, sia del paziente in oggetto (dovrebbe aver sostenuto almeno 3-4 colloqui clinici). Il test offre un risultato sia categoriale, sia dimensionale, rispetto alle categorie diagnostiche standard del DSM-IV, e alle categorie identificate dagli autori come significative, solo parzialmente sovrapponibili alle precedenti; ciò si traduce nella possibilità di osservare anche minime sfumature patologiche, così come potenziali risorse cui fare appello.

Esistono anche dei protocolli diagnostici specifici per il Disturbo Borderline di Personalità, ma la loro specificità potrebbe determinare una perdita di materiale importante rispetto ad altri disturbi “limitrofi”, quindi vengono utilizzati maggiormente in contesti dui ricerca, piuttosto che clinici.

Più nel dettaglio, il Disturbo di Personalità Borderline è caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, instabilità dell’immagine di sé e degli affetti, e impulsività.

I pazienti con Disturbo Borderline spesso vivono nel timore dell’abbandono e compiono sforzi disperati per evitarlo: anche nel caso di separazioni di breve durata reagiscono con rabbia e disperazione.

Le relazioni con gli altri nel Disturbo Borderline sono instabili ed intense, caratterizzate da iniziale idealizzazione, che li induce a desiderare una vicinanza ed intimità totali e incondizionate anche con persone appena conosciute, ma che spesso si tramuta rapidamente in svalutazione di fronte alla sensazione che questi non si dedichino completamente a loro.

I soggetti Borderline attuano frequenti cambiamenti d’obiettivo, di valori, d’aspirazioni riguardanti carriera, identità sessuale, amicizie. Manifestano impulsività in differenti aree potenzialmente dannose per il sé: spese eccessive, sessualità, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate alimentari.

Frequenti sono anche i comportamenti autolesivi, come il procurarsi volontariamente tagli e bruciature, e i tentativi di suicidio, che giungono a compimento nell’8-10% dei casi. I soggetti con Disturbo Borderline sembrano trarre sollievo dalle emozioni violente generate dai comportamenti autolesivi poiché ristabiliscono la capacità di provare sensazioni e di percepirsi come vivi e reali (utilizzando il dolore fisico come un’automedicazione, come un modo per annullare i sintomi dissociativi di derealizzazione e depersonalizzazione), ma vengono anche considerate come una giusta punizione per la propria inadeguatezza.

L’umore è spesso incontrollabile e passa rapidamente da tristezza, ad ansia, a irritabilità, a manifestazioni di rabbia intensa e inappropriata, espressa con frasi sarcastiche, esplosioni verbali o vere e proprie aggressioni. Queste reazioni violente vengono scatenate in particolar modo dalla sensazione di essere abbandonati e vengono seguite da sentimenti di vergogna e di colpa.

Talvolta pazienti con Disturbo Borderline si dichiarano afflitti da sentimenti cronici di vuoto, noia, necessità di intraprendere una qualsiasi attività, ma che non riescono ad incanalare verso una precisa direzione.

Durante periodi di intenso stress possono comparire aspetti bizzari (percepirsi come se osservassero dall’esterno il proprio corpo o i propri processi mentali; sensazione che la realtà intorno a sé sia strana, artefatta).

I Disturbi della Personalità

Il Disturbo Antisociale è caratterizzato da inosservanza e violazione dei diritti altrui. Gli individui affetti da questo disturbo (tradizionalmente definiti “psicopatici” o “sociopatici”) sembrano incapaci di adeguarsi alle norme sociali e di vivere nella legalità. Sono spesso disonesti e manipolativi, non curanti di diritti, sentimenti o desideri delle persone che li circondano, che non esitano a truffare e manipolare, mentendo e assumendo false identità per ottenere profitto o piacere personale.

Il Disturbo Istrionico è caratterizzato da emotività eccessiva e ricerca d’attenzione. Questi individui tendono ad attrarre l’attenzione su di sé, affascinando inizialmente per l’entusiasmo, l’apertura e la seduttività, qualità che tendono a passare in secondo piano con il progredire della conoscenza e l’avanzare di richieste d’attenzione sempre più pressanti e adesive. Essi si dimostrano spesso sessualmente provocanti o seduttivi anche nei confronti di persone dalle quali non si sentono attratti e in contesti decisamente inappropriati, come il luogo di lavoro. L’emotività è mutevole e scarsamente prevedibile, caratterizzata da continui sbalzi che vanno dai toni più elevati e quasi maniacali, alla più cupa depressione.

Il Disturbo Narcisistico è caratterizzato da grandiosità, bisogno di ammirazione e marcata carenza di empatia. Questi soggetti sono caratterizzati da un senso grandioso di autostima che li porta a sopravvalutare le proprie capacità, apparendo spesso presuntuosi e vanesi, e che contemporaneamente li induce a svalutare i meriti altrui. L’illimitata autostima che li caratterizza rivela la sua inconsistenza nelle continue preoccupazioni riguardanti il giudizio altrui e nel continuo bisogno di ammirazione, che li induce ad attrarre il più possibile l’attenzione degli altri sul proprio comportamento.

Il Disturbo Borderline è caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e degli affetti, e da marcata impulsività.

La Personalità Borderline

I pazienti con tale disturbo di personalità sono al limite tra la nevrosi e la psicosi e sono caratterizzati da una straordinaria instabilità dell’affettività, dell’umore, del comportamento, delle relazioni con gli oggetti e dell’immagine del sé. Il disturbo è stato anche definito schizofrenia deambulatoria, personalità come-se (termine coniato da Helene Deutsch ), schizofrenia pseudonevrotica (descritta da Paul Hoch e Phillip Politan). Nell’ICD-10 è definito disturbo di personalità emotivamente instabile.
(Leggi anche la pagina del sito sui Disturbi della Personalità)

Caratteristiche cliniche: i pazienti appaiono quasi sempre in stato di crisi. Sono comuni rapide modificazioni dell’umore. I soggetti possono essere polemici in un momento e depressi subito dopo e lamentarsi di non avere sentimenti in un altro momento. Possono manifestare brevi episodi psicotici piuttosto che conclamate fratture psicotiche; i sintomi psicotici sono quasi sempre circoscritti, fugaci o dubbi. Il comportamento dei pazienti con disturbo borderline di personalità è assolutamente imprevedibile; di conseguenza, raramente essi realizzano in pieno le loro capacità. La natura tormentata della loro vita si riflette in ripetuti atti autodistruttivi. Possono procurarsi automutilazioni per sollecitare aiuto dagli altri, per esprimere rabbia o per cercare di attutire sentimenti soverchianti.

Poiché si sentono sia dipendenti sia ostili, i soggetti con disturbo borderline di personalità hanno relazioni interpersonali tumultuose. Possono essere dipendenti dalle persone cui sono legati ed esprimere un’enorme rabbia nei confronti dei loro amici quando vengono frustrati. Tuttavia, non riescono a tollerare la solitudine e preferiscono una frenetica ricerca di compagnia, indipendentemente da quanto possa essere insoddisfacente, al rimanere da soli. Per alleviare la solitudine, anche se solo per brevi periodi, accettano l’amicizia di persone estranee o hanno comportamenti promiscui. Spesso lamentano una cronica sensazione di vuoto e di noia e la mancanza di un senso coerente di identità (diffusione dell’identità); quando sono sottoposti a pressione, spesso si lamentano di quanto si sentono depressi per la maggior parte del tempo, malgrado il fermento degli altri affetti.

Funzionalmente, gli individui affetti dal disturbo borderline distorcono le loro relazioni classificando ogni persona in una categoria, completamente buono o completamente cattivo. Vedono gli altri come figure protettive, cui legarsi strettamente, oppure come persone odiose e sadiche, che li deprivano dei bisogni di sicurezza e minacciano di abbandonarli ogni volta che si sentono dipendenti. Come conseguenza di questa scissione, le persone buone vengono idealizzate e quelle cattive svalutate. Alcuni medici usano i concetti di panfobia, panansia, panambivalenza per delineare le caratteristiche dei pazienti con disturbo borderline di personalità.

Diagnosi differenziale:

la differenziazione dalla schizofrenia viene fatta sulla base del fatto che i pazienti borderline non hanno episodi psicotici prolungati, disturbi del pensiero o altri classici segni schizofrenici.

I soggetti con disturbo schizotipico di personalità (vedi) presentano evidenti peculiarità di pensiero, stranezze nell’ideazione e ricorrenti idee di riferimento.

I pazienti con disturbo paranoide di personalità sono caratterizzati da estrema sospettosità, quelli con disturbo istrionico (vedi) e antisociale di personalità sono difficili da distinguere da quelli con disturbo borderline di personalità.

In generale, l’individuo affetto da patologia borderline presenta croniche sensazioni di vuoto ed episodi psicotici di breve durata; agisce impulsivamente ed è straordinariamente esigente nelle relazioni strette; può automutilarsi e tentare il suicidio a scopo manipolativo.

La condizione è piuttosto stabile, poiché i pazienti cambiano poco nel tempo. Gli studi longitudinali non mostrano una progressione verso la schizofrenia, ma i pazienti hanno un’elevata incidenza di episodi di disturbo depressivo maggiore. La diagnosi viene di solito fatta prima dell’età di 40 anni, quando i soggetti stanno tentando di fare scelte lavorative, coniugali e di altro tipo e non sono in grado di affrontare i normali stadi del ciclo della vita.

Psicoterapia.

La psicoterapia della personalità borderline è oggetto di estesi studi e viene considerata il trattamento di scelta. Recentemente, per migliorare i risultati, al regime terapeutico è stata aggiunta la farmacoterapia.

La psicoterapia è difficile per i pazienti, ma anche per il terapista. Nei soggetti borderline si verifica facilmente una regressione; costoro mettono in atto i loro impulsi e dimostrano transfert positivi o negativi labili, che sono difficili da analizzare. L’identificazione proiettiva può anche causare problemi di controtransfert, se il terapista non è consapevole del fatto che il paziente sta tentando inconsciamente di costringerlo a manifestare un certo tipo di trattamento. Il meccanismo di difesa della scissione fa si che l’individuo alternativamente odi e ami il terapista e le altre persone del suo ambiente. Un approccio orientato alla realtà è più efficace di un’interpretazione in profondità dell’inconscio.

DISTURBI DI PERSONALITA’

I disturbi di personalità non sono caratterizzati da specifici sintomi o sindromi, come ad esempio il disturbo ossessivo-compulsivo, la depressione o gli attacchi di panico, ma dalla presenza esasperata e rigida di alcune caratteristiche di personalità.
La personalità (o carattere) è stata definita in molti modi, ma si può dire che sia l’insieme delle caratteristiche, o tratti stabili, che rappresentano il modo con il quale ciascuno di noi risponde, interagisce, percepisce e pensa a ciò che gli accade.
Si può anche dire che la personalità sia il modo stabile che ciascuno di noi si è costruito, con le proprie esperienze ed a partire dal proprio temperamento innato, di rapportarsi con gli altri e con il mondo.
I tratti che la compongono rappresentano le caratteristiche del proprio stile di rapporto con gli altri: così esiste per esempio il tratto della dipendenza dagli altri, o della sospettosità, o della seduzione, oppure quello dell’amor proprio.
Normalmente questi tratti devono essere abbastanza flessibili a seconda delle circostanze: così in alcuni momenti sarà utile essere più dipendenti o passivi del solito, mentre in altri sarà più funzionale essere seducenti.
I disturbi della personalità sono caratterizzati dalla rigidità e dalla presentazione inflessibile di tali tratti, anche nelle situazioni meno opportune. Ad esempio, alcune persone tendono sempre a presentarsi in modo seducente indipendentemente dalla situazione nella quale si trovano, rendendo così difficile gestire la situazione; altre persone, invece, tendono ad essere sempre talmente dipendenti dagli altri che non riescono a prendere autonomamente proprie decisioni.
Solitamente tali tratti diventano così consueti e stabili che le persone stesse non si rendono conto di mettere in atto comportamenti rigidi e inadeguati, da cui derivano le reazioni negative degli altri nei loro confronti, ma si sentono sempre le vittime della situazione e alimentano il proprio disturbo.
Così, ad esempio, una persona che presenta un disturbo paranoide di personalità, non capisce che, con il suo comportamento sospettoso, non dà fiducia agli altri, e si “tira addosso” fregature e reazioni aggressive, confermandosi l’idea che non ci si può fidare di nessuno.
I disturbi di personalità sono stati classificati, secondo la più diffusa classificazione psicopatologica, in tre categorie:

Disturbi caratterizzati dal comportamento bizzarro:
Disturbo paranoide di personalità: chi ne soffre tende ad interpretare il comportamento degli altri come malevolo, comportandosi così sempre in modo sospettoso.
Disturbo schizoide di personalità: chi ne soffre non è interessato al contatto con gli altri, preferendo uno stile di vita riservato e distaccato dagli altri.
Disturbo schizotipico di personalità: solitamente è presentato da persone eccentriche nel comportamento, che hanno scarso contatto con la realtà e tendono a dare un’assoluta rilevanza e certezza ad alcune intuizioni magiche.

Disturbi caratterizzati da un’alta emotività:
Disturbo borderline di personalità: solitamente chi ne soffre presenta una marcata impulsività ed una forte instabilità sia nelle relazioni interpersonali sia nell’idea che ha di sé stesso, oscillando tra posizioni estreme in molti campi della propria vita.
Disturbo istrionico di personalità: chi ne soffre tende a ricercare l’attenzione degli altri, ad essere sempre seduttivo e a manifestare in modo marcato e teatrale le proprie emozioni.
Disturbo narcisistico di personalità: chi ne soffre tende a sentirsi il migliore di tutti, a ricercare l’ammirazione degli altri e a pensare che tutto gli sia dovuto, data l’importanza che si attribuisce.
Disturbo antisociale di personalità: chi ne soffre è una persona che non rispetta in alcun modo le leggi, tende a violare i diritti degli altri, non prova senso di colpa per i crimini commessi.

Disturbi caratterizzati da una forte ansietà:
Disturbo evitante di personalità: chi ne soffre tende a evitare in modo assoluto le situazioni sociali per la paura dei giudizi negativi degli altri, presentando quindi una marcata timidezza.
Disturbo dipendente di personalità: chi ne soffre presenta un marcato bisogno di essere accudito e seguito da parte degli altri, delegando quindi tutte le proprie decisioni.
Disturbo ossessivo compulsivo di personalità: chi ne soffre presenta una marcata tendenza al perfezionismo ed alla precisione, una forte preoccupazione per l’ordine e per il controllo di ciò che accade.

Pubblicato da: Irenotta | 14 luglio 2011

Storia del Blues

Tratto da Blues Summit, rivista online interamente dedicata al Blues: 

http://www.bluessummit.com/it/it.htm

Ricostruendo le origini

“ Il cantante era seduto sullo scolorito linoleum che copriva l’irregolare e polveroso suolo di una piccola capanna vicino alla foce del fiume Gambia, nell’Africa del Sud. Un tappeto tessuto a mano separava dalla polvere i suoi abiti scuri. Un gruppo di persone, che aveva sentito la musica passando di lì, si accalcava nel piccolo spazio. Siccome non c’era la porta, bastava aprire la tenda a fiori che pendeva dall’apertura dell’entrata. Egli un po’ cantava e un po’ recitava lunghi versi, liberi e poetici che raccontavano la storia di un re del posto prima dell’arrivo degli europei, un re che stava lottando contro una tribù che aveva invaso il suo territorio. Mentre cantava, le persone che affollavano la stanza mormoravano ed assentivano con la testa. Aveva in mano un piccolo strumento a corda fatto in casa, che suonava ripetendo una serie di figure ritmiche con il tono soave e smorzato delle corde, conferendo così un lieve e affrettato accompagnamento alla profonda risonanza della sua voce. Il pausato suono dei piedi nudi che battevano sul linoleum seguiva i movimenti delle sue dita .”

Questo è un frammento tratto da una raccolta di scritti di viaggio, appartenuti ad un avventuriero inglese chiamato Jobson vissuto attorno alla metà del ‘800. Il cantante della capanna era un griot della tribù wolof, ed è probabile che qualcuno come lui abbia per la prima volta incominciato a rappresentare la musica che oggi è conosciuta come blues. Il termine “blues” era una parola di uso corrente nel Nord America molto prima che nascesse l’omonima musica; si può risalire fino all’epoca elisabettiana e verso la metà dell’ottocento quando tale vocabolo si usava negli Stati Uniti con molte delle accezioni che attualmente possiede. Dire I’ve got the blues, negli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, significava “annoiarsi”; ma già verso la metà del medesimo secolo, aveva la connotazione d’infelicità, tristezza, malinconia. Accadde dopo il XVIII secolo che alcuni negrieri, possessori di colonie sulle coste dell’Africa, iniziarono il trasporto di carichi di neri da vendere in America, dove la manodopera degli uomini di colore era ritenuta di  minore costo e indispensabile; è la stagione della grande migrazione forzata, lo sradicamento dalla propria terra: siamo già al tempo storico del degrado dei neri al rango di animali, nulla avevano potuto recare con sé, ammassati come bestie nelle stive delle grandi navi dei colonizzatori europei, tranne l’urlo, il grido di dolore delle loro anime, strappate per sempre dalle loro capanne, dalla giungla dove avevano organizzato la loro esistenza in armonia con le forze della natura. Con fatale progressione, agli occhi dell’uomo bianco del Sud degli Stati Uniti, dove la maggior parte degli schiavi fu condotta per lavorare nei grandi possedimenti terrieri, il nero si traduce, da strumento passivo e controllabile qual’era prima dell’abolizione della schiavitù, in un potenziale nemico da temere e combattere. In questo contesto storico – sociale si sviluppa all’interno delle comunità nere degli stati del Sud  un substrato culturale dal quale trae origine alla fine del XIX secolo quel genere musicale che prenderà in seguito la definizione di Blues. Una serie di fatti suggeriscono che il Blues possa aver preso forma fra le povere colline dello stato del Mississipi. Questo Stato aveva una grande ed isolata popolazione afro-americana ed era un’area di diffusa povertà, il che significava che la gente era costretta a crearsi da sola attività di divertimento. Nelle contee a nord- ovest del  Mississipi, la famosa campagna del delta dell’omonimo fiume, dove l’unica possibilità di lavorare era quella di passare le giornate curvi a raccogliere cotone nelle immense piantagioni, la concentrazione di comunità afro-americane era così densa (90% del totale della popolazione) che la vita musicale del luogo presentava melodie e stili strumentali direttamente correlati a elementi tipici provenienti dall’Africa e che in seguito si diffonderanno in tutto il Sud: dalla Louisiana, al Texas, al Tennensee, all’Alabama fino all’Oklahoma. Ciò che porta a considerare il Mississipi come luogo di nascita del Blues, è il numero di cantanti provenienti dalle contee del Delta che per primi registrarono il loro repertorio e le fonti dalle quali tale materiale musicale originò: le grandi piantagioni di cotone e i gruppi di carcerati che lavoravano lungo le strade in regime di lavori forzati. E’ sempre difficile resistere alla tentazione di continuare a ricercare nelle influenze sociali invece che nel genio del singolo musicista le logiche che stanno dietro allo sviluppo del Blues: in periodi differenti possiamo comunque  individuare diversi grandi bluesmen che si possono definire come veri e propri motori di sviluppo di questo genere musicale: ad esempio Charley Patton , Blind Lemon Jefferson, Robert Johnson, John Lee Hooker, Muddy Waters e tanti altri. Gli antichi blues, dal ritmo libero e semplice con strofe brevi composte da una o due frasi, vengono chiamati generalmente hollers e sono queste melodie che rappresentano una delle due più importanti fonti dalle quali derivò il Blues. L’altra importante origine sono i canti di lavoro, con i suoi ritmi ossessivi e i versi poco rimati. Venti o trenta anni fa, attraversando le deserte statali del Sud si potevano ancora incrociare gruppi di prigionieri neri segregati che lavoravano per le strade del Mississipi, della Louisiana e del Texas, intenti a tagliare erbacce, sradicare ceppi e raccogliere fogliame. Mentre lavoravano, seguivano il solista che cantava e che manteneva l’unità canora con brevi frasi improvvisate, alle quali loro rispondevano con un unico verso, ripetuto come un ritornello. La struttura del Blues è composta quindi da tutti questi elementi: il modo in cui cantavano i griots nell’Africa del Sud, gli hollers, i canti di lavoro e le canzoni tradizionali delle campagne, in cui più culture si fondevano insieme. L’unico dato che ci manca e sempre ci mancherà, è chi cantò per la prima volta un Blues. Tuttavia, questo vitale stile musicale, nel corso di cento anni, ha saputo avvalersi di diversi modi per conservare la propria unicità e tradizione, pur cambiando e rinnovandosi nel tempo

La gente continua a domandarmi dove nacque il Blues. Tutto quello che posso dire è che, quando io ero ragazzino, nelle campagne, cantavamo sempre. In realtà non cantavamo, gridavamo, però inventavamo le nostre canzoni raccontando le cose che ci stavano succedendo in quel momento. Credo che fu allora quando nacque il Blues .” ( Eddie Son House )

C’era una volta il profondo Sud   

Nessuno può dire con precisione dove il Blues sia nato, ma l’evidenza suggerisce fortemente che ciò avvenne in qualche luogo all’interno di quella vasta area che partendo dalla verde campagna della Georgia e del Mississipi ,  attraversando le intricate foreste paludose della Louisiana arriva fino all’arido immenso Texas. Il cotone era il re dell’intera regione del Sud ed un enorme numero di lavoratori neri passavano le incandescenti giornate a raccoglierlo prima come schiavi poi come lavoratori stagionali , qualche volta come affittuari oppure raramente come proprietari della terra. Tale attività era molto intensa, sia nella vasta zona che da Memphis arriva fino a New Orleans, il famoso Delta del fiume Mississipi, sia nella “Black Belt of Alabama”, dove la popolazione nera raggiungeva anche il 90% degli abitanti. La maggior parte dei Bluesmen che svilupparono questo genere musicale proveniva da questa area o comunque da qui partirono le loro carriere. Molti ricercatori fanno risalire il luogo di sviluppo del Blues nelle città di New Orleans, St. Louis e Shreveport verso la fine del XIX secolo, ma sicuramente la musica venne portata in queste città da emigranti provenienti dalla vicina campagna. Charles Peabody, ricercatore e sociologo vissuto all’inizio del XX secolo, notò che i lavoratori neri della comunità  di Stovall cantavano spesso canzoni improvvisate accompagnate a volte da strumenti a corda come la chitarra o il banjo oppure a fiato come l’armonica , a volte prive di qualsiasi supporto strumentale che raccontavano della vita di tutti i giorni nelle sue sfumature di gioia e di dolore. Queste performance musicali avevano luogo dopo il lavoro, dopo la celebrazione della messa domenicale, per puro divertimento in occasione di feste o ritrovi sociali, sovente semplicemente sulla porta di casa oppure davanti al fuoco del camino di fronte ad amici. I primi Bluesmen erano soprattutto uomini in cerca di occupazione stagionale, pagata in contanti come operaio in cantieri per la costruzione di ferrovie o strade, come raccoglitore di cotone nelle grandi piantagioni oppure come sguattero nelle navi che risalivano il Grande Fiume Mississipi; a questo status di lavoratore itinerante, si affiancavano giocatori d’azzardo ed ex-carcerati. I Bluesmen viaggiavano in treno per attraversare le grandi distanze da una città all’altra, certe volte in cerca di ingaggi nei vari saloon, altre volte chiamati dalle compagnie perchè allietassero i fine settimana degli operai; questo ci spiega del perché poi il treno diviene spesso argomento delle canzoni Blues o comunque ritroviamo in esse sonorità e ritmi che richiamano al principale mezzo di trasporto dell’epoca. Le città centro di questa vita on the road erano Memphis, Jackson, Greenville, Clarkdale, Houston, Dallas, Shreveport: in questo contesto i musicisti possono imparare l’uno dall’altro, sintetizzare molte idee musicali sviluppando così un  loro stile personale. Sebbene i migliori artisti blues possedevano un immediato riconoscibile stile personale, c’era un certo grado di omogeneità stilistica soprattutto fra coloro che scorazzavano nel profondo Sud e nel Texas: un forte senso di intensità, sincerità e convinzione nella loro musica; il musicista dà l’impressione di essere un tutt’uno con la sua musica, non sono gli strumenti che presentano la canzone, ma quando si ascolta la canzone, si ascolta il musicista e quello che ha da raccontare di questa grande avventura che è la vita. Ogni nota è fortemente sentita e va a riempire quegli spazi vuoti lasciati da una voce ruvida, stridente, appassionata nel racconto con un alternarsi di alti e bassi, proprio a sottolineare la forte emotività che coinvolge l’esecutore. I primi osservatori ci raccontano soprattutto del contesto sociale dove la musica si sviluppa, ma essi ci dicono poco a riguardo di specifici musicisti, preferendo considerarli in modo anonimo come membri di una classe sociale piuttosto omogenea. E’ solo con l’avvento dell’era delle registrazioni commerciali che cominciamo a distinguere un artista dall’altro in termini di carriera musicale e stile. Era il 1926 quando con le registrazioni di Blind Lemon Jefferson, il leggendario folk-bluesman di origine texana, cominciò l’invasione nel mercato musicale del cosiddetto down-home blues, il blues proveniente dalle campagne del Delta. Nei successivi sei anni più di 200 artisti o piccoli gruppi registrarono le loro canzoni destinate ad essere commercializzate. Cosa noi conosciamo dei primi Blues era filtrato attraverso i gusti e l’istinto di uomini come Frank Walker, direttore delle scelte commerciali della Columbia Records. Diversi fattori contribuirono durante quel periodo a promuovere le registrazioni di questo genere musicale: in primo luogo l’invenzione di processi di registrazione elettronici permetteva di offrire un prodotto privo di eccessivi rumori di sottofondo, una percezione del suono degli strumenti più chiara e la possibilità di distinguere chiaramente le parole dei cantanti spesso rese di difficile comprensione per il forte accento regionale. In secondo luogo le maggiori etichette erano disponibili ad investire in campagne di scoperta di talenti, allestendo studi di registrazione provvisori itineranti nelle più grandi città del Sud come Memphis, Nashville, Dallas, Atlanta, New Orleans, Shreveport, San Antonio, Richmond, Jackson etc. etc. In terzo luogo la crescente popolarità della radio rappresentava uno strumento di diffusione di enorme efficacia. L’intensa attività di registrazione durò fino al 1932, da quel momento in poi tutte le maggiori compagnie di registrazione fecero bancarotta a causa della Grande Depressione economica che investì gli Stati Uniti in quegli anni, ma il Blues continuò la sua diffusione, così come era nato, attraverso i suoi eroi di strada.

“Registriamo in un piccolo hotel di Atlanta e siamo soliti far alloggiare i musicisti pagando un dollaro al giorno per il loro mangiare e il pernottamento in un altro piccolo albergo. Poi passiamo la nottata andando da una stanza all’altra a selezionare le differenti canzoni che loro conoscono, perché sarebbe inutile proporre canzoni scritte da altri, il loro repertorio consiste di una decina di pezzi che fanno bene e ciò è tutto quello che conoscono. Dalla sessione di registrazione possono venire fuori sei o sette buone registrazioni fatte in quel momento, niente verrebbe  fuori di migliore se ripetuto decine di volte. Ci si saluta e loro tornano a casa contenti per il fatto di aver fatto una registrazione che ai loro occhi è ciò che più si avvicinava ad essere Presidente degli Stati Uniti.”

Questa intervista fu rilasciata da uno dei responsabili della Columbia Record durante una delle sessioni di registrazione degli anni Venti.

La Tradizione Gospel

Il blues è la risposta profana alla povertà, alla disperazione e segregazione sociale della comunità afro-americana, mentre il Gospel rappresenta viceversa la risposta sacra, religiosa, piena di gioia nella visione e nella luce di Dio. Il blues celebra i piaceri della carne, mentre la musica sacra celebra la libertà dello spirito dalle catene del mondo. Uno è l’olio, l’altro l’acqua, non si fondono, rimangono agli antipodi. Almeno, questa è la visione tradizionale del rapporto fra blues e gospel. Entrambe voci della medesima comunità, rappresenterebbero due vie opposte che si escludono mutualmente: Dio o il Diavolo, Paradiso o Inferno, Blues o Gospel! Oggi, molti appassionati, guardano ai musicisti e cantanti blues, specialmente gli artisti del Delta, identificandoli per certi versi ai poeti maledetti del romanticismo del XIX secolo: ribelli verso le convenzioni sociali, inebriati dal sacro fuoco dell’arte, morti giovani a causa di dipendenze e vizi. Il mito del poeta dannato di stampo romantico, brillante, insolente e autodistruttivo, ha rappresentato per più di 150 anni un simbolo di potenza quasi disumana nella cultura occidentale. Quel mito si è trascinato per tutto il XX secolo investendo la generazione beat degli anni Cinquanta, le rock-star degli anni Sessanta e Settanta, per le quali vita ed arte sono inseparabili, l’uno prende l’energia dall’altro, in una serie di conflitti e contraddizioni fino all’autodistruzione, martire di sé stesso. Il problema nel trasportare questa visione dell’artista su i musicisti blues consiste nel fatto che la cultura in cui essi vivevano e lavoravano non aveva nessun tipo di collegamento con la tradizione romantica del diciannovesimo secolo. Se qualche blues man definiva la propria musica come diabolica, però nessuno sembra che si sia avviato ad una consapevole “via demoniaca” alla ricerca di una verità superiore, così come invece aspiravano alcuni romantici europei (“La via dell’eccesso conduce al palazzo della saggezza”- William Blake -). La romantica deificazione dell’individuo è fondamentalmente estranea alla cultura afro-americana e la proiezione del personaggio alla Byron nei musicisti blues ci racconta molto più di chi osserva che dell’osservato. Questo non significa che il dualismo fra musica del diavolo e musica sacra sia soltanto una creazione intellettuale della cultura occidentale. Certamente no, però dobbiamo sottolineare che sacro e profano sono fortemente intrecciati nell’afro-americano sin dalle origini più remote delle tribù africane, una sorta di complicità, di simbiosi, all’interno della stessa famiglia in cui la natura più legata ai piaceri materiali viene tollerata più di quanto la presenza di una forte retorica religiosa potrebbe apparentemente suggerire. Come spiegare altrimenti il fatto che il cantante blues e il predicatore rappresentano due distinte figure, con funzioni differenti all’interno della comunità, ma accomunate dal medesimo rispetto sociale e dalla musica come strumento per raggiungere la loro meta: l’uno il divertimento, lo sfogo di un’anima in perenne tormento, il godimento dei beni materiali (dal film Oh fratello, dove sei?: …ho venduto l’anima al diavolo per incantare con la chitarra….tanto non mi serviva!), l’altro l’elevarsi a Dio attraverso la salvezza dell’anima. Il grande business della deportazione dei neri d’Africa nel Nuovo Continente fu seguito da un’ulteriore disumanizzazione: la distruzione, con la vendita per asta degli schiavi, di qualsiasi legame tribale e familiare. Espressioni della cultura e religione africana furono largamente soppressi per paura che potessero diventare un primo passo verso un’insurrezione collettiva. Privati della loro identità culturale ed impedito loro di ricostruirsene una nuova, gli africani d’America rimasero senza una qualsiasi istituzione che fosse espressione delle loro radici, un punto d’incontro oltre il mondo dei bianchi. Tutto questo terminò con il sorgere delle prime congregazioni cristiane di afro-americani. Il primo battesimo registrato di un colored nelle colonie del Nord America risale al 1641. La premura missionaria nel Nuovo Continente era temperata dal dubbio se il Battesimo comunque conferisse una sorta di libertà per l’africano. Per le leggi questo era praticamente improponibile, ma vi era comunque una certa fretta nel voler cristianizzare questo patrimonio umano. Tutto ciò cambiò improvvisamene nel 1730 con l’avvento del Great Awakening, un movimento religioso che investì l’Inghilterra e l’America e che alla fine fece sì che gli schiavi fossero riconosciuti come essere umani convertiti al Cristianesimo. Tra i missionari che vennero in America nel 1730, c’era John Wesley, fondatore della Chiesa Metodista. Le sue prediche erano sottolineate dagli inni di Dr. Isaac Watts, un pastore protestante inglese, compositore di musica le cui liriche si avvicinavano più alla lingua parlata che ai freddi salmi della domenica. Un’edizione degli inni spirituali di Watts venne pubblicata nel 1739 ed ebbe una notevole diffusione fra gli schiavi. Oltre un milione di neri vivevano negli USA verso il 1800. Più di centomila erano liberi e fra quest’ultimi c’erano i fondatori delle prime congregazioni: Richard Allen fondò la Bethel African Methodist Episcopal Church a Philadelphia nel 1794 e nel 1801 pubblicò la prima raccolta di inni solamente ad uso delle congregazioni nere. La creazione di chiese riservate a gente di colore era da una parte una risposta alla indesiderabilità della loro presenza nei luoghi sacri, dall’altra forniva un vero centro di comunità lontano dai pregiudizi e dalle punizioni dei bianchi. Quel piccolo centro rappresentò un sostegno di forza per generazioni e produsse dei veri e propri leader, i suoi predicatori. Un secondo risveglio religioso investì gli USA nei primi anni del XIX secolo, caratterizzato da raduni di una settimana ( i cosiddetti, camp meetings) in grandi parchi, durante la quale si pregava, si predicava e si cantava tutti insieme, bianchi e neri, l’entusiasmo di quest’ultimi spesso travolgeva quello delle comunità anglo-sassoni. Nel 1867, la prima collezione di “spirituals” venne pubblicata, “Slave Songs of the United States”, raccolta da William Allen, Charles Ware e Lucy Garrison. In questa raccolta si potevano trovare sia gli inni di Dr. Watts sia i vari Folk Spirituals dei Camp Meetings. Nel 1866, Fisk University, aperta agli studenti neri, fu fondata a Nashville. Dalle sue fila vennero fuori i Fisk Jubilee Singers, il primo gruppo a cantare in concerto gli “Spirituals”. Intrapresero il loro primo tour nazionale nel 1871 ed in seguito, nel 1886, anche un tour mondiale che arrivò in Europa, facendo conoscere ed apprezzare le canzoni sacre afro-americane. Gli elementi costitutivi delle “sacred songs” rimasero costanti per generazioni, anche se, soprattutto all’inizio del XX secolo, vari stili ed interpretazioni si susseguirono, in relazione ad esempio alla fondazione di nuove congregazioni come la New Holiness Church che sfidava il dominio delle Chiese Battiste e Metodiste, proponendo un nuovo approccio alla musica Gospel con primitive jazz band. Inoltre, la diffusione del Pentacolismo all’inizio della Prima Guerra Mondiale che enfatizzava lo stato di trance ed il parlato nelle sue Messe cantate. Negli anni si sono susseguiti numerosi interpreti e compositori: Thomas Dorsey, Rev. Gates, Arizona Dranes, Blind Willie Johnson, Washington Phillips, Gary Davis, Bertha Lee, The Tindley Quaker City gospel Singers, The Golden Gate Quartet, Mahalia Jackson, Rosetta Tharpe, The Swan Silvertones, The Stample Singers. Per tornare all’intreccio fra Blues e Gospel, molti musicisti sono passati dall’uno all’altro favorendo così un’incisiva contaminazione reciproca, fra questi ricordiamo Son House, Thomas Dorsey (ex pianista di Tampa Red), Gary Davis, Skip James, Mamie Smith, Little Richard. In ogni caso, l’antichissima tradizione Gospel costituisce un tassello irrinunciabile per avere una visione più completa del variegato e controverso patrimonio culturale afro-americano.

RAGTIME:

Il Ragtime rappresenta la fonte principale di quel genere musicale che poi sarebbe divenuto celebre all’inizio del ventesimo secolo con il nome di jazz. Anche il Blues deve la sua diffusione per molti aspetti al Ragtime, soprattutto in citta’ come St. Louis, Atlanta, Charlotte, Richmond, dove si sviluppo’ un particolare stile divenuto celebre con il nome di East Coast Piedmont Style.

Spesso, erroneamente, si pensa che il Ragtime sia nato come genere musicale da musicisti bianchi, perche’ furono i primi a commercializzarlo, ma in realta’ il Ragtime nacque dalla ricerca dei pianisti neri che suonavano nei bordelli di New Orleans di ricreare il sound delle Brass Band della citta’: la mano sinistra manteneva un ritmo regolare sulle note basse, mentre la destra sviluppava una melodia sincopata. Noi cercarono mai di simpatizzarsi il pubblico bianco e il genere rimase una musica underground per molti anni.

I primi brani di Ragtime risalgono alla fine dell’ 800: New Coon in Town (1884), Ma Ragtime Baby (1893) composto da Fred Stone , You’ve Been a Good Old Wagon (1895) di Ben Harney e Mississipi Rag (1897) di William Krell.

Da New Orleans questo genere si diffuse velocemente in tutte le grandi citta’ del Sud, portato dai musicisti in cerca di fortuna in Memphis e St. Louis. I musicisti di ragtime attingevano alle piu’ varie direzioni musicali, dal cakewalk, alle ballate europee, dalla polka e al valzer. Sopratutto St. Louis divenne la casa del Ragtime: citta’ di 500.000 abitanti nel 1895, era il paradiso di avventurieri, bevitori e tutti coloro dediti al piacere; era descritta come la vita dei peccatori. La vita notturna era intensa e un grande musicista era sempre il benvenuto in saloon e locali di vario tipo.

Il compositore, al quale si lega inesorabilmnte il Ragtime, e’ Scott Joplin. Nato in una famiglia di musicisti, divenne celebre per Maple Leaf Rag (1903) e Treemonisha (1906).
Mori’ all’eta’ di 49 anni nel 1917 a causa della sifilide.

Il Blues venne fortemente influenzato dal Ragtime; fra i Bluesmen che seguirono questa direzione troviamo il grande Blind Blake, unico chitarrista, Jolly Roll Morton, Charles Davenport, Rufus Perryman, Roosvelt Sykes e tutti quei pianisti che dettero poi vita negli anni Trenta al fenomeno Boogie Woogie.

Le Regine del Blues

Le donne hanno rappresentato in passato una pagina importante, troppo spesso dimenticata, del Blues. Le pianiste Bertha Gonsoulin e Lil Hardin, che lavorarono tra l’altro nella band di King Oliver; la pianista Mary Lou Williams di Kansas City; Dolly Jones, il cui spettacolo di varietà includeva anche una sua esibizione alla tromba Jazz, appartenevano ad una piccola minoranza di donne che lavoravano come musiciste nelle varie orchestre delle grandi città. Ad eccezione di Lovie Austin che riuscì a registrare qualche brano per la Paramount Records, le altre non riuscirono a farsi conoscere da un vasto pubblico.  In seguito alla prosperità che regnava negli Stati Uniti dopo la Prima Guerra Mondiale, si diffusero nel paese le case da varietà “Black Vaudeville Houses” accanto alle quali fiorirono innumerevoli locali, cafè e ristoranti, venendo così a crearsi piccoli quartieri musicali, dove ognuno poteva esibire il proprio talento. I più celebri distretti notturni sorsero a Chicago (Pekin e Vendom) ed a New York (Lincoln e Lafayette). La natura egualitaria del palcoscenico dava alle giovani donne di colore, l’opportunità di esibire le proprie capacità vocali e d’intrattenimento, per avere un reddito decente e condurre così una vita indipendente e fuori dalla povertà del ghetto. Quando, all’inizio degli anni Venti, si cominciò a capire che il Blues poteva essere una fonte di guadagno, sia per gli artisti, sia per coloro che giravano attorno a tale mondo, fu creato dalla T.O.B.A. (Theater Owner’s Booking Association) l’associazione che raccoglieva tutti i proprietari di teatri del Paese, un circuito che collegava tra loro i palcoscenici di grandi e piccole città. Le giovani cantanti si esibivano in bellissimi abiti da sera cantando e intrattenendo il pubblico con piccole scene di cabaret. Non bisogna dimenticare che la storia del Blues è inseparabile da quella delle apparecchiature di registrazione che svolsero un ruolo cruciale nella diffusione e popolarità della musica di questo secolo. Fino agli anni Venti, l’industria discografica americana era ben lontana dalle cantanti nere che venivano lasciate ai margini, concentrandosi viceversa sul mondo dello spettacolo bianco già dai primi anni del ‘900. Stranamente, alcune delle più famose compagnie di registrazione come la Victor, Columbia ed Edison, non sdegnavano di investire del denaro nella musica sud americana o caraibica, andando addirittura a cercare direttamente nei paesi come Cuba, Puerto Rico o Brasile dei potenziali talenti da importare negli States. Viceversa, la musica presente nelle comunità nere degli Stati Uniti veniva usurpata e “ripulita” facendola cantare da interpreti della upper-class bianca in lussuosi teatri. Difficilmente venivano prese in considerazioni composizioni di autori neri, come ad esempio, James A. Bland, Gussie L. Davis, Creamer e Layton, Shelton Brooks, bollati come scrittori di brani dialettali e lontani dall’interesse del pubblico. Date queste condizioni, si può facilmente capire come l’apparizione di Mamie Smith nell’industria discografica nel 1920, rappresenti un evento storico. Il suo esordio in sala di registrazione avvenne all’età di 37 anni, dopo una lunghissima gavetta come ballerina, corista e cantante di cabaret. Il suo primo successo commerciale fu “Crazy Blues” di cui furono vendute moltissime copie, aprendo la strada a tante altre cantanti di colore: Edith Wilson, Mary Stafford, Lucille Hegamin, Trixie Smith, Ethel Waters. Quasi tutte le registrazioni avvenivano a New York, dove la passione per il Blues scarseggiava tra la gente; si narra che nel 1918, durante un concerto al Lafayette Theater, la banda di W.C. Handy proveniente da Memphis, venne sbeffeggiata dal sofisticato pubblico newyorkese quando iniziò a suonare il Blues. Certamente, i successi delle grandi cantanti, “Crazy Blues”, “Arkansas Blues”, “Down Home Blues” degli anni seguenti, imposero il Blues all’attenzione della gente dimostrando che non aveva niente da invidiare agli altri generi più eleganti e aristocratici. Quindi il ruolo svolto da queste grandi interpreti fu determinante nel diffondere la musica di umile provenienza, ma dall’intensità unica. La vera esplosione delle cantanti Blues avvenne nel 1923 con Bessie Smith, la cui voce dolce e profonda fu notata da Frank Walker, produttore della Columbia Records. Solitamente veniva accompagnata nei brani solamente da un pianista per far emergere a pieno la sua voce, ma altrettante belle registrazioni la vedono accompagnata da un’intera orchestra, tra cui spicca un bellissimo duetto con Louis Armstrong. I successi di Bessie Smith si susseguirono senza pausa fino agli anni Trenta, quando la Grande Crisi travolse il mondo dello spettacolo e soprattutto l’industria discografica di New York con fallimenti a catena delle più importanti etichette americane dell’epoca. Un’altra regina del Blues negli anni Venti fu “Ma” Rainey, che con la sua band divenne uno dei nomi più popolari ed ammirati; la sua voce non aveva niente da invidiare a quella di Bessie Smith, l’unica differenza fra le due è che la Smith ebbe la fortuna di registrare negli studi di New York, con apparecchiature più efficienti, così che la sua voce è arrivata ai giorni nostri in maniera più limpida e chiara. Altre meravigliose voci erano quelle di Ida Cox, Victoria Spivey, Lucille Bogan, Memphis Minnie, Billie Holiday. Alla fine degli anni Trenta la generazione delle grandi cantanti Blues cominciò a tramontare a causa della morte di alcune di queste star, Bessie Smith e Lucille Bogan morirono in un incidente stradale, ed anche perché il repertorio cominciava a spostarsi verso altre direzioni. Il Blues cominciò a diventare quasi esclusivamente musica maschile e la generazione dei grandi urlatori urbani, i grandi chitarristi e cantanti del Sud, vedi Hooker, Waters, Hopkins presero il sopravvento sulle donne che si spostarono più verso il jazz, soul, musica pop e rhythm and blues. L’era delle regine del Blues cominciò all’inizio del diciannovesimo secolo e terminò alla fine degli anni Venti per una serie di motivi che vanno dalla Grande Depressione, alla guerra e al cambiamento nei gusti del pubblico. Oggi, la voce nel Blues è prevalentemente maschile, accompagnata da chitarre elettriche e strumenti amplificati che esprimono soprattutto energia, ma non dobbiamo dimenticare che il Blues deve molto alla grande dolcezza femminile.

The Field Trips, 1924-44

Mentre la session di Mamie Smith nel 1920 rappresenta la data d’inizio delle registrazioni blues eseguite da musicisti neri a fini commerciali, le documentazioni audio raccolte nei campi di lavoro risalgono ai primissimi anni del XX secolo. Il pioniere di questo tipo di progetti fu Howard W. Odum, il quale si diresse verso il Mississipi e Georgia in cerca delle tracce di quella cultura afro-americana che cominciava ad avere una sua vasta solidità nelle comunità del Sud. Sfortunatamente nessuna di queste prime testimonianze registrate con strumentazioni ancora molto approssimative è sopravvissuta al tempo. Ma i testi, sia sacri che profani vennero pubblicati prima sottoforma di articoli ed in seguito in libri. Si possono definire dei veri e propri blues arcaici quelli raccolti da Odum destinati esclusivamente negli anni successivi ad un pubblico nero, specialmente negli anni Venti. Le prime registrazioni sopravvissute sono presubilmente quelle effettuate da Lawrence Gellert in Greenville, South Caroline, nel 1924. Questo prezioso materiale comprende sia blues di protesta accompagnati da una sessione ritmica composta da quattro chitarre, sia altri canti eseguiti da gruppi di carcerati impegnati nei lavori forzati lungo le strade polverose di molti Stati del Sud. Le strumentazioni utilizzate da Gellert in quel periodo erano ancora ai primi stadi di sviluppo, anche se si cominciava ad utilizzare le prime macchine a funzionamento elettrico. Nel 1928 Robert W. Gordon venne nominato a dirigere il nuovo Archivio della musica folk americana presso la Biblioteca del Congresso e mantenne questa carica fino al 1933. L’idea di Gordon di ricerca si allontanava nell’obiettivo da quella di Gellert: egli considerava le canzoni di protesta della comunità nera come un’occasione di documentare il grido di ingiustizia di questa gente che altrimenti sarebbe rimasto soffocato nel timore di ritorsioni. Il progetto riuscì anche se gli autori conservarono l’anonimato, ma quello che più contava per Gordon era l’esser riuscito a raccogliere numerose registrazioni dai carceri del Nord e Sud Caroline e Georgia. Nello stesso periodo, a New York cominciò a muoversi un altro collezionista di musica folk che in seguito diverrà il principale ricercatore di testimonianze musicali nel profondo Sud per la Biblioteca del Congresso, John A. Lomax. Infatti, nel 1932 Lomax propose al suo editore la pubblicazione di un antologia intitolata “American Ballads and Folk Songs”. Con sua grande sorpresa l’idea venne accettata. Dopo il grande successo Lomax si accordò con la Bibliotaca del Congresso per allestire un’attrezzatura efficiente e pratica per una spedizione nelle campagne del Sud alla ricerca di musicisti blues e folk nel tentativo di ricostruire il puzzle dell’entità musicale americana. Così come era nell’idea di Gordon, Lomax voleva far emergere un patrimonio musicale che fosse considerato al pari della musica europea un prodotto degno di essere definito cultura con la lettera maiuscola. John Lomax e suo figlio Alan, riuscirono in questa loro impresa di spazzare via tutti i pregiudizi verso questo tipo di musica popolare e farla accettare al grande pubblico al pari della cosiddetta musica “alta”. Nel giugno del 1933, padre e figlio Lomax partirono dalla loro casa nel Texas e seguirono il loro istinto attraverso locali notturni, campagne, prigioni e campi di lavoro forzato. I primi musicisti ad essere registrati furono James Baker, Mose Platt, Lightnin’ Washington, Warnest Williams Starting e molti altri. Purtroppo, niente di queste registrazioni fu mai pubblicato, anche se i testi vennero messi in commercio con il titolo American Ballads and Folks Songs (New York, 1934). L’attrezzatura per eseguire delle buone registrazioni arrivò da New York solo a luglio quando Lomax si trovava a Baton Rouge, Louisiana. Al contrario di quello che accadde in Texas, in Louisiana molti penitenziari non permettevano ai loro detenuti di cantare durante i lavori forzati; nonostante tale delusione, i Lomax scoprirono nel carcere di Angola un grande musicista fino ad allora sconosciuto, Huddie Ledbetter, al secolo Leadbelly, il quale si proclamava il re della chitarra a dodici corde. Leadbelly dimostrò di avere un repertorio vastissimo, l’unico inconveniente era che doveva scontare una pena per tentato omicidio. Leadbelly fornì un gran numero di brani che vennero inclusi nella raccolta American Ballads and Folks Songs: Ella Speed, Frankie and Albert, Honey Take a Whiff on Me, Western Cowboy, Julie Ann Johnson. Dopo questa felice tappa in Louisisana si diressero verso il Mississipi e Tennessee, per terminare il loro viaggio a Washington D.C., dove iniziarono a settembre a lavorare per presentare la raccolta alla Library of Congress. Con il successo che ottenne la pubblicazione i Lomax furono incoraggiati a proseguire, sia dalla Library of Congress, sia dall’interesse che suscitò il loro progetto nell’ambiente attirando versò di sè offerte di sponsorizzazione che permisero il  miglioramento delle attrezzature: dal 1934 fino 1939 John Lomax e suo figlio Alan viaggiarono in tutte le carceri e piantagioni del Sud scoprendo musicisti come Uncle Rich Brown, Rochelle French, Gabriel Brown, Sampson Pittman, Calvin Frazier, Albert Ammons, Meade Lewis, Jimmie Johnson, Sonny Terry, Blind Boy Fuller, Oscar Woods, Joe Harris, Kid West e molti altri. Un giorno ad Atlanta, Ruby T. Lomax (la moglie) individuò un uomo di colore non vedente che stava suonando la chitarra vicino ad un barbecue; questo musicista era Blind Willie McTell, già celebre per aver registrato alcuni brani per il circuito commerciale. Il giorno dopo questo incontro, McTell suonò incidendo diversi brani per i Lomax: ballate, brani gospel, musica popolare e blues di ogni tipo. La più significativa registrazione fu quella realizzata da Alan Lomax nel 1941 in collaborazione con la Fisk University; la regione selezionata fu quella al confine tra il Mississipi e il Tennessee, nelle contee di Cahoma e Bolivar, dove scoprirono un giovane chitarrista e cantante corrispondente al nome di McKinley Morganfield, meglio conosciuto come Muddy Waters. Questo ragazzo aveva appreso la tecnica del bottleneck da un nome leggendario come quello di Son House. Attraverso Muddy Waters, Alan Lomax riuscì a rintracciare anche Son House che aveva fatto perdere le sue tracce alcuni anni prima. Arrivati all’inizio degli anni Quaranta, l’era dei viaggi pionieristici nel Sud si interruppe a causa della mancanza di fondi che vennero invece destinati all’impegno bellico degli Stati Uniti. Nonostante ciò, proseguì la ricerca per migliorare le apparecchiature di registrazione e tutte il materiale raccolto negli anni precedenti venne pubblicato e messo in commercio. Grazie a gente come Howard Odum, Robert Gordon, John and Alan Lomax, John Worke e Lewis Jones (quest’ultimi studiosi della Fisk University) la musica popolare nera è considerata oggi patrimonio imprescindibile della cultura americana e per questo degno contributo della comunità nera al mondo intero.

La scoperta dell’East Coast

La storia del Blues sin dalle sue originiNel 1940 Edgar Rogie Clark, direttore dell’annuale Arts Festival che si teneva nel Fort Valley State College a Perry County, Georgia, inviò una lettera a tutti i musicisti e amanti della musica dello Stato, dove annunciava l’inizio di uno speciale programma di diffusione musicale che avrebbe avuto inizio il 6 Aprile di quell’anno. L’occasione era un invito da parte di Clark a tutti i chitarristi, i suonatori di banjo, cantanti, armonicisti ad esibirsi al festival organizzato dal Fort Valley College, così da creare per la prima volta un genuino festival di musica folk unico nel suo genere: musicisti neri che suonano musica nera all’interno di uno spettacolo allestito da un college per soli studenti neri, appunto il Fort Valley College. Purtroppo, quest’esperimento non ebbe un gran seguito nelle altre città, rimanendo un evento isolato, anche se riuscì a collezionare dieci edizioni. Innanzi tutto, si può asserire che in assenza di una qualsiasi documentazione, la musica si sarebbe evoluta secondo fattori sociali, economici, storici e geografici, così da avere una genuina, incontaminata musica locale. Dall’altra parte non si può negare il fatto che la presenza di fattori commerciali abbia avuto una notevole importanza nella diffusione del Blues, tirandolo fuori da quella realtà di campagna che per quasi mezzo secolo lo aveva protetto da un lato, ma isolato dall’altro. L’accettazione del Blues oggi come parte della cultura americana, contrasta fortemente con l’ignoranza e la denigrazione di ieri. Probabilmente, la musica arrivò nel sud-est più tardi che altrove, per esempio in Mississipi; certamente già nei primi anni precedenti la prima guerra mondiale si può trovare le prime tracce di una consistente attività. Oggi, si può parlare senza dubbio di uno stile regionale per il Blues del sud-est, ma nei primi anni di sviluppo, i musicisti della zona non pensavano sicuramente di far parte di una corrente artistica con una sua ben definibile personalità musicale; si acquistavano i dischi che più piacevano senza fare delle distinzioni settarie. Il primo vero gigante che emerse dal South-East fu Blind Blake: di lui abbiamo solo una foto e scarsissime notizie biografiche; fortunatamente registrò a cavallo degli anni venti un’ottantina di brani, eguagliando in vendite forse il più conosciuto Blues man del tempo, cioè Blind Lemon Jefferson. Blind Blake era un fenomenale chitarrista che portava con sé tutti quegli elementi che avrebbero contraddistinto la scena di Atlanta, Charlotte, Durham, Richmond, Baltimore, Jacksonville, West Virginia, Charleston; i classici canoni del Blues del Sud si fondevano al ragtime, al bluegrass, alla musica country, andando a comporre un intricato intreccio di culture. Negli anni Venti le varie case discografiche del tempo crearono dei loro centri nelle città del sud-est, dove poter registrare gli artisti della zona e dalle quali poter partire per esplorare le campagne alla ricerca di talenti nascosti. Il La storia del Blues sin dalle sue originiBlues del South-East è fortemente influenzato dalla chitarra, infatti, i principali musicisti sono grandi chitarristi: Peg Leg Howell, Barbecue Bob, Charlie Lincoln, Curley Weaver, Buddy Moss, Blind Boy Fuller, Brownie McGhee, Gary Davis, Joshua White e Blind Willie McTell. Con il crollo della borsa del 1929 terminò anche l’incensante attività di registrazione: i soldi erano pochi, la crisi economica investiva tutto il paese, molte case discografiche fallirono e il Blues cascò nuovamente nell’oblio. Fortunatamente, studiosi della Biblioteca del Congresso, tra cui John Lomax e Harold Spivacke, iniziarono una serie di viaggi nell’intero Sud per documentare a fini non commerciali lo sviluppo della cultura afro-americana. Lomax fu protagonista di un lavoro preziosissimo, visitando remote colline, penitenziari, lontane fattorie, riuscendo a creare un patrimonio che sarà poi tramandato alle generazioni future; il figlio Alan, suo collaboratore, di quel periodo ricorda: “In quei giorni il Blues era uno dei migliori generi musicali registrati. Raramente ci annoiavamo a registrare quei cantanti, erano per la maggior parte fenomenali. Eravamo profondamente interessati alla ricerca delle più antiche radici della musica del secolo”. Lawrence Gellert, altro ricercatore e critico musicale, si adoperò molto per raccogliere registrazioni a fini non commerciali negli anni Trenta. Gellert registrava soprattutto le cosiddette protest songs, canzoni il cui autore rimaneva anonimo che davano voce al forte disagio sociale dei neri: rimangono memorabili i testi di alcuni celebri Blues di protesta come We Don’t Get No Justice in Atlanta oppure Gonna Leave Atlanta. Quando negli anni Quaranta il Blues ritornò prepotentemente alla ribalta, la scena del South-East si era come dissolta;  Chicago era diventata il centro indiscusso del genere e l’attenzione degli addetti ai lavori si era completamente focalizzata sulla grande città del Nord e quasi tutti i protagonisti di alcuni anni prima si erano trasferiti a New York, dove le possibilità di lavorare nei numerosissimi club della metropoli erano molto più reali che nel vecchio e povero Sud. Negli anni Cinquanta i ricercatori si concentrarono soprattutto sul profondo sud, Alabama, Louisiana e Mississipi, sottovalutando, ad esempio la Georgia ed in parte la Florida che in passato avevano dato grandi musicisti al circuito Blues. Col passare del tempo le differenze di stile fra le varie regioni si attenuarono convogliandosi in modelli nazionali, facendo gridare qualcuno alla fine del Blues come prodotto di particolarismi regionali. Probabilmente, tutto questo ha un fondamento di verità, è il segnale di una società che progressivamente si ingloba in un unico corpo omogeneo, ma esiste la storia, testimoniata da vecchie registrazioni, personaggi indimenticabili, emozioni che resistono al passare del tempo e delle mode che in ogni caso hanno determinato quello che siamo oggi. Anche il South-East ha dato il suo contributo alla diffusione e sviluppo del Blues ed anche se poco considerato, detiene tutt’oggi un’importanza storica fondamentale.

Le luci delle grandi città

Gli anni Trenta si caratterizzarono soprattutto per una specie di black-out verificatosi nell’economia americana; la grave crisi economica e finanziaria che investì gli Stati Uniti provocò una vera e propria trasformazione del paese da un punto di vista socio-geografico: la mancanza di lavoro causò un vero e proprio esodo delle comunità nere dagli stati del Sud verso le grandi città del nord come Chicago, Detroit, New York, Memphis. Qui sorsero i primi quartieri neri, South Side a Chicago ed Harlem a New York. Tutto questo, ripeto, ebbe importanti risvolti da un punto di vista sociale, ma come logica conseguenza anche musicale, infatti così come era successo in passato i musicisti si trasferirono là dove c’era la possibilità di guadagnare, nelle città che potevano offrire possibilità di lavoro, dove la gente aveva i soldi per divertirsi la sera nei locali notturni. Le tante luci, i numerosi clubs dove ci si poteva divertire fino al mattino, la vita stimolante della grande città, luogo delle opportunità, erano solo una parte della storia, infatti anche qui essere nero significava essere segregato in quartieri dove il tasso di criminalità era elevatissimo, l’alcool e la droga ne facevano da padrone insieme alla prostituzione e disoccupazione. In poche parole la vita dell’emigrato dal Sud verso la città non era certo migliorata, anzi, tutto era diventato molto più difficile, aveva lasciato il razzista Sud per chiudersi in veri e propri ghetti da dove era duro uscire per non dire sopravvivere. Il dopoguerra presentò una situazione migliore da un punto di vista economico, con conseguente ripresa dell’industria musicale che ricominciò a macinare registrazioni ed a riscoprire vecchi e nuovi talenti. Le grandi città, Chicago prima di tutte, divennero il centro della vita musicale del Paese. Il nuovo contesto sociale contribuì alla trasformazione del Blues da espressione culturale strettamente contadina come era quella della valle del Mississipi ad una musica dalle sfumature molto più cittadine, sia nel suo sound, sia nei temi affrontati. Al posto del singolo musicista o del duo acustico del periodo pre-guerra, si creano le prime band dal sound moderno, con strumenti amplificati, vedi chitarre e bassi elettrici, l’armonica viene alla ribalta anche come strumento solista insieme al sassofono e la batteria assume un ruolo centrale nella ritmica; il suono diviene più incisivo, più vigoroso, meno grezzo, in qualche caso si avvicina più alla tradizione jazz, una sorta di rivoluzione dalla quale prendono forma generi musicali come il Soul, il Funky, il Rythm & Blues, il Rock and Roll . La band deve intrattenere la clientela del locale, farla divertire e ballare ed in conseguenza di ciò anche i temi affrontati dalle canzoni non raccontano solo di emarginazione, amori falliti, frustrazione, malinconia della vita rurale del Sud e cittadina del Nord , bensì anche di gioie, divertimenti, voglia di vivere in maniera spensierata, nel tentativo di allontanare quella dolce amarezza che comunque rimane presente, incisa a fuoco nel cuore del popolo afro-americano. Questo cambiamento geografico del centro di sviluppo del Blues, come ho già detto, fece approdare a nuove sonorità, nuovi interessi nelle tematiche affrontate dalle canzoni, ma anche ad un nuovo modo di vedere la carriera di musicista che da solitario zingaro girovago dei primi anni del secolo diviene un professionista a tutti gli effetti che si esibisce con frequenza nei locali della propria città e viaggia con la propria band suonando di fronte ad un pubblico che diviene sempre più “bianco” ed in un certo senso la figura del Blues man perde quello spirito di avventura, di genuinità, di vita estrema “on the road” che aveva caratterizzato i pionieri del Delta. Questo non significa che vi sia stata una caduta nella qualità, nello spirito dei musicisti e della musica proposta, anzi al contrario, tutto ciò che si verifica a cavallo fra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta a Chicago, a Memphis ed a Detroit rappresenta solamente una trasformazione di un genere musicale che nelle sue varie fasi ha comunque sempre avuto i suoi degni  paladini che hanno generosamente dato il loro contributo perché la tradizione rimanesse intatta, affinché il Blues entrasse non solo nella coscienza degli americani, ma anche degli amanti della musica di tutto il mondo. Fra i protagonisti di questo nuovo filone cittadino abbiamo grandi artisti come Lonnie Johnson, Leroy Carr, Tampa Red, Big Bill Broonzy, T-Bone Walker, Muddy Waters, B.B. King, Howling Wolf, Sonny Boy Williamson, Albert King, Freddy King, Elmore James, Buddy Guy, Lowell Fulson, John Lee Hooker e tanti altri. Fra alcuni di loro nacque anche una leale e sana rivalità che ebbe come risultato quello di far crescere questo microcosmo musicale ad una velocità mai conosciuta prima di allora, con stili ed idee sempre nuove; ogni nome era un marchio di garanzia riconoscibile dalla prima nota, ogni loro serata significava una nuova pagina nella storia del Blues. 

Buddy Guy : “Quando arrivai a Chicago negli anni 50 Muddy Waters, B.B. King e gli altri erano già famosi, ma avresti dovuto sentire gli sconosciuti! Appena arrivato in città ne ho visto uno in un locale che mi ha quasi convinto a tornarmene a casa. Ho suonato con un armonicista e un batterista che probabilmente nessuno ha mai conosciuto al di fuori di Chicago e, mio Dio, che cosa erano! Forse avrei dovuto buttar via la chitarra perché c’erano chitarristi che potevano farmi veramente girare come una trottola…….ora io sono qui ma non perché fossi il più bravo, forse ho avuto più fortuna di tanti altri, più possibilità. Quando suona qualcuno come Muddy Waters o B.B. King, Buddy Guy si ferma e ascolta.” 

B.B. King :“Vedere suonare T-Bone Walker e Django Reinhardt significava farmi trasportare in un lungo sogno in cui ogni nota significava qualcosa per me, valeva più di un lungo assolo. Questo valeva anche per altri musicisti, ad esempio il sassofonista Louis Jordan . Muddy Waters è stato ed è tuttora un punto di riferimento, da quando lo ascoltavo ancora teenager. Uno di quelli che non cambiano pelle. Sonny Boy non aveva un carattere facile, amava bere, ma eravamo amici e che sessions indimenticabili. Elmore James lo conoscevo, ma non così bene. Si comportava in modo strano, appena lo incontravi capivi che era un musicista; era un tipo tranquillo, ma quando suonava la chitarra slide, allora sì che era uno spettacolo.”

Il revival degli anni 60   (1°parte)

Nel 1960 Willie Dixon e Memphis Slim partirono da Chicago per alcuni concerti  in Europa. Questo rappresentò per certi versi lo sbarco del Blues nel vecchio continente, infatti tale viaggio fu il collegamento cruciale nella catena di eventi che si susseguirono negli anni ‘60 e che cambiarono il rapporto fra il Blues, fino ad allora fenomeno limitato al Sud ed alle grandi città degli Stati Uniti, ed il resto del mondo. Nel frattempo, negli States si stavano verificando molti cambiamenti sociali, una sorta di ribellione generazionale che trovò in San Francisco l’ambiente ideale dal quale diffondere una visione della vita e del mondo alternativa ed in contrapposizione alla società  perbenista e conservatrice degli anni cinquanta. San Francisco, città portuale e sede di molte università, era sempre stata una meta per coloro che si sentivano in catene nel modello di società americano che dell’efficienza, della competizione, dell’arrivismo sociale ne ha fatto da sempre concetti-guida. Mentre molti blues men avevano fin da allora continuato a suonare la loro musica, con la quale erano cresciuti, senza preoccuparsi molto di quello che succedeva altrove, la nuova generazione americana degli anni ‘60 abbracciò questo genere musicale come espressione di una cultura  alternativa, onesta, diretta, più a misura d’uomo rispetto all’Establishment culture di quel periodo ed i media cominciarono a parlare di riscoperta, di rinascita, di revival, di rivoluzione nei costumi del popolo americano. Ciò che è certo è che il Blues conobbe una decade, in cui ampliò notevolmente la sua diffusione superando confini razziali, culturali e geografici, riuscì ad assumere una dimensione cosmopolita. A distanza di 60 anni il Blues si trasformò da musica della campagna del Sud a fenomeno internazionale. Fece presa fra gli studenti dei college, fra i frequentatori dei cafè, delle sale da ballo, dei teatri e fra le folle dei festival. Il Blues venne analizzato, trascritto, categorizzato e criticato da professori, collezionisti, scrittori, sociologi. Riviste musicali, libri, album e festival cominciarono finalmente a stabilire una percezione pubblica del Blues non solo come una legittima forma di arte, ma anche caratterizzata da una  propria identità, differente dal folk, dal jazz e dal rock, di quest’ultimi generi fino ad allora considerata un sotto-genere o un derivato. Comunque, il rock and roll, il folk e il jazz svolsero un ruolo fondamentale nel portare nuovi ascoltatori al Blues: gran parte dell’audience bianco fu introdotto al Blues da musicisti bianchi, prima con il boom della musica folk alla fine degli anni Cinquanta, poi con l’invasione di band rock-blues inglesi a metà degli anni Sessanta. La diffusione del jazz in Europa favorì il proliferarsi di festival folk-blues  nel vecchio continente  che portò musicisti del calibro di John Lee Hooker, Sonny Boy Williamson, Howlin’ Wolf ed altri ad esibirsi sempre più frequentemente in questa nuova terra di conquista. Gruppi inglesi come i Rolling Stones impararono la musica dei loro idoli e a sua volta portarono il Blues al pubblico americano attraverso le radio, i dischi ed i concerti. Willie Dixon era determinato a portare alla luce il Blues in Europa e nel 1960 cominciò a pianificare con il promoter tedesco Horst Lippman una serie di concerti che avrebbe dovuto prevedere la presenza nel cast dei musicisti  John Lee Hooker, T-Bone Walker, Sonny Terry, Brown McGhee, Memphis Slim, lo stesso Willie Dixon, Sonny Boy Williamson, Big Joe Williams, Otis Rush, Buddy Guy, Muddy Waters ed altri. L’American Folk Blues Festival tour of Europe prese il via nel 1962 e subito catalizzò l’attenzione non solo dei fans presenti in particolar modo in Inghilterra ed in Francia, ma soprattutto coinvolse molte delle pop star inglesi del tempo vedi Beatles, Rolling Stones, Yardbirds, Cream, John Mayall, Animals per citare quelle più celebrate; fu proprio l’interesse di queste band per le sonorità blues che permise una più facile diffusione della musica del diavolo in Europa. L’influenza degli eventi in Europa fu notevole, ma fu necessario del tempo perché il Blues completasse il suo ciclo transatlantico di riscoperta in patria attraverso le band bianche inglesi . In effetti una delle cause per cui il Blues negli anni Cinquanta fu messo da parte nel mercato americano può essere rintracciabile nel fatto che era indiscutibilmente musica nera, il cui successo e diffusione veniva mal digerito dall’élite anglo-sassone che aveva in mano tutte le leve dell’economia americana e che non tollerava che l’industria discografica, in piena espansione, vedesse la comunità nera come dominatrice assoluta da un punto di vista artistico. Non dimentichiamoci che erano anni di forti tensioni sociali fra comunità nere e bianche negli Stati Uniti: nel Sud permanevano gravi discriminazioni razziali (fino a pochi anni prima i neri non potevano utilizzare mezzi pubblici e scuole frequentate da bianchi), mentre la comunità nera rispondeva con il gruppo organizzato delle pantere nere, con la presenza di leader carismatici come Malcom X e Martin Luther King, impegnati entrambi nella guerra per i diritti civili del popolo afro-americano, anche se quest’ultimo era contrario ad uno scontro frontale con “il fratello bianco”. Partendo da queste considerazioni politico-sociali si può capire anche il perché dell’esplosione alla metà degli anni Cinquanta del fenomeno Elvis Presley, cantante di Rock and Roll che al di là di un indubbio carisma sul palcoscenico ed una bella voce, non servì ad altro alla classe politica dirigente bianca che a cercare di trasformare, agli occhi della gente, un genere musicale come il rock and roll che stava spopolando fra i giovani americani da musica prettamente nera (Chuck Berry, Bo Diddley, Little Richard e molti altri) in un prodotto della razza bianca. Tale operazione politico-commerciale proseguì in maniera sistematica fino al punto da rendere il povero Elvis un fenomeno da baraccone (il suo arruolamento nell’esercito divenne un fatto nazionale, l’esempio da seguire per i giovani americani). Non ci si spiega altrimenti il perché dell’incredibile successo mondiale di un personaggio come Elvis Presley che a malapena sapeva suonare un paio di accordi sulla chitarra e che comunque può essere considerato la prima rock-star della storia della musica, con tutto ciò che questo comportava: in primo luogo, la trasformazione dell’uomo in mito, dato in pasto a televisione e cinema; in secondo luogo, la trasformazione della musica in un fenomeno strettamente commerciale; un peso troppo pesante per le spalle di un solo uomo. Questo triste teatrino durò per quasi 20 anni, finché Presley morì nell’estate del 1977 nella sua casa di Memphis, Graceland, all’età di 42 anni a causa dell’abuso di alcool e droghe. Elvis Presley fu la prima vittima del “rock-star system”, sacrificato sull’altare dello show-business. Al di là di queste personali considerazioni, comunque, gli Stati Uniti dovettero attendere la Beatles-mania (altri musicisti bianchi) agli inizi degli anni Sessanta, perché potessero riscoprire almeno in parte le sonorità blues. In seguito sbarcarono dall’Europa altri grandi musicisti come i Rolling Stones, John Mayall, i Fleetwood Mac, talentuosi chitarristi come Eric Clapton, Jeff Beck, Jimi Page (in seguito fondatore dei Led Zeppelin) e Jimi Hendrix che seppur americano di nascita dovette trasferirsi in Inghilterra a metà anni Sessanta per poter trovare uno spazio nel mondo musicale, per poi tornare in patria, poco dopo, per fare la storia della musica. Questi grandi musicisti tributarono il loro giusto riconoscimento ai grandi del Blues,  indirettamente attraverso le numerose cover  presenti nei loro album e direttamente durante le interviste che rilasciavano alla stampa e alla televisione americana ed europea. Fu così che le nuove generazioni si convertirono alla musica di Muddy Waters, Robert Johnson, B.B.King, John Lee Hooker, Freddy King e molti altri . Certamente il rock-blues proveniente dall’Inghilterra fu più apprezzato dai giovani rispetto al blues canonico chicagoniano, per non parlare di quello originario del Delta; in ogni caso lo zoccolo duro  si era rinforzato grazie a questa nuova stagione di riscoperta che durerà per più di un decennio. 

Bob Messinger (manager di Muddy Waters): “Una delle prime cose che i Beatles dissero quando arrivarono negli Stati Uniti fu che avrebbero voluto assistere ad un concerto di Muddy Waters e Bo Diddley. Davanti a tale desiderio alcuni giornalisti americani domandarono: “Dove si svolgono questi concerti?”. 

Muddy Waters: “I Rolling Stones scelsero il nome per la loro band dopo aver ascoltato la mia canzone ed in seguito registrarono il mio brano “Just Make Love to Me”. Fu così che la gente negli Stati Uniti imparò a conoscere chi era Muddy Waters!”.

Il revival degli anni 60 (2° parte)

Il revival degli anni Sessanta non si tradusse in rilevanti benefici economici per gli ormai anziani musicisti del Delta, sia a causa delle tasse che dovevano pagare sui compensi derivanti dalle performance dal vivo, sia dagli scarsi pagamenti che erano versati loro dalle rock band inglesi ed americane per la pubblicazione delle canzoni sui loro album. Inoltre, solamente una piccola percentuale di musicisti fu coinvolta nei numerosi festival organizzati in quel periodo. Coloro che beneficiarono di questo fenomeno furono solo alcune delle figure leggendarie che avevano pubblicato precedentemente registrazioni come Sleepy John Estes, Big Joe Williams, Roosevelt Sykes, Fred Mc Dowell, Son House oppure blues men che stavano riadattando la loro musica per un pubblico sempre più “bianco”. In seguito, l’attenzione generale si rivolse anche verso un piccolo gruppo di grandi chitarristi di un Blues più moderno, prodotto delle città del Nord, al quale apparteneva B.B. King, Otis Rush, Buddy Guy, Freddy King and Albert King. Tale riscoperta era commentata da B.B.King durante un’intervista dell’epoca con le seguenti parole: “Pochi giorni fa, mentre leggevo un articolo su un giornale riguardo ad un mio concerto della sera prima, notai che il titolo diceva – B.B.King, la nuova scoperta del Blues – peccato che io suono da ben 21 anni senza cambiare la mia musica di una virgola. Poi, c’è un’altra cosa che vorrei dire, finalmente veniamo trattati con rispetto, lo stesso che viene riservato ad altri artisti”. Il pubblico di colore comprava ancora i dischi Blues; B.B.King si riferiva alla loro musica che doveva essere rispettata. Il Blues soffriva di problemi d’immagine fra i neri negli anni Sessanta: questo era dovuto alla crescente consapevolezza di classe della comunità nera che nella sua lenta affermazione sociale rifiutava di essere identificata con la musica Blues che comunque volenti o nolenti era il prodotto di un contesto sociale che richiamava i tempi della schiavitù, storie di disperazione e di fame della povera campagna del Mississipi, dei ghetti cittadini, della discriminazione razziale. Molti musicisti mantenevano un vasto pubblico fra le persone della medio ed alta classe sociale di colore, ma questi ultimi difficilmente lo ammettevano in pubblico, perché non volevano essere associati a quella musica che portava con sé una cultura contadina, storie di povera gente che viveva alla giornata e spesso al limite della sopravvivenza. Buddy Guy lamentava: “La nostra gente cerca di allontanarsi dallo stile Blues. Non ascoltano Muddy Waters alla radio, né lo guardano in televisione. E ciò che non ascolti, non ti piacerà mai”. Il selvaggio Blues del Sud necessitava di essere ripulito e raffinato per essere accolto dalle nuove generazioni; tale approccio raggiunse la sua perfezione con B.B.King che grazie al suo talento chitarristico e vocale ed al suo gran carisma sul palco riuscì, all’inizio degli anni Sessanta, a far riavvicinare i neri al Blues; qualche giornalista commentava: “B.B.King è l’unico musicista Blues in America con un pubblico vasto, adulto e quasi interamente nero”.  E’ stato detto che nessun sviluppo stilistico caratterizzò il Blues dopo il 1960; questo è vero, la struttura musicale di base rimase invariata, ma invece di segnare la fine di questa musica, il 1960 rappresenta il raggiungimento di un nuovo livello di maturità: i suoi messaggi, le performance dal vivo e le emozioni continuarono a diffondersi con la stessa efficacia ed energia. Il Blues conservava quel potenziale energetico che nelle performance dal vivo esplodeva ogni volta coinvolgendo l’intero pubblico. Come parte del processo di maturazione, il Blues venne erroneamente certificato come musica per i neri di una certa età, una musica che trattava di esperienze di vita che i giovani non potevano apprezzare fino in fondo. Quando le classifiche delle canzoni più vendute divennero soprattutto espressione dei gusti dei giovani, il Blues scivolò lentamente verso il basso, anche perché non solo rappresentava la musica dei genitori, ma si era trasformata nelle valutazioni collettive da musica per ballare in musica da ascolto. Ciò che veniva ora considerata musica da ballo erano altri generi come il soul, funky, disco, provocando un senso di frustrazione in quei Blues men che giudicavano l’impatto della loro performance in base a quante persone si alzavano e cominciavano a ballare. Gradualmente la percezione del Blues da parte della società afro-americana acquistò il carattere di orgoglio, di eredità culturale, testimonianza di un percorso doloroso che partito dalle stive delle navi dei negrieri vede tutt’oggi in corso la battaglia delle comunità nere per l’affermazione dei propri diritti civili. “Blues Power!” divenne il grido dei seguaci del Blues dopo la sua proclamazione da parte di Albert King nel suo storico concerto al Fillmore West nel 1968. Il Jazz con il suo vasto pubblico costituiva una parte importante di supporto per il Blues negli anni Sessanta. Nonostante ciò, la maggior parte dei musicisti Blues non lavorava nel circuito di locali Jazz e i jazzisti che più si avvicinavano come stile al Blues non partecipavano ai Festival di quel periodo. Qualche eccezione in ogni modo può essere riscontrata nella partecipazione a certi Blues Festival di alcuni Blues men dallo stile più jazzistico come Lonnie Johnson, Big Joe Turner, T-Bone Walker; sull’altro versante si può rintraciare la presenza di Muddy Waters e John Lee Hooker ad alcuni Jazz Festival. I musicisti Jazz rispettavano il Blues, anche quello più genuino e selvaggio del profondo Sud, perché in ogni modo era parte delle radici, elemento consistente del tronco del grande albero dal quale in seguito si sono sviluppati numerosi rami e foglie.

Il revival degli anni 60   (3° parte)

Le persone si avvicinavano al Blues da ogni angolo e attraverso qualsiasi canale, musicale o letterario. Perché questo accadeva proprio adesso ed in modo così inaspettatamente spettacolare? Oltre alla presenza di una considerevole discografia del passato e di numerosi storici e collezionisti, oltre all’aspetto strettamente legato al divertimento ed al ballo durante le feste, oltre all’attrazione verso sonorità e ritmi molto istintivi e relativamente nuovi per loro, cosa c’era che incuriosiva così tanto le nuove generazioni bianche? Perché i giovani bianchi appartenenti prevalentemente alla classe medio-borghese erano così attratti da una cultura così lontana da quella con la quale erano cresciuti fino ad allora? Cosa c’era dietro al Blues di così affascinante ai loro occhi? La contro-cultura degli anni Sessanta, dell’alienata gioventù bianca americana, adottò la musica del Delta come parte di un suo modo d’espressione, d’identità. Molti vedevano nel Blues un sistema di valori, uno stile di vita, un modo d’approcciarsi al mondo. Rappresentava una cultura alternativa dalle sfumature incredibilmente esotiche e romantiche. Era la voce di gente oppressa e alienata, rifiutata ed emarginata dalla classe media americana. Un genere musicale autentico, naturale, fisico, disinibito, erotico, quasi ipnotico, insomma, profondamente immerso nelle passioni umane; tema principale delle canzoni Blues era spesso la battaglia fra sessi, confltti sentimentali fra uomini e donne. Questo era molto vicino alla rivoluzione sessuale di quel periodo, il movimento femminista, la ribelle generazione Beat che rifiutava qualsiasi inglobamento nei valori della conservatrice ed autoritaria middle-class degli anni Cinquanta e Sessanta degli Stati Uniti. Il Blues permetteva di esprimere tutto ciò; era musica suonata da anti-eroi, persone che erano fuori dalle convenzioni del lavoro, della famiglia, della fede religiosa, dei tradizionali ruoli sociali. Il revival degli anni Sessanta era un gesto d’amore di una parte del ceto medio verso la musica e lo stile di vita degli emarginati neri. La vita romantica di un vecchio Blues man non era basata solamente sul senso di ribellione, ma sull’aver vissuto in modo rustico in luoghi e in tempi esotici, quasi mitologici. Larry Cohn, grande scrittore e studioso della cultura Blues, spiegava: “La vita del mezzadro nero che soffriva sotto il sole di mezzogiorno del Sud, ferendosi le mani raccogliendo cotone, coltivando canna da zucchero, gridando la sua frustrazione, l’alienazione, la sofferenza fisica ed interiore; in tutto questo c’era una tremenda visione romantica che emergeva, un mistero che colpiva profondamente l’immaginario delle giovani generazioni”. La rivista specializzata  Rhythm and Blues scriveva di Lighting Hopkins nel 1963: “Lightin’ non pensa che il giovane pubblico bianco capirà ciò di cui sta parlando, così evita di cantare i Blues più aspri e malinconici. Per il pubblico è un affascinante  narratore delle leggendarie storie del popolo afro-americano, di conseguenza lui offre solamente una piccola parte di se stesso”. Il revival degli anni Sessanta non fu nient’altro che un fenomeno pieno di romanticismo e stereotipi. Per coloro che effettivamente vivevano il Blues in prima persona, la vita era tutt’altro che esotica, romantica e spensierata. “Il Blues – come diceva Willie Dixon (grandissimo musicista ed autore dei Blues più belli degli anni 40, 50 e 60) – era l’eredità di generazioni vissute nella povertà, nella discriminazione razziale, nella rabbia, nella disperazione più profonda che a volte assumeva tratti più morbidi che si alternavano a momenti più aspri, alternava piccole gioie a grandi dolori, ma che manteneva, in ogni modo, un substrato fortemente malinconico di rassegnazione”. Jeff Titon (giornalista) scriveva: “La gioventù d’oggi può condividere l’alienazione dell’uomo di colore, ma non l’eredità culturale”. Ma il Blues, in fin dei conti, poteva essere considerata effettivamente una musica di protesta? La musica Folk, gli Spiritual, i Gospel ed anche il Jazz avevano in sé elementi che li legavano direttamente alla battaglia dei diritti civili per la comunità afro-americana, sia nei testi sia nella musica. Ma il Blues??!! Con le sue storie di amanti, truffatori, bevitori, emarginati, con la sua musica ad uno stato così “primitivo”, come poteva essere espressione di movimenti politici che lottavano per la libertà, contro lo sfruttamento della gente di colore? Fra il Blues e il movimento dei diritti civili ci sono parallelismi, interazioni, contributi reciproci, ma anche conflitti e controversie, soprattutto perché i Blues men non si sono mai voluti identificare con nessuna battaglia politica, non hanno mai chiesto niente alla società bianca, forse per un certo spirito di dignità ed orgoglio; hanno sempre gridato il loro bisogno di umanità, di liberazione dalle catene della discriminazione, ma sempre a testa alta, senza piegarsi, fieri del loro passato di uomini di campagna, abituati a resistere alle più difficili e deprimenti situazioni. Ciò che è certo è che hanno soprattutto pensato a suonare e a cantare le loro storie di tutti i giorni ovunque e per chiunque, comunicando emozioni e sentimenti comuni a tutte le persone, a qualsiasi razza o ceto sociale esse appartenessero. Il Blues nacque dalla comunità nera del Sud degli Stati Uniti alla fine del 1800 e porta con sé tutta l’eredità di quella cultura, per poi essere in grado, oggi, di entrare nello spirito di tutti coloro che sentono propria tale storia, indipendentemente che siano bianchi o neri; questo spiega anche la presenza nella storia del Blues di grandi musicisti ed interpreti bianchi: Eric Clapton, Mike Bloomfield, John Mayall, Bonnie Raitt, Steve Ray Vaughan, Johnny Winter, Rory Gallagher, John Hammond, Charlie Musselwhite, uomini che hanno vissuto, e vivono tuttora alcuni di loro, il Blues fino in fondo, come stile di vita. Così come il Jazz è riconosciuto musica cosmopolita e multietnica, perché non lo dovrebbe essere anche il Blues??!! Troppe volte bistrattato ed erroneamente considerato una sorta di brutto anatroccolo della cultura afro-americana.

British Blues parte 1

Quando si parla di British Blues, ci si riferisce a quella generazione di musicisti inglesi che svolse un ruolo determinante nella nascita del Blues Revival degli anni Sessanta. La diffusione del Blues in Europa nel secondo dopoguerra fu favorito da una tradizione jazzistica piuttosto radicata nel Vecchio Continente: a Parigi lo swing aveva imperversato negli anni Trenta grazie a musicisti come Django Reinhardt, Vincent Grapelli e la straordinaria popolarità di Louis Armstrong. Dopo la parentesi del conflitto mondiale, fu nella Londra del secondo dopoguerra che si diffusero negli hotel di lusso e nei numerosi club le esibizioni delle jazz band protagoniste del revival dei primi anni cinquanta, durante i quali si riscoprirono le composizioni piu’ celebri di Louis Armstrong, Oliver King, Jelly Roll Morton, insomma, il grande jazz di New Orleans di inizio secolo. Una figura su tutte spiccava in quegli anni, Ken Coyler: trombettista inglese che ripropose con grande passione e istinto il Dixie-style, prima di imbarcarsi clandestino su una nave della marina inglese diretta negli Stati Uniti, per poi suonare con i piu’ celebri musicisti di New Orleans.

Negli anni Cinquanta, molti bluesmen decisero di trasferirsi in Europa in cerca di un pubblico che duravano fatica a trovare negli Stati Uniti, accecata dal mito di Elvis Presley e dalla musica country. Fra questi, vi erano grandi personaggi della storia del Blues come Big Bill Broonzy, Brownie McGhee, Sonny Terry e Sister Rosetta Tharpe, quest’ultima apparve anche ad un celebre show televisivo dell’epoca riscuotendo un clamoroso successo.

Contemporaneamente, un’altra moda musicale contribui’ ad attirare un sempre maggiore interesse verso la musica popolare americana da parte delle nuove generazioni inglesi: lo skiffle di Lonnie Donegan. Musica targata decisamente Gran Bretagna, si rifaceva pero’ al folk americano di Woodie Guthrie, Leadbelly, Johnny Rodgers, Hank Williams che a loro volta erano gran parte il prodotto della tradizione musicale dei Monti Appalachi, piena di sonorita’ e melodie tipiche della musica irlandese con violini, banjo, organetti e percussioni rudimentali. Quindi, una sorta di cerchio che si chiudeva e che si rinnovava verso  nuove direzioni.

I club di Londra come The Sin Club, Flamingo, The Roaring Twenties, Stax, Ealing, all’inizio degli anni Sessanta, si riempivano di soldati americani che accorrevano ad ascoltare questi giovani ragazzi bianchi suonare tutta la notte per loro il boogie woogie, il blues rurale, il rhythm and blues, facendoli sentire a casa. Questi giovani musicisti inglesi, sempre in cerca di materiale proveniente d’oltreoceano, spinti da una grande passione per qualcosa che veniva da lontano, ma che sentivano istintivamente cosi’ vicino, erano John Mayall, Eric Clapton, Steve Winwood, Jack Bruce, Ginger Brown, Keith Richard, Jimmy Page, Pete Thousend, Jeff Beck, Mick Taylor, Andy Fraser, Peter Green, John McVie, Albert Lee, Mick Fleetwood, Van Morrison, Mick Jagger e molti altri.

British Blues parte 2

All’inizio degli anni Sessanta le numerose radio inglesi e la AFN (American Forces Network) trasmettevano i blues più celebri e nei negozi adesso si poteva acquistare i dischi di Howling Wolf, Muddy Waters, John Lee Hooker, Chuck Berry, Bo Diddley, Little Richards, Sonny Boy Williamson, T-Bone Walker. Nel 1962, Willie Dixon porto’ proprio questi grandi musicisti all’apice del loro successo in giro per l’Europa con festival itineranti. Sempre piu’ frequenti iniziarono le collaborazioni con questi ragazzi bianchi che entrarono in contatto con i loro eroi, dando lo slancio definitivo per l’ esplosione del Blues targato British. L’industria discografica americana cominciò ad interessarsi a questo fenomeno europeo e iniziò ad importare dall’Inghilterra ciò che già esisteva da ormai più di 50 anni al proprio interno, ma che veniva non casualmente ignorato, tenuto lontano alle nuove generazioni. L’operazione di Dixon dette un contributo fondamentale per l’inizio del Blues Revival e la musica del Mississipi conobbe una delle stagioni più grandiose della sua storia e un grande merito va certamente proprio al grande arrangiatore, compositore e discografico, Willie Dixon. 

Certamente, gli anni Sessanta si presentarono negli Stati Uniti come un periodo di grandi trasformazioni: prendeva piede la cultura beat, hippy, si imponeva prepotentemente all’opinione pubblica il movimento dei diritti civili di Martin Luther King, le nuove generazioni erano stanche del conformismo paternalistico della società, l’inizio del dramma del Vietnam, la continua emigrazione dal Sud agricolo verso l’industria del Nord. Tutti questi fenomeni entrarono nella vita quotidiana e produssero il decennio più interessante dal punto di vista sociologico degli ultimi 50 anni nella società americana e, naturalmente, la musica fu lo specchio di questi grandi cambiamenti.

Questa ondata inglese permise di riscoprire vecchi bluesmen dimenticati nelle campagne del Sud come Son House, Mississipi John Hurt, Johnny Shines, Lighting Hopkins e di rilanciare grandi musicisti come B.B.King, John Lee Hooker e il grande blues urbano di Chicago, Memphis, St.Louis: gli americani riscoprirono le loro radici musicali attraverso la musica dei Beatles, Rolling Stones, Animals, Who, Yardbirds, Fleetwood Mac, John Mayall & Bluesbreakers e Cream; quest’ultimi, nel 1966, furono fra i primi a mettere insieme la celebre formazione del Power Trio (chitarra, basso e batteria) e riscuotere un successo clamoroso negli Stati Uniti. Quasi tutte queste band cominciarono registrando cover di Muddy Waters, Chuck Berry, Bo Diddley, Howling Wolf, per poi sviluppare un proprio stile, più rock & roll, ma sempre strettamente collegato alla musica blues. La Beatles-mania e i Rolling Stones rappresentarono solamente la punta commerciale di un iceberg che aveva una base solidissima nel talento di questa generazione. Chitarristi come Eric Clapton, Jimi Hendrix (emigrato in Inghilterra a metà anni Sessanta per poi tornare, come il Blues, negli Stati Uniti alcuni anni dopo) e Jeff Beck rappresentavano la tipica figura del guitar-hero: esiste una celebre foto del periodo che ritrae un muro di Londra su cui fu scritto da un fan, Clapton is God. Il fanatismo verso questi idoli raggiunse livelli mai registrati precedentemente. Molto può essere detto sul fatto che questi giovani musicisti guadagnassero molti soldi con la musica di bluesmen che, seppur essendo gli autori di quegli stessi brani e quindi a loro spettasse il denaro delle royalties, riuscivano a malapena a mantenere un livello di vita dignitoso. Quando i Rolling Stones arrivarono per la prima volta a Chicago per conoscere Muddy Waters, lui faceva l’imbianchino nello studio in cui loro avrebbero registrato il giorno dopo!

Muddy Waters: “I Rolling Stones scelsero il nome per la loro band dopo aver ascoltato la mia canzone ed in seguito registrarono il mio brano “Just Make Love to You”. Fu così che la gente negli Stati Uniti imparò a conoscere chi era Muddy Waters!”.

Bob Messinger (manager di Muddy Waters): “Una delle prime cose che i Beatles dissero quando arrivarono negli Stati Uniti fu che avrebbero voluto assistere ad un concerto di Muddy Waters e Bob Diddley. Davanti a tale desiderio alcuni giornalisti americani domandarono: “Dove si svolgono questi concerti?”.

In ogni caso, quello che accadde fu che tutto il movimento blues riuscì a trarne grande beneficio e i vari organizzatori e discografici americani adesso facevano a gara per assicurarsi le performance di Howling Wolf, John Lee Hooker, Freddie King, Albert King, BB King che pur essendo la fonte ispiratrice del British Blues, avrebbero durato fatica a imporsi all’attenzione mondiale se non ci fossero stati questi ragazzi inglesi a dare loro una mano.


Pubblicato da: Irenotta | 14 luglio 2011

Il popolo del blues (estratti)

Sociologia degli afroamericani attraverso il jazz

Prefazione all’edizione italiana

George Morland, The Slave Trade, 1788
Anonimo suonatore di banjo fotografato da Victor C. Schreck vicino a Savannah, Georgia, nel 1902
Manifesto per un gruppo mistrel nero
Manifesto per un gruppo mistrel nero
Bessie Smith
Bessie Smith
Blind Willie McTell
Blind Willie McTell
Sonny Boy Williamson
Sonny Boy Williamson
Meade “Lux” Lewis
Meade “Lux” Lewis
Uno spettacolo di Ethel Waters
Uno spettacolo di Ethel Waters
Chicago, anni quaranta
Chicago, anni quaranta
Louis Armstrong, Johnny St. Cyr e Johnny Dodds
Louis Armstrong, Johnny St. Cyr e Johnny Dodds
B.B. King
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Joe Turner
Joe Turner
Swinging in un juke joint
Swinging in un juke joint
Miles Davis
Miles Davis

L’estetica blues e l’estetica nera

di Amiri Baraka

 Il termine “estetica blues”, recentemente proposto da alcuni accademici, è utile solo se esso non comporta la depoliticizzazione del referente. È possibile, infatti, rivendicare l’esistenza di un’estetica del blues anche separando l’evoluzione storica del blues dalla sua origine nazionale e internazionale, dalla vita e dalla storia delle popolazioni africane, panafricane e, più precisamente, afroamericane.

L’estetica blues è solo un aspetto della totalità dell’estetica afroamericana. Una cosa ovvia, dal momento che il blues rappresenta solo uno dei vettori espressivi di un’unica origine materiale, storica e psicologica.

La cultura è il risultato di “uno sviluppo psicologico comune”, che a sua volta si fonda sull’esperienza di condizioni materiali comuni che, in ultima analisi, appaiono politicamente ed economicamente definite.

La cultura afroamericana nasce come vivida esperienza e sviluppo storico del popolo afroamericano, un popolo dell’emisfero occidentale, la cui storia e retaggio dipendono tanto dall’Africa quanto dall’America.

Alle soglie del Diciannovesimo secolo questo nuovo popolo si era consolidato a tal punto che il “ritorno in Africa” cessò di rappresentare una via di fuga per i prigionieri e venne sostituito dalla sottomissione psicologica e politica di una piccola parte della popolazione afroamericana e dalla più diffusa ideologia del “restare e lottare”.

Il blues ha origine dalla spinta tardo ottocentesca della cultura musicale secolarizzata afroamericana, la cui eredità lirica e musicale più antica era africana, ma la cui forma mutevole più recente riassumeva la vita e la storia in Occidente!

Il blues rispecchia sia gli stadi iniziali di un linguaggio e di un’esperienza musicale afroamericani, sia forme nuove, sviluppatesi dopo la Guerra civile, quando la cultura afroamericana non era più strettamente circoscritta ai riferimenti religiosi o alle restrizioni sociali della schiavitù.

Il blues è profano, ma anche postschiavitù. La sonorità dei cori africani non accompagnati dalle percussioni, tipico delle sorrow song (come Black Ladysmith Mambazo), lascia spazio a un suono più vivace, in realtà più “africano”, più moderno. Anche lo stile del tardo gospel riflette questa evoluzione.

Già all’inizio del Diciannovesimo secolo diversi africani erano diventati afroamericani e il blues, dallo spiritual e dalla work song, attraverso l’introduzione di holler, shout e arwhoolies, si era innalzato per celebrare l’entrata dei neri in una dimensione meno repressiva, più incerta, ma meno dura, anche se, per molti aspetti, sempre tragica e deprivativa.

Il blues, in quanto forma lirica e musicale, è solo uno dei tanti aspetti possibili. In questa sede si tenterà di circoscrivere il quadro intero, lo sguardo estetico d’insieme, la matrice culturale di cui il blues rappresenta una espressione. In termini più specifici, il blues è una forma profana afroamericana, rurale e urbana. Quella rurale è la più antica, e risale all’epoca della schiavitù. Le diverse forme urbane riflettono, invece, il movimento storico e sociale dei primi neri che, dalla Guerra civile in avanti, si spostarono dalle piantagioni alle città meridionali e che, verso la fine degli anni Ottanta del secolo scorso, iniziarono a spingersi verso nord per sfuggire all’opera di ricostruzione e al Ku Klux Klan, oltre che per cercare un mondo nuovo.

L’estetica blues, dal punto di vista storico ed emozionale, racchiude inevitabilmente l’essenza dell’antichità africana, ma è anche un’estetica occidentale, per il fatto di essere espressione di un popolo occidentale, anche se afroamericano. (In fondo l’Europa non è l’Ovest, mentre lo sono le Americhe! Dirigendosi a ovest dall’Europa si arriva nel Jersey! A ovest delle Americhe sta l’Oriente!)

Il blues deve, quindi, esprimere la rivelazione umana della vita all’esterno delle piantagioni (o al di là, anche se non ci siamo spinti molto oltre). Esso ha carattere regionale o meridionale o urbano, e così via. La sua strumentazione varia, riflettendo il livello delle forze produttive della gente e la loro organizzazione sociale, politica ed economica.

Questo per quanto riguarda la forma variabile e in continuo cambiamento del blues in quanto blues. Nell’essenza, comunque, esso risulta più profondo e più vecchio di se stesso.

Studiando Equiano, DuBois, Douglass, Diop, Robert Thompson e LeRoi Jones si comprende come la matrice culturale africana, unica ma infinitamente varia, stia alla base non solo di ciò che va sotto il nome di estetica blues, ma anche di qualunque estetica nera.

Prima di tutto, gli africani sono il raggruppamento umano più antico del pianeta, e ogni estetica che abbia a che fare con la società umana deve assumerli almeno come punto di partenza!

Perfino l’approccio europeo della cosiddetta estetica apollinea (formalismo e contenimento), caratteristico della cultura attica ateniense, risulta particolarmente significativo perché emerge dal contrasto con il metodo filosofico ed estetico più antico, quello dionisiaco (espressionistico e umanistico, incentrato sull’emozione).

Si tratta di una risistemazione della sensibilità e delle priorità umane, fondamentale per la creazione di un’epoca tanto quanto il Mediterraneo, l’inondazione che divise il mondo. Siamo ancora dominati dalle tribù che emersero a nord di questa via d’acqua dai riferimenti biblici.

In pillole, l’estetica africana, nelle sue manifestazioni apparentemente più antiche, è prima di tutto un’espressione della visione animistica del mondo dei nostri antenati più antichi. Secondo la sensibilità africana classica, infatti, ogni cosa sulla Terra è viva e, fatto ancora più importante, ogni cosa esistente (al presente, perché sia il passato sia il futuro esistono unicamente nel presente e come evoluzione speculativa dell’essere la “divinità” africana Essere) è parte della stessa realtà!

Tutte le cose sono una sola cosa, una creatura viva. In questo caso si può comprendere come anche il cosiddetto “monoteismo” sia simile al “rock’n'roll” (il mio modo di indicare la cultura borghese dell’emisfero settentrionale). L’idea di “un dio” è ormai decrepitezza jive della filosofia dell’antico. La qualifica di selvaggio non deriva dalla credenza in “un dio” invece che in molti, ma dalla consapevolezza che “tutte le cose sono il tutto”, ogni cosa è tutte le altre! “Allah” significa letteralmente “tutto”, ogni cosa come parte del medesimo elemento. Allo stesso modo in cui sia la ciambella sia il buco sono spazio!

Quindi, la continuità, l’infinitezza, la forza espressiva nella moltitudine di forme diverse caratterizzano l’Uno, ciò che è, l’Essere.

La continuità, in quanto tratto distintivo della religiosità africana, ha trovato un corrispettivo fondamentale nella ripetizione della formula “chiamata e risposta” fra il sacerdote e la congregazione: l’Uno e i tanti sono una cosa sola. Essi, in quanto esistenti, non sono scindibili, come nel battito del cuore, il beat (suono e non suono al tempo stesso), l’esistenza è indivisibile dalla scansione temporale.

Monk sostiene che gli africani celebrano la manifestazione. La sua vita, infatti, è intesa consapevolmente come manifestazione. In questo modo essa risulta materiale, cioè manifestazione naturale piuttosto che artificio, quindi formalismo. Ogni cosa si trova in essa e può essere utilizzata, riflettendo nella sua equità la forma economica e sociale più primitiva di comunanza [communalism] dei beni.

Al di sopra del Mediterraneo, l’aspetto delle cose era più importante della loro essenza o delle loro attitudini. Nella culla meridionale l’attitudine, l’esperienza, il contenuto erano invece primari.

La religione africana (si veda DuBois a proposito delle sorrow song e “The Faith of the Fathers” in Songs of Black Folk) si articolava attraverso il sacerdote e la congregazione, la chiamata e la risposta (“due sono Uno” dicono Monk e Marx)… il carattere dialettico di ciò che è, la negazione della negazione, l’unità degli opposti. La religione deve avvalersi anche della musica, dal momento che “lo spirito non può discendere senza il canto”.

Lo spirito è letteralmente respiro: inspirare, espirare. Aspirare riguarda, invece, la direzione e la meta, come nel caso dell’elevazione della chiesa. Niente respiro, niente vita. Il tamburo che riproduce il primo strumento umano e il Sole che si riproduce dentro di noi preservano la vita. Notte e giorno: il beat. Dentro e fuori: il respiro. Arrivo e partenza: il Tutto. Il battito, il flusso, l’elemento ritmico. (Il tempo, invece, è forma, è l’opposto della sensibilità espressionista.)

Quindi, come spiega DuBois, il sacerdote, la congregazione, la musica fanno discendere lo Spirito (da dove? L’anima è l’influsso invisibile della sfera solare, è il senso della vita, l’io infinitesimale e l’occhio più ampio).

Gli africani ritenevano che l’utilità della musica, sia dal punto di vista scientifico sia come risultato di una percezione storico-culturale, consistesse nel trasporto, nel possesso dell’anima, e che, attraverso essa, si potesse raggiungere una ricombinazione fra due elementi distinti, cioè il singolo e il Tutto, la redenzione, la felicità. Essa era una via d’accesso alla coscienza del cosmo, che trascendeva la comprensione parziale del singolo.

L’estasi dell’Essere, l’Essere/vita. Il jazz è, quindi, musica della venuta, musica che crea. A venire è la presenza spirituale della totalità dell’esistenza che il singolo si è concentrato a inalare.

L’estetica settentrionale non ha mai assimilato la sessualità, ritenendo il sesso un fatto sporco o imbarazzante. Anche l’esperienza sessuale è, comunque, un riflesso esplicito della dialettica “due sono Uno”, oltre a riflettere il rovesciamento dei diritti materni (l’antica società matriarcale africana) e l’asservimento femminile. Il carattere antifemminista della civiltà settentrionale, come nel caso dei roghi delle streghe a Salem (con il fine specifico dell’estirpazione definitiva di residui dionisiaci), è storicamente ben attestato.

Quindi, la qualità rivelatoria, “a uscire”, della cultura afroamericana, sotto forma di musica o altro, è evidente e costante, dall’ambito religioso a quello sociale.

I poliritmi della musica africana sono un riflesso ulteriore di una cultura a base animista: non solo nella musica, ma anche nel vestiario, negli ornamenti per il corpo o i capelli, nelle forme artistiche popolari scritte o orali, come punti fermi in una caratterizzazione della cultura panafricana e del suo significato internazionale.

I colori sgargianti della cultura panafricana sono un riflesso proprio di questi stessi poliritmi, il riconoscimento dell’esistenza simultanea di diversi livelli, settori o “luoghi” di vita.

Quindi, il carattere cosmopolita delle popolazioni africane, aperte e accoglienti, incuriosite dalla diversità e “dall’altro”, risulta storicamente rintracciabile. In modo ironico Diop fa notare la natura essenzialmente non africana del nazionalismo. Ancora una volta si fa ritorno al riconoscimento che tutte le cose sono il Tutto e che ogni cosa è tutte le altre.

Il tentativo di denigrare le popolazioni panafricane attraverso stereotipi razzisti che li classificano come gente in grado unicamente di cantare e ballare (ok, lasciateci gestire la situazione! Quante persone possiamo accogliere e istruire con i 93 milioni di dischi venduti da Michael J.?) ha origine dal fatto che “siamo quasi una nazione di cantanti e ballerini”, come sottolinea Equiano. Il canto e la danza costituivano la dimensione sociale della gente, in quanto espressioni dell’esistenza, in ogni occasione. (L’equivalente americano è lo stereotipo del fan sportivo.) Gli africani iniziarono a socializzare attorno a canzoni e a danze, grazie alla partecipazione e al contributo di tutti. L’arte stessa era espressione collettiva e comunitaria, oltre a essere funzionale e sociale.

Perfino il colore blu dei nostri stessi volti protokrishna risulta da un eccesso di nero. Diop parla delle popolazioni dell’India meridionale come delle più nere della Terra. Come Krishna, anch’esse blu. Equiano, inoltre, ci racconta che il “blu”, quel meraviglioso blu della Guinea, era “il nostro colore preferito”.

Agli italiani, anche se scuri, non piaceva essere chiamati “schiavi neri”. Noi, naturalmente, siamo le vere ghinee, con la testa sull’omonima moneta d’oro inglese che prende nome dall’antica costa guineiana o “d’oro”.

Il blues, come espressione di dolore, dovrebbe contenere, anche in questo caso, un ovvio riferimento alla tristezza della vita degli schiavi africani. Inoltre esso contiene il segnale che, dopo essere notte (Black Mama), il Sole farà subito ritorno alla nostra porta. Come recita una mia poesia: “Il blues giunse/ Prima che il Giorno/ Arrivasse”.

Quindi, l’estetica blues non ha solo un valore storico, in quanto portatrice di tutti i tratti distintivi del popolo afroamericano, ma, al tempo stesso, sociale. Esso deve riguardare come e che cosa sia l’esistenza nera e come essa rifletta su se stessa: riguarda lo stile e la forma, ma anche lo sviluppo del contenuto, delle idee, l’articolazione dei sentimenti che è critica, oltre a essere il modo della forma. D’altra parte, la forma e il contenuto sono espressione l’uno dell’altra.

Per quanto riguarda la forma del verso, la tipica forma blues AAB, per struttura e dinamica si concentra sull’enfatizzazione (ripetizione del primo verso), sul cambiamento e sull’equilibrio (il verso introdotto nello schema metrico AA BB).

Le 3e e le 5e abbassate, le legature delle note cantate o strumentali sono riconducibili ai tratti culturali e alla percezione della realtà antico-camiti. kam o Ham significa cambiamento (cambiamenti, chimica; il chimico o camita). I camiti sono stati i primi chimici. Il cambiamento qualitativo di un elemento in un altro è la dialettica stessa dell’esistenza, “due sono Uno”, come affermò Lenin nella spiegazione della dialettica nei Quaderni filosofici ogni cosa è contemporaneamente se stessa e altro: ciò che è e che sta diventando.

Le 12 battute sono i 4/4 di 360 (4 archi , cioè stagioni), della trinità presente-passato-futuro, la piramide stessa di movimento e dimensione, sono ritmo, non tempo, ballo, non i passi di Arthur Murray, che sono pubblicità e denaro, cioè assenza totale di ballo.

Il blues non è neppure necessariamente in 12; l’insistenza su questa forma è formalismo (ciò di cui si rende colpevole Martin Smithsonian quando afferma che Billie Holiday non era una cantante blues perché le sue canzoni non erano di 12 battute!).

Il blues è, prima di tutto, un sentimento, una conoscenza sensoriale, un’entità, non una teoria, in cui il sentimento è la forma e viceversa.

John Coltrane è stato capace di trasformare My Favourite Things di Julie Andrews nella nostra esistenza effettiva: il chimico che opera cambiamenti (ritmo e cambi, rhythm & blues) a livello di percezione, non di calcolo. (Il blues è sottoporsi ai cambiamenti.)

Gridiamo: “Fatti da parte Beethoven”, collegandolo alla nostra condizione in tutti i modi possibili. “Blueseggiamo” o “jazziamo”, sincopiamo qualunque cosa. Siamo sincopatori. Due sono Uno. Uno si divide in due.

La donna nera è la madre di tutti, l’addomesticatrice che rende umano l’animale; l’uomo nero è l’animale addomesticato una seconda volta: opera di sua moglie!

La causa della corruzione della cosiddetta “trinità cristiana” sta nella mancanza dell’elemento femminile. Questo spiega il simbolo della croce. Nel crocifisso cristiano mancano il capo e i genitali, escludendo, così, riproduzione e creatività, e rendendolo un simbolo di morte.

Quindi, la cultura settentrionale resta aggrappata a reminiscenze dell’antica chiesa nera (blues) attraverso frammenti della Madonna nera, ma la chiesa romana è rock’n'roll. Gesù si evolve (Cristo), approda a una dimensione più alta, attraverso la rinascita o una costante progressione.

“Sono hip” è il messaggio di Cristo, cioè, “sono diventato hip”. Fred sosteneva: “Non c’è progressione senza la lotta”. Non si tratta del travisamento del messaggio di Betty Wright e dei politicanti neri: “Niente progressione senza dolore”. In questo caso non si menziona il dolore ma la lotta; come a dire: “Il Sole splenderà un giorno anche per me”.

Il passato (la notte nera è tua madre) è anche il futuro (ciò che è vicino è prossimo). Il presente era qui già prima del passato e dopo il futuro.

Il mondo è una tragedia, è il contenuto, il peso, i cambiamenti, il ritmo e non il tempo, la percezione e non il calcolo.

Ogni cosa è legata alle altre come fossero una sola: parte dell’intero, intero di una parte, il Tutto e ciò che vi entra ed esce, materia in continua creazione (come in principio, ora e sempre, il mondo senza fine eccetera). La storia, ciò che va e viene è funky.

Il blues è la prima procreazione di nero e rosso, l’ultima a farvi ritorno dopo essersi allontanata, come in un ciclo, un cerchio. Il rosso (fatica): ri-congiunzione, riproduzione, rivoluzione; rosso antico che sconfina nel nero e fa ritorno attraverso il blue Mood Indigo.

Quindi, il blues è il passato, l’andato, tutto ciò che è stato espresso e l’espressivo, cioè ciò che esprime; è perdita, ciò che è stato espresso e che esprime, l’esperienza andata, l’ignoto che verrà e ogni cosa al di fuori del tempo.

Ci rattristiamo per ciò che era e non è più e per ciò che è e non dovrebbe essere, e ci rallegriamo solo per le sensazioni.

L’essere e il cambiare, l’andare e il venire, felicità e tristezza: si tratta del sentimento vitale, della rivelazione, evoluzione, sollevamento; rah rah rah diciamo rivolgendoci verso l’alto, Rah Rah Rah, l’esistenza è sacralità. Come Mao espose spiegando la teoria marxista della conoscenza, la consapevolezza che, in ultimo, combina il conoscere e il modo è la percezione, l’utilizzo della coscienza a base razionale.

La Sacra famiglia dell’umanità non include né esclude separazioni, per esempio fra la forma e il contenuto, o la forma e la sensazione. Amleto, con l’essere o non essere, ne rappresenta la controparte settentrionale, incerto perfino se valga la pena di vivere.

Noi ricerchiamo completezza, redenzione.

Non vogliamo nessun Nietzsche a dirci che la sensazione ostacola il pensiero. Per noi ciò che non può sentire non può pensare. Definiscono Dr. J., Magic, Michael Air “istintivi”, mentre Larry B. dei Boston lo chiamano intelligente. La massima intelligenza sta nel ballo, non nella pubblicità di Arthur Murray! Il pensiero massimo è concreto, vivo, non astratto.

L’improvvisazione, la spontaneità, l’intuizione, la sensazione si caricano di un valore enorme, proprio come il verso B nello schema AAB, che risulta dal riconoscimento della forma ma anche dall’affermazione del primato del contenuto. Come il manifestarsi dell’estasi della congregazione, che, rapita, passa dalla felicità all’angoscia, dall’euforia alla commozione, come ciò che è, sarà ed è statoÉ anche B rappresenta la nostra provenienza, la nostra storia, la nostra coda, proprio come il serpente che se la morde.

Se definiamo noi stessi racconto, non possiamo accettare un’estetica blues che tenti di sottrarsi alla politica di completezza, come è accaduto nel caso della recente tendenza reazionaria dei buppie/yuppie, che cercavano di cogliere lo “stile” dei neri a prescindere dalla sostanza, la lotta, i cambiamenti. Fred diceva: “Vogliono il mare senza il suo rumore assordante”. È il caso del negro che per questa strada tenta di scavalcare la politica di liberazione determinando così l’avanzamento economico e sociale dell’approfittatore. Quelli che fanno del blues autentico lo portano dentro, perché non è cosa da imparare sui libri di scuola, e gli approfittatori corrotti e molli del commercio, che senza annerire sperano di arricchirsi, possono farlo solo attraverso lo spaccio.

In una prospettiva storica, politica e sociale, l’esistenza nera è la forma e il contenuto del blues. Come sostiene Langston, è il significante che ci ha contraddistinti come categoria animale superiore; comunque, anche se siamo stati i primi a drizzarci, la qualifica di umanità sembra ancora lontana. Il senso, la parabola dei semi, la nostra provenienza e la nostra direzione perdono significato senza il significante. È il significante a distinguere l’uomo dalla scimmia. Tolte le parole (passato, passa il testimone corridore, corri, scandisci il tempo sul legno o la pelle, perfino sulla tua, rapper), i segni “respiro” e “cambiamento” e tutto il resto, rimane un disegno senza chiave. L’uomo chiave, lui lo ha dischiuso.

È in corso una tendenza reazionaria di artisti neri che vedono l’esistenza nera come una caricatura. C’è una diversa corrente all’interno della stessa tendenza, la cosiddetta “nuova estetica nera”, che tenta di distaccare l’arte nera dall’esistenza nera, rendendola in questo modo solo uno “stile”; ma queste non sono certo le correnti principali, né ora né in passato. L’estetica nera è tratteggiata dall’esistenza dei neri nel mondo reale e questo vale necessariamente anche per la cosiddetta “estetica blues”.

Nelle forme e nel contenuto dell’estetica nera, in ogni sua componente storica o culturale sono racchiusi la volontà, il desiderio, l’invocazione di libertà. Monk parlava proprio di questo. Libertà! Bird, Trane, Duke, Count, Sassy, Bessie, MonkÉ

La tendenza reazionaria buppie/yuppie non riesce a venire a patti con l’estetica afroamericana perché essa, quando parla, “parla sporco”, da Rap al rap e da Fred al Big Red. Il primo significante dell’estetica nera, comunitaria, rivelatoria, estatica, espressionistica e incentrata sul contenuto, significa sempre libertà: nuova vita, rivelazione, evoluzione, rivoluzione. Nelle canzoni, nei balli, nel vestiario: Freedom Now, Freedom Suite, Free Jazz! A proposito del jazz, Monk disse: “Riguarda la libertà, andare oltre sarebbe complicato”.

Non può darsi un riflesso autentico del movimento principale dell’estetica afroamericana che non affronti la ricerca di libertà da parte del singolo o membro dell’Uno.

La simbologia afroamericana racchiude l’espressione di libertà, si tratti di Br’er Rabbit, che appoggiandosi a un simbolo si rese comprensibile attraverso l’astuzia (apparendo nella cultura americana come Bugs Bunny), o del suo opposto dialettico come, per esempio, Stagolee o John Henry o Jimmy Brown, tutti appartenenti a una sfera di forza e potere. La nostra storia è piena di eroi ed eroine dialetticamente contraddittori.

Una depoliticizzazione dell’estetica afroamericana comporta il suo distacco dall’esistenza effettiva degli afroamericani e rappresenta un’esplicita offerta nei confronti dei detentori del potere. Dobbiamo, cioè, comprendere che non è solo la nostra storia ad apparire esteticamente contraddittoria per la cosiddetta “civiltà settentrionale”, ma che, in quanto schiavi e, ora, nazione oppressa, la contraddizione schiavo/schiavo-padrone è la più preoccupante di tutte.

Senza il dissidio, la lotta, l’involucro del contenuto, non ci può essere un’estetica né nera né blu, ma solo un’estetica di sottomissione, per denaro o a causa dell’ignoranza e della depravazione ideologica.

George Morland, The Slave Trade, 1788George Morland, The Slave Trade, 1788
Pubblicato da: Irenotta | 14 luglio 2011

Qui si fa Blues…Mica cotiche!!!

Ecco un omaggio al Blues, la Musica che mi sta facendo rinascere…

Il Blues intorno a me…”Questa è una storia blues. Il Blues è una musica semplice ed io sono un uomo semplice. Il Blues non è una scienza, non può essere analizzato come la matematica. Il Blues è un mistero, ed i misteri non sono mai semplici come sembrano” (B.B. King)

David Ritz, già scrittore e collaboratore di famose biografie come quelle su Marvin Gaye, Ray Charles e Etta James, segue per più di un anno la B.B.King’s Band nei suoi tour. B.B. King dedica parte del suo tempo allo scrittore, conversando sulla propria vita e dai racconti che riempiono i lunghi pomeriggi dedicati agli spostamenti da una città all’altra, dove il celebre bluesman si esibisce la sera, viene estratto questo appassionante libro. Questa autobiografia non è solamente una descrizione della vita di un grande musicista, ma una serie di ricordi del cuore di un uomo, le cui vicissitudini hanno ruotato, nel bene e nel male, costantemente per ormai 78 anni attorno al blues. B.B. King si è messo sulla strada nel 1951, e da allora non si è più fermato. Vivere di musica ha un suo prezzo, a volte anche molto caro, e B (è così che lo chiamano gli amici) per cantare il suo blues ha dovuto sacrificare gran parte dei suoi affetti, affrontare momenti difficili, ma in suo aiuto c’è sempre stato l’amore per la musica e per la sua chitarra, “mi piace considerare la mia chitarra come una donna, per rilassarmi, mi siedo assieme a Lucille, la prendo tra le mie braccia e aspetto finché un’allegra combinazione di note non esce dalla sua bocca e mi fa sentire un gran calore dentro”. 

Il blues non richiede grande tecnica esecutiva e neppure un egocentrico sex-appeal tipico di altri generi musicali, ma pretende solo tantissima sincerità, perché mette a nudo la propria anima per comunicare emozioni a chi ascolta ed è così che B.B. King parla di sé in questo libro: non ci sono trucchi, non c’è un personaggio da recitare o un mito da celebrare, bensì ricordi di un’infanzia finita troppo presto, la sopravvivenza nelle piantagioni di un Sud spietatamente segregazionista, un amore viscerale per sua madre e per tutte le donne della sua vita.Il racconto non segue sempre un ordine cronologico, ma rimbalza da un emozione all’altra; sentimenti rimasti evidentemente indelebili nella memoria di B.B. King, in altre parole è il cuore (così come nella sua musica) che ha la meglio nel guidare il nostro eroe nel ricordo dei momenti più significativi della sua vita. E’ su questa sottile linea rossa che racconta le proprie avventure a volte con amarezza, a volte con incredibile dolcezza, ma sempre con una disarmante voglia di andare avanti, di superare le avversità guardando al futuro, di sorridere con dignità alla vita, sia nella cattiva che nella buona sorte osservando il mondo sempre attraverso gli occhi di quel semplice ragazzotto di campagna, orgoglioso di andare a guidare per tutto il giorno il trattore nei candidi campi di cotone del Mississipi.

Se si sta cercando di capire cos’è il blues, non solo come genere musicale, ma anche come modo di vivere, nella ricerca dell’essenziale, della semplicità, dell’emozione profonda dell’animo umano, chi meglio di colui che ha contribuito più di tutti a far conoscere al mondo questo affascinante universo musicale, può raccontarci attraverso la sua vita di che cosa stiamo parlando. “Considero ogni concerto come una specie di test, voglio che il pubblico si senta  a casa propria; però, posso far sentire al pubblico che siamo tutti parte di una stessa famiglia? Posso far capire al pubblico quanto amo il blues? Posso fargli capire che il blues ama il proprio pubblico? Se la risposta è sì, ho fatto il mio lavoro; altrimenti, la sera dopo ci riprovo, magari sforzandomi un po’ di più”.

Una chitarra come una donna, da coccolare, vezzeggiare, rispettare, amare. Perché è una compagna di vita, una presenza più che uno strumento, qualcosa a cui aggrapparsi nei momenti difficili. BB King, re del blues, nella sua lunga vita ("è sulla strada dal 1958 e non ha ancora smesso" avverte il risvolto di copertina) è stato forse più fedele alla sua chitarra Lucille che alle proprie donne. E lo ammette senza riserve, in questa autobiografia sincera, raccontata con linguaggio semplice e diretto, che a tratti sembra un romanzo di Faulkner o Caldwell. Si comincia nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti, a Indianola, Mississippi dove scoppia la "vocazione" di BB (per gli amici solo B): "ruppi un trattore e allora capii che non era quello il mio lavoro", per passare attraverso gli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, Ottanta e Novanta. BB King ha rappresentato una straordinaria continuità del blues attraverso gli anni, riuscendo quasi sempre a conquistarsi il rispetto e l'ammirazione delle nuove generazioni di turno, ha vissuto le ondate del rock'n'roll, del soul, del beat, della musica psichedelica, del punk, del grunge e oggi della techno senza farsi mai travolgere, rimanendo fedele alla propria musica, anche se è stato spesso accusato dai puristi di annacquare il blues e dai progressisti del momento di essere solo un vecchio in ritardo sui tempi. E allora, come ha fatto a suonare con gente di estrazione diversa come Frank Sinatra, John Fogerty, Jeff Beck, Eric Clapton, i Crusaders, gli U2 (che lo hanno rivelato ai giovani dei tardi anni Ottanta con la sua splendida partecipazione a Rattle and Hum)?. Forse questo libro può aiutare a risolvere il dilemma.

Tratte da “Il Blues intorno a Me” L’ Autobiografia di B.B. King.
1-Miles Davis su B.B.:
“Ah, quel gran pezzo di m***a di B.B. King, quello sì che è in gamba.
Quel negraccio lo sa suonare per davvero, il Blues.”
2-Miles Davis aveva chiesto a Coltrane di abbreviare gli assolo, lui gli aveva risposto:
“Ci ho provato, ma continuano a venirmi in mente delle idee, e non so come fare per fermarmi.”
Al che Miles gli aveva detto:
“Perchè non provi a toglierti quel c***o di sassofono dalla bocca?

“Perhaps on some quiet night the tremor of far-off drums, sinking, swelling, a
tremor vast, faint; a sound weird, appealing, suggestive, and wild.”
Joseph Conrad, Heart Of Darkness.

1.1. LE FONTI DEL BLUES (Ps: Grazie Goio!!! Gran bella tesi!!!
Alcune delle affermazioni più interessanti al riguardo delle origini del blues provengono dai
rappresentanti della scena del blues che ebbero modo di illustrare non solo con la musica, ma
anche con preziose interviste, la loro opinione su che cosa sia il blues e da dove venga. E
sono proprio questi uomini e queste donne che il blues l’hanno vissuto e ne sono stati
protagonisti a venire incontro all’obbiettivo principale di questa tesi, dal momento che le loro
parole contengono in modo evidente e, possiamo dire, prepotente, quella appartenenza alla
terra che, del blues è probabilmente la componente più significativa e caratterizzante. Le
parole secche e semplici di questa gente costituiscono la testimonianza più interessante perché
rifuggono da facili tentazioni retoriche di cui spesso il blues è vittima (soprattutto fuori dagli
USA16) e vanno dritte al cuore del problema. A proposito delle origini musicali del blues e del
jazz esiste già una ricca bibliografia tecnica. Saranno qui riassunte le componenti principali
che contribuirono alla costituzione di un genere più o meno ben definito, chiamato blues.
Il blues come genere musicale a se stante nasce e si forma come unione e commistione di più
componenti nel corso di un periodo che va grossomodo dalla metà del XIX secolo fino agli
16 Almeno in Italia, dal momento che la cultura del blues, è un dato di fatto, non la si possiede, si cerca
spesso di ricostruirla in modo fittizio ed enfatico, facendo propri ma distorcendoli, quegli elementi reali e
costitutivi del blues stesso che troviamo nelle canzoni e nelle parole dei bluesmen. In altri termini ciò che
c’è di vero nel blues viene spesso utilizzato in modo acritico e usato con faciloneria nel tentativo costruire
un’identità che non si possiede e non si possiederà mai, con il risultato che nella scena blues nazionale si
assiste spesso ad una retorica che nasce appunto dallo sforzo per calarsi in un mondo che non può per sua
natura appartenerci. Le parole dei bluesmen vengono, anche se spesso in buona fede, spesso travisate e
decontestualizzate con il risultato di apporre al blues una maschera che non è sua. Si assiste a uno sforzo
continuo e snervante di arrivare al blues. Aveva visto bene Bob Dylan quando ebbe a dire, con un’ironia che
andava al nocciolo della questione, che le nuove generazioni (allora degli anni ’60) bianche cercavano di
immergersi nel blues, laddove i neri del Sud cercavano di scapparne (citato in MONGE L., I Got The Blues,
Arcana, Milano, 2008, p. 259). Il nero cerca di fuggire da una realtà, che è anche geografica, in cui è,
semplicemente, nato per accidente. L’appartenenza ad una realtà territoriale ben definita non è esportabile se
non a fatica e mai con i risultati desiderati: ancora oggi il blues continua ad appartenere ed ad essere
inscindibilmente legato a quella realtà e non ad un’altra. Lo scopo di questa tesi è anche ripulire il blues
della sua veste più romanticizzata ma che alla fine non gli appartiene, per giungere a osservarne e
considerarne l’armatura costitutiva e ritrovarne almeno in parte la vera natura e, nella fattispecie, la sua
natura di stampo marcatamente territoriale.
11
albori di quello scorso17, e spesso è difficile anche valutare quanto e in che misura una di
queste componenti sia responsabile del risultato finale.
Ciò che interessa maggiormente sono quelle composizioni direttamente legate al lavoro, e cioè
quell’insieme complesso, magmatico ma al tempo stesso ben definito di musiche e canti
(perché tecnicamente di canti si tratta) che prendono il nome generico work songs, hollers e
richiami. Si tratta di musiche che, a seconda della situazione, contribuivano ad accompagnare
il lavoro individuale nei campi piuttosto che nei cantieri ferroviari o nelle work-gangs, canti
che erano profondamente radicati con il tipo di lavoro e col territorio, sia naturale che
antropizzato. Questi canti o modulazioni vocali, sebbene riuniti sotto la generica
denominazione di “richiami” sono in realtà vari e diversi tra di loro e sono stati distinti in
precise tipologie. Abbiamo quindi la seguente suddivisione:
a) hollers, arwhoolie, che erano canti di lavoro individuali;
b) calls, ovverosia richiami veri e propri che dovendo trasmettere un significato erano
caratterizzati da una particolare cura nella modulazione; nei calls è compreso l’uso
dell’abbellimento noto come yodel;
c) cries, analoghi ai calls per la loro funzione comunicativa;
d) altre modulazioni riunite sotto i nomi i yells, groans, moans che, a seconda dei nomi,
esprimevano un diverso stato d’animo;
e) distinti e caratterizzati da una funzione specifica è la work-song.
La work song è tra le più antiche forme di canto in quanto, a differenza ad esempio degli
hollers, risalgono ai tempi della schiavitù, quando sussistevano le squadre di lavoro (work
gangs), sparite dopo l’emancipazione. Questa rese obsolete le grandi piantagioni di stampo
schiavista e la proprietà venne frammentata. La diretta conseguenza in senso musicale fu la
scomparsa della work-song a favore dei suddetti canti individuali, soprattutto gli hollers, che
meglio si confacevano alla nuova condizione. Naturalmente non è tutto così schematico e i
diversi tipi di canti dovettero sopravvivere spesso insieme, soprattutto i richiami veri e propri
che aveano un duplice ruolo: in primo luogo quello di tranquillizzare il sorvegliante sulla
propria presenza; dall’altro lato il call conteneva sovente modulazioni tali che lo rendeva un
vero e proprio messaggio in codice. Il grido, a seconda delle modulazioni, cambiava il
17 Vedi “tabella 1”
12
significato. Questo è un retaggio che si è soliti ricondurre all’Africa e ai cosiddetti linguaggi
tonali18, uniti all’uso della comunicazione a distanza tramite l’uso dei tamburi. In altre parole,
il call riprendeva da un lato il canto di lavoro che era già diffuso in Africa, e dall’altro aveva
subito una metamorfosi e si era adattato, data la mancanza di percussioni, a svolgere il ruolo
di queste ultime e di conseguenza si era alzato anche di volume. Quindi ciò che il sorvegliante
di turno accettava ed anzi incoraggiava era in realtà un arma a doppio taglio, perché un
messaggio lanciato da uno schiavo poteva essere ripetuto e diffuso per chilometri e chilometri:
e i messaggi erano suscettibili di occultare incitamenti alla fuga o alla rivolta.
Risulta chiaro come la work-song sia sopravvissuta solo in ambito carcerario, dove
continuava a sussistere il lavoro di gruppo nel campo dei lavori forzati: le testimonianze
registrate in tale senso sono per fortuna numerosissime e costituiscono una documentazione di
estremo interesse in quanto ci permettono di valutare, anche se con una certa approssimazione,
la caratteristica di una vecchia work-song di periodo antecedente alla Guerra Civile.
Nel blues, tutti questi elementi confluirono prepotentemente, andando a formarne il
linguaggio e gli stilemi nei quali è facilissimo trovare la traccia, rimasta viva ed evidente,
degli antichi richiami e canti di lavoro. Due testimonianze, entrambe provenienti dal Delta,
sono assai significative per i fatto che una si riferisce ai cosiddetti hollers, mentre la seconda,
anche se non le cita esplicitamente, si riferisce in modo evidente ai calls.
E’ il chitarrista e cantante David “Honeyboy” Edwards, nato a Shaw, nel cuore del Delta sulla
Highway 61, a parlare degli hollers legandoli alle origini del blues:
“Blues came from holler songs. People used to work in the fields, and they worked from
slavery, and they’d work all day long, and they didn’t have nothing to do because they was
tired and everything, and somebody came along and they started singing a song. They
started singing the songs, and they are called the holler songs. In the ’20s, Ma Rainey and
Bessie Smith adn ida Cox and all of those back in the ’20s, they started playing it and
named it the blues. But before the it was holler songs.”19
18 Per i linguaggi tonali e la ritmica dell’Africa Subsahariana, cfr. CERCHIARI L., Il jazz, Bompiani, Milano,
1997, pp. 32-54.
19 DUNAS J., State of the blues, Aperture Fundation, New York, 2005, p. 72.
13
Ai calls si riferisce invece Big Daddy Kinsey, nativo di Pleasant Grove, ai margini della zona
delle Hills. Il suo racconto, che affonda le radici forse nella memoria di qualche suo avo,
conferma la corrispondenza tra i calls e il periodo della schiavitù, dove invece Honeyboy
Edwards si riferiva certamente al periodo successivo in cui, come si è appena detto, queste
forme di comunicazione (e anche la work-song) non aveva più ragione di essere, cedendo
invece all’individuale holler. Il racconto di Kinsey è tuttavia ambiguo, in quanto, se da un lato
è chiaramente riferito alle grida modulate in funzione comunicativa, dall’altro però la
descrizione che ne fa assomiglia più ad una work song. Probabilmente non si tratta di un vero
e proprio errore, ma di una confusione che ha creato nella narrazione una commistione tra le
due forme di canto, nata dal fatto che anche la work-song aveva una funzione comunicativa
tramite messaggi più o meno in codice:
“Well, it goes way back. It goes way back to the slavery. Really. It was a form of getting
messages across to toher plantations – one group of slaves communicating with another
group, but without the master knowing what was going on. You know they did it in a
discreet way, when you might hear one guy, ‘I’m goin’ to leave in the morn-in. I’m gon’
leave in the morn-nn-ing.’ Then another one would say, ‘When the su-un goes down.’So, in
other words, that means when the sun go down, they gonna be gone. In other words,
escaping, you know [...]”.20
C’è una terza testimonianza che non viene dal Mississippi ma è di estrema importanza in
quanto si tratta sicuramente della memoria più antica di un call ed è estendibile, a quel che si
evince leggendo la descrizione, a tutto il blues in quanto rappresenta l’embrione di alcuni
elementi costituivi della futura devil’s music. Le parole non sono di un bluesman, bensì di un
giornalista newyorchese del Daily Times, Frederick Law Olmsted, il cui racconto viene anche
riportato da Paul Oliver21 e risale al 1853, cioè a dodici anni prima dell’abolizione della
schiavitù; il suo racconto riporta ciò che vide e sentì nei pressi di un cantiere ferroviario nella
Carolina del Sud:
20 Ibid., pp. 72-73.
21 OLIVER P., The story of the blues, Barrie & Jenkins, London, 1969.
14
“I strolled off until I reached an opening in the woods, in which was a cotton-field and
some negro-cabins, and beyond it large girdled trees, among which were two negroes with
dogs, barking, yelping, hacking, shouting, and whistling, after ‘coons and ‘possums.
Returning to the rail-road, I found a comfortable, warm passenger-car, and, wrapped in
my blanket, went to sleep. At midnight I was awakened by loud laughter, and, looking out,
saw that the loading gang of negroes had made a fire, and were enjoying a right merry
repast. Suddenly, one raised such a sound as I never heard before; a long, loud, musical
shout, rising, and falling, and breaking into falsetto, his voice ringing through the woods
in the clear, frosty night air, like a bugle-call. As he finished, the melody was caught up by
another, and then, another, and then, by several in chorus. When there was silence again,
one of them cried out, as if bursting with amusement: “Did yer see de dog?–when I began
eeohing, he turn roun’ an’ look me straight into der face; ha! ha! ha!” and the whole party
broke into the loudest peals of laughter, as if it was the very best joke they had ever heard.
After a few minutes I could hear one urging the rest to come to work again, and soon he
stepped towards the cotton bales, saying, “Come, brederen, come; let’s go at it; come now,
eoho! roll away! eeoho-eeoho-weeioho-i!”–and the rest taking it up as before, in a few
moments they all had their shoulders to a bale of cotton, and were rolling it up the
embankment [...]”.22
La descrizione fatta di questo canto o, meglio, di questa modulazione vocale, rimanda
direttamente a quei vocalizzi così diffusi nel blues e che li caratterizzano in modo
inequivocabile e, al tempo stesso, interessa direttamente questa ricerca in quanto collega le
origini del blues al territorio e al lavoro che in esso veniva svolto, fosse la raccolta del cotone,
l’aratura di un campo o la posa delle traversine di una linea ferroviaria. In particolare questo
canto è stato definito come “canto di riposo” e inquadrabile come “cry”23.
Risulta a questo punto chiaro come il canto derivi (semplicemente) da una mera necessità, una
necessità che nasce dal tipo di lavoro effettuato, con uno scopo che alla fine è duplice: aiutare
il lavoro quando esso necessiti di una coordinazione tra più uomini (work-songs) e, su un
piano che trascende la pratica immediata, giungere a ciò che potremmo definire una cura
22 LAW OLMSTED F., A journey in the seabord slave States, pp. 394-395. New York, 1856. La citazione qui
riportata è più ampia rispetto a quella estrapolata da Paul Oliver e fornisce una visione più ampia e
contestualizzata dell’evento in questione.
23 Cfr. POLILLO A., Il jazz, Mondadori, Milano, 1975 (nuova edizione 1997), p. 23.
15
dell’anima nel tentativo di tirare avanti in condizioni spesso durissime, che è altrettanto
importante, come possiamo capire leggendo le parole di un altro grande bluesman: Billy Boy
Arnold, che nacque a Chicago ma nel suo essere nero conosceva bene come potesse essere la
realtà del Sud, forse anche attraverso i racconti della sua gente di cui, ed è questo soprattutto
che emerge dalle sue affermazioni, sente molto forte la sua appartenenza:
“And the reason why it started in the South is because that’s where the slaves were brought
to work the fields, and that’s where they were oppressed. Now, Mississippi is noted to be
the worst Jim Crow state of them all, the most suppressed state. All the blacks were
brought to the South. They took them off the boats down South to pick the cotton and work
the fields and do the manual labor to build up the country. All blacks came from the South.
And the reason why Mississippi, it had all the plantations. That’s where they had a lot of
work, and that’s where the most supreme effort was to suppress the blacks and mistreat
them. So the blacks in Mississippi, on the plantation, you had to have the blues. In
Mississippi you are sad most of the time, because you are oppressed, not a free man,
here’s a man got control over you, telling you what to do, here’s a man who have power of
life or death over you. So you start singing the blues. See, the blues is a sort of way out.
You know what I mean? It gives you something to go on. You sing about it, and it a sort of
eases the misery of everyday’s life.”24
Ciò che da queste testimonianze (esclusa quella di Frederick Law Olmsted) emerge come
elemento fondamentale non sono solo i racconti o le riflessioni in quanto tali, bensì il fatto
stesso che il bluesman in quanto testimone percepisce proprio in quel modo la nascita del
blues.
Parlando di fonti, non è possibile non fare un accenno all’Africa. Per quanto i legami con le
terre da cui gli schiavi venivano razziati sia oggetto di diverse teorie, soprattutto riguardo alle
aree di provenienza degli schiavi, è indubbio che nel blues, oltre che nel jazz, elementi africani
siano confluiti in modo evidente. Tuttavia, oltre che sulle aree di provenienza, dubbi
sussistono anche in riferimento a elementi più tecnici, il più celebre dei quali riguarda la scala
pentatonica che, se si trova presente in certi elementi africani, è altrettanto costitutiva della
24 DUNAS J., op. cit., p. 74.
16
base di molta musica anglosassone. E’ comunque certo che, seguendo determinate linee
evolutive, mutando molto e adattandosi, l’Africa abbia portato molto di sé nella musica dei
neri d’America. L’elemento africano unito a quello bianco ha creato così alcune delle forme
musicali più originali e più influenti del XX secolo. Il blues e il jazz sono le musiche meno
occidentali che hanno influenzato più di ogni altra gli sviluppi della musica occidentale per
eccellenza: il rock e i generi che da esso derivano. Gli anelli di congiunzione tra il blues e il
rock sono molti, ma uno sopra tutti detiene l’onore di aver portato la musica nera lungo strade
completamente nuove: Elvis Presley, che trasse dal blues un genere completamente nuovo
destinato a cambiare per sempre il modo di concepire la musica25.
25 Una delle dissertazioni più complete sul rapporto tra Africa e blues si trova in KUBIK G., Africa And The
Blues, University Press Of Mississippi, Jackson MS, 1999.

1.2. DEFINIZIONE GENERALE
Il blues è una “Forma lirica musicale emersa e affermatasi tra fine Ottocento e inizio
Novecento nel Meridione afroamericano, con le sue principali aree di diffusione
originarie nel Texas, nel Mississippi, negli stati del Sudest. Spesso caratterizzato da una
strofa in 12 misure a cui si adattano tre versi poetici in rima e quasi immancabilmente in
prima persona (il primo verso generalmente ripetuto per creare tensione, attesa), il blues
– con il suo schietto immaginoso linguaggio erotico, i suoi riflessi della condizione
esistenziale nera – è stato tradotto sul pentagramma e “urbanizzato” da un compositore
come W.C. Handy negli anno ’10, e quindi registrato su disco tanto nella sua veste
rustica, genuina, che in quella elaborata, da vaudeville, durante il decennio successivo.
La struttura del blues (armonicamente sintetizzabile come I-I-I-I-IV-IV-I-I-V-IV-I-I nella
forma in 12 battute e come I-I7-IV-IVmin.-I-V-I-I in quella in 8 misure) e i suoi vari elementi
espressivi vocali e strumentali (come la “blue note”, la terza nota della scala modulata in
una chiave ambigua, intermedia tra minore e maggiore, e capace di suggerire un senso
peculiare e complesso di malinconia) hanno avuto una propria importante evoluzione
attraverso il secolo, e sono stati anche adottati ed elaborati da altri generi musicali, neri e
bianchi, dal jazz al R&R al gospel e al country.”26
Particolare attenzione va posta alla considerazione sulle modalità di espressione del bluesman
che si esprime “quasi immancabilmente in prima persona”. Questa frase è estremamente
importante perché aiuta a stabilire che cosa sia il blues nella sua vera essenza. Per una
definizione del blues, infatti, bisogna prima di tutto superare l’opinione, secondo cui si
tratterebbe di una musica “folklorica” o popolare che dir si voglia. Il dato di fatto conclusivo è
che il blues non è una musica folklorica: e anche la definizione dell’Enciclopedia, nella sua
descrizione non confina il blues in nessun involucro prestabilito e comunque non ne parla in
questo senso. Il blues non possiede nessuna veste folk nel senso stretto del termine: la
spiegazione risiede nel fatto che il bluesman, per quanto inserito nella tradizione e nella
cultura della sua gente, è e rimane un autore che prende e attinge anche dal folklore, ma ne
trae un’opera che è del tutto originale e, soprattutto, personale. Poco conta se in tanti blues,
ascoltando i testi, sentiamo versi ripetuti e riutilizzati che potrebbero dare l’impressione di un
26 AA. VV., Enciclopedia del blues e della musica nera, Arcana Edizioni, Milano 1994, p. 891.
19
corpus poetico limitato e monotono. Questo è un aspetto che non incide sulla natura personale
della composizione poetico-musicale. Il bluesman usa questo materiale per raccontare
qualcosa che riguarda lui: la sua è un’esperienza personale. Per cui il blues è definibile senza
alcun dubbio come “musica d’autore”. Anche un autore “sintetico” e “catalizzatore” come
Robert Johnson, che sfruttò e saccheggiò un patrimonio già esistente, lo rielaborò e lo ricreò
verso una sua originale poetica.27
Al tempo stesso, però, il bluesman è uomo della propria gente, che vive accanto ad essa, e del
proprio mondo vive tutti gli aspetti che conosce profondamente. Egli è paragonabile, senza
troppe forzature, ad un cantastorie che riutilizza la tradizione. E in questo senso vive
comunque la realtà del territorio in cui risiede e di cui fa parte. In altri termini, il bluesmancantastorie
è un autore che ri-crea dalla tradizione e nella tradizione è immerso. Egli è uomo
del proprio tempo e della propria terra:
“Si è detto anche ‘Il blues è una lamentazione.’ Forse. Ma una lamentazione molto ben
recepita da chi l’ascoltava, perché il cantore viveva di fatto nello stesso modo
dell’ascoltatore, con le sue tribolazioni, con la sua stessa impotenza contro le ingiustizie e
contro le calamità della natura.”28
In questo ambito, esiste un pezzo il cui testo, composto da chi, probabilmente più di altri,
seppe usare la tradizione e trasportarla nel proprio vissuto, creando qualcosa che era
tradizione e novità insieme, senza che i due aspetti si escludessero a vicenda: il brano è The
Goat29 di Rice Miller (Sonny Boy Williamson II), le cui parole sono proposte qui di seguito
per intero:
There was an animal called a goat, he butted his way out of the Supreme Court
Said, “Let him go”
Yeah, said, “Let him go, because he butt so hard till you can’t use him in our court no
more”
27 Per la presenza della tradizione in Robert Johnson, vedere MONGE L., Robert Johnson, I Got The Blues,
Arcana, Milano, 2008, passim.
28 RONCAGLIAG. C., Il jazz e il suo mondo, Einaudi, Torino, 1998, p. 66.
29 The Very Best Of Sonny Boy Williamson, Charlie Records, CD1.
20
Judge give him five hours to get out of town, he got five miles down the road and
committed another crime
That’s when the high sheriff happened to be coming along, and caught the billy goat
eating up an old farmer’s corn
High sheriff taken the billy goat to the county jail, but the desk sergeant can’t said that “I’ll
go his bail, let him go”
A medicine doctor bought the billy goat, had a great big stage show
The billy goat got mad and butt him right down in the lonesome floor
So let him go, please, please, let him go, because he butt so hard till I can’t use him in our
court no more
Ooh
Questo testo straordinario è interessante perché altro non è che la trasposizione ai tempi in cui
la canzone venne composta (anni ’50) di una tradizione a cui appartiene un lunga teoria di
racconti e canzoni afroamericani sugli animali30: si tratta di testi allegorici in cui l’animale in
questione è simbolo della strenua resistenza contro la cattiveria o la stupidità umana, con
chiaro riferimento al rapporto tra il nero che resiste e il bianco ottuso che si ostina nel suo
tentativo di sottometterlo. Canti che rientrano in questa tipologia sono: The Grey Goose31,
30 “Gli animali rappresentano un elemento fondamentale della favolistica africana ed afroamericana, nelle
storie che riguardano ad esempio Fratel Coniglio, la Rana, Sorella Volpe, Fratello Procione, ecc. Gli animali
dei racconti afro-americani sono i discendenti diretti degli animali mitici delle fiabe africane, protagonisti di
miti eziologici e figure familiari alla vita quotidiana.” (Slave Songs Of The United States, L’Epos, Palermo
2004, p. 281. Edizione originale, Simpson, New York, 1867).
Venturini (op. cit. p.64), con respiro più ampio, in riferimento ai canti sugli animali nota: “Un elemento
tipicamente afroamericano e comune alla ballata come alla worksong, al blues e agli spirituals, è
l’allentamento dei nessi logici delle strofe. Mentre le canzoni narrative anglosassoni raccontano un
fato di cronaca, servendosi di uno sviluppo consequenziale dei fatti, nela negro-ballad la logica con
cui la rappresentazione si aggroviglia a rappresentazioni di vario genere, a punti di vista e a commenti
personali, a interiezioni e a una serie di frammenti provenienti da altri brani folklorici, si rivela
talvolta inestricabile.” Per questa tematica, che coinvolge la produzione musicale dei neri d’America nella
sua interezza cfr. anche nota 110.
31 The Grey Goose è il racconto paradossale di un oca che viene cacciata ma ci mette sei settimane a cadere
e i cacciatori impiegano altrettanto a trovarla. Sei settimane ci mettono a spennarla e ci mette sei mesi a
bollire. Forchette e coltelli si infrangono sulla sua carne e, gettata a i maiali, spacca la mascella della scrofa
per poi rompere i denti di una sega. Alla fine l’oca viene vista volare starnazzando seguita da una lunga fila
di ochette. (in ROFFENI A. (a cura di), Blues, ballate e canti di lavoro afroamericani, Newton Compton
Editori, Roma, 1976., p. 58-59 e relativa nota a p. 268).
21
Grizzly Bear32, Bool Weevil33 Blues, Shake It Mister Gator34 o Rabbit In The Garden35.
Tranne nel caso di Grizzly Bear, tutti gli altri animali sono la rappresentazione del nero che
sfugge, nonostante gli sforzi, alla cieca violenza dell’uomo bianco.
Così, in The Goat, Rice Miller utilizza il black lore per dipingere una situazione dei propri
tempi e rappresenta con tutte le probabilità se stesso (“Goat” era infatti anche un suo
soprannome derivato dalla barba a punta che era solito portare sul mento) in quanto uomo
spesso in lotta con la legge e che qui, quasi in virtù di un potere soprannaturale e magico, è
impossibile trattenere e imprigionare contro la sua volontà.
L’interesse in questo tipo di definizione del blues risiede nel fatto che la creatività personale,
che non muta in questa sua intrinseca natura, si innesta, senza contraddizione ma anzi, in
piena complementarietà, nel territorio in cui il bluesman risiede; territorio da cui egli non può
prescindere e che è fonte della sua creatività.
E’ anche ipotizzabile per la prima volta un legame tra il blues come musica d’autore e il
territorio come luogo di viaggio e di mobilità, tutte cose che, come vedremo, caratterizzano
profondamente il blues: questo legame si può congetturare sulla base del fatto che, finita
l’epoca della schiavitù, il nero si è trovato libero e al tempo stesso soggetto individuale, in
continuo, perpetuo movimento alla ricerca costante di un luogo migliore o semplicemente di
un lavoro. Ora, è plausibile ritenere che proprio questo cambiamento di status (da massa a
individuo, da schiavo a contadino, almeno formalmente, libero) sia l’input e la causa che ha
stimolato naturalmente l’istinto a creare una musica e un canto che fosse rivolto al privato.
Non a caso lo sviluppo e la nascita del blues propriamente detto prende le mosse a cominciare
32 Questo canto, pur rientrando nella casistica dei racconti che hanno gli animali come protagonisti, è diverso
dagli altri in quanto il grizzly è immagine dell’uomo bianco con la sua violenza cieca e ottusa.
33 Probabilmente il più famoso di questi canti, fu eseguito in numerosissime versioni che però concordano
nella sostanza: il bool weevil era l’insetto parassita del cotone, chiara allegoria del nero che prende la sua
rivincita contro il farmer bianco. Il bool weevil (“antonomo del cotone”) fu responsabile, sul declinare
dell’800, della distruzione di numerose piantagioni in tutto il Sud. (cfr. VENTURINI F., op. cit. p. 66).
34 Canto in cui il forzato cerca di fuggire dalla prigionia. Il ritornello recita: “Won’t you shake it Mr. Gator,
doggone your soul, / Won’t you shake it Mr. Gator, to your muddy hole.” (in ROFFENI A., Blues, ballate e
canti di lavoro afroamericani, op. cit., pp. 96-98).
35 Affine a The Grey Goose, il canto sintetizzabile così: il cane non riesce a prendere il coniglio, il fucile
non riesce a colpirlo, la mamma non riesce a spellarlo, il cuoco non riesce a cucinarlo e la gente non lo
riesce a mangiare (vedi VENTURINI F., op. cit. pp. 65-66).
22
dal periodo successivo all’abolizione della schiavitù (1865) e con il periodo post-bellico della
ricostruzione.
23
1.3. LE TESTIMONIANZE
Per definire il blues in relazione al territorio, uno strumento utile è fare ricorso alle
testimonianze dirette di bluesmen che parlano del duro lavoro dei neri nei campi, fatto risalire
addirittura ai tempi della schiavitù, vista spesso dai musicisti neri come il punto di partenza da
cui tutto ebbe origine36: qui sono raccolte sei testimonianze (di cui cinque di musicisti nati e
cresciuti nel Delta). La prima è di Bukka White, celebre chitarrista e cantante di Aberdeen,
Mississippi:
“Il blues viene dal culo del mulo. Oggi puoi avere i blues anche seduto al ristorante o in
un hotel, ma il blues è nato camminando dietro a un mulo, ai tempi della schiavitù.37”
La seconda testimonianza è quella del violinista James Butch Cage:
“Il blues risale ai tempi della schiavitù. Quando eravamo schiavi mangiavamo ossa e
cotenna di maiale: la carne andava ai bianchi. Erano tempi duri; ci si faceva sopra delle
canzoni per consolarsi, ma la vita era un inferno.38”
La terza, di Son House, dipinge un’immagine più legata ai tempi contemporanei alla sua
giovinezza, e comunque si nota come il tipo di descrizione sia analoga alle due precedenti:
“Quando ero un ragazzo si cantava nei campi, ma non erano vere canzoni, erano lamenti.
Poi abbiamo iniziato a cantare la nostra vita quotidiana e credo che sia nato il blues.39”
36 Queste testimonianze non si basano certamente su argomenti scientifici e storicamente provati, ma sono
comunque significative in quanto rappresentative del modo in cui i neri percepivano il blues e il suo legame
con la terra. L’inizio della schiavitù è naturalmente visto come l’anno zero della loro storia, almeno
musicale, anche se sappiamo che il periodo schiavista e anche quello immediatamente successivo non
conosceva il blues in quanto tale. Su questa percezione, anche il chitarrista, armonicista e cantante J.D.
Short afferma in un intervista (The Sonet Blues Story – J.D. Short – A Last Legacy Of The Blues From a
Pioneer Blues Singer, 1962) che il blues proviene dai canti degli schiavi.
37 MARINI S., Il colore del blues? Black & White, Luna Nera, Ranfusina, Varzi (PV), p. 7.
38 Ibid., p. 8.
39 Ibid., p. 9.
24
Uscendo temporaneamente dal Delta, di seguito sono riportate le parole dell’armonicista
Sonny Terry40, che riporta direttamente a ciò che afferma Butch Cage:
“Il blues è nato nei campi di cotone dove si lavorava duro e il padrone non pagava. Così
si cantava: ‘Ohhh, uno di questi giorni lascerò questo posto per non tornare mai più,
ohhh yeah!’. Era un modo per alimentare la speranza.41”
Interessante a proposito un’intervista a Willie Foster, armonicista del Delta, scomparso nel
2001 e che fu quindi uno degli ultimi testimoni del mondo musicale di quella regione e che
incise quattro dischi già in età avanzata. Foster ci parla della sua infanzia e ci fornisce un’idea
di cosa fosse, anche per un bambino, il Delta delle piantagioni nella prima metà del secolo
scorso:
“Well, now, I was born in 1921 about 4 miles east of Leland, Mississippi. My mother was
pickin’ cotton when I was born. I kept on a goin’ till I was 6 or 7 years old. I went to work
when I was eight years old. I was making thirty cents a day from sunup ‘till sundown. My
daddy used to tell me, “Pick fifty pounds of cotton and I’ll let you go play” and I learned
how to pick and I picked it about three o’ clock and he say, “I believe I want you to pick
about 75 pounds”, and so I went to pickin’ that about three o’ clock and he’d say, “Well
you goin’ to play too early so you pick me 100 pounds42”.
La citazione che segue è tratta dall’intervista fatta nel 2007 da due studenti della Delta State
University di Cleveland, Mississippi, a uno dei protagonisti del Delta Blues: John Nolden,
armonicista nero di Renova, un sobborgo di Cleveland, tutt’oggi attivo sulla scena blues: (una
delle sue performance più recenti risale al giugno del 2008 in occasione della nona edizione
dell’Highway 61 Blues Festival di Leland, Mississippi). La testimonianza di Nolden è
interessante perché parte descrivendo la propria infanzia per arrivare ad una definizione del
blues secondo il suo punto di vista. E’, in un certo senso, il sunto delle precedenti anche se si
40 Sonny Terry, autentica icona del blues che seppe proseguire la propria carriera, anche fuori dagli U.S.A.,
fino alla sua morte nel 1984, nacque a Greensboro, nel North Carolina.
41 MARINI, S., op. cit., p. 9.
42 Note di copertina a I Found Joy, Palindrome Records.
25
discosta leggermente dalla classica affermazione di derivazione del blues direttamente dal
lavoro dei campi. E vale la pena citarla per intero:
“Well, I come up kinda … well, it was all right, but I had to work all the time, you know,
something you ain’t never seen. I used to plow on mules, and you know I couldn’t go to
school much so I didn’t get no good learning, sure didn’t. No, I had, got to try in that
muddy water, lining up mules. … One time after we go to the woods and hauled wood, cut
trees down … y’all might have heard (inaudible) tell something like that, but I know you
don’t know nothing ‘bout that, but back in that time people would take a crosscut saw, two
men, pulling, and you cut your own winter wood. I was on a farm, and it didn’t have this
geared stuff like we got now, not out in the rural area. You had to take a hack saw or
sledge hammer, go out and cut the wood, take away the mule, haul it back to the house.
And, uh, you had your winter supply right there in your yard. That’s kind of a rough way
but it work. [...]
I was, used to, be around with B.B. King over in that area, over in Sunflower County. And,
his name was Riley King, and we had gospel groups. He had the St. John’s Gospel
Singers, I had my four brothers, called the Four Nolden brothers. We broadcast WGRM,
oh about, in the same times. He would come on, we would come on a little earlier than he
would. He would come on, he had the St. John Gospel Singers, he would come on, about,
well, one o’clock and they, we come around 9:00, 9:30, back then, but we broadcast. I had
four brothers and he had … I don’t know who he had. I know he had the St. John Gospel
Singers. [...]
I wouldn’t have fooled with no Blues, but I got hurt one day. I had a, I should not go into
this but I got to tell you. A lady I thought so much of, she went away and left, and I ain’t
got straight yet. That’s a long time ago (laughs) and I don’t think I’ll never get it right …
well, the lady caught me good, you know. I just went off into it, sittin’ there, you know. I
couldn’t stay out of it. Well, when you get worried—now, let’s, let’s make a long story
short. Some way, you’re gonna make a move one way or the other. Am I right? And so
that’s what got me really started, kept on doing it. I used to be a church man, used to be
going to church every Sunday. But I’m gonna tell you something. I don’t want to talk too
much but you know, when you get hurt it don’t help you to go to church with it. It be, you
26
be hurting and don’t care where you go. Folks say, “Oh, you’ll be all right.” I don’t know.
You don’t get all right like that. It takes a little time … a long time (laughs). [...]
Well, I think Blues means you don’t got a word for it. You got someone you care about and
they left you, them’s the Blues in my mind, you know, cause you can’t get at it hard
enough. It’s so hard to get out. The first thing you … you go to sleep and it ain’t gonna
help you none cause you, all you’re gonna do is lay there … thinking a long time. You
hurt, and uh, you want to see somebody you can’t find, the Blues (laughs). I ain’t got the
good long talk too properly but you know but I’m telling you the way I feel. Expressions,
that’s the way I feel.”43
Il discorso di Nolden è più articolato rispetto alle testimonianze precedenti e le sue parole sono
sensibilmente differenti da quelle dei musicisti precedenti, che fanno un collegamento diretto
tra vita dei campi (prima degli schiavi e poi dei sharecroppers) e la nascita del blues. Ma ciò
non muta il quadro ed è anzi, se si legge bene tra le righe, una conferma del legame tra musica
e luoghi di nascita dei bluesmen: nel senso che Nolden non sente nemmeno il bisogno di dire
ciò che è quasi ovvio, vale a dire che la musica che ha cominciato a suonare deriva per forza
di cose da lì e da quella vita, e non potrebbe essere diversamente.
43 Da www.birthplaceoftheblues.com
27
1.4 ASPETTI MUSICALI
Il blues è codificato per lo più in due categorie o, meglio, due schemi metrici standard: quello
a dodici e quello a otto battute.
Prendendo ad esempio in considerazione la struttura a dodici battute44, che è poi la forma più
comune e usata, essa si sviluppa secondo una struttura tripartita: c’è il primo verso che dura
per le prime quattro battute. Questo viene ripetuto, uguale o quasi (su un accordo diverso)
nelle battute dalla cinque alla otto, con la funzione di ribadire accentuando ciò che è stato
appena esposto; e infine il terzo verso scioglie, su un altro accordo ancora, la tensione creata
dai primi due. Il cerchio si chiude sulla dodicesima battuta per poi ricominciare da capo.
Il terzo verso è molto importante perché, come la musica, dal punto di vista armonico,
completa il giro, così le parole che si snodano nelle ultime quattro battute sono una
conclusione di ciò che i primi due versi hanno esposto come tensione sospesa. In altre parole, i
primi due versi preparano un discorso che il terzo risolve.
Un pezzo esemplificativo è Jinx Blues n.1, una celeberrima creazione di uno dei padri del
Delta blues, Eddie James “Son” House:
Well, I got up this morning jinx45 all ‘round, jinx all ‘round, ‘round
[my bed,
I said, I got up his morning with the jinx all ‘round my bed,
You know I thought about you now I’d like to kill me dead.46
Come si vede chiaramente, I primi due versi propongono in maniera sostanzialmente identica
un’idea iniziale che però rimane sospesa, finché il terzo verso risolve o comunque chiude il
discorso. La fine del secondo verso è quindi il culmine di un climax ascendente che inizia col
44 La battuta, variabile nei tempi e nella durata, è definibile come una cellula ritmica che ha durata di tempo
uguale alle altre e che costituisce l’unità minima che sta alla base di ogni composizione musicale.
45 Al proposito è interessante il significato di Jinx, una parola che si può tradurre con “sfortuna”, “jella”, e
che si ipotizza derivi dai jinn , sorta di genietti o spiriti maligni diffusi nella tradizione araba e islamica. Ciò
fa ipotizzare un legame tra il blues e la musica moresca e, in ultima analisi araba: frutto dunque di un
remoto retaggio che alcuni schiavi di tribù islamizzate o a contatto con la cultura islamica, avrebbero portato
con sé. (cfr. VENTURINI F., op. cit., p. 181 e passim.).
46 Da Jinx Blues n.1 di Son House, in: ROFFENI A. (a cura di), Il Blues – Canti dei negri d’America,
Edizioni Accademia, Milano, 1973. La registrazione è reperibile in The Complete Library of Congress
Sessions, 1941-1942, Travelin’ Man.
28
primo verso e che il secondo aumenta fino al parossismo47 per poi trovare lo sfogo finale
nell’ultima parte della strofa48. In sostanza la musica non è un semplice accompagnamento,
ma è l’immagine speculare del discorso poetico e ad esso parallelo. La musica insomma è
funzionale alle parole, e questa è probabilmente una delle ragioni che fanno del blues un
musica “semplice” e che, almeno nelle sue forme più classiche, poco concede agli
abbellimenti. Il blues deve esprimere qualcosa e non usa, né nelle parole, né nella musica,
nulla che ecceda, e questo si rifletta nella struttura poetica, melodica e armonica. Tutto è
necessario. E’ una musica diretta, essenziale. Ogni nota si trova in un determinata posizione
perché deve, anche se di fatto con il tempo la tendenza a ornare la musica si è sempre più
diffusa, in certi casi andando oltre il discorso che fa di quella musica un blues e non altro.
Queste, in linea di massima, le caratteristiche basilari della forma più comune di blues.
Tuttavia, si comprende facilmente come la struttura a dodici (o otto) battute sia solo
l’esemplificazione di qualcosa che, a monte, era molto più variegato e irregolare: ascoltando
molti bluesmen delle origini, non ultimo il “padre” Charlie Patton, sono riscontrabili
frastagliature e, soprattutto per la nostra concezione musicale di tipo occidentale, diverse
anomalie, che provocano sfasature per eccesso o per difetto dalla rigida struttura sopra
descritta. Al tempo stesso però, il legame tra i vari blues e comunque una morfologia che li
accomuna tutti è sempre esistita, e gli schemi a dodici e a otto altro non sono che una sorta di
comune denominatore che può soddisfare e sotto il quale possono rientrare tutti i tipi che
rispondono ad un’idea di base condivisa. Va ricordato anche che i primi bluesmen erano
totalmente estranei alla concezione eurocolta della musica e nella maggior parte dei casi
ignoravano anche le più elementari nozioni di teoria musicale. La tradizionale mancanza di
conoscenza della musica è qualcosa che si è protratta spesso fino ai giorni nostri, in cui
troviamo ancora musicisti blues anche non americani che imparano da autodidatti, avendo
una conoscenza scarsa o nulla della teoria, e anche questo sta ad indicare che il blues in ultima
47 L’aumento della tensione, musicalmente, è data da una specifica successione di accordi che fornisce
l’armonia caratteristica del blues.
48 In realtà le cose sono più complesse perché il culmine della tensione di fatto si sposta, armonicamente,
fino a metà circa del terzo verso per poi iniziare la vera “curva” discendente fino ad arrivare al giro
conclusivo (in gergo: turn-around) della dodicesima battuta, che funge da conclusione della strofa e
insieme da raccordo con quella successiva. Concettualmente e poeticamente, però, è comunque il terzo
verso nella sua totalità a costituire il momento di scioglimento della tensione. Vale la pena ribadire che nel
work song (vedi par. 1.1), una delle fonti da cui il blues trasse il proprio DNA, il verso era ripetuto due
volte o anche più volte prima di essere oggetto di una risposta.
29
analisi sfugge ai tentativi di ingabbiarlo in schemi prestabiliti; tanto più che i recenti tentativi
di trasporre su pentagramma le inafferrabili sfumature del blues sono qualcosa che si è
rivelato nulla più di un abile esercizio. La musica, va sottolineato, si caratterizza per una
marcata ambiguità, che si può tradurre, senza scomodare troppo la terminologia musicale, in
un’incertezza tonale (nel senso squisitamente tecnico di tonalità) che dà quel senso di
malinconia che tuttavia non è mai definita ed è sempre suscettibile di portare l’ascoltatore
verso altri e diversi sentimenti.
Gli scheletri ritmico-armonici delle dodici o otto battute furono adottati molto presto anche in
virtù del fatto che per suonare in gruppo si rese necessario avere un ritmo e delle sequenze
precise da seguire, anche se non è sempre così e nella musica delle prime band si riscontra più
di una libertà esecutiva. Inoltre, ancora nel blues moderno, si trovano abbondanti esempi di
blues che seguono la ritmica personale dell’esecutore, come avviene ad esempio nelle tessiture
melodiche del texano Sam “Lightnin’” Hopkins o nelle ritmiche ossessive e pulsanti di John
Lee Hooker.
Il blues è peraltro caratterizzato da quelli che si potrebbero definire sottogeneri e che non sono
inquadrabili secondo schemi precisi: in questo ambito rientrano ad esempio il fox chase e il
train time. Il primo affonda le proprie origini nella musica anglosassone e altro non è che
l’imitazione dell’andamento frenetico caccia alla volpe con l’uso dell’armonica inframezzata da
urla. Il train time è invece l’imitazione dell’andamento sferragliante del treno che da sempre
viene soprattutto eseguita con l’armonica: ogni bluesman nel corso della sua carriera ha
cantato canzoni sui treni, e ogni armonicista (ma anche tanti chitarristi) ha suonato almeno
una volta l’imitazione della locomotiva a vapore.
30
1.5. TEMATICHE E POETICA
Osservando il blues dal punto di vista dei temi in esso trattati, esso sviluppa una serie di
soggetti che attingono, in generale, ai problemi della vita quotidiana. D’altronde basta sentire
una delle tante interviste fatte a più di un bluesman tra quelli che vennero riscoperti dagli anni
’60 in poi, per sentire più o meno le stesse parole sul blues e sui motivi per cui si sviluppò e,
di conseguenza, sulle tematiche.
Un gran numero di blues ha come argomento l’amore infelice e, più in generale, tutte le
problematiche dei rapporti tra donna e uomo. Esse spaziano dall’abbandono, alle prospettive e
speranze di conquista, al maltrattamento, ai problemi economici, ai temi esplicitamente
sessuali. Troppo vasta è la casistica dei testi che si occupano di questi temi, e qui non è
possibile nemmeno antologizzarli per fornire un’idea di massima. Il tema dell’amore
tormentato, di per sé vecchio quanto l’uomo, assume nel blues una valenza del tutto
particolare, in quanto deriva in linea diretta dalla condizione dei neri sotto la schiavitù,
almeno a sentire le parole del vecchio bluesman Willie King, intervistato da Corey Harris (a
sua volta giovane chitarrista blues) nel film di Martin Scorsese The Blues – Feel Like Goin’
Home49: egli spiega chiaramente come, almeno nei primi blues, parlare della donna che
maltratta era uno schermo, un modo per mascherare la vera identità della persona in oggetto,
che altri non era che il padrone o il sorvegliante. E’ chiaro poi che il tema amoroso assunse
presto una propria autonomia e, anzi, all’interno dell’universo blues, assume e occupa un
ruolo preponderante, quasi prepotente, diventando la tematica per eccellenza, benché non la
sola. Riguardo a questo sono illuminanti le parole di Son House, esponente di punta del Delta
blues: “I giovani suonano quattro accordi e pensano di star facendo del Blues, ma c’è un solo
tipo di Blues: quello che racconta del sofferenze legate all’amore di un uomo per una donna”.
Lasciando fuori dal discorso la polemica verso la banalizzazione del blues da parte delle
nuove generazioni50, risulta chiaro come, almeno per Son House, il vero e unico blues
(nell’intervista scandisce anche le lettere facendo lo spelling: B.L.U.E.S) altro non sia che
quello appunto legato all’amore. Nel seguito dell’intervista, House prosegue affermando che
l’amore non è mai paritario, e quando due persone dicono di essere innamorate, una delle due
inganna l’altra: da qui proviene il dramma che si estrinseca e prende la forma del blues.
49 SCORSESE M., The Blues – Feel Like Goin’ Home, USA, Mikado, 2002.
50 l’intervista è un’immagine di repertorio degli anni ’60.
31
Quindi per il grande bluesman, blues coincide esattamente proprio con il rapporto uomodonna.
Le altre tematiche sono le condizioni economiche disagiate e il duro lavoro, o addirittura
l’assenza di lavoro. E’ facile comprendere come questi problemi siano entrati a far parte della
poetica afroamericana se si considerano le condizioni a cui, soprattutto negli anni della
Grande Depressione, i neri in particolare erano soggetti. In questo tipo di blues ricorrono
spessissimo i nomi delle monete: nickel, dime, etc…
Un altro argomento caro al blues è quello del carcere: essere condannato al di là della
colpevolezza reale e finire in galera, per un nero era (e ad oggi troviamo ancora delle
drammatiche coincidenze) molto facile, e così numerosi bluesmen (Son House stesso, Bukka
White, Rice Miller e tanti altri) passarono periodi più o meno prolungati nelle carceri più dure
degli stati: tristemente famosa tra i neri e cantata in un omonimo blues da Bukka White, è il
penitenziario di Parchman, Mississippi. A lato vanno citati i numerosi canti non sul carcere,
ma registrati nelle carceri51 soprattutto da Alan Lomax, canti che costituiscono un
inestimabile repertorio. Il tema dei blues carcerari registrati sul campo meriterebbe un
discorso a parte che in questa sede non è possibile sviluppare pienamente.
Questi canti costituiscono una fonte preziosissima a cui attingere per comprendere quali siano
le origini del blues, nel senso che spesso i canti carcerari sono stati tramandati da una lunga
tradizione e, rimanendo chiusi (anche fisicamente) in un ambito del tutto particolare, hanno
conservato molto delle loro matrici originarie: si tratta perlopiù di canti di lavoro individuali o
di squadra. Naturalmente non dobbiamo pensare che tali canti siano identici a quelli che
avremmo potuto ascoltare ai tempi della schiavitù, ma costituiscono comunque l’esempio più
vicino di cui disponiamo per comprendere in linea di massima come potesse ad esempio essere
una worksong nei tempi che precedettero lo sviluppo del blues come forma autonoma.
Strettamente correlato alle tematiche della legalità e del carcere è il tema dell’alcol: i
bluesmen, come accadeva per tanti musicisti, erano spesso forti consumatori di bevande
alcoliche, spesso distillate di contrabbando. Uno dei blues più famosi sul tema è Canned Heat
Blues52 di Tommy Johnson, capolavoro assoluto del grande chitarrista, con un testo dalle tinte
51 E’ evidente che i canti registrati nelle carceri riguardano spesso anche il carcere stesso.
52 Tommy Johnson, Complete Recorded Works In Chronological Order, 1928-29, DOCD 5001.
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particolarmente oscure e sinistre che parla di questo mefitico intruglio (il canned heat
appunto) a base di un combustibile, lo sterno, mischiato ad alcol e limone, molto in voga nel
Sud della Depressione. In epoca più recente, anche l’armonicista Carey Bell cantò un pezzo
intitolato The Alcoholic Man53.
Queste, schematicamente, le tematiche più diffuse del blues. Ma si cadrebbe in errore se si
considerasse il blues semplicemente come “musica che parla di cose tristi” o, peggio, di
“musica triste”: infatti il blues è molto più complesso e articolato, in quanto esso è, al
contrario, musica “per scacciare la tristezza” e non un canto di autocommiserazione. In altri
termini, cantare la tristezza per scacciarla è la base e la motivazione del blues che, sempre
secondo Willie King, fu mandato da Dio per dare ai neri qualcosa per sopravvivere54. Il blues
è sopravvivenza e ha una vera funzione guaritrice, dove il bluesman assume quasi il ruolo di
officiatore di questo rito taumaturgico (lo stesso John Lee Hooker, a detta di Willie King55, si
definiva un guaritore56).
Ma tutti questi temi, che sono spesso correlati tra di loro e si intersecano, hanno spesso se non
quasi sempre una matrice, o meglio, una confluenza comune: il viaggio, di cui mi occuperò
più avanti. Il viaggio si inserisce come tematica a se stante in quanto il viaggio è una specie di
sottofondo, una sorta di basso continuo che percorre come un fiume carsico il mondo del
blues, a volte in modo esplicito, a volte espresso in modo velato.
53 Harp Legends vol.II, Catfish Records 105.
54 The Blues – Feel Like Goin’ Home, op. cit.
55 Ibid.
56 A conferma, esiste un disco, benché recente, di John Lee Hooker intitolato The Healer (Chameleon).

In caso vogliate leggere questa intera ed interessantissima tesi, andate al link: 

http://ebookbrowse.com/goio-geografia-del-mississippi-delta-attraverso-il-blues-un-ipotesi-di-relazione-tra-musica-e-territorio-pdf-d65884076

 

 

Pubblicato da: Irenotta | 30 giugno 2011

Ferieee!!! :-S

Pubblicato da: Irenotta | 30 giugno 2011

La Notte Rosa 2011: “Il sogno è qui”

Noi ci saremooooo!!!

È il “sogno” il filo conduttore del “capodanno dell’estate italiana” in programma venerdì 1 luglio lungo i 110 km della Riviera Adriatica dell’Emilia Romagna animato da tanta musica e nomi internazionali, dove non mancheranno la magia, la letteratura, l’arte, la danza e la pittura. La festa proseguirà per tutto il fine settimana.

 

Per muoversi poi facilmente da un punto all’altro della costa, tra Rimini e Ravenna correranno anche treni speciali gratuiti composti da carrozze “storiche” trainate da vecchie, ma pienamente funzionanti, locomotive elettriche. I biglietti saranno distribuiti negli Uffici di Accoglienza Turistica (IAT) e serviranno da prenotazione.

 

In apertura de La Notte Rosa riminese salirà sul palco Francesco De Gregori, con il suo celebre ed amato repertorio, seguito dalla graffiante voce di Noemi e dall’attesissimo concerto all’alba sulla spiaggia di Riminiterme con Raphael Gualazzi e il trombettista Fabrizio Bosso.

 

Sulla spiaggia di Bellaria, dopo mezzanotte, ad intrattenere il pubblico saranno prima i Pooh, con i loro più celebri successi, e a seguire Chiara Canzian che presenterà il suo nuovo disco.

 

Sabato 2 luglio palcoscenico riminese anche per Teresa Salguiero, voce dei Madredeus, mentre domenica 3 sarà la volta di Joan as Police Woman, suadente voce rock che presenterà a Rimini il suo nuovo album “The Deep Field”.

 

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A Riccione, sabato 2 luglio andranno in scena i finalisti dell’edizione 2011 di “Amici”, con special guest Alessandra Amoroso, mentre a Cattolica venerdì 1 concerto dei Grammar School, la band anglo-italo-americana (protagonista sabato sera a Montefiore Conca) con il suo repertorio di classici del pop-rock del XX secolo, e domenica grande attesa per il re del pop latino, Ricky Martin, con la seconda tappa italiana del suo tour.

 

A Cesenatico venerdì 1 luglio saliranno sul palco di “Radio Bruno Estate” Enrico Ruggeri e Paolo Belli con la sua band, mentre è dedicato alle musiche da film del compositore Henry Mancini, riarrangiate in chiave jazz, il concerto all’alba sulla spiaggia del molo di Levante con il Martina Grossi Trio.

 

A Cervia sarà di scena la world music, con l’esibizione di Natacha Atlas e i Transglobal Underground direttamente dal cartellone di Ravenna Festival 2011, che sempre venerdì 1 luglio, a Ravenna, proporrà anche “The Magic Flute – Impempe Yomlingo”, con la storia di Schikaneder ambientata in un sobborgo di Cape Town.

 

Musica internazionale anche a Milano Marittima, con il repertorio jazz e pop dell’Aries Percussion Ensemble, gruppo di giovani musicisti dalla Repubblica Ceca.

 

A Lido di Volano appuntamento per i nostalgici della musica italiana anni ’60 e 70’, con Riccardo Fogli, storica voce dei Pooh, Ivana Spagna e Paolo Mengoli, mentre Carmen Russo si esibirà in compagnia del suo corpo di ballo sulle coreografie di Enzo Paolo Turchi.

 

A Lido delle Nazioni, sabato 2 luglio, saliranno sul palco Marco Carta e The Bastard Sons of Dioniso.

 

Ma il “sogno” è anche magia, letteratura, arte, danza, pittura.


La Notte RosaIl passaggio del Rex sognato da Fellini prenderà corpo con il viaggio inaugurale di “Costa Favolosa”, ultima nata della flotta di Costa Crociere, che venerdì sera, tutta illuminata a festa, comparirà davanti alla riviera romagnola in tutta la sua maestosità, creando un’atmosfera magica da favola felliniana, per poi fare tappa a Cattolica, dove a mezzanotte Costa Crociere offrirà un eccezionale spettacolo pirotecnico che nascerà dal mare.
Sabato 2 Rimini propone il reading di Claudio Santamaria (il celebre “Dandi” del film Romanzo Criminale) e il cortometraggio del pittore e cineasta Gianluigi Toccafondo, entrambi dedicati a Piepaolo Pasolini nell’ambito del festival Assalti al Cuore. Mentre domenica sera, sarà la volta dello spettacolo di Betrand Sallè con la proiezione delle sue opere legate al tema del sogno, accompagnate da un “live set” realizzato per l’occasione da Malvina Meinier al pianoforte e Vincenzo Vasi al “Theremin”. Da non perdere anche “Fellini…per caso”, itinerario inedito e semiserio nei luoghi del Maestro condotto venerdì 1 da Patrizio Roversi, tra gli interpreti de La voce della luna (1990).

 

Magia e sogno anche a Cattolica, che venerdì ospiterà in centro “Incanti Marini – La dama della notte”, lo spettacolo-evento della Compagnia Teatrale Corona, suggestivo show tra danza e acrobazia dedicato al mondo sommerso, e a Misano, con “Maraviglia”, performance tra balletti aerei e imponenti macchine sceniche della compagnia Sonics.

 

Sempre a Cattolica venerdì sera l’astrologo Marco Pesatori accompagnerà il pubblico del suo spettacolo “La poesia dello zodiaco” tra pianeti, decadi e quadri astrali con il suo linguaggio ironico e appassionato, mentre Riccione ospiterà per tutto il weekend due esposizioni tra Graffiti Art e pittura e fotografia del ‘900.

 

San Mauro Mare sarà teatro, venerdì, del 1° Festival Internazionale di Magia, che vedrà la partecipazione di maghi e maghe da tutta Europa, mentre a Bellaria, sabato sera, saranno protagonisti assoluti i più piccoli, con La Notte Rosa dei Bambini, con l’Isola dei Platani invasa da giochi, animazioni, spettacoli e laboratori.

 

A Cesenatico venerdì sera il grattacielo diverrà un enorme schermo sul quale 20 proiettori architetturali a gestione computerizzata e ad altissima luminosità riprodurranno spezzoni di celebri pellicole, mentre a Lido di Volano risate a non finire con gli Oblivion, direttamente da Zelig con i loro romanzi storici “in pillole”, tra musica e recitazione, e un volto storico della comicità italiana, Andrea Roncato.

 

Tutta la riviera a mezzanotte in punto si “fermerà” per assistere al concerto di fuochi d’artificio che illuminerà a giorno 110 km di spiagge, da sempre uno dei momenti più attesi della Notte Rosa, che a Porto Garibaldi – nei Lidi di Comacchio – si potrà ammirare direttamente a bordo delle motonavi che usciranno al largo per l’occasione.

 

Informazioni e programma dettagliato sul sito dell’evento: La Notte Rosa

Pubblicato da: Irenotta | 30 giugno 2011

Da far girare…Vorticosamente!!!

Sulla cronaca parlamentare di qualche settimana fa c’era un articoletto che spiega che recentemente il Parlamento ha
votato, all’UNANIMITA’ e senza astenuti, un aumento di stipendio per i parlamentari pari a circa
                                         € 1.135,00 al mese

Inoltre la mozione è stata camuffata in modo tale da non risultare  nei verbali ufficiali.

STIPENDIO                                     €uro  19.150,00 AL MESE

STIPENDIO BASE                         circa €uro 9.980,00 al mese

PORTABORSE                               circa Euro 4.030,00 al mese (generalmente parente o familiare)

RIMBORSO SPESE AFFITTO           circa Euro 2.900,00 al mese, perché con lo stipendio che pigliano non possono pagarsi l’affitto

INDENNITA’ DI CARICA     (da Euro 335,00 circa a Euro 6.455,00)   TUTTI ESENTASSE

Inoltre:

TELEFONO CELLULARE  gratis;  TESSERA DEL CINEMA gratis; TESSERA TEATRO gratis; TESSERA AUTOBUS – METROPOLITANA gratis;
FRANCOBOLLI  gratis;  VIAGGI AEREO NAZIONALI gratis; CIRCOLAZIONE AUTOSTRADE gratis; PISCINE E PALESTRE gratis; FS
 gratis;
AEREO DI STATO gratis;  AMBASCIATE gratis; CLINICHE  gratis; ASSICURAZIONE INFORTUNI gratis; ASSICURAZIONE MORTE gratis;
AUTO BLU CON AUTISTA gratis; RISTORANTE gratis (nel 1999 hanno mangiato e bevuto gratis per €uro 1.472.000,00).

Intascano uno stipendio e hanno diritto alla pensione dopo 35 mesi in parlamento (anche se sono stati presenti un solo giorno) mentre obbligano i cittadini a 35 anni di contributi (41 anni per il pubblico impiego !!!)

Incassano circa €uro 103.000,00  con il rimborso spese elettorali (in violazione alla legge sul finanziamento ai partiti), oltre ai privilegi (come se non bastasero) per tutti coloro che hanno ricoperto la carica di Presidente della Repubblica, Presidente del Senato o Presidente  della Camera.

(Es: la sig.ra Pivetti ha a disposizione e gratis un ufficio, una segretaria, l’auto blu ed una scorta sempre al suo servizio)

La classe politica ha causato al paese un danno di

1 MILIARDO e 255 MILIONI di €URO.

La sola camera dei deputati costa ai cittadini

€uro 2.215,00 al MINUTO !!

Far circolare.

Si sta promuovendo un referendum per l’ abolizione dei privilegi di tutti i parlamentari   ……….
queste informazioni possono  essere lette solo attraverso Internet in quanto quasi tutti i massmedia rifiutano di portarle a conoscenza degli italiani……

                 falla girare se sei d’accordo – grazie

Pubblicato da: Irenotta | 30 giugno 2011

Ulteriori conferme sugli amici

I veri amici amici sono quelli che non ci sono amici solo per comodità temporanea o abitudine ma che ci vogliono bene per davvero e conoscono ogni ventricolo del nostro cuore.
Essi sono come grandi fari d’amore che ci indicano la via per farci riemergere dalla selva oscura alla luce e a volte ci pungono per risvegliare quella sensibilità nel vivere la vita che abbiamo perso senza nemmeno accorgerci.
È grazie a loro, oggi come allora, che ci salviamo dalla selva di Dante, è grazie a loro che scopriamo la bellezza della vita e di questo mondo che nonostante sia corrotto è meraviglioso e che noi, invece di disboscarne le foreste naturali che possiede, dovremmo disboscare la forestache abita nelnostro cuore.

Pubblicato da: Irenotta | 27 giugno 2011

Rimini-Rimini…Tra poco sarà mare!!! :-)

Che bello!!! Tra pochi giorni rivedrò il mare in estate!!! Anche se non saranno i Caraibi ma sarà quello di Rimini, a me va più che bene, anche perché è un modo per ritornare nella mia amata Romagna…

Voglio quindi festeggiare l’evento con una carrellata di foto dei Bagni Riminesi, una sconfinata distesa di vere e proprie oasi di mare, di sole, di sabbia, di divertimento, di sport, di relax, di spensieratezza…Un totale di 150 Bagni in una delle Riviere più amate, allegre, conosciute e goderecce…Per gentile concessione del fotografo Stefano Bittante…

NON VEDO L’ORA DI ARRIVARE!!! :-)

ROMAGNA MIA, CHE MERAVIGLIAAAA!!! :-)

 

Pubblicato da: Irenotta | 16 giugno 2011

Appunti sull’Amore – Francesco Alberoni

 

Quando ci innamoriamo?
 
Noi tendiamo ad innamorarci quando siamo pronti a cambiare. Perchè siamo mutati interiormente, perchè è cambiato il mondo attorno a noi, perchè non riusciamo più realizzare i nostri desideri o ad esprimere le nostre potenzialità. Allora cerchiamo qualcuno che ci indichi la strada e ci faccia assaporare un nuovo modo di essere. Possiamo perciò innamorarci a qualsiasi età, ma soprattutto nelle svolte della nostra vita. Quando passiamo delle scuole elementari alle medie, poi alle superiori, all’università, o quando cambiamo lavoro, o a quarant’anni quando inizia la maturità o a sessanta, o a settanta quando inizia la vecchiaia. Oppure quando la vecchia relazione si è consumata, o il mondo è cambiato e noi cerchiamo un nuovo accordo con esso.
Di chi ci innamoriamo?
 
Della persona che, nel particolarissimo periodo in cui siamo predisposti ad innamorarci, col suo comportamento, con i suoi sentimenti, con i suoi valori, con la vita che ha vissuto, con i suoi sogni, con il suo slancio, ci fa sentire che, uniti a lei, possiamo realizzare le nostre potenzialità, soddisfare i desideri maturati dentro di noi. Allora proviamo una attrazione irresistibile e il bisogno di fonderci spiritualmente e fisicamente con lei. Io paragono il processo amoroso ad un puzzle: le caratteristiche della persona amata sono i frammenti decisivi che ci rivelano, in un istante, l’intero disegno. La ricerca può essere molto lunga, ma la rivelazione è improvvisa.
La cotta
 
Quando siamo predisposti, ci innamoriamo di quella persone che, col suo comportamento, i suoi sentimenti, la sua bellezza, il suo slancio, ci fa sentire che, uniti a lei, possiamo realizzare le potenzialità e i soddisfare i desideri maturati dentro di noi. Io paragono l’innamoramento alla soluzione di un puzzle: le caratteristiche della persona amata sono i frammenti decisivi che ci rivelano, in un istante, l’intero disegno. E la cotta? La cotta è quando noi, colpiti da alcune delle caratteristiche abbiamo l’impressione di cogliere la figura intera ma non è vero. Fuor di metafora abbiamo l’impressione di aver trovato una persone meravigliosa, straordinaria, unica. Ma dopo un po’ di tempo, ci accorgiamo di aver sbagliato e riprendiamo la ricerca.
Come sappiamo se siamo innamorati?
 
Come fai a sapere se sei veramente innamorato? Che non si tratta di una cotta momentanea, di una infatuazione? Studiando i sentimenti che provi quando sei lontano dall’amato. Non basta il desiderio ossessivo insistente di rivederlo, di sentiti dire ti amo, di fare all’amore. Quando sei veramente innamorato vieni preso da terrore panico che non ti ami più, dalla disperazione perché sai di non poter vivere, respirare senza di lui. E quando lo ritrovi è come se fossi tornato a casa dopo un esilio di mille anni, come il bambino che terrorizzato e urlante finalmente trova rifugio fra le braccia di sua madre. Una dolcezza senza fine, uno scuotimento di pianto, il tuo essere che si scioglie, come un liquido, in qualcosa che è lui, che è voi due, che è l’intero mondo.
Il tempo
 
Quando incontriamo un amico, anche dopo anni, è come se lo avessimo lasciato un momento prima. Riprendiamo la conversazione come se fosse un dialogo interrotto. Eppure non è un dialogo interrotto, non è la prosecuzione di quella conversazione. Perchè non ci interessa ciò che è accaduto nell’intervallo. Il tempo dell’amicizia è granulare, un succedersi di momenti presenti che si giustappongono. Invece il tempo dell’innamoramento denso, continuo, spasmodico. Dell’innamorato vogliamo sapere tutto, come ha passato ogni giorno, ogni ora. Il tempo dell’innamoramento stringe assieme il più remoto passato e il più lontano futuro. L’innamoramento è rimembranza e attesa ed il presente è la espansione gloriosa di questo spasimo. Ogni istante dell’amore soffre questo eccesso di temporalità e vuol essere eterno.
Fedeltà
 
Ci può essere fedeltà nel matrimonio, fra innamorati, fra amanti? Molti dicono di no. Ma non è vero. Ci può essere anche per periodi lunghi lunghissimi, per dieci, venti anni. Ed anche fra persone che, in precedenza sono sempre state molto libere e che non hanno scrupoli religiosi. La fedeltà è sempre frutto della volontà, di una scelta volontaria. Ma quando questa scelta non viene vissuta come una rinuncia. Alcuni uomini – nell’uomo la fedeltà è più rara – sono fedeli perchè amano tanto la loro donna da non volerla confondere, mescolare con altre. Nelle donne innamorate c‘è spesso il piacere e l’orgoglio di dire di no a tutti gli altri per esser solo dell’unico uomo che merita il loro amore, il loro cuore, il loro corpo. Un giardino fiorito che si apre solo per lui.
Cacciato e cacciatore
 
Si è sempre detto che l’uomo è cacciatore, mentre la femmina tende a trattenerlo e costruire il nido. Balle, la femmina è una straordinaria cacciatrice, migliore anzi del maschio. Perchè il maschio è poco selettivo, guarda alla quantità piuttosto che alla qualità. Egli cerca di diffondere il suo seme nel maggior numero possibile di femmine. La femmina invece è molto selettiva, caccia solo i maschi più belli, più intelligenti, più audaci, più ricchi e più forti. Ed è abilissima nel conquistarli. Lo fa da milioni di anni nonostante tutti i vincoli e le leggi maschili per frenarla. Ed è stata una fortuna, perché immaginate come sarebbe andata a finir male l’evoluzione della specie umana se avesse scelto quelli più brutti, poveri, stupidi e paurosi.
Abbigliamento e trucco
 
Le donne, in ogni società ed in ogni epoca, hanno sempre curato l’abbigliamento ed il trucco perché solo così possono valorizzare la propria bellezza. La differenza fra una donna trascurata la stessa in “alta uniforme“ è così grande che l’uomo ha l’impressione di due persone diverse. Nel celebre film Sabrina quando la ragazza (Hudrey Hepburn) torna elegantissima da Parigi i due uomini non la riconoscono poi se ne innamorano. La donna per rendere erotico il proprio corpo ha bisogno degli stilisti, dei sarti, dei calzolai, dei parrucchieri, dei truccatori, dei chirurghi estetici, dei gioiellieri. Il lusso e il bello sono strettamente connessi. Un uomo povero non può permettersi una donna bellissima. Non potrà darle ciò che vuole e qualcuno ricco e potente gliela porterà via.
Conoscere col corpo
 
Per conoscere il maschio la donna usa il proprio corpo. Si fida più delle proprie sensazioni che della ragione o di quello che lui le dice. E il primo aspetto che percepisce dell’uomo è l’odore. L’odore lo senti anche a distanza, basta essere seduti accanto in treno, in aereo, in macchina, al ristorante, in salotto, o sull’ascensore. Spesso le basta questo per decidere se incominciare a parlare con lui, se stabilire un dialogo erotico oppure no. Fra gli odori quello più importante è l’alito e a volte gli si avvicina apposta, con una scusa per sentirlo. Se le ripugna non vorrà più che si avvicini. Poi c’è il sapore, soprattutto il sapore della bocca che rileva col bacio. Ma dal modo di baciare la donna capisce dell’uomo moltissime altre cose, perfino se è avaro o generoso, sincero o falso.
Ti butta giù giù
 
Quando ci innamoriamo, tutti mettiamo il nostro amato più in alto. Ma quando cessa l’innamoramento, mentre l’uomo si limita a riportare quella la sua ex amata al livello delle altre, la donna porta chi amava ad un livello più basso degli altri, in un abisso. E se lui piange e la scongiura di fare all’amore, lei prova disprezzo, le ripugna persino che la tocchi. Fa più facilmente all’amore con il primo che capita. L’ espressione “vado col primo che capita, ma non con te” non è perciò solo un modo di dire tipico della donna, ma un vero comportamento. L’uomo ha una reazione opposta. Se la donna che amava piange, lo scongiura di restare con lei, di fare all’amore non solo non prova disprezzo, ma al contrario tenerezza, stima e ne viene attratto eroticamente.
Stupro
 
Un uomo fa fatica a capire perchè una donna, che si concede con estrema facilità a tanti altri uomini, a lui può dire di no, e considera la sua insistenza una molestia sessuale. Non sa che “la scelta” è l’essenza dell’erotismo femminile. È sempre la donna che sceglie, e sceglie chi le piace. Può decidere di rinunciare a questo suo diritto, come fa la prostituta che va con tutti, dietro pagamento. Ma attenzione: nel preciso momento in cui, ad una certa ora o in un certo giorno, smette di essere prostituta, si riappropria del proprio diritto e, se viene pressata a compiere un atto sessuale, lo considera uno stupro. Lo stupro, prima che un atto di violenza fisica, è un atto di violenza contro la istintiva libera volontà della donna di darsi a chi le pare.
Seduzione
 
L’innamoramento rende timidi, rispettosi, adoranti. Il ragazzo innamorato perciò prova orrore vedendo che la sua amata gli preferisce uno che non l’ama ma è brillante, sbruffone, sa farla ridere, divertire. E la ragazza innamorata resta allibita vedendo che l’uomo più forte, più intelligente cede di fronte alle moine, ai vezzi, alla seduzione sessuale di donne mediocri ma spregiudicate. Così nel profondo del loro cuore tanto i maschi come le femmine temono che l’amore profondo, vero, sincero sia pericoloso perché l’altro è sensibile solo all’artificio, alla manipolazione. Questa paura spinge tutti e due a studiare l’arte della seduzione. Con essa imparano a recitare per ottenere i loro scopi, ma anche a distinguere chi recita e chi invece è veramente innamorato.
Verità e perdono
 
Nel racconto La Signora col cagnolino di Cechov, a Jalta un uomo ha una avventura con una signora. Poi si sente spinto a cercarla di nuovo, la trova a Mosca si innamora, si innamorano. E Cechov scrive: “Essi si perdonavano a vicenda ciò di cui si vergognavano nel loro passato, si perdonavano tutto nel presente e sentivano che quell’amore li aveva mutati entrambi”. Lo stato nascente dell’innamoramento è l’unico momento in cui gli innamorati sono avidi di conoscere tutto della vita dell’altro e l’accettano qualunque essa sia, anche se ha avuto debolezze, errori, anche se ha ammazzato. Si perdonano tutto. Ma se uno non dice una parte essenziale della di ciò che ha vissuto, in seguito non potrà più farlo, e dovrà recitare per sempre, perdendo così la meravigliosa spontaneità che l’amore gli aveva donato.
Invidia
 
Quando amiamo intensamente l’unica cosa che ci interessa è il nostro amato. Aspettiamo un suo messaggio, una telefonata, cerchiamo di immaginare dove sia, sempre con un po’ di angoscia, di gelosia. E quando ci telefona, ci dice che ci ama, quando sappiamo che sta per arrivare, quando lo abbracciamo e facciamo all’amore, passiamo di colpo alla gioia più sfrenata, alla beatitudine. Così, tanto nella preoccupazione come nella felicità, tutto le altre cose ci appaiono meno importanti: la carriera, i riconoscimenti sociali, perfino le cattiverie che ci fanno. E poichè non ci compariamo più con chi ha più successo o più fortuna di noi, perlomeno un vizio lo perdiamo: l’invidia. Gli innamorati possono avere molti difetti, essere ansiosi, gelosi possessivi, ma non sono mai invidiosi.
Nostalgia
 
Anche l’amore nato dall’attrazione sessuale più forte, alimentato dal sesso più libero, sfrenato, gioioso, quando i due amanti sono lontani, diventa nostalgia, straziante bisogno dell’altro. È come una droga, non puoi fare a meno di pensare a lui, di scrivergli, di telefonargli e i giorni ti sembrano anni, i minuti mesi. Ma quello che ti manca non è il sesso, la beatitudine sessuale, perchè lo strazio è tale che non puoi riviverla. Quello che ti manca è il tuo amato nella sua interezza, come persona, come Essere. Infatti ti basterebbe averlo vicino, parlargli, sfiorargli una mano, stringerla. Certo che l’amore ha bisogno del sesso e si esprime nel sesso, ma solo perchè il sesso è il modo più intenso per partecipare all’Essere dell’altro, di fonderci con lui, di gioire con lui.
Fusione
 
Quando due persone sono innamorate, ciascuno vuol farsi conoscere non solo per come è ora, ma anche come era, quali erano le sue potenzialità. Vuol far vedere all’amato il mondo come l’ha visto da piccolo, poi da adolescente, poi da adulto e i sogni che ha per il futuro. E, l’altro a sua volta, vuol farlo partecipare della propria visione del mondo. Entrambi nell’innamoramento ricostruiscono la propria identità personale interiorizzando l’altro con la sua visione del mondo e la sua sensibilità. La fusione raddoppia perciò l’esperienza, raddoppia la loro capacità di comprensione. È quindi sempre un arricchimento del singolo individuo mentre crea le premesse per quel tipo di comprensione profonda su cui può nascere un nuovo “noi“, una la nuova identità collettiva.
Fame dell’altro
 
Due persone che si desiderano sessualmente hanno fame l’una dell’altra, fame dei loro corpi. E, facendo all’amore, si saziano. Poi si dimenticano abbandonandosi al sonno. Le persone innamorate invece hanno ma una duplice fame. Fame dei loro corpi e fame della loro anima. Fanno all’amore, godono dei loro corpi ma vogliono anche fondere le proprie vite, le proprie esperienze, il proprio passato. E la loro fame non si sazia. Risvegliati dal sonno si desiderano nuovamente, lontani si cercano. Il sesso, placato il desiderio, cerca il distacco, l’amore la vicinanza. L’unico vero profondo regalo che potete fare a due innamorati è farli stare sempre insieme, perchè possano cercarsi e ritrovarsi, e godersi infinite volte. Il sesso è un bacio isolato, l’amore una danza vorticosa, una giostra che li trascina.
Il dilemma
 
L’amore arriva sempre come un ladro inatteso. Penetra nella coppia esistente come il rapinatore in una casa, e la devasta. Quando io mi innamoro, continuo a voler bene a mio marito, a mia moglie, alla persona con cui convivo, ma le tolgo l’esclusività, mette al suo posto un altro e questo lei non può accettarlo. Mi scongiura, mi impone di scegliere, mi scaccia. Così l’amore, che chiede di essere solo felicità, si trasforma in uno straziante dilemma. Ti obbliga a scegliere fra due persone che vorresti continuare ad amare in modo diverso. L’oriente, se non ha risolto, ha perlomeno attenuato questo dilemma con la poligamia. L’occidente cerca di risolverlo dando più importanza al sesso, rinviando il matrimonio, indebolendo il legame di coppia, moltiplicando i singles.
Il corpo erotico
 
Nell’innamoramento spesso uno ama più, o un ardore, un desiderio più intenso dell’altro. Questa differenza però non ha nessuna importanza se chi ama di più usa il suo calore, la sua passione, la sua fantasia per riscaldare, accendere il cuore e il corpo dell’amato. L’uomo può farlo col corteggiamento, il gioco, la poesia, l’intelligenza erotica. La donna ha, in più, altre risorse come l’abbigliamento, il trucco, la gestualità, la danza. Ma ha, soprattutto la possibilità di usare il suo corpo erotico. Perchè tutto il corpo femminile è erotizzato, e la donna che riesce a liberarsi dei tabù, delle inibizioni, può insegnare, all’uomo che ama, a godere di tutto il suo corpo esattamente come fa lei. Dandogli un piacere che l’altro non poteva nemmeno immaginare.
Amicizia erotica
 
Amicizia e sessualità sono compatibili? Si, ma è difficile. Perché gli amici si raccontano tutto, si confidano i problemi, le difficoltà, e corrono ad aiutarsi, affrontando anche sacrifici. Nell’erotismo invece, noi cerchiamo soprattutto piacere, sfrenatezza gioiosa e non vogliamo essere disturbati da tutto ciò che è problema, da tutto ciò che è sgradevole. Non ci piace che l’altro ci parli o ci ossessioni con i suoi problemi economici e di carriera. Per fare durare l’amicizia erotica occorre prudenza. I due amici-amanti-amanti possono parlare della loro attività professionale, sorreggersi, aiutarsi. Ma con moderazione, con discrezione, evitando che il peso della vita quotidiana avveleni la loro vacanza festosa.
Utopie erotiche
 
Nel corso della storia ci sono sempre stati movimenti utopici che volevano eliminare la proprietà privata a favore della uguaglianza e del comunismo. Ma che razza di uguaglianza è quella che non riguarda anche il sesso, l’erotismo? Fourier perciò propone una società in cui le coppie si possono riunire a due a due formando un quadrangolo erotico. Oppure a tre, a quattro formando dei sestetti, degli ottetti, delle orchestre passionali. Inoltre le persone più belle dovevano andare anche con le brutte le giovani con le vecchie. Lungo il corso della storia si sono formate centinaia di comunità utopiche erotiche. Però tutte si sono dissolte perché il capo finiva per prendersi (o ci andavano loro) tutte le donne più giovani e più belle, creando invidie, gelosie e rivolte.
Far ingelosire o no
 
Ci sono degli uomini competitivi che desiderano una donna solo quando è di un altro. Eccitati dalla gelosia, ardono di desiderio solo quando vedono profilarsi un rivale. Per risvegliare il loro amore, la loro passione, bisogna farli ingelosire. Una mia conoscente è riuscita conservare il proprio uomo con tre trucchi elementari: ogni tanto non gli rispondeva al telefono, altre volte non si faceva trovare a casa, oppure usciva vestita in modo elegante senza dirgli dove andava. Ma, attenzione, esiste anche il tipo umano opposto. Quello che non sopporta la gelosia. Se costui, all’inizio dell’innamoramento, vede comparire un rivale, si ritira, scompare. Chi vuol trattenere questo tipo di persona facendola ingelosire la perda. Se ci tiene, se l’ama, sia prudente, le dia sicurezza.
Competizione sessuale
 
Ci sono due meccanismi opposti nella competizione erotica. Il primo ci dice che vince chi riesce a portar via per primo la persona desiderata e ad accoppiarsi con lei. Sta alla base dell’antico desiderio maschile di possedere una vergine. Se non riesce, se un altro lo precede si sente vinto e prova un moto di gelosia. Ma il secondo meccanismo dice invece che vince l’ultimo che porta via il trofeo. Il maschio si eccita all’idea di poter prendere la femmina che si è accoppiata con un altro perché, sostituendolo, lo scaccia simbolicamente, si impadronisce di quanto era suo. Questo meccanismo, in fondo, è implicito in tutta la prostituzione. Ogni uomo prende una donna che è appena stata di un altro maschio, lo scaccia e lo sostituisce.
Amante
 
L’amante è un giardino cintato, separato dalla vita quotidiana. La quotidianità non è governata da noi, ma dai doveri istituzionali, dalla ufficialità che rende tutto manifesto, nominabile, descrivibile, enumera i doveri, i dettagli, le mansioni. È il luogo dove passano tutti. Invece il mondo dell’amante è appartato, nascosto, segreto. Molti pensano che il segreto serva a dare il brivido del proibito. No, protegge gli amanti dalla irruzione degli altri. Quando la relazione diventa manifesta, pubblica, cambia natura, diventa matrimonio, anche se non gli viene dato questo nome. Recintato il tempo e lo spazio, protetti dal segreto, gli amanti diventano i registi del proprio mondo erotico e ne fanno una rappresentazione teatrale, si essa un orgia, un ballo o un idillio.
Confessare o no?
 
In un libro che ho letto ma non ricordo quale, ci sono due amanti. L’uomo, preso da sensi di colpa e dal desiderio di chiarezza e sincerità vuol confessare la loro relazione a sua moglie. Lei è terrorizzata. Per carità non farlo, gli dice, oggi noi siamo soli, felici, nessuno ci disturba, nessuno invade la nostra intimità. Ma appena avrai parlato con tua moglie sarà tutto diverso. Nella nostra vita entrerà lei, di prepotenza, e poi i tuoi figli, gli amici, i tuoi genitori i miei, una folla strabocchevole vociante,che riempirà tutta la nostra vita, il nostro spazio il nostro tempo con le loro recriminazioni, le loro minacce, i loro consigli, le loro parole. Non saremo più soli. Saremo sempre in mezzo a questa gente sgradevole chiassosa, petulante. Io non la voglio.
Allegria
 
L’erotismo appartiene alla sfera del gioco, del divertimento, dello scherzo, della gioia. Due persone che vivono insieme, dormono insieme, lavorano insieme ma sono sempre assorbite da problemi, impegni, doveri, e non trovano il tempo di andare a ballare, di far festa, di giocare e scherzare, a poco a poco vedranno diminuire il loro desiderio erotico. E lo stesso succederà a tutti coloro che hanno una visione pessimista, seria o tragica della vita, e non sanno, perlomeno di tanto in tanto, ritornare freschi, allegri, spensierati, scatenati come bambini. Ed è per questo che alcuni si fanno un amante, perché quando vanno con l’amante è come se marinassero la scuola. Si buttano dietro le spalle tutti i doveri e pensano solo a divertirsi, a giocare e a darsi piacere.
Ricco e povero
 
Quando ero giovane non avevo i soldi per comperarmi una vespa e, per fare all’amore con una ragazza, dovevo portarla nei campi. Sebbene fossi molto carino, quelle belle non ci volevano venire. Invece vedevo che i maschi che avevano una macchina spider, per esempio il duetto, ne avevano sempre a bordo di bellissime. È passato il tempo, è cambiato tutto, c’è stata la rivoluzione sessuale, il femminismo, le donne fanno carriera, le ragazzine fanno all’amore a quattordici anni, il sesso è libero, separato dall’amore. Però, guarda caso, quando vado a Forte dei Marmi constato che i giovani maschi che hanno macchine sportive di lusso, Ferrari, Lamborghini oppure barche, lussuose, hanno sempre con loro delle ragazze bellissime, modelle, miss qualcosa, divette della TV. E gli altri no. Cos’è cambiato?
Fuori!
 
È la donna che lascia bruscamente e per sempre. L’uomo lascia, ma può riprendere, per amicizia, oppure per desiderio sessuale. La donna rompe in modo brusco perché vuole un amore vero e, quando è delusa, prova collera, odio. E, conoscendo intuitivamente l’uomo, li lascia crescere dentro di se fino ad un livello parossistico. Ma non vuole che trapeli nemmeno inavvertitamente. No lui non deve immaginare nulla, sospettare nulla fino al giorno in cui lo caccerà via, via per sempre. Sarà una vendetta terribile dirgli che non lo amava, lo disprezzava, le faceva schifo, rinfacciargli le sue cattiverie, le sue meschinità lasciandolo sconcertato, impietrito, distrutto. E vederlo brancolare, piangere, scongiurare come un bambino piagnucoloso rafforzando così ancora di più il suo disprezzo.
Potere o amore?
 
Il potere, il successo, la vittoria, la vendetta, la gloria non possono mai dare un piacere intimo, profondo, duraturo e sereno come quello dell’amore ricambiato. Perchè sono sempre accompagnate da contrarietà, nemici, pericoli. Il tiranno onnipotente sa di essere circondato da traditori e teme per la sua vita. Invece a chi ama ed è sicuro di essere riamato, il mondo appare sereno ed amico. Ed anche quelli che potrebbero apparire ostacoli: un ritardo, un equivoco, l’attesa di una telefonata, sono in realtà sempre fonte di delizioso languore. Di un dolce spasimo che fa pregustare l’incontro d’amore e la felicità dei corpi che si abbracciano e, si fondono e si saziano. Cosi il piacere d’amore dura a lungo, godendo esclusivamente di se stesso e non ha bisogno di nient’altro.
Sesso e pericolo
 
L’attrazione sessuale è molto più antica della società e perciò ha sempre la tendenza a violare le leggi, le regole deontologiche, la neutralità richiesta dal proprio ruolo sociale. Unisce ciò che ufficialmente deve essere diviso nel modo più capriccioso e imprevedibile. Per questo la sessualità è sempre stata usata nella lotta politica, dai servizi segreti, impiegata per produrre scandali ed eliminare avversari scomodi. Ma anche nella vita quotidiana, pensiamo a quanti conflitti può creare quando si insinua nei rapporti fra impiegato di banca e cliente, fra medico e paziente, fra giudice e imputato, fra poliziotto e delinquente, fra insegnante ed allievo, fra esaminatore ed esaminato, fra padrone e servitore, fra vicini di casa, fra amici e perfino fra nemici.
Uno o molte?
 
Aumentano le persone che cercano il piacere nello scambio di coppia, facendo all’amore in tre o quattro o in tanti nell’orgia confondendosi nella molteplicità dei corpi. Altri dicono loro che sbagliano perchè il piacere sessuale più profondo, l’estasi totale si può ottenere solo concentrandoci su una persona con cui raggiungere una totale intimità ed un totale abbandono.
Solo così possiamo trasformare il nostro
corpo ed il corpo dell’amato in strumenti musicali con cui creare, senza freni, senza inibizioni, senza limiti, le infinite armonie che vi sono celate, il mistero racchiuso nelle nostre più recondite fantasie. E ci spiegano che noi tutti utilizziamo solo una frazione infinitesima del nostro corpo erotico per cui, disperdendoci nella molteplicità, perdiamo anche quella.
Non eri come pensavo
 
La trasfigurazione dell’amore non è mai una pura invenzione, un puro delirio, ha sempre una base, non fa che accentuare, esaltare ciò che esiste. È una esagerazione, una iperbole, non una pura illusione. Poi nel corso della vita noi cambiamo, cambiano le circostanze, dobbiamo affrontare altri problemi e le qualità della persona amata che ti attraevano non ti servono più. Allora le senti come un limite, un ostacolo un disagio. Quell’uomo impulsivo e impetuoso ora ti appare violento e litigioso. Quella donna ridente, brillante, fantasiosa, ora di sembra sconsiderata e inconcludente. La fine di un amore è sempre amara per entrambi perché ciascuno rimprovera all’altro di non essere come lo aveva immaginato, mentre in realtà gli rimprovera di essere proprio ciò che era.
L’amore è geloso
 
Uomo e una donna ad una festa. Lui non sa ancora di amarla, gli piace, stanno bene insieme, giocano, si divertono, ogni tanto fanno all’amore. Durante la festa lei vede un’altro, le piace, è libero, sta per partire per un viaggio, le chiede se vuol andare con lui. Perché no? Faranno insieme una vacanza, si divertiranno, nessun legame. Poi ciascuno per la propria strada. Ma l’uomo che sta con lei, quando capisce che la sua compagna può andarsene con l’altro prova un dolore insopportabile. Perché scopre di amarla. Lei è sul versante del sesso, lui su quello dell’amore. Quello che per lei è gioco, per lui è tragedia. L’amore è geloso, l’amore è possesso. Dice: “quest’uomo è mio, questa donna è mia!“ e non posso sostituirli con nessun altro.
Pesante e leggero
 
Nella nostra epoca, l’amore è difficile e viene sostituito dal sesso. Perché il sesso non lega, non fa soffrire, se non va bene con questo andrà bene con l’altro. Invece l’amore ti da l’estasi e la felicità, ma poi basta un nulla, una frase sbagliata, per lasciare una ferita straziante. E non puoi dire a chi ti ama “era solo sesso” perché egli non può accettare che tu scelga volontariamente il piacere sessuale reciproco con un altro, invece che con lui. Il sesso è leggero, l’amore è pesante. Ma quel piacere leggero lacera, distrugge l’altro.
Amore appiccicoso
 
Le donne, quando sono innamorate fioriscono e, ricambiate, diventano più belle, sono come in uno stato di grazia. Non hanno paura della separazione e, anche lontane da chi le ama godono delle cose belle della vita riscaldate dal loro amore. Molti uomini (non tutti naturalmente) invece, quando si innamorano, anche se sono riamati, hanno bisogno della presenza fisica del loro donna, hanno bisogno di abbracciarlo, di sentirla sempre a disposizione. Sopportano male la separazione, e se lei si allontana, vogliono sapere tutto ciò che ha fatto, ma non per gelosia, per essere sempre spiritualmente con lei. Il risultato però può essere che le donne del primo tipo, allegre, sicure, che gioiscono dell’amore in sè, dapprima lusingate da tanta attenzione, poi si seccano, li trovato troppo possessivi, troppo appiccicosi.
Fascino
 
Il fascino non è un corpo, non è un volto è il tralucere di una vita. Nel film di Scorsese L’età dell’innocenza, la contessa Olewska, interpretata da Michelle Pfeiffer, esercita un fascino irresistibile perché porta nella banalità newyorkese, il segreto conturbante degli amori e delle passioni europee. Un mistero che traspare nella dolcezza fiera e dolente dei suoi lineamenti, nel suo sorriso disarmante, nel suo abbigliamento raffinato, nella sua sicurezza fra gente ostile, nel suo anticonformismo che indica altre abitudini, altri amori, rapporti proibiti. Il fascino è sempre il tralucere di un passato e di un mondo a noi sconosciuto, di una trasgressione al nostro ordine quotidiano. È il rivelarsi di questo mistero, è la seduzione di questo mistero.

tratto da www.alberoni.it

Che cos’é l’amore?
Due persone, in un certo momento della loro vita, incominciano un mutamento, si rendono disponibili a staccarsi dai precedenti oggetti d’amore, dai precedenti legami, per dare origine ad una nuova comunità. Allora entrano in stato nascente, uno stato fluido e creativo, in cui si riconoscono reciprocamente e tendono alla fusione. In tal modo essi costituiscono un noi, una collettività ad altissima solidarietà e ad altissimo erotismo.

È all’interno di questo noi che i singoli individui realizzano i loro sogni erotici e non erotici, le loro aspirazioni, le loro possibilità inespresse. L’altissima solidarietà, l’immenso piacere erotico che si danno a vicenda permette a ciascuno di subire e di esercitare fortissime pressioni sull’altro, pressioni che portano alla formazione di un progetto comune, ad una comune visione del mondo.

La nuova coppia nascente é animata da una energia inesauribile e da un traboccante entusiasmo. Il mondo le appare meraviglioso , le possibilità di azione infinite. Elabora una nuova concezione della vita , ristruttura tutti i propri rapporti interni ed esterni , si costruisce una nuova nicchia ecologica.

L’energia creativa, fluida dello stato nascente si trasforma così in struttura, in norma. Sono principi, regole, convenzioni, abitudini , costruiti con slancio, con l’adesione più entusiasta, perché avvengono nel momento della massima spinta alla fusione. Sono patti giurati che custodiscono la speranza e la promessa dello stato nascente, dove traluce sempre l’assoluto. Con il passaggio dall’istituzione allo stato nascente é avvenuta una conversione della struttura – famiglia, casa, figli,amici, idee consolidate – in energia. Adesso avviene il contrario. È l’energia che si traduce di nuovo in struttura: nuova casa, nuovi amici, nuova concezione del mondo.

Domandiamoci ora: cos’é l’amore come emozione, sentimento, esperienza soggettiva, stato dell’animo, in questa prospettiva? L’amore é il risvolto emozionale interiore della nascita di una nuova collettività e di un nuovo me stesso. E la persona amata é il perno, l’asse attorno a cui avviene questa ricostruzione. È l’esperienza del fondermi con lei formando una nuova entità che mi risplasma, mi ricrea e ricrea il mondo in cui vivo. È l’esperienza di scoprirmi parte di un nuovo mondo, di un nuovo cielo ed una nuova terra. E la persona amata é la porta per accedere a tutto questo.

L’amore come emozione d’amore, come slancio, languore, desiderio, spasimo, sogno, é quindi l’energia creativa nel suo manifestarsi. Dell’energia creativa che, attraversandomi, mi usa come sostanza per edificare un nuovo mondo e un nuovo me stesso. Noi perciò amiamo ciò che ci sta creando e che stiamo creando. Di cui siamo ad un tempo figli e genitori. Questo nell’innamoramento. Ma possiamo applicare la stessa definizione anche alle altre forme di amore che conosciamo?

Incominciamo questa verifica partendo dall ‘amore della madre per suo figlio. Cosa abbiamo detto? Noi amiamo ciò che stiamo creando e che ci sta ricreando. La madre, già quando aspetta il bambino e poi quando lo allatta, lo nutre, lo alleva sperimenta la creazione di un essere mediante il quale ricrea se stessa. Crea una nuova comunità con un nuovo mondo entro cui entrambi saranno mutati. È la co-creazione di un mondo. Il bambino non é passivo . Risponde ai suoi stimoli e la porta a ridefinire continuamente se stessa, lui e il loro mondo. Questo processo continuerà per tutta la vita. Ed é per questo motivo che l’ amore della madre per il figlio e del figlio per la madre dura. Dura perché si rinnova perennemente. Perché, possiamo ora domandarci, questo tipo di amore non corre il rischio di scomparire come, invece, avviene nella coppia? Perché resiste alle più forti frustrazioni, alle delusioni più amare? Perché nella coppia entrano due individui già formati, ciascuno con i propri legami amorosi individuali e collettivi, con le proprie concezioni del mondo.

Nell’innamoramento essi destrutturano il proprio Sé precedente, il proprio mondo precedente. Ma solo in parte. Il processo di co-creazione della coppia avviene attraverso scontri, prove, compromessi. Ciascuno compie delle rinunce, ma tiene saldi alcuni valori. Con il passare del tempo, le due personalità possono avere sviluppi divergenti. L’universo in comune fra genitori e figli é enormemente più esteso. Il processo di aggiustamento reciproco avviene quando il bambino é plastico. E continua giorno dopo giorno sotto la guida del genitore che gestisce il cambiamento, evita che sorgano conflitti insolubili, divaricazioni insopportabili. Queste possono comparire solo nell’adolescenza o nella vita adulta.

Vediamo ora il rapporto amoroso che si stabilisce nell’amicizia. Questa é fondata sul principio del piacere. Non si costituisce a caldo, nel processo di stato nascente. Non c’é fusione iniziale, ardente, rischiosa, appassionata. L’amicizia si costituisce lentamente, incontro dopo incontro, in cui ciascuno getta un ponte fra quello precedente e quello successivo. È il precipitato storico di rapporti riusciti, gratificanti, rassicuranti, divertenti. Anche i due amici tendono ad una parziale fusione, anche loro tendono ad elaborare una comune visione del mondo. Anche loro costituiscono un noi. Ma senza la violenta e radicale distruzione del mondo precedente. Se fra loro esistono fin dall’inizio delle divergenze nelle credenze politiche e religiose, delle diversità di gusti, di abitudini, di opinione, non c’é un processo di fusione in cui vengono sciolte come in un crogiuolo. Permangono e rendono la relazione delicata.

Gli amici restano uniti perché scoprono, a poco a poco, di avere delle affinità elettive, perché compiono uno sforzo volontario di aggiustamento reciproco, cercando ciò che li unisce e non ciò che li divide. Ma se compaiono divergenze ideologiche, contrasti di interesse, o se qualcuno si comporta in modo eticamente scorretto, il rapporto amicale si rompe e di solito la rottura é irreparabile. L’amico può perdonare la menzogna, il tradimento, ma le cose non tornano più come prima. L’amicizia è la forma etica dell’eros. Anche il sentimento amoroso dell’amicizia dipende dalla costruzione comune di un mondo e della propria identità. Si intensifica nei momenti di cambiamento, di crisi, quando ci confidiamo con l’amico, gli chiediamo sostegno e consiglio. Si intensifica con lo scambio delle esperienze, affrontando insieme i problemi, con l’aiuto reciproco, combattendo fianco a fianco contro un avversario, una minaccia, come due cacciatori, come due guerrieri.

Prendiamo adesso l’ammirazione, l’adorazione per un divo alla cui base abbiamo posto il meccanismo dell’indicazione. Quando questo interesse é molto forte, il personaggio diventa una componente importante dei processi di definizione di se stesso e del mondo. Pensiamo a cosa rappresentano, per gli adolescenti, i campioni sportivi, i divi dello spettacolo, i cantanti di musica leggera. Essi li prendono come modelli di identificazione. Le giovani donne partecipano alle vicende amorose del loro divo preferito. Talvolta fantasticano una vita di coppia con lui.

Ancora più profondo é il processo che avviene nel rapporto con il capo carismatico di un movimento politico o religioso. Il capo carismatico é colui che interpreta la situazione storica, che da un senso al mondo, che stabilisce la meta, la direzione. L’amore per il capo carismatico rassomiglia a quello che proviamo per la persona di cui siamo innamorati. E se il capo resta tale per molto tempo, l’amore per lui si affianca all’amore per la madre o per il padre, e costituisce un punto fisso di riferimento per tutti i problemi della vita.

Questa definizione dell’amore vale anche per il meccanismo della perdita. Nella perdita il nostro mondo consolidato, familiare, i nostri oggetti stabili di riferimento, le nostre mete vengono sconvolti, minacciati di distruzione. Ci troviamo improvvisamente di fronte all’abisso del nulla. Allora siamo costretti a riesaminare il valore di tutte le cose che abbiamo, a ripensare noi stessi, la nostra vita, il nostro futuro. A ridefinire ciò che vale, ciò che non vale. La lotta per sottrarre il nostro oggetto d’amore individuale o collettivo alla perdita, é perciò una ricostruzione del mondo. Non é l’apparizione di un mondo nuovo, non è la marcia verso la terra promessa. Ma é pur sempre la marcia verso la patria perduta di cui si é riscoperto il valore e la bellezza. Della patria che si deve riconquistare con la consapevolezza che é il massimo bene, e che per essa vale la pena anche di morire.

Abbiamo così visto che tutte le forme di amore, tanto quelle che sorgono dallo stato nascente come dagli altri meccanismi, il piacere, l’ indicazione e la perdita, comportano sempre la creazione o la ricreazione di una collettività di cui facciamo parte e che ci plasma. Possiamo quindi concludere dicendo che l’amore é l’aspetto soggettivo, emozionale del processo in cui noi generiamo, mentre siamo a nostra volta generati da qualcosa che ci trascende. Da tutto quanto abbiamo detto deriva una importantissima conseguenza. Che, se l’amore dura, se si prolunga nel tempo, vuol dire che continuano ad agire i processi, i meccanismi che hanno agito nel momento iniziale, della rivelazione, della scoperta, dell’innamoramento. L’amore , se esiste, in quando esiste, é sempre “nascente”. E sempre scoperta, rivelazione, ammirazione, adorazione, desiderio di congiungimento con qualcosa che ci trascende e che da ordine e senso al mondo.La persona che amiamo é sempre, nel momento in cui l’amiamo, ciò che ci si sta rivelando come il perno del mondo, ciò in cui traluce l’essenza del mondo, l’ordinatore del mondo.

L’amore é perciò sempre brivido dell’assoluto nel contingente, qualcosa di misterioso, meraviglioso e divino. E, quando é ricambiato, é dono, grazia che chiede lode e riconoscenza.

Estratto da “Ti amo“, Francesco Alberoni, Garzanti

Pubblicato da: Irenotta | 15 giugno 2011

Sull’Antropologia Culturale…

Penso che alla base di ogni pregiudizio, della paura dell’altro e del diverso, in ogni xenofobia ci sia una profonda ignoranza di fondo…L’arma per combattere tutto questo potrebbe essere l’Antropologia Culturale, disciplina non sempre studiata in modo adeguato e spesso caduta nel dimenticatoio…Io mi sono approciata ad essa per la prima volta all’Università, e, da quel momento in poi, l’ho utilizzata in diversi ambiti, per darmi tante spiegazioni, ma anche per prendere posizione relativamente a determinate questioni…Penso che l’antropologia culturale possa servire, insieme alla psicologia, a capire la la formazione di una persona, il perché dei condizionamenti culturali e familiari, gli elementi che hanno influenzato la crescita e lo sviluppo di ogni singolo individuo…

Ed ora la parola all’esperto Ugo Fabietti, Professore Ordinario di Antropologia culturale presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Milano Bicocca.
Direttore del Dipartimento di Epistemologia ed Ermeneutica della Formazione nell’Università degli Studi di Milano Bicocca
, che sicuramente meglio di me, riuscirà a spiegare qualcosina a riguardo…

Elementi di Antropologia Culturale

CAPITOLO 1: GENESI E STRUTTURA DELL’ANTROPOLOGIA CULTURALE

 

1)      Natura e origini dell’antropologia

1.1  Antropologia significa

Antropologia significa letteralmente “studio del genere umano”, ma è una definizione vaga ed imprecisa, perché ci sono molte altre discipline che se ne occupano ed inoltre perché non specifica quale aspetto del genere umano sia il suo oggetto di studio privilegiato. In questo libro ci occuperemo dello studio del genere umano dal punto di vista culturale, ovvero delle idee e dei comportamenti espressi dagli esseri umani in tempi e luoghi distanti tra loro.

Quali furono le condizioni della comparsa dell’antropologia? Le origini di questa disciplina non sono facili da stabilire. Erodoto può essere considerato il primo, anche se nei suoi trattati non parlò mai di antropologia; ma le sue osservazioni sulle diversità fra Greci e barbari e sulla differenza di costumi tra i popoli hanno indubbiamente “sapore” antropologico. Le radici dell’antropologia più immediatamente riconoscibili risalgono piuttosto, almeno nella linea della nostra tradizione di pensiero, all’umanesimo europeo, al ‘400, e ai dibattiti che fecero seguito, durante tutto il secolo successivo, alla scoperta del N.vo Mondo e dei suoi abitanti. Ma tentativi di riflessione non mancano neanche in paesi extra-europei, come dimostra il caso di Ibn Khaldun nel mondo arabo. L’umanesimo pose l’umanità al centro della riflessione filosofica e della produzione artistica; agli occhi degli umanisti il genere umano divenne un soggetto capace di forgiare il proprio destino, nonché di esplorare la natura studiandone le leggi e i meccanismi nascosti. Ma essi rimasero legati ad un’idea di umanità fortemente astratta e idealizzata, pensata in riferimento alle società classiche del mondo antico e delle più civili contrade europee di allora… La scoperta e la successiva conquista dell’America ruppero l’incanto umanistico e posero, all’Europa cristiana, quesiti precedentemente inimmaginabili. L’espansione, l’intensificarsi dei contatti con genti dai “costumu” così diversi da quelli degli europei fecero sorgere gravi problemi di ordine religioso, scientifico e morale. Gli europei infatti cominciarono ad interrogarsi sulla natura di queste popolazioni, a volte barbare e selvagge, a volte belle e vigorose. L’espansione e i traffici commerciali intensificarono i contatti fra gli europei e queste popolazioni locali, e di conseguenza si moltiplicarono anche le descrizioni di istituzioni, usi e costumi di tali popolazioni. Alla base di queste descrizioni non vi era però un intento scientifico, che verrà solo a fine ‘700, quando scienziati e filosofi cominciarono ad elaborare una teoria “unitaria” del genere umano, concepito come un’unica specie. Grazie agli illuministi la riflessione sul genere umano acquistò definitivamente i caratteri di una riflessioni su un soggetto universale. Per quanto riguarda poi l’istituzione dell’insegnamento universitario di Antropologia culturale si dovrà attendere la fine dell’800. Nelle colonie e nelle riserve gli antropologi trovarono i luoghi privilegiati del loro lavoro. Ciò non significa che gli antropologi fossero dei colonialisti; pur collaborando a volte con le istituzioni coloniali, gli antropologi si sono distinti dai colonizzatori per la volontà di stabilire rapporti di reciproca comprensione con le popolazioni da loro studiate.

Cosa fanno gli antropologi? Prevalentemente gli antropologi (o etnologi) si sono occupati dello studio di popoli loro contemporanei ma geograficamente lontani. Lo studio delle istituzioni sociali, politiche, dei culti, delle credenze religiose, delle tecniche di costruzione dei manufatti, dell’arte dei popoli lontani e “diversi” da quelli europei o d’origine europea, ha costituito, genericamente parlando, e almeno all’inizio, l’oggetto privilegiato dell’antropologia. Gli antropologi si sono dedicati, fino a pochi decenni fa, allo studio dei popoli che per molto tempo sono stati chiamati “selvaggi” o “primitivi” perché ritenuti i rappresentanti di fasi arcaiche della storia del genere umano. I cui costumi si segnalavano per la loro notevole diversità rispetto a quelli europei. A partire dalla metà del ‘900 sono stati inclusi nell’antropologia anche popoli con tradizioni scritte e praticanti culti monoteistici, istituzionalmente, e anche geograficamente, più “vicini” all’Europa. Oggi gli antropologi si occupano di ogni realtà presente nel mondo, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Quando l’antropologia si sviluppò, spesso i suoi rappresentanti non avevano modo di visitare direttamente i popoli sui quali poi scrivevano: era dunque uno studio a distanza che si basava su testimonianze di viaggiatori, esploratori, militari… Tra fine ‘800 e inizio ‘900 la svolta: viene inaugurata la pratica della ricerca sul campo. Da allora non è stata più abbandonata anche se oggi l’osservazione diretta si avvale anche di altri supporti. In ogni caso fare antropologia non consiste solo nel riflettere partendo da ricerche svolte da altri ma significa voler affrontare l’incontro con esseri umani con costumi diversi dai propri, coniugando le conoscenze teoriche della disciplina con la personale esperienza di osservazione, riflessione e ricerca.

 1.2  Una sola antropologia o tante antropologie?

L’antropologia non è un prodotto esclusivo dell’occidente, tutti i popoli infatti si chiedono come siano le altre popolazioni. Così dunque l’elaborazione di vere e proprie teorie relative alla natura umana, si trova presso molti popoli del nostro pianeta, anche tra quelli che non hanno elaborato il loro sapere in forma scritta. Spesso è proprio presso i popoli semplici e sprovvisti di istituzioni preposte allo studio del genere umano che possiamo trovare affascinanti visioni della natura, dell’uomo e del cosmo. Di conseguenza alcuni antropologi rifiutano l’idea che il discorso sul genere umano si sarebbe prodotto esclusivamente in occidente nell’età moderna: la nostra non è altro che una delle tante “antropologie” elaborate in tempi e luoghi diversi. L’antropologia che tratteremo nel volume rappresenta un’attività intellettuale legata ad un contesto storico che ne ha permesso lo sviluppo; si tratta cioè di un sapere che è andato trasformandosi nel tempo in relazione ai mutamenti della società euro-americana e delle relazioni tra quest’ultima e i popoli della Terra. L’antropologia culturale è un sapere che opera criticamente su se stesso, sui propri metodi e nozioni.

2)Oggetto e metodo dell’antropologia culturale

2.1 Cos’è la cultura?

Possiamo affermare che la cultura è un “complesso di idee, di simboli, di azioni e di disposizioni storicamente tramandate, acquisite, selezionate e largamente condivise da un certo numero di individui, mediante le quali questi ultimi si accostano al mondo in senso pratico e intellettuale”. Oggetto privilegiato dell’antropologia sono soprattutto le differenze che intercorrono tra le idee e i comportamenti in vigore presso le varie comunità umane. Ciò che gli antropologi chiamano “culture” non sono altro che modi diversi di affrontare il mondo da parte di gruppi umani che condividono certe idee e certi comportamenti. L’antropologia però cerca anche di mettere in luce quanto vi è di comune o affine tra di essi, cioè tra i vari modi in cui i diversi gruppi umani interpretano, immaginano, conoscono e trasformano il mondo che li circonda.

2.2 La natura della cultura   www.obsoonline.it

E’ ormai appurato che gli uomini, a differenza degli animali, dipendono per la propria sopravvivenza molto più dalla cultura che dai geni. Infatti, alla nascita il genoma di un essere umano non possiedile informazioni necessarie per fargli adottare automaticamente determinati comportamenti che sono invece indispensabili per poter far fronte al mondo circostante. L’uomo dunque nasce “nudo” e non solo dal punto di vista strettamente letterale del termine. Esso inoltre è fra gli animali, quello che necessita di più tempo per le cure, dal momento della nascita. Il nostro codice genetico ci predispone a compiere una serie di operazioni che sono infinitamente più complesse di quelle effettuabili da qualsiasi altro animale, ma non ci indica quali operazioni dovremo compiere. Molte delle nostre azioni o credenze derivano dunque da qualcosa che ci viene insegnato dal gruppo in cui viviamo, e che a sua volta è frutto di una lunga storia di rapporto con l’ambiente. Stesso discorso vale per la lingua: non utilizziamo segnali geneticamente programmati, ma un codice linguistico che apprendiamo fin dai primi anni di vita in base al contesto in cui nasciamo e cresciamo. Il fatto che negli esseri umani i comportamenti e le immagini del mondo non siano geneticamente programmati non significa che essi, venendo al mondo, siano liberi di scegliere, per esempio, quale lingua parlare, di unirsi con chi gli pare o scegliersi il dio che più li ispira: al contrario, nei pensieri come negli atti, gli uomini sono determinati, dal momento che, per vivere in mezzo ai loro simili, devono adottare codici di comportamento pratico e mentale che siano riconoscibili e condivisi dagli altri.

La cultura come complesso di modelli. In quanto complesso di idee, di simboli, di azioni e disposizioni, la cultura presenta forme interne di organizzazione. Essa, pur non essendo rigida e meccanica, coincide con i modelli (culturali) che orientano le attitudini pratiche e intellettuali di coloro che li condividono. Ma modelli di che cosa? Si tratta di insiemi di idee e simboli che, propri del contesto particolare in cui l’essere umano vive, gli servono da guida per il comportamento e per il pensiero. In quanto guida al pensiero e al comportamento, questi modelli possono essere qualificati come “modelli per”, modelli-guida al diverso modo di agire e di pensare in contesti culturali diversi. Tuttavia non esistono solo “modelli per” ma anche “modelli di”, o meglio i “modelli per” sono anche “modelli di”: questi ultimi sono modelli attraverso cui noi pensiamo qualcosa, lo rendiamo coerente con altre cose e poi lo consideriamo un modello “di” come sono o dovrebbero essere le cose

La cultura è operativa. Grazie ai modelli culturali di cui dispongono, gli esseri umani si accostano al mondo in senso pratico ed intellettuale. Senza di essi non potrebbero pensare, agire, in pratica sopravvivere. Alcuni antropologi, tra cui Malinowski, hanno visto nella culturo un complesso sistema per far fronte alle sfide dell’ambiente e della vita associata. Qualunque atto o comportamento umano finalizzato a uno scopo sia materiale che intellettuale è guidato dalla cultura. In questo senso si può dire che la cultura sia “operativa”, poiché mette l’uomo nella condizione di agire in relazione ai propri obiettivi adattandosi sia all’ambiente naturale che a quello sociale e culturale che lo circonda. In genere non siamo abituati a riflettere sulle azioni che compiamo ogni giorno: è come se fossimo predisposti operativamente ad affrontare il mondo fisico e morale che ci circonda. Tale predisposizione deriva dall’introiezione di modelli culturali e corrisponde a ciò 636b13g che il sociologo francese P.Bourdieu ha chiamato “habitus”, ovvero un sistema durevole di disposizioni fisiche ed intellettuali, che sono il risultato dell’interiorizzazione di modelli di comportamento e di pensiero elaborati dalla cultura nella quale viviamo in risposta all’ambiente fisico, sociale e culturale che ci circonda.

Selettività della cultura. I modelli non vivono di vita propria. Al contrario, essi si alimentano di una tensione continua con altri modelli condivisi dagli stessi soggetti. Spesso un modello può cambiare in seguito a circostanze determinate e allora anche gli altri modelli dovranno cambiare di conseguenza, a meno che il cambiamento non rimanga circoscritto. La cultura infatti è un complesso di modelli tramandati, acquisiti ma anche selezionati. Ciò significa che le generazioni successive ereditano modelli culturali delle generazioni precedenti e ne acquisiscono di nuovi o in base alla propria esperienza o per l’influenza di modelli provenienti da altre culture. Alla base sia del processo di trasmissione che in quello di acquisizione agisce sempre un principio di selezione, che accoglie nuovi elementi culturali ma ne blocca anche altri, ritenuti incompatibili o intrusivi. Tramite la messa in atto di processi selettivi, le culture rivelano il loro carattere di sistemi aperti e chiusi al tempo stesso; esistono culture più aperte ed altre più chiuse ma non esiste né un’apertura né una chiusura totale.

Dinamicità della cultura. I processi di selezione tipici di tutte le culture lasciano intendere che queste ultime non sono entità statiche, fisse, ma piuttosto dei complessi di idee e comportamenti che cambiano nel tempo. Le culture infatti sono prodotti storici, frutto di incontri, cessioni, prestiti e selezioni, ma i processi non sono casuali. Quando si parla di cultura non bisogna commettere l’errore di pensare che i popoli possiedano una cultura definita una volta per tutte e sempre identica a se stessa: questo errore è facile a compiersi specialmente quando si analizzano i popoli extra-europei, quelli a noi più lontani e storicamente marginali: le loro culture sono state via via identificate come arcaiche, primitive o tradizionali, a sottolineare un’incapacità di innovarsi. In realtà come abbiamo visto, ogni cultura ha la propria storia: è vero che i modelli culturali tendono a conservarsi ma non esistono culture totalmente chiuse.

La cultura è differenziata e stratificata. Sappiamo che all’interno di una singola cultura esistono tanti modi diversi di percepire il mondo, di rapportarsi agli altri, di esprimersi, di comportarsi in pubblico… Tali differenze di comportamento e di espressione non dipendono solo dalle circostanze del momento, spesso infatti hanno a che vedere con il potere, la ricchezza, la posizione sociale, la religione, la politica,… e si presentano in maniera più o meno accentuata presso le diverse società. Solo in poche società queste differenze erano o sono marcate in maniera minima (cacciatori-raccoglitori di foresta e deserto), perché nella stragrande maggioranza delle società queste differenze esistono e si riflettono sul piano culturale, anche se indirettamente. Bisogna dunque essere cauti nel ritenere che le culture siano costituite da modelli distribuiti in maniera uniforme. Spesso a prevalere sono gli interessi (e quindi la cultura) dei soggetti socialmente più forti, per cui l’immagine culturale che spesso esce è quella che i dominatori vogliono trasmettere. Gramsci parlò a tal proposito di “cultura egemonica” (di chi prevale) e “cultura subalterna” (di chi subisce), mentre l’australiano R.Keesing ha parlato di controllo culturale.

Comunicazione e creatività. La cultura non esiste nella mente o nel cuore degli uomini ma bensì nella loro capacità di comunicare. La dimensione comunicativa è centrale a qualsiasi processo di tipo culturale. Il fatto che i modelli culturali debbano essere condivisi per poter essere compresi non significa che tutti debbano per forza aderire ad essi nel senso di seguirli o di approvarli. I segni possono essere combinati secondo sequenze riconoscibili ma innovative, capaci cioè di creare nuovi significati: ciò coincide con la natura creativa della cultura, creatività che ha riscontro in alcune caratteristiche del linguaggio umano: l’universalità semantica e la produttività infinita. Il primo concetto è riassumibile nel dato che tutte le lingue sono in grado di produrre informazioni relative a eventi, qualità, luoghi; il linguaggio umano infatti colloca le azioni e gli eventi sia nello spazio che nel tempo, cosa che non fanno gli animali. Il secondo concetto consiste nel fatto che data una proposizione (“oggi piove”) nulla ci dice su che cosa potrà seguire ad essa. Esiste però anche un altro tipo di creatività culturale, cioè quella che consiste nell’emersione di nuovi significati che modificano il nostro modo di intendere le cose. La cultura “controlla” sempre la creatività degli attori sociali, nel senso che mette un freno ad essa. Esiste poi un altro limite alla creatività, quello dettato dai tempi: invenzioni troppo precoci (L.da Vinci) non possono avere seguito immediato. Il successo della creatività, nella cultura, sta nel dire parole, immaginare situazioni o inventare cose che si allontanano da ciò che una cultura già conosce, ma che non diventino per questo irriconoscibili o inutilizzabili dai componenti della cultura stessa.

La cultura è solistica. I modelli interagiscono sempre fra di loro, ed è la capacità di coniugarsi in un insieme più o meno coerente che dà vita a quel qualcosa che noi chiamiamo cultura. Questo interagire e coniugarsi di modelli forma un complesso integrato: perciò si dice che la cultura è un’entità olistica cioè complessa ed integrata, formata da elementi che stanno in un rapporto di interdipendenza reciproca, anche se ciò non significa affatto che una cultura sia chiusa o isolata. Secondo certi antropologi esisterebbero culture più olistiche di altre, nel senso che i loro elementi costitutivi sarebbero pensati, dai loro stessi componenti, in un rapporto di integrazione che è maggiore rispetto ad altre culture.

Esistono i confini di una cultura? Le culture non hanno confini netti, precisi, identificabili con sicurezza. Hanno dei nuclei forti (comportamenti, simboli, idee) che le distinguono da alcune ma che, al tempo stesso, le assimilano ad altre. Però, se ci allontaniamo da questi nuclei forti, le cose tendono sempre più a confondersi e le differenza finiscono per sbiadire o intrecciarsi.

2.3 La ricerca antropologica

Dal momento che la cultura è da intendersi in maniera olistica, cioè come correlata nelle sue parti e approssimativamente integrata a livello di pratiche e di idee, il compito degli antropologi si presenta molto arduo, a prima vista. Come si fa a studiare “tutta” una cultura? Il fatto di riconoscere il carattere olistico della cultura non coincide con l’obbligo di conoscerla nella sua totalità, ma piuttosto di studiarla adottando una prospettiva che ci predispone a stabilire collegamenti tra i vari aspetti della vita di coloro che vivono quella cultura stessa. Una ricerca antropologica non mira a cogliere le culture in una loro peraltro improbabile interezza; gli antropologi studiano di solito determinati aspetti di una cultura. Per far questo tuttavia essi non possono concentrarsi solo sull’aspetto da loro prescelto come se tutti gli altri non li interessassero. Qualunque sia l’oggetto di interesse nell’indagine antropologica, non si può fare a meno di considerare un fenomeno in relazione a tutti gli altri. Le teorie elaborate dagli antropologici trovano però un senso compiuto solo in stretto collegamento con la pratica della ricerca antropologica. La professionalità stessa degli antropologi è inscindibile dalla ricerca vera e propria, quella che va sotto il nome di “ricerca sul campo” o “etnografia”.

L’etnografia e la raccolta dei “dati”: L’etnografia costituisce un elemento chiave della ricerca antropologica. Essa segna l’incontro con realtà culturali diverse da quelle dell’antropologo, e rappresenta lo studio di tali realtà mediante l’adozione di prospettive e tecniche particolari. Sul campo l’antropologo deve “raccogliere dati” utili alla conoscenza della cultura che vuole studiare. Questo compito si traduce da una parte nella raccolta di miti, storie, aneddoti, proverbi, norme e comportamenti degli individui e dall’altra nella raccolta di informazioni precise e dettagliate su riti, matrimoni e credenze, uso delle risorse,… Vivendo poi a stretto contatto con queste persone, l’antropologo riesce a cogliere gesti, sguardi, emozioni, idee ed opinioni che altrimenti non emergerebbero. La ricerca antropologica si avvale del metodo dell’intervista, della compilazione di tabelle e questionari, della campionatura di esemplari… Ciò che è peculiare del metodo antropologico è il fatto che gli antropologi trascorrono molto tempo con le persone sulle quali compiono ricerche, e soprattutto il modo in cui essi trascorrono questo tempo. L’antropologo deve condividere il più possibile il loro stile di vita, comunicare nella loro lingua, partecipare alle attività: questa condivisione di esperienze è stato chiamato dagli antropologi “osservazione partecipante”.

L’osservazione partecipante. Vivendo per periodi di tempo relativamente lunghi a contatto con i propri ospiti, l’antropologo entra pian piano nel loro mondo: soprattutto impara a vedere il mondo dal loro punto di vista, e, cosa non da poco, comincia a capire come i suoi ospiti vedono se stessi nel proprio mondo. Ciò non significa che esso si sia trasformato in un membro di quella società; anzi, nulla gli vieta di tanto in tanto di tornare mentalmente nel proprio mondo, cosa peraltro frequentissima quando si svolgono ricerche sul campo. E’ come un andare e venire da due mondi diversi, quello che l’antropologo studia e quello a lui familiare, ed è un processo essenziale nella ricerca antropologica perché permette di considerare con distacco ciò che pian piano si impara della cultura che si sta studiando. E’ in questa prospettiva che l’espressione “osservazione partecipante” acquista un senso compiuto: essa è qualcosa che consente di considerare con un certo distacco (osservazione) l’esperienza condivisa dall’antropologo con gli appartenenti a una cultura diversa dalla sua (partecipazione).

Centralità dell’etnografia per l’antropologia. Durante il lavoro sul campo l’antropologo e le persone con le quali egli interagisce entrano in una relazione assai più complessa di quanto potrebbe far pensare un’etnografia intesa come osservazione e registrazione di dati. L’elemento partecipativo, necessario per cogliere le idee e i modelli culturali che si vogliono analizzare, comporta una condivisione di esperienze e di situazioni culturali che non possono ridurre l’etnografia ad una semplice raccolta di dati. Già la sola operazione di scegliere alcuni dati e di scartarne altri, significa che l’antropologo li ha in un certo senso interpretati in base ad un’ipotesi o teoria che ha in mente. Per lungo tempo si è pensato che l’etnografia fosse un’insieme di tecniche più o meno attendibili ed efficaci per raccogliere dati che dovevano poi essere restituiti in forma di teoria con portata esplicativa e generalizzante. Intesa invece nella maniera in cui l’abbiamo intesa qui, l’etnografia è parte costitutiva ed organica dell’antropologia: non solo perché offre alla teoria materia di riflessione, ma anche perché dà forma allo stesso stile di ragionamento dell’antropologia. Possiamo dire che l’antropologia è un sapere “di frontiera” ovvero che sta sulla linea d’incontro fra tradizioni intellettuali e modi di pensare tra culture diverse. L’antropologia deve gettare un ponte fra queste culture. La ricerca etnografica comporta una serie di problemi etici e politici non trascurabili. L’antropologo rischia ad esempio di divulgare fatti relativi alla vita privata delle persone che lo hanno accolto come un ospite e talvolta come un amico o un confidente; spesso la sua presenza suscita tensioni e malumori nelle comunità che lo accolgono. A volte è considerato una spia del governo, a volte un sobillatore politico, un agente di qualche potenza straniera, a volte semplicemente un rompiscatole. La dimensione etnografica, in ogni caso, conferisce all’antropologia un sapere basato su esperienze dirette in contesti culturali diversi dal proprio.

 3)Gli assunti fondamentali del ragionamento antropologico

 “Pensare antropologicamente” è una prerogativa di chi possiede delle competenze che solo in parte possono essere acquisite al di fuori della tradizione degli studi antropologici. Tali competenze sono radicate anzitutto nell’esperienza etnografica, nella ricerca sul campo. Altre competenze sono invece acquisite mediante lo studio, la discussione e l’applicazione di ipotesi e teorie che, per quanto in contrasto tra loro o in competizione tra loro, fanno a capo a un certo numero di assunti fondamentali. Questi assunti caratterizzano lo stile di pensiero proprio dal momento che quest’ultima li condivide con altri saperi del genere umano come la filosofia, la psicologia e la sociologia. Ma altri sono invece specificamente antropologici.

 3.1 La prospettiva olistica

Abbiamo già visto quale sia l’importanza della dimensione solistica per la concezione che si ha della cultura e, al tempo stesso, della ricerca sul campo. Infatti quando gli antropologi studiano determinati fenomeni, come il sistema delle caste in India, non potranno fare a meno di considerare questo importante aspetto. La prospettiva solistica ha avuto importanti riflessi sullo stile di ricerca adottato dagli antropologi, perché per lungo tempo li ha indotti a privilegiare lo studio di comunità di piccole dimensioni, dove l’interconnessione tra i differenti aspetti della vita sociale e culturale può essere colta meglio che altrove.

 3.2 La problematica contestuale

E’ ormai un assunto ben consolidato tra gli antropologi che i dati individuati, selezionati e raccolti nel corso delle diverse ricerche etnografiche debbano essere considerati in relazione al loro contesto di provenienza. Ma non è sempre stato così; lo stile comparativo dei primi antropologi consisteva quasi sempre nel mettere a confronto fra loro fenomeni provenienti da luoghi e popoli lontani nel tempo e nello spazio, senza che ci si chiedesse quale senso essirivestissero nel contesto di provenienza. Non ci si chiedeva cioè quali relazioni quei fenomeni avessero con altri appartenenti al medesimo ambito. Fu solo con l’affermazione esplicita della prospettiva olistica per effetto dello sviluppo dell’etnografia che divenne chiaro come fosse arbitrario decontestualizzare i fenomeni a scopo comparativo. Se si adotta una prospettiva di tipo olistico le cose cambiano: il ricercatore è infatti obbligato a considerare ogni aspetto della cultura in relazione ad altri aspetti di quest’ultima, cioè a definire il contesto in cui si colloca. La ricostruzione del contesto consente di far emergere le  varie sfaccettature e i differenti significati che un dato fenomeno può assumere se osservato da punti di vista differenti: infatti in una cultura non tutti possiedono la stessa visione delle cose. Ciò che si è detto a proposito del carattere stratificato della cultura vale anche quando si tratta di studiarla e di descriverla. Il contesto dell’analisi culturale deve essere sempre definito in relazione ai soggetti di cui si vuole esporre il punto di vista. La prospettiva contestuale consente anche di collegarsi ad altri contesti e ad altri fenomeni in una catena pressoché infinita di interconnessioni, all’interno di una sola cultura o addirittura tra culture diverse.

3.3 Lo sguardo universalista e anti-etnocentrico

Fin dalle sue origini l’antropologia si è presentata come un sapere universalista, nel senso che considera tutte le forme di produzione culturale e di vita associata come degne di attenzione e utili alla conoscenza del genere umano nel suo complesso. Questa attenzione dell’antropologia si traduce in quella che potremmo chiamare “un’impresa etnografica generalizzata”, consistente nello studio sul campo, diretto e partecipativo, delle più disparate comunità. La vocazione universalista dell’antropologia discende dalle sue origini razionaliste e ha un evidente riscontro nel concetto stesso di cultura: questo concetto, infatti, oltre a designare le specificità (culturali) di diversi gruppi umani, fa riferimento, come si è detto, alla cultura come capacità universalmente umana di “pridurre cultura”. L’universalismo antropologico si oppone alle tendenze etnocentriche che si manifestano in tutte le culture. L’etnocentrismo, cioè la tendenza istintiva e irrazionale che consiste nel ritenere i propri comportamenti e i propri valori migliori di quelli degli altri, è un dato che accomuna senza distinzione tutti i popoli della Terra. L’anti-etnocentrismo dell’antropologia, cioè il suo universalismo, è tanto più importante in quanto le origini di questa disciplina affondano, come abbiamo già detto, in un contesto storico caratterizzato dalla progressiva dominazione dell’Occidente sui popoli della Terra. L’antropologia stessa non è libera dall’etnocentrismo, nel senso che spesso anche gli antropologi interpretano la vita degli altri popoli attraverso il filtro delle proprie categorie culturali. Tuttavia l’antropologia è anche un sapere che si è applicato in maniera sistematica alla revisione delle categorie che essa stessa impiega, e si sforza di produrre modelli di analisi e di interpretazione che siano in grado di rendere conto tanto dell’unità quanto della diversità dei fenomeni che essa studia.

 3.4 Lo stile comparativo

Quanto detto si raccorda con quello che è lo stile comparativo dell’antropologia. Ai suoi esordi l’antropologia si prefiggeva di giungere alla scoperta delle leggi che segnano la trasformazione della cultura e della società, dalle forme più semplici (o primitive) fino a quelle più complesse (o evolute). A tale scopo gli antropologi adottarono in maniera sistematica un procedimento caratteristico non solo di tutte le scienze, ma anche del senso comune: confrontare fenomeni diversi per ricavare delle costanti. All’inizio il loro modo di procedere era piuttosto semplice, per non dire approssimativo: sceglievano quegli elementi che sembravano corroborare le loro ipotesi o le loro teorie aprioristiche. Più che di un metodo comparativo si trattava di un metodo illustrativo di tesi la cui validità era data per scontata già in partenza. Questo programma comparativo basato sull’accostamento di somiglianze labili e superficiali è stato progressivamente abbandonato nel corso del XX° secolo: non però il metodo della comparazione, tanto che sono emersi due principali stili comparativi. Il primo si esercita su società e culture storicamente interrelate o geograficamente vicine. Consente un maggiore controllo delle variabili considerate rispetto a quello che si avrebbe confrontando comunità distanti nel tempo e nello spazio. Il vantaggio di questo metodo è la precisione descrittiva, il suo limite il non consentire grandi generalizzazioni. Il secondo stile comparativo considera invece società prive di legami storici reciproci e cerca, tramite l’accostamento di fenomeni simili per forma e struttura, di pervenire alla elaborazione di tipologie e conclusioni più ampie di quanto non faccia il primo stile comparativo. I limiti sono la mancanza di precisione analitica e il rischio, sempre presente, di generalizzazione indebite. Il suo vantaggio consiste nel fatto di offrire ampie e sintetiche visioni dei fenomeni considerati. Di fatto oggi gli antropologi tendono a procedere a gradini, ossia allargando progressivamente il raggio delle loro comparazione.

3.5 La vocazione dialogica e l’antropologia come traduzione

L’antropologia si fonda sulla pratica etnografica. Quest’ultima, a sua volta, consiste di esperienze di incontro con umanità, storie, memorie e identità assai diverse da quelle degli antropologi. Di conseguenza questi spesso devono prestare un’attenzione particolare al modo di esprimersi di coloro che di tali comunità fanno parte. Ciò implica chel’antropologia debba praticare, oltre che teorizzare, una cultura dell’ascolto. Un atteggiamento improntato all’ascolto dà innanzitutto rilievo al fatto che anche gli altri sono produttori di significati, di valori, tutti aspetti che non sarebbe possibile cogliere se gli antropologi non prestassero orecchio alle loro parole. Dal punto di vista epistemologico il carattere dialogico dell’antropologia è importante perché consente a due universi culturali più o meno distanti tra loro di trovare uno spazio di incontro comune. La ricerca di un punto di riferimento comune non si scontra solo con il problema costituito dalle diversità linguistiche, ma anche e soprattutto con il senso che le parole rivestono all’interno di codici comunicativi diversi. Ciò equivale a riconoscere che fare antropologia significa dedicarsi, in ultima analisi, ad un lavoro di traduzione: non solo un processo di tipo linguistico ma anche e soprattutto una traduzione concettuale. Sul piano etico, infine, l’atteggiamento improntato all’ascolto è di grande rilievo in quanto molte comunità del mondo contemporaneo non hanno la possibilità di far intendere la propria voce se non attraverso alcuni individui (tra cui gli antropologi) che, soggiornando con essi per periodi abbastanza lunghi, vengono a conoscenza dei loro problemi, delle loro frustrazioni e delle loro speranze.

3.6 L’inclinazione critica e l’approccio relativista

L’antropologia è nata in un contesto storico di dominio che tuttavia ha consentito, a coloro che la praticano, di entrare in una relazione di dialogo con le popolazioni delle terre controllate dalle potenze coloniali. Opponendosi intellettualmente alla pressione esercitata su queste popolazioni dai governi coloniali prima, e da quelli post-coloniali in seguito, l’antropologia ha esercitato una potente funzione critica nei confronti di quegli atteggiamenti di sopraffazione e di sottovalutazione delle culture più deboli messe in atto dai gruppi di interesse più disparati. L’antropologia non mira a preservare le culture in una astratta autenticità. Gli antropologi sanno bene che le culture cambiano, si modificano, si adattano e a volte scompaiono… La funzione critica dell’antropologia non si esaurisce infatti nella difesa delle culture più deboli, ma consiste nell’individuare le trasformazioni delle culture in contesti storici differenti che le hanno poste in contatto con le forze del colonialismo e che oggi le espongono a quelle della globalizzazione. Tale funzione critica riguarda quindi la stessa cultura di cui l’antropologia è espressione, e della quale rimette in discussione l’atteggiamento etnocentrico. L’antropologia è un sapere critico anche verso se stesso. Non solo per il costante processo di revisione dei propri concetti, ma anche per non cadere nella tentazione di idealizzare pratiche e valori dei popoli che studia. Con l’espressione relativismo culturale si indica quell’atteggiamento che consiste nel ritenere che comportamenti e valori, per poter essere compresi, debbano essere considerati all’interno del contesto complessivo entro cui prendono vita e forma. In accordo con il suo interessamento per le culture e le società, l’antropologia è “relativista” perché ritiene che le esperienze culturali “altre” non possono venire interpretate attraverso l’applicazione scontata e ingenua delle categorie della cultura dell’osservatore. Al contrario, per poter essere compresi, i comportamenti e i valori devono essere letti in una prospettiva olistica, cioè in connessione con tutti gli altri comportamenti e valori che tendono a conferire ad essi un senso. Gli antropologi sanno che l’analisi culturale deve cercare, nel contesto in cui si manifestano i fenomeni (azioni, pensieri, valori,…) il senso del loro esistere. Questo atteggiamento culturale si è spesso coniugato con la volontà di mostrare come possano esistere forme di vita culturale che, pur diverse da quelle occidentali, sono nondimeno dotate di senso. Ciò ha spinto molti antropologi a spiegare in maniera scientifica pratiche e idee che noi consideriamo condannabili: infanticidio, mutilazioni corporali, incesto rituale,… Questo atteggiamento ha indotto alcuni a credere che gli antropologi siano persone disposte a giustificare qualsiasi cosa accada nelle culture diverse dalla propria, al punto che all’interno della stessa antropologia si sono levate aspre critiche all’atteggiamento relativista. Il relativismo culturale non deve essere inteso come mezzo di giustificazione di qualsiasi comportamento; esso, se correttamente inteso, è un atteggiamento intellettuale che mira a comprendere (non giustificare), a collocare il senso delle cose al posto giusto, nel loro contesto.

 3.7 L’impianto pluriparadigmatico

Le scienze funzionano per paradigmi. Paradigma significa “idea”, “modello”, il quale ci serve per effettuare confronti e per poter ragionare e agire secondo procedure stabilite dal paradigma medesimo. Gli stessi modelli culturali potrebbero essere considerati dei paradigmi. I paradigmi scientifici sono gli assunti di riferimento in base ai quali gli scienziati fanno ricerca: quanfo un paradigma non spiega più i dati che emergono dalla ricerca, viene sostituito da un altro che è in grado di far procedere la scienza. Anche le scienze umane hanno i loro paradigmi ma i rapporti tra un paradigma e l’altro sono di tipo un po’ diverso rispetto a quelli delle “scienze dure”. In antropologia vari paradigmi si sono succeduti nel corso degli ultimi 150 anni: evoluzionismo, storicismo, funzionalismo… In antropologia però più paradigmi possono costituire contemporaneamente i punti di riferimento per gli studiosi di questa disciplina. Talvolta paradigmi precedentemente abbandonati riaffiorano a distanza di un po’ di tempo. La situazione pluriparadigmatica dell’antropologia è una conseguenza del fatto che si tratta di un sapere radicato nell’esperienza etnografica.

3.8 Il risvolto applicativo

Sin dagli inizi l’antropologia si presentò come un sapere con risvolti applicativi. Alla fine del ‘700 si riteneva che avrebbe potuto contribuire ad una società migliore. Nella seconda metà dell’800 fu vista come uno strumento per “riformare” la società, eliminando pregiudizio, superstizione e ignoranza. Allo stesso tempo i governi europei vi videro uno strumento per conoscere meglio i popoli delle colonie (e quindi controllarli). Gran Bretagna e Francia furono maestre in questo, mentre negli Usa gli studi si concentrarono per lo più sugli Indiani delle riserve. Tra fine ‘800 e primi del ‘900 furono finanziate dalle amministrazioni coloniali e dai governi molte importanti ricerche sui popoli dell’Africa, dell’Asia, dell’America Meridionale e dell’Oceania. Gli antropologi collaborarono con le amministrazioni coloniali non tanto appoggiandole direttamente, quanto piuttosto traendo vantaggio dalle occasioni di ricerca che queste offrivano loro. Verso la metà del ‘900 l’antropologia ha vissuto poi una lunga stagione di dibattiti interni, tesi a stabilire quanta parte avesse avuto nell’impresa coloniale. Dalla seconda metà del ‘900 in poi gli antropologi sono stati spesso impegnati in progetti si sviluppo di varia natura: economici, educativi, sanitari. In alcuni paesi, come Usa, Francia e Gran Bretagna, gli antropologi lavorano ormai da tempo in strutture e servizi, prestando la loro opera di consulenza tra gli immigrati in materia sanitaria e giuridica. Nonostante questi apporti pratici e applicativi, l’antropologia culturale resta un sapere accademico-scientifico, non una tecnica o una scienza le cui scoperte possano essere immediatamente tradotte in azione. L’antropologia, in quanto studio del genere umano, non pretende di insegnare come comportarsi. Un dovere degli antropologi è quello di far sì che le conoscenze da loro stessi elavorate non vengano usate per dominare, opprimere, discriminare.

 3.9 La condizione riflessiva e il decentramento dello sguardo

Negli ultimi anni è venuta diffondendosi tra gli antropologi l’idea che la loro disciplina sia di natura riflessiva. Ciò significa che l’incontro con soggetti appartenenti a culture diverse dalla propria consente agli antropologi di esplorare la propria soggettività e la propria cultura. Le esperienze “altre” si riflettono sull’esperienza dell’antropologo che può, in questo modo, cogliere meglio il senso delle vite altrui. L’antropologia applica metodicamente la dimensione riflessiva ma non per fare dell’incontro con le altre culture un’esperienza soggettiva, bensì produttiva sul piano della conoscenza e che sia messa a disposizione di un vasto pubblico. La dimensione riflessiva è infatti centrale per l’antropologia non solo in quanto consente di cogliere meglio il punto di vista degli altri. Inoltre solo così possiamo capire meglio noi stessi. E’ osservando le caratteristichepositive delle altre culture che noi possiamo apprezzare le caratteristiche positive delle altre culture che noi possiamo apprezzare le caratteristiche positive della nostra, così come è attraverso la conoscenza dei limiti delle altre culture che possiamo meglio abituarci a prendere coscienza dei limiti della nostra. Per ottenere questo risultato dobbiamo insomma “decentrare” il nostro sguardo, cercare di osservare noi stessi attraverso lo sguardo degli altri. Vedere se stessi attraverso gli altri è un insegnamento basilare dell’antropologia.

 

CAPITOLO 2: UNITA’ E DIVERSITA’ NEL GENERE UMANO

 

 

1)      “Razze”, geni, lingue e culture

 

1.1  Apparentemente diverso ma del tutto simili

 

Nonostante l’intensità crescente dei contatti e degli scambi tra le popolazioni del pianeta, e nonostante le migrazioni e le mescolanze tra individui, non può non colpire la grande varietà che caratterizza l’umanità attuale. Tale varietà si manifesta a più livelli. Da un punto di vista fisico gli esseri umanisi differenziano per la statura, il colore della pelle e degli occhi…  A livello linguistico la varietà si esprime in almeno 5000 lingue oggi parlate nel mondo e in un numero infinitamente superiore di idiomi locali conosciuti come “dialetti”. Sul piano culturale infine, esiste grande varietà di comportamenti e idee. A fronte di questa grande varietà nel genere umano possiamo constatare però elementi di forte unità. Nella seconda metà dell’800 gli antropologi dimostrarono che gli esseri umani sono tali proprio perché sono tutti produttori di cultura. Per lungo tempo l’aspetto degli esseri umani ha costituito il principale fattore di riconoscimento della differenza. In effetti l’aspetto fisico è ciò che colpisce più d’ogni altra cosa, assieme ai suoni di una lingua sconosciuta. In varie epoche storiche le differenze fisiche sono state di supporto a ideologie e pratiche di discriminazione. Il colore della pelle ha costituito un marcatore di diversità da cui vengono fatte talvolta dipendere erroneamente le differenze culturali. Il razzismo ha infatti preteso di stabilire un nesso causale tra aspetto fisico e cultura, e di giustificare, sulla base delle differenze somatiche, la dominazione di alcuni gruppi su altri: ad una supposta superiorità sul piano fisico doveva necessariamente seguire una superiorità sul piano culturale. Questo ed altri ragionamenti analoghi presero particolarmente piede nell’Europa dell’800, un’epoca in cui molti paesi si lanciarono nell’impresa coloniale e nella quale le frange nazionaliste più aggressive sostenevano anche l’esistenza di una gerarchia di “purezza” tra le stesse popolazioni europee. Le ideologie della superiorità (bianchi su neri, europei su africani ed asiatici,…) posero le basi concettuali, ideologiche e giustificative di tutti i massacri e di tutte le persecuzioni razziali che insanguinarono il nostro continente nel primo ‘900. Il razzismo ruota intorno alla nozione di “razza”. Gli studiosi tuttavia hanno dimostrato che non si può parlare di razze umane perché non esiste alcun criterio per individuarle che possa ritenersi scientificamente fondato. Ciò dipende dal fatto che i criteri utilizzati sono estremamente soggettivi. La “razza” è infatti innanzitutto una costruzione culturale. Ciò è evidente ad esempio negli Usa, dove i gruppi razziali sono ufficialmente riconosciuti: bianchi, neri, indiani,… In questo paese un individuo non è “classificato” sulla base del suo aspetto, ma in relazione ai suoi ascendenti. In Brasile vale il contrario: un individuo appartiene ad un “tipo” sulla base del suo aspetto. Non è possibile tracciare distinzioni nette tra gruppi umani basandosi sulle caratteristiche somatiche degli individui. Se infatti potessimo osservare in un sol colpo tutti i tipi umani presenti sul globo, ci accorgeremmo che da nord a sud e da est a ovest tali caratteristiche cambiano gradualmente sfumando le une nelle altre. La cosa più corretta che si possa dire a proposito della nozione di “razza” è che tale nozione, oltre a costituire un prodotto nel senso comune, rappresenta un veicolo di stereotipi diffusi e persistenti in base ai quali lo stesso senso comune opera distinzioni che sono quasi sempre connesse a pregiudizi, xenofobia,… In realtà quelle che sembrano essere le differenze più appariscenti tra i diversi soggetti umani sono, paradossalmente, proprio quelle più superficiali. Le ricerche scientifiche confermano infatti che le differenze somatiche tra gli esseri umani, anche quelle più evidenti, sono differenze superficiali e relativamente recenti nella storia della nostra specie. E’ intorno ai 50.000 anni fa che gli esseri umani “moderni” cominciarono a differenziarsi somaticamente, in seguito al processo migratorio e di dispersione della specie. La seconda conferma che emerge dalle ricerche dei genetisti è che gli esseri umani possiedono un corredo genetico (DNA) del tutto simile. A tal proposito sembra che quanto più tempo è trascorso dalla separazione di due popolazioni, tanto più grande è la distanza genetica tra di esse. La distanza genetica tra due popolazioni potrebbe diventare così una specie di strumento con cui ricostruire il processo e i tempi di allontanamento dei gruppi umani nel corso della colonizzazione del pianeta. E’ però importante osservare a tale riguardo che se la distanza genetica tra le popolazioni è frutto di migrazioni, queste traggono a loro volte origine da fattori ambientali e/o culturali. Se le migrazioni portarono all’allontanamento e quindi all’isolamento parziale dei gruppi umani, con la loro conseguente distanziazione sul piano genetico, si deve riconoscere che quest’ultima deve essere considerata come l’effetto di spinte culturali più che biologiche.

 

1.2  Popolazioni genetiche e famiglie linguistiche

 

Come spesso accade nel campo della ricerca scientifica, vi sono teorie che sembrano trovare conferma nelle scoperte di un’altra. Questo è il caso delle teorie dei genetisti sulla distribuzione dei geni umani, le quali sembrano ricevere una conferma dagli studi sulla classificazione delle “famiglie linguistiche”. L’idea di famiglia linguistica risale alla seconda metà del XVIII° secolo quando W.Jones notò notevoli somiglianze tra il sanscrito, il latino, il greco, il celtico e il gotico. Questo gruppo di lingue non più parlate ma ricostruibili a partire da testi scritti o da frammenti, divenne nota come la famiglia indoeuropea. Per molto tempo si ritenne che questa “familiarità” fosse esclusiva delle lingue studiate da Jones e di quelle da esse derivate. Con il progredire degli studi, invece, alcuni linguisti e e glottologi cominciarono a intravedere somiglianze ed affinità tra altri gruppi di lingue, come quelle semito-camitiche e quelle uraliche. Alcuni studiosi arrivarono addirittura ad ipotizzare, sulla base di alcune ricorrenze fonetiche e morfologiche, che tutte le lingue estinte e parlate fossero riconducibili a più grandi “superfamiglie”, le quali sarebbero derivate da una comune origine. Tra i primi ad avanzare questa ipotesi vi fu il glottologo bolognese A.Trombetti, il quale riteneva che il genere umano fosse una specie comparsa in un determinato punto della Terra. Le sue teorie non ricevettero al tempo molta attenzione tuttavia di recente sono state riprese con vigore da un gruppo di studiosi, i quali sono stati in grado di elaborare una visione del “mosaico linguistico” planetario come riconducibile a famiglie e superfamiglie a loro volta derivate da un ipotetico ceppo comune. Queste posizioni sono state definite “unitariste”. Coloro che le condividono ritengono di aver individuato famiglie e superfamiglie di lingue africane, asiatiche, maleo-polinesiane e amerindiane, a loro volta distinguibili in sotto-famiglie. Il punto notevole della questione è che le ricostruzioni operate dai ricercatori unitaristi sulla distanza e sul processo di differenziazione delle lingue sembra corrispondere largamente a quello di distanziazione delle popolazioni genetiche a cui appartengono i soggetti che parlano quegli idiomi. Non tutti i linguisti sono però oggi d’accordo con questa visione unitarista, ed esprimono seri dubbi che si possano determinare l’esistenza di una proto-lingua da cui esse sarebbero derivate. La presenza di una lingua può infatti essere il frutto di almeno quattro processi:

  • L’occupazione iniziale di una regione disabitata (colonizzazione Polinesia da parte di popolazione del Sud-Est Asiatico)
  • La divergenza (conseguenza di diversi fattori come migrazioni, conflitti, deriva linguistica)
  • La convergenza (prestito linguistico o idiomi che sorgono dopo un rapido ed intenso contatto culturale)
  • La sostituzione di una lingua che, per una qualche ragione, è rimpiazzata in tempi più o meni brevi da una lingua proveniente dall’esterno (imposizione di una lingua da parte di un’èlite politico-militare, a cui ci si conforma per praticità e convenienza)

 

1.3  Geni, lingue e culture

 

Abbiamo precedentemente osservato che le migrazioni devono essere considerate in molti casi come l’effetto di spinte culturali; sono queste ultime le vere responsabili della distanziazione genetica. In verità il corredo genetico degli individui varia anche in conseguenza di altri fattori, casuali (deriva genica) e adattativi (selezione naturale), i quali agiscono su periodi temporali molto più lunghi. Un’efficace illustrazione di come fattori culturali, migrazioni e costituzione di popolazioni geneticamente individuabili possano essere tra loro interconnessi è quella derivante dalla diffusione dell’agricoltura in diverse parti del pianeta a partire dalla rivoluzione agricola dell’VIII° millennio a.C. Secondo gli studiosi la diffusione di alcune famiglie linguistiche particolarmente numerose, tra cui quella indo-europea, fu una conseguenza della diffusione dell’agricoltura ad opera di alcuni gruppi. L’adozione dell’agricoltura in diverse aree del pianeta e in tempi differenti si tradusse in un incremento della popolazione. A tale incremento demografico seguì da un lato un’espansione territoriale che portò in aree sempre più vaste alla sostituzione della caccia-raccolta con l’agricoltura; dall’altro la lingua degli agricoltori andò diversificandosi in seguito all’incontro con gli idiomi delle popolazioni preesistenti. Tutte queste lingue verrebbero a formare quella che viene chiamata una famiglia linguistica. Contemporaneamente a tutto ciò, alcune caratteristiche genetiche dei popoli agricoltori in espansione demografica sarebbero diventate maggioritarie rispetto a quelle delle popolazioni locali, per cui in molti casi sembra possibile avere la sovrapposizione di tre processi: diffusione dell’agricoltura, formazione di famiglie linguistiche, presenza di popolazioni geneticamente omogenee. La distanza genetica tra le popolazioni, e la sua larga corrispondenza con la distanza tra famiglie linguistiche, non trova però alcun corrispettivo nelle differenze culturali che le popolazioni presentano. Alla distanza genetica (e linguistica) non corrisponde cioè una distanza culturale commensurabile. Questo perché i tratti culturali non linguistici non sono stabili, isolati e databili come quelli genetici, fonetici e grammaticali. Un buon esempio di ciò può essere quello offertoci dai Baschi: sembra siano i discendenti di popolazioni pre-indoeuropee. Geneticamente i Baschi mostrano una certa somiglianza genetica con i Sardi ma soprattutto con alcune popolazione dell’area del Caucaso. La lingua parlata dai Baschi, pur non rientrando in alcuna famiglia linguistica, mostra qualche affinità con alcune lingue dell’area del Caucaso. Nonostante queste affinità genetiche e linguistiche tra Baschi e Caucasici, non esiste un qualche elemento culturale comune a entrambe le popolazioni che sia individuabile con altrettanta sicurezza dei dati genetici e linguistici da esse condivisi. Infatti non pare non esistere alcun elemento o modello culturale comune a entrambe che possa essere fatto risalire alla stessa epoca in cui presumibilmente le due popolazioni si staccarono geneticamente e linguisticamente dal resto delle popolazioni dell’Europa. Geni e lingue cambiano anch’essi, ma ad una velocità infinitamente minore rispetto a quella con cui mutano comportamenti, usanze e modelli culturali.

 

1.4  Le aree culturali

 

Il grande sviluppo delle ricerche etnografiche nel corso del ‘900 ha indotto gli antropologi a sistematizzare le conoscenze acquisite secondo il criterio delle aree culturali. Un’area culturale è una regione geografica al cui interno sembra plausibile comprendere una serie di elementi sociali, culturali, linguistici, relativamente simili. La suddivisione del mondo per aree culturali deve essere considerata come puramente indicativa delle maggiori differenze socio-culturali riscontrate dall’antropologia nel periodo aureo dell’etnografia. Tale suddivisione risale infatti all’epoca delle scoperte etnografiche, quando i ricercatori erano davvero in grado di segnalare popoli, culture, società, lingue, istituzioni, riti e credenze, precedentemente poco conosciute o del tutto ignote in Occidente. Tuttavia, qualunque pretesa di considerare le aree culturali come nettamente definite e comprensive di elementi del tutto omogenei rischia di essere fortemente penalizzante dal punto di vista metodologico. Il rischio di prendere troppo sul serio la ripartizione del mondo in aree culturali è quello di “essenzializzare” tali aree e le società che ne fanno parte. Molto spesso infatti le aree culturali vengono caratterizzate per gli elementi particolarmente rilevanti di alcune società e culture studiate in maniera approfondita dagli antropologi, elementi che vengono poi considerati tipici dell’intera area. La scelta du uno o più elementi socio-culturali come rappresentativi delle società comprese in determinate aree, ha finito quasi sempre con il creare una distinzione tra società e culture più rappresentative e meno rappresentative delle aree in questione. Si corre il rischio di presentare le società più rappresentative di una certa area culturale come se si trattasse di società statiche, al di fuori della storia e sottratte a qualunque processo di trasformazione. Il fatto di privilegiare certi elementi culturali e certe società comporta la messa in ombra di tanti altri elementi e di tante altre realtà sociali.

 

2)      Forme storiche di adattamento – Le società “acquisitive”

 

2.1 Homo sapiens sapiens, il colonizzatore

 

Nel corso degli ultimi 50.000 anni l’uomo “anatomicamente moderno” (Homo sapiens sapiens) è andato diversificandosi non solo sul piano somatico, linguistico e culturale, ma anche dal punto di vista delle forme di adattamento all’ambiente. Durante la colonizzazione del pianeta l’umanità ha infatti occupato aree diversissime come le fasce temperate dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa; quelle fredde dell’area circumpolare (Siberia, Alaska e Groenlandia); la regione calda e umida delle zone tropicali Africane, asiatiche e centro-sudamericane; e ancora le praterie nordamericane, foreste come l’Amazzonia, i deserti mediorientali ed australiani, le isole vulcaniche del Pacifico… Durante questi 50 mila anni la specie umana ha dovuto pertanto elaborare strategie di adattamento altamente diversificate. Ogni gruppo umano ha dovuto adattarsi ad un ambiente particolare, costruire utensili per sfruttare il diverso ambiente circostante, inventare metodi diversi per ripararsi dal caldo o dal freddo. Queste forme di adattamento, così come le possiamo osservare oggi, sono il risultato di un processo lungo quanto la storia dell’uomo anatomicamente moderno, che ha al suo centro il lavoro umano. Per circa 4/5 di questa sua lunga storia, l’Homo sapiens sapiens ha fondato il proprio adattamento su un’unica opzione: la caccia-raccolta e la pesca con strumenti tecnologicamente semplici. Le società di questo periodo (e dei precedenti) sono state definite “acquisitive”. E’ un’espressione con la quale si è voluto tradurre il termine inglese “forager” intraducibile in italiano, ma che comunque rimanda all’idea di “ricerca de cibo”. E’ infatti solo nell’ultima parte della storia umana che il genere umano ha compiuto “la rivoluzione agricola”: essa risale a 10 mila anni fa ed ha portato con sé altre e altrettanto importanti modificazioni nella vita del genere umano: la comparsa delle società stratificate, la formazione delle città, la nascita delle religioni statuali nonché di elaborate forme di divisione del lavoro, la centralizzazione politica e la scrittura. Si è imposta nel giro di pochi millenni in quasi tutto il pianeta e fu accompagnata da uno straordinario incremento demografico e da una diversa forma di adattamento all’ambiente con la quale sarebberimasta in simbiosi per lungo tempo: la pastorizia nomade. Con la rivoluzione industriale prodottasi in Europa alla fine del XVIII° secolo l’umanità ha conosciuto un’accelerazione precedentemente impensabile nel campo della produzione e dell’innovazione tecnologica. Fino a quella data, infatti, l’umanità rimase per millenni legata a modelli di esistenza sociale basati sulle forme storiche di adattamento sviluppate nei 40 mila anni precedenti: la caccia-raccolta, l’agricoltura e la pastorizia nomade.

 

2.2 I cacciatori-raccoglitori: passato e presente

 

Parlare oggi di popoli cacciatori-raccoglitori significa per la maggioranza di noi evocare scenari primordiali, fome elementari di vita sociale e modi assai semplici di sfruttamento delle risorse elementari. Ed in effetti parlare di questi popoli significa rinviare alle nostre idee di origine sociale e produrre una rappresentazione del nostro remoto passato. Attualmente rappresentano lo 0.0004% dei circa 6 miliardi e mezzo di abitanti sulla Terra, numericamente si parla di 40 mila unità: ma alle soglie della rivoluzione agricola essi costituivano la totalità della popolazione mondiale. Alla vigilia della scoperta dell’America, su 350 milioni di abitanti sulla Terra essi erano già intorno all’1%. Nel 1970, su 3 miliardi rappresentavano lo 0,001%. E’ evidente pertanto che la caccia-raccolta ha conosciuto una progressiva e radicale ritrazione di fronte all’incontenibile avanzata di altre forme storiche di adattamento, in primo luogo l’agricoltura. Quella dei popoli cacciatori-raccoglitori è una categoria estremamente ampia. Al suo interno vengono fatti rientrare tanto i cacciatori-raccoglitori dell’Europa preistorica, quanto gli attuali pigmei BaTwa e BaMbuti della foresta equatoriale camerunese e congolese, i boscimani !Kung San della Namibia o gli Hadza della Tanzania. Lo stesso vale per gli Aborigeni australiani, popoli dell’area circumpolare, del Sud-Est Asiatico e dell’India. Nonostante vengano classificati all’interno di una stessa categoria, questi popoli mostrano spesso differenze notevoli. Molti di questi popoli ad esempio cacciavano grandi prede, come gli abitanti dell’Europa preistorica. La caccia forniva a queste popolazioni la maggior parte del cibo, e dagli animali traevano gran parte del materiale per la fabbricazione di vesti, utensili, armi, ripari e suppellettili varie. I cacciatori-raccoglitori attuali invece catturano per lo più piccole prede che non offrono loro un supporto alimentare paragonabile a quello degli animali cacciati nella preistoria, e nemmeno prodotti derivati. I popoli cacciatori-raccoglitori attuali ricavano oltre il 70% dei prodotti alimentari dalla raccolta di frutti selvatici, tuberi, radici, miele, pesci… Molte differenze vi sono anche dal punto di vista dell’organizzazione sociale. A differenza dei cacciatori-raccoglitori attuali, i popoli della preistoria erano piuttosto stanziali e formavano gruppi di varie centinaia di individui. I cacciatori-raccoglitori attuali sono invece assai mobili e vivono in gruppi di 20-30 individui al massimo. Altri gruppi, di cui abbiamo testimonianze, addirittura vivevano in villaggi permanenti ed avevano un’organizzazione sociale molto differenziata

 

2.3 Caratteristiche delle società acquisitive

 

La caccia-raccolta si basa su tecniche di sfruttamento delle risorse naturali finalizzate all’acquisizione di risorse spontanee, di natura animale e vegetale. Caratteristica di questa forma storica di adattamento è che essa non implica alcuna forma di intervento sulla natura che possa determinare un cambiamento della stessa natura. Gli esseri umani prendono ciò che la natura offre. Nelle società acquisitive il lavoro umano si presenta come un’attività a rendimento immediato. Per molti antropologi il carattere “spontaneo” delle risorse su cui si basano le società acquisitive avrebbe ripercussioni importanti sull’organizzazione sociale di queste popolazioni. I sostenitori di questa tesi hanno usato come esempio alcune società di caccia-raccolta attuali, di piccolissime dimensioni, altamente mobili, e fortemente ugualitarie, cercando di dimostrare come tutte queste caratteristiche siano connesse con la natura stessa di questo sfruttamento delle risorse naturali. Questi antropologi concordano innanzitutto nel ritenere che la dispersione delle risorse che si registra nei territori di questi gruppi imponga un’alta mobilità degli esseri umani: la natura non avrebbe il tempo di riprodurre le proprie risorse tanto velocemente da sostenere una popolazione stanziale e numerosa. La mobilità favorirebbe la formazione di gruppi numericamente ridotti, denominati “bande”. La mobilità si risolverebbe soprattutto nell’impossibilità, per i membri di queste bande, di accumulare risorse utilizzabili in altri momenti. La mancanza di “riserve” obbligherebbe quindi i cacciatori-raccoglitori ad una continua ricerca di cibo e sarebbe soprattutto all’origine dell’impossibilità, di qualunque persona, di appropriarsene a scapito di altri. Ciò spiegherebbe il fondamentale egualitarismo delle società acquisitive, la cui sopravvivenza è resa soprattutto possibile da un forte sentimento di cooperazione tra i loro membri. Anche i rapporti tra i sessi sono assai più paritari qui che presso altri popoli. La divisione del lavoro pressoché non esiste e le donne, nomadi come gli uomini, non vengono confinate alla sfera domestica. Ciò non vuol dire che le società di caccia-raccolta, e quelle acquisitive in generale, siano prive di differenze interne. Anche in esse infatti esistono individui più autorevoli di altri per avvedutezza e visione dei problemi o più abili di altri; o maggiormente ispirati e capaci di entrare in contatto congli “spiriti” della natura. Le condizioni generali di vita di questi gruppi fanno sì che le differenze tra gli individui nell’abilità del cacciare, nel valutare i problemi, nel comunicare con gli spiriti, non siano stabili né trasmissibili da una generazione all’altra. Non si ha cioè la formazione di gruppi socialmente differenziati. Infatti le bande studiate dagli antropologi presentano una notevole discontinuità nella composizione. Gli individui cambiano spesso gruppo, mentre le coppie si trasferiscono con la loro prole presso bande diverse da quelle d’origine. In antropologia viene chiamato “flusso” questo complesso di movimenti che rende difficile concepire la banda come un’unità stabile dal punto di vista territoriale e sociale. Ci sono casi però in cui differenziazione sociale e stanzialità possono di fatto esistere anche presso i cacciatori-raccoglitori, per cui diventa problematico stabilire delle relazioni dirette tra forma di adattamento e organizzazione sociale. Quanto ai cacciatori-raccoglitori della preistoria europea, sembra vivessero, almeno in un certo periodo, in aree talmente ricche di selvaggina da rendere superflui gli spostamenti. Anche loro avevano insediamenti fortemente stanziali e forme si stratificazione della società.

 

2.4 Le società “acquisitive” oggi: residui del passato o casi di marginalità moderna?

 

Le differenze inerenti alle società “acquisitive” rendono assai problematico il tentativo di legere nelle società acquisitive contemporanee le eredi di quelle preistoriche. Non c’è dubbio che alcuni aspetti di queste società possano illuminarci sullo stile di vita dei nostri antenati, ma sarebbe fuorviante ritenere che i cacciatori-raccoglitori di oggi siano dei semplici “relitti del passato”. Le ragioni di questa impossibile omologazione dei cacciatori-raccoglitori odierni a quelli della preistoria riguardano soprattutto il fatto che, a differenza di questi ultimi, i primi mantengono rapporti di vario genere con le società agricole, pastorali e soprattutto con le amministrazioni degli stati centralizzati. Ritenere che i cacciatori-raccoglitori vivano nell’isolamento rispetto ad altre forme di organizzazione sociale, politica ed economica sarebbe un errore, soprattutto oggi che la pervasività delle amministrazioni statali e dei mercati si fa sempre più massiccia. Dal momento in cui comparvero le prime società agricole e i primi stati in Medio-Oriente, Asia, Europa, Africa ed Americhe, i popoli cacciatori-raccoglitori cominciarono ad instaurare con l’esterno relazioni spesso significative. Alcuni autori ritengono che i cacciatori-raccoglitori di oggi non potrebbero sopravvivere senza interagire con società fondate su altre forma di adattamento. L’economia “multipolare” tipica di tutte le società acquisitive attuali rende ovviamente problematico dire chi siano i veri cacciatori-raccoglitori.

 

3)      Forme storiche di adattamento – Coltivatori e pastori

 

3.1 Orticoltori e contadini

 

Le società acquisitive hanno dunque costituito la forma di adattamento dominante per gran parte della storia umana. Che esse abbiano dovuto cedere il passo ad altre forme di adattamento dipende dal fatto che il domesticamento delle piante e degli animali aprì scenari alimentari, demografici e politici dirompenti per quel tipo di società. Proprio con il domesticamento di piante e animali gli esseri umani operarono le prime vere modifiche sui processi di crescita e riproduzione degli organismi naturali. Selezionando specie vegetali e animali con caratteristiche particolarmente vantaggiose sul piano alimentare, il genere umano modificò il quadro generale delle condizioni di vita, ma ciò non sarebbe stato possibile senza un’attenta valutazione delle piante e degli animali, nonché dei propri cicli riproduttivi. Per molti millenni, fino in pratica al 1950, oltre i 2/3 della popolazione mondiale era costituita da orticoltori ed agricoltori. Benché essi rappresentino un “salto” nel processo di adattamento umano, riguardano sia le modalità produttive sia le forme di organizzazione del lavoro sociale a cui rispettivamente orticoltura ed agricoltura danno vita. Queste pratiche si fondano sullo sfruttamento di piante addomesticate e implicano centrambe un investimento lavorativo nel processo di produzione. Diversamente dalle forme di adattamento messe in atto dalle società acquisitive, che si fondano sullo sfruttamento di risorse naturali spontanee per cui il lavoro umano è un’attività a rendimento “immediato”, nelle società di coltivatori e in quelle pastorali, il lavoro costituisce un’attività a rendimento “differito”. In quanto forme di adattamento, orticoltura e agricoltura devono essero però distinte per la diversa complessità delle operazioni finalizzate alla produzione. Popoli che fondano la propria sussistenza sull’orticoltura sono distribuiti un po’ ovunque nella fascia tropicale, specialmente nell’Africa subsahariana e nell’America meridionale. Se l’orticoltura implica solo l’impianto nel terreno di talee provenienti da alberi adulti le quali danno vita ad altri alberi produttori di frutti senza altro intervento che la preparazione del terreno adatto allo scopo mediante disboscamento o incendio, l’agricoltura invece implica operazioni e una strumentazione maggiormente complesse, perché si fonda soprattutto sulla coltivazione di legumi, cereali, alberi da frutto, i quali necessitano di un terreno preparato adeguatamente (aratura, semina), di cure continue (irrigazione), e poi, stagionalmente, raccolta, battitura, spelatura, spremitura,… Trattandosi di piante con tempi abbastanza lunghi di crescita e di fruttificazione, gli agricoltori devono accumulare risorse per i periodi in cui le colture sono improduttive e per poter poi ricominciare il ciclo produttivo. Secondo alcuni antropologi le società che fondano la propria sussistenza sull’agricoltura contengono in sé le premesse per la comparsa dell’autorità politica e della stratificazione sociale. Il ciclo agricolo implicherebbe infatti forme di gestione delle risorse accumulate in vista dei periodi improduttivi e del nuovo ciclo agricolo, un fenomeno che nelle società di caccia-raccolta normalmente non si verifica. Le società che praticano l’orticoltura come principale forma di produzione del cibo avrebbero invece forme di organizzazione sociale più ugualitarie. Le società fondate sull’agricoltura sono talvolta conosciute come “società contadine”. Di solito si preferisce definire “contadine” quelle comunità di agricoltori che fanno parte di società più ampie, comprendenti insediamenti urbani e politicamente centralizzate, da cui si distinguono per il fatto di risiedere nelle campagne, ossia nel contado. La rivoluzione urbana e la nascita degli Stati non avrebbero potuto verificarsi senza l’esistenza di queste comunità. Spesso esse sono diventate il principale oggetto di sfruttamento politico dell’elite installate nei centri urbani. Il rapporto tra mondo contadino, fonte di produzione, e quello urbano, sede del potere politico, amministrativo e militare, è stato storicamente complesso, problematico e talvolta conflittuale. A partire dall’800 il mondo contadino europeo ha costantemente rifornito la società urbana di forza-lavoro da impiegare nell’industria. Oggi l’agricoltura, grazie all’introduzione di nuove tecniche, viene detta “agricoltura industriale”, con molta tecnologia e pochi lavoranti. Ma purtroppo ciò è relativo solo ad Europa e Nord-America; nei restanti 4/5 del mondo, l’agricoltura è sempre basata su tecniche tradizionali, sempre meno capaci di sostenere il costante incremento demografico (Asia, Africa e CentroSud-America). Questo deficit produttivo porta come primo effetto un inurbamento della popolazione, che però non è funzionale allo sviluppo industriale. Ciò ha creato in molti paesi di Asia, Africa e Centro Sud-America, enormi masse prive di lavoro, che vivono al di sotto della soglia di povertà, senza istruzione e assistenza sanitaria, con una bassa aspettativa di vita.

 

3.2 Popoli pastori e comunità “peripatetiche”

 

La pastorizia è una forma di adattamento che, come l’agricoltura, segna il passaggio da un’economia di caccia-raccolta a un’economia di produzione vera e propria. Infatti, anche in questo caso, le risorse utili all’uomo hanno bisogno, per potersi riprodurre, del lavoro umano. Considerate dai primi teorici dell’evoluzione sociale come uno “stadio” dell’evoluzione economica posteriore alla caccia ma anteriore all’agricoltura, la pastorizia e la coltivazione sembrano piuttosto essersi sviluppate contemporaneamente. Pare che il domesticamento delle piante sia andato di pari passo con quello di certi animali. In alcuni casi la pastorizia risulta essere addirittura posteriore all’agricoltura. La pastorizia si distingue dall’allevamento in senso stretto. Quest’ultimo può riguardare animali di vario tipo, ma stanziali (suini, volatili, ovini, bovini) e allevati con foraggi provenienti dalle coltivazioni, e pertanto presenti nell’economia delle comunità contadine. La pastorizia in senso stretto implica invece che gli animali vengano nutriti con il pascolo naturale, senza che gli uomini li riforniscano di biade e foraggi; si riferisce dunque a dromedari, cammelli, pecore, capre, cavalli ma anche bovini. La pastorizia nacque in Medio Oriente all’epoca della rivoluzione agricola. Popoli pastori sono presenti in quasi tutta l’Asia e in Africa e, in passato, in Europa. Scarse sono le tracce della pastorizia nelle Americhe. La pastorizia riveste molte forme. In Africa centro-orientale vi sono popolazioni che associano l’allevamento di dromedari e di bovini alla coltivazione di cereali, come il miglio e il sorgo anche se la pastorizia di questi animali riveste un’importanza economica e sociale di gran lunga superiore all’agricoltura. Anche in Medio Oriente la pastorizia ha assunto un carattere nomade, sebbene gli animali allevati siano qui dromedari, pecore e capre. In Medio Oriente, e nella Pen.Arabica in particolare, i beduini sono assurti a modello del pastore nomade per eccellenza. Nella Pen.Arabica e nel mondo iranico la pastorizia si presenta sotto forma di spostamenti regolari di uomini e animali all’interno di determinati territori, secondo schemi fissi, un anno dopo l’altro. I pastori nomadi sono sempre stati in relazioni simbiotiche con il mondo agricolo ed urbano: fornendo mezzi di trasporto, guide, animali e prodotti derivati, i nomadi ricevevano ciò che la loro economia non era in grado di produrre. La pastorizia nomade è infatti una forma di adattamento iperspecializzata, che non può combinare efficacemente l’allevamento degli animali migratori (dromedario e cammello) con forme di produzione come l’agricoltura e l’artigianato che richiedono una vita stanziale. Questa dipendenza si è fatta ancora più stretta con lo sviluppo degli stati nazionali: creazione di confini, sistema fiscale, controllo politico, monetarizzazione dell’economia, conflitti, sono tutti elementi che hanno portato al restringimento delle libertà di movimento e d’azione da parte dei nomadi, e accentuato la loro dipendenza dagli stati centralizzati. Molti di questi stati poi sono intervenuti anche con la violenza per rendere stabili i nomadi e meglio controllarli. Benché in misura minore rispetto ai cacciatori-raccoglitori, i pastori nomadi sono oggi sulla difensiva: anche se molti di loro scelgono le opportunità offerte dalle economie e dai servizi degli stati nazionali, molti altri sono restii ad adeguarsi a situazioni che avvertono come minacciose per il mantenimento del loro stile di vita. Oltre ai pastori esistono altre comunità che fanno del nomadismo il loro modello ideale di esistenza. Si tratta di tutte quelle comunità “senza fissa dimora”, quali Rom e Sinti (“Zingari”) che sono presenti in Europa fin dal Medioevo. Vengono chiamate comunità “peripatetiche” cioè di movimento.

 

CAPITOLO 3: COMUNICAZIONE E CONOSCENZA

 

1)      Orale e scritto

 

Principali differenze tra comunicazione orale e scritta. E’ infatti a certe differenze tra questi due modi di comunicare che possono essere fatte risalire alcune importanti diversità tra visioni del mondo presenti nelle varie culture. Il confronto tra questi due stili di comunicazione, orale e scritto, non va inteso nel senso di un’opportunità assoluta, bensì di una “tensione relativa”.

 

1.1  Comunicazione orale e comunicazione scritta

 

Non esiste ormai cultura che ignori l’esistenza della scrittura e tuttavia, anche dove la scrittura è estremamente diffusa, la comunicazione ordinaria si svolge per lo più in forma orale. D’altra parte non ci rendiamo conto di quanto la comunicazione orale sia condizionata dalla scrittura. Essa ci influenza nel senso che il modo con il quale ci esprimiamo è guidato da un pensiero che si fonda sulla sua interiorizzazione. Le culture come la nostra, in cui vi è una scrittura diffusa, sono dette culture “a oralità ristretta”. Fino a non molto tempo fa esistevano ancora le società a “oralità primaria”, cioè società che non conoscevano alcuna forma di scrittura. Oggi non esistono più società a “oralità primaria”. Infatti, anche laddove l’ignoranza dell’alfabeto scritto è ancora particolarmente diffusa, la scrittura esercita la sua influenza attraverso leggi, regolamenti, disposizioni,… D’ora in poi parleremo di “culture a oralità diffusa” per indicare che lo stile comunicativo in esse prevalente non è stato ancora completamente sopravanzato dallo stile della comunicazione scritta. La dimensione orale della comunicazione corrisponde, in assenza di scrittura o dov’è poco assimilata, ad uno stile di pensiero che è per certi aspetti diverso da quello di soggetti abituati a maneggiare i segni di un alfabeto grafico. Noi non ci rendiamo completamente conto di quanto peso abbia, sul nostro modo di comunicare le informazioni e le conoscenze, il fatto di appartenere ad una cultura che ha profondamente interiorizzato la scrittura: la scrittura esercita una sorta di “imperialismo” sulla parola. Studi recenti hanno mostrato come i cantastorie di tutto il mondo, detti griot in Africa, anche potendo avvalersi della scrittura per trasmettere i testi recitati, preferiscano mantenere un metodo improntato all’oralità. Per cui si affidano a mezzi mnemonici derivati da uno stile di pensiero tipico delle culture a oralità primaria: essi, per ricordare i loro “testi”, si affidano al ritorno frequente di formule sempre identiche. Nelle culture fortemente impregnate di oralità, questo modo di procedere non è caratteristico solo della dimensione poetica, religiosa o mitica ma anche di discorsi conoscitivi, politici, giuridici e amministrativi. In assenza di scrittura, modelli fissi e formule diventano i necessari supporti per comunicare con altri o per trasmettere le conoscenze da una generazione all’altra. Il procedere con formule non scompare nemmeno con il passaggio all’uso dell’alfabeto scritto. Un caso ulteriore di rapporto tra oralità e scrittura è rappresentato dal “regresso all’oralità” nelle società ricche e post-industriali. Le ricerche condotte dai sociologi esperti di media e dagli psicolinguisti hanno messo ormai da tempo in evidenza come il linguaggio televisivo, e in misura minore di altre forme di trasmissione delle informazioni per immagini (cinema, internet, fumetti, sms…) abbiano spesso comportato un regresso sul piano della ricchezza lessicale e delle conoscenze linguistiche da parte di certe fasce sociali e d’età. I soggetti che vivono in culture senza scrittura, o dove la scrittura è penetrata solo parzialmente, non possono essere definiti “analfabeti” nel senso corrente del termine. L’analfabetismo, così come si presenta nelle nostre società ricche e ipertecnologiche, è un fattore di emarginazione, esclusione e povertà. Chi proviene da culture a tradizione orale e si trova in una società dove a prevalere è la scrittura si trova ovviamente svantaggiato, in termini di accesso alle informazione e alle risorse.

 

1.2  Parola, corpo e percezione del mondo

 

La dimensione orale corrisponde a un modo di esprimersi diverso da quello tipico delle culture dotate di scrittura diffusa. Il procedere per formule permea la percezione stessa che gli esseri umani possiedono del mondo sociale e naturale che li circonda. In assenza di scrittura infatti le parole non hanno un’esistenza visiva, sono solo “eventi”, nel senso che “accadono” in un tempo preciso e con esso svaniscono. Nelle culture orali l’efficacia delle parole sembra essere legata al momento in cui esse vengono pronunciate, e spesso la narrazione per essere più efficace è accompagnata da una precisa gestualità. Queste culture vengono infatti dette “verbomotorie”, a testimonianza del legame molto forte tra i modelli ritmici del discorso orale con respirazione e gesti. Presso certi popoli la parola assume un’importanza quasi mistica, come se avesse una sorta potere: per questo non stupisce che presso alcune società non tutti gli individui possano pronunciare determinate parola o addirittura conoscerne l’esistenza. Altri popoli hanno invece una vera e propria “teoria della parola”, in cui essa è costituita da 4 elementi, proprio come il corpo umano: l’acqua (che la “inumidisce”), l’aria (che la trasforma in vibrazione sonora), la terra (che dà  peso alla parola, cioè significato), il fuoco (che dà calore alla parola come riflesso dello stato d’animo del parlante).

 

1.3  Scrittura, oralità, memoria

 

Un’importante differenza tra culture orali e culture con scrittura sta infatti nella presenza, presso queste ultime, di tecniche altamente elaborate di conservazione della memoria, quindi di trasmissione del sapere. Dove non c’è scrittura possono infatti esistere tecniche mnemoniche esterne alla parola (come sassolini, bastoncini, cordicelle) ma non utili per ricordare sequenze argomentative molto lunghe e con contenuti analitici. Dove la scrittura non è presente, l’unico modo per ricordare lunghe sequenze argomentative è pensare per “moduli mnemonici” che possano funzionare per un rapido recupero orale: temi, proverbi, scenari, ripetizioni, antitesi. Questo modo di trasmettere la memoria e le conoscenze ha un riflesso immediato sul tipo di memoria e di conoscenza che si trasmette: ci si può affidare solo alla parola, che per poter essere ricordata e trasmessa deve fare affidamento su moduli mnemonici ripetitivi. Questo modo di trasmettere la memoria tende a produrre effetti “omeostatici”, cioè tende a eliminare tutto ciò che non ha interesse per il presente; del passato e delle conoscenze viene trasmesso solo ciò che interessa al presente. Tutte le culture operano delle selezioni sulla propria memoria, perché tutte sono selettive. Però le società che possono contare su sistemi avanzati possono conservare questa massa di “ricordi inutili” proprio grazie agli strumenti di cui dispongono mentre nelle società prive di scrittura ciò non avviene.

 

1.4  Oralità ed esperienza

 

Un dato cruciale delle culture ad oralità diffusa è la dimensione dell’esperienza: se il rapporto immediato tra la parola e l’esperienza viene meno, il significato della parola tende ad alterarsi o a perdersi. Ciò coincide con quanto abbiamo detto a proposito degli effetti “omeostatici” delle culture orali. Il pensiero fondato sulla comunicazione orale, almeno nelle società in cui l’oralità è la forma dominante di comunicazione e di trasmissione della memoria e delle conoscenze, ha un carattere “concreto” piuttosto che astratto. Importante a questo proposito la ricerca svolta in Uzbekistan dallo psicologo A.Luria, il quale volle esplorare l’attività psico-cognitiva dei soggetti in relazione al contesto materiale, pratico e concreto in cui le menti si trovano ad operare, in rapporto cioè al “contesto d’esperienza”. In Uzbekistan, egli scelse individui preletterati, semi alfabetizzati e pienamente scolarizzati dei villaggi e accampamenti nomadi e sottopose loro elementari quesiti di logica e geometria. Di fronte a figure geometriche (quadrato e rettangolo), le prime due categorie di intervistati rispondevano che ciò che vedevano corrisponde al sole, alla luna, ad un piatto, piuttosto che un setaccio, un orologio… Gli scolarizzati risposero invece esattamente, secondo ciò che avevano imparato a scuola, cioè in un contesto lontano dalla loro esperienza. L’esperienza infatti è un dato centrale per l’individuazione di un oggetto e per la sua comprensione mediante la ricostruzione a categorie già note. Anche di fronte a domande di logica formale le risposte furono molto variegate: gli individui preletterati continuavano a ragionare secondo l’esperienza personale, i semi-alfabetizzati univano concretezza e relazioni interpersonali, mentre solo gli secolarizzati rispondevano “correttamente”. La logica formale appare quindi come il prodotto dell’alfabetizzazione. Storicamente infatti essa si sviluppò non solo dopo la comparsa della scrittura, ma dopo che la scrittura era stata interiorizzata da una cultura come quella greca antica. Ciò non significa che i soggetti intervistati da Luria pensassero in maniera sbagliata; essi dimostrarono che nel concreto la mente non opera sulla base di schemi sillogistici, che sono autoconsistenti in quanto derivano le conclusioni solo dalle premesse; gli esperimenti di Luria furono piuttosto la dimostrazione che una cultura orale non riesce a pensare in termini di figure geometriche, categorie o definizioni astratte afferrabili come tali solo da un pensiero che ha avuto modo di confrontarsi con la scrittura. I soggetti che hanno interiorizzato la scrittura pensano dunque in maniera tendenzialmente diversa da coloro che si muovono in contesti orali. La scrittura consente l’acquisizione di un pensiero più “ampio” di quello legato all’oralità, perchè essa consente di entrare in contatto con altri mondi ed altri punti di vista, si confrontarli in maniera sistematica e di elaborare nuove proposizioni a partire da quelle esistenti.

 

1.5  Scrittura e identità nel mondo globale

 

L’impatto che la diffusione della scolarizzazione e della scrittura in generale ha avuto sulle culture del pianeta è stato enorme. Non esistono praticamente più culture ad oralità primaria. Ci sono campi però in cui alcune società evitano l’uso della scrittura, pur conoscendola: è il caso delle genealogie. Alcuni gruppi fanno di esse un uso “politico” cioè un mezzo che consente a questi gruppi di legittimare, attraverso il richiamo agli antenati, le scelte compiute nel campo delle alleanze. Ad esempio i Beduini nomadi del Medio-Oriente hanno sempre evitato di utilizzare la scrittura per la registrazione delle loro genealogie tribali. Affidare le genealogie alla memoria piuttosto che alla scrittura, è sempre stata un’operazione funzionale alla flessibilità della loro società, in cui gli spostamenti seguivano l’andamento delle stagioni e i cambiamenti nelle alleanze erano frequenti e necessitavano di giustificazioni immediate (come la prossimità genealogica). Ciò ha assicurato ai beduini una certa libertà di manovra, autonomia e scelta. Ma con la diffusione sempre più massiccia della scrittura le cose sembrano destinate a cambiare: anche certe tribù beduine cominciano ad adattarsi alla scrittura per non rimanere tagliate fuori dai rispettivi governi nazionali, che le etichettano come “preletterate”. Quanto inoltre sia diffuso l’uso strategico della scrittura nella definzione delle identità locali appare del resto evidente in relazione al movimento N’Ko: sviluppatosi in Mali con l’idea di restituire l’Africa agli Africani, questo movimento rivendica per gli africani una propria identità storica e culturale. Pur essendo musulmani, molti di questi africani mal sopportano la tendenza ad identificare l’islam con il mondo arabo. La guida del movimento, S.Kantè, si è fatto promotore di un’iniziativa “politica” che ha per oggetto la scrittura: per distinguersi dagli arabi, gli N’Ko hanno abbandonato l’alfabeto arabo e adottato quello inventato da Kantè, simile a quello latino, ma che va da destra verso sinistra nella scrittura. In questo modo, muovendosi tra due forme di scrittura, Kantè si muove tra due forme di identità parzialmente assimilate, e dalle quali si vuole tuttavia prendere le distanze: l’identità ereditata dal colonialismo europeo e quella derivante dalla precedente islamizzazione da parte degli Arabi.

 

2)      Percezione e cognizione

 

2.1 Pensiero “concreto” e pensiero “astratto”

 

I primi europei che si accostarono a quelli che una volta erano chiamati “popoli primitivi”, furono colpiti dal fatto che molti di essi non avevano sistemi di numerazione e di calcolo che andassero oltre poche unità. In seguito anche l’assenza di un concetto astratto di spazio e di tempo suscitò la perplessità die filosofi occidentali. Quando poi i contatti con queste popolazioni divennero più frequenti, gli stessi antropologi segnalarono anche che i “primitivi” parevano interessarsi alla flora e fauna del loro ambiente solo in relazione alle specie considerate da essi utili, mentre tutte le altre non sembravano suscitare in loro la minima curiosità. Molte di queste segnalazioni erano però dovute ad osservazioni errate, a mancanza di informazioni adeguate o alla scarsa conoscenza della lingua di quelle popolazioni. Infatti, in seguito, alcuni di questi popoli si rivelarono in possesso di un repertorio lessicale assai ricco con cui descrivere i fenomeni naturali.

 

2.2 La percezione del mondo fisico e gli stili cognitivi

 

La percezione del mondo circostante coincide con i processi medianti i quali gli individui organizzano le informazioni di natura prevalentemente sensoriale. Se però ci riferissimo solo ai sensi mediante i quali “entriamo in contatto” con il mondo, ogni problema sembrerebbe risolto: percepiremmo tutti nello stesso modo, e anche il quesito di sapere quale sia il rapporto del soggetto con il mondo fisico avrebbe una risposta definitiva. Ma non è così, in quanto la percezione del mondo fisico può, in molti casi, risultare differente a seconda dei soggetti coinvolti. A proposito della natura “socialmente determinata” del pensiero si distinguono infatti “processi cognitivi elementari” e “sistemi cognitivi funzionali”. I primi rappresentano alcune capacità universalmente presenti, e formalmente identiche, in tutti gli umani “normali”, cioè non colpiti da patologie o disturbi particolari. Questi processi sono: astrazione, categorizzazione, induzione e deduzione. I sistemi cognitivi funzionali invece sono il prodotto del contesto culturale entro cui il soggetto attiva i processi cognitivi elementari. Tali sistemi potrebbero essere anche definiti come delle “strategie” di organizzazione die processi cognitivi in funzione della risoluzione di particolari problemi che cambiano a seconda del contesto culturale. I diversi modi di reagire ad un test interculturale sono anche dovuti a “stili cognitivi” differenti. Gli antropologi hanno usato questa espressione per denotare il diverso modo in cui individui provenienti da ambiti culturali differenti si rapportano al mondo sul piano cognitivo. Per comodità si dice che lo stile cognitivo può oscillare, in misura diversa, tra due estremi ideali: tra uno stile cognitivo “globale” e uno stile cognitivo “articolato”. Il primo è caratterizzato da una disposizione cognitiva che parte dalla totalità del fenomeno considerato per giungere solo successivamente alla particolarità degli elementi di cui si compone; lo stile articolato invece è quello che parte dalla considerazione dei singoli elementi dell’esperienza per risalire alla totalità.

 

2.3 L’etnoscienza

 

Tutti i popoli possiedono una conoscenza più o meno ricca e complessa dell’ordine naturale. Tutti hanno elaborato le proprie classificazioni, ma le differenze sono notevoli. Gli antropologi che si sono dedicati allo studio delle classificazioni nei contesti culturali più diversi definiscono la loro specializzazione con il termine di etno-scienza. L’etnoscienza è lo studio di come le differenti culture organizzano le loro conoscenze del mondo naturale. Tali conoscenze e concezioni non sono casuali e frammentate, ma possiedono gradi di sistematicità spesso notevoli, sebbene differenti e meno “esatti” di quelli elaborati dalla scienza moderna. Le classificazioni del mondo naturale non sono il semplice riflesso sulla nostra mente di una realtà esterna che noi cogliamo in maniera “oggettiva”, ma tali classificazioni sono in larga misura il prodotto dei principi d’organizzazione che stanno dalla parte del soggetto che classifica.

 

2.4 Dai prototipi agli schemi

 

I prototipi sono un modo di organizzare la percezione del mondo circostante. Essi individuano particolari aspetti della realtà, ma non sono ciò che consente di mettere concettualmente “in forma” la realtà. La possibilità di individuae e ordinare la realtà è data dagli “schemi”. Il concetto di schema venne ripreso da E.Kant, che afferma: “gli schemi sono regole concettuali grazie alle quali la nostra immaginazione, per esempio in relazione al concetto di “cane”, è messa in grado di delineare in generale la figura di un quadrupede, senza tuttavia chiudersi dentro una particolare raffigurazione offertami dall’esperienza o in una qualsiasi immagine che io possa rappresentarmi in concreto”. Che l’attività schematica sia una proprietà universale della mente umana è indubbio, come è certo il fatto che gran parte di questa attività è “culturalmente orientata”. Gli schemi sono ciò che organizza la nostra esperienza, la quale, per essere rappresentata, deve procedere per prototipi e sotto-prototipi, che vengono organizzati a loro volta da schemi e sotto-schemi. Noi non conosciamo tutta la nostra cultura, ma siamo in grado di attuarla grazie all’attività schematizzante. Quest’ultima è una caratteristica universale del pensiero umano e “viene riempita” e “messa in moto” al tempo stesso da prototipi elaborati dal contesto d’esperienza, i quali rinviano a cose simili ma non identiche.

 

2.5 La terminologia del colore. Tra universalismo percettivo e determinazione socio-culturale

 

Una ricerca condotte sulla terminologia adoperata sui colori in 26 lingue diverse, ha evidenziato che il numero dei termini presenti in esse variava da un minimo di 2 ad un massimo di 11. Questi termini fondamentali, o “di base”, sono quelli che riflettono fenomeni di percezione del colore senza bisogno di ulteriore specificazione per essere compresi. In italiano, ad esempio, “rosso” è un termine di base, dal momento che non vi è bisogno di alcuna specificazione per capire cosa significhi; il colore scarlatto o ruggine richiedono invece sempre un riferimento al colore rosso (termine di base) per poter essere individuati. Gli studiosi giunsero dunque a 3 conclusioni:

  • Esistono, per tutti gli esseri umani, 11 categorie percettive basilari del colore che servono come referenti psicofisici degli 11, o meno, termini di colore di base in tutte le lingue. Tutti gli esseri umani sono cioè in grado di percepire le differenze (11) del colore, ma tali differenze o vengono espresse mediante 11 termini, oppure vengono ricondotte, sempre sul piano terminologico, ad altre categorie cromatiche
  • La terminologia cromatica di base si sviluppa secondo una linea precisa. In tutti i sistemi che possiedono solo due termini, questi sono sempre chiaro e scuro; in quelli che ne hanno tre, bianco-nero-rosso; in quelli che ne hanno cinque, bianco-nero-rosso-giallo-verde, mentre il sesto è sempre il blu. Poi si scende nel complesso (marrone, porpora…)
  • Il numero dei termini di base impiegati da una lingua è in relazione alla complessità culturale e tecnologica della cultura in questione.

 

Altri studiosi però ritengono che il sistema percettivo di una popolazione si influenzato in maniera decisiva da fattori di tipo culturale. Innanzitutto i colori rivestono molto spesso significati differenti a seconda del contesto. Le variazioni nel significato dei colori hanno a che vedere, almeno in parte, con il fatto che essi non vengono percepiti solo sul piano strettamente cromatico, cioè fisico-percettivo, ma possono ricevere connotazioni che a volte precedono la definizione cromatica in senso stretto. Sappiamo inoltre che la percezione che gli individui hanno di un colore può dipendere da idiosincrasie e da gusti personali. Ciò che potremmo chiamare “l’apprezzamento sociale” di un colore è molto spesso influenzato dagli ambiti della cultura e della società in cui gli individui sono posizionati: sesso, età, professione…

 

3)      Tempo e spazio

 

3.1 Due categorie del pensiero umano

 

Gli esseri umani vivono nel mondo fisico, percepiscono la trasformazione delle cose e la loro finitezza. In riferimento alla trasformazione delle cose e di sé gli umani percepiscono ciò che noi chiamiamo “tempo”; e in riferimento al posizionamento del proprio corpo e delle cose rispetto ad altri corpi e ad altre cose, percepiscono ciò che noi chiamiamo “spazio”. Tempo e spazio costituiscono infatti delle “intuizioni a priori” universali. La percezione del tempo e dello spazio è la funzione primaria della nostra attività mentale. Non possiamo pensare nulla che sia fuori dal tempo e dallo spazio. Esse sono le dimensioni costitutive di qualunque modo di pensare. Per quanto costituiscano intuizioni universali a priori, tempo e spazio rivestono significati diversi in contesti culturali differenti. Per alcuni studiosi sarebbe lo stile di pensiero prevalente all’interno di una società a determinare le valenze simboliche, affettive, e persino percettive, che il tempo e lo spazio assumono in quel contesto particolare. Quando prevale la comunicazione orale possiamo aspettarci che le rappresentazioni del tempo e dello spazio siano legate alla dimensione dell’esperienza più che a quella del ragionamento astratto; ma non si tratta di una questione assoluta.

 

3.2 Idee del tempo

 

Nel 1920 uno studioso svedese, Nilsson, pubblicò un libro in cui sostenne che nelle società primitive il tempo era concepito in maniera “puntiforme”. In queste società i riferimenti temporali non corrispondono infatti a frazioni di un flusso temporale omogeneo e quantificabile (ore, minuti, secondi) ma piuttosto ad eventi naturali o sociali, oppure a stati fisiologici: due raccolti fa, un sonno fa. Queste rappresentazioni temporali sono ovviamente diverse da quelle elaborate in una società nelle quale il tempo quantificabile diventa un rigido sistema di scansione della vita sociale. L’idea che il tempo sia un’entità uniforme, misurabile e frazionabile non è infatti universale. La nostra concezione del tempo è abbastanza recente ed è strettamente legata all’idea della produttività; ciò non toglie che anche nella nostra società e nella nostra tradizione il tempo possa avere valenze diverse a seconda dello stato d’animo del soggetto. In verità il senso di un tempo non quantificato, ma carico di significati speciali, è presente in tutte le società che hanno bisogno di rievocare periodicamente l’atto che considerano il fondamento della propria esistenza (nascita di Cristo, Capodanno,…). L’etnografia è molto ricca di esempi relativi a come le culture prive di “pensiero cronometrico” collocano gli eventi nel tempo. In molte società esiste poi una specie di “doppio regime” temporale. Si tratta di società rurali che sono state inglobate in sistemi statuali a base urbana e commerciale e hanno adottato, accanto alle tradizionali forme locali di scansione del tempo, il sistema calendariale o cronometrico degli organismi politico-statuali dominanti. Il tempo non quantificabile è detto tempo “qualitativo” e non è certo sconosciuto nella nostra società moderna fondata su ritmi temporali quantizzati: anzi lo facciamo piuttosto spesso, quando temporalizziamo un evento in relazione a dati concreti (quando ero giovane).

 

3.3 Immagini dello spazio

 

Molte delle considerazioni fatte per la percezione del tempo valgono anche nel caso dello spazio. In effetti spazio e tempo sono inestricabilmente connessi nel pensiero umano. La prima considerazione che dobbiamo fare riguardo al modo di rappresentare lo spazio è che quest’ultimo non è, sempre e ovunque, lo spazio astratto della geometria. Lo spazio si riveste spesso di valenze quantitative che lo rendono diversamente significante agli esseri umani. Lo spazio costituisce spesso un elemento centrale per la memoria di un gruppo, come testimoniano alcuni luoghi sacri per i Cristiani (Terra Santa, grotta della Natività…) oppure i villaggi e le case dei Zafimaniry, una popolazione agricola del Madagascar, le quali cosituiscono una “memoria sociale”: sono disposte in senso altitudinale e rappresentano l’origine delle proprie storie personali e familiari. Lo spazio è anche una dimensione che, per poter essere vissuta, deve essere in qualche modo “addomesticata”. “Entrare nello spazio” significa entrare in rapporto con un mondo noto oppure sconosciuto, apportatore di tranquillità e sicurezza nel primo caso, di paura o sconcerto nel secondo. Nelle culture umane si ripresenta costantemente la necessità di concepire un luogo dello spazio, un centro, che valga da punto di riferimento e di sicurezza.

 

3.4 La correlazione di tempo e spazio

 

Partendo dalle conclusioni raggiunte da Nilsson circa la natura del tempo qualitativo e puntiforme tipico delle società primitive, l’antropologo britannico C.Hallpike nel1979 hasviluppato una teoria della distinzione tra “tempo operatorio” e concezione “preoperatoria del processo temporale”. Egli riconduce queste due concezioni della temporalità alla distinzione stabilita da Piaget tra pensiero operatorio e preoperatorio. Secondo Piaget, il pensiero operatorio mette in relazione spazio e tempo considerandoli due variabili dipendenti e, per questo stesso fatto, produce una concezione quantitativa, lineare e misurabile sia del tempo che dello spazio. Tale capacità di coordinazione è invece assente, secondo Piaget, nel pensiero pre-operatorio. Quest’ultimo, tipico del pensiero infantile sino all’età di 8 anni circa, non stabilisce una coordinazione tra i fattori della “durata”, della “successione” e della “simultaneità” o, come dice Hallpike, la “coordinazione della velocità relativa”. Hallpike estese la presenza del pensiero preoperatorio a tutte le società che non erano in possesso di una concezione lineare e misurabile del tempo e dello spazio. Per certi aspetti Hallpike raggiunse le stesse conclusioni di Luria: c’è un pensiero fondato sulla concretezza, e non sull’astrazione, il quale non è in grado di riflettere in maniera conoscitiva su quanto non sia un fatto d’esperienza.

 

CAPITOLO 4: SISTEMI DI PENSIERO

 

1)      Cosmologie, sistemi “chiusi” e sistemi “aperti”

 

1.1  La ricerca della coerenza

 

Nel 1935 un’equipe di etnologi francesi intraprese lo studio di una popolazione destinata a diventare famosa: i Dogon. Questo popolo di agricoltori vive nell’interno dell’attuale stato del Mali, a quel tempo parte dell’Africa coloniale francese. Marcel Griaule fu in grado di ricostruire quella che egli chiamò la “cosmologia Dogon”, una complessa ed affascinante visione dell’ordine del mondo dalla sua creazione. Per quanto avvolta nel mito, la cosmologia descritta da Griaule rivelava un carattere di sistematicità e di coerenza che la avvicinava per certi aspetti alle costruzioni teoriche e alle spiegazioni fornite dalla filosofia e dalla scienza occidentale. Qualcuno ha però voluto poi vedere in tale cosmologia l’effetto di una forzatura da parte dello stesso Griaule. Quest’ultimo avrebbe cioè operato un lavoro di “composizione” di elementi frammentari e contraddittori conferendo al “pensiero Dogon” una coerenza e una sistematicità che di per sé esso non possedeva. In ogni caso, negli anni successivi gli antropologi iniziarono a parlare di “sistemi di pensiero”. Cominciarono cioè a studiare in una nuova prospettiva l’attività speculativa dei popoli sino ad allora ritenuti poco votati alla riflessione pura. Gli antropologi poterono così dimostrare come molti di quei popoli avessero, nonostante il carattere spesso fortemente “locale” del loro pensiero, una visione complessa, articolata e coerente del mondo umano e naturale. In realtà nessuna visione del mondo, per quanto possa essere complessa, articolata e sofisticata è totalmente coerente. In ciascuna di esse vi sono sempre contraddizioni, incongruenze, spiegazioni irrisolte e zone d’ombra. Tuttavia si può dire che il pensiero umano, per quanto non sia affatto coerente in assoluto, “tende” sempre alla ricerca di una coerenza, e questa è una caratteristica di tutti i “sistemi” di pensiero. I “sistemi di pensiero” comprendono ambiti di riflessione assai diversi tra loro, quali ad esempio le rappresentazioni del tempo e dello spazio, le credenze religiose, le pratiche magiche,…

 

1.2  Differenze e somiglianze

 

Negli anni ’60 l’antropologo inglese R.Horton mise a confronto quelli che egli chiamò i “sistemi di pensiero tradizionali africani” con il pensiero scientifico sviluppatosi in Europa nell’età moderna. Egli riteneva che questi due “modi di pensare” avessero qualcosa in comune, cioè una medesima funzione esplicativa che era tuttavia impossibile da percepire da parte di un soggetto occidentale abituato a pensare in maniera “scientifica”. Per dimostrare la sua tesi Horton mise a confronto alcuni aspetti del ragionamento della scienza occidentale moderna con alcuni aspetti del pensiero religioso africano, in quanto riteneva che quest’ultimo svolgesse, in molte società, la stessa funzione che la scienza possedeva in Occidente. Entrambi i sistemi sono alla ricerca di una spiegazione del mondo, dove spiegare significa:

1)      oltrepassare il senso comune (fermo alle apparenze) nonché la diversità dei fenomeni per:

2)      ricercare l’unità dei principi e delle cause.

3)      Semplificare aldilà della complessità dei fenomeni

4)      Superare l’apparente disordine per trovare un principio d’ordine del mondo

5)      Cogliere la dimensione della regolarità aldilà dell’anomalia e della casualità dei fenomeni

 

Ora i sistemi di pensiero africani affrontano questi problemi in termini di concetti religiosi e di divinità, mentre quello scientifico moderno in termini di forze fisiche. Le entità sovrannaturali delle religioni africane considerate da Horton spiegano la realtà mediante l’opposizione e la tensione che si stabilisce tra unr ristretto numero di entità: uomini, spiriti, antenati… La difficoltà con cui gli occidentali tendono ad accostarsi a questi sistemi di pensiero dipende dal fatto che non li considerano per quello che sono: dei tentativi di prendere le distanze dal senso comune. Li considerano invece dei modi di ragionare “sbagliati” dal punto di vista logico-causale.

 

1.3  L’uso delle analogie esplicative: malattia e relazioni sociali

 

Quando gli indovini di certe popolazioni cercano le cause di una malattia o di una morte improvvisa, e l’attribuiscono all’azione di qualche divinità o di qualche antenato adirati, essi cercano anche, e soprattutto, di vedere quali forze abbiano spinto quella divinità o quell’antenato a comportarsi in un certo modo. Il pensiero elabora sempre delle analogie esplicative. E’ stato osservato che mentre il pensiero occidentale, da un certo momento in poi, si è rivolto alle “cose” per costruire le proprie analogie esplicative, altri sistemi, tra cui quelli dell’Africa sub-sahariana, hanno privilegiato il mondo sociale. La loro “stranezza” (per noi) deriverebbe proprio dal fatto che essi si sono allontanati dai riferimenti empirici (le cose) che invece costituiscono i parametri di riferimento dei modelli scientifici moderni. Nei sistemi di pensiero come quelli africani le analogie esplicative sono infatti “personalizzate”. Le spiegazioni vengono cioè date in termini di relazioni sociali e interpersonali.

 

1.4  Sistemi chiusi e sistemi aperti

 

Nella prima metà del ‘900 la maggior parte degli antropologi e dei missionari aveva dato quasi per scontate le teorie del filosofo francese Lucine Lèvy-Bruhl secondo il quale il “pensiero primitivo” si sarebbe distinto in maniera radicale da quello razionale per alcune caratteristiche fondamentali. Secondo Levy-Bruhl era possibile parlare di una “mentalità primitiva” fondata su principi diversi da quelli delle logica razionale (aristotelica) in quanto a tale mentralità avrebbero fatto difetto il principio di identità (A=A), il principio di non contraddizione (se A = A, allora A ≠ B) e il principio di causalità. E’ per questo motivo, egli sostenne, che i “primitivi” non erano in grado di distinguere tra sé e il proprio totem (animale simbolo del gruppo) e tra quest’ultimo e gli animali della stessa specie (assenza del principio di identità e di non contraddizione); così come potevano credere che un gesto o una formula magica potessero avere degli effetti concreti su oggetti distanti. Quando alla metà degli anni ’30 Luria partì per l’Asia centrale, lo fece anche con l’intenzione di smentire le teorie del pensiero primitivo di Levy-Bruhl, un pensiero che, se fosse stato davvero così, “non avrebbe permesso al selvaggio si sopravvivere un solo giorno”. Verso la fine della sua vita Levy-Bruhl corresse le proprie vedute e sostenne che questo tipo di mentalità, anziché essere esclusiva dei primitivi, era alla base anche di gran parte dei ragionamenti degli uomini “civilizzati”. Benché superate già alla metà del secolo, tali teorie furono comunque in grado di suscitare alcune problematiche importanti facenti capo alla diversità di quelli che sarebbero stati chiamati più tardi “sistemi di pensiero”. Dopo Levy-Bruhlò altri autori hanno tentato di rendere conto delle grandi differenze che, da una cultura all’altra, caratterizzano il modo di percepire e rappresentare la realtà: ad esempio Hallpike, con la distinzione tra pensiero pre-operatorio e operatorio, e Horton, con la sua distinzione tra sistemi di pensiero “chiusi” o “aperti”. Horton ritiene che uno degli elementi centrali della differenza tra sistemi di pensiero africani e scienza moderna sia costituito dal fatto che l’indovino o il sacerdote africano non sono consapevoli del fatto che esistono delle alternative esplicative. Lo scienziato invece è consapevole dell’esistenza di alternative ai principi teoretici chiamati a spiegare la realtà. Ciò porterebbe a concludere che i sistemi di pensiero tradizionali, come quelli che è possibile rilevare in Africa, siano sistemi di pensiero “chiusi”, mentre quelli che fanno capo a modelli e concetti di natura scientifica sarebbero invece sistemi di pensiero “aperti”. Tracciando la distinzione tra sistemi chiusi ed aperti, Horton mette anche l’accento sul fatto che nei primi esiste un rapporto speciale tra le parole da un lato e gli oggetti e le azioni dall’altro. Tale rapporto consiste nel fatto che nelle culture a oralità diffusa le parole acquistano un potere causativo importante, come se “dire” fosse un “fare”. Questa distinzione fra apertura e chiusura alle possibili alternative teoretiche ed esplicative si è tuttavia rivelata, con il tempo, eccessivamente rigida. La distinzione tra i sistemi chiusi e aperti va infatti intesa in senso relativo e non assoluto. Tanto più che l’apertura di cui parla Horton è tipica della scienza e non del modo in cui, anche in Occidente, la maggior parte delle persone ragiona e si comporta abitualmente. Gran parte della nostra attività mentale funzione infatti in base a ragionamenti che non si fondano sui principi della logica binaria, ma in base a concetti sfumati, a “zone grigie” che meglio aderiscono al carattere “fluido” e altrettanto sfumato della realtà che percepiamo. Come si è visto, l’introduzione della scrittura ha comportato importanti cambiamenti nel modo di produrre certe forme di ragionamento, più sistematiche e più disposte ad accogliere variazioni e alternative. Si potrebbe dire che la piena consapevolezza delle alternative sia qualcosa che emerge con la scrittura.

 

2)      Pensiero metaforico e pensiero magico

 

Tra i temi che più hanno appassionato e coinvolto gli studiosi di antropologia vi sono quelli che delle “credenze apparentemente irrazionali” e del “pensiero magico”. Considerati a lungo segni di una “alterità” radicale, tali credenze e la magia sono stati man mano ricondotti a forme di pensiero dotate di coerenza, con una propria funzione sociale e una loro efficacia di tipo simbolico.

 

2.1 Le credenze apparentemente irrazionali e il pensiero metaforico

 

Certamente molti popoli studiati presentano cosmologie e sistemi di pensiero diversi dai nostri. Tuttavia è legittimo ritenere che queste visioni del mondo possano essere dedotte dal solo modo di parlare? Se quelle del sole che si alza e che tramonta sono, come non v’è dubbio che siano, delle semplici metafore, perché dovremmo invece ritenere che le affermazioni degli altri popoli siano parte di una metafisica e di una cosmologia? Questo problema è stato sollevato dall’antropologo australiano Roger Keesing in relazione al fatto che molto spesso il pensiero degli altri popoli è stato interpretato “alla lettera”, come se cioè quanto gli altri popoli dicono e affermano corrispondesse davveri a una concezione “ultima” e definitiva della realtà da essi ritenuti “vera”. Perché soltanto “noi” dovremmo pensare e parlare metaforicamente mentre gli “altri” sarebbero incapaci di farlo? La profonda differenza che esiste tra l’affermazione “noi Bororo siamo arara (pappagalli) rossi” e il ragionamento ordinario, quello del senso comune, si attenua e diventa più chiaro se teniamo conto che anche noi nel nostro parlare quotidiano facciamo continuamente uso di espressioni metaforiche. Ad es.: “essere come una volpe”, non si riferisce alle caratteristiche fisiche dell’animale ma bensì a quelle caratteristiche che noi presumiamo tale animale possieda, in primis l’astuzia. E dunque lo stesso potrebbe valere per l’affermazione dei Bororo, ed infatti gli antropologi sono giunti alla conclusione che la dimensione pratica e quella simbolica della società Bororo finiscono per produrre un’assimilazione metaforica dei maschi bororo agli arara. I pappagalli occupano dunque una posizione di animali “simbolo”: simbolo dello “spirito” (aroe) in quanto iridescenti; simbolo della simbiosi uomo-animale per il fatto di essere custoditi amorevolmente dalle donne; e simbolo della strana condizione in cui vengono a trovarsi gli uomini: un ruolo preminente sul piano politico e rituale da una parte, ma una apparente dipendenza dalla “metà” delle loro mogli dall’altra.

 

2.2 La magia e le sue interpretazioni

 

Per “magia” si intende comunemente un insieme di gesti, atti e formule verbali (a volte anche scritte) mediante cui si vuole influire sul corso degli eventi e sulla natura delle cose. Un atto magico sarebbe un’azione compiuta da un soggetto (il mago o lo stregone) nell’intento di esercitare un’influenza di qualche tipo su qualcuno o qualcosa. I primi antropologi interpretarono la magia come una specie di “aberrazione intellettuale” tipica dell’uomo primitivo, oppure come una “scienza imperfetta”. Nel primo caso si sarebbe trattato di una clamorosa mancanza, nei primitivi, di coerenza logica; nel secondo caso di un tentativo di manipolare, sebbene in maniera sbagliata, la natura di cui pur si intuivano regolarità e costanti. James G.Frazer riteneva che esistessero due tipi di magia: la magia imitativa e quella contagiosa. La prima si risolveva nell’idea (sbagliata) che imitando la natura la si sarebbe potuta influenzare. La magia contagiosa invece si fonderebbe sull’idea (errata) che due cose, per il fatto di essere state a contatto, conserverebbero, anche una volta allontanate, il potere di agire l’una sull’altra. I primi antropologi ritenevano inoltre che vi fosse un legame stretto tra la magia e la scienza, e la religione. Lo stesso Frazer riteneva ad esempio che magia, religione e scienza fossero tra loro legate dall’eterno tentativo dell’uomo di spiegare l’origine dei fenomeni e le relazioni tra di essi. Egli aveva colto il carattere fondamentale del pensiero umano, quello di tendere alla “coerenza”. Un’altra teoria della magia fu successivamente elaborata da B.Malinowski: egli distinse nettamente la magia da scienza e religione. Per lui la magia aveva finalità eminentemente pratiche, e da questo punto di vista non aveva nulla a che vedere con la scienza, la quale esiste tra i primitivi solo in forma elementare. Egli ritenne che la magia fosse un mezzo per rispondere a situazioni generatrici di ansia. Si cercherebbe cioè di prefigurare il buon esito di un’impresa tramite formule appropriate all’evento in questione. La magia consiste per Malinowski in una serie di “atti sostitutivi”. La magia non sarebbe quindi “anteriore” alla religione o alla scienza, ma piuttosto un “possesso primordiale che afferma il potere autonomo dell’uomo di creare dei fini desiderati”

 

2.3 Magia e “presenza”

 

Un’originale posizione nei riguardi del pensiero magico è quella elaborata a metà ‘900 da E.de Martino, secondo cui l’universo magico può essere compreso solo in relazione all’angoscia, tipicamente umana, della “perdita della presenza”. L’angoscia non è l’ansia di fronte all’incontrollabile di cui parla Malinowski, mentre la “presenza” a cui si riferisce De Martino è un concetto complesso, in cui confluiscono le riflessioni di importanti filosofi contemporanei. La presenza a cui De Martino fa riferimento è una condizione che l’essere umano non cessa di costruire per sottrarsi all’idea, angosciosa, di non-esserci. Egli descrisse infatti l’emersione del pensiero magico come primo tentativo coerente di affermare la presenza umana nel mondo. La faticosa conquista della presenza non si risolve mai in un’acquisizione definitiva. La presenza infatti è qualcosa che può essere sempre rimessa in discussione dalla crisi individuale o collettiva. Un rischio che l’uomo tenta di allontanare attraverso una serie di atteggiamenti e comportamenti rituali. In linea generale la visione “strumentale” della magia espressa da Malinowski sembra essere convincente, ma la dimensione magica come caratteristica degli esclusi e dei subalterni messa in evidenza da De Martino deve essere tenuta in conto come chiave di lettura di alcuni aspetti della stessa modernità contemporanea. Si potrebbe anche osservare che in molte circostanze diventa difficile distinguere gli atti magici da atti di altro tipo.

 

3)      Il pensiero mitico

 

3.1 Il pensiero mitico

 

Il tema del mito ha affascinato a lungo tanto gli studiosi di storia delle religioni quanto gli antropologi. Per molti anni si sono adoperati per spiegare l’origine dei miti, la loro coerenza e, soprattutto, la loro connessione con i riti. I riti fanno infatti spesso riferimento a dei miti. La celebrazione di un rito è spesso collegata al racconto di un fatto accaduto in un tempo indeterminato e che è ritenuto responsabile dello stato attuale delle cose o della condizione degli esseri umani. Mentre un rito è sempre identico, il racconto mitico che ad esso è collegato può variare da regione a regione, per cui si deduce che il rito “viene prima del mito”, il quale appare come una sua giustificazione a posteriori. Esiste tuttavia un gran numero di miti che non hanno riti collegati, così come esistono, viceversa, riti che non hanno riferimento ad alcun mito.

 

3.2 Caratteristiche e protagonisti del racconto mitico

 

Alcuni studiosi in passato hanno ritenuto che i miti fossero un modo “inesatto”, cioè fantastico in quanto “primitivo”, di ricostruzione o giustificazione storica di eventi o fatti realmente accaduti. Quali sono le caratteristiche del racconto mitico? Il mito ignora spazio e tempo. Le azioni dei protagonisti non tengono conto dell’anteriorità e della successione temporale, e fenomeni che nella realtà richiedono giorni, mesi o anni, nel mito impiegano un solo attimo. I personaggi del mito agiscono o abitano in luoghi impossibili da frequentare per la maggior parte o per la totalità degli esseri viventi: cielo, nuvole, stelle, luna,… Nel mito vengono annullate le differenze tra regni, generi e specie, tra mondo sensibile e mondo invisibile. Il mito insomma disegna una situazione originaria come caratterizzata da una profonda unità degli esseri. In linea generale il mito produce una antropomorfizzazione della natura, attribuendo ad animali, piante e cose caratteristiche fondamentalmente umane come il linguaggio, i sentimenti, le emozioni,… Questa comunanza di esseri umani, spiriti, animali e cose viene descritta nei miti come una situazione originaria di equilibrio cosmico e di unità, la cui fine avrebbe dato origine al mondo attuale. Benché vi siano delle eccezioni, la creazione del mondo viene quasi sempre rappresentata come il risultato di un processo di successive separazioni e allontanamenti tra gli elementi costitutivi dell’unità originaria. In tutte le aree del pianeta, ma specialmente presso le culture dei nativi nordamericani, in Europa e in Africa sub-sahariana, questa rottura dell’equilibrio originario è spesso raffigurata come il frutto dell’azione di un personaggio particolare. Nella letteratura antropologica questo personaggio è denominato “trickster” (imbroglione).

 

3.3 Le “funzioni” del mito

 

Qual è la funzione del mito? Probabilmente il mito contiene in sé tutte le seguenti funzioni: speculativa, pedagogica, sociologica, classificatoria. Malinowski riteneva che il mito fosse una specie di “autorizzazione” a compiere certi riti, la “giustificazione dell’ordine esistente”. Il mito sarebbe inoltre qualcosa in cui le società possono leggere “una morale” dei rapporti tra gli uomini e tra i gruppi, qualcosa che “fissa” un codice di comportamento, di pensiero e di disposizioni. Non c’è dubbio che certi miti possano fungere da modelli d’ordine, atti a legittimare lo stato delle cose presenti. Uno studioso, Radcliffe-Brown, giunse alla conclusione che “il mondo della vita animale è rappresentato nei miti in termini di relazioni sociali simili a quelle della società umana”, e che le coppie d’opposizione costituite dagli animali-simbolo esprimono l’applicazione di un determinato “principio strutturale”. Esso consiste nella combinazione delle idee di “contrario” e di “opponente”. La prima caratterizza come contrarie due specie sulla base di certe caratteristiche (la prima è cacciatrice, l’altra è predatrice). L’idea di opponente invece mette in risalto la loro relazione complementare che tuttavia appare come tale solo se messa in rapporto con l’organizzazione sociale. Le due specie sono tra loro rivali, o meglio in un rapporto di “opposizione complementare”. Tale rapporto complementare esprime, secondo modalità di volta in volta diverse, l’opposizione di gruppi che sono rivali ma strutturalmente uniti in una relazione funzionale.

 

3.4 Un pensiero che pensa se stesso?

 

Una diversa interpretazione del mito è stata elaborata da Claude Levi-Strauss: la peculiarità della sua interpretazione consiste nel fatto che essa tratta il mito essenzialmente come un’attività speculativa senza curarsi dei legami che il racconto mitico può avere con la vita sociale e culturale di una popolazione. Secondo Levi-Strauss il mito va analizzato in termini di “strutture” e di “mitemi”. Egli considera il racconto mitico a partire dal modello della linguistica strutturale. Il mito è infatti, secondo lui, un’entità formalmente scomponibile in unità minime (mitemi), le quali rivestono un senso solo se poste accanto ad altre dello stesso tipo. Il medesimo mitema prende sembianze diverse in culture diverse, ma ricorre in racconti mitici differenti, assumendo di volta in volta un significato diverso a seconda degli altri mitemi a cui si trova affiancato. Il mito per Levi-Strauss è un ambito speculativo in cui il pensiero umano non soffre delle costrizioni della realtà materiale e sociale, essendo libero di pensare ciò che non può esistere realmente ma che può esistere invece nell’immaginazione. Da questo punto di vista si potrebbe stabilire un nesso fra i miti e i racconti di fantascienza che rappresentano mondi immaginari mediante l’utilizzo di elementi “realistici” coerentemente coordinati. Il mito è anche chiamato a conciliare quegli aspetti contraddittori dell’esistenza umana e del mondo naturale che non possono essere mediati da alcuna forma di dialettica razionale. Il pensiero mitico si assume così il compito di risolvere le contraddizioni tra spirito e corpo, bene e male, vita e morte, introducendo nella narrazione un elemento che è a prima vista inspiegabile ma che, a una più profonda analisi, si presenta come “mediatore simbolico” di una contraddizione irrisolvibile per via razionale. Tuttavia queste mediazioni non sono mai dirette ma si presentano sotto forma di personaggi, azioni e contesti che apparentemente non hanno nulla a che vedere con il problema intellettuale che il mito cerca (incosciamente) di risolvere. Per la sua capacità di svincolarsi dalle necessità del mondo naturale e sociale, il pensiero mitico concepito da Levi-Strauss, ci appare come un pensiero “libero” che ha i propri limiti solo in se stesso. Il mito sarebbe allora in qualche modo il frutto di un “pensiero che pensa se stesso”.

 

CAPITOLO 5: COSTRUZIONI DEL SE’ E DELL’ALTRO

 

1)      Identità, corpi, “persone”

 

1.1 I confini del Sé e la rappresentazione dell’Altro: identità/alterità

 

L’attenzione degli umani non si è soffermata soltanto sul mondo della natura. Essa si è rivolta da sempre anche all’umanità stessa, ossia al “Sé” e all’ “Altro” intesi tanto come soggetti individuali quanto come soggetti collettivi. Non si deve pensare che tale attenzione sia necessariamente tradotta in forme sistematiche di riflessione, ma certo è che essa riguarda in maniera tanto implicita quanto esplicita il modo in cui individui e gruppi hanno pensato e pensano la propria relazione con l’alterità, innanzitutto l’alterità umana. Il problema di sapere “chi siamo noi” e chi invece “siano loro” è presente in tutte le culture. L’appartenenza di un individuo a un gruppo è resa possibile dalla condivisione, almeno parziale, di determinati modelli culturali. L’idea di far parte di un Sé collettivo, di un “Noi”, si realizza attraverso comportamenti e rappresentazioni che contribuiscono a tracciare dei confini, delle frontiere nei confronti degli “altri”. Appartenenza da un lato e distinzione dall’altro sembrano infatti costituire due aspetti opposti, e tuttavia complementari, del vivere e del sentire umani. L’idea di appartenere a un sé collettivo e quella di essere ciò che siamo come individui rinviano entrambe alla nozione di “identità”. Sapere di far parte di una comunità, così come l’idea che siamo, come individui, ciò che sentiamo, pensiamo, desideriamo, speriamo…, sono le certezze più immediate a cui possiamo aggrapparci. Tuttavia sappiamo anche quanto siano fragili queste certezze. Essere esclusi da un gruppo al quale pensavamo di appartenere, subire un’ingiustizia dal gruppo al quale ci affidavamo, o vivere alterazioni nella nostra vita, sono fatti che possono far vacillare la nostra identità. Più viviamo in ambienti concorrenziali e conflittuali, più si sviluppa per contro la “retorica dell’identità” intesa come dimensione irriducibile dell’ “Io” o del “Noi”. E con la retorica dell’identità si acuisce il senso del confine tra il sé e l’altro, tra “noi” e “loro”. Gli “incontri con la differenza” sono un tratto sempre più costitutivo della nostra vita. Tali incontri non sono appunto qualcosa che riguarda solo gli individui, ma anche le culture. La “cultura occidentale” è ad esempio una di quelle che più ha enfatizzato la dimensione dell’identità, soprattutto della propria identità come contrapposta ad altre. Se la nostra cultura ha un’idea piuttosto rigida della propria identità, non è così presso altri popoli. In Africa, ad esempio, esistono gruppi che sono ben coscienti di come la loro identità sia la risultante di un incontro con altri, di una contrapposizione con essi ma anche di uno scambio e di una mescolanza.

 

1.2  Corpi

 

Il caso del cannibalismo tupinamba (che mangiavano i prigionieri di guerra dopo averli fatti ambientare nella propria comunità anche per parecchi anni; il significato era quello di tenere legati i due gruppi tramite la “sostanza umana” incorporata) evidenzia un aspetto particolare della dimensione identitaria: il rapporto del Sé con il corpo, proprio ed altrui. Gli esseri umani hanno esperienza del mondo attraverso il corpo. Esso infatti è una specie di mediazione tra noi e il mondo, un mezzo attraverso il quale entriamo in relazione con l’ambiente circostante. Noi comprendiamo il mondo che ci circonda perché il nostro corpo è stato esposto fin dalla nascita alla “regolarità” del mondo. Ciò fa in modo che il corpo sia disposto e pronto ad anticipare tali regolarità in comportamenti che mettono in moto ciò che il sociologo francese Pierre Bourdieu ha chiamato appunto una conoscenza attraverso il corpo. Si tratta di una forma di conoscenza che è diversa da quella riflessiva e intenzionale mediante cui interroghiamo e interpretiamo il mondo. Si tratta di una conoscenza “incorporata”. Gli antropologi hanno molto insistito negli ultimi anni sulla nozione di “incorporazione” come nozione capace di descrivere il nostro “essere nel mondo”. Questa conoscenza “incorporata” del mondo sta alla base di ciò che lo stesso Bourdieu ha chiamato “habitus”, cioè il complesso degli atteggiamenti psico-fisici mediante cui gli esseri umani “stanno nel mondo”. E’ importante sottolineare che questo “stare nel mondo” è uno “stare” di natura sociale e culturale, per cui il nostro habitus varia tanto sulla base delle nostre particolari caratteristiche psico-fisiche, quanto a seconda dei modelli comportamentali e delle rappresentazioni che noi interpretiamo in quanto individui facenti parte di una determinata cultura. Questo “essere nel mondo” attraverso il corpo è culturalmente orientato ed è stato fatto oggetto di speciali attenzioni sin dall’antichità. Il corpo è infatti “culturalmente disciplinato” e le tecniche che sono preposte all’attuazione di tale disciplina dipendono dai modelli culturali in vigore. I corpi non sono disciplinati soltanto inbase a quelli che una società ritiene siano i comportamenti corretti in pubblico e privato. La società cerca di imprimere nel corpo dei suoi componenti i “segni” della propria presenza. Gli individui infatti sono “esseri sociali”. Senza un gruppo che li educa, li forma e li sostiene sarebbero dei derelitti. Secondo alcuni antropologi tutte le società si adoprerebbero, sebbene in maniera diversa, a sottolineare questo fatto “plasmando”, “fabbricando” i loro membri secondo un proprio modello ideale di umanità. Il corpo è anche un veicolo privilegiato per manifestare la propria “identità”, sociale e individuale. Come detto, il corpo “è un luogo di messa in scena del Sé”. Il corpo può essere un mezzo per rivendicare non solo una identità o “diversità” individuale. Il corpo è anche qualcosa su cui si proiettano valori e stili culturali differenti. Il corpo può anche diventare terreno di confronto ideologico e politico.

 

1.3  Corpi sani e corpi malati

 

Il corpo può essere infatti uno strumento di “resistenza” e di “risposta”, tanto consapevole quanto inconscia, nei confronti delle situazioni esterne. E’ per questo motivo che in questi ultimi anni alcuni antropologi hanno messo l’accento su come gli individui “incorporano” il disagio sociale dando luogo a patologie di vario tipo. Secondo alcuni antropologi si può parlare di un vero e proprio “sapere incorporato” del mondo politico e sociale che si esprime in forma patologica in determinate condizioni di stress. Strettamente connesse con le concezioni del corpo e della persona sono infatti quelle di salute e malattia. E’ ovvio che in tutte le culture vi sia una distinzione precisa tra cosa significhi “sentirsi bene” e il suo opposto “stare male”. Tuttavia non è affato scontato che l’elaborazione sociale e culturale dello “stare bene” e dello “stare male” sia ovunque la stessa cosa, così come, naturalmente, non è lo stesso il metodo di cura, né la spiegazione delle cause che hanno provocato lo stato di sofferenza. Come tutti gli aspetti della vita umana presi in considerazione dall’anrtopologia culturale, anche quello della salute e della malattia è stato avvicinato dagli antropologi in una prospettiva “relativista”. Ciò è consistito in primo luogo nel prendere atto che tutte le culture hanno una concezione complessa del disagio fisico e psichico, e che tali concezioni, a cui gli antropologi hanno dato il nome di “sistemi medici”, rispondono a un tentativo più o meno coerente di spiegare e curare i disturbi sia fisici che mentali. Si è così scoperto che molte culture sono depositarie di conoscenze sul mondo naturale che hanno consentito loro di elaborare terapie efficaci basate sull’utilizzo di sostanze ricavate dalle piante e dagli animali. Molti popoli hanno scoperto le virtù terapeutiche di sostanze a cui solo da poco tempo la medicina occidentale guarda con interesse per la cura di certe malattie. Il modo antropologico di accostarsi alle concezioni della salute e della malattia ha posto in evidenza come non vi sia una medicina che possa considerarsi svincolata dal contesto sociale e culturale entro la quale viene praticata. In Occidente prevale nettamente il cosiddetto paradigma “biomedico”, cioè l’idea che lo stato di malattia fisica abbia solo cause di tipo organico, cioè biologico. Un’ulteriore caratteristica del paradigma bio-medico è la “medicalizzazione del paziente”. Una volta diagnosticata la malattia l’ammalato viene inquadrato come soggetto “altro”, separato dalla comunità familiare e lavorativa, cosa questa inconcepibile presso molte culture extra-europee. Il paziente viene in qualche modo de-socializzato, e il suo corpo, oggetto di esami, analisi, operazioni non è più “il luogo della messa in scena del Sé” ma della messa in scena di un “sistema medico” che si presenta come razionale, scientifico, oggettivo, ma che in realtà crea corpi e menti medicalizzate, forme tangibili di una realtà “altra” rispetto a quella delle persone sane. Spesso il paradigma biomedico occidentale entra in conflitto con il “sistema medico” locale, e vi sono casi in cui i medici “moderni” devono, non senza tensioni e incomprensioni ma anche con effetti positivi, mediare con i “dottori” locali.

 

1.4  Persone

 

In Europa e in Nord-America i favorevoli e i contrari all’aborto si scontrano fondamentalmente su un punto: quando possiamo dire che un agglomerato di cellule umane è una “persona”? Quesiti di questo tipo fanno parte di ciò che in Occidente è chiamato “bioetica”, ossia lo studio degli atteggiamenti e delle idee che sono implicite nel nostro modo di trattare il corpo umano nella sua relazione con la sfera della persona, della dignità dell’individuo, della sua libertà, del suo diritto alla vita,… Culture diverse hanno bioetiche differenti. Anche nelle culture diverse da quelle Occidentali l’individuo è pensato come ricettacolo di motivazioni e di affetti e come un soggetto capace di capire e interpretare il mondo. Tuttavia sarebbe profondamente sbagliato ritenere che l’individuo sia pensato ovunque come un tutto integrato ed armonico dal punto di vista motivazionale, emotivo e cognitivo della “persona” della tradizione occidentale. Di ciò se n’era accorto già Marcel Mauss, antropologo francese, che in un celebre studio del 1938 aveva sottolineato come l’idea dell’individuo quale soggetto svincolato dal contesto fosse non solo un’idea (astratta) occidentale, ma come nelle altre culture la dipendenza dell’individuo dalla società fosse esplicitamente riconosciuta. Mentre la nozione di individuo rinvia al singolo in quanto unico esemplare diverso da tutti gli altri, la nozione di persona rinvia al modo in cui l’individuo entra in relazione con il mondo sociale di cui fa parte. In quanto “persona” l’individuo condivide con altri molte caratteristiche riconosciute dalla società come proprie di tutti gli individui. Ciò che noi chiamiamo “persona” si presenta ovunque come un insieme di elementi costitutivi, di natura tanto materiale quanto spirituale, dotati di una certa capacità di “integrazione”. Il soggetto è pensato ovunque come un’entità largamente “coerente”, anche se tale coerenza non può essere concepita sul modello di quella a noi più familiare

 

2)      Sesso, genere, emozioni

 

2.1 Femminile e maschile

 

Forse il confine identitario più netto presente in tutte le società umane è quello tra “femminile” e “maschile”. Alcuni studiosi ritengono che la differenza tra femminile e maschile costituisca una specie di “ultimo limite del pensiero”. François Héritier sostiene che la riflessione umana ha esercitato la propria attenzione sin dalle origini su ciò che si presentava ad essa nel modo più diretto e immediato: il corpo e l’ambiente in cui il corpo si muove. In questa prospettiva la differenza dei tratti sessuali e la diversa funzione riproduttiva del corpo femminile e maschile deve essere stata sin dalle origini fatta oggetto di speciali attenzioni. Infatti il corpo sessuato, tanto femminile quanto maschile, sembra contenere un’opposizione irriducibile, “ultima”, sul piano concettuale. Secondo l’antropologa francese Héritier l’opposizione femminile/maschile “oppone l’identico al differente”. Sempre Heritier sostiene che la differenza femmina/maschio è presente in tutte i sistemi di pensiero, tanto in quelli tradizionali (“chiusi”) che in quelli scientifici (“aperti”). L’universalità dell’opposizione femminile/maschile non implica che in tutte le culture si abbiano rappresentazioni analoghe delle relazioni tra i sessi. Per illustrare quest’ultimo punto, e cioè il carattere di “costruzione sociale” della distinzione femminile/maschile, Heritier cita il caso degli Inuit.

 

2.2 Sesso e genere

 

Vi sono dunque culture presso le quali l’identità “sessuale” di un individuo può non essere legata al suo sesso anatomico. Tali casi non sono frutto di inclinazioni o idiosincrasie personali, bensì fatti socialmente costruiti, riconosciuti e approvati. Allo scopo di distinguere tra identità sessuale “anatomica” e identità sessuale “socialmente costruita”, gli antropologi usano i termini “sesso” e “genere” rispettivamente. Le differenze sessuali sarebbero allora quelle legate alle caratteristiche anatomo-fisiologiche di un individuo; le differenze di genere invece, risulterebbero dal diverso modo di concepire “culturalmente” la differenza sessuale. Distinguere tra sesso e genere è fondamentale perché tra questi ultimi non vi è, contrariamente a quanto si crede normalmente, un rapporto di tipo biunivoco. Nelle nostre società i ragazzi e le ragazze ricevono, come del resto in molte altre, un’educazione “di genere” differente. Questo fatto spinge molte persone a ritenere che il comportamento di genere appropriato per ragazze e ragazzi sia una conseguenza diretta della loro identità sessuale. I lavori degli antropologi ci hanno insegnato come quelli che dovrebbero essere i tratti della femminilità e della mascolinità non siano affatto intesi ovunque nello stesso modo, come se fossero cioè il prodotto di una natura biologica distinta. I tratti della femminilità e della mascolinità, ossia le distinzioni di genere, sembrano essere piuttosto delle costruzioni culturali. Le culture, utilizzando in maniera simbolica le differenze biologiche, “costruiscono” rappresentazioni sociali e culturali dell’identità sessuale spesso sorprendentemente diverse tra loro.

 

2.3 Sesso, genere e relazioni sociali

 

Sesso e genere sono dunque due dimensioni identitarie distinte. E’ tuttavia chiaro che nella pratica sociale tali dimensioni tendono a fondersi in rappresentazioni e comportamenti in vario tipo. Una di queste rappresentazioni è che le donne siano individui preposti “naturalmente” alla riproduzione. Una volta accertata la differenza sessuale tra femmine e maschi, molte società ritengono che la funzione riproduttiva delle donne sia una cosa ovvia. In realtà, come è stato sottolineato da varie parti, non c’è niente di meno naturale della riproduzione umana. Altrettanto impossibile appare considerare la sfera delle relazioni di potere come estranea alla determinazione dei rapporti tra individui di sesso differente. Nella costruzione delle differenze di genere, tipiche delle varie società, non sono infatti presenti solo dati “naturali” (il sesso anatomico) o credenze di vario tipo, ma anche e soprattutto dinamiche che fanno della riproduzione femminile qualcosa di controllabile, di manipolabile e di potenzialmente “espropriabile”. Il controllo delle capacità riproduttive delle donne costituisce un elemento cruciale di tutti i sistemi sociali e della nascita di certe forme di potere. Tale controllo si accompagna di conseguenza a complesse rappresentazioni riguardanti le relazioni sessuali, comunicative, spaziali, educative e più in generale di comportamento, tra individui di sesso differente. Molte culture hanno costruito dei veri e propri “spazi di genere”. La separazione, l’esclusione, la distinzione tra i sessi sono realizzate mediante la messa in opera di simboli, pratiche e attribuzioni di ruoli, tanto reali quanto immaginari. Molte società insistono su aspetti della personalità femminile quali la reputazione, la modestia, la verginità, l’onore, tutti tratti connessi, più o meno direttamente, con il portamento in pubblico e, in particolare, con “l’uso” del corpo. Quasi sempre il modo di esporre il corpo è connesso a una concezione precisa della sessualità e della “libertà sessuale”. In molte società si ritiene che uomini e donne abbiano “personalità” differenti: più razionali e lucide quelle degli uomini, più istintive ed emotive quelle delle donne. Queste sono però distinzioni che riflettono più delle costruzioni di genere che delle differenze di natura sessuale.

 

2.4 Lo studio delle emozioni

 

Lo studio delle emozioni costituisce un settore di ricerca sviluppato solo recentemente dall’antropologia. Tale studio nasce come parte di un interesse più generale per la costruzione del Sé in relazione al mondo esterno, alla “alterità” umana, sociale, di genere e naturale. Gli stati d’animo fanno parte di una più generale sfera dell’ “interiorità” in cui non è sempre facile distinguere tra emozioni, sentimenti e sensazioni. I sentimenti sono in genere i concetti che una cultura possiede di un determinato stato d’animo, per esempio “essere innamorati”. L’emozione implicita nel fatto di “essere innamorati” è tuttavia qualcosa di diverso dal concetto di “amore” mediante cui viene espresso questo stato d’animo particolare. I problemi connessi con lo studio antropologico delle emozioni, e più in generale con la sfera dell’interiorità, sono molteplici e controversi. Gli antropologi sono però d’accordo su un punto: gli stati d’animo non sono universali, o meglio, non sono espressi ovunque nella stessa maniera. L’odio, la paura, la felicità e la tristezza, tutti stati d’animo implicanti l’insorgenza di una reazione emotiva, non sono il frutto di una “natura” geneticamente determinata, il prodotto della nostra costituzione neuro-fisiologica, almeno non più di quanto lo siano la nostra coscienza e il nostro pensiero. Essi sono piuttosto concepiti ed espressi da “soggetti culturali”, cioè in base ai modelli culturali introiettati durante l’infanzia e riplasmati continuamente nel corso della vita successiva di un individuo. In questo senso le emozioni sono responsabili della nostra “fabbricazione”. I problemi dello studio antropologico della sfera emotiva non si limitano tuttavia alla variabilità culturale della loro espressione. Poiché immedesimarsi negli altri non implica che si sia capaci di ritrasmettere ciò che si prova, lo studio delle emozioni e della sfera interiore si è concentrato sul problema della traduzione. Gli studi più recenti di antropologia delle emozioni si sono sforzati di “tradurre” quei concetti e quelle parole che vengono usati per esprimere particolari stati d’animo, sentimenti ed emozioni. Molte culture presso le quali gli antropologi hanno condotto ricerche di “antropologia dell’interiorità” mancano di un termine ultimo per indicare gli stati d’animo che noi chiamiamo emozioni. Ciò che si può dire è che le emozioni vengono modulate in relazione ad una serie complessa di fattori: età, genere, posizione sociale, contesto pubblico o privato,… Molti degli studi condotti dagli antropologi sulle emozioni hanno cercato di mettere in evidenza il rapporto di queste ultime con il sistema delle interazioni interpersonali e delle relazioni sociali. Le emozioni non sono affatto qualcosa che cade al di fuori della sfera “razionale” della vita umana. Tutte le culture hanno infatti un modo “razionale” di parlare delle emozioni. Esse possiedono nozioni e concetti atte a descriverle.

 

3)      Caste, classi, etnie

 

La distinzione noi/altri nelle società più vaste e complesse sembra riprodursi all’interno dello stesso corpo sociale.

 

 3.1 Caste

 

Il termine “casta” viene oggi utilizzato in maniera fluida e generica in riferimento a gruppi sociali ritenuti, per qualche ragione, superiori o inferiori ad altri e che, per questa loro caratteristica, tendono a condurre una vita separata da questi ultimi. “Casta” è un termine portoghese che in lingua portoghese significa “casata”, “stirpe”. Quando nel XV° secolo i navigatori portoghesi giunsero in India lo applicarono indistintamente a due criteri, in vigore nella società indù, per distinguerne le popolazioni sotto l’autorità dei principi (raja): il sistema dei varna e quello degli jat. I varna (in indù “colore”) sono le quattro categorie sociali principali della tradizione indù: sacerdoti, guerrieri, commercianti e contadini (oltre ai “fuori-casta” o “intoccabili”, i paria). I varna si suddividono in una miriade di jat (che significa “discendenza”) e sotto-jat, ognuno corrispondente, almeno in via teorica, a uno specifico gruppo occupazionale: vasai, fabbri, barbieri,… Tanto i varna che i jat si presentano come entità sociali ripiegate su se stesse. Fanno tutti parte di una società più ampia e sono economicamente “funzionali” al sistema nel suo complesso. Tuttavia le unioni matrimoniali devono in principio avvenire tra individui appartenenti allo stesso varna o allo stesso jat. La verità è che tutto l’universo indù sembra ruotare attorno a questo modello. Tanto in India quanto nel Sud-Est Asiatico induista, i rapporti tra gli individui sono improntati a rigide regole di frequentazione o di evitazione fondate sulla distinzione castale. Le caste, che si tratti di varna o di jat, sono infatti disposte gerarchicamente. Tale gerarchia si fonda su un criterio di maggiore o minore purezza rituale. Numerosi autori hanno visto nel sistema delle caste indiane un esempio particolarmente esasperato di “stratificazione sociale” fondato sulla disparità di accesso alle risorse. Di solito i membri delle caste superiori appartengono ai ceti più ricchi, ma non è detto che sia sempre così. Per riuscire a capire cosa siano le “caste” bisogna rifarsi infatti a criteri diversi da quelli strettamente socio-economici. Lo studioso francese Louis Dumont ha per esempio criticato le prospettive che fanno del sistema castale una forma mascherata di stratificazione sociale. Per Dumont tali prospettive sarebbero troppo “eurocentriche” e quindi inadeguate a cogliere l’essenza del sistema. Infatti il sistema castale, oltre a rispondere effettivamente in molti casi a un criterio di divisione occupazionale, si fonda su un’idea di gerarchia che è profondamente diversa da quella di gerarchia e di potere che gli occidentali hanno in mente. La gerarchia castale è una gerarchia di purezza rituale la cui logica informa l’intero pensiero hindu, e non solo l’ambito delle relazioni economiche e di potere. Alcuni autori contemporanei hanno suggerito che il sistema castale indù abbia subito un processo di forte irrigidimento con la colonizzazione. Levi-Strauss ritiene che le caste indì siano invece un tipico esempio delle tendenze classificatrici della mente umana. In quanto tale, la suddivisione della società in caste avrebbe delle straordinarie analogie formali con altri tipi di classificazione della realtà umana e naturale, come ad esempio il “totemismo”, ossia la tendenza, presente in molte culture, ad associare agli individui e ai gruppi il nome o l’immagine di un animale o di una pianta. Il totemismo opera una distinzione tra i gruppi servendosi delle diversità esistenti tra le “specie naturali”. Il sistema castale distingue invece gli esseri umani in base alla loro occupazione, quindi sulla base di un elemento culturale (prima trasformazione). Per il sistema castale le differenze tra gruppi occupazionali (distinzioni culturali) vengono assimilate a delle differenze naturali (fondate sulla nascita). Questa è la seconda trasformazione. Avviene in tal modo che il totemismo “pensi” la natura attraverso la cultura e che, al contrario, il sistema della caste concepisca la cultura attraverso la natura (terza trasformazione). Da questo diverso modo di concepire il rapporto natura-cultura derivano conseguenze pratiche molto importanti, quelle stesse conseguenze che impediscono a un osservatore esterno di vedere nel totemismo australiano e nelle caste indù due sistemi di classificazione appartenenti allo stesso sistema di trasformazione. La conclusione di Levi-Strauss è che totemismo e caste non sono istituzioni autonome; esse sono invece espressione di un “modus operandi” della mente umana che è delineabile anche dietro strutture sociali tradizionalmente definite come diametralmente opposte, quali appunto il totemismo e il regime delle caste indù. Queste analogie formali hanno indotto Levi-Strauss a considerare totemismo e caste due espressioni di ciò che egli ha chiamato i “sistemi di trasformazione”. I sistemi di trasformazione sono infatti, secondo Levi-Strauss, le analogie, i parallelismi che sistemi di classificazione diversi presentano sul piano formale, e la possibilità stessa che il pensiero avrebbe di passare da un sistema di classificazione a un altro.

 

3.2 Classi

 

La nozione di “classe” sociale è strettamente legata alla tradizione della filosofia e dell’economia politica europee, e in special modo alle analisi della società nata sulla spinta della rivoluzione industriale. Le distinzioni di classe non si risolvono in differenze di tipo economico. Tali distinzioni sono infatti (anche per Marx) il frutto, oltre che di disparità oggettive nell’accesso alle risorse, anche della rappresentazione che ogni gruppo aveva di se stesso in relazione alle altre classi. Le distinzioni di classe si riflettono infatti anche sul piano delle “culture” che ogni classe elabora ed esprime sulla base della propria esperienza del mondo. Su queste differenze culturali “di classe” nascono forme di distanziazione sociale “di fatto”, ma non di diritto come è invece il caso delle caste indù. L’appartenenza di classe non è infatti “ascrittiva”, nel senso che, nel contesto delle moderne società industriali, nulla impedisce in via teorica al proletario di diventare egli stesso capitalista (e viceversa). Le classi sociali si hanno infatti in sistemi economici e politici in cui è formalmente assicurata a tutti la possibilità di ascendere socialmente, e in cui diritti e doveri sono, almeno in via di principio, equamente distribuiti. Le classi non sono la stessa cosa dei gruppi occupazionali. La divisione della popolazione in classi ha naturalmente a che vedere con la divisione del lavoro, ma non coincide con quest’ultima. Gruppi occupazionali diversi possono infatti appartenere alla stessa classe sociale. Laddove non esiste “coscienza di classe”, cioè una forma di autopercezione che nasce dalla contrapposizione ad altri gruppi sociali anch’essi percepiti come “classi”, non sembrerebbe legittimo parlare di classi sociali. In certe situazioni la nozione di classe potrebbe venire ad acquistare una portata analitica anche al di fuori del contesto della sua originaria applicazione. Tuttavia tale applicazione trova dei seri limiti nella presenza di altri fattori, eminentemente simbolici, che sonbo determinanti nella definizione dei rapporti tra i gruppi e le comunità. Uno di questi fattori è l’etnicità.

 

3.3 Etnie ed etnicità

 

Per molti anni gli antropologi hanno impiegato il termine “etnia” per indicare un gruppo umano identificabile mediante la condivisione di una medesima cultura, di una medesima lingua, di una stessa tradizione e di uno stesso territorio. Si parlava così di “etnie” africane, nordamericane, mediorientali, centroasiatiche, …

I significati del termine etnia: nella seconda metà del XX° secolo, tuttavia, è prevalsa la tendenza a rivedere questo uso del termine etnia. Alcuni antropologi lo hanno fortemente criticato perché l’equazione cultura = lingua = territorio sembra dare per scontata l’idea che dietro ogni etnia vi sia un’origine comune, e che quest’ultima assegni all’etnia un fondamento “naturale”, riducendola a qualcosa come a una comunità di sangue, di stirpe, quando non addirittura a una “razza”. Infatti questo modo di intendere l’etnia corrisponde a un sentimento identitario (l’etnicità) che dà per scontato il carattere assoluto, statico, eterno del gruppo in riferimento al quale tutte queste cose vengono pensate. L’etnicità, ossia il sentimento di appartenenza a un gruppo definito culturalmente, linguisticamente e territorialmente in maniera rigida e definita, tralascia di considerare il fatto che gruppi simili non esistono in assoluto. Infatti tutti i gruppi umani, le loro culture e le loro lingue sono il frutto di un più o meno lento processo di interazione con altri. Bisogna però dire che l’etnicità è una manifestazione facente parte, come del resto la solidarietà parentale, di ciò che alcuni antropologi hanno definito la sfera dei “sentimenti primordiali”. Con l’espressione “sentimenti primordiali” non si vuole dire che tali sentimenti siano “naturali”, ma piuttosto che gli esseri umani devono necessariamente trovare delle ragioni ultime per autopercepirsi come individui dotati di una stabile identità; e che la parentela, come l’attaccamento al gruppo (etnico), sembrano far parte di questi sentimenti.

L’uso politico dell’etnicità: Dal conflitto fra Hutu e Tutsi risulta come i gruppi “etnici” al fine di pensare gli altri diversi da sé, siano costretti a enfatizzare alcuni elementi differenziali. Nella contrapposizione etnica ciò che agisce più di ogni altra cosa è infatti la volontà di enfatizzare uno o più elementi differenziali dimenticando tutti gli altri che invece accomunano. Lo scopo dello scontro etnico, invece, non è la sottomissione dello sconfitto, come nel caso della guerra classica, e nemmeno l’imposizione di un regime politico a una parte della popolazione, come potrebbe essere nel caso di una guerra civile. Lo scopo dello scontro etnico è l’eliminazione dell’altro, il suo annullamento fisico oltre che psicologico. Il fattore etnico può anche essere utilizzato allo scopo di ottenere vantaggi sul piano economico per alcuni gruppi di interesse. L’antropologo britannico Abner Cohen ritiene ad esempio che quando due gruppi precedentemente privi di contatti si incontrano possano verificarsi due situazioni. La prima è quella per cui se il divario economico è trasversale ai due gruppi, la comparsa del fattore etnico è attenuata o impedita. Gli strati sociali di pari livello dell’uno e dell’altro gruppo interagiranno tra loro, creando di fatto una società basata sulle differenze di classe. La seconda situazione invece, prevede che se l’accesso alle risorse avviene su base etnica, l’etnicità ha ottime possibilità di rafforzarsi e inibire lo sviluppo delle classi sociali e di una “coscienza di classe”. Infatti il gruppo avvantaggiato e quello svantaggiato svilupperanno entrambi un’identità molto forte in funzione del mantenimento della superiorità da una parte e della rivendicazione di pari diritti dall’altra, esattamente come è avvenuto nel caso degli Hutu e dei Tutsi. Secondo l’ipotesi di Cohen l’etnicità e la coscienza di classe sono esclusive l’una dell’altra. Se c’è una non ci può essere l’altra. Vi sono però casi in cui la situazione si presenta altrimenti. In molti paesi africani ad esempio, i leader di vari gruppi incoraggiano le divisioni tra etnie in quanto ciò consente loro di controllare gli strati socialemente inferiori della popolazione di presentarsi come i campioni del proprio gruppo etnico. Da questo punto di vista l’etnicità può essere funzionale al mantenimento delle divisione della società in classi, anche se inibisce la comparsa di una “coscienza di classe”. Da quanto precede risulta come l’etnicità sia un modo di percepire l’identità che può essere compreso soltanto in relazione a situazioni sociali e storiche precise, non come riflesso di una improbabile cultura originaria o autentica. L’etnicità deve essere letta come il prodotto di un’interazione tra gruppi con interessi diversi e spesso messi in circolazione da agenzie esterne (colonizzatori, multinazionali,…) laddove le istituzioni politiche e il loro linguaggio non si sono sviluppati o si sono disgregati, e non come il risultato di una tendenza al separatismo in quanto tale, come sarebbe quella tipica, ad esempio, del cosiddetto “particolarismo tribale”.

 

CAPITOLO 7: DIMENSIONE RELIGIOSA, ESPERIENZA RITUALE

 

1)      Concetti e culti

 

1.1 Cos’è la religione?

 

La nozione di “religione” possiede per noi un significato scontato. Essa sembra infatti rinviare a un complesso di credenze che si fondano da un lato su dogmi (le verità della fede) e dall’altro su riti, cerimonie e liturgie che hanno lo scopo di avvicinare i fedeli a delle entità soprannaturali: un unico dio oppure tanti dei. Inoltre riteniamo che dogmi e riti siano insegnati e coordinati da “specialisti” come i sacerdoti. Pensiamo infine che la religione abbia dei luoghi speciali in cui viene praticata, i templi: chiese, sinagoghe, moschee,… E’ tuttavia sufficiente compiere un rapido giro d’orizzonte etnografico per trovare popoli che non hanno dogmi della fede, altri che non hanno dei, e altri ancora che non hanno né templi né individui specializzati nelle attività di culto di una qualche divinità. Troviamo sempre esseri umani che immaginano una vita dopo la morte, che pensano il corpo come “animato” da un soffio vitale, che si rappresentano il mondo come percorso da “forze invisibili” le quali possono, o devono, essere invocate, evitate, manipolate, accolte o respinte. In anni recenti alcuni studiosi hanno molto insistito sul fatto che l’estensione all’intera umanità dell’idea di religione come di qualcosa composto da credenze, riti, divinità, miti della creazione… sia un prodotto della volontà degli europei di “ritrovare” altrove qualcosa di simile alla propria esperienza. Altri studiosi hanno invece sottolineato che l’idea della religione come qualcosa di costituito da una essenza irriducibile, cioè qualcosa di veramente comune a tutte le forme dell’esperienza “religiosa”, sia insostenibile. Una religione non è comprensibile al di fuori della considerazione del rapporto tra potere e verità, ossia tra coloro che sono in grado di produrre discorsi autorizzati su ciò che è “vero” e coloro che sono chiamati a rispettare quella autorità. Potere, autorità e verità sono strutture e concetti relativi, i quali non possono essere tutti ricondotti a un unico denominatore valido ovunque e in qualsiasi epoca. Tuttavia se spostiamo l’attenzione dagli aspetti formali e istituzionali della religione a quelli motivazionali avremo la possibilità di avere una visione più unitaria del fenomeno e cogliere la natura dell’ “esperienza religiosa”. In linea generale una religione potrebbe essere definita come “un complesso più o meno coerente di pratiche e di rappresentazioni che riguardano i fini ultimi e le preoccupazioni estreme di una società di cui si fa garante una forza superiore all’essere umano”. Questa definizione tocca due dimensioni: quella del “significato” e quella del “potere”. La dimensione del significato sta proprio nei valori esprimenti i “fini ultimi” e le “preoccupazioni estreme” di una società. La dimensione del potere, invece, risiede nell’idea che vi sia qualcosa o qualcuno che ha l’autorità incondizionata di sanzionare tali valori. Questo qualcosa o qualcuno è in genere identificato con un ente soprannaturale che si manifesta direttamente oppure, come accade nelle religioni delle società stratificate, tramite i suoi “rappresentanti” umani. La religione ha il compito di “spiegare” l’importanza indiscutibile di quei valori stessi, di affermarli e di ribadirli; la religione svolge, di conseguenza, una “funzione integrativa”. Al tempo stesso, proprio perché difende la bontà e la verità dei valori ultimi di una società, la religione svolge anche una funzione “protettiva” delle certezze di quest’ultima, mettendo al riparo gli individui dalle ansie e dalle insicurezze connesse con la vita personale e collettiva. La duplice funzione della religione, integrativa e protettiva, si esplica in concreto attraverso simboli, miti e riti. I simboli veicolano concetti, i quali costituiscono i significati dei simboli; i miti sono i “racconti” che organizzano i concetti in discorsi dotati di una propria coerenza; i riti sono le azioni che mettono “in scena” i concetti, li rappresentano a coloro che eseguono il rito e a coloro che vi assistono.

 

1.2 Un’utile tipologia: gli elementi della religione e le forme di culto

 

Nel 1966 l’antropologo Anthony Wallace propose una tipologia degli elementi che individuerebbero ovunque “una religione”, nonché dei tipi di culti in essa presenti. Come tutte le tipologie, anche quella di Fallace espone al rischio di irrigidire la diversità dell’esperienza religiosa entro categorie e schemi predefiniti, impedendo di cogliere quelle realtà che non sono riconducibili a un tipo specifico. Se usata con cautela, tale tipologia è tuttavia utile per fare ordine in una realtà etnografica estremamente complessa e variegata.

Gli elementi della religione

La preghiera: Consiste in un modo culturalmente definito di rivolgersi alle entità garanti dell’ordine cosmico e sociale, di solito rappresentate da spiriti, antenati, divinità,… La preghiera, che può essere individuale o collettiva, è spessa accompagnata dall’uso di sostanze speciale: profumi, incensi,… Infine la preghiera può svolgersi in un luogo qualunque o in spazi speciali destinati al culto e considerati per questo “sacri”.

La musica: La musica e il canto, come le cantilene e la danza, costituiscono parte integrante di molte cerimonie religiose. In molte circostanze la musica contribuisce al prodursi di uno stato emotivo che favorisce il senso di comunione tra i partecipanti alla cerimonia, oppure, come accade in altre circostanze, produce stati di “trance” (estasi) che, in alcuni culti, consente ai fedeli di entrare in contatto con le potenze e gli esseri spirituali.

La prova fisica: Tutte le religioni implicano che i praticanti si sottopongano a prove che possono variare dalla semplice astinenza da cibi e bevande in alcuni periodi prestabiliti, sino all’automortificazione e all’autotortura.

L’esortazione: Caratteristica di una “religione” è la presenza di individui che si rivolgono ad altri esseri umani nell’intento di facilitare il contatto di questi ultimi con le forze spirituali.

La recitazione del codice: Tutte le società prevedono una qualche concezione “compiuta” del mondo o dei rapporti degli esseri umani con il mondo ultrasensibile. Le attività religiose si articolano in riferimento a tali concezioni evocandone spesso alcuni aspetti in formule, preghiere o, come accade nelle religioni con testi sacri, con la recitazione, la lettura e il commento di questi ultimi.

Mana: Questa è una parola di origine melanesiana con cui gli antropologi hanno voluto indicare un’idea di sostanza invisibile, di “forza” che può trasmettersi da un corpo all’altro, da un essere all’altro, soprattutto per contatto.

Il tabu: Con la parola polinesiana “tapu” gli antropologi hanno chiamato tutte le proibizioni relative a esseri animati o cose speciali che, per questo motivo, sono essi stessi tabu. Tutte le religioni prevedono oggetti, esseri animati o persone tabu.

Il convivio: mangiare e bere. La condivisione di un pasto fa parte del cerimoniale di molti culti religiosi.

Il sacrificio: Tutte le religioni prevedono offerte alle potenze invisibili, siano queste divinità, spiriti o “forze della natura”. Uccidere animali o esseri umani “consacrati”, offrire piccoli animali domestici, incollare banconote alle statue dei santi portate in processione come nell’Europa meridionale mediterranea, sono tutte forme di “sacrificio”. Il sacrificio è inteso dai credenti come un atto capace di sollecitare la benevolenza della potenza spirituale invocata, ma è interpretabile anche come un atto capace di rinsaldare il senso di comunione tra i fedeli.

La congregazione: La riunione degli individui in occasioni speciali come messe, funzioni, sacrifici, processioni, pellegrinaggi, sembra essere una costante di tutte le società allorché queste celebrano i propri culti. Tali riunioni possono essere di pochi individui o di parecchie centinaia di migliaia.

L’ispirazione: Gli stati interiori dei soggetti coinvolti in una esperienza religiosa possono mutare a seconda dei contesti e anche a seconda della personalità dei soggetti coinvolti: dal rapimento mistico alla tiepida partecipazione alle celebrazioni del culto.

Il simbolismo: Le religioni vivono grazie a dei simboli che ne veicolano i concetti e suscitano nei fedeli determinate rappresentazioni. Si tratta di simboli che servono a condurre, sul piano pratico e concettuale, le stesse cerimonie religiose. I simboli sono scelti arbitrariamente, non hanno cioè nessuna relazione “naturale” con ciò che essi rappresentano.

Wallace ha anche distinto quelli che secondo lui sono i “tipi di culti”, che egli chiama individuali, sciamanici, comunitari ed ecclesiastici.

Tipi di culto: i “culti individuali” sono quelli praticati dal singolo individuo ma sempre all’interno di un codice religioso, culturalmente e socialmente condiviso, di rappresentazioni.

I culti sciamanici sono quelli tipici di società nelle quali il contatto con le potenze invisibili è assicurato, oltre che dal culto individuale, dall’opera di una particolare figura, uomo o donna, detta “sciamano”. Tale parola indica in maniera generica quei personaggi che detengono un posto particolare nella vita religiosa e rituale della comunità, dotati della particolare facoltà di avere visioni del mondo soprannaturale, facoltà sovente associata con il potere di curare malattie di vario tipo. Caratteristica dello sciamano è quella di essere un individuo come negli altri nella vita di tutti i giorni, un individuo che solo occasionalmente veste i panni della sua funzione. Spesso le pratiche sciamaniche sono accompagnate da musica e dall’assunzione di droghe atte a provocare stati di tipo allucinatorio. Ciò che distingue uno sciamano da un qualunque guaritore è il fatto che il primo, a differenza del secondo, ha la possibilità di entrare in stati di semi-incoscienza (trance) durante i quali stabilisce un contatto con i poteri sovrannaturali dai quali attinge le rivelazioni e le conoscenze per poter operare sui propri pazienti.

I culti comunitari: Wallace definisce in questo modo tutte quelle pratiche religiose che precedono la partecipazione di gruppi di individui organizzati sulla base dell’età, sesso, funzione, rango, oppure su base volontaria e che si riuniscono temporaneamente per questo preciso scopo senza alcun aspetto di permanenza e continuità delle funzioni cultuali. I gruppi organizzati sulla base di questi culti possono avvalersi della partecipazione di sciamani, gruppi di danza, suonatori,… Un tipo speciale di culto comunitario è quello chiamato “totemico”, ritenuto una volta come connesso con la prima forma di religione (totem).

I culti ecclesiastici sono infine quelli che prevedono l’esistenza di gruppi di individui specializzati nel culto, come i sacerdoti nell’antico Egitto, presso i Romani, e in tutte le società socialmente stratificate dell’Asia, dell’Africa come delle antiche Americhe. Con i culti ecclesiastici siamo di fronte a religioni in possesso di testi quasi sempre scritti, i queli vengono tramandati in luoghi speciali come scuole, seminari, istituti nei quali la classe sacerdotale si riproduce. Forti sono le connessioni tra gruppi sacerdotali specializzati nel culto e i detentori del potere politico, dove l’uno e l’altro elemento si sostengono a vicenda grazie ad una visione “ufficializzata” dell’ordine cosmico, alla cui formulazione gli specialisti della religione danno di solito il contributo intellettuale più rilevante. I riti sembrano in effetti costituire delle attività entro cui si genera un principio di autorità. E’ nel compimento del rituale stesso che questa autorità si impone alla mente dei partecipanti. I riti sono ciò che rende evidenti le verità della religione, ossia i valori, i fini ultimi, l’ordine del cosmo e della società. Intesi in questo modo i riti potrebbero essere considerati degli atti aventi come fine quello di “rassicurare” gli individui di fronte alle incertezze e alle tensioni dell’esistenza. Vi sono però riti che evocano solo in parte rappresentazioni di tipo religioso. I riti “profani”, spontanei o organizzati che siano, risultano privi di finalità religiose in senso stretto ma mettono pur sempre in gioco rappresentazioni che sono da considerarsi “sacre” a tutti gli effetti. I riti patriottici e nazionalistici di tradizione euro-occidentale ne sono l’esempio meglio conosciuto: essi mettono in gioco figure di tipo “extra-umano”, valori religiosi, e in primo piano dei simboli che, come tali, non hanno niente di religioso, ma hanno molto di “sacro”. Di solito in queste cerimonie il simbolo sacro per eccellenza è costituito dalla bandiera nazionale. La bandiera occupa, in tali circostanze, la posizione di “simbolo dominante”. La bandiera è infatti il simbolo più importante dello stato nazione poiché si riveste di significati sacri ed è al centro di ciò che è stato definito “religione civile”.

 

2)      Simboli e riti

 

2.1 I simboli sacri e la loro efficacia

 

Alla base di ogni rappresentazione religiosa vi sono dei simboli sacri che servono a sintetizzare l’ethos di un popolo – il tono, il carattere e la qualità della sua vita, il suo stile e il suo sentimento morale ed estetico, nonché la sua visione del mondo, l’immagine che ha di come sono effettivamente le cose, le sue idee più generali dell’ordine. I simboli, insomma, “significano” dei concetti che rinviano ai valori fondamentali e ultimi di una società. Per questo motivo si dice spesso che la religione coincide con una visione del mondo o con una cosmologia, dove però tale cosmologia o visione del mondo si riveste di un’aura di “sacralità”. I simboli religiosi sono infatti “sacri”, e quella di sacro è certamente una nozione centrale del pensiero religioso. Emile Durkheim definì nel 1912 le cose sacre come “separate” e “interdette”: separate da quelle profane e vietate a chi non è “consacrato”. Secondo Durkheim le cose sacre sono quelle che suscitano negli esseri umani rispetto e timore reverenziale. I simboli sacri di cui parla Geertz sono così quelli che “significano” i valori ultimi, “intoccabili” su cui una società fonda le proprie certezze morali. I simboli sacri agiscono su coloro che li percepiscono mettendoli nella condizione di predisporsi a un’azione e/o suscitando in loro un particolare stato d’animo. Alla vista dei propri simboli, il pellegrino come il musulmano, si predispone a “ricevere” o a rivivere le verità della loro fede. Agendo in tal modo i simboli sacri producono, nell’animo di chi ne recepisce il significato, un’idea “rappacificante”, di ordine. Quest’ordine non è di tipo sistematico. Il tipo di ordine che i simboli sacri suggeriscono riguarda piuttosto la certezza che, nonostante il mondo si presenti sotto forma di un caotico insieme di eventi imprevedibili, dolorosi e capaci di sconvolgere l’universo morale degli esseri umani, vi è pur sempre una realtà sicura, ultima, vera e immutabile alla quale essi possono richiamarsi. In questo senso i simboli sacri sono ciò che consente alla religione di svolgere la sua duplice funzione: integrativa e protettiva. Ma come fanno i simboli a “diventare” sacri per gli esseri umani? Un oggetto come la croce ha un significato completamente diverso per un cristiano, un musulmano e un buddista. Per il cristiano è un simbolo sacro; per un musulmano e un buddista è il simbolo sacro dei cristiani. Ma, supponendo che vi fosse qualcuno che non sapesse dell’esistenza del cristianesimo, e di conseguenza dei suoi simboli, cosa sarebbe per lui la croce? La croce non solo non sarebbe un simbolo sacro, suo o di altri; non sarebbe neppure un simbolo, ma un semplice oggetto privo di significato. Per far sì che un simbolo sia riconoscibile come sacro bisogna infatti che la sua sacralità si “imponga” alla sensibilità e alla mente dei soggetti. Gli esseri, per poter riconoscere il carattere sacro di un simbolo devono essere stati “addestrati” allo scopo. Ora, tale addestramento si realizza attraverso i riti.

 

2.2 I riti della religione

 

Parlando in generale, un rito può essere inteso come un complesso di azioni, parole, gesti la cui sequenza è prestabilita da una formula fissa. Si tratta di sequenze di azioni e parole mediante cui vengono evocati dei simboli i quali svelano il loro carattere sacro ai partecipanti. I riti, inoltre, sono di solito – anche se non sempre – officiati da personaggi speciali in qualche modo dotati autorità. I riti sembrano in effetti costituire delle attività entro cui si genera un principio di autorità. E’ nel compimento del rituale stesso che questa autorità si impone alla mente dei partecipanti. I riti sono ciò che rende evidenti le verità della religione, ossia i valori, i fini ultimi, l’ordine del cosmo e della società. Intesi in questo modo i riti potrebbero essere considerati degli atti aventi come fie quello di “rassicurare” gli individui di fronte alle incertezze e alle tensioni dell’esistenza. Vi sono però riti che evocano solo in parte rappresentazioni di tipo religioso. I riti “profani”, spontanei o organizzati che siano, risultano privi di finalità religiose in senso stretto, ma mettono pur sempre in gioco rappresentazioni che sono da considerarsi “sacre” a tutti gli effetti. I riti patriottici e nazionalistici di tradizione euro-occidentale ne sono l’esempio meglio conosciuto. Essi mettono in gioco figure di tipo “extra-umano”, valori religiosi, e mettono in primo piano dei simboli che, come tali, non hanno niente di religioso, ma molto di “sacro”. Di solito in queste cerimonie il simbolo sacro per eccellenza è costituito dalla bandiera nazionale. La bandiera occupa, in tali circostanze, la posizione di “simbolo dominante”. La bandiera è infatti il simobolo pià importante dello stato nazione poiché si riveste di significati sacri ed è al centro di ciò che è stato definito “religione civile”.

 

2.3 Le varietà dei riti

 

Poiché i simboli rituali rimandano a differenti aspetti della realtà sociale venendo a significare cose diverse, non è possibile definire i tipi di riti. Vi sono però dei riti che si distinguono per alcune caratteristiche particolari.

Riti di passaggio: i riti di passaggio sono quelli che sanzionano pubblicamente il passaggio di un individuo, o di un gruppo di individui, da una condizione sociale o spirituale ad un’altra. L’idea sottostante di Van Gennep, colui che li chiamò così, era che siccome il mondo sociale è ordinato in ambiti definiti di attività e di posizioni sociali, ogni cambiamento all’interno di questi ambiti produce una “perdita di equilibrio”, che deve essere tuttavia restaurato per esigenze di ordine simbolico, di “pensabilità del reale”. Ogni evento deve essere accompagnato da riti di passaggio atti a scandire la transizione da uno stato all’altro. Van Gennep distinse, all’interno di ciascun rito di passaggio, tre fasi, ciascuna caratterizzata da rituali specifici: 1) separazione (riti preliminari); 2) margine (riti liminari); 3) aggregazione (riti post-liminari), attribuendo la massima importanza a quella centrale, o di margine. L’importanza di quest’ultima deriverebbe dal fatto che essa è espressamente dedicata al controllo della fase più incerta e delicata del “passaggio”. La fase di margine viene infatti dopo il “distacco” di un individuo dalla sua condizione precedente, e prima di quella in cui l’individuo in questione assumerà una nuova identità sociale, professionale, politica, religiosa… E’ proprio nella fase di margine che l’individuo, proprio perché ancora dotato di una personalità sociale indefinita, può essere involontariamente responsabile dello scatenamento di forze “ambigue”, pericolose e diffuse capaci di mettere a repentaglio l’ordine sociale e concettuale.

I riti funerari: In tutte le società la morte è un evento dirompente e drammatico. Le società devono far fronte a quello che ritengono essere un vero e proprio “scandalo”. Poste di fronte alla morte, tutte le società chiamano a raccolta le proprie energie capaci di attenuare lo shock della perdita. Di fornte alla morte le società fanno riferimento ai “valori ultimi” sui quali esse si fondano e tali valori hanno quasi sempre una relazione con la dimensione “religiosa”. Tuttavia, fare riferimento ai valori ultimi significa renderli espliciti, pubblici e quindi rappresentarli attraverso l’uso rituale di simboli dotati di significato. I riti funebri contengono pertanto gesti, azioni e parole che richiamano, nella mente di coloro che vi partecipano, i valori e i significati su cui la società in questione fonda l’ordine del mondo e di sé medesima. Se la morte è una transizione che tutte le società rappresentano grazie alla messa in scena di riti speciali, essa è anche un evento che si contrappone alla vita. Proprio prchè contrapposta alla vita, la morte appare agli esseri umani “priva di senso”, dramma assurdo, lacerazione totale. Se la morte rimanesse tale, la società non potrebbe continuare ad esistere. Per continuare a vivere, le società devono “rendere ragionevole” la morte e, a tale scopo, devono connetterla con i valori e le rappresentazioni che danno un senso alla vita stessa. Il fatto di mettere in relazione un evento come la morte, i riti che l’accompagnano, e il significato “normativo” che tali riti esprimono, non deve tralasciare lo studio del lutto e del dolore così come questi sono vissuti dai membri di una società. I rituali funerari non “contengono” infatti tutte le complicate dinamiche attinenti al lutto e alla perdita. Tra rituale funebre e lutto non c’è rapporto di reciproca inclusione.

Riti di iniziazione:  Sanciscono il passaggio degli individui da una condizione sociale o spirituale auna diversa dalla precedente. In quanto riti che sanciscono un cambiamento, la transizione da una condizione precedente a una successiva, quelli di iniziazione sono forse i più aderenti alla struttura tripartita dei “riti di passaggio” di Van Gennep. Nelle società studiate dagli antropologi viene dato spesso grande rilievo a riti di tal genere, poiché essi sono la dichiarazione pubblica, socializzata, dell’assunzione di un nuovo status di un individuo e delle responsabilità che questo nuovo status comporta. I riti della pubertà sottolineano per esempio l’entrata di giovani, ragazze e ragazzi nell’età fertile. Altri riti di iniziazione possono riguardare il passaggio dallo stato di adolescente a quello di giovane guerriero, o da adulto a padre di famiglia, e così via (spesso legati alle classi d’età). Ma riti di iniziazione sono anche quelli che sanciscono l’affiliazione degli individui a gruppi malavitosi, a logge massoniche, o a società segrete. L’allontanamento dal resto della comunità corrisponde alla fase che Van Gennep chiamò di “separazione”; la permanenza del novizio lontano dai propri simili è quella che corrisponde alla fase di “margine”, mentre il ritorno ha la funzione di “riaggregare” l’iniziato alla comunità, dando il segnale per la ripresa della vita ordinaria da parte dell’individuo in questione, il quale gode però adesso di un nuovo status. I riti di iniziazione hanno lo scopo di “situare” ufficialmente l’individuo in posizione adeguate alla sua età sociale e quindi sancire i diritti e doveri che gli competono in fasi diverse della vita. In molte società le idee di ordine e stabilità sociale sono strettamente collegate al principio di autorità, e questo a quello di anzianità. Anzianità e autorità sono condizioni che possono essere raggiunte progressivamente e tale processo è in molti casi scandito dai riti di iniziazione.

 

3)      Religioni e identità nel mondo globalizzato

 

3.1 Secolarizzazione e nuove religioni

 

Dalla fine del XIX° secolo sociologi e filosofi cominciarono a discutere di ciò che ancora oggi viene chiamato “secolarizzazione”, un fenomeno che coincide con la presunta “ritrazione progressiva del sacro” dalla vita sociale e dalla sensibilità degli individui. Oggi sono gli squilibri tra le aree del pianeta a essere sovente all’origine di nuovi culti o del rafforzamento di quelli che, nati in epoca coloniale, continuano a costituire un punto di riferimento per le comunità che cercano di conferire un senso al proprio presente e al proprio futuro.

I movimenti: di revitalizzazione, millenaristici, nativistici e messianici: per definire questi culti e queste religioni gli antropologi hanno impiegato il termine di “movimenti” diversamente qualificati di volta in volta come movimenti di “revitalizzazione”, “millenaristici”, “nativistici” e “messianici”, a seconda dell’accentuazione particolare data a questi culti dai loro affiliati. I culti di “revitalizzazione” sono, ad esempio, quelli in cui un gruppo o una comunità dichiarano di puntare ad un miglioramento delle proprie condizioni di vita, e nei quali sia i riti che le rappresentazioni hanno come fine quello di rivitalizzare il senso di identità del gruppo o della comunità medesima. I culti “millenaristici” sono quelli che accentuano le rappresentazioni relative all’avvento di un’epoca di pace e felicità, avvento che può essere favorito, incoraggiato e predisposto mediante appropriate attività rituali e grazie a un particolare atteggiamento interiore da parte dei partecipanti. Culti di questo tipo sono diffusi ovunque, ma nei contesti extra-europei il termine millenaristico serve ad indicare i movimenti religiosi nati in risposta al dominio coloniale e che hanno come scopo la trasformazione totale delle condizioni presenti avvertite come insopportabili. I culti “nativistici” sono quelli che fanno propria la protesta contro le condizioni di svantaggio sofferte dalle popolazioni native e che mirano a riaffermare e far rinascere aspetti culturali come strumenti di rivendicazione della propria identità, in opposizione alla cultura del gruppo dominante. I culti “messianici”, infine, sono quelli a sfondo carismatico, legati cioè alla presenza di una forte personalità (messia) e che sono sorti dall’incontro fra culti locali e cristianesimo. I culti messianici si caratterizzano quasi sempre per il fatto di fondarsi sull’attesa di un rivolgimento socio-politico radicale. Spesso nei paesi a dominazione coloniale questi movimenti hanno costituito un po’ ovunque il supporto di fondo alle ideologie indipendentiste e nazionaliste emergenti. Un esempio della compresenza di elementi nativistici, di rivitalizzazione e messianici è costituito dal “culto del cargo”. Tipico dell’area melanesiana, questo culto raggiunse l’apice all’indomani della 2^ guerra mondiale. Il culto e il suo sistema rituale ruotano attorno alla credenza nell’arrivo di grandi vascelli (cargo) carichi di beni caratteristici della civiltà occidentale. Il cargo sarebbe stato inviato dagli spiriti degli antenati alle popolazioni di quest’area per risollevarle (rivitalizzazione) dallo stato di decadenza culturale e sociale in cui erano sprofondate in seguito alla colonizzazione. Utilizzando simboli e discorsi delle religioni tradizionali, questi culti puntavano sulla rinascita dell’elemento indigeno e al riscatto nel confronto delle culture dominanti dei bianchi. Sotto quest’ultimo aspetto il “culto del cargo” conteneva anche elementi nativistici e talvolta anche messianici, in quanto tali culti erano promossi da profeti i quali prevedevano l’intervento degli antenati nella lotta contro i bianchi. Il “culto del cargo” infatti si presenta come legato all’universo rituale e mitico delle popolazioni locali, e se accosta la volontà di acquisire beni e forza tipica degli occidentali, esso coniuga tale elemento con il tentativo di ridefinire la propria tradizione. Questi culti cercano di rendere ragione della superiore forza dei bianchi e contemporaneamente tentano, grazie ad una serie di atti rituali mimetici, un mezzo per appropriarsene. A tale scopo i “culti del cargo” cercano di manipolare i simboli dei bianchi.

Le religioni nella globalizzazione: Alcuni culti nati nel contesto degli sconvolgimenti prodotti dal colonialismo possiedono i caratteri di movimenti organizzati, con obiettivi che spesso hanno finito per assumere una coloritura politica di portata più o meno ampia, come è avvenuto per i culti millenaristici della Melanesia; altri culti sono invece assai più circoscritti ad ambienti specifici o possiedono finalità molto particolari, come ad esempio quelli che si sviluppano presso comunità di migranti o in seno a gruppi occupazionali. Altri ancora, infine, possiedono un carattere trans-nazionale e largamente virtuale, come sono, ad esempio, le manifestazioni del culto mariano presenti in Internet.

 

CAPITOLO 8: ATTIVITA’ CREATIVA ED ESPRESSIONE ESTETICA

 

1)      La creatività culturale

 

1.1  La creatività come aspetto costitutivo della cultura

 

La creatività culturale è strettamente legata ad una caratteristica fondamentale del linguaggio umano: la sua produttività infinita. La creatività culturale consiste nella possibilità che gli esseri umani hanno di produrre sempre nuovi significati a partire dai modelli culturali a loro disposizione. La creatività, intesa come capacità di produrre novità mediante la combinazione e la trasformazione delle pratiche culturali esistenti, è non soltanto presente in tutte le società, ma trova anche riscontro in campi molto diversi da quelli in cui noi d’abitudine tendiamo a collocarla: la tecnologia, la scienza e l’arte.

 

1.2  La festa come dimensione creativa

 

Se la creatività consiste nell’accostamento inedito di pratiche e significati allo scopo di produrre nuovi modi di vedere la realtà, o di conferire un senso nuovo a quest’ultima, la creatività non ha nulla di spettacolare. Vi sono tuttavia forme di attività e circostanze in cui questi accostamenti di pratiche e significati inediti sono più evidenti che in altre. Una di queste circostanze è costituita dalla festa. La festa è un tratto universalmente diffuso nelle società umane, al pari del gioco e del rito. Anche le feste infatti mettono in moto comportamenti improntati alla dimensione collettiva. Inoltre, come il gioco e il rito, la festa segna una rottura con il corso ordinario della vita. Proprio in quanto costituiscono degli “stacchi” nel flusso della vita ordinaria, le feste, i giochi e i riti possono venire a costituire dei marcatori temporali di una certa importanza. Feste, giochi e riti sono tuttavia, pur avendo in comune le caratteristiche di cui abbiamo detto, settori ben distinti dell’attività umana. Una differenza fondamentale tra un rito e una festa è che mentre il rito ha un centro e una periferia, la festa presenta la tendenza a moltiplicare i centri. Come complesso di atti che si distaccano dalla routine del quotidiano e dalle sue regole la festa si presta a essere un terreno culturalmente creativo. Innanzitutto nella festa i partecipanti esperiscono qella che viene definita la dimensione comunitaria; si sentono coinvolti in un processo collettivo dove le differenze tradizionali tra individui si annullano o si riducono notevolmente, i comportamenti possono deviare dalla norma, e gli individui sperimentano una sorta di “libertà” d’azione e d’espressione. Alcuni autori hanno considerato le feste come eventi collettivi che mirano a rinsaldare periodicamente il senso dell’appartenenza a una comunità. Altri hanno visto nelle feste un modo “per fronteggiare e neutralizzare la negatività dell’esistenza”. Altri ancora “un modo per rappresentare la gerarchia e i valori sociali e riaffermarli solennemente”. Molte “feste” sono infatti occasioni per ribadire l’ordine e la gerarchia sociali. La creatività della festa non coincide né con il suo carattere trasgressivo né con il suo carattere per così dire normativo. Tale creatività consiste invece nella possibilità che, nella festa, si compiano accostamenti simbolici inediti o comunque insoliti mediante i quali sia possibile trasmettere concetti e stati d’animo difficilmente esprimibili altrimenti.

 

2)      L’espressione estetica

 

2.1 “Arte” ed espressione estetica

 

C’è una sfera dell’attività umana a cui colleghiamo immediatamente l’idea di creatività: è ciò a cui diamo il nome di “arte”. Se tuttavia possiamo distinguere tra concetti “vicini” e concetti “lontani” dalla nostra esperienza, non c’è dubbio che il concetto di “arte” rientra proprio in questa categoria. Il concetto di arte rinvia però a una tale quantità di rappresentazioni riguardanti l’artista che si hanno forti dubbi sulla possibilità di definire “arte” ciò che, prodotto in altri contesti culturali, può benissimo non essere considerato “artistico” in questi ultimi. Le arti si ripartiscono in arti “visive” e “non visive”. Quelle visive comprendono le arti plastiche e quelle grafiche. Invece la poesia, l’oratoria, la musica e il canto appartengono alla categoria delle arti non visive. Questa classificazione è puramente strumentale e certo non coglie né le intenzioni espressive, né le motivazioni culturali che sono all’origine di prodotti che noi consideriamo “artistici”. Forse un modo corretto per parlare di “arte” sarebbe quello di considerare la questione dal punto di vista di ciò che è sicuramente un tratto universale dell’umanità, e di cui la nostra stessa arte è un prodotto: l’espressione estetica. In tutte le culture vi sono modi di accostare colori, forme, parole, suoni e movimenti del corpo i quali producono, su chi li esegue, li osserva o li ascolta, uno stato percettivo capace di suscitare reazioni e stati d’animo di un tipo diverso da quelli indotti dalle azioni e dalle immagini della vita ordinaria. Per poter parlare di percezione estetica bisogna che non solo venga prodotto qualcosa capace di suscitare questo tipo di percezione, ma è anche necessario che i soggetti siano “disposti” a farsi cogliere da tali reazioni e stati d’animo. La percezione estetica non ha a che vedere soltanto con l’idea delle bellezza e del suo contrario; il senso estetico è in parte un fatto soggettivo e in parte un fatto collettivo. Inoltre le percezioni estetiche non sono statiche.

 

2.2 La natura culturale dell’espressione estetica

 

Che l’espressione estetica sia un dato universale è provato dal fatto che se non tutte le società praticano quelle che per noi sono le arti, tutte producono un qualche oggetto o eseguono una qualche “performance” capaci di generare nei destinatari delle reazioni di tipo estetico. La produzione estetica di una data cultura è collegata in qualche modo ai valori, alla visione del mondo e al modo, o ai modi, di sentire che sono tipici di una certa comunità. L’arte non è infatti un’attività disgiunta dal contesto sociale, politico, culturale ed economico in cui viene prodotta. L’arte può essere più o meno creativa ma in ogni caso i suoi legami con le condizioni generali del gruppo entro il quale viene prodotta hanno un’importanza fondamentale. L’atteggiamento verso l’espressione estetica può cambiare con le epoche e con la temperie politica del momento.

“Arti”, pratiche sociali e significati culturali: non tutte le culture sviluppano allo stesso modo quelle che noi chiamiamo arti. La loro espressione estetica infatti può concentrarsi su una o alcune di esse e ignorare completamente, o quasi, tutte le altre. Un esempio abbastanza significativo di questo tipo di “selezione estetica” è costituito dalla cosiddetta “arte africana” la quale, a differenza che altrove, si è concentrara sulle arti visive e in particolare sulla scultura. La nozione di “arte africana” è però una semplice etichetta sotto la quale si è voluto classificare una serie diversissima di manifestazioni estetiche. Nell’Africa sub-sahariana la scultura in legno e in bronzo ha conosciuto per secoli una fioritura eccezionale. Tuttavia è difficile parlare in generale di “arte africana”. Quest’ultima è una categoria troppo generica di fronte alla estrema varietà di forme in cui si è tradotta la produzione estetica dei popoli della regione sub-sahariana. Questa grande varietà di forme è dovuta ad un’altrettanto grande varietà di motivi culturali, sociali ed estetici, oltre che tecnici, che sono stati all’origine della produzione di opere di questo tipo. I Kalabari vedono le loro sculture come “dimore degli spiriti”; anzi, come il “nome” dello spirito particolare che la statua rappresenta. Essi considerano le sculture come oggetti che, notati dagli spiriti, vengono a stabilirvisi. Per questo gli spiriti devono riconoscerle come “proprie”. Più che “bella” o “brutta”, una scultura è considerata “buona” oppure “cattiva”. La bontà di una scultura consiste appunto nell’essere capace di “attirare lo spirito”, e poiché le sculture non devono essere fatte in maniera tale da richiamare presso di sé lo spirito sbagliato, esse vanno scolpite in accordo con i criteri che le destinano ad essere “il nome” dello spirito particolare. Insomma, per essere considerate valide, le sculture kalabari devono essere riconoscibili, portatrici dei segni che la fanno essere il “nome” di uno spirito determinato. La stessa attività creativa può d’altronde avere modalità di espressione diversa all’interno dello stesso tipo di arte. Gli Yoruba della Nigeria, ad esempio, sono conosciuti per produrre due tipi principali di maschere: le maschere egungun, di soggetto “sacro”, e le maschere gelede, di soggetto profano. Le sculture possono avere funzioni simboliche simili ma significati culturali e valenze estetiche differenti. Sembra in ogni caso che non esistano canoni estetici universali. Forse, allora, sarebbe più esatto affermare che negli esseri umani è universale la capacità di esprimersi esteticamente, ma che la forma assunta da tale espressione estetica nelle diverse culture dipende da un’ampia varietà di fattori.

 

3)      L’arte “tribale” nel contesto occidentale

 

3.1 Musei e arti “primitive”

 

Nel corso del XIX° secolo i musei antropologici ed etnologici vennero moltiplicandosi in Europa come negli Usa. L’enorme quantità di oggetti provenienti dai mondi “primitivi” e “arcaici” dei cinque continenti andò accumulandosi per opera di viaggiatori, commercianti, esploratori e naturalmente etnologi interessati alla cultura materiale dei popoli della Terra. In questi musei d’Europa e d’America gli oggetti venivano catalogati ed esposti ricalcando ampiamente le teorie antropologiche di allora. Essi venivano spesso raggruppati in categorie omogenee e presentati in ordine di “complessità crescente”. Ad un certo punto si cominciò a raggruppare gli oggetti per aree culturali, al fine di presentare le caratteristiche delle culture tipiche di determinate regioni del pianeta. A partire dagli anni successvi alla 2^ guerra mondiale i musei etnografici hanno sviluppato e affinato sempre più i loro criteri espositivi. In certi musei si tende a privilegiare il criterio documentaristico; in altri, a volte, quello estetico. In quest’ultimo caso entrano in campo considerazioni diverse da quelle strettamente documentarie ed etnografiche. Dove prevale il criterio estetico i pezzi esposti sono per lo più “decontestualizzati”, ossia considerati da un punto di vista che ne mette in risalto il valore aritistico indipendentemente dalla loro origine e funzione sociale. Dal momento che viene valorizzata la dimensione estetica dei pezzi esibiti, questi tendono ad essere “inglobati” nella categoria occidentale di “arte”. A tale inglobamento hanno concorso due motivi, per certi aspetti interconnessi tra loro ma che bisogna considerare separatamente.

Arte moderna e “oggetti selvaggi”: Il primo motivo è rappresentato dal fatto che, tra la fine dell’800 e i primi decenni del ‘900, i pittori e gli scultori europei appartenenti alle correnti di avanguardia cominciarono a prestare una speciale attenzione agli oggetti prevenienti dall’Africa, dall’Oceania e dalle Americhe. L’attenzione degli artisti occidentali d’avanguardia per questi manufatti ebbe motivazioni complesse. Dapprima vi furono artisti che sentirono il bisogno di opporre, alla frantumazione dell’universo sociale prodotta dalla modernità industriale, il recupero di modelli non competitivi, armonici e sottratti al flusso della modernità stessa. Questa corrente venne chiamata “primitivista” (P.Gauguin). In seguito si affermarono altre tendenze, raggruppate sotto il nome di “modernismo”, le quali ripresero le “arti esotiche” come motivo di ispirazione. In conseguenza di questa “convergenza” dell’arte modernista con l’arte “primitiva” divenne normale parlare, nei decenni successivi, di “primitivismo dell’arte” includendo in questa categoria tanto i prodotti dell’ “arte tribale” quanto quelli dei pittori e degli scultori dei primi decenni del ‘900. Questa prospettiva presume che i principi che stanno alla base dei due tipi di “arte” siano identici. Molto probabilmente questo accostamento tra arte primitiva e arte moderna è effetto di un’ “illusione ottica”. L’affinità che viene stabilita tra l’opera “tribale” e quella moderna potrebbe essere infatti il risultato del fatto che tanto la prima quanto la seconda si discostano dal naturalismo che ha dominato la produzione artistica europea tra il Rinascimento e la fine dell’800.

 

3.2 Come un oggetto “selvaggio” diventa un’opera d’arte: il mercato dell’arte “tribale”

 

L’arte tribale, soprattutto nel ‘900, ha cominciato ad avere un proprio mercato, il cui sviluppo rappresenta la seconda ragione che ha reso possibile l’assimilazione degli oggetti provenienti da contesti extra-europei a opere d’arte. Gli oggetti “esotici” cominciarono a fare il loro ingresso sul mercato perché erano richiesti inizialmente dai musei etnografici. Ciò che determina il valore economico di tali oggetti è il fatto che essi possano essere legittimamente giudicati “arte”. A loro volta però, questi pezzi vengono considerati “artistici” perché hanno un valore, perché possono cioè entrare nel “mercato dell’arte”. Se ne può dedurre che, in generale, valutazioni estetiche e valutazioni economiche interagiscano tra loro nel determinare la considerazione di un oggetto in quanto “opera d’arte” o meno. Nella determinazione di un certo oggetto come opera d’arte entrno, nella nostra tradizione, coppie di nozioni come autentico/in autentico, capolavoro/artefatto, originale/seriale,… che consentono di operare spostamenti da un ambito a un altro, far diventare cioè un qualunque prodotto dell’arte turistica un oggetto apprezzabile come espressione creativa di una cultura autentica e quindi definibile come “opera d’arte” di un certo valore. Questo allargamento del mercato dell’arte tribale, o etnica, è una conseguenza del fatto che a partire da un certo periodo le opere ritenute autentiche e originali, non sono state più riprodotte. In molte di queste società il fine per cui tali oggetti erano fabbricati non esiste più: non esistono più religioni, riti, poteri terreni o spirituali in relazioni ai quali maschere, sculture, dipinti erano stati eseguiti. Un’osservazione importante che si deve fare a tale proposito è quella per cui gli oggetti acquisiti dai musei e dai privati occidentali sono passati da una “sfera di consumo” a un’altra, con una conseguente trasformazione della natura del loro valore, da simbolico ad “artistico” ed economico. Tuttavia, in alcuni casi, come tra i Kombot, tra i discendenti degli Aborigeni d’Australia o presso gli Haida canadesi, la produzione di sculture o di dipinti può diventare essa stessa motivo della reinsorgenza di un senso identitario smarrito durante la colonizzazione, e di rivendicazioni di diritti negati. A volte le rivendicazioni dei popoli “nativi” si sono spinte fino a chiedere la restituzione di oggetti conservati nei musei occidentali, come è avvenuto per i Maori della N.va Zelanda, i quali reclamarono negli anni ’70 i loro “taonga”, beni cerimoniali. Questi taonga tuttavia non vennero reclamati soltanto in virtù del loro valore simbolico, bensì anche per il valore economico che, come gli stessi Maori avevano constatato nel caso di altri oggetti, i taonga, potevano avere sul mercato dell’arte “tribale” occidentale. Questo dei taonga maori costituisce un buon esempio di come “l’arte tribale” possa venire a trovarsi oggi al centro non più soltanto di un dibattito etnografico o estetico, bensì anche di snodi politici e interculturali.

 

CAPITOLO 9: LE RISORSE E IL POTERE

 

1) Potere delle risorse e risorse del potere

 

1.1  Risorse e potere: un’inscindibile relazione

 

Lo studio della produzione e della gestione delle risorse da un lato, e quello della costituzione e dell’esercizio del potere dall’altro, competono per tradizione a due branche distinte dell’antropologia culturale: l’antropologia economica e l’antropologia politica rispettivamente, allo scopo di mostrare come la disponibilità e il controllo dele risorse sia inseparabile dall’esercizio del potere, e viceversa.

Risorse materiali e risorse simboliche: una precisazione si rende subito necessaria: per risorsa si deve intendere tanto un bene materiale, concreto, tangibile, come l’acqua, il denaro, il grano, il ferro,… quanto un bene “volatile” come un sapere o una conoscenza tecnica, una certa idea, un’ideologia politica o una visione religiosa del mondo. In sintesi: le risorse possono essere di natura tanto materiale quanto simbolica. Una risorsa è anche qualunque cosa il cui controllo consente a un individuo o a un gruppo di perseguire scopi di ordine tanto materiale quanto simbolico. L’acquisizione e la disponibilità di una risorsa non sono mai completamente disgiunte da una relazione di potere, ossia dal fatto che tale acquisizione e tale disponibilità influiscono sempre sulla possibilità che un individuo o un gruppo di individui hanno, grazie ad esse, di imporsi o di prevalere su altri individui e altri gruppi. Viceversa, tale possibilità di prevalere è sempre associata al controllo di una qualche risorsa, materiale o simbolica che sia.

Economia e politica: in questa prospettiva l’idea di risorsa come qualcosa di esclusivamente materiale deve essere abbandonata a vantaggio di una concezione che considera “risorse” anche i beni di natura simbolica. Nel mondo occidentale economia e politica risultano “distinte” grazie all’esistenza del sistema di mercato da un lato e delle istituzioni politiche dall’altro. Per lungo tempo questa idea di economia e politica come di due sfere distinte è stata proiettata anche sulle società diverse da quella europea. Un primo risultato di questa situazione fu che agli occhi degli europei la maggior parte dei popoli “altri” sembravano privi sia di economia che di organizzazione politica, non potendo rintracciare presso molti di essi né un mercato con i suoi supporti e le sue regole né istituzioni politiche riconoscibili come tali.

Oggetti di prestigio e beni di consumo: con gli sviluppo dell’etnografia divenne chiaro che anche gli altri popoli avevano vari modi di produrre risorse, di farle circolare, nonché di fissare i criteri di accesso ad esse, cioè di controllarne l’utilizzazione da parte di certi individui e di determinati gruppi piuttosto che di altri. La discussione sul modo in cui la distribuzione sociale delle risorse era organizzata in quelle che un tempo erano chiamate le società “primitive”, ebbe inizio negli anni a cavallo della 1^ guerra mondiale. Fu soprattutto Malinowski a dare un notevole contributo a queste ricerche, studiando una particolare forma di scambio, chiamato “kula” (dare) dai Trobriand e dai popoli degli arcipelaghi vicini, che lui stesso definì “rituale”, in quanto legato a regole apparentemente prive di un significato economico immediato. Gli abitanti delle Trobriand e degli arcipelaghi limitrofi presso cui soggiornò Malinowski tra il 1916-18, intraprendevano periodicamente difficili e pericolose traversate per incontrarsi con gruppi coi quali mantenevano da lungo tempo una relazione di scambio. Nell’arcipelago delle Trobriand, e tra queste ultime ed altre isole, circolavano due tipi di oggetti chiamati “vay’gua”: collane di conchiglie rosse (“soulava”) e braccialetti di conchiglie bianche (“mwali”). Tra queste isole, che Malinowski rappresentò come idealmente disposte lungo una circonferenza, le conchiglie circolavano in senso orario e i braccialetti in senso inverso. Malinowski chiamò questo circuito “anello kula”. Gli oggetti appartenenti a una categoria potevano essere scambiati solo con oggetti dell’altra categoria: soulawa in cambio di mwali e viceversa. I “vay’gua” restavano nelle mani di chi li riceveva o dei suoi eredi anche per molti anni ma alla fine venivano sempre nuovamente scambiati. Durante le visite, gli scambi “rituali” erano seguiti da scambi “profani” (“gimwali”), durante i quali i gruppi trattavano le cessione di oggetti d’uso corrente. Lo scambio kula, che doveva seguire un’etichettarituale ben precisa, apriva insomma lo scambio profano. Lo scambio rituale aveva lo scopo di ribadire la relazione di collaborazione e amicizia tra partner economici abituali, rinsaldando rapporti tra gruppi e individui tra loro lontani ma legati da un vincolo “sacro” rappresentato dagli oggetti cerimoniali scambiati. Gli oggetti cerimoniali e quelli profani che venivano scambiati durante le spedizioni dei Trobriand costituivano dunque due diversi tipi di oggetti: beni di prestigio e beni di consumo. Entrambi erano delle risorse materiali.

La “vita” e la funzione degli oggetti: le collane e i bracciali dei Trobriand erano dunque certamente anch’essi dei beni materiali. Tuttavia avevano nomi propri, una loro storia, ed erano considerati i segni tangibili di relazioni durature tra gli individui che se li erano passati di mano una generazione dopo l’altra. Tali oggetti venivano scambiati dopo lunghi discorsi da parte dei partecipanti al kula. In questi discorsi veniva riaffermata la relazione di scambio rituale ed economico tra gli individui, quasi che la memoria incorporata da tali oggetti fosse portatrice di una fama “imperitura” per coloro che avevano partecipato agli scambi. Non tutti però potevano entrare nel circuito kula secondo le stesse modalità. La partecipazione allo scambio rituale era insomma una prerogativa di pochi. Nell’area delle Trobriand e degli arcipelaghi vicini, c’è un termine, keda (via), con il quale i locali si riferiscono al cammino percorso dai beni che entrano nello scambio kula. Il termine keda ha però altri significati, poiché viene impiegato in riferimento al complesso delle relazioni che legano gli individui e i loro gruppi in questa rete di relazioni prodotta dal movimento stesso degli oggetti. Leda è un termine che infatti rinvia al cammino degli oggetti, alle relazioni che essi “incorporano” e alla ricchezza, al potere e alla reputazione di coloro che li possiedono. Un keda “ben riuscito” corrisponde infatti all’esistenza di un gruppo di individui, abitanti in isole diverse, che sono in grado di mantenere relazioni stabili di scambio. Tali relazioni sono suscettibili di rafforzare sempre la posizione di prestigio di coloro che possono vantare la propria appartenenza a un keda molto ampio e complesso. Infatti, ciò che più conta nella costituzione del valore di questi oggetti, è la serie cumulativa di transazioni che tali oggetti portano con sé, segno tangibile della solidità e della continuità delle relazioni sociali tra gli individui coinvolti nel circuito. Lo sforzo di coloro che si impegnano in questi scambi allo scopo di emergere “politicamente”, è quella di trarre sempre maggiro prestigio dalle relazioni che essi possono istituire con uno o più partner, cercando di partecipare al numero più alto possibile di keda e tentando di rendere sempre più stabili e durature le transazioni. I percorsi di questi oggetti sono quindi elementi costitutivi del prestigio degli individui e al tempo stesso “segni”, “forme manifeste” di quest’ultimo.

La manipolazione delle risorse e le trasformazioni dello scambio: lo scambio kula costituisce un sistema multicentrico con un raggio transculturale. Malinowski riteneva che gli oggetti in esso coinvolti fossero scambiati solo a scopi di prestigio, mentre si è scoperto che essi entrano in realtà nelle compensazioni matrimoniali, nell’acquisto di maiali o per pagare il diritto a coltivare appezzamenti di terreno. Gli oggetti “kula” (bracciali e collane) di fatto entrano ed escono continuamente dal circuito per cui non si può dire che il sistema descritto da Malinowski rappresenti un vero caso di sfere separate di scambio. Queste trasformazioni del sistema kula suggeriscono non soltanto che siamo di fronte a una istituzione economico-cerimoniale influenzata da eventi storici, ma che tale istituzione è stata ed è attualmente oggetto di continue manipolazioni e nuove strategie messe in atto dai partecipanti allo scambio. Con la monetarizzazione dell’economia, “gettarsi” nel circuito kula significa sempre più controllare risorse legate al possesso e alla circolazione del denaro. Lo scambio cerimoniale descritto ormai quasi un secolo fa da Malinowski ha subito anche altre trasformazioni di carattere, potremmo dire, più strettamente economico. Nel complesso insulare di cui fanno parte le Trobriand esiste un termine, “kitoum”, che indica un “bene kula” (un vay’gua insomma) che è stato acquisito al di fuori del circuito cerimoniale e che quindi è ritenuto proprietà personale e definitiva del possessore. Se questi lo immette nel circuito cerimoniale, ogni bene ottenuto in cambio diventa di sua proprietà, cioè svincolato dal circuito cerimoniale da cui proviene. Questo fatto è, per alcuni autori, il segno della progressiva adozioni di nozioni che fanno capo all’idea di proprietà privata. Ciò per far capire come forme di cambio cerimoniale di questo tipo siano oggi sempre più influenzate dalla presenza del denaro e dalla pressione di fattori economico-politici di natura “globale”.

 

1.2  Le natura del potere

 

Le teorie del potere sviluppate in Occidente sino all’inizio del ‘900 avevano cercato di coglierne più che altro la “sostanza”. Le teorie più recenti hanno messo invece l’accento sul carattere pervasivo del potere, sulla sua natura non-istituzionale e inscritta nelle relazioni stesse tra gli individui, i gruppi e, soprattutto, nei “discorsi” da essi prodotti. La più recente di queste teorie del potere, e forse quella che ha esercitato maggiore influenza sulla cultura filosofica e socio-antropologica dell’ultimo scorcio del ‘900, è quella di M.Foucault. Egli non definisce il potere come una essenza, ma cerca di vedere come esso funzioni, agisca e costringe gli esseri umani a comportarsi in un certo modo. Il potere, dice Foucault, è ovunque: nelle parole, nei discorsi, negli atti, nelle cose e nell’applicazione del nostro sapere. Il potere può sì essere identificato con istituzioni particolarmente rappresentative di esso ma la sua efficacia di realizza per lo più in maniera invisibile, sotterranea. Il potere, potremmo infatti dire, non solo delle “facce esplicite”, ma si annida nei modelli culturali che intromettiamo e che ci determinano, nei pensieri e nei comportamenti a nostra totale insaputa. Questa visione del potere come entità pervasiva ne fa un qualcosa di cui gli esseri umani non potranno mai liberarsi definitivamente. Infatti il potere è in grado di operare ripiegamenti, spostarsi, investire continuamente altrove proprio perché è insito nelle nostre pratiche e nei nostri discorsi, e non solo in quelli delle istituzioni e degli individui che le rappresentano. Se il potere è ovunque, è chiaro che non solo i rapporti sociali ed economici in generale, ma anche quelli tra sessi, generazioni, e tra culture stesse possono essere analizzati in termini di azioni e discorsi nei quali il potere è “incorporato”. Considerato in questo modo il potere perde la sua connotazione strettamente politica, in quanto non è più “incarnato” da particolari istituzioni politiche. Tuttavia non è possibile pensare alla dimensione politica di una società solo intermini di istituzioni, poiché altrimenti la maggior parte delle società studiate in passato dall’antropologia non avrebbero potuto essere considerate delle “comunità politiche”. Una concezione del potere diversa fu espressa agli inizi del XX° secolo dal sociologo Max Weber. Questi definì il potere come “la probabilità che un soggetto, nel quadro di una determinata relazione sociale, ha di realizzare i propri scopi nonostante le possibili resistenze”. Il potere è la facoltà di imporre ad altri il proprio volere. Tuttavia una simile definizione non specifica quali caratteristiche mettano in grado un soggetto, qualunque sia la sua natura, di esercitare un potere. Le caratteristiche di un soggetto di questo tipo possono essere, come lo stesso Weber mise in luce, il carisma, l’autorità spirituale o religiosa, o il fatto di essere in grado di esercitare una coercizione di un qualche tipo: fisica, morale, economica,… Ciò che tutti questi individui o gruppi detengono è un potere: carismatico, religioso, burocratico,…Il potere per Weber è l’imposizione intenzionale della propria volontà ad altri e, in ultima analisi, una forma più o meno esplicita di coercizione. Il potere tende, praticamente ovunque, a produrre rappresentazioni di se stesso. Nelle organizzazioni sociali “complesse” ciò risulta più evidente perhè sono le istituzioni politiche a “rappresentare se stesse”.

Arena politica, attori politici e prospettiva processuale: che cosa mette in condizione individui e gruppi di agire politicamente allo scopo di ottenere potere e di imporlo? Individui e gruppi agiscono politicamente nella misura in cui possono gestire delle risorse che, se adeguatamente impiegate allo scopo, conferiranno ad essi il potere di controllarne altre e più importanti risorse, di natura simbolica e materiale. Ciò significa che per partecipare alla “lotta per il potere” bisogna comunque disporre di risorse di un tipo o dell’altro. Le strategie, gli stratagemmi, le astuzie e gli inganni fanno molto spesso parte della “lotta per il potere”. Lo studio antropologico del potere ha posto attenzione alle diverse modalità in cui, presso culture differenti, si crea ciò che è stato chiamato “arena politica”, cioè uno spazio astratto occupato da tutti gli elementi che determinano il confronto politico: organizzazioni, individui, valori, significati, e naturalmente risorse, i quali sono manovrati dagli “attori politici” nel loro confrontarsi per il potere. Gli attori politici sono quanti si confrontano nell’arena politica. Considerare la politica come uno spazio, un’arena, in cui si disputala partita per il potere, svincola la politica stessa dall’immagine eccessivamente statica che ha caratterizzato gran parte della riflessione passata dell’antropologia sul tema del potere. E’ in base a queste considerazioni che l’antropologia ha adottato quella che è stata chiamata “prospettiva processuale”. Tale prospettiva ritiene che motivazioni e interessi trovino espressione nell’attuazione di determinate strategie. Essa è stata chiamata “processuale” in quanto mira a cogliere i fenomeni politici nel loro “divenire”, e in ciò si distingue da quella che descrive i sistemi politici sul piano esclusivamente istituzionale. La prospettiva processuale consente di cogliere meglio la natura del fenomeno politico in quanto, collegando l’azione politica alle motivazioni, alle strategie e alle scelte individuali e collettive, si confronta di continuo con altri aspetti della vita sociale e culturale che, in una prospettiva rigidamente “politica”, dovrebbero piuttosto essere considerati come “economici”, “religiosi”, “estetici”…

 

2) Forme di vita economica

 

2.1 La produzione e la circolazione delle risorse

 

Controllare delle risorse non significa soltanto poter decidere della loro destinazione; significa anche esercitare un controllo sulla produzione di esse. Nella nostra prospettiva che cerca di mettere in relazione risorse e potere, non possiamo certo fare a meno di considerare la produzione e la distribuzione delle risorse immateriali che permettono di controllare quelle materiali.

La dimensione sociale dell’economia: il principio di reciprocità: la produzione, distribuzione e circolazione delle risorse materiali sono i temi costituitivi dell’antropologia economica. Dopo aver studiato l’influenza dello stato sullo sviluppo dell’economia di mercato nell’Europa moderna, Polanyi cominciò ad interessarsi di economie comparate. Il tedesco Franz Boas aveva studiato il cerimoniale del “potlatch” presso i Kwakiutl della costa nordamericana del Pacifico. Marcel Mauss si era invece concentrato sullo studio del “dono”. Tanto il potlatch quanto il dono sembravano riconducibili a scambi improntati alla dimensione della “reciprocita”. Malinowski aveva notato ad esempio come nelle società da lui studiate gran parte della vita sociale si basasse su atti di natura reciproca. La reciprocità la si ritrovava ovunque nella vita dei Trobriand. Essa aveva un carattere sociale, obbligatorio e cogente, se non rispettato, produceva riprovazione, sanzioni ed esclusione. Da parte sua Boas aveva descritto il potlatch come una competizione tra individui dello stesso status sociale che si sfidavano allo scopo di elevare pubblicamente il proprio prestigio, e di scalfire quello del rivale di turno. Tali sfide erano caratterizzate, oltre che dalla distruzione di enormi quantità di beni accumulati in precedenza, anche dalla loro ridistribuzione tra gli spettatori. Mauss interpretò il dono accentuandone la dimensione della reciprocità. Secondo Mauss erano 3 le regole che stavano alla base della pratica del dono e dell’idea stessa di reciprocità: dare, ricevere e ricambiare. Polanyi elaborò una concezione dell’economia che era, per quei tempi, controcorrente. Alla sua epoca molti economisti ritenevano infatti che l’economia fosse definibile come un comportamento finalizzato alla massimizzazione dell’utile, un tentativo di ridurre tutta la vita sociale a un insieme di comportamenti pratici e mentali caratteristici di un “imprenditore” o “uomo economico”. A questa concezione, Polanyi contrappose un’idea dell’economia come rapporto concreto degli esseri umani con la natura da un lato e con i propri simili dall’altro. Questa visione dell’economia metteva l’accento sulla dimensione sociale di quest’ultima, per cui le risorse e i beni prodotti erano considerati come aventi soprattutto una “destinazione sociale”. L’economia sarebbe così un “processo istituzionalizzato”, cioè dipendente dalle strutture sociali nelle quali tale processo è “incastonato”. Le istituzioni sono quelle al cui interno si compiono tutte le operazioni considerate normalmente come “economiche”: la produzione, la distribuzione e lo scambio dei beni.

Le forme di circolazione dei beni: secondo Polanyi le forme di distribuzione e di scambio presenti nelle diverse società sono fondamentalmente tre: quella retta dal principio della “reciprocità”; quella basata sulla “ridistribuzione” e infine quella fondata sulla “scambio”. Ognuna di queste forme si appoggia su un diverso “supporto istituzionale”, il quale fa appunto, dell’economia, un “processo istituzionalizzato”: la simmetria, la centralità e il mercato rispettivamente. Basate sulla coppia reciprocità/simmetria sono le economie delle società organizzate su gruppi di parentela, dove prevalgono scambi di tipo paritario e simmetrico tra gruppi di parenti; alla seconda categoria fondata sul binomio ridistribuzione/centralità appartengono le economie in cui è presente un’autorità che concentra su di sé i prodotti provenienti dalla periferia, beni che vengono successivamente ridistribuiti secondo criteri di volta in volta differenti; alla terza categoria, fondata sulla coppia scambio/mercato, appartengono infine le economie nelle quali le merci circolano in base alla legge della domanda e dell’offerta. La tendenziale monetarizzazione dell’economia ha alterato molti sistemi fondati sulla simmetria e la centralità, anche se non sono rari i casi di quelle società che riservano al denaro e alla produzione finalizzata al mercato circuiti e spazi separati.

La produzione sociale dei beni e il concetto di “modo di produzione”: la riflessione di Polanyi si concentrò soprattutto sulla circolazione, non sulla produzione. La circolazione dei beni è un fenomeno sociale poiché lo scambio, la distribuzione, l’acquisto e la vendita di tali beni pongono in relazione tra loro individui e gruppi. Anche la produzione è un fenomeno sociale, poiché oggetti e beni prodotti “incorporano” anch’essi delle relazioni sociali. L’idea che gli oggetti fabbricati dall’uomo vadano analizzati come prodotti che incorporano delle relazioni sociali risale a Karl Marx, che elaborò il concetto di “modo di produzione”. Un modo di produzione era determinato dalla combinazione di tre fattori: i mezzi di produzione, la manodopera e i rapporti di produzione. I rapporti di produzione sono infine la “relazione sociale” che articola la connessione tra mezzi di produzione e manodopera, cambia anche il modo di produzione. A seconda cioè di come mezzi di produzione e manodopera entrano in relazione si ha l’emersione di un modo di produzione particolare. I beni materiali sono dunque dei prodotti che “incorporano” molti elementi, comprese le relazioni sociali grazie alle quali essi sono stati fabbricati. Il concetto di modo di produzione però mette l’accento non tanto sulla produzione dei beni in quanto oggetti materiali, quanto piuttosto sulle “condizioni sociali” della loro produzione.

 

2.2 L’analisi antropologica delle forme di vita economica

 

Combinando la teoria di Polanyi sui modelli di scambio con quella di Marx sui modi di produzione, l’analisi antropologica ha potuto accostarsi alle forme di vita economica secondo nuove prospettive. Tali analisi hanno prestato particolare attenzione al modo in cui forme di vita economica fondate su relazioni produttive “tradizionali” entrano in rapporto con l’economia di mercato e con logiche economiche che hanno origine altrove.

La comunità domestica: il primo esempio notevole dell’applicazione di questa prospettiva si ebbe con l’antropologo francese C.Meillasoux che si prefisse di studiare quale tipo di rapporti sociali determinasse l’orientamento economico all’interno delle comunità agricole. Egli concentrò lo studio su ciò che chiamò comunità domestiche, cioè gruppi di individui, per lo più consanguinei e alleati coresidenti, i quali contribuiscono allo svolgimento delle attività di sussistenza di interesse comune. Secondo Meillasoux la comunità domestica si fonda su un accesso paritario di tutti gli individui al mezzo di produzione per eccellenza, la terra. Tuttavia all’interno di tale comunità vige il principio dell’anzianità sociale come fondamento dell’autorità. Sono infatti gli anziani, cioè uomini sposati, a detenere il controllo delle risorse. In questo caso le risorse sono piuttosto le donne, l’accesso alle quali è regolato dagli anziani delle varie comunità domestiche e dai rappresentanti più autevoreli dei gruppi di discendenza a cui tali comunità appartengono. Il controllo delle donne è il fattore chiave da cui deriva il potere: poiché la “circolazione” di esse è stabilita dagli anziani, la relazione sociale che determina il modo di produzione è il rapporto giovane-anziano.

L’articolazione dei modi di produzione: secondo diversi autori la comunità domestica è stata “funzionalmente incorporata” dalle forme economiche e sociali che l’hanno inglobata nel corso della storia. Tutte queste forme hanno infatti sfruttato la sua capacità di svolgere la sua fondamentale funzione di luogo di “riproduzione della manodopera”. Ciò significa che il modo di produzione dominante nelle società tradizionali africane è entrato, a un certo momento, in un rapporto “di articolazione” e “di dipendenza” da quello capitalista. In conseguenza di questo fatto però la comunità domestica delle società africane si è indebolita

Economie dell’ “affezione” e “politiche dello sviluppo”: l’articolazione dei modi di produzione comporta il progressivo coinvolgimento dei sistemi “locali” in sistemi più ampi e, molto spesso, una forma di “dipendenza strutturale” dei primi dai secondi. Quando però i sistemi locali entrano in un rapporto di articolazione coi sistemi dominati dal mercato, le trasformazioni possono essere, anche se non sempre, rapide e rilevanti. Tali rapidità e rilevanza dipendono da quanto il sistema locale è in grado di “difendersi” dalla pressione esterna, magari imponendo divieti e tabù su certe pratiche percepite come minacciose. Questi casi sono stati considerati esempi di una “economia dell’affezione” tipica delle comunità “tradizionali” come contrapposta a una “economia del valore” promossa dagli stati attraverso progetti di sviluppo e iniziative miranti a favorire l’inserimento di sistemi economici locali nella sfera del mercato. L’economia “dell’affezione” non è un’economia di per sé “sottosviluppata”. Per determinare se un’economia è sviluppata oppure no bisognerebbe infatti determinare i parametri e i criteri dello sviluppo. L’economia dell’affezione corrisponde invece a un modello produttivo e di scambio che può esistere accanto a quello basato sulla logica del mercato o che può rifiutare quest’ultimo perché giudicato dagli interessi intrusivo e socialmente dirompente. E’ difficile per una comunità sottrarsi completamente all’impatto di una logica economica come quella dominata dal mercato. Queste resistenze costituiscono la ragione principale del fallimento dei progetti di sviluppo ideati da operatori europei o nordamericani che spesso conoscono poco o nulla della realtà sociale e culturale delle popolazioni coinvolte. Tali fallimenti non sono legati solo alle oggettive condizioni di povertà in cui giacciono molti paesi del sud del mondo.

Le strutture della dipendenza: Riprendendo un’espressione dell’economista Andrè G.Frank, questa articolazione tra sistemi e modi di produzione locali con l’economia di mercato potrebbe essere fatta coincidere con una “struttura della dipendenza”. Frank riserva questa espressione alla situazione di subordinazione funzionale che si instaura tra economie del centro e economie della periferia. La dipendenza nei confronti delle economie più forti si instaura in primo luogo per il fatto che queste ultime hanno la possibilità di estrarre dalle economie più deboli risorse che, intal modo, non possono essere impiegate localmente, con il risultato di produrre una stagnazione permanente delle economie della periferia. In secondo luogo però, le economie del centro orientano a proprio vantaggio le economie più deboli della periferia facendo produrre loro ciò che conviene alle economie del centro.

“Razionalità” e “irrazionalità” nell’economia: nella tradizione di pensiero occidentale anche l’economia appare come un settore dell’agire umano dominato dal calcolo e dal guadagno. Questo è il motivo per cui molti occidentali si stupiscono ancora del fatto che certi popoli scelgano soluzioni “economiche” che per gli occidentali tali davvero non sono. Al contrario di quanti sostengono la presunta irrazionalità di certi popoli “altri”, che investono molti dei loro denari in feste in onore di divinità anziché investirli in attività che potrebbero migliorare la propria condizione, alcuni antropologi ritengono che tali comportamenti non possano essere giudicati irrazionali, in quanto rispondono effettivamente al soddisfacimento di un bisogno considerato da loro come primario. Queste ultime osservazioni ci portano a considerare la dimensione del “consumo” da cui non si può prescindere. Il funzionamento delle economie capitaliste si basa soprattutto su un sistema di consumi allargato, in quanto il consumo sempre maggiore di beni costituisce ormai la condizione basilare dell’esistenza di quelle stesse economie, pena la stagnazione e la recessione. La dimensione del consumo non è evidentemente esclusiva delle società a economia capitalista, poiché tutti gli esseri umani “consumano” dei beni, tanto che si tratti di alimenti quanto di oggetti d’uso. L’assunto di base di questa prospettiva è che il valore delle cose si crea nei passaggi, dal momento che esse vengono desiderate dagli esseri umani all’interno di un dato sistema sociale ed economico. La prospettiva del consumo ha invece dei vantaggi se consideriamo che in certe situazioni gli oggetti talvolta passano da una “sfera del consumo” ad un’altra. E’ dunque molto difficile stabilire quali possano essere i criteri della razionalità economica. Inoltre differenti gruppi di essa possono perseguire finalità diverse, avere ineguale accesso alle risorse e quindi interessi non sempre identici. Situazioni ambientali, psicologiche, e soprattutto culturali, tendono a orientare il comportamento e le aspettative “economiche” degli individui.

 

3)  Tipi di organizzazione politica

 

3.1 Attività politica e organizzazione politica

 

L’ “attività politica” è così l’aspetto intenzionale del comportamento individuale e collettivo mediante il quale i singoli o i gruppi manipolano, secondo finalità e interessi specifici, le regole e le istituzioni vigenti nella loro società. Tenendo conto di quanto abbiamo detto, un’ “organizzazione politica” potrebbe essere pertanto considerata come l’insieme delle regole, delle istituzioni e delle pratiche che contribuiscono a definire significa naturalmente evocare le dimensioni del “potere” e dell’ “autorità”. Potere e autorità possono essere incarnati da figure sociali particolari che rivestono determinate cariche: presidente, re, primo ministro, sacerdote,… Vi sono però società in cui le cariche sono assenti, così come assenti possono essere istituzioni o ruoli politici istituzionalizzati. In molte società mancano apparati o organismi preposti a far rispettare le norme in maniera coercitiva. Ciò non toglie che siano presenti norme capaci di assicurare la coesione di un gruppo e il rispetto delle regole. Malinowski, come abbiamo visto, aveva individuato nella “reciprocità” il meccanismo capace di assicurare il rispetto delle regole in quelle società che alla sua epoca venivano chiamate “primitive”. Nella maggior parte di esse la parentela e l’età hanno costituito dei fattori importanti per assicurare il rispetto dei diritti e delle regole sociali. Anche la religione può svolgere un’analoga funzione coesiva.

La classificazione tipologica: gli antropologi hanno considerato per molto tempo le organizzazioni politiche concrete come se fossero disposte su una linea continua, dalle forme più “semplici” a quelle più “complesse”. Un’utile tipologia possibile è quella che parte dalla distinzione tra sistemi politici “non centralizzati” e sistemi “politici centralizzati”. All’interno dei sistemi non centralizzati si può operare un’ulteriore distinzione tra “bande” da un lato e “tribù” dall’altro. All’interno dei sistemi centralizzati si possono invece distinguere due forme principali: i “potentati” e gli “stati”, questi ultimi distinguibili a loro volta in “stati dinastici” e “stati nazionali”.

 

3.2 Sistemi non centralizzati

 

La banda: è stata ritenuta dagli antropologi la forma più elementare di organizzazione “politica”, probabilmente la più antica e sicuramente oggi la meno diffusa. La banda è infatti caratteristica dei gruppi di cacciatori-raccoglitori nomadi i quali rappresentano oggi un’infima percentuale della popolazione mondiale complessiva. Le bande sono sottoposte a “flusso” (il continuo allontanamento di individui da una banda e la loro riaggregazione a un’altra), un fattore che contribuisce a fare di esse degli aggregati socio-politici fondamentalmente ugualitari. Al carattere “fluido” della banda corrisponde infatti l’assenza di un’autorità in grado di esercitare un controllo permanente sugli individui che ne fanno parte. I fattori che determinano tale consenso sono da ricercare nella fondamentale coincidenza degli interessi di tutti gli individui, ma anche nella scarsa varietà delle alternative che si offrono loro. Quando in una società di cacciatori-raccoglitori un individuo tiene un comportamento inadeguato o compie un’azione non approvata dagli altri membri della banda, egli può essere colpito da una sanzione che va dalla semplice derisione all’esclusione del gruppo dei casi più gravi. In genere i conflitti sono risolti attraverso discussioni più o meno accese tra gli individui interessati. In società dove le decisioni riguardanti gli affari del gruppo vengono prese sulla base del consenso generale, i conflitti tra singoli individui, in pratica gli unici possibili, non vengono “privatizzati”, né portati di fronte a un’autorità in grado di giudicare e di comminare sanzioni. Tali conflitti sono invece resi pubblici, in modo che il giudizio su di essi rivesta un carattere tendenzialmente unanime. Possiamo quindi definire l’organizzazione politica della banda come “una struttura ristretta, informale e priva di una gerarchia decisionale”.

Le società tribali e le ambiguità del termine “tribale”: la nozione di tribù tende ad essere impiegata per designare un numero così grande di realtà sociali, politiche e culturali, che vengono definite “tribali” popolazioni di orticoltori come gli Yanomani dell’Amazzonia, gli agricoltori Tiv della Nigeria… “Tribale” è infatti stata sempre una qualificazione generica delle società studiate dall’antropologia, allo scopo di sottolineare che si trattava di società fondate su principi organizzativi differenti da quelli tipici delle società europee e moderne. In passato la sua utilizzazione ha consentito di distinguere facilmente i “primitivi” dai “civilizzati”. Oggi, tra i vari modi in cui vengono rappresentate le società attuali dell’Africa e del Medio Oriente vi è quello che consiste nel definire tali società “società tribali”. Ma il “tribalismo” è quasi sempre una risposta alla dissoluzione di istituzioni e di ideologie unificanti, e non un “ritorno della tradizione”. Spesso la “tradizione”, la competizione e il conflitto con altri gruppi portatori di altre tradizione, è frutto di una “invenzione” che costruisce attorno ad essi una identità nuova e presentata tuttavia come “autentica”. I tribalismi contemporanei sono di fatto il prodotto dell’antagonismo tra gruppi che tentano o di accedere a nuove risorse messe in circolazione dagli stati post-coloniali, dagli interventi umanitari e dagli investimenti internazionali, oppure sono il prodotto della lotta tra gruppi emergenti al fine di occupare posizioni vantaggiose all’interno di un quadro politico disgregato.

Le caratteristiche fondamentali delle società “tribali”: Tribali sono per lo più definite quelle società in cui sono presenti più gruppi di discendenza che si considerano reciprocamente discendenti da un comune antenato. Per poter parlare di società tribale in maniera pertinente bisogna in primo luogo che l’organizzazione politica così definita sia acefala, cioè priva di un potere centrale con capacità di decisione, di controllo e di coercizione nei confronti dei gruppi di discendenza che la costituiscono. Vi è però un’importante differenza tra le società tribali e quelle “acquisitive”. Mentre presso queste ultime l’arma più frequentemente adottata contro la trasgressione è la riprovazione collettiva, nelle società tribali i gruppi di discendenza sono dei “corpi politici” pronti a costituirsi in unità internamente solidali e a contrapporsi ad altri simili. I gruppi di discendenza sono infatti formati da individui i quali, ritenendosi discendenti di un comune antenato, hanno uguale accesso alle risorse vitali e strategiche e che, come tali, formano un’unità pronta a lottare per la difesa delle risorse comuni. I gruppi di discendenza hanno capi e rappresentanti scelti di solito in base a criteri che fanno riferimento a caratteristiche personali. Le società “tribali” pongono grande enfasi sull’uguaglianza dei gruppi che le compongono. Tuttavia quelle tribali sono società piuttosto “instabili”, suscettibili di produrre spesso i germi di una differenziazione sociale interna, e quindi di trasformarsi in società con forme più “complesse” e stratificate di organizzazione politica. Nonostante infatti le società tribali coltivino gli ideali dell’uguaglianza e dell’autonomia individuale, i capi tribali sono quasi sempre scelti all’interno di una qualche “famiglia” o gruppo di discendenza che “per tradizione” detiene il privilegio di assegnare tale carica a uno dei propri componenti. Le società organizzate su base tribale si fondano su varie istituzioni che assicurano in qualche maniera la coesione dei gruppi di discendenza i quali, altrimenti tenderebbero a separarsi. Nella letteratura antropologica le tribù si distinguono a seconda della presenza o meno di alcune caratteristiche che però sono spesso compresenti. Queste caratteristiche sono i lignaggi segmentari, certe forme di stratificazione rituale, i consigli di villaggio e i sodalizi.

Lignaggi segmentari: I lignaggi segmentari sono in pratica i gruppi di discendenza unilineari costitutivi di una tribù. Essi sono di fatto dei gruppi corporati ma prendono il nome di segmentari perché sono suscettibili di frazionarsi o di aggregarsi in segmenti di minore o di maggiore estensione. Una tribù segmentaria è rappresentabile, in astratto, come un albero rovesciato. I componenti dei lignaggi si riconoscono idealmente come discendenti da uno stesso antenato. In società di tal genere viene posta grande enfasi sulla parentela consanguinea, un fattore che di per sé evoca, anche se a livello di pura rappresentazione, le idee di solidarietà e di comunanza di intenti, oltre che di pura rappresentazione, le idee di solidarietà e di comunanza di intenti, oltre che di origini.

Sodalizi, classi d’età, società segrete: Anche se i legami di parentela costituiscono il principale criterio di regolazione dei rapporti politici, nelle società tribali esistono forme associative fondate sull’età e sul sesso. Membri di diversi gruppi di discendenza possono entrare a far parte di “sodalizi”, forme associative le quali “tagliano” trasversalmente i gruppi di discendenza che costituiscono la tribù e che hanno la funzione di organizzare una parte della popolazione secondo progetti d’azione specifici. Un tipo di reclutamento di gruppi “trasversali” rispetto alla tribù è l’istituzione delle “classi d’età” (presso Masai, Turkana, Jie,…). In queste società la popolazione è raggruppata anche oggi per “fasce d’età” il cui numero può variare da quattro a sedici e alle quali si accede successivamente mediante specifici rituali di iniziazione officiati dai membri della classe più anziana. Questo sistema consente di ripartire ruoli, diritti e doveri in base al criterio dell’età che non è tanto un’età biologica, bensì un’età “sociale” in quanto determinata da passaggi decisi in base a considerazioni di opportunità politica e sociale. Non si devono poi dimenticare le “società segrete”: queste società erano costituite da individui affiliati mediante riti di iniziazione. Esse costituiscono ancora oggi dei potenti centri di aggregazione e di potere poiché le affiliazioni tagliano trasversalmente gruppi anche di lingua diversa, con culture differenti e abitanti regioni lontane tra loro. Uno loro importante funzione è oggi quella di mantenere saldi i legami tra comunità della stessa cultura che sono state separate dalla creazione degli stati nazionali.

Il “Big Man” I capi tribali si caratterizzano per la loro costante opera di ridistribuzione di beni e benefici, oltre che di supporto e assistenza nei confronti del proprio seguito. Tipico è il caso del Big Man, diffuso in Papua Nuova Guinea e nella Melanesia in generale. In queste società, prive di lignaggi segmentari, e quindi non classificabili come “tribali”, i “grandi uomini” in questione sono, rispetto alle situazioni esaminate in precedenza, figure un po’ anomale. Sia il titolo di “grande uomo”, sia il seguito di cui gode, sono infatti il risultato dell’abilità e dell’iniziativa strettamente personali. Questi individui, insomma, possono non avere alle spalle un forte gruppo di discendenza o non appartenere a una famiglia di capi. Coloro che per ricchezza, generosità, abilità acquisiscono un particolare prestigio, sono obbligati a manifestare periodicamente la loro supremazia sociale attraverso una ridistribuzione di beni precedentemente accumulati grazie all’aiuto di altri individui, che il “big man” ha convinto a collaborare con lui. Questi beni vengono ridistribuiti nel corso di grandi feste alle quali partecipa il villaggio e gruppi provenienti da villaggi diversi, e alle quali prendono parte anche altri individui che aspirano a una posizione di prestigio. Questi sfidano il “tonowi” o il “mumi” in termini di generosità, distribuendo anch’essi dei beni. Se le loro performance si rivelano superiori a quelle del “big-man” ospitante, quest’ultimo decadrà dalla sua posizione di preminenza e sarà sostituito da un altro individuo ritenuto “più generoso”

 

3.3 Sistemi centralizzati

 

Lo stato nazionale è una forma di organizzazione politica nata in Europa nel corso dell’Età Moderna e che ha avuto fortuna come poche altre nella storia.

Un mondo di stati: E’ in riferimento agli stati nazionali che si organizza sempre più la vita delle popolazioni del pianeta. La maggior parte di questi stati pretende di legittimare la propria sovranità sul fatto che le popolazioni che rientrano sotto la loro giurisdizione sono omogenee: o dal punto di vista culturale, o da quello religioso. Ciò non corrisponde mai a verità, perché entro i confini degli stati vivono sempre comunità con lingue, culture e tradizioni differenti. Sono inoltre molti gli stati al mondo comprendenti aree su cui le amministrazioni centrali non hanno alcun controllo. Lo stato è l’istituzione ufficialmente riconosciuta come preposta al governo dei popoli. Ma, ovviamente, non è sempre stato così. Sino all’epoca della decolonizzazione la maggior parte delle comunità umane era organizzata su basi non statuali. Prima della colonizzazione esistevano certamente degli stati anche fuori d’Europa, ma questi non erano stati “nazionali”.

Prima degli stati: i potentati. Tra le forme di organzizzazione politica che possono essere considerate antecedenti allo stato vi sono quelli che gli studiosi di lingua inglese definiscono “chieftainship”, e quelli di lingua francese “chefferie”, due termini difficili da tradurre in italiano. In italiano infatti è invalso a lungo il termine “dominio”, al cui posto potremmo adottare quello di “potentato”. Il potentato costituirebbe una specie di condizione politica “intermedia” fra la tribù e lo stato. Nel caso del potentato l’esercizio del potere tende a rivestire un carattere molto più formale che in una tribù e l’autorità di un capo tende a non fondarsi più sul consenso, mentre le funzioni politiche tendono a trasformarsi in cariche più o meno stabili a carattere ereditario. La comparsa del potentato nelle società a struttura segmentaria può ad esempio essere dovuta alla presenza di un lignaggio dominante il cui “capo” viene ad esercitare un’autorità spesso indiscussa, autocratica, che si accompagna a un potere coercitivo effettivo sul resto della comunità. I potentati vengono generalmente presentati come delle entità politiche corrispondenti a gruppi spazialmente definiti. Un potentato può costituire un nucleo politico intra-tribale o sovra-tribale. Nel primo caso, quando il potentato emerge in seno a una tribù, quest’ultima perde quella coesione che le era invece caratteristica quando era costituita da segmenti autonomi ma pronti a unirsi in caso di minaccia esterna. Nel secondo caso invece, il potentato può costituire una struttura inglobante comunità segmentarie e non, tribali oppure fondate su altre forme di organizzazione, come ad esempio le bande delle società acquisitive. Anche il potentato ha subito profonde modificazioni o è scomparso del tutto. In definitiva, ciò che accomuna il potentato all’organizzazione tribale è l’importanza dei legami di parentela e dell’anzianità come fattori regolativi dei rapporti sociali. Le società a potentato si distinguono però da quelle “tribali” per alcuni importanti elementi tra i quali: 1) lo sviluppo di un progressivo accesso differenziale alle risorse; 2) la comparsa del principio della loro “ridistribuzione”; 3) il fatto che quella di capo cessa di essere qui una pura funzione per diventare una vera e propria “carica”.

Accesso differenziale alle risorse e stratificazione sociale: Nelle società organizzate sulla base del potentato si assiste a un processo di differenziazione tra i gruppi di discendenza, processo per cui la carica di capo tende ad essere trasmessa definitivamente all’interno di uno stesso gruppo o lignaggio. Il potentato corrisponde infatti alla comparsa di “lignaggi aristocratici”. Contrariamente a quanto accade nelle società tribali, nei potentati i lignaggi non sono tutti “giuridicamente” eguali, neppure in via teorica. I lignaggi tendono invece a disporsi in una gerarchia di rango a seconda della distanza che, attraverso la linea di discendenza, li separa dall’antenato fondatore. Un tipico caso di questo tipo è lo “hapu” dei polinesiani, un gruppo di discendenza cognatico: lo Hapu dei Maori pre-coloniali era internamente distinto in lignaggi di alto, medio e basso rango. Presso i polinesiani, per poter aspirare alla carica di capo, bisognava dimostrare di possedere il rango più alto, il che comportava una minuziosa e difficile ricostruzione della genealogia che doveva stabilire l’appartenenza dell’aspirante capo alla linea “anziana” o aristocratica del clan.

Ridistribuzione: nel caso dei potentati si ha una prima forma di circolazione dei beni regolata da un’autorità centrale. Si tratta di una circolazione articolata in due fasi principali: in una prima fase una parte dei beni prodotti dai gruppi inclusi nel potentato vengono convogliati verso il capo che, in una seconda fase, ne ridistribuisce la maggior parte alla comunità attraverso feste, banchetti,… Queste ridistribuzioni avvengono spesso in una forma non molto diversa da quella che abbiamo visto a proposito dei “big-men” melanesiani. La “ridistribuzione” come appunto questa seconda fase viene definita, ha qui anche un aspetto funzionale, nel senso che permette di regolare il flusso dei beni tra comunità le quali non sempre avrebbero tendenza a sviluppare relazioni di scambio in maniera spontanea. La ridistribuzione è considerata dai membri di queste società come un “dovere morale” del capo dal momento che nei potentati le relazioni politiche sono ancora largamente improntate all’ideologia della solidarietà tra gruppi uniti da un legame di discendenza comune. Allo stesso modo l’offerta di beni al capo è considerata un dovere morale da parte dei suoi sottoposti. Risulta difficile considerare i potentati come forme di organizzazione del tutto distinte e autonome da formazioni politiche di altro tipo.

Gli stati: In quanto specifica forma di organizzazione politica, lo stato possiede alcune caratteristiche peculiari, le principali delle quali sono: a) un’autorità altamente centralizzata; b) un apparato burocratico-amministrativo sviluppato; c) la prerogativa esclusiva di emanare leggi; d) il monopolio della forza come mezzo per far rispettare le leggi sul piano interno e come mezzo di confronto con entità ostili esterne. Le società organizzate su base statuale presentano: a) un accesso alle risorse ancor più differenziato che nelle forme di organizzazione politica sin qui considerate; b) una stratificazione sociale accentuata; c) la sostituzione dei legami di parentela come criterio regolatore delle relazioni sociali con rapporti di tipo “impersonale”. Molti degli stati esistenti fuori dell’Europa in epoca pre-coloniale erano stati “dinastici”. In essi dominavano delle elite ereditarie, il cui potere non era bilanciato da istituzioni espresse da altre categorie sociali. Anche oggi esistono stati che potrebbero a buon diritto essere considerati dinastici, perché retti da stirpi ereditarie fortemente autocratiche (Yemen, Oman, Bhutan, Brunei). La stessa idea di stato nazionale ha avuto, nella storia, diverse interpretazioni: una di queste di fonda sull’idea di omogeneità linguistico-etnico-culturale della popolazione abitante entro i confini dello stato medesimo. Si tratta dell’idea “nazionalistica”, la quale fa dello stato la realizzazione politica di una supposta comunità nazionale pre-esistente ad esso. Un’altra idea di stato nazionale si fonda invece sull’idea che lo stato nasce da un “patto” tra diverse componenti culturali e linguistiche ma che, ciononostante, promuove una propria politica ispiratesi a leggi valide per tutti, indipendentemente dalle differenze di lingua, religione, cultura,… delle popolazioni comprese entro i suoi confini. Un elemento accomuna tutte queste idee di stato nazionale, e cioè l’idea che lo stato non ammette alcuna forma di autorità che, dall’interno, si ponga in concorrenza con esso.

Lo stato e le altre forme di organizzazione politica: uno stato può di fatto incorporare dei potentati, e anche delle tribù e delle bande. Nelle formazioni politiche precoloniali lo stato poteva limitarsi a imporre a tribù e potentati tributi periodici, e a considerarli potenziali alleati o potenziali nemici a seconda delle circostanze. Non si deve infine dimenticare che in molti casi le potenze coloniali europee conservarono appositamente alcuni stati e potentati presenti sui territori da esse conquistati. Il caso classico è quello del colonialismo britannico che, in Africa e in India, mantenne al potere capi, principi e re, i quali potevano rimanere al loro posto amministrando la giustizia sulla base di leggi proprie, ma subendo un regime di “libertà controllata” che, nel linguaggio dell’amministrazione coloniale, suonava come “indirect rule”, ossia “guida indiretta”.

Pubblicato da: Irenotta | 15 giugno 2011

Tributo-Amarcord al grande Eugenio Montale

Piccola Antologia dei versi di Eugenio Montale che preferisco…
Spesso il male di vivere ho incontrato
 

Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
 
Bene non seppi; fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
 
Forse un mattino andando in un’aria di vetro
 
Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
 
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

 

Non recidere, forbice, quel volto

 Non recidere, forbice, quel volto,solo nella memoria che si sfolla,non far del grande suo viso in ascoltola mia nebbia di sempre. Un freddo cala… Duro il colpo svetta.E l’acacia ferita da sé scrollail guscio di cicalanella prima belletta di Novembre.

 

Da “Satura”
Xenia I

 Avevamo studiato per l’aldilàun fischio, un segno di riconoscimento.Mi provo a modularlo nella speranzache tutti siamo già morti senza saperlo. Non ho mai capito se io fossiil tuo cane fedele e incimurritoo tu lo fossi per me.Per gli altri no, eri un insetto miopesmarrito nel blabladell’alta società. Erano ingenuiquei furbi e non sapevanodi essere loro il tuo zimbello:di esser visti anche al buio e smascheratida un tuo senso infallibile, dal tuoradar di pipistrello. 

La Storia

La storia non si snodacome una catenadi anelli ininterrotta.In ogni casomolti anelli non tengono.La storia non contieneil prima e il dopo,nulla che in lei borbottia lento fuoco.La storia non è prodottada chi la pensa e neppureda chi l’ignora. La storianon si fa strada, si ostina,detesta il poco a paco, non procedené recede, si sposta di binarioe la sua direzionenon è nell’orario.La storia non giustificae non deplora,la storia non è intrinsecaperché è fuori.La storia non somministra carezze o colpi di frusta.La storia non è magistradi niente che ci riguardi. Accorgersene non servea farla più vera e più giusta. La storia non è poila devastante ruspa che si dice.Lascia sottopassaggi, cripte, buchee nascondigli. C’è chi sopravvive.La storia è anche benevola: distruggequanto più può: se esagerasse, certosarebbe meglio, ma la storia è a cortodi notizie, non compie tutte le sue vendette. La storia gratta il fondocome una rete a strascicocon qualche strappo e più di un pesce sfugge.Qualche volta s’incontra l’ectoplasmad’uno scampato e non sembra particolarmente felice.Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.Gli altri, nel sacco, si credonopiù liberi di lui. 

Collegamento ai disturbi alimentari con il MALE DI VIVERE…

Il rifiuto ostinato del cibo o la sua ricerca compulsiva sono i due aspetti comportamentali che caratterizzano la sindrome bulimico-anoressica, disturbo che colpisce soprattutto, ma non solo, le giovani donne.  La questione alimentare è l’aspetto più superficiale e quindi, anche se in grado di influire sul corpo in profondità, non è da considerare l’aspetto principale. Possiamo affermare che entrambi sono l’espressione di un disagio contemporaneo, conseguenza di un dolore profondo che interessa l’individuo e che sembra non lasciargli altra via d’uscita che distruggere sé stesso. Molti sono i giovani che vivono questa condizione, in cui la soluzione pare essere il rifiuto del cibo e il dimagrimento, fino a giungere alla compromissione generale delle funzioni vitali.“A partire dagli anni ’70 – afferma la dottoressa Laura Zancola, psicologa dell’associazione Jonas – si è assistito ad un significativo incremento dei casi di anoressia e bulimia. Basti pensare che nel nostro Paese tre milioni di persone ne sono colpite, di cui il 92% donne”. “È un male della nostra società – continua – che influenza il modus vivendi dell’individuo spingendolo a comportamenti estremi e soprattutto dannosi per la sua salute: il mondo in cui viviamo è impregnato di valori fittizi, proposti come elementi fondamentali e imprescindibili per avere successo e raggiungere gli obiettivi”.

È importante puntualizzare però – sostiene la dottoressa Zancola – che il disturbo bulimico-anoressico non è solo una manifestazione di questo smodato bisogno di essere alla moda. Le vere cause, infatti, sono da ricercare in un disagio profondo insito nel soggetto, che reagisce con un’astensione dal cibo, che lo fa dimagrire sempre più, o con le abbuffate e l’immediata espulsione di quanto ingerito provocata con il vomito. È un modo di rispondere ad un male di vivere sempre più diffuso, nonostante l’abbondanza delle risorse materiali e il benessere della nostra società”.

Nell’esperienza di Jonas (associazione onlus che opera sul territorio nazionale attraverso le sue sedi e che si occupa dei nuovi sintomi del disagio contemporaneo), anoressia e bulimia non sono due manifestazioni distinte poiché nella maggior parte dei casi le persone manifestano entrambi i disagi, alternando periodi di bulimia ad altri di astensione dal cibo. Pertanto, i problemi dell’anoressia e della bulimia non devono essere considerati singolarmente, ma vanno visti come l’espressione di un disagio che si presenta con alternanza di manifestazioni.

“La cosa che più desta preoccupazione – rileva la psicologa – è l’incapacità del soggetto di rendersi conto della situazione e il suo continuare a ritenersi soprappeso, che lo induce a continuare con l’astensione dal cibo e con le pratiche di espulsione, senza mai concedersi una tregua. Solitamente, questa perpetuazione può avere delle forti ripercussioni sull’organismo, provocando degli squilibri ematici e causando forti sofferenze per lo stesso e la funzionalità dei suoi organi. Nei casi più gravi si può arrivare al decesso, quando il corpo non è più capace di sopperire ai deficit che nel tempo si sono aggravati a seguito dell’alimentazione deficitaria”. “Inoltre – aggiunge – in questi individui spesso si riscontra la cosiddetta dismorfofobia: nonostante la perdita di peso e il continuo assottigliarsi del corpo, permane la convinzione di essere grassi e l’unica soluzione per porvi rimedio sembra essere il continuare a dimagrire… e così le diete non finiscono mai aggravando sempre più la situazione. Quando una persona anoressica si guarda allo specchio è incapace di vedere la realtà e considera la sua figura sempre bisognosa di perdere peso, e così il lento suicidio continua e non c’è nessuno in grado di scuoterla mettendola di fronte all’evidenza e facendola ragionare sullo sbaglio che sta commettendo”.

L’insorgenza del sintomo intacca in genere l’equilibrio familiare. Non è facile per un genitore essere coinvolto in un problema come questo: le insicurezze, l’impotenza, i sensi di colpa sono tanti ed è frequente che i genitori non sappiano cosa fare o facciano la cosa sbagliata. I famigliari più vicini al soggetto anoressico che hanno consapevolezza di ciò che gli sta accadendo, infatti, hanno molte volte un comportamento scorretto che aggrava la situazione inducendolo a proseguire con più tenacia nell’obiettivo che si è prefissato. “Capita molto spesso ad esempio – sottolinea la dottoressa Zancola – che l’eccessiva perdita di peso induca i genitori a diventare particolarmente insistenti con la figlia per indurla a nutrirsi, forzandola a rendersi conto che non è grassa, ma questo comportamento è assolutamente errato e non fa altro che rafforzare in lei il sintomo inducendola a continuare la lotta intrapresa. L’estenuante lotta per il cibo e il continuo ripetere “mangia che ti fa bene”, offrono l’appiglio al sintomo: il cibo sembra essere così importante a scapito dei bisogni affettivi che l’anoressico inconsciamente rafforza ancora di più la sua decisione di dimagrire. Inizia in tal modo una lotta interminabile tra madre e figlia che conduce immancabilmente ad un peggioramento della situazione. In questi casi, pertanto, è opportuno non colpevolizzare o accusare, come se il problema dipendesse dalla volontà. L’affetto e la fiducia sono certamente più utili dei rimproveri e delle costrizioni”.

 Il disturbo anoressico-bulimico è un disagio profondo e non un problema dell’appetito. “Le cause – spiega la psicologa – sono insite nel passato della persona, che nasconde ad un livello profondo un vissuto che in qualche modo ha segnato il suo equilibrio psicologico, portandola ad un comportamento estremo e pericoloso. L’anoressia e la bulimia sono un messaggio cifrato che deve essere letto e interpretato al fine di poter capire quali mezzi utilizzare per affrontare questa situazione. È fondamentale chiedersi cosa faccia soffrire il soggetto al punto da spingerlo ad esprimersi con questo totale rifiuto ad assumere il cibo. Sicuramente è molto semplice credere che si tratti esclusivamente di un problema di appetito, ma le cause sono ben diverse ed è indispensabile che la famiglia si prenda le proprie responsabilità e sia in grado di chiedersi cosa si è inceppato e per quale motivo”.

L’insorgenza dell’anoressia-bulimia molte volte coincide con l’adolescenza, periodo durante il quale avvengono dei mutamenti sia fisici che sociali. Il passaggio da un corpo da bambino a uno da adulto, la separazione dalla famiglia e l’ingresso nella società generano nuove richieste e particolari bisogni che devono essere affrontati con equilibrio. L’adolescenza, però, è solamente uno dei fattori che possono portare a manifestare un comportamento anoressico-bulimico; altri fattori scatenanti possono essere la perdita di una persona importante, la conclusione di un legame affettivo o un lutto. “Non sono le diete ad essere pericolose – conclude la dottoressa Zancola – ma quello che fa parte del vissuto di una persona. Se la maggior parte delle ragazze riesce a superare con successo la fase adolescenziale, ce ne sono delle altre purtroppo che non ce la fanno e le cause sono da ricercare negli eventi della loro storia vitale e non nella dieta. C’è qualcosa della femminilità che è rifiutato e lo testimonia il fatto che il dimagrimento è accompagnato dall’interruzione delle mestruazioni, segno di femminilità per antonomasia”.

Paolo Baldassi (da www.sconfini.eu)

 

Oggi è davvero una giornata che passerà alla Storia, e che i nostri successori sicuramente studieranno sui libri…Sarà una coincidenza numerica ma i successi calcistici di una “squadretta” piccola e marginale, il Novara, che, fino all’anno scorso era in Serie C, meritatamente promossa in A, coincidano con un importante traguardo politico…Abbiamo raggiunto il Quorum al famoso referendum dei “Quattro Quesiti”, tutti molto dibattuti, ovvero, privatizzazione dell’acqua, nucleare e legittimo impedimento (Norma Salvapremier)…Ed il tanto agognato Sì, sta stra-vincendo!!! Anzi, ha ormai stravinto!!! :-) Questo vuol dire che l’acqua, bene pubblico x eccellenza, non sarà privatizzata, che le centrali nucleari non saranno costruite in Italia e che il PREMIER POTRA’ ESSERE REGOLARMENTE PROCESSATO, DATO CHE LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI, LA COSTITUZIONE PARLA CHIARO!!!

I dati parlano chiaro, e ancora lo scrutinio non è finito…Questa è l’ennesima riconferma di come il vento abbia ricominciato a fischiare, di come forse gli Italiani  si siano svegliati ed abbiano tolto lo standby, dopo aver lasciato il cervello in letargo per quasi vent’anni…

E oggi è il 13 giugno, data di passaggio del Novara in serie A, dopo 55 anni…Che il 13 porti davvero fortuna??

Ma adesso lasciamo parlare la stampa ed i fatti, le foto e la cronaca che, un giorno, sarà storia…E speriamo che il vento sia cambiato una volta per tutte…

Qui un breve ripasso sui quesiti referendari:

http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/referendum/quesito1.html; http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/referendum/quesito2.html; http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/referendum/quesito3.html; http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/referendum/quesito4.html.

 REFERENDUM

E dopo quella del Web
esplode la gioia della piazza

La manifestazione a Roma, alla “Bocca della Verità”, riunisce tutti i comitati che in questi giorni hanno lavorato per raggiungere il quorum e per far vincere i “Sì” ai quattro quesiti. Un patto generazionale che si vede anche fisicamente tra i manifestanti

di CARMINE SAVIANO (Da La Repubblica)

E dopo quella del Web esplode la gioia della piazza

ROMA -  Dopo un a campagna elettorale giocata sul web, adesso si guardano negli occhi. Gruppi, comitati, associazioni, esponenti dei partiti. Tutti a Roma, in piazza della Bocca della Verità, per festeggiare insieme il raggiungimento del quorum alle consultazioni referendarie. Le cifre passano di bocca in bocca. “Siamo sopra il 55%, ci siamo riusciti. Abbiamo portato a votare quasi 30 milioni di italiani”. L’acqua, il nucleare, la giustizia. Temi su cui “abbiamo ripreso la parola per dire che i beni pubblici devono restare tali”. Un lavoro durato più di un anno. Fatto di micro iniziative in tutte le città italiane. E che oggi si conclude in una festa colorata e spontanea. Contro tutto e contro tutti. La gioia è diffusa, certo. Ma in tanti sottolineano le ultime, “insostenibili”, dichiarazioni di Silvio Berlusconi e del ministro Maroni. “Hanno giocato sporco, tentando fino all’ultimo istante di condizionare il voto”. Ma “gli italiani non si sono fatti ingannare”. Poi la felicità prende il sopravvento. Abbracci, slogan, sorrisi. I rappresentanti dei comitati stringono mani e rilasciano le prime dichiarazioni: “E’ la vittoria della democrazia dal basso, dei cittadini contro una politica sorda e disinteressata ai problemi reali”. Ed è una piazza intergenerazionale. Genitori e figli, accomunati dalla realizzazione di quello che in tanti definiscono un miracolo. “Prima le amministrative, e adesso il referendum.

 

Pubblicato da: Irenotta | 7 giugno 2011

Eclisse Totale del Cuore…

Pubblicato da: Irenotta | 6 giugno 2011

Almeno di questa forma non soffro…

Sto cominciando seriamente a pensare che una persona che conosco bene ne soffra…E poi dicono delle donne…

Anoressia sessuale

Non è passato molto tempo da quando la sessualità di una coppia era considerata comunque normale, anche se i colori della fantasia in amore apparivano sempre meno ricchi di toni, fino a confondersi con un costante grigiore. Si riteneva fisiologica la caduta di desiderio dopo pochi anni di vita coniugale, ed i  lieti eventi, rappresentati dai nuovi arrivati (bambini), segnavano spesso il giro di boa per una netta inversione di tendenza nelle abitudini sessuali della coppia. Parliamo di coppie apparentemente stabili.
L’abitudine a riconoscere, comunicare e desiderare di risolvere le problematiche, le inquietudini e le insoddisfazioni della vita sessuale è una conquista relativamente recente. Si è compreso quanto una vita sessuale appagante sia importante per l’equilibrio e lo stato di salute psicofisica di ognuno e per la crescita della coppia con armonia e serenità. Armonia, serenità, accordo, complicità, alleanza, giocosità sono fondamentali per allevare la prole in modo equilibrato e adatto alle esigenze del bambino, durante il suo processo evolutivo all’interno della famiglia. I bambini hanno bisogno di punti di riferimento stabili e la salute della vita sessuale di una coppia riflette sempre il comportamento dei genitori tra loro e, di conseguenza, con i propri figli. Un comportamento libero, aperto, saggio, equilibrato, gioioso e giocoso con i figli è annunciato dalle stesse caratteristiche vissute nella vita sessuale della coppia. Al contrario, ansie, frustrazioni, sentimenti di inadeguatezza, amarezza, conseguenti ad una vita sessuale con caratteristiche sempre più sbiadite, non giova alla armonia della coppia e della famiglia.

L’anoressia sessuale è un disturbo del desiderio sessuale che interessa un numero sempre crescente di persone. Negli Stati Uniti, da una ricerca sulla popolazione del Journal of American Medical Association, emerge che il 33% delle donne tra i 18 e i 59 anni soffre di parziale o totale assenza del desiderio sessuale, contro il 16% dei maschi.
Il disturbo è maggiormente invasivo e catastrofico nelle coppie, dove non solo uno dei due non prova più nessun desiderio ma crolla in modo significativo anche l’intimità, il contatto fisico non finalizzato al sesso, mi riferisco alle affettuosità, come carezze, sguardi, abbracci, baci, etc. Il corpo dell’altro non ispira più alcun contatto e il proprio non è più percepito come oggetto di piacere. Da malattia di un solo partner l’anoressia sessuale mina in profondità il rapporto della coppia e può portare a crisi profonde, a ferite dell’amor proprio, a rancori che crescono nel silenzio. L’altro pensa di essere meno importante, è addolorato dal non essere desiderato, crede meno nel proprio potere seduttivo ed è portato a ricercare altrove conferme gratificanti; si genera un doloroso sentimento di delusione. L’intimità tende gradualmente a scomparire. Il sesso è una attività che si rinforza con la pratica e abbandonarlo significa entrare in una spirale dove è sempre più difficile recuperare quanto perduto.

Il calo del desiderio: “disturbo del desiderio sessuale ipoattivo o anoressia sessuale”, è una disfunzione del comportamento sessuale, è una vera e propria malattia. I fattori che determinano il problema sono complessi da analizzare e differenti tra loro. Se non imputabile a disturbi di natura organica o psichica, il calo del desiderio, in una persona che abbia in passato avuto una vita sessuale normale, affonda sovente le sue radici nelle dinamiche della relazione di coppia. La sessualità è condizionata dalla qualità degli aspetti del rapporto che apparentemente non hanno nulla a che vedere col sesso. In questo caso la soluzione al problema deve essere cercata all’interno delle dinamiche della coppia stessa, anche se apparentemente lontane dal problema manifesto. E’ necessario osservare la relazione nella sua interezza e comprendere i punti di contatto dove possano convogliare le esigenze di entrambi. L’anoressia sessuale è una mancanza di interesse verso il sesso, non solo manca la voglia di fare l’amore, ma mancano anche le fantasie erotiche e gli stimoli fisici, presenti invece nel disturbo più o meno grave del desiderio sessuale ipoattivo. Per chi soffre di anoressia sessuale, è come se il periodo di refrettarietà (lasso di tempo caratterizzato da disinteresse per ogni attività sessuale, conseguente alla appagante conclusione dell’atto sessuale) fosse divenuto permanente, al punto da trasformare l’individuo da animale sessuato ad animale asessuato. Si tratta di una risposta innaturale, andare contro natura. L’essere umano è un animale sessuato e non solo nelle stagioni dell’amore, come accade in altre specie animali, è quindi sensibile al sesso permanentemente, per tutti i 365 giorni dell’anno solare.

LE CAUSE DELL’ANORESSIA POSSONO ESSERE:
FISICHE: malattie, squilibri ormonali, farmaci che influiscono sul desiderio, allattamento e stato di costante stanchezza psicofisica.
SITUAZIONALI: periodi della vita dove particolari e importanti obiettivi assorbono interamente l’individuo, come periodi di superlavoro in cui tutte le energie sono dedicate alla professione, bambini piccoli in casa da gestire tra le faccende, la professione, asilo, scuola, malattie, permessi, frustrazioni, sensi di colpa, etc. Allevare bambini richiede un grande dispendio di energie fisiche ed emotive. Quando la stanchezza prende il sopravvento, si diradano nel tempo sempre più le notti d’amore. Eventuali incomprensioni e una scarsa comunicazione nella coppia amplificano ogni problema.
DEPRESSIONE: il desiderio di fare l’amore può scomparire in un periodo nero. La depressione “distrugge” il desiderio sessuale.
PROBLEMI DELLA COPPIA: quando l’intimità e la comunicazione fra una coppia vacillano, la prima cosa a risentirne sarà la sessualità, specie quella della donna. E’ triste e frustrante convivere con un partner poco sensibile e taciturno. In tali condizioni è naturale l’inibizione del comportamento intimo, in tutte le sue manifestazioni e soprattutto quella sessuale.
La donna, abitualmente, vive il sesso in modo più emotivo, questo significa che quando una donna non si sente abbastanza capita,amata e apprezzata, reagisce ritraendosi a livello sessuale.

ANORESSIA SESSUALE PERMANENTE:
In alcuni casi, l’anoressia sessuale riguarda persone che non hanno mai provato alcun interesse verso il sesso. Rapporti solamente platonici senza avere lo stimolo ad andare oltre.
In questo caso, l’anoressia sessuale ha un profondo significato psicologico. Il problema è generato da un trauma presente nell’inconscio. A volte chi non riesce ad accedere alla sessualità adulta, è una persona con la paura di crescere. Nei primi anni di vita stabiliamo un naturale rapporto diadico con la mamma (0 -2 anni circa – bambino e mamma), un rapporto fondamentale per la sopravvivenza fisica e psicologica del bambino.  Chi non sente nessuno stimolo sessuale , si percepisce a livello inconscio come un bambino, di conseguenza assessuato. Successivamente la sessualità “esplode” con la fase edipica (vedi psicoanalisi – Sigmund Freud – Lo sviluppo psicosessuale). In questa fase particolare: 4 – 6 anni ogni bambino si innamora della figura genitoriale di sesso opposto e di questo innamoramento nessuno conserva memoria (rimozione). Al contrario, la paura, la vergona e l’orrore dell’incesto non ci consente spesso di accettare questo vissuto e risulta più comodo rinnegarlo (gli psicologi dicono tante stranezze..). In questo periodo di sviluppo psicosessuale di bambini e bambine, si può talvolta riscontrare una gran differenza tra il comportamento dei genitori verso le figlie femmine che verso quelli maschi, si tratta di un limite culturale, purtroppo ancora diffuso in alcune culture e comunità. Genitori impreparati potrebbero traumatizzare soprattutto le bambine che, nella loro fisiologica fase di innamoramento del loro  papà, sono costrette a subire reazioni inadeguate, eccessivamente repressive e, purtroppo, in alcuni casi violente. La paura e la vergogna dell’adulto riflette i suoi sentimenti (dell’adulto) e il suo comportamento inadeguato alla situazione evidenzia le sue inquietudini. Una altalena di emozioni lontane nel tempo e vicine nei ricordi, il ruolo di vittima e poi di carnefice, la paura di analizzare e approfondire la situazione da parte dei genitori, generano comportamenti che “castrano” la crescita spontanea, fisiologica e naturale della propria figlia nel suo processo di sviluppo. Per il padre, la bambina che ha tanto amato, che ha stretto a se, che ha fatto addormentare cullandola osservando il suo visino beato, di colpo, si trasforma in una strega con desideri incestuosi (alterazione dello stato di coscienza e della realtà). Il genitore non riesce a vincere i propri limiti e comportarsi adeguatamente: atteggiamento non seduttivo e non repressivo. La bambina rimane traumatizzata, delusa e, non potendo comprendere queste dinamiche, spinge nell’inconscio vergogna, paura e odio, giurando a se stessa di non ripetere mai più nella sua vita il comportamento che ha cambiato così drammaticamente la sua vita in famiglia. La sua terra psichica apre una voragine che inghiotte la sua sessualità in erba. E’ un esempio di come si potrebbero formare le basi della anoressia sessuale da adulta. E’ evidente che una situazione di anoressia sessuale permanente richiede, oltre alla sensibilità e comprensione del partner, spesso un aiuto professionale (psicoterapia).

Pubblicato da: Irenotta | 6 giugno 2011

Una nuova forma di dipendenza, il lavoro…

 

Io vivo a diretto contatto con un workholist, e vi assicuro che è una situazione insostenibile…Non ho nemmeno paura che legga questa nota, tanto non ha tempo, lavora sempre… :-(

UNA NUOVA DIPENDENZA:
IL “WORKAHOLISM”

Nel tempo della mediocrità e dell’incompetenza guardare ai talenti come a una risorsa sembra essere la cosa più opportuna. Il contributo di questo dossier non vuole mettere in dubbio la valorizzazione della qualità e delle risorse, piuttosto lanciare l’allarme su quegli eccessi di “dedizione” al lavoro e agli impegni. Una dipendenza senza sostanza, socialmente promossa e incentivata, che spesso nasconde malesseri profondi, non aiuta le aziende, distrugge la famiglia. Il lavoro come un valore non può essere contrapposto al valore della famiglia, delle persone e delle relazioni. In queste pagine una descrizione del problema e alcune indicazioni su come prevenirlo.

  

I TALENTI PERDUTI
FUGA NELLA DIPENDENZA DA LAVORO
  
di Gioacchino Lavanco e Anna Milio


(docente di Psicologia di comunità, Università di Palermo; psicologa,
dottore di ricerca in Psicologia di comunità, Università del Salento)
  
Il dibattito più recente sull’importanza di promuovere la qualità, i talenti, le eccellenze, muove – consapevolmente – dall’osservazione di come molto spesso siano proprio i soggetti potenzialmente creativi e ricchi di stimoli a venir mortificati da modelli di perdita dell’identità e di conformismo.

«L’ho chiesto al professor De Gente quando faremo la metrica, lui mi ha guardato dritto e mi ha detto: “Ma pensi solo a studiare?”», inizia così l’ennesima notte amara di un talento sprecato, un giovane studente di un liceo che scopre come muore la scuola e come lui stesso è meglio che nasconda le sue qualità. «Adesso per esempio mi si è attaccata in testa una certa poesia di Orazio e non se ne va più via. È quella che comincia: Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi finem di dederint, Leuconoe… Mi sono messo a tradurla come pare a me, perché la traduzione che mi dà il libro non mi piace niente. Ma non è facile. Per esempio quel nefas»(1), la vicenda si fa inquietante, come tutte le vicende in cui c’è di mezzo il latino, un professore rinunciatario, un terribile nefas. Una traduzione forse nota: «Tu non ricercare, è illecito saperlo, quale sorte gli dei abbiano dato a me, quale a te, Leuconoe». Ma potrebbe anche non essere una traduzione soddisfacente per un talento: «È mezzanotte passata. Di dormire neanche a pensarci. Forse mi sta venendo. Sì, forse metterei: “Non cercare di sapere, o Leuconoe. Sapere è ingiusto”. Però quel nefas... Va bene tradurlo “ingiusto”? Non sarebbe meglio “impossibile”?».

Una storia come tante sull’ingiustizia ma anche sull’impossibilità di sapere, di conoscere. Una storia di eccellenze che diventa storia di solitudine in una scuola che non ama i talenti, ma anche in una società che premia l’esteriorità e la capacità di essere visibili per come si appare non per come si è.

Nasce così il dubbio che fa da stimolo a questo scritto: i talenti, le eccellenze, la qualità nel lavoro, devono fare i conti con una possibile griglia di lettura, una griglia che tenga conto e si fondi sui valori e non sul valore-lavoro. Non il lavoro come sola fonte di ricchezza ma un lavoro che rappresenti il nostro poter essere per il bene, talenti per i valori. Questo ci spinge a riflettere su quelle forme di lavoro che finiscono con l’allontanare dai valori, quella dipendenza da lavoro che copre altri problemi e che finisce con il distruggere relazioni, famiglie, affetti. Un lavoro nel nome della qualità e della perfezione che non riesce a cancellare il dubbio sulla centralità della persona e della relazione con gli altri nella nostra vita.

Nel panorama delle dipendenze patologiche, crescente attenzione ricevono oggi quelle che sono denominate “nuove dipendenze”, modalità di comportamento abusante in cui non è implicato l’uso di alcuna sostanza chimica. Shopping compulsivo, dipendenza dal sesso, da Internet o dal gioco d’azzardo sono forme di dipendenza legate a oggetti o attività presenti nella vita di tutti i giorni. L’”oggetto” di cui non si può fare a meno è, in questo caso, un comportamento o un’attività lecita e socialmente accettata, che però smette di svolgere il suo ruolo sociale per schiavizzare l’essere umano.

Workaholism e work addiction sono i neologismi con cui oggi viene indicata una delle più attuali, e tuttavia ancora poco studiate, forme di dipendenza: la dipendenza da lavoro appunto, quella che ha per oggetto un’attività che è parte integrante del normale svolgimento della vita quotidiana di una persona.

Dalla sfera semantica che ci si apre recuperando il termine inglese, da cui traiamo le espressioni sopra citate, e il corrispettivo italiano, possiamo intraprendere una riflessione più articolata su un argomento tanto ovvio quanto complesso. Mentre work fa riferimento al lavoro in generale, alla fatica, ma anche a una occupazione, col termine italiano lavoro da un lato si intende un «impegno fisico o intellettuale rivolto a un fine determinato» o una «occupazione retribuita», dall’altro si definisce l’oggetto, risultato dell’attività, il tempo a essa dedicato, e lo spazio in cui si svolge. Come risultato delle vicende politiche ed economiche che coinvolgono da sempre l’organizzazione della società, la concezione del lavoro è cambiata nel tempo e di conseguenza la sua collocazione nella vita delle persone: l’idea di lavoro che si è venuta a creare ha superato quella di un’attività necessaria per vivere, in quanto garante dell’indipendenza economica, ed è diventata quella di mezzo di affermazione nel sociale. Da un punto di vista evolutivo, trovare un lavoro era una sorta di rituale di passaggio all’età adulta: il giovane che iniziava a lavorare, infatti, andava a occupare un suo posto all’interno della società. Il lavoro, quindi, come canale principale di emancipazione e riconoscimento sociale.

Oggi, nonostante i mutamenti dei pattern lavorativi, l’incertezza dell’impiego e l’aumento delle possibilità di svago, si può affermare la presenza di una forte rappresentazione del lavoro. In quanto strumento per integrarsi ed essere apprezzati nella comunità, il lavoro viene ad assumere sempre più un significato sociale (laddove con sociale intendiamo anche ciò che riguarda lo sviluppo dell’individuo, le relazioni, i valori): il senso dell’individualità si lega all’occupazione fattiva di un posto nella società.

Il fenomeno della dipendenza da lavoro è stato inizialmente identificato in ambito americano. In alcuni Paesi, tuttavia, l’abitudine a eccedere nel lavoro non è un fatto nuovo (in Giappone, il termine karoshi indica il fenomeno per cui milioni di persone, arrivando a lavorare anche sessanta-settanta ore settimanali, hanno sviluppato malattie ischemiche anche letali), mentre in altri (come l’Europa) si va diffondendo un nuovo modello di gestione del lavoro che non riguarda tanto il numero di ore lavorative, quanto la responsabilità del lavoratore (Heide, 2001).

Alcune tendenze generali, che interessano trasversalmente Paesi molto lontani, si vanno a inserire in contesti storico-culturali anche profondamente diversi, determinando atteggiamenti e comportamenti nelle persone che in essi vivono. Così per esempio oggi, nel panorama italiano, sotto la spinta della continua innovazione di prodotti e processi, l’azienda moderna si mantiene competitiva solo se si rinnova continuamente anticipando le tendenze del mercato. Inoltre, con l’avvento delle tecnologie informatiche, l’azienda fonda una duplice politica del personale: da un lato riserva grande attenzione alla fascia alta del lavoro, dall’altro tende a ridurre le altre fasce o a renderle sempre più precarizzate. In entrambi i casi, esercita una grande pressione sul loro lavoro. Il boom economico e la crisi della società laborista, hanno costruito un meccanismo sociale assai evidente: la fine delle certezze del lavoro stabile e garantito (soprattutto al Nord), la scomparsa del sistema clientelare di reclutamento nell’assistenzialismo diffuso (al Sud e nelle Isole). Dal punto di vista psicologico, si assiste a un meccanismo di trasformazione degli atteggiamenti sociali e alla modifica della percezione di sé e dell’altro, determinati dalla diffusione di una cultura del lavoro creativo e della flessibilità – potremmo meglio chiamarla “incertezza” – di un lavoro sempre più da inventare.

Workaholism”: sviluppo e sintomi

Se tra i fattori contestuali che incidono sulla dipendenza da lavoro, rientrano quelli legati al sistema familiare, non devono essere trascurate le influenze sociali. La dipendenza non chimica, infatti, viene considerata uno dei massimi rappresentanti della psicopatologia moderna e postmoderna. Elemento facilitante è sicuramente la tecnologia che, pur nell’intento di agevolare le condizioni di lavoro delle persone, di fatto ha contribuito a cancellare i confini tra area professionale e area personale, determinando una sorta di “invasione” degli spazi e tempi a essa legati. L’innovazione tecnologica inoltre, che da una parte genera stress, vuoto e noia, dall’altra stimola all’immediata gratificazione, poiché fornisce sempre gli strumenti appropriati. L’attuale progresso industriale e tecnologico infine, ha contributo a determinare una generale situazione di insicurezza nel mondo lavorativo che di certo favorisce il sorgere della dipendenza da lavoro: gli individui oggi sono spinti a eccedere nel proprio lavoro, arrivando a sostenere ritmi frenetici e a competere per paura di essere licenziati.

La società del consumo impone ritmi pressanti e spinge a lavorare molto per garantirsi la possibilità di un tenore di vita orientato al possesso di beni materiali, inoltre lo sviluppo del concetto di professione esprime fortemente un senso di realizzazione personale raggiunta tramite il lavoro (Del Miglio, Corbelli, 2003): risulta, dunque, chiaro come aumenti il peso dell’identità lavorativa sull’identità personale e lo spazio che si riserva al lavoro. Si giunge così a un primo preoccupante quadro. I dipendenti da lavoro nel 79,82% dei casi lavorano dalle nove alle 11 ore al giorno; il 25% delle persone che lavorano a ritmi elevati hanno sintomi come mal di testa, ulcere, depressione, irritabilità e ansia.

In una società che, come dice Schaef (1986), non solo mantiene le dipendenze, ma le promuove attivamente, si dovrebbe iniziare a considerare la dipendenza da lavoro non tanto e non solo come una patologia individuale, ma come un processo diffuso nella società. Essa pone una sorta di cuscinetto tra le persone e i sentimenti di sofferenza, contraddizione e vuoto di cui la società è piena. In quest’ottica, il workaholism è la risposta ideale a una società additiva poiché è un’accettabile forma di adattamento a un mondo insano. Fassel (1990) ritiene principali fautori della dipendenza da lavoro le istituzioni della nostra società: il sistema educativo, non lasciando i bambini liberi di organizzare il proprio tempo e di seguire i propri ritmi e inclinazioni, li costringe a rispondere costantemente a pressioni esterne e a sottoporsi a paragoni che incidono fortemente sulla percezione della propria abilità e sull’autostima; il sistema politico, infine, con le sue dinamiche disfunzionali, il diniego e l’inganno, si fonda proprio su un processo abusante.

La dipendenza da lavoro rientra, dunque, in quelle che vengono definite “nuove dipendenze”, in cui il comportamento abusante riguarda l’uso di oggetti o attività legali. In esse, come in quelle tradizionali, l’elemento di dipendenza e le esperienze a esso correlate, assorbono le personalità del soggetto divenendo il fulcro della sua vita. La dipendenza infatti è un fenomeno estremamente complesso che investe l’individuo sia a livello comportamentale (manifestandosi con la ricerca di una sostanza o con la reiterazione di un comportamento) che a livello psicologico. Le conseguenze di questa condizione si ripercuotono sull’intero funzionamento individuale, provocando una sofferenza che si estende al contesto di appartenenza del soggetto.

Il termine work addiction indica un vero e proprio disturbo, che si manifesta attraverso richieste autoimposte, incapacità di regolare le abitudini lavorative ed eccessiva indulgenza nel lavoro, con l’esclusione di ogni altra attività. In quanto comportamento additivo, presenta fenomeni quali il craving, l’assuefazione e l’astinenza: piuttosto che un’attività, il lavoro diventa uno stato d’animo, una via di fuga che libera la persona dall’esperire emozioni, responsabilità, intimità nei confronti degli altri. Il dipendente dal lavoro avverte la forte necessità di dedicare la sua vita e il suo tempo al lavoro a costo di ridurre o eliminare del tutto la sua vita familiare e personale.

Nella work addiction, come nelle dipendenze in generale, i fattori causali sono di ordine individuale e ambientale. Sebbene a oggi non ci sia consenso tra i clinici sul modo in cui si debba definire, ed eventualmente categorizzare la dipendenza da lavoro (non è accettata nella nomenclatura ufficiale psichiatrica e psicologica), in generale, si conviene sulla centralità di «un significativo investimento nel lavoro» (Harpaz e Snir, 2003). In alcuni casi, esso è visto come espressione di un’attitudine al lavoro o come mezzo per la ricerca di coinvolgimento e soddisfazione, e in altri, fa riferimento a un comportamento problematico: la dipendenza da lavoro, cioè, come esperienza caratterizzata dal bisogno di essere ripetuta con modalità compulsive. Dalla raccolta delle definizioni date dagli autori che si sono occupati dell’argomento, in base alle caratteristiche di volta in volta messe in evidenza, si possono individuare due grandi aree a cui la dipendenza da lavoro può essere ricondotta: la prima riguarda le caratteristiche individuali, talvolta con espliciti riferimenti agli effetti di questo comportamento sul contesto relazionale del soggetto; la seconda specifica quali sono le componenti o i comportamenti imprescindibili perché si possa parlare di workaholism.

Sostanzialmente, la conoscenza fin qui acquisita proviene da ricerche che hanno seguito due approcci: quello deduttivo (la maggior parte) e quello induttivo (in misura minore). Attualmente ci si interroga se il workaholism sia un costrutto unitario o se piuttosto non sia il caso centrarsi sullo studio delle componenti implicate (soddisfazione, compulsione, ore lavorative). Questi sono certamente costrutti collegati alla dipendenza da lavoro, ma se essi la descrivano soltanto o al contrario ne spieghino le origini e le cause, rimane ancora oscuro. È alquanto credibile che la compulsione e l’ossessività siano tratti antecedenti che interagiscono e sono rinforzati dalla soddisfazione nel generare un comportamento workaholic che si manifesta nella tendenza a lavorare e pensare al lavoro incessantemente. Questo comportamento produce delle conseguenze che includono il lavorare sempre e ovunque e fornisce nuovi stimoli all’ulteriore lavoro.

Nel trattare la dipendenza da lavoro, i diversi autori si sono riferiti fondamentalmente a due concetti: la dipendenza e i tratti; talvolta è stato indicato un meccanismo di condizionamento, mentre più recentemente sono stati attenzionati gli antecedenti cognitivi del comportamento workaholic e le dinamiche familiari (McMillan e al., 2003).

Volendo riassumere, i modelli teorici di riferimento possono essere dunque considerati:

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Il paradigma della dipendenza. È uno dei modelli maggiormente accreditati, che riconduce la dipendenza da lavoro a un processo analogo, per esempio, a quello dell’alcolismo: il workaholism, quindi, come una vera e propria forma di dipendenza sia per gli effetti fisici e psicologici che comporta, che per l’esistenza di una sostanza (l’adrenalina) e di un processo (lavorare esageratamente) da cui si diventa dipendenti. Questo modello tuttavia presenta una difficoltà metodologica, legata alla misurabilità del concetto (laddove invece l’abuso di droga o di alcol può essere quantificato).

Da un punto di vista psicodinamico, il modello della dipendenza rimanda all’esistenza di un Io fragile, incapace di tollerare la frustrazione e che tende a negare le esperienze che gli palesano la sua separatezza e diversità rispetto all’ideale. Questa condizione non permette che si crei, a partire dalle prime assenze dell’oggetto, una sua rappresentazione interna che, in situazioni che causano angoscia, svolge per l’individuo una funzione calmante e consolatoria. Di fronte a questi casi, egli dovrà quindi ricorrere ad altre modalità, quali la ricerca compulsiva dell’oggetto o la modalità dissociativa. Così, il cibo e le droghe, ma anche Internet, il sesso o il gioco d’azzardo divengono uno strumento che può, se non altro temporaneamente, attenuare lo stress e svolgere una funzione materna che l’individuo non è in grado di fornire a sé stesso. Il ricorso continuo a oggetti esterni è tuttavia destinato a fallire nel suo scopo e a doversi necessariamente reiterare in maniera compulsiva. Si viene quindi a stabilire un processo per cui l’assunzione di una sostanza (nel nostro caso di un comportamento) ripristina la primitiva sensazione di onnipotenza; il malessere legato alla carenza della sostanza (nel nostro caso del processo del lavorare), smascherando la finzione che la separazione non sia mai avvenuta, la rende evidente: per ristabilire l’unità, l’unica soluzione diviene allora la ricerca compulsiva dell’oggetto della dipendenza.

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Il modello dell’apprendimento operante rimanda a un processo di condizionamento per cui una risposta può essere attivata senza la necessità di uno stimolo; se cioè un comportamento determina una ricompensa, aumenterà la probabilità che quel comportamento in futuro si ripeta. In quest’ottica, un comportamento improntato all’eccessivo lavoro, espressione della dipendenza da lavoro, generando approvazione da parte dell’ambiente circostante, tenderà a essere reiterato. Il workaholism emerge quando aver lavorato per qualche ora in più determina l’approvazione dei pari e la conseguente aumentata possibilità di ripetere questo comportamento. I riconoscimenti funzionano da rinforzi positivi, e quindi da fattori di mantenimento; gli agenti rinforzanti, tuttavia, possono anche essere costituiti dall’evitamento di un evento spiacevole, quale una condizione di povertà o il conflitto familiare. Se da un lato tale modello non comporta le difficoltà metodologiche del precedente (dal momento che non fa riferimento a entità non osservabili, quali la personalità) e appare ottimistico (il workaholism può scomparire), dall’altro non prende in considerazione la dimensione temporale e altri fattori che possono intervenire nello sviluppo della dipendenza.

3

La teoria dei tratti fa riferimento, nel descrivere la personalità, a pattern comportamentali stabili legati alla natura dell’individuo: la dipendenza da lavoro sarebbe espressione di un tratto che emerge nella tarda adolescenza, immutabile e rafforzato dall’esposizione a condizioni contestuali quali lo stress. Da questo modello, che è ritenuto il più attendibile e il più supportato dai risultati delle ricerche, la dipendenza da lavoro emerge come risultato dell’interazione tra le caratteristiche individuali e l’ambiente; in particolare, se ci si focalizza sugli specifici tratti, quelli associati al workaholism sono i tratti ossessivo-compulsivi.

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La teoria cognitiva è centrata sull’analisi delle credenze antecedenti al comportamento workaholic: gli individui, infatti, hanno degli schemi mentali (sistemi di credenze, cornici concettuali entro cui definiscono il mondo) basati su credenze centrali, assunti sulla causalità e pensieri automatici espressi in forma verbale. Secondo questa lettura, la dipendenza da lavoro emerge come credenza centrale (esempio: sono un fallito), assunzioni conseguenti (esempio: se lavoro duramente non fallirò) e pensieri automatici.

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Il modello sistemico-familiare, andando oltre le caratteristiche e i processi individuali, si focalizza sul sistema e non su un individuo: un comportamento infatti si manifesta in un contesto di reti e dinamiche interpersonali. La dipendenza da lavoro dunque si configurerebbe come disturbo del sistema familiare che emerge e viene mantenuto da dinamiche disfunzionali.

Vediamo adesso chi sono i dipendenti dal lavoro, quali le metodologie più appropriate per l’analisi di questo fenomeno e i tipi di interventi che possono essere realizzati.

Una distorta percezione del sé

Pur nella varietà di dimensioni chiamate in causa e di tipologie individuate, il dipendente dal lavoro si presenta come una persona che, per colmare il senso di incompletezza, si immerge nel lavoro: esso diviene il rifugio che lo protegge dall’esperire emozioni e il mezzo attraverso cui definisce e costruisce una positiva immagine di sé.

L’individuazione delle caratteristiche del workaholic deriva principalmente dallo studio dei casi e dal lavoro clinico fatto con questi soggetti (Killinger, 1991; Robinson, 1989), dalle loro stesse parole e in alcuni casi, dal materiale generato dal primo gruppo dei Workaholics Anonymous negli Usa. Queste caratteristiche non sono sempre tutte presenti e si possono manifestare in modi diversi nei diversi soggetti.

Benché fattori familiari da un lato, e storico-culturali dall’altro la alimentino, le cause si devono rintracciare nei bisogni insoddisfatti e rimossi, nell’impulso profondo che porta la persona a dover raggiungere un certo standard per essere accettata. La ragione del far troppo, risulta chiaro, non è la passione per il proprio lavoro, né il dovere o il desiderio di provvedere alle esigenze della propria famiglia, ma un bisogno ossessivo di eccellere e ottenere approvazione, le cui radici risiedono in un vuoto interiore.

Il workaholic soffre di un disturbo compulsivo che lo porta a mascherare una serie di stati emotivi (dalla rabbia alla depressione) e a un’incapacità di adattamento che si manifesta con sentimenti di scarsa stima di sé, paura di perdere il controllo e difficoltà relazionali. Il comportamento di tipo compulsivo, messo in atto dal workaholic, nell’eseguire ogni attività e nel raggiungere gli obiettivi è espressione del suo particolare funzionamento psicologico. Egli è mosso da una forte spinta a impegnarsi nel lavoro e a ottenere tramite esso dei risultati oggettivi, o nei termini della realizzazione dei suoi progetti, o di tipo economico. Ha bisogno di prove tangibili, di segni osservabili che dimostrino il suo operato; tende a quantificare le cose che fa, considerandole unità di misura del valore personale. Riflette poco su quali sono gli obiettivi che può realisticamente raggiungere, e si concentra di più su quei risultati che sarebbe importante conseguire perché tutti, compreso sé stesso, possano aver chiari i suoi meriti. Il lavoro dunque, diventa l’unico modo per attestare il proprio valore.

Alla base di questo atteggiamento c’è un vissuto di vergogna e un forte senso di inadeguatezza, che viene mascherato attraverso il bisogno di controllo, il perfezionismo, l’iperattività: fare sempre di più lo fa stare meglio. Risulta evidente allora, il motivo per cui la work addiction è denominata “la dipendenza d’elezione degli indegni” (Fassel, 1990). Il workaholic infatti, sente di dover guadagnare il diritto di esistere e ha necessità di giustificare la sua presenza nel mondo: la legittimazione a stare con gli altri gli proviene dalla sua grande dedizione al lavoro. Esso, quindi, conferisce dignità al workaholic e dà significato alla sua vita. Il riconoscimento di sé, il rispetto da parte degli altri e la propria autostima dipendono unicamente dal lavoro. I traguardi e i successi professionali che il soggetto raggiunge creano un senso del sé positivo e riempiono, anche se temporaneamente, il vuoto interiore. I profondi problemi identitari e i bisogni insoddisfatti però, trovano solo un sollievo provvisorio e un effimero soddisfacimento: quando i vissuti positivi svaniscono, il workaholic deve lavorare ancora di più per recuperare il proprio senso di adeguatezza. L’insicurezza e la scarsa autostima del workaholic quindi, guidano ogni suo comportamento.

Secondo Fassel, il workaholic ha una percezione di sé distorta ed estrema: ipertrofica o ipotrofica. Ha cioè una evidente difficoltà a vedersi e ad accettarsi per come è realmente. Oscilla tra un sentimento di superiorità e uno di inadeguatezza, tra una percezione di sé come competente e una come mediocre. Di conseguenza, si trova spesso a promettere qualcosa che non potrà adempiere e che quindi lo farà sentire in imbarazzo e umiliato o, al contrario, a sottrarsi a compiti che potrebbe facilmente affrontare. Il deficit dell’autostima comporta inoltre, secondo l’autrice, un alto grado di falsità: convinti che le persone non li accetterebbero così come sono, tendono ad amplificare i successi e a tacere i fallimenti.

A questo proposito, Robinson parla di “sindrome dell’impostore” per descrivere un vissuto tipico del workaholic. Aver “ingannato” gli altri circa le proprie competenze provoca nel soggetto la paura che, col tempo, egli venga scoperto per quello che realmente è. Teme il fallimento tanto da impegnarsi nel raggiungimento di risultati che diano prova della sua abilità e, nello stesso tempo, lo causa imponendosi standard elevati. In molti comportamenti di dipendenza patologica si assiste, infatti, da un lato, al disperato sforzo per evitare di essere scoperti e all’assenza di ogni forma di colpa o rimorso per le proprie azioni, dall’altro al tentativo di evitare la vergogna conseguente alla rivelazione della falsità di un’immagine di sé ideale.

Sebbene gli altri ne riconoscano i meriti, egli non incontra mai le sue aspettative e giudica molto duramente ogni suo più piccolo errore. Il deficit dell’autostima indebolisce sensibilmente l’Io del workaholic, che deve in qualche modo essere protetto: prendere più impegni degli altri lo fa sentire più importante, e rifiuta di delegare qualcuno perché è lui il solo in grado di risolvere i problemi e di agire nel modo migliore. Il senso di superiorità fa da supporto all’autostima, ma ciò comporta la centratura sul proprio benessere più che sull’interazione con gli altri. Attribuire all’esterno gli errori, rilevare i difetti degli altri lo rende più sicuro di sé; in realtà però, denigrare l’altro per affermare la propria competenza non fa che accentuare il vissuto di inferiorità. Lavorare eccessivamente dà a chi crede di non essere all’altezza valide ragioni di sentirsi importante (Jones e Wells, 1996). L’etica professionale del workaholic, molto apprezzata dalla società, viene deplorata da chi gli sta vicino, quando si trasforma in atteggiamento di superiorità.

Quotidianamente, nel rapporto con gli altri e col mondo si è guidati da convinzioni che permettono di leggere la realtà e di orientare il comportamento nelle diverse situazioni; la mente di ognuno tende a focalizzarsi su ciò che ci si aspetta e, molto spesso, le proprie rappresentazioni determinano ciò che realmente si verifica. Così, le credenze del workaholic su di sé contribuiscono alla sua dipendenza poiché, ancorando a esse i suoi pensieri, lo mantengono in un ciclo disfunzionale. Il modo in cui il workaholic si percepisce è conforme all’esperienza che ha fatto di sé nel passato. Il concetto di sé si è formato nell’infanzia, in conseguenza delle esperienze quotidiane e delle norme culturali che lo hanno accompagnato nella crescita. Il mancato raggiungimento degli standard indicati, più volte sperimentato, ha prodotto una visione di sé come individuo poco capace. Se da bambino ha creduto di non valere abbastanza, si rafforza in lui tale convincimento che, crescendo, viene mantenuto. Questa credenza guida il workaholic nella sua vita e lo porta a raccogliere ogni prova che la confermi. Infatti, sebbene rivolga ogni sforzo, cognitivo e comportamentale, a invalidare il senso di inadeguatezza e a mostrare il proprio valore, l’effetto è tuttavia opposto: riceve l’ennesima testimonianza della propria incapacità, perché di essa è profondamente convinto. Il workaholic cioè, fa in modo che le esperienze attuali avvalorino la sua credenza: ogni situazione attesterà la sua incompetenza, poiché egli inconsciamente farà di tutto per dimostrare quanto sia mediocre. Così per esempio, se prende ventotto a un esame, si condanna per non aver avuto trenta, se conquista un bronzo si dice che avrebbe dovuto vincere l’oro, o se riceve una promozione, non è mai una posizione abbastanza prestigiosa. Inoltre, un altro meccanismo che gli consente di confermare la sua autopercezione è l’attribuzione dei propri successi alla casualità e dei fallimenti alla sua incapacità.

I feedback positivi, da parte delle persone vicine, su di lui e sul suo lavoro entrano in conflitto con la percezione che ha di sé, e il workaholic li deve adattare al suo sistema di credenze. Ogni situazione che contraddice la convinzione sulla propria inadeguatezza, viene ignorata, disconfermata o minimizzata: non viene cioè inclusa nell’esperienza personale. Qualsiasi giudizio positivo gli venga dato, sarà ignorato o riorganizzato in un pensiero negativo.

La dipendenza da lavoro ha parecchie conseguenze negative: ansia, depressione, irritabilità, stress, burnout e problemi di salute. Come è facilmente comprensibile rispetto alle relazioni più intime e familiari, anche in quelle lavorative vivere accanto a un workaholic non è semplice: la certezza che il suo stile è il migliore e l’impossibilità di delegare comportano una forte pressione che si estrinseca in scoppi d’ira e insofferenza. Tutto ciò causa disarmonia e contrasti nel gruppo di lavoro.

Benché lo studio della dipendenza da lavoro si sia basato, in origine, soprattutto su resoconti di storie e casi clinici, alcuni autori hanno avviato delle ricerche empiriche per comprendere meglio il fenomeno, anche se un limite evidente è l’insufficienza e la contraddittorietà dei dati empirici.

Le ricerche sull’argomento sinora realizzate hanno indagato le variabili correlate alla dipendenza da lavoro: sono state considerate variabili socio-demografiche, quelle relative alla situazione lavorativa, allo stress fino alle componenti del burnout, variabili attitudinali (indici del significato attribuito al lavoro: centralità del lavoro, orientamento espressivo, orientamento economico, relazioni interpersonali), demografiche (genere, stato civile) e situazionali (professione, settore d’impiego). Alcune ricerche si sono centrate in maniera più specifica sul genere, altre sulle categorie professionali (dai manager agli impiegati del settore pubblico, ai liberi professionisti come avvocati e psicologi, agli studenti universitari, ai giornalisti, agli insegnanti di scuola elementare).

Oltre al numero di ore lavorative, sia per ciò che riguarda la professione del workaholic, che per ciò che attiene alla questione del genere, i risultati sono piuttosto controversi. Sebbene sia molto diffusa l’idea che i workaholics siano soprattutto alti dirigenti, manager e uomini d’affari o liberi professionisti, in realtà, si può abusare di qualsiasi professione, se si entra nell’ottica di considerare che il nodo problematico sta nel diventare dipendenti da un’attività (sia nella compulsione a esercitarla che nel pensiero costante a essa). Altrettanto complesso il discorso sul genere: se alcuni ricercatori rilevano una maggiore presenza di uomini workaholics, la maggior parte non riscontra differenze di genere. Con l’avvento delle donne nel mondo del lavoro, al contrario, esse diventano maggiormente soggette al rischio di sviluppare una dipendenza da lavoro.

Oggetto di interesse scientifico è stata anche la famiglia a cui può essere ricondotto il primo (e uno dei pochi) studio sui figli adulti di workaholics e alcune ricerche centrate sul funzionamento di una famiglia in cui c’è un componente workaholic. Dal momento che si viene a instaurare una dinamica conflittuale tra polo professionale e polo familiare, la dipendenza da lavoro risulta essere predittiva del conflitto lavoro-famiglia. Alla base di un rapporto equilibrato tra sfera professionale e familiare sta, per O’Driscoll e al. (2004), la soddisfazione e il coinvolgimento dell’individuo in entrambi i contesti.

Modalità d’intervento

Di fronte a un fenomeno così complesso quale è quello della dipendenza da lavoro, le strategie di intervento assumono diverse forme e riguardano diversi aspetti. Pur nella specificità dell’ambito scelto per realizzarlo e nella peculiarità dell’inquadramento teorico di riferimento di chi interviene, varie sono le possibilità che si offrono al workaholic: la psicoterapia individuale, quella familiare, la partecipazione a gruppi di self-help (Workaholics Anonymous) sono alcuni degli interventi attuati con i workaholics.

Un principio che si deve avere ben chiaro e che deve guidare la realizzazione degli interventi è quello per cui sospendere il lavoro non garantisce il superamento del problema: il processo workaholic può riguardare infatti qualsiasi altra attività. È per questo che occorre aver sempre ben presente la distinzione tra due concetti: dry che indica la cessazione dell’uso di una sostanza o di un processo e sober che rimanda all’inizio del confronto con il diniego, il pensiero distorto, il controllo, il perfezionismo, l’isolamento e l’ossessività.

A livello individuale, la psicoterapia attuabile può essere di orientamento psicodinamico, che si configura come un’opportunità di scoperta di sé e di crescita, possibilità per il workaholic di abbattere la difesa del diniego e sviluppare la repressa funzione emotiva e di esplorare e validare il proprio autentico sé, o di orientamento cognitivo, volta a modificare le credenze erronee su se stesso. La Rational Emotive Behavioural Therapy (Rebt), per esempio, è un approccio psicoterapeutico di tipo cognitivo-comportamentale, fondato sulla concezione che le emozioni e i comportamenti derivano dai processi cognitivi; modificando questi processi si possono realizzare modi diversi di sentire e comportarsi: gli individui hanno un sistema irrazionale di credenze, da cui derivano i comportamenti nevrotici; ristrutturando le proprie credenze su di sé, le emozioni e i comportamenti iniziano automaticamente a cambiare; in particolare, il cambiamento è rappresentato dal passaggio da un focus esterno a uno interno.

Complementare a un percorso terapeutico individuale è la partecipazione ai gruppi di autoaiuto. Workaholics Anonymous è un gruppo di individui che condividono la loro esperienza, le loro forze e le loro aspettative, nel tentativo di risolvere il loro comune problema e di aiutare gli altri a superare la dipendenza da lavoro. L’unica condizione richiesta per entrare a far parte dei Workaholics Anonymous è il desiderio di smettere di lavorare compulsivamente.

Fattori terapeutici dei gruppi di Workaholics Anonymous sono: la presenza di sponsor (individui che hanno superato il problema, che hanno la funzione di guidare il soggetto nel programma di trattamento, assistono il workaholic nel programma di lavoro e lo accompagnano nei “Dodici passi”, evitando che si isoli. Inoltre, avendo da tempo superato la dipendenza, possono raccontare la propria esperienza e dare testimonianza e speranza di guarigione); gli incontri (appuntamenti settimanali in cui vengono condivise le esperienze personali attraverso le storie individuali; danno l’opportunità di identificare e riconoscere i propri comportamenti nelle proprie storie e in quelle degli altri); un setting accogliente, protetto, in cui è garantito l’anonimato; l’elaborazione di programmi di lavoro (una guida al lavoro quotidiano che stabilisce dei confini e conduce il workaholic verso una vita più equilibrata: rappresenta infatti, un modo concreto di dedicarsi a un nuovo stile di vita).

Considerare la dipendenza da lavoro come un disturbo familiare implica guardare alla famiglia nel suo insieme e ai singoli componenti come fruitori di un intervento. Bisogna innanzitutto identificare la struttura della famiglia workaholic: c’è un tacito contratto tra i membri della famiglia che autorizza una modalità di lavoro compulsiva? Ci sono aspettative implicite che portano i figli ad assumere ruoli genitoriali? Portare alla luce aspetti inconsci della dinamica familiare può aiutare le famiglie a riorganizzare i propri comportamenti. La famiglia deve essere preparata al cambiamento del workaholic, deve sostenerlo, ma non fornirgli alibi per i suoi ritardi o le sue assenze e non assumersi i suoi doveri, lasciandolo libero da ogni responsabilità; particolarmente importante, infine, risulta il lavoro con la coppia e con i figli. Ma la famiglia può e deve diventare la struttura di maggior sostegno, non solo la vittima sacrificale di un processo di dipendenza.

La dipendenza da lavoro, è un problema che riguarda non solo l’individuo, ma il sistema e la cultura. I workaholics e la dipendenza da lavoro non potrebbero sopravvivere senza il luogo di lavoro: diviene dunque fondamentale prestare attenzione alle abitudini lavorative dei dipendenti, progettare e realizzare interventi con i workaholics (gli Employee Assistance Program, per esempio, sono programmi volti a sostenere chi ha bisogno di aiuto e a migliorare il clima nell’ambiente lavorativo) e incoraggiare una cultura organizzativa che rinforzi la moderazione, non stabilendo aspettative irrealistiche o richiedendo prestazioni professionali impossibili.

C’è bisogno di una capacità di relazionarsi che vada oltre le fughe, oltre le impossibilità. Proviamo a chiudere con la stessa storia con la quale abbiamo iniziato.

«Dovrei smettere di andare bene in latino. (…) Dovrei smettere di barricarmi nel mio retrobottega-studio e starmene per ore come uno scemo a tradurre Orazio. (…) Solo che non riesco a smettere» (p. 101). Lo studio compulsivo ha colpito il nostro adolescente, o la sua è solo la ricerca di un nome, di una qualsiasi Leuconoe, colei che ha la mente bianca, alla quale poter scrivere di non cercare di scoprire quale destino gli dei ci hanno dato? In mezzo c’è quel tremendo e bellissimo scire nefas. Il nostro bisogno di eccellere non è fine a sé stesso, non può essere fine a sé stesso. Attiene al bisogno di donare agli altri, non è una sfida agli dei, né una droga, è uno scopo che dobbiamo imparare a condividere con gli altri, con i nostri affetti. Altrimenti rischieremo la più terribile delle strategie per eccellere, per essere visibili: «Mamma, posso andare male almeno in una materia?».

Gioacchino Lavanco e Anna Milio

 


    

 

Come diagnosticare la dipendenza da lavoroOggi esistono tre strumenti di misura del fenomeno che sono stati empiricamente validati.1 Il Work Addiction Risk Test (Wart) è il più antico; il suo paradigma teorico di riferimento è quello della dipendenza. È costituito da 25 items che riguardano principalmente i comportamenti di tipo A, messi in atto quotidianamente (ad esempio mangiare, parlare e muoversi velocemente), e specifici del contesto lavorativo. B.E. Robinson ha approfondito le proprietà del suo strumento che sembra avere una buona attendibilità. In uno studio recente, B.E. Robinson e C.P. Flowers hanno indagato le dimensioni sottostanti il Wart. Emerge che il workaholism include cinque dimensioni: tendenze compulsive, controllo, comunicazione disfunzionale/arroganza, incapacità di delegare e autostima.

2 La Schedule for Nonadaptive Personality Workaholism Scale (Snap-Work) è costituita da 18 items a risposta chiusa (vero/falso) e si basa sull’idea che ci sia una certa corrispondenza tra la dipendenza da lavoro e il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità. Somministrata a diversi campioni, studenti e lavoratori, la scala presenta un’elevata consistenza interna e una buona attendibilità, e converge con altre misure del workaholism.

3 La Workaholism Battery (Work-Bat) è lo strumento più utilizzato nelle ricerche sul workaholism. È un questionario self-report che consta di 23 items e utilizza un formato di risposta su una scala a 5 punti. Il Work-Bat comprende tre scale: spinta a lavorare, soddisfazione lavorativa e dedizione al lavoro, che corrispondono alle tre componenti individuate dalle autrici. J.T Spence e A.S. Robbins inoltre, per misurare eventuali comportamenti di tipo workaholic hanno costruito altre 5 scale: il coinvolgimento nel lavoro, il tempo dedicato al lavoro, lo stress legato al lavoro, il perfezionismo e la difficoltà a delegare.

Infine, recentemente P.E Mudrack e T.J. Naughton (2001) hanno sviluppato due nuove scale basate sulla tendenza del lavoratore a eseguire attività non obbligatorie e a interferire e a tentare di controllare il lavoro altrui. Per evitare possibili razionalizzazioni e il diniego da parte di eventuali intervistati workaholic, e per essere valide in diversi contesti lavorativi, queste misure si propongono di diagnosticare pattern comportamentali più che abitudini lavorative.

 

BIBLIOGRAFIA

  • Cantarow E., Women workaholics. Mother Jones, n. 6/1979 pp. 56-58.

  • Caretti V., La Barbera D. (a cura di), Le dipendenze patologiche, Raffaello Cortina, Milano 2005.

  • Del Miglio C., Corbelli S., Le nuove dipendenze, “Attualità in psicologia”, n. 18/2003 (1/2) pp. 9-36. .

  • Fassel D., Working ourselves to death: The high costs of work-aholism, the rewards of recovery, Harper & Collins, San Francisco 1990.

  • Harpaz I., Snir R., “Workaholism: its definition and nature”, Human Relations, n. 56/2003 (3) pp. 291-319.

  • Heide H., “Individual and Social Economic. Dimensions of Work Addiction”, Beiträge zur sozialökonomischen Handlungsforschung, n. 4/2001, Universität Bremen.

  • Jones R., Wells M., “An empirical study of parentification and personality”, American Journal of Family Therapy, n. 24/1996 pp. 145-152.

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  • Killinger B., Workaholics: The respectable addicts, Simon and Schuster, New York 1991.

  • Machlowitz M., Workaholics. Living with them, working with them. Reading, MA: Addison-Wesley 1980.

  • McMillan L.H.W., O’Driscoll M.P., Burke R.J., “Workaholism: A review of theory, research and future directions”. In Cooper C.L., Robertson I.T. (a cura di), International review of industrial and organizational psychology, Wiley, Chichester, n. 18/2003 pp. 167-189.

  • O’Driscoll M.P., Brough P., Kalliath T., Work-family balance: The direct and indirect effects of colleague and family support. Paper presented to the 11th National Conference of the New Zealand Organisational Development Network. New Zealand 2004.

  • Oates W., Confessions of a workaholic: The facts about work addiction, World Publishing, New York 1971.

  • Robinson B.E., Kelley L., Adult Children of Workaholics: Self-Concept, Anxiety, Depression, and Locus of Control, “American Journal of Family Therapy”, n. 26/1998 (3) pp. 223-238.

  • Robinson B.E., Work addiction, Health Communications, Deerfield Beach, FL 1989.

  • Schaef A., When Society Becomes An Addict, Harper and Row, New York 1986.
       

NOTA

1 L’intera vicenda è descritta nel romanzo di Paola Mastrocola, Una barca nel bosco (Guanda, Parma 2004), p. 56. É la storia di un talento sprecato

Pubblicato da: Irenotta | 6 giugno 2011

Il (troppo) lavoro è malattia

Lavorare troppo ammala e predispone alla demenza

businessI disturbi cognitivi lievi (MCI) in età adulta possono essere prodromici dello sviluppo di demenza in età avanzata e possono predire il tasso di mortalità dei soggetti. L’identificazione dei fattori di rischio per MCI risultano allora di estrema importanza, a fine preventivo della salute del cervello. Uno studio di Marianna Virtanen del Finnish Institute of Occupational Health di Helsinky, pubblicato in modalità open access sull’American Journal of Epidemiology (M. Virtanen et al., Long Working Hours and Cognitive Function, Am J Epid, Vol. 169, N. 5, 2009), dimostrerebbe che lavorare per troppe ore al giorno può avere un effetto negativo sulle prestazioni cognitive in età adulta e predisporre alla demenza.

Le scoperte dei ricercatori finlandesi hanno significatività clinica e mostrano differenze sostanziali di funzionamento cognitivo fra persone che lavorano per troppe ore al giorno e lavoratori che rispettano orari normali, differenze simili per magnitudo all’influsso della variabile fumo, uno dei fattori principali di rischio per demenza.

I dati analizzati derivano da uno studio prospettico su 2.214 persone, impegate a tempo pieno, sottoposte a una batteria di test cognitivi, in due fasi, una di baseline, una di follow-up, composta da test specifici di valutazione della memoria a breve termine, test di ragionamento (Alice Heim 4-I), test di vocabolario (Mill Hill), test di fluenza fonemica, test di fluenza semantica.

Comparati con persone con tempi lavorativi massimi di 40 ore settimanali, i lavoratori che superavano le 55 ore mostravano prestazioni inferiori soprattutto nei test di vocabolario, sia alla baseline che al follow-up. Lo studio ha anche dimostro che lunghe ore lavorative risultano predittive di un declino delle prestazioni dei soggetti ai test di ragionamento (Alice Heim 4-I).

FIDANZATO MUSICISTA: ISTRUZIONI PER L’USO
Tratto dal blog di Punkesteem (http://blog.libero.it/punkesteem/9087825.html)

Questo post è ispirato ad un post
scritto dalla mia amica MicinaRock
nel quale essenzialmente si domanda:
“deve essere sempre così dura per una
fanciulla essere la ragazza di un
MUSICISTA?”

Ora cercherei di rispodere alla sua domanda
ma dal punto di vista del musicista…dato
che è ciò che infondo sono..ma cercando..
anche di spiegare qual’è la reale vita di
un musicista e cosa scorre nella nostra
contorta mente..e soprattutto come questo
può impattare cn la ragazza che ci sta
accanto..

1) IL TEMPO: ragazze che volete un fidanzato
musicista..ricordate…il musicista nn
ha orari..io spesso torno a casa dalle
prove all’una di notte..se ho un concerto
faccio la nottata fuori..è cosi..

2) LO STUDIO: se il vostro ragazzo sta
incidendo un disco non chiamatelo per
nessuna ragione al mondo..è un momento SACRO
che richiede concentrazione e soprattutto
il cel interferisce cn le apparecchiature
IO QUANDO INCIDO UN DISCO..SPARISCO..

3) LA PASSIONE: mi è capitato che certe ragazze
mi chiedessero di paragonare loro alla
musica…son 2 campi diversi quindi non
dite mai ad un musicista “TU METTI LA MUSICA
DAVANTI A ME”..xkè non è cosi..è come se
vi dicessero non andate a lavorare x stare cn me!

4) LA STANCHEZZA: fare prove, concerti, incidere
etc… anke se è una passione..credetemi che
stanca..quindi è facile che pur avendo il
tempo spesso non abbiamo la voglia…

5) LO STILE: ogni musicista ha il suo, può essere
originale o emulazione di band preesistenti..
accettatelo da subito o cambiate fidanzato..
un musicista è legato ai suoi vestiti, accessori
e modi di fare..io non rinuncio al nero,
al cappuccio ai posini alle borchie etc..se voglio
IO..allora magari certi gg cambio moda..a mio
gusto..ma ciò non deve essermi imposto..io sono
così..prendere o lasciare!

Chiariti questi punti fondamentali se avete accettato
tutte queste clausole..siete pronti ad affrontare
la seconda scottante tematica: LA GELOSIA!
(seguo la linea guida del post di MicinaRock)

Ricordate: belli o brutti che siano..i musicisti
quando salgono sul palco diventano FASCINOSI
(se sanno farci ovviamente)!
Io sul palco occupo quasi sempre la posizione
centrale..strategica..quindi le ragazze che si
mettono sotto hanno spesso gli occhi puntati..
con questo bisogna farci l’abitudine..inoltre
quando scendiamo dal palco qualche ragazza
può chiederci FOTO o regalarci abbracci (a sorpresa
e non prevedibili)…in passato è capitato
ciò..scatenando guerre (quando ero fidanzato)!
Per di piu’ ricordo che molte fidanzate di musicisti
corrono subito a baciarli dopo i concerti..
quasi a marcare il loro territorio..:)..
abitudine della mia ex..ma di quasi tutte direi..
vorrei ricordarvi che dopo un concerto il musicista
puo’ voler fare solo 2 cose:

- se il cncerto è andato bene: fare baldoria
fin a notte fonda lasciandosi andare ai piaceri
dell’alcol..e della goliardia collettiva..
- se il concerto è andato male: un po di pace
e tranquillità nel backstage..

quindi anche in questo caso ragazze..dopo un concerto
..invece di martoriarci..stateci vicine cn affetto
e non in modo oppressivo..

ora conculudo dandovi la mia opinione..
anche noi musicisti vogliamo amare essere amati
essere fidanzati(spesso ho invidiato i compagni
di band con la fidanzata che prima e dopo il concerto
.li riempiva di coccole..mentre a me toccava starmene
dietro il bancone a sparare le solite cazzate!)
ma ovviamente bisogna trovare una ragazza che abbia
pazienza e comprensione!
io ultimamente ho iniziato a frequentare
una ragazza che è una musicista pure lei..
certo forse ora sarò io quello che aspetterà
sotto il palco..sarò io quello che dovrà
accettare la sua stanchezza musicale o che
non potrà telefonare..chissà forse ora
sarò io a “subire” la passione di musicista..
ma credo che allo stesso tempo..viveno
vite simili ci potrà essere una maggiore
compresione!

Pubblicato da: Irenotta | 6 giugno 2011

Fidanzata di un musicista…Ne vale la pena??

John e Yoko sono solo l’esempio più famoso di quanto sia necessario essere in coppia per varcare a grandi falcate la porta dell’eterno successo musicale: se sei un musicista, avere la fidanzata fa.

Fa perché su di lei i fan possono riversare tutto il loro accanimento; possono odiarla, imitarla, perseguitarla. Possono darle della groupie, continuare a considerarla l’unica degna compagna del proprio idolo anche dopo che questo si è separato e risposato sei volte, possono insistere nell’incolparla di fallimenti musicali, assassini, cadute di stile, fissazioni new age.

Un capro espiatorio è indispensabile, soprattutto se molto fotogenico

Pubblicato da: Irenotta | 1 giugno 2011

GRAZIE GIULIANO!!!

Lo scorso week end ero innegabilmente fuori di me, nervosa, rabbiosa e tesa…Come mi capita di essere tutte le volte che non mi sento capita a sufficienza e che percepisco la distanza delle persone che amo…Tutto sommato non è stato nemmeno un brutto week end, nel complesso, ma la confusione è tornata a regnare sovrana sotto diversi aspetti…Domenica 29 Maggio, giornata di elezioni comunali, il fatidico ballottaggio tra Letizia Moratti, sindaco uscente, e Giuliano Pisapia nella mia amata Milano. Devo dire che avevo già molte speranze nella vittoria di Giuliano, anche se molti amici e conoscenti mi avevano manifestato il loro scetticismo a riguardo…Grandi aspettative e grandi speranze in me, una gran voglia di festeggiare, dopo ben 18 anni, il VERO MIRACOLO A MILANO!!!

E così, il lunedì è arrivato…Tra una pausa e l’altra dal lavoro, ne ho approfittato x cominciare a guardare l’andamento di voto, i vari intention pool, le varie statistiche e così via…E pian piano è avvicinata l’ora dello spoglio delle schede…Ovviamente non ho seguito solo la situazione milanese, ma anche quella degli altri comuni del Centro-Nord, con un’occhio di riguardo per Novara, Rho, Gallarate…I SONDAGGI HANNO COMINCIATO A PARLARE CHIARO: PISAPIA IN VANTAGGIO FIN DALL’INIZIO!!! Ma non dire gatto finché non l’hai nel sacco…Ma, lo confesso, mi sentivo che il 30 maggio sarei finita in Piazza del Duomo a festeggiare…

E infatti!!! Gia intorno alle 17 era sicuro che PISAPIA AVEVA VINTO CON CIRCA IL 55% dei voti e con uno stacco di ben 9 PUNTI dalla Moratti!!!

Mi sono preparata per andare a Milano, dopo aver coccolato il mio gatto…Destinazione Piazza Duomo, insieme alla mia amica Michela!!! :-) La piazza era gremita letteralmente di gente!!! Mai vista così piena, sembrava di essere in una città europea a tutti gli effetti…Musica ovunque, balli, canti, il Palco di Radio Popolare, tantissimi giovani, mischiati con altre persone di età disparate: dal bambino col ciuccio alla signora ottantenne…Ed in quel momento si è delineata nella mia mente l’idea di sinistra di cui mio padre mi aveva parlato tanto, quell’INTERNAZIONALITA’ assoluta, che mancava da tanto nella città di Milano…Subito abbiamo preso parte ai balli, ai canti, all’euforia, ai fuochi d’artificio, al turbinio di grida, di risa, di magliette colorate e di gente di ogni tipo…Dove il senso civico e l’attenzione x l’Altro si sono vivamente sentiti…E COSI’, MAGICAMENTE, MI SONO SENTITA BENE ED HO TEMPORANEAMENTE DIMENTICATO LE MIE PARANOIE, LE MIE PREOCCUPAZIONI, LE MIE ANSIE E LE MIE ANGOSCIE…QUINDI, ANCHE PER QUESTO, GRAZIE GIULIANO!!!    Con te si respira già UN’ARIA NUOVA…Speriamo che duri, ma ne sono quasi certa!!! :-)

 

 

Pubblicato da: Irenotta | 31 maggio 2011

Il linguaggio del corpo…

La psicosomatica è quella branca della medicina che pone in relazione la mente con il corpo, ossia il mondo emozionale ed affettivo con il soma (il disturbo), occupandosi nello specifico di rilevare e capire l’influenza che l’emozione esercita sul corpo e le sue affezioni. In questo articolo allargheremo ulteriormente il campo di indagine della psicosomatica analizzando come il contesto di vita dell’individuo possa contribuire a creare o a mantenere un sintomo psicosomatico.

I disturbi psicosomatici sono suddivisibili in due gruppi: i disturbi psicosomatici primari e secondari.

  • Nei disturbi psicosomatici primari è presente una disfunzione biologica, ad esempio nei disturbi metabolici come il diabete e nelle diatesi allergiche come nell’asma. L’elemento psicosomatico sta nell’esacerbazione emozionale del sintomo già esistente. Ad esempio, un bambino che soffre di asma può avere dei gravi e ricorrenti attacchi d’asma in risposta a stimoli emotivi più che fisiologici, in questo caso può essere chiamata “asma psicosomatica”. Questo non implica in nessun modo un’eziologia psicologica per il disturbo originale.
  • Nei disturbi psicosomatici secondari, invece, non può essere dimostrata nessuna disfunzione biologica all’origine dei sintomi. L’elemento psicosomatico è evidente nella trasformazione dei conflitti emotivi in sintomi somatici. Questi sintomi si possono fissare in una malattia grave e debilitante come l’anoressiao in sintomi meno gravi, ma comunque fastidiosi, come la colite spastica, la gastrite cronica ecc..

Sintomi disturbi psicosomatici

  • disturbi a carico del sistema respiratorio: asma bronchiale (frequente soprattutto nei bambini).
  • disturbi del comportamento alimentare anoressia bulimia binge eating.
  • disturbi a carico del sistema gastrointestinale: colon irritabile; gastrite cronica; iperacidità gastrica; stipsi; nausea; vomito; diarrea.
  • disturbi a carico del sistema cardiovascolare: aritmie; ipertensione arteriosa essenziale; crisi tachicardiche; la cefalea emicranica.
  • disturbi a carico del sistema cutaneo: psoriasi; sudorazione profusa; eritema pudico (rossore da emozione); dermatite atopica; orticaria; secchezza della cute e delle mucose.
  • disturbi a carico del sistema muscoloscheletrico: cefalea tensiva; cefalea nucale; torcicollo; lombalgie; cervicalgie.

I modelli lineari, ovvero tutti gli approcci che si focalizzano sul paziente singolo (approccio medico, psicodinamico, comportamentista, cognitivista) spiegano il disturbo psicosomatico come un meccanismo di difesa da emozioni dolorose e intollerabili che si attua con un’espressione diretta del disagio psicologico attraverso il corpo.

L’ansiala sofferenza, le emozioni troppo dolorose per poter essere vissute e sentite, trovano una via di scarico immediata nel soma (il disturbo); non sono presenti espressioni simboliche capaci di mentalizzare il disagio psicologico e le emozioni, pur essendo presenti, non vengono percepite.

La persona non può, o non riesce, a esplicitare e a dare parola alle istanze conflittuali, a verbalizzare le tensioni emozionali.

 Psicoterapia relazionale disturbi psicosomatici

Il modello sistemico ha integrato lo studio sui meccanismi psicologici dei disturbi psicosomatici nell’individuo con l’osservazione dell’individuo nel suo contesto e in particolare all’interno delle relazioni familiari. L’unità psicologica non è l’individuo, ma l’individuo nei suoi contesti sociali significativi.

Da diversi studi è emerso come certi tipi di organizzazioni familiari siano strettamente correlate allo sviluppo e al mantenimento di sindromi psicosomatiche in uno dei suoi membri, e come i sintomi di quest’ultimo a loro volta giochino un ruolo importante nel mantenimento dell’equilibrio familiare.

In particolare, le famiglie con pazienti psicosomatici sono caratterizzate dall’impossibilità di esplicitare e dare voce al conflitto e alla tensione emozionale che ne deriva.

L’impossibilità di esprimere le proprie emozioni non è dunque una caratteristica di personalità dell’individuo, ma è una qualità del sistema a cui appartiene, la sua famiglia, a cui è costretto a conformarsi.

La manifestazione psicosomatica del disagio corrisponde quindi alla difficoltà di verbalizzare i vissuti emozionali, ma non in conseguenza ad una caratteristica personalità dell’individuo, bensì in conseguenza al fatto che le emozioni vengono accuratamente filtrate in modo da evitare tensioni e conflittualità e da mantenere una pseudoarmonia del sistema familiare.

Il linguaggio scelto dal paziente per esprimere il disagio, il disturbo corporeo, è quindi il linguaggio della sua famiglia.

Il modo più efficace per cambiare i sintomi è modificare i modelli che li mantengono. La psicoterapiapiù efficace in questi casi è quindi la terapia familiare.

Il fine della terapia è che cambi non solo l’individuo, ma il sistema funzionale della famiglia, in modo da venire incontro a tutti i bisogni di autonomia e di sostegno dei suoi membri.

A questa strategia di difesa è collegata la possibilità di amnesie più o meno prolungate o l’assunzione da parte del soggetto di un atteggiamento che “attutisca” l’impatto degli stimoli del mondo esterno determinando la “paralisi psichica” o “anestesia emozionale”. La persona ha un forte calo di interesse verso il mondo esterno e sembra che spesso le emozioni gli scivolino addosso.

 Anche sul piano fisico vi e’ un mutamento dei meccanismi fisiologici con un innalzamento dell’ansia e un aumento dell’attivazione corporea presente in chi percepisce un pericolo incombente. Ciò si manifesta attraverso attività fonte di stress fisico e psicologico quali:
Difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno.frequenti durante i quali viene rivissuto l’evento traumatico ed esagerate risposte di allarme o scoppi d’ira,a concentrarsi o a eseguire compiti.

Nel Disturbo Post Traumatico da Stress, si può, quindi reagire al trauma con due modalità che possono persino presentarsi in diversa combinazione. Attraverso un potenziamento innaturale e dispendioso delle reazioni di allarme e di controllo della realtà, o attraverso un apparente “spegnimento” del meccanismo di percezione degli stimoli di pericolo e delle emozioni in genere. Apparente perché in realtà il soggetto, a differenza del caso precedente, innalza la soglia minima al di sopra della quale e’ necessario proteggersi da un pericolo, esponendosi così a forti rischi e aumentando la probabilità del ripetersi di eventi traumatici che rafforza nella persona l’idea che inevitabilmente le cose per lei andranno male e che magari questo è anche colpa sua.

Per la Malacrea, l’individuo che cerca di affrontare le conseguenze di un evento traumatico e’ come “un’auto con acceleratore schiacciato a tavoletta (l’ipereccitazione), con il freno a mano contemporaneamente al massimo (l’iperadattamento) e magari con guidatore svenuto (dissociazione e scompenso della regolazione)”.

Pubblicato da: Irenotta | 31 maggio 2011

Sono veramente stufa…

 It’s better to burn than to fade away…Meglio bruciare che spegnersi lentamente…

Pubblicato da: Irenotta | 31 maggio 2011

Da sempre…

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Pubblicato da: Irenotta | 31 maggio 2011

Quarantenni mai cresciuti…

Quarantenni allo sbaraglio, a cura di Barbara Mennitti

La nuova, geniale definizione l’ha tirata fuori il Corriere della Sera qualche settimana fa. “Second teen”, cioè teen-ager da Second life, il mondo parallelo virtuale che dona a tutti una seconda chance, un posto dove essere una persona diversa. Un tempo si usava l’espressione, un po’ condiscendente, “eterni Peter Pan”, per descrivere quella tipologia prevalentemente maschile (ma non solo) di persone anagraficamente adulte, che si rifiutavano ostinatamente di crescere, di assumersi responsabilità, di varcare la soglia della maturità. Oggi, invece, la società comincia a guardarli con un occhio un po’ più benevolo e comprensivo. D’altronde, visto che la vita media si è così tanto allungata negli ultimi cinquant’anni, non si capisce bene perché si dovrebbe scegliere di allungare proprio la vecchiaia fra tutte le fasi dell’esistenza umana. Non sarà che in fondo hanno ragione loro, gli adolescenti quarantenni, che scelgono di prolungare il più possibile la fase della spensieratezza?

Finalmente sdoganati, i quarantenni adolescenti non sono più oggetto della riprovazione nazionale e cominciano anzi ad avere i loro profeti e ad essere celebrati nel cinema e nella narrativa. Circa un mese fa è arrivato nelle sale cinematografiche il film di Federico Moccia (il vate della categoria) “Scusa ma ti chiamo amore”, nel quale lo splendido quarantenne Raoul Bova si innamora perdutamente di una diciassettenne. Peccato che quella screanzata di Michela Quattrociocche, la teen-ager che ha impersonato la fortunata, abbia dichiarato in un’intervista che per lei “Raoul Bova è come un padre” e abbia poi concluso, con spietata ingenuità, di riconoscersi totalmente nei romanzi di Moccia: “Anzi, mi stupisco che abbia quanrant’anni, perché ha la testa di un adolescente!”. Appunto. Solo qualche mese prima, il film di Vincenzo Salemme “Sms. Sotto mentite spoglie”, dipingeva genitori quarantenni, indistinguibili dai loro figli, che si lanciano in storie d’amore clandestine in seguito a un sms inviato alla persona sbagliata. Anche in libreria l’orgoglio dei Peter Pan inizia a riempire gli scaffali. E non solo quelli della sociologia ma, soprattutto, della letteratura umoristica, dove fanno capolino veri e propri manuali di sopravvivenza e di resistenza per i refrattari alla maturità.

Ed ecco, dunque, che la schiera dei second teen si infoltisce. Da una parte c’è il nocciolo duro della categoria: gli eterni Peter Pan, quelli che non si sono mai sposati, che anzi si sono innamorati solo una volta, a 12 anni, e da allora hanno il cuore irrimediabilmente bruciato, quelli che corteggiano cinque ragazze per volta e mandano sms teneroni ma poi fuggono a gambe levate al primo profilarsi di un rapporto stabile. Insomma, quelli che non si sono mai sognati di crescere, nemmeno per sbaglio. A loro si affiancano gli adolescenti di ritorno, quelli che in realtà ci hanno anche provato, si sono sposati, magari giovani, si sono moltiplicati, hanno trovato il posto fisso, hanno comprato casa e acceso un mutuo ventennale. Poi, intorno ai quarant’anni, hanno iniziato a sentire un nodo allo stomaco, un malessere diffuso, una voglia di leggerezza… Hanno cominciato con una partita di calcetto e si sono ritrovati second teen. Passano ore a chattare (e flirtare) su internet, si scambiano file musicali e film con coetanei dei loro figli, affollano le discoteche, si disinteressano della politica, leggono i fumetti. E, soprattutto, tornano a fare sport.

Già, perchè se lo spirito è da teen-ager, spesso il fisico tradisce e allora diventa imperativo rimediare alla pancetta o al muscolo giù di tono. E allora via allo sport, anzi agli sport, visto che la polisportività (la pratica di più di tre sport contemporaneamente) tocca il suo picco proprio fra i quarantenni con una percentuale del 13 per cento. C’è chi si lancia temerariamente sulle piste da sci, chi impugna la racchetta da tennis e chi approfitta dell’estate per esibirsi nel beach volley. Ma lo sport principe del quarantenne nostrano è senza dubbio il calcetto: col suo sapore di infanzia, quando si giocava in cortile col portiere volante, esercita un fascino irresistibile. E dunque eccoli, i second teen, la sera dopo il lavoro, pronti a partire per campetti sintetici di periferia, bardati manco fosse la finale dei mondiali, con gli scarpini scintillanti ai piedi e lo sguardo luccicante. Farebbero anche un po’ invidia, se non fosse per l’allarme lanciato dalla Società ortopedica italiana. La mania del calcetto, ammoniscono i medici, si sta risolvendo in un’ecatombe di menischi rotti, articolazioni fuori posto, legamenti lesionati e caviglie rotte e i più colpiti sono proprio i quarantenni, improvvisati e poco allenati. Pensate che questo li scoraggerà? Secondo noi no. In fondo l’adolescenza val bene un menisco.

Tratto da Global Talking (www.ideazione.it)

Pubblicato da: Irenotta | 31 maggio 2011

Una confusione mentale e fisica continua….

There are too many questions     

There is not one solution

There is no resurrection

There is so much confusion

And the love profusion

You make me feel

You make me know

And the love vibration

You make me feel

You make it shine

There are too many options

There is no consolation

I have lost my illusions

What I want is an explanation

And the love profusion

You make me feel

You make me know

And the love direction

You make me feel

You make me shine

You make me feel

You make me shine

You make me feel

I got you under my skin

I got you under my skin

I got you under my skin

I got you under my skin

There is no comprehension

There is real isolation

There is so much destruction

What I want is a celebration

And I know I can feel bad

When I get in a bad mood

And the world can look so sad

Only you make me feel good

I got you under my skin

I got you under my skin

I got you under my skin

I got you under my skin

I got you under my skin

I got you under my skin

I got you under my skin

I got you under my skin

And the love profusion

You make me feel

You make me know

And the love intention

You make me feel

You make me shine

You make me feel

You make me shine

You make me feel

I got you under my skin

I got you under my skin

I got you under my skin

I got you under my skin

I got you under my skin

I got you under my skin

I got you under my skin

I got you under my skin

And I know I can feel bad

When I get in a bad mood

And the world can look so sad

Only you make me feel good

Pubblicato da: Irenotta | 30 maggio 2011

Aforismi sui gatti…

Ho deciso di dedicare una paginetta alle mie amate bestiole, Batik e Jole, ovvero i miei due miciotti…Mai e poi mai avrei pensato che sarei arrivata ad avere un gatto; fin da quando ero bambina, infatti, mia mamma è sempre stata contraria ad ospitare animaletti in casa, eccezion fatta per pesci e tartarughe…Di gatti, cani, criceti o altro non se ne parlava!!!

Adesso ho una casa mia…Era da tempo che meditavo di prendere almeno un gatto; mi ha maggiormente stimolata un avvenimento successo al lavoro, ovvero il ritrovamento di un gattino di pochissimi mesi, spaventatissimo e denutrito, ma bellissimo e super-dolce; l’ha adottato la mia collega, anche se mi sarebbe piaciuto prenderlo io…Però, a conti fatti, il gattino piccolo deve essere seguito e, con il fatto che noi siamo fuori casa per gran parte della giornata, ci sarebbe risultato difficile accudirlo adeguatamente…Poi siamo in affitto, e magari il cucciolo scatenato potrebbe fare disastri…Ho comunque provato ad andare al gattile, ma non sono rimasta del tutto convinta…

Ma, quando si dice il destino, l’occasione è arrivata quando una mia vecchia amica e “compagna di sventure” mi ha detto che sua sorella dava via una gatta NERA CON GLI OCCHI VERDI!!! Non ci potevo credere, è sempre stato il mio sogno avere un gatto nero, alla faccia della superstizione!!!

E così sono andata a trovare la gatta Jolanda, già di 4 anni, ma molto timida e schiva…All’inizio non si è fatta trovare, poi è uscita e non vi dico che folli corse per prenderla…Nell’appartamento, in visibile stato di trasloco, c’era anche un altro gatto, Batik, dolcissimo e coccolosissimo, oltre che molto più socievole rispetto a Jolanda; ho chiesto alla padrona cosa avrebbe fatto di lui, e lei mi ha detto che non ne aveva idea, ma che, comunque, era costretta a darlo via…Io le ho detto che avrei potuto tenere sia lui che Jole, e lei, visibilmente felice, mi ha detto che l’avrei resa più tranquilla se i gatti fossero rimasti insieme, almeno in un ambiente nuovo si sarebbero tenuti compagnia…E così, detto fatto, li ho portati entrambi in quel di Saronno la sera stessa!!! E non me ne sono pentita…Finalmente c’è qualcuno a tenermi compagnia ed a coccolarmi quando sono sola… :-)

Ed ora un po’ di aforismi e citazioni dedicate proprio ai gatti:

Aforismi e citazioni sui gatti
  • Guardare un gatto è come guarda il fuoco, si rimane sempre incantati.
    Giorgio Celli
  • Dio ha creato il gatto per dare all’uomo il piacere di accarezzare la tigre.
    Fernand Méry
  • Credo che i gatti siano spiriti venuti sulla terra. Un gatto, ne sono convinto, può camminare su una nuvola.
    Jules Verne
  • Le persone fanno molta fatica ad esprimere la loro personalità. Per un gatto di strada è una cosa facilissima: gli è sufficiente qualche spruzzatina qua e là, e la sua presenza nei giorni di pioggia rimane per anni.
    Albert Einstein
  • Quando la chiamavo fingeva di non sentire, ma arrivava un po’ dopo quando poteva sembrare che avesse deciso di venire spontaneamente.
    Arthur Weigall
  • Se gli animali potessero parlare, il cane sarebbe un tipo grossolano e senza peli sulla lingua; il gatto, invece, avrebbe il raro dono di non dire mai una parola di troppo.
    Mark Twain
  • Non è possibile possedere un gatto. Nella migliore delle ipotesi si può essere con loro soci alla pari.
    Sir Harry Swanson
  • Due cose al mondo sono esteticamente perfette: il gatto e l’orologio.
    Emile Auguste Cartier
  • Il gatto perde i peli soltanto in presenza di gente allergica.
    Garfield
  • Alla mattina me lo ritrovavo con la testa sul mio petto. Appena percepivo la sua presenza mi sentivo in pace. E’ completamente idiota. La complicità è difficile da spiegare. Il gatto rappresenta la libertà, quello che vuoi essere. Capisce tutte le tue pazzie, ti segue. Quando sei al colmo della felicità c’è sempre un gatto dietro.
    Gérard Depardieu
  • Uno scrittore senza un gatto è inconcepibile. Certo è una scelta perversa,poiché sarebbe più semplice scrivere con un bufalo nella stanza piuttosto che con un gatto. Si accucciano tra i vostri appunti, mordicchiano le penne e camminano sui tasti della macchina da scrivere.
    Barbara Holland
  • Un gatto è bellissimo da una certa distanza: visto da vicino è un’inesauribile fonte di meraviglia.
    Pam Brown
  • Non conosco il gatto. So tutto sulla sua vita ed i suoi misteri, ma non sono mai riuscito a decifrare il gatto.
    Pablo Neruda
  • Vieni sul mio cuore innamorato, mio bel gatto: trattieni gli artigli e lasciami sprofondare nei tuoi occhi belli, misti d’agata e metallo.
    Charles Baudelaire
  • Il gatto è imprevedibile ed ammaliante come un’orchidea selvaggia.
    Stanislao Nievo
  • Ho trovato che il mio amore per i gatti mi ha molto spesso aiutato a capire le donne.
    John Simon
  • Dormire insieme è un eufemismo quando si parla di persone, ma col gatto equivale ad un matrimonio.
    Marge Piercy
  • Anche i gatti in soprappeso conoscono per istinto la regola principale: quando si è grassi bisogna assumere pose da magri.
    John Weitz
    • Mi dà sempre un brivido quando osservo un gatto che sta osservando qualcosa che io non riesco a vedere.
      Eleanor Farjeon
    • Se un pesce è l’incarnazione del movimento dell’acqua, il gatto è la materializzazione dell’aria.
      Doris Lessino
    • Il rapporto con un gatto prevede una dedizione totale. Non può essere limitato a riempirgli la ciotola di cibo e a pulire la lettiera.
      Paul Corey
    • Mi era stato detto che l’addomesticamento con i gatti è molto difficile. Non è vero. Il mio mi ha addomesticato in un paio di giorni.
      Bill Dana
    • I gatti sono infinitamente più amichevoli dei cani. Avete mai visto un cartello Attenti al gatto?
      Leonard Grainger
    • Un gatto può risolvere un po’ tutto facendo le fusa.
      Donna McRohan
    • E’ con l’approssimarsi dell’autunno che i gatti indossano la loro più folta pelliccia e assumono un’aria suntuosa e di incantevole opulenza.
      Pierre Loti
    • Il miglior esercizio per un gatto è un altro gatto.
      Jo e Paul Loeb
    • I gatti sono gli inquilini del sole: dove c’è il sole, c’è un gatto.
      Vittorio G. Rossi
    • Guardando un gatto che lava un altro, non si è mai sicuri se si tratti di affetto, di gusto o di una prova di attacco alla giugulare.
      Helen Thompson
    • Il gatto è un lembo di notte arrotolato sullo spigolo di un tetto.
      Antonio Casanova
    • Il gatto obbedisce solo quando lo decide, sostiene che dormire gli permetterà di vedere le cose con più chiarezza e si fa le unghie su ogni cosa dove riesca a mettere le proprie zampe.
      Francois René de Chateaubriand
    • Fare le fusa sembra essere, nel suo caso, un dispositivo di sicurezza, una valvola per sfogare gli accumuli di felicità.
      Monica Edwards
    • D’accordo, i gatti tiranneggiano, strumentalizzano, condizionano i loro padroni, ma in cambio, offrono impagabili lezioni di saggezza.
      Julia Bachstein
    • Ogni gatto ha un’opinione ben precisa sugli esseri umani: non dice molto, ma questo è sufficiente a non farvi venire voglia di ascoltare altro.
      Jerome K. Jerome
    • I cani mangiano. I gatti pranzano.
      Ann Taylor
    • Guardi con quei brillanti, languidi segmenti di verde e raddrizzi le tue orecchie di velluto ma ti prego non affondare i tuoi nascosti artigli.
      John Keats
    • Gatto: lo si potrebbe definire lo scaldamani delle poverette.
      Carlo Dossi
      • Un gatto non chiede, prende.
        Garfield
      • Non c’è alcuna necessità di insegnare ai gatti come divertirsi poichè essi sono dotati di ineffabile ingegno in questa arte.
        James Mason
      • Il tempo del gatto è perfetto, si allarga e si stringe come la sua pupilla, concentrico e centripeto, senza precipitare in alcun affannoso stillicidio.
        Claudio Magris
      • Dalle dolci note della sua lingua melodiosa, il gatto fa le fusa secondo una precisa metrica e miagola in rima.
        Joseph Green
      • Se fosse possibile dotare i gatti di ali, essi non si accontenterebbero di essere uccelli, sarebbero angeli.
        Dick Shawn
      • Che misteriosa ricetta conoscono i gatti per saper dosare in modo così perfetto dolcezza e crudeltà, timidezza ed aggressività, docilità e spirito selvaggio?
        Mary S. Emilson
      • Puoi tenere un cane, ma è il gatto che tiene le persone, perché i gatti trovano che gli esseri umani siano utili animali domestici.
        George Mikes
      • I gatti vanno sempre un po’ più in là dei limiti che noi, nella nostra cieca follia, vorremmo stabilire.
        Andrè Norton
      • Un gatto giocherellone, con le sue capriole e i suoi modi da tigre in miniatura, è mille volte più divertente di metà della gente con cui ci tocca vivere in questo mondo.
        Sydney Morgan
      • Guardando un gatto che lava un altro, non si è mai sicuri se si tratti di affetto, di gusto o di una prova di attacco alla giugulare.
        Helen Thompson
      • Quando i verdi occhi di un gatto scrutano dentro di voi potete essere certi che qualunque cosa intendano dirvi è la verità.
        Lillian Moore
      • Chi odia i gatti rispecchia uno spirito brutto, stupido, grossolano e bigotto.
        William S. Burroughs
      • Un essere umano ed un gatto si guardano negli occhi: nella penombra del crepuscolo, oppure al lume di candela. E subito si crea un’atmosfera di fiaba.
        Sergius Golowin
      • Un gatto è un gentiluomo: elegante nell’atteggiamento, dalle maniere squisite e con una passione per i combattimenti corpo a corpo, sfrenate storie d’amore, duelli al chiar di luna e canti di gioia. Il gatto è un nobile che dal suo personale domestico (il padrone umano) si aspetta un servizio inappuntabile. Il gatto conosce una gamma di invettive che farebbe impallidire un manovale.
        Pam Brown
      • Considerate le qualità, discrezione, affetto, pazienza, dignità e coraggio che i gatti possiedono: quanti di noi, vi chiedo, sarebbero in grado di essere un gatto?
        Fernand Méry
      • I gatti, come categoria, non hanno mai completamente superato il complesso di superiorità dovuto al fatto che, nell’antico Egitto, erano adorati come dei.
        Pelham Grenville Wodenhause
      • La cosa veramente grandiosa dei gatti è la loro infinita varietà. Uno può scegliere un gatto in base alla propria personalità, al proprio umore, al proprio carattere o lo può fare scegliendolo dal colore della pelliccia in modo che si adatti a qualsiasi tipo di decorazione. Ma sotto quel pelo morbido si trova ancora una degli spiriti più liberi del mondo. Un gatto è un gentiluomo.
        Eric Gurney
      • Voglio un gatto… Ne voglio uno subito. Se non mi è concesso avere i capelli lunghi e altre cose divertenti, posso però avere un gatto.
        Ernest Hemingway
      • I gatti e i non conformisti mi sembrano i soli esseri in questo mondo che abbiano una coscienza pratica e attiva.
        Jerome K. Jerome
    • (tratto da http://www.gattiandco.com/)

 

Pubblicato da: Irenotta | 30 maggio 2011

VAI GIULIANO!!!Nel buon senso della gente confidiamo…

LA CURIOSITA’
“Pisapia ha votato Pupo e Filiberto”
Ecco i tormentoni di Massimo Cirri
Il testo integrale dell’intervento con cui Cirri, conduttoreradiofonico, psicologo e autore teatrale,
ha scatenato piazza Duomo a Milano per la chiusura della campagna per lo sfidante della Moratti
di MASSIMO CIRRI
Giuliano Pisapia
Questa è stata una campagna elettorale differente. Un po’ perché la sinistra aveva un candidato, che qui a Milano è un’esperienza nuova. Un po’ per l’uso delle menzogne e della verità.
Di menzogne ne sono state dette molte:
- Pisapia ruba le auto (Letizia Moratti).
- Pisapia è matto (Umberto Bossi)
- Pisapia vuol fare zingaropoli (Umberto Bossi)
- Pisapia vuole trasformare Milano nella “Stalingrado d’Italia” (Silvio Berlusconi)
- Con Pisapia Milano sarà una città islamica, una zingaropoli piena di campi rom e assediata dagli stranieri (Silvio Berlusconi)
- I fondamentalisti islamici, Al Qaeda e Al Zawahiri, sarebbero felicissimi se a Milano la Lega dovesse perdere e Pisapia diventasse sindaco” (Mario Borghezio)
- Pisapia va a prendere il caffé ogni giorno con i centri sociali (Silvio Berlusconi). Per questo è nervoso.

In molti abbiamo sentito allora il bisogno, di fronte a queste menzogne, di dire la verità. Lo abbiamo fatto. Perché la verità è rivoluzionaria. O moderata. E la verità è questa:

Pisapia a scuola rubava sempre la gomma pane ai compagni.
Pisapia ruba le monetine della fontana di Trevi.
Pisapia ruba i carrelli alla Coop.
Pisapia ha inventato le birre analcoliche